Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Questo saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulle origini e la storia del centro fortificato enotrio di ‘Pyxous’, le origini del promontorio, del fiume ‘Bussento’ e della colonia romana di ‘Buxentum’.

(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…).
La fascia costiera di Sapri, dalla protostoria all’epoca romana
Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia. Nell’Aprile del 1995, consegnai a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“. Nello studio, raccoglievo e citavo tutti i miei precedenti studi fatti sulla zona di Sapri, i documenti e le testimonianze del passato che da anni erano stati oggetto dei miei studi. Nella Relazione, a p. 7, parlando di alcuni rinvenimenti riferibili ad un’epoca precedente a quella romana, citavo le archeologhe Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, che in un loro pregevole studio sulle ricognizioni e ricerche nel Golfo di Policastro (…) così si esprimevano: “La lettura globale dei dati raccolti lascia immediatamente intravvedere una documentazione straordinariamente ricca per le fasi più antiche della presenza umana dell’ambito in esame. Essa, infatti, si estende per lungo periodo che va dal Paleolitico inferiore sino all’età del Bronzo.”(7). Nella mia nota (7), postillavo che: “(7) Fiammenghi C.A., Maffettone R., ‘Ricognizioni e ricerche effettuate nel Golfo di Policastro’, stà in “A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988.”, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, pag. 36.”. Continuando il mio racconto in proposito scrivevo che: “La carenza di documentazione dal Bronzo finale e per la successiva età del Ferro, peraltro più volte sottolineata, sembra allo stato attuale dalle indagini, da connettere probabilmente più alla lacunosità delle ricerche che non ad una effettiva mancanza di testimonianze.”. Continuando il mio racconto, citavo ciò che in proposito scriveva l’archeologa Giovanna Greco (…) e scrivevo che significativo in proposito è quanto scriveva a p. 18, dell’op. cit: “; ed infine, estremamente significative sono le tombe recuperate a Torraca (22) i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte (23).”. Giovanna Greco, a p. 18, nella sua nota (22), postillava che: “(22) W. Johannowsky, Atti, XXII, CSMG, Taranto, 1982, p. 422.”. Johannowski, citato dalla Greco, si riferiva ai ritrovamenti fatti in località Madonna dei Cordici. La Greco (…), nella nota (23), postillava che: “(23) Il modello di “colonizzazione indigena della costa” proposto per la prima volta da E. Greco va sfumato ed articolato in quel più complesso fenomeno di incontro-scontro tra le diverse realtà cantonali indigene e quella greco-coloniale dove la possibilità di una comune gravitazione tirrenica consente la partecipazione alle grandi vie di traffico commerciale marittimo ed all’interno, con il controllo dei valichi, forme di contratatto e grado di intensità di traformazioni di volta in volta differenti ed articolati.”. A p. 7, continuavo il mio racconto e parlando di ‘Scidro’, citando l’Archeologa Giovanna Greco (…), in proposito scrivevo che ella, in un suo scritto, sosteneva che: “Il recente recupero a Sapri alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.” (…). Fernando La Greca (…), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città colonia di Scidro e Pixunte (38).“. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava: “(37) Johannowsky, 1983a”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (38) postillava: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18.”. Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, nello stesso testo, a p. 38, in proposito ai rinvenimenti nell’area scrivevano che: “I rinvenimenti di ceramica a vernice nera della fine del V sec. a. C. da Vibonati (loc. S. Lucia), Tortorella (loc. Reggiano), Torraca (loc. Madonna dei Cordici) e Sapri stessa (loc. S. Croce), sono già da correlare ad una trasformazione dell’assetto territoriale legata al fenomeno della “sannitizzazione”.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: “Non lontano dalla sponda sinistra del fiume Bussento, su una ridente e lussureggiante collina sovrastata dall’imponente e maestosa mole del vecchio castello, sorge l’antichissimo centro di Policastro Bussentino. Molti autori dell’antichità greca e romana hanno scritto dell’esistenza di Policastro definendolo con un nome ben preciso: Pixunte (greco) e Buxentum (latino). Secondo un’interpretazione di origine naturalistica il significato di questo nome, identico nelle due lingue perchè sorto dalla stessa radice “πυξ ”, deriverebbe dal “bosso” (Buxus sempervirens), arbusto sempreverde delle Buxacee, dal legno giallo e duro, ideale per i lavori di tornio. Questa pianta cresceva rigogliosa nella zona di Policastro al tempo della sua fondazione tanto da lasciare il suo nome (Bussento) al fiume e alla città.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: “Montuosa Lucania dice Cassiodoro; ‘Montuosa et horrida’ l’ha definita nel 500 il Magini nel suo commento a Tolomeo. Alla natura montuosa ed aspra del paese, atto alle insidie e alla guerriglia, allude Livio in più di un punto della sua opera. Lucillo e Silio Italico accennano genericamente alle montagne lucane, mentre Sallustio, più specificamente, ricorda i ‘juga Eburina’, che corriponderebbero, secondo il Racioppi, ai monti dell’alta valle del Sele (1). Orosio fa menzione dei monti, da cui si avanza, protendendosi al mare, il Capo Palinuro (2), nei quali si possono riconoscere genericamente i monti del Cilento, a meno che non vogliamo identificarli con la montagna del Bulgheria.”. Il Magaldi, a p. 15, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Racioppi, o. c., I, p. 528”. Il Magaldi, a p. 15, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Lucillo, VI, 6; Sallustio, III, 67; Livio, IX, 17, 17; XXV, 16, 18; XXVII, 26, 7 seg.; Silio Italico, VIII, 569; Orosio, IV, 9, 11; Cassiodoro, Variae, XI, 39 (tutti brani che saranno riferiti distesamente in seguito).”. Il Magaldi citava Lucillo che in Treccani on-line sarebbe stato grammatico greco (sec. 1º d. C.), di Tarra in Creta, scrisse un commento alle Argonautiche di Apollonio Rodio e compilò una raccolta di proverbî giuntaci attraverso il rifacimento di Zenobio. Sallustio è autore di importanti opere storiche, tramandate per tradizione diretta dai codici medioevali: le due monografie, il De Catilinae coniuratione e il Bellum Iugurthinum, composte e pubblicate negli anni fra il 43 e il 40 a.C., e le Historiae, di cui restano numerosi frammenti, iniziate intorno al 39 a.C. e rimaste incompiute, che forse dovevano fungere da allaccio tra le due monografie. Sono state attribuite allo scrittore di Amiternum anche diverse opere considerate oggi apocrife: due Epistulae ad Caesarem senem de re publica, in cui l’autore rivolge a Cesare consigli sul buon governo, e l’Invectiva in Ciceronem, un violento attacco a Cicerone, accusato per la condanna a morte dei catilinari. Entrambe sono probabilmente esercizi scolastici di età posteriore. Il Magaldi postillava di Orosio, libro VI, 9, 11. Da Wikipedia leggiamo che Paolo Orosio (in latino: Paulus Orosius; Braga, 380 circa – 420 circa) è stato un presbitero, storico e apologeta romano. Discepolo e collaboratore di Agostino d’Ippona, su invito di questi redasse gli Historiarum adversus paganos libri septem (“Sette libri delle storie contro i pagani”) che dovevano servire da complemento storiografico a La città di Dio (De civitate Dei) del suo maestro. Le Historiarum adversus paganos libri septem (“I sette libri di storie contro i pagani”) o Historiae adversus paganos (tradotto come Le storie contro i pagani) sono un’opera storiografica di Paolo Orosio, scritta negli anni 417 e 418 (2). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 258 e ssg. parlando di “Paestum”, in proposito scriveva che: “Già in tempi antichissimi la pianura del Sele era stata toccata da genti egeo-anatoliche, come mostra la necropoli del Gudo (a m. 1500 a nord delle mura: civiltà del Gaudo). In seguito alla foce di quel fiume si insediò parte di quei spericolati marinai-mercanti egei che, incuranti di pericoli, disagi e avversità, si erano spinti fin nel Lazio e nell’Etruria (1), a cercarvi, per l’esaurirsi del mare, l’insostituibile ferro. Furono essi che alla foce del Silaro innalzarono un tempio, poi tanto famoso, dedicandolo, com’era costume, alla divinità patria: Hera Argiva (2). A circa 600 m. dal mare, e su una terrazza utilizzata fin dall’età eneolitica (3) perché dominante l’ampia distesa del mare e la vasta circostante palude, viveva uno sparuto nucleo di indigeni (‘Pai-Pais-Paistòs’), con i quali i sopraggiunti rapidamente si fusero (4). Etc…”. Ebner, a p. 258, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pugliese Carratelli, Relazione I Convegno internazionale di Taranto 1961, “Atti”, Napoli, 1962, p. 140″. Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera. Sull”Heraion alla Foce del Sele’, oltre il fondamentale saggio degli scopritori P. Zancani Montuoro e U. Zanotti Bianco, Roma, 1941, v. pure M. Napoli, Le metope arcaiche di Foce Sele, Bari, 1963 e del 1981 l’intelligente chiaro saggio di D. Sorrentino, Heraion di Foce Sele, il tempio maggiore e relativi problemi, Salerno, 1981.”. Ebner, a p. 259, nella nota (3) postillava: “(3) Scrive M. Napoli (Paestum, Novara, 1987, p. 3) che “ad oriente della Basilicata si sono rinvenuti manufatti che vanno dall’età paleolitica sino all’età del bronzo, mentre a sud della stessa Basilicata, non lungi dalle mura etc…, resti di un centro abitato preistorico”.”. E’ probabile che qui vi è un errore perchè non è Basilicata ma Napoli si riferisce alla Basilica di Paestum.
PROTOSTORIA ED POCA PRECOLONIALE
Il bradisismo della fascia costiera del Cilento, e gli effetti sulle città costiere ormai scomparse
Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a p. 43 e ssg. parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “Profondamente mutate dalle condizioni di un tempo sono le condizioni attuali della piana di Pesto, che però si vanno risollevando con la bonifica. Una volta l’aria vi odorava di fiori, ed ora vi è greve morbosa; ….le zanzare malariche insidiano la salute dei butteri, e le mandre di bufali tengono il campo. E’ interessante approfondire questo mutamento che si è verificato, perchè esso riguarda la sparizione di Pesto, di cui è stata data, solo di recente, la spiegazione giusta. Si credeva, fino a poco tempo addietro, che quella sparizione fosse dovuta alla malaria e alle incursioni dei Saraceni, che nel IX secolo avrebbero spinto i Pestani ad abbandonare la città e a riparare a Capaccio Vecchio, che sorge sui monti retrostanti (p. 15). Già il Gunther, studiando il bradisismo del Golfo di Napoli, aveva avuto l’intuizione che la scomparsa di Pesto fosse da attribuirsi allo stesso fenomeno, che avrebbe avuto come conseguenza la malaria, e, quindi, l’abbandono. Gli scavi recenti hanno dimostrato che la città è rimasta sepolta sotto una spessa coltre di materiali di origine palustre, fortemente cementati fra loro. In base a questa osservazione il DE LORENZO, e dopo di lui il D’ERASMO, hanno così ricostruito il fenomeno (3). Nel VI sec. a.C., e forse anche prima, la piattaforma di travertino su cui posa Pesto dovè iniziare un lento movimento di discensione per effetto del bradisismo del litorale tirrenico. All’epoca di Augusto, questo movimento doveva essere giunto a tal punto che cominciava a formarsi il pantano in prossimità di Pesto. Strabone dice che il fiume, impaludando, rendeva la città malsana (4). Il movimento discendente continuò ancora durante l’Impero e il Medio Evo, si che alla fine di questo il livello del mare doveva essere superiore all’attuale di più di 10 m., e la piattaforma su cui poggia Pesto doveva emergere pochissimo. Impediti di correre liberamente al mare, il Sele e i prossimi corsi d’acqua – fra cui è “Capo di fiume”, che scorre vicino a Pesto – ristagnando, formarono l’acquitrinio e così prepararono a poco a poco alla città antica il funereo manto – che presso Porta Marina mostra uno spessore di oltre cinquanta metri. Naturalmente è da connettere con questi movimenti di bradisismo la variazione della linea di spiaggia, la quale si è avvicinata o si è allontanata, a seconda della direzione discendente o ascendente del movimento.”. Il Magaldi, a p. 43, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. De Lorenzo, Sulla causa geologica della scomparsa dell’antica città di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia dei Lincei”, Cl. Sc. fis. s. 6°, vol. XI (1930); G. D’Erasmo, Il bradisismo di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia Scienze fis. e mat.” s. 4à, vol. IV (1934), (ripubblicato per cura dell’Ente per le antichità e i monumenti della provincia di Salerno”, ivi, 1935).”. Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 85 e ssg., in proposito scriveva: “21. Lineamenti di geologia saprese. La baia di Sapri costituisce una depressione morfostrutturale attualmente colmata da una potente pila sedimentaria di depositi alluvionali recenti e delitizii-littorali. Questi depositi legati alla trasgressione “versiliana”, avvenuta progressivamente all’ultimo stadio glaciale, il Wurm III, a partire cioè da 15.000 anni fa (1). In parole povere Sapri giace su fanghi, limi, sabbie e pietre via via accumulatisi nei millenni trascorsi ai piedi delle montagne circostanti in seguito ai dilavamenti dei pendii e per il deposito congiunto di materiali marini rilasciati dalle acque sia in fase di avanzata – verso l’interno- che di ritirata – verso il largo. Materiali diversi scesero dalle montagne da tre bacini principali (tav. 7) e gradualmente vennero convogliati verso il sottostante specchio d’acqua marino. Il mare, a sua volta, sia per i fenomeni di avanzata e ritirata dalla costa che per effetto delle correnti e delle mareggiate, accumulò altro materiale, determinando successive linee di contenimento dei materiali che scendevano dai monti. Etc…”. Il Magaldi, a p. 91, nella nota (1) postillava: “(1) L. Brancaccio, Geologia regionale della Campania”. Il fenomeno del bradisismo ha interessato gran parte della fascia litoranea della costiera Tirrenica ed ha influito sulle numerose ed al tempo floride città magno-greche sorte sulle costa del basso Cilento. Come si è detto per l’esempio di Paestum, la maggior parte di queste città sono in seguito scomparse. La tradizione popolare ed i racconti settecenteschi attribuscono cause varie, maremoti, terremoti, distruzioni vandaliche e saraceniche ecc.., ma le rovine d’epoca romana che ancora oggi si possono vedere nell’area di S. Croce a Sapri non sono mai state rilevate con cura scientifica e soprattutto non sono state mai studiate. Gli studi sulle preesistenze dell’antichità possono rivelare risvolti inattesi, come ad esempio si è potuto fare nel “Serapo” a Pozzuoli. La ricostruzione dell’andamento del bradisimo ai Campi Flegrei, a partire dal IV sec. d.C. nel corso dei secoli fino ai tempi moderni è stata possibile grazie a osservazioni compiute sulle rovine di una costruzione di epoca romana, situata a poche decine di metri dal porto di Pozzuoli: il Serapeo. Erroneamente considerato come un tempio dedicato al dio egizio Serapide (da cui il nome) è stato in realtà un mercato romano dal I al II secolo AD. La peculiarità di questa costruzione è la presenza, a varie altezze sulle tre colonne ancora erette, di fori prodotti da molluschi marini (litodomi) che vivono nella fascia intertidale (tra la bassa e l’alta marea) e che quindi sono indicativi del livello marino nel passato. Grazie alla datazione di tali fori è stato possibile ricostruire le oscillazioni del livello del mare nel tempo dovute al sollevamento o abbassamento del suolo a Pozzuoli per effetto del Bradisimo. Avendo studiato ed osservato da Architetto la tipologia costruttiva adottata in epoca romana allorquando vennero costruiti i piloni frangiflutti oggi detti “Pila” a mare, in località S. Croce, sono stato sempre convinto che in quel punto il mare esisteva ed è per questo motivo che i romani costruirono l’antico molo costituito da piloni posti in successione. Ma, come dicevo, la tipologia costruttiva dei piloni è differente perchè essa cambia. La costruzione delle fondamenta dei piloni appoggiata al suolo marino presenta una malta pozzolanica, ovvero una malta a base di calce e pozzolana che è una malta idraulica, ovvero una malta adatta ad indurirsi nelle costruzioni sottomarine, o per meglio dire nelle costruzioni dentro l’acqua. Infatti, i piloni, oggi dette “Pila” sono immersi nell’acqua del mare. Dunque, il mare in quel tratto litoraneo della costa saprese vi è sempre stato. E’ per questo motivo che i Romani costruirono quell’opera idraulica e portuale. Se questo è vero, ed è vero, come io credo, dimostra che la linea di costa della baia saprese veniva si a modificarsi ma non nel modo come è stato affermato in recenti studi. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. L’iscrizione porta un buon sostegno all’ipotesi della colonia di Vibo, e non occorre attribuire il personaggio, come è stato fatto, a Blanda o a Bussento. Etc…”. E’ interessante l’ipotesi del La Greca sulle origini della città di Vibone, che in sostanza riprende ciò che aveva in precedenza scritto e creduto l’Antonini. Non è chiaro se il La Greca, nel riferirsi alle rovine di S. Croce si riferisca ad una città di origine sabellica o Lucana o si riferisca alla colonia latina di Vibona. Si è visto che, sebbene si propenda per l’ipotesi della Villa romana di S. Croce appartenente come proprietà ai “Sempronii”, duumviri, probabilmente parenti a Tiberio Sempronio Longo, della colonia romana di Buxentum, non ritengo valida l’ipotesi che i “Sempronii”, probabilmente proprietari della villa di Sapri, ricoprissero la carica di duumviri (o duumviro edile) per disporre della colonia di Vibo ma essi disponevano della colonia romana e Sillana di Buxentum. Il La Greca, a p. 34 continuando il suo discorso sull’area di S. Croce scriveva pure che: “Ricerche recenti nell’area della villa romana di Santa Croce a Sapri (72) hanno stabilito che il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m. La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) postillava: “(72) Toccaceli 2003”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) si riferiva al testo del geologo Romeo Toccaceli (….), ed a p….., nella bibliografia scriveva: “(72) TOCCACELI 2003 = R. M. TOCCACELI, Evidenze geoarcheologiche della variazione del livello del mare in età storica: l’insediamento romano di S. Croce (Sapri – Golfo di Policastro), in ALBORE LIVADIE – ORTOLANI 2003, pp. 255-264. TRA LAZIO E CAMPANIA 1995 = AA. VV., Tra Lazio e Campania.”, su cui contenuto nutro dei dubbi. Il La Greca si riferisce ad uno studio geomorfologico del geologo Romeo Toccaceli di Sapri che, nel 2003 riteneva che “…il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m.”. Il Toccaceli (ed in questo caso il La Greca, ritenevano che in epoca storica, senza peraltro specificare quale epoca storica a cui si riferisse, il livello del mare era più basso di circa mt. 1, 80. Dunque, essi ritenevano che nell’antichità, l’area delle rovine di S. Croce, il livello del mare era molto più basso dell’attuale, tanto che, il La Greca affermava che in epoca antica: “La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca riteneva che il molo frangiflutti (le pilae) e le “cammerelle”, in epoca antica non erano bagnate dal mare, ovvero erano all’asciutto. Se pur ammettendo l’evidenza geologica che nell’antichità la linea costa presentasse un andamento particolare, non mi pare possibile, invece che “un andamento particolare”, l’avesse pure la linea orografica del sottosuolo di Sapri e della baia di Sapri. Inoltre, ammettendo per buona l’ipotesi e gli studi del Toccaceli (….), da cui risuta che tutta la villa ed il molo (le pilae), rovine che insistono nell’area di S. Croce, in parte sommersi dall’acqua, siano state in epoca antica “…e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto”, mi chiedo come sia stato possibile che, la tipologia costruttiva del molo frangiflutti (dalla tradizione chiamato le “Pile” (da “Pilae”, ovvero pilone), denoti una diversa tipologia costruttiva adatta alle costruzioni marine ?. Mi spiego meglio. Dall’analisi della costruzione della Pilae, un molo frangiflutti costruito a protezione delle opere prossime alla battigia del mare a S. Croce, si vede chiaramente quale sia stato sempre il livello del mare. Le “Pilae”, di Sapri sono costituite da una porzione posta sotto l’acqua del mare e, un’altra porzione che affiora dal livello del mare, visibile al visitatore. Esse sono state costruite con due tipologie costruttive diverse tra loro. La porzione di opera sottomarina è stata infatti costruita usando una malta idraulica a base di pozzolana. Questo dimostra che i romani costruirono le “Pilae” nell’acqua delmare che, all’epoca, già era presente. Infatti, l’opera serviva a proteggere la piccola insenatura dai flutti marini, marosi, che in certi giorni di burrasca si vedono infrangersi proprio verso la Pilae. Dunque, se a S. Croce, il livello del mare è stato, come io credo, almeno dall’epoca romana come è attualmente, ne va da se che l’ipotesi del La Greca e di altri non hanno fondamento. A S. Croce, il mare c’è sempre stato così come lo vediamo ora e con lo stesso livello. Era talmente sostanziale la presenza del mare che i romani dovettero costruire il molo frangiflutti a divesa dei venti di mezzogiorno particolarmente rovinosi nelle giornate di burrasca. Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 73 e 74, venivano pubblicati due disegni ricostruttivi della villa d’epoca romana che mostrano chiaramente la Villa disposta all’asciutto e su un pianoro leggermente rialzato rispetto alla linea della battigia del mare. La ricostruzione dell’autore dei disegni, però, nella sua ricostruzione a volo d’uccello (dall’alto) della villa di S. Croce, non tiene minimamente conto delle opere portuali, del criptoportico delle “Camerelle” e del molo frangiflutti. Le evidenze archeologiche in sito denotano, è vero, delle opere murarie ad un livello superiore a quello marino ma queste costituiscono un tutt’uno con le opere murarie sottostanti, quelle cioè che si vedono dalla battigia del mare, che sono opere portuali e che, nel caso del molo frangiflutti (detto Pila), posto un pò più avanti, erano opere costruite con le loro fondamenta nel mare stesso, dunque opere portuali.
Nel VIII sec. a.C., il Battisti si chiedeva quali i popoli che occupavano queste terre prima dei colonizzatori greci ?
Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” (stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964), di “Scidro”, a p. …. (p. 306), in proposito scriveva che: “All’avvento dei Lucani nelle loro sedi nel Cilento, sappiamo esattamente che i centri costieri di Lao, Scidro e Pixente già dai primi decenni del IV secolo « erano città lucane di nome, di usi e di costumi », il che, in parole povere, ci dice che l’occupazione lucana del Cilento può essere ascritta al secolo precedente. Fra il Cilento e Pesto, nell’occupazione lucana, vi sarebbero dunque quasi due secoli di distanza. Le vie preistoriche che solcano l’Appennino possono giustificare questo divario nel tempo che permise di anticipare l’occupazione nella piana di Paestum di fronte al Cilento. Ma è assolutamente inammissibile — e risulta anche da questa ricerca — che il Cilento non sia stato abitato prima dell’avvento dei Lucani, per quanto tale zona sia povera di risorse. Ci sono fra il Vallo di Diano e il bacino del Noce, che per Lagonero arriva a Sapri, e anche nell’interno del Cilento, attraverso Teggiano e Laurino dei collegamenti di montagna che, discendendo lungo le fiumare, portano alla costa tirrenica. Se queste permisero ai predecessori dei Lucani di raggiungere anche la sponda cilentana, non c’è un motivo per negare la stessa possibilità ai Lucani. Ricordiamoci che qui, dal primo paleolitico in poi, non sono stati riscontrati iati archeologici. Non ritengo che l’analisi toponomastica permetta altra stratografia, all’infuori della segnalazione di una possibile, ma modesta penetrazione etrusca ed una ben più palese affermazione di strati preistorici mediterranei preindeuropei. Questa penetrazione però nella toponomastica del Cilento non ha un volto: sappiamo soltanto che fra un periodo paleo-mediterraneo e quello lucano c’è un lungo intermezzo « italico ». Esistono dunque « penombre italiche » che dipendono fondamentalmente da due cause. I toponimi sono pervenuti al latino attraverso successivi adattamenti allo strato linguistico lucano, hanno perciò perduto, almeno in parte, la loro forma originaria. Il latino ha poi adattato alla sua fonetica quella lucana precedente. Rifare questo processo di adattamento è forse possibile, almeno in parte, attraverso un esame monografico dei singoli toponimi. Può darsi che ulteriori scavi, di cui abbiamo vivo bisogno, contribuiscano ad un processo di chiarificazione. Parve a chi scrive che un’esposizione globale dei nomi di luogo di una zona appartata e geograficamente definibile come il Cilento potesse servire quale primo orientamento. Questo studio non ha infatti altro scopo che quello di segnalare problemi che archeologi e linguisti dovranno affrontare, ognuno coi propri mezzi.”.
Tra il 14 e il 23 d.C., Strabone scrive la “Geographia” e ci parla di Pixo
Da Wikipedia leggiamo che la Geografia (in greco antico: Γεωγραφικά?, Gheographiká) è un’opera in diciassette libri di argomento storico-geografico, scritta in lingua greca dall’erudito greco Strabone, la cui composizione è databile tra il 14 e il 23 d.C. Tramandata nella quasi totale interezza – con la sola eccezione di qualche lacuna nella parte finale del settimo libro – la Geografia è anche l’unica opera di questo autore che ci sia pervenuta. Si conosce, infatti, l’esistenza di una sua precedente trattazione di argomento storico, la cui stesura intendeva colmare le lacune temporali precedenti e, soprattutto, successive all’arco temporale coperto dall’opera di Polibio; ma di questa estesa composizione, i Commentari storici (Ἰστορικὰ ὑπομνήματα), articolata probabilmente in ben 47 libri, non ci è pervenuto altro che il frammento papiraceo Vogliano 46, conservato presso l’Università degli Studi di Milano, a cui sono da aggiungere brevi e frammentarie citazioni riportate da lui stesso o da altri autori, in particolar modo da Flavio Giuseppe. Biagio Cappelli (…), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Riguardo i testi citati dal Cappelli nella nota (39) si tratta di: Strabone (…) e la sua ‘Geographia’. Il testo di Strabone (…)(Strabonis), lo troviamo “volgarizzato” (come scriveva il Gaetani (…), ovvero tradotto dal greco, in Francesco Ambrosoli (…), nel suo ‘Collane degli antichi storici greci volgarizzati‘, su Strabone, vedi vol. III, p. 95. Strabone è stato un noto geografo. Strabone (in greco antico: Στράβων, Strábōn; in latino: Strabo; Amasea, ante 60 a.C. – Amasea ?, tra il 21 e il 24 d.C.) è stato un geografo, storico e filosofo greco antico. La ‘Geografia‘ (Γεωγραφικά) in 17 libri inizia con un’introduzione, nei libri I e II, in cui Strabone vuole dimostrare che Eratostene ha avuto torto a invalidare l’opera di Omero dal punto di vista geografico. I libri dal III al X descrivono l’Europa, e più in particolare la Grecia antica (libri VIII-X), mentre i libri dall’XI al XVI descrivono l’Asia Minore e il libro XVII si occupa dell’Africa (Egitto e Libia). Se la sua opera, che è il trattato geografico più ampio dell’antichità, riprende talvolta testi di diversi secoli più antichi del suo, tuttavia la sua conoscenza del diritto romano applicato nelle varie città ne fa una fonte essenziale per la conoscenza dell’inizio della romanizzazione in Gallia e nella Penisola iberica, che mostra, soprattutto nei libri III e IV, come a seguito dell’acculturazione graduale delle popolazioni, si stesse sviluppando in queste regioni una nuova, specifica cultura. A differenza della geografia tolemaica, improntata su uno studio ed una analisi più rigidamente matematiche, la Geografia di Strabone presenta un impianto più storico-antropologico. Strabone ci parla del promontorio di Palinuro nel libro VI della sua “Geographia”. L’opera di Strabone (…), il testo di Strabone (…)(Strabonis), lo troviamo “volgarizzato” (come scriveva il Gaetani (…), ovvero tradotto dal greco, in Francesco Ambrosoli (…), nel suo ‘Collane degli antichi storici greci volgarizzati‘, su Strabone, vedi vol. III, pp. 93-94. Mario Napoli (…), nel suo capitolo “Il territorio di Velia e Palinuro”, a p. 165 ci parla di Pixous: “Da questo momento passerà a discorrere, con passaggio improvviso, che gli è comune, di Pixus e delle città lungo la costa. Sembra quindi evidente che per Strabone, Palinuro faccia parte del territorio di Velia”. Il Napoli, a p. 169 continua il suo racconto nel capitolo: “Da Pixunte a Reggio”, e scriveva che: “Vediamo, però, cosa ci dice Strabone: “Dopo Palinuro la rocca, il porto e il fiume Pyxus; unico, infatti, è il nome di tutti e tre. La popolò Micito, il signore di Messene in Sicilia, ma gli abitanti andarono via di nuovo, tranne pochi. Dopo Pyxus un altro golfo e il fiume e la città di Laos, ultima tra le città lucane, poco elevata sul mare, colonia di Sibari a 400 stadi da Elea. Tutta la costa della Lucania è lunga 650 stadi. A breve distanza (da Laos) vi è l’heroon di Draconte, uno dei compagni di Odisseo, per il quale gli Italioti ebbero questo oracolo. “Molta gente perirà un giorno presso Draconte di Laos”. E, infatti, ingannati dall’oracolo, dopo aver combattuto contro Laos i Greci d’Italia, subirono una cattiva sorte da parte dei Lucani. (VI, 1). Queste, dunque, sono le terre dei Lucani lungo la costa tirrenica. (VI, 2). I Brettii tengono il tratto di costa successivo sino allo Stretto di Sicilia, per una distanza complessiva di 1350 stadi. (VI, 4). Prima città dei Brettii dopo Laos è Temesa, fondata dagli Ausoni etc…”. Ecco ciò che scrisse il geografo Strabone secondo la traduzione di Mario Napoli. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “L’antica Bussento – oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale”, a p. 11, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “Il viaggiatore di Amasia, che dall’Armenia descrisse insino ai confini della Tirrenia posti dirimpetto alla Sardegna e mosse dall’Eusino a quelli dell’Etiopia, il geografo Strabone, l’autorità del quale in tel genere di cose è superiore ad ogni altra, chiaramente determina il Bussento così: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi” (segue trascrizione del testo in greco) (9). “Μετα δε Παλιονουρον Πυξους αχρα, χαι λιμην, χαι τοταμος. εν γαρ των τριων ονομα. ωχχσε δε Μιχυθος, ο Μεσσηνης αρχων της εν Σιχελια, παλιν δ απηραν οι ιδρυθεντες πλην ολιγων.”. Si ponga ben mente che il greco scrittore, qui nell’assegnare i confini della Lucania marittima discende dall’occidente all’oriente; dalle foci del Silari vien giù a Poseidonia, all’Isola di Leucosia, al golfo Posidonate, a Velia; ed all’oriente, “appresso, al tergo, dietro” (nel passaggio da un luogo ad un altro, questo significato ha la particella greca ……, usata nel testo) dopo il promontorio, che dal timoniere di Enea “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”, egli il geografo, ritrova il promontorio ‘Pixo’ (μετα Παλινουρον Πυξους ), il porto ( χαι λιμην ), ed il fiume (χαι ποταμος ), tutti e tre luoghi omonimi (εν γαρ των τριων ονομα ); etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc….”, a p. 49, in proposito scriveva che: “Parallelamente fiorirono le industrie locali: le saline (49), la salgione dei pesci (tonni, alici)(50), la preparazione del locale gustoso garum e di odorosi unguenti dai fiori che la provvida natura vi profondeva.”. Ebner, a p. 49, nella nota (48) postillava che: “(48) Svet., Claudio, 18”. Ebner, a p. 50, nella nota (49) postillava che: “(49) Già in età greca erano stati utilizzati i dislivelli lacunari a nord e a nord-ovest della città per allogarvi le saline. Il prezioso sale, trasportato nell’interno atraverso l’omonima strada, costituì fino ad epoca tarda uno dei più preziosi mezzi di scambio con le popolazioni della Valle del Tanagro.”. Ebner, a p. 50, nella nota (50) postillava che: “(50) Ne è notizia in Strabone, VI, 252 c. Tonni delle tonnare di Palinuro; le alici, ad Ascea, ancora qualche anno fa erano dovunque richieste. Oltre la salatura dei pesci, a Velia era sviluppata anche l’industria della concia dei cuoi. Un’industria tradizionale e praticata fino ai primi del corrente secolo. Velia esportava ancora vino e olio anche in Etruria. RSS 1965, p. 37 sgg. Per gli attivissimi rapporti commerciali Paestum-Velia, v. “Studi Lucani”, I, 3 RIN 1966, p. 9 sgg. e 1970 p. 19 sgg.”.
LE ISOLE ENOTRIDI DAVANTI LA CITTA’ DI ELEA (VELIA)
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 727 parlando di Velia riferendosi ai saggi esplorativi di Mario Napoli, in proposito scriveva che: “…Si tornò sul pianoro del versante settentrionale della collina, a cercare, con altri tratti di mura, la via che avrebbe dovuto attraversare la supposta porta a nord della città. Apparvero le tracce di una strada extra urbana in rapido pendio che portava al vicino rotondo porto alla foce del Palistro; strada che doveva proseguire anche per quello più lontano, alla foce dell’Alento, sul versante occidentale della Tempa Malconsiglio – innanzi gli Enotridi, gli isolotti che per Plinio ‘argumentum possessse ad Oenotriis Italiae (39) – , sulla quale l’aereofotografia aveva mostrato l’esistenza di una necropoli spiegabile solo se di tipo misenate. Lì il secondo porto sicuro, perchè anch’esso protetto dai forti venti meridionali, che Cicerone disse lontano tremila passi dalla città e dove vide alla fonda la nave di Verre onusta di preda siciliana (40).”. Ebner, a p. 727, nella nota (39) postillava: “(39) Plinio, N. H., 17. 8.5. Sui porti velini: Virgilio, Enerid., VI, 366.”. Ebner, a p. 727, nella nota (40) postillava: “(40) Cicerone, Ad. Famil., XVI 7; In Verrem, III.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, p. 527 parlando di Ascea, in proposito scriveva che: “Non è da escludere, piuttosto, che il toponimo derivi da “Isacia”, una delle due isole (Enotridi) ricordate da Strabone e da Plinio (3) che erano nel seno velino, poi sommerse dal succedersi delle alluvioni che hanno spostato la foce dell’Alento a oltre tre km. dal porto, dove Cicerone vide la nave di Verre colma di prede siciliane (4).”. Ebner, nel vol. I, a p. 527, nella nota (3) postillava: “(3) Strabone, VI, 1,1 C 252. Plinio, N. H. III, 85: ‘Contra Veliam Pontia et Isacia utraeque uno nomine Oenotrides, argumentum possessae ab Oenotriis Italiae’.”. Ebner, nel vol. I, a p. 527, nella nota (4) postillava: “(4) Cicerone, II, 5. 44: ‘haec navis onusta praeda Siciliensi (….) Eam navem egomet vidi Veliae…’.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 34-35, in proposito scriveva che: “Di fronte a Velia e alla foce dell’Alento la tradizione letteraria ricorda due isolotti (‘Oenotrides insules’): Pontia e Isacia, ambedue provvisti di porti (4). Secondo i topografi Ponzia è riconoscibile in uno scoglio sottomarino 3 km. a sud di Velia e Isacia è localizzata 5 km. a sud di Velia, all’altezza di Ascea (5).”. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Strabone, VI, 252: “Ελεατις αι Οινωτριδες νησοι δυο, υφορμους εχουσαι; Plinio, III, 7, 85: “contra Veliam Pontia et Isacia, utraeque uno nomine Oenotrides, argumentum possessae ab Oenotris Italiae”.”. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Corcia, o. c., III, p. 54 e Nissen, o. c., II, p. 897.”. Mario Napoli (…), nel suo capitolo “Il territorio di Velia e Palinuro”, a p. 165 ci parla di Virgilio e di Palinuro: “Infatti, Strabone dice, dopo di aver narrato l’episodio della fondazione, che “la città dista da Posidonia 200 stadi. Dopo Elea è il promontorio di Palinuro. Di fronte al territorio di Elea ( προς του ‘Ελεατιδος ) le due isole Enotridi, fornite di ancoraggi”. E’ proprio questo il programmato modo di procedere di Strabone nella sua descrizioone dei luoghi: infatti, egli prima prima parla di un tratto di costa geograficamente e politicamente definito, e poi ricorda le isole che si trovano di fronte a questo tratto di costa. Nel caso in esame ha prima chiuso il suo discorso sulla costa velina, comprendendovi Palinuro, e poi ha fatto cenno alle isole Enotridi;…”.
ENOTRI
Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ed è significativo appunto che quello era il paese del vino o delle viti. Ed è verisimile che quando i coloni greci vennero nella nostra penisola, vi abbiano trovato il popolo degli Enotri e che quindi siano riusciti ad assoggettarlo nelle regioni costiere ove sorse la Magna Grecia. Erano gli Enotri, non v’è dubbio della stirpe che noi chiamiamo italica, e quindi parenti degli Ausoni e degli Opici (1); e non sappiamo se la tradizione latina che li metteva in relazione con i Sabini, i quali nel loro nume progenitore Sabus vedevano il coltivatore di viti o il vendemmiatore, non riflettesse una originaria affinità con quella gente da cui, come si è visto, si facevano derivare i Sanniti. Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).“. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Ed. Meyer ‘Gsch. d. Alt. II p. 494”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969 e poi ristampato nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, a p. 89, nel suo capitolo dedicato a “Popolazioni italiche all’arrivo dei Greci”, in proposito scriveva che: “E’ proprio degli Enotri che si può, forse, cominciare a tracciare un tentativo di ricostruzione storica, con l’ausilio delle recenti indagini archeologiche. Un’ampia regione, che ha come confini orientali il Bradano e settentrionali l’Ofanto, e che si estende sino al mare Jonio e al Tirreno, all’incirca coincidente con i confini normalmente assegnati all’Enotria, presenta, a partire dalla fine del nono o i principi dell’ottevo secolo avanti Cristo, un aspetto culturale molto omogeneo, caratterizzato da una ceramica geometrica tutta particolare, aspetto culturale che, da un particolare motivo decorativo della ceramica, chiamiamo ‘decorazione a tenda’. Vedremo meglio quest’area quando discorreremo delle regioni interne della Magna Grecia; segnaliamo per ora che i rinvenimenti di Cancellara, Melfi, Pietragalla, Serra di Vaglio, nel potentino, di Sala Consilina, nel Vallo di Diano, di Palinuro, sul Tirreno, documentano l’unità e l’estensione del territorio enotrio.”. Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, ed. Palladio, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “Alcuni storici (14) asseriscono che col termine “lucani s’intendevano più tribù di origine sannitica, inviati come coloni nell’Italia Meridionale per controllare questa regione e/o, anche, per contrapporsi, come poi fu, alla colonizzazione greca, atteso che sin dal II millennio a.C. c’erano frequentazioni micenee in questa zona per scambi commerciali”. Plinio (15) scrive che l’Italia meridionale era tenuta dai Pelasgi, dagli Enotri, dagli Itali, dai Morgeti, dai Siculi e in seguito dai Lucani nati dai Sanniti, comandati da Lucio da cui il nome. Già con questo autore latino i confini della Lucania sono più certi: dal Sele in giù con l’oppidum di Paestum, Velia, Buxentum (già Pyxous), Lao. Strabone asserisce lo stesso (16). Quest’ultimo si riferisce a Timeo, a Posidonio e ad Eratostene, il grande geografo-bibliotecario di Alessandria del secolo III a.C. Ecc…“. Il Gentile, in questo passaggio, parlando dei popoli pre-Italici o italioti, fa un richiamo ai Morgeti ed ai Siculi. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del Pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “In prosieguo, nel secolo VIII avanti l’era volgare, quivi approdarono le prime colonie Elleniche, che fondarono fiorenti e rinomate città sulle spiagge del Ionio: Sibari, Turii, Siri, Eraclea, Pandosia e Metaponto; e sulle rive del Tirreno: Posidonia, Velia, Palinuro, Molpa, Pixo e Lao, onde la regione fu denominata nobilmente Magna Grecia…….e ricordare che altri popoli, degni di nota nella storia cittadina, furono i popoli Sirini, o figli dell’antica Siri, la bella città italiota che fiorì alla destra del Sinni fra Novasiri e Rotondella, e che vuolsi fondata da alcuni profughi Troiani. Già s’è riferito nel cap. XV che la città di Siri abbia preso il nome dal fiume Siris o Sinni, e che l’etimologia originaria di questo sia derivata dalla radice sanscrita, sar, fluere, scorrere. Quando poi la città di Siri nel secolo V a.C. fu vinta e distrutta dai Tarantini, gli abitatori, cacciati dal loro territorio detto Siritide, furono costretti ad emigrare, e risalendo il corso del fiume Siri, o Sinni, vennero a chiedere ai barbari dell’Enotria qualche lembo di terra, che la fraterna gente dell”Ellade aveva loro negato…..e dal nome della madre patria furono detti Popoli Sirini, e diedero, alla loro volta, il nome al monte Sirino, attorno a cui avevano preso stanza. D’essi fa pure menzione Plinio noverandoli fra gli undici popoli Lucani. A tal proposito scrive il Corcia nella Storia delle due Sicilie (Vol. III, p. 310): “Poichè di Siri appena rimanevano le rovine ai tempi di Plinio, i Popoli Sirini, di cui parla il geografo e che dal fiume stesso si nominarono, nei primi tempi dell’Impero sono da supporre nella parte superiore del suo corso, dove forse abitarono spicciolati in villaggi, come rimane tuttavia l’antico suo nome al monte Sirino sopra di Lagonegro, nella cui parte orientale ha le fonti”. V- All’immigrazione degli Enotri, degli Elleni, e degli altri popoli minori, tenne dietro, nel VI secolo a.C. quella più numerosa e forte dei Lucani. Appartenevano questi alla razza Sabellica o Sannita o Sabina, e provenivano dal Sannio, o meglio dalle vicine sponde del Silaro o Sele. Nel distaccarsi , per cresiuta popolazione, dai padri Sanniti, presero allora il nome di Lucani, o dal loro duce Lucio o Lucilio, come riferisce Plinio, o dal vocabolo greco ………lupo, col poco leggiadro significato di terra di lupi, o dal vocabolo latino lucus, bosco, quasi terra di boschi, o, infine dall’altra parola sabellica o latina lux, luce, cioè terra posta verso la plaga del cielo, onde loro veniva la luce, o terra orientale, perchè, scrive il Racioppi, “i Lucani, mossi dalle regioni abitate dalle stirpi osco-sabelliche, per occupare le terre poste alla sinistra del fiume Silaro, vennero in un paese, che è posto appunto all’oriente delle sedi originarie, onde essi uscirono”. (Vol. I pag. 14). Di qui il motto fatidico di Strabone, quasi simbolo di civiltà e di progresso: ‘Non a Lucio, sed a luce!’. “Allorchè i Sanniti – scrive il barone Antonini nell’opera succitata – per alleggerire di gente il loro paese mandarono i propri figliuoli in questa regione, la trovarono abitata dagli Enotri, da altri Greci e dai Coni, onde furon costretti, con lunga guerra, da essa cacciarli”. E infatti, come gli Enotri avevano respinto a sud i Siculi, sovrapponendosi ad essi, come i lucani, più valorosi, forti e audaci, soggiogarono e respinsero gli Enotri, estendendo rapidamente le loro conquiste fino all’estremo della penisola, fin nel paese dei Bruzii, donde, in seguito dovettero ritirarsi.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 274 e ssg., nel cap. “I popoli che i greci trovarono nell’Italia meridioale”, in proposito scriveva che: “I. Nella religione e nella mitologia dei coloni greci non si riscontrano che tracce assai tenui della civiltà dei popoli che li precedettero nelle religioni costiere dell’Italia Meridionale; e di codeste vestigia ci siamo via via occupati di proposito nel corso del nostro lavoro. Qui possiamo che riassumere e coordinare il già detto. Il popolo Illirico che, col nome comprensivo di Iapigio, occupava, intorno al 700 a.C., tutta la regione ad oriente del Bradano ecc…3. Ma ecco che, a sud di Crotone le cose cambiano nuovamente aspetto e si ripete uno stato di fatto quasi identico a quello da noi osservato sulle coste apule e salentine. Dopo la fondazione di Crotone, sembra che i coloni greci non vogliano spingersi più a sud, nel Bruzio. Ecc…Chi era dunque codesti barbari, fieri avversari dei Greci, dai quali del resto profondamente differivano per costumi e per istituzioni ? Le poche fonti che ricordano gli abitanti di quell’estremo lembo della penisola, li chiamano Siculi (Thuc. VI, 2, 4; Polyb., XII 5, 10; Polyaen., XII 6) o Itali, ed ascrivono loro origine enotrica (Ant. apd. Dionys. Halic. I 12); e i moderni studiosi non credono si debba negare del tutto fede a queste notizie, e ammettono in generale che la gente enotrica (di stirpe della Lucania e del Bruzio (Mayer, II 494; Pais, p. 34 sgg.; De Sanctis, I 98. 108) che, oltrepassato lo stretto di Messina, avevano dato anche alla Sicilia la sua popolazione italica (Pais, p. 49. 390; Busolt, I(2) 405; Orsi, Saggi Beloch (Roma 1910), p. 155 sgg.: alquanto diversamente Mayer, Apulien, p. 329 sgg.)(1). Noi per altro, studiando le vestigia che questa gente ha lasciato della sua civiltà fra i coloni greci venuti ad abitare nel Bruzio meridionale, vi abbiamo sorpreso elementi che contrastano notevolmente con quanto conosciamo della cultura degli ario-italici ecc…Di fronte a ciò, non resta che ammettere che le popolazioni enotriche, venute a stabilirsi nell’estremità sud-occidentale dell’Italia, abbiano ivi appreso a praticare istituzioni e costumanze proprie delle genti pre-arie che abitavano quella regione (2). Sulla stirpe di questo popolo pre-italico del Bruzio meridionale è inutile per noi indagare; giacchè la notizia di Filisto (apd. Dionys. Halic. I 22; cfr. Sil. Ital., XIV 37), secondo la quale i Siculi cacciati dall’Italia erano affini ai Liguri, non riceve dalle odierne ricerche altro appoggio all’infuori di quello, certamente non decisivo, di alcuni riscontri toponomastici (letteratura del Pais, p. 56, n. 4; cfr. p. 73. 492 sgg.; cfr. De Sanctis, I 61 sgg 66). E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo – a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 3 e ssg. nel cap. I: “Degli antichi Abitatori della Lucania etc…”, in proposito scriveva che: “Questa contrada d’Italia, che per avviso di Pomponio Mela (b), e di Strabone (c), estendevano il loro Imperio dal Promontorio di Minerva fino a Metaponto alle sponde del mar Ionio, fu felicemente negli antichi Secoli dagli Enotrj dominata, Popoli che traevano l’origine dall’Arcadia: Vennero costoro sotto la condotta di Enotro ultimo figlio di Licaone Re di quel Regno, il quale non per desio di gloria, ma per ambizione di signoria, su ben corredate navi qui si condusse, come per testimonio di Pausania (a), ed occupando alla prima questa Regione estese in appresso il suo dominio in molti luoghi d’Italia, che dall’Imperio di tal principe nominossi Enotria, discacciandone gli antichi abitatori detti Sicoli, ed Aborigeni, gente d’incognita origine, senza legge, ed all’intutto selvaggia, come avvisarono Alicarnasseo (b), Sallustio (c), e Cajo Sempronio (d). Ma la felicità degli Enotrj, che cinquecento-cinquanta anni prima delle Trojane sventure avean quivi per più Secoli tranquillamente regnato, venne disturbata da’ Sanniti, Gente feroce, e guerriera, che condotti sotto le bandiere di Lucio lor Capitano, …..che ora avanti Lucani chiameremo etc…”. Il Gatta, a p. 3, nella nota (a) postillava: “(a) Paus. “Natt minimus Aenotrus, pecunia, et viris a fratre Nyctimo acceptis in Italiam transmigravit, a quo fuit Terra de Regis nomine Aenotria vocitata, atque haec prima a Graecis Colonia deducta.”.”. Il Gatta, a p. 3, nella nota (b) postillava: “(b) Halicarnas. Primi omnium meoriae mandatum Barbari quidem fuerunt, Gens indigna, Siculi dicti, multa quoque Italiae loca obtinentes, quorum non pauca, nec obscura monumenta usque ad haec tempora permanserunt.”. Il Gatta, a p. 3, nella nota (c) postillava: “(c) Salust. in Catilin. Genus hominum agreste, fine legibus, fine imperio, liberum atque solotum.”. Il Gatta, a p. 3, nella nota (d) postillava: “(d) Cajo Sempronio nella descrizione d’Italia, parlando di questa Regione espresse: Primieramente la tennero gli Ausoni, indi gli Aborigeni Greci, dopo Enotro Arcade, da quali chiamavasi Magna Grecia, e ‘l medesimo; da Velia a Silare fiume abitavano i Lucani da Lucio de’ Sanniti Principe nominati.”. Il Gatta, a p. 4, nella nota (a) postillava: “(a) Strab. al lib. 6 facendo parola della giurisdizione degli Enotri esprime: Chones, et Aenotri loca ipsa colebant, cum autem res Sannitica eo magnitudinis venisset, ut et Chonos, et Aenotrios ejecissent, Lucanos eam in partem Samnites Colonos deduxerunt. Qual conquista è facile avvenisse prima della Olimpiade XLVIII. imperocchè presso Laerzio vi è memoria che insegnando Pitagora in Metaponto, i Lucani frequentavano la di lui scuola: Adibant illum disciplina, studiorumque caussa Lucani.”. Da Wikipedia leggiamo che l’Arcadia (in greco antico: Ἀρκαδία?, Arkadía) è una regione storica dell’antica Grecia, corrispondente al Peloponneso centrale e avente come capitale Tripoli. Prende il nome da Arcade, personaggio mitologico. Dunque, secondo il Gatta, gli Enotri, ed il re Enotrio proveniva dal Peloponneso. Il Gatta scriveva che gli Enotri furono conquistati dai Sanniti (che chiama anche Lucani). I Lucani sopraffassero le città magno-greche della costa Tirrenica e Ionica. Secondo il Gatta, gli Enotri provenienti dalla Grecia conquistarono le popolazioni dei Siculi. Essi vennero in Italia, ivi condotto da Enotro, ultimo figlio del re Licaone. Da Wikipedia leggiamo che Licaone (in greco antico: Λυκάων?, Lykáōn) è un personaggio della mitologia greca. Fu sovrano dell’Arcadia e fu ritenuto in quasi tutte le versioni del mito come un uomo empio. Licaone fu padre ditantissimi figli tra cui l’ultimo Enotro. Enotro (in greco antico: Οἴνωτρος?, Oínotros) è un personaggio della mitologia greca. Si trasferi nel sud dell’Italia e divenne eponimo dell’Enotria (1). Fu il più giovane dei figli di Licaone ed insoddisfatto a causa della divisione del Peloponneso tra i suoi cinquanta fratelli, chiese al fratello Nittimo uomini e denaro e si trasferì nel sud dell’Italia assieme al fratello Peucezio. Secondo le tradizioni greca e romana, questa fu la prima spedizione dalla Grecia per fondare una colonia ed avvenne molto prima della guerra di Troia ed il successivo viaggio di Enea. È considerato l’eponimo di Oenotria (in greco: Οἰνωτρία), dando il suo nome alle zone meridionali della penisola italiana ed agli Enotri. La nota (1) postilla di (EN) Pausania il Periegeta, Periegesi della Grecia, VIII, 3.5. e, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 9.11 (LacusCurtius). Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc..”, a p. 9, nella nota (2), in proposito scriveva che: “(2) Informa Dionisio (I, 12, I) che Enotro, occupate le coste occidentali d’Italia, avesse elevato centri piccoli e fortificati sempre tra i monti.”. Alfonso Mele (…), invece cita lo scrittore Antioco di Siracusa. Dionigi di Alicarnasso basandosi sullo scritto di Antioco. Figlio di Senofane, è stato il primo storico della Sicilia greca, e secondo diversi storici fu anche il primo storico dell’Occidente greco. Scrisse in dialetto ionico. Gli si attribuiscono le prime opere che raccontano le vicende fondative e leggendarie della Sicilia e dell’Italia, a noi note unicamente in quanto citate da autori posteriori. È opinione diffusa e accettata il considerare che lo storico ateniese Tucidide, nello scrivere le più antiche notizie relative alle fondazioni della Sicilia nella sua Guerra del Peloponneso, abbia attinto alle opere di Antioco. Alfonso Mele (….), nel suo “Le popolazioni dell’Arcaia Itaìa”, a p. 167, in proposito scriveva: “Archaia Italìa era stata secondo Antioco (1) e Strabone (2), l’Oinotrìa, a partire dal Sele e fino al Bradano: Enotri, dunque, gli abitanti. L’insieme di queste popolazioni è stato già da noi preso in considerazione nei due volumi Il mondo enotrio tra VI e V secolo a.C. (3) Tornare sul tema oggi obbliga a tener conto di quanto la ricerca archeologica è venuta ancora a precisare e del dibattito che ne è seguito sul valore da attribuire alle varie fonti e all’insieme della documentazione oggi disponibile.”. Il Mele, a p. 167, nella nota (1) postillava: “Antioc., FGrHist 555, frr. 2, 6, 9”. Il Mele, a p. 169, in proposito scriveva: “Gli Enotri, nella documentazione che ne è rimasta, rappresentano quella parte del mondo italico connessa col racconto della nascita e della storia delle colonie elleniche della Magna Grecia, tramontata quest’ultima tra la fine del VI e la prima metà del V sec. a.C., con l’emergere delle popolazioni osche, Campani, Sanniti, Lucani, Brettii (11). Sul loro conto il conforto delle fonti archeologiche, epigrafiche e numismatiche, letterarie non manca del tutto e rende comunque conto della percezione di tali realtà che le varie città greche, a contatto con quei contesti, dovevano per forza possedere. L’Oinotrìa, secondo Antioco, comprendeva tutto un insieme di popolazioni, distribuite nello spazio che andava dal fiume Sele e da Poseidonia fino a Metaponto e al golfo di Taranto (12); esse erano, dunque, quelle incontrate, al momento del loro insediamento in Italia meridionale, dagli Achei così come dai Locresi e dai Calcidesi di Reggio. La loro presenza in quest’area è confermata nella Lucania, per Elea, nella Calabria tirrenica e nel Reggino, sulla costa ionica, per tutto lo spazio dalla Locride e dalla Crotoniatide fino alla Sibaritide, alla Siritide e al Metapontino. L’area è quella dell’antica Italìa, intesa come terra di Oinotroi e, quindi, corrispondente all’Oinotrìa (13). Al suo interno appaiono, nello stesso Antioco, articolazioni, come Ausoni, Siculi, Morgeti e Choni: è chiaro, dunque, che Oinotrìa è una definizione comprensiva di diverse realtà locali, le quali tutte confluivano nell’unica definizione di Enotri (14). Su questa stessa linea si muove anche Aristotele che nello spazio dell’Oinotrìa-Italìa colloca, da un lato, Ausoni/Opici, dall’altro, Choni (15). Indizio primo di questa articolazione è l’archeologia dell’Italia così come queste stesse fonti, Antioco e Aristotele, la ricostruiscono. L’Oinotrìa resa Italìa da Italo, si limitò dapprima alla Brettia meridionale, la punta dello stivale, fino all’altezza dell’istmo tra i due golfi Napetino/Lametino e Scilletico (16); a questo primo nucleo se ne aggiunse un secondo, la Chone o Chonia (17), costituito dalla paralia a N del golfo Scilletico e fino a Metaponto. Questa seconda Italìa, pure opera di Italo, una volta che, secondo Antioco, le sia stata sottratta Taranto (18), in quanto comprendente il più delle colonie greche d’Italia, coincideva con la cd. Megale Hellas (19) ed era perciò nel suo insieme il prevalente e vero oggetto dell’interesse dello storico siracusano (20). Un’ulteriore espansione si era poi verificata ad opera del successore di Italo, Morgete, presso cui da Roma era venuto anche Sikelos: il confine dell’Italìa si era allora esteso dal Sele al Bradano, lungo l’istmo, dal golfo di Poseidonia a quello di Taranto (21). Quest’Oinotrìa-Italìa, stratificata, dunque, già nella sua versione originaria, si disarticola ulteriormente se rapportata alle altre, coeve o posteriori, notizie delle altre fonti. Un primo problema è quello posto dagli Ausoni. Antioco ignora il problema, distinguendo all’interno del blocco enotrio, accanto a Italietes, la creatura originata da Italo, solo Morgeti, Siculi e Choni (22). Ma a S di Laos e, dunque, all’interno della seconda Italìa enotria (23), Temesa restava enotria per gli scoliasti odissaici, mentre per gli Achei era fondazione degli Ausoni (24). Etc…”. Carlo Battisti (…) diceva, tra l’altro: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi.”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”.
I CONI
Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 180 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Il nostro Falcone riferisce che “tuttochè siano trascorsi più di due mila anni, a questi abitatori di Nerulo è rimasta fissa la tradizione continuata e non interrotta, che i fondatori di questa patria furono alcuni fuggitivi o banditi” – che egli suppone provenienti dalla distrutta Velia, ovvero dai Coni, i quali erano pure quivi accasati assieme con gli Enotri. Noi non possiamo andare tanto oltre, poichè, fuori della sufferita ragione filologica, nessuna altra guida abbiamo nel tenebroso cammino circa la fondazione e la denominazione dell’antico Nerulo.”. Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – appunti di Storia e Geologia”, ed. Galzerano, a p. 22 parlando degli Enotri, in proposito diceva: “Alle considerazioni di Antonini bisogna aggiungere che, a quei tempo, nel Cilento si stanziarono i Coni, che erano coloni greci di origine achea sbarcati in Puglia dopo la guerra di Troia e penetrati all’interno dell’Italia meridionale. Ancora oggi moltissimi abitanti di Sicilì e di Morigerati portano il nome di Cono e, per quanto più recente dominazione bizantina abbia introdotto nel nostro territorio altri nuovi nomi di origine greca, è indiscutibile che il nome Cono costituisce l’estrema vestigia di quelle ben più lontane presenze umane.”. Il Pesce riferisce dei Coni, e fa riferimento alla colonia magno-greca di Velia. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 718, in proposito scriveva che: “…che, gli scavi odierni hanno confermato, di un abitato preesistente all’arrivo degli esuli Ioni di Focea…..Tutto lascia credere che sulle rive di quelle insenature già in età tardo-micenea fossero approdati spericolati navigli egei giunti in Italia “a cercar metalli”(15) e minerali preziosi, come l’allume.”. Il Magaldi, a p. 719, nella nota (15) postillava: “(15) P. Ebner, Il mercato dei metalli, cit., p. 111 sgg.”. Alfonso Mele (….), nel suo “Le popolazioni dell’Arcaia Itaìa”, a p. 169, in proposito scriveva: “Su questa stessa linea si muove anche Aristotele che nello spazio dell’Oinotrìa-Italìa colloca, da un lato, Ausoni/Opici, dall’altro, Choni (15).”. Il Mele, a p. 169, nella nota (15) postillava: “(15) Arist., Pol. 1329, B 8-23”. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 3 e ssg. nel cap. I: “Degli antichi Abitatori della Lucania etc…”, nella nota (d) postillava: “(d) Cajo Sempronio nella descrizione d’Italia, parlando di questa Regione espresse: Primieramente la tennero gli Ausoni, indi gli Aborigeni Greci, dopo Enotro Arcade, da quali chiamavasi Magna Grecia, e ‘l medesimo; da Velia a Silare fiume abitavano i Lucani da Lucio de’ Sanniti Principe nominati.”. Si tratta di Gaio Sempronio (….), e la sua “Descrittione dell’Italia”. Il Gatta, a p. 4, nella nota (a) postillava: “(a) Strab. al lib. 6 facendo parola della giurisdizione degli Enotri esprime: Chones, et Aenotri loca ipsa colebant, cum autem res Sannitica eo magnitudinis venisset, ut et Chonos, et Aenotrios ejecissent, Lucanos eam in partem Samnites Colonos deduxerunt. Qual conquista è facile avvenisse prima della Olimpiade XLVIII. imperocchè presso Laerzio vi è memoria che insegnando Pitagora in metaponto, i Lucani frequentavano la di lui scuola: Adibant illum disciplina, studiorumque caussa Lucani.”. Da Wikipedia legiamo che i Choni (o Coni o Caoni o Kanes) sono un’antica popolazione italica considerata una variante etnica degli Enotri, la popolazione che i coloni greci incontrano nell’Italia meridionale durante la seconda colonizzazione greca avvenuta nel VIII sec. a.C. Antioco indica che nell’ambito della popolazione enotrica, i Choni hanno un’identità ed un ordinamento proprio, non derivante dalla disarticolazione del mondo italo-enotrio verificatasi una volta avvenuta la successione di Morgete a Italo, come avvenuto con i Morgeti ed i Siculi (1). Questa specificità dell’ethnos emerge anche dalle altre testimonianze su di essi. Le fonti achee facevano risalire all’acheo-ftiota Filottete, reduce da Troia, la nascita dell’ethnos. Nella Siritide si parlava per loro di origini o commistioni con i Troiani. Necessita, dunque, anche in questo caso, distinguere dagli Oinotroi propriamente detti, una popolazione semplicemente enotria e con una sua autonoma storia (1). I Choni occuparono un’ampia area della Calabria ionica settentrionale, da Metaponto fino a Crotone (2), e si caratterizzarono per una cultura funeraria che vede inumare i propri cari non distesi supini con le gambe leggermente flesse, ma rannicchiati su di un fianco, secondo l’uso dei loro vicini della Puglia, gli Iapigi, oltre che della presenza di enchytrismoi anche in area di abitato (3). L’origine dei Choni viene riconosciuta dalle tradizioni storico-letterarie nell’orizzonte leggendario dei contatti con il mondo egeo-miceneo che rinviare le narrazioni mitiche dei « ritorni » di eroi greci dalla spedizione contro Troia, che avrebbero fondato nelle regioni chonio-enotrie diverse città, come Nestore a Metaponto o Epeo a Lagarìa o Filottete a Chone, Krimisa, Petelia, Makalla (4). In seguito alla fondazione e sviluppo delle colonie magno-greche dall’VIII sec. a.C. i Choni perdono progressivamente la propria identità «indigena», condizionata progressivamente dal processo di acculturazione e di ricezione dei modelli culturali di matrice ellenica. Dalla prima metà del V secolo a.C., l’adozione di modelli e pratiche religiose elleniche, attestata archeologicamente, con evidenti ricadute in ambito sociopolitico, conclude il processo di integrazione culturale avviato diversi secoli prima (5).
NECROPOLI DI ROCCAGLORIOSA
Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Fu la studiosa transalpina Juliette de la Geniere che per prima, oltre trent’anni or sono, effettuò una prima ricognizione di tutta la zona alla ricerca di antichi abitati indigeni databili dal VI al V secolo a.C. (3). Lungo l’antico percorso carovaniero che in epoca arcaica unica il sudovest del Vallo di Diano col Tirreno meridionale la ricercatrice francese riconobbe il sito di tre probabili abitati indigeni di notevole funzione strategica: di Sontia nell’alta Valle del Bussento, del monte San Michele (a sud di Caselle) nel medio corso, di Roccagloriosa nell’ultimo tratto. La groppa di Sanza apparve alla studiosa come “il luogo più favorevole”(4) per un insediamento a guardia del trivio carovaniero (a sudovest dell’abitato, infatti, la carovaniera proveniente dal Vallo meridionale attraverso la piana del Lago subiva un’importante diramazione: piegava a sud per Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum, ad ovest per Molpa e Palinuro attraverso Rofrano Vetere e lungo il corso del Faraone/Mingardo)(5); del secondo abitato dopo quello di Sontia, che, secondo la de La Geniere, doveva sorgere sul monte San Michele “dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri”, furono rinvenuti molti frammenti di tegole d’epoca ellenistica (6); del terzo, infine, precisato sulla cresta rocciosa, lunga due chilometri da nord a sud, tra gli attuali paesi di Castel Ruggero e Roccagloriosa” (7), la studiosa raccolse pezzi di tegole antiche e frammenti di vasi a vernice nera risalenti alla fine del VI o al principio del V sec. a.C., ed altri ancora d’epoca ellenistica. Se questa è la situazione, in epoca arcaica il centro indigeno del San Michele costituì allora il primo nucleo abitato della zona, anteriore sia al centro lucano di ‘Laurelli’ sia, ovviamente, a quello medioevale dell’attuale Caselle in Pittari. Probabile testimonianza dell’abitato arcaico sono alcuni nuraghi in miniatura – sfuggiti all’indagine della studiosa transalpina – che – sorgono sulla sommità del San Michele: tumuli di pietre grezze riproducenti ambienti angusti in cui, forse, si seppelivano i defunti in posizione rannicchiata. Bel tre villaggi, dunque, tutti in posizione strategica, a difesa d’un perscorso carovaniero non lungo ma certo vitale per la sopravvivenza delle popolazioni dell’entroterra bussentino e del Vallo di Diano. Da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum le carovane risalivano il corso del Bussento attuando la prima tappa a Roccagloriosa (il centro che, secondo Mario Napoli, era il più accreditato non solo per difendere l’ingresso della Valle del Mingardo e del Bussento ma anche per essere centro di raccolta e di scambio delle merci )(8), dove trovavano un’importante diramazione: procedevano verso nord lungo il corso del Faraone in direzione di Rofrano Vetere e della Croce di Pruno (passaggio obbligato per immettersi nella Valle del Calore)(9), piegava ad est verso la confluenza dello Sciarapotamo (ξηροποταμòσ, xeropotamòs, fiume secco) e di Vallone Grande nel Bussento risorto sotto Morigerati. Questo secondo percorso nel primo tratto doveva essere controllato e difeso dall’abitato del San Michele. E’ probabile ad ogni modo chea sudovest dell’attuale Caselle, più o meno all’altezza della contrada Laurelli, il tratturo subisse un’altra diramazione: piegasse ad est per salire sul San Michele, proseguisse vero nord in direzione della contrada Caporra e del passo della Decollata per immettersi facilmente nell’agro di Sontia (10). All’ultimo abitato situato a monte della Valle del Bussento si arrivva anche risalendo il corso del fiume: a norovest del San Michele, infatti, il tratturo scendeva alle falde della groppa sopra la quale sorge Caselle (versante orientale) e attraverso le contrade Mènnola, San Nicola (o Taverna), Campi e Forche, Cicirieddo, Santo Caselle, Iomàra, Sant’Aliéno, Terreno Jòdice saliva verso quella denominata Tonniello, donde entrava nell’agro di Sontia attraversando in successione quelle di Farnetàni, Ponte Nuovo, Tempe d’Agro, Petràro, senza seguire il tracciato attuale della Statale 517 (11). La carovaniera che da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum si snodava lungo il corso del Bussento verso il Vallo, antica via del sale, difesa dai centri indigeni menzionati, dovette essere attiva sin dalla fine dell’VIII sec. a.C., quando la città di Sibari sullo Ionio cominciò a monopolizzare il commercio dei centri indigeni della costa tirrenica.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (3) postillava: “(3) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati antichi in Lucania, in “Atti e Memorie della Società Magna Grecia”, V (1964), pp. 129-140″. Il Fusco, a p. 78, nella nota (4) postillava: “(4) Ivi, p. 136”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (5) postillava: “(5) F. Fusco, Quando la storia tace etc…, op. cit., p. 182 seg.; Capitulationes et Pacta etc.., cit., p. 163”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (6) postillava: “(6) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati etc., op. cit., p. 136. Così la studiosa anotò la ricognizione: “il monte S. Michele, dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri, mi parve il più adatto per un abitato: ed infatti nel salirne il pendio ho visto quasi ovunque frammenti di tegole antiche, nessuna però anteriore all’età ellenistica. La parte superiore è un pianoro spoglio dove affiora la roccia calcarea profondamente erosa. Negl’interstizi dei massi crescono solo ciuffi di lentischi e di piante spinose; in qualche punto tuttavia un pò di terra è rimasta nel cavo della roccia ed è là che ho raccolto alcuni minuscoli frammenti di vasi ellenistici a vernice nera. Esplorando il resto della montagna verso S-O, ho trovato a più riprese pezzi di tegole antiche, tutte ellenistiche o romane. Sul sentiero, che conduce alla collina della Serra, a sud della precedente, ho trovato un piccolo frammento di vaso d’impasto, di una tecnica usata nel VII sec. a.C.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (7) postillava: “(7) Ivi.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (8) postillava: “(8) M. Napoli, Le Genti non greche della Magna Grecia, in “Atti dell’XI Convegno di Studi sulla Magna Grecia”, Taranto, 1971, p. 402: “A Rocca Gloriosa doveva affluire il materiale della costa (Pixus) e dallinterno, e qui operarsi lo scambi, la permuta, la vendita.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc.., vit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (10) postillava: “(10) Idem, Quando la storia etc.., cit., p. 186”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (11) postillava: “(11)Ivi, p. 185. Sempre alle falde orientali del colle sopra il quale sorge l’abitato di Caselle forse s’apriva un secondo tratturo che, superato il Bussento, si inoltrava verso oriente nella Valle della Bacùta in direzione del Fortino di Casaletto Spartano e della Valle del Noce.”. Da Wikipedia leggiamo che sulla collina denominata “Le Chiaie” sono stati ritrovati reperti databili all’età del Bronzo (II millennio a.C.). Testimonianze più importanti risalgono all’età del ferro (VIII-VI secolo a.C.), in cui nella zona si sviluppò un insediamento stagionale. A partire dal V secolo a.C. si sviluppò un abitato, formato da case a pianta rettangolare allungata, posate su uno zoccolo di pietra. Dal IV al III secolo a.C. si costituisce un perimetro difensivo dell’abitato, cioè una cinta muraria costruita con blocchi di calcare, che lascia all’esterno la necropoli. All’interno della cittadina così fortificata le abitazioni si dispongono in isolati rettangolari. Su un frammento di tavola bronzea rinvenuto durante gli scavi archeologici, databile al IV-III secolo a.C., è stato ritrovato uno statuto riguardante l’ordinamento istituzionali civile dell’antica cittadina, testimoniando quindi una notevole complessità della vita civile e amministrativa del popolo dei Lucani. Nel I secolo a.C., i superstiti alla distruzione di Orbitania eressero un nuovo insediamento, non lontano dal primo, su uno costone di roccia chiamato Armo. L’insediamento si chiamò Patrìzia, l’odierna Rocchetta, cittadina che visse fino al IV secolo d.C…Riguardo Roccagloriosa, nel 1968 ha scritto Padre Agatangelo Romaniello (….), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a p. 7 e sgg., in proposito scriveva che: “La sua storia millenaria ha origini tuttora avvolte nel mistero: in parte però si chiarifica alla luce dei popoli enotri e lucani vissuti nella zona almeno dal VI sec. a.C.. Prima di esporre le origini antiche, invitiamo il lettore di questa storia a prendere visione della ‘prima piccola storia del paese’ scolpita sulla pietra oltre un secolo fa dal canonico D. Gerardo Lombardi di Roccagloriosa, e riportata sulla terza pagina di copertina. Quella pietra si trova murata all’inizio del paese, venendo dal cimitero: è il più breve compendio di quanto dice la tradizione: che Roccagloriosa etc…Questa prima breve storia sostanziata di tradizione afferma che il paese in origine era collocato nella zona di S. Giacomo (dove attualmente si trova il cimitero). A parte che anche in quella zona bisognerebbe effettuare sondaggi di scavi e constatare la credenza tradizionale, è certo che oggi il popolo continua a chiamare quella zona “Fieste”; e molto probabilmente, quando anche nella località mingardo-busentina dominava politicamente ed economicamente la grande Sibari, quell’insediamento originario di Fieste – se esisteva – venne distrutto realmente dai Crotoniati nell’anno 510 a.C.. I primi storici, che parlarono di una città antica e sepolta dietro i Capitinali ricordata dalle tradizioni locali in Roccagloriosa, furono Lorenzo Giustiniani e Nicola Corcia (5). Nel 1964 Juliette de La Genière, in seguito ad una ricognizione locale effettuata personalmente, aveva sottolineato la potenziale importanza archeologica del sito e la sua posizione strategica sulle valli del Mingardo e del Bussento, collegata agevolmente con gli insediamenti costieri (7). Finalmente negli anni ’70 e ’80 sono iniziati e portati avanti – sia pure molto lentamente – gli scavi che hanno già dato risultati molto lusinghieri. Alcuni primi sondaggi effettuati nel 1971 da Mario Napoli, nell’ambito di un’esplorazione preliminare e superficiale della zona, avevano messo in luce alcuni tratti centrali di una cinta muraria ed un complesso di strutture su un pianoro all’esterno della parte centrale della cinta stessa, circa 150 metri ad ovest di essa (8). Etc…I principali risultati ipotetici degli scavi effettuati fino ad oggi potrebbero essere i seguenti: a) Risultano chiare tracce di insediamento primitivo dell’età del ferro. questo sia in località Carpineto (dove e stata esaminata la zona con magnetometro a protoni) e sia in altre località etc…..Prima della colonizzazione greca le popolazioni indigene tra il Sele -Mare Ionio – Stretto di Messina erano prevalentemente Enotri, di origine sannita o molto affini ai Sanniti (16). Vivevano miseramente di agricoltura e allevamento, erano esposti alle sopraffazioni etc…”. Il Romaniello, a p. 16, in diverse note postillava di: “(16) C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, p. 40. La presenza degli Enotri nella zona mingardo-bussentina è attestata anche dagli scavi di Palinuro con vasi datati al VII sec. a.C. (Cfr. A. Busignani, Il regno degli Enotri in tutt’Italia, Campania, II, Firenze-Novara 1962, p. 639.”. Si tratta di Alberto Busignani. Il Romaniello, a p. 10, nella nota (5) postillava: “(5) L. Giustiniani, Dizionario geografico – ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, voce “Roccagloriosa”. N. Corcia, Storia delle Due Sicilie, Napoli, 1847. “Roccagloriosa…., e tra questo paese e Castelruggero, rimangono i ruderi di una ignota città antica, ricordata appena da un patrio geografo (Giustiniani) meritevole delle ricerche degli archeologi”.”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, vol. VIII, a p. 56 scriveva che: “ROCCHETTA, casale di ‘Roccagloriosa’. Si vuole surto dalla distruzione di un antico paese, ch’era nelle sue vicinanze, ove a distanza di circa un miglio verso oriente ne mostrano tuttavia i suoi avanzi. Non si può accettare qual nome avesse però avuto il suddetto paese, nè tampoco l’epoca in cui venne a mancare. Se deesi prestar credenza all’Antonini (I), egli dice quando i Saraceni vennero in Lucania tra i luoghi che occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli; val quanto dice di essere stato esistente nel secolo IX: ma donde mai l’Antonini prese una tale notizia nominando la figlia, e non la madre ?. Egli è certo che Rocchetta surse nel territorio di Roccagloriosa, che ha qualche antichità, e la stessa denominazione di ‘Rocchetta’, indica essere stata posteriormente edificata. Si potrebbe soltanto credere che quelli della Rocca, si seppero così ben chiudere, e difendere, da non fare occupare il loro paese da essi ‘Saraceni’.”. Il Giustiniani a p. 56, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Part. 1 Disc. 8, p. 130. Ed. 1785”. Dunque secondo il barone Giuseppe Antonini (….), e la sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 130 e s. sosteneva che i Saraceni vennero in Lucania, essi “occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli;”. Agatangelo Romaniello (….), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a pp. 18-19 e sgg., in proposito scriveva che: “Abbiamo già ipotizzato il nome dell’insediamento distrutto dai Crotoniati (di cui parla la ‘prima piccola storia’): “Fieste”. Invece il primo insediamento italico-enotro alle pendici dei Capitenali, che raccolse i superstiti di Fieste, riteniamo che avesse potuto avere il nome di Fistelia (nuova Fieste o piccola Fieste o gente di Fieste). Oggi il popolo chiama quella zoan “Ostritani” o “Li Stritani”, e la via che porta in quei terreni è chiamata “Fistelle” e “Finestelle”: parole derivate e distorte dal parlare dialettale e dal tempo. Né va sottaciuta la tradizione attestante che nel passato in quella zona furono trovate delle monete antiche riportanti brevi scritte osche con la immagine del bue a volto umano, del delfino con la spiga d’orzo, e della donna con i capelli sparsi. Su qualcuna di tali monete si leggeva in lettere greche la parola “Fistelia”, e su qualche altra le lettere iniziali della stessa parola “Fist” o “Ist”. Riteniamo pure che anche il secondo insediamento, quello Lucano, secondo l’ipotesi precedente, conservasse la stessa denominazione di Fistelìa. L’espressione Città di Leo ci sembra piuttosto recente, e trova il suo fondamento nel fatto che quella zona – a metà strada fra Rocchetta e Castelruggero – è denominata “Pantano di Leo” (Leo doveva essere forse un capo-tribù del primo insediamento). Infine, siccome la tradizione riporta per l’insediamento lucano anche le denominazioni di “Oppidum Lucanum” e”Orbitania”, riteniamo che esse siano invalse quando Roma diede la cittadinanza romana ai Lucani ed i centri abitati di questi divennero “praefecturae” ove i funzionari romani esercitavano i poteri giurisdizionali al posto dei magistrati enotri e lucani.”.
Nel IV-III sec. a.C., il frammento di tavola bronzea di lingua Osca a Roccagloriosa
Da Wikipedia, alla voce “Roccagloriosa” apprendiamo che su un frammento di tavola bronzea rinvenuto durante gli scavi archeologici, databile al IV-III secolo a.C., è stato ritrovato uno statuto riguardante l’ordinamento istituzionali civile dell’antica cittadina, testimoniando quindi una notevole complessità della vita civile e amministrativa del popolo dei Lucani (5). La nota (5) postillava del testo di Maurizio Gualtieri (….), il suo “Roccagloriosa: i Lucani sul golfo di Policastro, 3ª ed., Lombardi editore”.
MORGETI
Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania”, nel Discorso X, parte II, ci parla di Morigerati. Antonini, a pp. 414-415, in proposito scriveva che: “Più sopra verso le colline, circa cinque miglia dal mar lontano, trovansi due altri luoghi chiamati Sicilì, e Morigerati, sede un tempo dè Morgeti (I), e dè Sicoli, che conservano nel nome la gloria dè loro antenati (2), siccome nella prima parte di quest’opera da noi fu detto. ‘Samuel Bochart’ nel ‘Chanaam’ al cap. 39. nega quello, che dice Tucidite di esser ancor Sicoli in Italia a suo tempo, e vien così a negare quanto scrive ‘Alicarnasseo’, cioè che duravano finalmente a’ suoi giorni molte vestigia dè medesimi. Che se fosse Bochart avesse saputo trovarsi tuttavia questo monumento di cotal gente, l’avvrebbe approvato, non come conghiettura dipendente da qualche Ebraica, o Fenicia parola, ma come incontrastabil verità. Altra parte di essi era già passata nell’Isola (poi da medesimi detta Sicilia), ed occupato i terreni abbandonati dà Sicani per lo fuoco dell’Etna, lunga guerra vi fecero, sinonchè furono dalle due nazioni stabiliti i confini, siccome dal lib. 5 di Diodoro si vede……Tre miglia sotto alli Morigerati nel luogo detto li Zirzi, e sei lontano da Policastro, sbocca il fiume che ingrottasi vicino Casella, ecc…ecc..”. Dunque, riguardo il popolo dei Morgeti, l’Antonini cita Diodoro Siculo. Dunque, l’Antonini scriveva a proposito di Sicilì e di Morigerati che ha detto dei popoli Siculi e Morgeti nella prima parte della sua ‘Lucania’. L’Antonini, a p. 414, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Sino a pochi anni addietro, questo paese era di rito Greco, e ‘l suo protettore è S. Demetrio della Chiesa Greca. Nell’Archivio della Cattedrale di Policastro viddi diversi registri di dimissioni fatte da quel Vescovo à Preti de’ Morgerati di rito Greco, specialmente due nel 1592, ed una del 1608.”. L’Antonini a p. 414, nella sua nota (2) postillava che: “(2) I moltissimi, e ragguardevoli avanzi di fabbriche laterizie, che veggonsi oggi giorno all’incontro Morgerati di là dal fiume, che cala da Tortorella nel luogo detto Romanù, e che sono di rimotissimi secoli, fanno più vera, e stabiliscono la nostra sentenza: eppure a questa evidenza non si arrende l’Abbate Troilo, che anzi meco ragionando, pretende allogare i Morgeti vicino Matera, ecc…”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “(1) v. Etym. Magn. s.v. Σιρις. “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4)…..Nell’Etym. Magn. s . v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v . s . p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito . Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s . v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Da Wikipedia, alla voce “Morgete” leggiamo che Morgete fu successore di Re Italo/Italos, il quale governò l’antica Italia (1), sino a quando il suo regno non fu invaso dai Bruzi (2). La prima menzione di Morgete/Morgetes si trova nei frammenti di Antioco di Siracusa. In seguito ne parla Tucidide descrivendolo come figlio di re Italo (3). Dopo la morte del padre, Morgete ne ereditò dunque il potere. E così come Italo aveva chiamato il suo regno “Italia”, a sua volta Morgete chiamò il proprio “Morgetia”. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo (4), con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che ne sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma (dalla quale venne esiliato) e giunto nella Morgetia, terra degli Enotri.[5] In Calabria, si sarebbe stanziato nell’entroterra, le opere di Proclo, Plinio, Strabone, narrano dell’antico popolo dei Morgeti, e di re Morgete, che secondo le leggende locali avrebbe fondato il castello di San Giorgio Morgeto (edificato nel IX – X secolo), e Altanum. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. I Morgeti (in greco antico: Μόργητες, in latino: Morgētes) furono un antico popolo, che faceva parte del gruppo delle cosiddette genti “italiche” che occuparono le aree estreme meridionali della penisola italiana e parte della Sicilia. I Morgeti facevano parte del gruppo delle cosiddette genti “italiche”, che occuparono le aree della Calabria ionica e tirrenica. Secondo alcuni storici si tratterebbe di uno dei tre rami in cui si distinsero gli Enotri (Itali, Morgeti, Siculi). Per altri, invece, furono popoli italici che furono scacciati dalle loro terre dagli Enotri, rifugiandosi poi in Sicilia. Altri ancora, li identificano tra coloro che, tra gli Itali, alla morte del re Italo/Italos accettarono suo figlio Morgete/Morgetes quale suo successore, prendendone il nome. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo, con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma. Queste informazioni sono state dedotte analizzando le fonte antiche, in particolare quanto riferito da Antioco di Siracusa. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. Dalla Treccani on-line leggiamo che i Morgeti era un’antica popolazione italica, scomparsa in età storica, ma ricordata dallo storico siciliano Antioco (in Strabone, VI, 257, 270, e in Dionigi d’Alicarnasso, I, 12) Come abitante un tempo, insieme coi Siculi, quella regione del Bruzio nella quale più tardi sorse Reggio: Siculi e Morgeti sarebbero poi stati cacciati dal Bruzio per mano degli Enotrî e sarebbero passati ad abitare in Sicilia, dove la città di Morganzia ricordava ancora il loro nome. La prima menzione di Morgete/Morgetes si trova nei frammenti di Antioco di Siracusa. In seguito ne parla Tucidide descrivendolo come figlio di re Italo. Dalla Treccani apprendiamo che la nozione geografica di Italia, nella più antica tradizione classica, è sottoposta a oscillazioni. Per Ecateo di Mileto, alla fine del VI sec. a.C., era la regione nella quale i Greci avevano fondato molte colonie costiere, sullo Ionio e sul Tirreno (frr. 89-94 Nenci), ma in cui erano incluse anche Capua e l’isola di Capri (frr. 70-71 Nenci). Per i Greci di Occidente della seconda metà del V sec. a.C. e, in particolare per lo storico Antioco di Siracusa (in Strab., VI, 1, 4), l’Italia era una regione originariamente compresa fra lo Stretto e l’istmo calabro, ma i re che vi si sarebbero succeduti, tutti appartenenti a un orizzonte cronologico precedente la guerra di Troia, avrebbero ampliato tali confini, a cominciare dall’eponimo Italo, di stirpe enotria, cui venivano attribuite funzioni civilizzatrici (Arist., Pol., VII, 10, 5 = 1329 b), il quale avrebbe esteso il territorio fino alla foce del Lao e a Metaponto. Con i re successivi, Morgete e Siculo, l’Italia si sarebbe ampliata fino al golfo di Posidonia sul Tirreno e a Taranto sullo Ionio (FGrHist, 555 F 5), ma le popolazioni derivate da essi, Morgeti e Siculi, sarebbero state poi cacciate in Sicilia dagli Enotri (Strab., VI, 1, 6), ethnos originario degli Itali, e dagli Opici, abitanti della Campania (Thuc., VI, 4, 2). Dionigi di Alicarnasso stesso Antioco, probabilmente, riferiva anche che codesti Morgeti, durante la loro permanenza nell’Italia meridionale, avevano, sotto il loro re (eponimo) Morgete, esteso il loro territorio sino alla regione dove poi fu fondata Taranto. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. Dopo la morte del padre, Morgete ne ereditò dunque il potere. E così come Italo aveva chiamato il suo regno “Italia”, a sua volta Morgete chiamò il proprio “Morgetia”. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo, con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che ne sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma (dalla quale venne esiliato) e giunto nella Morgetia, terra degli Enotri. In Calabria, si sarebbe stanziato nell’entroterra, le opere di Proclo, Plinio, Strabone, narrano dell’antico popolo dei Morgeti, e di re Morgete, che secondo le leggende locali avrebbe fondato il castello di San Giorgio Morgeto (edificato nel IX – X secolo). In Sicilia, si sarebbe stanziato nell’entroterra, allontanando i Sicani, fondando nel X secolo a.C. – tra le altre– la città di Morgantina (Morganthion). Difficile è ormai determinare quanto di attendibile vi sia nella tradizione raccolta da Antioco: il nome dei Morgeti sembra però affiorare più volte nella toponomastica, anche moderna, così della regione apula (Morgia, le Murgie) come della Sicilia orientale; sì da far pensare che questi nomi rappresentino il ricordo del popolo dei Morgeti, che Antioco considera come una stirpe enotrica e che si potrebbero pertanto identificare con gli stessi Enotrî (v.), e, in Sicilia, coi Protosiculi della regione orientale dell’isola (M. Mayer). Bibl.: G. De Sanctis, Storia dei Romani, I, Torino 1907, p. 108 segg.; E. Pais, Italia antica, II, Bologna 1922, p. 24; M. Mayer, Die Morgeten, in Klio, XXI (1927), pp. 288-312. Dionigi di Alicarnasso basandosi sullo scritto di Antioco, afferma l’esistenza di una terza Roma antecedente alla fondazione del discentente di Enea, Romolo, e anche alla presenza di Evandro sul Palatino. Una terza Roma — che per antichità sarebbe quindi la prima — dalla quale discenderebbe l’eroe Sikelo. In Calabria, si sarebbero stanziati nell’entroterra. Nel 1595 Abramo Ortelio pubblicò una carta storica del regno dei Morgeti, inserendo Altanum, Medema e Emporum Medeme. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, nell’edizione riveduta del 1963, ed. Sansoni, Firenze, nell’Indice generale, a p. 297, in proposito scriveva che: “Sirio, moglie di Metabos – Metapontos, 83”. Infatti, la leggenda di Siri e di Morgete si connette con la storia di Metaponto che conquistò l’altra colonia magno-greca di Siris.
LAURELLI a Caselle in Pittari
Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “Lucani e Romani nella Valle del Bussento. II Pagus di Laurelli”, a p. 31 e sgg., in proposito scriveva che: “L’importante abitato arcaico del San Michele dovette sopravvivere fin quando all’espansione indigena verso la costa del VII-VI sec. a.C. (17) fece seguito la ‘sannitizzazione’ (18) del V-VI sec. – La presenza dell’èthnos lucano infatti è ben documentata in contrada Laurelli (19), a sudovest dell’attuale abitato e a destra del ‘Vallone Grande’, sul versante meridionale del Centaurino. Qui sorse il secondo abitato della zona, certamente lucano, che potrebbe ricalcare però un precedente stanziamento greco (o indigeno)(20) dato che la contrada era attraversata dalla carovaniera che proprio in quel punto – lo si è detto – subiva una diramazione. Gli scavi di Laurelli, iniziati negli anni Ottanta e proseguiti negli anni Novanta, hanno meso in luce un’area di notevole interesse archeologico. Già negli anni Trenta l’insegnante Andrea Giudice aveva documentato materiali di superficie che avevano stupito i contadini della zona: frammenti di laterizi e di vasi fittili, qualche statuina di bronzo, anse di anfore, monete romane della fine della Repubblica e d’epoca imperiale, una vasca da bagno d’età romana scavata nella roccia d’una casetta rustica e via dicendo (21). Ad ogni modo solo gli scavi condotti da Warner Johannowsky nei primi anni Ottanta permettevano, in parte, di portare alla luce l’imponente necropoli d’un abitato lucano: tombe a camera in blocchi di tufo rettangolari, in generale ben conservate, tutte databili al VI-III sec. a.C., la più grande delle quali è profonda circa tre metri ed è preceduta da un lungo δρομοσ (dromos, corridoio d’accesso). Sepolcreto, dunque, non ancora l’abitato, che pure è venuto alla luce, almeno in parte, grazie all’intervento della Soprintendenza Archeologica di Salerno in questi primi anni novanta. Infatti, l’espianto d’un secolare uliveto della contrada (per questo, oltre che Laurelli, detta anche Lovito/Luvito < l’oliveto), pur causando danni notevoli, ha rimosso “elementi murali e materiali ceramici antichi” che, grazie a un primo saggio di scavi regolari, si sono rivelati come i primi indizi dell’abitato vero e proprio “a pianta rettangolare allungata”, “articolato in almeno tre ambienti di cui quello centrale verosimilmente destinato a cucina”(22). Dall’esame dei materiali rinvenùtivi (fra l’altro diciotto monete d’argento ed una di bronzo “tutte di zeca magno-greca”)(22) la struttura, in origine molto più ampia come lasciano intuire altri indizi delle fondazioni, è databile, come le tombe, al IV-IIII sec. a.C. e richiama quelle analoghe del non lontano abitato lucano del monte Capitenale (Roccagloriosa). Ad ogni modo altre strutture d’abitazione sono risultate di “diversa tipologia costruttiva” (22) (ad esempio il lato di un ambiente è costruito a scacchiera), tanto da richiamare tecniche invalse nella chrora (teritorio) di Velia (22). La presenza lucana, sufficientemente documentata in tutta l’area (da Sontia (23) a Laurelli, da Roccagloriosa (24) a Torraca (25)), mostra come nella zona Mingardo/bussentina tutti i centri indigeni e greci nel V-IV sec. a.C. fossero stati ormai sottomessi o ripopolati (26). In particolare nell’Enotria (27) meridionale suscitra interesse l’abitato sorto sul monte Capitenale (Roccagloriosa), messo in luce dagli scavi eseguiti φρουρτον (frurion, piazzaforte) bensì vera e propria comunità agricola e pastorale con “una fitta rete di fattorie e annesse aree di necropoli”(28). L’importante insediamento, il più grande finora venuto alla luce nella zona mingardo/bussentina, fa pensare ad una sua probabile supremazia (longa manus) su quello non lontano di ‘laurelli (29), che quindi dovette essere semplicemente un suo pagus (borgo). Con la romanizzazione, iniziata sul finire del III sec. a.C., il villaggio di Laurelli non dovette scomparire. Le tombe romane (30) venute alla luce nei primi anni Novanta lasciano intuire infatti che l’abitato fu semplicemente ripopolato. L’ipotesi appare tanto più verosimile quando si pensi che l’antico tratturo, che da Πυξουσ (Pyxus)/Buxentum saliva per Laurelli verso il valico di Sontia, nella seconda metà del II sec. a.C. dovette mutarsi in un ‘ràmulus’ (braccio) dell’Annia per facilitare e alimentare mercati fiorenti tra fascia costiera e zone interne. Buxentum (31) infatti fu colonia romana già nel 197 a.C. (32) e in età augustea si dotò di un macellum (33) (mercato delle carni) per accogliere le carni del copioso bestiame del Vallo (in particolare suine e bovine) e la selvaggina del Cervaro e del Centaurino. E se dal Vallo affluivano le carni, da Buxentum salivano verso l’interno il pesce e il vino (34), le idee e i sentimenti religiosi (35). Il pagus (borgo) di Laurelli dovette costituire un nodo d’una certa rilevanza nel sistema viario fra costa e interno. Ritrovamenti fortuti (36) avvenuti in contrada Càravo (molti cocci di tegole per la copertura delle case e delle tombe e vari ‘pesi’ in forma di piramide tronca per i telai), ad est di Caselle, evidenziano d’altra parte come la presenza romana (testimoniata anche da un probabile statio – lungo la sosta – in località Taverna, a nordest dell’attuale abitato) fosse sufficientemente distribuita sul territorio casellese.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (17) postillava che: “(17) E. Greco, Problemi topografici etc., cit., p. 134”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (18) postillava che: “(18) M. Gualtieri, Roccagloriosa – Un antico centro lucano sul Golfo di Policastro, Siracusa, Ediprint, 1990, p. 22. Dire Sanniti è dire Lucani, ché quest’ultimi “si ritenevano coloni sanniti” (G. De Sanctis, Storia dei Romani, Firenze, La Nuova Italia, 1980, I, p. 107).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (19) postillava che: “(19) La contrada è facilmente raggiungibile in automobile. Chi percorra la superstrada Bussentina può utilizzare l’uscita per Caselle e scender poi nel vallone sottostante”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (20) postillava che: “(20) F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 185. Il funzionario di zona della Soprintendenza Archeologica di Salerno, dottoressa Antonella Fiammenghi, così conclude una sua Relazione scientifica sugli scavi: “Gli indizi di fasi precedenti (scil.: a quella lucana), documentate da una serie di blocchi reimpiegati nelle strutture, che presentano evidenti segni di anatyrossis, comincia comunque a delinearsi meglio in seguito ad un saggio stratigrafico che ha messo in luce un tratto di muro diversamente orientato (scil.: rispetto a quelli d’età lucana), su cui si impostano i muri superiori”. (Copia della Relazione, gentilmente inviatami dalla Dottoressa Fiammenghi, è parte rilevante della documentazione raccolta dallo scrivente.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (21) postillava che: “(21) A. Giudice, Breve Monografia etc., cit., p. 14 seg.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (22) postillava che: “(22) A. Fiammenghi, Relazio scientifica sugli scavi di Laurelli, cit. passim; G. L. Mangieri, Velia: problemi di circolazione monetaria, in Rassegna Storica Salernitana”, 2 (1993), p. 13 seg.: “….un inedito tesoretto rinvenuto il 21 settembre a Caselle in Pittari, in località Laurelli, …dove esisteva un centro indigeno. Ivi sono stati rinvenuti 19 esemplari di cui 17 leggibili; si tratta di 12 monete in AR(GENTO)) di Taranto, 1 AR di Kotron, 3 AR di Eraclea, ed un bronzo velino. Il materiale doveva essere conservato in uno skyphos rinvenuto frantumato nei pressi e con tracce di bruciature presenti anche sulle monete. Queste si datano fra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C. Anzi le datazioni delle monete più recenti di Taranto, Eraclea e Croton sono coincidenti ed indicano nell’anno 270 a.C. il termine ultimo dell’interramento. Si desume che un incendio possa essere stata la causa della distruzione, con conseguente abbandono, del sito”.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (23) postillava che: “(23) F. Fusco, Quando la storia etc…, cit. p. 187 seg.”. Il Fusco, a p. 81, nella nota (24) postillava che: “(24) Cfr. in particolar modo il saggio citato alla nota 18.”. Il Fusco, a p. 81, nella nota (24) postillava che: “(24) W. Johannowsky, Risultati e problemi della ricerca archeologica nel Salernitano, in “Rassegna Storica Salernitana”, I (1984), p. 59. “. Da Wikipedia leggiamo che a Caselle in Pittari, le indagini archeologiche compiute negli ultimi decenni documentano che il territorio fu abitato sin dall’età preistorica; infatti nella Grotta di San Michele si è rinvenuta ceramica appartenente all’orizzonte preistorico. Altri rinvenimenti, riferiti all’età del Bronzo Finale (1150 – 900 a.C.), si sono rinvenuti in località Laurelli. Reperti, databili all’età del Ferro (fine VII sec. a.C.), sono stati rinvenuti sul Colle Serra. Nel V secolo a.C. i Lucani, provenienti dalle aree interne, si insediano in località Laurelli luogo in cui impiantano un abitato prolifico sino al III secolo a.C. epoca in cui il territorio fu conquistato dai Romani. Da un sito del Ministero della Cultura si evinche che: l’insediamento lucano di Caselle in Pittari, piccolo comune cilentano affacciato sul golfo di Policastro, si estende in località Laurelli su un ampio pianoro, delimitato da due corsi d’acqua, in una posizione direttamente connessa con l’itinerario che collegava il Vallo di Diano alla fascia costiera, attraverso le valli del Bussento e del Mingardo. Il pianoro è circondato, da un lato, dalle colline che si saldano alla dorsale montuosa del Cervati e, dall’altro, dalle creste dei Capitenali e del monte Bulgheria. Le indagini sistematiche nel sito hanno preso il via nel 1990, in occasione di un intervento di emergenza dovuto all’espianto di un uliveto secolare che allora occupava l’intero pianoro. Da allora la Soprintendenza Archeologica di Salerno ha condotto a Laurelli diverse campagne di scavo e acquisito al demanio dello Stato l’area dell’insediamento, determinando così la tutela anche di un uno straordinario contesto paesaggistico. Attualmente sono in corso indagini archeologiche da parte del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’università di Salerno. L’area dell’abitato antico è caratterizzata da un impianto stradale regolare con almeno un asse viario principale, intersecato perpendicolarmente da strade minori. Qui sono state messe in luce alcune abitazioni di notevole estensione, organizzate intorno a un cortile centrale su cui si aprivano ambienti di diverse dimensioni. Questi edifici, per distribuzione dello spazio e tecniche costruttive, ricordano alcune strutture di uguale destinazione rinvenute in altri centri lucani limitrofi. Associato a questa fase di vita dell’insediamento è un piccolo nucleo di sepolture, rinvenuto poco distante dall’abitato e databile alla fine del IV sec. a.C. L’area archeologica di Laurelli rappresenta un tassello fondamentale per ricostruire le dinamiche dei rapporti e degli scambi che, in epoca lucana, videro protagoniste le genti stanziate in quest’area. In un altro sito sulla rete troviamo che: l’insediamento rinvenuto a Caselle in Pittari sorge in località Lovito su un vasto pianoro, che presenta un’estensione di 13 ettari, lambito da due torrenti (Vallone Grande e Vallone Piccolo) che, confluendo nello Sciarapotamo, conferiscono al territorio l’aspetto di un triangolo isoscele con il vertice volto verso il Golfo di Policastro. Il pianoro era occupato da un uliveto secolare il cui espianto, mettendo in luce strutture murarie e materiali ceramici antichi, ha indotto l’intervento della Soprintendenza ai Beni Archeologici di Salerno, Avellino e Benevento. Le diverse campagne di scavo condotte hanno permesso di portare alla luce varie abitazioni che costituiscono la prova della presenza di un abitato lucano sul pianoro che va a costituire, probabilmente, un centro territoriale. I Lucani occupano il pianoro nel corso del V secolo a.C. come documentano i rinvenimenti sia di un’antefissa a protome femminile di età classica che di una serie di blocchi reimpiegati nelle strutture di IV secolo a.C., che presentano segni di anathyrosis. Nel corso del IV secolo a.C. sul pianoro si impiantano, probabilmente al di sopra di preesistenti edifici, tre complessi abitativi che si denomineranno Complesso A, edificio costruito in tecnica pseudo – velina, Complesso B, edificio in cui si sono rinvenute 18 monete greche d’argento, e Complesso C, di cui si sono individuate solo alcune tracce. Il Complesso A, posto nella parte centrale del pianoro, presenta orientamento NOSE ed è aperto su un’asse stradale posto ad occidente versante in cui si è rinvenuto l’ingresso dell’abitazione. L’edificio è costruito in tecnica pseudo – velina, vale a dire in una tecnica molto simile a quella utilizzata per l’edificazione dei complessi presenti a Velia e definita comunemente a scacchiera. Tale tecnica consiste nel disporre due lastre di arenaria distanziate tra loro, in modo da lasciare un riquadro libero nel quale sono inseriti blocchi di dimensioni minori. L’abitazione presenta una serie di ambienti disposti sia a nord che a sud dell’ingresso posto sul versante occidentale. Nel versante settentrionale, infatti, si sono riportati alla luce tre ambienti uno dei quali, precisamente l’ambiente centrale, misura 7 x 5 m. Nel versante meridionale si sono rinvenuti ambienti di dimensioni minori che potrebbero costituire, viste le esigue dimensioni, vani residenziali. Sul lato sud – occidentale del Complesso A, separato da questo da un grosso muro in pietra non squadrata, si è rinvenuto il Complesso C di cui si sono documentati soltanto due ambienti divisi da un muro interno: il primo, posto all’estremità occidentale, è caratterizzato dalla presenza di un piano pavimentale basolato; il secondo, posto all’estremità orientale, presenta al centro un riquadro regolare che ha permesso di ipotizzare la presenza di un piano pavimentale in tegole o basoli di arenaria successivamente spoliato. Un altro nucleo insediativo sembra essere localizzato in corrispondenza dell’attuale accesso al pianoro; infatti in tale area si sono rinvenute, durante la campagna di scavo del 2000, strutture murarie che documentano la presenza di un complesso abitativo. Il Complesso B è posto a valle del Complesso A ad una distanza di circa 300 m. Tale edificio è a pianta rettangolare allungata e presenta orientamento E – O. L’edificio presenta sul versante settentrionale un muro di terrazzamento separato dal muro perimetrale del complesso da un corridoio largo circa 1 m. Lungo il muro perimetrale si sono individuati almeno tre ambienti di cui uno destinato a cucina, considerato il rinvenimento di un banco di pietra con tracce di bruciato. In questo edificio, come si è già accennato, sono state rinvenute 18 monete d’argento di zecca magno – greca, databili tra la fine del IV secolo a.C. e gli inizi del III secolo a.C.. L’abitato fu abbandonato nel III secolo a.C., epoca in cui tutto il territorio ricadente nel Golfo di Policastro fu conquistato dai Romani. Probabilmente nei pressi dell’abitato lucano si impiantano ville rustiche ma tale ipotesi va documentata attraverso un’ approfondita indagine archeologica. La necropoli. Sul versante nord – ovest dell’abitato, in località Citera, si è rinvenuta parte della probabile necropoli del centro indigeno. In tale località si è riportata alla luce una tomba a camera al cui interno si è rinvenuto parte del corredo costituito da frammenti di vasi a vernice nera e da un balsamario che permettono di datarla tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C.
Nell’VIII sec. a.C., la fondazione di SIRI, colonia magno-greca sullo Ionio
Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, nell’edizione postuma del 1963, ed. Sansoni, nelle “Conclusioni”, a p. 252, in proposito scriveva che: “d) Quello ch’io pensi sulle genti greche che vennero per prime a colonizzare la Siritide, l’ho già esposto nelle pagine precedenti, scrivendo di Metaponto: poichè questa città, venne gradualmente, dalla fine del VI alla metà del V secolo, in possesso del territorio di Siri e di Lagaria, etc…”. Il Giannelli, a p. 252, scriveva: “Ai Focesi che vennero ad occupare la Siritide, si congiunsero probabilmente coloni dell’Elide, in possesso del culto dei Nelidi; mentre genti beotiche si fermavano a Metaponto.”. Sempre il Giannelli, a p. 252 scriveva che: “I Focesi di Siri divennero presto assai potenti; tanto da rappresentare un serio pericolo per la finitima Metaponto, che cercò un sostegno nel protettorato di Sibari, mentre i Focesi si confidavano nell’appoggio di Taranto. Ma, approfittando probabilmente delle difficoltà dei Terentini nelle loro relazioni con gli indigeni, i Metapontini coi Sibariti attaccarono Siri: …Siri fu presa e distrutta (circa 530-525 a.C.), parte della sua popolazione trasportata a Metaponto, etc…”. Infatti, il Giannelli, a p. 96 parlando di Siri, in proposito scriveva: “Credo pertanto che, nel periodo più antico della colonizzazione greca in Occidente, emigranti focesi abbiano occupato, togliendolo ai Coni, il territorio ove sorsero le città di Lagaria e di Siri. Contro lo stato focese vennero a guerra, nella seconda metà del VI secolo, le tre maggiori delle cosiddette città achee: dopo la loro vittoria, Siri passò in possesso di Metaponto, Lagaria fu invece assegnata a Sibari e, dopo la distruzione di questa a Crotone.”. Il Giannelli, a p…., aveva già scritto delle origini di Siri scrivendo che: “Da Licofrone….ricaviamo che gli Achei assalirono e distrussero gli Ioni allora in possesso della città e del culto di Atena. Strabone riporta invece, benchè a malincuore, la tradizione secondo la quale i Troiani stessi, dopo aver conquistato quella città ai Coni, vi avevano istituito il culto del loro Palladio: da essa poi i Troiani sarebbero stati scacciati da invasori Ioni, gli autori della strage sacrilega, che la città conquistata avrebbero chiamata Polieion. Finalmente Giustino etc…Ravvicinando fra loro queste versioni, insieme al racconto dello ps. Aristot. (‘De mirab. ausc., 106) e a un frammento di Timeo (apd. Athen., XII 523 D), è possibile ricostruire la narrazione delle vicende di Siri, quale doveva leggersi in Timeo da cui più o meno direttamente dipendono gli storici suddetti (1). Secondo Timeo adunque, la città era stata prima dei Coni, l’avevano quindi occupata i Troiani, poscia eran sopravvenuti gli Ioni (Colofonii), che vi s’eran mantenuti finché la lega delle città achee non s’era definitivamente resa padrona di Siris-Polieion…..In questa serie di nomi di popoli conquistatori di Siri, due sono, secondo il mio parere, del tutto leggendari: e sono quelli dei Troiani e degli Ioni. Che gli abitanti indigeni (i Coni) fossero chiamati Troiani da un popolo che sopraggiungeva a conquistare etc…Ci resta da rintracciare quale fosse la gente che occupò l’antica città conia, portandovi il culto di Atena, e che dové più tardi cedere alla potenza degli Achei collegati…..Vedemmo anche come Focesi dovessero essere stati coloro che erano ivi giunti in possesso della saga di Epeo; e abbiamo poi anche indicato come, insieme al mito focese di Epeo, sia arrivata a Metaponto la leggenda dei Pilii fondatori della città….E si spiega infine la leggenda (raccolta da Eforo) della fondazione di Metaponto da parte dei Focesi di Crisa, guidati da Duilio: giacché anche codesta tradizione doveva essere di quelle che si trasferirono a Metaponto, dopo che questa fu venuta in possesso della focese Siritide (4).”. L’origine focese, in epoca della colonizzazione Magno-greca, di Siri potrebbe gettare nuova luce sulle origini dei centri, ad esempio di Elea e di Pixunte, collegata ai centri, che oggi chiamiamo Enotri, come Laurelli a Casaletto e Roccagloriosa. Potrebbe esistere una correlazione tra la popolazione indigena sulla parte Ionica dei Coni con quella locale delle nostre zone, ovvero i popoli Sirini, che, in epoca coloniale appartenne alla Siritide ?. Sappiamo ad esempio che le origini di Elea sono da ascrivere ai Focesi. Notiamo anche un’analogia con la parola greca di “Polieion”, che somiglia a Palinuro, il quale era sicuramente un centro pre-ellenico, il cui porto veniva a trovarsi quale scalo per i commerci delle popolazioni indigene. Un antico legame con le origini di Siri, per esempio esiste con la città di Velia che, insieme a Metaponto furono le maggiori alleate di Agatocle, tiranno Siracusano. Il Giannelli, a p. 67 parlando dei miti e delle monete di Metaponto, in proposito scriveva: “Su di una di queste monete (B. M. C., p. 257, n. 145) è incisa una leggenda in lettere puniche corrispondenti al greco ‘Soteria’. Un altro studioso di numismatica (3), dopo aver dimostrato, con gli elementi offerti dalle monete, che il dominio di Agatocle nella Magna Grecia dové essere assai più disteso di quanto non ce lo rappresentano i ricordi storici, propone di attribuire la moneta suddetta al momento in cui i Bruzi insorsero contro il tiranno, con l’aiuto evidentemente dei Cartaginesi. I quali avrebbero approfittato del momento per attaccare ed espugnare le due più potenti alleate di Agatocle: Metaponto e Velia.”. Un’altra riprova del legame che aveva questa area con la città di Siri ed i miti che ivi si svilupparono è il racconto su “Siris” che ci fa il Giannelli. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Bemporad, Firenze, 1963 (ristampa), a p. 83 e ssg., in proposito scriveva che: “A Metaponto era poi localizzato il culto di Arne, o meglio la saga della nascita di Eolo e Beoto: abbiamo veduto infatti che, in una prima redazione della leggenda, madre de’ due fanciulli è fatta Melanippe, che diviene poi sposa di Metaponto; in una seconda redazione, la madre è invece Arne: mentre padre resta sempre Posidone, padre adottivo Metaponto. Di Metaponto conosciamo così due mogli, Teano (nella prima redazione) e Autolite (nella seconda), uccisa dai figli adottivi dell’eroe: un terzo nome di moglie sarebbe quello di Melanippe, che Metaponto avrebbe sposata dopo la morte di Teano; e se ne potrebbe aggiungere ancora un quarto: Siris (6). Ma si capisce che la ragione di quest’ultima parentela è da ricercarsi nella vicinanza delle due città, e nel dominio che Metaponto esercitò su Siri, dopo la vittoria riportata su di essa dalla prima confederazione degli Achei italioti (7).”. Dunque, in questo passaggio, il Giannelli parlando di Metaponto e dei sui miti ci dice che secondo una tradizione, Siris fu la quarta moglie di Metaponto o “Metabo”, il quale, secondo la tradizione ebbe per mogli “Teano” (prima redazione), “Autolide” (seconda redazione), “Melanippe”, terzo nome di moglie e “Siris”, quarto nome di moglie. Il Giannelli, a p. 83, nella nota (6) postillava: “(6) Oltre al citato scolio a Dionisio Perieg., vedi Athen., XII, p. 523 d = Eurip., ‘fragm.’ 496, MAUCK: “ωνομασθη δη Σιρις ως μεν Τιμαιος φησι χαι Ευριπιδης εν Δησμωτιδι (η) Μεναλιππη απο γυναιχος τινος Σιριδος.”; Cfr. Steph. Byz., s. v. Μεταποντιον”. Il cui significato è: “(6) Menalippe si chiamava Siride, poiché Timeo era la moglie di Euripide in Desmotide, dalla moglie di Siride.“. Il Giannelli, a p. 81, in proposito scriveva che: “Un’antica leggenda raccontava che Melanippe aveva partorito Beoto in casa di Metabo, l’eroe eponimo di Metaponto, la quale si chiamava prima Metabo. Questa saga la conosciamo solo indirettamente da Strabone, il quale ricorda come Antioco ne facesse menzione per combatterla, citando a sostegno della sua tesi un verso del poeta Asio. Un’informazione diretta la troviamo però in Euripide, la cui tragedia ‘Melanippe he desmotis’ svolgeva appunto la stessa leggenda, con qualche liee variante, com’è possibile ricostruirla dai frammenti che ce ne restano. Etc…”. Giannelli, a p. 83, nella nota (7) postillava che: “(7) Cfr. Pais, Ricerche stor., p. 109, n. I. Altri pensa che la leggenda che faceva di Siris la moglie di Metaponto – della quale si valse Euripide nella sua tragedia – sia nata per il fatto di essere stata Siri fondata da Metaponto (Beloch, I(2), 2, 240; cfr. Willamowitz, Heracles, I(2), p. 10, n. 22; vedi però Meyer, IV, § 397 nota).”. Dunque, il Giannelli, sulla scorta del Pais, riporta la notizia di “Siris” moglie di Metaponto tratta dalla tragedia di Euripide “Melanippe he desmotis”. Il Giannelli scrive che nella tragedia di Euripide: “Ivi si narrava come Teano, moglie di Metaponto, avesse salvato Eolo e Beoto, figli di Melanippe e Posidone, che erano stati esposti. Sorta più tardi gelosia fra i due gemelli e i figli di Teano, questi vengono trucidati e la madre, per dolore, si uccide. Quindi Melanippe sposa Metaponto, il quale adotta Eolo e Beoto, da cui prenderanno poi nome le due regioni dell’Eolide e della Beozia (1).”. Il Giannelli, a p. 81 proseguendo il suo ragionamento dice che: “La tradizione che faceva nascere Beoto e Metaponto, prese sempre maggior vigore, ma prevalse nella forma in cui ci è conservata da Diodoro Siculo, dove Melanippe è fatta invece moglie di Hippotes e madre di Arne: questa, rimasta incinta per opera di Posidone, fu affidata dal padre a Metaponto, allora suo ospite (2), il quale la portò nell’anonima città italica, ov’essa dava alla luce Eolo e Beoto. Questi, adottati da Metaponto e fatti adulti, s’impadronirono del governo della città e uccisero Autolide, la moglie di Metaponto, gelosa di Arne. In seguito a tali fatti, Eolo e Beoto con Arne e molti amici abbandonarono Metaponto: Eolo si recò a Lipari, Beoto invece in Beozia insieme alla madre. Etc..”. Su questo mito ho ragionato in un altro mio saggio, quello che ci parla dell’eroe eponimo di “Scidro”, il quale aveva sposato “Siri” altra figlia di Morgete. Emanuele Ciaceri, però parlandoci degli antichi popoli Italici degli Enotri e dei Morgeti riporta un’altra tradizione. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a p. 43 parlando del popolo degli Enotri, in proposito scriveva di Scidro che: “Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “(1) v. Etym. Magn. s.v. Σιρις. “, dove è scritto che “Σιρις”, il suo significato è: “Siri”.
Esichio di Alesandria ed il suo Etymologicum Magnum
Sulla Treccani on-line si legge che una redazione del lessico di Apollonio più completa di quella, assai abbreviata, che ci è pervenuta, fu utilizzata dai lessicografi bizantini (p. es. da Esichio, dall’autore dell’Etymologicum magnum, ecc.), che così possono talvolta esser adoperati per l’integrazione del testo di Apollonio stesso. Infatti, in Wikipedia leggiamo che Esichio di Alessandria (in greco antico: Ἡσύχιος ὁ Ἀλεξανδρεύς?, Hēsýchios ho Alexandréus; Alessandria d’Egitto, … – …; fl. V secolo) è stato un grammatico greco antico. L’opera di Esichio, un glossario intitolato “Συναγωγὴ Πασῶν Λέξεων κατὰ Στοιχεῖον” (Synagōgē Pasōn Lexeōn kata Stoicheion, Collezione alfabetica di tutte le parole), sopravvive in un manoscritto assai corrotto del XV secolo, che è conservato nella Biblioteca Marciana a Venezia. La prima edizione a stampa fu curata da Marco Musuro, sulla base dell’unico manoscritto su citato, presso la tipografia di Aldo Manuzio a Venezia nel 1514 (ristampata nel 1520 e 1521 con leggere revisioni). Una prima edizione moderna fu curata da Moritz Schmidt, in 5 volumi pubblicati tra il 1858 ed il 1868. L’edizione critica fu iniziata nel 1913 da Kurt Latte che, sotto il patrocinio dell’Accademia danese di Copenaghen, pubblicò il primo volume (Α–Δ) nel 1953; il secondo (Ε–Ο) fu pubblicato postumo nel 1966 e da allora il progetto è stato proseguito da Peter Allan Hansen, che pubblicò i restanti volumi nel 2005 (Π–Σ) e nel 2009 (Τ–Ω). In una lettera prefatoria, Esichio afferma che il suo glossario è basato su quello di Diogeniano, a sua volta estratto da un’opera precedente di Panfilo di Alessandria, ma ha usato anche analoghe opere di Aristarco, Apione, Eliodoro, Ameria e altri. Il Lessico contiene approssimativamente 51.000 voci, ordinate alfabeticamente. Si tratta di una copiosa lista di parole, forme ed espressioni strane, con una spiegazione del loro significato e spesso con un riferimento all’autore che le ha usate o alla regione della Grecia dove erano più comuni. L’opera è di grande importanza per gli studiosi; nella ricostruzione del testo degli autori classici in generale, e particolarmente di scrittori come Eschilo e Teocrito, che usavano molte parole rare. Per questo, la sua importanza può difficilmente venire sopravvalutata. Esichio è fonte importante non solo per la lingua greca, ma anche per il tracio e l’antico macedone e per ricostruire il proto-indoeuropeo. Inoltre, le spiegazioni di Esichio di molti epiteti ed espressioni rivelano anche molti fatti importanti riguardo alla religione e alla società degli antichi.
La leggenda di SCIDRO, eroe eponimo della colonia magno-greca, che fondò l’omonima città e che sposò Siri, figlia del re Morgete
Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, nel 1940, a p. 274, in proposito scriveva di Scidro che: “Ora la supposizione che Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari, troverebbe conferma nella leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro, – ove si potesse dare come sicura l’interpretazione dell’antico racconto (5).”. Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (5) postillava che: “(5) v. s. a p. 134 n. 2.”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II – le popolazioni d’Italia”, nel 1940, a p. 43 parlando del popolo degli Enotri, in proposito scriveva di Scidro che: “Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “(1) v. Etym. Magn. s.v. Σιρις. “, dove è scritto che “Σιρις”, il suo significato è: “Siri”. La figlia del re Morgete si chiamava Siri e secondo la tradizione Siri aveva sposato Scidro. Il Ciaceri scriveva che l’alleanza (“Lega Achea”) tra le due colonie greche di Siris, sullo Ionio e l’altra di Pixunte sul Tirreno, troverebbe conferma nella leggenda “secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”. Il Ciaceri scriveva pure che la lega Achea, l’alleanza che avrebbero stretto Siris e Pixunte avrebbe avuto anche influenza sulla vicina colonia greca di Scidro, nonostante questa fosse una colonia della città greca di Sibari sullo Ionio. Dunque, secondo il Ciaceri vi era la leggenda di Siri, figlia del re Morgete (il re dei Morgeti, popolazione italiota) che avrebbe sposato Scidro. “Siri”, figlia del re Morgete, avrebbe sposato “Scidro” che lui chiama “eroe eponimo”. Cos’è un eroe eponimo ?. Da Wikipedia leggiamo che L’eponimo (dal greco ἐπώνυμος, composto di ἐπί, «sopra», e ὄνομα, «nome») è un personaggio, sia esso reale o fittizio, che dà il suo nome a una città, un luogo geografico, una dinastia, un periodo storico, un movimento artistico, un oggetto o altro. Il termine viene spesso utilizzato per indicare il personaggio, in genere mitico, a cui si attribuiva la fondazione di una città o di una stirpe. Poteva altresì indicare la divinità protettrice: per esempio Atena protettrice della città greca di Atene. Dunque, il Ciaceri intendeva dire che “Scidro” sarebbe stato l’eroe eponimo in quanto egli sarebbe stato un personaggio (in questo caso, secondo la eggenda, sarebbe stato il marito di Siri, figlia del re Morgete) che diede il suo nome a una città, un luogo geografico, ovvero diede il suo nome alla sua città omonima di “Scidro”. In questo caso, l’eroe eponimo del Golfo di Policastro, sarebbe Scidro, il quale, secondo la leggenda sarebbe stato sposato con Siri, figli del re Morgete e, dunque, col suo eponimo si è chiamata la piccola colonia sibarita e magno-greca di Scidro sul Tirreno. Il Ciacieri “supponeva” che la “leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”, o l’antico racconto, confermerebbe la “supposizione” che, la colonia magno-greca di: “Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari”. Dunque, il Ciacieri accenna alla leggenda, o antico racconto dell’unione di Siri, figli di Morgete, re dei Morgeti e di Scidro “ l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”, dunque, Scidro il fondatore della colonia sibaritica di Scidro. Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (5) postillava che: “(5) v. s. a p. 134 n. 2.”. Nella ristampa anastatica dello stesso testo del Ciaceri del 1924 (forse la I edizione), la stessa notizia ci è data nello stesso Cap. IX, a p. 285, ma la nota cambia perchè ivi è la nota (2)(non la nota 5). Nella sua nota (2), il Ciaceri postillava che: “(2) v. s. a p. 139 n. 2.”. Dunque, è la stessa nota e ci dice che egli ne parla a pag. 139 del vol. I. E’ qui che il Ciaceri chiarisce meglio il suo pensiero scrivendo che nel racconto Etymologicum Magnum, che poi vedremo meglio, si legge Scindo e, non “Scidro”. Infatti, il Ciaceri parlando degli scambi commerciali che avvenivano tra le due potenti città Ioniche di Siris (alleatasi con Pixunte) e di Sibari, con la sua colonia sul Tirreno di Scidro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. In questa nota, il Ciaceri cita Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4) Che Siris fosse fondata da Colofoni, dicevano Timeo ed Aristotele apd Athen. XII, p. 523 d. I coloni, da Strabone, l. c. sono semplicemente detti Ioni; v. Licofrone v. 989; (Aristot.) ‘de mirab. ausc.’ 106, p. 840 Bkk., ove il testo è assai corrotto sicchè ove si legge Πλειον va letto Πολιειον, e dove si dice che i Troiani vi avevano fondato una città detta Σιγειον va letto Σιριν, cfr. Steph. Byz. s.v. Πολίειον πόλις Ιταλίας ή πρότερον Σίρις καλουμένη . τὸ ἐθνικὸν Πολιειεύς ὡς τοῦ Σίγειον τὸ Σιγειεύς (cfr. s.v. Σιρις; v. anche Etym. Magn. s.v. ἀπὸ Πόλιθος ἐμπόρου ἢ ὅτι ᾿Αθηνᾶς πολιάδος ἱερὸν ἐν αὐτῇ ἐστι. Di questo simulacro di Atene parlano Strabone, l. c.; Iustin. XX, 2, 4, cfr. ‘Sch. Vet. ad Lycophr.’, v. 984. Aristotile e Timeo asserivano che prima dei Colofoni a Siris erano giunti Troiani, ma è chiaro che questa leggenda ha un’origine perfettamente uguale a quella dell’origine lida dei Tirreni. In altri termini i Colofoni Ioni identificarono gli indigeni Còni con i Troiani. Il mito di Calcante localizzato a Siris , v. Lycophr. v. 978 sqq ., come ha giustamente veduto il Geffcken, Timaios Geographie des Westens ( Berlin 1892 ) p. 14 si spiega con la colonizzazione dei Colofoni . Il mito infatti in origine è colofonio . Nell’Etym. Magn. s . v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s . p. 5 , n. 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito. Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s . v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Dunque, il Ciaceri scrive che in questo testo alla parola Σìρις , è ricordata “Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo”. Ciaceri scrive che nel testo medievale dell’Etym., il termine di Scindo si dovrebbe leggere diversamente. Il Ciaceri cita Ettore Pais (…) ed il suo “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, p. 225, n. 4. Infatti, il Pais, a p. 225, nella sua nota (4) postillava dell’origine di Siris e scriveva che: “(4) Nell’Etym. Magn. s. v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s . p. 5 , n. 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito. Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s. v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Il Pais, a pp. 5-6, nella nota (1) postillava: “(1) …nell’Etimologico Magno”. Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4)…..Nell’Etym. Magn. s. v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s . p. 5 , n. 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito . Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s. v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Dunque, il Pais, a pp. 5-6 parla dei Morgeti e di Scidro. Il Pais postillava che: “Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s. p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito”. Infatti, il Pais, nella nota n. 1 di pp. 5-6 postillava che: “(1) Per lo stesso motivo dallo Scoliasta di Teocrito IV, 32, è detto che Crotone figlio di Aiace ἐν Σικελίᾳ ἔκτισε Κρότωνα e nel l’Etimologico Magno ad. v. Σιρις 714, 3 è detto che la città italiana di Sirio si chiamava ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σχ Σχιχου, ove non si allude, secondo me, ai Morgeti di Sicilia ma a quelli d’Italia. Ora, come diremo a suo luogo , Sicania, e Sicelia non sono che due forme dello stesso nome (v. cap. sg. ) . La persistenza della forma Sicania e del nome dei Sicani nel golfo Tarantino è attestata nella antichissima tessera di bronzo scoperta a Policastro sopra Crotone lo scorso secolo, ove si legge che una persona chiamata Σαωτις vende una casa ad un’altra persona chiamata ivi Σιχαινια, v. Inscr. Graec. Antiquiss. del RöнL n. 544.”. Il Ciaceri ed il Pais spesso citano l’archeologo tedesco Maximilian Mayer, italianizzato in Massimiliano Mayer (Prenzlau, 30 agosto 1856 – Lipsia, 1939) che scrisse l’opera Apulien vor und während der Hellenisierung, Lipsia, 1914 , dove, a “p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Un’altra riprova del legame che aveva questa area con la città di Siri ed i miti che ivi si svilupparono è il racconto su “Siris” che ci fa il Giannelli. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Bemporad, Firenze, 1963 (ristampa), a p. 83 e ssg., in proposito scriveva che: “A Metaponto era poi localizzato il culto di Arne, o meglio la saga della nascita di Eolo e Beoto: abbiamo veduto infatti che, in una prima redazione della leggenda, madre de’ due fanciulli è fatta Melanippe, che diviene poi sposa di Metaponto; in una seconda redazione, la madre è invece Arne: mentre padre resta sempre Posidone, padre adottivo Metaponto. Di Metaponto conosciamo così due mogli, Teano (nella prima redazione) e Autolite (nella seconda), uccisa dai figli adottivi dell’eroe: un terzo nome di moglie sarebbe quello di Melanippe, che Metaponto avrebbe sposata dopo la morte di Teano; e se ne potrebbe aggiungere ancora un quarto: Siris (6). Ma si capisce che la ragione di quest’ultima parentela è da ricercarsi nella vicinanza delle due città, e nel dominio che Metaponto esercitò su Siri, dopo la vittoria riportata su di essa dalla prima confederazione degli Achei italioti (7).”. Dunque, in questo passaggio, il Giannelli parlando di Metaponto e dei sui miti ci dice che secondo una tradizione, Siris fu la quarta moglie di Metaponto o “Metabo”, il quale, secondo la tradizione ebbe per mogli “Teano” (prima redazione), “Autolide” (seconda redazione), “Melanippe”, terzo nome di moglie e “Siris”, quarto nome di moglie. Il Giannelli, a p. 83, nella nota (6) postillava: “(6) Oltre al citato scolio a Dionisio Perieg., vedi Athen., XII, p. 523 d = Eurip., ‘fragm.’ 496, MAUCK: “ωνομασθη δη Σιρις ως μεν Τιμαιος φησι χαι Ευριπιδης εν Δησμωτιδι (η) Μεναλιππη απο γυναιχος τινος Σιριδος.”; Cfr. Steph. Byz., s. v. Μεταποντιον”. Il cui significato è: “(6) Menalippe si chiamava Siride, poiché Timeo era la moglie di Euripide in Desmotide, dalla moglie di Siride.“. Il Giannelli, a p. 81, in proposito scriveva che: “Un’antica leggenda raccontava che Melanippe aveva partorito Beoto in casa di Metabo, l’eroe eponimo di Metaponto, la quale si chiamava prima Metabo. Questa saga la conosciamo solo indirettamente da Strabone, il quale ricorda come Antioco ne facesse menzione per combatterla, citando a sostegno della sua tesi un verso del poeta Asio. Un’informazione diretta la troviamo però in Euripide, la cui tragedia ‘Melanippe he desmotis’ svolgeva appunto la stessa leggenda, con qualche liee variante, com’è possibile ricostruirla dai frammenti che ce ne restano. Etc…”. Giannelli, a p. 83, nella nota (7) postillava che: “(7) Cfr. Pais, Ricerche stor., p. 109, n. I. Altri pensa che la leggenda che faceva di Siris la moglie di Metaponto – della quale si valse Euripide nella sua tragedia – sia nata per il fatto di essere stata Siri fondata da Metaponto (Beloch, I(2), 2, 240; cfr. Willamowitz, Heracles, I(2), p. 10, n. 22; vedi però Meyer, IV, § 397 nota).”. Dunque, il Giannelli, sulla scorta del Pais, riporta la notizia di “Siris” moglie di Metaponto tratta dalla tragedia di Euripide “Melanippe he desmotis”. Il Giannelli scrive che nella tragedia di Euripide: “Ivi si narrava come Teano, moglie di Metaponto, avesse salvato Eolo e Beoto, figli di Melanippe e Posidone, che erano stati esposti. Sorta più tardi gelosia fra i due gemelli e i figli di Teano, questi vengono trucidati e la madre, per dolore, si uccide. Quindi Melanippe sposa Metaponto, il quale adotta Eolo e Beoto, da cui prenderanno poi nome le due regioni dell’Eolide e della Beozia (1).”. Il Giannelli, a p. 81 proseguendo il suo ragionamento dice che: “La tradizione che faceva nascere Beoto e Metaponto, prese sempre maggior vigore, ma prevalse nella forma in cui ci è conservata da Diodoro Siculo, dove Melanippe è fatta invece moglie di Hippotes e madre di Arne: questa, rimasta incinta per opera di Posidone, fu affidata dal padre a Metaponto, allora suo ospite (2), il quale la portò nell’anonima città italica, ov’essa dava alla luce Eolo e Beoto. Questi, adottati da Metaponto e fatti adulti, s’impadronirono del governo della città e uccisero Autolide, la moglie di Metaponto, gelosa di Arne. In seguito a tali fatti, Eolo e Beoto con Arne e molti amici abbandonarono Metaponto: Eolo si recò a Lipari, Beoto invece in Beozia insieme alla madre. Etc..”. Su questo mito ho ragionato in un altro mio saggio, quello che ci parla dell’eroe eponimo di “Scidro”, il quale aveva sposato “Siri” altra figlia di Morgete. Emanuele Ciaceri, però parlandoci degli antichi popoli Italici degli Enotri e dei Morgeti riporta un’altra tradizione. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a p. 43 parlando del popolo degli Enotri, in proposito scriveva di Scidro che: “Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “(1) v. Etym. Magn. s.v. Σιρις. “, dove è scritto che “Σιρις”, il suo significato è: “Siri”. Carlo Battisti (…) diceva, tra l’altro: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi.”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Il richiamo all’Etymologicum Magno e a Esichio lo troviamo in Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” (stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964), di “Scidro”, a p. 53 (p……), in proposito scriveva che: “Il confronto fra il sinonimo aesculum e il basco eskur « quercia », berbero asyjr, rispettivamente άσζρα in Esichio (città della Beozia, patria di Esiodo) ci permetterebbe di cogliere una formante in -r- che troverebbe la sua corrispondenza in Sapri inteso come « rovereto ».”.
Nel 720 a.C., la fondazione di SIBARI, colonia magno-greca sullo Ionio
Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “I Calcidesi di Eubea furono probabilmente i primi a entrare in Sicilia e nell’Italia meridionale; e ad essi presto seguirono le stirpi doriche e acaiche del Peloponneso. E mentre i Cancidesi d’Eubea fondavano Cuma, da cui avevano origine Napoli e Pozzuoli, e, insieme coi Messeni, Reggio, e i Dori Taranto e Metaponto, gli Achei fondarono non poche città sul mar Ionio, tra cui Sibari, Pandosia, Crotone, che divennero ben presto metropoli frequenti di traffici; e veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2) e in fondo all’ampio golfo Posidonia, detta dagli Etruschi ‘Petan’ o ‘Pesitan’, da cui i Romani trassero Paestum. Nè erano soltanto queste le città o i borghi fondati dai Greci sul territorio salernitano, poichè Palinuro, più che il leggendario pilota di Enea (3), dovè essere un villaggio greco, come può rilevarsi dall’onomastica παλιν – contro e ορος – monte; Sapri è forse l’antica ‘Scidro’ o ‘Sidron’, ampliata dai Sibariti, quando vi si rifugiarono, dopo la distruzione della loro patria; nè le tradizioni intorno a ‘Molpa’, sita forse ad un paio di chilometri da Palinuro, nè quelle intorno a Leucosia (4), anche a non tener conto d’alltro che dell’onomastica certamente greca, debbono esser ritenute in tutto prove di fondamento (1). Così tutta la costa dal golfo di Policastro a quella di Salerno fu colonizzata dai Greci, e davanti ad essi gl’indigeni non bene armati da poter opporre una forte resistenza, si ritirarono nell’interno (2).”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a p. 28 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma se si può sabilire il tempo della distruzione di Sibari, quando fu essa fondata ? Eusebio, nella sua Cronaca, pone la fondazione di Sibari contemporanea a quella di Crotone, cioè nell’Ol. XVIII, ma è un tempo non ben definito, mentre S. Gerolamo assegna quest’ultima all’Ol. XVII, 4 (709), e Dionigi di Alicarnasso all’Ol. XVII, 3 (710). Ma se questa contempraneità non si può accettare come assoluta, tuttavia essa deve essere molto vicina al vero. Tutte le città, fondate da genti peloponnesiache sulla costa del Ionio in Italia, nacquero a poca distanza di tempo l’una dall’altra. Cosicchè bisogna ammettere per tutte la fine del sec. 8°. Per Sibari poi se non si può precisare l’anno, senza ricorrere a certi calcoli convenzionali, troppo pericolosi nella cronologia antica, bisogna convenire però che la nostra Sibari stette in piedi circa due secoli, anno più anno meno; tempo sufficiente a raggiungere quel grado di sviluppo, al quale era giunta allorchè venne abbattuta. Nè si opporrebe a ciò la notizia data da Strabone (VI, 262-3), che il fondatore di Sibari sarebbe stato aiutato dal fondatore di Siracusa, Archia…..Il gruppo delle colonie Achee e quello delle città doriche, di Italia e di Sicilia, costituirono i nuclei principali della emigrazione greca, durante l’8° sec. Pare accertato che la gente, che fondò Sibari, fosse achea, potendosi dimostrare con l’omonimia, insieme e con la tradizione storica, per tre quarti, attinge vigore dalla omonimia medesima…..Lo Ps. Aristotele (Pol. VII, 10) e Strabone (VI, 264), credevano che Filottete fosse approdato tanto presso Crotone, che presso Sibari e Siri, e avesse fondato queste città (cfr. Schol. Iuvenal. VI, 296). Ma se questa leggenda non dice nulla di nuovo e di sicuro intorno all’origine della città, tuttavia mostra una certa relazione e affinità tra Crotone e Sibari, che traeva origine dai rapporti etnici. Non bisogna però credere che i coloni di Sibari fossero solamente achei. ad essi spettava l’iniziativa e magari la preponderanza. Lo Ps. Aristotele (Pol. V, 3) dice che gli Achei colonizzarono Sibari insieme con i Trezeni (cfr. Solino 36, 9); poi, essendo gli Achei cresciuti di numero, scacciarono, o uccisero i Trezeni, e rimasero soli padroni della città. Fu in seguito a questa impresa scellerata che i Sibariti incominciarono ad essere considerati universalmente come crudeli. Malgrado questa notizia precisa intorno ai Trezeni di Sibari, si sono tirati in ballo anche elementi dori. In un passo di Solino poi (36, 13) è detto che la città di Posidonia sarebbe stata colonizzata dai Dori. Io non credo che bisogna accordare molta fede a questa notizia isolata; tuttavia, essendo Posidonia una colonia di Sibari, si spiega come la leggenda dei Dori fosse comune ad entrambe. Il Pais studia questo problema, nella sua Storia della Sic. e della M. Grec., al capitolo intorno ai Trezene, colonia di Marsiglia, ma non credo che sia riuscito a risolverlo completamente. Intanto, senza più indugiarci in cotali notizie incerte, che non possono risolvere la questione, diciamo più tosto che, fossero stati Dori o no, assieme agli Achei, che fondarono Sibari, vi dovettero essere elementi di altra razza, che aiutarono l’impresa. Se questi altri elementi siano approdati insieme agli Achei, ovvero che siano giunti in seguito, quando la città era stata fondata, non si può dire in nessuna maniera. Però non posso ammettere che la città di Posidonia sia stata fondata dalla gente non achea, scacciata violentemente da Sibari, perchè, essendo questa la più settentrionale delle sue colonie, deve supporre l’esistenza di Lao e Scidro, mentre questa rivoluzione interna di Sibari, se vi fu, dovette avvenire dopo non molti anni dacchè essa era in piedi in un tempo assolutamente anteriore a quello, in cui si pensò di colonizzare la costa occidentale della Lucania.”. Da Wikipedia leggiamo che Trezene (in greco Τροιζήν) era un’antica città greca dell’Argolide orientale. Fu il punto di transito tra le popolazioni doriche e quelle attiche. Circa all’inizio del I millennio a.C. fu occupata dai Dori, mantenendo tuttavia la sua indipendenza. Nel 720 a.C. partecipò assieme ad alcuni coloni Achei alla fondazione di Sibari in Magna Grecia. Circa trentacinque anni dopo Focea venne conquistata dai persiani. I Focesi si rifugiarono nella colonia di Alalia in Corsica, ma ormai la regione non aveva più spazio per un ulteriore polo dirigenziale, e fu la guerra: Etruschi e Cartaginesi li affrontarono nella battaglia navale di Alalia (535 a.C.). I Focesi vinsero, ma riportarono danni così gravi alle loro navi che preferirono trasferirsi a Elea. Lo storico e geografo greco Strabone, nella sua Geografia, parla della città di Elea-Velia, specificando che i Focei, suoi fondatori, la chiamarono inizialmente ῾Υέλη (Huélē), nome che però dopo alcune variazioni divenne per i grecofoni Elea. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro e con un altro alle foci del Silaro, al quale tenne subito dietro (alla fine del VII o al principio del VI secolo: cfr. Beloch, I, 2, 229 sg.; Dunbabin, p. 25 sg.) la fondazione di Posidonia, per parte dei Trezenii. E per questo non è escluso che Sibari sia stata fondata quando ancora i Beoto-Focesi non avevano occupato il territorio fra il Basento e il Bradano e la fertile Siritide; ma la distanza di tempo non poté essere, grande; perché i Corinzi-Corciresi, che mossero verso l’Italia probabilmente negli stessi anni in cui Corcira diveniva una colonia di Corinto (e cioè verso la metà dell’VIII secolo: cfr. Beloch, I (2) 2, 230) o poco dopo, non avrebbero scelto a loro sede la parte estrema del Bruzio “abitabile”, se le coste del golfo di Taranto non fossero state già tutte occupate. Concludendo, per questo primo gruppo di città, potremmo fissare questa probabile cronologia: per Taranto e Sibari, la prima metà dell’VIII secolo; per Metaponto e Siri, la metà, circa, del secolo stesso; per Crotone, il 750, o i primi decenni della seconda metà del secolo. Per altro, ….Sibari può essere stata fondata non solo prima di Siri e di Metaponto ma anche prima di Taranto. Subito dopo la fondazione di Crotone, e cioè durante la seconda metà dell’VIII secolo, si stabilirono sulle coste orientali della Sicilia i Calcidesi e i Corinzi: i Calcidesi deducevano tosto altre colonie sulle coste campane, prima fase di Cuma. Per l’origine greca di queste città, i recenti trovamenti archeologici indicano gli ultimi anni dell’VIII secolo e i primi del VII; e viene fatto di pensare che non solo per ragioni di opportunità commerciale abbiano i Calcidesi scelto il golfo di Napoli, bensì anche perché le coste lucane dovevano ormai essere ipotecate dall’espansione dei Sibariti e dei Siriti e costellate dei loro stabilimenti commerciali, fra i quali forse già comparivano le città di Lao, di Scidro, di Pixunte. Nudo di colonie greche restava tuttavia il Bruzio meridionale, ad eccezione dell’estrema punta, sulla quale i Calcidesi avevano stabilito, di fronte a Zancle, la città di Reggio.”. Sempre il Giannelli, a p. 305 scriveva pure che: “i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’un pò dei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Scidro (1). Quando anche i coloni di Siri sentirono il bisogno di uno sbocco sul Tirreno, dovettero raggiungerlo attraverso un ben più lungo cammino, e fondarono la colonia di Pixunte, a nord degli stabilimenti dei Sibariti: questa città scomparve probabilmente insieme alla sua madre-patria e più tardi, nel 471, colonizzata nuovamente da Micito di Reggio.”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.; Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Su Wikipedia leggiamo che la fonte letteraria principale sulla fondazione di Poseidonia è costituita da un passo di Strabone, che la mette in relazione con la polis di Sibari. L’interpretazione di questo passo è stata lungamente discussa dagli studiosi. Sulla base delle evidenze archeologiche raccolte finora, l’ipotesi più valida sembra essere quella secondo cui la fondazione della colonia sarebbe avvenuta in due tempi: al primo impianto, consistente nella costruzione di una fortificazione (“teichos”) lungo la costa, sarebbe seguito l’arrivo in massa dei coloni e la fondazione vera e propria (“oikesis”) della città. In base ai dati archeologici si può tentare una ricostruzione del quadro che portò alla nascita della città, verso la metà del VII secolo a.C., la città di Sibari iniziò a fondare una serie di sub-colonie lungo la costa tirrenica, con funzioni commerciali: tra esse si annoverano Laos ed uno scalo, il più settentrionale, presso la foce del Sele, dove venne fondato un santuario dedicato ad Hera, con valenza probabilmente emporica. I Sibariti giunsero nella piana del Sele tramite vie interne che la collegavano al Mare Ionio. Grazie ad un intenso traffico commerciale che avveniva sia per mare – entrando in contatto con il mondo greco, etrusco e latino – sia via terra – commerciando con le popolazioni locali della piana e con quelle italiche nelle vallate interne – nella seconda metà del VII secolo a.C. si sviluppò velocemente l’insediamento che poi dovette dar luogo a Poseidonia, evento accelerato certamente anche da un preciso progetto di inurbamento. Una necropoli, scoperta nel 1969 subito al di fuori delle mura della città, contenente esclusivamente vasi greci di fattura corinzia, attesta che la polis doveva essere in vita già intorno all’anno 625 a.C.. Un’altra circostanza che ci riguarda più da vicino e che è collegata con la deduzione della colonia di Sibari è quella di cui ci parla lo stesso Galli, che a p. 53, ci parla degli attriti che molto probabilmente si vennero a creare con i Sirini ed in particolare con la colonia di Pyxus: “Siri aveva dedotta forse una colonia sul Tirreno, nell’attuale golfo di Policastro, Pyxus; certo aveva con questa città stretta una lega monetaria, come si rileva dal doppio nome impresso sulle monete. (Σιρινος Πυξοες). Quando i Sibariti spinsero il loro dominio da questo lato, fondandovi le colonie di Lao, Scidro e Posidonia, dovetero trovarsi necessariamente a contatto con quei di Pyxus, che si videro stretti tra colonie sibarite. La tradizione storica non dice nulla, se Sibari ebbe a combattere prima con Pyxus e poi con Siri; certo è però che Pyxus non compare più dopo la distruzione di Siri, tranne quando fu ripopolata dai Reggini, nei primi del sec. 5°. Ciò fa supporre naturalmente che essa avesse subito la medesima sorte della sua alleata. E’ difficile però stabilire, se la guerra incominciò prima con Siri, ovvero con Pyxus. Io credo che la distruzione di quella seguì, e fu conseguenza della caduta di Pyxus; ed ecco perchè. Ammesso come dimostrato che le colonie sibarite del Tirreno siano state dedotte prima del 510 (sconfitta di Sibari), e non fondate da quelli che riuscirono a scampare da questa rovina, ne viene di conseguenza che esse precedettero anche la distruzione di Siri (530), e che specialmente le colonie di Lao e Posidonia, delle quali ci rimangono notizie sicure, non furono dedotte nel territorio di Pyxus, già abbattuta. Se così non fosse stato, non si capirebbe come, in un ventennio solo, città poste sulla riva opposta alla metropoli fossero potute crescere in potenza a tal punto da offrire sicuro asilo ai fuggiaschi di Sibari, e garentirli da possibili aggressioni Crotoniate. Da tutto ciò appare che i prodomi della guerra dovettero maturarsi sulla riva del Tirreno, dove coloni di Sibari si trovarono a contatto, e cercarono di allargarsi a danno dell’alleata di Siri. Questo ragionamento esclude anche che Pyxus fosse invece colonia di Sibari, come crede il Prof. Tropea (St. dei Luc., p. 168), altrimenti non so perchè avrebbe dovuto scomparire proprio in quel tempo che fu distrutta Siri.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 202 e sgg, in proposito scriveva che: “Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trezene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia pare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno.”.
Nel VIII sec. a.C., il viaggio di Giasone e degli Argonauti e la fondazione del santuario di Hera Argiva verso la foce del fiume Sele
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 258 e ssg. parlando di “Paestum”, in proposito scriveva che: “Già in tempi antichissimi la pianura del Sele era stata toccata da genti egeo-anatoliche, come mostra la necropoli del Gudo (a m. 1500 a nord delle mura: civiltà del Gaudo). In seguito alla foce di quel fiume si insediò parte di quei spericolati marinai-mercanti egei che, incuranti di pericoli, disagi e avversità, si erano spinti fin nel Lazio e nell’Etruria (1), a cercarvi, per l’esaurirsi del mare, l’insostituibile ferro. Furono essi che alla foce del Silaro innalzarono un tempio, poi tanto famoso, dedicandolo, com’era costume, alla divinità patria: Hera Argiva (2). Etc…”. Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera. Sull”Heraion alla Foce del Sele’, oltre il fondamentale saggio degli scopritori P. Zancani Montuoro e U. Zanotti Bianco, Roma, 1941, v. pure M. Napoli, Le metope arcaiche di Foce Sele, Bari, 1963 e del 1981 l’intelligente chiaro saggio di D. Sorrentino, Heraion di Foce Sele, il tempio maggiore e relativi problemi, Salerno, 1981.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Posidonia”, a p. 133 e ssg, in proposito scriveva che: “La localizzazione della saga di Eracle nel territorio di Posidonia – dove l’eroe argivo si sarebbe fermato nel viaggio di ritorno dalla spedizione pè buoi di Gerone – può ascriversi agli stessi Trezenii fondatori della città; o, più probabilmente, tenuto conto della data presumibilmente tarda di codesta localizzazione, dovrà riguardarsi come un’irradazione della leggenda di Eracle dalla Campania, dove la saga dell’eroe fu portata dalla corrente migratoria calcidese (1).”. Il Giannelli, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) A proposito delle origini di Posidonia e dei legami che la univano alle origini di Sibari, torna qui in acconcio far menzione dell’epigrafe recentemente scoperta ad Olimpia e pubblicata da E. Kunze nel VII ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). L’iscrizione – databile alla metà del VI sec. a.C., – ci conserva il testo di un trattato di amicizia concluso dai Sibariti e dai loro aleati con un altro popolo, designato col nome – a noi finora ignoto – di ‘Serdaioi’. Sulla identificazione di questo popolo si è già discusso assai e, credo si continuerà a discutere: le diverse ipotesi avanzate dagli studiosi sono lucidamente esposte e commentate da P. Zancani-Montuoro nell’articolo ‘Sibari e Serdei’, pubblicato in “Rendic. Acc. Naz. Lincei” classe sc. morali, sez. VIII, vol. XVII, fasc. 1-2 (1962). A noi interessa qui il fatto che, come garanti della fedeltà dei Sibariti al patto stretto coi Serdei, vengono chiamati “Zeus, Apollo e gli altri dèi, e la città di Posidonia”: ciò che indica la potenza raggiunta dalla città sul Tirreno e la sua piena autonomia dai Sibariti, ma al tempo stesso lo strettissimo legame che la univa a Sibari, e non indebolisce per nulla, anzi rafforza (contrariamente a quanto ritiene la Zancani-Montuoro) la tesi della derivazione di Posidonia da Sibari, così come è stata esposta nel testo.”. Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera.”. Da Wikipedia leggiamo che Giasone (pronuncia: Giasóne o Giàsone, in greco antico: Ἰάσων?, Iásōn) è una figura della mitologia greca. Figlio di Esone, re di Iolco, e di Alcimede, fu sposo della maga Medea. È noto per essere stato a capo della spedizione degli Argonauti, finalizzata alla conquista del vello d’oro. Volendo riconquistare il trono di Iolco usurpato al padre Esone dal fratellastro Pelia, Giasone dovrà andare alla conquista del vello d’oro, la pelle dell’ariete dorato che si trova nella Colchide presso il re Eeta, a capo di un gruppo di eroi, gli Argonauti, che formano l’equipaggio della nave Argo. Grazie all’aiuto della maga Medea, figlia di Eeta, riuscirà nell’impresa e, dopo le molte peripezie che caratterizzeranno tutto il viaggio, tornerà a Iolco per reclamare il trono che fu del padre. Morirà trovandosi sulla stessa Argo, ormai fatiscente, a causa di un suo cedimento. Sebbene alcuni degli episodi della storia di Giasone risalgano a vecchie leggende, l’opera principale legata a tale personaggio è il poema epico Le Argonautiche di Apollonio Rodio, scritto ad Alessandria nel III secolo a.C. Un’altra Argonautica è stata scritta in latino da Gaio Valerio Flacco nel I d.C. ed è composta da otto volumi. Il poema si interrompe bruscamente con la richiesta di Medea di accompagnare Giasone nel suo viaggio di ritorno. Non è noto se una parte del poema epico sia andato perduto o se non sia mai stato finito. Una terza versione è l’Argonautica Orphica, che evidenzia il ruolo di Orfeo nella storia. Apollonio fu autore del poema epico “Le Argonautiche” che narra il viaggio di Giasone e della sua nave “Argo”. Le Argonautiche (in greco antico: Τὰ Ἀργοναυτικά) è un poema epico in greco antico scritto da Apollonio Rodio nel III secolo a.C.. Unico poema di Età Ellenistica sopravvissuto, esso racconta il mitico viaggio di Giasone e degli Argonauti per recuperare il Vello d’oro nella remota Colchide. Le loro eroiche avventure e la relazione di Giasone con la pericolosa Medea, principessa e maga colchiana, erano già ampiamente note al pubblico Ellenistico, permettendo così ad Apollonio di superare la semplice narrazione, per presentare un’esposizione che aderisca ed enfatizzi i valori dei suoi tempi – l’età della grande Biblioteca di Alessandria – mentre la sua epica incorpora la sua ricerca nei campi della geografia, dell’etnografia, delle religioni comparate, della letteratura omerica. Comunque, il suo principale contributo alla tradizione epica risiede nell’evoluzione dell’amore tra l’eroe e l’eroina: egli sembra esser stato il primo poeta epico a studiare la «patologia d’amore». Le Argonautiche ebbero un profondo impatto sulla poesia latina: tradotte da Varrone Atacino e imitate da Valerio Flacco, influenzarono Catullo e Ovidio, e indicarono a Virgilio un modello per il suo poema romano, l’Eneide. Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera.”. Infatti, Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove ricalca l’itinerario del racconto di Strabone, a p. 130 e ssg., in proposito scriveva: “Il Sinus Paestanus. Superato il capo Athenaion, si entra nel golfo di Salerno, un tempo chiamato Poseidoniate e poi Pestano. Narra Strabone: “Dopo la foce del Silaris la Lucania e il santuario di Hera Argiva, fondazione di Giasone, e vicino, a 50 stadi, Poseidonia. Di là, chi naviga il golfo vede l’isola di Laeucosia, poco distante dal continente, che prende il nome da una delle Sirene qui caduta, dopo che esse si precipitarono, secondo il mito, nell’abisso. Di fronte all’isola, opposto alle Sirenusse, è il promontorio che forma il sinus paestanus” (VI, 1, 1). In chiusura del libro quinto Strabone descrive l’ultimo tratto della costa della Campania, dalle Sirenusse al Silaris, …ricorda solo l’Heraion alla foce del Sele, e non fa più parola di Poseidonia., se non per dirci che è a cinquanta stadi dal celebre santuario. Non crediamo, pertanto, assolutamente necessario spostare agli inizi del sesto libro il passo relativo a Paestum, come propone qualche editore.”. Sul viaggio degli Argonauti, il Napoli, a p. 138, in proposito scriveva pure che: “…, sulla suggestione di alcune osservazioni del Bérard. Egli, infatti, accogliendo pienamente la presenza degli Aminei sulle rive del golfo di Poseidonia, ricorda che, teste Aristotele (ap. Serv. ad Georg. II, 97, fr. 495, Rose), gli Aminei erano originari della Tessalia, da dove avrebbero importata la “vite aminea”, e quindi ricollega la presenza dei tessali Aminei alla leggenda degli Argonauti, leggenda di origine tessala, i quali avrebbero fondato il santuario di Hera alle foci del Sele. Strabone è l’unico autore antico a ricordare che il santuario fu fondato da Giasone, e pertanto dagli Argonauti, ma il ricordo degli Argonauti sul Tirreno, e anche in altre fonti letterarie e già lo stesso Strabone nel primo libro aveva ricordata la presenza di tracce degli Argonauti nel golfo poseidoniate…..Un santuario di Hera Argiva, pertanto, da ricollegarsi, non alla più famosa Argo, quella peloponnesiaca, ma ad Argo della Tessalia, di quella Tessalia così collegata alla leggenda degli Argonauti della Hera Tessala, la quale, come è opportunamente sottolineato dal Bérard, nell’Odissea (XII, 72) già appare come la protettrice degli Argonauti, ed alla quale, se è da identificarsi con la Hera Pelasgide ricordata da Apollonio Rodio (I, 14, et Sc., ad loc.), Giasone avrebbe innalzato un altare sulle rive del Bosforo. Lo stesso Bérard, a riprova della origine tessala della legenda sulla presenza degli Argonauti nel Tirreno, ricorda che Licofrone narra, con quella oscurità che è propria di questo poeta, come Ercole abbia cacciati i Centauri dalla Tessalia, e questi morirono nelle isole delle Sirene (Licofr., V, 670; scol. ad loc.), mito che riappare, sia pure con sfumature diverse, in Tolomeo Efestio (Nov. Hist. V): a queste notizie mitiche si affiancherebbero le numerose metope con rappresentazioni di centauri rinvenute all’Heraion di Foce Sele.”. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 30 e ssg. nel cap. II: “Dei fiumi etc…”, in proposito scriveva che: “Il Fiume ‘Selo’ detto da Latini ‘Silarus’, che irriga la parte Occidentale di questa Provincia, ..è celebre per essere menzionato da nobili Scrittori, che ivi osservarono il famoso Tempio di Giunone Argiva, fabbricatogli da Giasone (a), celebre non men per la sua superstizione….etc…”. Il Gatta, a p. 31, nella nota (a) postillava che: “(a) Strabone Geogr. lib. 6. in princ. Plin. lib. 3 cap. 5. citati dal Signor D.Anton.-Francesco Gori uno de’ più elevati Ingegni Fiorentini, il cui nome sempre coronato etc…., nel Vol. II del suo elaboratissimo Museo Etrusco fol. 81. Junio Argiva, et dove parla di detto Tempio.”. Si tratta di Gori Antonio Francesco, “Storia antiquaria Etrusca etc…”, del 1749.
Nel 720 a.C., Dori-Trezenii o Achei i fondatori di Lao e di Scidro, colonie magno-greche sul mar Tirreno ?
Come è stato detto, alla fondazione della colonia magno-greca di Sibari, sul mare Ionio hanno partecipato gli Achei e i Trezenii. I Trezenii furono poi, in seguito scacciati dai Sibariti. E’ probabile che le due colonie di Lao e di Scidro, colonie magno greche sul mare Tirreno, dove, nel 510 a.C., i Sibariti si rifugiarono in seguito alla distruzione della loro città da parte dei Crotoniati, è probabile che esistessero, insieme alla vicina Pixunte (odierna Policastro e colonia alleata di Siris), già molto tempo prima che arrivassero gli Achei a fondare la colonia di Sibari. Non vi sono studi in proposito ma vi sono evidenze che i Trezenii avessero fondato la colonia a Tresino, sulla costa non molto distante da Agropoli ed avessero partecipato alla fondazione di Poseidonia (l’attuale Paestum). Non vi sono studi sulle origini di Scidro. Meglio documentata è invece l’origine della colonia di Lao. Scidro e Lao erano di sicuro nella cosiddetta “Sibaritide”, ovvero nell’area d’influenza di Sibari, lo sappiamo perchè è in queste due colonie, dicono le fonti, si rifugiarono i Sibariti. Ma non è mai stato chiarito se le due colonie sul mare Tirreno, Lao e Scidro, come pure Poseidonia fossero già preesistenti alla fondazione di Sibari sullo Ionio. Da Wikipedia leggiamo che Trezene (in greco Τροιζήν) era un’antica città greca dell’Argolide orientale. Fu il punto di transito tra le popolazioni doriche e quelle attiche. Circa all’inizio del I millennio a.C. fu occupata dai Dori, mantenendo tuttavia la sua indipendenza. Nel 720 a.C. partecipò assieme ad alcuni coloni Achei alla fondazione di Sibari in Magna Grecia. Circa trentacinque anni dopo Focea venne conquistata dai persiani. I Focesi si rifugiarono nella colonia di Alalia in Corsica, ma ormai la regione non aveva più spazio per un ulteriore polo dirigenziale, e fu la guerra: Etruschi e Cartaginesi li affrontarono nella battaglia navale di Alalia (535 a.C.). I Focesi vinsero, ma riportarono danni così gravi alle loro navi che preferirono trasferirsi a Elea. Lo storico e geografo greco Strabone, nella sua Geografia, parla della città di Elea-Velia, specificando che i Focei, suoi fondatori, la chiamarono inizialmente ῾Υέλη (Huélē), nome che però dopo alcune variazioni divenne per i grecofoni Elea. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro etc…”. Sempre il Giannelli, a p. 305 scriveva pure che: “i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’un pò dei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1).”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.; Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Infatti, il Giannelli citava Edoardo Galli (….), che nel suo “Per la Sibaritide – Studio topografico e storico”, a p….., in proposito scriveva che: “Ammesso come dimostrato che le colonie sibarite del Tirreno siano state dedotte prima del 510 (sconfitta di Sibari), e non fondate da quelli che riuscirono a scampare da questa rovina, ne viene di conseguenza che esse precedettero anche la distruzione di Siri (530), e che specialmente le colonie di Lao e Posidonia, delle quali ci rimangono notizie sicure, non furono dedotte nel territorio di Pyxus, già abbattuta. Se così non fosse stato, non si capirebbe come, in un ventennio solo, città poste sulla riva opposta alla metropoli fossero potute crescere in potenza a tal punto da offrire sicuro asilo ai fuggiaschi di Sibari, e garentirli da possibili aggressioni Crotoniate.“. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 117 e ssg., in proposito scriveva che: “Nessuno autore parla di proposito intorno a queste imprese coloniali di Sibari, e nemmeno si sa il tempo in cui esse incominciarono; talchè siamo costretti, come al solito, di raccogliere scarse notizie qua e là, veri ruderi di tradizioni, ordinarle, vagliarle e confortarle con gli avanzi archeologici di quelle nobilissime città.”. Il Galli, a pp. 118-119, in proposito scriveva pure che: “La deduzione di queste colonie, come in parte ho detto, dovette incominciare anteriormente alla guerra e alla caduta di Siri; mentre la conquista della valle del Crati doveva risalire ai primi tempi della fondazione di Sibari. Infatti due argomenti possono sussidiare la mia supposizione: cioè la lega monetaria fra Sibari e due delle sue colonie; la tutela che queste poterono accordare ai fuggiaschi Sibariti, dopo la loro sconfitta. Se si considera che dalla caduta di Siri alla sconfitta di Sibari intercede una ventina di anni appena, bisogna venire alla conclusione che quelle città, per essere giunte a quel grado di sviluppo, dovevano essere state fondate da un pezzo.”, il Galli, dunque afferma che la fondazione delle due colonie di Lao e di Scidro doveva essere avvenuta da molto tempo prima la caduta di Siri. Infatti, il Galli, a pp. 118-119 aggiunge: “Nella seconda parte di questo studio ho espresso il dubbio che la cagione della guerra con Siri fosse derivata appunto da questa colonizazione, cioè per i naturali attriti tra le colonie di Sibari e Pyxus, colonia di Siri, a danno della quale le prime cercavano di allargarsi su questo lido. Se si considera poi che Lao, posta proprio sul confine del Bruzio, era la più meridionale di quelle colonie, facendo astrazione etc…, bisogna ammettere che essa fosse stata la prima in ordine di tempo, e che quindi Posidonia, la più settentrionale, fosse stata l’ultima delle fondate.”.Dunque, il Galli scriveva che la colonia magno-greca di Lao dovette essere la prima in ordine di tempo. Il Galli scriveva che: “La deduzione di queste colonie, come in parte ho detto, dovette incominciare anteriormente alla guerra e alla caduta di Siri; etc…”, poi proseguendo aggiunge: “Ora, calcolando approssimativamente il tempo necessario all’affermazione e allo sviluppo di ognuna, si può azzardare il giudizio che Posidonia, la quale certamente coniò monete insieme a Sibari in quei venti anni, che passarono tra la caduta di Siri e la vittoria dei Crotoniati del 510, e della quale si sa che nel 530 vi si rifugiarono i Focesi provenienti dalla Corsica, tenendo anche conto che l’uso di imporre alle città nomi di divinità incomincia intorno, o poco prima di questo tempo, avesse potuto precedere di poco la caduta di Siri; mentre la fondazione di Lao e di Scidro dovette avvenire almento 15 o 20 anni innanzi. Con ciò non voglio dire che i Sibariti avessero fondato ex novo Posidonia, ma intendo parlare solo del loro stabilimento in essa.”. Dunque, il Galli ragionando sulla fondazione delle due colonie di Lao e di Scidro scriveva che “..la fondazione di Lao e di Scidro dovette avvenire almento 15 o 20 anni innanzi.”…., ovvero scriveva che la fondazione di Lao e di Scidro dovette avvenire almeno 15 o 20 anni prima della fondazione di Posidonia. Però, sia il Galli ed il Giannelli, pur riconoscendo la probabile preesistenza delle due colonie, vicine all’antica Pixunte, alleata di Siri, non hanno detto nulla sull’eponimo delle due città e sul popolo che ivi arrivò per fondarle. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 202 e sgg, in proposito scriveva che: “Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trezene.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a p. 28 e ssg., in proposito scriveva che: “Non bisogna però credere che i coloni di Sibari fossero solamente achei. ad essi spettava l’iniziativa e magari la preponderanza. Lo Ps. Aristotele (Pol. V, 3) dice che gli Achei colonizzarono Sibari insieme con i Trezeni (cfr. Solino 36, 9); poi, essendo gli Achei cresciuti di numero, scacciarono, o uccisero i Trezeni, e rimasero soli padroni della città. Fu in seguito a questa impresa scellerata che i Sibariti incominciarono ad essere considerati universalmente come crudeli. Malgrado questa notizia precisa intorno ai Trezeni di Sibari, si sono tirati in ballo anche elementi dori. In un passo di Solino poi (36, 13) è detto che la città di Posidonia sarebbe stata colonizzata dai Dori. Io non credo che bisogna accordare molta fede a questa notizia isolata; tuttavia, essendo Posidonia una colonia di Sibari, si spiega come la leggenda dei Dori fosse comune ad entrambe. Il Pais studia questo problema, nella sua Storia della Sic. e della M. Grec., al capitolo intorno ai Trezene, colonia di Marsiglia, ma non credo che sia riuscito a risolverlo completamente. Intanto, senza più indugiarci in cotali notizie incerte, che non possono risolvere la questione, diciamo più tosto che, fossero stati Dori o no, assieme agli Achei, che fondarono Sibari, vi dovettero essere elementi di altra razza, che aiutarono l’impresa. Se questi altri elementi siano approdati insieme agli Achei, ovvero che siano giunti in seguito, quando la città era stata fondata, non si può dire in nessuna maniera. Però non posso ammettere che la città di Posidonia sia stata fondata dalla gente non achea, scacciata violentemente da Sibari, perchè, essendo questa la più settentrionale delle sue colonie, deve supporre l’esistenza di Lao e Scidro, mentre questa rivoluzione interna di Sibari, se vi fu, dovette avvenire dopo non molti anni dacchè essa era in piedi in un tempo assolutamente anteriore a quello, in cui si pensò di colonizzare la costa occidentale della Lucania.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 11, in proposito scriveva che: “Sappiamo da un passo di Stefano di Bisanzio e da un altro di Eustazio dell’esistenza, oltre alla Trezene dell’Argolide, di una Trezene situata in Italia, nella regione “massaliota”(2). A rigor di logica “massaliota” dovrebbe riferirsi a Marsiglia, l’antica ‘Massalia’, ma poichè questa non è in Italia né vi è mai ritenuta inclusa in antico, si è creduto di poter identificare tale regioe con quella ‘lato sensu’ di Elea, considerato che sia Massalia che Elea erano di fondazione focese, anzi il Pseudo-Scimno scriveva, non si sa con quanta verità, che la seconda era una colonia fondata dai Focesi e dai Massalioti dopo la distruzione di Focea da parte dei Persiani (3). Scartata l’ipotesi che Trezene possa essere stato un appellativo di Poseidonia, perché sostenibile solo ricorrendo ad un falso sillogismo (4), e stabilito che si deve cercare di localizzare il centro in rapporto al territorio eleate, va innanzitutto rilevato che la zona di Punta Tresino era, almeno nel IV sec. a. C., sotto la diretta influenza di Elea (come attestano, tra l’altro, alcune monete della città rinvenute nella tomba dipinta di contrada Vecchia, nell’entroterra di Tresino), se non addirittura apparteneva territorialmente alla colonia focese (5).”. Il Cantalupo, a p. 11, nella nota (2) postillava: “(2) Carace, apud Stefano di Bisanzio, alla voce Τροιζην, F.H.G., III, fr. 55, p. 645: ……………”. Il Cantalupo, a p. 11, nella nota (3) postillava: “(3) Pseudo-Scimno, vv. 247-49 (= 250-52).”. Il Cantalupo, a p. 11, nella nota (4) postillava: “(4) L’identificazione della Trezene italica con Posidonia è sostenuta, ad es. da J. Berard (La Magna Grecia, Storia delle colonie greche dell’Italia meridionale, P.B.E., 1964, p. 209), il quale, rilevando come gli antichi credevano che la Trezene peloponnesiaca avesse portato un tempo il nome di Posidonia, stabilisce che la Posidonia-Paestum di fondazione trezenia potesse essere indicata col nome di Trezene, quasi che i termini Poseidonia-Trezene fossero di necessità reciproci. Tale identificazione è respinta invece da T. J. Dumbabin (The Western Greeks, Oxford, 1948, n. 1. p. 25) e dalla Zancani (P. Zancani Montuoro / U. Zanotti Bianco, Heraion alla foce del Sele, Roma, 1954).”. Il Cantalupo, a p. 11, nella nota (5) postillava: “(5) V. G. Vallet, La cité et son territoire, in Atti VII Conv. Studi M. Grecia, Taranto, 1967, p. 136; cfr. ibidem art. M. Napoli, pp. 228 sgg…Sul problema anche A. Bottini /E. Greco, Tomba a camera dale territorio pestano, in Dialoghi di Archeologia, vol. VIII / 2, 1974-75, pp. 232 e 268”. Il Cantalupo, a p. 12, in proposito scriveva che: “I Trezeni, popolazione di origine peloponnesiaca e di stirpe dorica, avevano preso parte alla fondazione di Sibari insieme agli Achei, ma da quest’ultimi erano stati cacciati dalla città dopo non molto tempo. Essi si recarono allora, secondo la ricostruzione dei fatti proposta per primo da R. Rochette, nella Piana del Sele (2), e nel corso della seconda metà del VII sec. a.C. si insediarono nella località che le genti pregreche chiamavano Paestum, dando ad essa il nome di ‘poseidonia’ e consacrandola così al dio mare, oggetto di particolare venerazione nella loro patria di origine, Trezene nell’Argolide. Soltanto il grammatico Solino, epitomatore del III sec. d.C., ci ha tramandato il ricordo dell’origine “dorica” della città (3), origine disconosciuta a dispetto di questa esplicita testimonianza, e data unicamente come “partecipazione” dell’elemento trezenio alla fondazione di Poseidonia, da taluni di quegli studiosi, e sono i più, che vedono nella colonizzazione greca di Paestum l’azione preponderante se non esclusiva dei Sibariti, la cui presenza a Poseidonia, del resto, può essere attestata con certezza solo negli anni che vanno dal 510 a.C. (distruzione di Sibari) alla fine del V secolo (invasione dei Lucani). Invece la presenza dei Dori nella prima fase di vita della colonia è indirettamente documentata dalle sue prima emissioni monetali, rimontanti a circa la metà del VI sec. a.C., per le quali fu adottato il sistema ponderale calcidese, non quello acheo in uso a Sibari (4). I Sibariti giunsero nel golfo di Poseidonia in un secondo momento, sulla scia dei Trezeni, seguendo verosimilmente le vie commerciali che mettevano in comunicazione il Sele con le valli dell’Ofanto e del Basento, a cui risalivano i traffici terrestri delle città sui mari Adraitico e Ionio. Stanziandosi, sul finire del VII secolo, prima alla foce del Sele, che costituiva allora un importante scalo commerciale, vi portarono il culto di Hera Argiva, originario, a quanto pare, di Argo nella Tessalia. Esso si sovrappose qui al culto indigeno di una dea della fecondità (la ‘Potnia’ mediterranea ?), sicché, immediatamente accolto anche a Poseidonia dagli stessi Trezeni, determinò sulla sinistra del Sele il fiorire di un santuario, celebrato poi da Strabone e da Plinio, i quali, ricordandone le mitiche origini, connesse ai viaggi di Giasone e degli Argonauti, ci danno la testimonianza della sua remota antichità, di molto precedente l’arrivo dei Greci nel VII secolo. I Sibariti stanziati al Sele, in una fase successiva, probabilmente durante il terzo quarto del VI secolo a.C., costrinsero i Trezeni a sgombrare Poseidonia etc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 13, nella nota (1) postillava: “(1) L’instaurarsi della supremazia sibaritica a Poseidonia consolidò nell’area della città il culto di Hera, pertanto i grandi templi urbani ignorarono l’originario culto trezenio di Poseidone e la dea della fecondità ebbe dedicati due edifici sacri, l’uno elevato nel 550 circa, l’altro nel 450 a.C., ( i cosiddetti Basilica e tempio di Nettuno). Scomparve così, a partire dalla metà del VI secolo circa, fino all’età romana, qualsiasi traccia del culto del dio del mare; solo sulle monete rimase la sua immagine, divenuta l’emblema “parlante” della città (v. n. 2, p. 23)…..l’Amasiota dice: “I Sibariti fondarono le mura…”, etc…”. Il Cantalupo, a p. 23, nella nota (2) postillava: “(2) Se si considera che sulle monete di Poseidonia Poseidone non compare come semplice ‘parasemon’, od emblema della città, ma piuttosto come “immagine parlante”, atta cioè a far individuare la polis garante dell’emissione monetale…., come si può rilevare dalle “immagini parlanti” di Focea, Side, Melo, etc…Se è chiaro, solo ammettendo che Poseidonia fu fondata dai Trezeni e che trezenie furono le sue prime emissioni monetali, si può ricomporre l’originario, coerente ed equilibrato rapporto tra fondatori, divinità eponima, nome della città, impronta monetale e sistema ponderale. Ed è altrettanto chiara che a Poseidonia verosimilmente vi fu, entro gli stretti limiti di questa, “prima fase” greca, un culto o un’area culturale riservata al dio del mare; essi scomparvero poi, o furono cancellati con preciso intento politico, dall’affermarsi della supremazia dei Sibariti nella Piana del Sele. Dai nuovi venuti fu incentivato esclusivamente il culto di Hera….I Sibariti, in verità conservarono solo ciò che o non poteva cancellarsi etc…I Trezeni, infatti, durante la loro abbastanza lunga permanenza a Poseidonia, avevano intessuto traffici e commerci con le popolazioni locali e, principalmente, con gli Etruschi, presenti sulla riva destra del Sele, ed erano riusciti anche, qualche tempo prima di essere scacciati dalla città, a disciplinare quegli scambi, immettendo sul mercato gli stateri incusi con l’effige di Poseidone, fra i primi della Campania, e conquistando loro una vasta area di circolazione. I Sibariti, nel sovrapporsi in questa stessa area ai Trezeni, intorno alla metà del VI sec. a.C., epoca che più o meno coincise e con i lavori di costruzione del primo tempio urbano (la cosiddetta Basilica, che fu pertanto dedicato ad Hera) e con le prime fasi della monetazione incusa, dovettero rendersi conto che per un più agevole acquisto di quel mercato conveniva non variare la moneta in esso affermatasi; pertanto continuarono le emissioni con l’impronta ed il sistema ponderale introdotto dai Trezeni, sistema variato poi solo nei primi decenni del V secolo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 258 e ssg. parlando di “Paestum”, in proposito scriveva che: “Già in tempi antichissimi la pianura del Sele era stata toccata da genti egeo-anatoliche, come mostra la necropoli del Gudo (a m. 1500 a nord delle mura: civiltà del Gaudo). In seguito alla foce di quel fiume si insediò parte di quei spericolati marinai-mercanti egei che, incuranti di pericoli, disagi e avversità, si erano spinti fin nel Lazio e nell’Etruria (1), a cercarvi, per l’esaurirsi del mare, l’insostituibile ferro. Furono essi che alla foce del Silaro innalzarono un tempio, poi tanto famoso, dedicandolo, com’era costume, alla divinità patria: Hera Argiva (2). A circa 600 m. dal mare, e su una terrazza utilizzata fin dall’età eneolitica (3) perché dominante l’ampia distesa del mare e la vasta circostante palude, viveva uno sparuto nucleo di indigeni (‘Pai-Pais-Paistòs’), con i quali i sopraggiunti rapidamente si fusero (4). Per le scarse notizie pervenuteci varie sono tuttora le ipotesi sull’evoluzione dell’abitato della città: e cioè se per il sopraggiungere di altre genti rodio argoliche, di soli sibariti, o per l’arrivo di quel gruppo di Trezeni che Aristotele (5) ricorda espulso da Sibari, per cui questa ne pagava il misfatto con una tra le più memorabili distruzioni di tutti i tempi (6). Nella pianura pestana continuarono ad affluire genti di Sibari che aveva compreso l’importanza di Poseidonia, quale testa di ponte della longitudinale arteria maestra interna Jonio-Tirreno, strada che aveva costituito per le immancabili attività commerciali che si sarebbero sviluppate verso il Lazio e l’Etruria. Certo è che i rapporti tra le due città furono sempre più stretti se nel 511-510 a.C., a seguito della diaspora sibaritica, per la perduta guerra contro Crotone, le accoglienze ai profughi non si limitarono a sterili per quanto apprezzabili manifestazioni affettive: la città delle rose due volte fiorenti nell’anno fece di più (10). Posidonia rivoluzionò addirittura il suo sistema monetale etc…”. Ebner, a p. 258, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pugliese Carratelli, Relazione I Convegno internazionale di Taranto 1961, “Atti”, Napoli, 1962, p. 140″. Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera. Sull”Heraion alla Foce del Sele’, oltre il fondamentale saggio degli scopritori P. Zancani Montuoro e U. Zanotti Bianco, Roma, 1941, v. pure M. Napoli, Le metope arcaiche di Foce Sele, Bari, 1963 e del 1981 l’intelligente chiaro saggio di D. Sorrentino, Heraion di Foce Sele, il tempio maggiore e relativi problemi, Salerno, 1981.”. Ebner, a p. 259, nella nota (3) postillava: “(3) Scrive M. Napoli (Paestum, Novara, 1987, p. 3) che “ad oriente della Basilicata si sono rinvenuti manufatti che vanno dall’età paleolitica sino all’età del bronzo, mentre a sud della stessa Basilicata, non lungi dalle mura etc…, resti di un centro abitato preistorico”.”. E’ probabile che qui vi è un errore perchè non è Basilicata ma Napoli si riferisce alla Basilica di Paestum. Ebner, a p. 259, nella nota (4) postillava: “(4) Ebner, La monetazione di Poseidonia- Paestum. Note preliminari, “Ente per le antichità e i monumenti della provincia di Salerno”, pubbl. XIV, Salerno, 1964, p. 8. Cfr. pure E. Pozzi, Ripostigli di monete greche rinvenute a Paestum, “Annali dell’Istituto Italiano di Numismatica”, vol. 9-11, Roma 1962-64.”. Ebner, a p. 259, nella nota (5) postillava: “(5) Aristotele, Polit., V, 210, p. 1303 a.”. Ebner, a p. 259, nella nota (6) postillava: “(6) Strabone, VI, 263; Erodoto, V, 45.”. Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove ricalca l’itinerario del racconto di Strabone, a pp. 140 e ssg., in proposito scriveva: “Sulla fondazione di Paestum abbiamo la notizia di Strabone, che, per quanto documentata con acute esegesi, dice, che i primi Greci, stanziatisi alle foci del Sele, etc….Purtuttavia la questione no è così semplice come può apparire a prima vista. Infatti, il grammatico Solino (che scrive nel III secolo a.C.) afferma che Posidonia fu fondata dai Dori, per cui Raoul Rochette ha cercato di salvare la testimonianza di Solino, ricordando che, secondo Aristotele (Polit., V, 2, 10), Sibari fu originariamente abitata non solo da Achei, ma anche da Dori-Trezeni; successivamente i primi cacciarono via dalla città i secondi, i quali si sarebbero, pertanto, portati sul Tirreno fondando Poseidonia: sarebbero così salve sia le testimonianze di Strabone e dello Pseudo Scimno, sulla fondazione sibaritica,si quela di Solino sulla fondazione ad opera dei Dori. L’ipotesi della fondazione Poseidonia ad opera dei Trezeni diSibari, semprerebbe trovare elemento di riprova il fatto che la città di Trezene in Grecia un tempo si sarebbe chiamata Poseidonia ed era sacra al dio Poseidon, e nel ricordo in Stefano di Bisanzio (s.v. ………..) e in Eustazio (ad Il., II, 561) di una Trezene nella regione massaliota d’Italia, regione massaliota che potrebbe corrispondere proprio alla Lucania tirrenica, dati i rapporti Velia-Massalia e Velia-Paestum. La spiegazione di Raoul Rochette trova ancora validi difensori, anche accaniti oppositori. Una difesa, sia pure con diversa spiegazione, è stata di recente avanzata (Sestieri), secondo la quale, i Trezeni, lasciando Sibari si sarebbero attestati poco più a sud di Poseidonia, sui pendii marini dei monti cilentani, non lungi da Agropoli (monte e punta Tresino)…..Che ai Trezeni debba risalire la fondazione di Poseidonia non trova consenziente chi (Zancani Montuoro) osserva che “l’arrivo dei Trezeni-Sibariti non può datarsi prima del (sesto) secolo, poichè Aristotele riferisce il sopruso commesso dagli Achei per presentarlo, moralisticamente, come causa della rovina del 510 e ciò prova che i due fatti erano vicini e non separati da un secolare intervallo di gloria e di espansione”; e ciò, naturalmente, considerando che Poseidonia deve essere fondata intorno all’anno 600 a.C.. La stessa studiosa avanza una nuova ipotesi, cioè che i Sibariti si sarebbero portati a Poseidonia solo dopo la distruzione di Sibari nel 510 a.C., e la città avrebbe tratto nuovo vigore ed impulso dalla presenza dei Sibariti profughi della loro patria, offuscando il ricordo degli antichi fondatori della città, i quali sarebbero greci di lontane origini tessalo-beote che, dopo aver fondato l’Heraion di Foce Sele avrebbero scelto per loro dimora il più favorevole sito di Poseidonia. (p. 143). Lasciamo da parte, per ora, la questione della cronologia di Sibari, e consideriamo la soluzione proposta da Raoul Rochette a proposito dei Dori, che egli identfica con i Trezeni di Sibari: la soluzione può apparire ottima, ma, a nostro parere, indipendentemente dalle obiezioni non deterinanti della Zancani Montuoro, lascia un pò perplessi e non convince appieno etc…”.
Nel VII sec. a.C., Sibari, Scidro, come Pixus, forse origini Messeni stanziatisi a Reggio
Dalla Nulla si conosce sulle origini della coloniania di Scidro posta sul mar Tirreno e, ormai si sa per certo che essa ospitò, insieme a Lao e a Poseidonia, i profughi della colonia magno-greca di Sibari, che si trovava sullo Ionio. Molti studiosi dicono che essa entrò a far parte dell’area d’influenza di Sibari, nella cosiddetta “Sibaritide”, quando la colonia magno-greca sullo Ionio di Siri fu sconfitta da Sibari, nel 540 a.C.. Dunque, è molto probabile che Scidro esistesse già molto tempo prima della caduta di Siri nel 540 a.C. e che essa facesse parte, insieme a Pixus dell’area d’influenza di Siri, ovvero facesse parte della “Siritide”. Cmunque sia, non si conoscono le vere origini di Scidro, di Lao, di Poseidonia, di Elea, di Palinuro e di altre città citate dagli antichi. Non conosciamo le popolazioni che la abitarono, non conosciamo gli eponimi, i loro fondatori, come non conosciamo l’origine dei toponimi. Per ragionare sulle oriini di queste città e sui loro fondatori, sull’epoca di fondazione, ecc…, dobbiamo ragionare su alcune cose e fare alcune riflessioni. Non è facile stabilire alcune cose. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “I Calcidesi di Eubea furono probabilmente i primi a entrare in Sicilia e nell’Italia meridionale; e ad essi presto seguirono le stirpi doriche e acaiche del Peloponneso. E mentre i Cancidesi d’Eubea fondavano Cuma, da cui avevano origine Napoli e Pozzuoli, e, insieme coi Messeni, Reggio, e i Dori Taranto e Metaponto, gli Achei fondarono non poche città sul mar Ionio, tra cui Sibari, Pandosia, Crotone, che divennero ben presto metropoli frequenti di traffici; e veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2) e in fondo all’ampio golfo Posidonia, detta dagli Etruschi ‘Petan’ o ‘Pesitan’, da cui i Romani trassero Paestum. Etc…”. Dunque, il Carucci scriveva che i Calcidesi di Eubea, probabilmente furono i primi a stabilirsi nelle nostre contrade. Essi provenivano dalla regione dell’Eubea che,……Il Carucci scriveva che ai Calcidesi di Eubea, insieme coi Messeni di Reggio,….“…veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a.C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriormente al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Dunque, il Carucci, fa notare che contrariamente a quanto scriveva Diodoro Siculo, ovvero che Pixus (che egli chiama Pixos), fosse stata fondata da Micito di Reggio nel V secolo, si può retrogradare la fondazione o l’esistenza di questa città sul mare Tirreno grazie alla moneta con la leggenda Sirino-Pixoes” che, invece risale ad un secolo prima, al VI sec. a.C.. Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove ricalca l’itinerario del racconto di Strabone, a pp. 172 e ssg., in proposito scriveva: “Se prescindiamo da questi miti e tradizioni che ci parlano di età più lontane, ci resta da constatare che lungo le coste per lo più sui primi colli verso i monti, o sui passi più interni delle vie naturali che congiungono lo Ionio al Tirreno, si documenta la presenza di nuclei abitati, noti in particolare da necropoli, presenti ancor prima dell’intervento greco, sì da lasciar pensare (e sarebbe più difficile ipotizzare l’opposto) che non solo le coste erano abitate da popolazioni indigene, ma che quest’ultime conoscevano quelle vie tra Ionio e Tirreno attraverso le quali, vedremo meglio in seguito, passeranno i Greci per vitalizzare con nuovi fermenti i commerci lungo le rotte del Tirreno. Ma quando e in quali circostanze la presenza greca si fa determinante nel Tirreno inferiore, nel senso cioè che non si limiti più ad avere dei semplici contatti e rapporti con le popolazioni indigene, rapporti che già in pieno settimo secolo devono essere stati intensi e pacifici, ma si creano dei veri e propri capisaldi e delle colonie ?. Si consideri che, ove si tolga il caso di per sè dubbio di Metauro, secondo la notizia di Solino, le città calcidesi, ed in particolare pertanto Reggio e Messina, le città cioè dello stretto, non sembrano avere avuto partecipazione attiva alla colonizzazione del basso Tirreno, forse perchè paghe dell’azione svolta con il controllo dello stretto, come sembra documentato dalla ceramica calcidese (che giustamente il Vallet ritiene produzione di Reggio) ritrovata sia sulla costa che in località interne (Sala Consilina) in comunicazione con i mercati costieri…..Note le vie istmiche in età precoloniale, …si deve concludere, e non v’è difficoltà per raccogliere la conclusione, che la presenza greca sul Jonio conosce sempre e contemporaneamente il Tirreno, frequentato a brevissima distanza di tempo dalla fondazione della colonia sullo Jonio. Ciò non significa “fondazione”, è evidente: la fondazione delle subcolonie, elevare a subcolonie quei luoghi indigeni già da tempo ormai frequentati, è un fatto politico, è il desiderio di voler affermare e sancire un diritto a coste già di fatto possedute sul Tirreno, e ciò avverrà piuttosto durante il sesto secolo….La distruzione di Siris interferì direttamente sulle vicende del Tirreno, a sud di Velia, avendo avuto Siris interessi diretti in ques’area, ma interferì anche indirettamente, perchè Sibari ne ricavò vantaggi notevoli. C’è ancora da chiedersi, se tutto ciò ha avuto riflessi condizionanti sulle sorti di oseidonia e sulla fondazione di Velia, la quale veniva a porsi su questi mari con l’interessato beneplacito di Reggio.”. Il Napoli, a p. 176 scriveva di Pixunte: “Posta allo sbocco di una via istmica, Pixunte dovette svolgere un ruolo di notevole importanza per i rapporti commerciali con l’interno e, attraverso Siris, con il mare Jonio; una verso Siris, l’altra verso il Vallo di Diano, per cui crediamo che sia questa, a differenza di quella meno identificabile e certo più difficile, di Palinuro, la strada del commercio calcidese con Sala Consilina. Ciò potrebbe spiegare il tentativo tardo di Micito di riconquistare questa testa di ponte; e ciò spiega anche, come vedremo meglio in seguito, la nota moneta Sirinos-Pyxoes che, ad onta di altra spiegazione, crediamo sia sempre da vedersi come moneta di Siris e di Pixunte, databile ad età successiva alla caduta di Sibari, nel tentativo di rivitalizzare vecchie vie commerciali. Città enotria, Pixunte svolge questo compito di emporio per lo meno già dal settimo secolo, e dovette essere scalo aperto per il commercio calcidese, posto sotto l’egida di Reggio, e di quello di Siris; caduta questa città, affermatasi la potenza di Sibari, con i suoi scali sul Tirreno, Pixus dovette avere un momento di recessione, pur continuando ad esercitare le funzioni di emporio aperto, per iprendere un momento di vitalità, in una con le aspirazioni di ripresa di Siris, dopo la distruzione di Sibari. In tutta la politica economica del Tirreno il tentativo fu di breve durata, che si erano nel frattempo determinate nuove situazioni. L’epicentro dei commerci, che in Lucania si fanno con gli inizi del quinto secolo sempre più marittimi e meno terrestri, per la pressione nell’interno dei Lucani, l’epicentro, si diceva, si sposta, più a nord, e precisamente a Velia.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 282 e ssg., in proposito scriveva che: “Subito dopo la fondazione di Crotone, e cioè durante la seconda metà dell’VIII secolo, si stabilirono sulle coste orientali della Sicilia i Calcidesi e i Corinzi: i Calcidesi deducevano tosto altre colonie sulle coste campane, prima fase di Cuma. Per l’origine greca di queste città, i recenti trovamenti archeologici indicano gli ultimi anni dell’VIII secolo e i primi del VII; e viene fatto di pensare che non solo per ragioni di opportunità commerciale abbiano i Calcidesi scelto il golfo di Napoli, bensì anche perché le coste lucane dovevano ormai essere ipotecate dall’espansione dei Sibariti e dei Siriti e costellate dei loro stabilimenti commerciali, fra i quali forse già comparivano le città di Lao, di Scidro, di Pixunte. Nudo di colonie greche restava tuttavia il Bruzio meridionale, ad eccezione dell’estrema punta, sulla quale i Calcidesi avevano stabilito, di fronte a Zancle, la città di Reggio.”. Dunque, in questo ultimo passaggio, il Giannelli ritiene che, ai tempi della fondazione di Crotone, ovvero tempo prima che fossero state fondate Sibari e Siri, i due centri, che egli chiama “stabilimenti commerciali di Sibari e di Siri”, di Lao e di Scidro e Pixunte già esistevano. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando del Sinus Laus, a pp. 67 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando Reggio non potette più nell’Ionio svolgere come una volta la sua attività, stretta com’era tra’ Siracusani e i Locresi, cercò di guadagnare nel Tirreno quel posto che non aveva potuto ottenere sull’altro mare.”. Il Dito, a p. 48, in proposito scriveva: “I Reggini che avevano aiutati i Focesi nella fondazione di Velia, rinovellarono con Micito la distrutta Pyxus ed entrarono in relazione co’ Tarentini, etc…”.
Le vie Istimiche, le vie di comunicazione tra il mare Ionio ed il Tirreno
Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Il movimento migratorio dei Greci verso l’Italia meridionale e la Sicilia sarà cominciato probabilmente verso la metà dell’VIII secolo…”. Dunque, a partire dalle fondazioni delle città magno-greche sul mare Ionio, come ad esempio le due città di Siris e di Sibari, si ebbe un notevole movimento di genti greche che dallo Ionio tracciarono delle vie di comunicazioni che li collegassero alle sponde ed alle città amiche poste sulle coste del mare Tirreno e poter svolgere le loro fiorenti attività commerciali con la vicina Etruria. infatti, il Giannelli, a p. 340, in proposito scriveva pure che: “Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro etc…”. Sempre il Giannelli, a p. 305 scriveva pure che: “i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’un pò dei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1). Quando anche i coloni di Siri sentirono il bisogno di uno sbocco sul Tirreno, dovettero raggiungerlo attraverso un ben più lungo cammino, e fondarono la colonia di Pixunte, a nord degli stabilimenti dei Sibariti: questa città scomparve probabilmente insieme alla sua madre-patria e più tardi, nel 471, colonizzata nuovamente da Micito di Reggio.”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.; Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 202 e sgg, in proposito scriveva che: “Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trezene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia pare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno. Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto…..Gli Etruschi riuscirono bensì a conquistare molte città della Campania, ma non s’impadronirono di quelle sulla costa degli Enotri che venne poi assoggettata dai Lucani e dai limitrofi Bretti.“. Il Pais, a p. 258, in proposito scriveva pure che: “I Milesi importavano in Sibari vasi, vesti e preziosi prodotti dell’Oriente e ne esportavano materie prime. Per mezzo della città amica inviavano le loro mercanzie a Laos, a Skidros, a Posidonia, colonie dei Sibariti, e, come abbiamo già notato, ve le ritiravano i Tirreni signori appunto del paese limitofo a posidonia. Gli Etruschi consegnavano in cambio fra l’altro metalli, rame, stagno ed il ferro dell’Elba, che fu poi sottoposta alla vicina Populonia.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. VIII “Civiltà Italiota e civiltà Etrusca”, a pp. 478-479, in proposito scriveva che: “Sul primo punto, concernente l’Etruria, la congettura potrà apparire ben fondata ove si consideri che già nel VI secolo a.C. gli Etruschi, mentre svolgevano la loro influenza sul Lazio, estendendosi sulla Campania fin verso il golfo di Salerno non lungi da Posidonia, venivano a trovarsi in contatto con l’impero Sibarita, quando con Sibari erano legati dalle strette relazioni commerciali, che rapidamente creavano fra i due ricchi e potenti Stati quelle analogie d’una vita di splendore e di lusso per le quali poi si rimproverava ai Sibariti di prediligere, fra tutti i popoli stranieri, gli Ioni e gli Etruschi (3). Per quanto, come osservammo, i Sibariti esercitavano più che altro un commercio in transito, trasportando per via interna dall’Ionio al Tirreno le merci provenienti per opera dei Milesi dall’Oriente, e, viceversa sull’Ionio, quelle che per mezzo dei suoi coloni di Posidonia, di Lao e di Scidro venivano dall’Etruria, è ovvio che….”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 62-63 e ssg., in proposito scriveva che: “Ad ogni modo resta sempre l’incognita della via che avrebbero tenuto questi aiuti, grandi o piccoli: non per mare, perchè, per le condizioni nautiche di allora, i navigli dovevano costeggiare la terra, che per lungo tratto, sia dalla parte del Ionio, che del Tirreno, era in possesso dei nemici; resta l’ipotesi più ammissibile, che essi cioè abbiano seguito la stessa strada delle carovane, che trasportavano le mercanzie da Sibari a Lao, vale a dire attraverso il passo di Campotenese. Ma anche questo cammino, per quanto breve, non doveva essere molto agevole per le forse che si fossero recate a Sibari, perchè gli indigeni, che furono molti ad insorgere dopo la sconfitta, e a recuperare il loro territorio, avevano ostacolato in mille modi i movimenti di queste truppe.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a p. 139 parlando di Pixunte e della lega Achea, in proposito scriveva che: “…alleanza la quale prova indirettamente l’esistenza d’una strada commerciale assai frequentata, che poneva in comunicazione le due città da un mare all’altro attraverso la penisola, molto ristretta in quel punto, risalendo dalla costa orientale il fiume Siri sino alle sorgenti e discendendo di là sul litorale occidentale ove stava Pixunte (1). Etc…”. Il Ciaceri, a p. 139, nella nota (1) postillava che: “(1) v. Lenormant I p. 207 sg. “. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Palinuro, a p. 268, in proposito scriveva che: “Gli scavi archeologici del 1939, eseguiti dal compianto amico P. C. Sestieri (5) su tutta l’altura di S. Paolo che sovrasta l’abitato,……Ceramica che presenta netti caratteri d’identità con queli della Peucezia, con quella di Sala Consilina e Atena Lucana, per cui sarebbe da riconsiderare l’affermazione di Dionigi (I, 11 sgg.) sulla venuta di enotri e peucezi dall’Arcadia e da ammettere che proprio da Palinuro partisse una delle carovaniere per la Valle di Diano. Carovane che trasportavano ceramica locale e ceramica ionica che alla vicina Pixous (Bussento), Policastro) giungeva per la via istimica da Siris e la ceramica ionica e attica a mezzo dei mercanti focei. Manufatti che venivano scambiati con il grano della ferace Valle del Tanagro, di quel lago pleistocenico svuotatosi in epoca storica. Grano che anche dopo la caduta di Sibari (a. 510 a.C.,) i focei di Velia (10) continuarono a trasportare ad Atene che ne acquistava sempre in maggiori quantità.”. Ebner, a p. 268, nella nota (5) postillava: “(5) P. C. Sestieri, Scoperte archeologiche in provincia di Salerno, “Bollettino d’Arte”, Roma, 1940, n. IV (estratto).”. Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Fu la studiosa transalpina Juliette de la Geniere che per prima, oltre trent’anni or sono, effettuò una prima ricognizione di tutta la zona alla ricerca di antichi abitati indigeni databili dal VI al V secolo a.C. (3). Lungo l’antico percorso carovaniero che in epoca arcaica univa il sudovest del Vallo di Diano col Tirreno meridionale la ricercatrice francese riconobbe il sito di tre probabili abitati indigeni di notevole funzione strategica: di Sontia nell’alta Valle del Bussento, del monte San Michele (a sud di Caselle) nel medio corso, di Roccagloriosa nell’ultimo tratto. La groppa di Sanza apparve alla studiosa come “il luogo più favorevole”(4) per un insediamento a guardia del trivio carovaniero (a sudovest dell’abitato, infatti, la carovaniera proveniente dal Vallo meridionale attraverso la piana del Lago subiva un’importante diramazione: piegava a sud per Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum, ad ovest per Molpa e Palinuro attraverso Rofrano Vetere e lungo il corso del Faraone/Mingardo)(5); del secondo abitato dopo quello di Sontia, che, secondo la de La Geniere, doveva sorgere sul monte San Michele “dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri”, furono rinvenuti molti frammenti di tegole d’epoca ellenistica (6); del terzo, infine, precisato sulla cresta rocciosa, lunga due chilometri da nord a sud, tra gli attuali paesi di Castel Ruggero e Roccagloriosa” (7), la studiosa raccolse pezzi di tegole antiche e frammenti di vasi a vernice nera risalenti alla fine del VI o al principio del V sec. a.C., ed altri ancora d’epoca ellenistica. Se questa è la situazione, in epoca arcaica il centro indigeno del San Michele costituì allora il primo nucleo abitato della zona, anteriore sia al centro lucano di ‘Laurelli’ sia, ovviamente, a quello medioevale dell’attuale Caselle in Pittari. Probabile testimonianza dell’abitato arcaico sono alcuni nuraghi in miniatura – sfuggiti all’indagine della studiosa transalpina – che – sorgono sulla sommità del San Michele: tumuli di pietre grezze riproducenti ambienti angusti in cui, forse, si seppelivano i defunti in posizione rannicchiata. Bel tre villaggi, dunque, tutti in posizione strategica, a difesa d’un perscorso carovaniero non lungo ma certo vitale per la sopravvivenza delle popolazioni dell’entroterra bussentino e del Vallo di Diano. Da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum le carovane risalivano il corso del Bussento attuando la prima tappa a Roccagloriosa (il centro che, secondo Mario Napoli, era il più accreditato non solo per difendere l’ingresso della Valle del Mingardo e del Bussento ma anche per essere centro di raccolta e di scambio delle merci )(8), dove trovavano un’importante diramazione: procedevano verso nord lungo il corso del Faraone in direzione di Rofrano Vetere e della Croce di Pruno (passaggio obbligato per immettersi nella Valle del Calore)(9), piegava ad est verso la confluenza dello Sciarapotamo (ξηροποταμòσ, xeropotamòs, fiume secco) e di Vallone Grande nel Bussento risorto sotto Morigerati. Questo secondo percorso nel primo tratto doveva essere controllato e difeso dall’abitato del San Michele. E’ probabile ad ogni modo chea sudovest dell’attuale Caselle, più o meno all’altezza della contrada Laurelli, il tratturo subisse un’altra diramazione: piegasse ad est per salire sul San Michele, proseguisse vero nord in direzione della contrada Caporra e del passo della Decollata per immettersi facilmente nell’agro di Sontia (10). All’ultimo abitato situato a monte della Valle del Bussento si arrivva anche risalendo il corso del fiume: a norovest del San Michele, infatti, il tratturo scendeva alle falde della groppa sopra la quale sorge Caselle (versante orientale) e attraverso le contrade Mènnola, San Nicola (o Taverna), Campi e Forche, Cicirieddo, Santo Caselle, Iomàra, Sant’Aliéno, Terreno Jòdice saliva verso quella denominata Tonniello, donde entrava nell’agro di Sontia attraversando in successione quelle di Farnetàni, Ponte Nuovo, Tempe d’Agro, Petràro, senza seguire il tracciato attuale della Statale 517 (11). La carovaniera che da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum si snodava lungo il corso del Bussento verso il Vallo, antica via del sale, difesa dai centri indigeni menzionati, dovette essere attiva sin dalla fine dell’VIII sec. a.C., quando la città di Sibari sullo Ionio cominciò a monopolizzare il commercio dei centri indigeni della costa tirrenica.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (3) postillava: “(3) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati antichi in Lucania, in “Atti e Memorie della Società Magna Grecia”, V (1964), pp. 129-140″. Il Fusco, a p. 78, nella nota (4) postillava: “(4) Ivi, p. 136”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (5) postillava: “(5) F. Fusco, Quando la storia tace etc…, op. cit., p. 182 seg.; Capitulationes et Pacta etc.., cit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc.., vit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (10) postillava: “(10) Idem, Quando la storia etc.., cit., p. 186”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (11) postillava: “(11) Ivi, p. 185. Sempre alle falde orientali del colle sopra il quale sorge l’abitato di Caselle forse s’apriva un secondo tratturo che, superato il Bussento, si inoltrava verso oriente nella Valle della Bacùta in direzione del Fortino di Casaletto Spartano e della Valle del Noce.”. Amedeo Maiuri (….), nella sua relazione per il 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto (quello del 1962), il cui dibattito è stato pubblicato nel testo “Vie di Magna Grecia”, in seguito riproposto da Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a p. 61, in proposito scriveva che: “Quando venne proposto lo studio delle vie, quale tema del 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia, era ovvio che si avesse presente la ricognizione e possibilmente l’esatta identificazione delle vie istmiche, delle vie cioè che dovevano servire a stabilire comunicazioni e traffici fra il versante ionico e il versante tirrenico, e soprattutto fra le città metropoli sullo Jonio e le loro filiali o federate o indipendenti, in funzione di scali marittimi, sul Tirreno…..il lavoro da fare, in un terreno così tormentato, qual’è quello della Calabria e della Lucania, era quello di una ricognizione aerea e di una ricognizione pedonale che riprendesse il filo delle vecchie vie mulattiere, degli antichi valichi etc…Bisognava insomma riprendere la tradizione dei viaggiatori inglesi del primo Ottocento etc…”, a p. 63, egli scriveva pure che: “Non era agevole per Sibari aprirsi un varco verso il Tirreno; la chiusa e serrata catena dei monti di Paola a ponente e l’alta muraglia del Pollino a nord con la sua vetta a 2200 metri, venivano a costituire due barriere invalicabili, e poichè il Tirreno non offriva in quel settore, al pari dello Jonio, alcun porto naturale, si trattava di scegliere l’estuario di quei fiumi che si prestassero a scalo marittimo. Estuario e scalo eccezionalmente favorevoli offriva il Lao, il primo grande corso d’acqua, il più ricco di affluenti a nord dell’altopiano del Pollino: seguivano dopo altri minori corsi d’acqua di carattere più torrentizio, il Pixùs con l’omonima città, antico scalo di Siris e della Siritide, il fiume Alento porto della città di Elea e il Silaros (Sele) nella piana di Posidonia…..il fiume Lao dovè costituire il primo importante scalo marittimo di Sibari; da ciò la fondazione di quella colonia tirrena che le fonti rivendicano concordemente a Sibari e che veniva ad essere la città di confine tra la Lucania e il Bruzio…..”. Il Maiuri, a p. 66, continuando il suo racconto scriveva: “E’ opinione corrente che la via del commercio sibaritico, fin dalla sua prima prospera espansione e dai contatti e dagli scambi con il commercio etrusco, avvenisse per via carovaniera sulla prima balza del Pollino a traverso l’altipiano di Campotenese fino a raggiungere il corso del Lao e di là ridiscende il fiume fino al grande estuario e al suo emporio fluviale e marittimo: per raggiungere l’altopiano di Campotenese, prima della strozzatura che lo chiude verso l’attuale scoscesa via della ‘Dirupata’ per Castrovillari, si risaliva il corso dell’antico Sybaris (Coscile) che fa capo all’antico e odierno paese di Morano, da cui ha inizio il vero e proprio altopiano. Ma era indubbiamente una ia lunga e disagevole….Il calcolo quindi che fa il Lenormant che un carro o una bestia someggiata potesse compiere in due giorni il percorso da Sibari a Lao passando per Camptenese, non può essere certo applicato a un grosso commercio carovaniero qual’era quello di Sibari e alla natura dei suoi prodotti d’esportazione. A ciò s’aggiunga che la via carovaniera di terra poneva Sibari, nella prima metà del VI secolo, a contatto con lo sbocco della via carovaniera di Siris verso il corso del Bussento (‘Pixùs’), contatto che, fino a quando Siris esercitò il suo florido commercio di concorrenza, Sibari, dovè evitare cercando di raggiungere Lao con una via più diretta e indipendente. Tale via era offerta dalla valle dell’Esaro che conduce agevolmente con il suo corso e le sue sorgenti al valico di Belvedere e alla sua rada. Etc..”. Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a pp. 172 e ssg., in proposito scriveva: “Se prescindiamo da questi miti e tradizioni che ci parlano di età più lontane, ci resta da constatare che lungo le coste per lo più sui primi colli verso i monti, o sui passi più interni delle vie naturali che congiungono lo Ionio al Tirreno, si documenta la presenza di nuclei abitati, noti in particolare da necropoli, presenti ancor prima dell’intervento greco, sì da lasciar pensare (e sarebbe più difficile ipotizzare l’opposto) che non solo le coste erano abitate da popolazioni indigene, ma che quest’ultime conoscevano quelle vie tra Ionio e Tirreno attraverso le quali, vedremo meglio in seguito, passeranno i Greci per vitalizzare con nuovi fermenti i commerci lungo le rotte del Tirreno……Note le vie istmiche in età precoloniale, …si deve concludere, e non v’è difficoltà per raccogliere la conclusione, che la presenza greca sul Jonio conosce sempre e contemporaneamente il Tirreno, frequentato a brevissima distanza di tempo dalla fondazione della colonia sullo Jonio.”. Il Napoli, a p. 176 scriveva di Pixunte: “Posta allo sbocco di una via istmica, Pixunte dovette svolgere un ruolo di notevole importanza per i rapporti commerciali con l’interno e, attraverso Siris, con il mare Jonio; una verso Siris, l’altra verso il Vallo di Diano, per cui crediamo che sia questa, a differenza di quella meno identificabile e certo più difficile, di Palinuro, la strada del commercio calcidese con Sala Consilina. Ciò potrebbe spiegare il tentativo tardo di Micito di riconquistare questa testa di ponte; e ciò spiega anche, come vedremo meglio in seguito, la nota moneta Sirinos-Pyxoes che, ad onta di altra spiegazione, crediamo sia sempre da vedersi come moneta di Siris e di Pixunte, databile ad età successiva alla caduta di Sibari, nel tentativo di rivitalizzare vecchie vie commerciali. Città enotria, Pixunte svolge questo compito di emporio per lo meno già dal settimo secolo, e dovette essere scalo aperto per il commercio calcidese, posto sotto l’egida di Reggio, e di quello di Siris; caduta questa città, affermatasi la potenza di Sibari, con i suoi scali sul Tirreno, Pixus dovette avere un momento di recessione, pur continuando ad esercitare le funzioni di emporio aperto, per iprendere un momento di vitalità, in una con le aspirazioni di ripresa di Siris, dopo la distruzione di Sibari. In tutta la politica economica del Tirreno il tentativo fu di breve durata, che si erano nel frattempo determinate nuove situazioni. L’epicentro dei commerci, che in Lucania si fanno con gli inizi del quinto secolo sempre più marittimi e meno terrestri, per la pressione nell’interno dei Lucani, l’epicentro, si diceva, si sposta, più a nord, e precisamente a Velia.”.
Nel VII sec. a.C., PYXUS, PYXOUS, PIXUNTE, città Italiota sul Tirreno alleata di Siris, città magno-greca
Pixous (successivamente latinizzato in Buxentum) è un antico centro abitato della Magna Grecia che costituiva una città portuale aperta verso il sinus terinaeus. Secondo l’opinione prevalente degli studiosi, Pixous sorgeva su una piccola altura (m 80 s.l.m.) sulla sinistra idrografica del fiume Bussento. Il suo nome deriva dalla presenza di piante di bosso (gr. pyxós, lat. buxus) che vi crescono tuttora in abbondanza. Il sito dell’antica Pyxous coincide con quello dell’attuale Policastro Bussentino. Il centro storico della medievale Policastrum, insiste infatti, in maniera visibile, su più antiche emergenze in opera pseudo-poligonale, oggi conservate per un’altezza variabile da circa 3 a circa 6 m. La storia della città si basa solo su notizie occasionali ed episodiche tramandate dalla tradizione storiografica greca e romana: sia Strabone (Geografia, VI.1) sia Diodoro Siculo (Bibliotheca historica, XI.59), riconducono la sua fondazione a Micito (Mikythos, Μίκυϑος), tiranno di Rhegion, nel 471/70 a.C. (o 467 a.C.). La colonia reggina dovette avere una vita breve. Secondo il racconto di Strabone, infatti, la città sarebbe stata abbandonata dai coloni poco dopo la sua fondazione. Una tradizione storiografica fa risalire la fondazione della città al VI secolo a.C. (tale tradizione è rispecchiata anche nella Princeton Encyclopedia of Classical Sites). Secondo questa tesi, il centro, in quel periodo, doveva dipendere dalla colonia magnogreca di Sibari, al pari della non lontana Paestum. Lo mostrerebbe infatti una monetazione di tipo sibaritico, sulla quale è riportata anche il nome di Siris, anch’essa, al pari di Sibari, sul golfo di Taranto, sul litorale ionico. Questa notizia di una fondazione precoce si riconcilierebbe con le notizie fornite da Strabone e Diodoro solo supponendo che quella dovuta al tiranno Micito fosse una rifondazione dopo un collasso della città dovuto alla caduta di Sibari, nel 510 a.C.. Tuttavia, scavi compiuti nei tardi anni ’70, hanno restituito l’intera cronologia dalla fondazione di Micilo, ma non hanno restituito alcun reperto del periodo precedente. Se ne deduce una conferma della tradizione storiografica riportata da Strabone e una smentita dell’ipotesi di una fondazione sibarita al VI secolo a.C.. Segue infatti un lungo periodo di silenzio delle fonti, per interrompere il quale bisogna aspettare la dominazione romana: Livio (Ab Urbe condita libri, XXXII, 29.4 tramanda che, nel 194 a.C., vi fu dedotta la colonia maritima di Buxentum, che beneficiò di un rafforzamento pochi anni dopo, nel 186 a.C.. Grazie alle citazioni dei geografi, sappiamo che l’insediamento era sicuramente attivo in età imperiale. L’evidenza epigrafica rivela inoltre che, in ètà imperiale, la città era eretta a municipium, amministrato da duoviri, nel quale si annoveravano un foro e un macellum. Sempre da fonti epigrafiche si sa che il municipio era assegnato alla tribus Pomptina. In epoca Bizantina, in base a notizie fornite da Stefano di Bisanzio, si sa che il centro rimase attivo anche in epoca bizantina: alla dominazione di Bisanzio si deve il nome di Palaiokastron, e la fortificazione sommitale che residuano tutt’oggi nel castello medievale. Scavi condotti negli anni 2010-2012, sotto la direzione dell’archeologa Elena Santoro, hanno iniziato a portare alla luce gli strati archeologici di epoca Romana. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 20-21, in proposito scriveva che: “L’unica sicura colonia greca attestata dalle fonti per il Golfo di Policastro è Pissunte, in greco Pyxous, la romana Buxentum, oggi Policastro Bussentino (21). Il nome è ripreso da una pianta abbondante in questi luoghi, il bosso, in greco pyxos, in latino buxus, da cui Buxentum. La pianta, con molteplici e importanti usi (22) nel mondo antico, si trova raramente allostato spontaneo, ma nel Cilento “cresce nelle zone più interne, sulle sponde del fiume Bussento, soprattutto nei pressi di Caselle in Pittari e alle falde meridionali del Cervati” (23). Appare probabile che la coltivazione e il commercio di tale pianta sia stata una delle fonti della ricchezza del territorio bussentino nell’antichità. In epoca romana si indicò con buxus la pianta, e con buxum la materia lignea usata per le varie lavorazioni (24). Secondo Plinio il Vecchio, “Il legno di bosso è fra i più pregiati (…); pregevole per una certa qual silenziosità, per la robustezza e il colore giallo chiaro. L’albero vero e proprio si usa anche nell’allestimento dei giardini. Ve ne sono tre specie (…); la terza specie, infine, è detta nostrana, di origine selvatica, credo, ma ingentilita dalla coltivazione. (…) pianta sempreverde, si presta bene ad assumere forme svariate con la potatura. (…) Il bosso predilige le zone fredde ed esposte al sole; al fuoco oppone la stessa resistenza del ferro” (25)”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (21) postillava che: “(21) Su Pyxous / Buxentum vd. NATELLA – PEDUTO 1973; EBNER 1982, II, pp. 330-346; JOHANNOWSKY 1992; GALLO 1996”. Il La Greca, a pp. 21-22, nella nota (22) postillava che: “(22) Il bosso è una pianta sempreverde delle buxacee, alta da 2 a 4 m, molto longeva (vive fino a 600 anni), con parecchi usi, attestati dalle fonti antiche. Nel giardinaggio era usato per creare e modellare siepi, ad es. “scrivendo” a grandi lettere i nomi dei proprietari. In medicina era usato per le proprietà della corteccia e delle foglie (diuretiche, depurative, antisettiche, febbrifughe, sudorifere); ma la prudenza è opportuna, in quanto contiene anche alcaloidi. Si usava poi come sostituto del luppolo nella birra. Il legno è molto denso e pesante, resiste al fuoco, ai tarli, addirittura affonda nell’acqua, ed è indeformabile; veniva usato per lavori di ebanisteria, destinati a durare: strumenti musicali e di altro genere, attrezzi da cucina, armi, piccoli mobili, cassette portatili ad es. per medicamenti, meccanismi vari, modelli geometrici e plastici architettonici, tavolette cerate per scrivere e modelli di lettere ed altri oggetti di studio a scuola, anelli. Vd. BONI – PARRI 1977, p. 125”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (23) postillava che: “(23) DE SANTIS – LA PALOMENTA 2008, p. 52”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (24) postillava che: “(24) Flavio Caper, De ortographia, p. 100”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (25) postillava che: “(25) Plinio il Vecchio, Nat. hist., XVI, 28, 70-71 (traduz. di F. Lechi)”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: “Dall’etimologia greca …………. e latina buxus, derivarono i nomi di Pixus, Pituntia, Pixunte, Pissunte e Bussento. La cittadina affonda le radici della sua storia millenaria nelle ceneri di remote civiltà scomparse, a cominciare da quelle dei primi indigeni italici, Ausòni, Enotri, Pelasgi, Siculi, fino ai Greci e ai Romani. La più antica fondazione potrebbe risalire intorno al VI secolo a.C., come si rileva da antiche medaglie recanti i nomi coniati di Pixus (Pyxous) e di Siris (….).”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….gli Achei fondarono non poche città sul mar Ionio, tra cui Sibari, Pandosia, Crotone, che divennero ben presto metropoli frequenti di traffici; e veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), etc..“. Il Carucci, a p. 45, nella nota (1) postillava: “(1) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a. C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriore al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Il movimento migratorio dei Greci verso l’Italia meridionale e la Sicilia sarà cominciato probabilmente verso la metà dell’VIII secolo…Cominciando pertando dalle prime quattro città principali – Taranto, Metaponto, Siri e Sibari – le troviamo disposte dalla tradizione, per la data di fondazione, in quest’ordine: Metaponto (773 a.C.), Sibari (708), Taranto (706)(1). In realtà le ricerche….Siri sarebbe infatti sorta alla metà del VII secolo, ecc….Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro e con un altro alle foci del Silaro, al quale tenne subito dietro (alla fine del VII o al principio del VI secolo: cfr. Beloch I, 2, 229 sg.), la fondazione di Posidonia, per parte dei Trezenii.”. Giannelli, ci parla di “Scidro” anche a p. 305, dove in proposito scriveva che: “Non è per altro escluso che la ktisis di Sibari abbia preceduto di qualche tempo quella di Siri e che i coloni Sibariti abbiano avuto buone ragioni per lasciare addietro il lungo tratto di costa lucana fra Taranto e le bocche del Crati, per venire a stabilirsi alla base della penisola del Bruzio…..ma, fra le genti che vennero a stabilirsi a Sibari erano in buon numero, a lato degli Achei, come abbian veduto, i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’unpodei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1). Quando anche i coloni di Siri sentirono il bisogno di uno sbocco sul Tirreno, dovettero raggiungerlo attraverso un ben più lungo cammino, e fondarono la colonia di Pixunte, a nord degli stabilimenti dei Sibariti: questa città scomparve probabilmente insieme alla sua madre-patria e più tardi, nel 471, colonizzata nuovamente da Micito di Reggio. Intanto i Trezenii di Sibari si spingevano anche più a nord e, alle foci del Silaro, ponevano un altro stabilimento: che siano stati in particolar modo, i Trezenii sibariti i fondatori di esso, sembra indicarlo il culto di Hera Argiva, da loro ivi localizzato. Di lì a poco, tutte le genti trezenie di Sibari, lasciavano la loro sede primitiva e, non lungi da quello stabilimento, fondavano – una vera e presto florida – città, Posidonia.”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.; Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “Le vicende di Pyxous”, a pp. 294-295 e sgg e, riferendosi a Reggio, in proposito scriveva che: ” Nella regione situata nel golfo Lametino (S. Eufemia) si trovava Terina, colonia dei Crotoniati. Terina, al pari di Ipponio, fu tra le prime città Greche che verso il 356 a.C. vennero in potere dei Bretti, che i Latini dissero poi Bruzzi. A settentrione di Terina era Temesa; gli antichi discutevano se fosse quella ricordata nell’Odissea; …..Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Etc..”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 255 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Nel non lungo periodo del suo fiorire Siris si alleò con Pixous (Buxentum) posta sul Tirreno allo sbocco dell’omonimo fiume, e con essa battè moneta federale. Colonia dei Colofoni, Siris era l’esponente del commercio Ionico. Destò quindi la gelosia degli Achei, i quali deliberarono di cacciare d’Italia tutti gli altri Greci, che non fossero della medesima stirpe. Non era soltanto odio di razza, ma anche rivalità di commerci internazionali. Verso il 550 a.C. i Sirini furono sconfitti dai Metapontini, dai Sibariti e dai Crotoniati. Siris non fu, a quanto, pare distrutta, ma, come par dimostrato dale monete, fu occupata dagli Achei o per lo meno obligata a far parte della loro federazione…etc…”. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “L’alleanza di Regio e di Taranto”, a pp. 35 e ssg., in proposito scriveva che: “Diodoro dice che Micito εχτισε Πυξουντα ed ha ragione, se vuol dire che Micito vi fondò una colonia Regina, ma ha torto, se vuol dirci che Buxento fu allora fondata per la prima volta. Noi possediamo uno statere d’argento incuso, che qui sotto riproduciamo, che appartiene alla metà del secolo VI e che mostra come Pyxus fosse in relazioni di alleanza e di amicizia con Siris, la città ionica fondata dai Colofoni, posta sulle sponde del fiume omonimo nel golfo Tarantino (1). Le due città gareggiavano adunque con Sibari, che risalendo la valle del Coscile trasportava le merci milesie sul mar Tirreno nelle due colonie di Lao e di Scidro, ove venivano invece sbarcate quelle degli Etruschi, che per la stessa via giungevano a Sibari, d’onde alla lor volta erano caricate per l’Oriente (2), e gareggiavano anche con Crotone che di buon’ora si impadronì per lo stesso fine di Terina e di Tempsa sul mar Tirreno. Noi sappiamo che le tre città Achee di Metaponto, Sibari e Crotone mossero guerra alla Ionica Siris e che la presero (verso la metà del secolo VI)(3). Non v’è dubbio alcuno sulla causa, che indusse gli Achei a infierire contro Siris. Era pura e semplice rivalità commerciale e politica. In aiuto di Siris si era mossa Locri e forse Regio. Certo ambedue queste città vennero, poco dopo la distruzione di Siris, attaccate da Crotone. La ionico-calcidica Regio aveva forse favorita la ionica Siris ai danni delle achee Sibari, Crotone e Metaponto (1). Etc…”. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “VI – Le origini di Siris d’Italia”, a pp. 107 e ssg., in proposito scriveva che: “E se, come gli antichi stateri di Siris paiono dimostrare, in questa colonia Jonia era penetrato l’elemento acheo, non v’è ragione di pensare che la guerra contro i Sibariti fosse determinata da sole ragioni di nomen ossia di stirpe. La vera ragione della guerra, ed in questo mi piace trovarmi di accordo con il Beloch, è rivelata appunto da tali stateri di Siris, che nel rovescio rivelano l’alleanza politica con la città di Pyxous. Pyxous era città Achea ? Fu forse l’alleanza con essa al pari di quella con i Sibariti a valersi già sopra ricordata che determinò soprattutto i Siriti a valersi delle monete comuni ai due Stati dell’alfabeto e della misura monetaria achea ? Oppure Pyxous, la posteriore Buxentum dei Romani, era una fondazione dei Siriti ? Noi non abiamo elementi sufficienti per rispondere a simili quesiti. Solo constatiamo che verso il 530-510 a.C., i due termini cronologici in cui tali monete cadono, le due città erano tra loro alleate così come alleate erano Crotone e Temesa, Sibari e Posidonia. E’ merito del Lenormant l’avere accentuato meglio di ogni altro tutta l’importanza politica rivelata ta tali leghe monetarie tra le città Italiote situate sulle coste dell’Jonio e poste sul mar Tirreno. Da tali monete unite ai passi degli antichi autori appare manifesto che si esistevano attive rivalità commerciali sia fra le città Jonie Calcidiche ed Achee sia fra quest’ultime.”.
Nel 560 a.C., il popolo dei SIRINI e la città di SIRINO e Siruci (oggi Seluci), popolo che darà origine ai LUCANI
Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: “Di seguito si proporrà un breve excursus sulle città più importanti. Siri La città di Siri sorgeva nella regione nord occidentale dell’arco del golfo di Taranto, tra la foce del fiume omonimo (Sinni) e quella dell’Akiris (attuale Angri), in una vasta e fertile pianura chiamata Siritide, in una posizione favorevole ai rapporti sia con le popolazioni della Lucania sia con quelle dell’area tirrenica. Alcune fonti ne assegnano la fondazione ad un gruppo di profughi di Troia; altre testimonianze indicano come città madre la ionica Colofone, da cui si sarebbe allontanato un gruppo di esuli all’epoca dell’invasione di Gige, re della Lidia (ca. 675 a.C.). In seguito la regione risulta abitata dai Coni, popolazione di stirpe enotrica. I Sirini avanzarono ad ovest lungo la valle del Sinni fino al lago e al monte Sirino, presso Lagonegro; fondarono Siruci, (oggi Seluce frazione di Lauria) e si spinsero sino al mar Tirreno, nel nostro golfo. Pixus, se proprio non fu fondata, fu da essi colonizzata e scelta come scalo marittimo e commerciale. La floridezza e la ricchezza di Siri, suscitarono l’invidia ma, soprattutto, la preoccupazione delle vicine città achee di Metaponto, Sibari e Crotone; queste ultime, infatti, non tardarono a porsi contro di essa e la espugnarono dopo il 550 a.C.”. Nel 1743, Giuseppe Gatta (…), figlio di Costantino Gatta (…), pubblicò postumo ‘La Lucania illustrata’ del padre nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania etc..’, per i tipi della Stamperia Muziana. Egli corregge alcuni errori della precedente edizione del padre ed in proposito a Lagonegro a pp. 307-308 scriveva che: “Stà situato quasi nel mezzo dè smisurati Monti ‘Alburno e Sereno’, quello su le sponde del ‘Tanagro’ e ‘Silare’, questo su l’alpestre Valli ove era l’antico ‘Nerulo’ oggi detto ‘Lagonegro’; dè quali alti, precipitosi, aspri e sassosi Monti, e delle loro strabocchevoli Balze, forse favella ‘Livio (a), quando esprime che se Alessandro il Macedone avesse in questi luoghi dirizzato il corso delle sue armi, quivi con perpetua ignominia eclissato avrebbe le sue glorie, per esser quelli luoghi inaccessibili e malgevoli per condurvi uno esercito effeminato e molle, qual fu quello dè Greci sotto la condotta del gran Macedone.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo II: “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie les Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata…….Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel litorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. Etc…”. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello…..Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.“. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del Pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 108, in proposito scriveva che: “Head, p. 83 = B. M.C., “It.”, p. 283. Stateri incusi, coniati poco dopo la metà del VI secolo, col tipo sibarita del toro stante, voltato a guardare indietro. Le due leggende portano scritta, in alfabeto acheo arcaico, la parola Σιρινος sul D), e la parola Πυξοες sul R.). Queste monete, interpretate un tempo come monete di alleanza di Siris e dello stabilimento sibarita di Pixunte (2), sono ormai generalmente riconosciute come monete di alleanza di Pixunte con la vicina città di Sirinos, ricordata anche da Plinio (N.H., III 10, 28) nella sua descrizione della Lucania (3).”. Giannelli, a p. 108, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi la prima edizione di questo volume, p. 113, e J. Perret, Siris, p. 21 sgg.”. Giannelli, a p. 108, nella nota (3) postillava che: “(3) Il merito di tale interpretazione va a P. Zancani-Montuoro, Siris-Sirino-Pixunte, in “Arch. Stor. Cal. Luc.”, XVIII (1949); cfr. “Rev. Arch.”, 1950, I, p. 185 sgg.”. Poco o niente scrive Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove a p. 236 parlando della Sibaritide, di Eraclea dopo la distruzione di Siris, in proposito scriveva che: ‘’Tutto cio ci fa comprendere ciò che dovette essere la Siritide, sia dopo la distruzione di Siris che dopo la fondazione di Eraclea, e qualche problema speifico, come quello della moneta collegata con Pixunte, può trovare migliore inquadramento, e l’altro della popolazione indigena dei Sirini, ricordata da Plinio (N.H., III, 10, 98) e dei vari toponimi affini può suggerirci stimolanti sospetti.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “In prosieguo, nel secolo VIII avanti l’era volgare, quivi approdarono le prime colonie Elleniche, che fondarono fiorenti e rinomate città sulle spiagge del Ionio: Sibari, Turii, Siri, Eraclea, Pandosia e Metaponto; e sulle rive del Tirreno: Posidonia, Velia, Palinuro, Molpa, Pixo e Lao, onde la regione fu denominata nobilmente Magna Grecia…….e ricordare che altri popoli, degni di nota nella storia cittadina, furono i popoli Sirini, o figli dell’antica Siri, la bella città italiota che fior’ alla destra del Sinni fra Novasiri e Rotondella, e che vuolsi fondata da alcuni profughi Troiani. Già s’è riferito nel cap. XV che la città di Siri abbia preso il nome dal fiume Siris o Sinni, e che l’etimologia originaria di questo sia derivata dalla radice sanscrita, sar, fluere, scorrere. Quando poi la città di Siri nel secolo V a.C. fu vinta e distrutta dai Tarantini, gli abitatori, cacciati dal loro territorio detto Siritide, furono costretti ad emigrare, e risalendo il corso del fiume Siri, o Sinni, vennero a chiedere ai barbari dell’Enotria qualche lembo di terra, che la fraterna gente dell”Ellade aveva loro negato…..e dal nome della madre patria furono detti Popoli Sirini, e diedero, alla loro volta, il nome al monte Sirino, attorno a cui avevano preso stanza. D’essi fa pure menzione Plinio noverandoli fra gli undici popoli Lucani. A tal proposito scrive il Corcia nella Storia delle due Sicilie (Vol. III, p. 310): “Poichè di Siri appena rimanevano le rovine ai tempi di Plinio, i Popoli Sirini, di cui parla il geografo e che dal fiume stesso si nominarono, nei primi tempi dell’Impero sono da supporre nella parte superiore del suo corso, dove forse abitarono spicciolati in villaggi, come rimane tuttavia l’antico suo nome al monte Sirino sopra di Lagonegro, nella cui parte orientale ha le fonti”.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che era una città dell’Italia antica, di cui si è argomentato l’esistenza, mettendo in relazione la leggenda ΣΙΡΙΝΟΣ delle monete incuse generalmente attribuite a Siri sullo Ionio (v. siri), con i Sirini, menzionati da Plinio (Nat. hist., iii, 15, 97) fra i popoli della Lucania interna, e col toponimo ancora vivo per tutto il massiccio appenninico, che culmina nel Monte del Papa ed a Lagonegro (Potenza) sulle sue pendici occidentali. Si è proposto di identificarla nei ruderi di un vasto abitato sopra uno sperone roccioso, che dai contrafforti del Sirino si protende nella valle di Lauria presso Rivello e ch’è ancora chiamato “La Città”. Popolata presumibilmente da indigeni, fu in rapporti con Siri per la diretta via del fiume omonimo (oggi Sinni) ed alla caduta di questa (560 a. C. circa) si trovò nel territorio dominato da Sibari. Gli stateri d’argento, emessi nella seconda metà del VI sec. in alleanza con Pixunte (v.), mostrano chiaramente l’influsso sibaritico così nel tipo del toro retrospicente, come nel peso. Questi caratteri achei e quelli cronologici delle monete mal si conciliano con le tradizioni ioniche e con la precoce fine di Siri, la cui distanza ne fa per giunta un’alleata poco probabile di Pixunte. Per la sua posizione sulla principale via (che fu poi la Popilia o l’Annia) verso il settentrione e sulla diramazione verso la vicina baia sul Tirreno, “La Città” dové prosperare fino ad età tarda: lo provano i resti tuttora visibili e, meglio, l’abbondante materiale scoperto e disperso nei secoli scorsi. Statuette di bronzo, difficilmente apprezzabili per la corrosione, e monete si recuperano anche oggi, più spesso trascinati a valle dalle acque. Ma soltanto cauti e metodici scavi potranno accertare se l’ipotesi del nome risponde al vero e restituire i documenti della civiltà fiorita in quest’area. Bibl.: Per l’identificazione di S.: P. Zancani Montuoro, in Arch. Stor. Calabria e Lucania, XVIII, 1949, p. 11 ss. Per le monete: J. Perret, Siris, Parigi 1941, p. 21 ss.; L. Breglia, in Annali Ist. It. Numism., I, 1954, p. i ss. Per i rinvenimenti: G. Antonini, La Lucania, Napoli 1795-77, p. 442; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, p. 372; M. Lacava, Del sito di Blanda, Lao ecc., Napoli 1891, p. 20; Not. Scavi, 1952, p. 50 ss.
La città sepolta di IRIE
Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda. In seguito, per distinguerlo dall’altro Lauro che trovasi in provincia di Avellino e che anche faceva parte del principato di Salerno, lo chiamarono Laurum Iriae, come Saponara Grumenti, per ricordare ai posteri l’antica origine, senonchè il nome Iraiae venne incorporato a Lauro e si formò una sola parola Lauria. Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. Quando venne poi distrutto Siluci questo castello di Lauro aveva già assunto il nome di Lauria come nota lo stesso storico Placido Troilo, il quale così si esprime: “Essendo stata sopra Lauria la terra di Siruci che in lingua del paese si addimanda presentemente Siluci, questa fu poi distrutta e gli abitanti andarono ad abitare a Lauria. In feudo nobile il luogo si permutò ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.” Troilo Abbate Placido libro 1 pag. 171. Colla distruzione di Seleucio venne dunque d ingrandirsi il territorio di Lauria Superiore il cui abitato era limitato alle antiche case dei cosiddetti Cafari Pinti e di S. Veneranda ed aveva una cinta di mura presso la cui porta trovavasi la chiesetta di S. Giovanni, oltre alla porta di S. Antonio Abate nell’altra cinta dei Cafari Pinti. I cittadini di Lauria Superiore accolsero gli abitanti di Seleucio (corrotto Siluci) e così formarono un sol dialetto. I cittadini di Lauria inferiore oriundi da Blanda ebbero un altro dialetto che anche attualmente porta le desinenze dei verbi simili a quelle di Tortora e di Maratea, paesi che accolsero anche parte dei profughi di Blanda. Lauria dunque fu primariamente detta Laurum oppidum ex lauro arbore, dice un antico manoscritto della storia degli Abati del Sagittario che a tempo del Vescovo Leonasi conservavasi nella curia vescovile di Tursi. Lo conferma la carta geografica dei Longobardi del seolo IX – lo conferma ancora lo stemma di Lauria su cui risalta il verde alloro al quale si accoppia un uccello favoloso, il basilisco, ciò che dimostra che Lauro si chiamò Lauria quando questo lembo dell’antica Lucania aveva perduto il suo nome ed aveva assunto il nome di Basilicata, onde molti paesi adottarono nella regione sullo stemma il basilisco. La leggenda dei capitani greci che avessero fondato Lauria non resiste alla severa critica di un oculato archeologo. Questa leggenda fu inventata di sana pianta da un presunto erudito che trovavasi di passaggio per Lauria interpellato da alcune persone. Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel itorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. I figli di Iria (detta in latino Uria) i figli di Blanda e gli abitanti di Seluci, riunitisi in queste balze per difendersi da elementi ostili, edificarono una cappella che dedicarono alla Madonna delle Armi come prima di ingrandirsi col rione inferiore ne avevan costruita un’altra dedicata a S. Maria alla Porta (1). Quest’ultima dimostra infatti che l’antico Lauro incominciava proprio da questa cappella ove era una delle porte delle mura di cinta dell’abitato e che in poco tempo venne accresciuto della grossa borgata di Lauria Inferiore, ciò che non poteva avvenire senza una nuova colonizzazione.”.
Nel 560 a.C., PIXUNTE in lega con la città di SIRIS (?), o SIRINO, la lega Achea e le monete con la leggenda “SIRINO-PIXUS”
Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a pp. 138-139 parlando di Pixunte, in proposito scriveva che: “I due termini fondamentali della questione stanno invece nella tradizione letteraria riguardante l’origine della città e nella documentazione delle monete. Devesi, anzi, cominciare dal prendere in esame questo secondo punto, il quale è più interessante in quanto concerne un dato di fatto. Poichè, infatti, stateri d’argento di Siri, di circa l’anno 560 a.C. (4) che portano il nome suo con quello della città di Pixunte, della costa occidentale, non solo sono per ogni rispetto simili alle più antiche monete dell’achea Sibari, ma hanno in caratteri achei la leggenda Σιρινος, s’è chiesto a ragione come mai ciò avvenisse in una città di stirpe ionica. E la risposta è stata suggerita dalla constatazione che in quel tempo v’era una monetazione uniforme e federale di pezzi d’argento detti incusi, che attesta l’esistenza della cosiddetta lega achea, della quale appunto faceva parte Siri in quanto sarebbe stata di già soggiogata dalla potente Sibari, con questo di più e di singolare che Siri e Pixunte nel seno della lega stessa avevano un’alleanza più stretta e più particolare, del genere di quelle che ci risulta esservi state fra Metaponto e Posidonia, Sibari e Crotone, Crotone e Pandosia, Crotone e Temesa: alleanza la quale prova indirettamente l’esistenza d’una strada commerciale assai frequentata, che poneva in comunicazione le due città da un mare all’altro attraverso la penisola, molto ristretta in quel punto, risalendo dalla costa orientale il fiume Siri sino alle sorgenti e discendendo di là sul litorale occidentale ove stava Pixunte (1). Per quanto oggi si ignori lo svolgimento storico dei fatti, è lecito supporre che la potente Sibari abbia costretta Siri a riconoscere la sua egemonia per non essere danneggiata nei suoi interessi commerciali, una volta che Siri comunicando con il litorale occidentale veniva ad annullare l’influenza che un’altra città, Scidro, avrebbe potuto esercitare a vantaggio della stessa Sibari, di cui era colonia, e che trovavasi su quella via di comunicazione non lungi da Pixunte (2).”. Il Ciaceri, a p. 138, nella nota (4) postillava che: “(4) v. Head (2) p. 83”. Il Ciaceri, a p. 139, nella nota (1) postillava che: “(1) v. Lenormant I p. 207 sg. “. Il Ciaceri, a p. 139, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Sempre il Ciaceri, a p. 140 aggiungeva che: “E v’è anche da pensare che ad un tentativo di riscossa da parte di Siri, per sottrarsi a codesta forma di egemonia, si dovesse poi l’origine del conflitto con le città achee, le quali avrebbero finito con l’assaltarla e distruggerla. Tutto ciò, infine, varrebbe a spiegare come mai Siri per quanto città ionica avesse monete di tipo e caratteri achei. Nè, d’altra parte il fatto ch’essa era ancora fiorente intorno al 560, come viene attestato dalle monete, e che finiva di esistere prima del 510 a.C., come si deduce dal sapere che intorno a questo anno era distrutta Sibari, etc…”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…), a p. 95, in proposito scriveva che: “Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”.

(Fig….) Da Romanelli (…), p. 97: “Statere di Siri e Pyxous con leggenda EIPINOE, 550-530 a.C. (da P.R. Franke – M. Hirmer)”.

(Fig…) Da Romanelli (…), p. 98: statere (moneta del tempo, incusa) di Pyxoes e Sirinos, il bue con le due epigrafi
Riguardo le bellissime monete, tra le poche testimonianze rimasteci di quel tempo, Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 98 (vedi ristampa a cura di La Greca), in proposito scriveva che: “La moneta incusa col tipo del bue rilevato da una parte, e collepigrafe ΓV+ΟΕΜ, cioè ‘Pyxoes’, e dall’altra la cavità del medesimo bue coll’epigrafe retrograda ΜΟΗΞqsΜ, cioè ‘Sirinos’ (vedi Tav. II, n. 6). Si argomenta da queste epigrafi una federazione, che ripassava tra Bussento, e Siri, siccome da un altra moneta si argomenta altra federazione tra Crotone, e Pandosia.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 275 parlando di Pixunte (attuale Policastro Bussentino scriveva che: “Quando al tempo delle origini di Pixunte, gli stateri stessi, dei quali abbiamo fatto menzione, ne attestano già l’esistenza intorno alla metà del sec. VI; onde puossi ritenere che fosse sorta qualche decennio innanzi;……Nè Sibari, d’altra parte, godè a lungo delle ingenti ricchezze tratte da codesta politica commerciale, che nel Tirreno faceva estendere la sua influenza sino a posidonia, la più autorevole delle sue colonie.”. Emanuele Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (4) cita anche Ettore Pais (…). Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, ed. 1925, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 255 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Nel non lungo periodo del suo fiorire Siris si alleò con Pixous (Buxentum) posta sul Tirreno allo sbocco dell’omonimo fiume, e con essa battè moneta federale. Colonia dei Colofoni, Siris era l’esponente del commercio Ionico. Destò quindi la gelosia degli Achei, i quali deliberarono di cacciare d’Italia tutti gli altri Greci, che non fossero della medesima stirpe. Non era soltanto odio di razza, ma anche rivalità di commerci internazionali. Verso il 550 a.C. i Sirini furono sconfitti dai Metapontini, dai Sibariti e dai Crotoniati. Siris non fu, a quanto, pare distrutta, ma, come par dimostrato dale monete, fu occupata dagli Achei o per lo meno obligata a far parte della loro federazione…etc…”. Ettore Pais (…), nel 1925, nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 295 e sgg e sgg riferendosi a Pixunte, in proposito scriveva che: “Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata.“. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “Le vicende di Pyxous”, a pp. 294-295 e sgg e, riferendosi a Reggio, in proposito scriveva che: “Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295)….Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. Etc…”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo III: “Federazioni italiote”, a p. 414 e ssg., in proposito scriveva che: “Già dai tempi di Pitagora gli Achei d’Italia ebbero comune un sistema di unità ponderale e monetaria; di ciò troviamo conferma durante il V secolo negli stateri incusi di Sibari, degli Aminei, di Crotone e di Metaponto. Analoghi stateri di Siris e di Pixus e di altre città, che come ‘PAL….e MOL….’ non è dato di identificare, mostrano che la confederazione maggiore delle città Achee fu preceduta o tosto seguita da altre minori. La lega Achea decadde in seguito alle guerre fratricide fra Crotone e Sibari, e si sciolse al tempo dell’anarchia che tenne dietro alla cacciata dei Pitagorici; le singole città vennero funestate da incendii ed assassinii.”. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “L’alleanza di Regio e di Taranto”, a pp. 35 e ssg., in proposito scriveva che: “Noi possediamo uno statere d’argento incuso, che qui sotto riproduciamo, che appartiene alla metà del secolo VI e che mostra come Pyxus fosse in relazioni di alleanza e di amicizia con Siris, la città ionica fondata dai Colofoni, posta sulle sponde del fiume omonimo nel golfo Tarantino (1). Le due città gareggiavano adunque con Sibari, che risalendo la valle del Coscile trasportava le merci milesie sul mar Tirreno nelle due colonie di Lao e di Scidro, ove venivano invece sbarcate quelle degli Etruschi, che per la stessa via giungevano a Sibari, d’onde alla lor volta erano caricate per l’Oriente (2), e gareggiavano anche con Crotone che di buon’ora si impadronì per lo stesso fine di Terina e di Tempsa sul mar Tirreno.“. Il Pais, a p. 36, nella nota (1) postillava: “(1) Head, Hist. Num., p. 69; Garrucci, Le monete dell’Italia antica, II, p. 145, tav. 108, n. 1, 3. Su questo statere da un lato si legge (retrigrado) Σιρινος (Sirino), dall’altro Πυξοες (Pyxoes). Sul significato di questa moneta v. oltre la memoria su Siris.”. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “VI – Le origini di Siris d’Italia”, a pp. 102 e ssg., in proposito scriveva che: “Può pensarsi che fra il 572 ed il 511 a.C. Siris dopo essere stata conquistata dagli Achei e trasformata in una città dello loro razza sia stata posteriormente distrutta. Oppure che le monete con carattere acheo appartengano ad una città che, pure usando l’alfabeto degli Stati vicini, era di stirpe diversa. La prima ipotesi non si può assolutamente escludere. Le città Achee in lotta con i vicini dopo la vittoria contro i popoli esterni si laceravano in guerre intestine. L’achea Crotone, dopo la guerra contro i Siriti, attaccò Sibari sebbene fosse achea. Nulla, stando al materiale di cui disponiamo, esclude in modo assoluto che i metapontini, i primi e più direttament interessati alla guerra contro la limotrofa Siris (come tali sono ricordati anche nel testo di Justino), avessero dapprima fatta loro colonia la città di Siris e che più tardi questa fosse soggiaciuta per effetto della gelosia delle vicine e potenti città Achee. Anzicchè abbandonarci all’ipotesi che è tanto facile sostenere quanto combattere, preferiamo quindi accettare la seconda versione. Ci domandiamo perciò come mai Siris, pure essendo città Jonia, usò caratteri di tipo acheo. E di questo fenomeno, che appare abbastanza strano ove sia considerato solo in sè stesso, possiam dare spiegazione sufficiente quando il problema lo si consideri non solo dal lato epigrafico e numismatico, ma anche da quello economico e politico. Siris era città Jonia, è vero…..(p. 104) E solo mediante una stretta alleanza fra Sybaris e Siris si spiega la perfetta somiglianza del testo delle monete incuse delle due città. Tale somiglianza infatti, fatta eccezione solo per le monete degli Aminei di cui abbiamo discorso in una precedente memoria, è superiore a tutte quelle che esistono fra le monete delle altre città Achee. Daltra parte quando parliamo di città Achee, Doriche, Joniche nella Magna Grecia e nella Sicilia, non possiamo pensare assolutamente pensare a città abitate da razze pure, non mescolate con altri elementi.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 191, in proposito scriveva che: “Diodoro Siculo lasciò scritto (1) che “Micito di Reggi e di Zancle, fondò la città di Pixo” nel secolo V, verso l’anno 470 a.C. Invece, la numismatica dà argomento che Pixo sia fondazione più antica: perchè esiste una moneta antichissima, incusa, che, con l’impronta del bue, comune tipo alle città di gente acha, ha la greca leggenda di “Pyxoes – Syrinos”; onde s’inferisce un legame di alleanza tra la città di Siri sul Jonio e di questa Pixo sul Tirreno: e ne abbiamo parlato più innanzi. Le monete incuse sono del sesto secolo (2). Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito concludere che la colonizzazione di micito a Pixo etc…”. Il Racioppi, a p. 191, nella nota (2) postillava: “(2) Lenormant, Grande Grèce. I, 207: “Pyxus fondée en 471, cinquante ans environ après l’epoque où avait cessé la fabbrication des espèces incuses.”. Il Racioppi, a p. 191, nella nota (3) postillava: “(3) Πυξεων, Buxentum. FABRETTI, Glossar. Ital. ad v. Buxent.”. Riguardo queste monete ha scritto anche Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 108, in proposito scriveva che: “Head, p. 83 = B. M.C., “It.”, p. 283. Stateri incusi, coniati poco dopo la metà del VI secolo, col tipo sibarita del toro stante, voltato a guardare indietro. Le due leggende portano scritta, in alfabeto acheo arcaico, la parola Σιρινος sul D), e la parola Πυξοες sul R.). Queste monete, interpretate un tempo come monete di alleanza di Siris e dello stabilimento sibarita di Pixunte (2), sono ormai generalmente riconosciute come monete di alleanza di Pixunte con la vicina città di Sirinos, ricordata anche da Plinio (N.H., III 10, 28) nella sua descrizione della Lucania (3).”. Giannelli, a p. 108, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi la prima edizione di questo volume, p. 113, e J. Perret, Siris, p. 21 sgg.”. Giannelli, a p. 108, nella nota (3) postillava che: “(3) Il merito di tale interpretazione va a P. Zancani-Montuoro, Siris-Sirino-Pixunte, in “Arch. Stor. Cal. Luc.”, XVIII (1949); cfr. “Rev. Arch.”, 1950, I, p. 185 sgg.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “….una lega monetaria, come Posidonia, e come Pyxus con Siri.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 52 e ssg., in proposito scriveva che: “Nè deve fare meraviglia se queste relazioni di amicizia si convertirono, in seguito in lotte sanguinose, perchè è naturale che dalla pace nasce la potenza, da questa l’ambizione e quindi la guerra. L’Head, ela sua”Historia Numorum” (p. 44-61 e sgg.), basandosi sui tipi identici e sul peso delle monete, ha creduto, non a torto, che vi fosse stata una lega monetaria achea, alla quale avrebbero aderito Sibari, Crotone, Metaponto, Caulonia, Lao e poi Taranto. Non so solo spiegarmi come in tale lega possa essere entrata Taranto, che non aveva origini achee. Questa lega suppone smembrata la Siritide, perchè essa, in tutti i casi, dovette essere fatta in quel ventennio, che va dalla distruzione di Siri alla caduta di Sibari (530-510). Difatti Siri non ebbe altra lega monetaria, se non con Pyxus; quindi sarebbe strano pensare che essa, posta fra Metaponto e Sibari, non avesse aderito alla lega achea, alla quale, stando all’Head, si sarebbe unita perfino Taranto. L’opinione dell’Head, relativa a questa lega, ha grande valore per stabilire un altro fatto, la coesistenza cioè di Sibari, e della sua colonia Lao; coesistenza che si può dimostrare, come farò, anche diversamente. Invece la lega intorno al santuario di Zeus……della quale parla Polibio, in un passo etc….Siri aveva dedotta forse una colonia sul Tirreno, nell’attuale golfo di Policastro, Pyxus; certo aveva con questa città stretta una lega monetaria, come si rileva dal doppio nome impresso sulle monete. (Σιρινος Πυξοες).”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a p. 55, in proposito scriveva che: “Di monete se ne hanno colla denominazione di Poseidonia dal 550 al 400 a.C., e di Paestum dal 300 all’89. Si hanno monete di Velia del 500 al 200 a.C. e c’è la celebre moneta Siris-Pixos, che rimonta al IV secolo a.C. (2).”. Il Carucci, a p. 55, nella nota (2) postillava: “(2) Garrucci, Le mon. dell’Ital. antica, tav. 108. 1-3”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 53 e ssg., in proposito scriveva che: “Siri aveva dedotta forse una colonia sul Tirreno, nell’attuale golfo di Policastro, Pyxus; certo aveva con questa città stretta una lega monetaria, come rileva dal doppio nome impresso sulle monete. (Σιρινος Πυξος). Quando i Sibariti spinsero il loro dominio da questo lato, fondandovi le colonie Lao, Scidro e Posidonia, dovettero trovarsi necesariamente a contatto con quei di Pyxus, che si videro stretti tra colonie sibarite. La tradizione storica non dice nulla, se Sibari ebbe a conbattere prima con Pyxus e poi con Siri; certo è però che Pyxus non compare più dopo la distruzione di Siri, tranne quando fu ripopolata dai Reggini, nei primi del secolo 5°. Etc…”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a p. 45, in proposito scriveva che: “…veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a.C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriormente al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Dunque, il Carucci, fa notare che contrariamente a quanto scriveva Diodoro Siculo, ovvero che Pixus (che egli chiama Pixos), fosse stata fondata da Micito di Reggio nel V secolo, si può retrogradare la fondazione o l’esistenza di questa città sul mare Tirreno grazie alla moneta con la leggenda Sirino-Pixoes” che, invece risale ad un secolo prima, al VI sec. a.C.. Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a pp. 176 parlando di Pixunte, in proposito scriveva: “Ciò potrebbe spiegare il tentativo tardo di Micito di riconquistare questa testa di ponte; e ciò spiega anche, come vedremo meglio in seguito, la nota moneta Sirinos-Pyxoes che, ad onta di altra spiegazione, crediamo sia sempre da vedersi come moneta di Siris e di Pixunte, databile ad età successiva alla caduta di Sibari, nel tentativo di rivitalizzare vecchie vie commerciali.”.
LAO, LAOS, fiume e colonia magno-greca
Amedeo Maiuri (….), nella sua relazione per il 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto (quello del 1962), il cui dibattito è stato pubblicato nel testo “Vie di Magna Grecia”, in seguito riproposto da Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a pp. 63-64, in proposito scriveva che: “….il Lao, il primo grande corso d’acqua, il più ricco di affluenti a nord dell’altopiano del Pollino: seguivano dopo altri minori corsi d’acqua di carattere più torrentizio, il Pixùs con l’omonima città, antico scalo di Siris e della Siritide, il fiume Alento porto della città di Elea e il Silaros (Sele) nella piana di Posidonia…..il fiume Lao dovè costituire il primo importante scalo marittimo di Sibari; da ciò la fondazione di quella colonia tirrena che le fonti rivendicano concordemente a Sibari e che veniva ad essere la città di confine tra la Lucania e il Bruzio. Di Lao ci è conservato il nome della città nel nome del fiume (Λαος χολπος χαι ποταμος πολις, dice Strabone 210), e nella toponomastica locale che si coglie risalendo il corso del fiume: capo Talao, S. Domenico Talao, e Laino borgo e Laino castello. Non dovrebbe essere difficile ritrovare il sito della città che, sempre a detta di Strabone (ibid.) si trovava μιχρον υπερ της θαλασσης. Ma nessuno scavo sistematico vi è stato finora intrapreso e il suo territorio, soprattutto nei sobborghi di Scalèa (Fischia) nei borghi di Laino e di S. Gada, è stato soltanto oggetto di scavi di fortuna, il cui materiale, venne in parte raccolto da una benemerita famiglia del luogo…..etc…Lucio Cappelli negli ‘Annali civili del Regno di Napoli del 1858 con un cenno storico su Tebe lucana e Lao, e, dopo di esso, perdurando la dimenticanza dell’archeologia ufficiale su una zona di tanto singolare interesse (e stupisce che perfino il Lenormant non ne faccia cenno nel suo documentatissimo viaggio, ‘A’ traverrs l’Apulie et la Luanie’), dobbiamo citare a titolo d’onore l’eccellente opuscolo, anche se non in tutto attendibile, di Michele La Cava, il benemerito esploratore della Lucania: ‘Del sito di Blande, Lao e Tebe lucana, pubblicato a Napoli nel 1891 a spese dell’autore e dedicato al patriarca dell’archeologia napoletana: Giulio De Petra. Le scoperte nell’alta valle del Lao s’intensificarono in occasione della della costruzione del tronco ferroviario Lagonegro-Castrovillari etc…Ma se su Lao siamo sufficientemente documentati, non altrettanto lo siamo per Scidro etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 123-124 e ssg., in proposito scriveva che: “LAO. La notizia più antica che si ha intorno a questa città è quella di Erodoto, testè riportata. Lao dovette stare sempre in buone relazioni con la metropoli, quantunque bisogna pensare che essa si governasse da sè direttamente, perchè con Sibari aveva stretto una lega monetaria, come Posidonia, e come Pyxus con Siri. E’ da supporre quindi che la metropoli stesse in continui e diretti rapporti con le sue colonie, fin dalla loro origine; che prestasse a queste il tipo della monetazione e il suo appoggio politico. La moneta di confederazione con Lao è la 11° della collezione sibarita nell’opera del Garrucci. E’ di argento, col toro androposopo ripetuto sulle due facce, però in uso dei due tipi in rilievo il toro è retrospiciente; ma sempre barbato. Sibari in questa moneta pone per tipo di Lao una ghianda col calice, il quale simbolo, che è forse del prodotto del luogo, ha un confronto costante nella ghianda posta a modo di esergo nella monetazione locale. Quella tra posidonia e Sibari (v. Head, cap. Lucania), non ammessa dal Garrucci, porta chiaramente la leggenda VM e MOII (col II arcaico, che non si può riprodurre fedelmente per mancanza di caratteri). Lao però diede un grande sviluppo alla sua monetazione, indice sicuro di florido commercio; e non mancò di aderire alla lega achea, come risulta dal tipo delle monete (Head, op. cit., pag. 44-61 e sgg.). Nella monetazione di Lao e in quella di Posidonia bisogna distinguere due periodi: il primo, quello delle monete incuse e di argento, arriva fino al principio del sec. 5°; le monete di argento tuttavia continuarono ad essere battute ancora, fino a quado quelle città caddero sotto il dominio dei Lucani (Ol. XCVII, 3=382 a.C.); nel secondo periodo furono battute monete di bronzo solamente, nelle quali Lao cambiò i suoi tipi, e, con l’epigrafe etnica in Greco, inscrisse, in sigla, il nome del magistrato. Nelle monete incuse di Lao la leggenda, per metà retrograda, è ΛAFINOM (anche questo A è arcaico, ma non posso riprodurlo per la stessa ragione) quindi dovevano scrivere ΛAFOM il nome della città e del fiume, e l’etnico ΛAFIOM al pari di ΛAFINOM. In quelle a doppio rilievo si legge ΛAZNOM, ovvero MONZAΛ. Queste monete sono, insieme alla notizia di Erodoto, i documenti più antichi della città. Dopo quell’accenno, per una trentina di anni, non si sa più nulla di Lao; ed è da supporre che abbia continuato ad esercitare il suo commercio, vivendo indipendente e ricca.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 125 e ssg., in proposito scriveva che: “Similmente la menzione che ne fa Stefano di Bizantino deve intendersi solo come un ricordo. Lao è detta esplicitamente città della Lucania da Strabone (VI, 252-3) e da Stefano Bizantino, che dipende da un passo di Apollodoro. Implicitamente doveva essere stata creduta tale da Antioco di Siracusa (fram. 6°; cfr. Strab. VI, 254), e da Plinio (l. c. ), che consideravano il fiume Lao come il confine settentrionale, il primo dell’Italia, il secondo del Bruzio, da questo lato.”. Il Galli, a p. 126, in proposito scriveva che: “Anche Strabone del resto, più sotto, dice che la prima città de Bruzi, dopo Lao, è Temesa, saltando Cirella, della quale parla in questo luogo medesimo: quest’ultima, trovandosi al di qua del Lao, come le distanze fra essa e le città vicine, ci costringono ad ammettere che davvero doveva sorgere in territorio lucano. Quindi si può dire senz’altro che i Sibariti dedussero tutte le loro colonie, delle quali rimangono notizie sicure, senza esagerarne il numero come ha fatto il Tropea (Storia dei Lucani, p. 168), sulla costa lucana esclusivamente, la quale cadde tutta in loro potere, dal Silaro al Lao. Insieme alla città, le fonti menzionano un fiume ed un golfo del medesimo nome; e Strabone, che fornisce la maggiore copia di notizie al riguardo, dice che “dopo Palinuro è Pyxus (Lat. Buxentum). Poi segue il golfo, la città di Lao, ultima della Lucania, poco discosta dal mare, colonia di Sibari, distante da Velia 400 stadi (km. 74 circa) ecc..”. Poi aggiunge che vicino a Lao è il sacello di Dracone, compagno di Ulisse”. Plinio, come si è visto, menzioa un fiume e una città Lao. ….Se si considera che tra il seno Pestano, a Nord, e quello Vibonese, a Sud, su tutto questo tratto di costa non ve n’è un altro, all’infuori di quello di Policastro, al quale conviene esattamente il nome di golfo; trovandosi poi la città di Lao vicina al mare, tra Vibona e Pesto, è evidente che al golfo di Policastro doveva corrispondere l’antico ‘Laus sinus’. Inoltre tutta la regione intorno all’odierno golfo di Policastro è ricca di torrenti e burroni, più o meno asciutti di estete, ma non ha altri fiumi propriamente detti, fatta eccezione del Bussento, a Nord, e del Lao, a Sud, che segnano quasi i limiti estremi dell’apertura; quindi non potendosi pensare al primo, troppo lontano da Cirella, ….il secondo ha bene appropriato il suo nome originario, Lao. Sulla sponda destra di questo fiume dunque bisogna cercare le tracce dell’antica colonia sibarita. Essa, come lasciò scritto Strabone, doveva trovarsi sulla riva del fiume, e poco distante dal mare. La sua posizione, in prossimità di un fiume omonimo, richiama perfettamente quella della metropoli, anch’essa sulla sponda destra del Sibari, e non troppo lontana dallo Ionio.”. Il Galli, nelle pagine che seguono discorre della posizione e ubicazione della città-colonia magno-greca, che tuttavia non è stata mai ben individuata. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 305 e ssg., in proposito scriveva che: “Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1). Etc..”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.; Beloch I(2), 1, 238; Bywanck, p. 108.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che fu antica colonia greca dell’Italia meridionale, fondata; intorno al 600 a. C., dai Sibariti sulla costa tirrenica della Lucania meridionale: la località è da ricercarsi probabilmente in prossimità dell’odierna Scalea, presso la foce del fiume Lao o Laino. Lao fu presto fiorente; nel 510 a. C., quando Sibari fu distrutta, i suoi cittadini profughi trovarono rifugio a Lao e a Scidro; e di qui presero le mosse i varî tentativi di ricostruzione della distrutta città. Lao fu una delle prime città della Magna Grecia che soggiacquero all’impeto delle stirpi osche prementi dall’interno della penisola verso il mare: verso il 400 a. C. doveva già essere caduta in mano dei Lucani. Nel 389, quei di Turi tentarono di riconquistarla; ma nel territorio stesso della città il loro esercito subì da parte di quello lucano una tremenda disfatta. Nel sito di Lao sorse più tardi la stazione romana di Lavinium, nel cui nome si riflette forse quello preellenico della città. Bibl.: M. La Cava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1819; G. Gioia, Memorie storiche sopra Lainos, Napoli 1883; D. Marincola-Pistoia, Di Terina e di Lao, Catanzaro 1886; E. Pais, Storia della Sicilia e della Magna Grecia, Torino 1894; G. Giannelli, Culti e miti della Magna Grecia, Firenze 1924, p. 300 segg.; id., La Magna Grecia da Pitagora a Pirro, Milano 1928, pp. 65-71; E. Ciaceri, Storia della Magna Grecia, I, 2ª ed., Roma 1928, p. 270 segg.; II, ivi 1927, pp. 396, 420; E. Galli, in Not scavi, 1932, p. 323 segg.
Due monete (incusi) di due città confederate: PAL-MOL = PALINURO-MOLPA
In epoca greca l’abitato di Molpa, unitamente a Palinuro che all’epoca era un piccolo villaggio sorto sull’omonimo capo, non distante dalla necropoli in località Timpa della Guardia, costituiva la polis di Pal-Mol, come testimoniato dal ritrovamento di una moneta in argento con la figura di un cinghiale in corsa e che presenta da un lato l’incisione PAL (Palinuro) e dall’altro MOL (Molpa). Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Nè erano soltanto queste le città o i borghi fondati dai Greci sul territorio salernitano, poichè Palinuro, più che il leggendario pilota di Enea (3), dovè essere un villaggio greco, come può rilevarsi dall’onomastica παλιν – contro e ορος – monte; Sapri è forse l’antica ‘Scidro’ o ‘Sidron’, ampliata dai Sibariti, quando vi si rifugiarono, dopo la distruzione della loro patria; nè le tradizioni intorno a ‘Molpa’, sita forse ad un paio di chilometri da Palinuro, nè quelle intorno a Leucosia (4), anche a non tener conto d’altro che dell’onomastica certamente greca, debbono esser ritenute in tutto prove di fondamento (1). Così tutta la costa dal golfo di Policastro a quella di Salerno fu colonizzata dai Greci, e davanti ad essi gl’indigeni non bene armati da poter opporre una forte resistenza, si ritirarono nell’interno (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (3) postillava: “(3) Vergil., Aeneis, lib. VI, n. 381: “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…), a p. 95, dopo aver discorso sul fiume Bussento e dopo aver più volte contraddetto l’Antonini (….), che credeva essere il fiume Mingardo, parlando di Buxentum (Policastro Bussentino) e della città di “Pyxous”, in proposito scriveva che: “Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”. La colonia probabilmente dipendeva amministrativamente dalla ricca e potente Sibari. Della colonia greca gli scavi hanno portato alla luce resti delle fortificazioni, dell’acropoli e di altre costruzioni e numerosi oggetti (principalmente vasellame, utensili e monili), che dimostrano che per la città fu un periodo di grande splendore e floridezza economica. La polis di Pal-Mol durò il breve periodo di trent’anni: nel 510 a.C. la colonia fu misteriosamente abbandonata, forse a causa di una tremenda epidemia. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo cap. II: “Un kastrum bizantino ad Akropolis”, a p. 57, nella nota (2) postillava che: “(2) MOLPE, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico Molpie) e Mingardo, ebbe nome dall’omonima sirena (STRABONE, I, 22 0 2, 12). Le sue origini sono da porsi almeno nel VI secolo a. C., quando appare essere stato uno scalo sibaritico come la vicina Palinuro, con la quale coniò in comune una moneta incusa con la leggenda: PAL / MOL. Etc..”. La colonia probabilmente dipendeva amministrativamente dalla ricca e potente Sibari. Della colonia greca gli scavi hanno portato alla luce resti delle fortificazioni, dell’acropoli e di altre costruzioni e numerosi oggetti (principalmente vasellame, utensili e monili), che dimostrano che per la città fu un periodo di grande splendore e floridezza economica. La polis di Pal-Mol durò il breve periodo di trent’anni: nel 510 a.C. la colonia fu misteriosamente abbandonata, forse a causa di una tremenda epidemia. Dalla Treccani on-line leggiamo che riconsiderando la documentazione si osserva, infatti, che il centro indigeno di P. si sviluppa come abitato autonomo soprattutto nella seconda metà del VI sec. a.C. per l’arrivo di genti dal Vallo di Diano, discese sulla costa seguendo le valli del Mingardo, del Bussento e del Noce (nei pressi di Praia a Mare). P. è in questo periodo nell’orbita di Sibari, come si evince dalla moneta d’argento incusa, in tutto, tranne che per l’epìsemon (il cinghiale con la criniera depressa, in luogo del toro retrospiciente) assimilabile alla monetazione di Sibari. Come è noto la moneta reca la doppia leggènda Pal-Mol in cui si è, a torto, vista la symmachìa tra P. e Molpa. Bibl.: E. Greco, Velia e Palinuro. Problemi di topografia antica, in MEFRA, LXXXVII, 1975, pp. 81-108; C. A. Fiammenghi, La necropoli di Palinuro. Elementi per la ricostruzione di una comunità indigena del VI sec. a. C., in DArch, s. III, 1985, 2, pp. 7-16; M. Romito, Un insediamento neolitico a Palinuro, in II Neolitico in Italia. Atti della XXVI Riunione Scientifica dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, Firenze 1985, II, Firenze 1987, pp. 691-695; E. Greco, Serdaioi, in AnnAStorAnt, XII, 1990, pp. 39-57. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Palinuro, a p. 269, in proposito scriveva che: “Altri saggi di scavi (11) però, non sono riusciti a mettere in evidenza necropoli che mostrassero la continuità di vita della città ellenizzata dopo la fine del VI secolo a.C. Quando, cioè, era ancora in ‘simpolyteia’ con la vicina Molpa (v.), come si rileva dai celebri tre incusi di argento databili 530-520 a.C., con la figura del cinghiale in corsa e la leggenda PAL(inuro)-MOL(pa)(12). La brusca interruzione della vita dell’autoctona popolazione, confermata dagli scavi, accreditò l’ipotesi di una grave calamità (cataclisma, peste) abbattutasi sulle due poleis. La punizione per l’orrendo misfatto dell’uccisione dell’inerme e stremato pilota di Enea ?. Evento che porta al mitico episodio della morte di Palinuro, narrato con straodinaria vivezza da Virgilio (13).”. Ebner, a p. 269, nella nota (12) postillava: “(12) P. Ebner, La monetazione di Posidonia-Paestum, “Ente per le antichità e i documenti della provincia di Salerno”, XIV, Salerno, 1954, p. 3 seg. Cfr. pure la mia Storia, cit., p. 37.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 189, in proposito scriveva che: “Gli elleni, stanziati anticamente per questi luoghi, spiegarono, seguendo il loro costume e con gli elementi del proprio idioma, il vecchio nome locale, derivato forse da altro linguaggio; e dalla spiegazione ellenica di una più antica parola nacque la personificazione del “timoniere sagace” (2) e famoso che la leggenda accoppiava ai casi di Enea. Ma, oltre all’eroo o pio sepolcro all’antico nocchiero sul promontorio del suo nome, alcuni scrittori moderni ritengono che ivi esistesse una città, greca, dello stesso nome di Palinuro. La congettura non si fonda altrimenti che sulla leggenda di una singolare moneta, la quale intendono accennasse a federazione tra la città di Molpa e la città di Palinuro; poichè vi leggono, benchè in iscorcio, le prime sillabe dei nomi delle due città. Ma finché altre prove non sorreggano la dubbiezza di quest’una, non ometterò di avvertire, che se le due sillabe si congiungano in un unica parola, scomparirà la nota di PAL-inuro, e non risulterà invece che solo il nome di Mol-pa (3).”. Il Racioppi (…), a p. 189, nella nota (2) postillava che: “(2) Da πολυνος ed ουριος “l’uomo sagace che naviga con buon vento,” ovvero da παλαιω, lottare, e in senso passivo essere vinto dal vento – οuρος -? – Corcia (op. cit., III, 55) invece, da παλιν contra, ed ορος monte, accennando al promontorio.”. Il Racioppi, a p. 189, nella nota (3) postilava: “(3) La congettura di cui si parla nel testo è del SESTINI, Mon. vet. 16 (ap. Corcia, Op. ci., III, 58). La moneta è una incusa di argento: – Tipo: – Cinghiale a dr. ΙΛΠ II Cinghiale a sin. IOM – Inclino a credere, che le dueparole siano parte di un’unica parola che sarebbe ΜΟΛΠΛΙ = Molpai. E ricordo, in appoggio, che sopra una moneta incusa dell’antica Laos, che ha il bue a volto umano dalle due faccie, è scritto dall’una parte ΛΛΙ e dall’altra NOM = Lainos.”. Ettore Pais (…), nel 1925, nel suo “Storia dell’Italia antica”, ed. 1925, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 295 e sgg e sgg riferendosi a Pixunte, in proposito scriveva che: “Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. In pari modo non sappiamo quali conclusioni cronologiche e storiche sia lecito ricavare da analoghe monete federali, ossia dagli stateri incusi delle due città a noi ignote, in cui sono segnate le sigle “PAL” e “MOL”. Si è pensato che tali nummi vadano riferiti a Palinuro ed a Melphes (Amalfi ?). Siamo purtroppo nel campo delle ipotesi che, come nel caso di Siris e di Pyxous, le monete federali appartengano a città che tentavano analoghi commerci di trasbordo fra l’Ionio ed il Tirreno. Il fatto che di queste due città non vien fatto più tardi memoria suggerisce il pensiero che la loro attività sia stata ben presto soffocata o distrutta da quella delle più potenti città Achee, che non tollerava rivalità commerciali e politiche.”. Giulio Schmiedt (….), nel suo “Antichi porti d’Italia – gli scali Fenicio-Punici. I porti della Magna Grecia”, a p. 76 parlando di Palinuro e riferendosi alla Molpa, in proposito scriveva che: “Essa serviva forse un altro centro ellenizzato (164), che si può collocare sulla sommità della collina di q. 140, dove in epoca medievale sorse un castrum distrutto dai Saraceni nel 1113. Da notare infine, che questi due centri dovevano essere collegati economicamente (ciò sembra documentato da una moneta rinvenuta nel 1774 che reca incisa nell’esergo le lettere PAL e MOL) e costituire per Velia due basi per il controllo delle acque del proprio territorio (165), che probabilmente terminava a punta degli Infreschi.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (161) postillava che: “(161) Molto acutamente Virgilio Catalano (cfr. op. cit.) ricorda che la triste fama di capo Palinuro, forse insita nello stesso toponimo greco Παλν + ονρος = vento generatore di tempeste) è dovuta non solo al mito virgiliano della morte del nocchiero di Enea e al mito della sirena Molpe, ma anche ai terribili naufragi subiti da flotte romane.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (164) postillava che: “(164) Non si hanno sino ad oggi prove archeologiche del centro. R. Nauman (cfr. op. cit. I p. 32), in relazione al rinvenimento a Molpa di cocci neri simili a quelli di Palinuro, avanza l’ipotesi di un borgo portuale della collina ai piedi del fiume. P. Zancani Montuoro (cfr. op. cit., Siris – Sirino – Pixunte, in “Arch. St. Cal. Luc.”, p. 16) vede sulla collina di Molpa una città ellenizzata e dice di avere ritrovato sulla spianata rocciosa che strapiomba sul mare resti di argilla seccata al sole e di legno carbonizzato, forse relativi a muri di mattoni crudi e a pali infissi nei numerosissimi incavi circolari e rettangolari esistenti sul piano della roccia.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (165) postillava che: “(165) L’ipotesi che la Sympoliteia Palinuro-Molpa fosse compresa nel territorio veliense sarebbe confermata dal rinvenimento a Palinuro dei caratteristici mattoni di Velia con i bolli greci e di monete di Velia (350-280 a.C.). Cfr. in proposito R. Nauman, op. cit., II, p. 280 e Catalano, op. cit.”. Sull’opera di Nauman, lo Scmiedt lo spiega nella postilla della nota (163): “(163) Cfr. R. Nauman e B. Nautsch, Palinuro. Ergebnisse der Ausgrabungen, vol. I e II, 1957-1960”. Si tratta di Rudolf Nauman. Riguardo all’opera di Virgilio Catalano, lo Schmiedt che lo cita riferisce “Aspetti e problemi dell’Archeologia Cilentana”, in “Partenope”, fasc. IV, anno II, 1961. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Palinuro, a p. 268, in proposito scriveva che: “Gli scavi archeologici del 1939, eseguiti dal compianto amico P. C. Sestieri (5) su tutta l’altura di S. Paolo che sovrasta l’abitato, misero a luce mura di fortificazioni e, nella sabbia delle dune, tombe a fossa senza traccia di copertura con orientamento dei depositi est-ovest e perciò forse non rituali. Ma vi si rinvennero pure sepolture a pozzo (disposizione circolare dei corredi) e uno a cassa (tegoloni). Più numerose le prime e ricche di vasi (in media 30 in ogni tomba) indigeni (6), ionici (7) e attici (8) insieme a oggetti di ferro e di bronzo (9). Ceramica che presenta netti caratteri d’identità con queli della Peucezia, con quella di Sala Consilina e Atena Lucana, per cui sarebbe da riconsiderare l’affermazione di Dionigi (I, 11 sgg.) sulla venuta di enotri e peucezi dall’Arcadia e da ammettere che proprio da Palinuro partisse una delle carovaniere per la Valle di Diano. Carovane che trasportavano ceramica locale e ceramica ionica che alla vicina Pixous (Bussento), Policastro) giungeva per la via istimica da Siris e la ceramica ionica e attica a mezzo dei mercanti focei. Manufatti che venivano scambiati con il grano della ferace Valle del Tanagro, di quel lago pleistocenico svuotatosi in epoca storica. Grano che anche dopo la caduta di Sibari (a. 510 a.C.,) i focei di Velia (10) continuarono a trasportare ad Atene che ne acquistava sempre in maggiori quantità.”. Ebner, a p. 268, nella nota (5) postillava: “(5) P. C. Sestieri, Scoperte archeologiche in provincia di Salerno, “Bollettino d’Arte”, Roma, 1940, n. IV (estratto).”. Ebner, a p. 268, nella nota (6) postillava: “(6) Vasi grezzi con decorazioni geometriche rosse e nere, ma anche di plastica applicata, brocche a tre manici e tre colli a bocca tribolata posti intorno a un falso collo a bocciuolo, anfore, coppette e, tra le forme d’imitazione, olmechasi a bocca tribolata, kalathoi, calcei repandi e crateri a colonnette di tipo calcidese.”. Ebner, a p. 268, nella nota (7) postillava: “(7) Vasi ionici con decorazioni a fasce, coppe milesie, ecc..”. Ebner, a p. 268, nella nota (8) postillava: “(8) Vasi attici a figure nere (lekytoi, skyphoi, kotyloi, kilites) con animali anche fantastici, ma di disegno scadente. Crateri a colonnette e kylites a occhioni con gorgoneion.”. Ebner, a p. 268, nella nota (9)postillava: “(9) Tra gli oggetti di ferro soprattutto armi, e cioè punte di frecce, grattuge, colini, anelli e fibule ad arco semplice e a doppio anello; un solo orecchino circolare d’argento.”. Ebner, a p. 269, nella nota (10) postillava: “(10) R. Neuman e B. Neutsch (Palinuro, “Ergebnisse der Ausgrabungen”, vol. II e II, 1957-1960) rinvennero a Palinuro, oltre i caratteristici mattoni velini con bolli greci, anche monete di Velia del 350-280 a.C.”. Ebner, a p. 269, nella nota (11) postillava: “(11) Sul cippo colà rinvenuto, v. M. Guarducci, Cippo iscritto a Palinuro, “Apollo”, Salerno, 1962; v. pure H. Schaefer, Peculiarità e caratteri della colonizzazione greca nell’Italia meridionale, “Apollo”, Salerno, 1962, p. 3 sgg.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando del Sinus Laus, a p. 61, in proposito scriveva che: “Il nome della città, il cui ricordo, secondo la pretesa moneta dovrebbe risalire fino al secolo VI, trasforma il ‘Melfes’ in ‘Molpa’. Questa moneta è un incuso d’argento, che ha per tipo un cinghiale corrente, a destra, col medesimo tipo del rovescio. La leggenda di destra porta scritto: ΛΑΤ [παλ], (amico) e quella di sinistra ΛΟΜ [μολ], ovvero (MOL)(3), che offrono le prime sillabe dei nomi delle due città. Il Sestini (4) invece credette, sull’esempio delle monete di Laos e d’altre città, leggervi un’unica parola ΜΟΛΠΙ. Senza dilungarci in inutili e noiose considerazioni sulla pretesa esistenza di queste città, basta il fatto della falsità o della cattiva interpretazione di tale moneta, non ammessa, per altro, da eminenti nummologi moderni.“. Il Dito, a p. 61, nella nota (3) postillava: “(3) V. Carelli, tab. 136; Sestini, Cle. gen.p. 16; Mus. Hederv. P. I., p. 10, tab. I, 10; Nouvell. Ann. T.I., Pl. XI, 12.”. Il Dito, a p. 61, nella nota (4) postillava: “(4) Mon. vet. 16, ap. Corcia III, 58.”. Infatti, Nicola Corcia (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1799”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Oltre che degli antichi ruderi che vi si veggono, confermerebbe la prima denominazione un didracma di argento, che da un lato ha per tipo un cinghiale con la leggenda ΓΑΛ retrograda in caratteri arcaici, e dall’altro collo stesso tipo incuso, l’epigrafe ΜΟΛ. Un dotto nummologo si avvisava il primo di vedere in questa medaglia un’alleanza tra le città di Palinuro e Molpa, le quali, non ostante il silenzio della geografia e della storia, suppose che si trovassero, una presso il ‘Capo Palinuro’, l’altra alla foce del fiume ‘Melpi’ (1). Comecchè la fabbrica di questa medaglia sia in tutto analoga a quella delle vicine città di Pissunte, Lao e Posidonia, un altro nummologo nondimeno lasciava questa medaglia fra le incerte, benchè inclinasse all’esistenza della città detta (2).”. Il Corcia, a p. 58, nella nota (1) postillava: “(1) Sestini, Mon. vet., p. 16; – Cfr. De Luynes, Nouv. Ann. de l’Institut. archeol., tom. I, pl. XI, n. 12.”. Il Corcia, a p. 58, nella nota (2) postillava: “(2) Millingen, Consid. p. 52.”.
Nel 540 sec. a.C., il popolo scomparso dei SERDAIOI o SERDEI o SARDI, popolo pre-italico preesistente alla fondazione delle città magno-greche
Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Posidonia”, a p. 133 e ssg, in proposito scriveva che: “La localizzazione della saga di Eracle nel territorio di Posidonia – dove l’eroe argivo si sarebbe fermato nel viaggio di ritorno dalla spedizione pè buoi di Gerone – può ascriversi agli stessi Trezenii fondatori della città; o, più probabilmente, tenuto conto della data presumibilmente tarda di codesta localizzazione, dovrà riguardarsi come un’irradazione della leggenda di Eracle dalla Campania, dove la saga dell’eroe fu portata dalla corrente migratoria calcidese (1).”. Il Giannelli, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) A proposito delle origini di Posidonia e dei legami che la univano alle origini di Sibari, torna qui in acconcio far menzione dell’epigrafe recentemente scoperta ad Olimpia e pubblicata da E. Kunze nel VII ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). L’iscrizione – databile alla metà del VI sec. a.C., – ci conserva il testo di un trattato di amicizia concluso dai Sibariti e dai loro aleati con un altro popolo, designato col nome – a noi finora ignoto – di ‘Serdaioi’. Sulla identificazione di questo popolo si è già discusso assai e, credo si continuerà a discutere: le diverse ipotesi avanzate dagli studiosi sono lucidamente esposte e commentate da P. Zancani-Montuoro nell’articolo ‘Sibari e Serdei’, pubblicato in “Rendic. Acc. Naz. Lincei” classe sc. morali, sez. VIII, vol. XVII, fasc. 1-2 (1962). A noi interessa qui il fatto che, come garanti della fedeltà dei Sibariti al patto stretto coi Serdei, vengono chiamati “Zeus, Apollo e gli altri dèi, e la città di Posidonia”: ciò che indica la potenza raggiunta dalla città sul Tirreno e la sua piena autonomia dai Sibariti, ma al tempo stesso lo strettissimo legame che la univa a Sibari, e non indebolisce per nulla, anzi rafforza (contrariamente a quanto ritiene la Zancani-Montuoro) la tesi della derivazione di Posidonia da Sibari, così come è stata esposta nel testo.”. Sempre il Giannelli, a p. 278, nelle sue “Conclusioni”, in prposito a questo antico popolo scriveva che: “E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parechi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo – a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”. Da Wikipedia, alla voce “Sardi” leggiamo che l’etnonimo “S(a)rd” appartiene al substrato linguistico preindoeuropeo (o secondo altri indoeuropeo), e potrebbe derivare dagli Iberi che si stabilirono sull’isola. La più antica testimonianza scritta dell’etnonimo è riportata sulla Stele di Nora, dove la parola Šrdn (Shardan) testimonia la sua esistenza originale nel momento in cui i mercanti fenici arrivarono per la prima volta nelle coste sarde. Secondo il Timeo, uno dei dialoghi di Platone, la Sardegna e i suoi abitanti, “Sardonioi” o “Sardianoi” (Σαρδονιοί or Σαρδιανοί), furono soprannominati così da “Sardò” (Σαρδώ), una leggendaria donna lidia di Sardi (Σάρδεις), nella regione occidentale dell’Anatolia (attuale Turchia). Altri autori, come Pausania e Sallustio, indicano invece che i Sardi discendono da un antenato mitologico, un figlio Libico di Ercole o Makeris (dal berbero imɣur “allevare”) riverito come Sardus Pater Babai (“Padre Sardo” o “Padre dei Sardi”), che diede all’isola il suo nome. È stato anche affermato che gli antichi Sardi nuragici fossero associati anche con gli Shardana (šrdn in egiziano), uno dei Popoli del Mare. L’etnonimo fu romanizzato nella forma singolare maschile e femminile in sardus e sarda. Bibliografia: E.KUNZE, Olympia Bericht VII, Berlin 1961, 207–210; H.BENGTSON, Die Staatsverträge des Altertums, II, München – Berlin 1962, no. 120; M.GUARDUCCI, Osservazioni sul trattato fra Sibari e i Serdaioi, RAL 17, 1962, 199-210; P.ZANCANI MONTUORO, Sibariti e Serdei, RAL 17, 1962, 11-18; S. CALDERONE, Identificati i Serdaioi, Helikon 2, 1962, 633-258;S.CALDERONE, Identificati i Serdaioi, Helikon 3, 1963, 219-258;J.SEIBERT, Metropolis und Apoikie. Historische Beiträge zur Geschichte ihrer gegenseitigen Beziehungen, Würzburg 1963, 94-96;J.ROBERT – L.ROBERT, REG 75, 1963, 137-138 no. 106; REG 79, 1966, 380-381 no. 210; G. PUGLIESE CARRATELLI, Greci d’Asia in Occidente fra il secolo VII e il VI, PP 21, 1966, 155-165 [= ID., Scritti sul mondo antico, Napoli 1976, 307-319];SEG 22, 1967, no. 336;M. BURZACHECHI, Gli studi di epigrafia greca relativi alla Magna Grecia dal 1952 al 1967, in: Acts of the 5th Congress of Greek and Latin Epigraphy, 18th-23rd September 1967, Oxford 1971, 125-134;R.MEIGGS – D.M.LEWIS, A Selection of Greek Historical Inscriptions to the end of the fifth century B.C., I, Oxford 1969, 18-19, no. 10 (trad. inglese).
Nel 570-575 a.C., la distruzione di Siri
Da Wikipedia leggiamo che Siri (Σῖρις in greco) era un’antica città della Magna Grecia, in Lucania, nata sulla riva sinistra del fiume Sinni, vicino alla foce, nei pressi dell’attuale Nova Siri. Siri ebbe un territorio ricco e fertile, la Siritide, sul quale, secondo la tradizione, si stanziarono dapprima esuli troiani intorno al XII secolo a.C. e poi coloni provenienti da Colofone, città della Ionia (costa centro-occidentale dell’attuale Turchia), nel 675 a.C. circa. La città venne fondata, verosimilmente da coloni focesi, indicativamente a cavallo tra l’VIII e il VII secolo a.C. nei pressi della foce del fiume Siri, l’attuale Sinni. La floridezza e la ricchezza della colonia, acquisite nel corso dei decenni, suscitarono “l’invidia”, ma soprattutto la preoccupazione delle vicine città achee di Metapontum (attuale Metaponto), Sybaris (attuale Sibari) e Kroton (l’attuale Crotone) che vedevano espandersi il potere economico di una colonia ionia. Alleatesi, le tre città invasero la Siritide e sconfissero intorno al 570-565 a.C. Siris che decadde, continuando la sua esistenza sotto l’influenza di Sibari e Metaponto. Gli esuli si rifugiarono probabilmente sulla vicina altura di Pandosia (attuale Anglona), sulle alture delle attuali Montalbano Jonico e Tursi. Un secolo e mezzo dopo a circa 5 km (24 stadi) venne fondata una colonia congiunta di tarentini e turioti, con il nome Eraclea. Di Siri restò solo il porto che da allora venne utilizzato da Eraclea. Secondo alcune recenti interpretazioni storico-archeologiche, Siri si trovava nello stesso territorio di Eraclea. Infatti, secondo queste recenti interpretazioni, la fondazione di Eraclea (Magna Grecia) avvenne nei pressi dello stesso abitato della florida e ricca Siri. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, nell’edizione postuma del 1963, ed. Sansoni, nelle “Conclusioni”, a p. 252, in proposito scriveva che: “I Focesi di Siri divennero presto assai potenti; tanto da rappresentare un serio pericolo per la finitima Metaponto, che cercò un sostegno nel protettorato di Sibari, mentre i Focesi si confidavano nell’appoggio di Taranto. Ma, approfittando probabilmente delle difficoltà dei Terentini nelle loro relazioni con gli indigeni, i Metapontini coi Sibariti attaccarono Siri: …Siri fu presa e distrutta (circa 530-525 a.C.), parte della sua popolazione trasportata a Metaponto, etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 53-54 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma se l’ambizione di maggior dominio, e forse anche la necessità di potersi muover più liberamente sulla riva dello Ionio furono le cause remote, che spinsero i Sibariti a questa impresa quale potette essere la causa cocasionale della guerra ?. Siri aveva dedotta forse una colonia sul Tirreno, nell’attuale golfo di Policastro, Pyxus; certo aveva con questa città stretta una lega monetaria, come si rileva dal doppio nome impresso sulle monete. (Σιρινος Πυξοες).”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 53 e ssg., in proposito scriveva che: “Dell’aiuto prestato ai Sibariti parla Giustino (XX, 2,3,10), il quale, come si vedrà, narra anche le vicende di questa guerra……la distruzione di Siri (530),…..Avvenne quindi quello che avviene sempre, quando il debole si trova a lottare col forte. Lo stato di Siri, non grande, fu invaso dal Sud dai Sibariti, dal Nord dai Metapontini; Siri fu sconfitta e distrutta dalle fondamenta; buona parte del territorio fu occupata dai Sibariti, un’altra dovette spettare ai Metapontini, che avranno chiesto una ricompensa per i servigi prestati…..Le vicende, più o meno leggendarie, della quale sono narrate da Giustino (XX, 2, 3, 10). Anche per la caduta di Siri si dissero le stesse ragioni della caduta di Sibari. Timeo infatti (fram. 62°) dice che i Sirini erano lussuriosi quando i Sibariti, e, come uesti, portavano ricchissime vesti; spendevano ogni loro cura nell’abbigliarsi ecc…Giustino poi racconta che gli alleati contro Siri furono puniti con una fiera pestilenza; ma credo opportuno riportare tutto il brano di questo autore.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 191, in proposito scriveva che: “Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito concludere che la colonizzazione di Micito a Pixo etc…”.
Nel 575 a.C., Pyxus, Scidro e Lao e la distruzione di Siri, città sullo Ionio
Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 53-54 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando i Sibariti spinsero il loro dominio da questo lato, fondandovi le colonie di Lao, Scidro e Posidonia, dovettero trovarsi necessariamente a contatto con quei di Pyxus, che si videro stretti tra colonie sibarite. La tradizione storica non dice nulla, se Sibari ebbe a combattere prima con Pyxus e poi con Siri; certo è però che Pyxus non compare più dopo la distruzione di Siri, tranne quando fu ripopolata dai Reggini, nei primi del sec. 5°. Ciò fa supporre naturalmente che essa avesse subito la medesima sorte della sua alleata. E’ difficile però stabilire, se la guerra incominciò prima con Siri, ovvero con Pyxus. Io credo che la distruzione di quella seguì, e fu conseguenza della caduta di Pyxus; ed ecco perchè. Ammesso come dimostrato che le colonie sibarite del Tirreno siano state dedotte prima del 510 (sconfitta di Sibari), e non fondate da quelli che riuscirono a scampare da questa rovina, ne viene di conseguenza che esse precedettero anche la distruzione di Siri (530), e che specialmente le colonie di Lao e Posidonia, delle quali ci rimangono notizie sicure, non furono dedotte nel territorio di Pyxus, già abbattuta. Se così non fosse stato, non si capirebbe come, in un ventennio solo, città poste sulla riva opposta alla metropoli fossero potute crescere in potenza a tal punto da offrire sicuro asilo ai fuggiaschi di Sibari, e garentirli da possibili aggressioni Crotoniate. Da tutto ciò appare che i prodomi della guerra dovettero maturarsi sulla riva del Tirreno, dove coloni di Sibari si trovarono a contatto, e cercarono di allargarsi a danno dell’alleata di Siri. Questo ragionamento esclude anche che Pyxus fosse invece colonia di Sibari, come crede il Prof. Tropea (St. dei Luc., p. 168), altrimenti non so perchè avrebbe dovuto scomparire proprio in quel tempo che fu distrutta Siri. Ingaggiata così una guerra, che nel nostro tempo si direbbe coloniale, l’eco non tardò a farsi sentire sulla riva dello Ionio, dove i due stati, protettori ripettivamente dei belligeranti erano finitimi, e gelosi l’uno dell’altro. Siri fu sconfitta e distrutta dalle fondamenta; buona parte del territorio fu occupata dai Sibariti, un’altra dovette spettare ai Metapontini, che avranno chiesto una ricompensa per i servigi prestati. Il territorio di Pyxus facilmente fu compreso in quello delle colonie sibarite, e del possesso della feracissima regione del Siri, località da Archiloco (fram. 10°, ed. Zambaldi), rimase, più tardi, un’eredità di contese fra Turini e Tarantini. Se queste ragioni che ho esposto, relative all’origine della guerra con Siri, non coincidono con la verità degli avvenimenti, che nessuno potrà mai controllare, sono tuttavia rispondenti agli effetti di quella guerra. (p. 57). La conquista della Siritide aveva notevolmente aumentata la potenza di Sibari, e aveva fatto comprendere ai suoi alleati che simile sorte sarebbe toccata da un momento all’altro anche a loro. Io non so quanta fede si possa accordare al passo di Giustino (XX, 3), secondo il quale i Sibariti, i Crotoniati e i Metapontini divisavano di cacciare tutti gli altri Greci dell’Italia, per impadronirsi delle loro città; certo è però che anche gli antichi sapevano che l’appetito viene mangiando, e che non era lecito fidarsi troppo dell’alleanza del vincitore. Dell’amicizia con Crotone fa fede anche una moneta……Sibari, dopo la vittoria sui Sirini, la quale pare che non avesse fruttato nulla ai Crotoniati, poteva esercitare indisturbata la sua egemonia sui popoli dell’interno della Lucania e del Bruzio, e gravare sullo stato di Metaponto e di Crotone. Gli scrittori antichi parlano di questa potenza di Sibari rapidamente raggiunta, dando al riguardo delle cifre che, non potendosi controllare, debbono ritenersi come esagerate……(pp. 58-59) Così sommando insieme Pandosia, città degli indigeni, e quella pure indigena, di cui si scoprì la necropoli alla Torre del Modillo sulla sinistra del Crati, della quale però si ignora il nome, con Lao, Scidro, Posidonia, e forse Cirella, e Siri e pyxus, non si arriva che ad 8 città appena..”.
Nel ‘510 a.C., Sibari, la città magno-greca fu distrutta dai Cotoniati
Da Wikipedia leggiamo che nel 510 a.C., dopo una guerra durata 70 giorni, i Crotoniati che con 100 000 uomini, guidati dal pluri-campione olimpico Milone sconfissero nella battaglia di Nika l’esercito sibarita, e dopo aver deviato uno dei fiumi conquistarono la città e la sommersero. Emanuele Ciaceri (…), nel suo, ‘Storia della Magna Grecia’ pubblicato nel 1940, a p. 264, sulla fine di Sibari, in proposito così scriveva che: “Così tragicamente chiudeva la sua vita la grande e ricca città di Sibari. I suoi cittadini superstiti riparavano (in parte almeno) a Lao e a Scidro, colonie sibarite, (1), donde poi doven fare vari tentativi di ricostruzione della loro patria, anche dopo che fu fondata Turio, la quale doveva essere la legittima erede.”. Il Ciaceri (…), a p. 264, vol. I, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Herodot. VI-21”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a p. 28 e ssg., in proposito scriveva che: “L’unica fonte per stabilire, con molta approssimazione, l’epoca della distruzione di Sibari è Erodoto, il quale (VI, 21) dice che, nel tempo della presa di Mileto da parte dei Persiani (494), quei di Sibari non godevano miglior sorte, poichè, vinti dai Crotoniati, avevan dovuto ricoverarsi nelle colonie di Lao e Scidro, e che Sibari stessa era stata rasa al suolo dai Crotoniati. Dice inoltre che l’annunzio della caduta di Sibari fu appreso con grande cordoglio da quei di Mileto, i quali tutti, dai fanciulli ai vecchi, si rasero il capo, in segno di lutto; rimprovera ai Laini di non aver fatto altrettanto, dopo la caduta di Mileto. Questa data ha una conferma in ciò che racconta Diodoro del ristabilimento dei Sibariti nella loro città, dopo 58 anni dacchè ne erano stati scacciati, cioè nel 453-2, donde furono di nuovo respinti dai Crotoniati, cinque anni dopo (447-6), e della fondazione di Turio (XI, 90, 3: XII, 10; cfr. IX, 23). Così con sicurezza può fissarsi un ‘terminus ante quem’ con il racconto di Erodoto, riconfermato dalle parole di Diodoro. Ma se si può sabilire il tempo della distruzione di Sibari, quando fu essa fondata ? Eusebio, nella sua Cronaca etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 64 e ssg., in proposito scriveva che: “…i Crotoniati naturalmente la saccheggiarono, e vi dovettero arrecare grandissimi danni; però, come ho cercato di dimostrare, non mi pare ammissibile che l’abbiano fatta sommergere dal Crati.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a p. 127, riferendosi alla città di Lao, in proposito scriveva che: “Quindi si può dire senz’altro che i Sibariti dedussero tutte le loro colonie, delle quali rimangono notizie sicure, senza esagerarne il numero come ha fatto il Tropea (Storia dei Lucani, p. 168), sulla costa lucana esclusivamente, la quale cadde tutta in loro potere, dal Silaro al Lao.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 62-63 e ssg., in proposito scriveva che: “Prima di tutto io non credo che le colonie di Sibari, sul Tirreno, abbiano inviato molti soccorsi alla metropoli, perchè, in tal caso, si sarebbero esposte al pericolo di uno sbarco crotoniata; in secondo luogo, qualora avessero potuto e voluto inviare molti soccorsi, non ne avrebbero avuto il tempo, perchè la guerra fu rapida. Ad ogni modo resta sempre l’incognita della via che avrebbero tenuto questi aiuti, grandi o piccoli: non per mare, perchè, per le condizioni nautiche di allora, i navigli dovevano costeggiare la terra, che per lungo tratto, sia dalla parte del Ionio, che del Tirreno, era in possesso dei nemici; resta l’ipotesi più ammissibile, che essi cioè abbiano seguito la stessa strada delle carovane, che trasportavano le mercanzie da Sibari a Lao, vale a dire attraverso il passo di Campotenese. Ma anche questo cammino, per quanto breve, non doveva essere molto agevole per le forse che si fossero recate a Sibari, perchè gli indigeni, che furono molti ad insorgere dopo la sconfitta, e a recuperare il loro territorio, avevano ostacolato in mille modi i movimenti di queste truppe.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, Firenze, Sansoni, 1963 oppure lo stesso testo ed. Bemporad, Firenze, 1924, nell’edizione riveduta del 1963, parlando di Sibari-Turii, a p. 102, in proposito scriveva che: “Athen., XII, p. 518 C. sgg. L’autore s’intrattiene alquanto a parlare dei Sibariti, dei loro costumi, dei loro rapporti coi Crotoniati e, attingendo a Filarco (= F.H.G., I, n. 45), ricorda a questo proposito (521 E) che, essendo venuta a Sibari da Crotone un’ambascieria di trenta legati, i Sibariti tutti li uccisero, freggiandone per dippiù i cadaveri. Ciò risvegliò l’ira della divinità: ………….etc….E seguì la distruzione della città per parte dei Crotoniati. Ateneo aggiunge (XII 521 F) un’altra notizia che dice derivargli da Eraclide Pontico (= F.G.H., II, n. 199b): etc…”.
Nel ‘510 a.C., i Crotoniati assoggettarono Lao, Sidro e Pyxus
Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 264, in proposito scriveva che: “La guerra con Sibari e l’annichilimento della rivale segna l’inizio dell’egemonia di Crotone nella Magna Grecia (510 a.C.). si estesero, a nord, a comprendere tutto il territorio della distrutta Sibari fino alla Siritide, restando però indipendenti gli stabilimenti sibariti di Lao e Scidro sul Tirreno. Cadde invece in potere dei Crotoniati la città di PANDOSIA, nella valle del Crati, non lungi dall’odierna Cosenza (1); una città che Strabone (VI, 256) dice di essere stata la capitale degli Enotri e che alcuno (Beloch, I (2), I, 237) pensa essere stata colonizzata dai Sibariti prima che dai Crotoniati (2).”. Dunque, in questo passaggio, il Giannelli dice chiaramente che, in seguito alla distruzione di Sibari, la potenza di Crotone si estese ma dice pure “restando però indipendenti gli stabilimenti sibariti di Lao e Scidro sul Tirreno.”. Il Giannelli, a p. 264, nella nota (1) postillava: “(1) Nissen, II, 993; Galli, Per la Sibaritide, p. 77 sgg.; Busolt, I (2) 402; Pais, Ricerche…., p. 65.”. Il Giannelli, a p. 265, in proposito scriveva pure: “Così, alla potenza di Sibari, che era stata, durante il VI secolo, la più grande e popolosa città greca d’Occidente del Mediterraneo – sottentrava quella di Crotone, che dominava tutta la Magna Grecia dai confini di Metaponto allo stretto di Messina (eccettuati soltanto i territori di Reggio, Locri, Lao e Scidro) e faceva riconoscere la propria autorità anche sulle coste orientali della Sicilia (monete d’alleanza Crotone-Zancle, posteriori al 460 a.C.: Head, p. 95)(2).”. Il Giannelli, a p. 265, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi, per la storia di Crotone, anche l’art. del PHILIPP in R. E., XI 2020 sgg., e il mio studio ‘La Magna Grecia da Pitagora a Pirro, p. I sgg.”. Dunque, il Giannelli scriveva anche in questo ultimo passaggio che Crotone, dopo la distruzione di Sibari: “..dominava tutta la Magna Grecia dai confini di Metaponto allo stretto di Messina (eccettuati soltanto i territori di Reggio, Locri, Lao e Scidro), etc..”. Dunque, secondo il Giannelli, Lao e Scidro, in seguito alla caduta di Sibari restarono indipendenti da Crotone. A questo riguardo, Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 64 e ssg., in proposito scriveva che: “I pochi scampati alla strage si rifugiarono come ho detto più volte, nelle colonie di Lao e Scidro. I Crotoniati si appropriarono di buona parte del territorio; il resto, forse la parte che era stata loro tolta, rientrò nel dominio degli indigeni, generando poi quella confederazione Lucana, alla quale dovrò alludere anche più oltre. I vincitori estesero la loro influenza nella fertile valle del Crati, una volta dominata dai Sibariti, e strinsero una lega monetaria con la bruzua Pandosia. Erodoto, come si è visto, parla delle manifestazioni di dolore che fecero i cittadini di Mileto, nell’apprendere la sventura di Sibari. Plinio poi (St. N. VII, 22) accenna alla rapidità con cui si divulgò la sconfitta di Sibari…..I crotoniati stessi, per quanto potenti e vittoriosi, non riuscirono mai ad affermarsi durevolmente sul territorio conquistato col proprio sangue, perchè gli scampati Sibariti fecero più di un tentativo per riconquistarlo; e, anche senza riuscirvi, crearono delle noie ai Crotoniati, che non erano mai sicuri di averli debellati completamente. Alla fine intervenne una potenza straniera (mi si passi l’espressione), alla quale i Crotoniati dovettero inchinarsi, e riconoscere ad una nuova città, da essa promossa, quasi tutti gli antichi diritti, che spettavano ai Sibariti. Maggiori vantaggi ne trassero invece gli indigeni, che avevano lungamente dovuto sottostare alla dominazione straniera. Essi non aspettavano occasione migliore per ribellarsi.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Firenze, 1963, a p. 257, in proposito scriveva che: “I Sibariti superstiti della guerra e della strage trovarono scampo nelle loro colonie: a Lao, a Scidro, a Posidonia stessa. Cinquantott’anni dopo, alcuni di essi tentarono di ritornare alla loro antica patria e riprendervi stanza: ma il tentativo, benché appoggiato da Posidonia (1), non riuscì, e i Crotoniati li sloggiarono dopo cinque anni (453-448: Diod., XII 10)(2): allora i Sibariti, ai quali non poteva sfuggire l’ognor crescente debolezza dei Crotoniati, vollero ritentare la prova, e invitarono Spartani ed Ateniesi ad essere loro alleati nel tentativo (Diod., XII, 10,3); Atene si mise a capo dell’impresa e sorse così, sotto la sua direzione, la città panellenica di Turii (444-3 a.C.). Nella nuova colonia i Sibariti non poterono restare, perché gli altri Greci non vollero loro riconoscere quella posizione di privilegio nella quale avevano sperato. Si ritirarono allora e fondarono, sulle rive del fiume Traente, una terza Sibari, che durò fin quando non la distrussero i Bruzi (Diod., XII, 22)(3).”. Giannelli, a p. 257, nella nota (1) postillava che: “(1) Forse anche Lao; cfr. Grose, “Numism. Chron.”, 1915, p. 189″.
Nel 480 a.C., Crotone organizzò una spedizione militare contro Lao e Scidro
Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Crotone, dopo la vittoria sui Sibariti, che era subentrata nelle relazioni con qualcuna delle città indigene della valle del Crati, non credo che facesse tentativi per attrarre nella sua sfera politica le colonie sibarite, perchè nel 480 organizzò una spedizione militare contro quei fuggiaschi che avevano riparato in esse. Etc…”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, e. 1925, vol. I, Libro II, cap. VI, nel suo “Le vicende di Thurii”, a pp. 271 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Scacciati dai Crotoniati, i Sibariti cercarono rifugio presso le loro colonie di Laos e di Skidros sulle opposte coste del Tirreno; ma ve li perseguitarono i loro tenaci nemici finchè Ierone di Siracusa mandò in difesa dei fuggiaschi il fratello Polizelo. Qualche anno dopo, verso il 453 a.C., i Sibariti, ritornati nel patrio suolo, fondarono una nuova città, che ebbe circa sei anni di vita.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “L’impero di Crotone, Vicende di Locri, di Regio, di Pyxous, di Velia, e di Posidonia”, a pp. 284 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “S’intende che dopo la distruzione di Sibari i Crotoniati non sentissero più ritegno nella loro sete d’impero. Allo stesso modo che non si trattennero dal perseguitare i fuggiaschi Sibariti, che avevano cercato riparo sulle coste del Tirreno nelle colonie di Laos e di Skidros, essi mossero arditamente guerra ai Locresi, traendo ragione o pretesto dalla circostanza che costoro avevano già per il passato inviato aiuti agli abitanti della ionica Siris. Avvenne allora la battaglia della Sagra, celebrata da Stesicoro, detto di Imera, etc…”.
Nel 476 a.C., Polizelo, su ordine di suo fratello, Ierone di Siracusa viene in soccorso di Lao, Scidro minacciati da Crotone
Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VI, nel suo “Le vicende di Thurii”, a pp. 271 e sgg., in proposito scriveva che: “Scacciati dai Crotoniati, i Sibariti cercarono rifugio presso le loro colonie di Laos e di Skidros sulle opposte coste del Tirreno; ma ve li perseguitarono i loro tenaci nemici finchè Ierone di Siracusa mandò in difesa dei fuggiaschi il fratello Polizelo. Qualche anno dopo, verso il 453 a.C., i Sibariti, ritornati nel patrio suolo, fondarono una nuova città, che ebbe circa sei anni di Vita. La perenne inimicizia dei Crotoniati, od il timore dei popoli Sabellici, e particolarmente dei Lucani i quali già invadevano il suolo della Magna Grecia e si spingevano sino ale coste del mare, indussero gli abitanti della nuova Sibari a rivolgersi per aiuto agli Spartani ed agli Ateniesi.”. Ettore Pais (…), nel 1933-XI, nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio Romano”, vol. II, II edizione, in Appendice: “Tavola cronologica” , per l’anno 510 a.C., a p. 951, in proposito scriveva che: “Verso il 476 a.C. Hierone…invia il fratello Polizelo in aiuto dei Sibariti di Laos e di Skidros, minacciati dai Crotoniati.”. Dunque, in questo breve passaggio, il Pais scrive chiaramente che Ierone, tiranno di Siracusa inviò suo fratello Polizelo, il quale su suo ordine riconquistò le due colonie sibarite di Lao e Scidro che dopo la distruzione di Sibari erano minacciate continuamente dallo Stato di Crotone. Questa notizia è un’altra delle poche su Lao e su Scidro che evidentemente, dopo la distruzione di Sibari da parte dei Crotoniati, i quali, evidentemente controllavano non del tutto anche la nostra zona, minacciavano le due colonie magno-greche dove si erano rifugiati parte degli scampati al massacro della distruzione della loro città di Sibari. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel: “Ierone e gli Etruschi”, a p. 34 e ssg., in proposito scriveva che: “L’animo impaziente di Anassilao, umiliato dalla sconfitta di Imera e dalla cacciata del suocero per opera di Terone, cercava rivalsa. Da lui e dal figlio Leofrone vennero minacce ai vicini Locresi, vecchi amici di Siracusa.”. Sempre il Pais, a p. 34 aggiungeva il fatto: “Alla sua volta Crotone premeva gli avanzi dei Sibariti, che avevano trovato riparo a Laos e a Skidros sulle coste del Tirreno e che sino da allora (verso il 476 a.C.) tentarono forse ricostruire la loro città di cui si fa nuova menzione qualche decennio dopo. Ierone intervenne, salvò i Sibariti ed i Locresi; Polizelo suo fratello ebbe ordine di muovere contro i Crotoniati.”. Ed in questo passaggio, il Pais è più chiaro sull’episodio e riferendosi sempre al tiranno di Siracusa Ierone scriveva che: “Polizelo suo fratello ebbe ordine di muovere contro i Crotoniati.”. Dunque, secondo il Pais, il fratello di Ierone, Polizelo, ebbe l’ordine di recarsi in aiuto delle due città magno-greche di Lao e di Scidro. Il Pais aggiunge pure che, subito dopo, “Polizelo, temendo che ques’impresa desse occasione al fratello di tessergli insidie, riparò ad Agrigento presso il suocero Terone. Non siamo esattamente informati su queste vicende. E’ chiaro però Ierone che cercò esercitare influenza politica anche a Crotone, e che vi trovò resistenza.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel: “Note al capitolo III”, a p. 499, in proposito scriveva che: “p. 34 sgg. Sulle rivalità e gelosie esistenti fra i membri delle famiglie dei Dinomenidi e degli Emmenidi abbiamo notizie in Diodoro e negli scolii di Pindaro. E’ probabile che ierone avesse accordato a Polizelo la signoria di Gela, allo che Gelone l’aveva già affidata a Ierone. Con questa ipotesi si accorda l’iscrizione dell’auriga di Delfi. Probabilmente Polizelo, inviato a combattere i Crotoniati, ebbe timore che nella sua assenza Ierone ripigliasse per sè Gela. Polizelo, che aveva sposato in seconde nozze Damareta, figlia di Terone di Agrigento, traeva profitto dalle rivalità fra il suocero ed il fratello per rendersi del tutto indipendente od accrescere il suo Stato.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Questi si rivolsero a Ierone di Siracusa, il quale obbligò i Crotoniati a desistere dagli assalti. Diodoro che, come si è visto e come vedremo, fornisce molte notizie intorno ai ripetuti tentativi di quei Sibariti per rioccupare i loro antichi domini, non parla affatto di aiuti, che quei di Lao pur dovettero fornire, direttamente o indirettamente, ai loro ospiti. Certo è che quei tentativi furono possibili, ed ebbero qualche risultato, solo dopo l’intervento di Ierone, e quando in Crotone si iniziava la reazione contro i Pitagorici. Etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte IV, cap. VI, a p. 139 e ssg., in proposito scriveva che: “Era naturale che i Sibariti, ricoveratisi nelle proprie colonie, dopo essere stati vinti dai Crotoniati, facessero più di un tentativo per riavere le loro antiche terre, spinti in questo da un ricordo di grandezza, che mal potevasi compensare con le accoglienze e gli aiuti, per quanto fraterni, che avevano ricevuto dai cittadini di Lao e Sidro. Questi tentativi dovettero incominciare a maturarsi da quegli stessi Sibariti scampati alla strage, perchè si è visto che, una trentina di anni dopo la caduta di Sibari, i Crotoniati organizzarono una spedizione militare contro le sue colonie; impresa che non potette attuarsi per l’intervento di Ierone di Siracusa. Diodoro (XI, 48, 3) racconta a questo proposito che Ierone, succeduto a Gelone nel governo di Siracusa, volendosi sbarazzare del fratello Polizelo, che godeva molte simpatie presso i Siracusani, lo mandò, con numeroso esercito, a difendere i Sibariti, sperando che sarebbe rimasto ucciso dai Crotoniati, ma Polizelo, saputa la cosa, si rifugiò presso Terone di Agrigento, e si apparecchiò a muovere contro il fratello. Malgrado questo episodio, pare che l’intervento di Ierone fosse tornato ugualmente efficace. Non si potrebbe trovare il movente di questa risoluzione dei Crotoniati, se non si pensasse alle pressioni e alle noie che ad essi dovevano giungere i tentativi fatti più dai discendenti dei cittadini scacciati da Sibari, etc…”. Il Galli, a p. 140 continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: “Non si potrebbe trovare il movente di questa risoluzione dei Crotoniati, se non si pensasse alle pressioni e alle noie che ad essi dovevano giungere i tentativi fatti più dai discendenti dei cittadini scacciati da Sibari, anzicchè da questi ultimi direttamente, ebbero miglior risultato; quantunque essi non si potevano mantenere durevolmente nel sito della loro metropoli, e, cacciati anche da Turio, che consideravasi come l’erede e la continuatrice di Sibari, dopo un ultimo sforzo per restare in quella regione, furono finalmente o trucidati, o dispersi dalle popolazioni indigene….”. Sempre il Galli, a p. 141 fa le seguenti considerazioni: “….Lao e Scidro, del quale non si fa parola nelle fonti; e che, ad ogni modo, non poteva essere stato sufficiente, perchè, fin d’allora, si annunziavano all’orizzonte i podromi di quella confederazione lucana, che in seguito procurò molte noie alle colonie di Sibari, le quali avevano aperte le loro porte ai profughi, volessero trovarsi in conflitto con Crotone, per respingere gli assalti della quale si erano dovute rivolgere, verso il 480, a Ierone di Siracusa.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nell’Indice, alla voce “Polizelo”, in proposito scriveva che: “Polizelo, fratello di Gerone siracusano II 134 sg.”. Dunque, Emanuele Ciaceri, nel vol. II, Libro II, a p. 321 e sgg., in proposito scriveva che: “Assumeva subito l’atteggiamento di principe forte e generoso, sempre pronto a muovere in aiuto dei superstiti Sibariti, i quali mentre tentavano di far risorgere l’abbattuta città (aiutati naturalmente dai loro fratelli che, giusto dicemmo, erano riparati nelle colonie sibarite di Lao e di Scidro) si videro stretti d’assedio dai Crotoniati, accolse l’invito disponendo che un esercito non indifferente si ponesse in marcia al comando del fratello Polizelo, a quanto pare anche calcolando d’aver trovato l’occasione per potersi sbarazzare di quest’ultimo verso cui avrebbe nutrito geloso rancore (a. 477)(2). Non conosciamo quale seguito avesse la spedizione, dal momento che ce n’è rimasta memoria in due tradizioni opposte: secondo l’una, fattosi sospettoso Polizelo si sarebbe rifiutato d’accettare l’incarico, mentre, stando all’altra, egli avrebbe condotto felicemente a termine l’impresa (3). E non pare, in verità, che ci sia stata una vera azione militare; che già in questo tempo era troppo forte Crotone per lasciarsi facilmente intimidire da un intervento straniero. Forse trattavasi di una semplice spedizione dimostrativa compiuta allo scopo che si addivenisse ad una intesa, nel senso che i Crotoniati tralasciassero d’opprimere i poveri Sibariti e questi alla loro volta abbandonassero il proposito d’una vera ricostruzione della città. E’ sembra che così sia avvenuto di fatto, non essendosi per allora, a quanto ci consta, ricostruita la nuova Sibari. Ma lo sdegno dei Crotoniati dovette prorompere in pubblica manifestazione alla notizia d’un intervento siracusano, se veramente, come riteniamo, abbatterono allora la statua dell’atleta Astilo (già proclamatosi solennemente cittadino di Siracusa.”. Il Ciaceri, a p. 321, nella nota (2) postillava: “(2) v. Diodoro, XI 48, 4, il quale, accennando al fatto quando parla del conflitto fra i due fratelli, lo pone insieme con questo nell’a. 476, mentre esso risale all’anno precedente, come appare dallo svolgimento stesso degli avvenimenti.”. Il Ciaceri, a p. 321, nella nota (3) postillava: “(3) La prima tradizione in Diod. XI 48, 5; la seconda in Tim. apd DIDYM. in Schol. PIND. ol. II 29 = fr. 90 M. I p. 214. Probabilmente fonte comune di Diodoro e di Didimo era Timeo, il quale avrebbe esposto entrambe le tradizioni non sapendo a quale delle due dovesse dare la preferenza.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. V “L’indebolimento dello Stato Crotoniata”, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Era nell’interesse dei Crotoniati perpetuare questo stato di cose; ed era quindi naturale ch’essi stabilissero d’opporsi in tutti i modi acchè si facesse risorgere a novella vita la temuta rivale. Ma era ugualmente ovvio che a codesta resurrezione pensanssero non solo quelli ch’erano rimasti a Sibari, ma anche gli altri ch’erano riparati a Lao e a Scidro (e cioè in iccole colonie, le quali specialmente dopo l’indebolimento della potenza etrusca, prodotto dalla battaglia di Cuma, vivevano in assai penose condizioni), donde naturalmente speravano poter raggiungere la vecchia patria. Nè occorre rilevare che cotale aspirazione dovessero favorire quei di Posidonia, i quali avrebbero potuto calcolare di riattivare così un giorno le antiche vie commerciali che attraverso la penisola ponevano in comunicazione le coste del Tirreno con quelle dell’Ionio. Da tutto ciò aveva inizio e svolgimento una serie di tentativi di ricostruzione della città, fatti dai Sibariti e costantemente rintuzzati con spirito di prepotente persecuzione da parte dei Crotoniati. Dal poco che ci è dato ritracciare nell’antica tradizione sappiamo, infatti, che tentarono i Sibariti di ribellarsi all’imposizione di Crotone, ma non trovarono aiuti nelle città vicine. Quando pensarono di poter porre in effetto il loro disegno, dovettero all’intervento di Gerone siracusano d’esser liberati dalle strette delle truppe crotoniate che minacciavano di opprimerli (a. 476)(1). E non v’è dubbio che qui si sia trattato di veri abitanti di Sibari, e non dei Sibariti di Lao e di Scidro, come generalmente han creduto gli storici odierni (1), non essendo verosimile non solo che, ove si fosse realmente parlato di quelle due cittadine, la fonte antica non avrebbe fatto il nome, ma, ancor più, che i Crotoniati si fossero condotti sino al golfo di Policastro per perseguitare gli odiati nemici. Grazie all’intervento del principe siracusano restarono i Sibariti nella loro sede; e fuvvi un giorno, oltre vent’anni dopo, in cui parve che sarebbero riusciti, al fine, a raggiungere l’intento, cominciarono a ricostruire la città e cercando di cingerla di forti mura.”. Il Ciaceri, a p. 339, nella nota (1) postillava: “(1) Busolt, Griech. Gesch. II (2) p. 798; Beloch, Griech. Gesch. II (29 1 p. 73; Pais Ricerche di storia e di geogr. I p. 271; Pauly-W-K. R.E. XI 2024”. Da Wikipedia leggiamo che Ierone di Siracusa, Geróne o Ieróne (in greco antico: Ἱέρων?, Hièrōn) (… – Aitna, 467 o 466 a.C.), è stato tiranno di Gela dal 485 o 484 a.C., al 478 o 477 a.C. e, successivamente, tiranno di Siracusa, fino alla morte. Figlio secondogenito di Dinomene di Gela, Gerone è noto per essere stato un abile mecenate: portò infatti alla corte aretusea alcuni tra i più grandi letterati in auge a quel tempo, tra i quali Pindaro ed Eschilo. L’episodio può essere datato tra il 477 e il 476 a.C., un anno prima che Anassilao morisse. Il tiranno di Reggio cerca di avvantaggiarsi della conflittualità interna ai Dinomenidi e di concludere vittoriosamente l’antico contrasto con i Locresi, attaccando con le forze di Messana, governata da suo figlio Leofrone, e con le proprie. Per Gerone è sufficiente inviare il cognato Cromio per far desistere Anassilao dall’intento, il che è indicativo di quanto fosse potente Siracusa. La riconoscenza dei Locresi verso Gerone è ricordata da Pindaro (Pyth. 2, 18-20). È probabile che a stretto giro Locri e Siracusa siglino un trattato di symmachia. Ma l’interventismo siracusano in Magna Grecia non si esaurisce qui. In questa fase è Crotone la maggiore potenza di Magna Grecia, ma il centro è afflitto da un conflitto interno, relativo alla divisione della chora di Sibari. I Sibariti chiedono aiuto a Siracusa e questa sollecita le loro istanze separatiste contro Crotone. Al contempo, la polis aretusea seconda Locri contro Temesa. È possibile che in questo sforzo in Magna Grecia Siracusa possa contare sull’appoggio di Poseidonia, come sembrano suggerire le emissioni monetali di Poseidonia in questo periodo: sembra infatti che la colonia di Sibari in questo periodo passi da un accordo commerciale con Elea ad un circuito riferibile a Siracusa. Nel 474 o nel 473 a.C., Gerone entra in guerra a fianco dei Cumani contro gli Etruschi, probabilmente Etruschi campani che razziavano le poleis della Magna Grecia, come sembrano indicare la conquista delle Isole Eolie, i saccheggi operati contro Cuma, le fortificazioni edificate da Anassilao. Cuma chiede aiuto a Siracusa e Gerone riporta una grande vittoria, nella battaglia di Cuma. Il tiranno siracusano ha anche agio di installare una guarnigione a Pitecussa, che però, anche a motivo di attività eruttive, non dura a lungo. Dopo la difesa di Locri, l’aiuto ai Sibariti e la lotta ai Crotoniati, la battaglia per Cuma rappresenta il culmine dell’attività di Gerone all’estero, che si qualifica soprattutto per l’interesse per l’area tirrenica. Non è però facile indicare la misura del successo di queste ambizioni siracusane, anche perché Siracusa non impone i propri tipi monetali, né cerca di strappare tributi alle terre controllate, né, a quanto pare, sospende i rapporti commerciali con gli Etruschi. La politica siracusana nel Tirreno trova un appoggio in Micito, reggente per conto dei figli di Anassilao, il quale fonda Pissunte, probabilmente contro Elea, e si allea con Taranto in chiave anticrotoniate. Ma la sconfitta di Taranto per mano degli Iapigi provoca la caduta di Micito, sollecitata dallo stesso Gerone. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. V “L’indebolimento dello Stato Crotoniata”, a p. 356, in proposito scriveva che: “Così era ormai a chiudersi la storia delle vicende dei Sibariti, svoltasi lungo il corso del sec. V; onde, a voler concludere intorno ad essa, si potrebbe dire che dopo la vecchia grande Sibari – ove prima (a. 476) gli abitanti, circondati e pressati dalle truppe crotoniati, avevano ripreso respiro in grazie dell’intervento di Gerone siracusano, e dopo, insieme coi fratelli esuli di Lao e di Scidro e con l’aiuto dei Posidoniati (a. 453) avevan fatto un tentativo di ricostruzione della città, che forse parve riuscito, ma ch’ebbe breve durata – fuvvi la nuova Sibari (a. 447), un pò più all’interno e non lungi dal Crati, che presto diventò la città di Turio, ed infine la Sibari del Traente, più in giù e verso i confini del territorio crotoniata (dopo 444/3).”.
Nel 474 a.C., Scidro, Lao e Pixunte, dopo la battaglia di Cuma contro gli Etruschi
Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. IV “La Sicilia e la Magna Grecia – Posidonia, Velia e l’Etruria”, a pp. 334-335, riferendosi a dopo la battaglia di Cuma in cui gli Etruschi furono vinti e cacciati, in proposito scriveva che: “L’indebolimento della potenza etrusca veniva a creare un nuovo stato di cose per Posidonia, la quale, mentre sottraendosi a quello influsso riprendeva liberamente il carattere genuino di città italiota, perdeva i vantaggi commerciali che fin allora aveva ricavati dalle relazioni con l’Etruria. Tornavano allora i Posidoniati a svolgere lo sguardo verso le coste dell’Ionio, proprio nel tempo in cui i Reggini in grazia all’alleanza con Taranto stabilivano una colonia a Pixunte; e calcolavano, sebbene invano, sulla resurrezione della città di Sibari. Non rimasero essi estranei, come vedremo, ai tentativi compiuti dai superstiti Sibariti, per quanto Erodoto sia detto soltano che questi eran riparati a Lao e Scidro. E da codeste vicende, che guardate dal lato commerciale appaiono assai burrascose, usciva tuttavia Posidonia sempre forte e sana nella sua posizione di grande città, come attestano le sue belle monete che giungono sino alla fine del secolo (1) e nelle quali sono anche ricordate le feste o gichi che si celebravano sulle coste del Silaro (2). Altrettanto, certo, non poteva dirsi per Lao e di Scidro; l’una, cittadina, che ancora rivela nelle sue monete una certa prosperità (3), è destinata a perdere ogni importanza commerciale; e dall’altra, che era una semplice fattoria o castello, scompare da questo momento ogni memoria. V’è motivo intanto di ritenere che la catastrofe dell’armata etrusca, egualmente che la distruzione di Sibari, abbia giovato al riattivamento della via commerciale ionico-calcidica sul Tirreno e che ciò sia tornato a vantaggio anche della città di Velia; la quale serviva di scalo alle navi che partendo da Marsiglia trafficavano con i paesi dell’Oriente ionico. Troppo lontana per cadere sotto l’egemonia od influenza di Crotone (4), continuò Velia a vivere floridamente anche in questo tempo, cioè nella prima metà del sec. V, come dimostrano le sue belle didramme che recano l’impronta del leone di Marsiglia e di Focea (5); e retta fu sempre dalla costituzione di Parmenide, contro cui poi riuscì vittoriosa la tirannide”. Il Ciaceri, a p. 335, nella nota (3) postillava: “(3) Head (2), p. 74 (a. 500-450).”. Il Ciaceri, a p. 335, nella nota (4) postillava: “(4) Non pare, in vero, che la legg. YAI della moneta crotoniate (Babelon, Traitè II 1 1458), voglia indicare il nome di Velia.”. Il Ciaceri, a p. 335, nella nota (5) postillava: “(5) Head (2) p. 89 (a. 500-450).”. Dunque, in questo passaggio, il Ciaceri, riferendosi a dopo la distruzione di Sibari e della battaglia di Cuma, in cui ci fu la disfatta degli Etruschi che, fino a quel tempo avevano dominato sugli scambi commerciali con i Sibariti di Posidonia, di Lao e di Scidro, egli sostiene che: “Altrettanto, certo, non poteva dirsi per Lao e di Scidro; l’una, cittadina, che ancora rivela nelle sue monete una certa prosperità (3), è destinata a perdere ogni importanza commerciale; e dall’altra, che era una semplice fattoria o castello, scompare da questo momento ogni memoria.”. Il Caiaceri sosteneva che a differenza di Posidonia, solo Lao rimase una città in vita mentre Scidro “che era una semplice fattoria o castello, scompare da questo momento ogni memoria.”. L’ipotesi del Ciaceri, secondo cui, dopo la disfatta degli Etruschi a Cuma non rimase memoria di Scidro è opinabile e lo dimostra l’intervento di Ierone di Siracusa e di suo fratello Polizelo che, qualche anno prima (a. 476) fu inviato, come vedremo proprio nelle due colonie magno-greche di Lao e di Scidro per difenderle dai Crotoniati nel 476 a.C. Da Wikipedia leggiamo che dopo questa battaglia ne seguirono altre due vittoriose per i Cumani, una prima accanto ai Latini nella Battaglia di Aricia contro gli Etruschi, ed una seconda nel 474 a.C. al fianco dei Siracusani i quali avevano inviato la loro flotta sempre contro gli Etruschi, riuscendo definitivamente a cacciarli dalla Campania. Scontro ricordato come battaglia di Cuma.
Pyxous e Pixunte (Pissunte) e Micito di Reggio in Macrobio e in Strabone
Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 3, in proposito scriveva che: “Macrobio descrive la singolare e proba personalità di Micito: “Anaxilas Messenus, qui Messanam in Sicilia condidit, fuit Reginorum Tyrannus. Is quum parvulos relinqueret liberos, Micytho servo suo commendasse contentus est. Is tutelam sancte gessit: imperiumque tam clementer obtinuit, ut Regini a servo regi non dedignarentur. Perductis deinde in aetatem pueris, et bona, et imperium tradidit: ipse parvo viatico sumpto profectus est, et Olympiae cum summa tranquillitate consenuit.”. Trad.: “Anassilao messeno, che fondò Messina in Sicilia, fu tiranno di Reggio. Egli, allorchè lasciò i figliuoli piccini, chiese istantaneamente che fossero affidati al suo servo Micito. Questi ne curò coscienziosamente la tutela, e con tanta clemenza ottenne il governo, che i Regini non disdegnavano (di essere comandati) da un servo del re. Quando i fanciulli ebbero raggiunto l’età, affidò loro il supremo comando ed i beni; ed egli raccolte le poche cose occorrenti per il viaggio, partì e con somma tranquillità invecchiò ad Olimpia.”. Riguardo ai ‘Saturnalia‘ di Macrobio, Luigi Tancredi (….), che nel 1978, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a p. 47 parlando dei passi di Diodoro Siculo (nel Libro XI, pp. 471-72) che parlava di Micito, signore di Reggio e di Zancle che si dice avesse fondato la città di Pixunte (Pyxous), il Tancredi scriveva che: “Conferma la proibità di Micito la Macrobio in “Saturnal. 11: “Anaxilas Messenus, qui Messanam in Sicilia condidit, fuit Reginorum tyrannus. Is quum parvulos relinqueret liberos, Micytho servo suo commendasse contentus est ecc.. Anassilao messeno, che fondò Messina di Sicilia, fu tirannodi Reggio. Egli, allorchè lasciò i figliuoli piccoli, chiese istantaneamente che fossero affidati al suo servo Micito. Questi ne curò coscienziosamente la tutela: e con tanta clemenza ottenne il governo, che i Regini non disdegnavano (di essere comandati) da un servo del Re. Quando i fanciulli ebbero raggiunta l’età, affidò loro il supremo comando e i beni; ed egli raccolse le poche cose occorrenti per il viaggio, partì e con somma tranquillità invecchiò in Olimpia.”. Il passo di Macrobio citato da Tancredi è interessante ma a me pare strano che egli abbia scritto “Saturnal. 11”, in quanto i libri contenuti nei Saturnalia di Macrobio sono 7 e non 11. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: “Micito fu un uomo politico di grande lungimiranza, e seppe adattare il suo governo alle circostanze del tempo: egli spinse il suo sguardo molto più in là dei suoi stessi Reggini: capì che un’alleanza con Taranto gli si presentava come il miglior modo per garantire a Reggio e alle restanti colonie calcidesi della Campania, il transito diretto dei commerci fra l’Oriente e l’Occidente. Come trattato di unione fra Reggio e Taranto, dunque, Micito fondò nel 471 a.C. la colonia reggina chiamata Πυξουσ o Pissunte sul mar Tirreno, collegata col golfo di Taranto attraverso la valle del Siris. In questo modo le merci giunte a Taranto, venivano sbarcate alla foce del fiume e, risalendo la valle, giungevano presso Πυξουσ con un breve cammino senza il pericolo di incontrare navi nemiche. Di ciò scrisse Strabone: Μετα δε Παιλνουρον Πυξους ακρα και λιμην και ποταμος εν γαρ των τριων ονομα ωκισε δε Μικυθος, ο Μεσσηνησ αρχων της εν Σικελια, παλιν δ απηραν οι ιδρυθεντες πλην ολιγων. Μετα δε Πυξουντα Ταλος κολτος και ποταμος [Ταλαος] και Λαος ποταμος ο διοριζων την Λευκανιαν απο της Βρεττιας και πολις, εσχατη των Λευκανιδων, μιρον υπερ της θαλαττης, αποικος Συβαριτων, εις ην απο Ελης σταδιοι τετρακοσιοι, la cui traduzione è: “Post Palinurum Pixus (Latini Buxentum vocant) arx eodemque nomine portus et flumen: duxit eo coloniam Micithus Messanae in Sicilia princeps: sed qui eo habitatum venerant paucis exceptis inde discesserunt. Post Buxentum est Laus sinus, et fluvius Laus, et urbs Lucanorum ultima, paululum supra mare, Sjbaritarum colonia, a Velia distans stadiis CCCC.”, la cui traduzione è: “Dopo Palinuro c’è Pixunte (i Latini la chiamano Bussento), fortezza, porto e fiume dallo stesso nome; ivi Micito, sovrano di Messina in Sicilia, fondò una colonia, ma quelli che erano venuti ad abitarvi, eccettuati pochi, se ne andarono. Dopo Bussento, c’è il golfo di Laos, il fiume e la città più lontana dei Lucani (il fiume Laos separa la Lucania dal Bruzio), un po’ sopra il mare, colonia dei Sibariti, distante da Velia 400 stadi.”.
Diodoro Siculo parla di Micito di Reggio e di Pixos
Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a p. 45, nella nota (1) postillava: “(1) …..Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. Etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte IV, cap. VI, a p. 140 e ssg., in proposito scriveva che: “Notizie intorno a questi avvenimeni e alla fondazione di Turio si trovano copiose in Diodoro. Egli ci informa (XI, 90, 3) che “i Sibariti, sotto la condotta di Tessalo (il quale diventa plurale più oltre, come si vedrà), dopo 58 anni dalla distruzione della loro città, cioè nel tempo in cui era arconte Lysicrate (Ol. LXXXI, 4 = 453-2 a.C.) fondarono una nuova Sibari nel luogo stesso della prima.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a p. 45, in proposito scriveva che: “…veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a.C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriormente al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Dunque, il Carucci, fa notare che contrariamente a quanto scriveva Diodoro Siculo, ovvero che Pixus (che egli chiama Pixos), fosse stata fondata da Micito di Reggio nel V secolo, si può retrogradare la fondazione o l’esistenza di questa città sul mare Tirreno grazie alla moneta con la leggenda Sirino-Pixoes” che, invece risale ad un secolo prima, al VI sec. a.C.. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: “Lo storico greco Diodoro Siculo, nella sua Bibliotheca Historica datava la fondazione di Pixunte ad opera di Micito al tempo della Olimpiade LXXVII, quando Atene era governata da Prassiergo: “Athenis summum gerente magistratum Praxiergo, in Italia Mycithus Rhegii, et Zancles Princeps, urbem condidit Theuxunta.” Trad.: “Essendo al governo d’Atene Prassiergo, Micito signore in Italia di Reggio e di Zancle, edificò Teusonta città.”.“. Da Wikipedia leggiamo che Diodoro Siculo (in greco antico: Διόδωρος Σικελιώτης?, Diódōros Sikeliṑtēs; Agyrium, 90 a.C. circa – 27 a.C. circa) è stato uno storico siceliota, autore di una monumentale storia universale, la Bibliotheca historica. Diodoro stesso informa di aver dedicato trent’anni della propria vita (quindi all’incirca dal 60 a poco prima del 30 a.C.) alla realizzazione della sua Biblioteca, durante i quali compì numerosi e pericolosi viaggi in Europa e in Asia, utili alle sue ricerche. Diodoro presenta la sua opera, la Bibliotheca historica, come una storia universale dalle origini del mondo alle campagne di Cesare in Gallia e in Britannia. Era composta da 40 libri, suddivisi successivamente in pentadi e decadi. L’opera non si è conservata integralmente. A noi sono giunti completi i primi 5 libri (sull’Egitto [libro I], sulla Mesopotamia, sull’India, sulla Scizia e sull’Arabia [II], sull’Africa settentrionale [III], sulla Grecia [IV] e sull’Europa [V]) e i libri XI-XX (dal 480 e dai diadochi al 301 a.C.). Possiamo tuttavia trarre alcuni dati sull’opera e ricostruirne l’impianto, grazie ai numerosi estratti di epoca medievale (contenuti negli scritti di Fozio e Costantino Porfirogenito) e ai numerosi frammenti che ne rimangono.
Nel 471 a. C. (V sec. a.C.), PYXUS, colonia magno-greca ripopolata da Micito di Reggio
Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, nel 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: “Strabone (23), così dice: “Dopo Palinuro, il porto e il fiume di Pyxus; unico, infatti, è il nome di tutti e tre. La popolò Micito di Reggio, il signore di Messene in Sicilia, ma gli abitanti andarono via di nuovo, tranne pochi. Dopo Pyxus un’altro golfo e il fiume e la città di Laos, ultima tra le città lucane, poco elevata sul mare colonia di Sibari a 400 stadi da Elea.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 53 e ssg., in proposito scriveva che: “La tradizione storica non dice nulla, se Sibari ebbe a combattere prima con Pyxus e poi con Siri; certo è però che Pyxus non compare più dopo la distruzione di Siri, tranne quando fu ripopolata dai Reggini, nei primi del sec. 5°.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “E mentre i Cancidesi d’Eubea fondavano Cuma, da cui avevano origine Napoli e Pozzuoli, e, insieme coi Messeni, Reggio, e i Dori Taranto e Metaponto, gli Achei fondarono non poche città sul mar Ionio, tra cui Sibari, Pandosia, Crotone, che divennero ben presto metropoli frequenti di traffici; e veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), etc…”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (1) postillava: “(1) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a. C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriore al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a p. 45, in proposito scriveva che: “…veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a.C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriormente al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Dunque, il Carucci, fa notare che contrariamente a quanto scriveva Diodoro Siculo, ovvero che Pixus (che egli chiama Pixos), fosse stata fondata da Micito di Reggio nel V secolo, si può retrogradare la fondazione o l’esistenza di questa città sul mare Tirreno grazie alla moneta con la leggenda Sirino-Pixoes” che, invece risale ad un secolo prima, al VI sec. a.C…Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel: “Note al capitolo III”, a p. 498-499 e ssg., in proposito scriveva che: “p. 29 sgg. Per la storia di Anassilao di Regio, dei suoi figli e del tutore Micito disponiamo purtroppo di assai scarse notizie. Da Erodoto VII 157 sgg. apprendiamo le cause che lo indussero ad allearsi con i Cartaginesi al tempo della battaglia d’Imera. Egli parla pure di Micito. Diodoro è il solo a parlare della colonizzazione di Pyxous. Pausania e Iustino parlano di Micito come di un servo. Essi o la loro fonte hanno frainteso, come bene osservata il Beloch, il significato della parola oiketes dato da Erodoto. Micito doveva essere un congiunto di Anassilao.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nel 1745, nella sua “La Lucania”, nella parte II, a p. 374, parlando di Pyxus, in proposito scriveva che: “Su questa città col nome di ‘Pyxus’ edificata da Micito Signor di Reggio, e di Messina l’anno secondo dell’Olimpiade LXXVII. (I), essendo Arconte in Atene Passiergo; anno notabile, per essere in esso stato Temistocle dalla patria bandito. Ecco come di sua fondazione ‘Diod. Sicol.’ nel lib. XI. ragiona: “Athenis summum gerente Migistratum Praxiergo, in Italia Mycithus Rhegii, & Zancles Princeps, urben condidit Thexunta”. Altri pretendono, che leger si debba ‘Pyxunta’, che sarebbe il più vicino a ‘Pyxus’; e Strabone disse di questa: “Condidit Mycithus Messanae in Sicilia Princeps”. Appresso Tolomeo nella Tavola VI di Europa trovasi chiamata col nome di ‘Pyxus’, che’l traduttor chiama in latino ‘Buxentum’; el P. Arduino’ nel 3. di Plinio disse, che Pixus sia Policastro (2). Due luoghi in Stefano Bizantino si leggono, ove di ‘Pyxus’ si fa menzione, ambidue erronei. In uno si dice: “Pyxus urbs iciliae” (quando è in Italia) opus Mianthi”, in cambio di dir ‘Micythi’; osservazione quest’ultima già prima fatta dall’eruditissimo ‘Salmasio’. Nell’altro leggesi: “Pyxus urbs in mediterraneo Oenotrorum, gentile Pyxus”; ed in questo altamente ingannossi, situandolo fra terra, quando era al mare, ecc…”. Riguardo Pyxous colonia di Micito di Reggio, ha scritto Ettore Pais. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, ed. 1925, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “Le vicende di Pyxous”, a pp. 295-296 e sgg e, riferendosi a Pyxous, in proposito scriveva che: “Rispetto a PYXOUS apprendiamo che più tardi (nel 471 a. C.) l’arcade Micito, tutore dei figli di Anassilao di Regio, vi condusse una colonia. Regio mirava da un lato a seguire la secolare politica di ostilità contro i pirati Tirreni, dall’altro, avendo relazioni nell’Ionio, cercava controbilanciare, anzi render vana, la concorrenza delle città Achee. Raggiungendo da Buxentum i monti che sovrastano a Sapri e discendendo poi verso le coste dello Ionio nella Siritide, Regio, divenuta signore di Pyxous, si collegava con Taranto invisa agli Achei di Metaponto, di Sibari e di Crotone. Nel 473 a.C. al tempo della guerra contro i Iapigi, milizie Regine, percorrendo probabilmente codesta via, avevano già recato aiuto ai Tarantini. Tuttavia i disegni politici di Micito, che per accorgimento di Ierone di Siracusa fu allontanato dal governo di Regio e dalla tutela dei figli di Anassilao, non ebbero durata e fortuna.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo: II “Ierone e gli Etruschi”, a pp. 36-37 e ssg., in proposito scriveva che: “Ierone avrebbe certamente tentato di impadronirsi della stessa Regio, se Anassilao, che frattanto con lui si era imparentato, non avesse provveduto all’eredità politica dei suoi figli affidandoli ad un prudente familiare, all’arcade Micito fedele e sagace tutore. Scomparso dopo diciotto anni di governo il dominatore della città Italiota che anche con il possesso di Messana custodiva lo Stretto, Ierone continuatore della politica di espansione siracusana inaugurata da Ippocrate era naturalmente spinto ad intervenire. Stretta fra Ipponio e Locri, Regio non aveva grande libertà di movimento, ma Micito fondando la colonia di Pyxus (Buxentum presso la moderna Policastro) tentò romperee codesta cerchia (verso il 471 a.C.). Certo è ad ogni modo che Ierone colse ogni occasione per affermare l’influenza siracusana fra gli Italioti. Approfittando dell’inesperienza dei figli di Anassilao suoi cognati, che invitati a Siracusa copriva di onori, riusciva a destare diffidenza e desiderio di indipendenza di governo verso il fidato tutore Micito di Tegea (verso il 467 a.C.). Questi, cercando rafforzare la posizione di Regio in Italia, aveva stretto alleanza con Taranto assalita dagli Iapigi. La stessa colonia di Pyxus da lui fondata nel 471 a.C., mirava forse a facilitare le relazioni con Taranto attraverso la valle di Siris. Senonchè la guerra del 473 era riuscita infausta per i Tarantini ed i loro alleati. In seguito agli intrighi di Ierone, Micito, dopo aver dimostrata l’onoratezza del suo governo, tornava in patria e lasciava il governo di Regio in mano di due giovani incapaci. S’intende quindi perchè la colonia regina di Buxentum fondata da Micito non ebbe lunga durata.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. IV “La Sicilia e la Magna Grecia”, a pp. 323-324, in proposito scriveva che: “Moriva intanto (a. 476) Anassilao di Reggio lasciando i suoi figliuoli sotto la tutela del ministro Micito, cui toccava il difficile compito di sottrarre la politica del suo paese all’egemoni siracusana e nello stesso tempo aprirgli una via sul mare che stesse fuori della soggezione dei Crotoniati, quando già s’erano rallentati i legami di vetusta amicizia esistenti fra Reggio e Cuma.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 275 parlando di Pixunte (attuale Policastro Bussentino scriveva che: “Quando al tempo delle origini di Pixunte, gli stateri stessi, dei quali abbiamo fatto menzione, ne attestano già l’esistenza intorno alla metà del sec. VI; onde puossi ritenere che fosse sorta qualche decennio innanzi; chè, del resto, la notizia di Diodoro che Micito, tutore dei figli di Anassilao e come tale reggente di Reggio e di Zancle, nell’anno secondo dell’Olimpiade 77°, e cioè l’a. 471 a. C., fondò la colonia di Pixunte, devesi intendere nel senso che vi portasse coloni reggini e non che allora quella avesse vita per la prima volta. Ciò ha poi anche il significato che Pixunte allora era di già spopolata o abbandonata: il che farebbe pensare che, caduta Siris, non sorte migliore essa abbia avuto, prima che venisse a termine il sec. VI. Nè lunga durata ebbe la nuova colonia; che sembra abbia cessato di vivere appena il potente Micito, per istigazione di Ierone siracusano fu costretto a lasciare Reggio e a riparare a Tegea in Arcadia (1). Nè Sibari, d’altra parte, godè a lungo delle ingenti ricchezze tratte da codesta politica commerciale, che nel Tirreno faceva estendere la sua influenza sino a posidonia, la più autorevole delle sue colonie.”. Emanuele Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (4) cita anche Ettore Pais (…). Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Emanuele Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) v. ad es. Corcia, Storia delle due Sicilie, III, p. 65”. Riguardo l’opera del Corcia citata dal Ciaceri, si tratta di Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a pp. 61-62 e ssg parlando del “promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento”, in proposito scriveva che: “Su questo porto, anzichè nella stessa città di ‘Pissunto’ o ‘Bussento’, io credo si stanziasse nel 2° anno dell’Olimpiade LXXVII (471 a. C.) la colonia speditavi da Micito, il quale pè figliuoli di Anassilao reggeva le città di ‘Reggio e Messene. Di questa colonia parlano Diodoro Siculo e Strabone, e sappiamo dal geografo, che dopo breve tempo abbandonava il luogo (1), per unirsi forse agli abitatori di qualche altra città vicina.”. Il Corcia, a p. 62, del vol. III, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Diodoro Siculo, XI, 59, 4; Strabone, VI, p. 253.”. Dunque, Nicola Corcia citava l’opera di Diodoro Siculo (…) e Strabone. Diodoro Siculo (in greco antico: Διόδωρος Σικελιώτης, Diódōros Sikeliṑtēs; Agyrium, 90 a.C. circa – 27 a.C. circa) è stato uno storico siceliota, autore di una monumentale storia universale, la Bibliotheca historica. Il testo di Diodoro Siculo si può scaricare gratis sul sito della BEIC. Dunque, Diodoro Siculo, nel suo “Bibliotheca historica”, cap. XI, 59, 4, ci parla del passaggio di Micito di Reggio. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a pp. 68-69 parlando di Reggio e di Pyxus, in proposito scriveva che: “Micito non resistette dal continuare la sua politica contro Ierone, e mentre questi colonizzava le isole di fronte al Miseno, egli rinovellava l’antica Pyxus (77, 2; 471 av. C.). Lo scopo di tale rinovellamento era chiaro; i Reggini, già alleati di Velia e forse anche di Posidonia, avrebbero avuto in Pyxus un punto avanzato a guardia del Tirreno; non solo, ma riaperta l’antica via mediterranea che faceva capo a Siri, si sarebbero facilitate le comunicazioni e gli scambi commerciali con Siri e con Tarento tra l’Ionio ed il Tirreno.”. Dunque, in questo passaggio Oreste Dito ci parla di Pyxus, che non chiama più Pyxous. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 20-21, in proposito scriveva che: “La città di Pyxous fu fondata, secondo un rapido accenno di Diodoro Siculo (26), nel 471 a.C.: mentre ad Atene cadeva in disgrazia e veniva espulso Temistocle, l’artefice della vittoria contro i Persiani, “In Italia Micito, signore di Reggio e di Zancle (Messina), fondò la città di Pissunte”. La fondazione non era casuale, ma rientrava nei progetti dei tiranni di Reggio, prima Anassilao, morto nel 476, e poi Micito, reggente a nome dei figli minori di Anassilao (27): la politica reggina mirava ad un’espansione verso nord, nella Magna Grecia, in alleanza con Taranto e a spese delle popolazioni indigene, in concorrenza con Siracusa. Ma solo due anni prima, nel 473, Reggio e Taranto erano state duramente sconfitte dagli Iapigi, popolo indigeno della Puglia, ed i soli caduti reggini ammontarono a tremila (28). Evidentemente la fondazione di Pyxous rispondeva alla medesima politica di espansione, ma questa volta sul Tirreno, in un’area che doveva sembrare allora più tranquilla, abitata dagli indigeni Enotri (29), che già avevano assorbito molti elementi della cultura greca; l’area inoltre era controllata dai Focei di Elea, città da considerarsi amica di Reggio, come la vicina Poseidonia (30). Tutti questi elementi facevano sperare in un rapido sviluppo della nuova città. Il verbo usato da Diodoro (ektise) è stato interpretato non con il significato di “fondare”, ma con quello di “occupare” pacificamente una città preesistente. È possibile peraltro che i coloni di Micito si siano insediati in una località già indicata con il nome Pyxous e già abitata in precedenza, da popolazioni greche o indigene gravitanti nell’area una volta controllata da Sibari. Una ulteriore conferma è stata vista in due voci del lessico di Stefano Bizantino (31): “Pyxis, città degli Enotri nell’interno, riportata da Ecateo nella descrizione dell’Europa; l’etnico è Pyxios. Pyxous, città della Sicilia, fondazione di Micito; il colono è detto Pyxountios”. L’erudito bizantino qui pone Pissunte erroneamente in Sicilia, ma la citazione del fondatore Micito ci assicura che si sta parlando della città fondata nel 471. Il riferimento doppio, accanto ad un’altra Pyxous o Pyxis nel territorio degli Enotri, ripresa dall’antico scrittore Ecateo di Mileto vissuto nella seconda metà del VI secolo a.C., viene interpretato come il ricordo dell’antica città pre-esistente ai coloni di Micito e rientrante nella sfera d’influenza di Sibari. Dunque, la caduta di Sibari ad opera di Crotone, alla fine del VI secolo, fece sì che vaste aree dell’Italia meridionale una volta soggette ai Sibariti fossero contese fra le principali città della Magna Grecia. Di qui l’iniziativa di Micito nel Golfo di Policastro, ad occupare o ripopolare una città forse già abbandonata. La colonia di Pyxous, come afferma esplicitamente il geografo Strabone descrivendo le coste dell’Italia meridionale, ebbe scarsa fortuna (32): “Dopo Palinuro seguono un promontorio, un porto ed un fiume, che hanno tutti e tre lo stesso nome, Pyxous. Micito, reggente di Messina in Sicilia, vi inviò una colonia, ma quelli che vi si stabilirono allora, tranne pochi, presto l’abbandonarono”. La città dunque fu quasi subito abbandonata dai coloni, e vi rimasero solo in pochi. Si è ritenuto che la zona sia stata occupata dai Lucani verso la fine del V secolo, costringendo gli abitanti alla fuga. In effetti, nelle fonti antiche non si parla più di questa città, che però è continuata, come vedremo, dalla romana Bussento. Una recente interpretazione di due iscrizioni identiche, alla base della calotta di un elmo di tipo corinzio, e su un gambale, rinvenuti ad Olimpia, datati a fine VI – metà V secolo a.C., e dedicati dai Reggini per una vittoria militare, sembra chiarire questa vicenda: si tratta di una dedica per una vittoria dei Reggini sugli Eleati. Evidentemente la fondazione di Pissunte guastò i rapporti fra Reggio ed Elea, e si venne alle armi; in un primo tempo ebbero la meglio i Reggini, ma col tempo prevalsero gli Eleati, forse alleandosi con le popolazioni indigene (stanziate a Roccagloriosa), e i Reggini furono costretti ad andarsene (33). Il brano di Strabone più sopra riportato tuttavia indica il sito solo con il suo nome greco. Ai suoi tempi (Strabone scrive all’epoca di Augusto) Pyxous era il nome di un fiume, l’odierno Bussento, e di un promontorio, probabilmente l’odierna Punta degli Infreschi. Infine, curiosamente, questo nome non è dato ad una città, ma ad un porto (limèn), che doveva trovarsi sulla riva sinistra del Bussento presso l’antica foce. Seguendo Strabone, la città di Pyxous sembrerebbe essere città diversa, infine ridotta ad un semplice porto, mentre la romana Buxentum appare in epoca augustea, come si dirà, quale città di una certa floridezza.”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (26) postillava che: “(26) Diodoro, XI; 59, 4”. Il La Greca, a p. 22, nella nota (27) postillava che: “(27) Diodoro, XI; 48, 2”. Il La Greca, a p. 22, nella nota (28) postillava che: “(28) Diodoro, XI, 52; Erodoto, VII, 170, 3; Aristotele, Polit., 1303a.”. Il La Greca, a p. 23, nella nota (29) postillava che: “(29) Vd. Erodoto, I, 167 per gli Enotri nella zona di Elea”. Il La Greca, a p. 23, nella nota (30) postillava che: “(30) Vd. Erodoto, I, 166-167”. Il La Greca, a p. 23, nella nota (31) postillava che: “(31) Stefano Bizantino, Ethnica, ad vv. Pyxis / Pyxous”. Il La Greca, a p. 23, nella nota (32) postillava che: “(32) Strabone, VI, 1, 1.”. Il La Greca, a p. 23, nella nota (33) postillava che: “(33) Vd. CORDIANO 1995”. Il La Greca, si riferiva al testo di ” G. CORDIANO, Contributo allo studio della fondazione e della storia della polis di Pissunte nel V sec. a.C. (per una rilettura di SEG XXIV 303), “Quaderni Urbinati di Cultura Classica”, 1995, n.s., 49, pp. 111-123″. Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Francesco Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 367, in proposito scriveva che: “..oggi ritiene solamente quello di Molpa: dico dopo i primi tempi, perchè l’antico suo nome fu quello di Bussento, come dirassi. Cluverio già citato nel 4. dell’Italia Antica fa di alcuni di questi nomi menzione; ma ci aggiunge tali cose (sia con buona pace di lui che han bisogno di esser corrette da chi è pratico dè luoghi, e il mostreremo da quì a poco facendo parola di Bussento.”. Sempre il barone Giuseppe Antonini (…) ed il nipote Mazzarella Farao, nella parte II, a p. 367, del Discorso VII, in proposito alla città scomparsa di Molpa, scriveva che ne parlava anche il monaco di S. Mercurio, e dopo aggiunge che: “….ma io mi contenterò meglio confessare di non sapere l’origine di cotal nome, che prenderlo da favole, o da storie niente quì confacenti; tanto più che ‘l nome di Molpa l’è venuto dopodicchè andò in dimenticanza l’antico verace di Bussento.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 92, in proposito scriveva che: “Altra più speciosa opinione ci presentò l’Antonini (1), dopo di aver censurato il Cluverio, e qualche altro. Questo autore credette assolutamente, che ‘Pyxus’ città fosse nel sito della distrutta città di Molpa, di cui abbiam parlato ecc..”. L’Antonini (…), disconoscendo ciò che affermavano il Cluverio (…) e, l’Olstenio (…), che indicavano la colonia sibaritica di ‘Pyxous’ e poi Buxenum nell’attuale Policastro, credeva che ‘Bussento’ fosse nel luogo della Molpa. Il Cluverio (…), verrà censurato dall’Antonini, per alcuni suoi errori. Filippo Cluverio (…), ci parla della Molpa, nella sua “Italia antiqua”, lib. IV, cap. 14. Un altro erudito del tempo che a metà del ‘600 scrisse un’opera rimasta immemorabile è Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italia antiqua”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (…). Filippo Cluveri, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di ‘Buxentum’. Ciò che scrive il Cluverio su Bussento a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (…), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg….). Ciò che scrisse Filippo Cluverio (…), fu rivisto dall’Olstenio (…), nelle sue “Note all’Italia Antiqua del Cluverio”, del 16…..

(Figg….) Filippo Cluveri (o), ‘Italia antiqua’, 1624, p. 1263 (…).
Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…), a p. 95, dopo aver discorso sul fiume Bussento e dopo aver più volte contraddetto l’Antonini (….), che credeva essere il fiume Mingardo, in proposito scriveva che: “Passiamo alla città. Tanto il Cluverio, che l’Olstenio di sopra citati fissarono la città di ‘Pyxus’, o ‘Buxentum’ in Policastro nel seno Lao, e sei miglia lontano dal promontorio. Attestò il secondo, che dopo le riflessioni suggeritegli dal vescovo di Policastro, uomo assai dotto, non trovò motivo di dubitare tanto del sito della città in Policastro, che nel promontorio a capo ‘Lanfresco’. Noi aggiungiamo, che nel 1069 dal bel noto Alfano arcivescovo di Salerno si diè notizia di una lettera citata dall’Antonini al clero di Policastro, che per ordine del papa avea già restituita la sede ‘Bussentina’ in persona del monaco Pappacarbone….Dall’Antonini si prese questa lettera in senso contrario, e ne tirò contraria conseguenza, che noi non abbiamo potuto affatto comprendere. Lo stesso autore volendo escludere Policastro dalla gloria di essere succeduta a ‘Buxentum’ aggiunse che qui d’intorno non si veggono quei campi promessi da Annibale à suoi, secondo la testimonianza di Silio (1): “Sive Laurens tibi Sigaeo sulcata colono Arridet tellus, seu sunt Buxentia cordi rura magis”. Ma noi non saremo così stolti, che crederem veramente ad un poeta il quale poteva inventare campi fertili dovunque gli piaceva. Oltrechè campi fertili sono ancora intorno a Policastro, ed in tutto il contado. Finalmente la parola Buxentia fu letta ‘Bysantia’, e ‘Bysacia’ dà commentatori, e dal Cluverio, onde nemmeno è sicuro, che Silio parlasse di ‘Buxentum’. Ma ruderi di antichità non esistono in Policastro….Il p. Mannelli, che adotto (2) la stessa nostra opinione, vide in Policastro vari ruderi di antichità, che non si videro dall’Antonini, e specialmente la seguente iscrizione innalzata a Germanico (3),…..” e poi aggiunge che: “Bussento, fu una delle città ‘italiote’ detta dà Greci Πνξονς , ed addolcito dà Romani in ‘Buxentum’. Diodoro parlò della sua fondazione (1) fatta da Micito principe di Reggio, e di Zancle, che ripose nell’anno secondo dell’olimpiade LXXVII, ossia 471 avanti l’era volgare: ‘Mycithus Rhegii, et Zancles princeps urbem condidit Theuxunta, che da Cluverio fu letto saggiamente …………..’Pyxunta’. Strabone però invece della fondazione parlò migliormente di una colonia, che da Reggio vi mandò Micito, quantunque i coloni non vi volessero restare: “Post Palinurum est Pyxus….eo habitatores induxit Mycithus Messanae Siculae princeps, qui rursus inde commigrarunt.”. Non fu dunque Micito il fondatore di Bussento. Infatti da Stefano si diè questo vanto à nostri antichissimi Enotrj: ‘Pyxis ……….urbs Oenotrorum, gentile Pyxius’. Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”. Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 48, in proposito scriveva che: “Nella vallata del Lao, poco a sud di Laino, doveva trovarsi la città di ‘Skidros’, che insieme con Laos accolse i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. Era certamente nel golfo del Lao, oggi detto di Policastro, e a breve distanza dal mare. Al tempo dell’Impero forse non esisteva più o aveva più o aveva perduto la sua importanza.”. Riguardo la città di Laos, il Russo, a p. 49, in proposito specificava che: “Sembra invece accertato che, presso la foce del Lao, poco più a sud di Scalea, era la città magno-greca di Laos, colonia di Sibari e importantissimo emporio commerciale sul Tirreno. Questa città sopravvisse alla metropoli; ma con la conquista romana decadde e fu sostituita da ‘Lavinium Bruttiorum’, che era a 16 miglia da Blanda e ad 8 da Cirella. Il suo sito è stato recentemente identificato in contrada “Marcellina”, nei pressi della stazione ferroviaria di Verbicaro-Orsomarso (44).”. Il Russo, a p. 49, nella nota (44) postillava che: “(44) O. Dito, Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Bruzi, Roma, 1882, u. 78 ss.; E. Galli, Livinium Bruttiorum, in “Notizie di Scavi”, VIII, S. VI, f. 7-9, pp. 328-363; B. Cappelli, Gli Statuti di Laino, in A.S.C.L., I., 405-410; Dito, La Calabria, 167-168″. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 191, in proposito scriveva che: “Diodoro Siculo lasciò scritto (1) che “Micito di Reggio e di Zancle, fondò la città di Pixo” nel secolo V, verso l’anno 470 a.C. Invece, la numismatica dà argomento che Pixo sia fondazione più antica: perchè esiste una moneta antichissima, incusa, che, con l’impronta del bue, comune tipo alle città di gente acha, ha la greca leggenda di “Pyxoes – Syrinos”; onde s’inferisce un legame di alleanza tra la città di Siri sul Jonio e di questa Pixo sul Tirreno: e ne abbiamo parlato più innanzi. Le monete incuse sono del sesto secolo (2). Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito concludere che la colonizzazione di micito a Pixo non fu altrimenti che di gente che si aggiunse alla prima già esistente; la quale era di stirpe greca altresì, se riteniamo per certo che dalla abbondanza dell’albero del bosso venne il greco nome del paese (3). Roma vi dedusse una colonia di trecento famiglie, nel 560 della città etc…”. Il Racioppi, a p. 191, nella nota (2) postillava: “(2) Lenormant, Grande Grèce. I, 207: “Pyxus fondée en 471, cinquante ans environ après l’epoque où avait cessé la fabbrication des espèces incuses.”. Il Racioppi, a p. 191, nella nota (3) postillava: “(3) Πυξεων, Buxentum. FABRETTI, Glossar. Ital. ad v. Buxent.”. Padre Agatangelo Romaniello (….), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a p. 13 e sgg., in proposito scriveva che: “…..b) Risulta certo un secondo insediamento (di Micìtei e Lucani) con un periodo di notevole prosperità, specialmente durante il IV sec. a.C.. c) Si congettura come datazione terminale di questo insediamento lucano, il II o il I sec. a.C.. Etc…nel 570 a.C., Siri venne distrutta da Sibari – Pixus, restata sola, riuscì a mantenersi in equilibrio politico e commerciale perchè si prestò volentieri come scalo tirrenico della colonia di Sibari. Però ebbe un secondo colpo quasi fatale quando i Crotoniati distrussero Sibari ed estesero la guerra a tutte le città fedeli a quella colonia (510 a.C.). Pixus continuò a sopravvivere perchè il suo porto era molto utile anche ai Crotoniati, nonostante che avesse ospitato i fuggiaschi sibariti con il loro re Lao. Dopo pochi anni arrivò nella colonia di Pixus, in diverse ondate (476-467 a.C.) la colonia di Micìto, re di Reggio e Messina, con lo scopo di ricolonizzare e dare ancora floridezza a Pixus (13). Micito sottomise gli Skaioti (insediamento della vicina Scario) e li costrinse ad aiutarlo nella ricostruzione di Pixus (14): però la colonia micìtea dovette arrendersi ed allontanarsi per impossibilità di sviluppo dell’insediamento, a causa della povertà del suolo e principalmente per il mutato clima politico minacciato seriamente dai lucani che proprio allora si espandevano per la Campania e la Calabria (15). Etc…”. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (13) postillava che: “(13) Strabone, Gheograpficon Pempton, trad. di F. Lasserre, Paris, 1967, Lib. VI, c. 252.”. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (14) postillava: “(14) Ibidem, 253.”. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (15) postillava: “(15) C. Carucci, La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, p. 40….”. Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Distrutta Sibari nel 510 a.C. e scomparsi i centri indigeni costieri (12), furono i prodotti greci a risalire il corso del Bussento. Fra il VI e V secolo, infatti, risulta attivo l’interesse di Ρηγον (Rhèghion, latino Rhegium) per Πυξουοσ (Pyxùs) allo scopo di accentrare i commerci fra la costa tirrenica e l’entroterra bussentino (13). Infatti nella celebre tomba principesca rinvenuta alla fine del secolo scorso (1896) in proprietà Boezio a Sala Consilina e databile agli ultimi anni del VI sec. a.C. furono trovati molti vasi calcidesi provenienti da Ρηγον (Rhèghion) e penetrati nel vallo di Diano attraverso la Valle del Bussento (14). Non solo: alcune emissioni monetali della fine del VI sec. a. C con scritta ΣΟ (SO = Sontia ?) sono risultate col taglio “secondo il piede ponderale in uso a Rhegium” (15). Dalla costa quindi affluivano verso l’interno manufatti in genere scambiati col grano della valle del Tanagro (16).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (12) postillava che: “(12) Cfr. E. Greco, Problemi topografici del Vallo di Diano tra il VI e IV sec. a.C., in AA.VV., Storia del Vallo di Diano, Salerno, Laveglia, 1981, I, p. 134; Angela Greco Pontrandolfo, I Lucani, Milano, Longanesi, 1982, p. 87. Tra VII e VI sec. a.C., gli indigeni del Vallo discesero il corso del Mingardo e del Bussento, e da Palinuro (dove i corredi tombali dell’abitato ercaico del VI sec. a.C. sono risultati identici a quelli della necropoli di Sala Consilina) a Scalea fondarono vari centri costieri.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (13) postillava che: “(13) E. Pais, Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano, Torino, UTET, 1933, p. 257. Ancora nel V sec. a.C. Ρηγον (Rhèghion) mostrava interesse per Πυξουοσ (Pyxùs): nel 471 Micito, reggente di Ρηγον e tutore dei figli minorenni del defunto tiranno Anassilao, dedusse coloni a Πυξουοσ per ripopolarla (Diodoro, XI, 59).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (15) postillava che: “(15) E. Greco, Problemi topografici etc.., op. cit., p. 136; N. Parise, Struttura e Funzione della monetazione arcaica in Magna Grecia, in “Atti del XII Convegno di Taranto 1972″, Napoli, 1973, p. 105 ss.; F. Fusco, Quando la storia tace etc…, cit., p. 187”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (16) postillava: “(16) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1982, II, p. 268.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando del Sinus Laus, a pp. 67 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando Reggio non potette più nell’Ionio svolgere come una volta la sua attività, stretta com’era tra’ Siracusani e i Locresi, cercò di guadagnare nel Tirreno quel posto che non aveva potuto ottenere sull’altro mare. Tale politica la mise però in aperta rottura contro i Tirreni, non solo, ma anche contro i Siracusani, ed Anassilao ne’ suoi 18 anni di regno non mirò ad altro che a sbarazzarsi d’essi. Impadronitisi con un colpo di mano di Zancle, aiutato da quegli stessi Milesii e Samii che Scita, tiranno della città, aveva invitato, e’ fece lega co’ Cartaginesi contro i Siracusani e gli Agrigentini (1). Per opporsi poi a’ Tirreni ed alla loro pirateria nello stretto, costruì un muro a barriera contro di essi sull’Itmo Scilleo (2). etc…Chi l’inaugurava era Micito, a cui, morto Anassilao (ol. 76, l, 476 av. C.), era stato affidato il governo di Reggio col patto però che avesse a restituirlo a’ figli del morto, quando fossero giunti in età matura. Micito, con una politica accorta, come aveva cercato nell’Ionio l’alleanza della città che per la sua posizione era sicura da qualsiasi attacco, cercava anche nel Tirreno di salvaguardare quel mare e lo stretto dal dominio dei Siracusani…..Le discordie nate per il risorgimento di Sibari (per cui i Sibariti speravano aiuto in Ierone, aiuto che venne meno per la fezione di Polizelo, fratello del tiranno) influironose nel medesimo anno della disfatta de’ Tirreni, i Messapi e gli Iapigi insorgessero contro Tarento, che non valse, sebbene aoiutata da Reggio, a rattenerli. Ciò parve scotesse la lega tra Reggio e Tarento e gli effetti sua politica contro Ierone, e mentre questi colonizzava le isole di fronte al Miseno, egli rinovellava l’antica Pyxus (77, 2; 471 av. C.). Lo scopo di tale rinovellamento era chiaro; i Reggini, già alleati di Velia e forse anche di Posidonia, avrebbero avuto in Pyxus un punto avanzato a guardia del Tirreno; non solo, ma riaperta l’antica via mediterranea che faceva capo a Siri, si sarebbero facilitate le comunicazioni e gli scambi commerciali con Siri e con Terento tra l’Ionio ed il Tirreno. Reggio così forse si sarebbe messa a capo della difesa dei greco-italici, ben munita, ben governata, se i maneggi di Ierone non avessero contribuito a strozzare sul nascere la politica di Micito. Chiamati a sè, con ricchi doni, i figli di Anassilao, li persuase a sbarazzarsi di Micito. Questi diede chiarissimo conto di tutto, di modo che chiunque fu presente ebbe ad essere meravigliato di tanta sua giustizia. Pentitisi i pupilli tentarono, invano, di far rimanere Micito, che, accompagnato dal favore del popolo e tolto piccolo viatico si ritirò a Tegea nell’Arcadia dove passò non senza lode il resto della sua vita (1). Pyxus, come dice Strabone, fu abbandonata da’ nuovi coloni di lì a poco; forse v’influì l’aere pestifero o le poche comodità del luogo. Noi però non dobbiamo dimenticare ch’essa per la sua posizione era la città più a contatto di quelli che furon i Lucani, che mal volentieri dovevano vedere occupato da’ Reggini un luogo che ad essi apparteneva…..Padroni di Laos rimangono colla cacciata de’ Reggini anche padroni di Pyxus, la quale, però, minciò a decadere, pur rimanendo un punto strategico ed una stazione d’ancoraggio ne’ tempi posteriori.”.
Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “L’alleanza di Regio e di Taranto”, a pp. 35 e ssg., in proposito scriveva che: “Regio era signora dello Stretto, Taranto, dell’unico buon porto su tali coste, che era in pari tempo il più vicino alla Grecia ed all’Oriente (2). Un loro accordo e nuoceva alla concorrenza di tutte le altre città Italiote ed era destinato a paralizzare Siracusa, ormai invadente e che penetrava arditamente nel mar Tirreno ove, come dicemmo testè, le città Calcidiche, e fra queste prime Regio e Cuma, avevano e per molto tempo esrcitato un’egemonia. Appunto perchè Micito cercava di tener fronte a Siracusa, nell’anno secondo dell’Olimpiade 77 = 471 a.C. fondò una colonia regina a Pyxus ossia a Buxento (Policastro) sulla spiaggia del Tirreno (Diod. XI 59). Ed è questa colonia di Pyxus che ci dà forse la chiave dell’alleanza tra Taranto e Regio e del passo controverso, intorno al quale disputiamo. Diodoro dice che Micito εχτισε Πυξουντα ed ha ragione, se vuol dire che Micito vi fondò una colonia Regina, ma ha torto, se vuol dirci che Buxento fu allora fondata per la prima volta. Noi possediamo uno statere d’argento incuso, che qui sotto riproduciamo, che appartiene alla metà del secolo VI e che mostra come Pyxus fosse in relazioni di alleanza e di amicizia con Siris, la città ionica fondata dai Colofoni, posta sulle sponde del fiume omonimo nel golfo Tarantino (1). Le due città gareggiavano adunque con Sibari, che risalendo la valle del Coscile trasportava le merci milesie sul mar Tirreno nelle due colonie di Lao e di Scidro, ove venivano invece sbarcate quelle degli Etruschi, che per la stessa via giungevano a Sibari, d’onde alla lor volta erano caricate per l’Oriente (2), e gareggiavano anche con Crotone che di buon’ora si impadronì per lo stesso fine di Terina e di Tempsa sul mar Tirreno. Noi sappiamo che le tre città Achee di Metaponto, Sibari e Crotone mossero guerra alla Ionica Siris e che la presero (verso la metà del secolo VI)(3). Non v’è dubbio alcuno sulla causa, che indusse gli Achei a infierire contro Siris. Era pura e semplice rivalità commerciale e politica. In aiuto di Siris si era mossa Locri e forse Regio. Certo ambedue queste città vennero, poco dopo la distruzione di Siris, attaccate da Crotone. La ionico-calcidica Regio aveva forse favorita la ionica Siris ai danni delle achee Sibari, Crotone e Metaponto (1). Se i fatti testè ricordati mettiamo in relazione con la lega fra Regio e Taranto del 473 e con la fondazione di Pyxus nel 471, ricaveremo chiaramente come Micito intendeva fare d’accordo con Taranto una concorrenza, o diremo meglio voleva opporre un argine a Siracusa ed in parte forse ad Agrigento, che tendevano ormai a soppiantare le altre città Italiote e Siciliote nelle relazioni commerciali internazionali (2)…..(p. 37-38). Le merci, che approdavano a Taranto, venivano sbarcate alla foce del Siris (oggi Sinni) e, risalendo la valle di esso, giungevano a breve distanza dalla costa, nel luogo in cui si trovava Pyxus. Si risparmiava un assai lungo tragitto lungo le spiagge dell’Ionio e del Tirreno, si evitava lo stretto di Messina, e per un cammino breve le merci, senza il pericolo di essere intercettate da navi nemiche, venivano sbarcate a poca distanza dalla Campania, ove erano Cuma e le altre colonie Calcidiche, ad es. Neapolis.”. Il Pais, a p. 36, nella nota (1) postillava: “(1) Head, Hist. Num., p. 69; Garrucci, Le monete dell’Italia antica, II, p. 145, tav. 108, n. 1, 3. Su questo statere da un lato si legge (retrigrado) Σιρινος (Sirino), dall’altro Πυξοες (Pyxoes). Sul significato di questa moneta v. oltre la memoria su Siris.”. Il Pais, a p. 36, nella nota (2) postillava: “(2) Lenormant, La Grande Gréce, I, p. 263 sgg.; Busolt, Griesch. Gesch., I, p. 256.”. Il Pais, a p. 37, nella nota (2) postillava: “(2) Non ha affatto compreso il significato della colonia reggina di Pyxus il RATHGEBER Grossgriechenland und Pythagoras. (Gotha 1866) p. 188 sg. il quale crede che venisse fondata al fine di tenere a freno l’ambizione che i Crotoniati fossero nemici dei Regini, ma del pari essi erano nemici di Jerone e di Siracusa verso il 476 a.C. (v. Diod. XI, 48; Sch. Pind. Ol., II, 29); i Tirreni poi erano stati fieramente battuti nel 474 e non erano certo in grado nel 471 di molestare i Sicelioti. Delle loro scorrerie vien fatta menzione solo nel 453 (v. Diodoro XI, 88).”. Sempre il Pais, a p. 40, in proposito a Pyxus scriveva che: “Come è noto l’Enotria e la Chonia prima delle invasioni sannitiche erano diventate paesi ellenici (1). La valle del Siris era in potere dei Greci dal secolo VI almeno. Non vi è improbabile che Regio possedesse un castello in quel punto della valle che segnava il suo confine, o diremo meglio quello della sua colonia di Pyxus.”.
Nel VI sec. a.C., il ‘Periplo’, opera di Pseudo Scylace (opera a cui si rifà Erodoto, l’autore più antico che cita la colonia magno greca di Scidro)
Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a p. 168 parlando delle coste Tirreniche, in proposito scriveva che: “Lo Pseudo Scylace (Peripl., 2) ricorda lungo queste coste, dopo Poseidonia e Velia, le città greche di Laos, fondazione di Turi, Pandosia, Platea, Terina, Ipponio, Medma, e quindi il promontorio e la città di Reggio; Pomponio Mela (‘De Chorograf., II, 69), ricorda Buxento, Blanda ecc…”. Dunque, Mario Napoli scriveva che l’unico autore dell’antichità che ricorda l’antica colonia magno greca di Scidro è lo scrittore Erodoto. Mario Napoli però scrive pure che la colonia Sibaritica di Lao viene ricordata dal geografo Pseudo Scylace. Stessa notizia fu citata da Ettore Pais (….), nella sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, dove l’autore a p. 247, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, su Lao v. Herodt. l. c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio. Il testo dei codici Ποσειδω. ιαι χαι ‘Ελαα Θουριων απ si può semplicemente correggere Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι, e senza aggiungervi ‘Elea’, la colonia focese, come piace a C. Muller, ad l. G.G. M. I, p. 20. Sulle monete di Lao del VI sec. v. Head, op. cit., p. 61.”. Ettore Pais (…), riguardo il periplo di Scylace postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, etc…”, aggiungendo che “su Lao v. Herodt. l. c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio.”. Dunque, sulla colonia Sibaritica di Scidro, colonia magno greca fondata sulle coste del mare Tirreno, ha scritto solo Erodoto ma, esiste un collegamento storico con il geografo Pseudo Scylace perchè pare che a questo geografo fosse uno pseudonimo dello stesso Erodoto. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a pp. 43-44, in proposito scriveva che: “Con il termine ‘Leukania’ lo Pseudo Scillace indica una regione che va dalla foce del fiume Silaro, sul mar Tirreno, fino a Turi, sul mar Ioniom e che rispecchia la situazione cronologica riferibile al periodo tra la fine del V secolo a.C., quando ha inizio la sottomissione dei Greci da parte dei Lucani, e la metà del IV quando i Bretii impongono appunto il loro predominio alla regione che risulta una penisola (61). Queste notizie vengono attinte dal cosidetto “Periplo”, un manuale dal carattere più tecnico-nautico che etnografico con un’arida descrizione delle coste dell’Italia e della Sicilia, scritto essenzialmente ad uso dei navigatori, attribuito a torto a Scilace di Carianda vissuto nel IV sec. a.C.. L’opera risale appunto alla prima metà del IV, ma, almeno per la sua fonte, utilizza dati più antichi (62); conosce pertanto i Lucani nell’Italia meridionale (par. 12 e 14) a sud dei Sanniti ed accanto agli Japigi, sul mar Tirreno e sul mar Ionio, riflettendo una situazione cronologicamente anteriore alla data della separazione dell’elemento bruzio da quello lucano. Tali indicazioni non divergono molto da quelle fornite dal racconto di Strabone. Etc…”. La Catalano, a p. 43, nella nota (61) postillava che: “(61) PSEUDO-SCYL., Perip. par. 12: η δε Λευχανια εστιν αχτη; il suo periplo risulta di sei nycthemeriae e comprende le seguenti città greche: Posidonia, Elea, Laos, (colonia di Turi), Pandosia, Plateeis, Terina, Ipponio, Mesma e Regio, di cui è ricordato anche il promontorio. L’elenco delle fonti per la descrizione della Lucania, associata con quella del Bruzio è tracciato da C. Turano, Le conoscenze geografiche del Bruzio nell’antichità classica, in “Klearchos”, XVII, 1975, pp. 35-47 passim”. La Catalano, a p. 44, nella nota (62) postillava che: “(62) Cfr. J. Berard, La Magna Grecia, Torino, 1963, p. 28, n. 64”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. VI “Caduta di Posidonia, Lao e Pixunte”, a pp. 404 e sgg., in proposito scriveva che: “Quando sia avvenuta la decisiva vittoria dei Lucani su Posidonia, non è detto. E non può avere valore risolutivo la circostanza, che nel Periplo di Scillace la città fa già parte della Lucania (2), dal momento che lo stesso Periplo appartiene nel suo insieme alla metà del IV secolo, per quanto in qualche punto risalga anche ad Ecateo e, senza dubbio, contenga un nucleo che si può collocare nella metà del sec. V (3).”. Il Ciaceri, a p. 406, nella nota (2) postillava: “(2) Ps. Scyl. § 12.”. Infatti, leggendo Wikipedia il Periplo di Scilace (titolo completo in greco Σκύλακος Καρυανδέως Περίπλους τῶν ἐκτὸς τῶν Ἡρακλέους στηλῶν, Periplo esterno alle colonne di Eracle) è un antico periplo, risalente alla fine del VI secolo a.C., di cui resta una copia o un’epitome successiva databile al IV secolo a.C., o Periplo dello Pseudo-Scilace (titolo completo in greco Σκύλακος Καρυανδέως Περίπλους τῆς θαλάσσης τῆς οἰκουμένης Εὐρώπης καὶ Ἀσίας καὶ Λιβύης, Periplo dell’ecumene marittima di Europa, Asia e Libia). Molti ritengono, tuttavia, che il nome di Scilace sia piuttosto un richiamo pseudoepigrafo all’autorità di Erodoto, il quale cita uno Scilace di Carianda: navigatore greco già al servizio del Re dei Re di Persia Dario I in qualità di esploratore del basso corso dell’Indo e della costa vicina alla sua foce. Scilace fa una circumnavigazione in senso orario del mar Mediterraneo e del mar Nero, partendo dall’Iberia e terminando in Africa occidentale, oltre le colonne d’Ercole. La parte africana deriva chiaramente dal Periplus di Annone il Navigatore. Ne resta un manoscritto, quello di Pithou. Il Periplo di Scilace fu pubblicato la prima volta ad Augusta nel 1600 da David Höschel, assieme ad altre opere cartografiche greche minori. Ad Amsterdam il Periplo venne ripubblicato dal Vossius, nel 1639; poi da Hudson nel suo Geographi Graeci minores. A Parigi fu ripubblicato nel 1826 da Gail; a Berlino lo ristampò nel 1831 R.H. Klausen.
Nel 27 a.C., (I sec. a.C.), una fonte: Tito Livio, la nostra zona in “Ad Urbe condita libri”
Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio (in latino: Titus Livius; Patavium, 59 a.C. – Patavium, 17 d.C.) è stato uno storico romano, autore della Ab Urbe condita, una storia di Roma dalla sua fondazione fino alla morte di Druso, figliastro di Augusto, nel 9 a.C. Iniziata nel 27 a.C., la raccolta Ab Urbe condita si componeva di 142 libri che narravano la storia di Roma dalle origini (nel 753 a.C.) fino alla morte di Druso (9 a.C.), in forma annalistica; è molto probabile che l’opera si dovesse concludere con altri 8 libri (per un totale di 150) che proseguissero fino alla morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C. I libri furono successivamente divisi in decadi (gruppi di 10 libri) che avrebbero dovuto coincidere con determinati periodi storici. Dell’intera opera ci è pervenuta solo una piccola parte, per un totale di 35 libri, cioè quelli dall’I al X e dal XXI al XLV (la prima, la terza, la quarta decade e cinque libri della quinta). Gli altri sono conosciuti solo tramite frammenti e riassunti (“Periochae”). I libri che si sono conservati descrivono in particolare la storia dei primi secoli di Roma dalla fondazione fino al 293 a.C., fine delle guerre sannitiche, la seconda guerra punica, la conquista della Gallia cisalpina, della Grecia, della Macedonia e di una parte dell’Asia Minore. L’ultimo avvenimento importante che si trova è relativo al trionfo di Lucio Emilio Paolo a Pidna.
Nel 453-452 a.C., i Sibariti scampati, dopo 58 anni fondarono la città di Turio oTuri che tuttavia durò solo 5 anni
Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte IV, cap. VI, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: “Fra tutte le colonie greche d’Italia e di Sicilia, Turio invero deve tenere il primo posto per la copia di notizie, che riguardano specialmente la sua origine e anche lo svolgersi della sua vita…..(p. 140) Notizie intorno a questi avvenimeni e alla fondazione di Turio si trovano copiose in Diodoro. Egli ci informa (XI, 90, 3) che “i Sibariti, sotto la condotta di Tessalo (il quale diventa plurale più oltre, come si vedrà), dopo 58 anni dalla distruzione della loro città, cioè nel tempo in cui era arconte Lysicrate (Ol. LXXXI, 4 = 453-2 a.C.) fondarono una nuova Sibari nel luogo stesso della prima”. Questo avvenimento, che in nessun modo può mettersi in dubbio, conferma la mia opinione, che Sibari non fosse stata nel 510 a.C distrutta dalle fondamenta, e che i cittadini sconfitti e rifugiatisi nelle colonie di Lao e di Scidro, o i discendenti di quelli, dopo 58 anni, la rioccuparono per breve tempo, poichè lo stesso Diodoro racconta che “5 anni dopo ne furono scacciati dai Crotoniati” cioè nel tempo in cui era arconte Filisco (Ol. LXXXIII, 1 =448-7 a.C.). Questo medesimo avvenimento è ripetuto da Diodoro in un altro passo (XII, 10, 2) con la differenza che quvi parla con Tessalo, ma di alcuni Tessali che avrebbero aiutato i Sibariti in questa impresa. Si è discusso non poco, se si fosse trattato di uno o di più Tessali, o di un duce che avesse avuto quel nome. La cosa infatti desta un pò di curiosità, ma non credo sia poi di capitale importanza. Mi meraviglio che il ristabilimento dei Sibariti alla foce del Crati avesse potuto durare 5 anni, tenendo conto dello scarso o nessuno aiuto da parte di Lao e Scidro, del quale non si fa parola nelle fonti; e che, ad ogni modo, non poteva essere stato sufficiente, perchè, fin d’allora, si annunziavano all’orizzonte i podromi di quella confederazione lucana, che in seguito procurò molte noie alle colonie di Sibari, le quali avevano aperte le loro porte ai profughi, volessero trovarsi in conflitto con Crotone, per respingere gli assalti della quale si erano dovute rivolgere, verso il 480, a Ierone di Siracusa. Una permanenza di 5 anni nell’antica Sibari, senza apparenti ostacoli da parte dei Crotoniati, mi fa supporre che questi non avrebbero tanto impedito la dimora in quella città, quanto forse la restaurazione delle antiche fortificazioni e la erezione di nuove, che potevano sembrare sfida al vicino popolo vincitore. Ma, stando solamente ai fatti, essi furono cacciati dopo 5 anni di permanenza, e non si sa dove riparassero. Diodoro (XII, 10, 3) continua il suo racconto, dicendo che “i Sibariti mandarono un’ambasceria a Sparta”, che era allora il maggiore stato di quel Peloponneso, dal quale i loro antenati erano partiti per venire a stabilirsi in Italia, “ma Sparta non accettò; ed essi si rivolsero quindi ad Atene”, che era il più grande e potente stato della Grecia. Atene non aspettava migliore occasione etc…”. Da Wikipedia leggiamo che la città magno-greca di Thurii (anche Turii, Turi o Thurio; in greco antico: Θούριοι?, Thoúrioi, in latino: Thurium), attestata in età romana anche come Copia o Copiae, fu una città della Magna Grecia, situata nelle vicinanze dell’antica Sybaris, odierna Sibari in Calabria, nell’odierno territorio di Corigliano Rossano ovvero, più probabilmente, pressoché sullo stesso sito, sulla costa occidentale del Golfo di Taranto. Thurii sorse come colonia panellenica (ovvero formata da greci di tutte le provenienze) ma fu di fatto l’unica fondazione realizzata da Atene nel Mediterraneo occidentale. L’originale nucleo della polis si fa risalire al 720 a.C. circa, anno in cui la mitica figura achea di Filottete la fondò; sempre secondo Pompeo Trogo nella città, durante la vita dello storico, si sarebbe potuta visitare la tomba di Filottete e le frecce di Ercole «che segnarono il destino di Troia». In seguito alla distruzione della città di Sybari da parte di Crotone, i superstiti sibariti, sparsi nella regione, avevano più volte tentato di rifondare la città ma senza successo. Si rivolsero perciò ad Atene, dove Pericle, all’apogeo della sua potenza, si mostrò interessato a fondare una città che divenisse simbolo della civiltà ateniese in Magna Grecia e centro del panellenismo. Dopo un primo tentativo di fondare la nuova città sul sito della vecchia Sybari, sorsero presto dei contrasti tra i sibariti e gli ateniesi che indusse questi ultimi a spostarsi poco lontano e fondare nel 444/443 a.C. la nuova città con il nome di Thurii (2). La scrittura della costituzione della nuova città fu affidata al sofista Protagora, il suo piano urbanistico ortogonale fu tracciato probabilmente dall’architetto Ippodamo di Mileto; Empedocle accorse da Agrigento per assistere alla fondazione. Lo statista ateniese offrì allo storiografo Erodoto, vicino al circolo culturale gravitante attorno alla sua figura, un ruolo nella fondazione della colonia. Il tragediografo Sofocle, in stretta amicizia con Erodoto, gli dedicò un epigramma all’atto del suo trasferimento a Thurii. Erodoto si stabilì per diverso tempo nella colonia, ne assunse la cittadinanza della quale andò sempre fierissimo ed i suoi legami con essa furono tanto stretti che in alcuni codici fu detto “di Turi”. Il rapido deteriorarsi dei rapporti (che comunque si riaccese successivamente, durante la spedizione ateniese in Sicilia) tra Thurii ed Atene rende poco credibile un’antica notizia secondo cui Erodoto, che era legatissimo all’ambiente di Pericle, sarebbe morto in quella colonia della Magna Grecia, nella cui agorà avrebbe avuto sepoltura.
Nel 391-390 a.C., Turi, erede di Sibari, in guerra contro i Lucani venne sconfitta a Lao sua alleata
Da Wikipedia leggiamo di Turii che essa fu colonia di Sibari, e anelava fortemente la Sibaritide. Così si scontrò con i tarantini nel 433-32 e, siglato un accordo, questi ultimi vinsero la città conquistando la zona voluta dai turioti. Dopo la disfatta contro Taranto, la città cercò di espandersi verso il Tirreno, e anche qui venne a scontrarsi con la città di Terina e con i Lucani. Thurii sostenne anche la spedizione ateniese in Sicilia del 415 a.C. fornendo soldati e triremi alla stessa Atene. Il fallimento della spedizione ateniese causò nuovamente la caduta del regime democratico e il ritorno dell’oligarchia. All’inizio del IV sec. faceva parte della Lega italiota assieme ad altre città per combattere la pressione fatta dai Lucani. Per tutto il secolo riuscì a resistere alle incursioni, fino a quando nel 282 a.C., vista l’impossibilità di fermare gli stessi Lucani, chiese a Roma un presidio nella città. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 124-125 e ssg., in proposito scriveva che: “Non si può stabilire con sicurezza se Lao riconoscesse supremazia della colonia ateniese di Turio subentrata virtualmente nel possesso della Sibaritide, dopo la prima metà del sec. 5°. Quello che si può affermare delle relazioni dei Turini con quei di Lao è, che i primi, venuti a conflitto con i Lucani, vollero combatterli anche nelle loro sedi, e si spinsero fino a Lao; ma quivi, come racconta Diodoro (XIV, 101-3), toccarono una sonora sconfitta (391 a.C.). Dopo tale rovescio io penso che dovette essere inventato il famoso oracolo relativo alla molta gente che sarebbe perita presso il tempio di Dracone (Strabone VI, 252-3), così da potere i vinti giustificare, con la scusa del fato, un poco la loro sconfitta, dovuta, in parte, all’ambiguo responso. Non credo però che i Turini dovettero ricevere, in questa occasione, grandi aiuti da quei di Lao, altrimenti questa città, in sfogo all’odio nemico, sarebbe stata certamente esposta a molti pericoli e rappresaglie. Etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte IV, cap. VI, a pp. 155-156 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando si determinò il movimento dei Lucani contro le città greche, anche la nostra Turio si trovò in conflitto con essi, e abbiamo visto come andasse a finire la vertenza, quando si è parlato della sconfitta presso la città di Lao (391-90). Ma ormai nessuno ostacolo poteva più sbarrare la strada agli indigeni d’Italia nel loro movimento ostile ai Greci, sicchè i Lucani poterono spingersi al Sud, traversare senza opposizione evidente da parte di Turio, la vale del Crati e la Sila, e unirsi alle popolazioni dell’interno della Sibaritide e della Crotoniate. Strabone (l. c.) racconta che Turio fu ridotta in servitù dai lucani; ma grandi danni non dovette subire, etc…”. Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. V parlando dei “I Lucani”, a p. 128, in proposito scriveva che: “Ma col secolo V le incursioni disorganizzate cominciarono a trasformarsi nella ordinata minaccia di uno stato unitario, ed è in lotta con Turii che, presso Polieno (39), compare per la prima volta il nome dei Lucani; è contro di essi infatti che Turii chiama in aiuto Cleandrida. Si imponeva così la necessità di una lega. Questa che appare composta dapprima di Sibari sul Traente, Crotone, Caulonia, quindi anche di Elea e Metaponto, era tanto più necessaria nel momento in cui non solo i Lucani ma anche Dionisio il vecchio, tiranno di Siracusa, andava diventando minaccioso, secondo Diodoro (XIV, 90-91), col tentato assalto di Reggio nel 393. Ma non è detto quale di questi pericoli abbia dato la spinta decisiva. Sempre secondo Diodoro, l’anno 390, Dionisio, essendo stato duramente sconfitto e messo in fuga nel suo tentativo di assalire Reggio, strinse alleanza con i Lucani (c. 100). E quando gli alleati, imbaldanziti dalla vittoria su Dionisio, si preparono a venire in soccorso dei Turini contro i Lucani, Dionisio spedisce delle navi in aiuto di questi. Sicuri dell’aiuto, i Turini si danno alla caccia dei predoni Lucani, i quali lentamente si ritirano, sempre inseguiti. Facendo una ricca preda, attraversarono tutta la zona montuosa ed arrivarono presso Lao sulla riva tirrena. Ma qui si videro circondati dai Lucani che, in posizioni dominanti, avevano raccolto un esercito doppio (c. 101). La maggior parte dei Greci fu uccisa; molti dei superstiti si buttarono in acqua, dirigendosi verso le navi che essi credevano di Reggio ed erano invece quelle di Leptine, il fratello di Dionisio. Questi usò clemenza e si interpose perchè i Lucani s’accordassero di un modico prezzo di riscatto e facessero la pace. Etc…”. Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. V parlando dei “I Lucani”, a pp. 126 e 127, in proposito scriveva che: “Scidro e Pixunte furono conquistate senza che ce ne sia rimasta notizia, Lao nel 390.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, vol IV, nel capitolo II “Dionisio I, Regio ed i Lucani”, a pp. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “Di fronte alle minaccie dei Lucani, le città Achee s’erano più strettamente unite tra loro sotto la protezione di Zeus Homarios. …ma i Thurini attaccati verso il 390 a.C. dai Lucani, avendo un esrcito di quindici mila fanti e di quattro mila cavalieri, si credettero forti abbastanza per resistere da soli. I Lucani disponevano però di doppie forze. Circondarono l’esercito dei Thurini sulle colline che dominavano la pianura di Laos presso le coste del mare Tirreno con il proposito di non dare quartiere ai nemici. Gran parte delle forse dei Thurini furono distrutte; i superstiti cercarono invano salvezza fuggendo verso la marina. In questo momento comparve la flotta siracusana; gl’Italioti supposero fossero di soccorso; sperarono di trovare in essa salvezza e furono invece fatti prigionieri. Leptine, etc…Dionisio gli tolse allora il comando della flotta e l’affidò all’altro suo fratello Tearide. Etc…”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. VII “I Turini contro i Lucani – La battaglia di Lao”, a p. 428, in proposito scriveva che: “I Lucani ripararono nelle terre ch’erano già di loro possesso ed i Turini con impeto andarono loro dietro, riuscendo ad impadronirsi d’un castello, o forse magazzeno militare, dal quale ricavarono largo bottino. Fu questa quasi l’esca che li trasse a rovina; poichè, inorgogliti del primo successo, con grande disprezzo del nemico si posero ad inseguirlo attraversando tutta quella catena di montagne che poi discende verso il Tirreno, al fine di conquistare la ricca città di Lao di cui già eran padroni i Lucani stessi (1). I quali, dopo averli attirati attraverso gole aspre ed anguste in località impervia, li chiusero in un piano dominato da colli alti e scoscesi togliendo loro ogni speranza di ritirata. Affacciandosi dalle cime dei colli in gran numero, incussero vero terrore; che già avevano sotto le loro bandiere più di 30 mila fanti e non meno di 4 mila cavalieri. Scesi al piano diedero battaglia; e gli Italioti, schiacciati anche dal numero, furono fatti a pezzi: oltre 10 mila caddero al suolo……(p. 429) Ora non v’è dubbio che in tutta questa narrazione, del resto, assai chiara per ciò che si riferisce alla spedizione militare, oscuri sono il punto concernente la presenza della squadra siracusana sulla costa del Tirreno (2), nelle vicinanze di Lao, e la condotta dell’ammiraglio Leptine.”. Il Ciaceri, a p. 428, nella nota (1) postillava: “(1) I mss. di Diod. XIV 101, 3 λαον χαι πολιν. Fu il Reiske a leggere Λαον πολιν, lez. seguita dal Niebuhr, Roem. Gesch. p. 96 e dal Grote History of Greece, XI, p. 12, ed oggi concordemente accettata dagli ultimi editori dello storico siciliano (v. ad es. Vogel, ad l.). Non seguendola od ignorandola, il Lenormant, La Grande-Grece, I p. 310 poneva la battaglia nelle vicinanze di Lagaria sull’Ionio, presso l’odierna Rocca Imperiale.”. Il Ciaceri, a p. 429, nella nota (2) postillava: “(2) Diod. XIV 102, 2: ην δε ο στολος ο προσπλεων Λιονυσιου του τυραννυ, χαι ναυαρχος υπηρχεν αυτφ Λεπτινης ο αδελφος, απεσταλμενος τοις Λευχανοις επι Βοηθειαν.”.
Nel 330 a.C., i LUCANI
Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: “La colonia di Micito non durò a lungo: nel V e IV secolo si moltiplicarono le invasioni barbariche che minacciarono seriamente la civiltà greca. Alcune tribù appenniniche (Sanniti, Irpini, Japigi, Lucani, Messapi, Frentani ecc.) migrarono a più riprese a sud e si estesero fino alla Puglia e alla Calabria. In Calabria i Bruzii insorsero contro i Lucani dominatori, e, con l’aiuto di Alessandro d’Epiro, li sconfissero nella grande battaglia di Paestum nel 330 a.C. Di certo in questo anno i fuggitivi di Paestum ripararono a Pixunte. Da questo momento i Lucani si ritirarono definitivamente nella regione situata tra i quattro fiumi principali (Sele, Lao, Crati e Bradano), cioè la Lucania.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…). “. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.“. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie les Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 269, parlando di Palinuro, in proposito scriveva che: “Ho già detto (vedi a Molpa) del contrario avviso di M. Napoli circa l’evento prodigioso. Pertanto solo gli scavi potranno portare ulteriori elementi atti a chiarire in via definitiva l’affascinante problema.”. Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (19). “. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “All’immigrazione degli Enotri, degli Elleni, e degli altri popoli minori, tenne dietro, nel VI secolo a.C. quella più numerosa e forte dei Lucani. Appartenevano questi alla razza Sabellica o Sannita o Sabina, e provenivano dal Sannio, o meglio dalle vicine sponde del Silaro o Sele. Nel distaccarsi , per cresiuta popolazione, dai padri Sanniti, presero allora il nome di Lucani, o dal loro duce Lucio o Lucilio, come riferisce Plinio, o dal vocabolo greco ………lupo, col poco leggiadro significato di terra di lupi, o dal vocabolo latino lucus, bosco, quasi terra di boschi, o, infine dall’altra parola sabellica o latina lux, luce, cioè terra posta verso la plaga del cielo, onde loro veniva la luce, o terra orientale, perchè, scrive il Racioppi, “i Lucani, mossi dalle regioni abitate dalle stirpi osco-sabelliche, per occupare le terre poste alla sinistra del fiume Silaro, vennero in un paese, che è posto appunto all’oriente delle sedi originarie, onde essi uscirono”. (Vol. I pag. 14). Di qui il motto fatidico di Strabone, quasi simbolo di civiltà e di progresso: ‘Non a Lucio, sed a luce!’. “Allorchè i Sanniti – scrive il barone Antonini nell’opera succitata – per alleggerire di gente il loro paese mandarono i propri figliuoli in questa regione, la trovarono abitata dagli Enotri, da altri Greci e dai Coni, onde furon costretti, con lunga guerra, da essa cacciarli”. E infatti, come gli Enotri avevano respinto a sud i Siculi, sovrapponendosi ad essi, come i lucani, più valorosi, forti e audaci, soggiogarono e respinsero gli Enotri, estendendo rapidamente le loro conquiste fino all’estremo della penisola, fin nel paese dei Bruzii, donde, in seguito dovettero ritirarsi.”. Parlando del toponimo “Scidro”, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” scriveva che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana….Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. Etc…”. Dunque, il Battisti, riguardo il toponimo di “Scidro” scriveva che detto toponimo non solo era “pre-italiano” ma è probabile che il toponimo “Scidros” possa essere un toponimo “traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32) Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Sul periodo pre-lucano vi sono delle evidenze archeologiche ed altro. Lo studioso locale Felice Cesarino (….), in proposito scriveva che: “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.“. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, in proposito scriveva che: “Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); etc…”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a p. 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: “La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Etc…”. Dunque, in questo passaggio, il Ciaceri, sulla scorta del Pais (….) dice che le piccole città italiote di Pissunte, Scidro e Lao, “da lungo tempo eran state occupate dai Lucani”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”. Dunque, Pixunte, poi in seguito Bussento, Scidro e Lao erano già città soggette ai Lucani. Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Distrutta Sibari nel 510 a.C. e scomparsi i centri indigeni costieri (12), furono i prodotti greci a risalire il corso del Bussento. Fra il VI e V secolo, infatti, risulta attivo l’interesse di Ρηγον (Rhèghion, latino Rhegium) per Πυξουοσ (Pyxùs) allo scopo di accentrare i commerci fra la costa tirrenica e l’entroterra bussentino (13). Infatti nella celebre tomba principesca rinvenuta alla fine del secolo scorso (1896) in proprietà Boezio a Sala Consilina e databile agli ultimi anni del VI sec. a.C. furono trovati molti vasi calcidesi provenienti da Ρηγον (Rhèghion) e penetrati nel vallo di Diano attraverso la Valle del Bussento (14). Non solo: alcune emissioni monetali della fine del VI sec. a. C con scritta ΣΟ (SO = Sontia ?) sono risultate col taglio “secondo il piede ponderale in uso a Rhegium” (15). Dalla costa quindi affluivano verso l’interno manufatti in genere scambiati col grano della valle del Tanagro (16).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (12) postillava che: “(12) Cfr. E. Greco, Problemi topografici del Vallo di Diano tra il VI e IV sec. a.C., in AA.VV., Storia del Vallo di Diano, Salerno, Laveglia, 1981, I, p. 134; Angela Greco Pontrandolfo, I Lucani, Milano, Longanesi, 1982, p. 87. Tra VII e VI sec. a.C., gli indigeni del Vallo discesero il corso del Mingardo e del Bussento, e da Palinuro (dove i corredi tombali dell’abitato ercaico del VI sec. a.C. sono risultati identici a quelli della necropoli di Sala Consilina) a Scalea fondarono vari centri costieri.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (13) postillava che: “(13) E. Pais, Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano, Torino, UTET, 1933, p. 257. Ancora nel V sec. a.C. Ρηγον (Rhèghion) mostrava interesse per Πυξουοσ (Pyxùs): nel 471 Micito, reggente di Ρηγον e tutore dei figli minorenni del defunto tiranno Anassilao, dedusse coloni a Πυξουοσ per ripopolarla (Diodoro, XI, 59).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (15) postillava che: “(15) E. Greco, Problemi topografici etc.., op. cit., p. 136; N. Parise, Struttura e Funzione della monetazione arcaica in Magna Grecia, in “Atti del XII Convegno di Taranto 1972″, Napoli, 1973, p. 105 ss.; F. Fusco, Quando la storia tace etc…, cit., p. 187”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (16) postillava: “(16) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1982, II, p. 268.”. Nel 2022, Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini etc..”, nel II cap.: “Lucani e Romani fra luci e ombre”, a p. 19 e sgg., in proposito scriveva che: “La sannitizzazione (lucanizzazione) delle Valli del Bussento e del Mingardo, come tutta l’Enotria (1), avvenne tra il V e IV sec. a.C. Il vuoto “politico” creatosi con la scomparsa dell'”impero” di Sibari (510 a.C.)(2) dovette favorire la penetrazione delle genti sannitiche originarie dell’Appennino Centrale (3). Procedendo dall’interno verso la costa, i Lucani sottomisero (a volte si fusero) gli abitati indigeni enotri e costrinsero i coloni greci a limitare il loro espansionismo alla fascia costiera (4). Popolo di guerrieri e di pastori più che di agricoltori (5), essi nelle due valli fluvial anzidette ebbero la loro “capitale” sul costone dei Capitenali (Roccagloriosa) e tutt’intorno una serie di insediamenti minori (pagi): Laurelli (ad ovest di Caselle in P.)(6), Rofrano Vetere (7), Torraca (8) (località Madonna dei Cordici), Tortorella, Morigerati (9), Pyxus (10), tutti abitati enotri “lucanizzati. Il ‘frurion (abitato fortificato) dei Capitenali è ben testimoniato: gli scavi effettuati dal 1976 al 1982 in varie località hanno restituito resti di mura, edifici, strade, tombe a camera, corredi di lusso, vasi di bronzo di provenienza etrusco-campana e ceramica di provenienza metapontina, officine, iscrizioni di lingua osca (la lingua dei Lucani)(11); etc…I Lucani quindi occuparono prima di tutto i punti nevralgici della zona, in pratica gli abitati enotri che controllavano le vie di comunicazione, di conseguenza, necessariamente, quello di ‘Sontia’ etc…”. Questa del Fusco a me sembra una congettura non del tutto esatta. In primo luogo, i centri furono Enotri fino all’espansione delle colonie magno-greche e non dopo. I nostri centri ebbero si origini Enotrie, le popolazioni erano Enotrie ma restarono tali molte di quelle dei centri interni, mentre invece, in seguito all’espansione Siritica e Sibaritica, i centri come costieri come Pyxus, Palinuro e Scidro furono sicuramente greci. Il Fusco spiega la sua teoria a p. 35, nella nota (4) postillando: “(4) Strabone (Geogr., IV, 253) parla di lunghe lotte tra coloni greci e “barbari”, ché tali apparivano ai greci gli abitanti dell’interno. Certamente i nuovi arrivati preoccupavano non poco le colonie italiote della costa tirrenica e ionica, tanto che queste ben presto crearono leghe italiote difensive. Taranto, guida di una di queste leghe sullo Ionio, chiese addirittura aiuto al re dell’Epiro, Alessandro il Molosso (zio di Alessandro Magno), che nel 335 a.C. arrivò nell’Italia meridionale e combattè contro i Lucani accanto ai coloni greci. Per molto tempo le cinte fortificate “ciclopiche” (di cui restano tracce) delle antiche città del Vallo (Atina, Consilinum, Tegianum) e della Val d’Agri, lucane prima che romane, sono state collegate all’arrivo del re epirota. L’ipotesi per esser vera presupporrebbe – come notò Emanuele Greco nel lontano 1981 (‘Problemi topografici del Vallo di Diano’, ecc…, cit., p. 143) – una realtà politico – militare unitaria da parte dei Lucani, che essi non ebbero.”. Il Fusco dimentica che “essi”, riferendosi alle colonie magno-greche della costa che chiesero aiuto al Molosso, “non ebbero” una solida confederazione come quella lucana, in quel periodo, ovvero, nel V sec. a.C., quando cioè accadde che esse si erano di molto indebolite a causa della scomparsa di Siris e di Sibari, le quali, invece dominavano incontrastate i ommerci ed anche queste nostre popolazioni ad esse alleate fino al V sec. a.C. Queste nostre popolazioni erano state sì Enotrie ma erano piccolissimi centri insignificanti che iniziarono ad avere una loro importanza politica e commerciale solo dopo l’espansione delle colonie magno-greche dello Ionio che quì stabilirono i loro capisaldi e alleati sul Tirreno. I Lucani, subentrarono solo dopo la caduta di Sibari e la nascita di Thuri, la seconda Sibari. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Palinuro, a p. 268, in proposito scriveva che: “Gli scavi archeologici del 1939, eseguiti dal compianto amico P. C. Sestieri (5) su tutta l’altura di S. Paolo che sovrasta l’abitato, misero a luce mura di fortificazioni e, nella sabbia delle dune, tombe a fossa senza traccia di copertura con orientamento dei depositi est-ovest e perciò forse non rituali. Ma vi si rinvennero pure sepolture a pozzo (disposizione circolare dei corredi) e uno a cassa (tegoloni). Più numerose le prime e ricche di vasi (in media 30 in ogni tomba) indigeni (6), ionici (7) e attici (8) insieme a oggetti di ferro e di bronzo (9). Ceramica che presenta netti caratteri d’identità con queli della Peucezia, con quella di Sala Consilina e Atena Lucana, per cui sarebbe da riconsiderare l’affermazione di Dionigi (I, 11 sgg.) sulla venuta di enotri e peucezi dall’Arcadia e da ammettere che proprio da Palinuro partisse una delle carovaniere per la Valle di Diano. Carovane che trasportavano ceramica locale e ceramica ionica che alla vicina Pixous (Bussento), Policastro) giungeva per la via istimica da Siris e la ceramica ionica e attica a mezzo dei mercanti focei. Manufatti che venivano scambiati con il grano della ferace Valle del Tanagro, di quel lago pleistocenico svuotatosi in epoca storica. Grano che anche dopo la caduta di Sibari (a. 510 a.C.,) i focei di Velia (10) continuarono a trasportare ad Atene che ne acquistava sempre in maggiori quantità.”. Ebner, a p. 268, nella nota (5) postillava: “(5) P. C. Sestieri, Scoperte archeologiche in provincia di Salerno, “Bollettino d’Arte”, Roma, 1940, n. IV (estratto).”. Ebner, a p. 268, nella nota (6) postillava: “(6) Vasi grezzi con decorazioni geometriche rosse e nere, ma anche di plastica applicata, brocche a tre manici e tre colli a bocca tribolata posti intorno a un falso collo a bocciuolo, anfore, coppette e, tra le forme d’imitazione, olmechasi a bocca tribolata, kalathoi, calcei repandi e crateri a colonnette di tipo calcidese.”. Ebner, a p. 268, nella nota (7) postillava: “(7) Vasi ionici con decorazioni a fasce, coppe milesie, ecc..”. Ebner, a p. 268, nella nota (8) postillava: “(8) Vasi attici a figure nere (lekytoi, skyphoi, kotyloi, kilites) con animali anche fantastici, ma di disegno scadente. Crateri a colonnette e kylites a occhioni con gorgoneion.”. Ebner, a p. 268, nella nota (9)postillava: “(9) Tra gli oggetti di ferro soprattutto armi, e cioè punte di frecce, grattuge, colini, anelli e fibule ad arco semplice e a doppio anello; un solo orecchino circolare d’argento.”. Ebner, a p. 269, nella nota (10) postillava: “(10) R. Neuman e B. Neutsch (Palinuro, “Ergebnisse der Ausgrabungen”, vol. II e II, 1957-1960) rinvennero a Palinuro, oltre i caratteristici mattoni velini con bolli greci, anche monete di Velia del 350-280 a.C.”. Ebner, a p. 269, nella nota (11) postillava: “(11) Sul cippo colà rinvenuto, v. M. Guarducci, Cippo iscritto a Palinuro, “Apollo”, Salerno, 1962; v. pure H. Schaefer, Peculiarità e caratteri della colonizzazione greca nell’Italia meridionale, “Apollo”, Salerno, 1962, p. 3 sgg.”. Da Wikipedia leggiamo che Paestum, fino al 1926 Pesto, è un’antica città della Magna Grecia, chiamata dai Greci Poseidonia in onore di Poseidone, ma devotissima ad Atena ed Era. Dopo la sua conquista da parte dei Lucani venne chiamata Paistom, per poi assumere, sotto i Romani, il nome di Paestum. L’estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura greche, così come modificate in epoca lucana e poi romana. In una data collocabile tra il 420 a.C. e 410 a.C., i Lucani presero il sopravvento nella città, mutandone il nome in Paistom. A parte sporadici riferimenti nelle fonti, non si conoscono i particolari bellici della conquista lucana, probabilmente perché non dovette trattarsi di una conquista repentina. È un processo che è possibile riscontrare in altre località (ad esempio nella non distante Neapolis), dove vi fu una lenta, graduale, ma costante infiltrazione dell’elemento italico, dapprima richiamato dagli stessi Greci per i lavori più umili e servili, per poi divenir parte della compagine sociale mediante il commercio e la partecipazione alla vita cittadina, fino a prevalere e a sostituirsi nel potere politico della città. Sebbene letterati e poeti greci riportino il rimpianto dei Poseidoniati per la perduta libertà e per la decadenza della città, l’archeologia testimonia che il periodo di splendore proseguì ben oltre la “conquista” lucana, con la produzione di vasi dipinti (talora firmati da artisti di prim’ordine quali Assteas, Python e il Pittore di Afrodite), con sepolture copiosamente affrescate e preziosi corredi tombali. Tale ricchezza doveva derivare in larga misura dalla fertilità della piana del Sele, ma anche dalla produzione stessa di oggetti di grande qualità, parte cospicua di quei commerci instauratisi durante il periodo precedente. Neanche il carattere greco della città scomparve del tutto, come attestano, oltre la produzione dei vasi dipinti, anche la costruzione del bouleuterion e la monetazione, che preservò le sue prerogative elleniche.
LAO, città Lucana per Strabone
Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 124-125 e ssg., in proposito scriveva che: “I Lucani infatti, non fecero altro, che estendere la loro egemonia su di essa, che, ciò nononstante, dovette continuare a godere di una certa libertà. Seguitò certo a battere moneta, sebbene di bronzo, col proprio nome e con quello del magistrato, in sigla. Inoltre, non è da far meraviglia, che, anche sotto la dominazione lucana, continuasse a usare il proprio dialetto greco, …..Da indi in poi però dovette a poco a poco decadere, non essendo più menzionata nelle fonti per avvenimenti notevoli. Lao non ebbe in seguito più rinomanza, nè vita; non è ricordata come sede vescovile, o per altro di notevole. Tuttavia Strabone ne parla come di città ancora esistente al suo tempo: ma pare che egli prendesse il passo relativo a Lao, da una fonte anteriore. Similmente la menzione che ne fa Stefano di Bizantino deve intendersi solo come un ricordo. Lao è detta esplicitamente città della Lucania da Strabone (VI, 252-3) e da Stefano Bizantino, che dipende da un passo di Apollodoro. Implicitamente doveva essere stata creduta tale da Antioco di Siracusa (fram. 6°; cfr. Strab. VI, 254), e da Plinio (l. c. ), che consideravano il fiume Lao come il confine settentrionale, il primo dell’Italia, il secondo del Bruzio, da questo lato.”.
SANNITI e LUCANI
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…). “. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 4 e ssg. nel cap. I: “Degli antichi Abitatori della Lucania etc…”, in proposito scriveva che: “Le prime conquiste di questa feroce nazione furono verso l’occidental parte occupando alla prima la Città di Pesto, Colonia un tempo de’ Sibariti, indi voltando le vittoriose bandiere verso la Città di Velia, Colonia de’ Focesi, non ebbero forza da espugnarla, ma fatta co’ Cittadini amichevol pace la lasciarono libera, e colle proprie leggi: marchiando indi il diloro Esercito nelle contrade oltre Bussento, indi s’avvennero alle Milizie degli Enotrj, che colle diloro maggiori forze tentavano mantenere il diloro Imperio, ma quivi per loro sciagura incontrarono la rovina, essendo remasti sconfitti dal valore de’ Sanniti, che dopo tal vittoria s’insignorirono del loro Regno, come espresse Strabone (a)….Stabilirono il loro Regno li Sanniti, che da ora avanti Lucani chiameremo, e Lucania questa Regione da loro occupata, si governarono etc…”. Dunque, il Gatta scrive che i Lucani conquistarono tutta la regione degli Enotri dopo la conquista di Posiadonia, che in mano a loro si chiamò Pesto. Il Gatta, a p. 4, nella nota (a) postillava: “(a) Strab. al lib. 6 facendo parola della giurisdizione degli Enotri esprime: “Chones, et Aenotri loca ipsa colebant, cum autem res Sannitica eo magnitudinis venisset, ut et Chonos, et Aenotrios ejecissent, Lucanos eam in partem Samnites Colonos deduxerunt”. Qual conquista è facile avvenisse prima della Olimpiade XLVIII. imperocchè presso Laerzio vi è memoria che insegnando Pitagora in metaponto, i Lucani frequentavano la di lui scuola: Adibant illum disciplina, studiorumque caussa Lucani.”. Il Gatta, a p. 5, nella nota (a) postillava: “(a) Strabone al lib. 6. Cumque Graeci utrumque simul litus ad fretum usque tenerent inter Graecos, et Barbaros diutinum constatum est Bellum: ‘E il medesim dell’istesso lib. Hoc autem tempore (lo che fu in tempo d’Augusto in cui egli viveva) praeter Tarentum, Regiumque et Neapolim omnes in Barbaros transisse mores obvenit, et alia sub Lucanorum, alia sub Brutiorum ditione teneri. Avertedosi che Strabone, chiama Barbare tutte quelle nazioni, che non erano Greche, fra quali egli era.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia critica di Roma durante i primi cinque secoli“, parlando di Alessandro il Molosso, a p. 325 e ssg., in proposito scriveva che: “Per conseguire la piena sommessione dei Lucani egli si propose di coglierli alle spalle. Allo stesso modo che agli Apuli o Iapigi aveva contrapposto l’amicizia con i soprastanti Peucezi (1), provvide a stringere alleanza con i Romani, che da pochi anni (verso il 342 a.C.) avevano messo piede nella Campania e che erano in guerra contro i Sanniti (2).”.
Nel V-IV sec. a.C., i Lucani egemonizzarono Lao, Scidro, Pixus, Roccagloriosa e Laurelli a Caselle in Pittari
Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a p. 121 e ssg., in proposito scriveva che: “Scidro potrebbe essere stata trasformata, in seguito, in un borgo lucano. Niente altro potrei dire per il momento intorno a Scidro, che non dovette essere ad ogni modo nè la più grande, nè la più bella, nè la più importante città della Sibaritide.”. Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. V parlando dei “I Lucani”, a pp. 126 e 127, in proposito scriveva che: “Ma prima della fine del secolo V l’espansione italica registra un’altra importante affermazione, la costituzione di un’altra federazione, quella dei Lucani, che dalle sorgenti del Sele e del Bradano si spinsero nel territorio degli Enotri, verso la Calabria e verso Taranto, su una superficie di 14.500 km2. Sulle coste occidentali la loro avanzata è stata rapida. L’antica Posidonia con la fiorente civiltà alle foci del Sele (38), si trasforma ancora nel IV secolo nell’antica Pesto, non solo politicamente ma negli usi e nella lingua, e il periplo dello Pseudo Scilace qualifica le coste come già lucane. Scidro e Pixunte furono conquistate senza che ce ne sia rimasta notizia, Lao nel 390. La sola Elea era riuscita, come Napoli, a conservarsi indipendente. Le colonie greche avevano una lunga tradizione di lotte con gli abitanti dell’interno, continuamente attratti dalle coste più fertili e ricche. Etc…”. Devoto, a p. 127, nella nota (38) postillava che: “(38) v. “Not. sc.”, 1937, pp. 206-354, a cura di P. Zancani-Montuoro e Umberto Zanotti Bianco”. Ettore Pais, nel suo “Storia critica di Roma”, vol. IV, a p. 322 e ssg., in proposito scriveva che: “Verso il 346 a.C., Taranto chiedeva aiuto contro i Lucani, e Sparta le inviava il suo re Archidamo, che per aver parteggiato per i Focesi superati da Filippo di Macedonia nella “guerra Sacra”; trovava opportuno recarsi con una mano di mercenari prima a Creta ed approdava in seguito sulle coste dell’Italia (2)….Nè più fortunati erano i disegni di re Archidamo che pochi anni dopo il suo arrivo cadeva combattendo contro gli indigeni Italici nemici di Taranto (2 agosto 338)(4). La sua morte accrebbe l’audacia delle stirpi Sabelliche etc…”. Da Wikipedia leggiamo che nel 343 a.C. la colonia spartana di Taranto chiese aiuto a Sparta nella guerra contro le popolazioni italiche, soprattutto contro i Messapi e i Lucani. Nel 342 a.C. Archidamo arrivò in Italia con una flotta e un esercito e combatté contro tali popolazioni, ma nel 338 a.C. trovò la morte in battaglia, secondo Plutarco sotto le mura della città di Mendonion (forse l’odierna Manduria). Secondo Diodoro Siculo, invece, il re perì in uno scontro con i Lucani nello stesso momento in cui, in Grecia, si combatteva la celebre Battaglia di Cheronea. Sempre da Wikipedia leggiamo che i Lucani all’inizio del IV secolo a.C. si espansero verso sud-ovest, nell’attuale Calabria, dove vennero in conflitto con i Greci della Magna Grecia, in particolare con Siracusa che riuscì a dividere i Lucani e a sbarrare loro il passo. L’espansionismo del popolo italico si volse allora verso est, dove si scontrò con Taranto. Poco sappiamo dei rapporti dei Lucani con le popolazioni preesistenti dell’interno chiamate dai Greci Enotri (Itali, Morgeti, Siculi). Al contrario sappiamo che le relazioni con le colonie greche furono decisamente conflittuali. Conquistata alla fine del V secolo a.C. Poseidonia, che i Lucani chiamarono “Paistom” (la Paestum dei Romani), ben presto caddero sotto il loro potere tutte le città della costa tirrenica fino a Laos, con la sola eccezione di Velia. Nel 389 a.C., i Lucani, alleati di Dionisio il Vecchio tiranno di Siracusa che cercava di imporre il suo predominio sulle città della Magna Grecia, mossero guerra contro le polis nemiche di Siracusa. Questo scatenò la reazione di Thurii, potente città sorta sulle ceneri di Sibari, che, senza attendere l’aiuto di altre città della Lega sorta proprio per difendersi dai Lucani, cercò di riconquistare la sua antica colonia, Laos, subendo una disastrosa sconfitta ed evitando lo sterminio dei prigionieri solo grazie all’intervento del siracusano Leptine. I Lucani estesero in tal modo il loro predominio su tutta l’attuale Calabria interna a nord dell’istmo. Questa situazione non era tuttavia destinata a perdurare. Per prima cosa mutò l’atteggiamento di Siracusa che, da alleata dei Lucani, divenne loro ostile; inoltre scoppiò una violenta rivolta servile che provocò una lunga guerra civile che avrebbe indebolito notevolmente la potenza lucana. Secondo Strabone la rivolta provocata da Dione di Siracusa, fu causata dall’avere i Lucani armato i loro servi dediti alla pastorizia per sostenere le numerose guerre. La rivolta di quelli che i Lucani chiamarono Bretti (“ribelli” in osco, corrispondenti ai Bruzi) provocò l’etnogenesi di un nuovo popolo, che si consolidò intorno a Cosentia e sui monti della Sila, privando i Lucani del territorio a sud della linea Laos-Thurii. Interrotta ogni possibilità di espansione verso sud dalla nascita dei Bretti (i Bruzi dei Romani), i Lucani diressero le loro attenzioni verso lo Ionio, entrando in collisione con la principale potenza dell’area: Taranto. I Tarantini per reggere l’urto dei Lucani sul loro territorio e mantenere la posizione di predominio nello Ionio settentrionale dovettero ricorrere all’aiuto della madrepatria, Sparta. Il primo a soccorrere Taranto fu Archidamo III, re di Sparta che, nel 338 a.C., avrebbe trovato la morte sotto le mura di Manduria, combattendo i Messapi. Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana” (che il Cesarino riteneva essere la massima autorità nel campo), a p. 95 parlando di Alessandro il Molosso e delle guerre dei Tarantini contro i Lucani, in proposito scriveva che: “Dopo la vittoria di Pesto Alessandro sarebbe ritornato sul Jonio seguendo questo itinerario. Dapprima avrebbe rasentato il litorale tirrenico passando per le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani; da Lao sarebbe risalito alle sorgenti del Laino (p. 30); etc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che “le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani”, ovvero, dopo la caduta di Sibari, è molto probabile che i piccoli centri costieri sul Tirreno, come le piccole città di Pixunte, Lao e Scidro fossero state assoggettate ai Crotoniati ed in seguito cadute sotto l’egemonia dei Lucani. Padre Agatangelo Romaniello (….), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a p. 13 e sgg., in proposito scriveva che: “…..b) Risulta certo un secondo insediamento (di Micìtei e Lucani) con un periodo di notevole prosperità, specialmente durante il IV sec. a.C. c) Si congettura come datazione terminale di questo insediamento lucano, il II o il I sec. a.C..d) Le notizie più abbondanti e certe, riguardanti l’insediamento lucano, emergono specialmente dall’esame delle aree di necropoli, dai vari tipi di sepoltura e dai corredi tombali. e) Risulta che il pianoro immediato alla Porta Centrale fu abitato da un insediamento più evoluto ed organizzato, preoccupato principalmente della difesa dell’area con abitazioni rurali ad ampio lastricato del IV/III sec. a.C. f) Invece nel territorio più periferico sorgevano probabii fattorie con piccole aree di necropoli ed aree di approvvigionamenti: c’era, quindi, un paesaggio agrario con attività agricola mista all’allevamento, come in altre analoge aree lucane. g) Risulta pure la rilevante capacità dei Lucani nel sapere utilizzare con lo sviluppo di un allevamento razionale e di una agricoltura diversificata e organizzata per mercati regionali. h) In assenza di notizie più precise concernenti la situazione di Pixus e Palinuro nel V e IV sec. a.C., i dati emergenti da questi scavi sono molto utili per il quadro storico generale di tutta l’area interna del golfo di Policastro dal V sec. a.C alla romanizzazione. Infine, si può congetturare che il comprensorio alle spalle dei Capitenali doveva essere un punto di confluenza di stra-tratturi colleganti la zona con le regioni periferiche (vallo di Diano, valle del Mingardo, valle del Bussento e rispettiva zona marina). Ed era, almeno negli obiettivi prefissi dei Micìtei e dei Lucani che costituivano, una fortezza (alle spalle di Pixus ?), un φρουριον simile a quello di Moio della Civitella che è il classico fortino dei lucani nel sec. IV a.C. (11).”. Il Romaniello, a p. 14, nella nota (11) postillava: “(11) Cfr. Peduto, Natella, o.c., pp. 486 ss.; E. Greco, il φρουροιν di Moio della Civitella, in “Rivista di Studi Salernitani”, n. 3 (1969), pp. 389-396. “La distanza che separa Velia da Moio (Km. 34) è maggiore di quella tra Policastro e Rocchetta di Roccagloriosa (Km. 15 circa), ove sulla dorsale del monte Capitinali, nel luogo che si chiama città di Leo, sono i resti della predetta fortificazione. Intesa, per il passato, sede effettiva di pixus, si è dimostrata in realtà un pianoro degradante calcareo, in cui gli elementi topografici per sommi capi identificabili, rivelano ciò che un dì era un recinto latamente rettangolare, che nella sua massima estensione doveva arrivare a circa un Km., con resti di murazione isodomica” (Ivi).”. Padre Agatangelo Romaniello (….), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a pp. 17-18 e sgg., in proposito scriveva che: “…..però la colonia micìtea dovette arrendersi ed allontanarsi per impossibilità di sviluppo dell’insediamento, a causa della povertà del suolo e principalmente per il mutato clima politico minacciato seriamente dai lucani che proprio allora si espandevano per la Campania e la Calabria (15)…..Dopo la colonizzazione greca vennero i Lucani, tribù provenienti dall’Appennino centrale, in prevalenza pastori di pecore, capre, buoi e maiali, molto rigidi ed austeri nei costumi e nell’educazione; non avevano una lingua propria, ma mescolavano l’osco alla lingua greca già esistente. Si sovrapposero ai popoli indigeni e si diffusero nell’Italia meridionale lungo gli itinerari comuni, al controllo delle valli scavate dai corsi d’acqua….etc…Nel IV sec. a.C., i loro insediamenti apparivano difesi da strutture murarie poderose, spesso in tecnica isodomica di matrice greca (17). Etc…Arrivarono anche nella zona mingardo-bussentina, e scelsero come sede la postaione strategica fra le valli (18), sul falsopiano protetto naturalmente a oriente e mezzogiorno dal monte Capitinali e collegato con gli insediamenti costieri. Difatti, a termine del falsopiano, partiva una via a gradini (“La Scala”) di pietra lavorata che saliva fino al punto più sormontabile del colle, donde scendeva poi verso la zona sottostante, e portava facilmente alla costa marina (19). Questo nuovo popolo incrementò l’attività agricola (nel terreno ricco di acqua), la pastorizia ed iniziò il commercio. Strinse amicizia con la vicina pixus, con Scidro (Sapri), Palinuro, Molpa, Leucosia, Posidonia, Salerno, e perfino Napoli e Roma. In modo particolare era interessato alla città di Pixus, molto omoda per il commercio di importazione e di esportazione. Intanto la postazione strategica scelta dai Lucani era valido osservatorio contro le scorrerie della costa, fortino di difesa, sicuro centro-deposito dei prodotti commerciali specialmente del vallo di Diano in attesa di richiesta e delle partenze – via mare – per le destinazioni vicine e lontane. In loco dovevano esservi ‘tesorieri’ ai quali era consentito di rilasciare somme di denaro ai corrieri muniti unicamente di fio. La postazione era a guardia di Pixus e delle carovaniere che vi giungevano e ne partivano: aveva a sud-est i Capitinali che si vedevano salendo da Pixus, ma dal mare nulla si poteva scorgere dell’insediamento nascosto. Sul massiccio era fissato probabilmente un posto di segnalazione da cui si poteva annunciare sia a Pixus che agli altri insediamenti costieri ogni movimento dell’interno. Il IV secolo segnò il massimo splendore dei Lucani alleati con Pixus !“. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (15) postillava: “(15) C. Carucci, La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, p. 40….”. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (16) postillava che: “(16) C. Carucci, op. cit., ivi”. Il Romaniello, a p. 17, nella nota (17) postillava: “(17) Modo di disporre i blocchi parallelepipedi uguali, in filari regolari, in modo che i giunti verticali risultino alternati. Tale specie di muratura fu usata dalla Grecia classica e poi fu portata anche nella Magnogrecia.”. Il Romaniello, a p. 17, nella nota (18) postillava: “(18) Molto probabilmente i Micitei, durante il breve periodo di tempo trascorso a Pixus, avevano pensato di assicurare le spalle della colonia con quella solida città fortificata.”. Il Romaniello, a p. 18, nella nota (19) postillava: “(19) Questa via, costruita dagli italioti e poi resa più comoda dai Micìtei, era diretta al golfo di Policastro. Nei secoli dopo Cristo continuò ad essere trafficata come unico sentiero di uscita dall’entroterra al golfo di Policastro, e sulle carte geografiche più antiche veniva indicata “strada delle università di Rocca e Policastro”. Oggi è inghiottita dalla macchia ed è scomparsa nell’oblio.”. Agatangelo Romaniello (….), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a pp. 18-19 e sgg., in proposito scriveva che: “Abbiamo già ipotizzato il nome dell’insediamento distrutto dai Crotoniati (di cui parla la ‘prima piccola storia’): “Fieste”. Invece il primo insediamento italico-enotro alle pendici dei Capitenali, che raccolse i superstiti di Fieste, riteniamo che avesse potuto avere il nome di Fistelia (nuova Fieste o piccola Fieste o gente di Fieste). Oggi il popolo chiama quella zoan “Ostritani” o “Li Stritani”, e la via che porta in quei terreni è chiamata “Fistelle” e “Finestelle”: parole derivate e distorte dal parlare dialettale e dal tempo. Né va sottaciuta la tradizione attestante che nel passato in quella zona furono trovate delle monete antiche riportanti brevi scritte osche con la immagine del bue a volto umano, del delfino con la spiga d’orzo, e della donna con i capelli sparsi. Su qualcuna di tali monete si leggeva in lettere greche la parola “Fistelia”, e su qualche altra le lettere iniziali della stessa parola “Fist” o “Ist”. Riteniamo pure che anche il secondo insediamento, quello lucano, secondo l’ipotesi precedente, conservasse la stessa denominazione di Fistelìa. L’espressione Città di Leo ci sembra piuttosto recente, e trova il suo fondamento nel fatto che quella zona – a metà strada fra Rocchetta e Castelruggero – è denominata “Pantano di Leo” (Leo doveva essere forse un capo-tribù del primo insediamento). Infine, siccome la tradizione riporta per l’insediamento lucano anche le denominazioni di “Oppidum Lucanum” e”Orbitania”, riteniamo che esse siano invalse quando Roma diede la cittadinanza romana ai Lucani ed i centri abitati di questi divennero “praefecturae” ove i funzionari romani esercitavano i poteri giurisdizionali al posto dei magistrati enotri e lucani.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. VI “Caduta di Posidonia, Lao e Pixunte”, a pp. 404 e sgg., in proposito scriveva che: “Senonchè i Lucani, che nella parte superiore della regione precorrevano i Sanniti, i quali alla loro volta erano penetrati in Campania, sviluppavano una forte pressione sulle coste discendenti giù dalla foce del Sele, minacciando Posidonia, Velia, Pixunte e Lao. Nulla sappiamo delle vicende di una lotta che dovette esser lunga ed assai aspra, stante la vigoria della grande città del Sele, all’infuori della notizia che ci porge lo storico antico, secondo cui i Lucani superato in guerra i Posidoniati ed i loro alleati, ne occuparono le città (1): dalle quali si ricava che avevano fatto causa comune con Posidonia le città che poi furono sottomesse, e cioè Lao e Pixunte. Ed era naturale che specialmente Posidonia e Lao sostenessero scambievolmente le loro sorti, a prescindere dalla memoria del comune passato, per il fatto che Lao rappresentasse la vera porta d’entrata della via che conduceva a Turio, su cui puntava l’irruzione lucana. Forse intervennero in aiuto dei Posidoniati i Sibariti del Traente, memori delle vecchie prove d’amicizia avute dai confratelli del Tirreno, essendo da supporre, come già notammo, che i superstiti Sibariti dopo la catastrofe della loro patria (a. 510) avessero trovato asilo non solo a Lao e a Scidro, giusto ricordava la tradizione erodotea, ma anche a Posidonia e che questa appresso avesse sorretto il tentativo degli stessi Sibariti di ricostruire la città (1). Non v’è, d’altro lato, da dubitare che oltre a Pixunte, anche la ionica Velia, pur non avendo comunanza d’origine con la grande città achea, si schierasse dalla sua parte, in modo da venirsi a formare un fronte unico contro gli invasori, lungo la costa che dal golfo di Salerno va a quello di Policastro. Quando sia avvenuta la decisiva vittoria dei Lucani su Posidonia, non è detto. E non può avere valore risolutivo la circostanza, che nel Periplo di Scillace la città fa già parte della Lucania (2), dal momento che lo stesso Periplo appartiene nel suo insieme alla metà del IV secolo, per quanto in qualche punto risalga anche ad Ecateo e, senza dubbio, contenga un nucleo che si può collocare nella metà del sec. V (3). Solo, dovendosi ammettere che Posidonia venisse occupata ancora prima di Lao, che già avanti l’a. 390 era nelle mani dei Lucani, dalle quali proprio allora cercò strapparla l’esercito di Turio (4), è lecito ritenere che tanto l’una quanto l’altra nella lotta fossero soggiaciute intorno al 400, e verosimilmente anche prima…..(p. 406) Cadeva Posidonia……All’occupazione della grande città del Sele tenne tosto dietro quella delle minori, Pixunte e Lao, a non tener conto di Scidro, forse semplice scalo commerciale, il cui nome già da tempo sembra fosse scomparso dalle memorie storiche; ma non fu occupata Velia.”. Sempre il Ciaceri, a p. 421, in proposito scriveva che: “Sembra che proprio in questi anni si facesse sentire di più la pressione delle popolazioni lucane sulle città della Magna Grecia. Ed è da ritenere che appunto in questo tempo, e cioè dopo che s’era assistito alla caduta di Posidonia, Lao e Pixunte nelle mani dei Lucani, si rafforzasse la nuova cosiddetta Lega achea e che ampliandosi essa prendesse il nome di Italiota.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 262 parlando di Posidonia, in proposito scriveva che: “Poi lo splendore della città (circa un secolo) cominciò a declinare soprattutto per l’occupazione lucana (420-410 a.C.) che durò fino al 273 a.C., quando Roma sottrasse Paestum a quella dominazione.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando di Pyxus, a pp. 68 e ssg., riferendosi al seguito della partenza di Micito da Reggio, in proposito scriveva che: “Pyxus, come dice Strabone, fu abbandonata da’ nuovi coloni di lì a poco; forse v’influì l’aere pestifero o le poche comodità del luogo. Noi però non dobbiamo dimenticare ch’essa per la sua posizione era la città più a contatto di quelli che furon i Lucani, che mal volentieri dovevano vedere occupato da’ Reggini un luogo che ad essi apparteneva…..Padroni di Laos rimangono colla cacciata de’ Reggini anche padroni di Pyxus, la quale, però, cominciò a decadere, pur rimanendo un punto strategico ed una stazione d’ancoraggio ne’ tempi posteriori.”.
LAURELLI a Caselle in Pittari
Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “Lucani e Romani nella Valle del Bussento. II Pagus di Laurelli”, a p. 31 e sgg., in proposito scriveva che: “L’importante abitato arcaico del San Michele dovette sopravvivere fin quando all’espansione indigena verso la costa del VII-VI sec. a.C. (17) fece seguito la ‘sannitizzazione’ (18) del V-VI sec. – La presenza dell’èthnos lucano infatti è ben documentata in contrada Laurelli (19), a sudovest dell’attuale abitato e a destra del ‘Vallone Grande’, sul versante meridionale del Centaurino. Qui sorse il secondo abitato della zona, certamente lucano, che potrebbe ricalcare però un precedente stanziamento greco (o indigeno)(20) dato che la contrada era attraversata dalla carovaniera che proprio in quel punto – lo si è detto – subiva una diramazione. Gli scavi di Laurelli, iniziati negli anni Ottanta e proseguiti negli anni Novanta, hanno meso in luce un’area di notevole interesse archeologico. Già negli anni Trenta l’insegnante Andrea Giudice aveva documentato materiali di superficie che avevano stupito i contadini della zona: frammenti di laterizi e di vasi fittili, qualche statuina di bronzo, anse di anfore, monete romane della fine della Repubblica e d’epoca imperiale, una vasca da bagno d’età romana scavata nella roccia d’una casetta rustica e via dicendo (21). Ad ogni modo solo gli scavi condotti da Warner Johannowsky nei primi anni Ottanta permettevano, in parte, di portare alla luce l’imponente necropoli d’un abitato lucano: tombe a camera in blocchi di tufo rettangolari, in generale ben conservate, tutte databili al VI-III sec. a.C., la più grande delle quali è profonda circa tre metri ed è preceduta da un lungo δρομοσ (dromos, corridoio d’accesso). Sepolcreto, dunque, non ancora l’abitato, che pure è venuto alla luce, almeno in parte, grazie all’intervento della Soprintendenza Archeologica di Salerno in questi primi anni novanta. Infatti, l’espianto d’un secolare uliveto della contrada (per questo, oltre che Laurelli, detta anche Lovito/Luvito < l’oliveto), pur causando danni notevoli, ha rimosso “elementi murali e materiali ceramici antichi” che, grazie a un primo saggio di scavi regolari, si sono rivelati come i primi indizi dell’abitato vero e proprio “a pianta rettangolare allungata”, “articolato in almeno tre ambienti di cui quello centrale verosimilmente destinato a cucina”(22). Dall’esame dei materiali rinvenùtivi (fra l’altro diciotto monete d’argento ed una di bronzo “tutte di zeca magno-greca”)(22) la struttura, in origine molto più ampia come lasciano intuire altri indizi delle fondazioni, è databile, come le tombe, al IV-IIII sec. a.C. e richiama quelle analoghe del non lontano abitato lucano del monte Capitenale (Roccagloriosa). Ad ogni modo altre strutture d’abitazione sono risultate di “diversa tipologia costruttiva” (22) (ad esempio il lato di un ambiente è costruito a scacchiera), tanto da richiamare tecniche invalse nella chrora (teritorio) di Velia (22). La presenza lucana, sufficientemente documentata in tutta l’area (da Sontia (23) a Laurelli, da Roccagloriosa (24) a Torraca (25)), mostra come nella zona Mingardo/bussentina tutti i centri indigeni e greci nel V-IV sec. a.C. fossero stati ormai sottomessi o ripopolati (26). In particolare nell’Enotria (27) meridionale suscitra interesse l’abitato sorto sul monte Capitenale (Roccagloriosa), messo in luce dagli scavi eseguiti φρουρτον (frurion, piazzaforte) bensì vera e propria comunità agricola e pastorale con “una fitta rete di fattorie e annesse aree di necropoli”(28). L’importante insediamento, il più grande finora venuto alla luce nella zona mingardo/bussentina, fa pensare ad una sua probabile supremazia (longa manus) su quello non lontano di ‘laurelli (29), che quindi dovette essere semplicemente un suo pagus (borgo). Con la romanizzazione, iniziata sul finire del III sec. a.C., il villaggio di Laurelli non dovette scomparire. Le tombe romane (30) venute alla luce nei primi anni Novanta lasciano intuire infatti che l’abitato fu semplicemente ripopolato. L’ipotesi appare tanto più verosimile quando si pensi che l’antico tratturo, che da Πυξουσ (Pyxus)/Buxentum saliva per Laurelli verso il valico di Sontia, nella seconda metà del II sec. a.C. dovette mutarsi in un ‘ràmulus’ (braccio) dell’Annia per facilitare e alimentare mercati fiorenti tra fascia costiera e zone interne. Buxentum (31) infatti fu colonia romana già nel 197 a.C. (32) e in età augustea si dotò di un macellum (33) (mercato delle carni) per accogliere le carni del copioso bestiame del Vallo (in particolare suine e bovine) e la selvaggina del Cervaro e del Centaurino. E se dal Vallo affluivano le carni, da Buxentum salivano verso l’interno il pesce e il vino (34), le idee e i sentimenti religiosi (35). Il pagus (borgo) di Laurelli dovette costituire un nodo d’una certa rilevanza nel sistema viario fra costa e interno. Ritrovamenti fortuti (36) avvenuti in contrada Càravo (molti cocci di tegole per la copertura delle case e delle tombe e vari ‘pesi’ in forma di piramide tronca per i telai), ad est di Caselle, evidenziano d’altra parte come la presenza romana (testimoniata anche da un probabile statio – lungo la sosta – in località Taverna, a nordest dell’attuale abitato) fosse sufficientemente distribuita sul territorio casellese.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (17) postillava che: “(17) E. Greco, Problemi topografici etc., cit., p. 134”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (18) postillava che: “(18) M. Gualtieri, Roccagloriosa – Un antico centro lucano sul Golfo di Policastro, Siracusa, Ediprint, 1990, p. 22. Dire Sanniti è dire Lucani, ché quest’ultimi “si ritenevano coloni sanniti” (G. De Sanctis, Storia dei Romani, Firenze, La Nuova Italia, 1980, I, p. 107).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (19) postillava che: “(19) La contrada è facilmente raggiungibile in automobile. Chi percorra la superstrada Bussentina può utilizzare l’uscita per Caselle e scender poi nel vallone sottostante”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (20) postillava che: “(20) F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 185. Il funzionario di zona della Soprintendenza Archeologica di Salerno, dottoressa Antonella Fiammenghi, così conclude una sua Relazione scientifica sugli scavi: “Gli indizi di fasi precedenti (scil.: a quella lucana), documentate da una serie di blocchi reimpiegati nelle strutture, che presentano evidenti segni di anatyrossis, comincia comunque a delinearsi meglio in seguito ad un saggio stratigrafico che ha messo in luce un tratto di muro diversamente orientato (scil.: rispetto a quelli d’età lucana), su cui si impostano i muri superiori”. (Copia della Relazione, gentilmente inviatami dalla Dottoressa Fiammenghi, è parte rilevante della documentazione raccolta dallo scrivente.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (21) postillava che: “(21) A. Giudice, Breve Monografia etc., cit., p. 14 seg.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (22) postillava che: “(22) A. Fiammenghi, Relazio scientifica sugli scavi di Laurelli, cit. passim; G. L. Mangieri, Velia: problemi di circolazione monetaria, in Rassegna Storica Salernitana”, 2 (1993), p. 13 seg.: “….un inedito tesoretto rinvenuto il 21 settembre a Caselle in Pittari, in località Laurelli, …dove esisteva un centro indigeno. Ivi sono stati rinvenuti 19 esemplari di cui 17 leggibili; si tratta di 12 monete in AR(GENTO)) di Taranto, 1 AR di Kotron, 3 AR di Eraclea, ed un bronzo velino. Il materiale doveva essere conservato in uno skyphos rinvenuto frantumato nei pressi e con tracce di bruciature presenti anche sulle monete. Queste si datano fra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C. Anzi le datazioni delle monete più recenti di Taranto, Eraclea e Croton sono coincidenti ed indicano nell’anno 270 a.C. il termine ultimo dell’interramento. Si desume che un incendio possa essere stata la causa della distruzione, con conseguente abbandono, del sito”.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (23) postillava che: “(23) F. Fusco, Quando la storia etc…, cit. p. 187 seg.”. Il Fusco, a p. 81, nella nota (24) postillava che: “(24) Cfr. in particolar modo il saggio citato alla nota 18.”. Il Fusco, a p. 81, nella nota (24) postillava che: “(24) W. Johannowsky, Risultati e problemi della ricerca archeologica nel Salernitano, in “Rassegna Storica Salernitana”, I (1984), p. 59.”.
Nel V-IV sec. a.C., l’insediamento “Lucano” al Timpone di Sapri
Riguardo gli antichi insediamenti d’epoche passate presenti nell’area Saprese, andrebbe ulteriormente e meglio indagata la notizia citata dallo studioso Domenico Di Lascio (…), nel suo ‘Dal Sele al Lao – le vie Romane del Lagonegrese’, dove a p. 121, parlando di Sapri, citava una notizia tratta dalla studiosa Paola Bottini (…), in ‘Archeologia, Arte e Storia alle sorgenti del Lao’, ed in proposito scriveva che: “In località “Timpone” è venuto alla luce un sito antropico risalente al VII-VI secolo a. C. simile a quello trovato in prossimità della foce del Bussento nei pressi di Policastro Bussentino (CAS95).”. Il Di Lascio (…), a p. 62, spiegava il significato di GAS, scrivendo che: “I dati emersi della ricerca Archeologica vengono analizzati e tratti dalle seguenti opere: CAS – (Castelluccio), P. Bottini, Archeologia Arte e Storia alle sorgenti del Lao.”. In effetti, il testo della Bottini si trova nel Catalogo della mostra a Castelluccio (PZ) che fu curato da Paola Bottini e la prefazione di Dinu Adamesteanu. Paola Bottini ed altri autori, hanno parlato approfonditamente degli insediamenti e dei recenti ritrovamenti archeologici negli Atti del Convegno che si tenne a Taranto nel 1990 e pubblicati in AA.VV. (…), ‘A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988′, a cui rinvio per gli opportuni approfondimenti. Nel testo citato, a p. 17, la studiosa Giovanna Greco, in proposito scriveva che: “Un recente recupero a Sapri, alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase tardo arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro (16) subcolonia sibarita dove, secondo Erodoto, si rifugiarono i Sibariti dopo la distruzione della propria città (Her. VI, 21).”. Nello stesso testo, da p. 34 e sgg., nella ricognizione dei ritrovamenti nel territorio saprese, le studiose Fiammenghi e Maffettone (…), non citano nulla di quanto affermato dal Di Lascio (…), sulla scorta della Bottini (…), ma citano alcuni significativi ritrovamenti fatti in località ‘Canale’ e ‘Giammarone’. In particolare io credo che la Bottini (…), si riferisca all’insediamento “stagionale” ritrovato in località “Carnale”, a cui rimando per gli opportuni approfondimenti. In particolare la Bottini (…), in questo testo, pubblicò “La ricerca Archeologica nell’area del Lagonegrese”, dove però la Bottini, connette i ritrovamenti in località “Colla”, nel territorio di Rivello, con i porti Velini ecc….Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città colonia di Scidro e Pixunte (38).“. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava: “(37) Johannowsky, 1983a”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (38) postillava: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18.”. Si tratta del testo di “(38) GRECO G. 1990b = G. GRECO, Dall’Alento al Mingardo, in A SUD DI VELIA 1990″.
Nel ‘356 a.C., i Bretti o Bruzzi conquistarono Terina e Skidros
Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 4, in proposito scriveva che: “La colonia di Micito non durò a lungo: nel V e IV secolo si moltiplicarono le invasioni barbariche che minacciarono seriamente la civiltà greca. Alcune tribù appenniniche (Sanniti, Irpini, Japigi, Lucani, Messapi, Frentani ecc.) migrarono a più riprese a sud e si estesero fino alla Puglia e alla Calabria. In Calabria i Bruzii insorsero contro i Lucani dominatori, e, con l’aiuto di Alessandro d’Epiro, li sconfissero nella grande battaglia di Paestum nel 330 a.C. Di certo in questo anno i fuggitivi di Paestum ripararono a Pixunte. Da questo momento i lucani si ritirarono definitivamente nella regione situata tra i quattro fiumi principali (Sele, Lao, Crati e Bradano), cioè la Lucania.”. Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 598, in proposito scriveva che: “Non siamo esattamente informati circa l’anno preciso in cui i Bretti, staccatisi dai Lucani, vennero a riaffermare la loro confederazione etnica, se ne parla una volta solo incidentalmente per il tempo di Dionisio il Vecchio, mentre anche per gli anni precedenti al principio di lui è fatta più esplicita menzione dell’attività dei Lucani. I Bretti sono ricordati nel 356 ossia per il tempo in cui Dione, partito dal Peloponneso, mosse guerra a Dionisio ed eccitò contro i Lucani. Sarebbe interessante stabilire i relativi rapporti fra i Lucani e Bretti negli anni successivi, ma i dati superstiti non ci permettono spingere oltre lo sguardo. L’anarchia in cui si trovarono quasi tutte le città della Sicilia e d’Italia dette occasione anche ai Bretti di affermarsi e non è improbabile che alla loro azione per gli anni precedenti si accenni da Platone allorchè parla dei gravi danni che alle città Italiote venne dall’opera dei servi. Verso il 356, se stiamo a Diodoro, i Bretti s’impadronirono di Terina, di Hipponio e di altre località e d’allora in poi diventarono elemento politico che ebbe parte notevole nelle vicissitudini che s’intrecciano con i regni di Agatocle e di Pirro.”. Da Wikipedia leggiamo che i Bruzi (in latino: Brettii o Bruttii) erano un antico popolo di stirpe italica che abitò la Calabria che, in epoche successive, fu la parte meridionale della Regio III augustea Lucania et Bruttii. Il nome della civiltà deriva dalla guerriera Brettia che secondo molti storici contemporanei è la prima donna guerriera occidentale che ha guidato 500 giovani guerrieri ribelli contro i Greci (da qui “Bretti” o Bruzi). Nel frattempo, da popolo ormai libero, le tribù dei Bruzi si coalizzarono in una lega, ed eressero a loro capitale una città, non è dato di sapere se fondata ex novo o preesistente, e che chiamarono Consentia (l’attuale Cosenza), nome che suggellava proprio il “consenso” delle varie tribù. Finita la fase nomade di questo popolo, in meno di un secolo, i Bretti si costituirono in numerosi piccoli villaggi distanti pochi chilometri l’uno dall’altro, intervallati da roccaforti chiamate oppida, nuclei urbani fortificati, nelle quali si riunivano le classi sociali più elevate (guerrieri, magistrati e, si pensa, sacerdoti) per prendere decisioni per la gestione e la difesa dei villaggi limitrofi. Venne battuta moneta, e il tessuto sociale iniziò a prendere forma con il consolidamento delle classi sociali. La più importante era quella dei guerrieri. Iniziarono le mire espansionistiche, e i Bruzi riuscirono ad ottenere importanti successi sia a sud che a nord del loro territorio fino ad impattare ad oriente e ad occidente con le polis della Magna Grecia. Oltre ad un sistema di monetazione proprio, i Bruzzi di lingua osca, ma definiti dagli antichi popolo bilingue per la familiarità che avevano anche col greco appreso negli assidui contatti col mondo italiota, avevano anche adottato formalmente una scrittura basata appunto sull’alfabeto dorico di tipo acheo. Oltre Consentia, le principali città erano (in latino, lingua che ricalcava i nomi originali[senza fonte]): Pandosia (città di cui ancora oggi si cercano le tracce e che forse doveva sorgere fra gli attuali comuni di Castrolibero, Mendicino, Marano Principato e Marano Marchesato sul Crati o presso l’attuale Acri sul Mucone), Aufugum (l’attuale Montalto Uffugo), Argentanum, Clampetia, Bergae, Besidiae l’attuale Bisignano ed Ocriculum. La cosiddetta confederazione dei Bruzi. Per la fase che precede l’occupazione romana della regione nell’età ellenistica la ricerca archeologica ha permesso di individuare una sessantina di centri indigeni nella Calabria, di cui quindici risultano fortificati. Tra la metà del IV e la metà del III secolo a.C., i Bruzi attaccarono e conquistarono diverse città magno-greche, (tra cui, sul versante tirreno Themesa e Terina, Hipponion (l’attuale Vibo Valentia), e su quello ionico addirittura la mitica Sybaris. Le polis magno-greche riuscirono a respingerli solo per un breve periodo dopo l’alleanza con Dionisio. I Greci d’Italia quindi tentarono di resistere per l’ultima volta, invocando l’aiuto di Alessandro il Molosso, re d’Epiro e zio di Alessandro Magno, ma anch’esso venne sconfitto dai Bruzi perdendo la vita proprio alle porte di Pandosia (331 a.C.). Al principio del III secolo a.C. il lungo assedio dei Brettii a danno delle superstiti città libere di Crotone, Locri e Reggio, comportò che le città magno-greche dovettero pagare ai Brettii pesanti tributi per assicurarsi un territorio da coltivare in sicurezza, almeno per garantire l’alimentazione alla popolazione. In questa fase vennero a svilupparsi gli insediamenti collinari della Brettia ionica, tra Thurii e Crotone, secondo il modello vicano-paganico, ossia di un territorio (pagus) fittamente disseminato da fattorie rurali, la cui base economica era incentrata sullo sfruttamento delle risorse agro-silvo-pastorali e che utilizzava dei villaggi (vicus) come centro servizi per il mercato, le funzioni religiose e le assemblee. Alcuni dei vici erano fortificati con cinta muraria per accogliere gli abitanti in caso di emergenza, e fra questi la ricerca archeologica del XIX sec. ha consentito di identificare i vici di Castiglione di Paludi, Cerasello e Muraglie a Pietrapaola, Pruija a Terravecchia, il tempio di Apollo Aleo a Cirò, che venne rivitalizzato ed ampliato, Petelia (Strongoli) la metropolis dei Lucani ricordata da Strabone (VI, 1, 3 C254). Ecco, non conosciamo e forse dovrebbe essere ulteriormente indagato quel periodo per capire se nei risvolti di quelle guerre abbia avuto un ruolo la piccola città magno-greca di Skidros. Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 598, in proposito scriveva che: “Della potenza raggiunta dai Bretti dette prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re di Epiro, zio di Alessandro il Grande.”. Il Pais, a p. 598, vol. II scriveva pure che: “Nel IV secolo i Bretti esercitarono parte preponderante sulla storia della Magna Grecia, ove politicamente per qualche tempo, ereditarono in parte quell’influenza che il passato vi avevano esercitato le colonie Greche. In codesta età, per quel che sembra, va fissata la notizia che i Bretti distrussero la terza Sibari che sulle sponde del Traeis (Trionto) era stata fondata dai vecchi Sibariti, perseguitata dai Thurini.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, ed. 1925, vol. II, nel capitolo VI: “Le imprese di Alessandro il Molosso”, a pp. 272-273, in proposito scriveva che: “Della potenza raggiunta dai Bretti aveva dato prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re di Epiro, zio di Alessandro il Grande……. Poniamo ora in rilievo che le popolazioni Sannitiche, alle quali fra poco dovevano succedere i Romani,……Ben presto però Alessandro si accorse che la lotta coi Bretti era assai ardua. Era difficile penetrare nell’interne vallate dell’aspra regione montagnosa occupata da quelle genti forti e selvagge;…Etc…”. Ettore Pais, nel suo “Storia critica di Roma”, vol. IV, a p. 326, in proposito scriveva che: “Trasportato per mare un esercito sulle coste del Tirreno e sbarcatolo a Posidonia a sud del Silaro (a Paestum dei Lucani), s’incamminò per quella valle del Tanagro che attraversando la Lucania conduce alla regione dei Bruzi (3). La popolazione indigena dei Bruzi, che nella seconda metà del secolo V, era stata per un poco assoggettata dai Lucani, da qualche decennio si era emancipata. Strettasi in potente federazione, che aveva per sede Pandosia nella valle interna del Crathis, antica reggia delle popolazioni Enotriche, si era accinta a conquistare le sottoposte città Elleniche. Terina per la prima era venuta in loro potere nel 356, e nel coso della loro conquista s’insignorirono di Eiponion già colonia di Locri (Vibo) e poi di Thurii.”. Il Pais, a p. 326, nella nota (3) postillava: “(3) Liv. VIII 17, 9; cfr. con Lyc. Rheg. apud Step. Byz., s.v. Σκιδρος; cfr. le mie Ricer. Stor. geogr., p. 143.”. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso”, a pp. 143-144 e ssg., in proposito scriveva che: “Alessandro si collegò, come dicemmo, con l’achea Metaponto e con l’attica Turio, ambo nemiche di Taranto (1); e noi ci attenderemmo a questo punto menzione dei Crotoniati, dei Locresi, dei Reggini e delle altre città greche delle Calabrie, che a partire dal 356 circa a.C. erano cadute in mano dei bretti. La notizia della presa di Terina, dato che nel passo di Livio più volte discusso si accenni realmente a lei, mostrerebbe che Alessandro si impadronì di tale regione. E a questo medesimo risutato conducono nel fatto le monete di Hipponium, pur conquistatanel 356 dai Bretti. In tal monete appare il culto di Zeus Olimpio, che vengono dai numismatici attribuite al tempo di Alessandro (2). Dal complesso però delle scarse informazioni che noi abbiamo su questo periodo parrebbe doversi ricavare che le città del Bruzio erano turbate da continue lotte intestine determinate dall’elemento greco in opposizione a quello bruzio, che a partire appunto dal 356 a.C. le aveva conquistate (3).”. Il Pais, a p. 142, nella nota (1) postillava: “(1) Iustin., XII, 2, 12”. Il Pais, a p. 142, nella nota (2) postillava: “(2) Head, Hist. num., p. 82”. Il Pais, a p. 142, nella nota (3) postillava: “(3) Diod. XVI 15, 2.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, cap. I: “Bruzzi, Lucani e Messapi”, a p. 2 e sgg., in proposito scriveva che: “Il pericolo lucano si faceva sentire sempre più. E c’è narrato che avvantaggiandosi della ribellione del popolo siracusano, diretta da Dione, per cui Dionisio II era costretto a fuggire per la prima volta da Siracisa (a. 356), la gente dei Bretti o Bruzzi staccatasi dal popolo lucano veniva a formare una confederazione propria con capitale Cosenzia: celermente avrebbero essi conquistato non solo Pandosia e Temesa, ma anche Terina, Ipponio e Turio, sì da estendere poi, a nord, il loro dominio sulla linea che da Turio, nell’Ionio, giungeva a Cerilli (Cirella) nel Tirreno, poco giù dalla foce del Lao (2). Lasciando da parte la questione dell’origine e del significato del nome di Bretti, su cui favoleggiavano in vario modo gli antichi (1) e che sembra esistesse già molto prima del 356, se era noto ad Aristofane (2) (si da far ritenere che indigeno fosse il nucleo della loro popolazione, alla quale si sarebbero sovrapposti elementi lucani), indubitato è che presto essi giunsero sin presso Turio e non lungi da Lao.”. Il Ciaceri, a p. 2, nella nota (2) postillava: “(2) Diod. XV 15; Strab. VI 255 sqq.; cfr. Iustin. XXII 1”. Il Ciaceri, a p. 3, nella nota (1) postillava: “(1) Gli antichi s’occuparono più volte del significato del nome Βρεττιοι ‘Bruttii’. Forse in lingua osca sonava come ‘servi fuggitivi’ (Diod. l.c., Strab. l.c.), per cui si narrava che in origine essi erano stati servi dei Lucani e che dopo s’erano fatti indipenenti. Trattasi d’una leggenda etimologica, che ritorna sotto altra forma in seguito quando i servi che accompagnano i magistrati romani nelle province son detti bruttiani: sarebbero stati, questi, i Bruzzi, che fedeli fino all’ultimo ad Annibale dopo per punizione di Roma etc…”. Il Ciaceri, a p. 3, in proposito scriveva pure che: “E, invero, concepibile che in primo tempo, impadronitisi di città interne, quali Pandosia e Temesa (6), occupassero sulla costa anche Terina affacciandosi sul golfo di S. Eufemia, se già di circa mezzo secolo la conquista lucana di Posidonia, Pissunte e Lao aveva aperto alle invasioni la via costiera che da nord scendeva verso sud; etc…”. Il Ciaceri, a p. 5, in proposito scriveva pure che: “Il pericolo diventava tanto più grande in quanto i Bruzzi, i quali dalla tradizione letteraria sono rappresentati come ribelli al popolo dei Lucani, in realtà erano naturalmente portati ad agire in pieno accordo con essi, che non avevano di già indugiato a muovere in guerra contro Taranto (a. 346)(4). E con Bruzzi e Lucani ora cooperavano anche gli Iapigi Messapi ribellandosi all’egemonia di Taranto; onde i popoli invasori venivano a formare un fronte unico, che dal retroterra della penisola Salentina si estendeva sino al Bruzzio inferiore.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 278, nel cap. “Conclusioni – I culti e i miti delle singole colonie etc..”, parlando degli Enotri, in proposito scriveva che: “E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Dunque, il Giannelli scriveva e si chiedeva se i primi Italici o pre-italici “…non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, ….”, ovvero quell’antico popolo dei Bruzi che: “…parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani”, “…sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli riconosceva che i Bruzi, dopo essere stati sopraffatti dai Lucani, riuscirono con la loro forza a conquistare molte città magno-greche che ancora non erano state sopraffatte dai Lucani. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII Bericht uber die Ausgrabungen in Olympia. Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo – a noi finora ignoto – dei Serdaioi. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”. Il Giannelli, dunque postilla nella nota (1) del popolo ignoto dei Serdaioi, che secondo lui non può essere quello dei Bruzi. Infatti, il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava sul popolo ignoto dei “Serdaioi”: “(1) Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”.”. Dunque, il Giannelli postilla e conclude sul popolo dei Brezi e dei Serdaioi che: “(1) ….In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”. Dunque, il Giannelli ipotizzava e si chiedeva se le prime popolazioni Italiche che abitarono, non siano stati proporio i Bruzi che il Pais chiamava “Bretti”. Il Giannelli però, nella nota (1) di p. 282 cita il popolo dei “Serdaioi” del patto stipulato con Posidonia. Dunque, ai tempi della spedizione in Italia di Alessandro il Molosso, Skidros o Scidro doveva esistere già da tempo e molto probabilmente, come la città Italiota di Terina, fu assoggettata ai Bretti che l’avevano conquistata. Dunque, il Pais scriveva che la città Italiota di Skidros esisteva ai tempi della spedizione di Alessandro il Molosso e che egli la tolse ai “Bretti”, insieme alla città di Terina. Dunque, il Pais sosteneva che Scidro fosse una città dei Bretti o da loro assoggettata. Da Wikipedia sulla città di Terina leggiamo che La città di Terina fu fondata, probabilmente sul sito di un preesistente insediamento greco, nella prima metà del V secolo a.C. dai Crotoniati, dopo la vittoria di Crotone su Sibari del 510 a.C. Tra il V e il IV secolo a.C. Terina entrò a far parte della Lega Italiota con lo scopo di sottrarsi alla sempre più crescente pressione dei Lucani trovandosi costretta però ad entrare nell’area egemonica dei Siracusani per tutelarsi dalla sempre maggiore aggressività lucana. Dopo il 356 a.C. Terina venne conquistata dai Brettii. La conquista ad opera della popolazione italica però non sembra aver inciso sulla floridezza della città che, come testimoniato anche dalla sua monetazione, continuò anche sotto la dominazione bruzia. Questa fu interrotta qualche decennio dopo dalla liberazione ad opera di Alessandro il Molosso che, durante la sua campagna in Italia, liberò Terina ed altre città greche dal dominio delle popolazioni italiche. Alla morte del Molosso però (330 a.C.) la città cadde nuovamente sotto il dominio bruzio fino all’inizio del III secolo a.C. quando insieme alla madrepatria Crotone e alla vicina Ipponio fu conquistata del tiranno e re di Siracusa Agatocle. Morto Agatocle la città finì nuovamente sotto il dominio dei Bretii. Forse la stessa sorte subì la città italiota di Skidros. Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 601, in proposito scriveva che: “Proteggendo Thurii, Metaponto ed altre città Italiote, di cui non è esplicitamente fatto il nome, Alessandro il Molosso si ingaggiava a difenderle contro i Lucani ed i vicini Bretti. Erano costoro, come dicemmo, tra loro nemici, l’interesse comune li associava contro l’Epirota, il quale tolse loro alcune località che avevano occupato, Terina, Skidro e forse Hipponio.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. II, nel capitolo VI “Le imprese di Alessandro il Molosso”, a pp. 272-273, in proposito scriveva che: “Della potenza raggiunta dai Bretti aveva dato prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re di Epiro, zio di Alessandro il Grande……. Poniamo ora in rilievo che le popolazioni Sannitiche, alle quali fra poco dovevano succedere i Romani,……Ben presto però Alessandro si accorse che la lotta coi Bretti era assai ardua. Era difficile penetrare nell’interne vallate dell’aspra regione montagnosa occupata da quelle genti forti e selvagge;…Etc…”.
Nel 388 a. C., la città di Hipponion, poi Vibona fu distrutta dal tiranno di Siracusa, Dionisio I
Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 4 e ssg. nel cap. I: “Degli antichi Abitatori della Lucania etc…”, a p. 7 scriveva pure che: “Vissero i Lucani dopo stabilito il loro Regno tranquillamente fino al secondo Anno dell’Olimpiade centesima quinta, quando fu la loro felicità disturbata dalle armi di Dionigi Re di Cicilia, il quale simulando di dare aiuto alle Colonie Greche, e difenderle dalle incursioni de’ Lucani…fece guerra, come avvisò Strabone (c)…la pace co’ Lucani, alla fine partissi. Liberatisi i Lucani da tal guerra straniera fuori d’ogni aspertazione si videro turbato il sereno della loro felicità da una guerra intestina recatagli da Bifolchi, ed altra gente selvagia lor serva, lor che avvenne nel primo dell’Olimpiade centesima sesta, e negli anni di Roma CCCXCV. nel consolato di M. Pompilio Lenate, Cn. Canlio, come avvisa Carlo Sigonio (a). La di cui origine al dire di Lucio Florio, e di Giustino (b) fu di tal giusa: etc…”. Il Gatta, a p. 7, nella nota (c) postillava: “(c) Strabone lib. 6. re autem vera, ut communem Graecorum invicem concordiam dissolveret, et securius interiores suo redderet Imperio.”. Il Gatta, a p. 8, nella nota (a) postillava: “(a) Sigonio de antiquo Jure Italiae cap. 12. Primum in his Regionibus apparuisse homines agrestes, et fugitivos, atque propterea domestica ejus lingua Brutios appellatos.”. Il Gatta si riferiva al testo di Carlo Sigonio (….), Carolus Sigonii (….). Da Wikipedia leggiamo che Carlo Sigonio (Modena, 1520 circa – presso Modena, 28 agosto 1584) è stato uno storico italiano di espressione latina. Tra i primi studiosi a dedicarsi alla storia medievale, Sigonio è considerato «il vero scopritore del Medioevo, quello che lo aperse agli studi e ne accennò la strada.». Sigonio, nel 1560 pubblicò De antiquo jure Romanorum, Italiae, provinciarum, citato dal Gatta. Luigi Tancredi (…), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, p. 62 parlando della città scomparsa di “Vibona” in proposito scriveva che: “Nel 388 a. C. il tiranno di Siracusa, Dionisio il Vecchio, distrusse la città di Hipponion ed il nome scomparve (8). Pochi anni dopo, nel 379 i Cartaginesi ricostruirono la città ed appare il nome di Vibona, in greco Viponion (9). Per quasi due secoli la città esiste sotto questo nome finchè, nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10). Non è l’unica di questo nome. Ancora oggi esiste ‘Valencia’ in Spagna, ‘Valence’, in Francia ecc..Per distinguere questa Valentia dalle altre, si trascina insieme al nuovo nome anche quello vecchio, e quindi abbiamo “Vibo Valentia” a partire dal 194 a.C. (11). Durante il governo romano decade la città, come tutta la Magna Grecia, dall’antico splendore. Ecc…”. Il Tancredi nella sua nota (8) postillava che: “(8) Diodoro Siculo, op. cit., XIV, 107”. Il Tancredi nella sua nota (9) postillava che: “(9) Diodoro Siculo, op. cit., XVI, 15”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Il Tancredi nella sua nota (11) postillava che: “(11) Tito Livio, op. cit.”. Sempre il Tancredi (….), a p. 65, in proposito scriveva pure: “La forza distruttrice di Valentia è l’uomo Dionisio che distrugge Hipponion la quale rinasce ben differente dalla prima, come “Viponeia”, finchè, ridotta agli estremi, va vivificata dai Romani con l’invio di 400 coloni (18) e di nuovo Federico II deve ricostruire sulle tracce della scomparsa, o malridotta città, la nuova Monteleone.”. Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. V parlando dei “I Lucani”, a p. 128, in proposito scriveva che: “Ma col secolo V le incursioni disorganizzate cominciarono a trasformarsi nella ordinata minaccia di uno stato unitario, ed è in lotta con Turii che, presso Polieno (39), compare per la prima volta il nome dei Lucani; è contro di essi infatti che Turii chiama in aiuto Cleandrida. Si imponeva così la necessità di una lega. Questa che appare composta dapprima di Sibari sul Traente, Crotone, Caulonia, quindi anche di Elea e Metaponto, era tanto più necessaria nel momento in cui non solo i Lucani ma anche Dionisio il vecchio, tiranno di Siracusa, andava diventando minaccioso, secondo Diodoro (XIV, 90-91), col tentato assalto di Reggio nel 393. Ma non è detto quale di questi pericoli abbia dato la spinta decisiva. Sempre secondo Diodoro, l’anno 390, Dionisio, essendo stato duramente sconfitto e messo in fuga nel suo tentativo di assalire Reggio, strinse alleanza con i Lucani (c. 100). E quando gli alleati, imbaldanziti dalla vittoria su Dionisio, si preparono a venire in soccorso dei Turini contro i Lucani, Dionisio spedisce delle navi in aiuto di questi. Sicuri dell’aiuto, i Turini si danno alla caccia dei predoni Lucani, i quali lentamente si ritirano, sempre inseguiti. Facendo una ricca preda, attraversarono tutta la zona montuosa ed arrivarono presso Lao sulla riva tirrena. Ma qui si videro circondati dai Lucani che, in posizioni dominanti, avevano raccolto un esercito doppio (c. 101). La maggior parte dei Greci fu uccisa; molti dei superstiti si buttarono in acqua, dirigendosi verso le navi che essi credevano di Reggio ed erano invece quelle di Leptine, il fratello di Dionisio. Questi usò clemenza e si interpose perchè i Lucani s’accordassero di un modico prezzo di riscatto e facessero la pace. Etc…”. Stando alle fonti nel IV secolo Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa, dopo avere vinto la Confederazione italiota e conquistato e consegnato agli alleati Locresi le città di Crotone, Skylletion e Kaulonia, distrugge anche Hipponion nel 388, ne deporta gli abitanti in massa a Siracusa, e consegna così il suo territorio ai Locresi, diventati sostenitori e fedeli alleati nell’opera di conquista dell’intero territorio calabrese. La storia d’Hipponion fino al 389 a.C. è avvolta nel mistero: si sa con certezza che fu città greca, colonia di Locri, che fu sotto il dominio di Siracusa con Dionigi il Vecchio, sotto Alessandro d’Epiro, di Agatocle, dei Bretti, cui la sottrassero i Romani verso la fine della seconda guerra punica, istallandovi una Colonia, nel 192, col nome di Vibo Valentia. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso”, a pp. 143-144 e ssg., in proposito scriveva che: “Alessandro si impadronì di tale regione. E a questo medesimo risutato conducono nel fatto le monete di Hipponium, pur conquistata nel 356 dai Bretti. In tal monete appare il culto di Zeus Olimpio, che vengono dai numismatici attribuite al tempo di Alessandro (2).”. Il Pais, a p. 142, nella nota (2) postillava: “(2) Head, Hist. num., p. 82”.
Nel III sec. a.C., Stefano di Bisanzio cita Pyxus sulla scorta di Apollodoro
Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a pp. 9-10, cap. I, parlando del fiume Bussento, in proposito scriveva che: “Che dunque si è pensato della topografia del Bussento ?. Son diverse le sentenze. Il Bizantino nel suo Libro delle città credette un Bussento nell’Enotria ed un altro nella Sicilia fondato da Mianto (2). Carlo Stefano nel suo Dizionario – Storico – Geografico – Politico diè vita agli errori del Bizantino ed aggiunse di più essere il Bussento un paese nel seno di Posidonia, ed un paee nella Lucania ‘ad Laum Fluvium’ (3). Il Volaterrano nei ‘Commentari delle città’ lo stabilì fra Squillace e Metaponto etc…”. Il Gaetani (….), a p….., nella nota (2) postillava che: “(2) Πυξις πολις εν μεσογεια των Οινωτριων, το εθνιχον , Πυζιος. Πυξους πολις Σικελιας κτισμα Μιανθον”.

Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, parlando di Pyxus, in proposito che “Ritrovasi mentionata ancora questa Città nella Lucania da altri Antichi, e particolarmente da Velleio, Pomponio Mela, e Tolomeo. Stefano Bizantino disse sia Città di Sicilia Πυξους πολις Σικελιας (2), e ne fu notato da Casanbono (3) il quale pensò amendarlo riponendo ‘Πυξους πολις Ιταλιας’; poca ragione anzi nulla egli si ebbe havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto per le ragioni e autorità che altrove furono apportate.”. Il Gaetani scriveva che in Stefano di Bisanzio (….), o Stefano Bizantino, è scritto che la città di “Pyxus” è: “Πυξους πολις Σικελιας”, ovvero che “Pyxus è città della Sicilia”. Il Gaetani, a p. 17, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Stefano de Urbibus”. Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto del Mandelli chiamava Stefano Bizantino “Stefano de Urbibus”. Il Gaetani si riferisce al testo di Stefano di Bisanzio (….), e del suo “de Urbibus” (Sulle città). Il Gaetani, a p. 17, nella nota (3) postillava: “(3) Nella pp. lib. 1 c. 3.”. Il Gaetani, riferendosi a Policastro, scriveva: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’.“. Clara Bencivenga – Trillimich (40), nel suo “Pyxous – Buxentum”, a p……, sulla scorta del Gaetani (…..) a proposito di Bussento o “Buxentum” (ora Policastro Bussentino) scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (….), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (….).”. La Trillimich (….) ed il Gaetani (….) si riferivano all’opera di “(3) Stefano Bizantino, Lessico geografico, Etnikà, Amsterdam, 1678.” che è la stessa opera a cui si riferiva il La Greca parlando del “Lessico” di Stefano Bizantino. La studiosa Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo ‘Pyxous-Buxentum’, a p. 704, parlando di Bussento, scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501, i vescovi Rustico e per il 542 il vescovo Agnello (10).”. La Trillmich (…), nella sua nota (9), postillava che: “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.” e, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Gaetani Rocco, L’Antica Bussento, oggi Policastro Bussentino’, in Gli studi in Italia’, Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 376.”. La Trillmich (…), dunque sulla scorta del Gaetani (…), citava Stefano Bizantino (…): “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.”.
Nel III sec. a.C., Stefano di Bisanzio, sulla scorta di Apollodoro, cita il fiume Lao
Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 444-445 parlando del fiume Bato, poi detto Lao e di Talao, in proposito scriveva che: “Gli antichi lo chiamavano indifferentemente ‘Lao’, o ‘Talao’; …..Tolomeo chiamollo Lao, facendolo confine delle due regioni. ‘Stefano’ (I) per l’autorità di Apollodoro disselo anche Lao: ‘Laus Urbs Lucaniae authore Apollodoro de orbo terrae lib. 2. a Lao amne’. ….”. L’Antonini, a p. 444, nella nota (I) postillava che: “'(I) …..Apollodoro nel lib. I della Biblioteca anco dice: ‘Valerio Flacco, dello stesso ancor fece parola, siccome un poco più chiaro ‘Pindaro in Nemea’ così tradotto ‘& ab Argis Ductores nondum erant Talaii Filii, lue hac violenter oppressi’. Che se gli Argonauti per questi lidi passarono, siccome lungamente s’è dimostrato, e come Igino ragionando di Bute, nella favola 14 disse; non ha dell’inverisimile, che uno di essi avesse al fiume, ed al luogo suo nome dato. Da altra banda però sappiamo, che simile denominazioni sono mere imposture.”. Dunque, l’Antonini è il primo a dirci del viaggio degli Argonauti e di Giasone raccontato da Apollodoro nella sua opera “Biblioteca”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 125 e ssg., in proposito scriveva che: “Similmente la menzione che ne fa Stefano di Bizantino deve intendersi solo come un ricordo. Lao è detta esplicitamente città della Lucania da Strabone (VI, 252-3) e da Stefano Bizantino, che dipende da un passo di Apollodoro. Implicitamente doveva essere stata creduta tale da Antioco di Siracusa (fram. 6°; cfr. Strab. VI, 254), e da Plinio (l. c. ), che consideravano il fiume Lao come il confine settentrionale, il primo dell’Italia, il secondo del Bruzio, da questo lato.”. Da Wikipedia leggiamo che Apollodoro di Atene, figlio di Asclepiade (in greco antico: Ἀπολλόδωρος ὁ Ἀθηναῖος; 180 a.C. circa – Atene, 120-110 a.C.), è stato uno storico, grammatico e lessicografo greco antico. Le opere attribuite ad Apollodoro sono tutte perdute nella loro interezza, eccezion fatta per 356 frammenti, dai quali si evince che aveva composto lavori di erudizione storico-cronografica. Di argomento geo-etnografico era, poi, l’ampio trattato Sul Catalogo delle navi (Περὶ νεῶν καταλόγου), in 12 libri, una sorta di commento storico-geografico all’omonima sezione del II libro dell’Iliade concernente la flotta greca. Di quest’opera, che trattava nel dettaglio questioni relative a toponimi e città spesso scomparse, restano 58 frammenti, spesso tramandati da Strabone e Ateneo di Naucrati. In virtù dell’ampio lavoro sulle divinità, ad Apollodoro sarebbe stata erroneamente attribuita la cosiddetta Biblioteca (Βιβλιοθήκη), compilata forse nel II secolo, ordinata per genealogie.
Lico di Reggio (in Stefano di Bisanzio) cita Scidro, nella sua opera su Alessandro il Molosso
Lico di Reggio (Reggio, IV secolo a.C. – III secolo a.C.) è stato uno storico greco antico. Nemico di Demetrio Falereo, fu una delle fonti più importanti di Licofrone che, adottato da Lico, da lui attinse per la sua Alessandra. Lico di Reggio (Reggio, IV secolo a.C. – III secolo a.C.) è stato uno storico greco antico. Nemico di Demetrio Falereo, fu una delle fonti più importanti di Licofrone che, adottato da Lico, da lui attinse per la sua Alessandra. Lico di Reggio. – Storico greco (attivo tra la fine del IV e gli inizî del III sec. a. C.), autore di alcune opere, di cui possediamo frammenti, sulla Libia, sulla Sicilia, sulle imprese di Alessandro d’Epiro in Italia. Fu avversario di Demetrio Falereo, forse durante la sua permanenza in Egitto. L. fu tra le fonti principali di Timeo e di Licofrone. L’opera di Lico di Reggio è contenuta in opera più tarda scritta da Stefano Bizantino.

Il passo di Lico di Reggio (…) è contenuto in un testo di Stefano di Bisanzio o Stefano Bizantino. Stefano di Bisanzio, conosciuto anche come Stefano Bizantino (in greco antico: Στέφανος Βυζάντιος; VI secolo – …) è stato un geografo bizantino, autore di un importante dizionario geografico intitolato Etnica (Ἐθνικά) in 50 o 60 volumi. Stefano utilizza come fonti principali i geografi dell’antichità, quali Tolomeo, Strabone e Pausania, i grammatici e i commentari a Omero. La sua conoscenza della geografia è nondimeno approssimativa e le sue etimologie sono confuse. Il lavoro è di enorme valore per le informazioni di carattere geografico, mitologico e religioso che fornisce sull’antica Grecia. Del dizionario sopravvivono scarsi frammenti ma ne esiste un’epitome compilata da un certo Ermolao. Ermolao dedica la sua epitome a Giustiniano; se sia il primo o il secondo imperatore di questo nome è incerto, ma sembra probabile che Stefano visse nella prima parte del VI secolo sotto Giustiniano I. I frammenti iniziali rimasti dell’opera originale (alcuni dei quali contengono lunghe citazione di autori classici e molti interessanti dettagli storici e topografici) sono Contenuti nel De administrando imperio di Costantino Porfirogenito, capitolo 23 (la voce Ίβηρίαι δύο) e nel De thematibus, ii. 10 (un rapporto sulla Sicilia); gli ultimi includono un passaggio del poeta comico Alessi sulle Sette maggiori isole. Un altro frammento importante, che va dalla voce Δύμη alla fine del Δ, esiste in un manoscritto della biblioteca Seguerian. Costantino Porfirogenito fu comunque l’ultimo a consultare l’opera completa, la Suda e Eustazio di Tessalonica usano già il compendio. La versione moderna standard è quella di Augustus Meineke (1849), e di recente è stata pubblicata una nuova edizione critica dell’intera opera a cura di Margarethe Billerbeck (già Università di Friburgo) per il Corpus fontium historiae Byzantinae (2006-2017, V voll.). Per convenzione, i riferimenti si riferiscono alle pagine dell’edizione Meineke. La prima edizione moderna fu pubblicata dalla stamperia aldina nel 1502. Infatti, lo storico e geografo Stefano di Bisanzio scriveva nel VI secolo a.C.., forse quando questa provincia della ex Lucania Romana apparteneva alla Sicilia Bizantina. Infatti, il racconto di Stefano di Bisanzio risale all’epoca dell’occupazione bizantina dell’Italia Meridionale, prima dell’avvento dei Longobardi e quindi il racconto di Stefano Bizantino è da porsi in epoca alto medioevale. Πυξις πολις εν μεσογεια των Οινωτριων, το εθνιχον, Πυξουος πολις Σιχελιας χτισμα Μιανθου. Giacomo Racioppi (….) nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata“, nel vol. I, il quale, a p. 523, in proposito scriveva che: “di Scidro….E’ probabile che fosse sul golfo della stessa Lao: ma dovè essere abbandonata in ben remoti tempi, se non ha lasciato di sé nessun altro ricordo, che il nome delle carte dell’antico scrittore che fu detto il padre della storia, e di là nella magra compilazione di Stefano Bizantino.”. L’archeologo Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s. v. Σχιδρος , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Ecc…”. Riguardo la figura di Lico di Reggio, ha scritto Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, ritorna sulla figura di Lico di Regio (…) ed in proposito scriveva che: “Continuò intanto nella Magna Grecia e sopravvisse alla conquista romana la prosa letteraria e scientifica, tanto che per ciò che riguarda la storiografia e la medicina possiamo comprendere quest’ultima fase di civiltà fra i nomi di Lico reggino ed Eraclide di Taranto. Visse Lico reggino nella seconda metà del sec. IV giungendo a toccare i primi decenni della metà del secolo successivo. Il punto fondamentale per la determinazione approssimativa di questi termini cronologici sta nel fatto che, fra le altre cose, egli scrisse un libro ‘Intorno ad Alessandro’ e a lui stesso lo dedicò (4). E da escludere che si trattasse di Alessandro Magno perchè, a prescindere dell’ipotesi inconsistente, messa innanzi da qualcuno dei critici moderni, che nell’occasione in cui anche ambasciatori Bruzzi, Lucani ed Etruschi si sarebbero recati a rendere omaggio al Macedone in Babilonia (l’anno prima che fosse colpito dalla morte (a. 324)(1)(p. 299) gli avrebbe inviato Lico un suo scritto riguardante l’Occidente (2), incomprensibile riuscirebbe che ciò egli facesse con un libro in cui, a giudicare dai due frammenti soprammenzionati, ricordava insignificanti città d’Italia quali Scidro e Larino e relative storielle. Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); il quale, come vedremo, era avanzato prima da Brindisi sino ad Arpi nella Daunia, a sud della regione dei Frentani ov’è appunto la città di Larino (fr. 2) ed aveva compiuto, dopo, una spedizione per via interna da Metaponto sino a Pesto per prendere alle spalle i Lucani e Sanniti, donde quindi aveva fatto ritorno ad Eraclea verisimilmente lungo la via littoranea del Tirreno, ove, fra le altre, sorgeva la cittadina di Scidro (fr. 1), colonia di Sibari (4). All’epirota poteva riuscire caro l’omaggio di un libro, in cui eran poste in luce le sue azioni militari e che doveva essere un lavoro giovanile dell’autore; il quale, se allora non aveva toccati i trent’anni, doveva esser nato prima del 360 (e cioè poco prima dello storico Timeo, che, come oggi ritiensi, attingeva dopo alle sue opere (5), per cui ben poteva adottare, come figlio, il poeta Licofrone (6), che nasceva intorno al 330-325, e sessantenne, cioè dopo il 296, poteva infine trovarsi con Demetrio Falareo in Alessandria, seppure l’incontro non era avvenuto anteriormente in Atene (1)(p. 300). Trascorse, ad ogni modo, lo storico Lico l’ultimo periodo di sua vita in Egitto e morì molto vecchio, se giunse a parlare dei suoi scritti (fr. 15) del re Tolomeo Filadelfo, che salì al trono l’a. 285. Nonostante che gli scarsissimi frammenti sino a noi pervenuti (in tutto 15) contengano notizie di valore insignificante su città e popolazioni, devesi ritenere che le sue opere dal punto di vista storico-geografico fossero giudicate molto interessanti, se da Agatarchide di Cnido egli era posto accanto e prima di Timeo per la conoscenza dell’Occidente (2). Ecc..”. Ecco ciò che scriveva su Lico reggino il grande Ciaceri. Il Ciaceri, riferendosi al libro di Lico reggino “Intorno ad Alessandro”, nella sua nota (2) a p. 299, postillava che: “(2) v. LAQUEUR in R. E. XIII 2, 2406 sg.”. Inoltre il Ciaceri a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 272 scriveva che: “…di Scidro…; onde di essa manca ogni traccia di monete e non è neanche ricordata dagli scrittori latini (3).”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Herodot. VI 21; Steph. B.: Σχιδρος, χολις ‘Ιταλιας. Di Scidro si occupò Oreste Dito, Notizie di storia antica (Roma, 1892).”. Sempre il Caceri, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) e della bontà dell’opinione prevalsa fra i moderni, secondo la quale è stata posta ove oggi è Sapri, (4) si dubita assai oggigiorno. Ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Il Ciaceri trascrive il passo di Lico di Reggio (…)(contenuto nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio), in cui Lico cita e racconta di Scidro. Secondo il Caceri, lo storico reggino Lico di Reggio, citava la colonia Sibaritica di Scidro allorquando racconta della spedizione di Alessandro il Molosso. Il Ciaceri dice che si trattava del re di Epiro. Sulla scorta di storici del ‘900 come Emanuele Ciaceri, gli storici moderni hanno ripetuto la stessa notizia. Faccio cenno di alcuni autori che hanno citato Lico di Reggio parlando dell’antica città di Pixunte. L‘Antonini nella sua nota (2) di pagina 429, a proposito del ‘Sipron’, citato nel passo di Erodoto, scriveva: “Il trovarsi in alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’, ha fatto credere all’Olstenio che sia piuttosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anche appresso Stefano (3), si legge: “Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) v. ad es. Corcia, Storia delle due Sicilie, III, p. 65”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Nissen, It. Landesk, II, p. 898.”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Beloch, Griech. Gesch., l. c. “. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Byvanck, op. cit., p. 109, n. 3., il quale, secondo noi a torto, ripetendo a quanto pare l’interpretazione di scrittore locale, afferma: “hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus”.”. Infatti, il Byvanck (…), nel…….. nel suo “De Magnae Graeciae Historia Antiquissima”, a p. 109 così scriveva: “Scidrs (3) castellum in media via sita esse videtur, quo loco nunc ‘Papasidero’ est in valle Lai superiore. Colonia erat Sybaritarum qui post Sybarim eversam Laum et Scidrum fugissent 4).“. Il Byvanck (…), a p. 109, nella sua nota (3) postillava che: “(3) (Scridrus)(Latine non memoratur), Graece Σχιδρος, hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus; – cfr. tab. mil. 220-221, – O. Dito, Notizie di Storia antica, Roma, 1892. – Alii non recte Scidrum ‘Sapri’ hodiernum esse contendunt.”. Sempre il Byvanck, a p. 109, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Her. 6, 21; Steph. Byz. s.v., qui Lycum laudat εν τψ περι ‘Αλεξανδρον saeculo IV igitur urbs exstabat.”. Ritornando a ciò che scriveva il Ciaceri, ovvero che la colonia Sbaritica di Scidro anche se non dovette avere una grande importanza, non scomparve così presto: “….se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2).”. E quì il Ciaceri menziona lo storico reggino Lico di Reggio (…). Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370”.
Nel IV secolo d.C., lo storico Lico di Reggio in “Lessico Geografico” di Stefano di Bisanzio cita “Scidro”
Di Skidros eccetto il passo di Erodoto, ritroviamo la citazione del toponimo fatta in un passo di Lico di Reggio (…), riferita da Stefano di Bisanzio (…), dove si parla della spedizione di Alessandro il Molosso poco prima del 330 a.C.: “Scidrus urbs italiae, gentile scidranus”. Come vedremo, la colonia Sibaritica di Scidro verrà citata più volte dallo storico reggino Lico di Reggio (…). Alcuni autori citano lo storico reggino Lico di Reggio (…), che citava sia l’antica colonia sibaritica di Scidro e l’altra di Pixunte (attuale Policastro Bussentino). Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Gli autori antichi nominano tre colonie di Sibari sul Tirreno: Lao, Scidro, Posidonia, tutte sulla costa lucana, anche Lao, come vedremo. Fra Posidonia, della quale rimangono copiosissime rovine, e Lao, della quale è facile rintracciare il sito, doveva sorgere la città di Scidro; che insieme a Lao accordò ospitalità ai miseri Sibariti, come racconta Erodoto (VI, 21): “Παθουσι δε ταυα Μιλησιοισι προς Περσεων ουχ απεδοσαν την ομοιην Συβαριται, οι Λαον τε χαι Σχιδρον οιχεον της πολιος απεστερημενοι “. Però non è facile stabilire il sito di Scidro, nominata due volte sole, da Erodoto e da Stefano Bizantino, che riporta un passo di Lycos di Reggio……Niente altro potrei dire per il momento intorno a Scidro, che non dovesse essere ad ogni modo nè la più grande, nè la più bella, nè la più importante città della Sibaritide. Si può aggiungere solo che Scidro probabilmente poteva essere ancora in piedi al principio del sec. 3° a.C., per la notizia che ne dà Stefano Bizantino, attingendo da Lycos di Reggio (cfr. fram. 1°): “Σκιδρος πολις Ιταλιας. Το εθνιχον Σχδρανος, ως Λυχος εν τω Περι ‘Αλεξανδρου “. Ettore Pais (….), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia Antica”, ed. S.T.E.N., 1908, nel cap. “X- La Spedizione di Alessandro il Molosso”, a p. 143 parlando di Alessandro il Molosso o d’Epiro, in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno che da un passo di uno storico pressocchè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie, e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Il Pais, a p. 143, nella nota (1) postillava: eva che: “(1) Beloch, Griech. Geschichte, II, p. 594.”. Il Pais, a p. 143, nella nota (2) postillava: “(2) Liv. VIII, 17, 9: “ceterum Sannites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo popoli adversus regem rexensionem a Pesto facientem signis conlatis pugnaverunt eo certamine superior Alexander, incertum qua fide culturus si perinde cetera processissent, pacem cum Romanis fecit”; etc…”. Il Pais, sempre nella nota (2) a p. 143 aggiunge la postilla che: “LYC. apd STEPH. BYZ. s.v. Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος, εν τω περι ‘Αλεξανδροο. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie des Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Dunque, Ettore Pais (….), a p. 143, nella nota (2) postillava: “(2) LYC. apd STEPH. BYZ. s.v. Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος, εν τω περι ‘Αλεξανδροο.”, che tradotto è: “Schidros, una città in Italia, di etnia Schidrinos, come Lychos, nella zona di Alexandrou”, ovvero che: “Scidro è una città in Italia, la cui etnia è quella dei “Scidrani”, come scrive Lico di Reggio parlando di Alessandro il Molosso e della sua impresa in Italia. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo II: “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Sannites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo popoli adversus regem rexensionem a Pesto facientem signis conlatis pugnaverunt eo certamine superior Alexander, incertum qua fide culturus si perinde cetera processissent, pacem cum Romanis fecit”; Lyc. apud Steph. Byz. s.v. “Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος, εν τω περι ‘Αλεξανδροο.”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie des Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Riguardo la figura di Lico di Reggio, ha scritto Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) e della bontà dell’opinione prevalsa fra i moderni, secondo la quale è stata posta ove oggi è Sapri, (4) si dubita assai oggigiorno. Ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σκιδρος: – το εθνιχον Σκιδρανος, ως Λιχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Dunque, il Ciaceri scriveva che in Lyco di Reggio (…)(in Stefano di Bisanzio, fr. 1, in F.H.G., II, p. 370), alla voce: “Σχιδρος” troviamo scritto che: “Σκιδρος : – το εθνιχον Σκιδρανος, ως Λιχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον“, che tradotto è: “Skidros: – l’etnico Skidranos, come Lichos in tf peri ‘Alexandron.“, ovvero che l’etnico di Skidros è Schidranos, come scrive Lyco di Reggio nella sua opera “Etnika”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : etc… = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Dunque, il Ciaceri si riferisce all’opera “Fragmenta historicum graecorum”, vol. II, in cui viene riportato il passo di Stefano di Bisanzio tratto da Lico Reggino. Il Muller (….), in “Fragmenta historicorum Graecarum”, vol. II, a p. 370, in proposito scriveva che: “(ΠΕΡΙ ΑΛΕΞΑΝΔΡΟΥ . )..1.. Stephan. Βyz. : Σκίδρος, πόλις Ἰταλίας. Τὸ ἐθνικὸν Σκιδρανός , ὡς Λύκος ἐν τῷ Περὶ Ἀλεξάνδρου. Urbis. Lycus Rheginus….1. (De Rebus Alexandre Epirotae ?)….Scidrus, urbs Italiae. Gentile Scidrianus, uti est apud Lycum in libro De Alexandro.”, che tradotto è: “Scidrus, una città d’Italia. Gentile Scidrianus, come lo usa Lico nel libro De Alexander”, ovvero che Scidro è una città italiana e l’etnico è “Scidrianus” come scrive Lico Reggino nel suo libro su Alessandro il Molosso. Dunque, Lyco di Reggio (in Stefano di Bisanzio), questa città dell’Italia, la chiama Σκίδρος e, i suoi abitanti li chiama “Scidriani” Σκιδρανός. I Fragmenta historicorum Graecorum (spesso indicati in sigla, FHG) sono una raccolta in cinque volumi di frammenti da fonti greche antiche, pubblicata dal filologo tedesco Karl Wilhelm Ludwig Müller (1813-1894) tra il 1841 e il 1872 per i tipi dell’editore Ambroise Firmin Didot. Le fonti raccolte spaziano dal VI secolo a.C. al VII secolo d.C. e gli autori citati sono più di seicento. Di ogni frammento è presentata una traduzione o un compendio in latino. Ad eccezione del primo volume, gli autori sono ordinati cronologicamente e i frammenti sono numerati in sequenza. Su quest’opera di Müller sono in gran parte fondati i sedici volumi intitolati Die Fragmente der griechischen Historiker, del filologo tedesco Felix Jacoby (1876-1959). Il Ciaceri trascrive il passo di Lico di Reggio (…)(contenuto nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio), in cui Lico cita e racconta di Scidro. Secondo il Caceri, lo storico reggino Lico di Reggio, citava la colonia Sibaritica di Scidro allorquando racconta della spedizione di Alessandro il Molosso. Il Ciaceri dice che si trattava del re di Epiro. Sulla scorta di storici del ‘900 come Emanuele Ciaceri, gli storici moderni hanno ripetuto la stessa notizia. Faccio cenno di alcuni autori che hanno citato Lico di Reggio parlando dell’antica città di Pixunte. L‘Antonini nella sua nota (2) di pagina 429, a proposito del ‘Sipron’, citato nel passo di Erodoto, scriveva: “Il trovarsi in alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’, ha fatto credere all’Olstenio che sia piuttosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anche appresso Stefano (3), si legge: “Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) v. ad es. Corcia, Storia delle due Sicilie, III, p. 65”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Nissen, It. Landesk, II, p. 898.”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Beloch, Griech. Gesch., l. c. “. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Byvanck, op. cit., p. 109, n. 3., il quale, secondo noi a torto, ripetendo a quanto pare l’interpretazione di scrittore locale, afferma: “hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus”.”. Infatti, il Byvanck (…), nel…….. nel suo “De Magnae Graeciae Historia Antiquissima”, a p. 109 così scriveva: “Scidrs 3) castellum in media via sita esse videtur, quo loco nunc ‘Papasidero’ est in valle Lai superiore. Colonia erat Sybaritarum qui post Sybarim eversam Laum et Scidrum fugissent 4).“. Il Byvanck (…), a p. 109, nella sua nota (3) postillava che: “(3) (Scridrus)(Latine non memoratur), Graece Σχιδρος, hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus; – cfr. tab. mil. 220-221, – O. Dito, Notizie di Storia antica, Roma, 1892. – Alii non recte Scidrum ‘Sapri’ hodiernum esse contendunt.”. Si tratta del testo di Oreste Dito (…), e del suo “Notizie di Storia antica di Roma per servire d’introduzione alla storia dei Brezzii” (si veda anche la ristampa ed. Brenner). Sempre il Byvanck, a p. 109, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Her. 6, 21; Steph. Byz. s.v., qui Lycum laudat εν τψ περι ‘Αλεξανδρον saeculo IV igitur urbs exstabat.”. Ritornando a ciò che scriveva il Ciaceri, ovvero che la colonia Sibaritica di Scidro anche se non dovette avere una grande importanza, non scomparve così presto: “….se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2).”. E quì il Ciaceri menziona lo storico reggino Lico di Reggio (…). Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος, εν τω περι ‘Αλεξανδροο. = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Però non è facile stabilire il sito di Scidro, nominata due volte sole, da Erodoto e da Stefano Bizantino, che riporta un passo di Lycos di Reggio……Niente altro potrei dire per il momento intorno a Scidro, che non dovesse essere ad ogni modo nè la più grande, nè la più bella, nè la più importante città della Sibaritide. Si può aggiungere solo che Scidro probabilmente poteva essere ancora in piedi al principio del sec. 3° a.C., per la notizia che ne dà Stefano Bizantino, attingendo da Lycos di Reggio (cfr. fram. 1°): “Σκιδρος πολις Ιταλιας. Το εθνιχον Σχδρανος, ως Λυχος εν τω Περι ‘Αλεξανδρου “. Dunque, il Galli, riferisce il passo di Lyco di Reggio (….), in Stefano di Bisanzio: “Σκιδρος πολις Ιταλιας. Το εθνιχον Σχδρανος, ως Λυχος εν τω Περι ‘Αλεξανδρου “, che tradotto è: “Skidros, una città d’Italia. L’etnia Schdranos, come Lychos in Ethnica, su ‘Alexandrou”. Fernando La Greca (33), in un suo studio sul Golfo di Policastro: ‘L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana’ scriveva in proposito: “L’ubicazione di Scidro è stata molto discussa. Nelle fonti antiche vi è solo un altro brano che riguarda Scidro, nel lessico di Stefano Bizantino, dove la stessa Scidro è detta città dell’Italia, ed il suo etnico è Skidronòs, come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro (3). In questa citazione si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.; se ne deduce che Scidro avesse un porto. Il Molosso giunge in Italia con una flotta con la quale si sposta lungo le coste, e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.” […]; […] “a Sapri, le ceramiche di fine VI secolo trovate alle falde della collina del Timpone sembrano confermare l’ipotesi di coloro che localizzano qui una città greca arcaica, subcolonia dei Sibariti, di nome Scidro (Skidròs).”. Dunque, Fernando La Greca (33) scriveva che l’unica fonte o citazione di una “Scidro” è un brano del “lessico” di Stefano Bizantino, “….dove la stessa Scidro è detta città dell’Italia, ecc…” e, dove: “si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.”. Dunque, il La Greca scriveva che nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio o Bizantino si narra del passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso, condottiero che fu chiamato dalla città di Taranto per sconfiggere i Sanniti nel ‘334 a.C.. Di Alessandro il Molosso parlerò dopo. Innanzitutto, come abbiamo già detto, oltre ad Erodoto (…), ci parla della colonia Sibaritica di Scidro, posta sulle coste del Tirreno e non lontana da Pixunte, lo storico Lico di Reggio. Il La Greca, riguardo “Scidro” scriveva pure che: “ed il suo etnico è Skidronòs, come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro (3)”. Il La Greca (….), nella sua nota (….) postillava di “(3) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.”. Dunque, il La Greca parla anche sulla scorta di Costantino Gatta e cita anche lo storico Lico Di Reggio. Il La Greca scriveva che “ed il suo etnico è Skidronòs, come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro”, ovvero scriveva che Lico di Reggio, nella sua opera su Alessandro il Molosso, Ethnika, la città di “Scidro” veniva chiamata da Lico di Reggio “Skidronos”. Un altro studioso che ha riassunto la storia del toponimo è Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, edito nel 1815 a Napoli (si può vedere l’edizione ristampata e curata da La Greca nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’), che a p. 376, nella parte III che parla della ‘Lucania’, dopo aver discorso sul fiume Bussento, in proposito a ‘Scidro’ scriveva che: “Della medesima città di Scidro fece parola Stefano Bizzantino: ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus urbs Italiae, gentile Scidranus, ut Lycus in opere de Alessandro’. Il geografo ricavò questa notizia da Lico di Reggio scrittore di storie, e padre adottivo del poeta Licofrone.”. Dunque, il Romanelli chiarisce il passaggio di La Greca citando Stefano di Bisanzio che scriveva nel suo ‘Lessico Geografico’ di “Scidro”: “ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus urbs Italiae, gentile Scidranus, ut Lycus in opere de Alessandro'” che tradotto significa: “ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus è una città d’Italia, una famiglia chiamata Scidranus, come Lycus nell’opera di Alessandro”. Dunque Stefano dice chiaramente che la Dunque Stefano dice chiaramente che la storia del passaggio di Alessandro il Molosso la trasse dallo storico Lico di Reggio. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Ritornando a ciò che scriveva il Ciaceri, ovvero che la colonia Sibaritica di Scidro anche se non dovette avere una grande importanza, non scomparve così presto: “….se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2).”. Qui, il Ciaceri citava lo storico reggino Lico di Reggio (…). Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Dunque, il Ciaceri scriveva che in Lyco di Reggio (…)(in Stefano di Bisanzio, fr. 1, in F.H.G., II, p. 370), alla voce: “Σχιδρος” troviamo scritto che: “το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον”, che tradotto è: “Schidros: – l’etnia Schidranos, come Lnchos in tf peri ‘Alexandron”. Su questi fatti ha scritto anche Giacomo Racioppi (….) nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata“. Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a p. 65 parlando di Scidro, in proposito scriveva che: “tempo all’invasione dè Lucani. Ma di fuori di queste, ignote sono tutte le altre memorie di Scidro, che conservava certamente Lico di Reggio nella sua storia della Sicilia, giacchè coll’autorità di questo storico, coetaneo di Demetrio Falereo (1), parlava di ‘Scidro’ Stefano Bizantino (2).”. Il Corcia, a p. 65, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Suida, v. Λνχος”. Il Corcia, a p. 65, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Steph. Byz., v. Σχιδρος.”. A questo proposito faccio notare che Emanuele Ciaceri, però a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(7) Plinio, n.h., III, 72: ‘Oppidum Buxentum Graeciae Pyxus’. E ‘Buxentum’ hanno gli scrittori latini. Ma una vera forma latina del nome non c’è stata tramandata. Πνξονς troviamo in Strab. VI 253; Diodoro, XI, 59 e Steph. B.., il quale ultimo erroneamente distingueva Πνξις da Πνξονς, ponendo l’una nell’interno dell’Enotria e l’altra in Sicilia. In Ptolom. III, 1, 18 si ha Βονξεντον “. Ovvero, il Ciaceri, faceva notare che Stefano Bizantino “erroneamente distingueva Πνξις da Πνξονς, ponendo l’una nell’interno dell’Enotria e l’altra in Sicilia”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, edito nel 1815 a Napoli (si può vedere l’edizione ristampata e curata da La Greca nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’), che a p. 376, nella parte III che parla della ‘Lucania’, dopo aver discorso sul fiume Bussento, in proposito a ‘Scidro’ scriveva che: “Della medesima città di Scidro fece parola Stefano Bizzantino: ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus urbs Italiae, gentile Scidranus, ut Lycus in opere de Alessandro’. Il geografo ricavò questa notizia da Lico di Reggio scrittore di storie, e padre adottivo del poeta Licofrone.”.
Nel ‘334 a.C., il MOLOSSO o ALESSANDRO D’EPIRO
Alessandro I d’Epiro, detto il Molosso (362 a.C. circa – Pandosia, 330 a.C. circa), è stato re d’Epiro e zio materno di Alessandro Magno. Venuto in Italia nel 335 a.C. per soccorrere la città magno-greca di Taranto, Alessandro I, entrò in conflitto con i Lucani, i Bruzi, gli Iapigi e i Sanniti, nel tentativo di creare uno stato unitario nel Meridione d’Italia. Pur riuscendo a conquistare con i Tarentini le città di Brentesion, Siponto, Heraclea, Cosentia e Paestum, tuttavia il suo progetto non si realizzò, venendo sconfitto in battaglia e ucciso a tradimento da un lucano a Pandosia (Lucania) o a Pandosia Bruzia nel 330 a.C. Secondo una certa critica storiografica moderna ‘il Molosso’ sarebbe venuto in Italia con l’intendo di conquistare l’Italia stessa, la Sicilia e l’Africa. Questo obbiettivo avrebbe completato il progetto del nipote e cognato, Alessandro Magno, che in quello stesso anno era intento a conquistare l’Asia. Questa interpretazione trova appoggio anche in antichi autori, come ad esempio Giustino (…). Marco Giuniano Giustino (….), nella sua opera, Epitoma Historiarum Philippicarum Pompei Trogi, XII, 21. Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 598, in proposito scriveva che: “Della potenza raggiunta dai Bretti dette prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re d’Epiro, zio di Alessandro il Grande. Morto lo spartano Archidamo III a Mandonio (338) i Tarantini si volsero per aiuto al principe Molosso divenuto Alessandro cinque o sei anni innanzi, re di Epiro. Personaggio autorevole per vittorie conseguite sulgli Illiri e per il parentado che lo avvinceva al re di Macedonia, fratello di Olympia, moglie di Filippo I di Macedonia, del quale aveva sposato la figlia Cleopatra era allo stesso tempo zio e cognato di Alessandro Magno.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia critica di Roma durante i primi cinque secoli“, parlando di Alessandro il Molosso, a p. 325 e ssg., in proposito scriveva che: “Per conseguire la piena sommessione dei Lucani egli si propose di coglierli alle spalle. Allo stesso modo che agli Apuli o Iapigi aveva contrapposto l’amicizia con i soprastanti Peucezi (1), provvide a stringere alleanza con i Romani, che da pochi anni (verso il 342 a.C.) avevano messo piede nella Campania e che erano in guerra contro i Sanniti (2).”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero – Alessandro, re d’Epiro, in Italia”, a pp. 9- 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: “Poteva, infati, sembrar strano agli antichi stessi che il Molosso, il quale aveva avuto trono ed ingrandimento di regno da parte di Filippo il Macedone, che ne aveva sposato la sorella Olimpia e che alla sua volta gli aveva dato in moglie la figlia Cleopatra, non prendesse parte alla guerra a favore della Macedonia e, dopo, invece di seguire il nepote nella spedizione in Asia, se ne venisse a tentare sue imprese in Italia (2). Educato alla scuola di Filippo di Macedonia, Alessandro d’Epiro, uomo di guerra di singolare valore ed ambizioso, volendo emulare il giovane nipote concepiva il disegno di crearsi un vasto principato in Italia con il semplice pretesto di venire in aiuto dei Tarantini.”. Da Wikipedia, riguardo la città magnogreca di Posidonia leggiamo che una breve parentesi fu aperta nel 332 a.C., quando Alessandro il Molosso, re dell’Epiro – giunto in Italia su richiesta di Taranto in difesa contro Bruzi e Lucani – dopo aver riconquistato Eraclea, Thurii, Cosentia, giunse a Paistom. Qui si scontrò con i Lucani, sconfiggendoli e costringendoli a cedergli degli ostaggi. Ma il sogno del Molosso di conquistare l’Italia meridionale ebbe breve durata: la parentesi si chiuse nel 331 a.C., con la sua morte in battaglia presso Pandosia. Paistom ritornò così sotto il dominio lucano. Dalla Treccani on-line, alla voce su “Alessandro il Molosso” leggiamo che frattanto Taranto, la principale città greca dell’Italia meridionale, vedendo sé e i proprî alleati minacciati dai progressi continui degl’indigeni d’Italia e in particolare dei Lucani e degli Iapigi (Messapî). Chiamò al soccorso prima il re di Sparta Archidamo, poi, caduto questo nella battaglia di Manduria (338), il re dei Molossi. Archidamo era venuto soltanto per soccorrere i Greci d’Italia; A., che passò in Italia a un dipresso quando il suo parente e alleato di Macedonia passava in Asia, mirava, come più tardi Pirro, a fondarsi un impero nella penisola italiana. Egli riportò successi notevolissimi. Si avanzò nell’Apulia fin presso Arpi, e riuscì ad occupare il porto di Arpi, Siponto, alleandosi poi con le stirpi iapigie contro il potente nemico che le minacciava da nord-ovest, i Sanniti. Contro Sanniti e Lucani collegati ai suoi danni, forse sperando di ricuperare all’ellenismo Posidonia, già caduta in mano degl’indigeni, si avanzò fino al Silaro (Sele) ed ivi li vinse in battaglia. Ci viene detto, e non vi è ragione per dubitarne, che egli avesse stretto alleanza coi Romani, i quali avevano poco prima vinto la cosiddetta prima guerra sannitica, e che appunto allora con la guerra latina rinsaldavano il loro predominio nel Lazio e nella Campania. Ma a questo punto, impensieriti dai successi di A., i Tarentini defezionarono; sicché A. non poté più contare che sugli Epiroti, le città greche di Turi e di Metaponto, i fuorusciti lucani e qualche tribù indigena. Era troppo poco per resistere a popoli numerosi e guerrieri come Sanniti, Lucani e Bruzî. Così nel 331-330, mentre egli prendeva i suoi quartieri d’inverno presso Pandosia, nell’alta valle del Crati non lontano da Coscenza, assalito di sorpresa dai Lucani e dai Bruzî, favoriti dalle piogge, che, avendo rigonfiato i torrenti, impedirono ai varî reparti epiroti di prestarsi scambievolmente man forte, fu battuto e nella ritirata ucciso. Il cadavere, riscattato dagli alleati, fu sepolto in Epiro. Con lui crollò il sogno epirota d’impero in Occidente, che fu ripreso assai più tardi, in contingenze mutate e molto meno favorevoli, da Pirro. A. lasciò una figlia, Cadmea, e un figlio, Neottolomeo II, minorenne, che cominciò a regnare sotto la tutela della zia Olimpiade. La vedova, Cleopatra, tornò invece in Macedonia. Nell’insieme gli elementi che possediamo sono troppo scarsi per giudicare intorno alla personalità di Alessandro. Non gli mancarono certamente ambizione, audacia, valore. Se a queste doti si accompagnassero prudenza e perizia non possiamo giudicare. Certo il cattivo successo del suo tentativo, dovuto in grandissima parte all’insanabile spirito particolaristico dei Greci d’Italia, fu grave d’effetti nella storia delle colonie italiote.
Nel ‘334-333 a.C. (?) (IV sec. a.C.), Alessandro il Molosso si fermò con la sua flotta nel porto di “Scidro” ? per poi arrivare a Paestum e combattere i Sanniti
Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo VI: “L’impresa di Alessandro il Molosso – Sua morte e preponderanza dei Bretti”, a pp. 271-272 e ssg., in proposito scriveva che: “Avemmo già occasione di ricordare l’esito infelice dell’impresa di Archidamo, re di Sparta, che, giunto in aiuto di Taranto, aveva lasciato la vita a Mandonio, combattendo contro i Lucani (338) ed accennammo del pari a quelle di Alessandro il Molosso. Poniamo ora in rilievo che le popolazioni Sannitiche, alle quali fra poco dovevano succedere i Romani, di giorno in giorno si rendevano più pericolose all’elemento italiota. Alessandro il Molosso, al quale Taranto si rivolgeva, era principe ambizioso e di gran valore ed accettò l’invito con la speranza di fondare un grande impero in Occidente. Nello stesso anno suo nipote Alessandro il Grande muoveva alla conquista dell’impero Persiano, egli si volgeva in Italia, sapendo di avere impresa in apparenza meno gloriosa di quella del nipote, in realtà assai più difficile ed aspra. Giunto però a Taranto, il principe Molosso non potè sottrarsi alla sorte, comune di tutti i capitani invitati da quella città, d’inimicarsi con gli abitanti non abituati alla disciplina ed alle fatiche della guerra. Meditò dapprima, ed in parte raggiunse, il disegno di dominare l’ampia regione delle Puglie sino ai confini del Gargano; fece alleanza con i Peucezi e conquistò ad esempio Siponto. Ma, guardandosi dai Tarantini, fece fulcro della sua potenza la città di Thuri, loro nemica, minacciata dai Bretti e, per vendicarsi di Taranto, trasportò nel territorio di Thuri la sede dell’assemblea degli Italioti. Ben preso però Alessandro si accorse che la lotta coi Bretti era assai ardua. Era difficile penetrare nell’interne vallate dell’aspra regione montagnosa occuata da quelle genti forti e selvagge; ed allora concepì l’ardito disegno di assalirli alle spalle, trasportando parte delle sue forze per mare presso le foci del Silaro, partendo dai confini di Pesto, discendendo le valli, che penetrarono nel cuore del paese dei Bretti e raggiungono le coste dell’Ionio. Si assicurò l’alleanza dei Romani, i quali da settentrione premevano le varie stirpi Sannitiche e, togliendo ai Bretti la speranza di ricevere aiuto a settentrione da altri stirpi Sabelliche, sperò sorprenderli negli ultimi recessi della valle del Crati, ove erano Pandosia e Cosenzia. Il disegno non riuscì. I Bretti si difesero disperatamente presso il fiume Acheronte e nel passare la riviera il re d’Epiro venne ucciso da un esule Lucano. La sua morte avvenuta verso il 331-330 a.C. segnò la fine della potenza di Thuri ed un periodo di incontrastata superiorità per i Bretti (verso il 330 a.C.).”. Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 601, in proposito scriveva che: “Proteggendo Thurii, Metaponto ed altre città Italiote, di cui non è esplicitamente fatto il nome, Alessandro il Molosso si ingaggiava a difenderle contro i Lucani ed i vicini Bretti. Erano costoro, come dicemmo, tra loro nemici, l’interesse comune li associava contro l’Epirota, il quale tolse loro alcune località che avevano occupato, Terina, Skidro e forse Hipponio. Si accorse però che a questi popoli giungevano nuovi aiuti alle spalle, ossia dai Sanniti dei quali i Lucani in fondo non erano che un ramo. Meditò allora un ardito piano di guerra: prendere gli invasori alle spalle e fece, come punto di partenza della nuova campagna, Posidonia (Pesto), alle foci del Silaro. Quale fosse la via da lui tenuta per raggiungere Pesto non ci è indicata. La circostanza che egli risalì l’Appennino, partendo da Pesto e che in seguito sconfisse i Lucani e Sanniti che si erano uniti, dà luogo alla supposizione che egli si fosse condotto a Pesto per mare, per es., da una di quelle località delle coste del Tirreno, come Terina, che egli aveva conquistato, oppure da Skidros, ricordata anche a proposito delle sue imprese. Nulla sappiamo del pari sulla via del trionfale ritorno, se per il valico ov’è Potenza si sia ricondotto sulle coste dell’Ionio o se invee abbia percorso la valle del Tanager (oggi Tanagro) e si sia inoltrato per quella strada ove nell’età dei Gracchi i Romani munirono la via Popilia, quella stessa che più tardi fu seguita dal goto Alarico.”. Dunque, in questo interessante passaggio, il Pais ci da tre notizie interessanti sulla città Italiota di Scidro, che egli chiama “Skidro” e poi anche “Skidros”. Il Pais dice che Alessandro il Molosso, muovendo contro i Lucani, gli: ” tolse loro alcune località che avevano occupato, Terina, Skidro e forse Hipponio”. Dice pure che poer andare a conquistare Pesto, l’antica città Magno-greca di Posidonia, Alessandro risalì per mare partendo dal porto di: “una di quelle località delle coste del Tirreno, come Terina, che egli aveva conquistato, oppure da Skidros, ricordata anche a proposito delle sue imprese”. Infatti scrive pure che Skidro è ricordata da Lico di Reggio anche per le imprese del Molosso. Dunque, il Pais, sulla scorta del racconto di Lico di Reggio tramandatoci da Stefano di Bisanzio troviamo altre notizie sulla città Italiota di Scidro. Infatti, il Pais, a p. 608, vol. II, nella nota (9) postillava: “(9) Per le interne condizioni della Calabria e dell’Italia meridionale nell’età romana v. quanto ho detto nella mia ‘Storia Interna i Roma’ (Torino 1931), p. 146 sgg.”. Pais, a p. 608, vol. II, nella nota (10) postillava: “(10) Su Alessandro il Molosso v. Lycos in F.H.G. II p. 271 M.; Diod. XVI 72 sqq.; 91; Iust. VIII 6; XII 2; Trog. Pomp. Prolog. 8; Liv. VIII 17; 24; Plut. de fort. Rom. 13; Arist. fr. Rose n. 614; Strab. VI pag. 256; 280 C; Ael. apd. Suid. s. v. Tovov. La data dell’arrivo in Italia (334-333) si ricava dalla cronologia del papiro I di Oxyrhyncos. Che egli fosse già in Italia nel 333 ha ricavato giustamente Beloch Grich. Gesch., III, I, 3 ed. pag. 598 n. I, da Arr. Anab. III 6, 7. La sua morte era ricordata da Aesch. in Ktes. 342 etc…”. Dunque, il Pais scriveva che la città Italiota di Skidros esisteva ai tempi della spedizione di Alessandro il Molosso e che egli la tolse ai “Bretti”, insieme alla città di Terina. Dunque, il Pais sosteneva che Scidro fosse una città dei Bretti o da loro assoggettata. Da Wikipedia sulla città di Terina leggiamo che La città di Terina fu fondata, probabilmente sul sito di un preesistente insediamento greco, nella prima metà del V secolo a.C. dai Crotoniati, dopo la vittoria di Crotone su Sibari del 510 a.C. Tra il V e il IV secolo a.C. Terina entrò a far parte della Lega Italiota con lo scopo di sottrarsi alla sempre più crescente pressione dei Lucani trovandosi costretta però ad entrare nell’area egemonica dei Siracusani per tutelarsi dalla sempre maggiore aggressività lucana. Dopo il 356 a.C. Terina venne conquistata dai Brettii. La conquista ad opera della popolazione italica però non sembra aver inciso sulla floridezza della città che, come testimoniato anche dalla sua monetazione, continuò anche sotto la dominazione bruzia. Questa fu interrotta qualche decennio dopo dalla liberazione ad opera di Alessandro il Molosso che, durante la sua campagna in Italia, liberò Terina ed altre città greche dal dominio delle popolazioni italiche. Alla morte del Molosso però (330 a.C.) la città cadde nuovamente sotto il dominio bruzio fino all’inizio del III secolo a.C. quando insieme alla madrepatria Crotone e alla vicina Ipponio fu conquistata del tiranno e re di Siracusa Agatocle. Morto Agatocle la città finì nuovamente sotto il dominio dei Bretii. Forse la stessa sorte subì la città italiota di Skidros. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie les Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”.

Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo II: “Sorgere della federazione dei Bretti”, a pp. 224-225 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa un decennio dopo, i Brutti sostenevano lotta ben più aspra contro Alessandro il Molosso, re di Epiro, chiamato dai Tarantini a proseguire l’opera di Archidamo, re di Sparta, caduto nel 338 a.C. a Mandonio, combattendo contro i Lucani. Alessandro si rivolse dapprima contro questa medesima stirpe; in seguito, abbandonati i Tarantini e accolto l’invito dei Thurini loro nemici, egli sperò infrangere la potenza dei feroci Brutti, assalendoli alle spalle. Trasportate per mare parte delle sue forze nella regione di Pesto, seguendo probabilmente quella stessa via che tanti secoli dopo fu battuta dal goto Alarico, penetava nel fondo della valle del Crati, ove erano Pandosia e Cosenza; ma trafitto a tradimento da un fuoruscito Lucano, lasciava la vita nelle acque del fiume Acheronte (verso il 331 a.C.). Svanivano il sogno dei re ed i disegni dei Thurini che con il braccio di lui, ecc…”. Fernando La Greca (….), in un suo studio sul Golfo di Policastro: ‘L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana’ scriveva in proposito: “Nelle fonti antiche vi è solo un altro brano che riguarda Scidro, nel lessico di Stefano Bizantino, ……come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro (…). In questa citazione si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.; se ne deduce che Scidro avesse un porto. Il Molosso giunge in Italia con una flotta con la quale si sposta lungo le coste, e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.” […]; […] ““. Dunque, il La Greca scriveva che Stefano di Bisanzio (….), nel suo “Lessico Geografico” scrivendo sulla scorta di un racconto di Lico di Reggio (….) cita “Scidro” perchè cita un brano tratto da Lico di Reggio (….), il quale narrò il passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso. Il La Greca scriveva che Alessandro il Molosso, nell’anno ‘334 a. C. (IV sec.), a.C., fu chiamato dai Tarantini di Sicilia per vincere i Sanniti che volevano conquistare la città. Alessandro il Molosso giunse in Italia con una flotta di navi e dopo essersi fermato a Scidro “e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.”. Dunque, il La Greca, dalla “notizia” tratta da Stefano Bizantino deduceva che nel ‘334 a.C., “Scidro”. La “notizia” riportata da Stefano Bizantino (….) fu a sua volta tratta dall’opera su Alessandro il Molosso che scrisse lo storico reggino Lico di Reggio (…). Lico di Reggio fu nemico di Demetrio Falereo, fu una delle fonti più importanti di Licofrone che, adottato da Lico, da lui attinse per la sua ‘Alessandra’. Lico di Reggio (Reggio, IV secolo a.C. – III secolo a.C.) è stato uno storico greco antico. Nemico di Demetrio Falereo, fu una delle fonti più importanti di Licofrone che, adottato da Lico, da lui attinse per la sua Alessandra. Lico di Reggio. – Storico greco (attivo tra la fine del 4º e gli inizî del 3º sec. a. C.), autore di alcune opere, di cui possediamo frammenti, sulla Libia, sulla Sicilia, sulle imprese di Alessandro d’Epiro in Italia. Fu avversario di Demetrio Falereo, forse durante la sua permanenza in Egitto. Lico fu tra le fonti principali di Timeo e di Licofrone. L’Alessandra (in greco antico: Ἀλεξάνδρα) è un poema in trimetri giambici, che narra le profezie dell’eponima figlia di Priamo, Alessandra (ma meglio nota come Cassandra, Κασσάνδρα), sulla distruzione di Troia e sulle sue conseguenze. Il lessico di Suda ha attribuito l’opera al poeta della Pleiade Licofrone di Calcide, facendola risalire al III secolo a.C.. Ma nel “Lessico geografico”, Stefano Bizantino si riferisce direttamente all’opera di Lico di Reggio. Su Lico di Reggio ha scritto W. Spoerri, Lykos von Rhegion, in Der Kleine Pauly, vol. 3, col. 818. Angelo Bozza (….), nella sua “La Lucania – Studi Storici-Archeologici”, vol. I, a p. 169, nel suo “3. Guerra contro Alessandro re d’Epiro”, a p. 173 scrive: “riportiamo i fatti di Alessandro il Molosso, da Livio VIII, 3, 17, 24, Giustino, XII, 2, XVII, 3, XXVIII, I. ‘Strabone’ VI, 51. ‘Orosio’, III, 11, 18. ‘Plutarco’ de fort. rom.; e ‘Pausania’, ed altri incidentemente.”. Il Bozza non cita mai Lico di Reggio e Stefano di Bisanzio. Tuttavia il Bozza, forse sulla scorta del Racioppi, riferendosi a dopo alcune battaglie di Alessandro il Molosso contro i Lucani e Sanniti prima e contro i Lucani soli dopo, in seguito alla morte di Alessandro, in proposito scriveva che: “Ma altrettanto grande fu il frutto della vittoria; dappoi che i ‘Lucani’ ripresero ‘Pesto’ e ‘Turio’ con le altre città greche dello Ionio, e sul ‘Tirreno’, eccetto forse la sola ‘Velia’; ed i ‘Bruzii’ riacquistarono pur essi ‘Terina’ e le altre città perdute, e pel terrore delle armi potessero stendersi ed occupar tutto fino allo stretto, eccetto ‘Reggio’, Locri e Crotone. Laonde può dirsi che la rovina di Alessandro segna l’epoca nella quale i due popoli raggiunsero il massimo culmine nella loro potenza, avendo quasicchè dato termine alla liberazione e riconquista dell”Enotria’ degli ‘Elleni’ ecc….ecc….Storici e Cronologi, non sono di accordo sulla venuta e dimora di Alessandro in Italia. Livio lo stabilisce dal 414-429 di Roma (340-325 a.C.) cioè di 14 anni di dimora. I Cronologi gli danno appena 11 anni di regno ecc…”. Tuttavia in ciò che scrive il Bozza non si legge nulla dello sbarco nel porto di Scidro. Questi fatti accadono prima della guerra contro Pirro. Su questi fatti ha scritto anche Giacomo Racioppi (….) nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata“. Giacomo Racioppi (….), nel suo vol. I del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata” parla di Alessandro il Molosso nel suo cap. XV, a p. 322 e, riferendosi alla battaglia di Posidonia prima della battaglia di Pandosia dove il Molosso trovò la morte, in proposito scriveva che: “Lo sviluppo delle operazioni guerresche del Molosso si protrasse nella bassa Italia per circa otto anni ecc….I Lucani trassero dalla loro parte i Sanniti ecc…e gli uni eserciti loro vennero a giornata con le falangi di Alessandro nelle campagne intorno a Posidonia. In questa città, che egli già aveva preso ai Lucani, si trovava con l’esercito il re; onde è dato arguire che avesse attraversata, se non tutta sottomessa, la regione interna lucana, dal mar Ionio al Tirreno (1). Nella battaglia di Posidonia furono vinti i Lucani-Sanniti (2); e il Molosso potè spingere l’esercito suo, per la più corta via della spiaggia tirrena, verso le terre poste oltre il fiume Lao, che erano ancora in dominio dei Lucani, poichè Cosenza era ancora una loro città.”. Il Racioppi, nel vol. I, a p. 322, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lenormant (Grande Grèce, I, p. 40) fa che l’esercito del Molosso, partendo dalla regione tarantina, circuisa per mare tutta la penisola; e sbarcato a Posidonia, vinca sui lucano-Sanniti. Ma io non veggo la ragione di questo lungo periplo; nè so quali antichi autori egli segua. E’ forza notare, che le narrazioni storiche in quella sua opera, per tanti riguardi pregevolissima, procedono, sì, spedite, ma tra rinfagottamenti e raffazzonature di fantasia.”.
Nel ‘334 a. C. (IV sec. a.C.), Alessandro il Molosso raggiunse e conquistò Posidonia e, nel viaggio di ritorno si fermò con la sua flotta nel porto di “SCIDRO” per proseguire attraverso i monti ed arrivare ad Eraclea sullo Ionio
Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana” (che il Cesarino riteneva essere la massima autorità nel campo), a pp. 94-95 parlando di Alessandro il Molosso e delle guerre dei Tarantini contro i Lucani, in proposito scriveva che: “Il Molosso, messo il piede in Italia, provvide a stringere in un fascio le forze che poteva opporre al nemico. A lui si aggiunsero, come alleati, oltre i Tarantini, i Peucezii e le città di Metaponto e di Turio. Anche con i Romani egli fece lega (5). Dalla parte opposta erano schierati contro di lui Bruzii, Lucani (6) e Sanniti….L’epirota ottenne, sulle prime, una serie di successi; ai Lucani tolse Eraclea, ai Bruzi Terina, e la capitale loro stess, Cosenza (1). Ciò nonostante, i nemici, trinceratisi nell’interno montuoso del paese, tornavano, sempre più insistenti, all’attacco, riforniti di nuove forze dai vicini Sanniti. Dopo qualche tempo Alessandro comprese che, per sanare il male, bisognava stroncarlo alla radice, e spuntò dritto al cuore della resistenza nemica, a Pesto. Come sia arrivato a Pesto è questione molto dibattuta. Secondo l’opinione di alcuni studiosi, egli vi si sarebbe recato per via di mare, attraverso un lungo giro (2); secondo altri, egli avrebbe seguito l’itinerario terrestre risalendo, verisimimilmente, da Metaponto la valle del Casuento, passando sotto Potenza, di qui raggiungendo la valle del Tanagro e seguendo, quindi, il corso del Silaro (3). Presso Pesto avvenne una grande battaglia (a. 332 ?), nella quale i collegati Lucani e Sanniti furono sconfitti (4). Dopo la vittoria di Pesto Alessandro sarebbe ritornato sul Jonio seguendo questo itinerario. Dapprima avrebbe rasentato il litorale tirrenico passando per le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani; da Lao sarebbe risalito alle sorgenti del Laino (p. 30); di qui si sarebbe immesso nella valle del Sinni (p. 20), e avrebbe infine raggiunto Eraclea (5). Secondo altri, Alessandro “ridiscese verso sud per prendere alle spalle i fuggiaschi Lucani, percorrendo la valle del Tanagro, la via più tardi scelta da Alarico, che doveva riuscire ad ambedue parimenti funesta” (1 – p. 96).”. Da questo passaggio del Magaldi, intanto si evince che lla citata “Scidro” “….pasando per le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani;” e, scriveva pure che queste città, compreso Scidro erano non molto distanti da Pesto e si trovavano come Pesto e Velia avrebbe “rasentato il litorale tirrenico”. Il Magaldi, a p. 95, nella sua nota (2) postillava che: “(2) F. Lenormant, La Grande-Grèce. Paysages et histoire, vol. I, Parigi, 1881, p. 40”. Il Magaldi a p. 95, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Ciaceri, o. c., III, p. 11. L’itinerario terrestre è sostenuto anche dal Beloch, Griechische Geschchte, Strasburgo, 1887, vol. II, p. 594, nonchè dal Racioppi, o. c., I, p. 322.”. ll Magaldi, a p. 95, in proposito scriveva che: “Dopo la vittoria di Pesto Alessandro sarebbe ritornato sul Jonio seguendo questo itinerario. Dapprima avrebbe rasentato il litorale tirrenico passando per le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani; da Lao sarebbe risalito alle sorgenti del Laino (p. 30); di qui si sarebbe immesso nella valle del Sinni (p. 20), e avrebbe infine raggiunto Eraclea (5).”. Dunque, come vedremo in nota, il Magaldi, sulla scorta di Emanuele Ciaceri, ed io aggiungo del Pais, scriveva che, Alessandro il Molosso, dopo aver conseguito, nel 332 a.C., una schiacciante vittoria sui Lucani a Pesto, sarebbe ritornato sulle coste del mar Ionio seguendo un itinerario costiero fino a Lao, ovvero, scrive il Magaldi, che il Molosso si allontanò con le sue truppe da Pesto, “rasentato il litorale tirrenico passando per le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani;”, quindi probabilmente seguendo un itinerario marittimo giunse a Pixunte, a Scidro ed infine a Lao che erano città Lucane, come del resto Pesto. Il Magaldi, a p. 95, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Ciaceri, o. c., III, p. 11. Il Ciaceri ricostruisce questo itinerario dalla notizia contenuta in Stefano Bizantino, sotto la voce “Scidro”, che questa città era ricordata dallo storico reggino Lico a proposito delle imprese di Alessandro. Senonchè la stessa notizia è servita al Pais, La Spedizione, ecc…., cit., p. 170 seg. per sostenere che il Molosso pervenne a Pesto per via di mare. Sul probabile sito di Scidro si dirà in seguito.”. Il Magaldi, nella nota (5) citava Ettore Pais (….), e la sua opera “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia. Nota letta alla R. Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti, dal socio ordinario residente Ettore Pais.”. Il Magaldi citava l’opera di Emanuele Ciaceri (….), il vol. III della sua “Storia della Magna Grecia”, ma a p. 11. Infatti, Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, vol. III, (ed. del 1932), a p. 11, ci parla della spedizione di Alessandro il Molosso ed, in proposito scriveva che: “Lucani e Sanniti, prima ch’egli scendesse al piano, gli andarono incontro ma furono battuti; onde v’è da supporre che sia entrato a Pesto (2). La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la littoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo le sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea.”. Dunque, il Ciaceri ci parla dell’itinerario che Alessandro il Molosso seguì prima di far ritorno ad Eraclea sulle coste dello Ionio. Il Ciaceri scriveva che il Molosso, da Pesto fece ritorno passando per Pissunte, per Scidro ed infine a Lao, che erano da lungo tempo città dei Lucani, ora vinti a Pesto e, a Pissunte, Scidro e Lao fece “dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote”. Il Ciaceri, nel vol. III, a p. 11, nella nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (STEPH. B. s.v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Dunque, di cosa si tratta ?. A cosa si riferiva il Ciaceri quando scriveva della “spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV” ?. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a p. 299 riferendosi allo storico Lico di Reggio (….) ci dice di Alessandro il Molosso ed in proposito scriveva che: “fra le altre cose, egli scrisse un libro ‘Intorno ad Alessandro’….ricordava insignificanti città d’Italia quali Scidro e Larino e relative storielle. Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); il quale, come vedremo, era avanzato prima da Brindisi sino ad Arpi nella Daunia, a sud della regione dei Frentani ov’è appunto la città di Larino (fr. 2) ed aveva compiuto, dopo, una spedizione per via interna da Metaponto sino a Pesto per prendere alle spalle i Lucani e Sanniti, donde quindi aveva fatto ritorno ad Eraclea verisimilmente lungo la via littoranea del Tirreno, ove, fra le altre, sorgeva la cittadina di Scidro (fr. 1), colonia di Sibari (4). Ecc..”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Fernando La Greca (33), in un suo studio sul Golfo di Policastro: ‘L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana’ riferendosi all’opera di Lico di Reggio su Alessandro il Molosso “Etnika” scriveva che: “In questa citazione si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.; se ne deduce che Scidro avesse un porto. Il Molosso giunge in Italia con una flotta con la quale si sposta lungo le coste, e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.” […]; […] “a Sapri, le ceramiche di fine VI secolo trovate alle falde della collina del Timpone sembrano confermare l’ipotesi di coloro che localizzano qui una città greca arcaica, subcolonia dei Sibariti, di nome Scidro (Skidròs).”. Fernando La Greca (33) scriveva che l’unica fonte o citazione di una “Scidro” è un brano del “lessico” di Stefano Bizantino, “….dove la stessa Scidro è detta città dell’Italia, ecc…” e, dove: “si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.”. Il La Greca, riguardo “Scidro” scriveva pure che: “ed il suo etnico è Skidronòs, come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro (3). Il La Greca (….), nella sua nota (….) postillava di “(3) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.”. Il La Greca scriveva che nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio o Bizantino (….), viene riportata l’opera di Lico di Reggio, “Etnika”, in cui si narra del passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso, condottiero che fu chiamato dalla città di Taranto per sconfiggere i Sanniti nel ‘334 a.C.. e cita l’opera di Costantino Gatta (…). Dunque, il La Greca scriveva che Stefano di Bisanzio (….), nel suo “Lessico Geografico” riportava un libro di Lico di Reggio che citava “Scidro” dove lo storico reggino narrò il passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso. Il La Greca scriveva che Alessandro il Molosso, nell’anno ‘334 a. C. (IV sec.), a.C., fu chiamato dai Tarantini di Sicilia per vincere i Sanniti che volevano conquistare la città. Alessandro il Molosso giunse in Italia con una flotta di navi e dopo essersi fermato a Scidro “e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.”. Dunque, secondo la notizia riportata dal La Greca, egli deduceva che “Scidro” avesse un porto nell’anno ‘334 a.C..Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, ed. 1925, vol. II, nel capitolo VI “Le imprese di Alessandro il Molosso”, a pp. 272-273, in proposito scriveva che: “Della potenza raggiunta dai Bretti aveva dato prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re di Epiro, zio di Alessandro il Grande……. Poniamo ora in rilievo che le popolazioni Sannitiche, alle quali fra poco dovevano succedere i Romani,…….Alessandro il Molosso, al quale Taranto si rivolgeva, era principe ambizioso e di gran valore ed accettò l’invito con la speranza di fondare un grande impero in Occidente. Nello stesso anno in cui suo nipote Alessandro il Grande muoveva alla conquista dell’impero Persiano, egli si volgeva in Italia, sapendo di avere impresa, …..Giunto però a Taranto, il principe Molosso……Ma, guastatosi coi Tarantini, fece fulcro della sua potenza la città di Thuri, loro nemica (dei Tarantini), minacciata dai Bretti e, per vendicarsi di Taranto, trasportò nel territorio di Thuri la sede dell’assemblea degli Italioti. Ben presto però Alessandro si accorse che la lotta coi Bretti era assai ardua. Era difficile penetrare nell’interne vallate dell’aspra regione montagnosa occupata da quelle genti forti e selvagge; ed allora concepì l’ardito disegno di assalirli alle spalle, trasportando parte delle sue forze per mare presso alle foci del Silaro, partendo dai confini di Pesto, discendendo le valli, che penetrano nel cuore del paese dei Bretti e raggiungono le coste dell’Ionio…..Il disegno non riuscì. I Bretti si difesero disperatamente presso il fiume Acheronte e nel passare la riviera il re d’Epiro venne ucciso da un esule Lucano. La sua morte avvenuta verso il 331-330 a.C. segnò la fine della potenza di Thuri ed un periodo di incontrastata superiorità per i Bretti (verso il 330 a.C.).”. Dunque come abbiamo visto il Pais non dice nulla circa le notizie di un passaggio di Alessandro a Scidro e a Pixunte. Ettore Pais (…), però scrisse in proposito il libro ‘La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia. Nota’, Napoli, Stab. Tip. della R. Università, 1902. Il Pais, nel suo “Storia critica di Roma durante i primi cinque secoli” dedica un capitolo alla questione intitolato “IL TESTO DI LIVIO ( VIII 24 , 4 ) RELATIVO ALLE GESTA DI ALESSANDRO IL MOLOSSO IN ITALIA . Dunque, è Tito Livio (….) che ci racconta della spedizione di Alessandro il Molosso contro i Lucani alleati dei Brezii. Il Pais, a p. 516, nelle sue note al testo riguardo la p. 223 sgg. postillava che: “p. 223 sgg. Intorno alle imprese di Alessandro il Molosso v. la mia memoria edita nell’Italia Antica vol. II, p. 163 sg. ove raccolgo tutto il materiale relativo a questo periodo.”. Da qualche parte ho letto che fu Giustino a fornire alcune utili informazioni che ci riguardano. Infatti, il Pais, nelle sue note al vol. II, postillava che: “p. 255 sgg. Intorno al sorgere dei Brutti porgono dati assai brevi e incompiuti, Diod. XVI, 15, Strab. VI, P. 255 C., Iustino XXIII, I, il quale insiste sulla loro ‘feritas che ‘diu terribilis finitimis fuit’. Degno di nota è anche il passo di Livio XXIV, 3, 12 ove i Crotoniati ecc..”. Infatti, Ettore Pais, nella sua “Italia Antica”, vol. II, a p. 164, in proposito scriveva che: “Ne è abbastanza chiara da qual fonte originaria derivi il racconto drammatico, che dalla fine di quel principe ci è conservato il Livio (1).”. Il Pais, a p. 164, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Livio, VIII, 3; 17; 24; cfr. Iustino, XII, 2, 12. Strab., VI, p. 256 C.; 280 C.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Samnites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo populi adversus regem exensionem a Paesto facientem signis conlatis pugnaverunt eo certamine superior Alexander, incertum qua fide culturus si perinde cetera processissent, pacem cum Romanis fecit”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος εν τω περι ‘Αλεξανδροο.”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie des Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro Magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”.

Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso”, a pp. 143-144 e ssg., in proposito scriveva che: “Risalendo il territorio metapontino per la valle del Bradano, Alessandro, avrebbe potuto attraversare tutto quanto il territorio dei Lucani e ferire nel cuore del loro impero i più vigorosi tra i suoi nemici meridionali. Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno che un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Il Pais, a p. 143, nella nota (1) postillava: “(1) Beloch, griech. Geschichte, II, p. 594.”. Il Pais, a p. 143, nella nota (2) postillava: “(2) Liv. III, 17, 9: “ceterum Samnites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo populi adversus regem exensionem a Paesto facientem signis conlatis pugnaverunt eo certamine superior Alexander, incertum qua fide culturus si perinde cetera processissent, pacem cum Romanis fecit”; Lyc. Lyc. apud Steph. Byz. s. v. “Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος εν τω περι ‘Αλεξανδροο.”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie des Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Dunque, il Pais conferma il percorso per via mare, che Alessandro il Molosso con il suo esercito fece per arrivare a Paestum (Pesto lucana) ed il passaggio da Laos e da Scidro. Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a pp. 8- 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: “Chiesero, in fine, aiuto ad Alessandro il Molosso, re di Epiro; il quale accettando l’invito, con entusiasmo si affrettò a fare preparativi si da porsi presto in viaggio con 15 vascelli da guerra e numerosi navi cariche di truppe e di cavalli (2). Con quali propositi egli veniva in Italia (a. 334/3)?…..(p. 10) Alessandro comprese che per porre termine alla lotta era necessario fermare quella perenne fiumana di uomini alle sue sorgenti (5); e per questo egli decise di attuare una spedizione verso nord lungo l’interno del paese, sì da giungere a Pesto, l’antica Posidonia, che rappresentava, per così dire, la testa di ponte della potenza lucana, come un tempo l’era stata, in senso inverso, per lo Stato di Sibari (1)(p. 11). Quale via abbia tenuto, non è deto; ma puossi congettuarare che risalendo da Metaponto il corso del Casuento (Basento) e passando sotto Potenza raggiungesse le sorgenti del Tanagro, lungo il quale poi penetrava nella vallata del Silaro. Così avrebbe preso il nemico alle spalle. Lucani e Sanniti, prima ch’egli scendesse al piano, gli andarono incontro ma furono battuti; onde v’è da supporre che sia entrato a Pesto (2). La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Le basi del suo principato eran ormai gettate; e Lucani e Bruzzi si vedevan costretti a consegnargli numerosi ostaggi, ch’egli inviava in Epiro, mentre gli esuli provenienti dalla loro parte venivano a formare intorno a lui un corpo di guardia (4). E poichè i Romani assoggettarono il Lazio e posto piede in Campania diventarono finitimi dei Sanniti, era naturale che contro il comune nemico stringessero rapporti d’amicizia e di alleanza con il valoroso re (5).”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Non è ammissibile che si recasse per via di mare fino a Pesto, secondo la congettura del LENORMANT, La Grande-Grèce I p. 40 (vedi anche NIESE, Gesch. der griech. u. maked. Staaten I p. 476), seguita dal Pais, op. cit., p. 143.”. Il Ciaceri, a p. 11, nella nota (5) postillava che: “(5) Iustin. XII, 2, 12: cum – Romanis foedus amicitiamque fecit.”. E’ proprio in questa postilla che il Ciaceri chiarisce la questione del percorso che fece il Molosso. Il Ciaceri non ammette il percorso enunciato dal Lenormant e dal Pais. Infatti, secondo Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande-Grèce”, vol. I, p. 40 scriveva che il Molosso si recò a Pesto per mare. Francois Lenormant (….), nel suo vol. I, della sua “La Grande-Grèce”, a p. 40 scriveva che: “…….

Sull’ingresso e la conquista di Posidonia di Alessandro il Molosso, il Ciaceri a p. 11, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Liv. VIII, 17, 9: “ceterum Samnites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo populi adversus regem escensionem a Pesto facientem signis conlatis pugnaverunt.”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”. E’ poprio in questa postilla che il Ciaceri chiarisce ulteriormente la sua teoria (differente dal Lenormant), sull’itinerario militare del Molosso. Il Ciaceri scrive che proprio la citazione di Scidro, che fece Lico di Reggio, dice il Ciaceri che starebbe a dimostrare che il Molosso toccò le spiagge di Scidro nel viaggio di ritorno per via mare da Pesto. Secondo il Ciaceri, fu da Scidro che il Molosso risalì con le sue truppe le vie interne per arrivare a Eraclea sullo Ionio. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a p. 299, ritorna sulla figura di Lico di Reggio (…) e cita di nuovo l’impresa del Molosso e Scidro, scrivendo che: “gli avrebbe inviato Lico un suo scritto riguardante l’Occidente (2), incomprensibile riuscirebbe che ciò egli facesse con un libro in cui, a giudicare dai due frammenti soprammenzionati, ricordava insignificanti città d’Italia quali Scidro e Larino e relative storielle. Ecc..”. Il Ciaceri, riferendosi al libro di Lico reggino “Intorno ad Alessandro”, nella sua nota (2) a p. 299, postillava che: “(2) v. LAQUEUR in R. E. XIII 2, 2406 sg.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte IV, cap. VI, a pp. 155-156 e ssg., in proposito scriveva che: “Strabone (l. c.) racconta che Turio fu ridotta in servitù dai Lucani; ma grandi danni non dovette subire, perchè, in seguito, fu come il quartier generale di Alessandro di Epiro, durante le sue operazioni in questa parte d’Italia….Si è visto come Alessandro di Epiro aveva fatto di Turio, la base delle sue ultime e sventurate imprese; Giustino anzi aggiunge (XII, 2, 15) che (il suo cadavere ebbe onorata sepoltura in questa città”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 79, in proposito scriveva che: “….L’accenno alla spedizione sul versante tirrenico compare soltanto nel testo liviano, mentre sia Strabone che Trogo/Giustino la ignorano. Accettata l’attendibilità della notizia (75), rimane da stabilire se quest’intervento sia stato preceduto dalle imprese nel territorio bruzio. E’ plausibile pensare che solo dopo le operazioni vittoriose nel Bruzio, con la conquista d’importanti centri tra cui la stessa Cosentia (Liv., VIII 24,4), egli abbia potuto spingersi verso il litorale tirrenico per cercare di sconfiggere la resistenza lucana (76). S’impone ora la domanda relativa all’itinerario seguito dalle sue truppe per raggiungere Paestum. Alcuni studiosi pensano, sulla scia del Beloch, che il re abbia attraversato tutto il territorio lucano penetrando poi nella pianura pestana, altri ritengono che vi sia giunto per mare (77). Una terza ipotesi, avanzata da Pareti, si fonda sulla possibilità di una marcia da Turì al Tirreno, rimontando per Scidro verso Paestum con l’intento di liberare le città costiere di Laos, Pyxus ed Elea; dello stesso parere è C. A. Giannelli che sostiene però che il Molosso deve aver seguito un itinerario per via di terra da Turi a Scidro e, per via di mare, da Scidro a Paestum (78). In effetti questa soluzione avrebbe permesso all’Epirota un viaggio celere e sicuro rispetto a quello che l’avrebbe portato dallo Ionio al territorio poseidoniate attraverso la valle del Basento, di Serra e poi il Tito, il Platano ed il Sele (79).”. La Catalano, a p. 79, nella nota (75) postillava che: “(75) C.A. Giannelli, art. cit., p. 12 n. 35”. La Catalano qui si riferisce al testo di C. A. Giannelli (….), “L’intervento di Archidamo e di Alessandro il Molosso in Magna Grecia”, in “Critica storica”, VIII, 1969. Vi è pure un altro testo molto interessante che ci parla di Scidro, di Lao e di Alessandro il Molosso. Si tratta di Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, Firenze, Sansoni, 1963 oppure lo stesso testo ed. Bemporad, Firenze, 1924. La Catalano, nel testo citato, a p. 18, in proposito scriveva che: “Alla base della tradizione raccolta da Giustino, epitomatore di Pompeo Trogo…”. Dunque, la Catalano, si riferisce all’opera di Giustino (….) e, da Wikipedia leggiamo: Marco Giuniano Giustino (in latino: Marcus Iunianius (o Iunianus) Iustinus; … – …; fl. II-III secolo) è stato uno storico romano dell’epoca degli Antonini. Di Giustino ci resta l’Epitoma Historiarum Philippicarum Pompei Trogi, ossia il riassunto – non sappiamo quanto rispondente all’originale in percentuale di testo conservato – dell’opera dello storico narbonese d’età augustea. In effetti, Giustino resta fedele al proposito espresso nella Praefatio di estrapolare quanto non risultasse utile: eliminati i discorsi diretti, tipici della storiografia, e le digressioni troppo ampie, l’epitome di Giustino conserva lo scheletro della narrazione. L’opera, interessante più per la parte aneddotica che per quella storica, spesso disordinata ed erronea, ebbe larghissima diffusione nella tarda romanità. Essa risulta un ottimo esempio di epitome anche a livello stilistico, perché “nella forma e nella sostanza vi è la diseguaglianza propria di chi a volte si tiene vicino alla fonte, a volte se ne allontana così da compendiare intere pagine in brevi parole”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 79, in proposito scriveva che: “S’impone ora la domanda relativa all’itinerario seguito dalle sue truppe per raggiungere Paestum. Alcuni studiosi pensano, sulla scia del Beloch, che il re abbia attraversato tutto il territorio lucano penetrando poi nella pianura pestana, altri ritengono che vi sia giunto per mare (77). Una terza ipotesi, avanzata da Pareti, si fonda sulla possibilità di una marcia da Turì al Tirreno, rimontando per Scidro verso Paestum con l’intento di liberare le città costiere di Laos, Pyxus ed Elea; dello stesso parere è C. A. Giannelli che sostiene però che il Molosso deve aver seguito un itinerario per via di terra da Turi a Scidro e, per via di mare, da Scidro a Paestum (78). In effetti questa soluzione avrebbe permesso all’Epirota un viaggio celere e sicuro rispetto a quello che l’avrebbe portato dallo Ionio al territorio poseidoniate attraverso la valle del Basento, di Serra e poi il Tito, il Platano ed il Sele (79).”. Dunque, la Catalano parlando dell’itinerario che seguì l’esercito di Alessandro il Molosso che si recò con il suo esercito a conquistare la già lucana Pesto, elenca le diverse ipotesi fatte ed in proposito scriveva: “…C. A. Giannelli che sostiene però che il Molosso deve aver seguito un itinerario per via di terra da Turi a Scidro e, per via di mare, da Scidro a Paestum (78)”, ipotesi che in ogni caso presupponevano l’esistenza della città di “Scidro” da cui probabilmente il Molosso part’ con la sua flotta. La Catalano, a p. 79, nella nota (77) postillava: “(78) C.A. Giannelli, art. cit., p. 16, definisce “più convincente” l’ipotesi del Pareti.”. La Catalano, a p. 79, nella nota (77) postillava che: “(77) Per l’elenco delle diverse ipotesi v. M. Liberanome, art. cit., p. 91, n. 1″. La Catalano, a p. 79, nell nota (77) si riferisce al testo (v. a p. 57, nota (17)), di Manfredo Liberanome (…) ed il suo “Alessandro il Molosso e i Sanniti”, in “Atti Accad. Scienze Torino”, CIV, 1969-70, p. 91, n. 1. Infatti, Manfredo Liberanome (….), nel suo saggio “Alessandro il Molosso e i Sanniti”, a p. 88 e sgg., in proposito scriveva che: “Il re d’Epiro, infatti, dopo una serie di operazioni compiute in Apulia, fin verso il Gargano, non tanto per difendere i tarentini, quanto per avere le più ampie possibilità di comunicazione con l’Epiro indipendentemente da Taranto ed una base per le future operazioni (I), aveva stipulato un accordo con i Pediculi o Peucezi (2), evidentemente in funzione antisannita, ed aveva tolto ai Lucani alcuni centri che essi avevano conquistato (3).”. Dunque, il Liberanome, in proposito scriveva che, Alessandro il Molosso: “aveva tolto ai Lucani alcuni centri che essi avevano conquistato (3).”. Il Liberanome, a pp. 89-90, nella nota (3) postillava che: “(3) Credo che le operazioni di Alessandro contro i Lucani (e i Bruzi) si siano svolte in due tempi, separati dalla spedizione a Paestum e dalla battaglia avvenuta presso quella città (forse vicino al Silaro che segnava il confine con la Campania). Alla prima fase operativa appartiene la conquista di Eraclea, di Terina, di Cosenza (Liv. VIII 24, 4), di Scidro (v. Steph. Byz., s.v.) citata da Lico di Regio (Muller, F.H.G., II, p. 370 e Jacoby, F. Gr. Hist., II B, p. 525) l’unico, per quanto ci consta, che narrasse le imprese di Alessandro.”. Il Liberanome, dopo aver postillato di Scidro e delle notizie riguardo Scidro contenute in Lico di Regio e riportate da Stefano di Bisanzio, postillava ancora su altri centri conquistati ai Lucani da Alessandro il Molosso, come ad esempio, Terina e Cosenza che fu tolta ai Bruzi. Sempre il Liberanome, a p. 90, nella nota (3) postillava: “(3)….Certo la situazione impose al re tempi e movimenti affrettati, per cui non è pensabile, ad es., che egli avesse costruito le mura di Potentia lucana (v. M. Napoli, La Grande Grecia, cit., p. 207). Sull’itinerario di Alessandro v. anche E. Lepore, Incontri di economie e di civiltà, in ‘Vie della Magna Grecia’ (Atti del II Convegno di Studi sulla M. G.), Napoli, 1963, p. 219.”. Infatti, la Catalano, sulla scorta del Liberanome, a p. 79, nella nota (76) postillava che: “(76) Per l’itinerario del Molosso v. E. Lepore, Incontri di economie e di civiltà, in “Atti II Conv. St. sulla Magna Grecia”, cit., p. 219″. Riguardo la postilla della nota (76), Ettore Lepore (….), in “Atti del II Convegno di Studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto etc…” (in “Vie della Magna Grecia” – AA.VV.), in “Documentazione e bibliografia”, a p. 219 egli scriveva che: “Per Alessandro il Molosso, il suo itinerario e i rapporti con Roma, cfr. sopratutto Iust. XII, 2, 5-11; Liv. VIII, 3, 6; 17, 9; 24, l ss. e spec. 17, 9-10 (Iust., XII, 2, 12); a quest’opera va oggi datato anche il trattato tra Roma e Taranto etc…”. Dunque, dopo aver citato una tesi insostenibile di Mario Napoli, che altrove abbiamo visto ciò che scrisse e dice di Scidro, il Liberanome, sull’itinerario di Alessandro il Molosso cita il testo di Lepore. Sempre il Liberanome, a p. 91, in proposito scriveva che: “Probabilmente per far cessare tale aiuto e per affermare, anche nei confronti di Roma, la propria presenza sulla costa tirrenica, lontana dal primo teatro delle sue operazioni, Alessandro si portò a Paestum con la flotta, preferendo – credo – questa soluzione, che gli offriva il duplice vantaggio della maggiore celerità e della maggior sicurezza, a quella di una lunga e difficile marcia in un territorio che egli doveva sapere ostile (I), e, poco distante da quella città, si scontrò vittoriosamente con le forze che i Lucani ed i Sanniti gli avevano posto di fronte.”. Il Liberanome, a p. 91, nella nota (I) postillava: “(I) Il passo di Livio (VIII, 17, 9: regem escensionem a Pesto facientem) è ambiguo ed ha reso discordi i moderni, tra i quali alcuni ritengono che Alessandro sia giunto per via di terra (ad es. Beloch, Gr. Gesch., III (2), I, p. 598, n. I; Ciaceri, op. cit., III, p. 11, n. I; Wuilleumier, Tarente, cit., p. 86; Pareti, Storia di Roma, cit., I, p. 521) altri per via di mare (ad es., Lenormant, La Grande-Grèce, I, Paris, 1881, p. 40; Pais, Stor. Crit. di Roma, IV, p. 326; Honingmann, in R. E., XIII, col. 1545 s.v. Lucani; M. Sordi, Roma e i Sanniti, cit., p. 31). Propendo per questa seconda ipotesi. L’esistenza della flotta di Alessandro è attestata da Aristotele, frg 614 (Rose).”. Il testo di Pierre Wuilleumier, ed il suo “Tarento, des origines à la conquete romaine”, 1939. Ettore Pais, nel suo “Storia critica di Roma”, vol. IV, a p. 326, in proposito scriveva che: “Trasportato per mare un esercito sulle coste del Tirreno e sbarcatolo a Posidonia a sud del Silaro (a Paestum dei Lucani), s’incamminò per quella valle del Tanagro che attraversando la Lucania conduce alla regione dei Bruzi (3). La popolazione indigena dei Bruzi, che nella seconda metà del secolo V, era stata per un poco assoggettata dai Lucani, da qualche decennio si era emancipata. Strettasi in potente federazione, che aveva per sede Pandosia nella valle interna del Crathis, antica reggia delle popolazioni Enotriche, si era accinta a conquistare le sottoposte città Elleniche. Terina per la prima era venuta in loro potere nel 356, e nel coso della loro conquista s’insignorirono di Eiponion già colonia di Locri (Vibo) e poi di Thurii.”. Il Pais, a p. 326, nella nota (3) postillava: “(3) Liv. VIII 17, 9; cfr. con Lyc. Rheg. apud Step. Byz., s.v. Σκιδρος; cfr. le mie Ricer. Stor. geogr., p. 143.”, che ho già riportato.
Nel 333 a.C., Vibonati, colonia dei Fenici scampati alla distruzione di Tiro
Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia”, a p. 158, in proposito scriveva che: “Bosio, nelle sue “Note alla VII Epistola ad Attico di Cicerone”, lasciò intendere che Vibonati, nel IV secolo a.C., fosse colonia dei Fenici, definendola “Vibo oppidum Thuriorum”. La notizia, anche se non confermata può essere ritenuta di una certa attendibilità. Difatti, Alessandro il Grande, una volta sconfitto Dario III nella grande battaglia di Isso (333 a.C.) volendo completare la conquista dei paesi costieri del Mediterraneo, invase la Fenicia e, dopo un lungo assedio, prese e distrusse, in quello stesso anno, la famosa e fiorentissima città di Tiro (12).”. Il Guzzo, a p. 158, nella nota (12) postillava: “(12) U. Nicolini, Storia Orientale e Greca – Torino – Utet, 1960, pag. 282”. Ugo Nicolini (….), nel suo “Storia Orientale e Greca”, nel cap. V dedicato alla “Storia dei Fenici”, a p. 53, in proposito scriveva che: “Fu poi conquistata da Ciro, re dei Persiani, e infine da Alessandro Magno, il quale la sottomise nel 332, dopo aver assediata e distrutta Tiro, che si difese a lungo con grande ardimento.”. Il Nicolini, a p. 282 ci parla di Dario III che fuggì verso l’interno dell’Asia abbandonando la famiglia ma ovviamente non dice nulla di Vibone o Vibonati come afferma il Guzzo. Da Wikipedia leggiamo che i Fenici, dopo la battaglia di Isso contro Dario III, una volta ricostruita Sidone nel 345 a.C., poiché fondamentale base strategica, si arrende spontaneamente insieme ad Arado e Biblo all’arrivo di Alessandro. Tiro si oppone e viene cinta d’assedio: il conquistatore unisce l’isola alla terraferma e conquista la città, che tuttavia mostra in seguito una ripresa. La cultura greca, già nota dai commerci, presenta un’accelerazione dell’ellenizzazione: gli influssi artistici e le assimilazioni divine evidenziano un’interazione fra le due culture (Bonnet)[non chiaro], e un fatto lento e con ritorni (Moscati).[non chiaro] Dal I secolo a.C. si osserva l’intervento di Roma, che nel 64 a.C. istituisce la provincia di Siria, comprendendo le città fenicie. Il periodo sarà economicamente benefico, arricchito dallo splendore delle città di Tiro e Beirut. Il Guzzo continuando il suo racconto, in proposito scriveva ancora che: “I Fenici scampati alla devastazione ed all’eccidio della loro capitale, fuggirono, con le loro agilissime navi, per le coste occidentali del Mediterraneo, rifugiandosi in vari paesi. Alcuni di essi sbarcarono nel Sinus Vibonensis e attratti dalla fertilità dei campi, dalla rigogliosa vegetazione dei boschi circostanti e dalla grande ricettività del litorale che molto somigliava a quello dell’abbandonata patria, vi si stabilirono e vi fondarono alcune colonie. Una di esse dovette essere Vibone, e tae avvenimento sembra essere confermato dal nome che ancora oggi il rione più alto di Vibonati porta di “Tirone”, da Tiro appunto. Ma i Fenici non trovarono disabitate queste terre. Etc…”. Dunque, il Guzzo riporta una notizia di Bosio (….), che, secondo lui: “…nelle sue “Note alla VII Epistola ad Attico di Cicerone”, lasciò intendere che Vibonati, nel IV secolo a.C., fosse colonia dei Fenici, definendola “Vibo oppidum Thuriorum”.”. Intanto bisogna chiarire se questa fosse una notizia di Bosio o si trattasse di una notizia dataci da Cicerone nelle sue “Epistole ad Attico”. Cicerone, nelle sue lettere all’amico Attico, scrisse che in diverse occasioni si era fermato ad “Hipponem”. Sempre parlando di questa località, nel Bruzio e non distante da Reggio Calabria, Cicerone riportò delle notizie storiche riguardanti le origini di quei luoghi, delle poplazioni che ivi si femarono probabilmente già prima dell’VIII secolo a.C.. Ma Cicderone si riferiva alla Hipponium. Da Wikipedia leggiamo che Vibo Valentia, già Monteleone fino al 1863 e Monteleone di Calabria dal 1863 al 1928. Corrisponde all’antica Hipponion (Ἱππώνιον), importante città della Magna Grecia su cui sorse poi la colonia romana di Valentia. Tuttavia, è vero che sulle lettere di Cicerone vi sono delle distanze che non tornano e molti pensano che la Hipponion citata da Cicerone non fosse la colonia romana di Valentia ma si trattasse della “Vibone Lucana” che poi sarebbe Sapri. La questione è stata da me trattata quando parlo di Cicerone e delle sue lettere e dei riferimenti al “Fundus Siccae”.
Nel 317 a.C., Nerulum durante la seconda guerra Sannitica
Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 181 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Era l’anno 317 a.C., ed essendo spirata la tregua di due anni stabilita coi Sanniti e coi loro confederati, i due nuovi Consoli Giunnio Bubulco ed Emilio Bardula si diressero contro la Puglia. Dopo averla domata, Giunnio irruppe nella Lucania, s’impadronì d’Acerenza, o, secondo altri, Florentia, ed, indi, essendo giunto repentinamente l’altro Console Emilio – il quale era rimasto momentaneamente nella Puglia per assicurare i nuovi acquisti – Nerulo fu preso per forza. Quell’impresa è così rapidamente descritta da Tito Livio nel libro IX n. 20 delle Storie: ‘Apulia perdomita – nam Acherontia (altri leggono Ferento) valido oppido, Junius potitus erat – in Lucanos perrectum. Inde, repentino adventu Aemilii Consulis, Nerulum vi captum (1). Se dunque, secondo la narazione Liviana, i due Consoli Romani, dopo avere espugnato quell’altra Città, percorsero per la prima volta trionfalmente buona parte della Lucania, e si diressero ‘viribus anitis contro Nerulo, quasi per ferire nel cuore la forte nazione Lucana, è facile argomentare che Nerulum, vi captum, fosse di considerevole importanza, e, per essere stato espugnato a viva forza dalle legioni romane, sorgesse in sito ben fortificato, come si può supporre sulla rupe di Lagonegro, meglio che negli altri luoghi indicati da coloro, che vorrebbero altrove collocare Nerulo. Anche il Corcia ritiene ciò nl vol. III pag. 71 della Storia: “Poichè, nel 436 di Roma, la città di Nerulo veniva presa con la forza dal Console Emilio Barbula nella seconda guerra Sannitica, non è dubbio che fu una città fortificata, della quale, del resto, non rimase altra ricordanza nella storia”. Ci vuole che siano andati dispersi i libri della seconda Deca di Livio, nei quali si parlava più diffusamente delle cose e delle guerre lucane, poichè, forse, in essi si sarebbero trovate maggiori notizie di Nerulo, il cui nome non appare in quel glorioso periodo storico.”. Il Pesce, a p. 182, nella sua nota (1) postillava: “(1) Il Prof. Ettore Pais, nella sua Storia Critica di Roma durante i primi cinque secoli, vol. I: I opina che l’ignoto Nerulo, espugnato dai Consoli Bubulco e Barbula, sia diverso da Nerulo sulla via Popilia, che egli dice a nord di Turio, il quale era sito nell’opposto versante del Jonio, vicino Sibari. Ma questa congettura non ha fondamento, perchè nessun altro Nerulo esisteva nella Lucania; e non deve far meraviglia se gli eserciti romani, dopo occupata Acerenza o Forenza, percorrendo la via Erculea, che congiungeva quella plaga Venosina col nostro Nerulo, giungessero repentino adventu ad espugnare anche questo.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ecc..”, a p. 22, in proposito scriveva pure che: “la prima volta che i Lucani sono ricordati con sicurezza durante la guerra è all’a. 317 e non come alleati dei Romani, i quali invece, affermata la loro posizione in Apulia e conquistata Ferento, nel territorio di Venosa al confine lucano, si volsero contro i Lucani impadronendosi della città di Nerulo (1).”. Il Ciaceri, a p. 22, vol. III, nella nota (1) postillava: “(1) Liv. IX 20, 9: Che il Nerulum liviano sia da far corrispondere all’odierna località di Rotonda, nella parte meridionale della Lucania e proprio fra le sorgenti del Lao e del Siri (Nissen It. Landesk. II p. 905), non par verosimile.”.
Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “L’occupazione romana sconvolge questa impostazione insediativa. Nei primi decenni del III sec. a.C. si assiste alla destrutturazione degli insediamenti d’altura a favore dell’impianto coloniale. In particolare la decadenza demografica ed economica colpisce i luoghi fortificati dell’area centro-occidentale della Lucania….La continuità è documentata anche per la frequentazione dei santuari per tutto il III (Palinuro e Volcei) o almeno fino alla metà del III (Velia, Armento). Altri invece, sia urbani che rurali, vengono distrutti nel primo venticinquenio del secolo (Metaponto = Apollo Licio e Zeus etc…).”.
Nel 281 a.C. (III sec. a.C.), Pirro, le città Lucane e i Romani
Da Wikipedia leggiamo che nel 281 a.C. la città di Taranto, in Magna Grecia entrò in conflitto con Roma, e stava preparandosi a un attacco romano che le avrebbe inferto una sicura sconfitta. Roma era già diventata una potenza egemone, e si muoveva con l’intenzione di sottomettere tutte le città della Magna Grecia. I tarantini mandarono una delegazione a Pirro, perché intervenisse e la salvasse dalla conquista romana. Pirro, già desideroso di vittorie, vide la possibilità di fondare senza sforzi un regno in Italia, nonché quella di conquistare la Sicilia ed espandersi in Africa; inoltre, fu incoraggiato nell’impresa dalle predizioni dell’oracolo di Delfi, nonché dall’aiuto dei re ellenistici: Tolomeo Cerauno gli fornì truppe mentre Antigono II una piccola flotta ed Antioco I danaro. In vista dell’impresa Pirro riconquistò l’isola di Corcira e affidò il proprio regno al figlio quindicenne Tolomeo. Pirro sbarcò in Italia nel 280 a.C. con 3.000 cavalieri, 2.000 arcieri, 500 frombolieri, 20.000 fanti oltre a venti elefanti da guerra, che per la prima volta appaiono sul suolo italico. Precedentemente aveva inviato un suo generale, Milone, con un distaccamento di oltre 3.000 soldati per rafforzare la guarnigione di Taranto. Pirro riesce anche ad ottenere l’alleanza dei Sanniti. In un primo momento il sovrano, inferiore per numero di soldati, cercò un negoziato con il console Publio Valerio Levino, che però fallì. Poi, però, grazie alla superiorità della cavalleria e alla potenza degli elefanti, egli batté nella battaglia di Heraclea i Romani, guidati da Levino. La battaglia di Benevento. Qui, i Romani lo aspettavano: nel 275 a.C. mossero a battaglia contro un esercito epirota stanco e provato da anni di lotte lontano dalla patria, presso Maleventum. La battaglia, sebbene risultasse inconcludente dal punto di vista tattico, segnò la decisione del re epirota di ritornare in patria, dal momento che non aveva ricevuto alcun rinforzo dalla Grecia e dagli altri sovrani ellenistici cui era stata fatta richiesta. In ricordo della battaglia, i Romani ribattezzarono il villaggio Beneventum. Pirro abbandonò la campagna d’Italia e tornò in Epiro, dove, non pago del grave prezzo in uomini, denaro e mezzi della sua avventura a Occidente, preparò un’altra spedizione bellica contro Antigono II Gonata. I due sovrani si affrontarono nella battaglia dell’Aoos, nel 274 a.C. Pirro riuscì a sconfiggere il potente esercito macedone, costringendo Antigono a ritirarsi e riprendendo il trono macedone. Ad Eraclea, in territorio lucano, si scontrarono l’esercito romano e quello di Pirro; lo scontro fu favorevole a Pirro grazie all’uso degli elefanti da guerra, sconosciuti ai Romani, che li chiamarono “buoi lucani”. Tuttavia la guerra si concluse favorevolmente ai Romani, che estesero la loro egemonia su tutta l’Italia meridionale. Nel 275 a.C. Manio Curio Dentato celebrò il trionfo sui Lucani e nel 273 a.C. vennero dedotte colonie a Poseidonia, che divenne la romana Paestum, e a Grumentum. I Lucani divennero socii, cioè alleati dei Romani, mantenendo i loro costumi ed istituzioni come tutti i popoli della penisola.
Nel 274 a.C. (III sec. a.C.), SCIDROS passò alla lega di Roma
Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, a p….. riferivo che il Battisti (32) parlando di Sapri e di Scidro aveva scritto che: “In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma.”. Nella mia nota (32) postillavo che: “(32) Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” (stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964), di “Scidro”, a p. 37 (p. 273), in proposito scriveva che: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri che ha certamente una storia preromana, mentre ‘Sanza’, si connetterà quasi certamente (ma non so in che modo) coi ‘Sontini’ lucani della lista Pliniana…..cfr. Rohlfs, op. cit., 449 (ma non sò se è riferito a Sapri).”. Il Battisti, a p. 47 e ssg., in proposito scriveva: “Passando alla documentazione diretta di toponimi usati qui dai Romani, si collocheranno fra parentesi quadre i nomi di luogo delle località già ricordate. Precedono i toponimi di centri abitati, seguono gli idronimi e gli oronimi. a) I CENTRI ABITATI….In latino non esiste questo nome, anche se scrittori locali ci dicono che Scidrus passò nel 273 alla « lega di Roma ». Caso analogo ci si presentò nel binomio Buxentum-Policastro (che in origine era una località abitata presso Buxentum e ne ereditò la sede episcopale nel V secolo). Incerta la posizione di Blandae che fu conquistata dai Romani nel 214 e deve essere stata una città costiera nei pressi di Maratèa; secondo il Nissen, II, 899 dovrebbe essere cercata sul colle di Piarella. Il Geografo Ravennate colloca fra Blandæ e Buxentum una città ‘Cessernia’ che dunque potrebbe esser cercata tanto a Sapri quanto a Lauria.”. Il Battisti, nell’analizzare i diversi nomi dei centri dell’antica Lucania e del Cilento, a p. 53 e ssg., in proposito scriveva: “S A P R I ; non fu ritrovato un nome latino, ma il centro fu certamente abitato in epoca romana. Etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.“. Nel 2022, Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini etc..”, nel II cap.: “Lucani e Romani fra luci e ombre”, a p. 23 e sgg., in proposito scriveva che: “La romanizzazione della Lucania avvenne nella prima metà del III sec. a. C., dopo le guerre (280 – 275 a.C.) contro Pirro, re dell’Epiro, chiamato in aiuto da Taranto (24) contro Roma, la quale ad ogni modo già con le guerre sannitiche (343 – 290 a.C.) si era impadronita della Campania centrosettentrionale. Con la fondazione d’una colonia latina a Poseidonia (ribattezzata Paestum)(25) nel 273 a.C. il dominio di Roma risultò ormai stabilito. La mancanza di unità politicomilitare all’interno della Confederazione lucana (26) etc…La presenza dei vincitori determinò, in un primo tempo, misure dure nei confronti dei vinti. Le mura “ciclopiche” furono abbattute, il territorio occupato, gli abitanti dei pagi costretti a fuggire. In tutto il Cilento meridionale e nel Vallo di Diano si riscontrano indizi di un processo di devitalizzazione del territorio. Si tenga conto, d’altra parte, che anche la guerra annibalica coi suoi guasti coinvolse, seppure indirettamente, le aree anzidette. Negli ultimi anni della Seconda guerra Punica (218 – 212 a.C.) infatti, prima e dopo la battaglia di Canne (216 a.C.), la fascia costiera si schierò coi Romani e quella interna fu soggetta alle scorrerie di Annibale (28). Un brano di Silio Italico ricorda i giovani bussentini (‘Buxentia pubes’) che affrontarono i Cartaginesi semplicemente con robuste clave non levigate (‘irrasae robora clavae’)(29); e Livio scrive che ‘Volcei’ (Buccino) prima accolse tra le sue mura un presidio cartaginese, poi lo consegnò (209 a.C.) al console romano Quinto Flavio Flacco (30). Già negli anni della prima guerra punica (264 – 241 a.C.) i Cartaginesi avevano tormentato, con le loro incursioni, la fascia costiera, con lo scopo di tenere in apprensione le truppe romane che agivano nell’interno (31). Lo stesso Annibale nel 261 – 260 aveva saccheggiato i centri del litorale tirrenico (32). Per questo motivo Roma nel 197 a.C. stabilì di fondare una colonia a Pyxous (propositivo che si atuò nel 194 a.C.), con lo scopo di disporre di una base di controllo costiero ai margini dell’area lucana. Fu allora che ‘Pyxous’ fu battezzata ‘Buxentum’ (33).”.
Nel 273 a.C. (III sec. a.C.), Paestum passò alla lega di Roma
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 262 parlando di Posidonia, in proposito scriveva che: “Poi lo splendore della città (circa un secolo) cominciò a declinare soprattutto per l’occupazione lucana (420-410 a.C.) che durò fino al 273 a.C., quando Roma sottrasse Paestum a quella dominazione. Con Roma Paestum ebbe rapporti strettissimi (socii navales)(13): nei cantieri di Paestum e di Velia si costruirono molte navi delle flotte romane. Perciò Roma consentì che Paestum e Velia continuassero a battere moneta, Velia prima, Paestum fino ai tempi di Tiberio (14). Dopo un certo fiorire della prima metà imperiale Paestum.”. Ebner, a p. 261, vol. II, nella nota (13) postillava: “(13) Città federata, v. Cicerone, pro Balbo, 24.55 e Lvio, VI, 3.39. Dopo il 203 battono monete solo Paestum e Capua, Magaldi cit., p. 202, ma anche Velia, Ebner, Le monete di Velia, cit., In Magaldi anche per la costituzione municipale (p. 241), per il questore (p. 239) e per il patrono, p. 268 sg.”. Ebner, a p. 261, vol. II, nella nota (14) postillava: “(14) Sulle ultime monete la nota leggenda P S S C (= Paesti signatum senatus consulto). Oltre la colonia di cittadini romani (colonia civium) dedotta a Paestum da Augusto, Populi Paestani consensu, (Panebianco, Paestum cit., p. 30), nel 71 d.C. Vespasiano vi dedusse come coloni (CIL, X, 53) i soldati della flotta del Miseno con diritto di cittadinanza ( Paestum era stata aggregata – 89, 87 a,C. – alla tribù romana Mercia) e di connubio (potevano contrarre matrimoni se celibi o ratificare i precedenti matrimoni se ammagliati, secondo il diritto romano). Vetrani delle coorti pretorie vi dedusse anche Antonino Pio (“Notizie di Scavi”), 1931, p. 639).”. Nel 2022, Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini etc..”, nel II cap.: “Lucani e Romani fra luci e ombre”, a p. 23 e sgg., in proposito scriveva che: “La romanizzazione della Lucania avvenne nella prima metà del III sec. a. C., dopo le guerre (280 – 275 a.C.) contro Pirro, re dell’Epiro, chiamato in aiuto da Taranto (24) contro Roma, la quale ad ogni modo già con le guerre sannitiche (343 – 290 a.C.) si era impadronita della Campania centrosettentrionale. Con la fondazione d’una colonia latina a Poseidonia (ribattezzata Paestum)(25) nel 273 a.C. il dominio di Roma risultò ormai stabilito. La mancanza di unità politicomilitare all’interno della Confederazione lucana (26) etc…La presenza dei vincitori determinò, in un primo tempo, misure dure nei confronti dei vinti. Le mura “ciclopiche” furono abbattute, il territorio occupato, gli abitanti dei pagi costretti a fuggire. In tutto il Cilento meridionale e nel Vallo di Diano si riscontrano indizi di un processo di devitalizzazione del territorio. Si tenga conto, d’altra parte, che anche la guerra annibalica coi suoi guasti coinvolse, seppure indirettamente, le aree anzidette. Negli ultimi anni della Seconda guerra Punica (218 – 212 a.C.) infatti, prima e dopo la battaglia di Canne (216 a.C.), la fascia costiera si schierò coi Romani e quella interna fu soggetta alle scorrerie di Annibale (28). Un brano di Silio Italico ricorda i giovani bussentini (‘Buxentia pubes’) che affrontarono i Cartaginesi semplicemente con robuste clave non levigate (‘irrasae robora clavae’)(29); e Livio scrive che ‘Volcei’ (Buccino) prima accolse tra le sue mura un presidio cartaginese, poi lo consegnò (209 a.C.) al console romano Quinto Flavio Flacco (30). Già negli anni della prima guerra punica (264 – 241 a.C.) i Cartaginesi avevano tormentato, con le loro incursioni, la fascia costiera, con lo scopo di tenere in apprensione le truppe romane che agivano nell’interno (31). Lo stesso Annibale nel 261 – 260 aveva saccheggiato i centri del litorale tirrenico (32). Per questo motivo Roma nel 197 a.C. stabilì di fondare una colonia a Pyxous (propositivo che si atuò nel 194 a.C.), con lo scopo di disporre di una base di controllo costiero ai margini dell’area lucana. Fu allora che ‘Pyxous’ fu battezzata ‘Buxentum’ (33).”.
Nel 253 a. C. (III sec. a.C.), Eutropio e Orosio ed il naufragio della flotta romana nel corso della I guerra Punica
Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari. L’Antonini (…), riguardo il territorio in questione dedicò il cap. VII (Discorso), ‘Palinuro e della Molpa’, da p. 354 a p. 379. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro: il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso;il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare e perse alcune navi. L’Antonini (…), a pp. 360-361-362, in proposito scriveva che: “Ma per non confonder le cose convien distinguere due naufragj grandissimi delle Rom. armate della I guerra Punica sofferti. Uno fu il massimo a tempo de’ Consoli Fulvio Nobiliore e di M. Emilio Paolo, descritto da Polibio nel lib. primo. da Diodoro Siculo nel 29. e da Floro (che discorda nel luogo e nel Consolato) nel 2. e, questo fu verso Camerina, o Egimuro in Sicilia, tornando di Africa, essendosi perdute sopra quattro cento sessanta navi, tanto che ‘l medesimo Polibio (così tradotto) “Majorem jacturam uno tempore mari factam nemo ante nostram aetatem meminit”. L’altro fu (I) pochissimo dopo nel Consolato di C. Servilio Cepione e, di C. Sempronio Bleso. Orosio è diffusissimo nella descrizione di questo, ed ecco come nel c. 9 del libro 4 cel dice: “Tertio anno, sicuti semper indomitus furor citò periculorum obliviscitur, Servilius Caepio, et Sempronius Blaesius, Coss.scum ducentis sexaginta navibus in Africam transgressi, universam oram maritimam, quae citra Syrtes jacet, depopulati sunt; atque de superiora progressi eversisque civitatibus plurimis, ingentem praedam ad classem devexerunt. Inde cum ad Italiam redirent, circa Palinuri (I) promontorium, quod a Lucanis montibus in altum excurrit, illisi scopulis, centum quinquaginta onerarias naves, nobilemque praedam crudeliter ad quisitam, infeliciter perdiderunt.”. Eutropio nel lib. 2 c. 13 (dove similmente parla del primo naufragio, e s’accorda con Polibio e con Diodoro) anche in questo ragiona con le istessissime parole d’Orosio, senza però dircene il luogo, ma l’Autor della Miscella avendoci aggiunto: “Circa Palinuri promontorium”, ha supplito alla trascuraggine di lui: Trascuraggine tenuta ancora da ‘Adon di Vienna’ nella Cronaca, dove solamente scrive “Servilius et Sempronius cum CCLX. navibus in Africam transgressi, maritima circa Syrtes depopulati sunt. Inde cum ad Italiam redirent, inlisi scopulis CL. onerarias naves perdiderunt”.”. Il Mannelli (…) dedica tre pagine al promontorio di Palinuro e della Molpa, la p. 43r. Il Mannelli ne parla nel cap. X: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume e Terra distrutta, et altri luoghi convicini Cap X”. Il Mannelli in proposito scriveva che: “In tempo di Burasca, e di gran periglio avvicinarsi a quei Sassi, come può darne esperienza l’Armata Romana, nel ritorno dall’Africa, carica di ricche prede, chevi rimase fragassata in gran parte per testimonianza di Eutropio, che scrisse……”. Dunque, il manoscritto inedito di Luca Mannelli citava Eutropio. Flavio Eutropio (in latino: Flavius Eutropius; floruit 363-387; IV secolo – dopo il 387) è stato un politico, storico e un maestro di retorica romana. Probabilmente si tratta dell’opera ‘Breviarium ab urbe condita‘, in dieci libri, è un compendio (breviarium in latino indica una stesura di sintesi) della storia romana, dalla fondazione della città fino alla morte di Gioviano, avvenuta nel 364. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 36, in proposito scriveva che: “….è da ricordare il naufragio, di cui parla Orosio, di 150 navi da carico, il quale ebbe luogo nell’anno 253 a.C. (3).”. Il Magaldi a p. 36, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, IV, 9, 11: “Inde cum ad Italiam redirent, circa Palinuri promontorium, quod a Lucanis montibus in altum excurrit, inlisi scopulis centum quinquaginta naves onerarias nobilemque praedam crudeliter adquisitam infeliciter perdiderunt.”.”. Domenico Romanelli (…), nel 1815, pubblicò la sua “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove nella Parte I, Sezione III, vol. I, da pp. 311-439 dedica alla Lucania. Il volume del Romanelli è stato poi ripubblicato da Fernando La Greca (…). Il Romanelli, a pp. 367 parla delle armate consolari infrantesi contro i roccioni della Molpa e del capo Palinuro ed in proposito scrivea che: “A vista del promontorio di Palinuro le navi romane tornando dall’Africa sotto il consolato di Servilio Cepione, e di Sempronio Bleso, fecero il più terribile naufragio. Sappiamo da Orosio (I), che queste navi arrivavano al numero di 260, ma di esse solo solamente 150 si ruppero negli scogli di Palinuro: “ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 270, parlando di Palinuro e della Molpa, in proposito scriveva che: “Dice Eutropio (16), e chiarisce Orosio (17) che nel 253 a.C., nel corso della I Guerra Punica, la flotta romana naufragò proprio a Palinuro. Delle 250 navi, agli ordini dei consoli Servilio Cepione e Sempronio Bleso, 150 colarono a picco. Etc..”. Dunque, riguardo la citazione di Eutropio e di Orazio, Pietro Ebner, a p. 270, parlando di Palinuro, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Eutropio, Brev., II, 23, dice di due naufragi.”. Sempre l’Ebner a p. 270 nella sua nota (16) postillava che: “(16) Orosio, IV, 9: ‘circa Palinuri promontorium (…) centum quinquaginta onerarias naves (…) perdiderunt.”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, a pp. 574-576, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Il mito narra della sirena Molpè (Canto), qui morta insieme ad altre per non essere riuscita ad irretire Ulisse; la leggenda parla della Grotta delle Ossa, sotto il promontorio, come luogo in cui sono stati tumulati i resti dei naufraghi delle due flotte romane affondate nel 259 e nel 36 a. C., Virgilio forse si riferisce a questi avvenimenti quando dice che qui gli scogli erano bianchi di ossa; la città fu scalo lungo la rotta verso Roma e quindi rientra in molte cronache antiche.”. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 1743 pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 47 e ssg. nel cap. II: “Dei fiumi etc…”, in proposito scriveva che: “Si è resa pur famosa questa Provincia per le rigogliose selve onde traggonsi legni valevoli per la fabbricazione de Navi, e fra queste fu memorabile presso gl’Antichi il Bosco vicino la Città di Velia, in cui inviluppatosi Annibale col suo Esercito, appena ne sortì, al dir di ‘Simmaco (b), e del medesimo ne fa memoria Cicerone nell’Epistole familiari (c) scrivendo a Trebazio suo amico.”. Il Gatta, a p. 47, nella nota (b) postillava: “(b) Simmaco presso Ortelio lib. 5.”. Per Ortelio immagino che il Gatta si riferisca ad Abramo Ortelio (….) ed al suo “……Theatrum Orbis Terrarum”, del 1570, che è considerato il primo Atlante moderno.
Nel 218 a.C. (III sec. a.C.), la 2° guerra Punica detta guerra Annibalica
Da Wikipedia leggiamo che la seconda guerra punica (chiamata anche, fin dall’antichità, guerra annibalica) fu combattuta tra Roma e Cartagine nel III secolo a.C., dal 218 a.C. al 202 a.C., prima in Spagna e Italia (per sedici anni) e successivamente in Africa. La guerra cominciò per iniziativa dei Cartaginesi, che intendevano recuperare la potenza militare e l’influenza politica perduta dopo la sconfitta subita nella prima guerra punica; è stata considerata anche dagli storici antichi il conflitto armato più importante dell’antichità per il numero delle popolazioni coinvolte, per i suoi costi economici e umani, e soprattutto per le decisive conseguenze sul piano storico, politico e quindi sociale dell’intero mondo mediterraneo. Evento decisivo per la guerra in Italia fu la conquista di Taranto (213-212 a.C.). Annibale, con l’aiuto di un traditore, prese la città ma non la rocca che bloccava il porto, che, rimasta in mani romane, poteva essere rifornita dal mare. Così Annibale non poteva usare lo scalo, più capiente di quello di Locri (già in suo possesso) per ricevere i necessari aiuti da Cartagine. Nel 209 a.C. Quinto Fabio Massimo in persona marciò su Taranto e la riconquistò, grazie anche all’aiuto dell’esercito proveniente dalla Sicilia, che era sbarcato a Brundisium, e a un tradimento, prima che il Cartaginese potesse arrivare in suo soccorso; i Romani si comportarono brutalmente e 30.000 abitanti furono venduti come schiavi. Asdrubale condusse con abilità la marcia del suo esercito verso l’Italia; dopo avere attraversato senza grandi difficoltà i Pirenei e le Alpi giunse in Gallia cisalpina agli inizi del 207 a.C. con 20.000 armati, dove poté rafforzare il suo esercito con mercenari galli (per un totale ora di 30.000 armati), ma perse tempo prezioso assediando inutilmente Placentia; la situazione di Roma appariva molto grave, il console Marco Livio Salinatore si diresse a nord per fermare la marcia di Asdrubale, mentre l’altro console Gaio Claudio Nerone cercava di bloccare Annibale nel Bruzio, ma il condottiero cartaginese riuscì a muovere verso l’Apulia, respingendo i Romani nella battaglia di Grumento, e con una marcia laterale raggiunse prima Venosa e poi Canosa, dove si fermò attendendo notizie sui piani del fratello Asdrubale. Scullard aggiunge che con quattro legioni di fronte (Claudio Nerone) e due alle sue spalle a Taranto, Annibale non poteva avanzare oltre Canosa senza correre seri pericoli. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto sugli eventi che portarono alla morte di Asdrubbale, a p. 177, in proposito scriveva:“Col nuovo anno (a. 209), infatti, avendo i Romani le mani libere in Italia, dopo aver ripreso Capua e, con Siracusa ed Agrigento, conquistata e pacificata tutta la Sicilia per opera di Marcello e quindi di M. Valerio Levino (a. 210), si accinsero all’impresa con straordinario vigore. Trattavasi di recuperare le terre perdute, dalla Lucania al Bruzzio, fino alle città italiote bagnate dallo Ionio. Prima fra queste era naturalmente Taranto. All’uopo fu affidato il comando degli eserciti ai più sperimentati duci: ai due consoli, e cioè all’astuto e prudente Q. Fabio Massimo, il Temporeggiatore, e a Q. Fulvio Flacco, il terribile conquistatore di Capua, oltre che al valorosissimo Marcello, proconsole. Sembra che la suprema direzione della guerra avesse Fabio, il quale mirando all’obiettivo ultimo cui volgeva tutti i suoi pensieri, la ripresa cioè di Taranto (2), assegnava a Fulvio e a Marcello il compito d’oprare nella Lucania e nel Bruzzio superiore, in guisa da chiudere al Cartaginese le vie di comunicazione fra queste regioni e le Puglie e tenerlo quindi a bada, mentre egli stesso, giungendo nella Sallentina, avrebbe cercato di prendere alle spalle la città di Taranto. Sarebbe stato coadiuvato da Valerio Levino, che dalla Sicilia gli avrebbe inviato una flotta di 30 quinquiremi.”. Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, pubblicato nel 1976, a p. 16, parlando di Blanda, in proposito a Tito Livio scriveva che: “Ma notizie più interessanti fornisce lo storico Tito Livio (14) (59 a.C. – 17 d.C.) nel rievocare le imprese compiute dal console Quinto Fabio Massimo nella seconda guerra punica (219-201 a.C.): “Fabius………………………………………” “Fabio mosse in territorio sannita a devastare i campi e a piegare con la forza delle armi le città che erano passate dalla parte dei Cartaginesi. Il territorio dei Sanniti di Caudio fu devastato in modo disastroso: i campi furono incendiati per vasto tratto, si fece gran bottino di bestiame e d’uomini. Furon conquistate con la forza le città fortificate Compulteria, Telesia (presso i Caudini), quindi Compsa (degli Irpini), Fagifulae e Orbitanium; fra le città lucane fu espugnata Blanda, tra quelle apule Aecae. In queste città furon fatti prigionieri o uccisi 25.000 nemici e ne furono presi 370 che s’eran dati alla fuga. Costoro, mandati a Roma dal console, furono tutti fustigati a sangue alla presenza del popolo e precipitati da una rupe. Queste le imprese compiute da Q. Fabio nello spazio di pochi giorni”. Questo dice il Fulco traducendo Tito Livio. Il Fulco a p. 16 scriveva ancora che: “Dalla testimonianza di Livio – valutata nel contesto di tutto il XXIV libro – si desume: 1) che Blanda era centro lucano di primaria importanza se viene citata tra le città che nella seconda guerra punica si schierarono dalla parte di Annibale; 2) che nel 214 a.C. fu espugnata da unità del Console Quinto Fabio Massimo, lo stesso che aveva conquistato Taranto (15), per essersi alleata con i Cartaginesi al fine di contrastare l’espansione romana nell’Italia meridionale; 3) che anche i Blandani subirono la sorte degli abitanti di altre città lucane, espugnate per non aver rispettato gli accordi sanciti nell’alleanza con Roma stipulata nel 298 a.C. (16). Blanda è inoltre citata da Claudio Tolomeo (17), cosmografo del II sec. d.C., come città lucana nel seguente ordine: Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum, ed è considerata città mediterranea della Lucania. Ciò s’accorda con la testimonianza di Livio e non contrasta con quella di Pompeo Mela, che la vuole città rivierasca.”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 131 e ssg., in proposito scriveva che: “S’impone dunque, l’esame della tradizione relativa ai Lucani in quest’ultimo ventennio del III secolo – precisamente nel periodo storico compreso tra il 215 e il 206 a.C. che vede la Lucania teatro delle battaglie della II guerra Punica….Zona di passaggio obbligato per gli spostamenti delle truppe romane e annibaliche tra Bruzio, Campania, Sannio e Apulia, la regione lucana subisce la devastazione sistematica del suo territorio. Ne soffrono soprattutto i centri dell’interno, particolarmente colpiti dai saccheggi degli eserciti in marcia, mentre ne rimane immune la linea di costa difesa dalle colonie di Poseidonia, Elea e forse dall’achea Pyxus (10).”. La Catalano, a p. 131, nella nota (10) postillava: “(10) Sil. Ital., VIII 583 sgg. menziona la ‘Buxentia pubes’ alleata di Roma contro Annibale, ma la notizia è incerta; cfr. Th. Mommsen, in CIL., X, p. 51; F. Sartori, Problemi…, cit., pp. 107-108 n. 4; A. Russi, in “Dizionario epigr. di Ant. Rom.”, cit., s.v. Lucania, p. 1897.”.
Nel 218 a.C., il console Tiberio Sempronio Longo (padre dell’omonimo futuro console di Buxentum), nella 2° guerra Punica fu sconfitto da Annibale
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 27-28 parlando della fondazione della colonia latina di Buxentum, in proposito scriveva che: “Quasi sicuramente della deduzione di Bussento fu incaricato Sempronio Longo, interessato alla Lucania e appartenente alla stessa famiglia di Tiberio Sempronio Gracco, che durante la guerra contro Annibale aveva combattuto in Lucania, ed aveva allacciato rapporti di amicizia e di clientela con i notabili della regione (46). Etc…”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) Livio, XXIII, 37, 10-11; XXIV, 15; 20; 44, 9; XXV, 1, 5; 15, 18-20; 16-17”. I “Semproni Gacchi” furono molto attivi nella Lucania occidentale. Don Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le sedi vescovili del Cilento” parlando di Paestum, a p. 28, in proposito scriveva che: “Negli anni 281 e 273 Paestum fu una colonia Romana. Nell’anno 125 Caio Gracco stimò Paestum come Colonia Romana.”. Tiberio Sempronio Longo, i console a cui fu affidata la nascente colonia marittima di Buxentum nel 194 a.C., era figlio di Tiberio Sempronio Longo, console nel 218 a.C.. In Wikipedia, alla voce “Gens Semproni” leggiamo che “Questo nome probabilmente derivava da un antenato molto alto di statura”. Sempre su Wikipedia leggiamo che Tiberio Sempronio Longo (1) (latino: Tiberius Sempronius Longus) (… – 174 a.C.) è stato un politico romano. Figlio del console omonimo, sconfitto da Annibale nel 218 a.C., sostituì il padre come decemviro sacris faciundis nel 210 a.C. e nello stesso anno divenne anche augure (al posto di Tito Otacilio Crasso) (2) e tribuno della plebe. Da Wikipedia leggiamo che Tiberio Sempronio Longo (260 a.C. circa – 210 a.C.) fu un console romano durante la seconda guerra punica e fu contemporaneo di Publio Cornelio Scipione. Divenne console nel 218 o nel 219 a.C. (come sostiene Tito Livio). Allo scoppio della seconda guerra punica nel 218 a.C., Sempronio fu inviato in Sicilia per organizzare la spedizione in Africa con 160 quinqueremi, mentre Scipione avrebbe dovuto marciare verso la Spagna per impegnare Annibale. Come prima operazione, Sempronio riuscì a occupare Malta, con una flotta uscita da Lilibeo. Nel 215 a.C., Sempronio si scontrò con Annone a Grumentum (in Lucania, attuale Basilicata). L’esercito di Sempronio fece 2.000 morti nelle linee nemiche e più di 280 prigionieri, cacciando Annone dalla Lucania verso il Bruttium (attuale Calabria) e permettendo quindi a Roma di riconquistare e mettere a ferro e fuoco (poiché avevano parteggiato per Annibale) le roccaforti irpine di Vercellium, Vescellium e Sicilinum, localizzate probabilmente nei monti della Daunia. Più di 5 000 prigionieri furono venduti all’asta, il resto del bottino fu distribuito ai soldati e l’esercito venne ricondotto a Luceria. Fu in seguito decemvir sacris faciundis e morì nel 210 a.C.. Sul “Tiberio Sempronio Longo” (figlio) citato da Tito Livio ha scritto pure Emilio Magaldi (….), nel suo “Lucania Romana”. Egli, nella Parte I, nel cap. IV, dedicato alla II guerra Punica contro Annibale p. 132, in proposito scriveva che: “Nel 214 a.C. il proconsole Ti. Gracco comandava parecchie coorti arruolate in Lucania (4). Lo stesso Livio, riferendo un avvenimento del 212 a.C., dice chiaramente che se una parte dei Lucani era passata ad Annibale, un’altra era rimasta con i Romani (5). Etc…“. Il Magaldi, a p. 132, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Livio, XXIV, 20, 1: ‘Graccus in Lucanis aliquot cohortes in ea regione conscriptas cum praefecto socium in agros hostium praedatum misit’.”. Il Magaldi, a p. 136, scriveva pure: “Non sappiamo se il viaggio di andata o in quello di ritorno, pare più probabile in quest’ultimo (4), Annone si scontrò in Lucania, presso Grumento, con Ti Sempronio Longo, il console del 218. Ascoltiamo Livio: “Negli stessi giorni che Cuma fu liberata dall’assedio, anche in Lucania, presso Grumento, Ti Sempronio, cognominato Longo, si scontrò con esito favorevole con il cartaginese Annone. Gli procurò oltre 2000 morti, mentre egli perdè solo 280 uomini, e gli prese 41 insegne militari. Scacciato dal territorio lucano, Annone si ritirò nel Bruzio”(5). Alle parole che abbiamo riferite di Livio si è negato ogni valore da qualche studioso moderno, e nell’episodio esposto o si è vista una reduplicazione anticipata dello scontro che avvenne l’anno seguente fra Annone e Ti. Sempronio Gracco, o addirittura vi si è riconosciuta la mano falsificatrice di Valerio Anziate che, per essere un annalista poco degno di fede, diventa spesso il capro espiatorio delle situazioni scabrose della critica liviana.”. Il Magaldi, a p. 136, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Livio, XXIII, 37, 10 segg.: ‘Quibus diebus…etc…Cfr. De Sanctis, o.c., III, 2, p. 255 e 360”. Il Magaldi, a p. 138, in proposito scriveva pure che: “Intanto in Campania Casilino, assediata contemporaneamente dai due consoli, cadeva, e il colpo fu accusato anche da Capua, che vedeva approssimarsi il suo giorno. Dopo la caduta di Casilino, mentre Marcello tornava presso Nola, Fabio si diresse verso il Sannio per punire e recuperare alcune città che avevano defezionato. Fra le città nominate in questo punto della narrazione di Livio, troviamo ricordata la lucana ‘Blanda’, di cui si dirà a suo luogo (2).”. Il Magaldi, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Livio, XXIV, 20, 5 seg.: ‘oppida vi capta Compulteria, Telesia, Compsa inde, Fagisulae et Orbitanium, ex Lucanis Banda et Apulorum Aecae oppugnatae’. Sull’identificazione di queste città v. De Sanctis, o.c., III, 2, p. 262. Abbiamo già detto che Compsa era presso il confine dell’Irpinia con la Lucania. Il Racioppi, o. c., I, p. 359, n. 1, propone che al posto di Blanda si legga Bantia. Il Racioppi non trova “verosimile che Fabio dal Sannio, o anche da Consa, venisse ad espugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio ed in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio”. La emendazione del Racioppi è dichiarata arbitraria dal De Sanctis, il quale ricostruisce così l’azione dei Romani in Lucania: “Nella Lucania, dove la maggior parte della regione costiera era rimasta fedele, procedettero riconquistando verso mezzogiorno, e con l’occupazione di Blanda ricacciarono, può dirsi, i Cartaginesi nell’interno del paese. Occupazione questa che fu effettuata probabilmente da Ti. Gracco mentre Annibale si trovava altrove e l’esercito di Annone, battuto a Benevento, non poteva nel momento tener testa ai ‘volones’. Tale offensiva in Lucania mirava soprattutto, occupando colà il nemico, a impedire che si usassero altrove le forze indigene e puniche stanziate in quella regione. Con la offensiva nel paese degli Irpini ed in Puglia si era invece raggiunto l’effetto, strategicamente etc…”. Il Magaldi, a p. 139, in proposito scriveva che: “Nel 213 furono creati consoli Q. Fabio Massimo, figliuolo del precedente, e Ti. Sempronio Gracco per la seconda volta. I due consoli partirono l’uno per l’Apulia, l’altro per la Lucania (2)…..Nello stesso anno 213 il console Sempronio in Lucania fece molte piccole battaglie, nessuna degna d’essere ricordata, ed espugnò alquante città secondarie dei lucani (2).”. Il Magaldi prosegue il suo racconto e descrive la fine del console Tiberio Sempronio Gracco verso il Vallo di Diano per alcuni e per altri si è pensato a Pesto, secondo il racconto Liviano e forse tradito da Fabio Massimo. Il Magaldi, in proposito citava Giacomo Racioppi (….), che, nel suo “Storia dei Popoli della Lucana e della Basilicata”, vol. I, cap. XVII, a p. 359, così si esprime: “Intanto Casilino, non potuta soccorrere a tempo da Annone, fu presa da Fabio,…..Di qua, fa punta nella Lucania settentrionale e s’impadronisce di Bantia (1). Quindi passa in Apulia etc…”. Il Racioppi, a p. 359, nella nota (1) postillava: “(1) Livio, lib. IV, dec. III, cap. 20: “Fabius in Samnium ad ….recipiendas armis quae defecerant urbes processit. Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Compsa, Melae, Fulfulae, et Orbitanium. Ex Lucanis, Blandae, Apulorum Aecae appugnatae….Haec inter paucos dies gesta….”. Qui, in luogo di Blandae, io penso si abbia a leggere Bantiae. Blanda, se non fu Maratea, fu di certo prossima al mare Tirreno, sulla spiaggia che corre da Pesto a Laino; ed oggi, con probabilità maggiore, è allogata a Tortora. – In Lucania era Tito Sempronio, mentre nel Sannio era Fabio, di cui (dice Livio ivi stesso) ‘circa Luceriam provincia erat’. Non pare, dunque, verosimile che Fabio dal Sannio, od anche da Consa, venisse ad oppugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio ed in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio. Questa inverisimiglianza è rimossa del tutto, se, nel passo di Livio, si legga “Bantiae”.”. Dunque, il Racioppi, non lo chiama “Tiberio Sempronio” ma lo chiama “Tito Sempronio” perchè si riferiva a “Tito Sempronio Gracco” che durante la guerra Annibalica aveva un esercito in Lucania. Il Racioppi, a p. 358, in proposito scriveva che: “Tito Sempronio continua la sua campagna devastatrice in Lucania: e combattendo qui e qua, prende molte castella, che per la poca nobiltà loro, non furono a noi tramandati di nome dagli storici (4): i quali invece ricordano, che passò oltre i Bruzii, e dei dodici popoli Bruzii che si erano dati in fede ai Cartaginesi (5), due tornarono in soggezione ai Romani, cioè quei di Cosenza e quei di Turii, i più prossimi alla Lucania.”. Il Racioppi, a p. 358, nella nota (4) riporta il passo di Livio, lib. V, dec. III, cap. 1 e, nella nota (5) postillava: “(5) Livio, lib. V, dec. III, cap. 1”.
Nel 218 a.C., BLANDA, città lucana secondo la testimonianza di Tito Livio e la sua caduta durante la 2° guerra Punica secondo Tito Livio
Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio, parlando della guerra contro i Cartaginesi, elenca delle città espugnate dal console Quinto Fabio, tra cui Blanda ed in proposito scriveva che: «oppida vi capta Conpulteria, Telesia, Compsa inde, Fugifulae et Orbitanum ex Lucanis; Blanda et Apulorum Aecae oppugnatea» (Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, 20,5). Da Wikipedia leggiamo che la Blanda lucana fu uno dei referenti costieri degli insediamenti sparsi lungo la valle del Noce. Nel III secolo a.C., Blanda si spopolò in seguito alle guerre romane contro Annibale. Secondo il racconto di Tito Livio la città fu espugnata dal console Quinto Fabio Massimo nel 214 a.C., per poi divenire, dopo un secolo di vita stentata, colonia romana nel I secolo a.C. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 439-440, parlando di Maratea e di Blanda scriveva che: “‘Livio’ nel ‘lib. 24. dice, che Fabio prese le seguenti Città, e pur mette Blanda frà i Lucani: ”Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Cossa, Melae, Fuisulae, & Orbitanium. Ex Lucanis Blandae, & Ancae oppugnatae'”. Emilio Magaldi (….), nel suo “Lucania Romana”. Egli, nella Parte I, nel cap. IV, dedicato alla II guerra Punica contro Annibale a p. 138, in proposito scriveva pure che: “Intanto in Campania Casilino, assediata contemporaneamente dai due consoli, cadeva, e il colpo fu accusato anche da Capua, che vedeva approssimarsi il suo giorno. Dopo la caduta di Casilino, mentre Marcello tornava presso Nola, Fabio si diresse verso il Sannio per punire e recuperare alcune città che avevano defezionato. Fra le città nominate in questo punto della narrazione di livio, troviamo ricordata la lucana ‘Blanda’, di cui si dirà a suo luogo (2).”. Il Magaldi, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Livio, XXIV, 20, 5 seg.: ‘oppida vi capta Compulteria, Telesia, Compsa inde, Fagisulae et Orbitanium, ex Lucanis Banda et Apulorum Aecae oppugnatae’. Sull’identificazione di queste città v. De Sanctis, o.c., III, 2, p. 262. Abbiamo già detto che Compsa era presso il confine dell’Irpinia con la Lucania. Il Racioppi, o. c., I, p. 359, n. 1, propone che al posto di Blanda si legga Bantia. Il Racioppi non trova “verosimile che Fabio dal Sannio, o anche da Consa, venisse ad espugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio ed in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio”. La emendazione del Racioppi è dichiarata arbitraria dal De Sanctis, il quale ricostruisce così l’azione dei Romani in Lucania: “Nella Lucania, dove la maggior parte della regione costiera era rimasta fedele, procedettero riconquistando verso mezzogiorno, e con l’occupazione di Blanda ricacciarono, può dirsi, i Cartaginesi nell’interno del paese. Occupazione questa che fu effettuata probabilmente da Ti. Gracco mentre Annibale si trovava altrove e l’esercito di Annone, battuto a Benevento, non poteva nel momento tener testa ai ‘volones’. Tale offensiva in Lucania mirava soprattutto, occupando colà il nemico, a impedire che si usassero altrove le forze indigene e puniche stanziate in quella regione. Con la offensiva nel paese degli Irpini ed in Puglia si era invece raggiunto l’effetto, strategicamente etc…”. Il Magaldi, in proposito cita Giacomo Racioppi (….), che, nel suo “Storia dei Popoli della Lucana e della Basilicata”, vol. I, cap. XVII, a p. 359, così si esprime: “Intanto Casilino, non potuta soccorrere a tempo da Annone, fu presa da Fabio,…..Di qua, fa punta nella Lucania settentrionale e s’impadronisce di Bantia (1). Quindi passa in Apulia etc…”. Il Racioppi, a p. 359, nella nota (1) postillava: “(1) Livio, lib. IV, dec. III, cap. 20: “Fabius in Samnium ad ….recipiendas armis quae defecerant urbes processit. Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Compsa, Melae, Fulfulae, et Orbitanium. Ex Lucanis, Blandae, Apulorum Aecae appugnatae….Haec inter paucos dies gesta….”. Qui, in luogo di Blandae, io penso si abbia a leggere Bantiae. Blanda, se non fu Maratea, fu di certo prossima al mare Tirreno, sulla spiaggia che corre da Pesto a Laino; ed oggi, con probabilità maggiore, è allogata a Tortora. – In Lucania era Tito Sempronio, mentre nel Sannio era Fabio, di cui (dice Livio ivi stesso) ‘circa Luceriam provincia erat’. Non pare, dunque, verosimile che Fabio dal Sannio, od anche da Consa, venisse ad oppugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio ed in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio. Questa inverisimiglianza è rimossa del tutto, se, nel passo di Livio, si legga “Bantiae”.”. Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studii storico-Archeologici”, ed. Ercolano, Rionero, 1888, a pp. 12-13 del vol. II, in proposito scriveva che: “Blandae, oppidum. E’ nominata come città lucana da Livio, Mela, Plinio ed altri scrittori. Livio narra che nella seconda Punica fu oppugnata con Anxia da Fabio Massimo. L’antica città, come opina l’Antonini, era alquanto entro terra nel sito detto ‘S. Venere’, ove s’incontrano molti ruderi e sepolcri con vasi, monete ed altre cose antiche; ecc…”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “……………………..” dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio.”. Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, pubblicato nel 1976, a p. 16, parlando di Blanda, in proposito a Tito Livio scriveva che: “Ma notizie più interessanti fornisce lo storico Tito Livio (14) (59 a.C. – 17 d.C.) nel rievocare le imprese compiute dal console Quinto Fabio Massimo nella seconda guerra punica (219-201 a.C.): “Fabius………………………………………” “Fabio mosse in territorio sannita a devastare i campi e a piegare con la forza delle armi le città che erano passate dalla parte dei Cartaginesi. Il territorio dei Sanniti di Caudio fu devastato in modo disastroso: i campi furono incendiati per vasto tratto, si fece gran botino di bestiame e d’uomini. Furon conquistate con la forza le città fortificate Compulteria, Telesia (presso i Caudini), quindi Compsa (degli Irpini), Fagifulae e Orbitanium; fra le città lucane fu espugnata Blanda, tra quelle apule Aecae. In queste città furon fatti prigionieri o uccisi 25.000 nemici e ne furono presi 370 che s’eran dati alla fuga. Costoro, mandati a Roma dal console, furono tutti fustigati a sangue alla presenza del popolo e precipitati da una rupe. Queste le imprese compiute da Q. Fabio nello spazio di pochi giorni”. Questo dice il Fulco traducendo Tito Livio. Il Fulco a p. 16 scriveva ancora che: “Dalla testimonianza di Livio – valutata nel contesto di tutto il XXIV libro – si desume: 1) che Blanda era centro lucano di primaria importanza se viene citata tra le città che nella seconda guerra punica si schierarono dalla parte di Annibale; 2) che nel 214 a.C. fu espugnata da unità del Console Quinto Fabio Massimo, lo stesso che aveva conquistato Taranto (15), per essersi alleata con i Cartaginesi al fine di contrastare l’espansione romana nell’Italia meridionale; 3) che anche i Blandani subirono la sorte degli abitanti di altre città lucane, espugnate per non aver rispettato gli accordi sanciti nell’alleanza con Roma stipulata nel 298 a.C. (16). Etc…”.
Nel 218 a.C., la flotta cartaginese nell’AGER VIBONENSIS, secondo la testimonianza di Tito Livio
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7. Testimonianze dubbie sono quella di Livio che ricorda un’escursione della flotta cartaginese nell’ager Vibonensis nel 218 a.C. (67), e di Cesare, ….Etc..”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (69) postillava: “(67) Livio, XXI, 51, 5-6”.
Nel 216 a.C., il console Emilio Paolo, l’eroe di Canne villeggiava a Velia
Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 287-288, in proposito scriveva che: “Abbiamo già detto di Velia, per la sua mitezza del suo clima, e per le ville che allietavano il litorale, era un luogo ricercato di villeggiatura e di cura, e abbiamo ricordato, tra i suoi frequentatori illustri, il console Emilio Paolo, e anche Orazio ricordammo (p. 41). Etc…”. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 41, in proposito scriveva che: “Il console Paolo Emilio, colpito da uno strano e inguaribile morbo, si trasferì, per suggerimento dei medici, a Velia, dove trascinò ancora per lungo tempo, la sua malferma esistenza, abitando una tranquilla campagna sul mare (3). Etc…”. Il Magaldi (….), a p. 41, nella nota (2) postillava: “(2) Nella Lucania odierna si riscontra una netta sproporzione fra il clima mite della ristretta zona litoranea e quella dell’interno, dove si raggiungono f’inverno temperature bassissime, fra le più basse della penisola italiana.”. Il Magaldi (….), a p. 41, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Plutarco, Aem. Paul., 39, 2: “Επει δε πεισθεις υπο των ιατρων επλευσεν εις Ελαίαν της Ιταλιας χαι διετριβεν αυτοθι πλειω χρονον εν παραλξοις αγροις χαι πολλην ησυχιαν εχουσιν……“.”, la cui traduzione è la seguente: “Quando si è convinto, sotto la guida dei medici, ha navigato per Elia in Italia, ha trascorso molto tempo nella natura selvaggia, e hanno molta pace.”. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 65, in proposito scriveva che: “Fra i probabili possessori di terre in Lucania dobbiamo annoverare il console Paolo Emilio che si recò in una campagna presso Velia per curare la salute (p. 41)……Simmaco etc…(3)”. Il Magaldi, a p. 65, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Antonini, o. c., p. 271 seg. e Corcia, o. c., III, pp. 16 e 43. Cfr. pure Simmaco, epist., V, 13 etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Lucio Emilio Paolo (in latino: Lucius Aemilius Paulus; … – Canne, 2 agosto 216 a.C.) è stato un politico e militare romano, eletto per due volte console e morto nella battaglia di Canne. Fu eletto nuovamente console nel 216 a.C., durante la seconda guerra punica, insieme con Gaio Terenzio Varrone. Secondo la tradizione storiografica di Polibio, Varrone, al quale sarebbe spettato il comando il giorno della battaglia, decise di affrontare lo scontro in campo aperto contro Annibale, nonostante il parere contrario di Emilio Paolo. La battaglia di Canne si concluse con una catastrofica disfatta delle legioni romane. Lucio Emilio Paolo perse la vita in combattimento, mentre il suo collega Varrone riuscì a trovare scampo. Le interpretazioni storiografiche moderne hanno messo in dubbio il classico racconto polibiano, verosimilmente inficiato dal pregiudizio favorevole dello storico greco nei confronti di Emilio Paolo, progenitore di Publio Cornelio Scipione Emiliano, il grande protettore di Polibio; in realtà è probabile che i due consoli fossero sostanzialmente in accordo sulla volontà di affrontare la battaglia contro Annibale a Canne; è possibile che proprio Emilio Paolo, il console più esperto, avesse assunto effettivamente il comando supremo il giorno della battaglia. Dalla Treccani on-line leggiamo che la decisiva battaglia di Canne (v.) ebbe luogo il 2 agosto 216 secondo il calendario romano. Sebbene di questa battaglia abbiamo un racconto diffuso in Polibio, si discute vivacemente tra i moderni intorno al campo di battaglia, al numero dei Romani che vi partecipavano e anche intorno allo svolgimento tattico della pugna. Del terribile insuccesso gli antichi dànno concordemente la colpa al console plebeo Varrone che avrebbe voluto impegnare battaglia contro il consiglio di Emilio. E certo la battaglia fu combattuta in un giorno in cui aveva il comando Varrone, il quale ha quindi la responsabilità sia della scelta del momento sia dell’ordine di battaglia romano. Ma è quasi certo, dato il numero delle truppe e la posizione occupata dai Romani presso il basso Ofanto in territorio pianeggiante, che proposito di entrambi i consoli era quello di venire a giornata campale rompendola con la strategia del logoramento voluta da Fabio (Cunctator) e che contavano sulla superiorità del numero e del valore della fanteria romana per vincere. Nella battaglia P. aveva comandato la cavalleria dell’ala destra e poi quando la cavalleria fu travolta aveva preso posto tra la fanteria delle legioni. Egli rimase sul campo. Livio racconta come nel momento della disfatta, ferito, rifiutò di salvarsi con la fuga. Dei suoi figli ci sono menzionati L. Emilio Paolo il vincitore di Pidna ed Emilia Terzia consorte del maggiore Africano. Bibl.: G. De Sanctis, Storia dei Romani, III, i, Torino 1917, p. 325 segg.; III, ii, p. 56 segg.; E. Pais, Storia di Roma durante le guerre puniche, I, Roma 1927, p. 392 segg.; F. Cornelius, Cannae, in Klio, supplemento XXVI, Lipsia 1932.
Nel 216 a.C., Buxentum ed i ‘Buxentia pubes’, alla battaglia di Canne, valorosi e tenaci soldati come racconta Silio Italico
Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” e a p. 47, in proposito scriveva che: “E) Silio Italico: dal “Poema sulla 2° Guerra Punica”, lib. IX: a) “Seu Laurens tibi Sigaeo sulcata colono arridet tellus; seu sunt Buxentia cordi rura magis, centum Cereri fruticantia culmis electos optare dabo inter praelia campos. b) …falcatos enses, et quae Buxentia pubes aptabat dextris irrisae robora clavae.’. Prima della battaglia di Canne (216 a.C.) Annibale, parlando ai suoi soldati, promise loro, qualora avessero riportato la vittoria sui Romani, a libera scelta, le fertili pianure italiche. sia il suolo di Laurento, se fosse loro piaciuto, perché erato dal colono Sigeo; sia il terreno di Bussento, se fosse di maggiore gradimento, perché germogliante di centinaia di piante e di folte biade in onore di Cerere, campi scelti fra le battaglie. Stupenda è la visione del poeta Silio (che conosceva bene l’Italia) che ammira il verdeggiante scenario della guerra punica, nel quale eccellono le lussureggianti valli bussentine rigogliose di messi, di vigneti e frutteti….Ma Annibale fu sconfitto a Zama (202 a.C.) e il premio sognato e desiderato restò per sempre ai Romani! Prima della colonizzazione romana Bussento si mosse contro Annibale: i giovani (Buxentia pubes) erano armati di spade a forma di falce (falcatos enses) e di bastoni nodosi di rovere (clave irrasae). Claudio Dausqueio, commentando questi versi, pensò che i Bussentini usassero anche bastoni di bosso, più comodi e più leggeri. Queste armi, usate spesso nel giro di 15 secoli per difendersi soprattutto dalle invasioni barbariche, furono col tempo modificate coll’aggiunta di pesi di metallo. Questa specie di mazza, che funge ancora oggi da bastone, in dialetto meridionale è chiamata “piròccula”. A Sapri viene chiamata “paroccula”. Il Tancredi scriveva sulla scorta del barone Antonini, che parla a p. 398, si riferiva a Claudius Dausqueius (Claudio Dausque) ed all’opera “Antiqui novique Latii orthographica etc.”, Tornaci Nerviorum, Adrianus Quinque, del 1632. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; scompaiono le fortezze lucane dell’interno. Elea-Velia resta formalmente indipendente quale città alleata di Roma; lungo la costa a sud, fino a Sapri, la presenza di mattoni eleatici di III sec. documenta un’occupazione metodica, con punti di vedetta che precorrono le torri costiere medioevali e moderne; è il contributo che Velia dà a Roma come alleata navale nella guerra contro i Cartaginesi, che minacciano azioni di pirateria (42). Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri. L’area del Golfo di Policastro viene inquadrata fra le popolazioni soggette a Roma, con l’obbligo di fornire truppe. Ciò risulta chiaramente da un brano di Silio Italico, che nel suo poema epico sulla seconda guerra punica ricorda le truppe alleate provenienti dalla Lucania; in particolare, viene menzionata la gioventù di Bussento (Buxentia pubes), “armata di robuste clave prive di scorza” (43). Poiché Bussento al tempo della guerra punica non era stata ancora fondata, bisogna pensare ad una “anticipazione” o licenza poetica di Silio; in ogni caso, appare importante il riferimento al territorio come fornitore di truppe alleate di italici valorosi e forti, che scendono in battaglia addirittura armati di clave. Da una parte queste popolazioni italiche sono considerate ancora selvagge, lontane dalla civiltà, dall’altra se ne apprezza il valore guerriero. Anche in un altro brano di Silio sembra si parli di Bussento, e in particolare dei suoi campi (Buxentia rura) (44), ma non tutti gli editori sono concordi. La romanizzazione dell’area si completa nel tempo, con città, colonie, ville, insediamenti, strade, ponti, strutture, e numerosissime sono le testimonianze archeologiche del periodo romano, anche nell’interno: citiamo ad es. il ponte romano di Rofrano, in opus quadratum, a suggerire una viabilità capillare nel territorio”. Il La Greca, a p. 26, nella nota (42) postillava che: “(42) Vd. DE MAGISTRIS 1995; GIUDICE 2006”. Il La Greca si riferiva al testo di Elio De Magistris, Il mare di Elea, in Tra Lazio e Campania, 1995. Il La Greca si riferiva al testo di: “(42) A. GIUDICE, Da Capo Palinuro alla conca di Sapri: la romanizzazione di un territorio, “Annali Storici di Principato Citra”, IV, 1, 2006, pp. 110-123”. Il La Greca, a p. 26, nella nota (43) postillava che: “(43) Silio Italico, VIII, 582-583”. E’ singolare che il Giudice abbia chiamato l’ampia baia di Sapri, una “conca”. Il La Greca, a p. 26, nella nota (44) postillava che: “(44) Silio Italico, IX, 204-205”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p….., in proposito scriveva che: “Molti altri autori latini hanno scritto nelle loro opere riguardo l’esistenza di Bussento: Silio Italico: Arridet tellus, sic sunt Buxentia cordi…Trad.: “Mi sorride la terra tanto io porto nel cuore Bussento…”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 5, in proposito scriveva che: “La storia di Bussento si intreccia con un importante evento del passato: la battaglia di Canne. Essa fu la più grande battaglia della seconda guerra punica, combattuta tra Romani e Cartaginesi. Si svolse il 2 agosto del 216 a.C. e fu vinta dai Cartaginesi comandati da Annibale. In questo scontro perirono circa 50.000 Romani, tra i quali lo stesso console Lucio Emilio Paolo e, la maggior parte di quelli che sopravvissero, quasi tutti feriti, fu fatta prigioniera. Prima della battaglia Annibale, parlando ai suoi soldati, promise loro, qualora avessero riportato vittoria sui Romani, a libera scelta, le fertili pianure italiche: sia il suolo di Laurento se fosse loro piaciuto, sia il terreno di Bussento se fosse stato di loro gradimento. Prima della colonizzazione romana, Bussento si mosse contro Annibale: la retroguardia del suo esercito fu attaccata dai bussentini, alleati di Roma che, armati di mazze e forche, riuscirono ad allontanare i nemici dal proprio abitato. Di questo scrisse Silio Italico nel suo Poema sulla II guerra Punica: “…falcatos enses, et quae Buxentia pubes aptabat dextris irrasae robora clavae.”. Trad.: “…i giovani di Bussento erano armati di spade a forma di falce e di bastoni nodosi di rovere.”. Silio Italico ammira il verdeggiante scenario della guerra punica, nel quale eccellono le lussureggianti valli bussentine rigogliose di messi, di vigneti e di frutteti: Seu Laurens tibi Sigaeo sulcata colono arridet tellus; seu sunt Buxentia cordi rura magis, centum Cereri fruticantia culmis electos optare dabo inter praelia campos. Trad.: “(Annibale promise ai suoi soldati) sia il suolo di Laurento, se fosse loro piaciuto perché era arato dal colono Sigeo; sia il terreno di Bussento, se fosse di maggior gradimento perché germogliante di centinaia di piante e di folte biade in onore di Cerere, campi scelti fra le battaglie.” Ma Annibale fu sconfitto a Zama (202 a.C.), così il premio desiderato e sognato restò ai romani!.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popoli nel Cilento”, vol. II, a p. 331 parlando di Policastro Bussentino, in proposito scriveva che:“Sirio Italico (9) ci informa della partecipazione alla battaglia di Canne (Canne, 2 agosto 216 a.C.) dei bussentini che non temevano di affrontare con nodosi bastoni il nemico armato di lance e di spade. Al pari di Velia Policastro non fu mai in possesso di Annibale.”. Ebner, a p. 331, nella nota (9) postillava che: “(9) Silvio. Pun., VIII, 583-584: “Quae Buxentia pubes / aptabat dextris irrasae robora clavae”.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, vol. I, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “Altri scrittori parlano di lutti e rovine provocate nel Mezzogiorno dalla guerra annibalca. Un centro forse nella pianura pestana fu distrutto da Annibale (33), mentre molti mercenari provenienti dalle zone di Salerno e Bussento perirono nella battaglia di Canne (34). A ciò vanno aggiunte le dure rapresaglie inflitte dal console Gracco contro coloro che avevano appoggiato Annibale (35), la riduzione a “prefetture” di alcune città, come Consilinum, e le repressioni messe in atto nel corso della guerra sociale, emblematicamente espresse dall’incisiva frase di Calgaco in Tacito “Ubi solitudinem faciunt pacem appellant” (36).”. Ebner, a p. 10, nella nota (33) postillava che: “(33) Carilla che il Carucci cit., p. 101, colloca poco lontano da Altavilla soprattutto per la notizia di Silio Italico, Punica, I, 8, vv. 578 sgg. (“nunc sese ostendere miles / Leucosiae e scopulis, nunc, quem Picentia Paesto / misit et exsaustae mox Poeno Marte Cerillae, / nunc Silarus quos nutri aquis, que gurgite tradunt / duritien lapidum messis inolescere ramis.”. Ebner, a p. 10, nella nota (34) postillava che: “(34) Sil. Ital., ibid., vv. 582 sgg.: “Ille et pugnacis laudavit tela Salerni / Falcatos ensis, et quae Buxentia pubes / Aptabat dextris, irrasae robora clavae.”.”. Ebner, a p. 10, nella nota (35) postillava che: “(35) Livio, XXXIV, 20; XXXV, 3; ecc..”. Nel 2022, Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini etc..”, nel II cap.: “Lucani e Romani fra luci e ombre”, a p. 23 e sgg., in proposito scriveva che: “Un brano di Silio Italico ricorda i giovani bussentini (‘Buxentia pubes’) che affrontarono i Cartaginesi semplicemente con robuste clave non levigate (‘irrasae robora clavae’)(29); e Livio scrive che ‘Volcei’ (Buccino) prima accolse tra le sue mura un presidio cartaginese, poi lo consegnò (209 a.C.) al console romano Quinto Flavio Flacco (30). Etc…”. Fusco, a p. 40, nella nota (29) postillava: “(29) Enàllage per ‘irrasi roboris clavae’, mazze di quesrcia nodosa: vien fatto di pensare al dialettale “mazze co’ ‘a piròccola”. Cfr. S. Italico, Punica, VIII, 583 sgg. Questo autore, in un brano successivo (IX, 204 sg.) piuttosto controverso, menziona pure i campi bussentini (‘Buxentia rura’), promessi in premio dai Cartaginesi alle truppe reclutate in loco in caso di vittoria.”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 131 e ssg., in proposito scriveva che: “S’impone dunque, l’esame della tradizione relativa ai Lucani in quest’ultimo ventennio del III secolo – precisamente nel periodo storico compreso tra il 215 e il 206 a.C. che vede la Lucania teatro delle battaglie della II guerra Punica….Zona di passaggio obbligato per gli spostamenti delle truppe romane e annibaliche tra Bruzio, Campania, Sannio e Apulia, la regione lucana subisce la devastazione sistematica del suo territorio. Ne soffrono soprattutto i centri dell’interno, particolarmente colpiti dai saccheggi degli eserciti in marcia, mentre ne rimane immune la linea di costa difesa dalle colonie di Poseidonia, Elea e forse dall’achea Pyxus (10).”. La Catalano, a p. 131, nella nota (10) postillava: “(10) Sil. Ital., VIII 583 sgg. menziona la ‘Buxentia pubes’ alleata di Roma contro Annibale, ma la notizia è incerta; cfr. Th. Mommsen, in CIL., X, p. 51; F. Sartori, Problemi…, cit., pp. 107-108 n. 4; A. Russi, in “Dizionario epigr. di Ant. Rom.”, cit., s.v. Lucania, p. 1897.”. Da Wikipedia leggiamo che Tiberio Cazio Asconio Silio Italico (in latino: Tiberius Catius Asconius Silius Italicus ), noto semplicemente come Silio Italico (25 circa – Campania, 101) è stato un poeta, avvocato e politico romano, autore dei Punica(Punicorum libri XVII), il più lungo poema epico latino pervenutoci (12.202 versi). I Punica (La guerra punica, o Le guerre cartaginesi) di Silio Italico sono il più lungo poema in latino che si sia conservato: sono infatti composti da 12.000 versi, divisi in 17 libri. Il poeta, che scrive in tarda epoca flavia, ha scelto uno dei temi più epici della storia di Roma, la seconda guerra punica. La battaglia di Canne del 2 agosto del 216 a.C. è stata una delle principali battaglie della seconda guerra punica ed ebbe luogo in prossimità della città di Canne, nell’antica Apulia. L’esercito di Cartagine, comandato con estrema abilità da Annibale, accerchiò e distrusse quasi completamente un esercito numericamente superiore della Repubblica romana, guidato dai consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone. È stata, in termini di caduti in combattimento, una delle più pesanti sconfitte subite da Roma, seconda solo alla battaglia di Arausio, ed è considerata come una delle più grandi manovre tattiche della storia militare. Riorganizzatisi dopo le precedenti sconfitte nelle battaglie della Trebbia (218 a.C.) e del lago Trasimeno (217 a.C.), i Romani decisero di affrontare Annibale a Canne, con circa 86 000 tra soldati romani e truppe alleate. I Romani ammassarono la loro fanteria pesante in una formazione più serrata del solito, mentre Annibale utilizzò la tattica della manovra a tenaglia. Questa manovra risultò così efficace che l’esercito romano fu annientato come forza di combattimento. A seguito della battaglia di Canne, la città di Capua, un tempo alleata di Roma, e altre città-stato cambiarono alleanza, schierandosi con Cartagine.
Nel 216 a.C. (III sec. a.C.), Annibale nel basso Cilento e nel Vallo di Diano ?
Nel 2022, Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini etc..”, nel II cap.: “Lucani e Romani fra luci e ombre”, a p. 23 e sgg., in proposito scriveva che: “Negli ultimi anni della Seconda guerra Punica (218 – 212 a.C.) infatti, prima e dopo la battaglia di Canne (216 a.C.), la fascia costiera si schierò coi Romani e quella interna fu soggetta alle scorrerie di Annibale (28). Etc….Già negli anni della prima guerra punica (264 – 241 a.C.) i Cartaginesi avevano tormentato, con le loro incursioni, la fascia costiera, con lo scopo di tenere in apprensione le truppe romane che agivano nell’interno (31). Lo stesso Annibale nel 261 – 260 aveva saccheggiato i centri del litorale tirrenico (32). Per questo motivo Roma nel 197 a.C. stabilì di fondare una colonia a Pyxous (propositivo che si atuò nel 194 a.C.), con lo scopo di disporre di una base di controllo costiero ai margini dell’area lucana. Fu allora che ‘Pyxous’ fu battezzata ‘Buxentum’ (33).”. Fusco, a p. 40, nella nota (28) postillava: “(28) Cfr. A. Capano: I lucani. Un profilo sintetico tra storia e archeologia, in Ann. St. di Princ. C., 1 – 2, 2005, p. 86AA. VV.: Archeologia e territorio. Ricognizioni, scavi e ricerche nel Cilento, Agropoli, Ediz. dell’Alento, 1992, p. 32 sg. Cfr. Livio, XXII, 61, 11 – 12. Sulla (probabile) presenza di Annibale nella Lucania occidentale, quindi nel Cilento meridionale e Vallo di Diano, cfr. ancora Livio, XXV, 19, 6 – 17.”. Fusco, a p. 40, nella nota (31) postillava: “(31) Polibio, I, 56; Livio XXV, 51″. Fusco, a p. 40, nella nota (32) postillava: “(32) Ivi. Zonara, 8, 10. Oltre a Paestum solo Elea – Velia, tra le città costiere, fu di supporto ai Romani con la sua flotta.”. Fusco, a p. 40, nella nota (33) postillava: “(33) Cfr. cap. I, n. 29; cap. II, n. 10. I Romani si limitarono a tradurre nella loro lingua il termine greco: da Pyxous (toponimo attestato da Strabone, VI, 253; Diodoro, XI, 59; Stefano Bizantino) a Buxentum (Tolomeo, III, 1, 18), come dire dall’etimo greco (pyxos = bosso) a quello latino (buxus), finitimi di pari significato (Plin., Nat. Hist., III, 72: oppidum Buxentum Graece Pyxus). Da un fitonimo (nome di pianta) quindi derivò il nome del fiume e quello dell’abitato. Scrive il naturalista plinio il Vecchio (Nat. Hist., XVI, 28, 70 – 71): “Il legno di bosso è fra i più pregiati …..pregevole per una certa robustezza e il colore giallo chiaro. L’albero vero e proprio si usa anche nell’allestimento dei giardini. Ve ne sono tre specie….; la terza specie è detta nostrana, di origine selvatica, ma ingentilita dalla coltivazione…Pianta sempre verde, si presta bene ad assumere forme svariate con la potatura…Il bosso predilige le zone fredde ed esposte al sole; al fuoco oppone la stessaresistenza del ferro”. Gli antichi col termine buxus indicavano la pianta, con ‘buxum’ la materia lignea usata per vaie lavorazioni.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 5, in proposito scriveva che: “La storia di Bussento si intreccia con un importante evento del passato: la battaglia di Canne. Essa fu la più grande battaglia della seconda guerra punica, combattuta tra Romani e Cartaginesi. Si svolse il 2 agosto del 216 a.C. e fu vinta dai Cartaginesi comandati da Annibale. In questo scontro perirono circa 50.000 Romani, tra i quali lo stesso console Lucio Emilio Paolo e, la maggior parte di quelli che sopravvissero, quasi tutti feriti, fu fatta prigioniera. Prima della battaglia Annibale, parlando ai suoi soldati, promise loro, qualora avessero riportato vittoria sui Romani, a libera scelta, le fertili pianure italiche: sia il suolo di Laurento se fosse loro piaciuto, sia il terreno di Bussento se fosse stato di loro gradimento. Prima della colonizzazione romana, Bussento si mosse contro Annibale: la retroguardia del suo esercito fu attaccata dai bussentini, alleati di Roma che, armati di mazze e forche, riuscirono ad allontanare i nemici dal proprio abitato. Di questo scrisse Silio Italico nel suo Poema sulla II guerra Punica: “…falcatos enses, et quae Buxentia pubes aptabat dextris irrasae robora clavae.” Trad.: “…i giovani di Bussento erano armati di spade a forma di falce e di bastoni nodosi di rovere.” Silio Italico ammira il verdeggiante scenario della guerra punica, nel quale eccellono le lussureggianti valli bussentine rigogliose di messi, di vigneti e di frutteti: Seu Laurens tibi Sigaeo sulcata colono arridet tellus; seu sunt Buxentia cordi rura magis, centum Cereri fruticantia culmis electos optare dabo inter praelia campos. Trad.: “(Annibale promise ai suoi soldati) sia il suolo di Laurento, se fosse loro piaciuto perché era arato dal colono Sigeo; sia il terreno di Bussento, se fosse di maggior gradimento perché germogliante di centinaia di piante e di folte biade in onore di Cerere, campi scelti fra le battaglie.”. Ma Annibale fu sconfitto a Zama (202 a.C.), così il premio desiderato e sognato restò ai romani!”.
Nel 210 a.C. (III sec. a.C.), Tito Livio e la battaglia navale di “SAPRIPORTO” a 15 miglia da Taranto
Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio racconta della sconfitta della quadra romana di Dezio Quinzio mentre scortava un convoglio di grano dalla Sicilia a Taranto. Forse riguardo una citazione del “Sapriporto” di cui parla Livio è in Luca Holstenio citato dal Laudisio. Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, cap. 20, 5-6. Tito Livio ci parla di una battaglia navale avvenuta a Sapriporto nel corso della 2° guerra Punica o contro Annibale. La cosa strana è il nome di questo specchio di golfo chiamato da Livio “Sapriporto” in quanto si trattava di un toponimo che indica un luogo a 15 miglia dalla città di Taranto, dove appunto si svolse la battaglia navale tra le forse cartaginesi di Annibale e quelle Romane. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III, nell’indice generale, alla voce “Sapriporto”, a p. 345, in proposito scriveva:“Sapriporto, battaglia navale fra Tarantini e Romani, III 175 sg.”. Infatti, il Ciaceri, a pp. 175-176 del vol. III, in proposito scriveva che:“Vero è che in quei giorni le cose non erano andate bene per i Tarentini che, uscita dalla città a foraggiare in numero di alcune migliaia s’eran visti improvvisamente assaliti dalle milizie romane di presidio, lasciate fuori dalla roca da M. Livio, e, mentre eran sparsi e vaganti per la campagna, sbaragliati e posti in fuga; (2) ma intorno allo stesso tempo eran riusciti a far partire sul mare la sconfitta ad una squadra romana che scortava un carico di grano proveniente dalla Sicilia e destinato al presidio di Taranto. Era stato affidato l’incarico della scorta a Decio Quinzio, noto per i suoi atti di valore, il quale era arrivato ad avere sotto il suo comando circa venti navi, dopo che 12 ne aveva ottenute dal contributo delle città di Pesto, Velia e Reggio. Partitosi il convoglio da Reggio, la squadra andava a vele lungo le coste del Bruzzio, non immaginando il Romano di dover combattere; ma nelle vicinanze di Crotone e di Sibari rinforzava le navi di remiganti e, tenuto conto della grandezza di esse, veniva ad avere una flotta ottimamente provveduta ed armata. Tranquillamente proseguirono attraverso il grande golfo, ma quando furono giunti a circa quindici miglia da Taranto, presso Sapriporto, da lontano videro venirsi incontro una squadra tarentina di egual numero di navi al comando di Democare; etc…nella romana stava lo stesso Quinzio, nella tarantina Nicone, sommamente odiato dai Romani in quanto era stato egli, come sappiamo, uno dei capi della fazione che aveva dato la città ad Annibale……A leggere oggi la descrizione che lo storico antico ci ha lasciato di questa battaglia, verrebbe fatto di pensare che nell’animo dei Tarentini etc…”. Il Ciaceri, a p. 175, nella nota (2) postillava: ” (2) Liv. XXVI, 39, 20-23″. Il Ciaceri, a p. 176, nella nota (1) postillava: ” (1) Liv. XXVI, 39, 1-19″. Pietro Ebner dice che Livio parla di un ‘Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 590 e 591 parlando di Sapri e riferendosi al Laudisio, dice che Livio parla di un ‘Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Riguardo la citazione di Tito Livio (…), Pietro Ebner (…), a p. 591 nella sua nota (13) parlando di Sapri e di ‘Scidro’, in proposito postillava che: ” (13)……Innanzi tutto Sapri non ha nulla a che vedere con il Sapriporto di Livio, XXVI, 39, 1-19 che scrive della sconfitta della quadra romana al comando di Decio Quinzio (scortava un convoglio di grano dalla Sicilia al presidio di Taranto) ad opera della squadra tarantina al comando di Democara.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (12) a p. 591 postillava che: “(12) Blanda, stazione XVI nella Tavola Peuntingeriana’ tra Vibona ‘Valentia’ e Salernum’ ha scritto anche M. Lacava, ‘Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana. Ecc..”. Pietro Ebner (…) dice che Livio parla di un ‘Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Dunque Ebner parlando di Sapri e di ‘Scidro’ citava il “Sapriportico” citato da Tito Livio e scrive che Tito Livio (…) nel libro 26 (XXVI), 39, 1-19 parlava “della sconfitta della quadra romana al comando di Decio Quinzio (scortava un convoglio di grano dalla Sicilia al presidio di Taranto) ad opera della squadra tarantina al comando di Democara.”. Felice Grippa (….), nel suo “Sapri – Appunti di storia e geologia”, a p. 15, in proposito scriveva che: “Tito Livio, nel Libro XXXIX della sua ‘Storia’, che nel 211, durante la seconda guerra punica, nel corso di un tentativo di liberazione della guarnigione romana assediata a Taranto dai Cartaginesi, la flotta romana subì una dura sconfitta nelle “vicinanze di Sapriponte”. Scrisse esattamente “ad Sapripontem”. Il prefisso “Sapri”, pertanto, doveva essere un nome di luogo ben conosciuto se il più insigne storico dell’antichità lo introdusse nei suoi Annali, scritti nel 27. Livio precisò che “Sapripontem” distava da Taranto circa 15 miglia. Poichè la flotta romana proveniva dalla zona dell’attuale Reggio Calabria, ne consegue che “Sapripontem” dovrebbe essere localizzabile intorno a Marina di Gioiosa Ionica. Però in quella zona – ed in tutto l’arco costiero percorso dalla flotta romana – non si rintracciano, oggi, località che anche solo lontanamente possano essere accostate al suono “Sapri”.”. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “VII. Il porto di Satiro (ad Liv. XXVI, 39, 6)”, a pp. 111 e ssg., in proposito scriveva che: “Livio, dove parla dei Romani racchiusi insieme a M. Livio nella rocca di Taranto (210 a.C.) e delle vettovaglie che a costoro recava D. Quinzio, partito da Regio con 20 navi e che aveva costeggiato le sponde di Crotone e di Sibari (o meglio di Turio), dice: “huic ab Regio profectae classi Democrates cum pari navium Tarentinarum numero quindecim milia ferme ab urbe ad Sacriportem obvius fuit” (1). Nacque battaglia; delle navi romane alcune furono sommerse, altre fuggirono e divennero preda dei Metapontini e dei Turini, alcune infine, fra quelle che racavano i viveri, vennero qua e là spinte in alto mare dai venti. Dove era questa località “ad Sacriportem” ? Per quanto è a mia cognizione, nessuno è riuscito a determinarla, e per es., il Weissenborn, ad l., si liita a dire: “der Ort ist nicht weiter bekannt”, aggiungendo l’inutile osservazione: “nichmit Sacriportus il Latium zu verwechseln”. Io sospetto che il nome sia corrotto, e che in luogo di “ad Sacriportem” vada letto presso a poco: “ad Satyri portum”. Il Pais, a p. 111, nella nota (1) postillava: “(1) Livio, XXVI 39, 6, dice ‘Sybaris’ in luogo di Thurii allo stesso modo che Varrone d. r. r. I 44, 2, parlando del territorio di Thurii dice: “in Italia in Subaritano”, cfr. anche Steph. Byz. s. vv. Θουριοι et Συβαρις.”. Dunque, intanto vi è da dire che il Pais citando il passo di Livio, non traduce come altri il “ad Sacriportem”, ma lo chiama “ad Sacriportem” Dove era questa località “ad Sacriportem” ? , che egli ritiene un termine o un toponimo “corrotto”, ovvero egli riteneva che Livio non avesse scritto così ma è probabile che fosse sbagliato lo scritto di qualche codice da cui si attinse il testo originale di Tito Livio (….). Inoltre, il Pais, a p. 112 avanda delle ipotesi sulle origini del toponimo liviano. Egli, a p. 112 scriveva pure che: “Già nel vecchio χρησμος, riferito ad Antioco, a proposito della fondazione di Taranto, si dice: ‘Σατυριον τοι εδωχα Ταραντα τε πιονα δημον’ (1) e Satirio, da altri autori, è detto essere il nome del luogo dove gli Spartani fondarono Taranto (2). Etc..”. Il Pais, a p. 112, nella nota (1) postillava: “(1) Antioch., ap. Strab. VI p. 279 C.”. La seconda guerra punica (chiamata anche, fin dall’antichità, guerra annibalica) fu combattuta tra Roma e Cartagine nel III secolo a.C., dal 218 a.C. al 202 a.C., prima in Europa (per sedici anni) e successivamente in Africa. La guerra cominciò per iniziativa dei Cartaginesi, che intendevano recuperare la potenza militare e l’influenza politica perduta dopo la sconfitta subita nella prima guerra punica; è stata considerata anche dagli storici antichi il conflitto armato più importante dell’antichità per il numero delle popolazioni coinvolte, per i suoi costi economici e umani, soprattutto per le decisive conseguenze sul piano storico, politico e quindi sociale dell’intero mondo mediterraneo. Evento decisivo per la guerra in Italia fu la conquista di Taranto (213-212 a.C.). Annibale, con l’aiuto di un traditore, prese la città ma non la rocca che bloccava il porto, che, rimasta in mani romane, poteva essere rifornita dal mare. Così Annibale non poteva usare lo scalo, più capiente di quello di Locri (già in suo possesso) per ricevere i necessari aiuti da Cartagine. Nel 209 a.C. Quinto Fabio Massimo in persona marciò su Taranto e la riconquistò, grazie anche all’aiuto dell’esercito proveniente dalla Sicilia, che era sbarcato a Brundisium, e a un tradimento, prima che il Cartaginese potesse arrivare in suo soccorso; i Romani si comportarono brutalmente e 30.000 abitanti furono venduti come schiavi. Asdrubale condusse con abilità la marcia del suo esercito verso l’Italia; dopo avere attraversato senza grandi difficoltà i Pirenei e le Alpi giunse in Gallia cisalpina agli inizi del 207 a.C. con 20.000 armati, dove poté rafforzare il suo esercito con mercenari galli (per un totale ora di 30.000 armati), ma perse tempo prezioso assediando inutilmente Placentia; la situazione di Roma appariva molto grave, il console Marco Livio Salinatore si diresse a nord per fermare la marcia di Asdrubale, mentre l’altro console Gaio Claudio Nerone cercava di bloccare Annibale nel Bruzio, ma il condottiero cartaginese riuscì a muovere verso l’Apulia, respingendo i Romani nella battaglia di Grumento, e con una marcia laterale raggiunse prima Venosa e poi Canosa, dove si fermò attendendo notizie sui piani del fratello Asdrubale. Scullard aggiunge che con quattro legioni di fronte (Claudio Nerone) e due alle sue spalle a Taranto, Annibale non poteva avanzare oltre Canosa senza correre seri pericoli.
Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, pubblicato nel 1976, a p. 16, parlando di Blanda, in proposito a Tito Livio scriveva che: “Ma notizie più interessanti fornisce lo storico Tito Livio (14) (59 a.C. – 17 d.C.) nel rievocare le imprese compiute dal console Quinto Fabio Massimo nella seconda guerra punica (219-201 a.C.): “Fabius………………………………………” “Fabio mosse in territorio sannita a devastare i campi e a piegare con la forza delle armi le città che erano passate dalla parte dei Cartaginesi. Il territorio dei Sanniti di Caudio fu devastato in modo disastroso: i campi furono incendiati per vasto tratto, si fece gran bottino di bestiame e d’uomini. Furon conquistate con la forza le città fortificate Compulteria, Telesia (presso i Caudini), quindi Compsa (degli Irpini), Fagifulae e Orbitanium; fra le città lucane fu espugnata Blanda, tra quelle apule Aecae. In queste città furon fatti prigionieri o uccisi 25.000 nemici e ne furono presi 370 che s’eran dati alla fuga. Costoro, mandati a Roma dal console, furono tutti fustigati a sangue alla presenza del popolo e precipitati da una rupe. Queste le imprese compiute da Q. Fabio nello spazio di pochi giorni”. Questo dice il Fulco traducendo Tito Livio. Il Fulco a p. 16 scriveva ancora che: “Dalla testimonianza di Livio – valutata nel contesto di tutto il XXIV libro – si desume: 1) che Blanda era centro lucano di primaria importanza se viene citata tra le città che nella seconda guerra punica si schierarono dalla parte di Annibale; 2) che nel 214 a.C. fu espugnata da unità del Console Quinto Fabio Massimo, lo stesso che aveva conquistato Taranto (15), per essersi alleata con i Cartaginesi al fine di contrastare l’espansione romana nell’Italia meridionale; 3) che anche i Blandani subirono la sorte degli abitanti di altre città lucane, espugnate per non aver rispettato gli accordi sanciti nell’alleanza con Roma stipulata nel 298 a.C. (16). Blanda è inoltre citata da Claudio Tolomeo (17), cosmografo del II sec. d.C., come città lucana nel seguente ordine: Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum, ed è considerata città mediterranea della Lucania. Ciò s’accorda con la testimonianza di Livio e non contrasta con quella di Pompeo Mela, che la vuole città rivierasca.”.
VIBIO O VIBIUS SICCA, L’AMICO DI CICERONE CHE LO OSPITO’ DURANTE LA SUA FUGA
Nel 209 a.C. (III sec. a.C.), i fratelli VIBIO e PACCIO, i più nobili e possidenti del Bruzio chiesero la resa ai Romani alle stesse condizioni dei Lucani
Sui personaggi citati da Cicerone, personaggi che lo ospitarono nel suo peregrinare sulle ville della costa, tra cui questo “Vibio” è “Vibio” sul quale Emanuele Ciaceri è categorico. Il Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III, nell’indice generale, alla voce “Vibio”, a p. 350, in proposito scriveva:“Vibio, nobile lucano, III, p. 179”. Infatti, il Ciaceri, a p. 179 del vol. III, in proposito scriveva che:“Ma mentre Marcello nelle Puglie chiudeva ad Annibale la linea Venosa-Canusio, il console Fulvio assolveva brillantemente il suo compito di riprendere la Lucania, ove si vedeva consegnare i presidi cartaginesi da genti che egli accoglieva con spirito di clemenza e con dolcezza di modi (2), tanto da dover fare meraviglia che così comportasse il fiero punitore dei Campani; ma in tal guisa egli non faceva che seguire la politica blanda suggeritagli dal comandante supremo, Fabio, il quale notoriamente era solito farne uso, per cui di lui si narrarono al proposito varie cose (3). E di siffatto calcolo non tardarono a vedersi i buoni risultati; chè anche nella parte del Bruzzio confinante con la Lucania si manifestava la tendenza d’arrendersi ai Romani, come dimostrò la condotta dei fratelli Vibio e Paccio, i più nobili del paese, che vennero dal console dichiarando di volersi dare ai Romani agli stessi patti, che i Lucani (4). Intanto Fabio, etc…”. Il Ciaceri, a p. 179, vol. III, nella nota (4) postillava che:“(4) Liv. XXVII, 15, 3”. Dunque, in questo passo, il Ciaceri parlando della guerra contro Annibale e della conquista della Lucania da parte dei consoli Romani e, sulla scorta del racconto di Tito Livio (….), cita i due fratelli Lucani, “Vibio e Paccio”, di cui egli dice essere “fratelli Vibio e Paccio, i più nobili del paese, che vennero dal console dichiarando di volersi dare ai Romani agli stessi patti, che i Lucani (4)”. Dunque, secondo il Ciaceri, Vibio e Paccio erano due fratelli Lucani apartenenti ad una famiglia di nobili e possidenti della Lucania. Secondo il Ciaceri, Vibio fu uno dei primi ad arrendersi al console Romano Fulvio ……….. consegnandogli gran parte delle guarnigioni e presidi cartaginesi “nella parte del Bruzzio confinante con la Lucania si manifestava la tendenza d’arrendersi ai Romani”. Dunque, questa è una delle notizie che abbiamo del “Vibio” di cui ci parla Cicerone nelle sue Epistole, e di cui abbiamo conferma in Plutarco (….), come vedremo. La sua villa, o il “fundus Siccae” era a “Vibone Lucana”, la città scomparsa che si estendeva lungo le pendici delle colline di Sapri fino ai Cordici, che è nel comune di Torraca ma molto vicina a Sapri e, fino al cimitero di Vibonati ?. Questo nobile lucano chiamato “Vibio” o “Vibius” era colui che ospitò Cicerone ?. Intanto, la località da cui Cicerone scriveva le sue lettere, non era Vibo Valentia ma doveva trattarsi di una località non molto distante da “Nares Lucana”. Il Ciaceri parlando dei nobili e possidenti fratelli lucani “Vibio e Paccio” è molto chiaro e scriveva sulla scorta di Tito Livio essere un fondo o proprietà “nella parte del Bruzzio confinante con la Lucania“. Dunque, non si trattava della parte finale della Calabria ma della porzione di territorio che corrisponde al basso Cilento, ovvero la parte di territorio al confine tra la Calabria e la Lucania. Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. XI parlando della “II guerra Punica”, a p. 271, in proposito scriveva che: “Fra i Lucani, dopo molte guerriglie, vien ricordata l’imboscata ai Campi Veteres (Vietri di Potenza), in cui il capo del partito romano in Lucania, certo Flavo, decisosi a passare al partito cartaginese, aveva attirato il proconsole Tiberio Gracco, riuscendo a farlo uccidere nel 212 (XXV, 16). La resa dei Lucani, degli Irpini e dei Volcentani, è riferita da Livio al 209; essa viene accettata a condizioni assai favorevoli. Alle stesse condizioni offrono di arrendersi anche i Bruzi, che mandano due fratelli Vibio e Paccio di nome (XXVII, 15). Ma la pacificazione definitiva degli Italici sotto il regno romano non appare sicura se non nei due anni più tardi, nel 207, con la battaglia del Metauro, nella quale i rinforzi attesi da Annibale vengono arrestati in modo sangiunoso, e il loro comandante Asdrubale rimase ucciso.”. Dunque, Devoto riferisce, sulla scorta di Tito Livio riferisce che in occasione della fine della II guerra Punica, i due fratelli Vibio e Paccio furono inviati dai Bruzi ad arrendersi ai Romani passando da Annibale ai Romani, non più comandati dal proconsole Tiberio Gracco che era stato ucciso in battaglia. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 153, in proposito scriveva che: “Mentre Annibale, dall’Apulia, attraverso la Lucania, si recava in aiuto dei Bruzii (1), gli Irpini, i Lucani ed i Volcenti si arresero al console Fulvio, dopo avergli consegnato i presidii cartaginesi (2). E il console, rimproveratili del passato errore, li accolse con clemenza. Allora anche ai Bruzii – dice Livio – sorse la speranza del perdono, e i fratelli Vibio e Paccio, i più illustri rappresentanti della loro gente, si recarono dal console a domandare per i loro connazionali le stesse condizioni di resa che erano state concesse ai Lucani (3).”. Il Magaldi, a p. 153, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Livio, XXVII, 15, 3: eadem, quae data Lucanis erat, condicionem deditionis potentes.”.
Nel 197 a.C., BUXENTUM (Bussento), una delle prime colonie marittime create dai Romani durante la II guerra Punica contro Annibale
Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a pp. 206-207 parlando delle nuove colonie romane o latine sorte, in proposito scriveva: “E nel caso nostro le deduzioni delle colonie in Crotone e Temesa (2), in Turio ed Ipponio (3) furono promosse da Scipione, che in quell’anno (a. 194) era console per la seconda volta. Trattavasi di colonie di carattere prevalentemente militare, mediante le quali venivasi a circondare d’una corona di piazze forti la regione dei Bruzzi, che tanto avevan dato da fare a Roma nella guerra precedente, specialmente quelli della parte inferiore, i quali eran rimasti con Annibale sino in ultimo. Quelle colonie eran state ideate dall’Africano nei giorni in cui coi suoi maneggi re Antioco di Siria, s’era di già rifugiato Annibale, etc…lo stesso anno in cu ne promuoveva la deduzione, e cioè mentre era console, egli conduceva a compimento lo stanziamento delle colonie marittime di Volturno, Literno, Puteoli, Salerno e Bussento, le quali, alla loro volta, provvedevano alla sicurezza delle coste a salire in su dal Bruzzio alla Lucania ed alla Campania.”. Il Ciaceri, a p. 206, nella nota (3) postillava che: “(3) In Turio: Liv. XXXIV 53, 1-2; cfr. XXXV 9, 7. In Ipponio (Vibo): Liv. XXXIV 53, 1-2; XXXV 40, 5-6. Su Vell. I 14, 8, che vi fa fondare la colonia già nel 237, v. sopra a p. 81 n. 7”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 231 parlando delle colonie romane e latine sorte, in proposito scriveva: “A voler passare sotto silenzio città che della Magna Grecia non riportano ormai che le tracce del loro antico nome, quale Buxentum, ove la colonia romana del 194 ebbe vita effimera, simile, del resto, a quella della cittadina italiota che l’aveva preceduta (Pyxus), nonostante che alcuni anni dopo (a. 186) si sia tentato di rinforzarla con nuovi coloni (3), etc..”. Il Ciaceri, a p. 231, nella nota (3) postillava che: “(3) Liv. XXXIX 23 “. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), nel cap. VII, a p. 206, in proposito scriveva che: “Le “colonie” importano l’invio di coloni, che erano stati soldati ed agricoltori insieme. Esse ebbero, in origine, finalità prevalentemente militare e politica (3). La colonia romana è definita da Cicerone (‘De lege agr. II, 73) “propugnacolo dell’Impero”. Esse furono infatti le sentinelle avanzate di un vasto Impero e fecero buona guardia ai suoi confini. Costituite di cittadini romani, le colonie partecipavano, naturalmente, della cittadinanza romana. Qualunque fosse il loro statuto di fondazione (‘lex coloniae’), erano sempre dipendenti dalla Capitale; data la loro natura e la loro finalità, non poteva essere diversamente. Dell’Urbe esse potevano considerarsi come le diramazioni, per mezzo delle quali Roma faceva sentire il suo prestigio ai popoli soggetti (4).”. Il Magaldi (…), a p. 206, nella nota (4) postillava: “(4) La più antica colonia di cui si ha notizia è Anzio, fondata nel 338 a.C. Cfr. De Sanctis, op. cit., II, p. 434.”. Sempre il Magaldi (…), a p. 207, nella nota (2) postillava: “(2) E. Pais, Serie cronologica delle colonie Romane e Latine dall’età regia fino all’Impero, parte I (dall’età del tempo dei Gracchi), in Memorie della R. Accademia dei Lincei, serie V, vol. XVII (1924), p. 329.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), nel cap. VII, a pp. 211-212, in proposito scriveva che: “Bussento (1), la cui legge di deduzione era stata proposta nel 197 dal tribuno della plebe. Etc…”. Il Magaldi (…), a p. 211, nella nota (1) postillava: “Cfr. Livio, XXXII, 29, 3 (a. 197): ‘C. Atinius tribunus plebis tulit, ut quinque coloniae in oram maritimam deducerentur, duae ad ostia fluminum Vulturni Liternique, una Puteolos, una ad Castrum Salerni: his Buxentum adiectum, trecenae familiae in singulas colonias indebantur mitti. Triumviri deducendis iis, qui per triennium magistratum haberent, creati M. Servilius Geminus, Q. Minucius Thermus, Ti. Sempronius Longus; Etc…”. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63, in proposito scriveva che: “Nel 558 di Roma vi fu spedita una colonia di 300 cittadini, tre anni dopo che il tribuno della plebe Caio Acilio proponeva che altre se ne mandassero a ‘Salerno’ e sulla spiaggia della ‘Campania (1). Livio dice che furono allora ripartite le terre ch’erano de’ Campani’; e per una lapide di Capua vi è ragione di riferire tale ripartizione alle terre di Bussento, anzicchè a quelle di Literno, Volturno e Puteoli, dove le altre colonie furono dedotte, perchè la lapida si loda il quatruorviro della città Prescennio Negro, il quale la ripristinava ne dritti dell’agro lucano (2). Etc…”.
(Fig…) Nicola Corcia, op. cit., pp. 62-63
Il Corcia, a p. 63, nella nota (1) postillava che: “(1) Liv., XXXIV, 45. – Cfr. XXXII, 29. – Vell. Pat. I, 15, 3.”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (2) postillava che: “(2) Mazzocchi, In mutil. Camp. Amphit. tit. p. 64 sqq. – Cfr. Nieburh, Hist. R. t. III, p. 500”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “La fondazione avviene in più fasi, secondo il racconto di Tito Livio. In un primo momento, nel 197 a.C., su proposta del tribuno della plebe Gaio Atinio, si delibera la fondazione delle colonie, ciascuna con trecento famiglie. Si eleggono quindi i tre magistrati incaricati di curare la deduzione: Marco Servilio Gemino, Quinto Minucio Termo, Tiberio Sempronio Longo (45). Quasi sicuramente della deduzione di Bussento fu incaricato Sempronio Longo, interessato alla Lucania e appartenente alla stessa famiglia di Tiberio Sempronio Gracco, che durante la guerra contro Annibale aveva combattuto in Lucania, ed aveva allacciato rapporti di amicizia e di clientela con i notabili della regione (46). Inoltre, a Sapri esiste una importante iscrizione che ricorda un Lucio Sempronio Prisco, eletto supremo magistrato (duovir designatus) (47) di una colonia non menzionata: solitamente si ritiene che la colonia sia Buxentum, ma potrebbe esservi stata anche una seconda colonia nell’area di Sapri, come si dirà più avanti. Alla famiglia Sempronia viene inoltre attribuita la proprietà della villa di Santa Croce. Etc..”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (45) postillava che: “(45) Livio, XXXII, 29, 3-4”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) Livio, XXIII, 37, 10-11; XXIV, 15; 20; 44, 9; XXV, 1, 5; 15, 18-20; 16-17”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (47) postillava che: “(47) CIL X 461”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “6. Buxentum fa parte del gruppo di colonie romane fondato agli inizi del secondo secolo a.C., in seguito alla seconda guerra punica, combattuta sul suolo dell’Italia contro i cartaginesi di Annibale. Si tratta delle colonie di Pozzuoli, Volturno, Literno, Salerno, Bussento e Siponto. Come è noto, le colonie romane erano costituite da piccoli insediamenti, a forma di accampamento militare, presidiati da circa 300 coloni con le loro famiglie, ciascuno con un piccolo lotto di terra; lo scopo principale era quello di controllare la costa e segnalare il passaggio di flotte nemiche. Appare evidente lo scopo di rafforzare le coste dell’Italia, in periodo di pace, per segnalare subito, con sistemi di comunicazione ottici a distanza, l’attacco di eventuali flotte cartaginesi. Il territorio è stato confiscato ai Lucani ribelli dopo la guerra contro Annibale, ed è diventato disponibile, quale terreno dello stato (ager publicus), per la divisione in lotti e l’assegnazione ai coloni, oltre che per la vendita o l’affitto a ricchi proprietari. La fondazione avviene in più fasi, secondo il racconto di Tito Livio. Etc…”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 27, in proposito scriveva pure che: “Nel 194 a.C. fu inviata a Buxentum una colonia di 30 famiglie (10) per ripopolare la città. I coloni di Buxentum non rimanevano a lungo nell’aria irrespirabile della città, che, per molto tempo, non dette segni di vita.”. Il Tancredi, a p. 27, nella nota (10) postillava: “(10) Tito Livio, nel libro XXXII, 29 così riferisce: “Acilio, tribuno della plebe, decise di fondare cinque colonie sul litorale: due alla foce del fiume Volturno e Literno, una a Pozzuoli, una alla fortezza di Salerno. A questa fu aggiunta ‘Bussento’. Fu ordinato che fossero mandate trenta famiglie in ciascuna colonia. I tribuni eletti perché esercitassero nella fondazione la carica di magistrato per tre anni, furono: M. Servilio Gemino, Q. Minucio Termo e T. Sempronio Longo”.”. Luigi Tancredi, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a pp. 48-49 parlando dell’epigrafe latina dedicata a Pernicio Veridio, pretore fiscale di Bussento ai tempi di Nerva, in proposito scriveva che: “Pernicio Veridio non era cittadino romano, ma lo divenne in grazia della “lex Julia” ed esercitò il compito di pretore in quell’Agro Lucano, il cui centro cospicuo era Bussento. Non bisogna dimenticare che questo territorio fu ricuperato da P. Pescennio per costituire una seconda entità territoriale al di quà dal fiume Sele, in Lucania, mentre l’agro Campano stava al di là”. Giacomo Racioppi (….), che, nel suo “Storia dei Popoli della Lucana e della Basilicata”, vol. I, a p. 410, così si esprime: “Dopo la guerra Sociale, per quel sistema politico che inaugurò Silla a compensare i suoi soldati, e che limitavano così i Triumviri come Augusto e i suoi successori, crebbe il numero delle colonie romane. Colonie fondate probabilmente da Silla, ma di certo prima della morte di Cesare, furono, nella Lucania, Bussento una seconda volta poichè la si trovò spopolata dei coloni mandativi undici anni prima; Pesto (2), che era stata già colonia latina, come si è detto; e Grumento.”. Sempre il Racioppi, a pp. 523-524, in proposito scriveva pure che: “All’occidente di Sapri, nellevicinanze dell’odierno Policastro, era Pixo, fondazione ellenica, che divenne ai Latini Bussento, quando Roma vi mandò una sua prima colonia nel 558-196. e una seconda dopo sei anni. Etc…”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, nella rivista “L’Universo”, LIII, n. 3, maggio-giugno, parlando di Buxentum, a p. 506 e ssg., in proposito scrivevano che: “Pixous greca si trasformò in Buxentum romana nel 197 a.C. quando cinque colonie marittime furono dedotte al Volturno, a Literno, a Pozzuoli, a Salerno e a Bussento. Etc…“. I due autori, a p. 507, nella nota (53) postillavano: “(53) Quinque coloniae in oram maritimam deducerentur, duae ad ostia fluminum Vulturni Liternique, una Puteolos, una ad castrum Salerni, his Buxentum adiectum….(Plinio, N. H.), cfr. V. Panebianco, La colonia romana di Salernum, cit. p. 3. Buxentum è la latinizzazione di Pixous.“.
Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. XI parlando della “II guerra Punica”, a p. 271, in proposito scriveva che: “Nei primi anni del secolo II i fatti più salienti riguardano l’impulso della colonizzazione romana nel mezzogiorno d’Italia. Nel territorio dei Lucani, Bussento ricevette una colonia romana nel 194 (6), Forum Popilii, nella valle del Tanagro fu fondata al più tardi nel 132 (7), Grumento ricevette una colonia al tempo dei Gracchi. Nel paese dei Bruzi, una colonia romana fu fondata a ‘Castra Hanibalis’, nell’istmo di Catanzaro, nel 199 (8), a Temesa nel 194 (9). Crotone, conquistata dai Bruzi durante la guerra annibalica, riceveva una colonia romana nello stesso 194 (10). Turii una latina, col nome di Copia nel 193 (11). Non più antica del 192 sembra quella dell’antica Ipponio, ora Vibo Valentia (12).”. Il Devoto, a p. 271, nella nota (6) postillava che: “(6) Livio, XXXIV, 45; XXXIX, 23”. Devoto, a p. 271, nella nota (10) postillava che: “(10) Livio, XXXIV, 53; XXXV, 9”.
Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 4 e ssg. nel cap. I: “Degli antichi Abitatori della Lucania etc…”, a p. 14 scriveva pure che: “E nella venuta di Annibale i Lucani furono i primi a confederarsi in ajuto de’ Romani, e le diloro Colonie sostennero principalmente il loro Imperio combattuto dalla prepotente forza de’ Cartaginesi a riserba solo alcune Città ne’ confini de’ Bruzi, quali mancarono alla fede data a’ Romani, con aderire ad Annibale, ma sortito costui dall’Italia non ostante che dette Città ribellate, fussero lasciate libere, in pena però in dette Contrade vi fu costituita una Colonia militare in Bussento, togliendo perciò in questa parte a’ Lucani i migliori terreni.”.
Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Rispetto a questi centri anche la colonizzazione, programmata dal potere romano, risulta periferica e limitata alla zona costiera con Poseidonia, Elea e Buxentum (Pyxus)(41), sul versante tirrenico; intanto su quello ionico rimangono le città federate di Metaponto ed Eraclea (42).”. La Catalano, a p. 141, nella nota (41) postillava: “(41) Cfr. infra n. 63; nello stesso anno viene dedotta una oclonia latina in ‘Thurinum agrum’, per la quale v. F. Cantarelli, Alcune osservazioni sui rapporti romano-turini e l’episodio di Copiae, etc…”. La Catalano, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “…il governo di Roma non riesce a controllare il territorio demaniale dalle eventuali usurpazioni o dagli abbandoni dell’area assegnata (63); anche l’iniziativa coloniale rimane marginale come dimostra la deduzione di una colonia a ‘Buxentum’ nel 194 (64) che appena nove anni dopo, nel 185, dovrà essere rinsanguata con l’invio di altri coloni.”. La Catalano, a p. 145, nella nota (63) postillava che: “(63) Liv., XXXII 29, 3-4; A. Russi, in “Diz. epigr. di Ant. Rom.”, cit., s.v. Lucania, pp. 1896-1897; V. A. Sirago, L’agricoltura italiana nel II sec. a.C., Napoli, 1971, pp. 12-13″.
Nel 197 a.C., Tiberio Sempronio Longo, magistrato eletto per la deduzione della colonia marittima romana di Buxentum
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “In un primo momento, nel 197 a.C., su proposta del tribuno della plebe Gaio Atinio, si delibera la fondazione delle colonie, ciascuna con trecento famiglie. Si eleggono quindi i tre magistrati incaricati di curare la deduzione: Marco Servilio Gemino, Quinto Minucio Termo, Tiberio Sempronio Longo (45). Quasi sicuramente della deduzione di Bussento fu incaricato Sempronio Longo, interessato alla Lucania e appartenente alla stessa famiglia di Tiberio Sempronio Gracco, che durante la guerra contro Annibale aveva combattuto in Lucania, ed aveva allacciato rapporti di amicizia e di clientela con i notabili della regione (46). ….Etc..”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (45) postillava che: “(45) Livio, XXXII, 29, 3-4”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) Livio, XXIII, 37, 10-11; XXIV, 15; 20; 44, 9; XXV, 1, 5; 15, 18-20; 16-17”.
Nel 195 a.C, Buxentum e la colonia dei Ferentinati che volevano diventare Romani
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Mentre si stanno espletando i preparativi e si trascrivono sui registri i nomi dei coloni per Pozzuoli, Salerno e Bussento, avviene un fatto singolare riguardante il diritto romano e le sue procedure, importante perché fa capire quanto i Romani coltivassero questa disciplina, diventata poi fondamentale negli Stati e nella civiltà moderna. Intanto, bisogna premettere due considerazioni. All’epoca, nel secondo secolo a.C., c’era una diffusa richiesta della cittadinanza romana da parte degli alleati latini ed italici residenti nelle diverse città dell’Italia, per avere gli stessi diritti dei Romani e non essere discriminati sul piano economico e sociale. Per ottenere la cittadinanza, cosa difficile, si tentavano tutte le strade, lecite ed illecite. In particolare, quando venivano fondate colonie romane, fra i coloni potevano iscriversi anche italici che non avevano la cittadinanza romana: era questo un modo sicuro per ottenere l’ambita cittadinanza, con lo svantaggio di doversi recare in colonia, lontano da Roma, ma con la certezza di una condizione migliore per sé e per la propria famiglia. Date queste premesse, è facile immaginare che molti capifamiglia latini ed italici si iscrissero nelle liste dei coloni di Pozzuoli, Salerno e Bussento. Fra questi, dice Livio, vi era un gruppo di latini originari della città di Ferentino, che nel 195 a.C. “tentarono di far applicare un nuovo diritto” (novum ius): essi, per il solo fatto di aver dato i loro nomi per la lista dei coloni, si proclamarono cittadini romani. Ma il senato, appositamente riunito, giudicò che essi non erano cittadini romani (48), e che quindi non bastava essere inseriti nelle liste nominative: bisognava completare l’operazione e recarsi fisicamente ad occupare il proprio posto nella colonia, per poi essere censiti fra i cittadini. Etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Tuttavia, date le premesse e il comportamento dei Ferentinati, che molto prima già si sentivano cittadini romani, non c’era da aspettarsi, da parte dei coloni, un grande attaccamento al sito di Buxentum.”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (45) postillava che: “(45) Livio, XXXII, 29, 3-4”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) Livio, XXIII, 37, 10-11; XXIV, 15; 20; 44, 9; XXV, 1, 5; 15, 18-20; 16-17”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (47) postillava che: “(47) CIL X 461”. Il La Greca, a p. 28, nella nota (48) postillava che: “(48) Livio, XXXIV, 42, 5-6; vd. sull’episodio SMITH 1954; PIPER 1987”.
Nel 194 a.C., BUXENTUM e la sua effettiva deduzione quale colonia marittima creata dai Romani
Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 231 parlando delle colonie romane e latine sorte, in proposito scriveva: “A voler passare sotto silenzio città che della Magna Grecia non riportano ormai che le tracce del loro antico nome, quale Buxentum, ove la colonia romana del 194 ebbe vita effimera, simile, del resto, a quella della cittadina italiota che l’aveva preceduta (Pyxus), nonostante che alcuni anni dopo (a. 186) si sia tentato di rinforzarla con nuovi coloni (3), etc..”. Il Ciaceri, a p. 231, nella nota (3) postillava che: “(3) Liv. XXXIX 23 “. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a pp. 206-207 parlando delle nuove colonie romane o latine sorte, in proposito scriveva: “E nel caso nostro le deduzioni delle colonie in Crotone e Temesa (2), in Turio ed Ipponio (3) furono promosse da Scipione, che in quell’anno (a. 194) era console per la seconda volta. Trattavasi di colonie di carattere prevalentemente militare, mediante le quali venivasi a circondare d’una corona di piazze forti la regione dei Bruzzi, che tanto avevan dato da fare a Roma nella guerra precedente, specialmente quelli della parte inferiore, i quali eran rimasti con Annibale sino in ultimo. Quelle colonie eran state ideate dall’Africano nei giorni in cui coi suoi maneggi re Antioco di Siria, s’era di già rifugiato Annibale, etc…lo stesso anno in cui ne promuoveva la deduzione, e cioè mentre era console, egli conduceva a compimento lo stanziamento delle colonie marittime di Volturno, Literno, Puteoli, Salerno e Bussento, le quali, alla loro volta, provvedevano alla sicurezza delle coste a salire in su dal Bruzzio alla Lucania ed alla Campania.”. Il Ciaceri, a p. 206, nella nota (3) postillava che: “(3) In Turio: Liv. XXXIV 53, 1-2; cfr. XXXV 9, 7. In Ipponio (Vibo): Liv. XXXIV 53, 1-2; XXXV 40, 5-6. Su Vell. I 14, 8, che vi fa fondare la colonia già nel 237, v. sopra a p. 81 n. 7”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), nel cap. VII, a pp. 211-212 riferendosi all’anno 195 a.C., in proposito scriveva che: “Nello stesso anno in cui fu fondata Copia lo furono pure le colonie di Crotone, di Vibo-Valentia e di Tempsa. L’anno precedente (194), quello del secondo consolato di Scipione, furono dedotte, colla funzione di “marittime”, le colonie di Volturno, Literno, Puteoli, Salerno e, verso il confine meridionale della Lucania, Bussento (1)…..Il loro scopo precipuo era quello di fare buona guardia sul mare, ideate com’erano state in previsione di una guerra contro la Siria, presso il cui re Antioco aveva cercato riparo Annibale (2). Le colonie dell’a. 193, anche se ufficialmente considerate “latine”, come Copia e Vibo-Valentia, o “cittadine”, come Crotone e Tempsa, in realtà non differivano in nulla dalle “marittime”. E tutte insieme stringevano come in una morsa le indocili popolazioni dell’interno. Etc…”. Il Magaldi (…), a p. 211, nella nota (1) postillava: “Cfr. Livio, XXXIV, 45, I seg. (a. 194): ‘Coloniae civium Romanorum eo anno deductae sunt Puteolos, Volturnum, Liternum , treceni homines in singulas. Item Salernum Buxentumque coloniae civium Romanorum deductae sunt. Deduxere triumviri Ti. Sempronius Longus, qui tum consul erat, M. Servilius, Q. Minucius Thermus. Ager divisus est, qui Campanorum fuerat. Cfr. Livio, XXXIV, 42, 6: ‘Puteolos Salernumque et Buxentum adscripti coloni, qui nomina dederant et cum ob id se pro civibus Romanis ferrent, Senatus iudicavit non esse eos civis Romanos. Si tratta della risposta data dal Senato alla richiesta dei Ferentinati, che i coloni latini introdotti nella città diventassero cittadini romani. Questa notizia – dice il Pais, op. cit., p. 342 – va messa a fianco di quelle sui varii tentativi dei Latini di deiventare cittadini roani. Cfr. Velleio, I, 15, 3: ‘Eodem temporum tractu, quamquam apud quosdam ambigitur, Puteolos Salernumque et Buxentum missi coloni….Sulla fondazione della colonia di Bussento cfr. Pais, o. c., p. 340 seg.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 6, in proposito scriveva che: “Le colonie erano stanziamenti di romani (latini) in territori recentemente conquistati o politicamente malfidi, dove i coloni ottenevano fondi da coltivare, costruivano città e le reggevano in piena autonomia amministrativa, conservando la cittadinanza romana (cives optimo jure). Questi privilegi spettarono alle colonie più antiche o latine, perché rette dallo ius latinum. Le altre, più recenti, fra cui Bussento, ebbero la cittadinanza romana in un secondo tempo e, assieme alle prime, furono dette “romane” perché Roma vi inviò esclusivamente cittadini propri. Le prime colonie romane sorsero agli inizi della Repubblica (Ostia, Velletri, ecc.), a cominciare dal 495 a.C. Dal 273 a.C. si estesero da Paestum in giù con lo scopo di ricostruire le colonie greche che erano decadute. Al tempo delle guerre puniche furono fondate sulle coste tirreniche cinque colonie militari: Pozzuoli, Volturno, Literno, Salerno e Bussento.”. Giacomo Racioppi (….), che, nel suo “Storia dei Popoli della Lucana e della Basilicata”, vol. I, a p. 410, così si esprime: “Nel secolo seguente il II a.C. ebbero sviluppo le colonie cittadine o ‘romane’: e mentre per la Lucania non si trova indicata che Bussento nel 191-4 a.C., vediamo, in questo stesso breve periodo di tempo, fondarsi colonie romane al Volturno, a Pozzuoli, a Salerno, a Temesa dei Bruzii; vuol dire che Roma mirava allora alla sicurezza del litorale, mentre di guardia all’interno erano le colonie precedentemente fondate…etc..”. Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a pp. 703-704 , in proposito scriveva che: “Dopo un silenzio di quasi tre secoli, è Livio (5) che torna nuovamente a parlarne, a proposito della deduzione, nel 194 a.C. ed ulteriormente rinforzata nel 186 a.C., della colonia marittima romana di Buxentum, nome che costituisce l’evidente latinizzazione del nome greco (6). In epoca Imperiale, la città è citata dai geografi (7), mentre dall’epigrafia apprendiamo che si trattava di un ‘municipium’ retto da ‘duoviri’, che era iscritta alla ‘tribus Promptina’,e che possedeva un foro ed un ‘macellum’ (8).”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (6) postillava che: “(6) L’identificazione di Pyxous con Buxentum è autorevolmente confermata da Plinio, Nat. Hist. Ili, 5, 72 : oppidum Buxentum, Greciae Pyxus.”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (7) postillava che: “(7) Plin. Ili, 5, 72; Pomp. Mela II, 4, 69 (Buxantium); Ptolem. Ili, 1, 8 (βούξεν-τον) ; Geogr. Rav. IV, 32”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (8) postillava che: “(8) CIL X, I, n° 461 ; V. Bracco, // foro di Buxentum, in Scritti sul mondo antico in onore di F. Grosso, Roma, 1981, p. 77-84; Id., Il Macellum di Bussento, in Epigraphica, XLV, 1983, p. 109-115.”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, nella rivista “L’Universo”, LIII, n. 3, maggio-giugno, parlando di Buxentum, a p. 506 e ssg., in proposito scrivevano che: “La deduzione avvenne nel 194 a.C. (53): 300 cittadini romani (famiglie, piuttosto), rioccuparono la città, dandole nuova vita. Le testimonianze di Buxentum sono numerose. le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò ‘falsae vel alienae’ altre due iscrizioni (54), riportate da storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi etc…”. I due autori, a p. 507, nella nota (56) postillavano: “(56) Sono noti dall’annalistica di triumviri di Buxentum, L. Scribonio Libone, M. Tuccio, Gneo Bebio Panmfilo.”. Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, parlando di Pixunte, a p. 175, in proposito scriveva che: “Recenti scavi, eseguiti nell’abitato di Policastro, sembrano confermare che la greca Pixunte e la romana Buxentum debbano identificarsi con l’odierna Policastro, etc….Potrebbe nascere il sospetto che quando, nel 194 a.C., i Romani vi dedussero una prima colonia, la città sia stata spostata dalla riva destra a quella sinistra, dove è ora, con procedimento che è documentabile in molti casi; ma non solo della cosa non vi è ricordo alcuno nelle numerose fonti che ci parlano della romanizzazione della città (Liv., XXXIII, 29, 4; XXXIV, 42, 6; 45, 2; XXXIX, 22, 4; Vell. Pat. 1, 15; Plin. III, 72), e sembra anche escludersi dal contesto del passo di Strabone, etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a p. 28, in proposito scriveva che: “L’anno seguente, nel 194 a.C., vi fu l’effettiva fondazione, ed i coloni, divisi a gruppi di trecento, presero la strada delle rispettive colonie, fra le quali Bussento; nello stesso anno Tiberio Sempronio Longo, uno dei curatori, aveva anche la suprema carica di console (49). Etc…”. Il La Greca, a p. 28, nella nota (48) postillava che: “(48) Livio, XXXIV, 42, 5-6; vd. sull’episodio SMITH 1954; PIPER 1987”. Il La Greca, a p. 28, nella nota (49) postillava che: “(49) Livio, XXXIV, 45, 1-2”.
Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. XI parlando della “II guerra Punica”, a p. 271, in proposito scriveva che: “Nei primi anni del secolo II i fatti più salienti riguardano l’impulso della colonizzazione romana nel mezzogiorno d’Italia. Nel territorio dei Lucani, Bussento ricevette una colonia romana nel 194 (6), Forum Popilii,…..Crotone, conquistata dai Bruzi durante la guerra annibalica, riceveva una colonia romana nello stesso 194 (10). Etc…”. Il Devoto, a p. 271, nella nota (6) postillava che: “(6) Livio, XXXIV, 45; XXXIX, 23”. Devoto, a p. 271, nella nota (10) postillava che: “(10) Livio, XXXIV, 53; XXXV, 9”.
Castore e Polluce – il tempio a Bussento
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, a p. 11 parlando di Bussento, in proposito scriveva pure che: “I Bussentini del I° secolo, stanchi ormai delle patite sciagure, sfiduciati nelle istituzioni di un impero avviato al declino e quindi avversi al culto dei falsi dei Castori e Polluce, cui avevano invano affidato la protezione sul mare, accettarono con tutto il cuore la fede cristiana (133). Infatti, sulla “Porta del Mare” fecero apporre questa famosa iscrizione, in latino: “Cristus Rex venit in pace. Amen”. Questa lapide esisteva ancora nel 1700 (134).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (133) postillava: “(133) Di Luccia Pietro Marcellino: L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale, Roma, Luca Antonio Characas, 1700, p. 7”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (134) postillava: “(134) ibidem: pp. 7-8 – Documenti Antichi (A. D.P.: I – Orig. – 1400).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (135) postillava: “(135) Tradizione orale (interviste)”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a pp. 5-6-7 parlando di “Pesto”, in proposito scriveva che: “Vogliono, che questa Città fosse stata una delle quattordici colonie de’ Romani in Italia, che qui fossero vissuti Zenofonte e Parmenide celebri Filosofi, secondo il parere di Dionisio e Diodoro, che M. Tullio Cicerone vi havesse fatto una Villa, e che li suoi cittadini havessero guerreggiato con Annibale, Alarico, Gensorico, e Totila, e con gran valore havessero resistito ad Alessandro Molosso Rè degli Epiroti, & a Pirro suo figliolo. In questa città fiorì anche la Santità, mentre ebbe S. Vito Martire, che morì per la Fede di Cristo, come vuole Paolo Reggio Vescovo di Vico Equense, e dopo tante, e altre sue tralasciate glorie nell’ano 930, fu invasa da Saraceni, e da quelli abbattuta in modo che di una Città sì bella tenuta inespugnabile per molti secoli, e del suo circuito di quattro miglia, non furono lasciati, se non le mura in piedi.”. Il Di Luccia, a p. 6 parlando di Velia scriveva che: “Tra l’altre città della Lucania veniva annoverata Bussento…..Velia era la terza città detta Veleia, & in Greco detta Eleia,…..Haveva questa Città bellissimi porti, mentre ‘Virgilio nel lib. 6 dell’Enead. dice ‘Portusque require Velinos’.”. Ancora, il Di Luccia, a p. 7 parlando di Bussento scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”. Dunque, la notizia del tempio dedicato ai due Dioscuri adorati a Bussento proviene dal Di Luccia. Sulla rete troviamo scritto che la mitologia classica descrive i due gemelli come inseparabili, guerrieri intrepidi e abili domatori di cavalli. Sia i Greci che i Romani considerano i Dioscuri i protettori degli uomini da ogni pericolo e in ogni difficoltà, sulla terra e sul mare. Eroi spartani per eccellenza, Castore e Polluce vissero poco prima della guerra di Troia.



(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199
Angelina Montefusco (….), nel suo “La Cattedrale nella Storia e nell’Arte” (in AA.VV., Chiesa Cattedrale di Policastro- La Storia e Restauri)”, a p. 25, in proposito scriveva che: “C’è ancora chi, trascinato dal fascino dei resti dell’antichissima cittadina, che tra le sue mura “ciclopiche” accolse Greci e Romani, vuole la chiesa eretta sul tempio pagano di Castore e Polluce e la sede vescovile di Policastro fondata dall’apostolo Paolo nel I secolo, durante il suo viaggio da Reggio a Pozzuoli. In realtà del tempio pagano di non si ha alcun ricordo…..etc…”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), nel cap. VII, a p. 319, in proposito scriveva che: “Il culto dei Dioscuri (Castore e Polluce) è attestato a Pesto, per l’età romana, da monete di bronzo di tarda epoca (3).”. Il Magaldi (…),a p. 319, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Stuart Poole, o. c., p. 281; Giannelli, o. c., p. 149.”.
Nel 194 a.C., Tiberio Sempronio Longo, nominato curatore e console della colonia marittima romana di Buxentum
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “Quasi sicuramente della deduzione di Bussento fu incaricato Sempronio Longo, interessato alla Lucania e appartenente alla stessa famiglia di Tiberio Sempronio Gracco, che durante la guerra contro Annibale aveva combattuto in Lucania, ed aveva allacciato rapporti di amicizia e di clientela con i notabili della regione (46). ….Etc..”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) Livio, XXIII, 37, 10-11; XXIV, 15; 20; 44, 9; XXV, 1, 5; 15, 18-20; 16-17”. Da Wikipedia leggiamo che Tiberio Sempronio Longo (latino: Tiberius Sempronius Longus) (… – 174 a.C.) è stato un politico romano. Figlio del console omonimo, sconfitto da Annibale nel 218 a.C., sostituì il padre come decemviro sacris faciundis nel 210 a.C. e nello stesso anno divenne anche augure (al posto di Tito Otacilio Crasso) e tribuno della plebe. Nel 197 a.C. fu edile curule fu scelto come triumviro per la fondazione di nuove colonie a Puteoli, a Buxentum ed in altre località. Nel 196 a.C. fu pretore in Sardegna e mantenne la carica per un biennio. Nel 194 a.C. fu eletto console con Publio Cornelio Scipione Africano; durante il consolato svolse anche la funzione di triumviro per seguire la fondazione delle colonie che aveva già stabilito nel 197 a.C.. Combatté anche contro i Galli Boi, ma senza riportare vittorie definitive. L’anno seguente (193 a.C.) fu legato sotto il console Lucio Cornelio Merula durante la campagna contro i Galli Boi; nel 191 a.C. fu legato sotto il console Manio Acilio Glabrione durante la campagna contro Antioco il Grande in Grecia. Nel 184 a.C. si presentò candidato per la censura, ma fu sconfitto. Morì nel 174 a.C. durante la grande pestilenza che colpì Roma. Le note postillate di Wikipedia sono tutte su Tito Livio (….), nella sua opera “Ad Urbe condita”. Nel 2014, Antonio Scarfone (….), “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, sulla scorta di Werner Johannowsky (….) scriveva in proposito che: “D’altronde, alcuni esponenti della Gens Sempronia, una delle più antiche e potenti stirpi romane, erano noti nel Golfo di Policastro sin dall’età repubblicana. Infatti, come ci narra Tito Livio, nel 194 a.C., il triumviro Tiberio Sempronio Longo fu uno dei magistrati cui fu affidato il compito, avendo acquisito la suprema carica di console, della cura della vicina e sicuramente più importante colonia di Buxentum (11).”. Scarfone, a p. 451, nella nota (11) postillava che: “(11) Questi i passi di Tito Livio, in cui viene narrata la fondazione della colonia di Bussento, Libro XXXII, 29, I: etc…”……” (….), il tribuno della plebe Caio Atinio propose di fondare cinque colonie etc…Vi si aggiunse Bussento. Si decretò di mandare etc….”. Questi i passi di Tito Livio in cui viene narrata la fondazione della colonia di Bussento. Libro XXXII, 29, I: […] “C. Atinius, tribunus plebis, tulit ut quinque coloniae in oram maritimam deducerentur, duae ad ostia fluminum Vulturni Liternique, una Puteolos, una ad Castrum Salerni: his Buxentum adiectum; trecentae familiae in singulas colonias iubebantur mitti. Tresviri deducendis iis, qui per triennium magistratum haberent, creati M. Servilius Geminus Q. Minucius Thermus Ti. Sempronius Longus.” […] che tradotto significa: “Il tribuno della plebe Caio Atinio propose di fondare cinque colonie sulla costa, due alla foce dei fiumi Volturno e Literno, una a Pozzuoli, una a Castro di Salerno. Vi si aggiunse Bussento. Si decretò di mandare in ogni colonia trecento famiglie. Furono creati triumviri per la fondazione di quelle colonie Marco Servilio Gemino, Quinto Minucio Termo, Tiberio Sempronio Longo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980). Libro XXXIX, 23, I: […] “Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libio, M. Tuccius, Cn. Baebius Tamphilus.” […] “Alla fine dell’anno, poiché Sp. Postumio console aveva riferito che nel percorrere le due coste d’Italia per via dei suoi processi aveva trovato spopolate le colonie di Siponto sull’Adriatico e di Bussento sul Tirreno, il pretore urbano T. Menio, secondo un senatoconsulto, elesse triumviri, per il reclutamento dei coloni da mandare là, L. Scribonio Libone, M. Tuccio, Cn. Bebio Tanfilo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980).”.
LA GENS SEMPRONIA
Da Wikipedia leggiamo che Sempronia era il nomen di una gens dell’antica Roma, con un ramo patrizio e uno plebeo.
- Sempronius, maschile singolare (nomen)
- Sempronia, femminile singolare (nomen)
- Sempronianus, maschile singolare (cognomen) per i maschi che erano nati all’interno della gens e poi adottati da altri.
Sebbene la più famosa gens Sempronia plebea non fosse imparentata con quella patrizia, questa era considerata una delle più importanti famiglie durante il periodo della repubblica. La gens raggiunse l’apice del potere tra il 304 a.C. e il 121 a.C., dando i natali a parecchi consoli, censori, pretori e tribuni della plebe. La gens era divisa i diversi rami, tra i quali i più importanti politicamente erano: Semproni Blesi, questo ramo ebbe due consolati, tenuti da Gaio Sempronio Bleso nel 253 e nel 244 a.C. Sulla “Gens Sempronia” sapiamo che vi erano i Semproni Gracchi, questo ramo ebbe tre consoli, tutti di nome Tiberio Sempronio Gracco, che tennero cinque consolati (il primo divenne console nel 238; il secondo, figlio del primo, nel 215 e 213; il terzo, nipote del secondo, nel 177 e 163 a.C.), un censore (sempre l’ultimo dei tre, nel 169 a.C.) e due tribuni della plebe (i fratelli Gaio Sempronio Gracco e Tiberio Sempronio Gracco, figli dell’ultimo dei tre Tiberii, quello due volte console e censore). Nel 170 a.C. per volere del censore Tiberio Sempronio Gracco fu eretta la Basilica Sempronia. Questo ramo apparentemente era ancora attivo intorno al 2 a.C., quando Giulia, la figlia di Augusto, fu esiliata con il suo amante Tiberio Sempronio Gracco. I figli di quest’ultimo morirono piccoli; oltre ai Semproni Gracchi, vi era un altro ramo, quello dei Semproni Longi, questo ramo ebbe due consoli, padre (Tiberio Sempronio Longo (console nel 218 a.C.)) e figlio (Tiberio Sempronio Longo (console nel 194 a.C.)). Questo nome probabilmente derivava da un antenato molto alto di statura. Semproni Sofi, faceva parte di questo ramo Caius Sempronius Sophus, il primo console plebeo della gens Sempronia. Un suo omonimo, probabilmente suo figlio, divenne console nel 268 a.C., fu più noto per aver divorziato dalla moglie per partecipare ai Ludi Romani senza la sua conoscenza. Entrambi divennero censori. Semproni Tuditani, questo ramo ebbe tre consoli, il più distinto fu Publio Sempronio Tuditano, eletto nel 204 a.C., partecipò alla battaglia di Canne come tribuno militare.
Nicola Corcia ed il promontorio di ‘Pissunto’ o ‘Bussento’
Pietro Ebner (…), riguardo l’antica città di Bussento (…), e di Molpa (…), citava Giacomo Racioppi (…) e il Corcia (…). Ebner, cita Nicola Corcia (…), erudito che scrisse sulla Storia della Magna Grecia, e dice che ne ha scritto, nel cap. III, a p. 68, dove (scrive Ebner) che le citazioni storiche contenute nella “Cronica” di Mercurio, dovrebbero farsi intendere e far risalire ad Eutropio, che non parlava di Molpa ma parlava di Lucania. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 58, del suo vol. III, in proposito scriveva che: “………………..”.


(Figg….) Corcia Nicola (…), pp. 62-63
Nel 192 a. C. (II sec. a.C.), VIBONE (Lucana), Tito Livio, la fondazione della colonia Romana
Di Vibone parlò anche Tito Livio e poi ancora Cicerone che, fuggendo per gli effetti della Lex Clodia e scrivendo al suo amico Attico, riferiva che da Velia in barca raggiunse ‘Vibone ad Sicam’. L’Antonini credeva che l’antica ‘Vibone’ di cui parlava Cicerone, avesse un porto lontano un miglio e mezzo dalla odierna Vibonati, detta nella carta di Fig. 1, “Bibo nova”, ed il porto fosse quello di Sapri. Da Wikipedia leggiamo che nel 192 a.C., pochi anni dopo la fine della II Guerra punica, i Romani dedurranno a Hipponion una colonia a diritto latino (Liv., XXXV, 40, 5-6) chiamata Valentia, con diritto di zecca e varie autonomie. Il nome Valentia (attestato sulle monete della colonia e dall’epigrafe di Polla che ricorda la costruzione della via Popilia), in latino significa forza, potenza militare, insieme al massiccio invio di coloni superiore a tutti gli altri centri del Bruzio: 4.000 soldati, di sicuro con donne e figli, fa comprendere come la capitale dell’Impero riconosceva al centro tirrenico grande importanza strategica ed economica. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, a pp. 424-425 e ssg., nel suo “Capitolo XI – Di Vibonati, e Sapri”, in proposito scriveva che: “….Cicerone lo chiama ‘Vibo ad Siccam’ e non Vibo Valentia, ma vi si può aggiungere di più che per andare colà, bisognò, che passasse due golfi, quel di Pesto, oggi di Salerno e quel di S. Eufemia etc…”. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a pp. 421-422 (I ed. 1745 e p. 421, II ed. 1795) parlando di Vibonati (quella antica non quella attuale), in proposito apriva il capitolo XI scriveva che: “Strabone al libro 6. ecco come ce ‘l disse e ci mostrò ancora distintamente il sito: “Μετα δε τιυ Κωνσεντας αφειλοντ ιαν ‘Ιππωνιον Λοχρων χτισμα. Βρεττιους δε χατεχοντας αφειλοντο Ρωμαιοι, χαι μετωνομασαν Ουιβωνων Ουαλεντιαν.”. ‘Post Cosentiam Hipponium est, Locrorum aedificium, quod Brutiis obtinentibus eripuere Romani, & mutato deinde vocabulo, VIBONEM VALENTIA appellavere’…..Era l’anno di Roma circa il DXV, e forse nel Consolato di M. Manilio Turrino, e di Q. Valerio Faltone, quando furono mandati i coloni ad Hipponio, chiamato da Velleio specialmente ‘Valentia’. Ecco le di lui parole nel lib. I, dalle quali l’uno e l’altro si ricava: “Proximoque anno (I) Torquato, Sempronioque Coss. Brundusium, & post triennium Spoletium, quo anno floralium ludorum factum est inizium; postque biennium deducta Valentia“. Di questa deduzione non si trova in Livio fatta menzione, per la mancanza della Deca 2. Nell’Epitoma XX, dove esser dovrebbe, affatto se ne fa parola. Aggiugnesi che lo stesso Livio nel libro 37 numerando le Colonie, che ajuto, o denaro ai Romani esibirono, o negarono, non fa di ‘Valentia’ menzione alcuna. Ciò che fu già dal ‘Sigonio’ notato nel c. 5, lib. 2, de antiq. jur Italiae, ecc..”, l’Antonini si riferiva al testo di Carlo Sigonio (….), De antiquo jure Romanorum, Italiae, provinciarum (1560):


A questo punto del racconto l’Antonini, a p. 422 ci parla di ciò che scrisse Tito Livio e dice che: “All’incontro Livio stesso nel cap. 31. del lib. 35 ragiona della deduzione del nostro Vibone nel Consolato di L. Quinzio Flaminio, e di Cn. Domizio Enobarbo con quelle parole: “Eodem hoc anno Vibonem Colonia deducta est ex S. C., plebisque scito. Tria millia (I), & septuaginta pedites ierunt, trecenti equites. Triumviri deduxterunt eos Q. Naevius. M. Minucius. M. Furius Crassipes. Quina dena jugera agr data in singulos pedites sunt, duplex equitibus. Brutiorum proxime fuerat ager (2).“. Questa deduzione, seguendo il calcolo Liviano, sarebbe nel DLVIII secondo il Petavio nel DLXII, e per quello che vuol ‘Panvinio’ nel DLXVII di Roma. Ma qualunque sia di essi, vedesi la gran distanza di anni fra una deduzione e l’altra. Farem noi sulle parole di Livio qualche riflessione, e quanto questa non bastasse, vi aggiugneremo tali altre cose etc…Primieramente il tempo della deduzione, ch’è di circa quarant’anni divero fra l’una, e l’altra, sarà bastantissima prova essere state due le deduzioni, due i luoghi fra loro differenti; e quantunque Velleio non parlò del nostro Vibone, ne fu perciò da Lipsio nelle note a lui fatte altamente tacciato: “Sed tamen Velleius etc…“. Etc…L’aver Livio scritto semplicemente ‘Vibonem colonia deducta est’, senza soggiugnervi ‘Valentiam’, è altro indubitato segno, che parlò del nostro Vibone, detto poi ‘ad Sicam’, e ben doveva egli saperlo, come colui che ebbe sotto gli occhi i pubblici atti, onde trase le notizie per la sua storia. L’altre poi ‘Brutiorum proxime fuerat ager’, mostrano al mio sentimento più chiaro del Sole, che non puotè intendere dell”Hypponium’, che era nelle viscere della Bruzia, non già vicino a’ Bruzi, e di più a’ Bruzi tolta. All’incontro del nostro Vibone si verifica d’esser vicino all’agro Bruzio non essendo lontano dal Lao, confine fra Bruzj, e Lucani, che circa dieciotto miglia, quando uel ‘proxime fuerat ager’ non fosse altrimenti da un qualche ostinato cervello interpretato, o inteso. Etc…”. Tito Livio racconta che i Romani per ripopolare alcuni luoghi che avevano conquistato mandarono delle colonie nell’anno 194 a.C.. Il Tancredi scriveva che nel caso della colonia inviata dai romani a Buxentum, Livio ne parlava nel Libro XXXII, cap. 29, 4 e nel caso, invece, di Vibone, ne parlava nel Libro XXXV, cap. 31. Buxentum ricevette una colonia nell’anno 194 a. C., sotto il consolato di P. Cornelio Scipione Africano e, sempre nell’anno 194 a.C., Vibone ricevette una colonia sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi. Successivamente, dall’89 a.C. quando divenne municipio, Vibo Valentia fu il nome utilizzato per indicare la città (Strabone, Plinio il vecchio, ecc.). Il Tancredi a p. 71 ci parla di ciò che scrisse Tito Livio (….), nel libro XXXV della sua opera del I secolo d.C., “Ab Urbe condita”. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a pp. 420-421 (I ed. 1745 e p. 419, II ed. 1795) parlando di Vibonati (quella antica non quella attuale), in proposito apriva il capitolo XI dicendo: “Chiama il volgo questo paese Libonati mutando la lettera V in L, ciò che peraltro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu da Latino detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’Oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto ‘Ipponium’, & ‘Hypponium’.”. L’Antonini continua il suo discorso argomentando su ciò che aveva scritto Gabriele Barrio (….), di cui parlerò in seguito che voleva che il ‘Vibone’ citato da Cicerone fosse l’attuale Vibo Valenzia in Calabria. Figuriamoci se Cicerone nel fuggire dopo l’uccisione di Giulio Cesare si fosse recato a Vibo Valenzia e non come voleva giustamente l’Antonini nel golfo di Policastro che gli antichi chiamarono “Seno Vibonense” e, che altri in seguito, come vedremo chiamarono “Seno Saprico”. Sulla questione ancora oggi dibattuta dagli storici, ovvero se si trattasse di Vibo Valenzia o piuttoto di una Vibone Lucana, l’Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, alla pagina 424, disserta sul toponimo di ‘Vibone‘, credendo che si riferiva a Sapri, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, quando scriveva e citava nelle sue Epistole il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘ e, dedica molte pagine a Vibonati, dissertando sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva essere la Vibo Valenzia in Calabria e, confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una ‘Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di ‘Vibone’, dava torto a Barrio e cita anche Pomponio Mela (…), Tito Livio (…) e Plinio (…). L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Antonini, parlando di ‘Vibone’, dando torto a Barrio (…) e cita anche Pomponio Mela. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a pp. 427-428 riferendosi a Barrio, in proposito scriveva pure che: “Ma questa sua malafede si fa tanto più manifesta da quel che siegue. Considerando egli, che Plinio nel cap. 5, lib. 3. aveva incontro al nostro Vibone situato alcune picciole Isole col nome d”Ithacesiae: Et contra Vibonem Ulissis specula’ (troppo chiari indelebili segnali per distinguere il nostro Vibone) egli Barrio con una straordinaria bizzarria ha traspiantato queste benedette Isole del Seno Vibonese, o sia golfo di Policastro, …l’ha fatte improvvisamente sorgere all’incontro Monteleone; Ma come per sua disgrazia queste sono ancora nel seno Vibonese, o sia di Policastro, dove natura le pose; nè affatto all’incontro Ipponio, ossia Vivona, Isole si (I) veggono; anzi che per sovrabbondanza di sua confusione una di esse, che stà all’oriente di Maratea chiamasi ancora oggi ‘Sicca’, onde venne il distintivo al nostro Vibone.”. L’Antonini, a sostegno della sua tesi che Cicerone si riferisse al nostro Vibonati cita anche Plinio (…), dicendo che egli nel cap. 5 del lib. 3: “aveva incontro al nostro Vibone situato alcune isole col nome d’Ithacesiae: Et contra Vibonem parvae sunt Insulae, quae vocantur Ithacesiae, Ulyssis specula”, e sulla base di ciò detto l’Antonini affermava non essere il Vibo Valenzia ma un luogo a noi prossimo. Plinio il Vecchio (….) nella sua “Naturalis Historia”, libro III, 7, in proposito scriveva che: “Di fronte al golfo di Paestum c’è Leucosia, denominata dalla sirena quì sepolta, di fronte a Velia, Ponzia e Isacia, entrambe col solo nome di Enotridi, testimonianza del possesso dell’Italia da parte degli Enotri, di fronte a Vibo le piccole che sono dette Itacesi dalla torre di guardia di Ulisse.”. Il Barrio (…), nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s., molto prima dell’Ughellio (…), scriveva sull’antica Vibonati e su alcune notizie citate dal Laudisio (…), credendola l’antica Vibone Lucana o “Hipponium”:

(Fig…) Barrio (…), Tomo V, parte I, libro II, p. 139
Anche il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, traeva questa notizia dalle epistole papali di papa S. Gregorio Magno e, nella nota (48), a p…., del Visconti (…), che postillava il Laudisio (…), scriveva: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, ovvero il Laudisio (…), nel riportare la notizia secondo cui: “Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile.”, l’aveva tratta dal Barrio (…), nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’, Roma, 1571. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a pp. 421-422 (I ed. 1745 e p. 421, II ed. 1795) parlando di Vibonati (quella antica non quella attuale), in proposito apriva il capitolo XI dicendo: “Noi…..mostreremo primieramente la deduzione di ambedue queste Colonie, onde si vede la differenza de’ tempi, e poi vi aggiungeremo altre considerazioni, appoggiate a’ classici autori etc….. Coloro che han parlato di ‘Hipponio’ poi Vibone, han chiamato il luogo ‘Vibo Valentia’. Tolomeo alla Tav. V d’Europa dice ‘Vion Valentia’ e ‘l traduttor v’ha aggiunto del suo: ‘Hippo Plinio.”. La Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932. Le isole Ithacesiae di cui parla l’Antonini e Plinio, sono degli isolotti che ricorrono in tutte le carte d’Italia annesse alla Geografia di Tolomeo, come possiamo vedere nel codice greco più antico conosciuto della Geografia di Tolomeo, il Codice Vaticano Urbinate Greco 82, illustrato nella Fig. 6.

(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82 – XI sec., il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana.
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 740 parlando di Vibonati in proposito scriveva che: “Naturalmente è da escludere l’ipotesi dell’Antonini (3) che vuole Vibonati denominato da un’isoletta che le sarebbe quasi di fronte “Vibo ad Sicam, e Siccam” e che ubica ivi la Vibone di Cicerone (4). Già il Troyli (5) aveva fatto giustizia di questa ipotesi quando scriveva “lasciando da parte l’opinione di qualche altro Autore, che per amore della sua Lucania la vorrebbe ne’ Bonati; da Vibone diducendolo Vibonati, con una etimologia molto nuova”. Dello stesso parere il Soria (6), più incisivo il Magnoni (7).”. Devo precisare però che l’Ebner, su questo punto ha torto in quanto non è corretto. Ebner scriveva: “Vibonati denominato da un’isoletta che le sarebbe quasi di fronte “Vibo ad Sicam, e Siccam”, ma, Antonini scriveva altro: “‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’Oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca”. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 68-69 parlando di Maratea e di Sicca, in proposito scriveva che: “Già il Magnone dimostrò all’Antonini l’equivoco di aver trasmutato un Sicca, che era un uomo ed un ospite di Cicerone a Vibo-Valentia, in uno scoglio ! detto Sicca, presso Maratea o Bonati (Lett. al Bar. Antonini, 1763, p. 36). Ma l’acre correzione del Magnone non pare sia accetta agli archeologi epicòrei, che ancora fanno eco all’Antonini. Etc…”. Oggi l’isoletta che l’Antonini chiama “Sicca” non si vede ma al largo di Maratea, subito dopo Acquafredda, vi è una secca che a volte affiora dall’acqua del mare e, viene chiama “Sicca”. Mi pare verso Castrocucco. Ebner a p. 740 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Troyli, cit., I, p. 419, p. 178.”. Ebner a p. 740 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Troyli, cit., I, p. 419, p. 178.”. Dunque Pietro Ebner (….) dando torto all’Antonini citava l’opera dell’abbate Troyli (….) riferendosi al tomo I, p. 419 e p. 178 del suo ‘Istoria generale del Reame di Napoli etc…’ dove a p. 176 del tomo I, Parte II parlando di Vibo Valenzia in proposito scriveva che: “‘X. Questa città di Vibone (che fu sul principio dispreggevole non era per esservi gito da Roma un Presidio di tre mila settecento Fanti, e di trecento Cavalli, come sovra Livio dicea; e per essere stata sin da Secoli di mezzo Città Vescovile, come ce ne fa fede S. Gregorio Magno (d) nella Pistola a Rufino Vescovo di Vibone; nella città di Montilione da Gabriello Barrio (e) vien collocata etc…”.


Fernando La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7. Nell’area del Golfo di Policastro esisteva, a quanto pare, anche un’altra città, una colonia latina chiamata Vibo o Vibon, forse ricordata dal moderno nome di Vibonati; avendo lo stesso nome di Vibo Valentia in Calabria, è stata molto spesso confusa con quest’ultima città. Le colonie latine, a differenza di quelle romane, avevano per scopo principale un massiccio popolamento del territorio ed il suo controllo da parte di coloni di umili origini e senza risorse, ma per questo disposti a trasferirsi anche in zone lontane in cambio dell’assegnazione di consistenti lotti di terra. Grande sostenitore dell’esistenza della città di Vibo in Lucania è stato nel Settecento il barone Giuseppe Antonini, che ha raccolto e commentato le fonti relative (53). Pietro Ebner ed altri studiosi hanno ritenuto di escludere l’ipotesi dell’Antonini, in quanto le prime testimonianze medioevali su Vibonati chiamano tale insediamento in modi diversi, che fanno escludere una derivazione: casalis Libonatorum, Bonatorum, Bonati, Li Bonati, e solo in epoca moderna Vibonati (54). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (53) postillava: “(53) Antonini, 1795, vol. I, pp. 419-428”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (54) postillava: “(54) Ebner, 1982, II, pp. 740-744”. Fernando La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Nel 58 a.C. Cicerone, costretto all’esilio, si reca a Vibone, nella villa (fundus) di un suo amico, Vibio Sicca (56); poi è costretto a lasciare l’Italia, e raggiunge in fretta Turi e Brindisi per imbarcarsi verso la Grecia (57). Nell’interpretazione dell’Antonini, per spiegare la particolare rapidità degli spostamenti di Cicerone, la villa di Sicca doveva trovarsi in Lucania, nel territorio dell’odierna Vibonati. A sostegno di questa tesi, l’Antonini cita Livio, il quale parla della fondazione della colonia latina di Vibone nel 192 a.C., con 4000 famiglie, affermando che il suo territorio era vicino al Bruzio (Bruttiorum proxime), e che i Bruzi l’avevano strappato ai Greci (58). Alla colonia fu data, come solitamente accadeva, un’aristocrazia “artificiale” con 300 cavalieri, che ricevettero 30 iugeri di terra ciascuno, circa otto ettari. Ai fanti, in numero di 3700, ne fu data la metà, 15 iugeri, circa quattro ettari. I magistrati che curarono la deduzione furono Quinto Nevio, Marco Minucio, Marco Furio Crassipede. L’Antonini cita inoltre anche Plutarco, il quale nella vita di Cicerone, ricordando la sua presenza nella villa di Sicca a Vibone, pone questa località in Lucania (59). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (56) postillava: “(56) Su Sicca vd. RUOPPOLO 1988.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (57) postillava: “(57) Cicerone, Ad Att., III, 2-4; Pro Planc., 40-41, 96-97.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (58) postillava: “(58) Tito Livio, XXXV, 40, 5-6”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (59) postillava: “(59) Plutarco, Cic., 32, 2”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…Testimonianze dubbie sono quella di Livio che ricorda……Senza stare a distinguere quale fonte sia nel giusto e quale no, è probabile che vi fosse una certa confusione fra gli stessi scrittori antichi, di fronte a due insediamenti relativamente vicini e con lo stesso nome. Comunque, il territorio del Golfo di Policastro è molto vasto, e la sola Buxentum, con trecento famiglie iniziali, appare povera cosa rispetto alle possibilità della zona. Così, seguendo Livio, è possibile che nel 192, a soli due anni dalla fondazione di Buxentum colonia romana, sia stata fondata qui la colonia latina di Vibo, colonia di popolamento, con 4000 famiglie. La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.“. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a p. 31, in proposito scriveva che: “A conferma, Velleio pone al 239 a.C. la fondazione della colonia di Valentia (quella in Calabria) (62)”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (62) postillava che: “Velleio, I, 14, 8″. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a pp. 206-207 parlando delle nuove colonie romane o latine sorte, in proposito scriveva: “E nel caso nostro le deduzioni delle colonie in Crotone e Temesa (2), in Turio ed Ipponio (3) furono promosse da Scipione, che in quell’anno (a. 194) era console per la seconda volta. Trattavasi di colonie di carattere prevalentemente militare, mediante le quali venivasi a circondare d’una corona di piazze forti la regione dei Bruzzi, che tanto avevan dato da fare a Roma nella guerra precedente, specialmente quelli della parte inferiore, i quali eran rimasti con Annibale sino in ultimo. Quelle colonie eran state ideate dall’Africano nei giorni in cui coi suoi maneggi re Antioco di Siria, s’era di già rifugiato Annibale, etc…lo stesso anno in cui ne promuoveva la deduzione, e cioè mentre era console, egli conduceva a compimento lo stanziamento delle colonie marittime di Volturno, Literno, Puteoli, Salerno e Bussento, le quali, alla loro volta, provvedevano alla sicurezza delle coste a salire in su dal Bruzzio alla Lucania ed alla Campania.”. Il Ciaceri, a p. 206, nella nota (3) postillava che: “(3) In Turio: Liv. XXXIV 53, 1-2; cfr. XXXV 9, 7. In Ipponio (Vibo): Liv. XXXIV 53, 1-2; XXXV 40, 5-6. Su Vell. I 14, 8, che vi fa fondare la colonia già nel 237, v. sopra a p. 81 n. 7”.
Luigi Tancredi (…), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, p. 62 parlando della città scomparsa di “Vibona” in proposito scriveva che: “Per quasi due secoli la città esiste sotto questo nome finchè, nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10). Non è l’unica di questo nome. Ancora oggi esiste ‘Valencia’ in Spagna, ‘Valence’, in Francia ecc…Per distinguere questa Valentia dalle altre, si trascina insieme al nuovo nome anche quello vecchio, e quindi abbiamo “Vibo Valentia” a partire dal 194 a.C. (11). Durante il governo romano decade la città, come tutta la Magna Grecia, dall’antico splendore. Ecc…”. Il Tancredi nella sua nota (8) postillava che: “(8) Diodoro Siculo, op. cit., XIV, 107”. Il Tancredi nella sua nota (9) postillava che: “(9) Diodoro Siculo, op. cit., XVI, 15”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Il Tancredi nella sua nota (11) postillava che: “(11) Tito Livio, op. cit.”. Dunque, il Tancredi scrive che secondo Livio (….), “nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Sempre il Tancredi parlando della “3. Decadenza romana” di “Pyxous-Policastro”, (dunque in questo caso riferendosi a Policastro), a p. 14 in proposito scriveva che: “Nel 194 a. C. fu inviata da Roma una colonia di 30 famiglie per ripopolare la città abbandonata (18). Si tratta evidentemente di una fondazione nuova; la Pyxous greca porta d’ora in avanti, per circa sette secoli, il nome romano di ‘Buxentum’. Il Tancredi, a p. 14, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Tito Livio, Storie “ab Urbe condita”, lib. XXXII, cap. 29, 4.”. Il Tancredi, a p. 14, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Tito Livio, Storie “ab Urbe condita”, lib. XXXIX, cap. 22, 4″, che poi in seguito vedremo meglio. Il Tancredi, a p. 15 riferendosi a Buxentum (Policastro) scriveva pure che: “I Romani tentarono almeno due volte di far rivivere Buxentum. Sotto il console P. Cornelio Scipione Africano, verso il 194 a. C., come abbiamo già detto, va inviata una colonia (20).”. Il Tancredi a p. 15 nella sua nota (20) postillava che: “(20) Tito Livio, op. cit., XXXII, c. 29, 4 (= 560 di Roma, “ad Urbe condita”).”. Dunque, pur riferendosi a Policastro (l’antico Pyxous), il Tancredi ci parla delle storie raccontate da Tito Livio e della colonia romana ivi mandata nel 194 a. C. Mi chiedo se la colonia romana di cui parlava Livio era a Pyxous o era a Vibone ?. Ritorniamo al Tancredi quando ci parla della colonia romana di Vibone citata da Livio. Dunque, il Tancredi scrive che secondo Livio (….), “nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Dunque, il Tancredi si riferiva al libro XXXV, 40 delle storie di Tito Livio in cui ci parla della Storia di Roma e scrive che Tito Livio scriveva della colonia romana che fu mandata nel 194 a.C., allorquando sia l’antica ‘Buxentum’ (Policastro), cadde in possesso dei Romani. Sempre il Tancredi (….), a p. 65, in proposito scriveva pure: “….Dionisio che distrugge Hipponion…..finchè, ridotta agli estremi, va vivificata dai Romani con l’invio di 400 coloni (18) e di nuovo Federico II deve ricostruire sulle tracce della scomparsa, o malridotta città, la nuova Monteleone.”. Il Tancredi, a p. 65, nella nota (18) postillava: “(18) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40 e XXI.”. Su ciò che scriveva Livio (….), il Tancredi argomentava che: “Siamo titubanti d’accettare le pur convincenti deduzioni, perchè 4000 coloni, con mogli e bambini, formano una popolazione di almeno 10.000 anime.”. Tancredi, a pp. 71-72, dopo aver detto e citato la città di “Scidron” negando che “si trovava in questi paraggi, essa era da secoli scomparsa e, al tempo della costruzione del porto, radiata dalla memoria umana”, postillando nella sua nota (4) Erodoto, proseguendo il suo racconto e parlando del “Porto di Vibona”, in proposito scriveva che: “Non possiamo evitare di mettere in discussione in questo punto un’affermazione, che noi stessi abbiamo fatta poche pagine prima. Livio parla dei 3700 coloni e 300 cavalieri, che Vibona ricevette sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi (5).”. Il Tancredi cita alcune notizie tramandateci da Tito Livio che scriveva che nel 194 a.C., i Romani inviarono nella nuova “Vibone”: “dei 3700 coloni e 300 cavalieri, che Vibona ricevette sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi (5).”. Il Tancredi, a p. 71, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, cap. 31”. Il Tancredi, a p. 15, in un altro passo riferendosi questa volta a Buxentum (Policastro) scriveva pure che: “I Romani tentarono almeno due volte di far rivivere Buxentum. Sotto il console P. Cornelio Scipione Africano, verso il 194 a. C., come abbiamo già detto, va inviata una colonia (20).”. Il Tancredi a p. 15 nella sua nota (20) postillava che: “(20) Tito Livio, op. cit., XXXII, c. 29, 4 (= 560 di Roma, “ad Urbe condita”).”. Il Tancredi riferendosi al passo di Tito Livio in “ab Urbe condita”, Libro XXXV, 40 scriveva che i Romani “la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi, a p. 71 scriveva pure che: Il Tancredi a p. 71 scriveva ancora che: “Questa colonia è normalmente ascritta a Vibo Valentia; ecc…”. Infatti, molti storici hanno sempre ritenuto che Livio si riferisse alla cittadina calabra di Vibo Valentia e non alla nosta Vibone Lucana. Il Tancredi a questo proposito a p. 71 citava le argomentazioni dell’Antonini che dice portava: “valide e logiche ragioni per dimostrare che la datazione di Valentia è contenuta nella seconda decade di Livio (perduta), mentre quella del 31° capitolo si riferisce a Vibona Lucana.”. Infatti, un autore che avanzava l’ipotesi che si trattasse di Vibone (che alcuni chiamarono Lucana per distinguerla da Vibo Valentia in Calabria fu proprio l’Antonini che, nella sua Lucania argomentò con diverse notizie questa ipotesi. L’Antonini, oltre a confutare il Barrio (….) cita Pomponio Mela (….) e l’Itinerario Antonino. L’Antonini lo chiama “Vibonem ad Siccam” (vedi p. 428). Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dalla Vibo Valenzia, a p. 66 in proposito scriveva che: “Nel tempo imperiale romano dev’esserci già una chiara distinzione, ma non sempre è mantenuta. Cicerone è una eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra calabra, menzionata nelle Verrine, porta sempre il nome di “Valenzia”. Poi, proseguendo il suo racconto il Tancredi viene al passo che interessa e scrive che: “Sicca era un amico di Cicerone ed abitava a Vibone lucana; il viaggio fu compiuto nel 44 a.C. (21).”. Dunque, il Tancredi ci parla chiaramente di un podere e di un amico di Cicerone “Sicca” o “Sica” che viveva ed abitava a Vibona o “Vibo ad Siccam”. Dunque, secondo la notizia che citava il Tancredi vi era un luogo o vicus o piccola città chiamata Vibone abitata dall’amico di Cicerone “Sica” che aveva ivi una villa o un grande podere agricolo. Cicerone si era recato dall’amico Sica subito dopo aver fatto visita a Velia (Elea) all’amico Caio Trebazio Testa. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’,del 1978, pp. 64-65 parlando della “Vibone Lucana”, in proposito scriveva che: “Aveva anche perduto la sua ragione di vita, perchè la nuova formazione del terreno la fece inusabile come porto e il nuovo porto (del quale parleremo) risentiva della desolata decadenza della regione. Che un’altra città, ribattezzata dai Romani col nome di “Potentia”, sia da identificare con Vibona Lucana, riteniamo improbabile, questa Potentia (della quale non sappiamo proprio nulla, fuorchè del nome) doveva trovarsi più a sud; ed è anche questa Potentia ha creato un mondo di confusioni: si cercava il porto marino di Blanda, perchè era vicino a Potenza, capoluogo della Lucania, fondata pure dai Romani (15).“. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (15), postillava che: “(15) Velleio Patercolo, Historiae Romane, libro I, 15 (Da una colonna si legge: “Potentia Romanorum huc nos relegavit”). Fu colonia romana dal 189 a.C.”. Il Tancredi, continuando il suo racconto a p. 64, in proposito scriveva pure che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova un villaggio, detto ‘Petrasia’ (17), che poco dopo scompare e rimase col nome di ‘Villammare’ (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. dal Troyli, Tomo I, P. II, p. 178 in “Additions ad Calepinum” la dice “Bibone”.”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13.”. Il Tancredi a p. 64 richiama più volte la sua nota (13) dove egli postillava che: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600.”. In sostanza il Tancredi, nella sua nota (13) postillava della carta d’epoca aragonese (e non come egli scrive del sec. XVI o 1600) che fui proprio io a scoprire all’Archivio di Stato e a mostrargli. Sulla carta in questione il La Greca ed il Vladimiro hanno pubblicato quelle Parigine. E qui, stranamente, il Tancredi invece di postillare della lettera ad Attico citata dall’Antonini (una delle quatto), nella sua nota (21) postillava che: “(21) Vita di Cicerone”, dove egli voleva riferirsi appunto alle “Vite” di Plutarco. Riguardo la citazione di Antonini (…), è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. La carta citata dal La Greca non è la nostra, ma credo sia una copia di quelle originali trafugate dal Galiani. La carta citata dal La Greca si trova a Parigi. Parlando di queste carte Parigine (simili alla nostra di cui ho già parlato), il La Greca (….), a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428″. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”.

(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore Anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…).
Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 9 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori, Le città più antiche e più vicine al sito di Lauria, che avessero coniato monete proprie furono Laino ed Hipponium (o Vibo ad Siccam) sul mare della Lucania occidentale, la quale ultima si ebbe per distintivo sulle monete di argento una prua di nave. Dopo il periodo delle piccole repubbliche della Magna Grecia si eclissò Laino, in seguito a sconvolgimenti politici e tellurici ed emerse Blanda, città ricordata da Livio, la quale fin dai primi secoli dell’Era Cristiana divenne città vescovile. Laus o etc….Tra l’odierna Maratea e Tortora sorgeva Blanda, ricordata da Livio come sopra ho detto. Da qualche poco erudito scrittore del Medio Evo la si voleva designare come sorta presso l’odierna Belvedere calabra. Niente è più assurdo di tutto ciò. Basta dare uno sguardo alla Tavola Peuntingeriana per accertarsi di ciò, quant’anche non si volesse prestar fede a Livio che la chiama città Lucana……”.
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. L’iscrizione porta un buon sostegno all’ipotesi della colonia di Vibo, e non occorre attribuire il personaggio, come è stato fatto, a Blanda o a Bussento. Etc…”. E’ interessante l’ipotesi del La Greca sulle origini della città di Vibone, che in sostanza riprende ciò che aveva in precedenza scritto e creduto l’Antonini. Non è chiaro se il La Greca, nel riferirsi alle rovine di S. Croce si riferisca ad una città di origine sabellica o Lucana o si riferisca alla colonia latina di Vibona. Si è visto che, sebbene si propenda per l’ipotesi della Villa romana di S. Croce appartenente come proprietà ai “Sempronii”, duumviri, probabilmente parenti a Tiberio Sempronio Longo, della colonia romana di Buxentum, non ritengo valida l’ipotesi che i “Sempronii”, probabilmente proprietari della villa di Sapri, ricoprissero la carica di duumviri (o duumviro edile) per disporre della colonia di Vibo ma essi disponevano della colonia romana e Sillana di Buxentum.
Nel 186 a.C. (II sec. d. C.), Tito Livio, LIVIO POSTUMIO e la seconda colonia di Buxentum
Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 231 parlando delle colonie latine sorte, in proposito scriveva: “A voler passare sotto silenzio città che della Magna Grecia non riportano ormai altro che le tracce del loro antico nome, quale Buxentum, ove la colonia romana del 194 ebbe vita effimera, simile, del resto, a quella della cittadina italiota che l’aveva preceduta (Pyxus), nonostante che alcuni anni dopo (a. 186) si sia tentato di rinforzarla con nuovi coloni (3), etc….”. Il Ciaceri, a p. 231, nella nota (3) postillava che: “(3) Liv. XXXIX 23 “. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 212, in proposito scriveva che: “La colonia romana di Bussento fu impiantata nel territorio della abbandonata città greca di Pissunte con la partecipazione di trecento coloni. Ma non ebbe una esistenza florida, si che nel 186, a meno di un decennio dalla fondazione, si sentì il bisogno di ripopolarla, avendola il console Postumio trovata a metà deserta (1).”. Il Magaldi (…), a p. 212, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Livio, XXXIV, 23, 3 seg. (a. 185): ‘Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. Maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libo M. Tuccius Cn. Baebius Tamphilus. Cfr. Pais, o. c., p. 342”. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 riporta l’iscrizione dell’Antonini, ed in proposito scriveva che: “Nel 558 di Roma…. etc……Ma non passavano più di sei anni e nuovi coloni furono mandati a Bussento, perchè il Console Spurio Postumio, il quale faceva per l’Italia la famosa inquisizione de’ Baccanali, trovava abbandonata la colonia speditavi prima (3), ed a questi tempi appartenne al certo il seguente frammento epigrafico (4), che serbavaci memoria di quella specie di assegnazione nelle rendite de’ boschi per la riparazione delle pubbliche mura, solta a stabilirsi per le colonie romane (5): etc….”.

Il Corcia, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Liv. XXXIX, 23”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (4) postillava che: “(4) Antonini, op. cit., t. I, p. 370”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (5) postillava che: “(5) Hygin. De limit. const. ap. Frontin. p. 193 seq.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 331, parlando di Policastro Bussentino scriveva che: “Nel 186 il console Spurio Postumio riferì al Senato di aver trovato deserta la città (11) che venne poi (89-87 a.C.) ascritta alla tribù Pompitina. Etc…”. L’Ebner, a p. 331, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Per decreto del Senato il pretore urbano T. Menio nominò un triumvirato (L. Scribonio Libo, M. Tuccio e Gneo Rubio Tampila) per la ricolonizzazione.”. Antonio Scarfone (….), “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri” proponeva i passi di Tito Livio sulla fondazione di Bussento ed in particolare quelli del “Libro XXXIX, 23, I: […] “Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. Maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libio, M. Tuccius, Cn. Baebius Tamphilus.” […] “Alla fine dell’anno, poiché Sp. Postumio console aveva riferito che nel percorrere le due coste d’Italia per via dei suoi processi aveva trovato spopolate le colonie di Siponto sull’Adriatico e di Bussento sul Tirreno, il pretore urbano T. Menio, secondo un senatoconsulto, elesse triumviri, per il reclutamento dei coloni da mandare là, L. Scribonio Libone, M. Tuccio, Cn. Bebio Tanfilo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980).”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Tuttavia, date le premesse e il comportamento dei Ferentinati, che molto prima già si sentivano cittadini romani, non c’era da aspettarsi, da parte dei coloni, un grande attaccamento al sito di Buxentum. Infatti, quando nel 186 a.C. il console Spurio Postumio ritorna a Roma dopo aver tenuto una serie di processi nelle città dell’Italia meridionale contro i fedeli del dio Bacco, accusati di congiurare contro lo Stato, annuncia in senato di aver trovato deserte le colonie di Bussento e di Siponto (in Puglia). È facile immaginare l’accaduto: al primo censimento utile (i censimenti si tenevano di solito ogni cinque anni) i coloni di Bussento si sono recati a Roma per farsi censire tra i cittadini romani, e vi sono rimasti, perché questo era il loro scopo principale. Si rende necessario per Bussento e Siponto ripetere tutte le operazioni di deduzione: si nomina una nuova commissione di magistrati (Lucio Scribonio Libone, Marco Tuccio, Gneo Bebio Tanfilo), e si accettano le iscrizioni di nuovi coloni disponibili (50). Interessante è la presenza fra i curatori di Marco Tuccio, cittadino e patrono di Paestum, entrato nella clientela degli Scipioni, senatore e magistrato a Roma quale edile e poi pretore, a capo di un esercito e incaricato di far rispettare l’ordine pubblico e le leggi in Puglia, Lucania e Calabria (51). Probabilmente anche questa volta i coloni di Bussento vanno via, dopo aver ottenuto la cittadinanza, se lo storico Velleio Patercolo, pur ritenendo lui stesso dubbiosa la notizia trovata nelle sue fonti, riferisce che verso il 154-153 a.C. furono inviati nuovi coloni a Pozzuoli, Salerno e Bussento (52). Come mai i Romani si accorsero solo per caso dell’abbandono della colonia, a pochi anni dalla fondazione? Probabilmente all’epoca le colonie romane dal punto di vista militare avevano poco da dire, dato che Cartagine era stata domata e le guerre si erano spostate in Oriente. Le coste del mar Tirreno apparivano sicure, e andare in colonia era qualcosa che ormai interessava di più i singoli coloni, per i vantaggi economici e politici. Molti hanno spiegato questi abbandoni come un segno di decadenza, di crisi economica, di povertà del territorio, che avrebbe costretto i coloni ad andare via. Tuttavia molti altri indizi ci testimoniano una costante ricchezza produttiva del territorio e la sua importanza come sbocco marittimo e commerciale del Vallo di Diano. Le produzioni più importanti dovevano essere costituite dall’olio, dal vino, dall’allevamento suino, dalla pece bruzia, dal legname delle foreste e dal legno pregiato di bosso. Sembra più corretto interpretare gli abbandoni come un modo per ottenere la cittadinanza romana, con qualche sacrificio iniziale, da parte di pochi coloni laziali (300) che vengono a Bussento quasi come militari accampati. Etc…”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (50) postillava che: “(50) Livio, XXXIX, 23, 3-4”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (51) postillava che: “(51) Vd. Livio, XXXV, 41, 9; XXXVI, 45, 9; XXXVII, 2, 1; 2, 6; 50, 13; XXXVIII, 36, 1”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (52) postillava che: “(52) Velleio, I, 15, 3”.
Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p….., in proposito scriveva che: “Il console Postumio, avendo rinunciato alla sua carica, viaggiò nell’Italia meridionale e, avendo trovato deserta la cittadina di Pixus, convocò un triumvirato per la ricolonizzazione: L. Scibonio Libo, M. Tuccio e Gneo Bebio Tampilo. La spedizione di questi coloni romani è citata da Tito Livio nelle sue Storie: Lib. XXXIX, c. 22: Extremo anni quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque littus Italiae, desertas colonias Sypontum supero, Buxentum infero mari invenisse. Trad.: “Alla fine dell’anno il console Spurio Postumio, avendo dichiarato pubblicamente che andava in viaggio per l’uno e l’altro litorale d’Italia per alcune inquisizioni, trovò abbandonate le colonie di Siponto, nel mare superiore (Adriatico) e di Bussento, nel mare inferiore (Tirreno).”.
Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “…il governo di Roma non riesce a controllare il territorio demaniale dalle eventuali usurpazioni o dagli abbandoni dell’area assegnata (63); anche l’iniziativa coloniale rimane marginale come dimostra la deduzione di una colonia a ‘Buxentum’ nel 194 (64) che appena nove anni dopo, nel 185, dovrà essere rinsanguata con l’invio di altri coloni.”. La Catalano, a p. 145, nella nota (64) postillava che: “(64) Liv., XXXII 29, 3-4; A. Russi, in “Diz. epigr. di Ant. Rom.”, cit., s.v. Lucania, pp. 1896-1897; V. A. Sirago, L’agricoltura italiana nel II sec. a.C., Napoli, 1971, pp. 12-13″.
VELIA, l’antica Elea, colonia focese della Magna Grecia
Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a pp. 231-232 parlando delle colonie latine sorte, in proposito scriveva: “A voler passare sotto silenzio città che della Magna Grecia non riportano ormai altro che le tracce del loro antico nome, e Pesto (Posidonia), che da oltre un secolo era stata occupata dai Lucani quando diventata colonia latina (a. 273) e che poi, anche dopo avere avuto la cittadinanza romana, mantenne il privilegio, non si sa come, di continuare la sua monetazione in bronzo fino al tempo di Augusto e di Tiberio (4), era Velia (Elea) la città italiota che, a salire in su prima di giungere in Campania, serbasse ancora un riflesso della passata civiltà per essersi mantenuta indipendente di fronte all’invasione lucana. Vero è che dopo la guerra sociale assumendo la cittadinanza romana dovette Velia mutare la sua costituzione di città federata in quella municipale (1); ma non perdette del tutto lingua e costumi antichi, come è confermato dai fatti che in epoca romana tegole e mattoni, che uscivano dalle sue rinomate fabbriche d’argilla, portavano il bollo in caratteri greci mentre le iscrizioni lapidarie greche non erano di numero molto inferiore alle latine (2), ed alla maniera greca v’era ancora celebrato il culto di Demetra, tanto da dividere con Napoli l’onore di dare a Roma sue sacerdotesse per il tempio di Cerere, le quali venivano persino fatte cittadine romane quando ancora la città era semplicemente federata (3). Era pregiata per la salubrità ed amenità del luogo; e Cicerone quand’era in viaggio vi andava a trovare i suoi amici Talna e Trebazio (4). Egualmente che Vibone, Velia era un punto toccato da chiunque lungo la costa del Tirreno dalla Campania andasse a Reggio e viceversa (5); ma la città da per sè non aveva più importanza e da questo tempo in poi non c’è più ricordata dagli scrittori antichi.“. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 29, in proposito scriveva che: “L’Alento (Hales nella sua forma più antica, Alyntos nella più recente) donde deriva l’odierno nome di Cilento, nasce da M. Vesole etc…sfocia presso le rovine dell’antica Velia. Qualche volta troviamo indicato il fiume col nome stesso della città greca: Elea (5). Alla foce del fiume era un porto, di cui si dirà più particolarmente in seguito, scomparso anche per effetto dell’avanzamento della foce del fiume, che si calcola sia stato di un paio di chilometri (6). Secondo una notizia di Vibio Sequestre, il fiume divideva i Lucani dai Veliesi (7). Cicerone chiama “nobile” l’Alento, in considerazione certo della sua prossimità alla nobile città di Velia (8).”. Il Magaldi, a p. 29, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Strabone, VI, 252: Ενιοι δε τουνομα απο ποταμου Ελεητος.”.”. Il Magaldi, a p. 29, nella nota (6) postillava: “(6) Cfr. Nissen, o. c., II, P. 895.”. Il Magaldi, a p. 29, nella nota (7) postillava: “(7) Cfr. Vibio Sequestre: “Alyntos Lucaniam a Veliensibus dividit.”. Il Magaldi, a p. 29, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. Cicerone, Ad famil., VII, 20, 1; ad Atticum, XVI, 7, 5 (riferiti in seguito).”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 287-288, in proposito scriveva che: “Abbiamo già detto di Velia, per la sua mitezza del suo clima, e per le ville che allietavano il litorale, era un luogo ricercato di villeggiatura e di cura, e abbiamo ricordato, tra i suoi frequentatori illustri, il console Emilio Paolo, e anche Orazio ricordammo (p. 41). Qui aggiungiamo che Velia, col suo porto (p. 34), per essere uno scalo quasi obbligatorio di coloro che andavano in Sicilia, o ne tornavano per via di mare, costringeva i viaggiatori a fermarvisi (1). Etc…”. Il Magaldi a p. 288, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cicerone, Ad fam., IX, 7, 2 (a. 46): “……………..”….(in questa lettera Cicerone riferisce le diverse voci che correvano sull’itinerario che avrebbe seguito Cesare ritornando dalla guerra d’Africa).”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 34-35, in proposito scriveva che: “La foce dell’Alento si è avanzata, come abbiamo detto, di un paio di chilometri, cancellando le tracce del porto con cui terminava il fiume (p. 29). Il porto di Velia è ricordato da varii autori (3). Secondo un’indicazione di Cicerone vide allora la nave, carica di preda siciliana, che Verre portava a Roma (5). Anche Virgilio ricorda il porto di Velia, anzi, con licenza poetica, lo fa ricordare da Palinuro; nonchè Gellio (6).”. Il Magaldi, a p. 34, nella nota (3) postillava: “(3) Sul porto di Velia, v. inoltre Corcia, o. c., III, p. 53, seg.; L. Correra, in Monografia storica dei porti dell’antichità della penisola italiana, Roma, 1905, p. 329 seg. Il Correra riconosce due porti a Velia: un porto, o piuttosto un approdo, sulla spiaggia antistante a Velia dove “tuttora sono visibili, uniti a ruderi romani, gli avanzi di un ‘proasteion’, che era il borgo marinaro della cittadina, con i magazzini di deposito delle merci importate sulle navi, che venivano a questa plaga sicura, difesa dalla punta di Ascea” e un altro porto presso la foce del fiume.”. Il Magaldi, a p. 34, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Cicerone, ad Atticum, XVI, 7, 5: “erat enim cum suis navibus apud H e l e t e m fluvium citra V e l i a m milia passuum III. Il Nissen, o. c., II, p. 895, preferisce intendere a tre miglia da una villa. Diversamente, bisogna ammettere che il tratto finale del fiume corresse anticamente molto più a nord.”. Il Magaldi, a p. 34, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Cicerone, Act., II in Verr., V, 17, 44: “Haec navis onusta praeda siciliensi….adpulsa V e l i a m est; ibidem: “Eam navem nuper egomet vidi V e l i a e.”. Il Magaldi, a p. 34, nella nota (6) postillava: “(6) Cfr. Virgilio, Aem., VI, 366: “portusque require Velinos; Gellio, X, 16, 3: “cum Velia oppidum, a quo portum, qui in eo loco est, Velinum dixit….”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 729 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “Così, il succedersi di non comuni fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III sec. a.C. e nella seconda metà del I sec. (62 d.C.), travolsero il quartiere meridionale ripetutamente seppellendolo. Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico d’un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un’erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell’irruente fiumara sempre più verso l’odierno. L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, secondo l’Ebner, la villa della famiglia Gavinio si ebbe con l’ultimo sensibile interramento del quartiere meridionale della città che si ebbe alla fine del V secolo d.C… Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 262, in proposito scriveva che: “….nei cantieri di Paestum e di Velia si costruirono molte navi delle flotte romane. Perciò Roma consentì che Paestum e Velia continuassero a battere moneta, Velia prima, Paestum fino ai tempi di Tiberio (14). Dopo un certo fiorire della prima metà imperiale Paestum.”. Ebner, a p. 261, vol. II, nella nota (13) postillava: “(13) Città federata, v. Cicerone, pro Balbo, 24.55 e Lvio, VI, 3.39. Dopo il 203 battono monete solo Paestum e Capua, Magaldi cit., p. 202, ma anche Velia, Ebner, Le monete di Velia, cit.. In Magaldi anche per la costituzione municipale (p. 241), per il questore (p. 239) e per il patrono, p. 268 sg.”. Ebner, a p. 261, vol. II, nella nota (14) postillava: “(14) Sulle ultime monete la nota leggenda P S S C (= Paesti signatum senatus consulto). Oltre la colonia di cittadini romani (colonia civium) dedotta a Paestum da Augusto, Populi Paestani consensu, (Panebianco, Paestum cit., p. 30), nel 71 d.C. Vespasiano vi dedusse come coloni (CIL, X, 53) i soldati della flotta del Miseno con diritto di cittadinanza ( Paestum era stata aggregata – 89, 87 a,C. – alla tribù romana Mercia) e di connubio (potevano contrarre matrimoni se celibi o ratificare i precedenti matrimoni se ammagliati, secondo il diritto romano). Vetrani delle coorti pretorie vi dedusse anche Antonino Pio (“Notizie di Scavi”), 1931, p. 639).”. Per quanto riguardo l’ubicazione dei tre “porti Velini”, cosiddetti, ovvero Velia aveva tre porti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 718 e sgg., in proposito scriveva che: “Santuario, questo, innalzato su un altro più antico all’estremità del colle di Velia, limitato a nord dalle pianure dell’Alento e del Palistro e a sud dall’esigua piana della rovinosa Fiumarella di S. Barbara; promontorio che nel VI secolo si protendeva nel mare a separare, come a Focea e a Marsiglia, due seni sicuri.”. Sempre Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Ebner si riferiva alla villa romana della famiglia Gavinia, di cui ho parlato in un altro mio saggio. Sempre Ebner, a p. 724, in proposito scriveva che: “….il luogo era noto solo per la chiesa “ai due fiumi”, l’Alento e il Palistro, alle cui foci, poi congiunte erano i due porti settentrionali di Velia, come conferma l’aerofotografia.”. Ebner si riferiva all’aereofotoggrametria, ovvero il rilievo fotografico che viene svolto con l’uso di un volo aereo che, dopo il terremoto dell’80 furono disponibili in diversi centri colpiti dal Sisma e che possono essere acquistati presso l’Istituto Geografico Militare di Firenze (I.G.M.). Ebner scriveva che all’epoca romana la linea di costa era completamente diversa da oggi. La linea di costa oggi è quella che si vede nella vista satellitale di Google Maps da cui emerge che l’attuale linea di costa è di gran lunga spostata verso sud. Ebner scriveva che la linea di costa all’epoca romana, le spiagge e i due porti settentrionali di Velia si trovavano verso le rispettive due foci dei due fiumi, Alento e Palistro che oggi, invece, si vedono confluire insieme e poi proseguono verso il mare. Sempre Ebner, a p. 727 riferendosi ai saggi esplorativi di Mario Napoli, in proposito scriveva che: “…Si tornò sul pianoro del versante settentrionale della collina, a cercare, con altri tratti di mura, la via che avrebbe dovuto attraversare la supposta porta a nord della città. Apparvero le tracce di una strada extra urbana in rapido pendio che portava al vicino rotondo porto alla foce del Palistro; strada che doveva proseguire anche per quello più lontano, alla foce dell’Alento, sul versante occidentale della Tempa Malconsiglio – innanzi gli Enotridi, gli isolotti che per Plinio ‘argumentum possessse ad Oenotriis Italiae (39) – , sulla quale l’aereofotografia aveva mostrato l’esistenza di una necropoli spiegabile solo se di tipo misenate. Lì il secondo porto sicuro, perchè anch’esso protetto dai forti venti meridionali, che Cicerone disse lontano tremila passi dalla città e dove vide alla fonda la nave di Verre onusta di preda siciliana (40).”. Ebner, a p. 727, nella nota (39) postillava: “(39) Plinio, N. H., 17. 8.5. Sui porti velini: Virgilio, Enerid., VI, 366.”. Ebner, a p. 727, nella nota (40) postillava: “(40) Cicerone, Ad. Famil., XVI 7; In Verrem, III.”. Sempre Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, pp. 727-728 parlando di Velia riferendosi ai saggi esplorativi di Mario Napoli, in proposito scriveva che: “Costeggiando poi l’agorà la via lastricata raggiungeva il quartiere meridionale, dove un importante incrocio stradale precedeva ancora un’altra porta: di qui la strada proseguiva pianeggiante per terminare al terzo e più piccolo dei virgiliani porti velini. All’estremità del molo un torrioncino di blocchi di arenaria ne indicava l’ingresso alle navi che potevano raggiungere, per l’ormeggio, l’interna piccola darsena (fine VI-primi V secolo a.C.).”. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 3 e ssg. nel cap. I: “Degli antichi Abitatori della Lucania etc…”, nella nota (d) postillava: “(d) Cajo Sempronio nella descrizione d’Italia, parlando di questa Regione espresse: Primieramente la tennero gli Ausoni, indi gli Aborigeni Greci, dopo Enotro Arcade, da quali chiamavasi Magna Grecia, e ‘l medesimo; da Velia a Silare fiume abitavano i Lucani da Lucio de’ Sanniti Principe nominati.”. Si tratta di Gaio Sempronio (….), e la sua “Descrittione dell’Italia”.
VELLEIO PATERCOLO, una fonte
Da Wikipedia leggiamo che Marco o Gaio Velleio Patercolo (in latino: Marcus/Gaius Velleius Paterculus; Aeclanum o Capua, 19 a.C. circa – dopo il 30 d.C.) è stato uno storico, militare e magistrato romano, autore di un’opera intitolata Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo. Di origine campana, probabilmente vide i natali ad Aeclanum o a Capua in quanto discendente diretto – per parte materna – di Decio Magio, sannita, esponente di punta del partito fedele a Roma quando Capua passò ad Annibale e perciò inviato come ostaggio a Cartagine. Nel 30, pubblicò la sua Storia romana (Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo) dedicata a Marco Vinicio, console in quell’anno. Velleio conosceva bene Vinicio anche perché, con il grado di tribunus militum, nell’1 d.C. aveva operato agli ordini di suo padre Publio Vinicio in Oriente e forse aveva dovuto la questura, e quindi l’ingresso in senato, all’influenza di suo nonno Marco Vinicio. La nomina di Vinicio a console dovette essere piuttosto repentina o inaspettata, e quindi Velleio fu probabilmente costretto a pubblicare la sua opera con dedica scritta ancora in modo sbrigativo e mancante di molti particolari. Lo stesso Velleio ci informa che il suo lavoro sarebbe continuato in modo più approfondito, ma questa revisione o non è stata pubblicata o non si è conservata.[senza fonte]. La sua opera fu rinvenuta nel 1515 nell’abbazia alsaziana di Murbach, dove Beatus Rhenanus, nome umanistico di Beat Bild, ne ritrovò i manoscritti, curando poi nel 1520 un’edizione approssimativa uscita a Basilea. Tuttavia «la fonte più autorevole per la critica del testo velleiano è costituita dalla copia dell’editio princeps in cui Alberto Burer, amanuense del Renano, inserì alla fine un’appendice di correzioni desunte da una sua più esatta collazione del codice Murbacensis, ora perduto».
Nel 154-153 a.C., VELLEIO PATERCOLO e la ripopolata colonia latina di Buxentum
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “Probabilmente anche questa volta i coloni di Bussento vanno via, dopo aver ottenuto la cittadinanza, se lo storico Velleio Patercolo, pur ritenendo lui stesso dubbiosa la notizia trovata nelle sue fonti, riferisce che verso il 154-153 a.C. furono inviati nuovi coloni a Pozzuoli, Salerno e Bussento (52).”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (52) postillava che: “(52) Velleio, I, 15, 3”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a pp. 206-207 parlando delle nuove colonie romane o latine sorte, in proposito scriveva: “E nel caso nostro le deduzioni delle colonie in Crotone e Temesa (2), in Turio ed Ipponio (3)….etc…”. Il Ciaceri, a p. 206, nella nota (3) postillava che: “(3) In Turio: Liv. XXXIV 53, 1-2; cfr. XXXV 9, 7. In Ipponio (Vibo): Liv. XXXIV 53, 1-2; XXXV 40, 5-6. Su Vell. I 14, 8, che vi fa fondare la colonia già nel 237, v. sopra a p. 81 n. 7”. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63, in proposito scriveva che: “Nel 558 di Roma vi fu spedita una colonia di 300 cittadini, tre anni dopo che il tribuno della plebe Caio Acilio proponeva che altre se ne mandassero a ‘Salerno’ e sulla spiaggia della ‘Campania (1). Livio dice che…..etc…”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (1) postillava che: “(1) Liv., XXXIV, 45. – Cfr. XXXII, 29. – Vell. Pat. I, 15, 3.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 10, in proposito scriveva che: “Molti altri autori latini hanno scritto nelle loro opere riguardo l’esistenza di Bussento: Velleio Patercolo: Manlio Volsone et M. Fulvio consulibus Bononiae deducta colonia….eodem temporum tractu (quandam apud quosdam ambigitur) Puteolos, Salernum et Buxentum missi coloni. Trad.: Fondata la colonia di Bologna dai consoli Manlio Volsone e M. Fulvio, nello stesso periodo di tempo (lo stesso che è disputato da certi autori) furono mandati i coloni a Pozzuoli, a Salerno e a Bussento.”.
Nel 133 a.C., BUXENTUM, la Lex Sempronia e le assegnazioni Graccane
Da Wikipedia leggiamo che con lex Sempronia si fa riferimento a numerosi plebisciti proposti dai tribuni della plebe Tiberio e Gaio Sempronio Gracco nel 133 a.C., 123 o 122 a.C., che erano principalmente orientati a favore della plebe e della fazione dei populares. Possono anche fare riferimento ad altri procedimenti legislativi, come leggi comiziali, da parte di altri magistrati della gens Sempronia. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 11, in proposito scriveva che: “In età posteriore alla riforma dioclezianea, di cui si dirà in seguito, l’agro metapontino fu tolto alla Lucania e annesso alla Calabria, come si diceva allora la penisola salentina, e il territorio di Bussento fu parimenti attribuito al Bruzio (3). Al contrario, Salerno entrò a far parte della Lucania (4), etc…”. Il Magaldi, a p. 11, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Liber coloniarum (Lachmann) p. 262, 9 seg., p. 209, 14 seg.; E. Pais, Storia della colonizzazione di Roma antica, vol. I: ‘Prolegomeni. Le fonti. I libri imperiali regionum, Roma, 1923, p. 104 e 163 e p. 2 e 153.”. Il Magaldi, a p. 215, in propsito scriveva che: “Nel Libro delle Colonie (4) troviamo indicate, per le “prefetture” (1) di Volceio, Pesto, Potenzia, Atina, Consilino e Teggiano, centurie quadrate di 200 jugeri e per la prefettura di Grumento centurie quadrate di 200 jugeri, di assegnazione graccana….Per la prefettura di Velia si avverte che la centuria di 200 jugeri era di actus 16 x 25 (2) etc….L’agro di Bussento, tolto alla Lucania, è attribuito al Bruzio (p. 11), per la cui provincia si notano centurie quadrate di 200 jugeri, il cardine rivolto ad est ed il decumano a nord (3)…..Le notizie che si possono ricavare dal Libro delle Colonie sono state in parte modificate, in parte arricchite, dai dati archeologici che sono emersi dal sottosuolo lucano, ecc…Nel Libro delle Colonie si parla di assegnazioni graccane solo per il territorio di Grumento…..Per l’agro di Bussento le assegnazioni sarebbero avvenute nell’età graccana o nella triumvirale, secondo l’una o l’altra delle due lezioni congetturali (4).”. Il Magaldi, a p. 215, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Grom. vet., p. 209, 14 seg., Lach. = Pais, p. 2: (Provincia Brittiorum’). Ager Buxentinus alirestertianis (a triumviris veteranis, Lach.; limitibus Graccanis, Pais) est adsignatus in cancellationes limitibus maritimis. Cfr. Pais, o. c., p. 153 e 301”.
Nel 132 a.C., la costruzione della via Popilia (o via Annia ?)
Riguardo le vie di comunicazione, le strade dell’epoca, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando delle strade in epoca romana, a pp. 43-44, nella sua nota (14), postillava che: “Tralasciando la viabilità minore tra la Puglia e la Campania ricordiamo che i collegamenti di queste regioni con la Calabria e la Sicilia avvenivano attraverso la strada costiera da Taranto a Reggio Calabriae la ‘via Popilia’. Quest’ultima partiva da Napoli proseguendo da Pompei, Nocera, Salerno, Auletta, Rotonda, Morano, Tarsia, Cosenza, Nicastro, Monteleone, (ora Vibo Valentia), Nicotera, Regio. Da Salerno c’era il raccordo (per Paestum, Policastro, Sapri) attraverso il Cilento fino alla ‘Popilia’, mentre su questa (presso Rotonda) esisteva il bivio con la strada (per Laino, Cirella, Amantea) che si ricollegava alla ‘Popilia’ a sud di Nicastro. Ecc…”. La Via Capua – Regium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia o Via Popilia Lenate , è un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno infatti la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. La strada si staccava dalla via Appia a Capua e raggiungeva Nola, Nuceria Alfaterna (Nocera Superiore) e poi Salernum (Salerno) sul mare Tirreno. Da qui la strada si dirigeva verso la piana del Sele attraversando la città di Eburum, l’odierna Eboli. Dopo aver toccato la confluenza tra il fiume Sele e il Tanagro, la via Popilia puntava a sud risalendo il percorso di quest’ultimo fino a raggiungere il Vallo di Diano, un altopiano dove all’epoca erano situate le città romane di Atina (Atena Lucana), Tegianum (Teggiano), Consilinum (Padula), Sontia (Sanza) e i pagi di Marcellianum e Forum Anni, poi Forum Popilii. Molti di questi insediamenti furono devastati da Alarico nel 410 e solo alcuni sono stati ricostruiti in epoca medievale, come per esempio Forum Popilii ricostruita in posizione più difendibile con il nome usato anche modernamente di Polla. Lasciato il Vallo di Diano, la strada si dirigeva a sud verso la antica città, ora scomparsa, di Nerulum e da qui Muranum, l’odierna Morano Calabro. Nel percorso fino a Regium, la strada attraversava il territorio di Interamnium (San Lorenzo del Vallo) e le città di Caprasia, individuata nella posizione della C.da Ciparsia del Comune di Castrovillari, Consentia (Cosenza) e Mamertum, la città oggi conosciuta come Martirano e nota nelle cronache romane per la resistenza dei suoi abitanti alleati di Roma contro Pirro nelle guerre dette guerre pirriche e per aver dato origine al nome di Mamertini, soldati mercenari famosi soprattutto per aver giocato un ruolo di primo piano nello scoppio della Prima guerra punica. Da Mamertum, percorrendo la via Popilia continuando verso sud, si raggiungeva l’importante nodo fluviale di Ad Sabatum Flumen, un passaggio obbligato e di importanza strategica per i collegamenti nella zona e per raggiungere l’antica Vibona, ora Vibo Valentia. Proseguendo lungo l’antica strada romana, si raggiungeva Hipponium, città ribattezzata dopo le guerre pirriche Valentia e unita con Vibo nel comune moderno di Vibo Valentia. Prima di raggiungere la sua città di arrivo, la via Capua-Regium toccava Nicotera e l’importante porto di Scyllaeum (Scilla). Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 150 e ssg. in “Appendice”: il “Lapis Pollae”, in proposito scriveva che: “L’epigrafe, molto nota, ha polarizzato l’attenzione dei commentatori sui vari problemi d’interpretazione storica sollevati dall’esame delle notizie che riporta……Caduta l’identificazione con M. Aquilio Gallo, console del 101 a.C. (4), e quella proposta dal Nissen con M. Popilio Lenate, censore nel 159 a.C. (5), l’attribuzione più diffusa è quella relativa al console del 132 a.C., P. Popilio Lenate, collega di P. Rupilio e noto avversario dei Gracchi (6). Quest’identificazione è stata sostenuta dal Mommsen….etc…L’identificazione avanzata dal Bracco con T. Annius Luscus, console nel 153 a.C., (10), poggia su tre dati: il primo è un frammento delle storie di Sallustio (Hist., III, 98 ed. Maurenbrecher) che, descrive la ritirata di Spartaco etc…il terzo è costituito da due dediche a Caracalla dei funzionari del ‘cursus pubblicus’ (12). Un’ulteriore conferma è data dalle due iscrizioni di Roma che citano una via Annia accanto alle note arterie della rete stradale meridionale, l’Appia e la Traiana, il cui ‘cursus pubblicus’ è affidato a funzionari raggruppati in distretti amministrativi territoriali (16); ciò a dimostrazione che l’Annia deve essere stata la terza arteria del Mezzogiorno italico e quindi da identificare con la ‘Regio-Capuam’ che attraversava la Lucania ed il Bruzio (17). La concordanza dei documenti epigrafici e di quello letterario sallustiano, secondo il Bracco, a favore dell’attribuzione del nome di Annio alla strada e al forum, nonché dell’identificazione con un ‘Annius’ del personaggio dell’epigrafe in questione e precisamente con T. Annio Lusco. Etc…”. La Catalano, a p. 156, nella nota (18) postillava che: “(18) V. Bracco, Della via Popilia (che non fu mai Popilia), in “Studi lucani e meridionali”, VI, Galatina, 1978, pp. 16-17.”. La Catalano, sulla via Popilia o Annia, a p. 155, nella nota (17) postillava: “(17) Cfr. A. Ferrua, La via romana delle Calabrie Annia e non Popilia ?”, in “Arch. Stor. Cal. e Luc.”, XXIV, 2, 1955, p. 238.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 71 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: “Dopo Buxentum, in fondo al porto natuale di Sapri si trovava la stazione navale di ‘Caesariana’ (1) ch’era anche stazione di intreccio della via che da Nerulo per Caesariana costeggiava il litorale tirreno fino alla ‘Colonna reggina’….Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il mar Tirreno coll’Ionio (2).”. Il Dito, a p. 71, nella nota (1) postillava: “(1) Il porto di Sapri etc…, V. Corcia, III, p. 65”. Il Dito, a p. 71, nella nota (2) postillava: “(2) Ho cercato di rilevare lo sviluppo stradale secondo le notizie degli Itinerari.”. Il Dito, a p. 72, in proposito scriveva: “La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo a Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). In questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘Geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”.
Nel 87 a.C., BUXENTUM ai tempi di Silla e delle Guerre Civili
Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p….., in proposito scriveva che: “I disordini cessarono quando, nell’87 a.C., il dittatore L. Cornelio Silla concesse la cittadinanza romana alla Lucania e ad altre regioni. Dopo anni di lotte civili (90-88 a.C.) Policastro ringiovanì e cambiò il nome greco di Pixunte con quello latino di Bussento. Con Silla, Bussento fu incorporata alla Repubblica romana, fu legata a questa da rapporti di sudditanza ed eretta a Municipio: in tal modo potè godere, di autonomia amministrativa, eleggendo i capi locali, (diumviri), aveva diritti civili e lo ius connubii, ma non era esentata dalle tasse e dal servizio militare.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 in proposito scriveva che: “La romana Buxentum, invece, non ha mai raggiunto importanza fino al I secolo a. C.. Sotto ‘Silla’, verso l’87 a.C. divenne ‘municipio’ romano (22).”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. L’iscrizione porta un buon sostegno all’ipotesi della colonia di Vibo, e non occorre attribuire il personaggio, come è stato fatto, a Blanda o a Bussento. Etc…”.
SANZA, SONTIA
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 20-21, in proposito scriveva che: “Plinio cita per la Lucania interna la popolazione dei Sontini (14), che è stata attribuita alla città di Sontia o Sanza; sembra che i Sontini abbiano emesso in passato delle monete, con la scritta SO (15). L’area del Golfo era agevolmente collegata con il Vallo di Diano proprio attraverso la via naturale per Sanza, e appare altamente probabile l’esistenza di un insediamento arcaico a Sanza al di sotto del paese medioevale (16). Nei pressi di Sanza, in loc. Sirippi, sono state ritrovate tombe e ruderi di una villa romana (17)”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (14) postillava: “(14) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 11, 98”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (15) postillava: “(15) Vd. BREGLIA 1954”. Il La Greca si riferiva al testo di Luigi Breglia, Problemi della più antica monetazione di Magna Grecia, in “Annali dell’Istituto Italiano di Numismatica”, I, 1954, pp. 11-20. Il La Greca, a p. 21, nella nota (16) postillava: “(16) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, pp. 43-44. Vd. EBNER 1982, II, pp. 552-554”.
Nel 71 a.C., Spartaco, il passaggio per il Vallo di Diano e la morte presso le sorgenti del fiume Sele secondo Paolo Orosio
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II parlando del casale di “Petina”, a pp. 297-298, in proposito scriveva che: “Sui villaggi della Valle del Tanagro (‘Campus Atìnas’) bisogna sempre far capo a V. Bracco che, nelle numerose sue pubblicazioni, ci offre un quadro quanto mai vivo del territorio (1). Ultimamente ha scritto un saggio proprio su Petina (2) al quale rinvio. In esso non mancano cenni sulla civiltà del Gaudio dei villaggi prossimi a Petina, come non mancano testimonianze dell’età romana: dalla via Popilia, che V. Bracco attribuisce a Tito Annio (3), alla notizia sul passaggio per il Vallo di Spartaco con i suoi (4) e poi di Alarico, Belisario e dei longobardi.”. Ebner, a p. 297, nella nota (1) postillava che: “(1) V. Bracco, oltre le ‘Inscriptiones’ cit. (III, Civitas vallium Silari et Tanagri’), v. Volcei (Forma Italiae) Firenze 1978 e Polla cit.”. Ebner, a p. 297, nella nota (2) postillava che: “(2) V. Bracco, La storia di Petina, Salerno 1981, pp. 9-103”. Ebner a p. 298, nella nota (3) postillava che: “(3) V. Bracco, Della via Popilia (che non fu mai popilia), “Studi lucani e meridionali”, Galatina, 1977″. Ebner, a p. 298, nella nota (4) postillava che: “(4) Sallustio, Historiae, III, 98”.
Dunque, Ebner scriveva che Sallustio ci parlava del passaggio di Spartaco dal Vallo di Diano. Da Wikipedia leggiamo che l’opera di Sallustio (….), la “Historiae” è tratta il lasso di tempo compreso tra il 78, anno della morte di Silla (a questo punto terminano le Historiae scritte dallo storiografo Lucio Cornelio Sisenna, giunte incompiute, di cui Sallustio intendeva porsi come continuatore) ed il 67 a.C. (anno della vittoriosa campagna di Pompeo contro i Pirati). Si tratta dunque del periodo che già nella prima monografia (De Catilinae coniuratione, cap. 11) era stato definito cruciale nel processo di progressiva corruzione e degenerazione dello stato repubblicano. Non è però certo se lo storico intendesse proseguire la narrazione fino al 63, per ricollegarsi alla prima monografia. Sempre secondo Wikipedia, la battaglia finale che vide la sconfitta e la morte di Spartaco nel 71 a.C. si svolse, secondo Appiano e Plutarco, presso Petelia (forse odierna Strongoli, in provincia di Crotone), nel Bruzio, mentre, secondo lo storico tardo romano Paolo Orosio, nei pressi delle sorgenti del fiume Sele (“ad caput Sylaris fluminis“), site tra i territori di Caposele e Quaglietta, nell’alta valle del Sele (in provincia di Avellino), nell’allora Lucania (14). In Wikipedia alla nota (14) è scritto: “Nel libro di Fabio Cioffi e Alberto Cristofori, Civilta in movimento, si afferma che nell’alta valle del Sele, nella seconda metà del 900, ci sono stati ritrovamenti di armature, loriche e gladii di epoca romana, che potrebbero risalire alla battaglia del 71 a.C.”.
Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 183-184 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Poichè Nerulo era posto, come s’è visto innanzi, al punto d’innesto delle due grandi strade consolari – della Popilia od Aquileia, che proveniva dal vallo di Teggiano, e dell’Erculea, che proveniva da Grumentum – divenne il naturale passaggio dei numerosi eserciti romani conquistatori, e delle schiere ribelli e tenaci della propria indipendenza che, dopo lunga agonia, andò inesorabilmente perduta. Furonvi fra quelle schiere le turbe dei gladiatori, che, capitanate dal valoroso Trace Spartaco, dopo aver percorso la Lucania, furono sconfitte e disperse dal Console Licinio Crasso. Raffaele Giovagnoli, nel suo racconto storico su Spartaco (Capo XXI, Spartaco fra i Lucani), riferisce che questi, dopo la terribile sconfitta presso Grumento, alle sponde dell’Agri, – dove perirono 5000 Romani ed 8000 gladiatori, oltre di 1200 prigionieri – fuggendo coi suoi nel paese dei Bruzi per ritentare altra sommossa, si soffermò a Nerulo – che l’autore pure ritiene essere stato dove è Lagonegro – donde proseguì per Lainium (Laino); nè la notizia può saper di romanzo perchè è storicamente accertato il passaggi o la fuga di Spartaco dalla Lucania, dove trovò proseliti e schiavi commilitoni, nei Bruzi, dove morì combattendo valorosamente.”. Da Wikipedia leggiamo che Spartaco (in greco antico: Σπάρτακος, Spártakos; in latino: Spartacus; Sandanski, 109 a.C.circa – Valle del Sele oppure Petelia o Petilia, 71 a.C.) è stato un gladiatore e condottiero trace che capeggiò la rivolta di schiavi nota come terza guerra servile, la più impegnativa di questo tipo che Roma dovette affrontare. Esasperato dalle condizioni inumane che Lentulo riservava a lui e agli altri gladiatori in suo possesso, decise di ribellarsi a questo stato di cose e, nel 73 a.C., scappò dall’anfiteatro in cui era confinato; altri 70 – ma secondo Cicerone (Ad Att. VI, II, 8) all’inizio i suoi seguaci erano molto meno di 50 – gladiatori lo seguirono, fino al Vesuvio, prima tappa della rivolta spartachista. Sulla strada che portava alla montagna i ribelli si scontrarono con un drappello di soldati della locale guarnigione, che gli erano stati mandati incontro per catturarli. Benché armati di soli attrezzi agricoli, coltelli e spiedi rimediati nella mensa e nella caserma della scuola gladiatoria, Spartaco e i suoi riuscirono ad avere la meglio. Una volta neutralizzato il nemico, i ribelli depredarono dei loro armamenti i cadaveri dei soldati romani caduti e si diressero ai piedi del monte in cerca di un rifugio. Spartaco fu poi eletto a capo del gruppo di ribelli assieme ai galli Enomao e Crixus (detto anche Crisso o Crixio).
MARCO TULLIO CICERONE di Paestum
Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a pp. 298-299, in proposito scriveva che: “Apre la serie dei Tulii pestani (3) un M. Tullio Cicerone, figlio di Marco, della tribù Mecia (p. 229), cavaliere romano, patrono della colonia (p. 269), curatore dei comuni di Volceio, Atina, Acerenza, Velia, Bussento, Teggiano (p. 255). Egli fu inoltre laurente lavinate, cioè tenne il sacerdozio destinato al culto delle sacre origini di Roma, che la tradizione ricollegava alle città di Laurento e di Lavinio. Tutto ciò in parte si ricava, in parte si ricostruisce dalla lapide che, col consenso dei decurioni, fu posta in suo onore, in luogo pubblico, dall’aio M. Tullio Commune, come segno di riconoscenza per gli atti di munificenza ricevuti (1) etc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che Marco Tullio Cicerone, figlio di Marco era patrono della colonia pestana e curatore di Velia e di Bussento. E’ molto probabile che a questa famiglia o ‘gens’ romana di Pesto sia imparentato il noto oratore Marco Tullio Cicerone. Da Wikipedia leggiamo che Marco Tullio Cicerone (in latino: Marcus Tullius Cicero, pronuncia ecclesiastica: [ˈmarkus ˈtulljus ˈt͡ʃi:t͡ʃero], pronuncia restituta o classica: [ˈmaːr.kʊs ˈtʊl.lɪ.ʊs ˈkɪ.kɛ.roː]; in greco antico: Μάρκος Τύλλιος Κικέρων?, Márkos Týllios Kikérōn; Arpino, 3 gennaio 106 a.C. – Formia, 7 dicembre 43 a.C.) è stato un avvocato, politico, scrittore, oratore e filosofo romano. Esponente di un’agiata famiglia dell’ordine equestre, fu una delle figure più rilevanti dell’antichità romana. La sua vastissima produzione letteraria, dalle orazioni politiche agli scritti di filosofia e retorica, oltre a offrire un prezioso ritratto della società romana negli ultimi travagliati anni della repubblica, rimase come esempio per tutti gli autori del I secolo a.C. (tanto da poter essere considerata il modello della letteratura latina classica).
AULO GABINIO a Velia
Da Wikipedia leggiamo che Aulo Gabinio (latino: Aulus Gabinius; … – 47 a.C.) è stato un militare, politico e senatore romano, fra i più importanti del periodo che precedette la guerra civile tra Cesare e Pompeo. È possibile che sia quel Gabinio che partecipò come tribunus militum alla prima guerra mitridatica, sotto il comando del proconsole, Lucio Cornelio Silla, nell’87-84 a.C. Il suo nome resta però indissolubilmente legato alla Lex Gabinia, con la quale, come tribuno della plebe, nel 67 propose di concedere a Pompeo Magno i più ampi poteri possibili per condurre la guerra contro i pirati che ormai da decenni rendevano insicuro il Mediterraneo e le sue coste. Nel 61, Gabinio divenne pretore e organizzò giochi sontuosi. Nel 58 a.C., Gabinio divenne console, favorendo, in questa veste, l’azione che il tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro stava intraprendendo contro Cicerone, che fu costretto all’esilio per aver illegalmente condannato a morte dei cittadini romani che avevano partecipato alla congiura di Catilina (63 a.C.). Gabinio, all’inizio dell’anno, morì dopo una lunga malattia (47 a.C.), tanto che i Pompeiani si prepararono a contrattaccare, focalizzando le loro forze sul secondo comandante cesariano, Q. Cornificio, ora isolato al sud. Quest’ultimo lanciò allora un’accorata richiesta di aiuto alle armate cesariane che si trovavano nella Gallia cisalpina e a Publio Vatinio che si trovava a Brundisium. Cicerone odiava Gabinio per la sua promulgazione della Lex Gabinia che lo costrinse all’esilio. La Lex Gabinia (detta anche Lex de piratis persequendis, da non confondersi con la Lex Gabinia tabellaria del 139 a.C., che prevedeva l’introduzione del voto segreto), proposta dal tribuno della plebe Aulo Gabinio, fu una legge romana approvata nel 67 a.C…Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 175, in proposito scriveva che: “In Lucania, la guerra contro gli insorti fu condotta dal luogotenente di Silla A. Gabinio, il quale espugnò parecchie città, e morì nell’assedio di una di esse (2).”. Il Magaldi, a p. 175, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Livio, epit., 76: “A. Gabinius legatus rebus adversus Lucanos prospere gestis et plurimis oppidis expugnatis in obsidione hostruim castrorum cecidit; Orosio, V, 18, 25: “C. Gabinius legatus in expugnatione hostilium castrorum interfectus est. Vedi n. 3, a pag. 173.”. Infatti, il Magaldi, a p. 173, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Claudio Quadrigario presso Seneca, de benef., III, 23, 2 (= fr. 80 del Peter, Hist. rom. reliq., I, p. 233): “Claudius Quaadrigarius in etc…”. Il Magaldi ci ricorda che Livio ed in seguito Orosio ci parlano di Aulo Gabinio. Tito Livio, nell’epistola LXXVI scriveva che: “A. Gabinius legatus rebus adversus Lucanos prospere gestis et plurimis oppidis expugnatis in obsidione hostruim castrorum cecidit.”, che tradotto significa: “A. Gabinio, il legato, dopo aver condotto con successo gli affari contro i Lucani e aver catturato molte città, cadde nell’assedio dell’accampamento nemico.”.
Fra Paestum e Velia, la villa della famiglia GAVINIO
Da Wikipedia leggiamo che nel 370 d.C. un pestàno, Gavinio, vi portò il corpo dell’apostolo San Matteo. Nella villa della famiglia Gavinio, fra Pestum e Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati, molti secoli dopo dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “S. Mattero ad duo flumina”, a p. 514, in proposito scriveva che: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (‘praefectus classis’ ?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca. Etc…”. Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet). Per ospitare le reliquie del santo, in questo luogo venne costruito un monastero. Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. In questo luogo rimasero per circa quattro secoli. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351). Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Ebner, a p. 514, nella nota (2) postillava: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicata ‘sancte dei genitricis virginis marie’, di cui nel diploma di Gisulfo I (CDC, I, 179, novembre a. 950 – o 951 ? – , IX, Salerno), sita nella “hiscla”, nell’isola di terreni – la golena donata era estesa quattro miglia di lato e perciò comprendeva gli stessi ruderi di Velia – donata dal principe al suo confessore (“padri nostro”) Giobvanni, abate del monastero di S. Benedetto e probabilmente da lui ricostruita (nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 “. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 729 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “Così, il succedersi di non comuni fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III sec. a.C. e nella seconda metà del I sec. (62 d.C.), travolsero il quartiere meridionale ripetutamente seppellendolo. Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico d’un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un’erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell’irruente fiumara sempre più verso l’odierno. L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, secondo l’Ebner, la villa della famiglia Gavinio si ebbe con l’ultimo sensibile interramento del quartiere meridionale della città che si ebbe alla fine del V secolo d.C..Nella villa della famiglia Gavinio, a Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento. Infatti, sempre l’Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia dal monaco Attanasio e poi traslati a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Ebner, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britnniam” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia cit., p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (‘praefectus classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale ?). La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori etc…”. Ebner, a p. 27, vol. I, in proposito alla villa della gens Gavinia scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). I caratteri più significativi del predetto edificio sono stati evidenziati ancor meglio dalla successiva ricostruzione in pianta. La basilica era a navata unica e a forma rettangolare. Si presume che in fondo all’ampio catino absidale vi si innalzasse la cattedra del vescovo, affiancata a sinistra da sedili in pietra per i presbiteri, mentre i diaconi, come si sa, assistevano in piedi ai sacri riti. Davanti la cattedra si elevava l’altare che onorava i resti dell’evangelista, al cui nome fu dedicata la basilica come si soleva fare per consuetudine. Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia. Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio. E precisamente quando Velia era ancora una via obbligata di transito per coloro che giungevano dall’Oriente e vi si parlava e scriveva in greco, come documentano le epigrafi (54). Se poi dovesse risultare vero quanto supposto da Mario Napoli circa la trasformazione di un ambiente dell’attiguo complesso termale in un’aula per catecumeni, in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, etc…”. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Ebner, a p. 27, nella nota (54) postillava: “(54) P. Ebner, Nuove apigrafi di Velia, “PdP” 1966, fasc. 108-110, p. 336 sgg. Id Id., Nuove iscrizioni di Velia, “PdP” 1970, fasc. 130-133, p. 262 sgg. Id. Id., Altre iscrizioni e monete di Velia, “Pdp”, 1978, fasc. 178 p. 61 sgg.”. Giuseppe Antonini (…), nel suo “Lucania -Discorsi”, a pp. 165-166, riferendosi all’Epistola LXXVI in Livio (….), in proposito scriveva che: “Parlasi ivi di Aulo Gabinio, il quale dopo aver presi molti luoghi della nostra Regione, fu nell’assedio de’ Lucani alloggiamenti ucciso: ‘Aulus Gabinius legatus, rebus adversum Lucanos prospere gestis, multis oppidis expugnatis, in obsidione castrorum hostilium cecidit’. Veggasi ora se da queste cose si debba dar fede a Strabone, che i Lucani fossero a nulla ridotti etc…”. Antonini ci parla di Aulo Gavinio o Gabinio. Antonini, sulla scorta di Tito Livio ci dice che Aulo Gavinio fu ucciso dai Lucani. Livio scriveva che: “Il legato Aulo Gabinio, dopo aver condotto con successo le operazioni contro i Lucani, dopo aver preso molte città, cadde nell’assedio dell’accampamento nemico”. Antonini, a p. 165, nella nota (2) postillava: “(2) ….Non abbiamo noi nei tempi susseguenti un Correttore, e quattro Consoli di questa stessa famiglia? Ciò è stato dimostrato bene a lungo nel ‘Discorso’ precedente, onde non occorre dirne altro. I Terenzi tutti, i Gabinj, .., un ramo de’ Catoni non furono essi Lucani, e non ebbero mille cariche nella Repubblica ?.”. Pietro Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, nel vol. II, nel cap. V, a p. 140, in proposito scriveva: “Cicerone attendeva agli studi, visitava i suoi poderi e scriveva agli amici, quali Trebazio, in Gallia, e Curione in Asia; ma sovra tutto s’interessava delle sorti di Milone, poste in giuoco nell’asprissima lotta elettorale per il consolato. Aveva Milone percorso regolarmente la carriera politica etc….Cicerone nonostante lo vedesse abbandonato da Pompeo, cui egli anche nell’interesse dell’amico aveva ceduto nella faccenda di Gabinio (5); etc…”. Il Ciaceri, a p. 141, nella nota (5) postillava: “(5) v. sopra a p. 133”. Infatti, il Ciaceri, a p. 133, in proposito scriveva: “Ma da parte di Cesare e di Pompeo, che avevano voluto l’impresa (inviando l’uno truppe a Gabinio (1) e provvedendolo l’altro di mezzi finanziari per il tramite di C. Rabirio)(2), etc…Il sentimento di odio del grande oratore verso Gabinio aveva di già tratto nuovo alimento etc…”. Il Ciaceri, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Caes. bell. civ. III 4, 4; 103, 5”. Ricordiamo che Gabinio ci collega con Velia e con Caio Testa Trebazio amico di Cicerone. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: “(52) ….Naturalmente ve ne dovettero essere anche della gens Gavinia (v. PdP 1970, fasc. 130-133; p. 265).”. Riguardo la citazione di “PdP” si tratta della “La parola del Passato”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 27, in proposito scriveva: “Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima portate in Bretagna, a seguito di una concatenazione di eventi pare fossero state traslate da Gavinio (70), comandante della spedizione (‘praefectus classic ?) romana contro i Bretoni, in Lucania e a Velia.”. Ebner, a p. 27, nella nota (70) postillava: “(70) E’ notizia di una gens Gabinia originaria del Lazio, sparsasi poi in Campania e Lucania (CIL, X 351). Cfr. G. Antonini, La Lucania, Napoli, 1795, p. 166 no. 2 e p. 167; v. pure P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66. Per Velia, v. PdP, XXV, 1970, p. 265, sulla grande lastra di marmo perlaceo ivi rinvenuta che ricorda questa famiglia.”. Della villa romana di Gavinio, ne parla meglio l’Ebner (…), del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 29, dove cita il passo dell’autore della ‘Traslatio’ (77), per averlo constatato di persona, che in “Lucania partibus”, e cioè nel territorio circostante la chiesa anzidetta. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) ….e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Il Magnoni, a p. 66 prosegue: “Il solo Michele Zappulli pensò prima, che questo sacro deposito fusse stato trovato in Pesto, ove lo volle trasportato da Bretagna dallo stesso Gavinio, che ej fece Cavalier Pestano. Non vi è dubbio che fuvvi in Pesto questa famiglia Gavinia, e che onorati posti occupò. Ho presso di me una bellissima monetuccia di Pesto colla effige della Dea Mente Bona, ed in essa dall’altra parte si legge l’epigrafe di ‘Nummerio Gavinio Duumviro’.”. Dunque, secondo il Magnoni, la famiglia Gavinia o la ‘gens’ Gavinia era originaria di Paestum.
Nel 67 a. C., Cicerone e l’odiato GABINIO della Lex Gabinia
Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, nel vol. II, nel cap. V, a p. 140, in proposito scriveva: “Cicerone attendeva agli studi, visitava i suoi poderi e scriveva agli amici, quali Trebazio, in Gallia, e Curione in Asia; ma sovra tutto s’interessava delle sorti di Milone, poste in giuoco nell’asprissima lotta elettorale per il consolato. Aveva Milone percorso regolarmente la carriera politica etc….Cicerone nonostante lo vedesse abbandonato da Pompeo, cui egli anche nell’interesse dell’amico aveva ceduto nella faccenda di Gabinio (5); etc…”. Il Ciaceri, a p. 141, nella nota (5) postillava: “(5) v. sopra a p. 133”. Infatti, il Ciaceri, a p. 133, in proposito scriveva: “Ma da parte di Cesare e di Pompeo, che avevano voluto l’impresa (inviando l’uno truppe a Gabinio (1) e provvedendolo l’altro di mezzi finanziari per il tramite di C. Rabirio)(2), etc…Il sentimento di odio del grande oratore verso Gabinio aveva di già tratto nuovo alimento etc…”. Il Ciaceri, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Caes. bell. civ. III 4, 4; 103, 5”. Ricordiamo che Gabinio ci collega con Velia e con Caio Testa Trebazio amico di Cicerone. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 729 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, scondo l’Ebner, la villa della famiglia Gavinio si ebbe con l’ultimo sensibile interramento del quartiere meridionale della città che si ebbe alla fine del V secolo d.C..
MARCO TULLIO CICERONE ED IL FUNDUS SICCA
Nel 75 a.C., secondo il Guzzo ed il Tancredi, la frase “PARVA GEMMA MARIS INFERI” attribuita a Cicerone, come io credo, una delle tante bufale menzoniere su Sapri ricorre spesso nei blog pubblicitari sulla rete
Negli scritti di alcuni storici locali ricorre spesso la notizia di una lettera di Cicerone che scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il ‘Vicus’ come “Parva gemma maris inferi”, la cui traduzione letterale è “piccola gemma dei mari del Sud”. In questi scritti, però non vengono mai riferiti i riferimenti bibliografici. Questa notizia non è stata mai sufficientemente indagata. In questo blog che curo da pochi anni stò cercando di approfondire ed ulteriormente indagare alcuni temi e notizie. Questa notizia storica, come io credo è stata inventata di sana pianta, non è nuova nel panorama delle tante menzogne che via via si stratificano negli scritti locali e nelle storielle che vengono ripetute pedissequamente sulla rete. A questa si può affiancare il percorso chiamato “Appezzami l’asino”, appellativo o toponimo mai esistito nella sentieristica saprese. Al contrario, accade che la toponomastica antica, desumibile da documenti certi, non viene fatta conoscere. Da tempo ormai è invalso l’uso di epigrafi e cartelli non documentati. Ancora oggi non riesco a capire l’esatta provenienza della notizia ed ad individuare la lettera di Cicerone in cui egli, nel 75 a.C. scrive all’amico di Velia Caio Trebazio Testa. Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ redatta su incarico del Comune di Sapri per la redazone del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito scrivevo che: “Sulla scorta dell’Antonini, la storiografia locale, credeva riferirsi a Sapri Marco Tullio Cicerone, quando come questore in viaggio per la Sicilia occidentale, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a.C., diceva: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud). Marco Tullio Cicerone, nel I sec. navigò ripetute volte per le nostre coste; infatti nella lettera scritta nel 44 ad Attico (60) si legge: “perveni enim Vibonem ad Siccam”.”. Nella mia nota (60) postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.” riferendomi all’altra notizia e lettere ad Attico. Ancor prima, nel 1987, pubblicavo un mio saggio “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10 che fu citato da Felice Cesarino (…), nel suo saggio, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988. Nel 2014, lo studioso Antonio Scarfone (….), sulla scorta di alcuni scrittori locali, sul sito dell’ISPRA pubblicò il saggio dal titolo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, dove non troviamo nessun contributo o citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come ‘parva gemma maris inferi’, ecc…“, senza indicarne i riferimenti bibliografici. Nella mia Relazione riportavo la notizia dataci in precedenza da due storici locali, Angelo Guzzo e Luigi Tancredi. Riportavo la loro notizia della frase da loro attribuita a Marco Tullio Cicerone il quale, nell’anno 75 a.C., citava “Vibone”, appellandola con la seguente frase: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud).“. I due autori non hanno mai specificato quali fossero i reali riferimenti bibliografici riferiti alla frase di Cicerone e come io credo essi non esistono. Insomma la notizia è una delle solite e tante invenzioni dette su Sapri. Nella mia nota (60), della citata Relazione postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.” ….., dove, correttamente mi riferivo ad una lettera di Cicerone in “ad Atticum” dove Cicerone cita il sito di “Vibone ad Siccam”. La notizia dei due autori citati non è e non può essere tratta da un’epistola di Cicerone contenuta “ad Atticum”, opera di Cicerone, essendo una notizia che, come loro scrivono riguarda l’anno 75 a.C., quando Cicerone era in viaggio, di ritorno da Lilibeo (odierna Marsala in Sicilia), alla fine del suo mandato di questore dell’isola. Nella lettera, che riguarda l’anno 44 a.C., quando Cicerone si trova a Velia ospite della moglie dell’amico Talna (assente) e, che commenterò in avanti, Cicerone dice che egli perviene dalla località che chiama “Vibone ad Siccam”. Cicerone scrive pure che egli, da quella località si recò via mare a Velia, dove poi si troverà, ospite nella casa di Talna (assente). Dunque, gli storici locali, come io credo, giustamente hanno interpretato la località “Vibonem ad Siccam” come “Sapri”, a differenza della maggioranza degli studiosi che pone questa località quale “Vibo Valenzia” ma, hanno aggiunto la frase “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud)” che Cicerone, come vedremo non scrisse in quella lettera né come mi pare in nessun’altra. Resta comunque un dubbio sull’anno che i due autori locali pongono. La lettera da me citata riguarda l’anno 44 a.C., mentre i due autori ci parlano dell’anno 75 a.C.. In ogni caso, Cicerone scrive nel 75 a.C. ma non conosciamo l’esatto riferimento bibliografico e dunque non siamo sicuri della notizia. Vediamo la notizia dei due autori. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri – giovane e antica” parlando del “Vicus Saprinus” menzionato da Frontino, a p. 25, in proposito scriveva che: “Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore e filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’, “Piccola gemma dei mari del Sud”.”. Il Tancredi riferisce la notizia di una “parva gemma maris inferis” scritta da Cicerone riferendosi ad un “Saprinus” in una lettera scritta all’amico Caio Testa Trebazio ma il Tancredi non dice altro e non da alcun riferimento bibliografico di questa lettera. Nell’Antonini (….) non si fa cenno della notizia. Nel 1997, Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” a p. 175 parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky (….), nel suo “Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed il Guzzo (….) in seguito ci informano di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Angelo Guzzo (….), storico locale, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 222, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Il Guzzo ripete la stessa frase nell’altro suo lavoro. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky, ‘Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed ancora prima il Guzzo (….), in seguito ci informano di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Tornato a Roma dopo la morte di Silla, Cicerone iniziò la sua vera e propria carriera politica, in un ambiente sostanzialmente favorevole: nel 76 a.C., dopo aver pronunciato la celebre orazione Pro Roscio comoedo, si presentò come candidato alla questura, la prima magistratura del cursus honorum. I questori, eletti per un massimo di venti membri, si occupavano della gestione finanziaria o assistevano propretori e proconsoli nel governo delle province. Eletto alla carica per la città di Lilibeo (l’odierna Marsala), nella Sicilia occidentale, svolse il proprio lavoro con scrupolo e onestà (tanto da guadagnarsi la fiducia degli abitanti del luogo). Durante la permanenza in Sicilia, visitò la tomba di Archimede a Siracusa: grazie al suo interesse per l’uomo, sono state rinvenute alcune importanti informazioni sullo scienziato (in particolare, per quanto riguardi il suo planetario). Dunque, secondo i due autori locali, nell’anno 75 a.C., allorquando cioè, Cicerone, trovandosi in viaggio da Lilibeo (Sicilia Occidentale, odierna Marsala), “diretto in Sicilia in qualità di questore”, come scrive Angelo Guzzo, “durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore”, come scrive il Tancredi, che, tuttavia è la stessa cosa, egli scrisse all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa “si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’.”. E’ molto probabile che il “Saprinus” citato dal Tancredi è riferito al luogo di “Vibone”. Dunque, secondo i due autori, Cicerone, nell’anno 75 a.C., in viaggio, diretto in Sicilia, essendo stato nominato Proconsole della Sicilia Occidentale, si era fermato a “Vibone” e, secondo i due autori, Cicerone, scrivendo all’amico di Velia, Trebazio Testa appellava Sapri o Vibone come la “gemma dei mari del Sud”. Esiste questa notizia ?. Esiste questa lettera di Cicerone a Trebazio ?. Se la notizia fosse veritiera, forse troviamo queste notizie nelle “Vite” di Plutarco. In Wikipedia leggiamo che i fatti del consolato in Sicilia vengono racontati in “Plutarco, Vita di Cicerone, 6, 1″. Ma, potrebbe trattarsi anche della “Historia” di Sallustio (….), oppure in “Bruto”, opera dello stesso Cicerone. Carlo Felice Crispo, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, «ASCL» XI, 1941, pp. 1-20; 183-199; 225-233: “Si fermò Cicerone nella marina di Vibo la prima volta, nella primavera del 75 a.C. quando era in viaggio per raggiungere Lilybaeum sede della sua questura nella Sicilia Occidentale. Aveva 34 anni e cominciava allora la sua vita politica……Nel 76 Cicerone, già salito ad alta fama per l’orazione ‘pro Roscio’ e per importanti lettere politiche (2), era stato eletto ‘quaestor’ e nel 75 destinato alla Sicilia al seguito del pretore Sesto Peduceo.”.

(Fig….) Carlo Felice Crispo (….), in ASCL, XI, 1941, p. 1
Il Crispo, a pp. 1-2-3-4, ci parla però di “Vibone” (l’antica Hipponion) o si riferisce alla vicina “Bivona” che ospitava una masnada di fuggiaschi che vivevano di ladrocini. In ogni caso, il Crispo, del viaggio d’andata da Roma a Lilibeo, nel 75 a.C., il Crispo non dà riferimenti bibliografici ma ci parla di “Vibo Valentia”, l’antica “Vibo-Hippo”. Sulla questione ha scritto anche Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, dove, nel vol. I, a p. 38, in proposito scriveva che: “Fu destinato in Sicilia come questore del propretore Sesto Peduceo, con sede a Lilibeo (4). La Sicilia, come le altre provincie, era retta da un solo governatore, ma con lui erano due questori, l’uno a Siracusa e l’altro a Lilibeo…..Nessuno oggi può revocare in dubbio le affermazioni di Cicerone sulla bontà della sua opera di Questore in Sicilia. Ne fa fede il fatto che i Siciliani stessi gli rimasero graditissimi ed affezionati.”. Il Ciaceri, a p. 38 del cap. III, nella nota (4) postillava: “(4) ‘Brut.’, 92, 318: interim me quaestorem Siciliensis excepit annus.”. Il Ciaceri però continua il suo racconto a p. 39 passando direttamente al viaggio di rientro a Roma da Lilibeo e non dice nulla sul viaggio di andata a Lilibeo. Dunque, abbiamo solo il passo del Crispo che aveva scritto: “Si fermò Cicerone nella marina di Vibo la prima volta, nella primavera del 75 a.C. quando era in viaggio per raggiungere Lilybaeum sede della sua questura nella Sicilia Occidentale.”, di cui non abbiamo alcun riferimento bibliografico, forse perchè la notizia dataci dai due autori locali non esiste o, come io credo, è acclarata la notizia intorno al viaggio di Cicerone che dovette recarsi in Sicilia ma non ci sono notizie del viaggio e della sosta alla “Vibone Lucana” come la chiama il Tancredi che aggiunge la frase “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. E’ probabile che la notizia di una lettera a Trebazio, non sia esatta, mentre, come io credo, notizie intorno a “Vibone” sono contenute nelle orazioni che Cicerone fece e ricordò nella sua opera “In Verrem”, di cui parlerò per l’anno 70 a.C.. Dunque, ritornando alla lettera di Cicerone ed al suo viaggio, l’arrivo il 24 luglio nel fondo dell’amico Sicca a “Vibone ad Siccam”, alla sosta di un giorno a Velia a casa dell’amico Talna, gli storici locali, come io credo, giustamente hanno interpretato la località “Vibonem ad Siccam” come “Sapri”, a differenza della maggioranza degli studiosi che pone questa località quale “Vibo Valenzia”. Resta comunque un dubbio sull’anno che i due autori locali pongono. La lettera da me citata riguarda l’anno 44 a.C., mentre i due autori, ci parlano dell’anno 75 a.C.. Tuttavia, è vero che Cicerone, nel 75 a.C., si recò in viaggio in Sicilia ed in una lettera del 71 a.C. scrisse di “Vibone”, dove era ospite dell’amico Sicca o Vibio Sicca, ma, riguardo il viaggio di andata di Cicerone in Siciliano non si sa molto.
Nel 70 a.C., Cicerone e Gaio Licinio Verre che vide a Velia
Da Wikipedia leggiamo che Gaio Licinio Verre (in latino: Gaius Licinius Verres; 115 a.C. circa – Marsiglia, 43 a.C.) è stato un politico e magistrato romano del I secolo a.C.. Fu questore della provincia della Gallia Cisalpina sotto il console Gneo Carbone, successivamente fu scelto dapprima come legatus e poi come vicequestore da Gneo Cornelio Dolabella, designato governatore della Cilicia, divenne poi pretore urbano ed infine propretore della provincia della Sicilia. Durante il suo governo si macchiò di innumerevoli ingiustizie, allo scopo di accrescere il suo potere e le sue ricchezze personali. Compì concussioni, saccheggi e ruberie, pratiche piuttosto comuni nel periodo, per le quali, denunciato dai siciliani, subì un celebre processo a Roma nel quale Cicerone pronunciò contro di lui le orazioni denominate Verrine. L’Actio secunda in Verrem testimonia l’importanza politica che il processo contro Verre ebbe per la situazione politica di Roma, portando alla ribalta uno dei problemi più gravi per gli ultimi cinquanta anni della Res Publica, quello della corruzione. Infatti veri e propri atti di saccheggio erano piuttosto comuni da parte di pretori e propretori romani nella propria provincia, dettate dalla avidità di denaro, spesso impiegato a fini arrivistici per proseguire la carriera nel cursus honorum. Cicerone chiese un risarcimento di cento milioni di sesterzi “secondo la legge” poi indica l’ammontare della somma estorta in quaranta milioni. Infine Verre sarà costretto a pagare solo tre milioni, dato che ormai era già in esilio. Infatti era andato in esilio volontario – secondo alcuni commentatori, ma senza indicazioni al riguardo nelle fonti antiche – a Marsiglia, dove trovò la morte nelle proscrizioni del secondo triumvirato. Leggiamo da Wikipedia che Gaio Licinio Verra dal 73 a.C. al 71 a.C. fu propretore della Sicilia, designato dal Senato, e quindi acquisisce potere di imperium: funzioni militari, amministrative, giurisdizionali. Il governo di una provincia aveva durata annuale, ma in particolari circostanze poteva essere esteso. Il suo successore per il 72 era Quinto Arrio, che però non poté raggiungere la Sicilia in quanto impegnato nella guerra contro Spartaco ( nella quale morì) e quindi Verre ottenne una proroga dell’incarico. Poiché inoltre a causa della guerra servile e delle insurrezioni nell’Italia meridionale la situazione militare era molto pericolosa, il Senato gli prorogò ancora l’incarico anche per il 71 a.C., allo scopo di affidargli la protezione dell’isola contro eventuali infiltrazioni di ribelli. Durante il suo governo si macchiò di innumerevoli ingiustizie, allo scopo di accrescere il suo potere e le sue ricchezze personali. Compì concussioni, saccheggi e ruberie, pratiche piuttosto comuni nel periodo, per le quali, denunciato dai siciliani, subì un celebre processo a Roma nel quale Cicerone pronunciò contro di lui le orazioni denominate Verrine. Da Wikipedia leggiamo che, Cicerone, al termine del mandato, i siciliani gli affidarono la causa contro il propretore Verre, colpevole di aver tiranneggiato l’isola nel triennio 73-71 a.C.. Cicerone raccolse le prove della colpevolezza, pronunciò due orazioni preliminari (Divinatio in Quintum Caecilium e Actio prima in Verrem) e l’ex-governatore, attaccato da prove schiaccianti, scelse l’esilio volontario. Le cinque orazioni preparate per le successive fasi del processo (che costituiscono l’Actio secunda), furono pubblicate in seguito e costituiscono un’importante prova del malgoverno che l’oligarchia senatoria esercitava a seguito delle riforme di Silla. Attaccando Verre, Cicerone attaccò la prepotenza della nobiltà corrotta ma non l’istituzione senatoria stessa (anzi, fece appello proprio alla dignità di tale ordine affinché ne estromettesse i membri indegni). Acquisì, inoltre, un enorme prestigio perché a difendere Verre era Quinto Ortensio Ortalo, considerato il più grande avvocato dell’epoca: “sconfitto”, Ortensio dovette accettare che il suo posto venisse preso da Cicerone (il quale, si guadagnò il titolo di “Principe del Foro”); nonostante l’episodio, tuttavia, i due oratori strinsero, in seguito, un buon legame di amicizia (infatti, proprio a Ortalo che elogiò anche nel Brutus, Cicerone dedicò un’intera opera non pervenuta, l’Hortensius). Il successo ottenuto da quelle orazioni (che vennero poi chiamate Verrine), anticipatrici dei principi di un governo umano e ispirato a onestà e filantropia.
Nel 70 a.C., il “VICUS SAPRINUS” e il ‘FUNDUS SICCAE’, Cicerone nella sua opera “Verrem”
Un’altra notizia storica che riguarda la colonia romana di “Vibone”, che il Tancredi chiamò “Vibone Lucana” per distinguerla dalla “Vibo Valentia”, a cui, tutti gli storici di Cicerone attribuiscono il luogo dove Cicerone si fermò per l’inchiesta che conduceva contro il governatore della Sicilia, Verre, è il passo dell’opera di Cicerone, “Verrem”, actio II, in cui l’oratore parla di “Vibone”. Alcuni storici locali hanno voluto vedere la “Vibone”, o “Hipponion” di Cicerone la città scomparsa sulle colline tra Sapri e la medievale Vibonati.
Da Wikipedia, alla voce “Bivona” leggiamo che nel 71 a.C. sostò a Vibo durante il suo viaggio verso la Sicilia, dove si recò accompagnato dal cugino Lucio Tullio per raccogliere prove e testimonianze relative al processo contro il pretore Verre. Si fermò alcuni giorni nella città, venendo a conoscenza di numerosi dettagli per l’accusa. La zona costiera di Vibo Valentia, infatti, soffrì gravi danni a causa delle incursioni piratesche ad opera di gruppi di Italici con cui Verre era connivente. A tal proposito, nel processo Cicerone disse: (LA) « Ipsis autem Velentinis ex tam illustri Nobilique Municipio tantis de rebus responsum nullum dedisti, cum esses cum tunica pulla et pallio » « Ai delegati, poi, di Vibo (ai Valentini) uomini di così illustre e nobile Municipio non desti alcuna risposta su un argomento di tanta importanza, avendo addosso una tunica oscura, dell’umile gente, e il pallio » (Cic. Verr., V, 16).
Infatti, Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7……Ma tutto ciò non sembra avere a che fare con la città antica: la questione non è sulle origini di Vibonati, ma sull’esistenza o meno nella zona di una città romana di nome Vibo.”. Il La Greca, a p. 30 continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Passiamo alle fonti su Vibo. Nel 70 a.C. Cicerone, dopo un’inchiesta in Sicilia sulle malefatte del governatore Verre, ritorna in tutta fretta a Roma per il giorno del processo, navigando su una piccola imbarcazione tra Vibone e Velia (a Vibone Veliam), fra mille pericoli (55), legati forse al passaggio del capo Palinuro, ma forse anche alla presenza nella zona di schiavi fuggitivi appartenenti al disciolto esercito di Spartaco, sconfitto nel 71 da Crasso proprio in Lucania. Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (55) postillava: “(55) Cicerone, Verr., Sec., II, 40, 99”. Dunque, il La Greca scriveva che nel 70 a.C. Cicerone, dopo una sua inchiesta in Sicilia sulle malefatte di Verre, dovendosi trovare a Roma per partecipare al processo contro Verre dovette rientrare a Roma e, trovandosi ospite di un suo amico a “Vibone” egli dovette affrotare un pericoloso viaggio navigando su una piccola imbarcazione tra la città di Vibone e Velia. In entrambe le città, Vibone e poi Velia, Cicerone sostava ospitato da amici fidati. Il La Greca aggiunge che in questo breve ma pericoloso viaggio, Cicerone forse dovette affrontare il pericolo che per via mare in quel periodo vi erano diversi soldati dell’armata di Spartaco che erano stati sconfitti da Crasso nel 71 a.C. proprio in queste zone, forse nei pressi del Vallo di Diano. La notizia del viaggio periglioso di Cicerone è tratta da egli stesso che ne parla nella sua opera “Verrine” dedicata a Verre ed al suo processo. Da Wikipedia leggiamo che In Verrem è una serie di orazioni scritte da Cicerone, note anche come Verrine. Furono elaborate nel 70 a.C., in occasione di una causa di diritto penale discussa a Roma, che vedeva come accusatori il popolo della ricca provincia di Sicilia e l’ex propretore dell’isola Gaio Licinio Verre come imputato. L’accusa mossa nei suoi confronti era de pecuniis repetundis, cioè di concussione, reato consumato durante il triennio di governo dal 73 al 71 a.C. I siciliani, che avevano conosciuto poco tempo prima Cicerone come questore di Lilibeo, gli affidarono l’accusa. Dell’esatta ubicazione del Fundus Siccae si sono interessati l’Amatucci (….), che scriveva: “Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “ I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo“ in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, 1941 fasc. III p. 183 e seg. RUOPPOLO 1988 = M.G. RUOPPOLO, Un amico di Cicerone, L. (?) Vibius Sicca, «Athenaeum» LXVI, 1988, pp. 194-197. CRISPO 1941 = C.F. CRISPO, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, «ASCL» XI, 1941, pp. 1-20; 183-199; 225-233: “Si fermò Cicerone nella marina di Vibo la prima volta, nella primavera del 75 a.C. quando era in viaggio per raggiungere Lilybaeum sede della sua questura nella Sicilia Occidentale. Aveva 34 anni e cominciava allora la sua vita politica. Ecc..”.

(Fig….) C.F. Crispo (….), in ASCL, XI, 1941, p. 19
Sebbene il Crispo (….) parlando del viaggio di Cicerone in Sicilia per raccogliere informazioni sul Propretore della Sicilia Caio Licinio Verre, si ostinava a credere che la Vibone (Lucana) fosse Vibo Valenzia, a pp. 18-19, invece, il Crispo in proposito citava una lettera di Cicerone (….), contenuta nelle ‘Verrine’, in cui Cicerone parla di una città “Vibo di Velia”.

(Fig….) C.F. Crispo (….), in ASCL, XI, 1941, p. 19
Il Crispo a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “Così protetti i corsari potevano anche rendere ottimi servigi. Cicerone (‘in Verrine’ (II), 1,9) accenna alle insidie tesegli da Verre in mare e in terra nel viaggio in Sicilia e scansate in parte per la propria vigilanza, in parte per lo zelo e le affettuose premure degli amici (2). In nessun luogo dà particolare informazione su questo punto, ma pare che fosse proprio nel ‘Sinus Vibonensis’, alla fine della sua missione, gli fosse stato preparato l’agguato per sopprimerlo o almeno per impedirgli di essere presente a Roma il giorno del processo – il 5 di agosto (nonae sextilis) – avanti la ‘quaestio perpetua de repetundis’. Dice, infatti, che, per affrettarsi a giungere a Velia (3) e quindi a Roma, seguendo il solito itinerario, dovette imbarcarsi nel porto di Vibo con pericolo di vita, su piccola nave, sfidando i dardi contro di lui diretti dai predoni di mare e da Verre (1). Si trattava sempre di quel branco di ladroni Italici abbarbicatosi già da anni sulle coste di Temesa contro il quale i Vibonesi avevano invocatol ‘aiuto di Verre.”. Il Crispo a p. 18 nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘In Verrine’ (II), II, 40: non ego a Vibone Veliam parvulo navigo inter fugitivorum ac praedonum ac tua tela venissem, quo tempore omnis mea jestinatio etc…”. Dunque, dall’epistola contenuta nelle ‘Verrine’ Cicerone parla proprio di “Vibone Veliam”. Dunque, Cicerone fuggendo dalla Sicilia non si trovava per mari verso Vibo Valenzia ma si trovava vicino a una città chiamata “Vibone Velia”. Il Crispo a p. 18 nella sua nota (3) scriveva che: “Verre per essere assolto sperava nell’assenza di Cicerone ecc..”.
Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 288, in proposito scriveva che: “Cicerone, nella sua seconda ‘actio’ contro Verre, ricorda che, per trovarsi a Roma, come richiedeva la procedura, il giorno della trattazione della causa, dové esporsi ad un viaggio per mare pieno di pericoli, da Vibone a Velia (2). In un altro passo Cicerone afferma di aver visto con i suoi occhi, all’ancora del porto di Velia (p. 34), la splendida nave, su cui Verre si era imbarcato, non senza avervi prima caricato una parte, la più preziosa, della refurtiva (3). Etc…”. Il Magaldi a p. 288, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cicerone, Ad fam., IX, 7, 2 (a. 46): “……………..”….(in questa lettera Cicerone riferisce le diverse voci che correvano sull’itinerario che avrebbe seguito Cesare ritornando dalla guerra d’Africa).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, II, 40, 99: “……………..”…Cfr. C.F. Crispo, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, a. XI (1941), p. 18 seg.. Nel passo riferito di Cicerone vi era un allusione al ‘Thempsanum incommodum’, di cui si è fatto cenno (p. 188).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, V, 17, 44 etc..”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 34-35, in proposito scriveva che: “Secondo un’indicazione di Cicerone vide allora la nave, carica di preda siciliana, che Verre portava a Roma (5).”. Il Magaldi, a p. 34, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Cicerone, ad Atticum, XVI, 7, 5: “erat enim cum suis navibus apud H e l e t e m fluvium citra V e l i a m milia passuum III. Il Nissen, o. c., II, p. 895, preferisce intendere a tre miglia da una villa. Diversamente, bisogna ammettere che il tratto finale del fiume corresse anticamente molto più a nord.”. Il Magaldi, a p. 34, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Cicerone, Act., II in Verr., V, 17, 44: “Haec navis onusta praeda siciliensi….adpulsa V e l i a m est; ibidem: “Eam navem nuper egomet vidi V e l i a e.”. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 288, in proposito scriveva che: “Trebazio era il noto giureconsulto C. Trebazio Testa, a cui Orazio finge di rivolgersi, nella prima satira del secondo libro, per averne un parere circa il grado di pericolosità della sua satira (5). Trebazio possedeva a Velia estesi fondi rustici, ed una casa, dinanzi a cui cresceva un albero meraviglioso, che ne impediva la vista. Egli era molto benvenuto a Velia, e la notizia corsa, che volesse disfarsi delle sue possessioni, e abbandonare la città degli avi, per Roma, dove costruiva una casa, aveva messo di cattivo umore i Veliesi. Di questo loro sentimento si fa portavoce Cicerone, aggiungendovi una sua esortazione personale, nella lettera diretta all’amico da Velia, alla vigilia della partenza per Reggio (1). Durante questo viaggio per mare, che durò una settimana. Cicerone, per far piacere all’amico, voltò in latino, affidandosi alla sola memoria, senza il sussidio di libri, la materia dei “Topica” di Aristotele, e dedicò il lavoretto a Trebazio (2). Etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 727 parlando di Velia riferendosi ai saggi esplorativi di Mario Napoli, in proposito scriveva che: “…..che Cicerone disse lontano tremila passi dalla città e dove vide alla fonda la nave di Verre onusta di preda siciliana (40).”. Ebner, a p. 727, nella nota (40) postillava: “(40) Cicerone, Ad. Famil., XVI 7; In Verrem, III.”. Ebner postilla delle lettere “ad Familiares”, del Libro 7, ovvero le lettere all’amico di Velia, Trebazio Testa, pare fosse la lettera n° 16. Oppure si tratta del contrario, ovvero il Libro 16 e l’epistola n° 7. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 230 parlando e riferendosi a “Vibo Valentia”, in proposito scriveva: “Cicerone, infatti, al ritorno dalla Sicilia, ove erasi recato a compiere l’inchiesta contro Verre (a. 70), si fermò a Vibone per accertare il fatto che Verre aveva negato aiuto ai Vibonensi minacciati da una schiera di pirati, i quali, a quanto pare, s’erano stanziati, un pò più a nord, nel territorio di Tempsa (3); …..etc…”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (3) postillava che: “(3) Cic. Verr. V 16, 40-41”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (6) postillava che: “(6) Cic. Verr. V 16, 40: ipsis autem Valentinis ex tam inlustri nobilique municipio’ “. Dunque, in questo passaggio il Ciaceri sostiene che Cicerone, in occasione della sua inchiesta su Verre, di ritorno dalla Sicilia, la città che chiama “Vibone” non era la Vibone lucana ma si trattava di Vibo Valentia. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III, a p. 221-222, in proposito scriveva: “Quando a Cicerone, sappiamo che della flotta provinciale di Verre, governatore della Sicilia, caduta in mano dei pirati presso Eloro, faceva parte una nave della città di Alonzio, comandata dall’alonzino Filarco, il quale, venuto per primo in potere di quei ladroni, fu dopo pubblicamente riscattato dai Locresi (1). Vi è motivo di pensare che nello svolgimento del processo (a. 70) Cicerone avesse fatto venire in Roma uomini di Locri a testimoniare il fatto e che d’allora egli avesse considerato i Locresi come suoi clienti ponendoli sotto la sua protezione etc…”. Il Ciaceri a p. 230 riferendosi a ‘Vibo Valentia’, in proposito scriveva pure che: “A suo giudizio, era allora la città un nobile ed illustre municipio (6). E il suo piccolo porto aveva per i Romani un’importanza particolare dal punto di vista militare anche perchè di là essi potevano asportare il famoso legname della Sila, facendo ciò che un tempo avevan fatto con Caulonia Ateniesi e Siracusani, per cui v’è da ritenere che vi stabilissero cantieri navali, ben inteso poi che di là stesso potevan sorvegliare, come da vedetta, lo Stretto di Messina e le coste della Sicilia. Nelle guerre civili ebbe Vibone una parte notevole come stazione navale. Etc…”.
Nel 1988, M.G. Ruoppolo (….), nella rivista “Athenaeum”, LXVI, a pp. 194 pubblicò il saggio “Un amico di Cicerone: L. (?) Vibius Sicca”, dove ci parla di “Sicca”, amico di Cicerone. Il Ruoppolo, a p. 194, in proposito scriveva che: “Cicerone, nel corso dei suoi viaggi, si fermò a ‘Vibo Valentia’ almeno tre volte, in occasioni diverse. La città, in ottima posizione geografica, era raggiungibile per via di mare, grazie al suo porto, e per via di terra, posta com’era lungo il più importante asse viariodell’Italia meridionale. Pressocchè nulla sappiamo del viaggio di Cicerone nel 71, che lo portò nella città nel quadro delle indagini sull’operato di Verre in Sicilia (1). Etc…”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (I) postillava: “(1) Cicer. Verr., II, 40, 99. Gli abitanti di ‘Vibo Valentia’ si erano rivolti a Verre per ricevere aiuto contro la pirateria che infestava il loro mare, ma senza ottenere adeguata risposta (Cicer., Verr., V, 16, 40); avevano inoltre fornito un importante testimonianza sull’operato di Verre (Cicer., Verr., V, 61, 158″.”.
VIBIO O VIBIUS SICCA L’AMICO DI CICERONE CHE LO OSPITO’ DURANTE LA SUA FUGA
Nel ’58 a.C., il viaggio di Cicerone in fuga per la Lex Clodia, diretto in Sicilia e si ferma a Vibone
Da Wikipedia, alla voce “Bivona” leggiamo che la sosta di Cicerone del 58 a.C., presso la villa dell’amico Sicca, è documentata invece nella lettera ad Attico: Cicerone, nel marzo dello stesso anno lascia Roma su consiglio dello stesso Attico per sfuggire alla lex Clodia. Nella lettera, scritta nel viaggio tra Capua e Vibo si legge: « Utinam illum diem videam, cum tibi agam gratias, quod me vivere coegisti! Adhuc quidem valde me poenitet. Sed oro, ut ad me Vibonem statim venias, quo ego multis de causis converti iter meum. Sed eo si veneris, de toto itinere ac fuga mea consilium capere potero. Si id non feceris mirabor, sed confido te esse facturum. » (IT) « Voglia il cielo ch’io veda il giorno in cui mi sia dato di ringraziarti per avermi persuaso a vivere. Fino ad ora certamente non ho che da pentirmene amaramente, ma vorrei pregarti di venire subito a Vibona (Vibo), verso cui, per molte ragioni, ho dovuto mutar cammino. Se verrai, potrò prendere una decisione su tutto il viaggio e sul luogo dell’esilio. Se non farai così, rimarrò dolorosamente stupito. Ma confido che lo farai. » (Cic. Att., III, 3). In seguito al rifiuto di Cicerone di appoggiare la legge agraria a favore dei veterani di Pompeo, e la costituzione del primo triumvirato, egli si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares. Cicerone fu dunque processato per la sua condotta durante il processo ai Catilinari Lentulo e Cetego e costretto all’esilio. Lasciò Roma la notte tra il 19 e il 20 marzo di quell’anno e si recò a Vibona, sperando di portarsi in Sicilia, ma il pretore Virgilio – benché suo vecchio amico – non glielo consentì: in effetti l’isola distava da Roma meno delle 500 miglia prescritte dal bando e pertanto Cicerone optò per la città di Brindisi, dove soggiornò tredici giorni negli orti di Lenio Flacco prima di salpare per Durazzo. In più occasioni nei suoi scritti l’oratore loda l’ospitalità e l’amicizia dei brindisini e della famiglia di Lenio Flacco. Nei mesi dell’esilio Cicerone non si diede pace, implorando le sue conoscenze perché favorissero il suo ritorno. Da queste lettere, soprattutto quelle indirizzate all’amico Attico, si evincono alcune notizie riguardo i luoghi e gli amici che lo ospitarono. Molte notizie sono contrastanti e non ancora del tutto chiarite sulla permanenza di Cicerone a “Vibone” e, sull’amico che lo ospitò. Nel febbraio del 58 fu promulgata la lex Clodia de capite civis Romani (che mandava Cicerone in esilio) . Cicerone, senza attenderne l’approvazione dei comizi tributi, nella notte del 20 marzo del ’58 a.C., lasciò Roma e si diresse verso la Campania. Voleva recarsi in Epiro (ad Att. III,1), ma poi cambiò idea e, lasciata la via Appia, si mise sulla via Popilia che conduceva a Reggio Calabria. Nei pressi di Nares Lucanee scrisse ad Attico (III,2) per informarlo del cambiato itinerario e gli dava appuntamento a Vibone (Lucana); in una successiva lettera (ad Att. III,3), spiegava all’amico che per motivi di sicurezza si era rifugiato a Vibo nella casa di Sicca. Qui Cicerone venne a conoscenza della correzione apportata da Clodio alla seconda legge che nel frattempo era stata promulgata. Partito da Vibo alla volta di Turi, per raggiungere Brindisi e quindi l’Oriente, durante il viaggio, verso il 13 di aprile, scrisse una lettera ad Attico (III,4) nella quale tra l’altro gli diceva: ‘allata est enim nobis rogatio de pernicie mea; in qua quod correctum esse audieramus erat eiusmodi ut mihi ultra quadringenta milia liceret esse, illoc pervenire non liceret. Statim iter Brundisium versus contuli ante diem rogationis, ne et Sicca apud quem eram periret et quod Melitae esse non licebat’. Cicerone, male informato. parla di 400 miglia. che per giunta calcola da Roma, ma in effetti egli era allontanato di 500 miglia dai confini d’Italia, come attesta Plutarco. Ora, mentre Cicerone era a Vibo nel fundus Siccae (….), dovette ricevere, quantunque non ne faccia menzione nelle lettere scritte ad Attico in questo periodo, una comunicazione: da Gaio Virgilio, pretore della Sicilia, il quale gli faceva sapere, come attesta Plutarco, di tenersi lontano dalla sua provincia. Cicerone dovette maturare l’idea di recarsi in Sicilia durante il viaggio verso il mezzogiorno della penisola, tant’è vero che, come abbiamo ricordato, ad un certo punto non bene identificabile, invece di recarsi direttamente a Brindisi per raggiungere l’Oriente, deviò verso il Bruzio ponendosi sulla via Popilia. L’esule dunque, agitato da vari pensieri, depose l’idea di andare in Oriente e decise di trovare ospitalità in Sicilia, dove era pretore un suo amico. Quantunque questa decisione non emerga dalle lettere inviate ad Attico, tuttavia non c’è dubbio che le cose si siano svolte così, come del resto rilevasi sia da quanto Cicerone stesso ricorda nell’orazione pro Plancio 95, 96, sia anche dalla testimonianza di Plutarco (1.c.), il quale attribuisce all’esule il proposito di raggiungere la Sicilia appena uscito da Roma. Ora, riprendendo il nostro ragionamento, se, come abbiamo motivo di ritenere, Cicerone, prima di scrivere questa lettera ad Attico, aveva ricevuto anche la comunicazione da Gaio Virgilio, a maggior ragione, a parte il computo della distanza dall’Italia, egli dovette rinunziare al proposito di andare in Sicilia, nella quale gli era vietato di porre i piede. Veramente, nel passo della lettera che stiamo esaminando. Cicerone non fa altra questione se non quella della distanza, ma poichè lascia intendere di recarsi in oriente, dal momento che prende la via di Brindisi, è giusto pensare che il divieto di Gaio Virgilio era già a sua conoscenza. Suppongo che Cicerone tralasci di ricordare esplicitamente il divieto del pretore di Sicilia, perchè egli è tutto rivolto con la mente alla correzione della legge del tribuno. Quando Cicerone scrive ut… illoc pervenire non liceret vuole alludere alla Sicilia e non ad altro luogo; ed è anche evidente che, nelle righe seguenti della lettera, il pensiero dell’esule è rivolto ad altro e che la Sicilia, tra le considerazioni che seguono, non può essere più ricordata in quanto che l’argomento è stato già in precedenza esaurito, sia pure con la semplice valutazione della distanza. Nell’esame della lettera, non dobbiamo in questo momento perdere di vista la successione logica del pensiero di Cicerone, perchè ciò, come vedremo, ha una grande importanza ai fini della nostra dimostrazione. A questo punto, vien fatto di domandarsi: che c’entra, nel passo della lettera, il ricordo di Malta e quando mai Cicerone aveva manifestato il proposito di rifugiarsi in quest’isola? Se Melita fosse Malta, Cicerone avrebbe ricordato quest’isola, logicamente, accanto alla Sicilia e non dopo altre considerazioni statim iter Brundisium versus contuli… ne et Sicca apud quem eram, periet et quod Melitae esse non licebat. Ma c’è da fare un’altra importante osservazione. Malta che, come si sa, è a sud di Pachino di circa 90 km., fu definitivamente strappata ai Cartaginesi nel 218 dal console Sempronio, il quale costrinse alla resa il presidio cartaginese agli ordini di Amilcare. Da allora, quel gruppo di isole fu annesso alla provincia di Sicilia ed il governo centrale, con sede nel municipio di Malta, era rappresentato da un procuratore alle dipendenze del pretore di Sicilia. In base a ciò. non può sfuggire l’impossibilità d’identificare Melita con Malta. Ai fini del divieto imposto a Cicerone dal pretore Gaio Virgilio, è evidente che dire Sicilia o Malta era perfettamente la stessa cosa, dato il rapporto di dipendenza giurisdizionale dell’isola dal pretore di Sicilia. Esclusa l’identificazione di Melita con Malta per gli argomenti su addotti, cerchiamo di identificare questo luogo. Suppongo che dovesse trovarsi in territorio metropolitano e lontano da Vibo, come sil rileva dal passo di Cicerone, in cui il nome di Sicca, che era a Vibo, è posto accanto alla menzione di Melita (ne et Sicca, apud quem eram periret, et quod Melitae esse non licebat). Ora, nei pressi di Monteleone esiste un paese chiamato Mileto, sulle cui rovine Ruggiero il Normanno nel 1058 fece costruire una cittadina nella quale stabilì la sua corte (10). Questa località è vicina all’antico Hipponio, che sovrastava all’ Ippwniàthz kòlpoz (Strabone 6, 266), detto dai Romani sinus Vibonensis (Plinio n. h. 10, 29). Quivi appunto nel 191 a. C. i Romani dedussero una colonia di plebei del Lazio. Questa località è vicina all’antico Hipponio, che sovrastava all’ Ippwniàthz kòlpoz (Strabone 6, 266), detto dai Romani sinus Vibonensis (Plinio n. h. 10, 29). Quivi appunto nel 191 a. C. i Romani dedussero una colonia di plebei del Lazio. Concludendo, dunque, Cicerone ha voluto dire ad Attico: appena che sono venuto a conoscenza della correzione apportata da Clodio al bando per cui non potevo, per motivi di distanza, recarmi in Sicilia, ho preso immediatamente la via di Brindisi il giorno precedente alla votazione della legge, sia per non mettere nei guai Sicca, che mi ospitava a suo rischio, sia anche perchè a Mileto non potevo starmene nascosto in campagna. A bene osservare il testo di Cicerone, appare chiaro che l’esule, dopo aver liquidato con la valutazione della distanza di 400 miglia il suo progettato ritiro in Sicilia, nel successivo periodo, passa ad un’altra serie di considerazioni, in cui il fatto che egli non volesse generosamente mettere nei guai Sicca, dato il divieto di Clodio di accogliere l’esule, è intimamente legato alla sua permanenza a Mileto, cioè nel fundus Siccae, che corrisponde esattamente a (tò) cwrìon ricordato da Plutarco. Dell’esatta ubicazione del ‘Fundus Siccae’ si sono interessati l’Amatucci: “ Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo“ in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, 1941 fasc. III p. 183 e seg. L’Amatucci, nell’interessante nota già ricordata, ha avuto per primo il merito di identificare Melita con l’attuale Mileto. Il fundus Siccae, ricordato da Cicerone, è da identificare col cwrìon menzionato da Plutarco. E questo fundus non era a Vibo, dove Sicca, come attesta Plutarco, non volle accogliere l’esule per ovvie ragioni di sicurezza, bensì in un oppidulum della valle del Mesima, denominato sin dal sec. XIV Mellite o Melita. La serrata dimostrazione dell’Amatucci, che identifica il luogo dell’Appennino calabrese ricordato da Cicerone nella lettera in questione è basata su rilievi di carattere puramente topografici, che dimostrano un‘esatta conoscenza dei luoghi percorsi da Cicerone in questo doloroso momento della sua vita. Il Crispo non condivide il punto di vista dell’Amatucci e ritiene che Melita sia Malta, ma di questa sua asserzione non dà una dimostrazione convincente. Certo, è naturale che, leggendo Melita il pensiero corra a Malta, ma, in base a quanto abbiamo detto, discutendo dei luoghi di Cicerone e di Plutarco che ricordano lo stesso episodio, non credo che si possa agevolmente accogliere quest’identificazione che si tramanda, a parer mio, erroneamente di edizione in edizione. Io ho accolto la tesi dell’Amatucci e ad essa ho apportato nuovi elementi per sostenerla e – confermarla.
Nel ’58 a.C., Cicerone, il vicus “SAPRINUS” e la tenuta (proprietà fondiaria), il ‘Fundus Sicca’ dell’amico Sicca o Sica nei pressi di Vibone (Lucana), secondo il racconto di Plutarco
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….L’Antonini cita inoltre anche Plutarco, il quale nella vita di Cicerone, ricordando la sua presenza nella villa di Sicca a Vibone, pone questa località in Lucania (59). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (59) postillava: “(59) Plutarco, Cic., 32, 2”. Non sappiamo a quale edizione di Plutarco si riferisca nella sua postilla il La Greca. Dunque, il La Greca (….) cita Plutarco (….) e credo che si riferisca proprio alle sue “Vite”, ovvero la vita di Cicerone, ne parla a pp. 31, 32. Dunque, la notizia potrebbe provenire anche da Plutarco (…) che parlò di Cicerone nella sua opera le Vite parallele (Βίοι Παράλληλοι) sono dedicate a Quinto Sosio Senecione, amico e confidente di Plutarco, al quale lo scrittore dedica anche altre opere e trattati. Costituite da 23 coppie (una è andata perduta), alla biografia di un personaggio greco viene accostata, generalmente, quella di un romano, ad esempio Alessandro Magno e Giulio Cesare. L’originalità plutarchea sta proprio in questo accostamento, che dimostra sia come l’Ellade avesse prodotto valenti uomini d’azione e sia come i Romani non fossero tutti barbari. Le sue biografie contengono un’infinità di informazioni utili alla ricerca storiografica. L’Antonini (….), è il primo a riferire del toponimo (nome di luogo), attribuendolo e credendo si riferisca a Sapri, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, che era spesso in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a pp. 420-421 (I ed. 1745 e p. 419, II ed. 1795) parlando di Vibonati (quella antica non quella attuale), in proposito apriva il capitolo XI dicendo: “Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: “Nec solus Strabo (sono le parole di quest’ultimo) “….Calabriam cum Lucania consundit, Plutarcus, ut infra videbimus, Vibonem in Lucania esse decit”. Due uomini di questo conto, come Strabone, e Plutarco, e che valgono più di Barrio, potevano bastare per far loro credere, che in Lucania vi fosse il Vibone.”. Antonini, a p. 427 (I ed. 1745 e p. 426, II ed. 1795), in proposito scriveva che: “Plutarco (cosi malamente trattato da Barrio, e dal citato autor delle note) nella ‘vita di quest Oratore’, par che ci chiude la bocca, e termini la questione; poichè ragionando del già detto viaggio, dice che per venire qui: “Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama ‘Hipponem’ il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: “Εν δε ‘Ιππωνια πολει της Λευχανιας ιω Ουιβωνα νιω χαλουσιν, Ουιβιος Σιχελος ανηρ αλλα τε πολλα της Κιχερνος φιλιας απολελαυχως, χαι γεγονως υπατευοντος αυτου τεχτονων υπαρχος, οιχια ηεν ουχ εδεξατο, το χωριον δε χαταγραψειν επηγγελλετο.“…Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?). Vibius, Siculus genere, qui cum alios fructus eu Ciceronis amicitia returelat, tum fuerat eo Consule Praefectus fabrum, non admisit eum domum, sed locum ostendit ei designatum in agro, quo posset se recipere; e con ciò crediamo di aver chiaramente dimostrato l’abbaglio di taluni, che peraltro meritan tutta la stima, per non essere pratici de’ luoghi etc…”. Sulle parole dell’Antonini ha ragionato, nel 1988, M.G. Ruoppolo (….), nella rivista “Athenaeum”, LXVI, a pp. 194 pubblicò il saggio “Un amico di Cicerone: L. (?) Vibius Sicca”, dove ci parla di “Sicca”, amico di Cicerone.Il Ruoppolo ci parla dell’amico Sicca, che ospitò momentaneamente Cicerone in viaggio, e ci parla pure del luogo dove, l’amico Sicca lo ospitò, ovvero “Vibone” e, dando per scontato che il toponimo citato da Cicerone fosse Vibo Valentia e non come alcuni, come ad esempio l’Antonini, abbiano creduto si trattasse di un’altra “Hipponion”, di un’altra città chiamata “Vibone”, un’altra città che non sia Vibo Valentia, ma piuttosto si trattasse di una città molto vicina a Nares Lucana, da dove Cicerone, peraltro, l’8 aprile scrive ad Attico. Come ho cercato di dimostrare, alcuni autori come Plutarco (….) dicono non si tratti di Vibo Valenzia in Calabria anche perchè questa cittadina aveva un porto molto distante dalle ville della costa Velina. E’ molto probabile che si tratti della baia e del porto di Sapri. Ma vediamo cosa scrisse il Ruoppolo. Il Ruoppolo, a p. 194, in proposito scriveva che: “Cicerone, nel corso dei suoi viaggi, si fermò a ‘Vibo Valentia’ almeno tre volte, in occasioni diverse. ….Nel 58 etc….Durante quei giorni l’oratore fu dunque ospite dell’amico Sicca. Allo stesso episodio, e quindi allo stesso personaggio, si riferisce una preziosa, quanto controversa testimonianza di Plutarco, nella vita dell’oratore (5): “Eν δ’ ‘Ιχπωνιφ, πδλει της Λωιχανιας, ην Ουιβωνα νυν χαλουσιν, Ουιβιος, Σιχελος ανηρ, αλλα τε πολλα της Κιχερωνος φιλζας αχολελαυχως χαζ γεγονως υπατευσντος αντου τεχτονων επαρχος, οζχια μεν ουχ εδεξατο, το χωριον δε χαταγραψειν επηγγελλετο, χαζ Γαιος Ουεργζλιος, δ της Σιχελζας στρατηγος, ανηρ εν τοζς μαλιστα Κιχερωνι χεχρημξνος, ζγραψεν απεχεσθαι της Σιχελος.”(6). Il testo qui riportato è quello tramandato da tutti i codici, ad eccezione del ‘Matritentis’ che omette il termine ‘Σιχελος’.”. Il testo di Plutarco scritto in greco tradotto significa: “…ma con ammirazione lo riferii a Ipponio, una città della Lucania, ora chiamata Uiboana, Ubius, Sikelos anir, ma più dell’amico di Cicerone che godeva e sospettava effettivamente questa provincia massonica, case, ma niente cibo, il villaggio non era registrato, e Gaio Virgilio, tiranno di Sicilia.”. Il Ruoppolo, a p. 194 continuando il suo racconto scriveva: “L’identità fra il personaggio in questione e il ‘Sicca’ dell’epistolario ciceroniano risulta evidente ed era stata riconosciuta dall’Ernesti (7) prima e da Orelli (8) poi. Più tardi Munzer curando la voce ‘Sicca’ per la Pauly-Wissowa (9), proponeva di correggere il ‘Σιχελος’ in ‘Σιχχας’, giustificando etc….”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) Cic., Dom., XIX, 50”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (3) postillava: “(3) Ad Att. III, 3”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (4) postillava: “(4) Ad Att., III, 4.”.. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (5) postillava: “(5) Plutarco, Cic., XXXII, 2.”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (6) postillava: “(6) Il testo è quello edito da B. Perrin, Plutarch’s Lives, London, 1963, VII, pp. 162-163.”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (7) postillava: “(7) C.A. Ernesti, Clavis ciceroniana sive indices et verborum, 1777, p. 162.”. Si tratta di Giovanni Augusto Ernesti (….), ed il suo “…………………..” ………….Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (8) postillava: “(8) G. Orelli, Onomasticon Tullianum, Torino, 1838, II, p. 549.”. Si tratta di Orelli J.C. (…), Onomasticon Tullianum, Torino, 1838, II, p. 549. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (9) postillava: “(9) Fr. Munzer, in R.E., II A (1923), col. 2186.”. Bernadotte Perrin, a pp. 163 e p. 165 del vol. VII, in proposito scriveva che: “XXXII. But as soon as it was known that the had fled, Clodius causeda vote of banishment to be passed upon him, and issued an edict that all men should refuse him fire and water and that no man should give him shelter within five hundred miles of Italy. Now, most men paid not the slightest heed to this edict out of respect for Cicero, and escorted him on his way with every mark of kindness; but at Hipponium, a city of Luicania (2), which is now called Vibo, Vibius, a Sicilian, who ad profited much from Cicero’s friendship and particularly by being made prefect of engineers during his consulship, would not receive him in his house, but sen him word that he would assign him his country-place for residence; and Caius Vergilius, the praetor of Sicily (1), who had been on most intimate terms whit Cicero, wrote him to keep away from Sicily (2). Dishertened at this treatment, he set out for Brundisium, and from there tried to cross to Dyrrachium ecc…”. la cui traduzione dovrebbe essere: “XXXII. Ma non appena si seppe che era fuggito, Clodio fece emettere un voto di esilio su di lui e emanò un editto che tutti gli uomini dovessero rifiutargli fuoco e acqua e che nessuno gli desse rifugio entro cinquecento miglia dall’Italia. Ora, la maggior parte degli uomini non ha prestato la minima attenzione a questo editto per rispetto di Cicerone, e lo ha scortato per la sua strada con ogni segno di gentilezza; ma a Ipponio, città della Lucania (2), che oggi si chiama Vibo, Vibio siciliano, che molto profittò dell’amicizia di Cicerone e specialmente di essere fatto prefetto degli ingegneri durante il suo consolato, non lo volle ricevere in casa sua, ma mandagli a dire che gli avrebbe assegnato la sua casa di campagna per la residenza; e Caio Vergilio, pretore di Sicilia (1), che era stato in strettissimi rapporti con Cicerone, gli scrisse di tenersi lontano dalla Sicilia (2). Scoraggiato da questo trattamento, partì per Brundisium, e di là cercò di passare per Dyrrachium ecc…”. La Perrin, a p. 163, nella nota (2) postillava: “Rather Bruttium”. La Perrin, a p. 165, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Cicero, pro Plancio, 40, 95 ff.”. Dunque, la Perrin, a p. 163 scriveva che: “XXXII. Ma non appena si seppe che era fuggito, Clodio fece emettere un voto di esilio su di lui e emanò un editto che tutti gli uomini dovessero rifiutargli fuoco e acqua e che nessuno gli desse rifugio entro cinquecento miglia dall’Italia.” ovvero che, Clodio fece un editto che poneva Cicerone in esilio. Dunque, il Ruoppolo (….) cita Plutarco (….) e credo che si riferisca proprio alle sue “Vite”, ovvero la vita di Cicerone, ne parla a pp. 31, 32. Non sappiamo a quale edizione di Plutarco si riferisca nella sua postilla il La Greca. Dunque, come scrive il La Greca, la notizia del viaggio di Cicerone da “Vibone” a Velia è dello stesso Cicerone che lo scrive nelle sue lettere all’amico Attico, ma questa notizia è confermata anche da Plutarco nelle sue “Vite parallele”, ovvero la vita di Cicerone. Bernadotte Perrin, sulla scorta della traduzione dal greco di Plutarco scriveva che: “….ma a Ipponio, città della Lucania (2), che oggi si chiama Vibo, Vibio siciliano, che molto profittò dell’amicizia di Cicerone e specialmente di essere fatto prefetto degli ingegneri durante il suo consolato, non lo volle ricevere in casa sua, ma mandagli a dire che gli avrebbe assegnato la sua casa di campagna per la residenza; e Caio Vergilio, pretore di Sicilia (1), che era stato in strettissimi rapporti con Cicerone, gli scrisse di tenersi lontano dalla Sicilia (2). Scoraggiato da questo trattamento, partì per Brundisium, e di là cercò di passare per Dyrrachium ecc…”. Dunque, la Perrin scrive che: “Ipponio, città della Lucania (2), che oggi si chiama Vibo” e, nella nota (2) a p. 163 postillava: “Rather Bruttium” ovvero che questa città “che oggi si chiama Vibo” era posta in Lucania ma ai confini con il Brutium cioè con l’antica Calabria. Dunque, la città di “Vibo” di cui parla Plutarco, secondo la Perrin (….), non poteva essere la “Vibo Valenzia” di oggi che è in fondo alla Calabria, ma secondo Plutarco era una “Hipponio”, in seguito “Vibo”, della Lucania. Tesi già sostenuta dall’Antonini, come si è già visto, che si rifaceva al passo controverso di Plutarco. A sostegno della sua tesi, l’Antonini (….), cita lo scrittore greco Plutarco (….), che visse sotto l’Impero romano e scrisse la biografia di diversi personaggi illustri, tra cui quella di Marco Tullio Cicerone. Antonini, dice che Plutarco, nella sua: “Vita di questo Oratore” (parlava della vita di Cicerone), scriveva che “per venire qui: Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama Hipponem il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: (riporta il passo scritto in greco da Plutarco), Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?).“. Dovrebbe trattarsi di un passo (il Di Spigno e il La Greca dicono sia scritto a pp. 31-32) che io ho trovato nel testo di Plutarco (….), ‘Vite parallele’ pubblicato nel testo “Seconda parte delle vite di Plutarco Cheroneo etc…”, dove a p. 235 è scritto: “cinquecento miglia fuori d’Italia. Non vi fu quasi persona, che stimasse quello editto, perchè tutti riverivano Cicerone, & infinita umanità e cortesia gli usarono sempre. Tuttavia capitan lo egli in Hippone città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone, un certo Siciliano, che aveva nome Vibio, il quale in affarissime cose s’era servito dell’amicizia di Cicerone, & nel Consolato di lui era stato creato prefetto dè fabri; non lo volle alloggiare; anzi gli minacciò, che subito sarebbe ito ad accusarlo. Ecc…Navigando poi con buon vento a Durazzo ecc..”. Questo passaggio di Plutarco nella vita di Cicerone è interessante perchè anche lui ci parla di una Vibone. Il trascrittore dellopera di Plutarco prima la chiama ‘Hippone’ (Hipponion) e poi aggiunge “città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone”. Ovviamente, sebbene tantissimi autori locali tra cui l’Ebner (….) abbiano citato le lettere ad Attico di Cicerone, nessuno ha mai voluto indagare ed approfondire la questione della Vibo Lucana e del podere di Sicca che Cicerone cita più volte. Nel testo “Epistole ad Attico_1” (vol. II) a cura di Carlo Di Spigno (….), pubblicato nel 1998 per l’edizione Utet, a p. 268, nella sua nota (2), riferendosi alla lettera (49, III, 4) postillava che: “(2) La distanza era calcolata dalle coste d’Italia; cfr. 52 (III, 7), vol. I; Plut., Cic. 32. Mentre Cicerone parla di 400 miglia, in Plutarco e in Cassio Dione leggiamo 500; cfr. Plut., l.c.; Cass. Dio, XXXVIII, 17,7. La discrepanza dei dati è variamente spiegabile, ma il testo ciceroniano non va toccato.”. Ora vediamo cosa voleva intendere il Di Spigno con la postilla di: “Plut., Cicer., 32.”. Voleva intendere il testo di Plutarco sulla vita di Cicerone contenuta nelle sue “Vite parallele”. A sostegno della sua tesi, l’Antonini (….), cita lo scrittore greco Plutarco (….), che visse sotto l’Impero romano e scrisse la biografia di diversi personaggi illustri, tra cui quella di Marco Tullio Cicerone. Antonini, dice che Plutarco, nella sua: “Vita di questo Oratore” (parlava della vita di Cicerone), scriveva che “per venire qui: Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama Hipponem il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: (riporta il passo scritto in greco da Plutarco), Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?).“. Dovrebbe trattarsi di un passo (il Di Spigno e il La Greca dicono essere a pp. 31-32) che io ho trovato nel testo di Plutarco (….), ‘Vite parallele’ pubblicato nel testo “Seconda parte delle vite di Plutarco Cheroneo etc…”, dove a p. 235 è scritto: “cinquecento miglia fuori d’Italia. Non vi fu quasi persona, che stimasse quello editto, perchè tutti riverivano Cicerone, & infinita umanità e cortesia gli usarono sempre. Tuttavia capitan lo egli in Hippone città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone, un certo Siciliano, che aveva nome Vibio, il quale in affarissime cose s’era servito dell’amicizia di Cicerone, & nel Consolato di lui era stato creato prefetto dè fabri; non lo volle alloggiare; anzi gli minacciò, che subito sarebbe ito ad accusarlo. Ecc…Navigando poi con buon vento a Durazzo ecc..”. Questo passaggio di Plutarco nella vita di Cicerone è interessante perchè anche lui ci parla di una Vibone. Il trascrittore dellopera di Plutarco prima la chiama ‘Hippone’ (Hipponion) e poi aggiunge “città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone”. Ovviamente, sebbene tantissimi autori locali tra cui l’Ebner (….) abbiano citato le lettere ad Attico di Cicerone, nessuno ha mai voluto indagare ed approfondire la questione della Vibo Lucana e del podere di Sicca che Cicerone cita più volte:

(Fig….) Plutarco, vita di Cicerone, in ‘Vite parallele’, p. 235
Plutarco parla di Vibio siciliano. Cicerone, nel passo della lettera, menziona invece Sicca . E’ possibile conciliare le due testimonianze? Si deve pensare ad una svista di Plutarco, che tramanderebbe un nome per un altro, oppure Sicca e Vibio siciliano sono effettivamente due persone distinte? Per spiegare questa confusione e per far concordare le due fonti sono state avanzate delle ipotesi. Premettiamo che presso taluni si nota una certa perplessità nel riconoscere in Vibio siciliano, che non volle accogliere Cicerone a Vibo bensì in un cwrìon , lo stesso personaggio ricordato da Cicerone e che accolse invece l’esule a Vibo. Questo dubbio è dello Smith, che si fa eco di vecchi commenti. Effettivamente a prima vista, Sicca e Vibio potrebbero sembrare due persone distinte. Infatti, come vedremo più avanti anche Fernando La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) cita alcune lettere di Cicerone inviate ad Attico, in particolare cita “Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca);” e poi aggiunge: “Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Dunque, il passaggio di Plutarco che abbiamo letto: “….Hippone città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone, un certo Siciliano, che aveva nome Vibio, ecc…” è per Ferdinando La Greca il “Vibio Sicca, amico di Cicerone”. Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, riguardo il toponimo di “Bibo ad Siccam odie ruin (ato)” contenuto mella carta “carta del Cilento” (quella parigina, non quella da me scoperta all’ASN), in proposito postillava di Plutarco e nella sua nota (41) postillava che: “(41)….Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ecc…”. Dunque, il La Greca (….) cita Plutarco (….) e credo che si riferisca proprio alle sue “Vite”, ovvero la vita di Cicerone, ne parla a pp. 31, 32. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…. Pietro Ebner ed altri studiosi hanno ritenuto di escludere l’ipotesi dell’Antonini, in quanto le prime testimonianze medioevali su Vibonati chiamano tale insediamento in modi diversi, che fanno escludere una derivazione: casalis Libonatorum, Bonatorum, Bonati, Li Bonati, e solo in epoca moderna Vibonati (54). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (53) postillava: “(53) Antonini, 1795, vol. I, pp. 419-428”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (54) postillava: “(54) Ebner, 1982, II, pp. 740-744”. Dunque, il La Greca (….) cita Plutarco (….) e credo che si riferisca proprio alle sue “Vite”, ovvero la vita di Cicerone, ne parla a pp. 31, 32. Non sappiamo a quale edizione di Plutarco si riferisca nella sua postilla il La Greca. Plutarco, nel ……., nella sua opea “Le Vite”, quella di “Cicerone”, ci parla della colonia latina di Vibone, ma non si riferisce a quella di “Vibo Valentia”, in Calabria ma dice che essa si trovava in Lucania. Nell’Antonini, il riferimento a è a p. 427, dove, nella nota (I) postillava che: “…Grevio nelle note all’epistole 3 del libro 3 ad Attico, confonde anche egli il nostro Vibone coll’Ipponio, col Vibo Valentia, e ne fa malamente un solo; e se tra questi uomini di contro convenisse dar luogo all’autor della Lucania illustrata, vi si potrebbe al fol. 5 leggere un maggior errore, cioè che Ippone, oggi Monteleone fu di dominio de’ Lucani, citando per giunta Plutarco nella vita di Cicerone.”. Dunque, l’Antonini citava Costantino Gatta (….), ed il suo “La Lucania illustrata etc…”, fol. 5. Da Wikipedia leggiamo che Plutarco (in greco antico: Πλούταρχος Plútarchos, pronuncia: [ˈplu:tarkʰos]; Cheronea, 46/48 – Delfi, 125/127) è stato un biografo, scrittore, filosofo e sacerdote greco antico, vissuto sotto l’Impero romano: ebbe anche la cittadinanza romana e ricoprì incarichi amministrativi. Studiò ad Atene e fu fortemente influenzato dalla filosofia di Platone. La sua opera più famosa è costituita dalle Vite parallele, biografie dei più famosi personaggi della classicità greco-romana, oltre ai Moralia, di carattere etico, scientifico, erudito, in un pensiero fortemente influenzato da Platone e dal fatto che nell’ultima parte della sua vita fu sacerdote al Santuario di Delfi. In “Le vite parallele di Plutarco volgarizzate da Marcello Adriani il giovane, tratte da un codice autografo inedito della corsiniana etc…”, a p. 187 del vol. V, dove Plutarco fa la biografia di Cicerone, al cap. XXXII, in proposito è scritto che: “Quando si seppe chiara la partenza, Clodio, etc…Da gli altri fu fatta picciolissima stima di questo interdetto per riverenza di Cicerone, anzi con ogni dimostrazione di grate accoglienze l’accompagnarono al partire: ma in Ipponia città di Lucania, oggi detta Vibone, un certo Vibio siciliano, obbligato, oltre altre cagioni, all’amicizia di Cicerone perchè l’anno del suo consolato lo fece capo degli artefici fabbricanti, non lo ricevette in casa, ma promise d’assegnarli la villa. E Caio Virginio pretore della Sicilia, stato molto suo amico, gli scrisse che non s’appressasse alla Sicilia.”. Dunque, Plutarco scrive: “ma in Ipponia città di Lucania, oggi detta Vibone”, e riferendosi sempre a Cicerone aggiunge che il suo amico, che chiama Vibio siciliano (non lo chiama “Vibio Sicca”). Plutarco scrive di questo amico di Cicerone che lo ospitò a Vibone (il Lucania) che egli era “obbligato, oltre altre cagioni, all’amicizia di Cicerone perchè l’anno del suo consolato lo fece capo degli artefici fabbricanti”.
Nel 24 marzo del ’58 a.C., Cicerone e la tenuta (proprietà fondiaria), il ‘Fundus Sicca’ dell’amico Sicca o Sica nei pressi di Vibone (Lucana), secondo il racconto dello stesso Cicerone nelle epistole ad Attico
Un’altra notizia storica che riguarda la colonia romana di “Vibone”, che il Tancredi chiamò “Vibone Lucana” per distinguerla dalla “Vibo Valentia”, a cui, tutti gli storici di Cicerone attribuiscono il luogo dove Cicerone si fermò per l’inchiesta che conduceva contro il governatore della Sicilia, Verre, è una lettera di Cicerone contenuta nella sua opera (raccolta di lettere), indirizzate ad Attico, suo amico, l’opera “ad Atticum”. Si tratta di una lettera indirizzata al suo amico di Velia, Gaio Trebazio Testa. E’ la lettera dell’anno ’58 a.C.. Da questa epistola di Cicerone, all’amico di Velia, emerge che il luogo vicino la sua amata Velia, no sia “Vibo Valentia”, come ritengono tutt’oggi, la grande maggioranza degli studiosi ma si tratti di una colonia romana, che il Tancredi chiamava “Vibo Lucana” e che lo stesso Cicerone appella come “Vibo ad Siccam”. Dopo il suo rifiuto a partecipare alla vita politica con la costituzione del primo triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, Marco Tullio Cicerone, si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares, nel 58 a.C. e dopo fu costretto all’esilio. Nel 1988, M.G. Ruoppolo (….), nella rivista “Athenaeum”, LXVI, a pp. 194 pubblicò il saggio “Un amico di Cicerone: L. (?) Vibius Sicca”, dove ci parla di “Sicca”, amico di Cicerone.Il Ruoppolo ci parla dell’amico Sicca, che ospitò momentaneamente Cicerone in viaggio, e ci parla pure del luogo dove, l’amico Sicca lo ospitò, ovvero “Vibone” e, dando per scontato che il toponimo citato da Cicerone fosse Vibo Valentia e non come alcuni, come ad esempio l’Antonini, abbiano creduto si trattasse di un’altra “Hipponion”, di un’altra città chiamata “Vibone”, un’altra città che non sia Vibo Valentia, ma piuttosto si trattasse di una città molto vicina a Nares Lucana, da dove Cicerone, peraltro, l’8 aprile scrive ad Attico. Ma vediamo cosa scrisse il Ruoppolo. Il Ruoppolo, a p. 194, in proposito scriveva che: “Il soggiorno a Vibo Valentia dovette durare pochi giorni, perchè già il 13 aprile egli scrive ad Attico di essersi rimesso in viaggio alla volta di Brindisi (4). La decisione di tornare al vecchio progetto doveva essere maturata dopo essere venuto a conoscenza del nuovo provvedimento che gli impediva di sostare entro le cinquecento miglia dall’Italia; inoltre C. Vergilio, pretore della Sicilia, sulla cui amicizia Cicerone aveva creduto di poter contare, si rifiutava di accoglierlo nell’Isola. Durante quei giorni l’oratore fu dunque ospite dell’amico Sicca….etc…”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (4) postillava: “(4) Ad Att., III, 4.”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 230 parlando di “Vibo Valentia”, in proposito scriveva: “Cicerone,….., si fermò a Vibone….A suo giudizio, era allora la città un nobile ed illustre municipio (6). E il suo piccolo porto aveva per i Romani un’importanza particolare dal punto di vista militare anche perchè di là essi potevano asportare il famoso legname della Sila, facendo ciò che un tempo avevan fatto con Caulonia Ateniesi e Siracusani, per cui v’è da ritenere che vi stabilissero cantieri navali, ben inteso poi che di là stesso potevan sorvegliare, come da vedetta, lo Stretto di Messina e le coste della Sicilia. Nelle guerre civili ebbe Vibone una parte notevole come stazione navale. Etc…”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (4) postillava che: “(4) Cic. ad Att. III 4; pro Plancio 40, 96.”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (6) postillava che: “(6) Cic. Verr. V 16, 40: ipsis autem Valentinis ex tam inlustri nobilique municipio’ “. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Nel 58 a.C. Cicerone, costretto all’esilio, si reca a Vibone, nella villa (fundus) di un suo amico, Vibio Sicca (56); poi è costretto a lasciare l’Italia, e raggiunge in fretta Turi e Brindisi per imbarcarsi verso la Grecia (57). Nell’interpretazione dell’Antonini, per spiegare la particolare rapidità degli spostamenti di Cicerone, la villa di Sicca doveva trovarsi in Lucania, nel territorio dell’odierna Vibonati. A sostegno di questa tesi, l’Antonini cita Livio, il quale parla della fondazione della colonia latina di Vibone nel 192 a.C., con 4000 famiglie, affermando che il suo territorio era vicino al Bruzio (Bruttiorum proxime), e che i Bruzi l’avevano strappato ai Greci (58)…… L’Antonini cita inoltre anche Plutarco, il quale nella vita di Cicerone, ricordando la sua presenza nella villa di Sicca a Vibone, pone questa località in Lucania (59). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (56) postillava: “(56) Su Sicca vd. RUOPPOLO 1988.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (57) postillava: “(57) Cicerone, Ad Att., III, 2-4; Pro Planc., 40-41, 96-97.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (58) postillava: “(58) Tito Livio, XXXV, 40, 5-6”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (59) postillava: “(59) Plutarco, Cic., 32, 2”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dall’altra città calabra ‘Vibo Valenzia’, a p. 66 in proposito scriveva che: “Cicerone è un’eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra calabra, menzionata nelle Verrine, porta sempre il nome di “Valentia”. Anche se ciò non fosse, nel caso di Cicerone non possono nascere dubbi, data la poca distanza da Elea (dove Cicerone temporaneamente dimorava) e Vibona. Ed è proprio la distanza fra le due città che ci aiuta a distinguerle: sono 220 km. di strada e un pò meno di mare; ma in ogni caso una distanza che richiede parecchi giorni di viaggio. Sicca era un amico di Cicerone ed abitava a Vibone Lucana; il viaggio fu compiuto nel 44 a.C. (21). La distinzione geografica è resa difficile dai diversi nomi che si davano al golfo di Policastro. Chi parla del “Sinus Vibonensis” potrebbe riferirsi ad ognuno dei due. Plinio parla di “Sinus Laos” (22) nel senso dell’odierno Golfo di Policastro, il cui lembo estremo a sud è Laos (Scalea); mentre Strabone applica la stessa parola nel significato del Golfo di S. Eufemia Lamezia (23). La contraddizione si spiega con la visuale della nave che viene da Nord, cioè da Paestum: doppiando la punta degli Infreschi, il navigatore ha la chiara impressione di entrare in un golfo. Seguendo la costa ad una certa distanza, egli non ha più l’impressione di uscire da questo golfo, prima del promontorio di S. Eufemia. Un golfo, in realtà troppo lungo ed ampio.”. Il Tancredi, a p. 66, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Cicerone M.T., ‘Ad Atticum’, III, 3 “Sed te oro ut ad me Vibonem statim venias, quo multis de causis converti iter meum…”; Epistula ad Atticum, XVI, 6: “Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Siccam) magis commode quam strenue navigavi”.”. Il Tancredi, a p. 66, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Vita di Cicerone”. Il Tancredi, a p. 66, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Plinio il Vecchio, op. cit., III, 72; Strabone, op. cit., VI, 256”. Il Tancredi postillava della lettera ad Attico nel Libro III, la n. 3. Infatti, la lettera in questione la ritroviamo in “Lettere ad Attico” che, ivi pubblico traendole dal testo “Epistole ad Attico_1” (vol. II) a cura di Carlo Di Spigno (….), pubblicato nel 1998 per l’edizione Utet. Si tratta dell’epistola n. 3 contenuta ne Libro III, la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico che il Di Spigno (….), nel suo vol. I, Libro III a p. 266 in proposito è ivi scritto: “47 (III, 3) Scritta in itinere c. IX Kal. Apr., ut. vid., an. 58.”: “Cicero ad Attico sal. Utinam illum diem videam cum tibi agam gratias quod me vivere coegisti! Adhuc quidem valde me paenitet. Sed te oro ut ad me Vibonem (1) statim venias, quo ego multis de causis (2) converti iter meum. Sed eo si veneris, de toto itinere ac fuga mea consilium capere potero. Si id non feceris, mirabor; sed confido te esse factorum.”, la cui traduzione del Di Spigno è: “Voglia il Cielo che io veda il giorno in cui potrò ringraziarti di avermi costretto a vivere! Finora solamente rammarico è quel che provo e anche profondo. Ma ti prego di venire immediatamente ad incontrarmi a Vibone (1), dove sono diretto, perchè ho deviato, per molte ragioni (2), dal cammino che mi ero prefisso. Ma, se tu verrai là, potrò prendere una decisione sull’itinerario completo che devo seguire nel mio esilio. Se non lo farai, me ne stupirò; comunque ho fiducia che tu lo farai.”. Il Di Spigno, a p. 266, nella sua nota (1) postillava che: “‘Vibo Valentia (‘Hipponium’), città dei ‘Brutii’ sul versante tirrrenico” e, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cicerone progettava di cercare rifugio in Sicilia, oppure nell’isola di Malta; cfr. Cic., Planc., 95 e l’epist. 49 (III, 4).”. Ma pare che il questore Romano Marco Tullio Cicerone, riguardo la sua amicizia con Sicca ed il suo podere a Vibone (Lucana non Vibo Valenzia), ho trovato un’altra lettera che mi sembra molto eloquente a riguardo. Si tratta dell’epistola sempre contenuta nelle sue Lettere ad Attico, la n. 2 del Libro III. Il Di Spigno a p. 267, la riporta e scrive che: “48 (III, 2) Scritta a Nari di Lucania il 27 marzo del 58. Cicerone ad Attico. La ragione per cui ho scelto questo itinerario sta nel fatto che non ho altro luogo ove con pieno diritto possa soggiornare alquanto tempo, eccetto la tenuta fondiaria di Sicca, ecc…(1).”. Il Di Spigno a p. 267, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ma Cicerone avrà un’amara sorpresa; cfr. 49 (III, 4)” e, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cicerone temeva una vendetta da parte di Publio Autronio Peto, il console designato per il 65, implicato nella così detta prima congiura di Catilina e, in tono ridotto, nella violenta cospirazione del 63. Ecc..”. Dunque, il Di Spigno riguardo l’amara sorpresa che attendeva Cicerone cita l’epistola n. 49 (III, 4) che egli scrive a p. 268: “49 (III, 4) Scritta Vibone, ut vid., III, Non. Apr. an. 58. Cicerone ad Attico Sal. Miseriae nostrae ecc…Vorrei che tu attribuissi all’infelicità in cui mi dibatto, piuttosto che alla mia incoerenza, il fatto che all’improvviso sono partito dalle vicinanze di Vibone (1), dove ti sollecitavo a venire. Mi è stato appunto portato il testo della proposta di legge ecc…”. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (1) postillava che: “(1) In quei paraggi si trovava la proprietà fondiaria di Sicca; cfr. 48 (III, 2).”. Dunque, come scrive Cicerone, egli sollecitava l’amico Attico a ragiungerlo nella “tenuta” dell’amico Sicca che, nella lettera n. 2 del Libro III scrive essere “vicina” a Vibone. Dunque potrebbe trattarsi della bella e grande villa romana di cui ancora oggi si possono ammirare le antiche vestigia in località S. Croce a Sapri. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (2), riferendosi alla lettera (49, III, 4) postillava che: “(2) La distanza era calcolata dalle coste d’Italia; cfr. 52 (III, 7), vol. I; Plut., Cic. 32. Mentre Cicerone parla di 400 miglia, in Plutarco e in Cassio Dione leggiamo 500; cfr. Plut., l.c.; Cass. Dio, XXXVIII, 17,7. La discrepanza dei dati è variamente spiegabile, ma il testo ciceroniano non va toccato.”. Dunque, al di là della dissertazione sulle distanze calcolate dai vari autori per stabilire i luogni citati nelle lettere Ciceroniane, il Di Spigno, pur credendo che si trattasse di una ‘Vibo Valenzia’ e non di una Vibone Lucana, come la chiama il Tancredi ed il Racioppi, in queste due epistole del ’58 abbiamo la citazione di una villa con annesso grande podere a Vibone dell’amico Sicca che ospitò Cicerone. Effettivamente a prima vista, Sicca e Vibio potrebbero sembrare due persone distinte. Infatti, come vedremo più avanti anche Fernando La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) cita alcune lettere di Cicerone inviate ad Attico, in particolare cita “Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca);” e poi aggiunge: “Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Dunque, il passaggio di Plutarco che abbiamo letto: “….Hippone città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone, un certo Siciliano, che aveva nome Vibio, ecc…” è per Ferdinando La Greca il “Vibio Sicca, amico di Cicerone”. Dunque, l’amico di Cicerone che aveva una villa con podere o tenuta agricola in un luogo sul mare molto vicino alla Vibone Lucana si chiamava Vibio Sicca. A ‘Vibo’ Cicerone è ospitato presso il praefectus fabrum L. Vibio Sicca: Att. III, 2. 3. 4; Planc. 96; PLUT. Cic. 32, 1. Cf. DG 5, 631; CRISPO 1941, 186; MOREAU 1987, 471; RUOPPOLO 1988, 194. Sulla rete, su questo personaggio trovo scritto: “L. VIBIUS SICCA; Cfr. Crispo, 1941; Ruoppolo (…), 1988; Amico di Cicerone. Ospita Cicerone a Vibo durante il viaggio in esilio (anno ’58 a.C.); Cicerone si reca da lui per non vedere Publilia nell’anno 45 a.C.; Ospita Cicerone a Vibo nell’anno 44 a.C.”. Dell’esatta ubicazione del Fundus Siccae si sono interessati l’Amatucci: “ Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “ I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo“ in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, 1941 fasc. III p. 183 e seg. RUOPPOLO 1988 = M.G. RUOPPOLO, Un amico di Cicerone, L. (?) Vibius Sicca, «Athenaeum» LXVI, 1988, pp. 194-197. CRISPO 1941 = C.F. CRISPO, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, «ASCL» XI, 1941, pp. 1-20; 183-199; etc…”. Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dalla Vibo Valenzia, a p. 66 in proposito scriveva che: “Nel tempo imperiale romano dev’esserci già una chiara distinzione, ma non sempre è mantenuta. Cicerone è una eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra calabra, menzionata nelle Verrine, porta sempre il nome di “Valenzia”. Poi, proseguendo il suo racconto il Tancredi viene al passo che interessa e scrive che: “Sicca era un amico di Cicerone ed abitava a Vibone lucana; il viaggio fu compiuto nel 44 a.C. (21).”. Dunque, il Tancredi ci parla chiaramente di un podere e di un amico di Cicerone “Sicca” o “Sica” che viveva ed abitava a Vibona o “Vibo ad Siccam”. Dunque, secondo la notizia che citava il Tancredi vi era un luogo o vicus o piccola città chiamata Vibone abitata dall’amico di Cicerone “Sica” che aveva ivi una villa o un grande podere agricolo. Cicerone si era recato dall’amico Sica subito dopo aver fatto visita a Velia (Elea) all’amico Caio Trebazio Testa. Ma secondo la notizia del Tancredi che io credo provenga dalle “Vita di Cicerone” in Plutarco (…), Cicerone si era fermato nel podere a Vibone o “Bibone” o “Bibo” dove fu ospitato dall’amico Sica. A questo riguardo il Tancredi a p. 64 in proposito scriveva che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova il villaggio, detto “Petrasia” (17), che poco dopo scompare e rinasce col nome di Villammare (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. da Troyli, Tomo I, Parte II, p. 178.”. Il Tancredi nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13”. Il Tancredi a p. 64 richiama più volte la sua nota (13) dove egli postillava che: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600.”. In sostanza il Tancredi, nella sua nota (13) postillava della carta d’epoca aragonese (e non come egli scrive del sec. XVI o 1600) che fui proprio io a scoprire all’Archivio di Stato e a mostrargli. Sulla carta in questione il La Greca ed il Vladimiro hanno pubblicato quelle Parigine. E qui, stranamente, il Tancredi invece di postillare della lettera ad Attico citata dall’Antonini (una delle quatto), nella sua nota (21) postillava che: “(21) Vita di Cicerone”, dove egli voleva riferirsi appunto alle “Vite” di Plutarco. Riguardo la citazione di Antonini (…), è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. La carta citata dal La Greca non è la nostra, ma credo essa sia una copia di quelle originali trafugate dal Galiani. La carta citata dal La Greca si trova a Parigi. Parlando di queste carte Parigine (simili alla nostra di cui ho già parlato), il La Greca (….), a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428″. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”.
Nel 3 aprile del ’58 a.C., Cicerone e la tenuta (proprietà fondiaria), il ‘Fundus Sicca’ dell’amico Sicca o Sica nei pressi di Vibone (Lucana), secondo il racconto dello stesso Cicerone nelle epistole ad Attico
Un’altra notizia storica che riguarda la colonia romana di “Vibone”, che il Tancredi chiamò “Vibone Lucana” per distinguerla dalla “Vibo Valentia”, a cui, tutti gli storici di Cicerone attribuiscono il luogo dove Cicerone si fermò per l’inchiesta che conduceva contro il governatore della Sicilia, Verre, è una lettera di Cicerone contenuta nella sua opera (raccolta di lettere), indirizzate ad Attico, suo amico, l’opera “ad Atticum”. Si tratta di una lettera indirizzata al suo amico di Velia, Gaio Trebazio Testa. E’ la lettera dell’anno ’58 a.C.. Da questa epistola di Cicerone, all’amico di Velia, emerge che il luogo vicino la sua amata Velia, no sia “Vibo Valentia”, come ritengono tutt’oggi, la grande maggioranza degli studiosi ma si tratti di una colonia romana, che il Tancredi chiamava “Vibo Lucana” e che lo stesso Cicerone appella come “Vibo ad Siccam”.
Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 230 parlando di “Vibo Valentia”, in proposito scriveva: “Cicerone,….., si fermò a Vibone…..e poi vi fu in seguito altre due volte quando, cioè, prendeva la via dell’esilio, ospite dell’amico Sicca (a. 58), ch’era stato ‘praefectus fabrum’ sotto il suo consolato (4), etc… A suo giudizio, era allora la città un nobile ed illustre municipio (6). E il suo piccolo porto aveva per i Romani un’importanza particolare dal punto di vista militare anche perchè di là essi potevano asportare il famoso legname della Sila, facendo ciò che un tempo avevan fatto con Caulonia Ateniesi e Siracusani, per cui v’è da ritenere che vi stabilissero cantieri navali, ben inteso poi che di là stesso potevan sorvegliare, come da vedetta, lo Stretto di Messina e le coste della Sicilia. Nelle guerre civili ebbe Vibone una parte notevole come stazione navale. Etc…”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (4) postillava che: “(4) Cic. ad Att. III 4; pro Plancio 40, 96.”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (6) postillava che: “(6) Cic. Verr. V 16, 40: ipsis autem Valentinis ex tam inlustri nobilique municipio’ “. Dunque, il Ciaceri citava la lettera di Cicerone, la n. 4 contenuta nel Libro III delle epistole “ad Atticum”.
Nel 1988, M.G. Ruoppolo (….), nella rivista “Athenaeum”, LXVI, a pp. 194 pubblicò il saggio “Un amico di Cicerone: L. (?) Vibius Sicca”, dove ci parla di “Sicca”, amico di Cicerone.Il Ruoppolo ci parla dell’amico Sicca, che ospitò momentaneamente Cicerone in viaggio, e ci parla pure del luogo dove, l’amico Sicca lo ospitò, ovvero “Vibone” e, dando per scontato che il toponimo citato da Cicerone fosse Vibo Valentia e non come alcuni, come ad esempio l’Antonini, abbiano creduto si trattasse di un’altra “Hipponion”, di un’altra città chiamata “Vibone”, un’altra città che non sia Vibo Valentia, ma piuttosto si trattasse di una città molto vicina a Nares Lucana, da dove Cicerone, peraltro, l’8 aprile scrive ad Attico. Ma vediamo cosa scrisse il Ruoppolo. Il Ruoppolo, a p. 194, in proposito scriveva che: “Cicerone, nel corso dei suoi viaggi, si fermò a ‘Vibo Valentia’ almeno tre volte, in occasioni diverse. La città, in ottima posizione geografica, era raggiungibile per via di mare, grazie al suo porto, e per via di terra, posta com’era lungo il più importante asse viario dell’Italia meridionale.”, proseguendo continua dicendo che: “Meglio informati siamo, invece, intorno alla permanenza di Cicerone nella città nel 58 e nel 44, quando rimase ospite per alcuni giorni presso l’amico Sicca (così è chiamato in tutti i luoghi dell’epistolario ciceroniano). Nel 58 Cicerone si allontana da Roma per sfuggire alle conseguenze della ‘Lex Clodia de capite civis Romani’ (2), con l’intenzione di recarsi a Brindisi e imbarcarsi da lì verso l’Oriente; ma, con una lettera scritta da ‘Nares Lucanae’ il giorno 8 aprile, comunica all’amico Attico di aver mutato idea circa il percorso e la destinazione, e lo prega di raggiungerlo quindi a Vibo Valentia, da dove si sarebbe imbarcato per la Sicilia (3). Etc…”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) Cic., Dom., XIX, 50”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (3) postillava: “(3) Ad Att. III, 3”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (4) postillava: “(4) Ad Att., III, 4.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dall’altra città calabra ‘Vibo Valenzia’, a p. 66 in proposito scriveva che: “Cicerone è un’eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra calabra, menzionata nelle Verrine, etc…”. Il Tancredi, a p. 66, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Cicerone M.T., ‘Ad Atticum’, III, 3 “Sed te oro ut ad me Vibonem statim venias, quo multis de causis converti iter meum…”;…”.
La lettera in questione la ritroviamo in “Lettere ad Attico” che, ivi pubblico traendole dal testo “Epistole ad Attico_1” (vol. II) a cura di Carlo Di Spigno (….), pubblicato nel 1998 per l’edizione Utet. Il Di Spigno, a p. 266, nella sua nota (1) postillava che: “‘Vibo Valentia (‘Hipponium’), città dei ‘Brutii’ sul versante tirrrenico” e, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cicerone progettava di cercare rifugio in Sicilia, oppure nell’isola di Malta; cfr. Cic., Planc., 95 e l’epist. 49 (III, 4).”. Ma pare che il questore Romano Marco Tullio Cicerone, riguardo la sua amicizia con Sicca ed il suo podere a Vibone (Lucana non Vibo Valenzia), ho trovato un’altra lettera che mi sembra molto eloquente a riguardo. Il Di Spigno a p. 267, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ma Cicerone avrà un’amara sorpresa; cfr. 49 (III, 4)”. Si tratta dell’epistola n. 3 contenuta ne Libro III, la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico che il Di Spigno (….), nel suo vol. I, Libro III, n. 49 (III, 4) che egli scrive a p. 268: “49 (III, 4) Scr. Vibone il 3 aprile del 58, ut vid., III, Non. Apr. an. 58 – Cicerone ad Attico Sal. Miseriae nostrae ecc…”, la cui traduzione del Di Spigno, a p. 269 è la seguente: “Vorrei che tu attribuissi all’infelicità in cui mi dibatto, piuttosto che alla mia incoerenza, il fatto che all’improvviso sono partito dalle vicinanze di Vibone (1), dove ti sollecitavo a venire. Mi è stato appunto portato il testo della proposta di legge che segna la mia rovina, e l’emendamento introdotto in essa, del quale avevo sentito parlare (2), è siffatto che mi consente di prendere dimora in una località a non meno di quattrocento miglia (3), ma vanifica ogni possibilità mia di arrivarci (4). Senza perdere tempo ho rivolto il mio cammino verso Brindisi prima che la proposta di legge venisse approvata, affinchè non fosse rovinato anche Sicca, in casa del quale mi trovavo, e poi perchè tanto non mi era consentito risiedere a Malta (5). Etc…”. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (1) postillava che: “(1) In quei paraggi si trovava la proprietà fondiaria di Sicca; cfr. 48 (III, 2).”. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. 48 (III, 2): nondum rogatione correcta’”. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (3) postillava che: “(3) La distanza era calcolata dalle coste d’Italia; cfr. 52 (III, 7), I; Plut., Cic., 32. Mentre Cicerone parla di 400 miglia, in Plutarco e in Cassio Dione leggiamo 500; cfr. Plut., l.c.; Cass. Dio, XXXVIII, 17, 7. La discrepanza dei dati è variamente spiegabile, ma il testo Ciceroniano non va toccato.”. Dunque, come scrive Cicerone, egli sollecitava l’amico Attico a ragiungerlo nella “tenuta” dell’amico Sicca che, nella lettera n. 2 del Libro III scrive essere “vicina” a Vibone. Dunque potrebbe trattarsi della bella e grande villa romana di cui ancora oggi si possono ammirare le antiche vestigia in località S. Croce a Sapri. Dunque, al di là della dissertazione sulle distanze calcolate dai vari autori per stabilire i luogni citati nelle lettere Ciceroniane, il Di Spigno, pur credendo che si trattasse di una ‘Vibo
Nel 4 marzo ’54 a.C., Cicerone, da Roma scrive all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa che combatteva in Gallia con le truppe di Gavinio
Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, nel vol. II, nel cap. V, a p. 140, in proposito scriveva: “Cicerone attendeva agli studi, visitava i suoi poderi e scriveva agli amici, quali Trebazio, in Gallia, e Curione in Asia; etc…”. Dunque, il Ciaceri scriveva che Cicerone scriveva spesso agli amici tra cui vi era Trebazio Testa, suo amico ed oriundo di Velia, dove avva una villa ed una grossa proprietà. Trebazio aveva spesso ospitato Cicerone. Erano molto amici. Da Wikipedia leggiamo troviamo scritto che la familiarità con Cicerone è testimoniata dall’intensa corrispondenza – diciassette lettere – nelle quali aleggia sempre un tono umoristico e confidenziale e da cui è possibile attingere molte delle notizie sulla sua vita. Ecco come Cicerone, probabilmente ospite di Trebazio (o forse dell’amico Thalna) ad Elea nel già citato viaggio verso la Grecia, si rivolge all’amico assente: «Tu però, se, come sei solito, darai ascolto ai miei consigli, serberai i tuoi beni paterni (…), né lascerai il nobile fiume Alento, né diserterai la casa dei Papiri…»(Cicerone. Velia, 20 luglio 44 a.C., lettera a Trebazio in Roma.). Da Cicerone proviene anche qualche annotazione critica sul carattere di Trebazio, secondo lui troppo incline, a volte, ad atteggiamenti presuntuosi e giudizi tranchant: come quando Cicerone, in mezzo ai brindisi, viene messo alla berlina dall’amico sulla questione dell’esistenza o meno di una particolare tradizione dottrinaria. L’esistenza della tradizione, a cui peraltro nessuno dei due aderiva, veniva negata da Trebazio; Cicerone allora, pur rientrato tardi a casa, e tra i fumi dell’alcool, trova il tempo di puntigliose ricerche in biblioteca per dimostrare la fondatezza delle sue ragioni e rinfacciarle all’amico. Tratti caratteriali che Cicerone considerava evidentemente difetti e che non manca di rimproverare all’amico, in maniera anche piuttosto aspra. «E ora ascoltami bene, mio caro Testa! Io non so cosa ti renda più superbo, se il denaro che ti guadagni o l’onore che Cesare ti fa nel consultarti. Conoscendo la tua vanità, possa io crepare se non credo che tu ami più l’essere da Cesare consultato piuttosto che da lui arricchito!» (Cicerone. Roma, 4 marzo 54 a.C. Lettera a Trebazio in Gallia.). Di Velia e di Trebazio, amico di Cicerone ed oriundo di Velia, l’antica Elea, ha parlato Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 731, in proposito scriveva che: “Nel dire di Velia non vanno dimenticati altri cittadini di colà, specialmente Stazio e Caio Trebazio Testa. Il primo mostrò la sua valente didattica prima a Napoli e poi a Roma, il secondo annoverò tra gli ospiti della sua bella casa di Velia anche Cicerone. E fu proprio il grande oratore che affidò l’intelligente suo protetto a Quinto Cornelio che Trebazio ricordò sempre come suo maestro di diritto. Trebazio era noto a Roma come acuto giureconsulto ai tempi di Augusto, il quale se ne avvalse nel riordinare il diritto romano.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: “(52) Della proprietà di Trebazio, v. Cicerone (ad fam., VII 20), etc…”.
Infatti, nel testo “L’Epistole di Marco Tullio Cicerone a’ Familiari”, di Alessandro M. Bandiera (….) leggiamo nel Libro VII, lettere di Cicerone che parla dell’amico Trebazio Testa di Velia ed a pp. 476 e sgg. e, a p. 477, nell’Epistola n° XX, Cicerone scriveva: “CICERO S. TREBAZIO. Mi E’ stata Velia più cara, perciocchè ho compreso che da quella tu sei benvoluto. Ma che dich’io tu, mentre non v’è persona che non t’ami. Rufione tuo, se Dio Fido m’aiuti, così era desiderato, come se l’un fosse di noi. Ma io non ti sò condannare, che l’abbi mandato alla tua fabbrica. Imperciocchè banche Velia non sia di inferior condizione del Lupercale: con tuttociò piuttosto cotesto vorrei, che quando c’è in Velia. Tu se mi presterai orecchio, come suoli, ti riterrai queste possessioni paterne (che i Veliesi avevano un non so qual timore) ne nascerai il nobil fiume d’Elete; ne abbandonerai la papiriana casa. Sebbene quella ha un sacro bosco, dal quale anche i forestieri sogliono esser presi: cui però se taglierai, ti procaccierai un gran prospetto. Ma principalmente pare opportuno, massime in quei tempi, l’avre un ricovero, ed in prima la città di coloro, dà quali sii benvenuto: appresso la casa tua, e le tue campagne, e l’aver questi comodi in appartato luogo, salubre, ed ameno, e stimo, o mio Trebazio, che ciò sia di mio interesse. Ma procurerai di star sano ed avrai cura de’ miei negozj, e m’aspetterai prima dell’jemale solstizio. Io tratto ho di mano a Sesto Fabio, discepolo di Nicone, intorno all’edacità. O’ grazioso medico, a me capace per questo studio ! Ma Basso m’avea celato questo libro: è pare che a te non tel avesse tenuto nascosto. Il vento cresce. Fa di star sano. 20 di Luglio da Velia.”. Il Bandiera, a p. 478, nella nota (I) postillava: “(I) Ad Aedificationem. Questa fabbrica Trebazio l’aveva vicino Lupercale: che era luogo consacrato al dio Pane a piè del monte Palatino. Etc…”. Il Bandiera, a p. 478, nella nota (2) postillava: “(2) ‘Heletem’. Fiume di Velia, alla cui riva Trebazio aveva la casa.”. Dunque, la villa di Trebazio Testa si trovava non molto distante dalla riva del fiume Alento, vicino la città di Velia. Sulla foce del fiume Alento a Velia ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 716 e sgg., in proposito scriveva che: “…..
Nel 49 a.C., la flotta del pompeiano Cassio attaccò la flotta di Cesare
Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 230 parlando di “Vibo Valentia”, in proposito scriveva: “Cicerone…., Vibone…..Nelle guerre civili ebbe Vibone una parte notevole come stazione navale. Fu lì che C. Cassio con una squadra pompeiana andò ad attaccare metà della flotta di Cesare, che vi si trovava ancorata (a. 48)(1). E, come abbiamo veduto, sotto i Triumviri etc…”. Il Ciaceri, a p. 231, nella nota (1) postillava che: “(1) Caes. b. c. III 101, 1-4”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7……e di Cesare, che parla di un attacco del pompeiano Cassio nel 49 a.C. alla flotta cesariana, in parte ancorata e in parte a secco nel porto di Vibo (68). Etc..”. Il La Greca, a p. 32, nella nota (68) postillava: “(68) Cesare, Bell. civ., III, 101”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, p. 67 parlando della città scomparsa di “Vibona” in proposito scriveva che: “La battaglia navale del 49 a.C. contro Pompeo pare combattuta a Vibone Lucana (24).”. Il Tancredi, a p. 67, nella nota (24) postillava: “(24) Cesare C. Giulio, De Bello Civili, libro III, 101: “cum esset Caesaris classis divisa in duas partes, dimidiae parti praeerat P. Sulpicius praetor Vibone ad fretum”, che tradotto significa: “Quando la flotta di Cesare fu divisa in due parti, P. Sulpicio, pretore di Vibone, era a capo di una metà”. Dunque, secondo la notizia del La Greca (….), che, sulla scorta del “De Bello Civili” di Giulio Cesare, la flotta di Pompeo a lui affidata era ancorata a secco nel porto di Vibo. Infatti, da Wikipedia leggiamo che Gaio Cassio Longino, nominato tribuno della plebe nel 49 a.C., allo scoppio della guerra civile si schierò dalla parte di Pompeo, che gli affidò il controllo di parte della sua flotta nelle acque del Mediterraneo. Dopo la battaglia di Farsalo e la morte di Pompeo in Egitto, egli decise di beneficiare della clemenza di Cesare: lo raggiunse dunque in Cilicia, vicino Tarso, da dove il dittatore stava pianificando l’attacco a Farnace. Nonostante il suo rapporto con Cesare si fosse consolidato, Cassio decise, nel 44 a.C., di allontanarsi dalla corrente politica di Cesare per essere uno degli organizzatori del complotto che portò costui alla morte. In Wikipedia alla nota (1) si postilla di : Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XL, 28-29. La guerra civile romana del 49 – 45 a.C., più nota come guerra civile tra Cesare e Pompeo, consistette in una serie di scontri politici e militari fra Gaio Giulio Cesare e i suoi sostenitori contro la fazione tradizionalista e conservatrice del Senato romano (Optimates), capeggiata da Gneo Pompeo Magno, Marco Porcio Catone Uticense e Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica. Essa fu il penultimo conflitto militare sorto all’interno della Repubblica romana. Dopo aspri dissensi con il senato, Cesare varcò in armi il fiume Rubicone, che segnava il confine tra la provincia della Gallia Cisalpina e il territorio dell’Italia; il senato, di contro, si strinse attorno a Pompeo e, nel tentativo di difendere le istituzioni repubblicane, decise di dichiarare guerra a Cesare (49 a.C.). Dopo alterne vicende, i due contendenti si affrontarono a Farsalo, dove Cesare sconfisse irreparabilmente il rivale. Pompeo cercò quindi rifugio in Egitto, ma lì fu ucciso (48 a.C.). La guerra civile alessandrina, o semplicemente guerra alessandrina (in greco antico: Ἀλεξανδρῖνος πόλεμος, Alexandrȋnos pólemos; in latino: bellum Alexandrinum), fu un conflitto armato combattuto all’interno del regno tolemaico d’Egitto tra i fratelli rivali Tolomeo XIII, Cleopatra e Arsinoe IV nel I secolo a.C., dal 48 al 47 a.C. La guerra diventò subito interesse della repubblica romana (al tempo della guerra civile tra Cesare e Pompeo) quando Tolomeo fece assassinare il fuggitivo Gneo Pompeo Magno; il rivale di questi, Giulio Cesare, accorse in Egitto e risolse la guerra a favore di Cleopatra, che diventò sua amante. Le principali fonti della guerra civile combattuta negli anni 49 – 45 a.C. sono rappresentate dalle biografie di Svetonio (Vite dei dodici Cesari) e di Plutarco (Vite parallele), oltre a Appiano di Alessandria (Storia romana, XIV: Guerre civili, II), Cassio Dione Cocceiano (Historia Romana), Velleio Patercolo (Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo), Marco Tullio Cicerone (Orationes Philippicae, Orationes in Catilinam, Epistulae ad Atticum, Orationes: pro Marcello, pro Ligario, pro Deiotaro, De provinciis consularibus), Marco Anneo Lucano (Pharsalia), e una delle parti in causa, Gaio Giulio Cesare, con i Commentarii De bello gallico e De bello civili.
Nel 44 a.C., la fuga di Cicerone, che temeva di essere ucciso dai sicari di Marco Antonio
Da Wikipedia leggiamo che Cicerone, in seguito alla morte di Cesare. Quando Cesare fu ucciso, il 15 marzo del 44 a.C., a seguito della congiura ordita da Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, per Roma, e per lo stesso Cicerone, si avviò una nuova fase politica, che avrebbe avuto termine solo con l’avvento dell’impero. A causa dell’instabilità politica di Roma, dopo l’assassinio di Cesare, e prima della sua condanna a morte, Cicerone si recava spesso nelle ville dei suoi amici a Velia e forse anche nella villa di Sapri. La decisione di intraprendere questo viaggio era maturata nelle turbolenze successive all’assassinio di Cesare, volendo Cicerone raggiungere la Grecia attraverso una lunga e inusuale, ma più sicura navigazione litoranea che, dalle coste tirreniche, attraversasse lo stretto di Sicilia. Cicerone non fu, certamente, colto di sorpresa dall’assassinio, da parte dei Liberatores, di Giulio Cesare: era sicuramente al corrente della congiura che si andava tessendo, ma decise sempre di tenersene al di fuori, pur manifestando una grande ammirazione per l’uomo che era destinato a divenire il simbolo stesso della congiura, Bruto. E lo stesso Bruto, infatti, con il pugnale sporco del sangue di Cesare ancora in mano, additò Cicerone definendolo l’uomo che avrebbe ristabilito l’ordine nella repubblica. La testimonianza di un’antica città chiamata ‘Bibo ad Sicam‘ o ‘Siccam’ – nelle campagne di Sapri e che, probabilmente fosse stata già conosciuta dagli antichi e quindi anche dallo stesso Cicerone che la cita nelle sue lettere al suo amico di Velia. Dopo il suo rifiuto a partecipare alla vita politica con la costituzione del primo triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, Marco Tullio Cicerone, si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares, nel 58 a.C. e dopo fu costretto all’esilio. Cicerone, non si diede pace, implorando le sue conoscenze perché favorissero il suo ritorno, ma alcune sue ville furono addirittura distrutte, come quella di Formia che spesso dovette abbandonare a causa delle sue repentine fughe. Verso la metà del I secolo a.C., quando, dopo la congiura e l’uccisione di Giulio Cesare, il questore Romano Marco Tullio Cicerone, si diede alla fuga e, girovagando si recò via mare per le diverse ville sparse sulla costa tra la sua villa di Anzio fino ad arrivare a quelle del Golfo di Policastro. Dunque, come vedremo, è molto probabile che Cicerone, prima di essere ucciso dai sicari di Marcantonio che, lo credette uno dei congiurati trascorse gli ultimi giorni della sua vita proprio in una delle patrizie ville romane che allora vi erano nel Golfo di Policastro come quella che esisteva a Sapri in località S. Croce, l’unica di cui abbiamo la testimonianza essendo i suoi monumentali ruderi ancora esistenti. Cicerone non fu, certamente, colto di sorpresa dall’assassinio, da parte dei Liberatores, di Giulio Cesare: era sicuramente al corrente della congiura che si andava tessendo, ma decise sempre di tenersene al di fuori, pur manifestando una grande ammirazione per l’uomo che era destinato a divenire il simbolo stesso della congiura, Bruto. E lo stesso Bruto, infatti, con il pugnale sporco del sangue di Cesare ancora in mano, additò Cicerone definendolo l’uomo che avrebbe ristabilito l’ordine nella repubblica. In seguito alla sua prescrizione decretata da Antonio, Cicerone lasciò allora Roma e si ritirò nella sua villa di Formia, che aveva ricostruito dopo gli episodi legati a Clodio. A Formia, però, fu raggiunto da alcuni sicari inviati da Antonio, che, aiutati da un liberto di nome Filologo, poterono trovarlo fin troppo facilmente. Cicerone, accortosi dell’arrivo dei suoi assassini, non tentò di difendersi, ma si rassegnò alla sua sorte, e venne decapitato. Una volta ucciso, per ordine di Antonio, gli furono tagliate anche le mani (o forse soltanto la mano destra, usata per scrivere ed indicare durante i discorsi), con cui aveva scritto le Filippiche, che furono esposte in senato insieme alla testa, appese ai rostri che si trovavano sopra la tribuna da cui i senatori tenevano le loro orazioni, come monito per gli oppositori del triumvirato. Prima del suo assassinio, Cicerone, si spostava continuamente in viaggio dalla sua Villa di Formia e scriveva tanto ai suoi fedelissimi amici. Nei primi del ‘400, Francesco Petrarca, nel corso delle sue frequentazioni nei luoghi campani, rinvenne le lettere (Epistole) che il Questore romano Marco Tullio Cicerone scrisse ai suoi fedeli amici, tra cui, vi sono 396 epistole, scritte tra il 68 e il 44 a.C., indirizzate a Tito Pomponio Attico, uomo ricco, appartenente al rango equestre, dotato di grande cultura, seguace dell’Epicureismo e pertanto determinato a non prendere parte attiva alla vita politica. Le epistole di Cicerone furono riscoperte tra il 1345 e il 1389 da Petrarca e dal cancelliere e umanista Coluccio Salutati. Complessivamente furono ritrovate circa 864 lettere, delle quali una novantina furono scritte da corrispondenti. Le epistole furono raccolte e archiviate dal segretario di Cicerone, Tirone, fra il 48 e il 43 a.C. Si dividono in 4 categorie. Alla prima delle 4 categorie appartengono quelle scritte da Cicerone al suo amico Attico. Epistole agli amici (Epistulae ad Familiares) (16 libri). Pare che le lettere scritte da Cicerone, quelle che a noi interessano siano due, ovvero Lettere ad Attico, scritte nel 44 d.C. (quindi proprio quando oramai era arrivata la sua fine) e, sono: epistola 6 del libro 16 e, l’epistola 19, del lib. 14 ad Attico. Subito dopo, il 7 dicembre del ’43 a.C., Cicerone sarà ucciso nella sua villa di Formia dai sicari di Antonio. Tito Pomponio Attico, era grande amico e vecchio compagno di Cicerone. Prese il cognonem di Attico, dopo una lunga permanenza ad Atene. In alcune lettere, Cicerone, cita il toponimo di “Vibonem ad Sicam”. Forse proprio le rovine di un’antica città scomparsa di ‘Vibonem ad Sicam’, citata e conosciuta da Cicerone, nelle sue continue fughe. Forse a Sapri, vi era un suo carissimo e potentissimo amico che viveva nella sua villa patrizia, su cui Cicerone poteva fidare, fuggendo dalla sua villa di Formia a causa delle beghe e delle lotte politiche per l’uccisione di Giulio Cesare e la sua successione. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dalla biografia che ne fa Plutarco (….), si evince che Cicerone, pur essendo molto amico di Bruto, e odiasse Giulio Cesare per le sue manie accentratrici, forse abbia avuto un ruolo, sia pur secondario nella tragica fine del dittatore e che a Sapri, Cicerone venisse ad incontrare un personaggio all’epoca molto influente. Attraverso l’epistolario scritto da Cicerone (….), le cui memorie furono poi in seguito riprese da Plutarco (….), veniamo a conoscenza di alcune interessanti notizie che riguardano i nostri luoghi. La raccolta di queste lettere sono dette “Epistole ad Attico”. In alcune di queste lettere scritte da Cicerone ai suoi amici che l’avevano ospitato o in cui egli si recò, egli citò diverse volte alcuni luoghi del Golfo di Policastro.
TALNA, l’amico di Cicerone che più volte l’ospito nella sua villa a Velia
Da Wikipedia leggiamo che Manio Giovenzio Talna (latino: Manius Iuventius Thalna) (… – …) è stato un politico romano. Figlio di un Lucio, che era stato legato in Spagna sotto il comando dell’allora pretore Calpurnio Pisone, Manio divenne tribuno della plebe nel 170 a.C.; con il collega Gneo Aufidio accusò il pretore Gaio Lucrezio circa la sua condotta tirannica ed oppressiva in Grecia. Nel 167 a.C. egli stesso divenne pretore ed ottenne la iurisdictio inter peregrinos; lo stesso anno si appellò al popolo per dichiarare la guerra contro Rodi, nella speranza di averne il comando supremo. Ma non si era precedentemente consultato con il Senato e la sua proposta ebbe la veemente opposizione dai tribuni Marco Antonio e Marco Pomponio. Nel 163 a.C. fu eletto console con Tiberio Sempronio Gracco e gli fu affidata la campagna militare contro i corsi che si erano ribellati, campagna che fu conclusa vittoriosamente in breve tempo. Per riconoscenza il Senato gli riconobbe l’onore di un pubblico ringraziamento; Manio Giovenzio fu travolto dalla felicità per tale riconoscimento, tanto che, mentre offriva un sacrificio agli dei, fu colpito da un attacco di cuore che lo uccise all’istante. Dopo l’omicidio di Cesare, Cicerone fuggì e finì a Velia, città natale di Trebazio. Secondo una delle lettere, sarebbe rimasto lì con un certo Talna, ma alcuni sospettano che, data la forte amicizia e le descrizioni accompagnate da consigli, si trovasse in realtà a casa di Trebatius. Ciò significherebbe che Trebatius a volte veniva anche chiamato Talna dai suoi cari. Un’altra spiegazione di ciò potrebbe essere trovata in un’errata acquisizione della corrispondenza di Cicerone da parte di Petrarca: quando vide il nome Testa, non lo riconobbe, e lo fece Talna perché già esisteva nel Ad Atticum-lettere di Cicerone. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, a pp. 424-425 e ssg., nel suo “Capitolo XI – Di Vibonati, e Sapri”, in proposito scriveva che: “Quando Cicerone dopo la morte di Cesare per le brighe fra Ottavio, ed Antonio fuggì di Roma, andossene alla sua villa a Pompei; di là postosi in barca, andò a Velia, donde (dopo essere stato un giorno in casa di Talna (partì ed andò a Vibone (I).“. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 232 parlando di Velia, in proposito scriveva: “Era pregiata per la salubrità ed amenità del luogo; e Cicerone quand’era in viaggio vi andava a trovare i suoi amici Talna e Trebazio (4). Etc…”. Il Ciaceri, a p. 232, nella nota (4) postillava: “(4) Cic. ad Att. XVI 6, 1; 7, 5; ad fam. VII 20; Phlipp. I 4, 9; X 4, 8; Brut. I 10,4. A Velia gli venne il primo pensiero di scrivere la ‘Topica’, che dedicò appunto a Trebazio (a. 44): ad fam VII 19; cfr. Top. 1, 5.”. Nel 2005, Carlo Di Spigno curò l’edizione Utet, delle “Epistole ad Attico_2”, dove a p. 1460 e sgg. pubblica la lettera n. 6, del libro XVI di Marco Tullio Cicerone contenuta nella sua opera “ad Atticum”. Il Di Spigno, a p. 1460 scriveva che: “414 (XVI, 6) Scr. Vibone VIII Kal. Sext. an. 44″ e, poi, a p. 1461, nella traduzione scrive: “414 (XVI, 6) Scritta a Vibo Valentia il 25 luglio del 44.”. Cicerone inizia così il passo dell’epistole di Cicerone: “(I)……Veni igitur ad Siccam octavo die e Pompeiano, cum unum diem Veliae constitissem; ubi quidem fui sane libenter apud Talnam (1) nostrum nec potui accipi, illo absente praesertim, scilicet. Itaque obduxi posterum diem. Etc…“. Nella sua traduzione del testo greco, il Di Spigno, a p. 1461, in proposito scriveva che: “(I) …..Dunque sono arrivato da Sicca sette giorni dopo che ero partito dalla mia villa di Pompei, però con un giorno di sosta a Velia, dove mi sono trattenuto proprio volentieri a casa del nostro amico Talna (1) e non avrei potuto essere accolto con maggiore generosità, tanto più che egli era assente. Etc…”. Cicerone scrive che, partitosi otto giorni prima dalla sua villa di Pompei, fa un viaggio per mare, con una barchetta a remi, fa un giorno di sosta a Velia, dove sarà ospite della moglie dell’amico Talna che dice che era assente. Il Di Spigno, a p. 1460, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. 299 (XIII, 28), 4, n. 5.”. Infatti, il Di Spigno, riguardo l’amico di Cicerone, Talna, a p….., nella nota (5) postillava: “(5) Si tratta probabilmente di Giovenzio Talna, il ‘flosculus Iuventiorum’ di cui a CATULL., 24, I. Suo padre fu buon amico di Cicerone; cfr. 414 (XVI, 6), I.”.
Nel 20 luglio 44 a.C., Cicerone, partito da Pompei il 18 luglio arriva a Velia andando a visitare gli amici Trebazio e Talna, che erano assenti
Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 288, in proposito scriveva che: “Cicerone fu di nuovo a Velia, per un giorno, il 20 luglio 44, facendo il viaggio per mare da Pompei, dove aveva una villa, a Vibone (4). Trovandosi a Velia, egli volle andare a visitare gòi amici Trebazio e Talna, ma trovò che erano assenti. Trebazio era il noto giureconsulto C. Trebazio Testa, a cui Orazio finge di rivolgersi, nella prima satira del secondo libro, per averne un parere circa il grado di pericolosità della sua satira (5). Trebazio possedeva a Velia estesi fondi rustici, ed una casa, dinanzi a cui cresceva un albero meraviglioso, che ne impediva la vista. Egli era molto benvenuto a Velia, e la notizia corsa, che voesse disfarsi delle sue possessioni, e abbandonare la città degli avi, per Roma, dove costruiva una casa, aveva messo di cattivo umore i Veliesi. Di questo loro sentimento si fa portavoce Cicerone, aggiungendovi una sua esortazione personale, nella lettera diretta all’amico da Velia, alla vigilia della partenza per Reggio (1). Durante questo viaggio per mare, che durò una settimana. Cicerone, per far piacere all’amico, voltò in latino, affidandosi alla sola memoria, senza il sussidio di libri, la materia dei “Topica” di Aristotele, e dedicò il lavoretto a Trebazio (2). Etc…”. Da Wikipedia, alla voce “Bivona” leggiamo che alla morte di Cesare, Cicerone viene richiamato a Roma, ma deve di nuovo partire a causa della pericolosa situazione venutasi a creare nello scontro con Antonio. È così che nel 44 a.C. sosta nuovamente a Vibo da dove scrive ad Attico: « [..] perveni enim Vibonem ad Siccam [..] Ibi tamquam domi mea scilicet [..] » (IT) « [..] sono giunto a Vibona presso Sicca [..] qui mi pareva di essere a casa mia [..] » (Cic. Att. XVI, 6).
Nel 25 luglio 44 a.C., Cicerone, partito da Pompei il 18 luglio arriva nel fondo dell’amico Sicca che lo ospita a “Vibonem ad Siccam” ed il 25 scrive all’amico Attico. Cicerone si era fermato un giorno a Velia, in casa dell’amico assente Talna
Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 288, in proposito scriveva che: “Cicerone fu di nuovo a Velia, per un giorno, il 20 luglio 44, facendo il viaggio per mare da Pompei, dove aveva una villa, a Vibone (4). …..Durante questo viaggio per mare, che durò una settimana. Etc…”. Il Magaldi a p. 288, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Cicerone, Ad Attic., XVI, 6, 1: “Veni igitur ad Sicam octavo die e Pompeiano, cum unum diem Veliae constitissem. Ubi quidem fui sane libenter apud Talnam nostrum nec potui accipi, illo absente praesertim, liberalius (da Vibone, il 25 luglio 44). Cfr. CRISPO, o. c., p. 230.”. Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ redatta su incarico del Comune di Sapri per la redazone del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito scrivevo che: “….Marco Tullio Cicerone, nel I sec. navigò ripetute volte per le nostre coste; infatti nella lettera scritta nel 44 ad Attico (60) si legge: “perveni enim Vibonem ad Siccam”.”. Nella mia nota (60) postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.” riferendomi all’altra notizia e lettere ad Attico. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 230 parlando di Vibo Valentia, in proposito scriveva: “Cicerone, ….e poi vi fu in seguito altre due volte quando, cioè, prendeva la via dell’esilio, ospite dell’amico Sicca (a. 58), ch’era stato ‘praefectus fabrum’ sotto il suo consolato (4), e quando al prevalere di M. Antonio in Roma, dopo l’uccisione di Cesare, fece un viaggio rapidissimo in Sicilia (a. 44)(5). A suo giudizio, era allora la città un nobile ed illustre municipio (6). E il suo piccolo porto aveva per i Romani un’importanza particolare dal punto di vista militare anche perchè di là essi potevano asportare il famoso legname della Sila, facendo ciò che un tempo aveva fatto per Caulonia Ateniesi etc…”. Il Ciaceri, a p. 230, vol. III, nella nota (5) postillava: “(5) Cic. ad Att. XVI, 6, 1.”. Nella mia Relazione (….) citata riportavo la notizia, di cui, per la prima volta aveva dissertato l’Antonini. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, a pp. 424-425 e ssg., nel suo “Capitolo XI – Di Vibonati, e Sapri”, in proposito scriveva che: “Quando Cicerone dopo la morte di Cesare per le brighe fra Ottavio, ed Antonio fuggì di Roma, andossene alla sua villa a Pompei; di là postosi in barca, andò a Velia, donde (dopo essere stato un giorno in casa di Talna (partì ed andò a Vibone (I). Ed acciò nulla ci si possa opporre sulle parole di Cicerone, le riporteremo belle, ed intiere ‘ad Attico lib. 16. epist. 6 Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Sicam) magis commode quam strenue navigavi; remis enim magnam partem; prodomi nulli: illud fatis opportune. Duo Sinus fuerunt, quos transmitti oportet, Paestanus, & Vibonensis. Utrumque pedibus (2) aequis transmisimus. Veni igitur ad Siccam octavo die a Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui fane libenter apud Talman nostrum, nec potui accipi, illo absente praesertim, liberalius, IX. Kal. igitur ad Sicam (3). Questa sola parte basterebbe a convincere Barrio, e suoi ostinati seguaci, perchè in essa vedesi che Cicerone lo chiama ‘Vibo ad Siccam’ e non Vibo Valentia, ma vi si può aggiungere di più che per andare colà, bisognò, che passasse due golfi, quel di Pesto, oggi di Salerno e quel di S. Eufemia etc…”.

Fu l’Antonini che mise in dubbio la notizia che il fondo di Sicca, che ospitò più volte Cicerone, non si trovasse a Vibo Valentia ma si trovasse nel luogo che Cicerone chiama “Vibonem ad Siccam” che, l’Antonini ipotizza quale città antica posta tra le campagne delle attuali Sapri e Vibonati. L’Antonini prendeva ad esempio la citata lettera ad Attico scritta il 25 luglio del 44 a.C…
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Nel 58 a.C. Cicerone, costretto all’esilio, si reca a Vibone, nella villa (fundus) di un suo amico, Vibio Sicca (56); poi è costretto a lasciare l’Italia, e raggiunge in fretta Turi e Brindisi per imbarcarsi verso la Grecia (57). Nell’interpretazione dell’Antonini, per spiegare la particolare rapidità degli spostamenti di Cicerone, la villa di Sicca doveva trovarsi in Lucania, nel territorio dell’odierna Vibonati. A sostegno di questa tesi, l’Antonini cita Livio, il quale parla della fondazione della colonia latina di Vibone nel 192 a.C., con 4000 famiglie, affermando che il suo territorio era vicino al Bruzio (Bruttiorum proxime), e che i Bruzi l’avevano strappato ai Greci (58)…… L’Antonini cita inoltre anche Plutarco, il quale nella vita di Cicerone, ricordando la sua presenza nella villa di Sicca a Vibone, pone questa località in Lucania (59). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (56) postillava: “(56) Su Sicca vd. RUOPPOLO 1988.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (57) postillava: “(57) Cicerone, Ad Att., III, 2-4; Pro Planc., 40-41, 96-97.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (58) postillava: “(58) Tito Livio, XXXV, 40, 5-6”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (59) postillava: “(59) Plutarco, Cic., 32, 2”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 232 parlando di Velia, in proposito scriveva: “Era pregiata per la salubrità ed amenità del luogo; e Cicerone quand’era in viaggio vi andava a trovare i suoi amici Talna e Trebazio (4). Egualmente che Vibone, Velia era un punto toccato da chiunque lungo la costa del Tirreno dalla Campania andasse a Reggio e viceversa (5); ma la città da per sè non aveva più importanza e da questo tempo in poi non c’è più ricordata dagli scrittori antichi.“. Il Ciaceri, a p. 232, nella nota (4) postillava: “(4) Cic. ad Att. XVI 6, 1; 7, 5; ad fam. VII 20; Phlipp. I 4, 9; X 4, 8; Brut. I 10,4. A Velia gli venne il primo pensiero di scrivere la ‘Topica’, che dedicò appunto a Trebazio (a. 44): ad fam VII 19; cfr. Top. 1, 5.”. Il Ciaceri, a p. 232, nella nota (5) postillava: “(5) Cic. Verr. II 40, 99; V 17, 44.”. Dunque, il Ciaceri, a p. 232, nella nota (4) postillava: “(4) Cic. ad Att. XVI 6, 1; etc…”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, nel vol. II, nel cap. XII – “Antonio, Cicerone ed Ottaviano”, a pp. 340-341, in proposito scriveva: “Ma egli voleva partire; ed, in fine, dopo avere raccomandate tutte le cose all’amico Oppio, il quale l’aveva spinto a codesta decisione per provvedere meglio alla sua dignità (7) (calcolando di far ritorno in Roma con il principio del nuovo anno, quando fossero entrati in carica i nuovi consoli, Irzio e Pansa, e con il pensiero d’andare a raggiungere gli amici al campo se presto si fosse venuti alle armi, sebbene si lamentasse della lentezza di Bruto nei preparativi di guerra)(8), movendo da Pompei il 18 luglio prendeva il mare (9). Fermatosi un giorno a Velia e successivamente a Reggio, giungeva a Siracusa donde, una sola notte di fermata, navigava alla volta della Grecia; etc…”. Questa la cronistoria del viaggio che Cicerone fece nel 44 a.C.. Dunque, il Ciaceri scriveva che Cicerone, dopo la partenza del 18 luglio 44 a.C. si fermò un giorno a Velia (nella casa dell’amico Talna che però dice essere assente) e, proseguendo il suo viaggio si fermò dall’amico Sicca a Reggio. La lettera in questione non dice che egli si fermò dall’amico Sicca a Reggio ma dice che egli si fermò a “Vibonem ad Siccam”, di cui l’Antonini ha fatto notare non essere “Vibo Valentia, ma essere una località molto prossima a Velia. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (7) postillava: “(7) ad Famil. (ad Oppium) XI 29 (primi di Luglio); cfr. ad Att. XV 26, 1”. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (8) postillava: “(8) ad Att. XVI 4, 4; cfr. 2, 4 “. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (9) postillava: “(9) ib. XVI 3, 61 (17 Luglio”. A questo punto, il Ciaceri aggiunge che, in seguito Cicerone: “Abbandonò l’idea del viaggio in Grecia e rifacendo la stessa via presso Velia s’incontrò con Bruto, etc…” prosieguo che vedremo nella prossima lettera, la n° 7. Ritornando alla lettera del 25 luglio 44 a.C., la lettera n° 6 del libro 16 dell’anno 44 a.C.. ci chiediamo che era questa la lettera a cui alcuni storici locali (Tancredi, Guzzo, Cesarino) attribuivano a Cicerone la famosa frase “Parva gemma maris inferi” ?. Nel 2005, Carlo Di Spigno curò l’edizione Utet, delle “Epistole ad Attico_2”, dove a p. 1460 e sgg. pubblica la lettera n. 6, del libro XVI di Marco Tullio Cicerone contenuta nella sua opera “ad Atticum”. Il Di Spigno, a p. 1460 scriveva che: “414 (XVI, 6) Scr. Vibone VIII Kal. Sext. an. 44″ e, poi, a p. 1461, nella traduzione scrive: “414 (XVI, 6) Scritta a Vibo Valentia il 25 luglio del 44.”. Cicerone inizia così il passo dell’epistole di Cicerone: “(I) Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Siccam) magis commode quam strenue navigavi; remis enim magnam partem, prodromi nulli. Illud satis opportune, duo sinus fuerunt quos tramitti oporteret, Paestanus et Vibonensis, utrumque pedibus aequis tramisimus. Veni igitur ad Siccam octavo die e Pompeiano, cum unum diem Veliae constitissem; ubi quidem fui sane libenter apud Talnam (1) nostrum nec potui accipi, illo absente praesertim, scilicet. Itaque obduxi posterum diem. Sed putabam, cum Regium venissem, fore ut illic “δολιχον πλοον ορμαινοντες” (2) cogitaremus corbitane Patras an actuariolis ad Leucopetram Tarentinorum (3) atque inde Corcyrm; et, si oneraria, statimme freto an Syracusis. Etc..”. Nella sua traduzione del testo greco, il Di Spigno, a p. 1461, in proposito scriveva che: “(I) Fino ad ora (sono giunto a casa di Sicca a Vibo Valentia) ho compiuto il viaggio per mare più placidamente che rapidamente: in gran parte a remi: il soffio dei venti di nord-nord est non si era sentito affatto. E’ capitato ben a proposito perché due erano i golfi che bisognava oltrepassare, quello di Pesto e l’altro di Vibo: abbiamo attraversato ciascuno dei due a pié fermo. Dunque sono arrivato da Sicca sette giorni dopo che ero partito dalla mia villa di Pompei, però con un giorno di sosta a Velia, dove mi sono trattenuto proprio volentieri a casa del nostro amico Talna (1) e non avrei potuto essere accolto con maggiore generosità, tanto più che egli era assente. Quindi il 24 sono giunto da Sicca. Qui, naturalmente mi trovo come se fossi a casa mia. Pertanto sto aggiungendo al mio soggiorno anche il giorno successivo. Ma penso che, una volta raggiunto Reggio, lì, “meditando sulla lunga nagigazione”(2), dovremo riflettere se far rotta per Patrasso con una nave da carico, oppure puntare con delle barche a remi su Leucopetra Tarentina (3) e di lì su Corcira; nell’ipotesi etc…”. Il Di Spigno, a p. 1460, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. 299 (XIII, 28), 4, n. 5” e, a p. 1460, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Hom., ‘Od.’ III, 169, inserito con la tecnica ad intarsio”. Dunque, anche il Di Spigno, nella traduzione dal greco scrive: “(I) Fino ad ora (sono giunto a casa di Sicca a Vibo Valentia) ecc…”, ma nutriamo forti dubbi che si tratti di Vibo Valentia. La cosa non è di poco conto. Cicerone, il 24 luglio del 44 a.C. si trovava ospite a casa dell’amico Sicca a Vibo Valentia o si trovava non molto distante da Velia visto che aveva fatto il viaggio con una barchetta a remi e quindi a “Vibonem ad Siccam” ?. Dunque, il 25 luglio 44 a.C., Cicerone è a casa dell’amico Sicca a “Vibonem ad Siccam”, dove era giunto il 24 luglio del 44 a.C. e, dove, il 25, il giorno dopo scrive all’amico Attico. Cicerone scrive che, partitosi otto giorni prima dalla sua villa di Pompei, fa un viaggio per mare, con una barchetta a remi, fa un giorno di sosta a Velia, dove sarà ospite della moglie dell’amico Talna che dice che era assente. Il Di Spigno, a p. 1460, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. 299 (XIII, 28), 4, n. 5.”. Infatti, il Di Spigno, riguardo l’amico di Cicerone, Talna, a p….., nella nota (5) postillava: “(5) Si tratta probabilmente di Giovenzio Talna, il ‘flosculus Iuventiorum’ di cui a CATULL., 24, I. Suo padre fu buon amico di Cicerone; cfr. 414 (XVI, 6), I.”. Dunque, ritornando alla lettera di Cicerone ed al suo viaggio, l’arrivo il 24 luglio nel fondo dell’amico Sicca a “Vibone ad Siccam”, alla sosta di un giorno a Velia a casa dell’amico Talna, gli storici locali, come io credo, giustamente hanno interpretato la località “Vibonem ad Siccam” come “Sapri”, a differenza della maggioranza degli studiosi che pone questa località quale “Vibo Valenzia”. Resta comunque un dubbio sull’anno che i due autori locali pongono. La lettera da me citata riguarda l’anno 44 a.C., mentre i due autori, ci parlano dell’anno 75 a.C.. Tuttavia, è vero che Cicerone, nel 75 a.C., si recò in viaggio in Sicilia ed in una lettera del 71 a.C. scrisse di “Vibone”, dove era ospite dell’amico Sicca o Vibio Sicca, ma, riguardo il viaggio di andata di Cicerone in Siciliano non si sa molto. Riguardo la trascrizione dell’epistola ad Attico di Cicerone, l’Antonini in proposito nella sua nota (3) postillava che: “(3) Devesi avvertire, che nell’edizione dell”Epistole ad Attico’ fatta da Aldo Manunzio nel MDXIII. trovansi diversamente notate le date, i luoghi e ‘l numero dell”Epistole.”. Cicerone aggiunge che dopo aver navigato da Pompei l’ottavo giorno si era fermato a Velia dove si era fermato nella villa dell’amico “Talmam” (….) e, in seguito si recò nella villa di “Sica”. L’Antonini, nella nota (I), dice di trarre la notizia dalla ‘Storia’ di Francesco Fabricio (….). L’Antonini (….), nel parlare del ‘Sinus Vibonensis’ si riferiva a Francesco Fabricio (….) ed al suo testo sulla vita o la storia di Cicerone ‘Ciceronis HIstoria’, del 1569. L’Antonini confuta ciò che aveva scritto Fabricio che credeva si trattasse di Vibo Valenzia e non della nostra Vibone. La seconda lettera, Epistola n. 19 del Libro XIV, è la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico ‘Sal.’ da “Scr. in Pompeiano VIII Id. Mai. an. 44.” (anno ’44 a.C.) (372, Libro XIV, 19). Il Di Spigno (….) che ha curato l’edizione delle ‘Lettere ad Attico’ a p. 1333, nella sua traduzione scrive “Scritta nella villa di Pompei l’8 maggio del 44.”. A sostegno di questa tesi, l’Antonini (….), cita lo scrittore greco Plutarco (….), che visse sotto l’Impero romano e scrisse la biografia di diversi personaggi illustri. Antonini, dice che Plutarco (….), nella sua “Vita di questo Oratore”, scrive che “per venire qui: Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama Hipponem il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: (riporta il passo scritto in greco da Plutarco), Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?).”. L’Antonini, a sostegno della sua tesi che Cicerone si riferisse al nostro Vibonati cita anche Plinio (…), dicendo che egli nel cap. 5 del lib. 3: “aveva incontro al nostro Vibone situato alcune isole col nome d’Ithacesiae: Et contra Vibonem parvae sunt Insulae, quae vocantur Ithacesiae, Ulyssis specula”, e sulla base di ciò detto l’Antonini affermava non essere il Vibo Valenzia ma un luogo a noi prossimo. Le isole ‘Ithacesiae’ di cui parla l’Antonini e Plinio, sono degli isolotti che ricorrono in tutte le carte d’Italia annesse alla ‘Geografia’ di Tolomeo, come possiamo vedere nel codice greco più antico conosciuto, il Codice Vaticano Urbinate Greco 82, di cui l’immagine di Fig….., ne illustra un particolare della carta dell’Italia. Ma come abbiamo cercato di dire e dimostrare alcuni autori come Plutarco (….) dicono non si tratti di Vibo Valenzia in Calabria anche perchè questa cittadina aveva un porto molto distante dalle ville della costa Velina. E’ molto probabile che si tratti della baia e del porto di Sapri. L’Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, alla pagine 424-425, disserta sul toponimo di ‘Vibone‘ e, citando “l’Abbate Aceti” scriveva che, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone, nelle sue “Epistole ad Attico” (una raccolta di lettere che Cicerone scrisse a diversi suoi amici subito dopo la congiura che portò alla morte di Giulio Cesare), si riferiva all’antico toponimo (nome di luogo) riferito a Sapri o al porto naturale di Sapri. Infatti, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, nelle sue “lettere ad Attico”, cita più volte il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘. L’antica città romana o ‘Latina’ di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. ‘Bibo ad Siccam odie ruin.‘. Dal punto di vista strettamente bibliografico e, storiografico, il primo a riferire del toponimo “Bibo ad Sicam”, è stato il Barone di S. Biase (natio di Cuccaro Vetere), Giuseppe Antonini, nella sua ‘Lucania’ (…). Nel 1745 e in seguito, nel 1795, il nipote Matteo Egizio, pubblicò la “Lucania – I Discorsi”, del barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….) che, ci parla per la prima volta di un ‘Bibo ad Sicam‘ o ‘Siccam’ (…), citata da Cicerone (…). L’Antonini (….), è il primo a riferire del toponimo (nome di luogo), attribuendolo e credendo si riferisca a Sapri, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, che era spesso in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per latro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Ecc…”. Riguardo questo passaggio dell’Antonini (….), Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 740 parlando di Vibonati in proposito scriveva che: “Naturalmente è da escludere l’ipotesi dell’Antonini (3) che vuole Vibonati denominato da un’isoletta che le sarebbe quasi di fronte “Vibo ad Sicam, e Siccam” e che ubica ivi la Vibone di Cicerone (4). Già il Troyli (5) aveva fatto giustizia di questa ipotesi quando scriveva “lasciando da parte l’opinione di qualche altro Autore, che per amore della sua Lucania la vorrebbe ne’ Bonati; da Vibone diducendolo Vibonati, con una etimologia molto nuova”. Dello stesso parere il Soria (6), più incisivo il Magnoni (7).”. Ebner a p. 740 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Troyli, cit., I, p. 419, p. 178.”. Dunque Pietro Ebner (….) dando torto all’Antonini citava l’opera dell’abbate Troyli (….) riferendosi al tomo I, p. 419 e p. 178 del suo ‘Istoria generale del Reame di Napoli etc…’ dove a p. 176 del tomo I parlando di Vibo Valenzia in proposito scriveva che:

L’Antonini continua il suo discorso argomentando su ciò che aveva scritto Gabriele Barrio (….), di cui parlerò in seguito che voleva che il ‘Vibone’ citato da Cicerone fosse l’attuale Vibo Valenzia in Calabria. Figuriamoci se Cicerone nel fuggire dopo l’uccisione di Giulio Cesare si fosse recato a Vibo Valenzia e non come voleva giustamente l’Antonini nel golfo di Policastro che gli antichi chiamarono “Seno Vibonense” e, che altri in seguito, come vedremo chiamarono “Seno Saprico”. L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Infatti, l’Antonini aggiungeva che: “Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”. Certo è che le ‘Cammerelle’, come si mostravano prima degli anni ’80, somigliano ai ‘criptoportici’ (così detti da Schmiedt) di alcune ville patrizie romane a Formia, dove vi era anche la villa di Cicerone. Questo studio, riapre nuovi scenari circa il pasaggio e la conoscenza che il grande oratore Cicerone, avesse dei nostri luoghi. L’Antonini (….), è il primo a riferire del toponimo (nome di luogo), attribuendolo e credendo si riferisca a Sapri, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, che era spesso in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per latro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”. L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Infatti, l’Antonini aggiungeva che: “Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”. Nel 1975, lo studioso Giulio Schmiedt (…), pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (…) riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato ‘Vibo ad Sicam’ che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino”. Sulla questione ancora oggi dibattuta dagli storici, ovvero se si trattasse di Vibo Valenzia o piuttoto di una Vibone Lucana, l’Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, alla pagina 424, disserta sul toponimo di ‘Vibone‘, credendo che si riferiva a Sapri, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, quando scriveva e citava nelle sue Epistole il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘ e, dedica molte pagine a Vibonati, dissertando sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva essere la Vibo Valenzia in Calabria e, confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una ‘Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di ‘Vibone’, dava torto a Barrio e cita anche Pomponio Mela (…), Tito Livio (…) e Plinio (…). L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Antonini, parlando di ‘Vibone’, dando torto a Barrio (…) e cita anche Pomponio Mela. Anche il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, traeva questa notizia dalle epistole papali di papa S. Gregorio Magno e, nella nota (48), a p…., del Visconti (…), che postillava il Laudisio (…), scriveva: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, ovvero il Laudisio (…), nel riportare la notizia secondo cui: “Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile.”, l’aveva tratta dal Barrio (…), nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s., molto prima dell’Ughellio (…), scriveva sull’antica Vibonati e su alcune notizie citate dal Laudisio (…), credendola l’antica Vibone Lucana o “Hipponium”:

(Fig…) Barrio (…), Tomo V, parte I, libro II, p. 139
Nel 17 agosto 44 a.C., Cicerone incontra Bruto a Velia, nella villa dell’amico Thalna
Il 17 agosto 44: Cicerone incontra M. Bruto nelle vicinanze di Velia, prima della partenza di questi per la Macedonia: Att. XVI, 7, 5; Phil. I, 9. Cf. RUETE 1883, 10 n. 40; DG 6, 294; CIACERI 2, 343; GELZER 1969, 345; SB 1971, 245; STOCKTON 287; KUMANIECKI 1972, 515; FEDELI 1973, 411; BELLINCIONI 1974, 202; FUHRMANN 246; MARINONE a. 44 A. –Att. XVI, 7, 5: XVI Kal. Sept. [17 agosto] cum venissem Veliam, Brutus audivit […] pedibus ad me statim.
Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 232 parlando di Velia, in proposito scriveva: “Era pregiata per la salubrità ed amenità del luogo; e Cicerone quand’era in viaggio vi andava a trovare i suoi amici Talna e Trebazio (4). Egualmente che Vibone, Velia era un punto toccato da chiunque lungo la costa del Tirreno dalla Campania andasse a Reggio e viceversa (5); ma la città da per sè non aveva più importanza e da questo tempo in poi non c’è più ricordata dagli scrittori antichi.“. Il Ciaceri, a p. 232, nella nota (4) postillava: “(4) Cic. ad Att. XVI 6, 1; 7, 5; ad fam. VII 20; Phlipp. I 4, 9; X 4, 8; Brut. I 10,4. A Velia gli venne il primo pensiero di scrivere la ‘Topica’, che dedicò appunto a Trebazio (a. 44): ad fam VII 19; cfr. Top. 1, 5.”. Il Ciaceri, a p. 232, nella nota (5) postillava: “(5) Cic. Verr. II 40, 99; V 17, 44.”. Dunque, il Ciaceri, a p. 232, nella nota (4) postillava: “(4) Cic. ad Att. XVI 6, 1; 7, 5; “, ovvero postillava dell’altra lettera scritta ad Attico del 17 agosto 44, quando Cicerone si era recato di nuovo a Velia nella casa dell’amico di Velia, Trebazio Testa, e poi, in questa occasione parla dell’incontro che ebbe con l’amico Bruto e sua moglie Porzia. Si tratta della lettera (in “ad Atticum”), libro 16, n° 7 del 17 agosto 44 a.C…Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, nel vol. II, nel cap. XII – “Antonio, Cicerone ed Ottaviano”, a pp. 340-341, in proposito scriveva: “Ma egli voleva partire; ed, in fine, dopo avere raccomandate tutte le cose all’amico Oppio, il quale l’aveva spinto a codesta decisione per provvedere meglio alla sua dignità (7) (calcolando di far ritorno in Roma con il principio del nuovo anno, quando fossero entrati in carica i nuovi consoli, Irzio e Pansa, e con il pensiero d’andare a raggiungere gli amici al campo se presto si fosse venuti alle armi, sebbene si lamentasse della lentezza di Bruto nei preparativi di guerra)(8), movendo da Pompei il 18 luglio prendeva il mare (9). Fermatosi un giorno a Velia e successivamente a Reggio, giungeva a Siracusa donde, una sola notte di fermata, navigava alla volta della Grecia; senonchè, oltrepassata la costa di Sicilia dai venti contrari era respinto a Leucopetra e, costretto a fermarsi, alloggiava nella villa del suo amico Valerio (10). Quivi venivano a visitarlo molti della vicina Reggio; e da persone che giungevano da Roma (fra le quali era uno che essendo stato ospite di Bruto, lo aveva lasciato a Napoli) sentiva parlare d’un gran mutamento avvenuto negli affari pubblici, che faceva sperare in una generale conciliazione: disposto Antonio a sottostare all’autorità del Senato avrebbe abbandonata la pretesa delle provincie galliche e si sarebbe accordato con Bruto e Cassio, i quali sollecitavano tutti i principali senatori ad intervenire alla seduta del senato del 1° Settembre desiderando sovratutto la presenza di lui, Cicerone, e lamentandone l’assenza in siffatto momento (1). Abbandonò l’idea del viaggio in Grecia e rifacendo la stessa via presso Velia s’incontrò con Bruto, che trovavasi con le sue navi vicino il fiume Alete e che lo ragguagliò degli ultimi avvenimenti informandolo, fra l’altro, della seduta del Senato del 1° Agosto, nella quale Pisone aveva osato per il primo di muovere un’invettiva contro Antonio, per cui Bruto lo portava al cielo, sebbene nessuno dei Senatori avesse avuto l’animo d’assentire a quanto egli diceva (2).“. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (7) postillava: “(7) ad Famil. (ad Oppium) XI 29 (primi di Luglio); cfr. ad Att. XV 26, 1”. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (8) postillava: “(8) ad Att. XVI 4, 4; cfr. 2, 4 “. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (9) postillava: “(9) ib. XVI 3, 61 (17 Luglio”. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (10) postillava: “(10) ad Famil. (ad Trebatium) XII 20 (20 Luglio); VII 19 (28 Luglio); Philipp. I 3, 7 “. Il Ciaceri, a p. 341, nella nota (1) postillava: “(1) ad Att. XVI 7, 1; Philipp. I 3, 8 “. Il Ciaceri, a p. 341, nella nota (2) postillava: “(2) ib. XVI 7, 5 e 7; ad Famil. (ad Cassium) XII 2, 1 (fine Sett.); Philipp. I 4, 10: 6, 14; V 7, 19; cfr. XII 6, 14 “. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 88, in proposito scriveva che: “..e Bruto, dopo l’uccisione di Cesare, andò colla flotta a Velia ed ivi vide Cicerone, che tentò persuaderlo di tornare a Roma (3).”. Carucci, a p. 88, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Cic., I e X Filippica, VI e XV epistola. In quella ad Atticum leggesi: Erat enim (Brutus) cum suis navibus apud Helectem fluvium intra Veliam tria millia passuum’. Plutarco poi, nella Vita di Bruto, dice che il figlio adottivo di Cesare a Velia lasciò la moglie Porzia, quando partì per la Grecia.”.
Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a pp. 289-290, in proposito scriveva che: “Il 17 agosto del 44 avvenne a Velia l’incontro – e fu quello ultimo incontro – di Cicerone con Bruto. Cicerone era sbarcato a Velia, respintovi dal vento contrario, che egli aveva impedito di proseguire l’intrapreso viaggio per la Grecia, dove egli voleva ritirarsi. Per consiglio di Bruto, egli non ripartirà più per la Grecia, ma farà ritorno a Roma, per riprendervi la lotta. Bruto veniva da Roma, ed era diretto in Grecia, dove si andava a stabilire dopo che il fallimento della congiura da lui ordita non gli consentiva di rimanere più nella Capitale. Costretto ad abbandonare l’Italia, aveva attraversato la Lucania e aveva raggiunto il mare a Velia, nel cui porto le sue navi lo aspettavano alla fonda (p. 34). L’incontro fra i due personaggi fu dei più trepidi ed affettuosi. Cicerone lo ricorda con commosse parola (3). Bruto era stato accompagnato, fino a Velia, dalla moglie Porzi, e là, i due si separarono, partendo l’uno per la Grecia, tornando l’altra a Roma (1). A questo punto della sua narrazione, Plutarco riferisce l’episodio di Porzia, che si commuove dinanzi alla scena, raffigurata in un quadro, dell’addio di Ettore ad Andromaca. Prima di lasciare Velia, dobbiamo ricordare un altro suo cittadino illustre, Papinio Stazio etc…”. Il Magaldi, a p. 289, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Plutarco, Brutus, XXIII, 1 (a. 44): “………….”; Cicerone, Ad Atticum, XVI, 7, 5 (19 ag. 44): “Nam, XVI Kal. Sept. cum venissem etc…”. Il Magaldi, a p. 290, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Plutarco, XXIII, 2 (a. 44): “‘Οθεν (cioè da Velia) η Πορχια μελλουσα παλιν εις ‘Ρωμην αποτραπεσθαι”.”.
Da Wikipedia leggiamo che dopo la morte del padre di Porcia nel luglio 45 a.C., Marco Bruto, suo cugino, divorziò da Claudia e sposò Porcia. Molti non videro bene il divorzio, ma il partito di Pompeo lo accettò. Inoltre, Porcia era completamente innamorata di Bruto. Ebbero un figlio, ma morì quando era piccolo, nel 43 a.C. Bruto decise di attaccare Cesare. Sposò in prime nozze Marco Calpurnio Bibulo (un alleato politico del padre) e successivamente Marco Giunio Bruto, suo primo cugino. Plutarco tramanda che Porcia abbia ricevuto una ferita alla coscia in preparazione alla tortura, per provare che soffriva. A causa della ferita, ha sofferto di forti dolori, febbre e brividi. Bruto era molto preoccupato. Quando raccontò al marito della ferita, decise che non gli avrebbe nascosto nulla, perché vide che poteva fidarsi di lui. Porzia fu costretta a fuggire ad Anzio assieme a Bruto, poi si rifugiarono a Napoli ed infine a Velia da dove Bruto partì per la Grecia lasciandola sola. Si raccontava che Porzia, sempre attenta a non far trasparire le sue emozioni, rimase impassibile sulla banchina mentre la nave che le portava via il marito lasciava il porto.La città di Velia, in epoca romana, dopo la guerra sociale, divenne il municipio di Velia e fu meta di personaggi illustri quali Bruto e Cicerone che soggiornarono qui. Elea-Velia fu tappa di viaggio obbligata per Paolo Emilio, il vincitore di Pidna; Bruto e la moglie Porzia vollero conoscerla; Cicerone ne apprezzò le cure termali, che – la leggenda vuole – avevano ridato la salute ad Augusto di ritorno dall’Oriente; Orazio guarì, invece, da una quasi totale cecità. Con il passare degli anni Velia perse il suo antico splendore per via del progressivo interramento dei due porti che fornivano la maggiore risorsa commerciale della città. Venne distrutta dai Saraceni fra l’VIII ed il IX sec d. C. Da Wikipedia leggiamo che Marco Giunio Bruto (in latino: Marcus Iunius Brutus, pronuncia classica o restituta: [ˈmaːrkʊs ˈjuːnɪ.ʊs ˈbruːtʊs]; Roma, 85 a.C. o 79-78 a.C. – Filippi, 23 ottobre 42 a.C.), ufficialmente noto dopo l’adozione come Quinto Servilio Cepione Bruto (Quintus Servilius Caepio Brutus), è stato un politico, oratore, filosofo e studioso romano, senatore della tarda Repubblica romana e uno degli assassini di Giulio Cesare; fu difatti una delle figure preminenti della congiura delle Idi di marzo assieme a Gaio Cassio Longino e a Decimo Bruto. Eufemia Guariglia, nella sua Tesi di Laurea per il Politecnico di Milano, in proposito scriveva che Velia divenne ben presto un rifugio privilegiato dell’aristocrazia romana, per la fama della sua cultura, per l’importante scuola medica e per la bellezza dei luoghi: Bruto aveva qui una villa e Cicerone fu spesso ospite del suo amico Trebazio che aveva a Velia una splendida villa sul mare. Subito dopo, il 7 dicembre del ’43 a.C., Cicerone sarà ucciso nella sua villa di Formia dai sicari di Antonio.
Nel 42 a.C., Cesare Ottaviano Augusto e la Lucania in epoca Augustea
Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 7, in proposito scriveva che: “Nell’età di Augusto, quando l’Italia ebbe una ripartizione amministrativa, di cui si dirà in seguito, nella quale la Lucania, insieme col Bruzio, formò la III regione, i suoi confini saranno stati quelli dati da Strabone (1). Era compresa fra il mare Tirreno e lo Jonio; su quel mare si prolungava dal Sele fino a Lao; su questo da Metaponto fino a Turio. Nell’interno si estendeva dal territorio dei Sanniti – non meglio determinato (2) – fino all’istmo compreso fra Turio e Celille, presso Lao (3). E così a sud il confine col Bruzio era segnato all’incirca da quella linea ideale che congiunge le foci del fiume Crati e del Lao, là dove la larghezza della penisola italiana è quasi la minima; il Bradano segnava sommariamente il limite con l’Apulia (4) e il Sele nel suo ultimo tratto, dalla confluenza del Calore in poi, divideva la Lucania dalla Campania (5).”. Il Magaldi, a p. 7, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Strabone, VI, 255: “…………………..”; Plinio, Nat. Hist., III, 11, 97: “oppidum Metapontum, quo tertia Italiae regio finitur; Plinio, Nat. Hist., III, 5, 71: “A Silero regia tertia et ager Lucanus Bruttiusque incipit; III, 5, 72: “…….Laus amnis….Ab eo Bruttium litus; Strabone, VI, 252: “Μετα δε Πυξουντα (Λαος) χολπος χαι ποταμος Λαος χαι πολις, εσγατη των Λευχανιδων….”.”. Il Magaldi, a p. 47, in proposito scriveva che: “Altra zona della Lucania interna molestata dalla malaria nell’antichità fu il Vallo di Diano, nel quale si resero necessari, come si disse (p. 28), lavori di bonifica.”. Il Magaldi, a p. 255, in proposito scriveva che: “Per la lucania noi siamo informati della esistenza di “curatori del comune” a Teggiano, ad Atina, a Volceio, a Bussento, a Velia, a Potenza, a Cosilino (1).”. Il Magaldi, a p. 255, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. C.I.L., X, *482: Buxentin (orum);…Al Patroni che l’ha pubblicata, la lapide di Cosilino è sembrata, per i caratteri, approssimativamente del III sec. a.C. (in “Notizie” cit., p. 111).”. Il Magaldi, a p. 256, in proposito scriveva che: “Augusto divise l’Italia in undici “regioni”, come ci è attestato da Plinio il Vecchio (4). Nella ‘discriptio Italiae’ augustea la Lucania e il Bruzio costituirono la III regione (Lucania et Bruttii), confinante con la II (Apulia et Calabria), e con la I (Campania)(5).”. Il Magaldi, a p. 256, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Plinio, N.H., III, 5, 46; cfr. Cassiodoro, Variae, III, 52, 6.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 8, in proposito scriveva che: “L’andamento del confine augusteo porta con sè l’esclusione della Lucania odierna del distretto del Melfese in cui oggi si trova Venosa, che faceva parte della II regione, dell’Apulia e l’aggiunzione, invece, del Cilento, che oggi appartiene alla provincia di Salerno, e dell’antico circondario di Castrovillari, al di là della linea naturale di divisione costituita dal M. Pollino nonchè dal territorio percorso dal Sele e dai suoi affluenti di sinistra.”. Il Magaldi (…), a p. 10, in proposito scriveva che: “Un’altro scrittore autorevole dell’età di Augusto, il geografo Strabone, colloca la città al limite della Lucania col Sannio (5) e afferma che per lui Venosa è città sannitica (6). Naturalmente queste notizie contraddittorie hanno valore per un periodo anteriore alla divisione Augustea, e la dichiarazione di Strabone che abbiamo etc…”. che:
Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 1743 pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 48 e ssg. nel cap. II: “Dei fiumi etc…”, in proposito scriveva che: “Da Turio che un tempo fu sotto l’Imperio de’ Lucani, come avvisato abbiamo trasse l’origine la Famiglia Ottavia, da cui discese Ottaviano Cesare, che fu la maggior lumiera del Romano Imperio; ebbe perciò la Famiglia il cognome di Torina, come avvisò ‘Svetonio’ (a), onde Marcantonio gran Antagonista, ed Emulo di detto Augusto per dispreggio lo chiamava Turino, quasi che rinfacciar gli volesse la basseza de’ Natali, quando il dilui Bisavo fu Tribuno, che valorosamente combattè nella Cicilia sotto la condotta d’Emilio Pappo, ed era di famiglia equestre.”. Il Gatta, a p. 48, nella nota (a) postillava: “(a) Svetonio lib. 2 in vita Octavi Augusti: Infanti cognomen Thurino inditum est, in memoriam Majorum originis.”.
Nel 42 a.C., Buxentum e l’ascesa al potere di Cesare Augusto Ottaviano
Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Sotto Augusto Buxentum fu compresa nella III^ Regione Italica (Lucania e Brutium) l’anno 42 a. C…Fra le maggiori località costiere di origine greca, come ecc.., nonchè Blanda Julia (Maratea) e Velia e Vibo ad Siccam (Vibone Lucana), Pixunte non doveva essere inferiore, perchè, pur non essendo un centro di grande entità, era, più che oggi, soggiorno turistico specialmente per gli uomini illustri come Cicerone, Orazio, ecc…Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc…e tre lapidi, etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: “La città di Bussento tuttavia si svilupperà a poco a poco, nel II e nel I sec. a.C., raggiungendo una certa floridezza nella prima età imperiale”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 331, parlando di Policastro Bussentino scriveva che: “Dopo la riforma di Diocleziano, anche il territorio di Bussento venne attribuito al Bruzio (12).”. L’Ebner, a p. 331, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Liber coloniarum, Lachmann, p. 262, 9 sg., p. 209, 14, sg.”. Ebner si riferiva al testo del filologo tedesco Karl Lachmann (….). Recentemente il testo “Liber Coloniarum” è stato tradotto da Giacinto Libertini (….), nel suo “Gromatici Veteres etc…Gli antichi Agrimensori etc…”, dove ci parla della Provincia III del Brutium e di Buxentum e del suo territorio, a p. 260. L’Ebner a p. 331, nella sua nota (13) postillava che: “(13) P. Natella e P. Peduto, Pixous-Policastro, “Universo”, 3, 1973 (per altre notizie e per l’importante bibliografia), p. 483 sgg. Cfr. pure Magaldi. Etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “8. Frattanto Buxentum fra l’età augustea e la metà del I sec. d.C. vede la monumentalizzazione dell’impianto urbano, con edifici pubblici, la sistemazione del foro, la costruzione di un macellum o mercato coperto, ed una serie di iscrizioni dedicatorie per la famiglia imperiale; nell’insieme, la città mostra numerosi segni di vitalità, come importante centro amministrativo del territorio e centro commerciale allo sbocco del Vallo di Diano, legato al porto (74). Quest’ultimo era alla foce del fiume Bussento, (nell’antichità arretrata di circa 4 km rispetto all’attuale), sul terrazzo marino di riva sinistra a sud-ovest di Policastro (75). La presenza di dediche per membri della famiglia Giulio-Claudia (per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia, e per Germanico)(76) è spiegata in connessione a proprietà imperiali nella zona, o in relazione ad assegnazioni coloniarie ai veterani di Augusto. Sono presenti numerose ville nel territorio, con importanti attestazioni archeologiche, come ad es. un rilievo tardo-repubblicano di produzione regionale affine a rilievi coevi del Vallo di Diano (77).”. Il La Greca, a p. 36, nella nota (74) postillava che: “(74) GUALTIERI 2003, pp. 104-110; BRACCO 1981b; BRACCO 1983.”. Il La Greca, a p. 36, nella nota (75) postillava che: “(75) SCHMIEDT 1966, pp. 322-324”. Il La Greca, a p. 36, nella nota (76) postillava che: “(76) CIL X 459-460.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (77) postillava che: “(77) Vd. GUALTIERI 1996.”. Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo “Pyxous-Buxentum”, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988, a pp. 703-704 , in proposito scriveva che: “In epoca Imperiale, la città è citata dai geografi (7), mentre dall’epigrafia apprendiamo che si trattava di un ‘municipium’ retto da ‘duoviri’, che era iscritta alla ‘tribus Promptina’, e che possedeva un foro ed un ‘macellum’ (8).”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (7) postillava che: “(7) Plin. Ili, 5, 72; Pomp. Mela II, 4, 69 (Buxantium); Ptolem. Ili, 1, 8 (βούξεν-τον) ; Geogr. Rav. IV, 32”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (8) postillava che: “(8) CIL X, I, n° 461 ; V. Bracco, // foro di Buxentum, in Scritti sul mondo antico in onore di F. Grosso, Roma, 1981, p. 77-84; Id., Il Macellum di Bussento, in Epigraphica, XLV, 1983, p. 109-115.”. Da Wikipedia leggiamo che segue infatti un lungo periodo di silenzio delle fonti, grazie alle citazioni dei geografi, sappiamo che l’insediamento era sicuramente attivo in età imperiale. L’evidenza epigrafica rivela inoltre che, in ètà imperiale, la città era eretta a municipium, amministrato da duoviri, nel quale si annoveravano un foro e un macellum. Sempre da fonti epigrafiche si sa che il municipio era assegnato alla tribus Pomptina.
Nel …… d.C., Paestum e Velia e Cesare Augusto Ottaviano
Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 261 parlando di Posidonia, in proposito scriveva che: “….al 273 a.C., quando Roma sottrasse Paestum a quella dominazione. Con Roma Paestum ebbe rapporti strettissimi (socii navales)(13): nei cantieri di Paestum e di Velia si costruirono molte navi delle flotte romane. Perciò Roma consentì che Paestum e Velia continuassero a battere moneta, Velia prima, Paestum fino ai tempi di Tiberio (14). Dopo un certo fiorire della prima metà imperiale Paestum, come del resto Velia, continuarono nella decadenza. Anche esse, come quasi tutte le altre poleis antiche erano state tagliate fuori dalle romane nuove correnti commerciali di traffico. Vi contribuì senz’altro il progressivo impaludarsi della campagna ad opera del fiume Salso che determinò persino spesse incrostazioni sui resti architettonici etc…”. Ebner, a p. 261, vol. II, nella nota (13) postillava: “(13) Città federata, v. Cicerone, pro Balbo, 24.55 e Livio, VI, 3.39. Dopo il 203 battono monete solo Paestum e Capua, Magaldi cit., p. 202, ma anche Velia, Ebner, Le monete di Velia, cit., In Magaldi anche per la costituzione municipale (p. 241), per il questore (p. 239) e per il patrono, p. 268 sg.”. Ebner, a p. 261, vol. II, nella nota (14) postillava: “(14) Sulle ultime monete la nota leggenda P S S C (= Paesti signatum senatus consulto). Oltre la colonia di cittadini romani (colonia civium) dedotta a Paestum da Augusto, ‘Populi Paestani consensu’, (Panebianco, Paestum cit., p. 30), nel 71 d.C. Vespasiano vi dedusse come coloni (CIL, X, 53) i soldati della flotta del Miseno con diritto di cittadinanza ( Paestum era stata aggregata – 89, 87 a. C. – alla tribù romana Mercia) e di connubio (potevano contrarre matrimoni se celibi o ratificare i precedenti matrimoni se ammagliati, secondo il diritto romano). Vetrani delle coorti pretorie vi dedusse anche Antonino Pio (“Notizie di Scavi”), 1931, p. 639).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, vol. I, a p. 11, in proposito scriveva che: “A Velia la deduzione, forse di età augustea, venne restaurata da Vespasiano (43). Oltre all’abbandono delle coste da Velia a Salerno, è notizia pure della mancanza di abitanti a Consilinum (44).”. Ebner, a p. 11, nella nota (43) postillava che: “(43) Ebner, Agricoltura cit., p. 49 per i due titoli, di cui v. pre Ebner, PdP, 1966, p. 337”. Ebner, a p. 11, nella nota (44) postillava che: “(44) Plinio, III, 5, 70 “. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc….”, a p. 49, in proposito scriveva che: “Nel visitarla (14 d.C.) Augusto dové rendersi conto delle locali necessità se, nella generale sua politica di aiuti alle città periferiche, cercò di promuovere anche la vita di Velia con la deduzione di una colonia, se è esatta l’interpretazione di due epigrafi edite di recente (47), delle quali una rivelerebbe la restaurazione dei limiti delle centuriazioni ai tempi di Vespasiano. Evidentemente l’imperatore aveva inviato a Velia, come aveva fatto per Paestum, marinai veterani della flotta del Miseno. Vero è che i cantieri velini ripresero nuova vita ai tempi di Claudio (48), quando le richieste di navi crebbero per l’intensificarsi dei trasporti delle derrate a rifornire Roma e l’esercito: l’imperatore nel timore del ripetersi dei tumulti nel Foro, etc…Dalla consistenza delle opere di quel tempo si potrebbero persino stabilire l’entità dei contratti. Parallelamente fiorirono le industrie locali: le saline (49), la salgione dei pesci (tonni, alici)(50), la preparazione del locale gustoso garum e di odorosi unguenti dai fiori che la provvida natura vi profondeva.”. Ebner, a p. 49, nella nota (47) postillava che: “(47) PdP 1965, p. 337 e RSS 1965, p. 49. Ne è conferma in una recentissima epigrafe inedita.”. Ebner, a p. 49, nella nota (48) postillava che: “(48) Svet., Claudio, 18”. Ebner, a p. 50, nella nota (49) postillava che: “(49) Già in età greca erano stati utilizzati i dislivelli lacunari a nord e a nord-ovest della città per allogarvi le saline. Il prezioso sale, trasportato nell’interno atraverso l’omonima strada, costituì fino ad epoca tarda uno dei più preziosi mezzi di scambio con le popolazioni della Valle del Tanagro.”. Ebner, a p. 50, nella nota (50) postillava che: “(50) Ne è notizia in Strabone, VI, 252 c. Tonni delle tonnare di Palinuro; le alici, ad Ascea, ancora qualche anno fa erano dovunque richieste. Oltre la salatura dei pesci, a Velia era sviluppata anche l’industria della concia dei cuoi. Un’industria tradizionale e praticata fino ai primi del corrente secolo. Velia esportava ancora vino e olio anche in Etruria. RSS 1965, p. 37 sgg. Per gli attivissimi rapporti commerciali Paestum-Velia, v. “Studi Lucani”, I, 3 RIN 1966, p. 9 sgg. e 1970 p. 19 sgg.”.
Nel …… d.C., Nerulo e le origini di Cesare Augusto Ottaviano
Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 184-185 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “II. In un’altra contingenza appare nella storia romana il nome di Nerulo. Lo storico latino Svetonio Tranquillo, che scrisse le vite dei dodici Cesari, – Vitae duodecim Caesarum – nella biografia di Cesare Augusto riferisce che Cassio, volendo fare a costui oltraggio, in un’epistola lo avesse qualificato non solo come nipote d’un mugnaio, ma pure d’un banchiere di Nerulo. (Nerulanensis mensarium). Ecco le parole di Svetonio: “Cassius quidam Parmensis quadam epistola non tantu ut pistoris, sed ut nummulari nepotem sic taxat Augustum: Materna tibi farina ex crudissimo Ariciae pistino hanc finxit manibus collybo decoloratis Nerulanensis mensarius”. – cioè: “Cassio Parmense in una sua epistola taccia Augusto non solo come nipote di un mugnaio, ma pure di un banchiere, dicendo: Il banchiere di Nerulo con le mani tinte del sudiciume del rame manda questa lettera formata con la farina materna del rozzo mulino d’Ariccia” (piccola terra della campagna romana). Lo stesso Svetonio crede che questa fosse stata un’infamia lanciata da Cassio ad Augusto, come quella che fu contro lo stesso inferta da Marco Antonio il quale “per avvilire ancora la materna origine di Augusto, osa dire che il suo bisavolo fu Africano e gli rinfaccia ora che fu profumiere ed ora che ei fu mugnaio d’Ariccia”. (1).”. Il Pesce, a p. 185, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi le Vite dei dodici Cesari di C. Svetonio Tranquillo tradotto da F. Paolo del Rosso, Napoli, 1887, pag. 11.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 180 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Il nostro Falcone riferisce che “tuttochè siano trascorsi più di due mila anni, a questi abitatori di Nerulo è rimasta fissa la tradizione continuata e non interrotta, che i fondatori di questa patria furono alcuni fuggitivi o banditi” – che egli suppone provenienti dalla distrutta Velia, ovvero dai Coni, i quali erano pure quivi accasati assieme con gli Enotri. Noi non possiamo andare tanto oltre, poichè, fuori della sufferita ragione filologica, nessuna altra guida abbiamo nel tenebroso cammino circa la fondazione e la denominazione dell’antico Nerulo.”. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……Nel suo territorio si scavano molto antichi ruderi ed anticaglie varie, onde è tenuto paese antico, succeduto secondo taluni a Velia, quindi detto Ri-vello, quasi Rivelia; altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; M.G. Racioppi mette Cesariana nel sito della ‘civitas’. Si conserva ancora nelle sue vicinanze un antico tempietto od eroo, e vi si veggono le vestigia di un anfiteatro. Fu uno dei molti paesi del regno occupati dai Saraceni nel corso del nono secolo.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 278, in proposito scriveva che: “Augusto sarebbe appartenuto, secondo le male lingue, a modesta famiglia originaria di Turio e di Nerulo (p. 30). Il suo bisavolo avrebbe esercitato l’arte del funaio in un pago dipendente da Turio, e l’avolo sarebbe stato cambiavalute a Nerulo (5). Al piccolo Ottaviano, quando era ancora molto lontano dall’essere Augusto, fu dato il cognome di “Turino”, o a ricordo dell’origine dei suoi antenati, o in memoria dell’azione di suo padre, C. Ottavio, che aveva liberato il territorio turino dalle bande residuate di Spartaco e di Catilina, che lo infestavano (p. 188). A Bussento troviamo una dedica a Livia (6), la moglie di Augusto, la quale, dopo la morte del marito (a. 14 d.C.), fu adottata per testamento nella gente Giulia, ed ebbe il titolo di “Augusta”, onde nelle lapidi la troviamo indicata come ‘Iulia Augusta’.”. Il Magaldi, a p. 278, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Svetonio, Aug., IV, 4: “….Nerulonensis mensarius. Cfr. II, 6 Cfr. L. Homo, Augusto, trad. di M. Bacchelli, Firenze, 1938, p. 10 seg.”. Il Magaldi, a p. 278, nella nota (6) postillava: “(6) C.I.L., X, 459: ‘Augusta Iulia(e) / Drusi f. / divi Augusti. Cfr. la C.I.L., X, 799 da Pompei etc…”. Il Magaldi (…), a p. 30, in proposito scriveva che: “Il Mercure riga il verde fondo di un antico lago pleistocenico (p. 17), che accoglie i paesi di Viggianello, Castelluccio, Rotonda (in prossimità della quale si suol collocare ‘Nerulum’)….”.
Nel 36 a.C., la flotta navale di Ottaviano contro gli scogli di Capo Palinuro e di Velia
Da Wikipedia leggiamo che dopo l’eliminazione graduale di tutti i contendenti nell’arco di sei anni, da Bruto e Cassio, a Sesto Pompeo e Lepido, la situazione rimase nelle sole mani di Ottaviano, in Occidente, e Antonio, in Oriente, portando un inevitabile aumento dei contrasti tra i due triumviri, ciascuno troppo ingombrante per l’altro, tanto più che i successi ottenuti nelle campagne militari di Ottaviano in Illirico (35-33 a.C.) e contro Lepido non erano stati compensati da Antonio in Oriente contro i Parti, limitandosi alla sola acquisizione in dote dell’Armenia. Ottenne un nuovo consolato, il secondo, nove anni dopo il primo (nel 33 a.C.) e un terzo, un anno dopo il secondo (nel 31 a.C.). Alla sua scadenza, nel 33 a.C., il triumvirato non venne rinnovato (durò infatti 10 anni). Ottaviano e Antonio inoltre non erano più legati da vincoli di sangue, visto che il primo aveva divorziato da Scribonia (parente di Antonio) nel 39 a.C. e il secondo aveva ripudiato Ottavia (sorella di Ottaviano) per congiungersi con Cleopatra. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari. L’Antonini (…), riguardo il territorio in questione dedicò il cap. VII (Discorso), ‘Palinuro e della Molpa’, da p. 354 a p. 379. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro: il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso;il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare eperse alcune navi. L’Antonini (…), a pp. 361 e ssg., in proposito scriveva che: “L’altro naufragio quì accaduto fu al dire di ‘Casaubono’ nelle note all’Ottavio di Svetonio nel DCCVI. di Roma, cioè a’ primi tempi dell’Imperadore, essendo egli stesso presente, così da Velleio nel lib. 2 c.7. descrittoci: “Longe majorem partem classis circa Veliam, Palinurique promontorium adorta vis Africi laceravit, ac distulit”. Appiano nel 5. delle ‘Civili’ più ampiamente del medesimo, così tradotto, ragiona: “Caesar Oriente tempestate in Eleatem sinum inhospitum profugit sexremi dumtaxat amissa, quae circa rupes confracta est: Lybico deinde suscipiente Notum, sinus in occidente patescens commoveri coepit, ita uta ex etc….”. E questi secondo vuole ‘Wolfango Lazio, c. 3 lib. 5. Comm. Reip. Rom. furono della Legione Marzia. Egli però dice che furon due dello stesso nome (2), ed ambedue sommerse. Anche Dione nel lib. 49. colle seguenti parole (in latino) narra il fatto: “His cogitationibus adductum Caesarem, ac jam Palinuri promontorium praetervectum, ingens tempestas invasit, ac multas naves perdidit, reliquas Menas adortus, complures ex iis vel combussit vel secum apripuit”; allo chè è uniforme Orosio, nel lib. 6. c. 18. ove ragiona ancora dell’altro naufragio dello stesso Ottavio vicino Ipponio sofferto, lungamente dal citato Appiano descritto e da Svetonio nel c. 16 dell’Ottav. così riferito: “Bellum Siculum inchoavit imprimis, sed diu traxit intermissum, modo reparandarum classium causa, quas tempestatibus duplici (I) naufragio et quidem per aestatem (2) amiserat.”. E’ il seguente. Etc..Furono i cadaveri tanto dell’armata Consolare, quanto dell’altra d’Augusto seppelliti in tre delle sei grotte, che sono nel vicino seno della Molpa, etc…”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 34-35, in proposito scriveva che: “Notizie più particolareggiate dobbiamo ad Appiano, il quale racconta minutamente il naufragio che colpì nel 36 a.C. l’armata di Ottaviano, che si recava in Sicilia per affrontare la flotta di Sesto pompeo. Racconta dunque Appiano che ai primi segni della tempesta Ottaviano riparò nella rada o porto di Elea, “sicuro” per natura, con tutte le sue navi, ad eccezione di una, che andò a sbattere contro le rupi del capo Palinuro. Ma anche le altre navi non furono salve, perchè essendo all’austro (vento di mezzodì) succeduto l’africo (vento di sud-ovest o di ovest-sud-ovest, apportatore di temporali) la rada, che era aperta verso occidente, fu sconvolta dai flutti e le navi, a causa del forte vento contrario, non potevano nè uscire dal ricovero nè essere assicurate coi remi e con le ancora. E così, sopravvenuta la notte, si frantumarono, urtando contro gli scogli, o l’una contro laltra (1). L’episodio è riferito da Velleio Patercolo, che parla di un secondo disastro del genere, capitato nello stesso posto alla flotta di Ottaviano (2), e da Dione Cassio (3).“. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Appiano, b. c., V, 98: ” ‘Ο δε Καισαρ, αρχομενου μεν του χειμωνος, ες τον Έλεατην χολπον οντα συμπεφευγει, χωρις εξηρους μιας, η περι τη αχρα διελυθη. Λιβος δε τον νοτον μεταλαβοντος ο χολπος εχυχατο ες την εσπεραν……etc…”. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Velleio Patercolo, II, 79, 3 seg: “quippe longe majorem partem classis circa Veliam Palinurique promontorium adorta vis Africi laceravit ac disculit….Nam et classis eodem loco vexata est tempestate.”. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Dione Cassio XLIX, 1, 3 seg.: “Και αυτω το αχρωτηριον το Παλινουον ονομαζομενον υπερβαλλοντι χειμων μεγας“. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, a pp. 574-576, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “…la leggenda parla della Grotta delle Ossa, sotto il promontorio, come luogo in cui sono stati tumulati i resti dei naufraghi delle due flotte romane affondate nel 259 e nel 36 a. C., Virgilio forse si riferisce a questi avvenimenti quando dice che qui gli scogli erano bianchi di ossa; la città fu scalo lungo la rotta verso Roma e quindi rientra in molte cronache antiche.”. Biagio Cappelli (…) continuando il suo discorso sulla sua ipotesi dei luoghi citati nella ‘Vita‘ di S. Nicodemo in proposito scriveva che: “Questo capo, dove per i frequenti fortunali si è localizzato il leggendario naufragio del timoniere della nave di Enea e contro le cui rocce si infrangeva, per ricordare un caso, una una buona parte della flotta di Ottaviano che nel 36 a. C. navigava verso la Sicilia contro Sesto Pompeo (43), ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva. Alle quali venivano riferite, come ancora oggi si ritiene dai naturali del luogo, le molte ossa umane e di animali ammucchiate in una prossima grotta che invece appartengono all’età della pietra.“. Il Mannelli (…) dedica tre pagine al promontorio di Palinuro e della Molpa, la p. 43r. Il Mannelli ne parla nel cap. X: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume e Terra distrutta, et altri luoghi convicini Cap X”. Il Mannelli in proposito scriveva che: “In tempo di Burasca, e di gran periglio avvicinarsi a quei Sassi, come può darne esperienza l’Armata Romana, nel ritorno dall’Africa, carica di ricche prede, chevi rimase fragassata in gran parte per testimonianza di Eutropio, che scrisse……”. Dunque, il manoscritto inedito di Luca Mannelli citava Eutropio. Flavio Eutropio (in latino: Flavius Eutropius; floruit 363-387; IV secolo – dopo il 387) è stato un politico, storico e un maestro di retorica romana. Probabilmente si tratta dell’opera ‘Breviarium ab urbe condita‘, in dieci libri, è un compendio (breviarium in latino indica una stesura di sintesi) della storia romana, dalla fondazione della città fino alla morte di Gioviano, avvenuta nel 364. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 270, parlando di Palinuro e della Molpa, in proposito scriveva che: “Nel 36 a. C., la flotta di Ottaviano, che si dirigeva verso la Sicilia, fu costretta da un fortunale a cercar rifugio nei seni naturali tra Velia e Palinuro (18) (i porti velini di Virgilio). Tuttavia alcune navi si infransero contro il frontone del capo (19), il ‘navifragum’, il “Monte d’oro” dei corsari barbareschi, il superbo ingannevole Capo con l’eterno pericolo della risacca che sul frontone ricama cangianti intarsi di spume.”.
Nel 27 a.C., Blanda, nuova colonia di Ottaviano
Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 224, in proposito scriveva che: “Abbiamo così, dopo le colonie con Cesare ed ottaviano (1), le colonie Auguste, Claudie, Flavie, ecc..Per quanto riguarda la nostra regione, la colonia di Blanda, soprannominata Giulia, sarebbe stata fondata da Cesare o da Ottaviano non ancora Augusto (a. 27 a.C.), o comunque intorno a quell’epoca (2). Grumento pare ricevesse il cognome di Claudia (3). Che Teggiano sia stata colonia del tempo, e forse per opera, di Nerone, e che abbia avuto finanche, come colonia il suo quarto d’ora di Celebrità sotto questo imperatore, tutto ciò sembra potersi ricavare, con sufficiente verosimiglianza, da un’iscrizione dipinta pompeiana, letta su un muro esterno della casa dei Vetii (4), etc…Che l’Augusto a cui si allude in questa, come nelle altre iscrizioni consimili venute alla luce a Pompei, sia Nerone etc…”.
Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 232, in proposito scriveva che: “In Lucania furono di sicuro municipi Potenza, Volceio, Eburo, Atina, Eraclea, Velia; colonie Grumento, Pesto, Bussento, Blanda; colonie erano pure Copia e Venosa (3). Queste città compaiono nelle iscrizioni, o indicate col loro nome o coll’etnico: Potentini, Volceiani, Atinati, Tegianesi, Veliesi, Pestani, Bussentini, Venusini, oppure genericamente accennate con i termini che si chiariscono in base al luogo di ritrovamento delle epigrafi: “comune”, “cittadinanza”, “popolo”, “plebe”, “municipi”, “coloni”, “domiciliati” (4).”. Il Magaldi, a p. 23, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Mommsen, in C.I.L., X, p. 53 (Pesto); p. 51 (Bussento); p. 50 (Blanda) etc…Blanda per il Beloch sarebbe stata non colonia e municipio (p. 224).”.
Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 255, in proposito scriveva che: “Per la Lucania noi siamo informati della esistenza di “curatori del comune” a Teggiano, ad Atina, a Volceio, a Bussento, a Velia, a Cosilino (1).”. Il Magaldi, a p. 255, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. C.I.L., X, *482: (cur. r. p.) Buxentin(orum);…”.
Nel 23 a.C., Orazio chiede notizie su Velia per volervi soggiornare
Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 41, in proposito scriveva che: “Anche Orazio, dovendo fare la cura dei bagni freddi, si recò, o ebbe l’intenzioe di recarsi, in un punto del litorale compreso fra Salerno e Velia. Abbiamo l’epistola scritta, pare, nell’inverno del 23 a.C. indirizzata all’amico Vala, che certo era di quei luoghi, al quale il poeta domanda notizie sul clima invernale, sull’indole e le abitudini degli abitanti, sulla via da seguire (4).”. Il Magaldi (….), a p. 41, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Orazio, Epist., I, 15, v. 1 sgg.: “Quae sit hiems V e l i a e, quod caelum, Vala, Salerni, / quorum hominum regio et qualis via…../; v. 45 seg.: “Vos sapere et solos aio bene vivere, quorum / Conspicitur nitidis fundata pecunia v i l l i s. Sulla data di composizione quel Q. Numonius Vala, patrono della città di Pesto, ricordato in C.I.L., X, 481, vedi M. Galdi, Per un luogo di Orazio (ep. I, 15, v. 1 segg.), in “Rassegna Storica Salernitana”, a. I (1937), p. 3 segg.”.
VILLE E POSSEDIMENTI IMPERIALI
Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 64-65, in proposito scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. Nella mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, nella nota (42) postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n. 8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 63, in proposito scriveva che: “A complemento di quanto si è andato finora rilevando, si devono quindi ricordare perun momento, alcuni possessori di terre in Lucania. Uno di questi fu il giureconsulto Trebazio, il quale possedeva a Velia una casa ed una estesa proprietà terriera (2). Anche Catone l’Uticense aveva possedimenti fondiarii in Lucania (3). Gli eruditi del secolo scorso opinarono che il villaggio Catona, a qualche chilometro da Velia, fosse sorto sui ruderi o nei pressi della villa di Catone, ma il Racioppi non è dello stesso avviso (4). Abbiamo già conosciuto Numonio Vala, l’amico di Orazio, come proprietario di una villa situata sul litorale tirrenico compreso fra Velia e Salerno (p. 41). Altro possessore di terre in Lucania fu Urso, amico di Stazio, che di terre possedeva un pò ovunque (5). Anche l’importante famiglia lucana dei Bruzii Presenti aveva possessioni fondiarie in Lucania: a Volceio etc…”. Il Magaldi (….), a p. 63, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Ateneo, XII, 519 (= Timeo, fr. 60 in H.G.F. (Muller), vol. I, p. 205). Il Ciaceri, o. c., II, p. 208 seg. (=II°, p. 212 seg.) pensa a canali collettori fatti per la bonifica e navigabili. Egli cita a un certo punto il Galli, del quale pare gli sia sfuggita la più recente opinione. Anche il Lenormant, o. c., I, p. 261 pensò a canali per la bonifica e navigabili.”. Il Magaldi, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Plutarco, Cato Minor, XX, I (riferito in seguito).”. Il Magaldi, a p. 63, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Racioppi, o. c., I, p. 526.”. Il Magaldi, a p. 63, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Stazio, Silv., II, 6, 60 segg.: O quam divitiis censuque exutus opimo / Fortior, Urse, fores ! si vel fumante ruina / Ructassent dites Vesuvina incendia Locras, / seu Pollentinos mersissent flumina saltus / seu Lucanus Acir (vel ager) seu Thybridis impetus altas / in etc…Cfr. Salvioli, o. c., p. 51.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 288, in proposito scriveva che: “Abbiamo già detto di Velia, per la sua mitezza del suo clima, e per le ville che allietavano il litorale, era un luogo ricercato di villeggiatura e di cura, e abbiamo ricordato, tra i suoi frequentatori illustri, il console Emilio Paolo, e anche Orazio ricordammo (p. 41). Etc…”. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 41, in proposito scriveva che: “In netto contrasto col clima freddo, nevoso, piovoso dell’interno del paese, era celebre per la sua mitezza il clima del litorale tirrenico lucano (2), il quale rientra oggi, in massima parte, nella provincia di Salerno. In grazia di questo suo privilegio, quel litorale era allietato da ville, che si affacciavano sul mare e servivano di richiamo così ai ricchi signori della Capitale, che vi trascorrevano le vacanze, come ai bisognosi di cure, cui si confaceva quel clima. Etc…”. Il Magaldi (….), a p. 41, nella nota (2) postillava: “(2) Nella Lucania odierna si riscontra una netta sproporzione fra il clima mite della ristretta zona litoranea e quella dell’interno, dove si raggiungono f’inverno temperature bassissime, fra le più basse della penisola italiana.”. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 288, in proposito scriveva che: “C. Trebazio Testa, …..possedeva a Velia estesi fondi rustici, ed una casa, dinanzi a cui cresceva un albero meraviglioso, che ne impediva la vista. Egli era molto benvenuto a Velia, e la notizia corsa, che voesse disfarsi delle sue possessioni, e abbandonare la città degli avi, per Roma, dove costruiva una casa, aveva messo di cattivo umore i Veliesi. Di questo loro sentimento si fa portavoce Cicerone, aggiungendovi una sua esortazione personale, nella lettera diretta all’amico da Velia, alla vigilia della partenza per Reggio (1). Etc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 in proposito scriveva che: “Ai tempi dei primi imperatori era posto di confino per gli esiliati di marca. Etc…Non sappiamo come questi illustri personaggi se l’abbiano passata da queste parti, nè abbiamo notizie di palazzi o costruzioni da essi eseguiti. La città più importante di questo lembo del Golfo era probabilmente ‘Vibona’, che giace tuttora sotto una folta vegetazione e che copre forse anche i palazzi.”. Riguardo il manoscritto del Mannelli riportò la trascrizione integrale delle pagine in cui parla di Policastro, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate per la prima volta dal manoscritto pel sac. Rocco Gaetani”, a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “Credo che molte iscrizioni di quei tempi sian sepolte fra gli abbattuti edifici di Policastro, dalle quali potrebbesi formar concetto della sua magnificenza, essendone però una sola, nemmeno intera pervenuta a mia notizia, non voglio tediarla di qui rapportarla, etc…”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. Ecc…”. Dunque, il Ramage che fu il primo degli scrittori stranieri a riportare le epigrafi o iscrizioni latine presenti a Policastro, ragionando sulla presenza di queste epigrafi scriveva che: “Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Sotto Augusto Buxentum fu compresa nella III^ Regione Italica (Lucania e Brutium) l’anno 42 a. C…Fra le maggiori località costiere di origine greca, come ecc.., nonchè Blanda Julia (Maratea) e Velia e Vibo ad Siccam (Vibone Lucana), Pixunte non doveva essere inferiore, perchè, pur non essendo un centro di grande entità, era, più che oggi, soggiorno turistico specialmente per gli uomini illustri come Cicerone, Orazio, ecc…Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc…e tre lapidi, etc…”. Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 47, in proposito alle due epigrafi di cui parlo in questo mio saggio scriveva che: “La presenza di dediche per membri della famiglia Giulio-Claudia (per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia, e per Germanico, murate nel campanile della cattedrale di Policastro)(70) è spiegata in connessione a proprietà imperiali nella zona, o in relazione ad assegnazioni coloniarie ai veterani di Augusto. Sono presenti numerose ville nel territorio, con importanti attestazioni archeologiche, come un rilievo tardo-repubblicano di produzione regionale affine ai rilievi coevi del vallo di Diano (71).“. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (70) postillava che: “(70) CIL X 459-460.”. Infatti due studiosi Natella e Peduto, a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che:“(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; ecc…”. Il La Greca, a p. 47, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Vd. Gualtieri, 1996.”. La mia ipotesi che Giulia fosse stata confinata a Sapri nella bella villa in località S. Croce non potrebbe essere tanto campata in aria visto che l’epigrafe funebre a lei dedicata esiste e si trova non molto distante da Sapri. Tuttavia la notizia andrebbe a mio parere ulteriormente indagata. Secondo quanto scrivevano Tacito e Svetonio, la villa (Imperiale) che accolse l’esilio forzato della bella moglie di Tiberio potrebbe essere quella di Sapri essendo questa l’unica più vicina a Policastro, dove si trova la sua epigrafe funeraria e l’unica esistente su tutto il litorale fino a Velia. L’ipotesi è plausibile ?. Certo è che la notizia e l’ipotesi stessa dovrebbe essere ulteriormente e meglio indagata dagli addetti ai lavori chepare abbiano dimenticato le due epigrafi ancora visibili sul campanile della cattedrale di Policastro. Già il Ramage si chiese come mai si trovassero a Policastro quelle epigrafi che ci parlano di una famiglia imperiale, la quale a suo avviso, essi dovevano possedere una villa di una certa importanza. Vi sono ville d’epoca romana a Policastro ?. Che io sappia non ne sono mai state trovate. Forse è per questo motivo che l’Antonini poneva Bussento lì dove doveva trovarsi l’antica città della Molpa. Sono ancora tanti i dubbi e le incertezze storiche di questo territorio e non credo che certe notizie vadano liquidate alla stregua del Racioppi che criticò fortemente l’Antonini. L’Antonini scrive che il campanile fu costruito con materiale di risulta proveniente da altri ruderi o monumenti dell’antichità. Infatti, il campanile è di epoca posteriore a quello delle Iscrizioni citate dall’Antonini, solo una risulta anteriore. E’ quindi da non ecludere l’ipotesi che l’epigrafe di Giulia (“IVLIAE”), provenga da una villa d’epoca romana posta nella zona. Credo che oltre ogni ragionevole dubbio si possa propendere per l’ipotesi che si trattasse proprio della villa d’epoca Romana a Santa Croce a Sapri. Come scriveva il Tancredi, la figlia di Augusto e moglie di Tiberio, Giulia maggiore, di cui a Policastro Bussentino, l’antica Buxentum (Bussento) possiamo leggerne l’epitaffio della sua morte su una lapide scolpita nel marmo posta sul campanile bizantino della cattedrale, fu confinata dal padre Cesare Augusto in una villa di cui a Policastro non si trovano i resti. E’ molto probabile però che la sua villa, in cui ella dovette morire, fosse la villa romana di cui ancora oggi possiamo ammirarne le vestigia in località S. Croce a Sapri. Il fatto che l’epigrafe marmorea si trovasse a Policastro significa poco perchè essa poteva provenire da altro luogo essendo materiale di risulta reimpiegato sulla torre campanaria della Cattedrale. L’epigrafe lapidea di Giulia, moglie di Tiberio, poteva essere scolpita e posta solo dopo la sua morte nel municipio di Buxentum.
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: “(52) In Plutarco (Cato min., 20) è notizia di latifondi dell’Uticense, in Eutropio (X 2. 3) di Massimiliano Ercole (305 d.C.) “consenescens in agris amoenissimis”. Della proprietà di Trebazio, v. Cicerone (ad fam., VII 20), di Paolo Emilio pure in Plutarco (P. Emil., 39), dei terreni di Papinio Stazio senior s’induce dall’oera del figliuolo (Silvae, V 3). Naturalmente ve ne dovettero essere anche della gens Gavinia (v. PdP 1970, fasc. 130-133; p. 265). Di fundi è pure notizia a Vatolla per l’epigrafe dell’Antonini, p. 262. Per la villa di Simmaco, RSS 1965, P. 60. sulle gentes Persius, Capitinius, Pullius, Tuscius, ecc., v. Carucci cit., p. 151.”. Riguardo la citazione del Carucci, si veda Carlo Carucci (…), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, Salerno, 1923, mentre riguardo la citazione di “PdP” si tratta della “La parola del Passato”.
Nel 2 d.C., Livia, poi Giulia maggiore, fu fatta arrestare dal padre Augusto ed esiliata
Chi era “Giulia maggiore” o “IVLIA” che ritroviamo nell’altra epigrafe di cui parleremo innanzi ?. Leggendo Wikipedia vediamo che si tratta di Giulia maggiore figlia di Augusto. La madre di Augusto, Azia maggiore era più precisamente la figlia della sorella di Cesare, Giulia minore, e di Marco Azio Balbo; Ottaviano, pertanto, era pronipote di Cesare. Da Wikipedia leggiamo che Giulia maggiore (nota ai contemporanei come Iulia Caesaris filia o Iulia Augusti filia; ottobre 39 a.C. – 14) era una nobildonna romana, figlia dell’imperatore Augusto, l’unica naturale, e della sua seconda moglie Scribonia. Dopo la morte di Agrippa, Augusto fece sposare Giulia e Tiberio, allo scopo di legittimare la successione del figliastro. Per sposare Giulia (11 a.C.), Tiberio dovette divorziare da Vipsania Agrippina, la figlia di primo letto di Agrippa che egli amava profondamente e da cui aspettava un secondo figlio, (dopo Druso minore). Si dice che lo perse per via dello shock dovuto a questo improvviso cambiamento. Il matrimonio con Tiberio non ebbe un corso positivo. Perseguendo gli interessi politici della famiglia, Tiberio nel 12 a.C. era stato costretto da Augusto a divorziare dalla prima moglie, Vipsania Agrippina, figlia di Marco Vipsanio Agrippa, che aveva sposato nel 16 a.C. e da cui aveva avuto un figlio, Druso minore. L’anno successivo sposò dunque Giulia maggiore, figlia dello stesso Augusto e quindi sua sorellastra, vedova di Agrippa. Tiberio era sinceramente innamorato della prima moglie Vipsania e se ne allontanò con grande rammarico; il sodalizio con Giulia, vissuto dapprima con concordia e amore, si guastò ben presto, dopo la morte del figlio ancora infante che era nato loro ad Aquileia. Giulia maggiore era figlia di Augusto e sorellastra di Tiberio che la sposò nel 17 a.C. Nel 2 a.C., Giulia, madre di due eredi di Augusto (Lucio e Gaio) e moglie del terzo (Tiberio), venne arrestata per adulterio e tradimento. Augusto le fece recapitare una lettera a nome di Tiberio in cui il loro matrimonio veniva dichiarato nullo. L’imperatore stesso affermò in pubblico che Giulia era colpevole di aver complottato contro la vita di suo padre. Molti dei complici di Giulia vennero esiliati, tra cui Sempronio Gracco, mentre Iullo Antonio, figlio di Marco Antonio e Fulvia, fu obbligato a suicidarsi. Anche la liberta Febe, che aveva aiutato Giulia nella congiura, si suicidò. Augusto mostrò di essere a conoscenza da tempo delle manovre dei congiurati, che si incontravano al Foro Romano, come pure della relazione amorosa tra Iullo e Giulia, forse l’unica vera tra tutte quelle attribuite alla figlia dell’imperatore. Augusto tentennò sull’opportunità di mandare a morte la propria figlia, decidendo poi per l’esilio. Giulia fu confinata sull’isola di Pandateria (moderna Ventotene), dove venne accompagnata dalla madre Scribonia. Le condizioni di vita erano disagevoli: sull’isola, di meno di due chilometri quadrati, non erano ammessi uomini, mentre eventuali visitatori dovevano essere prima autorizzati da Augusto, dopo che l’imperatore fosse stato informato della loro statura, carnagione, segni particolari o cicatrici; inoltre, non era concesso a Giulia di bere vino né alcuna forma di lusso. L’esilio di Giulia causò ad Augusto sia rimorso che vergogna e rancore, per il resto della sua vita. Cinque anni dopo le fu permesso di tornare sulla terraferma in condizioni migliori, a Reggio Calabria, dove secondo la leggenda sarebbe stata ospitata nella Torre di Giulia. Augusto non accolse nessuna intercessione che potesse richiamarla presso di sé e quando il popolo romano gli implorò la grazia con insistenza, egli gli augurò di avere tali figlie e tali spose. Decretò che le ceneri della figlia non venissero inumate nel mausoleo di famiglia. Il Cataldo, riguardo l’esilio forzato di Giulia citava “Svetonio (in Vita Tiberii, LIII)”. Di Svetonio Tranquillo Gaio, le sue opere sono le Vite dei dodici Cesari in otto libri, sono ben più ampie e sono a noi giunte pressoché complete (manca solo una breve parte iniziale). Comprendono, in ordine cronologico, i ritratti di dodici Imperatori romani, tra cui lo stesso Cesare, a cui seguono Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito, Domiziano. Secondo Wikipedia Svetonio ne ha parlato nella sua opera “Augustus”, 65 e in “Tiberius”, 7. Sempre secondo Wikipedia hanno parlato di Giulia Velleio Patercolo, II, 10; Cassio Dione in “Storia romana”, LIV, 35.4; Tacito in “Annali”, I, 53.
Nel 16 d.C., GIULIA MAGGIORE e SEMPRONIO GRACCO e la Villa Imperiale di Sapri
Molti dei complici di Giulia vennero esiliati, tra cui Sempronio Gracco. Vedremo come Sempronio Gracco, secondo Tacito e Svetonio risulterà amante di Giulia Maggiore ed esiliato insieme ad ella per opera del padre di lei, Augusto. Più tardi, dopo la morte di Augusto, Tiberio, divenuto Imperatore farà uccidere Sempronio Gracco. Non dimentichiamoci che i Sempronii ed i Gracchi ebbero diversi incarichi di rilievo per la nostra zona del basso Cilento ed è per questi motivi che forse la favolosa villa Imperiale dove sarà esiliata Giulia Maggiore, figlia di Augusto, potrebbe essere quella della località S. Croce a Sapri. Infatti, da Wikipedia, alla voce “Gens Sempronia” leggiamo che ai Semproni Gracchi, …….Questo ramo apparentemente era ancora attivo intorno al 2 a.C., quando Giulia, la figlia di Augusto, fu esiliata con il suo amante Tiberio Sempronio Gracco. I figli di quest’ultimo morirono piccoli. Nel 2 a.C., Giulia, madre di due eredi di Augusto (Lucio e Gaio) e moglie del terzo (Tiberio), venne arrestata per adulterio e tradimento. Quando Tiberio, suo sposo e fratellastro si recò a Rodi, nel 6 a.C., i due avevano già divorziato. Augusto le fece recapitare una lettera a nome di Tiberio in cui il loro matrimonio veniva dichiarato nullo. L’imperatore stesso affermò in pubblico che Giulia era colpevole di aver complottato contro la vita di suo padre. Molti dei complici di Giulia vennero esiliati, tra cui Sempronio Gracco, mentre Iullo Antonio, figlio di Marco Antonio e Fulvia, fu obbligato a suicidarsi. Anche la liberta Febe, che aveva aiutato Giulia nella congiura, si suicidò. Augusto mostrò di essere a conoscenza da tempo delle manovre dei congiurati, che si incontravano al Foro Romano, come pure della relazione amorosa tra Iullo e Giulia, forse l’unica vera tra tutte quelle attribuite alla figlia dell’imperatore. Nel corso degli anni, le cose peggiorarono. Giulia cominciò a frequentare, tra gli altri, Iullo Antonio, anche lui figlio di Marco Antonio. Fu un’unione scandalosa e pericolosa. Non solo: i due, intorno al 2 a.C., organizzarono una congiura proprio contro il padre di lei, Ottaviano. Vi partecipò Sempronio Gracco (amante onnipresente nella vita di Giulia) e la serva Febe. Augusto scoprì tutto, fece saltare la congiura, costrinse Iullo e Febe al suicidio, spedì Sempronio lontano da Roma e inviò Giulia, la sua figlia prediletta, in esilio a Pandataria (attuale isola di Ventotene). Con l’accusa di “adulterio” e “tradimento”. Per lui fu un grande dolore: “Vorrei essere morto senza figli”, dirà citando l’Iliade. Iullo Antonio, accusato di essere amante di Giulia maggiore (figlia di Augusto) e di avere ordito un complotto contro l’imperatore stesso, fu condannato a morte. Per sfuggire all’infamante condanna si suicidò nel 2 a.C. Sempre da Wikipedia leggiamo che il carattere di Tiberio, particolarmente riservato, si contrapponeva inoltre a quello licenzioso di Giulia, circondata da numerosi amanti. Il figlio che ebbero morì durante l’infanzia; alla scarsa opinione che il marito aveva del carattere della moglie, Giulia rispondeva considerando Tiberio non alla sua altezza, lamentandosi di questo fatto persino attraverso una lettera, scritta da Sempronio Gracco, destinata all’imperatore. Secondo Svetonio (…), Giulia maggiore, moglie di Tiberio, dopo l’arresto fu confinata sull’isola di Ventotene e poi in seguito, secondo la leggenda sarebbe stata ospitata a Reggio Calabria. Ma sappiamo dalle fonti e dallo stesso Svetonio che quando Tiberio divenne imperatore nel 14, tolse a Giulia le sue rendite, ordinando che fosse confinata in una sola stanza e le venisse tolta ogni compagnia umana. Giulia morì poco dopo. La morte potrebbe essere stata causata dalla malnutrizione, se Tiberio la volle morta come ritorsione per aver disonorato il loro matrimonio; è anche possibile che Giulia si sia lasciata morire dopo aver saputo dell’assassinio del suo ultimo figlio, Agrippa Postumo. Quando Tiberio divenne imperatore nel 14, tolse a Giulia le sue rendite, ordinando che fosse confinata in una sola stanza e le venisse tolta ogni compagnia umana. Giulia morì poco dopo. La morte potrebbe essere stata causata dalla malnutrizione, se Tiberio la volle morta come ritorsione per aver disonorato il loro matrimonio (17); è anche possibile che Giulia si sia lasciata morire dopo aver saputo dell’assassinio del suo ultimo figlio, Agrippa Postumo. In Wikipedia, alla nota (17) si postillava che: “(17) Il suo preteso amante, Sempronio Gracco, veniva ucciso contemporaneamente per ordine di Tiberio o per volere del proconsole d’Africa, dopo quattordici anni di esilio sull’isola di ‘Cercina’ (Kerkenna)”. L’Isola di Kerkenna è un’isola vicina a Sfax Le isole Kerkenna, talvolta Kerkennah, (in arabo: جزر قرقنة, Juzur Qarqana; in italiano Cercara o Cercina) sono un arcipelago situato al largo di Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, nel Golfo di Gabès. L’arcipelago dista 17,9 km da Sfax e 120 km dall’isola italiana di Lampedusa. Sulla figura di Livia e del suo probabile amante, empronio Gracco, fatto uccidere da Tiberio nel 16 d.C. Sulla figura di Sempronio Gracco, appartenente alla gens Sempronia e forse proprietario della monumentale villa romana a S. Croce di Sapri ha scritto Lorenzo Braccesi (….), nel suo “Giulia, la figlia di Augusto”. Sulla figura di Sempronio Gracco ne parla Tacito e sappiamo alcune notizie. Dunque, la mia ipotesi che Giulia fosse stata confinata a Sapri nella bella villa in località S. Croce non potrebbe essere tanto campata in aria visto che l’epigrafe funebre a lei dedicata esiste e si trova non molto distante da Sapri. Tuttavia la notizia andrebbe a mio parere ulteriormente indagata. Secondo quanto scrivevano Tacito e Svetonio, la villa (Imperiale) che accolse l’esilio forzato della bella moglie di Tiberio potrebbe essere quella di Sapri essendo questa l’unica più vicina a Policastro, dove si trova la sua epigrafe funeraria e l’unica esistente su tutto il litorale fino a Velia. L’ipotesi è plausibile ?. Certo è che la notizia e l’ipotesi stessa dovrebbe essere ulteriormente e meglio indagata dagli addetti ai lavori chepare abbiano dimenticato le due epigrafi ancora visibili sul campanile della cattedrale di Policastro. Già il Ramage si chiese come mai si trovassero a Policastro quelle epigrafi che ci parlano di una famiglia imperiale, la quale a suo avviso, essi dovevano possedere una villa di una certa importanza. Non vi sono ville d’epoca romana a Policastro e che io sappia non ne sono mai state trovate. Forse è per questo motivo che l’Antonini poneva Bussento lì dove doveva trovarsi l’antica città della Molpa. Antonini però è il primo che ci parla di una villa romana Imperiale a Vibone lucana, che tuttavia non pone dove oggi si trova l’odierno Vibonati. Sono ancora tanti i dubbi e le incertezze storiche di questo territorio e non credo che certe notizie vadano liquidate alla stregua del Racioppi che criticò fortemente l’Antonini. L’Antonini scrive che il campanile fu costruito con materiale di risulta proveniente da altri ruderi o monumenti dell’antichità. Infatti, il campanile è di epoca posteriore a quello delle Iscrizioni citate dall’Antonini, solo una risulta anteriore. E’ quindi da non ecludere l’ipotesi che l’epigrafe di Giulia (“IVLIAE”), provenga da una villa d’epoca romana posta nella zona. Credo che oltre ogni ragionevole dubbio si possa propendere per l’ipotesi che si trattasse proprio della villa d’epoca Romana a Santa Croce a Sapri. Come scriveva il Tancredi, la figlia di Augusto e moglie di Tiberio, Giulia maggiore, di cui a Policastro Bussentino, l’antica Buxentum (Bussento) possiamo leggerne l’epitaffio della sua morte su una lapide scolpita nel marmo posta sul campanile bizantino della cattedrale, fu confinata dal padre Cesare Augusto in una villa di cui a Policastro non si trovano i resti. E’ molto probabile però che la sua villa, in cui ella dovette morire, fosse la villa romana di cui ancora oggi possiamo ammirarne le vestigia in località S. Croce a Sapri. Il fatto che l’epigrafe marmorea si trovasse a Policastro significa poco perchè essa poteva provenire da altro luogo essendo materiale di risulta reimpiegato sulla torre campanaria della Cattedrale. L’epigrafe lapidea di Giulia, moglie di Tiberio, poteva essere scolpita e posta solo dopo la sua morte nel municipio di Buxentum.
Nel 14 d.C. (I sec. d.C.), la villa a S. Croce a Sapri (?) di Giulia, figlia di Augusto (Ottaviano) e moglie dell’Imperatore Tiberio

Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, nel suo Discorso X che, parlando di Bussento a p. 418 parlando del campanile della cattedrale scriveva che: “La Cattedrale, che non è di rozza architettura, è bastantemente grande, e di presente molto ben ornata, ed ufficiata per sei mesi da dodici Canonici.” poi, proseguendo la sua dissertazione sul campanile l’Antonini a p. 419 in proposito segnalava che: “Trovasi però non pochi frammenti d’Iscrizioni antiche, che dimostrano essere stata un tempo di qualche considerazione. Eccone due, che sono allogati nel campanile, i quali, cogl’altri pezzi di marmo, onde questo è composto, mostrano, che la città fosse ben antica. Uno è……l’altro è questo AUGUSTAE IULIAE….DRVSI F…..DIVI….AVGVST…..”. Si tratta, come vedremo, dell’epigrafe dedicata a Giulia maggiore, figlia di Augusto e moglie di Tiberio. Dunque, l’Antonini fu il primo a segnalare le antiche iscrizioni marmoree o epigrafi latine presenti sul campanile della Cattedrale di Policastro Bussentino allora Buxentum.


(Fig….) Campanile della cattedrale di Policastro Bussentino – lapide dedicata ad Augusta Iulia
Sulle due epigrafi presenti murate nel campanile della cattedrale di Policastro ha scritto mons. Nicola Maria Laudisio (….), nelle ultime pagine della sua “Synopsis et…”. Infatti a pp. 109-110, troviamo scritto (vedi versione curata dal Visconti): “Poichè la città, come afferma l’Ughelli (231), è molto antica, …….Ecc…”. Il Laudisio proseguendo il suo racconto sulle due epigrafi poste sul campanile della Cattedrale di Policastro, in proposito aggiungeva della seconda epigrafe marmorea: “Si vede anche un’altra iscrizione in onore di Augusta Giulia Drusilla che fu l’unica figlia del divo Augusto e moglie di Tiberio; ma per loro ordine fu mandata in esilio a causa della sua vita scandalosa, e secondo la tradizione morì in esilio. L’iscrizione è questa: AD AUGUSTA GIULIA FIGLIA DEL DIVO AUGUSTO.”. Ecco ciò che scriveva il Laudisio a proposito delle due epigrafe marmoree. Le frasi scolpite delle due epigrafi marmoree riportate ivi del testo tradotto dal Visconti, che curò la versione del Laudisio che in originale è a p. 58. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti, a p. 58, nella sua nota (231) postillava che: “(231) ‘Italia Sac.’, tom. 7, col. 758: Satis admodum eius (scil. urbis Polycastri) origo antiqua, nomen retinens a Greco vocabulo, quasi magnum castrum, seu urbis castrum; amplam fuisse indicant eius vestigia et ruinae, diversis enim ex varia fortuna bellis cessit in praedam).”. Il Laudisio riportava una frase di Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, col. 758, vol. VII. L’Ughelli scriveva in proposito alle due lapidi che: “La sua origine (cioè la città di Polycastrus) è piuttosto antica, conservando il suo nome dal nome greco, come fosse un grande castello, o un castello di una città; indicano che i suoi resti e le sue rovine erano estesi; ecc..”. Dunque, le due epigrafi furono citate anche dall’Ughelli ove parlava della Diocesi di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 riferendosi a Bussento, in proposito scriveva che: “Ai tempi dei primi imperatori era posto di confino per gli esiliati di marca. La figlia di ‘Augusto, moglie di Tiberio, ‘Giulia’, che il padre non poteva tollerare a Roma, perchè la sua vita privata era troppo licenziosa, deve essere morta nelle vicinanze di Buxentum, come dimostra la sua lapide, incastonata nel campanile di Policastro (23). Augusto morì a Nola; probabilmente doveva allontanare la figlia dal luogo degli scandali, senza, però, perderla di vista, o almeno poterla raggiungere entro un tempo non proibitivo. Anche la lapide di ‘Cesare Germanico’ (24) si trova allo stesso posto, indicando l’intera genealogia: da Giulio Cesare ad Augusto e a Tiberio.”. Il Tancredi, a p. 15, nella sua nota (23) postillava che: “(23) “AUGUSTAE IULIAE – DRUSI F(ILIAE) – DIVI AUGUSTI”. Tacito C., ‘Annales’, I. Dione Cassio, ‘ad annum a. U.c. 748; Svetonio, In vita Tiberii, LIII.”. Dunque, il Tancredi postillava che ci parlano di questo personaggio, Giulia maggiore sia Tacito (…) che Svetonio. L’epigrafe lapidea vi è scolpita una iscrizione che recita in latino la seguente frase: “AUGUSTAE IULIAE – DRUSI F(ILIAE) – DIVI AUGUSTI”: “l’Augusta Giulia figlia di Druso, divino Augusto”. Il Tancredi, a p. 16, nella sua nota (24) postillava che: “(24) “GERMANICO CAESARI – TI(BERII) AUG(USTI) F(ILIO) – DIVI AUG(USTI) N(EPOTI) – DIVI IULI PRO N(EPOTI) AUG(USTI) – CO(N)S(ULU) II – IMPERATORI II”. Tacito C., ‘Annales’, II, 72 e 83 (per la vita).”. Il Tancredi segnalava la prima iscrizione o epigrafe riportata a p. 419 dall’Antonini. Devo però segnalare una strana notizia al riguardo che proviene da Domenico Romanelli (…), nel suo “Antica topografia istorica del regno di Napoli”, dove, a p. 96 parlando di Buxentum, in proposito scriveva che: “Il p. Mannelli, che adottò (2) la stessa nostra opinione, vide in Policastro varj ruderi di antichità, che non si videro nell’Antonini, e specialmente la seguente iscrizione innalzata a Germanico (3): GERMANICO CAESARI T. AVG. F. DIVI AVG. N. DIVI IVLI PRON. AVG. COS. II IMPERATORI II AVG. ET IVLIA DRVSI F….DIVI AVGVSTI.”. Innanzitutto faccio presente che il Romanelli riunisce in un unica iscrizione le due iscrizioni che l’Antonini riportava separatamente perchè sebbene fossero entrambe sul campanile della cattedrale esse non erano unite. Il Romanelli a p. 96, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Mannelli. Stor. della Lucania ms. nella R. Bibliot. di Napoli.”. Il Romanelli si riferiva all’opera inedita, è un manoscritto, “La Lucania Sconosciuta” del padre agostiniano Luca Mannelli di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio le pagine originali tratte dalla Biblioteca Nazionale di Napoli. Sul manoscritto del Mannelli scrisse anche il sacerdote Rocco Gaetani (…) che, riguardo il manoscritto del Mannelli riportò la trascrizione integrale delle pagine in cui parla di Policastro, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate per la prima volta dal manoscritto pel sac. Rocco Gaetani”, a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “Credo che molte iscrizioni di quei tempi sian sepolte fra gli abbattuti edifici di Policastro, dalle quali potrebbesi formar concetto della sua magnificenza, essendone però una sola, nemmeno intera pervenuta a mia notizia, non voglio tediarla di qui rapportarla, argomentandosene che Livia moglie d’Augusto e madre di Tiberio insieme con Giulia sua figliola honorò con la sua presenza quella città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione GERMANICO CAESARI TI. AVG F. DIVI AUG. N. DIVI. IVLI PRON. AVG. COS II IMPEATORI II AVGVSTA EI IVLIA DRVSI F…..DIVI AVGVSTI…..”. Ecco ciò che scriveva il Mannelli che riportava l’epigrafe che l’Antonini sia nella prima edizione del 1745 che nell’altra pubblicata dal nipote nel 1795 scriveva essere posta sul campanile della Cattedrale. Il Mannelli riportava l’epigrafe riportata dall’Antonini e scriveva “Livia moglie d’Augusto e madre di Tiberio insieme con Giulia sua figliola honorò con la sua presenza quella città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione”. Dunque, l’epigrafe in questione è dedicata all’Imperatore Tiberio che fu proprio il marito di Giulia maggiore, figlia di Augusto e di Livia. Secondo il Mannelli, Livia, moglie di Augusto e madre di Tiberio e di Giulia, che sposò lo stesso Tiberio, suo fratellastro dimorarono a Buxentum. Io non credo che essi dimorarono a Buxentum ma credo che la loro villa fosse l’imponente villa d’epoca romana in località S. Croce a Sapri. Il Romanelli (…) che, a p. 96 dubitava delle cose scritte a riguardo dall’Antonini e dal Mannelli, nella sua nota (3), riguardo le due iscrizioni riportate dall’Antonini in proposito postillava che: “(3) C.I.L., X, 460”. Dunque, secondo il Romanelli, l’epigrafe che l’Antonini riportava separatamente egli postilla del libro X del “Corpus Inscriptionum Latinarum”, pubblicato da Theodor Mommsen (…). Sulle epigrafi hanno scritto i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 507: “Le testimonianze di Buxentum sono numerose: le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò “falsae vel alienae” altre due iscrizioni (54), riportate dagli storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi romani vennero alla luce nel secolo scorso, ecc…”. I due studiosi a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. Tra le false o estranee ha interesse la seguente: …….xent. in rem/urbic./iug. LX. adsig./d.d.i.s. K….Fra gli studiosi stranieri il primo che abbia riportato le iscrizioni latine fu C. Tait Ramage (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109), che visitò Policastro nel 1828.”. Dunque, riepilogando, i due studiosi Natella e Peduto scrivono che il Mommsen raccolse alcune epigrafi riportate dall’Antonini (…) e dal Riccio (…) e scrivono pure che le due epigrafi riportate dall’Antonini e dal Riccio, furono ritenute false dal Mommsen (…) che le inserì tra le iscrizioni “falsae vel alienae”. Diciamo subito che non sono le due iscrizioni o le epigrafi citate dall’Antonini a p. 419 e a cui mi riferisco, le due o una che ci parlano di Giulia maggiore, figlia di Augusto. Dunque, i due studiosi non si riferivano a questa testimonianza ancora presente sulla base del campanile della Cattedrale di Policastro. Sulle epigrafi marmoree a cui si riferivano i due studiosi Natella e Peduto che scrivevano che il Mommsen le aveva ritenute false, ci viene incontro Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie’, nel suo vol. III, ci parla di Bussento e a pp. 63 riportava le due epigrafi di cui i due studiosi Natella e Peduto dicevano che il Mommsen sosteneva la loro falsità. Una la pubblicò l’Antonini a p. 370 e l’altra molta antica la pubblicò l’Antonini a p. 407. Dunque, non sono quelle a cui ci riferiamo. Inoltre l’epigrafe o le due epigrafi (separate) pubblicate dall’Antonini a p. 419, sono state prese in considerazione dai due studiosi, i quali, nella loro nota (54) a p. 507 postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. ecc…”. I due studiosi citavano le epigrafi riportate nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (C.I.L.) e, postillavano “C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460″. Infatti, la bibliografica intorno alle due epigrafi citate dai due studiosi e che il Mommsen dava per false, ovvero “falsae vel alienae”, sono state citate da Clara Bencivenga Trimllich (….), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a p. 706, dove nella sua nota (20) postillava cosa diversa da Peduto e Natella: “(20) C.I.L., X, I, n° 94.”. Il Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) è un’opera in più volumi che raccoglie antiche iscrizioni in latino. Si pone come fonte autorevole di documentazione epigrafica relativa ai territori compresi nell’Impero romano. Il CIL, come viene comunemente denominato, raccoglie le iscrizioni latine sino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, di qualsiasi natura (pubblica, sacra, sepolcrale, onoraria, rupestre, graffiti etc.), e su ogni supporto epigrafico (per lo più pietra e bronzo). I due studiosi segnalavano che le epigrafi di Policastro Bussentino, alcune delle quali risalivano alla suindicata antica e romana Buxentum, furono riportate e pubblicate dal viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “Di fronte alla cattedrale giacciono, semi interrate, alcune bellissime colonne di marmo. evidentemente resti di un tempio che doveva eregersi dove oggi sorge l’odierna cattedrale. Le uniche iscrizioni che potei trovare furono quelle murate sulla base del campanile ed anche queste non erano che frammenti. Una si riferiva a Germanico e l’altra alla figlia di Druso. Le registro qui, ed è strano che non siano state trascritte con esattezze dai geografi: GERMANICO CAESARI….ecc…E’ impossibile ora stabilire in che modo la famiglia di Tiberio mantenesse dei legami con Buxentum, ma la suddetta iscrizione è comunque stata scolpita in onore di Druso Cesare Germanico, figlio di Tiberio, che fu console per la seconda volta nel 18 d.C.. L’altra è dedicata a: AVGVSTAE. IVLIA. DRVSI. F…..DIVI. AVGVSTI…..Questa Giulia, figlia del primo, sposò, nell’anno 20 d.C, il cugino germano Nerone, figlio di Germanico e Agrippina. Essa si attirò l’odio di Messalina, tanto che, istigato da lei, l’imperatore Claudio nel 59 d.C., la fece condannare a morte. Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. Ecc…”. Dunque, il Ramage che fu il primo degli scrittori stranieri a riportare le epigrafi o iscrizioni latine presenti a Policastro, ragionando sulla presenza di queste epigrafi scriveva che: “Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C.”. Recentemente, Rosanna Romano (…), nel suo saggio “La cattedrale di Policastro” (in “Visibile latente etc…”, ed. Donzelli), a p. 38 in proposito al campanile della Cattedrale di Policastro scriveva che: “Nel 1167 fu costruito il campanile utilizzando materiale di spoglio ricavato dalle pietre tombali di età romana……Due le iscrizioni funerarie romane poste sui primi due ordini romanici, una dedicata a Julia, figlia dell’imperatore Augusto, l’altra a Germanico, figlio dell’imperatore Tiberio. Gli altri due ordini furono sovrapposti nel secolo XV.”. Angelo Guzzo (…) che, sulla scorta del Laudisio, nel suo “Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia”, quando parlando di Policastro a p. 119 in proposito scriveva che: “”In ricordo di Giulia figlia di Augusto e moglie di Tiberio. Il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio, ecc…., afferma che detta lapide deriva dal monumento funebre eretto ad Augusta Giulia Drusilla, figlia unica di Augusto e moglie di Tiberio, da questi esiliata a Buxentum e fattavi morire di fame per la sua condotta disonesta. Giulia, quindi, era l’unica figlia di Augusto, nata nel 39 a.C., dalla seconda moglie Scribonia. Sposò prima Marcello, poi Agrippa, infine Tiberio, futuro imperatore romano, figlio adottivo della terza moglie di Augusto, Livia Drusilla. Giulia fu celebre per la sua meravigliosa bellezza, per intelligenza e per depravata condotta. Tiberio, non potendola più sopportare, da uomo intransigente e severo qual era, la costrinse a ritirarsi dalla corte. Augusto, informato del fatto, la fece esiliare prima nell’isola Pandataria (Ventotene), poi a Regium Julium (Reggio Calabria) ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni. Di questo fatto parlano Tacito, Dione Cassio e Svetonio (52).”. Il Guzzo, a p. 119, nella sua nota (52) postillava che: “(52) G. Cataldo, op. cit., pagg. 10-11.”. Ma, come possiamo leggere dalla trascrizione del testo di Laudisio, egli non dice “Tiberio, da questi esiliata a Buxentum e fattavi morire di fame per la sua condotta disonesta. Giulia, quindi, era l’unica figlia di Augusto, nata nel 39 a.C., dalla seconda moglie Scribonia.”. Rileggendo il passaggio del Guzzo mi colpisce la frase secondo cui Giulia, oltre ad essere stata esiliata da Tiberio “nell’isola Pandataria (Ventotene), poi a Regium Julium (Reggio Calabria)”, aggiunge anche che Giulia fu esiliata “ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.”. Leggendo le cronache alla voce “Giulia figlia di Augusto”, per esempio ciò che scrive Wikipedia o la Treccani non si evince che ella fosse stata esiliata o “confinata” a Buxentum (Bussento), “ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.”. Il Guzzo, sulla scorta del Cataldo, scrive che l’esilio forzato di Giulia a Buxentum “Di questo fatto parlano Tacito, Dione Cassio e Svetonio (52).”. Dunque, il Guzzo a p. 119, postillava del sacerdote Giuseppe Cataldo. Il Guzzo, a p. 119, nella sua nota (52) postillava che: “(52) G. Cataldo, op. cit., pagg. 10-11.”. Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 47, in proposito alle due epigrafi di cui parlo in questo mio saggio scriveva che: “La presenza di dediche per membri della famiglia Giulio-Claudia (per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia, e per Germanico, murate nel campanile della cattedrale di Policastro)(70) è spiegata in connessione a proprietà imperiali nella zona, o in relazione ad assegnazioni coloniarie ai veterani di Augusto. Sono presenti numerose ville nel territorio, con importanti attestazioni archeologiche, come un rilievo tardo-repubblicano di produzione regionale affine ai rilievi coevi del vallo di Diano (71).“. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (70) postillava che: “(70) CIL X 459-460.”. Infatti due studiosi Natella e Peduto, a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che:“(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; ecc…”. Il La Greca, a p. 47, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Vd. Gualtieri, 1996.”. Il La Greca, nella sua disamina, citando le epigrafi di cui ci stiamo occupando scriveva però che quella di IVLIA era riferita a “…(per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia,”. Infatti, il La Greca, a p. 37 pubblica l’immagine dell’epigrafe e scrive che si tratta di un iscrizione romana che menziona Livia moglie di Augusto (qui chiamata Augusta Iulia). Dunque, per il La Greca non si trattava di un epigrafe riferita a “Giulia maggiore” ma l’epigrafe è riferita a Livia, la seconda moglie di Augusto. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 278, in proposito scriveva che: “A Bussento, troviamo una dedica a Livia (6), la moglie di Augusto, la quale, dopo la morte del marito (a. 14 d.C.), fu adottata per testamento nella gente Giulia, ed ebbe il titolo di “Augusta”, onde nelle lapidi la troviamo indicata come ‘Iulia Augusta’. Da Svetonio (‘Claud.’ 11,2) veniamo a sapere che Claudio onorò la sua memoria di culto divino. Abbiamo conosciuto una sacerdotessa di Giulia Augusta a Volceio e ad Atina (p. 246). A Volceio, s’incontra una lapide in onore di Agrippa Postumo (1), figlio postumo di Agrippa e di Giulia, figlia di Augusto, adottato dall’Imperatore, il quale non avendo avuto figli maschi, sperò di avere trovato in lui il successore ecc…”. Il Magaldi, a p. 278, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. C.I.L., X, 459: ‘Augustae Iulia(e) / Drusi f. / divi Augusti’. Cfr. la C.I.L., X, 799 da Pompei, e l’annotazione del Mommsen: “Augusta vocabulum nomini ideo praeponitur, quod pro dea Livia colitur (cfr. n. 823)”.”. Dunque, il Magaldi, sulla scorta del Mommsen propendeva per Livia Drusilla, seconda moglie di Augusto. Il Magaldi, a p. 278, riferendosi alla sacerdotessa dice di parlarne a p. 246. Infatti, il Magaldi, a p. 246, in proposito scriveva che: “In Lucania noi incontriamo, oltre quello di Roma e di Augusto a Potenza, un “flamine perpetuo del divo Augusto” a Grumento, a Volceio e ad Atina una sacerdotessa di Giulia Augusta, e cioè di Livia, che si chiamò così dopo la morte di Augusto ed ebbe culto divino, un flamine di Tiberio a Pesto, uno di Vespasiano e uno di Adriano a Volceio, ecc…”. Il Magaldi, a p. 279, aggiungeva che: “A Germanico, figlio adottivo di Tiberio, che fu salutato ‘imperator’ per la seconda volta nel 18 d.C., fu posta una dedica a Bussento (3).”. Il Magaldi, a p. 279, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. C.I.L., X, 460: ‘Germanico Caesari / Ti, Aug. f. divi Aug. n. / divi Iuli pron. Aug. / cos. II imperatori II.”. Dunque, è molto probabile che le due epigrafi siano legate alle due figure di Livia e di Germanico. Livia Drusilla Claudia (in latino: Livia Drusilla Claudia; Roma, 30 gennaio 58 a.C. – Roma, 28 settembre 29), anche conosciuta semplicemente come Livia e dopo il 14 come Giulia Augusta, è stata una nobildonna romana, moglie dell’imperatore romano Augusto e Augusta dell’Impero. Fu la madre di Tiberio e di Druso maggiore, nonna di Germanico e Claudio, nonché bisnonna di Caligola e trisavola di Nerone. Fu divinizzata da Claudio. Dunque, l’epigrafe murata ed ancora visibile sul campanile della cattedrale di Policastro si riferisce a “Giulia” detta “maggiore”, figlia unica di Augusto Ottaviano e di Strabonia o si riferisce a Livia Augusta, seconda moglie di Augusto Ottaviano, come scrive il La Greca ?. A questo riguardo posso dire che il La Greca citava Gualtieri (….). Infatti, il La Greca (…), a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 64, del suo vol. III, in proposito scriveva che: “…..risorse l’antica ‘Bussento’, a circa due miglia dalla foce del fiume omonimo e ad un miglio dalle sue rovine. Di queste rovine or non rimane che una muraglia di opera reticolata, nella quale si sono distinti i ruderi di un tempio, e nella torre della cattedrale fabbricati si veggono rottami d’iscrizioni poste a Germanico e Giulia Augusta, la nobilissima e virtuosa madre di Tiberio.”. Dunque, Nicola Corcia ci parla di un’iscrizione dedicata Giulia Augusta, madre di Tiberio. Sulle due iscrizioni o epigrafi latine murate nel campanile della cattedrale di Policastro devo citare la curiosa notizia che è forse collegata. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 8, in proposito scriveva che: “3) …..La prima e la seconda sono iscrizioni fatte su pietre tombali, incastonate nel Campanile, con le quali fu costruito; …..Ma chi era Giulia Augusta? Mons. Nicola M. Laudisio, nelle ultime pagine della sua Synopsis, afferma che: “Questa lapide deriva dal monumento funebre eretto ad Augusta Giulia Drusilla, figlia unica di Augusto e moglie di Tiberio, da questi esiliata a Bussento e fatta morire di fame per la sua disonesta condotta.” Codesta Giulia era l’unica figlia di Augusto, nata nel 39 a.C. dalla seconda moglie Scribonia; sposò prima Marcello, poi Agrippa, infine Tiberio, il futuro imperatore. Giulia fu celebre per bellezza ma anche per la sua opinabile condotta. Tiberio, non potendola più sopportare, da severo ed intransigente che era, la costrinse a ritirarsi dalla corte. Augusto, informato del fatto, la fece esiliare.“. Le due epigrafe di IVLIA e di GERMANICO, citate dall’Antonini furono pure citate con un disegno dal sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Sotto Augusto Buxentum fu compresa nella III^ Regione Italica (Lucania e Brutium) l’anno 42 a.C…Fra le maggiori località costiere di origine greca, come ecc.., nonchè Blanda Julia (Maratea) e Velia e Vibo ad Siccam (Vibone Lucana), Pixunte non doveva essere inferiore, perchè, pur non essendo un centro di grande entità, era, più che oggi, soggiorno turistico specialmente per gli uomini illustri come Cicerone, Orazio, ecc…Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc..e tre lapidi, di cui una incompleta. La (I) “In ricordo di Giulia, figlia di Augusto e moglie di Tiberio” e la (2) ecc…Facciamo alcune possibili precisazioni circa le lapidi I^ e 2^. I) – Chi è Augusta Giulia ? – Mons. Laudisio, nelle ultime pagine della sua Sinopsis, afferma che detta lapide deriva dal monumento funebre eretto ad Augusta Giulia Drusilla, figlia di Augusto e moglie di Tiberio, da questi esiliata (a Bussento) e fatta morire di fame per la sua disonesta condotta (Lapis erectus etc….). Codesta Giulia era l’unica figlia di Augusto, ecc…, sposò…..ed infine Tiberio, figlio adottato dalla terza moglie Livia Drusilla. Giulia fu celebre per bellezza, per spirito e per depravata condotta. Tiberio, non potendola più sopportare, da severo ed intransigente che era, la costrinse a ritirarsi dalla corte. Augusto, informato del fatto, la fece esiliare nell’isola Pandataria (Vendotene), poi a Reggio Calabria (Regium Julium), infine in una piccola città della Campania, dove Tiberio la fece morire di fame nel 13 d.C. all’età di 52 anni. Ecc..”. Dunque, rilegendo il passo del Cataldo notiamo che egli non scrive ciò che aferma il Guzzo, ovvero che Giulia Augusta fu esiliata da Tiberio “ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.” ma, più correttamente, il Cataldo sulla scorta di Tacito e di Svetonio parla di “infine in una piccola città della Campania, dove Tiberio la fece morire di fame nel 13 d.C. all’età di 52 anni.”. Dunque, la notizia che Giulia, figlia di Augusto e moglie di Tiberio, fosse da questo esiliata anche ed infine a Buxentum è una illazione del Guzzo. Dunque, il Cataldo parla di una piccola città della Campania. Ed è per questo motivo che io escludo che si trattasse di Buxentum ma potrebbe trattarsi della villa bellissima che ancora oggi ne restano le vestigia a Sapri in località S. Croce. Il Cataldo, a p. 11 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Dell’esilio parlano Tacito, Dione Cassio (ad Ann. Urb. Cond. 748) e Svetonio (in Vita Tiberii, LIII). Tacito si esprime così: “Julia supremum diem obiit; ob impudicitiam olim a padre Augusto Pandataria insula, mox oppido Rheginorum, qui siculum fretum accolunt, clausa” (Annali, I). Non credo che dovremmo confondere l’augusta Giulia con altre due delle dieci ricordate dalla storia. Queste sono: a) Giulia, nipote di Augusto ecc…ecc…”. Dunque, il Cataldo in questo ultimo passaggio cerca di chiarire al suo lettore che vi erano pure altre Giulie citate dalla storia. Il Cataldo cioè scriveva che Tacito nei suoi annali, parla di Julia e del padre Augusto. Il Cataldo, continuando il suo racconto a p. 11 scriveva che: “Non credo che dovremmo confondere l’augusta Giulia con altre due delle dieci ricordate dalla storia (Nuova Enciclopedia Popolare Italiana: p. 596-97, G-GU, vol. 9: Torino, 1959). Queste sono: a) Giulia, nipote di Augusto, figlia di Druso e di Livia, sorella di Germanico; sposa di Nerone e di Rebellio Blando. Relegata nelle isole Tremiti, per la condotta depravata, morì nel 59 d.C. per ordine dell’imperatore Claudio. b) Giulia Augusta, adottata per testamento da Augusto e detta così da lui: era Livia Drusilla, discendente dai Claudii, figlia di Livio Druso Claudiano, già morto Tiberio Claudio Nerone e madre di Tiberio imperatore. Donna retta ed esemplare, ma così bella da indurre Augusto a divorziare da Scribonia per sposarla. Nata nel 57 a.C., morì nel 29 d. C. a 86 anni.”. Dunque, il Cataldo pur portando altri esempi riteneva si trattasse della Giulia maggiore, figlia unica di Augusto e di Strabonia e moglie dell’imperatore Tiberio. Ma quali che fossero questi due personaggi a cui si riferiscono le due epigrafiche latine e marmoree di sicuro a Policastro, l’antica Buxentum, ville d’epoca romana non ne sono state trovate e di contro abbiamo la bella e opulenta villa d’epoca romana in località S. Croce a Sapri. Dunque, della Giulia “augusta”, figlia unica di Augusto hanno scritto Tacito (…), nei suoi “Annali”, libro I; hanno scritto “Dione Cassio (ad Ann. Urb. Cond. 748) e Svetonio (in Vita Tiberii, LIII).”.
Nel 10 ottobre 19 d.C. a Buxentum GERMANICO CESARE
Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, nel suo Discorso X che, parlando di Bussento a p. 419 parlando della cattedrale di Policastro e del suo Campanile, in proposito segnalava che: “Trovasi però non pochi frammenti d’Iscrizioni antiche, che dimostrano essere stata un tempo di qualche considerazione. Eccone due, che sono allogati nel campanile, i quali, cogl’altri pezzi di marmo, onde questo è composto, mostrano, che la città fosse ben antica. Uno è il seguente GERMANICO CAESARI….AVG….F. DIVI. AVG. N……DIVI. IVLII…PRON…AVG….COS. II. IMPERAT…..“. Si tratta, come vedremo, dell’epigrafe dedicata a Germanico:

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “Dell’antica Buxentum restano, dunque, tracce di mura romane, costruite su quelle greche, un tratto di una via lastricata e tre lapidi di cui una incompleta. 2):
GERMANICO CAESARI
TI-AVG – F. -DIVI AVG. N.
DIVI IVLI – PRO N. AVG.
COS. – II- IMPERATORI –II.
Trad.: “In ricordo dell’imperatore Germanico, figlio naturale di Druso, adottivo di Tiberio e nipote di Augusto.”. La prima e la seconda sono iscrizioni fatte su pietre tombali, incastonate nel Campanile, con le quali fu costruito; Cesare Germanico (14 a.C.-19 d.C.) era figlio di Druso Nerone Germanico e di Antonia, nipote di Tiberio e fratello di Claudio. Fu console prima sotto Augusto poi sotto Tiberio. Eletto imperatore dell’esercito e rientrato vincitore a Roma, rifiutò la carica ed andò a combattere in Oriente. Tiberio, geloso della popolarità e della gloria del nipote, pose come governatore delle terre conquistate in Siria l’ambizioso Gneo Pisone. Fu questo che, spinto dalla moglie Plancina, avvelenò Germanico. Le sue spoglie furono portate in Italia e, probabilmente, passarono per Bussento.”. La Del Prete afferma che le spoglie di Germanico, dopo essere stato avvelenato da Gneo Pisone furono portate in Italia e, probabilmente transitarono per Bussento.
Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 279, in proposito scriveva che: “A Germanico, figlio adottivo di Tiberio, che fu salutato ‘imperator’ per la seconda vota nel 18 d.C., fu posta una dedica a Bussento (3).”. Il Magaldi, a p. 279, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. C.I.L., X, 460: Germanico Caesari / Ti. Aug. f. divi Aug. n. / divi Iuli pron. Aug. / cos. II imperatori II.”.
Recentemente, Rosanna Romano (…), nel suo saggio “La cattedrale di Policastro” (in “Visibile latente etc…”, ed. Donzelli), a p. 38 in proposito al campanile della Cattedrale di Policastro scriveva che: “Nel 1167 fu costruito il campanile utilizzando materiale di spoglio ricavato dalle pietre tombali di età romana……Due le iscrizioni funerarie romane poste sui primi due ordini romanici, una dedicata a Julia, figlia dell’imperatore Augusto, l’altra a Germanico, figlio dell’imperatore Tiberio. Etc…”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nelle ultime pagine della sua “Synopsis et…”. Infatti a pp. 109-110, troviamo scritto (vedi versione curata dal Visconti): “Poichè la città, come afferma l’Ughelli (231), è molto antica, in una di queste lapidi marmoree si legge: “A GERMANICO CESARE FIGLIO DI TIBERIO AUGUSTO NIPOTE DEL DIVO AUGUSTO PRONIPOTE DEL DIVO GIULIO AUGUSTO PER DUE VOLTE CONSOLE E IMPERATOR. Germanico Cesare visse intorno al 12 dopo Cristo. Era figlio figlio naturale di Druso e figlio adottivo di Tiberio, suo zio; perciò fu nipote del divo Augusto, che a sua volta era padre di Tiberio e figlio di Giulio Cesare; Germanico inoltre fu console per due volte col secondo imperatore, cioè con Tiberio. Ebbe il soprannome di Germanico perchè dopo la morte di Augusto partì per la Germania e, rifiutato il titolo di imperatore con cui era stato acclamato dall’esercito, dopo aver vinto i nemici ritornò a Roma dove ottenne l’onore del trionfo. Partito anche per l’oriente per sedare delle dedizioni, vinse il re dell’Armenia; perciò Tiberio fu preso dalla gelosia e nello stesso tempo dall’odio, e per suo comando Germanico fu avvelenato ad Antiochia dal re di Siria Pisone, quando aveva 34 anni di età, nel 19 dopo Cristo. Egli aveva pubblicato diverse opere, ma ci restano di lui soltanto la versione in esametri latini dei ‘Phaenomena’ che Arato aveva scritto nel 275 prima della nascita di Cristo, e alcuni epigrammi. Ecc…”. Dunque, su questa storia il Laudisio cita il poeta Arato di Sodio (….) che scrisse nel 275 a.C. il poema “Phaenomena”. Da Wikipedia leggiamo che Arato di Soli (in greco antico: Ἄρατος ὁ Σολεύς, Áratos ho Solèus; Soli in Cilicia, 315 a.C. circa – 240 a.C. circa) è stato un poeta greco antico del primo ellenismo. Fenomeni e pronostoci. Il poema didascalico consta complessivamente di 1154 versi divisi in due parti: Phainòmena la prima, Diosemeîa la seconda, da cui i termini Fenomeni e Pronostici con cui furono già chiamate da Cicerone. Per quanto concerne l’etimologia del lemma Diosemeîa, in base alla sfumatura di significato che assume il “semeiòn”, può essere intesa in doppio senso, vale a dire “Costellazione del Cielo” o “Segnalazione del Cielo”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 in proposito scriveva che: “Anche la lapide di ‘Cesare Germanico’ (24) si trova allo stesso posto, indicando l’intera genealogia: da Giulio Cesare ad Augusto e a Tiberio. Non sappiamo come questi illustri personaggi se l’abbiano passata da queste parti, nè abbiamo notizie di palazzi o costruzioni da essi eseguiti. La città più importante di questo lembo del Golfo era probabilmente ‘Vibona’, che giace tuttora sotto una folta vegetazione e che copre forse anche i palazzi.”. Il Tancredi, a p. 16, nella sua nota (24) postillava che: “(24) “GERMANICO CAESARI – TI(BERII) AUG(USTI) F(ILIO) – DIVI AUG(USTI) N(EPOTI) – DIVI IULI PRO N(EPOTI) AUG(USTI) – CO(N)S(ULU) II – IMPERATORI II”. Tacito C., ‘Annales’, II, 72 e 83 (per la vita).”. Il Tancredi segnalava la prima iscrizione o epigrafe riportata a p. 419 dall’Antonini. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “Le uniche iscrizioni che potei trovare furono quelle murate sulla base del campanile ed anche queste non erano che frammenti. Una si riferiva a Germanico e l’altra alla figlia di Druso. Le registro qui, ed è strano che non siano state trascritte con esattezze dai geografi: GERMANICO CAESARI….ecc…E’ impossibile ora stabilire in che modo la famiglia di Tiberio mantenesse dei legami con Buxentum, ma la suddetta iscrizione è comunque stata scolpita in onore di Druso Cesare Germanico, figlio di Tiberio, che fu console per la seconda volta nel 18 d.C….L’altra è dedicata a: AVGVSTAE. IVLIA. DRVSI. F…..DIVI. AVGVSTI…..Questa Giulia, figlia del primo, sposò, nell’anno 20 d.C, il cugino germano Nerone, figlio di Germanico e Agrippina. Ecc…”. Dunque, il Ramage che fu il primo degli scrittori stranieri a riportare le epigrafi o iscrizioni latine presenti a Policastro. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 279, in proposito scriveva che: “A Germanico, figlio adottivo di Tiberio, che fu salutato ‘imperator’ per la seconda volta nel 18 d.C., fu posta una dedica a Bussento (3).”. Il Magaldi, a p. 279, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. C.I.L., X, 460: ‘Germanico Caesari / Ti, Aug. f. divi Aug. n. / divi Iuli pron. Aug. / cos. II imperatori II.”. Domenico Romanelli (…), nel suo “Antica topografia istorica del regno di Napoli”, parte I, cap. ……, a p. 373 (vedi pure ristampa p. 96) parlando di Buxentum egli in proposito scriveva che: “Il p. Mannelli, che adottò (2) la stessa nostra opinione, vide in Policastro varj ruderi di antichità, che non si videro nell’Antonini, e specialmente la seguente iscrizione innalzata a Germanico (3): GERMANICO CAESARI T. AVG. F. DIVI AVG. N. DIVI IVLI PRON. AVG. COS. II IMPERATORI II AVG. ET IVLIA DRVSI F….DIVI AVGVSTI.”. Innanzitutto faccio presente che il Romanelli riunisce in un unica iscrizione le due iscrizioni che l’Antonini riportava separatamente perchè sebbene fossero entrambe sul campanile della cattedrale esse non erano unite. Il Romanelli, parte I, cap. ……, a p. 373 (vedi pure ristampa p. 96), nella sua nota (2) postillava che: “(2) Mannelli. Stor. della Lucania ms. nella R. Bibliot. di Napoli.”. Il Romanelli si riferiva all’opera inedita, al manoscritto, “La Lucania Sconosciuta” del padre agostiniano Luca Mannelli di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio le pagine originali tratte dalla Biblioteca Nazionale di Napoli. Sul manoscritto del Mannelli scrisse anche il sacerdote Rocco Gaetani (…) che, riguardo il manoscritto del Mannelli riportò la trascrizione integrale delle pagine in cui parla di Policastro, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate per la prima volta dal manoscritto pel sac. Rocco Gaetani”, a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “….città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione GERMANICO CAESARI TI. AVG F. DIVI AUG. N. DIVI. IVLI PRON. AVG. COS II IMPEATORI II AVGVSTA EI IVLIA DRVSI F…..DIVI AVGVSTI…..”. Ecco ciò che scriveva il Mannelli che riportava l’epigrafe che l’Antonini sia nella prima edizione del 1745 che nell’altra pubblicata dal nipote nel 1795 scriveva essere posta sul campanile della Cattedrale. Il Mannelli riportava l’epigrafe riportata dall’Antonini e scriveva “Livia moglie d’Augusto e madre di Tiberio insieme con Giulia sua figliola honorò con la sua presenza quella città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione”. Il Romanelli (…) che, a p. 96 dubitava delle cose scritte a riguardo dall’Antonini e dal Mannelli, nella sua nota (3), riguardo le due iscrizioni riportate dall’Antonini in proposito postillava che: “(3) C.I.L., X, 460”. Secondo il Romanelli, l’epigrafe che l’Antonini riportava separatamente egli postilla del libro X del “Corpus Inscriptionum Latinarum”, pubblicato da Theodor Mommsen (…). Infatti, sulle epigrafi, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 507, in proposito scrivevano che: “Le testimonianze di Buxentum sono numerose: le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò “falsae vel alienae” altre due iscrizioni (54), riportate dagli storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi romani vennero alla luce nel secolo scorso, ecc…”. I due studiosi a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. Tra le false o estranee ha interesse la seguente: …….xent. in rem/urbic./iug. LX. adsig./d.d.i.s. K….Fra gli studiosi stranieri il primo che abbia riportato le iscrizioni latine fu C. Tait Ramage (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109), che visitò Policastro nel 1828.”. I due studiosi sempre a p. 507, nella loro nota (55) postillavano che: “(55) Notevole è l’ipotesi che G. Riccio (Storia e topografia antica della Lucania, cit.), avanza sull’iscrizione falsa citata alla nota precedente. Egli riteneva che il frammento si riferisse alla ‘rifazione delle pubbliche mura ecc…”. I due studiosi Natella e Peduto, a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che:“(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; ecc…”. Il La Greca, a p. 47, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Vd. Gualtieri, 1996.”. Dunque, riepilogando, i due studiosi Natella e Peduto scrivono che il Mommsen raccolse alcune epigrafi riportate dall’Antonini (…) e dal Riccio (…) e scrivono pure che le due epigrafi riportate dall’Antonini e dal Riccio, furono ritenute false dal Mommsen (…) che le inserì tra le iscrizioni “falsae vel alienae”. Una la pubblicò l’Antonini a p. 370 e l’altra molta antica la pubblicò l’Antonini a p. 407. Dunque, non sono quelle a cui ci riferiamo. Inoltre l’epigrafe o le due epigrafi (separate) pubblicate dall’Antonini a p. 419, sono state prese in considerazione dai due studiosi, i quali, nella loro nota (54) a p. 507 postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. ecc…”. I due studiosi citavano le epigrafi riportate nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (C.I.L.) e, postillavano “C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460″. Infatti, la bibliografica intorno alle due epigrafi citate dai due studiosi e che il Mommsen dava per false, ovvero “falsae vel alienae”, sono state citate da Clara Bencivenga Trimllich (….), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a p. 706, dove nella sua nota (20) postillava cosa diversa da Peduto e Natella: “(20) C.I.L., X, I, n° 94.”. Il Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) è un’opera in più volumi che raccoglie antiche iscrizioni in latino. Si pone come fonte autorevole di documentazione epigrafica relativa ai territori compresi nell’Impero romano. Il CIL, come viene comunemente denominato, raccoglie le iscrizioni latine sino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, di qualsiasi natura (pubblica, sacra, sepolcrale, onoraria, rupestre, graffiti etc.), e su ogni supporto epigrafico (per lo più pietra e bronzo). Da Wikipedia leggiamo che Germanico Giulio Cesare (in latino: Germanicus Iulius Caesar; 24 maggio 15 a.C. – Antiochia di Siria, 10 ottobre 19), nato probabilmente come Nerone Claudio Druso (Nero Claudius Drusus), noto per un periodo come Nerone Claudio Druso Germanico ma meglio conosciuto semplicemente come Germanico, è stato un politico e militare romano, appartenente alla dinastia giulio-claudia. Questore, console e infine proconsole in Gallia [Gallia Aquitania, Gallia Lugdunense e Gallia Belgica], proconsole in Germania, proconsole in tutto l’Oriente romano [Galazia, Licia e Panfilia, Siria ((con Giudea)), Egitto, Acaia, Asia, Bitinia e Ponto, Cipro, Cilicia, Creta e Cirene, Macedonia, Mesia e Cappadocia]. Poco dopo la partenza di Pisone, Germanico cadde malato ad Antiochia e morì il 10 ottobre dopo lunghe sofferenze; prima di spirare, lo stesso Germanico confessò la propria convinzione di essere stato avvelenato da Pisone, e rivolse un’ultima preghiera ad Agrippina affinché vendicasse la sua morte. Officiati i funerali, dunque, Agrippina tornò con le ceneri del marito a Roma, dove grandissimo era il compianto di tutto il popolo per il defunto. Tiberio, tuttavia, evitò di manifestare pubblicamente i suoi sentimenti, e non partecipò neppure alla cerimonia in cui le ceneri di Germanico furono riposte nel mausoleo di Augusto. In effetti Germanico potrebbe essere deceduto di morte naturale, ma la popolarità crescente enfatizzò molto l’avvenimento, che comunque è anche ingigantito dallo storico Tacito. Nerone Claudio Druso (in latino: Nero Claudius Drusus; Roma, 14 gennaio 38 a.C. – Mogontiacum, 9 a.C.), nato come Decimo Claudio Druso o Decimo Claudio Nerone (Decimus Claudius Drusus o Decimus Claudius Nero) e meglio conosciuto come Druso maggiore (Drusus maior, per distinguerlo dal nipote Druso minore), è stato un militare e politico romano, appartenente alla dinastia giulio-claudia in quanto figlio della terza moglie di Augusto, Livia Drusilla. Secondo Svetonio, Druso nacque con il prenome di Decimus, in seguito cambiato in Nero. Egli nacque poco dopo il divorzio di sua madre Livia Drusilla dal padre, Tiberio Claudio Nerone, al tempo del suo matrimonio con Augusto. Sposò Antonia minore, figlia di Marco Antonio e di Ottavia minore (sorella di Augusto) dalla quale ebbe diversi figli, ma soli tre gli sopravvissero: Germanico (15 a.C.-19), il futuro imperatore Claudio (10 a.C.-54) e Claudia Livilla o Livia Giulia (13 a.C.-31).
Nel I sec. a.C., le due epigrafi latine sul campanile della chiesa di S. Maria d’Episcopio a Scalea, simili a quelle di Policastro
Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 48, in proposito scriveva che: “Nella vallata del Lao, poco a sud di Laino, dveva trovarsi la città di ‘Skidros’, che insieme con Laos accolse i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. Era certamente nel golfo del Lao, oggi detto di Policastro, e a breve distanza dal mare. Al tempo dell’Impero forse non esisteva più o aveva più o aveva perduto la sua importanza.”. Inoltre, padre Russo, a p. 49, in proposito scriveva pure che: “E’ probabile che da ‘Laos’ provengano le due iscrizioni, di epoca imperiale, che furono impiegate nella costruzione del campanile normanno di S. Maria de Episcopio in Scalea. Le riporto per la loro rarità e perchè possano servire di base ad ulteriore ricerche e deduzioni sulla latinizzazione della celebre colonia di Sibari:
GERMANICO. CESARI
TI. AVC. F. DIVI. AUG.
DIVI. IVLI. PRO II A. V. C.
COS. II. IMPERATORI. II
AVGUSTAE – IVLIA
DRVSI. F.
DIVI – AVGVSTI
Dunque, padre Russo citava le due iscrizioni o epigrafi latine d’epoca imperiale che egli dice “furono impiegate nella costruzione del campanile normanno di S. Maria de Episcopio in Scalea”. La notizia è molto interessante, non solo perchè padre Russo dice che le due iscrizioni provenissero dall’antica Laos, colonia magno greca colegata con Sibari, ma anche perchè le due iscrizioni da egli riportate sono simili alle due iscrizioni o epigrafi latine che ritroviamo murate sul campanile della cattedrale di Policastro Bussentino. Dunque due iscrizioni simili murate sui due campanili, quello “normanno” della chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea e quello bizantino della chiesa di S. Maria a Policastro Bussentino. Francesco Russo (….), nel vol. I, a p. 291, in proposito scriveva che: “Scalea ha due chiese di origine medievale: S. Maria de Episcopio e S. Nicola de Platea. ‘S. Maria de Episcopio’ fu costruita o, quanto meno consacrata, nel 1167. E’ andata però soggetta a vari rifacimenti; per cui conserva ben poco della struttura originale. Si è tuttavia salvata l’abside con una magnifica finestra gotica, divisa in due da una colonnina, con trabeazione sormontata da decorazione multilobata, di bellissimo effetto, messa in luce dall’Arch. Gisberto Martelli nel 1950. Notevole anche il campanile, in cui lo stesso Martelli ha scoperto dei conci, con iscrizioni romane del I secolo dell’E. V. L’architettura di questa chiesa, come quella “del presumibile Episcopio con pseudo-loggia normanna”, che vi è adiacente, viene collegata alle correnti artistiche campane del secolo XII-XIII (33).”. Padre Russo, nel vol. I, a p. 291, nella nota (33) postillava: “(33) G. Martelli, Architetture Campane in Calabria, in “Atti del Congresso di Storia dell’Architettura di Caserta”, Roma 1956, pp. 296-300; Martelli, Chiese monumentali di Calabria, in “Calabria nobilissima”, X, 37-88″. La notizia del ritrovamento di alcune epigrafi latine murate sulla chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea, molto simili alle epigrafe di Policastro che annuncia la costruzione del Campanile della Cattedrale, ci vengono confermate da Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a p. 70 e ssg., in proposito scriveva che: “Si può supporre, infatti che nella seconda metà del secolo X, cioè dopo la costituzione della diocesi di Cassano, nel sito urbano di Scalea, a poca distanza dal cenobio dei Siracusani, sia sorto un terzo monastero greco, che successivamente diede origine alla chiesa matrice di Santa Maria, detta un tempo “della Scala”, “dell’Ospedale” o “dell’Annunziata”, oggi chiesa parrocchiale con il titolo di Santa Maria ‘de Episcopio’. Da Wikipedia leggiamo che la chiesa, meglio conosciuta come “Madonna del Carmine”, è ricca di monumenti e opere d’arte. La Madonna del Carmine è la patrona di Scalea e si festeggia il 15 e 16 luglio di ogni anno. Il primo nucleo della chiesa Madonna del Carmine risale all’VIII secolo. Periodo questo di maggiore attività dei monaci Basiliani nella zona, conosciuta con il nome di Mercurion. In questi anni la chiesa fu anche sede episcopale o almeno di corepiscopi, gli ausiliari dei vescovi. In questa epoca, la chiesa, già dedicata a Santa Maria Annunziata, prese il nome di Santa Maria d’Episcopio: inoltre vicino alla chiesa resta un edificio signorile, con pseudo loggiato normanno, che per tradizione è indicato come il “palazzo del Vescovo”. In epoca normanna la chiesa fu notevolmente ingrandita e affidata ai Benedettini di Cava dei Tirreni. Questo perché con l’avvento dei normanni le chiese di rito bizantino dovettero latinizzarsi. Molti monasteri greci, pertanto, furono affidati ai monasteri latini. Il superbo finestrone absidale della chiesa è appunto una testimonianza di questo periodo.
Nel 1167, la lapide simile nella consacrazione della chiesa di S. Maria de Episcopio di Scalea
Riguardo questo Vescovo, Giovanni III devo citare padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. III, che, a p. 38 parlando della “Cronostassi dei Vescovi etc…”, della Diocesi di Cassano Jonica, in proposito scriveva che: “11) GIOVANNI III (1165-1168) – E’ un altro nome nuovo, che si inserisce nella Cronostassi dei Vescovi di Cassano. Risulta da una lapide marmorea, che ricorda la consacrazione della chiesa di S. Maria de Episcopio di Scalea. Questa, che altra volta era sul muro esterno della suddetta chiesa, è ora adibita in una scala di casa moderna. E così: concepita:
TEM SEMPR MAGNIFICI W. SEDI
REGIS. JOHS. III. EPS. DO. ET BEATE
M. HOC OPVS FECIT MCLXVII.
Cioè: ‘al tempo del Magnifico Re Guglielmo (il Malo) il Vescovo Giovanni III ha consacrato in onore di Dio e della Beata Vergine Maria MCLXVII’. Quel che c’è da rilevare in questa lapide è che il Vescovo consacrante si qualifica come Giovanni III: il che vuol dire che, tra i suoi predecessori, ce ne sono stati altri due di questo nome. Ciò giustifica, i qualche modo, l’inserzione dei due Prelati di questo nome da noi fatta in precedenza. Si tratta, evidentemente, di semplice supposizione e di nient’altro.”. La notizia di padre Russo è interessante perchè ci dice che nella chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea vi era murata una epigrafe, forse scritta in caratteri gotici, molto simile alla epigrafe che oggi si trova murata su una scaletta adiacente al campanile della cattedrale di Policastro Bussentino. Padre Francesco Russo (….), nel vol. I, a p. 291, in proposito scriveva che: “Scalea ha due chiese di origine medievale: S. Maria de Episcopio e S. Nicola de Platea. ‘S. Maria de Episcopio’ fu costruita o, quanto meno consacrata, nel 1167. E’ andata però soggetta a vari rifacimenti; per cui conserva ben poco della struttura originale. Si è tuttavia salvata l’abside con una magnifica finestra gotica, divisa in due da una colonnina, con trabeazione sormontata da decorazione multilobata, di bellissimo effetto, messa in luce dall’Arch. Gisberto Martelli nel 1950. Notevole anche il campanile, in cui lo stesso Martelli ha scoperto dei conci, con iscrizioni romane del I secolo dell’E. V. L’architettura di questa chiesa, come quella “del presumibile Episcopio con pseudo-loggia normanna”, che vi è adiacente, viene collegata alle correnti artistiche campane del secolo XII-XIII (33).”. Padre Russo, nel vol. I, a p. 291, nella nota (33) postillava: “(33) G. Martelli, Architetture Campane in Calabria, in “Atti del Congresso di Storia dell’Architettura di Caserta”, Roma 1956, pp. 296-300; Martelli, Chiese monumentali di Calabria, in “Calabria nobilissima”, X, 37-88″. La notizia del ritrovamento di alcune epigrafi latine murate sulla chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea, molto simili alle epigrafe di Policastro che annuncia la costruzione del Campanile della Cattedrale, ci vengono confermate da Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo – cenni storici”, dove, a p. 24 parlando di Ruggero I d’Altavilla, in proposito scriveva che: “Promosse una serie di costruzioni atte a migliorare l’efficienza e l’estetica del paese. Vennero completate, ampliate, abbellite le chiese di S. Maria d’Episcopio e la parte inferiore della chiesa di S. Nicola in Plateis, che prendevano grosso modo l’aspetto di oggi. Venne tra l’altro costruito il papazzo con pseudo loggiato, ancora visibile in via S. Maria, probabilmente sede di pubblici uffici. Venne istituito lo “spedale”, i cui resti sono ancora in via Ospedale. Morto Ruggero i suoi domini, compreso Scalea, andarono a suo figlio Ruggero II, che regnò da Palermo, capitale del nuovo stato formato dai ducati di Puglia, Calabria, Sicilia. Dopo la morte di Ruggero II, a cui succedettero Guglielmo I il Malo e Guglielmo II il Buono.”. Altro autore locale ci parla della chiesa di S. Maria dell’Episcopio. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a p. 70 e ssg., in proposito scriveva che: “Si può supporre, infatti che nella seconda metà del secolo X, cioè dopo la costituzione della diocesi di Cassano, nel sito urbano di Scalea, a poca distanza dal cenobio dei Siracusani, sia sorto un terzo monastero greco, che successivamente diede origine alla chiesa matrice di Santa Maria, detta un tempo “della Scala”, “dell’Ospedale” o “dell’Annunziata”, oggi chiesa parrocchiale con il titolo di Santa Maria ‘de Episcopio’. Al momento, però, il documento più antico sul luogo sacro rimane una bolla dell’antipapa Anacleto II, collocabile fra il 1130 e il 1137, che confermava a Simeone, abbate della S.ma Trinità di Cava ‘apud Scaleam monasterium Sancti Petri et ecclesiam Sanctae Mariae cum hospitali’, mentre la più antica attestazione del titolo ‘de Episcopio’, a quanto ci risulta, risale al 1545. Di conseguenza la chiesa è stata generalmente considerata una nuova fondazione di epoca normanna, sorta cioè per iniziativa dei nuovi conquistatori, che ne avrebbero affidato la costruzione e il possesso all’Ordo Cavensis. Proprio la nascita come monastero, però, lascia perplessi: è davvero sostenibile l’ipotesi che i benedettini abbiano creato ‘ex novo’ la chiesa e l’annesso monastero ? Pare poco verosimile. I Normanni, infatti, secondo una prassi ben documentata, il più delle volte assegnavano ai religiosi latini istituzioni bizantine preesistenti abbandonate dai monaci, di cui si erano impadroniti per diritto di conquista.”. Amito Vacchiano, a p. 92 ci parlava del palazzo con il pseudo-loggiato. Egli, in proposito scriveva: “All’epoca normanna va ascritto poi un palazzo, i cui resti ormai fatiscenti sono ancora visibli di fronte alla chiesa di Santa Maria ‘de Episcopio’. Caratterizzato da un rustico peseudo-loggiato dai rilievi ad archi intrecciati ricavati con muratura di frammenti laterizi, è un edificio di grande interesse perchè, come afferma Gisberto Martelli, “costituisce la più cospicua testimonianza superstite di architettura ciile normanna in Calabria e forse si tratta del Palazzo Episcopale ricordato nella dedicazione della Chiesa (S. Maria d’Episcopio). Queste strutture non trovano riferimento alcuno in Calabria etc….”. Barbara Visentin (…..), nel suo “Fondazioni Cavensi nell’Italia Meridionale (secoli XI-XV)”, a p. 336, in proposito scriveva che: “3. Santa Maria. Sanctae Mariae (96). Le vicende della chiesa di Santa Maria di Scalea incrociano quelle della SS. Trinità di Cava in una data imprecisata prima del maggio 1149, quando compare tra i beni confermati al monastero dal pontefice Eugenio III, munita di un ricovero per pellegrini, poveri e sofferenti (97). Nel 1168 però si rintraccia il secondo ed ultimo atto che la menzione, è la bolla di Alessandro III che, nel gennaio di quell’anno, la esenta dalla giurisdizione vescovile (98). Le tracce materiali di questa cappella sembra si possano riconoscere nel cuore del centro antico di Scalea, dove svetta il campanile della cosidetta chiesa di sopra, dedicata a Santa Maria d’Episcopio, il cui nucleo originario risalirebbe addirittura all’VIII secolo. Lungo il lato meridionale della chiesa si conserva un edificio caratterizzato da un elegante loggiato riferibile al XII secolo e, per tradizione, indicato come il “palazzo del Vescovo”. La Visentin, a p. 336, nella nota (97) postillava: “(97) AC, H 7: apud Diascaleam….ecclesiam sanctae Mariae cum ospitali’, edito da Guillaume, Essai, Appendice, pp. XXXII-XXXV; Kehr, IP VII, p. 325, nr. 23”. La Visentin, a p. 336, nella nota (98) postillava che: “(98) Apud Diascoleam…ecclesiam Sanctae Mariae’, la menzione dell’ospedale è scomparsa, cfr. AC, H 50 falso e P. 24: transunto del marzo 1399 – H 51: transunto – I 1: transunto, per la genuinità del testo di questo documento si veda Kehr, IP VIII, p. 326.”.
Nel ’72 (I sec. d.C.), il ‘AGER VIBONENSIS ACTUS’ nel ‘De Coloniis libellus’ di Giulio Sesto Frontino
Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucania – discorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427,428. Giuseppe Antonini, ne parla nella sua ‘Lucania’, parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427, 428. Antonini (…), a p. 423, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) scriveva che: “...ch’ancora oggi il luogo conserva di Vibonati. Ma perchè altri non abbia motivo di caricarsi di presunzione, e di autoità, vi aggiungeremo, che ‘Frontino’ lo mette unitamente con Bussento così: AGER VIBONENSIS ACTUS. N.X. G.P. XXV. E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3.” :

Assume particolare importanza la citazione di un ‘Ager Vibonensis Actus’ in Frontino (….) nel suo de ‘Coloniis libellus’ (…). E’ l’Antonini (…) che, parlando di Sapri, riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. L’Antonini scrive a riguardo che: “E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia. Ecc..”. Riguardo Frontino e la citazione dell’Antonini ha scritto anche Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: “Un’altra colonia ancora spedita a Bussento ci ricorda un breve cenno di Balbo (6), una di quelle certamente spedita da Silla o Ottavio; etc…”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (6) postillava che: “(6) Front. De Colon. 109”.

(Fig…) Nicola Corcia, op. cit., pp. 62-63
Da Wikipedia leggiamo che ai tempi di Marco Cocceio Nerva Cesare Augusto a Roma fu riorganizzato il sistema dell’approvvigionamento idrico; ci resta di quegli anni l’opera fondamentale scritta dal curatore delle acque, Sesto Giulio Frontino, sulla progettazione e la manutenzione degli acquedotti. Un altro grande provvedimento fu la “politica degli alimenta”, che consisteva nell’erogare prestiti a tasso agevolato, sussidi alle famiglie povere e l’istruzione gratuita agli orfani. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” parlando dei “Documenti sull’antichità” che riguardano il sito di Pixous, a p. 48 in proposito scriveva che: “F) Frontino: ‘De Coloniis’: “In provincia Brittinorum centuriae quadrate in jugera CC. et caetera in laciniis sunt praecisa post demortuos milites. Ager Buxentinus sextertianus est assignatus in cancellationem limitibus maritimis”. = Nella provincia dei Bruzii dopo la strage dei soldati le centurie quadrate furono divise per 200 iugeri di terreno e il resto rimase ai margini in pezzi non assegnati. L’agro bussentino preso a sesterzi fu destinato come barriera nei confini marittimi.”. Dunque, Frontino pone Bussento nei Bruzi. Dunque, l’Antonini e molto più tardi alcuni scrittori come il Tancredi (…) riportano l’interessante notizia di un “Ager Vibonensis actus” citato da Giulio Sesto Frontino nella sua opera “De Coloniis libellus”. Nel 1560 Guglielmo Goesio (….), pubblicò il testo in cui si riporta il testo di Giulio Sesto Frontino (…): “De Coloniis libellus”. Antonini sulla scorta di Guglielmo Goesio (….) cita il “Ager Vibonensis Actus”, cita Giulio Sesto Frontino e, cita l’opera di Frontino “De Coloniis” che cita un “Ager Vibonensis actus”. L’opera di Guglielmo Goesio (….) a cui si riferiva Giuseppe Antonini. Si tratta di Guglielmo Goesio. Guglielmo Goesio nella Prefazione alla Raccolta “Rei agraria Auctores , legesque varia” . Ediz. di Am. ſterdam del 1674. Egli è citato nel prodromo nelle “Memorie etc..” di Francesco Antonio Ventimiglia (….). Guglielmo Goesio, nel 1674, insieme ad altri testi pubblicò il “De Coloniis libellus” che egli attribuì a Giulio Sesto Frontino (…). Il testo del Goesio è il “Rei agraria Auctores, legesque varia”. Il Gaetani, nella sua nota (….) postillava che l’opera del Frontino era contenuta nell’opera di Guglielmo Goesio: “(1) Rei Agrariae Auctores legesque variae etc…, ed. Goesio, Amstelredami, 1674, vol. I, p. 78 – Gromatici Vetera etc., ed. Lackmann, Berolini, 1848, p. 141.”. Guglielmo Goesio (…), curatore dell’edizione seicentesca del testo “De Coloniis libellum” di Giulio Sesto Frontino (….), secondo l’Antonini (….), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibifactam nescio mentionem”.

La citazione di Frontino che fa l’Antonini la confermo in Guglielmo Goesio a p…… Dopo la pubblicazione di Guglielmo Goesio, molti intrapresero a studiare il testo di Frontino. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio. Il Goesio riportando il passo del “De Coloniis libellus” di Giulio Sesto Frontino, nel suo “Rei Agrarie auctorie legesque variae” del 1674, in cui a p. 109, Frontino scriveva che: “Provincia Brutiorum. Centuriae ecc…Ager Vibonensis. actus N. e x. G.P. XXV. Cardo in Orientem Decimanus in Meridianum.”. Dunque, l’informazione dell’Antonini è interessante. Chi era Frontino?. Giulio Sesto Frontino (….), De Coloniis (I secolo d.C.). Leggiamo da Wikipedia che Giulio Sesto Frontino (in latino: Sextus Iulius Frontinus; 40 circa – 103/104) è stato un politico, funzionario e scrittore romano. Tra le maggiori sue opere vi è gli Strategemata sono commentari di una sua opera perduta, il De re militari, e consistono in quattro libri di stratagemmi militari. Poi anche il De aquaeductu urbis Romae è un trattato sugli acquedotti ed è l’opera più importante di Frontino, una buona e concreta trattazione, svolta in due libri, dei problemi di approvvigionamento idrico a Roma. Frontino era stato curatore delle acque, cioè il responsabile degli acquedotti e dei servizi connessi, e il trattato riflette la serietà e lo scrupolo del suo impegno. L’opera contiene notizie storiche, tecniche, amministrativo-legislative e topografiche sui nove acquedotti esistenti all’epoca, visti come elemento di grandezza dell’Impero Romano e paragonati, per la loro magnificenza, alle piramidi o alle opere architettoniche greche. L’opera si è conservata nel codice Cassinensis 361 di mano di Pietro Diacono (XII secolo), ritrovato nell’Abbazia di Montecassino da Poggio Bracciolini nel 1429. Tra le opere di Frontino troviamo quella citata da Antonini (…), il ‘De Coloniis libellus’. Sex. Iulius Frontini De coloniis libellus, un testo latino presumibilmente pubblicato postumo nel 1560. Dalla Treccani leggiamo che è “falsa è l’attribuzione a F. del De coloniis, dove si nomina Adriano, mentre F. visse prima.”.
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel Liber Coloniarum il territorio di Bussento (ager Buxentinus) è posto nel Bruzio (Provincia Brittiorum)(78), e si accenna ad una assegnazione dei lotti ai coloni fatta in epoca graccana o triumvirale, per i veterani.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (78) postillava che: “(78) Liber Coloniarum, I, p. 209 L, 19-20”. Il La Greca si riferisce al testo di ………
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 331, parlando di Policastro Bussentino scriveva che: “Dopo la riforma di Diocleziano, anche il territorio di Bussento venne attribuito al Bruzio (12).”. L’Ebner, a p. 331, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Liber coloniarum, Lachmann, p. 262, 9 sg., p. 209, 14, sg.”. Ebner si riferiva al testo del filologo tedesco Karl Lachmann (….). Recentemente il testo “Liber Coloniarum” è stato tradotto da Giacinto Libertini (….), nel suo “Gromatici Veteres etc…Gli antichi Agrimensori etc…”, dove ci parla della Provincia III del Brutium e di Buxentum e del suo territorio, a p. 260.
Nel ’77 d.C. (I sec. d.C.), Plinio il Vecchio, nel libro 3°, cap. 5°, il “SINUS VIBONENSIS” (il golfo Vibonese)
Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione della “Lucania” del 1745 (ed. Gessari), a p. 423 scriveva che: “….e che così sia, sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3. Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il golfo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto. Quando Cicerone dopo la morte di Cesare ecc…”.

Dunque, l’Antonini cita Plinio (…) ed il suo cap. 5 del Libro 3 della sua “Naturalis Historia”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 10, in proposito scriveva che: “Molti altri autori latini hanno scritto nelle loro opere riguardo l’esistenza di Bussento: Plinio il Vecchio: Proximum autem huic flumen Melphes et oppidum Buxentum, graece Pixus: Laus amnis; fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus. Trad.: “Qui vicino (Palinuro) c’è il fiume di Molpe (Mingardo) e la città di Bussento, la greca Pixunte: indi il fiume Lao; vi fu anche la città dallo stesso nome. Da questo luogo comincia la costiera dei Bruzii.”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “L’elenco straboniano delle città lucane lungo il litorale tirrenico coincide con quello di Plinio il Vecchio, in N.H. III 5,71-72: “A Silaro regio tertia et ager Lucanus Bruttiusque incipit, nec ibi rara mutatione incolarum. Tenuerunt cum Pelasgi, Oenotri, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi, novissime a Sannitibus orti duce Lucio. Oppidum Paestum, Poseidonia Graecis appellatum, sinus Paestanus, oppidum Elea quae nunc Velia, promontorium Palinurum…oppidum Buxentum Graece Pyxus, Laus amnis-fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda (invece Liv. XXIV 20,6: ….ex Lucanis Blanda). La descrizione di Plinio ha tuttavia un carattere limitato e si discosta poco da quella che si legge nel ‘De Chorographia’ di Pomponio Mela, opera scritta sotto Caligola o al principio del regno di Claudio. Di poco posteriore alla ………… di Strabone così come la ‘historia’ pliniana, è in effetti un compendio con un arido elenco di nomi e dati matematici e per l’Italia si limita a pochi cenni sommari (II, 58). Il geografo Pomponio Mela compila quasi lo stesso elenco procedendo da sud a nord e indicando, fra le città rivierasche della Lucania tirrenica, le seguenti località: ‘Blanda, Buxentum, Velia, Palinurus, Paestanus sinus, Paestanus oppidum, Silarus amnis…..omnia Lucaniae loca (Pom. MELA, De chor. II, 4).”. Da Wikipedia leggiamo che Caio Plinio Secondo, conosciuto come “Plinio il Vecchio” (in latino: Gaius Plinius Secundus; Como, 23 – Stabia, 25 agosto o 25 ottobre 79), è stato uno scrittore, naturalista, filosofo naturalista, comandante militare e governatore provinciale romano. Plinio fu un uomo caratterizzato da un’insaziabile curiosità e scrisse molte opere, ma tutta la sua vasta produzione è ad oggi perduta, tranne per pochi frammenti. Tra queste opere si ricordano: il De iaculatione equestri; il De vita Pomponii Secundi, biografia in due libri del poeta tragico Publio Pomponio Secondo, di cui era devoto amico; i Bellorum Germaniae libri XX; gli Studiosi libri III, manuale sulla formazione dell’oratore; i Dubii sermonis libri VIII, su questioni grammaticali; e gli A fine Aufidii Bassi libri XXXI, sulla storia dell’Impero dal periodo in cui si interrompeva la storia di Aufidio Basso. L’unica opera pervenutaci è il suo capolavoro, la Naturalis historia; una vasta enciclopedia in 37 volumi che tratta di geografia, antropologia, zoologia, botanica, medicina, mineralogia, lavorazione dei metalli e storia dell’arte. L’opera enciclopedica è il risultato di un’enorme mole di lavoro di preparazione condotto su oltre 2000 volumi di più di 500 autori. Tale opera, letta e studiata nei secoli successivi, specialmente nel Medioevo e nel Rinascimento, rappresenta oggi un documento fondamentale delle conoscenze scientifiche dell’antichità. La fama di Plinio è anche legata alla sua morte, di cui ci è testimone il nipote-figlio adottivo Plinio il Giovane. Plinio il Vecchio era a capo della flotta romana stanziata a Capo Miseno, quando si verifica una delle più grandi catastrofi della storia, l’eruzione del Vesuvio del 79. Corso in aiuto di una sua amica, Rectina, e degli altri abitanti di Stabia, Plinio non fu più in grado di lasciare il porto della città e morì per le esalazioni del vulcano. La Naturalis historia, come detto, fu pubblicata nell’anno 77; già nel titolo l’opera si presenta come ricerca di carattere enciclopedico sui fenomeni naturali: il termine historia conserva il suo significato greco di indagine, e va notato che la formula ha dato la denominazione alle scienze biologiche, cioè alla storia naturale nel senso moderno della locuzione. Il primo libro fu completato dal nipote Plinio il Giovane dopo la morte dello zio e contiene la dedica a Tito, il sommario dei libri successivi ed un elenco delle fonti per ciascun libro. L’enciclopedia tratta svariati temi, dal generale al particolare: dopo la descrizione dell’universo (II libro), si passa a geografia ed etnografia del Bacino del Mediterraneo (III-VI libro), per poi trattare di antropologia (VII libro) e zoologia (VIII-XI libro). Antonini scriveva che Plinio il Vecchio (….) nel 77 d.C. “…Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il glofo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto.”. Dunque, Antonini sulla scorta di Plinio scriveva che egli cita il “Sinus Vibonensis” e, seguendo il ragionamento di Antonini che postilla sulla cronologia dei luoghi citati, egli pone il “Sinus” (il Golfo) “Vibonensis” tra il promontorio di Tortora fino ad arrivare a quello di Palinuro, ovvero ciò che oggi chiamiamo Golfo di Policastro. Scriveva Antonini: “e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia”. Dunque secondo l’Antonini l’ipotesi che si trattasse di “Vibo Valentia” non è plausibile vista la sua enorme distanza dagli altri luoghi che Plinio pone cronologicamente vicini ed in successione tra loro. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Plinio il Vecchio fa rientrare Buxentum nel Sinus Vibonensis, dove si trovano le “isole Itacesie” proprio di fronte a Vibo (contra Vibonem) (65), ma pone Hippo, chiamato Vibo Valentia, solo dopo molte altre città verso sud, e nel golfo di Terina (sinus ingens Terinaeus)(66). Etc…”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (65) postillava: “(65) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 7, 85”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (66) postillava: “(66) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72-73”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “La contemporanea descrizione di Plinio il Vecchio ricorda per la Lucania, dopo Palinuro, il fiume Melpes (Lambro), la città fortificata di Bussento (oppidum Buxentum), corrispondente alla greca Pissunte (Graeciae Pyxus), quindi il fiume Lao, presso il quale vi fu un oppidum con lo stesso nome; di qui inizia il litorale del Bruzio, con la città fortificata di Blanda (80). Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Va ricordato anche l’accenno agli ottimi vini lucani fatto da Plinio, con riferimento ai vini della zona di Turi, di Grumento e di Lagaria, usati anche come specialità medicinali (83). La produzione romana di vino sembra continuare una specializzazione di questo territorio già attestata in epoca greca e lucana (84).”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (80) postillava che: “(80) 80 Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72. Vd. FUSCO 1992.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (81) postillava che: “(81) Tolomeo, Geogr., III, 1, 8-9”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (83) postillava che: “(83) Plinio il Vecchio, Nat. hist., XIV, 6, 69.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (84) postillava che: “(84) GUALTIERI 2003, p. 159; vd. VANDEMERSCH 1994.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.
Nel 98 d.C. (tempi di Nerva), l’epigrafe latina trovata da Antonini al Mingardo
Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” (I ed., 1745), a pp. 370-371 parlando della Molpa in proposito scriveva che: “Per molte diligenze fra quelle ruine, e suoi contorni praticate, affatto non mi è riuscito trovar cosa che sapesse d’antico a riserva dun cippo, che in una vigna al piano del Mengardo è tenuto per dar peso allo strettojo dell’uva: In esso travasi la seguente iscrizione mezo consumata, tanto che appena si è potuta copiare: ……
XENT IN REM
VRBIC. SILV.
IVG. LX. ADSIG.
DDI. S. K. ….
a qual uso queste selve potessero esser destinate cè ‘l dice ‘Aggeno comment. ad Front. de controv. agr. In tutelam rei urbanae assignatae sunt silvae, de quibus ligna, in reparatoniem pubblicorum moenium traherentur. Hoc genus agri tutelatum dicitur’. Con poc’altre parole, ma forse più chiaramente ‘Igino de limit. conflit. di cotali assegnazioni ragiona: ‘……………………..’. Ma Niccolò Rigaltio, siccome niente contentossi della sentenza di Aggeno, così molto si compiacque di quella d’Igino. Egli nelle note a quest’autore così scrive: ‘Namque in tutelam rei urbanae sunt assegnata, & quae operibus pubblicis fuerunt data, aut destinata, ad unam soli conditionem pertinent, videlicet urbani; & Aggenus ipse in tutelam rei urbanae assignatas esse sylvas ait, da quibus ligna in reparationem pubblicorum operum traherentur. Liber Arcerii hunc lectionem suggerit, unam Urbani soli, alteram agrestis quod in tutelam agri suerit assignatum; urbani, quod operibus pubblicis datum suerit, aut destinatum’. E finalmente va a dire, che dalla rendita di cotali selve si ricava quello, che bisognava per la riparazione delle pubbliche mura.”. L’Antonini, a p. 371, nella nota (I) postillava che: “Parmi che così iterpretar si possa, rimettendomene al giudizio miglior etc….
BUXENTO. IN REM.
URBICARIAM. SILVARUM.
IUGERA. LX. ADSIGNATA.
DESTRA. DECUMANUS. PRIMUS. SINISTRA. KARDO.
Quali poi fossero queste misure, con poche parole ce ‘il dice Plinio, nel c. 3. lib. 18 così: ‘Jugerum vocabatur, quod uno jugo, boum in die exarari posset. Actus in quo boves agerentur cum aratur uno impetu justo. Hic erat CXX. pendum, duplicatusque in longitudinem jugerum faciebant. Vide Authors Rei Agrar.’. E Frontino In expo. sitione. formarum’ lo stesso ci conferma.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “L’antica Bussento – oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale”, a p. 15 parlando dell’antica città di Bussento in proposito scriveva che: “Argomenta l’Antonini che la Molpa sia il Bussento da un frammento epigrafico in un cippo messo a strettoio delle uve, e situato quindi fuori del suo primitivo posto:
……XENT IN REM
VRBIC. SILV
IVG. LX. ADSIG.
DDI. S K…….
che interpreta: ‘Buxento. In. rem. Urbicariam. Silvarum. Jugera. LX. Adsignata. Destra. Decumanus. Primus. Sinistra. Cardo. (11) Ma bisognava dimostrare che sia quello il posto primitivo del cippo e non altro; difatti potè esservi trasportato. Ritenuta poi la interpretazione, e concesso, come pare, che le lettere XENT. siano da supplirsi Buxento, osserviamo che il frammento porta due termini locali, il Bussento ed i sessanta Jugeri; dunque il cippo era terminale perchè non era presso il Bussento, ma sessanta jugeri al di là. Dunque, il luogo dove fu trovato non era il sito del Bussento, ma un confine da esso ben sessanta jugeri lontano. Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”.

(Fig…..) Gaetani Rocco, op. cit., p. 15 parla del Bussento e della Molpa
Il Gaetani, a p. 28, nella nota (11) di p. 15, postillava di Antonini, La Lucania, p. 370-371, dove l’Antonini ci parla del cippo rinvenuto a Mingardo presso la Molpa. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani dava torto all’Antonini, affermando ed argomentando che il cippo si riferiva a Bussento o Buxentum che si trovava a sessanta jugeri di distanza dal cippo rinvenuto nel fiume Mingardo. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 riporta l’iscrizione dell’Antonini, ed in proposito scriveva che: “Ma non passavano più di sei anni e nuovi coloni furono mandati a Bussento, perchè il Console Spurio Postumio, il quale faceva per l’Italia la famosa inquisizione de’ Baccanali, trovava abbandonata la colonia speditavi prima (3), ed a questi tempi appartenne al certo il seguente frammento epigrafico (4), che serbavaci memoria di quella specie di assegnazione nelle rendite de’ boschi per la riparazione delle pubbliche mura, solta a stabilirsi per le colonie romane (5): etc…”.
……..BVXENT IN REM
VRBIC. SILV
IVG. LX. ADSIG.
DDI. S K…….
Il Corcia, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Liv. XXXIX, 23”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (4) postillava che: “(4) Antonini, op. cit., t. I, p. 370”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (5) postillava che: “(5) Hygin. De limit. const. ap. Frontin. p. 193 seq.”. Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 507: “Le testimonianze di Buxentum sono numerose: le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò “falsae vel alienae” altre due iscrizioni (54), riportate dagli storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi romani vennero alla luce nel secolo scorso, ecc…”. I due studiosi a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. Tra le false o estranee ha interesse la seguente: …….xent. in rem/urbic./iug. LX. adsig./d.d.i.s. K….Fra gli studiosi stranieri il primo che abbia riportato le iscrizioni latine fu C. Tait Ramage (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109), che visitò Policastro nel 1828.”. I due studiosi sempre a p. 507, nella loro nota (55) postillavano che: “(55) Notevole è l’ipotesi che G. Riccio (Storia e topografia antica della Lucania, cit.), avanza sull’iscrizione falsa citata alla nota precedente. Egli riteneva che il frammento si riferisse alla ‘rifazione delle pubbliche mura, la cui spesa si prelevava da una specie di assegnazione sulle rendite de’ boschi’. E’ da precisare che l’iscrizione non fu trovata a Policastro ma sul fiume Mingardo, e ciò farebbe supporre, dando un qualche credito antiscentifico all’iscrizione stessa, che in età Romana il territorio del Golfo di Policastro si nominasse dalla principale colonia, cioè da Buxentum, e che lo stesso territorio fosse regolato secondo gli usuali sistemi della centurazione. L’iscrizione, inoltre, potrebbe anche riferirsi al citato φρουριον, risultato anch’esso in epoca romana.”. I due studiosi si riferivano a Giovanni Riccio (….), nel suo “Storia e topografia antica della Lucania”. Dunque, riepilogando, i due studiosi Natella e Peduto scrivono che il Mommsen raccolse alcune epigrafi riportate dall’Antonini (…) e dal Riccio (…) e scrivono pure che le due epigrafi riportate dall’Antonini e dal Riccio, furono ritenute false dal Mommsen (…) che le inserì tra le iscrizioni “falsae vel alienae”. I due studiosi, i quali, nella loro nota (54) a p. 507 postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. ecc…”. I due studiosi citavano le epigrafi riportate nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (C.I.L.) e, postillavano “C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460″. Infatti, la bibliografica intorno alle due epigrafi citate dai due studiosi e che il Mommsen dava per false, ovvero “falsae vel alienae”, sono state citate da Clara Bencivenga Trimllich (….), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a p. 706, dove nella sua nota (20) postillava cosa diversa da Peduto e Natella: “(20) C.I.L., X, I, n° 94.”. Il Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) è un’opera in più volumi che raccoglie antiche iscrizioni in latino. Si pone come fonte autorevole di documentazione epigrafica relativa ai territori compresi nell’Impero romano. Il CIL, come viene comunemente denominato, raccoglie le iscrizioni latine sino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, di qualsiasi natura (pubblica, sacra, sepolcrale, onoraria, rupestre, graffiti etc.), e su ogni supporto epigrafico (per lo più pietra e bronzo). Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 7, in proposito scriveva che: “Roma primitiva era di semplici costumi e di vita sobria; dopo le conquiste accumulò denari e ricchezze. Le terre assoggettate diventarono proprietà dello stato (ager publicus), altre furono vendute a basso prezzo alla famiglie più o meno agiate, altre date in affitto a privati. Diminuì, così, la piccola proprietà, perché i nuovi acquirenti non potendo più sopportare i pubblicani disonesti che abusavano nella riscossione dei tributi, finirono per appropriarsi del terreno che avevano. La maggior parte delle terre era incolta per mancanza di lavoratori, perché i giovani erano impegnati nelle guerre, o era devastata dagli eserciti di Annibale. Infine le terre abbandonate furono popolate da schiavi, duramente trattati, ed i piccoli proprietari, caduti ormai in rovina, non poterono più mantenere le loro famiglie numerose. La sete insaziabile di ricchezza continuò ancora finchè la crisi economica causò la nascita di insurrezioni e di guerre sociali.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel Liber Coloniarum il territorio di Bussento (ager Buxentinus) è posto nel Bruzio (Provincia Brittiorum)(78), e si accenna ad una assegnazione dei lotti ai coloni fatta in epoca graccana o triumvirale, per i veterani.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (78) postillava che: “(78) Liber Coloniarum, I, p. 209 L, 19-20”. Il La Greca si riferisce al testo di ………
Altre epigrafi latine a Buxentum
Sulla terza epigrafe murata sul muretto della scaletta accanto il campanile del duomo di Policastro ha scritto il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc..e tre lapidi, di cui una incompleta. Etc…”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 8, in proposito scriveva che: “Dell’antica Buxentum restano, dunque, tracce di mura romane, costruite su quelle greche, un tratto di una via lastricata e tre lapidi di cui una incompleta. 3):
…RRIUS. CELE
VIR ITERUM. R.
UM ET FORUM
…..la terza è incassata nel muretto della scala sottostante.“.
Nel 98 d.C. , PERNICIO VERIDIO, pretore fiscale di Buxentum ai tempi di Nerva
Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, nel suo Discorso X che, parlando di Bussento a p. 407, in proposito scriveva che: “L’iscrizione appresso mons. Guerriero Vescovo di Scala ci fa conoscere, che non solo non era Bussento mancato verso i tempi d’Augusto, ma che durasse ancora dopo i tempi di Nerva. D. M. S. etc…….già che Nerva istituì quest’uffizio, di cui si parla nel lib. 2 D. de Orig. Jur. E sebbene Pancirolo nè ‘Magistrati dell’uno e dell’altro Impero’, non ne ragioni, lo ha supplito Bulengero al cap. I del lib. 5, così scrivendone: ‘Titius (parlando de’ Pretori) umum detraxit, in cuius locum reflituit Nerva, qui inter Fiscum, & privatos jus diceret’. Parole copiate dal ‘Giureconsulto Pomponio’. Vedesi di più da questa Iscrizione, che Bussento manteneasi ancora nel dritto delle Colonie, perchè altrimenti Veridio non essendo Cittadino (I) Romano non poteva avervi uffizio, se pure non fosse stato ‘Principis beneficio’ come fu d’Erode Attico, che fu Consolo; di Soemo re d’Armenia, che cacciato da Vologese, fuggiti in Roma, e fuvvi similmente Consolo nel DCCCCXV. con C. Papirio Eliano, siccome da ‘Fozio’ nella bibl. cap. 94. Reinesio comment ad Inscription. part. 2. 9. , oltre di Dion Cassio, Polemone, ed altri nell’ulterior decadenza dell’Impero, o dopo Caracalla, che fece gli onori comuni sino a’ barbari, abolendo qnello, che non molti anni prima avea l’Imperdor Pescennio Nigro ordinato, secondo la memoria, che ce ne lasciò ‘Sparziano: Ut nemo administraret Romae, nisi Romanus. Ma sia pur vero che la memoria posta a P. Pescennio riguardi Capua, e che gli fossegli stata rizzata, per aver come legato de’ Capuani ad Augusto (I) ottenuto la restituzione dell’Agro Lucano, nulla impedisce credere che quest’Agro fosse quello, che smembrato già da’ terreni vicino a Capua, appartenenti già un tempo a’ Capuani, e dato a’ Bussentini, allora che vi fu dedotta la Colonia, si fosse chiamato col nome di Agro Lucano. ed oltre a ciò avrebbesi a giudicare che la Campania si stendesse di là dal Silaro, cioè nella Lucania, poichè se era Campania, come poteva esser Lucania. E tanto basti per una vana inutil quistione, in cui, salva la riverenza dovuta all’amicizia, ed al merito del Signor Canonico, par che non sia di nostra opinione interamente da disprezzarsi.”. L’Antonini, a p. 407, nella nota (I) postillava che: “(I) Conviene però doversi avere per Cittadino in vigore della notissima legge Giulia, onde a tutti gli Italiani la cittadinanza fu conceduta.”. L’Antonini scriveva di Mons. Guerriero Vescovo di Scala e di Ravello nato a Camerota che nel 1821 fece un’editto contro i preti che si adunavano, secondo Matteo Camera. L’Antonini si riferiva a Panciroli Ottavio, Sull’antica Notizia delle Dignità dell’uno e dell’altro Impero che stà in “de claris legum interpretibus” di Guido Panciroli stampato a Lipsia ne 1721. L’Antonini scriveva di Pernicio Verido, Pretore fiscale di Buxentum. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 riporta l’iscrizione dell’Antonini, ed in proposito scriveva che: “Un’altra colonia ancora spedita a Bussento ci ricorda un breve cenno di Balbo (6), una di quelle certamente spedita da Silla o Ottavio; ed in tale condizione la città si mantenne sin dopo i tempi di Nerva, come raccogliesi dal seguente titolo sepolcrale (7), in cui è memoria del ‘Pretore fiscale’ istituito da quell’Imperatore (8), perchè senza essere romano cittadino tale ufizio aver non vi poteva Veridio Pernicio, a cui la lapide fu posta: etc…”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (6) postillava che: “(6) Frontin. De Colon. p. 109”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (7) postillava: “(7) Antonini, op. cit., t. I, p. 407”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (8) postillava che: “(8) Pompon. L. 2 D. de Orig. Iur. – Cfr. Antonini, op. cit., I, p. 407”.

(Fig…) Nicola Corcia, op. cit., pp. 62-63
Luigi Tancredi, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “G) Lapide di Pernicio Verido, pretore fiscale di Bussento (……riporta l’epigrafe latina) = Dis Manibus sacrum – Pernicius Veridius Buxentinus Praetor fiscalis iterum sibi et liberalis suis hoc monumentum exterum heredem non sequitur”: Dedicato agli dei Mani: Pernicio Veridio, pretore fiscale di Bussento per la seconda volta, per sé e per i suoi figli pose questa lapide. Questo monumento non spetta ad un erede straniero. Questa iscrizione (riportata dall’Antonini, La Lucania, I, Disc. IX, 407) era conosciuta da Mons. Guerriero di Camerota, vescovo di Scala nel sec. XVII. Da essa si desume che Bussento era fiorente non solo al tempo di Augusto, ma anche al tempo di Nerva successore di Domiziano e predecessore di Traiano, a migliorare dal 96 al 98 d.C. l’amministrazione e a donare tranquillità allo Stato. Egli venne incontro alla povertà dei cittadini, comprando terreni e distribuendoli ad essi; indi istituì l’ufficio dei ‘pretori fiscali’ per prevenire gli abusi verificatisi nell’età imperiale, specialmente sotto Domiziano. Infatti le imposte fiscali in genere erano esorbitanti, a danno dell’intera popolazione e della povera gente. Pernicio Veridio non era cittadino romano, ma lo divenne in grazia della “lex Julia” ed esercitò il compito di pretore in quell’Agro Lucano, il cui centro cospicuo era Bussento. Non bisogna dimenticare che questo territorio fu ricuperato da P. Pescennio per costituire una seconda entità territoriale al di quà dal fiume Sele, in Lucania, mentre l’agro Campano stava al di là.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. …., in proposito scriveva che: “Vi è un’iscrizione riportata dall’ Antonini (Lucania, I Disc. IX, 407) dalla quale si desume che Bussento fu fiorente non solo al tempo di Augusto ma anche al tempo di Nerva: (segue l’epigrafe) etc…. D . M . S .
VERIDIUS . PERNICIUS . BUXENT .
PRAETOR . FISCALIS . ITERUM .
SIBI . ET . LIB . SUIS .
H . M . H . E . N . S .
Dis Manibus sacrum – Pernicius Veridius Buxentinus Praetor fiscalis iterum sibi et liberis suis hoc monumentum exterum heredem non sequitur. “Dedicato agli Dei Mani: Pernicio Veridio, pretore fiscale di Bussento per la seconda volta, per se e per i suoi figli pose questa lapide. Detto monumento non spetta ad un erede straniero.”. Fu proprio l’imperatore M. Cocceio Nerva, successore di Domiziano e predecessore di Traiano, a migliorare del 96 al 98 d.C. l’amministrazione e a donare tranquillità allo stato. Egli venne incontro alla povertà dei cittadini comprando terreni e distribuendoli ad essi; istituì, poi, l’ufficio dei pretori fiscali per prevenire gli abusi verificatisi nell’età imperiale, specialmente sotto Domiziano (infatti le imposte fiscali, in genere, erano esorbitanti a danno dell’intera popolazione e della povera gente). Pernicio Veridio non era cittadino romano ma lo divenne in grazia della lex Julia: egli esercitò il compito di pretore in quell’Agro Lucano il cui centro cospicuo era Bussento.”. Da Wikipedia leggiamo che Marco Cocceio Nerva Cesare Augusto (in latino: Marcus Cocceius Nerva Caesar Augustus; nelle epigrafi: IMP·NERVA·CAES·AVG·PONT·MAX·TR·POT ; Narni, 8 novembre 30 – Roma, 27 gennaio 98), meglio conosciuto semplicemente come Nerva, è stato un imperatore romano, primo degli imperatori adottivi, regnante dal 18 settembre 96 fino alla sua morte avvenuta agli inizi del 98. In campo economico, Nerva attuò una politica di sgravi fiscali e di incentivi che doveva favorire le comunità italiche. Gli ebrei furono esentati dal tributo che era stato loro imposto sotto i Flavi. Una legge agraria assegnò appezzamenti di terreno a cittadini nullatenenti. Le spese che le città dovevano sostenere per il mantenimento del cursus publicus, cioè del servizio postale, furono addossate alle casse imperiali. A Roma fu riorganizzato il sistema dell’approvvigionamento idrico; ci resta di quegli anni l’opera fondamentale scritta dal curatore delle acque, Sesto Giulio Frontino, sulla progettazione e la manutenzione degli acquedotti. Un altro grande provvedimento fu la “politica degli alimenta”, che consisteva nell’erogare prestiti a tasso agevolato, sussidi alle famiglie povere e l’istruzione gratuita agli orfani.
Nel 43 d.C. (I sec. d.C.), POMPONIO MELA parla di Buxentum, Blanda e Ceserma
Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania -Discorsi”, parlando di Maratea a pp. 438-439, in proposito scriveva di Barrio (…) e di Pomponio Mela (…). Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: “‘Pomponio Mela’ al ‘lib. 2. cap. 2.’ ce l’ha detto: ‘Temesa’, Clampetia, Blanda, Buxentum, Velia, Plinio’, siccome sopra si disse, la mette nel golfo Vibonense, il quali indubbiamente finisce alla punta della Cirella, onde non può essere Belvedere, ch’è è più in là, e fuor di esso:….”. Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo “Pyxous-Buxentum”, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988, a pp. 703-704 , in proposito scriveva che: “In epoca Imperiale, la città è citata dai geografi (7), etc…”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (7) postillava che: “(7) Plin. Ili, 5, 72; Pomp. Mela II, 4, 69 (Buxantium); Ptolem. Ili, 1, 8 (βούξεν-τον) ; Geogr. Rav. IV, 32”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il geografo latino Pomponio Mela (39), secondo il Cluverio (35), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca ci parla del geografo latino Pomponio Mela (….) e della sua opera geografica intitolata “De chorogr……….”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ripetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a p. 168 parlando delle coste Tirreniche, in proposito scriveva che: “Pomponio Mela (‘De Chorograf., II, 69), ricorda Buxento, Blanda ecc…”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “L’elenco straboniano delle città lucane lungo il litorale tirrenico coincide con quello di Plinio il Vecchio, in N.H. III 5,71-72: “A Silaro regio tertia et ager Lucanus Bruttiusque incipit, nec ibi rara mutatione incolarum. Tenuerunt cum Pelasgi, Oenotri, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi, novissime a Sannitibus orti duce Lucio. Oppidum Paestum, Poseidonia Graecis appellatum, sinus Paestanus, oppidum Elea quae nunc Velia, promontorium Palinurum…oppidum Buxentum Graece Pyxus, Laus amnis-fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda (invece Liv. XXIV 20,6: ….ex Lucanis Blanda). La descrizione di Plinio ha tuttavia un carattere limitato e si discosta poco da quella che si legge nel ‘De Chorographia’ di Pomponio Mela, opera scritta sotto Caligola o al principio del regno di Claudio. Di poco posteriore alla Γεωγραφια di Strabone così come la ‘historia’ pliniana, è in effetti un compendio con un arido elenco di nomi e dati matematici e per l’Italia si limita a pochi cenni sommari (II, 58). Il geografo Pomponio Mela compila quasi lo stesso elenco procedendo da sud a nord e indicando, fra le città rivierasche della Lucania tirrenica, le seguenti località: ‘Blanda, Buxentum, Velia, Palinurus, Paestanus sinus, Paestanus oppidum, Silarus amnis…..omnia Lucaniae loca (Pom. MELA, De chor. II, 4).”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa. Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De chorographia (“Descrizione dei luoghi”), Cosmographia (“Descrizione del mondo”) o anche De situ orbis (“La posizione della terra”). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo delle Colonne d’Ercole, subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’Ecumene, cioè dei luoghi abitati, in particolare quelli lungo le coste, mentre tratta più sommariamente i territori interni. Pomponio Mela è uno dei più antichi scrittori che parla della Cina. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.
Nel II sec. d.C., CLAUDIO TOLOMEO e Boùxenton e Blanda, nella tav. VI d’Europa della ‘Geographia’ di Tolomeo
Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo “Pyxous-Buxentum”, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988, a pp. 703-704 , in proposito scriveva che: “In epoca Imperiale, la città è citata dai geografi (7), etc…”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (7) postillava che: “(7) Plin. Ili, 5, 72; Pomp. Mela II, 4, 69 (Buxantium); Ptolem. Ili, 1, 8 (βούξεν-τον) ; Geogr. Rav. IV, 32”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel II secolo d.C. il geografo Claudio Tolomeo pone Boùxenton in Lucania tra Velia e la costa del Bruzio (81). Etc…”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (81) postillava che: “(81) Tolomeo, Geogr., III, 1, 8-9”. La notizia è tratta dal barone Giuseppe Antonini (…) che, nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: “Tolomeo’ alla ‘tavola VI d’Europa, sebben la faccia mediterranea, dice chiaramente esser in Lucania. Ecco le di lui parole: ecc..”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: “Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e cn esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Tolomeo’ alla ‘tavola VI d’Europa, sebben la faccia mediterranea, dice chiaramente esser in Lucania. Ecco le di lui parole: ecc..”.

(Fig….) Antonini (…), p. 439
Il grande geografo alessandrino, Claudio Tolomeo, nella sua Geografia (3), pone la città di Blanda nell’interno della Lucania, nelle vicinanze di Potentia (Potenza). Scrive il Romanelli (25): “la descrizione che ne fa Tolomeo (3), quantunque l’avesse riposto tra le città mediterranee, perchè non toccava la riva del mare: Lucanorum, mediterraneae Ulci, Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum.”. In altri studi abbiamo parlato delle carte geografiche dette tolemaiche perchè copiate dall’opera geografica del geografo alessandrino, come ad esempio quella che quì pubblichiamo (Fig. 4)(34), conservata alla Biblioteca Nazionale di Napoli ed attribuita al cartografo Nicolò Germanico. Questa carta è bellissima ed interessantissima per i toponimi ivi contenuti. In essa leggiamo i toponimi di Velie (Velia) e Brixentu (Policastro) e Blanda. In seguito, nel XV secolo, si ebbero le prime pubblicazioni a stampa della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo, dette ‘Cosmographia’, dove alcuni abili monaci copisti e miniaturisti copiarono alcune carte redatte dal geografo alessandrino come ad esempio quella di Fig. 4, conservata alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Sulla Geografia di Tolomeo, trascritta e tradotta dal greco in latino (Fig. 3).

(Fig. 4) Tav. VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, tratta dalla Cosmographia di Nicolò Germanico (34)

(Fig. 4) Tav. VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, tratta dalla Cosmographia di Nicolò Germanico (34)
Riguardo l’antica città di Blanda, lo studioso Michele Lacava (29), ci riporta dei passi dell’introvabile manoscritto del Mandelli (19) che criticava l’ipotesi di Camillo Pellegrino (38) che fu il primo ad identificare la città perduta con Maratea: « Di tal opinione fu quel raro ingegno dei nostri tempi Camillo Pellegrino, il quale nella Tavola in piano del Ducato di Benevento segnolla in questo sito: Blanda, nunc Maratea (…) Parvemi ciò inverosimile, poiché dicendoci Livio, Blanda fosse città mediterranea della Lucania, e Tolomeo espressamente poi annoverandola tra i luoghi fra terra di essa provincia, non mi sembra potersi in questo tratto marittimo situare. ……Tolomeo in vero riconosce Blanda fra terra, ma quella Tavola di Pirro Ligorio è Maratea giù e Maratea suso, che sarebbe la Blanda mediterranea.”. (19). Anticamente la Lucania comprendeva un vasto territorio che si estendeva da Paestum a Potenza, passando ovviamente per il Vallo. Non per nulla, due paesi della provincia di Salerno, molto distanti tra loro, si chiamano Vallo della Lucania e Atena Lucana. Ebbene, proprio da un paese dell’antico territorio lucano, Diano, detto oggi Teggiano, venne, nella seconda metà del Seicento, la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, monaco agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano cominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riuscì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina – Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: “Anche Claudio Tolomeo, astronomo, matematico e geografo, nato e vissuto in Egitto, nella “Tavola VI dell’Europa”, scriveva: Λευκανων ομοιος παρα το Τυρρηνικον πελαγος Σιλαρου ποταμου εκβολαι, Παιστον, Ουελια, Βουξεντον, Βριτιων ομοιως παρα του Τυρρηνικον πελαλαγος, Λαου ποταμου εκβολαι. “Lucanorun similiter juxta Tyrrhenum pelagus. Silari fluminis ostia: Paestum, Velia, Buxentum, Brutiorum similiter juxta Tyrrhenum pelagus, Lai fluminis ostia.”. Trad.: “(La terra) dei Lucani è presso il mar Tirreno. L’ingresso è del fiume Sele: Pesto, Velia, Bussento; similmente la terra ei Bruzii è presso il mar Tirreno, l’ingresso è del fiume Lao.”.”.

(Fig. 4) Particolare delle nostre coste nella Carta dell’Italia contenuta nel Codice Vaticano Urbinate Greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo.
La Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

(Fig. 5) La carta dell’Italia nel Codice greco Codex Vidobonensis (Vind-Hist), particolare delle nostre coste (9).

(Fig. 6) Carta d’Italia annessa al Codice Vaticano latino 5698, manoscritto, il più antico Codice latino conosciuto. Immagine tratta dal Mazzetti (…)
Nel 192 d.C. (II sec. d.C.), Ateneo di Neucrati
Ateneo, nel II sec. d.C. (verso l’anno 194 d.C.) scrisse l’opera I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) dove pare che avesse parlato delle mollezze dei Sibariti, caratteristica per le quali, la città, fu sempre nota fin dall’antichità. Da Wikipedia leggiamo che l’opera I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) è un’opera in quindici libri dello scrittore greco Ateneo di Naucrati. Da Wikipedia leggiamo che Ateneo di Naucrati (in greco antico: Ἀθήναιος Nαυκρατίτης o Nαυκράτιος, trasl. Athḕnaios Naukratítēs o Naukrátios; Naucrati, … – dopo il 192) è stato uno scrittore egizio di lingua greca, attivo nell’età imperiale. Ateneo scrisse – come egli stesso afferma – almeno due opere che non ci sono giunte: un commento sul pesce thratta, citato dai comici attici, e una Storia dei re di Siria. L’unica sua opera giunta a noi è la miscellanea Δειπνοσοφισταί (I Deipnosofisti o I dotti a banchetto), redatta in quindici libri. Dei primi tre libri dell’opera (oltre a parti dei libri XI e XV), perduti, è sopravvissuta solo una epitome, che consente di avere idea dell’inizio dell’opera. I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) è un’opera in quindici libri dello scrittore greco Ateneo di Naucrati. Giulio Giannelli (….), a p. 102 scriveva di Ateneo che egli: “attingendo a Filarco (= F.H.G., I, n. 45)”. Il Giannelli, si riferiva all’opera di Filarco, a cui attinse Ateneo che è contenuta nell’opera “Fragmenta Historicorum Graecorum”, vol. I. I Fragmenta historicorum Graecorum (spesso indicati in sigla, FHG) sono una raccolta in cinque volumi di frammenti da fonti greche antiche, pubblicata dal filologo tedesco Karl Wilhelm Ludwig Müller (1813-1894) tra il 1841 e il 1872 per i tipi dell’editore Ambroise Firmin Didot. Le fonti raccolte spaziano dal VI secolo a.C. al VII secolo d.C. e gli autori citati sono più di seicento. Di ogni frammento è presentata una traduzione o un compendio in latino. Ad eccezione del primo volume, gli autori sono ordinati cronologicamente e i frammenti sono numerati in sequenza. Su quest’opera di Müller sono in gran parte fondati i sedici volumi intitolati Die Fragmente der griechischen Historiker, del filologo tedesco Felix Jacoby (1876-1959).
Nel 192 d.C. (II sec. d.C.), ‘SCIDRO’ e BUXENTUM sono ricordate da Ateneo di Neucrati
Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: “L’altra colonia di Sibari, ove si sarebbero rifugiati i sibariti dopo il 510, è Scidro, ma il noto storico antico Strabone non ne fa cenno nella sua Geografia (20), e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (21), con ricordi di Lico di Reggio (storico del III secolo a.C.) ed in Ateneo (22)….etc….”. Nella mia Relazione, nelle mie note postillavo che: “(22) Ateneo, XII, 523, c, d, che si rifà a Timeo ed Aristotele. Etc…”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, Firenze, Sansoni, 1963 oppure lo stesso testo ed. Bemporad, Firenze, 1924, nell’edizione riveduta del 1963, parlando di Sibari-Turii, a p. 102, in proposito scriveva che: “Athen., XII, p. 518 C. sgg. L’autore s’intrattiene alquanto a parlare dei Sibariti, dei loro costumi, dei loro rapporti coi Crotoniati e, attingendo a Filarco (= F.H.G., I, n. 45), ricorda a questo proposito (521 E) che, essendo venuta a Sibari da Crotone un’ambascieria di trenta legati, i Sibariti tutti li uccisero, freggiandone per dippiù i cadaveri. Ciò risvegliò l’ira della divinità: ………….etc….E seguì la distruzione della città per parte dei Crotoniati. Ateneo aggiunge (XII 521 F) un’altra notizia che dice derivargli da Eraclide Pontico (= F.G.H., II, n. 199b): etc…”. Dunque, le notizie su Scidro, tratte dal citato Ateneo o Atheneus di Neucrati riguardano la colonia Magno-Greca di Sibari che fu distrutta dai Crotoniati nel 510 a.C.. Il Giannelli riferisce di Ateneo che riferisce notizie su Sibari tratte da Eraclide Pontico. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Etc…”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”. Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. L’archeologo Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, ed. Eurodes, a p. 181, in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σκιδρος, con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c, d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. Dunque, il Napoli ci ricorda che “Scidro” è ricordato in “..ed in Ateneo (XII, 523 c, d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. Il Napoli scriveva che la colonia dei Sibariti, sorta probabilmente solo dopo la caduta di Sibari, del ‘510 a.C., si fa cenno in Erodoto (….) e, nel passo precedente a p. 177, il Napoli dice che Erodoto ci parla di Scidro nella sua opera “(Herod. VI, 21)”. Secondo Mario Napoli, si fa cenno della colonia di “Scidro” “…ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele)”. A quale autore e opera si riferiva Mario Napoli ?. L’archeologo Mario Napoli, nella sua opera “Civiltà della Magna Grecia”, a p. 181 scriveva che la colonia Sibaritica di “Scidro”, oltre ad essere stata citata nel Libro VI delle “Storie” di Erodoto (…) fu citata anche “in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele)”. Riguardo l’interessante citazione dello scrittore “greco” ?. A quale scrittore dell’antichità si riferiva il Napoli ?. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo capitolo “SKIDROS” del suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” a p. 93 in proposito scriveva che: “Degli infelici abitanti parla una sola riga: dice che essi (i sopravvissuti) si rifugiarono a ‘Laos’ e a ‘Skidros’ (2).”. Il Tancredi, a p. 93, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Idem. Cfr. Ateneo, ‘Dipnosofisti’, XII, 523.”, che, sebbene non dica l’opera dei “Deipnosofisti” è la stessa citazione che postillava il Napoli. Dunque, le notizie su Scidro, tratte dal citato Ateneo o Atheneus di Neucrati riguardano la colonia Magno-Greca di Sibari che fu distrutta dai Crotoniati nel 510 a.C..
Nel II-III sec. d.C., ATENEO ricorda il vino di Bussento
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Etc…”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”.
L’origine di alcuni centri del basso Cilento e della Lucania interna come Rivello che la tradizione vuole dovuta alla fuga dei superstiti della distruzione della città di Velia, l’antica Elea che fuggirono nei luoghi interni della Lucania
Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc..“. Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: “Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.“.

L’Antonini, proseguendo il suo racconto sulla visita a Rivello parla di antiche e numerose rovine tanto da fargli dubitare che l’antica città di Blanda non fosse a Maratea da ubicarsi ma a Rivello. l’Antonini (…), a p. 441, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ne libri dè battezzati della Parocchia di S. Maria del Poggio, dopo il fol. 13, si trova una ricevuta che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati nove, e tre tareni al Clero di Rivello per otto Preti Greci.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, (nel 1700, dunque, molto prima dell’Antonini e del Laudisio), a p. 6 parlando di Policastro ai tempi dell’antica romana Buxentum (Bussento), a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.


(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199
Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia
1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fosse stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che “vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: “E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che “Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: “E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Nel 68 d.C., San Paolo, ordinava Vescovo Bacchilo che visiterà le diocesi di Bussento e Blanda
Oltre al Gagliardo (…), citato dal Laudisio e dal Tancredi, un’altra notizia simile che riguarda l’apostolo San Paolo che, fonderà la Diocesi di Bussento, la conosciamo da Nicola Curzio (…) che, nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, edito nel 1910, parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo (…), primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo la tradizione, la diocesi sarebbe stata eretta da san Paolo di Tarso che ordinò il primo vescovo della diocesi di Messina, san Bacchilo. Secondo il Curzio (…), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, scriveva in proposito che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Pubblicato nel 1910, scriveva che il luogo di ‘Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (…), il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, scriveva che: “Sempre dal Curzio, si apprende che dell’esistenza di Bussento (Ecco là Bussento come primeggia sul Golfo. Che ridente posizione! (Cap. III, p. 10), la quale, con i ridenti centri marittimi della Magna Grecia, forma “una ghirlanda di gemme, la cui greca bellezza è ammirata nel mondo intero!…” (p. 11), offrendo ai naviganti una incantevole veduta (131). Questa cittadina fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina (mandatovi da S. Paolo nell’anno 41 ed ivi vissuto fino al 68), assieme alle altre comunità costiere. Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello su un cavallo grigio, raggiunse Bussento, dove parlò in nome dell’Apostolo Paolo, esercitando sugli animi un fascino indicibile ed inebriandoli delle divine bellezze della fede cristiana (p. 29 e p. 30). Da Bussento il venerando presule passò a visitare le comunità vicine di Vibone ad Sicam (132)…. Il Curzio, nel cennato racconto del I secolo dell’era Cristiana (Melania di Blanda), parla spesso di Blanda, accennando alla comunità cristiana guidata dal Presbiterio Tileno e visitata da Bacchilo, Arcivescovo di Messina, mandatovi da S. Paolo qualche anno dopo la fondazione, nel 68: “Il dì seguente a notte inoltrata giunse a Blanda il venerando Bacchilo. La notizia del suo arrivo si sparse in breve per tutta la città, appena che l’alba ebbe nella dimane fugata le tenebre della notte, tano che in poco d’ora s’erano già radunati nell’atrio della casa di Tileno i pochi fedeli di Blanda. Il vescovo incomincia la sua evangelica allocuzione,…, in nome dell’Apostolo Paolo, ecc…, il venerando vescovo si accinge a partire per Bussento (193)”. Il Cataldo aggiunge che “Altra persona oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia. ”. Il Cataldo (…), nella sua nota (131), postillava che: “(131) Curzio N., op. cit., pp. 10-11”. Il Cataldo (…), nella sua nota (132), postillava che: “(132) Curzio N., op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo (…), nella sua nota (193), postillava che: “(193) Curzio N., op. cit., pp. 30.”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”. Discepolo dell’Apostolo San Paolo, Bacchilo fu dallo stesso consacrato vescovo di Messina nel 42 d.C. Secondo la tradizione fu lui ad inviare l’ambasciata alla Vergine Maria, per annunziarle la conversione della Città, a cui la Vergine rispose con una lettera chiusa fra i suoi capelli in cui fra l’altro diceva: “Benediciamo voi e la vostra città” (come si legge sul monumento posto nel mare dello stretto). Rimase a capo della Chiesa messinese per molti anni e morì vecchio nella seconda metà del I secolo. Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26). La costruzione di regolari diocesi si forma in Italia Meridionale soltanto un secolo più tardi. Il vescovo Elia (27) partecipa al Concilio di Calcedonia, nel 451: non è Blanda, ma dev’essere di Bleandro, in Asia Minore (28), come osserva argutamente Francesco Russo. In questo periodo la Magna Grecia è già provincia di scarsa importanza. Nel 592 il Papa S. Gregorio Magno deve intervenire per provocare l’elezione di vescovi nelle gloriose città di Velia, Buxentum e Blanda, ormai ridotte a pochi abitanti, alla miseria, ad una scarsa vita spirituale e culturale (29). L’incaricato di Gregorio Magno è il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: ” (27) Ibidem”. Il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”.
Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 331, parlando di Policastro Bussentino scriveva che: “La tradizione informa dell’elevazione della città a diocesi per fondazione, come quelle di Velia e di Vibone, da parte dell’apostolo Paolo ecc…”. Ebner a p. 331, nella sua nota (13) postillava che: “(13) P. Natella e P. Peduto, Pixous-Policastro, “Universo”, 3, 1973 (per altre notizie e per l’importante bibliografia), p. 483 sgg. Cfr. pure Magaldi. A proposito di Blanda (alture di Tortora o Scalea ?) cfr. Omero (Od., XII, 69) che parla delle “Plankai Petrai” (le isole di Cirella e di Dino), da cui Blanda (Livio, XXIV, 20: Blandae), “Blanda Julia” (CIL, X, 128).”.
Angelina Montefusco (….), nel suo “La Cattedrale nella Storia e nell’Arte” (in AA.VV., Chiesa Cattedrale di Policastro- La Storia e Restauri)”, a p. 25, in proposito scriveva che: “…..per quanto riguarda una primitiva chiesa cristiana il più antico documento esistente risale al 501 e ricorda la presenza del vescovo Rustico al III sinodo romano. A quell’epoca la comunità religiosa di Bussento doveva incontrarsi in una “domus ecclesiae”, privata o pubblica, che era luogo abituale di riunione dei primi secoli del cristianesimo ed è documentata in altre zone d’Italia. Etc…”.
Nel III-IV sec. d.C., il cavaliere romano di Eburo (forse di nome Silvano), “curatore del comune” di Bussento e di Velia
Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 286, in proposito scriveva che: “un altro personaggio cospicuo è quel cavaliere romano, di cui si è perduto il nome, patrono, forse, di Eburo (p. 269), curatore di Bussento e di Velia (p. 266), il quale sembra venisse incontro alle difficoltà del’annona, in un’occasione di una carestia (p. 276).”. Il Magaldi, a p. 269, in proposito scriveva: “In Lucania i patroni sono attestati dalle epigrafi, oltre che a Gumento e a Pesto, a Teggiano, a Volceio, a Eburo, a Velia etc…”. Il Magaldi, a p. 276, in proposito scriveva: “Dobbiamo, innanzi tutto, ricordare quel benefattore di Eburo del III-IV sec., il quale, in occasione di una carestia che travagliò la città, pare venisse in aiuto della popolazione (5). Pure di Eburo era quel Silvano, patrono del municipio e patrono del collegio dei dendrofori, che legò una certa somma al collegio per ricambiare l’onore della statua che esso gli aveva innalzato (p. 251). In occasione della inaugurazione della statua, egli fece una larga distribuzione di denaro, e offrì anche un banchetto e una “viscerazione” (6).”. Il Magaldi, a p. 259, in proposito scriveva che: “Il correttore, che all’epoca di Caracalla era un funzionario straordinario, divenne, in seguito, dopo Aureliano o Diocleziano, un magistrato ordinario. L’imperatore lo sceglieva fra i “chiarissimi”, o fra gli “egregi” e “perfettissimi” (p. 255). La funzione del correttore, e forse anche il nome, può essere etc…Il correttore è dunque sullo stesso piano, anche se in posizione molto più elevata, del curatore del comune (p. 254). Se questo l’abbiamo paragonato al commissario prefettizio al comune, quello dobbiamo confrontarlo ad un alto commissario della provincia.”. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 308, in proposito scriveva che: “Passando ora dai pretoriani agli urbaniciani, l’esistenza di urbaniciani della Lucania è provata, dai latercoli di urbaniciani trovati a Roma, per Eburo (6) etc…”. Il Magaldi, a p. 308, nella nota (6) postillava: “(6) Cfr. C.I.L., VI, 3884 (=32526), a, I, 26 (a. 197): C. Granius C. f. Fab(ia) Priscus Ebur.”.
Nel III-IV sec. d.C., l’“Itinerario Antonino”
Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: “Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando di Pyxus, a pp. 69 e ssg., riferendosi al seguito della partenza di Micito da Reggio, in proposito scriveva che: “Ma nel 185 av. C. Buxentum e Sipontum erano già state abbandonate e a popolarle furono eletti i soliti triumviri ‘coloniae deducendae’. Però la nuova colonia non ebbe quell’importanza che i Romani ne speravano; essa rimase fuori il movimento stradale acquistando invece maggiore importanza il luogo dove in prosieguo sorse ‘Caesariana’ (Sapri).”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a pp. 71-72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: “Dopo Buxentum, in fondo al porto natuale di Sapri si trovava la stazione navale di ‘Caesariana’ (1) ch’era anche stazione di intreccio della via che da Nerulo per Caesariana costeggiava il litorale tirreno fino alla ‘Colonna reggina’. Molti scrittori, dietro la lezione sbagliata d’un testo d’Erodoto, vollero porre a Sapri la ‘Scidro’ d’Erodoto (la lez. era ‘Sipro’); ma la stessa situazione e i pochi vestigi antichi (‘le Camerelle’) che non vanno oltre l’epoca iperiale attestano la sua iportanza come stazione navale a cui faceva capo il commercio per l’interno. Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il mar Tirreno coll’Ionio (2).”. Il Dito, a p. 71, nella nota (1) postillava: “(1) Il porto di Sapri etc…, V. Corcia, III, p. 65”. Il Dito, a p. 71, nella nota (2) postillava: “(2) Ho cercato di rilevare lo sviluppo stradale secondo le notizie degli Itinerari.”. Il Dito, a p. 72, in proposito scriveva: “La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo a Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). In questa essa si trova tra Pesto e Blanda, ….”.
Le fonti: Eutropio
Riguardo la citazione di Eutropio, il Corcia che lo cita e postillava del passo 27 del libro IX. Su Eutropio leggiamo da Wikipedia che egli era probabilmente di origine italica (così è citato nella Suda). Ricoprì in due riprese importanti cariche pubbliche sotto vari imperatori. Professava il paganesimo. Prese parte alla campagna sasanide dell’imperatore Giuliano nel 363. Successivamente ricoprì incarichi di estrema importanza a Costantinopoli, al servizio dell’imperatore Valente (364–378), di cui fu segretario e storico (magister memoriae) e su richiesta del quale scrisse il Breviarium ab Urbe condita (“Breviario dalla fondazione di Roma”). Nel 371/372 fu proconsole (governatore) della provincia d’Asia; restaurò alcune costruzioni di Magnesia al Meandro, e fu accusato di tradimento dal suo successore Festo, ma assolto. Sotto Teodosio I fu prefetto del pretorio dell’Illirico nel 380-381, e nel 387 fu console posterior. Un altro storico, Giorgio Codino, nel suo De originibus Constantinopolitanis (“Sulle origini di Costantinopoli”), afferma che Eutropio fu segretario di Costantino I, ma non è chiaro se si tratta della stessa persona. Morì dopo il 387. Il Breviarium ab urbe condita, in dieci libri, è un compendio (breviarium in latino indica una stesura di sintesi) della storia romana, dalla fondazione della città fino alla morte di Gioviano, avvenuta nel 364. L’attenzione dell’autore è concentrata più agli avvenimenti di politica estera, alle campagne e alle guerre di conquista, che alla politica interna. Gli ultimi quattro libri, dedicati alle vicende imperiali, offrono, però, interessanti ritratti dei sovrani. Le fonti utilizzate da Eutropio sono varie: da Tito Livio e Svetonio, fino a cronache a noi non pervenute, come ad esempio la famigerata e dibattuta Enmannsche Kaisergeschichte e ai ricordi personali dell’autore.
Nel 305 d.C., gli Imperatori Massimiano Erculeo e suo figlio Massenzio alla Molpa o a Bussento ?
Da Wikipedia leggiamo che secondo Orosio, l’Imperatore romano Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato, nell’anno 305 d.C. (IV sec. d.C.) si ritirò nella sua villa in Lucania e, un anno dopo, nel 306 d.C., suo figlio Massenzio ricevette la notizia della sua acclamazione ad Imperatore dell’Impero. Marco Aurelio Valerio Massenzio (in latino: Marcus Aurelius Valerius Maxentius; 278 – Roma, 28 ottobre 312) è stato un imperatore romano autoproclamato, che governò l’Italia e l’Africa tra il 306 e il 312; ebbe il riconoscimento del Senato romano ma non quello degli augusti Galerio e Severo (da lui fatto uccidere), che riconosceranno Costantino mentre Massenzio l’otterrà anche tramite la forza militare, per cui è considerato da molti un usurpatore. Figlio dell’imperatore Massimiano, coregnante di Diocleziano, e di Eutropia. Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculeo, padre dell’Imperatore Massenzio è noto più semplicemente come Massimiano (in latino: Marcus Aurelius Valerius Maximianus Herculius; Sirmio, 250 circa – Massilia, luglio 310), è stato cesare privo di tribunicia potestas (dal luglio 285) e poi augusto (dal 1º aprile 286 al 1º maggio 305) dell’Impero romano. Condivise quest’ultimo titolo con il suo amico, co-imperatore e superiore Diocleziano, le cui arti politiche erano complementari alle capacità militari di Massimiano. Stabilì la propria capitale a Milano, ma passò gran parte del proprio tempo impegnato in campagne militari. Riguardo il suo ritiro su wikipedia leggiamo che: Il 1º maggio 305, in cerimonie separate a Mediolanum e Nicomedia, Diocleziano e Massimiano lasciarono il potere contemporaneamente; la successione, però, non andò esattamente come Massimiano aveva sperato, in quanto, forse per l’influenza di Galerio, i nuovi cesari furono Severo e Massimino, con l’esclusione dunque di Massenzio. Entrambi i nuovi cesari avevano delle lunghe carriere militari ed erano vicini a Galerio: Massimino era suo nipote e Severo un suo vecchio collega nell’esercito. Massimiano rimase subito contrariato dalla nuova tetrarchia, che vide Galerio assumere la posizione dominante già ricoperta da Diocleziano; sebbene Massimiano avesse diretto la cerimonia che aveva proclamato cesare Severo, in due anni l’augusto ritirato era divenuto talmente insoddisfatto da sostenere la ribellione del figlio Massenzio contro il nuovo regime. Diocleziano si ritirò nel suo nuovo palazzo costruito vicino a Salona, nella sua terra natale, la Dalmazia; Massimiano scelse invece delle ville in Campania o Lucania, dove visse una vita di agi e lussi (125). Sebbene lontani dai centri politici dell’impero, Diocleziano e Massimiano rimasero in contatto regolare tra loro. Nella nota (125) si postillava che: “Barnes, Constantine and Eusebius, p. 27; Southern, p. 152.”.
Nel 305 (IV sec. d.C.), la villa in Lucania (a Molpa o a Bussento ?) dove si ritirarono gli imperatori Massimiano Erculeo ed il figlio Massenzio
Da Wikipedia leggiamo che Molpa viene rifondata in epoca romana per ragioni difensive: viene munita difatti di stazioni di osservazioni per l’avvistamento di navi cartaginesi. Successivamente la zona fu anche scelta come residenza estiva da diverse famiglie patrizie e, secondo la leggenda, fu anche dimora dell’imperatore Massimiano, che dopo la rinuncia all’impero avvenuta nel 305 d.C. scelse di abitare in questa terra per la bellezza dei luoghi e la bontà dei vini prodotti nella zona. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro:
- il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso;
- il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare e perse alcune navi.
Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia, a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 9 parlando dell’area archeologica di S. Croce a Sapri in proposito scrivevo che: “Intorno al IV sec. d.C. la zona era ancora frequentata, infatti, recentemente, è stata rinvenuta in località S. Croce una moneta coniata tra il 293 e il 297 d.C., dell’Imperatore romano Massimiano Erculio. Orosio, riferisce che l’imperatore dopo aver abdicato nel 305, si ritirò nella sua villa in Lucania, ove un anno dopo, il figlio Massenzio ricevè la notizia della sua acclamazione ad imperatore. L’Honingman, collocava la villa imperiale tra le due regioni. Sapri è l’unica testimonianza in Campania e Basilicata di villa di lusso costiera del tardo impero.”. Dunque, nel mio studio citavo lo scrittore antico Orosio e Honingman. In alcuni scrittori locali leggo che le strutture murarie d’epoca romana che oggi ancora si possono ammirare in località S. Croce a Sapri dovevano essere una grande villa appartenuta all’Imperatore Massimiano Erculeo. Felice Cesarino (…), nel suo saggio “La residenza di un personaggio eccellente – La villa romana di Sapri”, apparso sulla rivista “I Corsivi”, n. 1, anno 2010, a p. 10 in proposito scriveva che: “Alcuni storici (Eutropio, Zosimo e Orosio) riferiscono che l’Imperatore Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, dopo aver abdicato nel 305 d.C. si era ritirato in Lucania, in una località imprecisata. Emilio Magaldi, in “Lucania Romana”, sostiene che il toponimo ‘Caesariana’ (da taluni identificata con Sapri) farebbe appunto pensare ad un possedimento imperiale in questa regione. Ecc..”. Il Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, a p. 27 in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La Lucania romana, Roma, 1947.”. Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Infatti, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 281-282, in proposito scriveva che: “Prima di chiudere la rassegna dobbiamo ricordare Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, che, abdicato con lui nel 305, si ritirò in Lucania, dove possedeva una villa (p. 64). E da questa villa egli scappò a Roma, all’annunzio che suo figlio Massenzio era stato gridato imperatore dai pretoriani (27 o 28 ottobre del 306)(9).”. Il Magaldi, a p. 281, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. Eutropio, IX, 27, 2: ‘Tanem uterque uno die privato habitu imperii insigne mutavit, Nicomediae Diocletianus, Herculius Mediolani……Concesserunt tamen Salonas unus, alter in Lucaniam; Zonara, XII, 32: …………………….Suida (Adler), s.v. ……………: “………………..”; Eutropio, X. 2.3: “Romae interea praetoriani excito tumultu Maxentium etc….”; Orosio, VII, 28, 5: ‘praetoriani milites etc….’; Zosimo, II, 10:…..’………..’, Cfr. SEECK, op. cit. di qui a poco, I^, p. 84.”. Il Magaldi, a p. 281, citava p. 64. Infatti il Magaldi a p. 64, in proposito scriveva che: “Anche l’imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (3). La villa in parola secondo uno degli autori antichi si sarebbe trovata in Campania (4), secondo i più di essi in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (5). Fra la Campania e la Lucania le maggiori probabilità sono per la Lucania perchè, come osserva il SEECK, se la Campania, celebre per le sue ville, potè facilmente sostituirsi nella tradizione alla Lucania, il contrario non è ammissibile (6). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, che la villa imperiale si trovava a Molpa (p. 31)(7) non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: “Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichipossedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: “(42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La villa è collocata in Campania da LATTANZIO, de mort. persecut., 26, 7. La collocano invece in Lucania Zosimo, II, 10, ZONARA, XII, 32, EUTROPIO, IX, 27, 2, e X, 2, 3 (riportati in seguito).”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. HONINGMANN, cit., col. 1559. Così pure il commendatore Lattanzio, l. c., nell’edizione del Migne”. Il Magaldi, riguardo la postilla del Lattanzio (…) si riferiva all’opera “De mortibus percecutorum”. De mortibus persecutorum (dal latino, «Le morti dei persecutori») è un trattato in lingua latina attribuito allo scrittore cristiano Lattanzio (….). Composto negli anni immediatamente seguenti all’Editto di Milano, il trattato aveva lo scopo morale di istruire i cristiani su quale fosse la sorte che spettava ai nemici di Dio. Esso narra, con uno stile scorrevole e a tratti molto crudo e vivace, la vita, le sofferenze e la fine tragica di tutti i persecutori del cristianesimo, da Nerone fino a Massimino Daia. L’opera si articola in oltre cinquanta capitoli, i più ricchi dei quali sono quelli dedicati ai tetrarchi e ai loro successori. L’attribuzione del De mortibus persecutorum è stata anche oggetto di dibattito: lo scritto infatti, per il gusto del macabro di molte scene e lo stile ardente e diretto si differenzia dalle altre opere di Lattanzio in cui prevale invece un’eloquenza molto più pacata. Secondo Arnaldo Momigliano l’autore del De mortibus persecutorum è forse l’unico scrittore cristiano dell’epoca che si diffonda su eventi sociali e politici e lo fa con uno spirito conservatore e senatoriale che deve risultare imbarazzante per coloro che identificano i cristiani con l’amore per gli strati sociali più poveri e deboli. Il Migne (….) pubblicò il testo attribuito al Lattanzio. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. I^, p. 84 e Anhang^4, p. 485”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Cfr. CORCIA, o. c., III, p. 58 seg.”. Riguardo la postilla del Corcia, si tratta di Nicola Corcia (…). Infatti, già Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sull’origine Pelasgica della Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano) ed in proposito scriveva che: “Da così nota antichità la città si mantenne insino ai tempi Romani. E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Nicola Corcia (…), a p. 58 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789”, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Eutropio, IX, 27”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Nicola Corcia, riguardo le notizie storiche sulla città della Molpa citava lo scrittore antico Eutropio le cui notizie probabilmente si era ispirato un chronicon medioevale detto “Cronaca di S. Mercurio” che veniva citato più volte dall’Antonini. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Riguardo la citazione di Eutropio, il Corcia che lo cita e postillava del passo 27 del libro IX. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel XI secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Riprendendo la postilla di Nicola Corcia (…), sull’Antonini e la Molpa, il barone Giuseppe Antonini (…), a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, in proposito scriveva che: “Ebbe questa picciola Città l’onore di essere stata scelta dall’Imperador Massimiano Erculeo, padre di Massenzio per luogo di riposo, di quiete e di ozio, dopo che rinunziato l’Impero, doveva (2) vivere a se stesso: E quì stavasene, allora che i soldati Pretoriani elessero Imperadore suo figlio: “Costantino in Galliis strenuissime Remp. procurante, Praetoriani milites Romae Maxentium filium Erculii, qui privatus in Lucania morabatur, Augustum nuncupaverunt”, dice Orosio nel lib. 7 ed Eutropio avealo più distintamente scritto nel cap. 2. del lib. 10: “Romae interea Praetoriani, excitato tumultu, Maxentium Herculii filium, qui haud procul ab Urbe in villa publica morabatur, Augustum nuncupaverunt. Quo nuntio Maximianus Herculius ad spem erectus resumendi fastigii, quod invitus amiserat, Romam advolavit e Lucania, quam sedem privatus elegerat, in agris amoenissimis consenescens.”. Dunque, l’Antonini scriveva che Orosio nel suo Libro 7 ed Eutropio nel cap. 2 del Libro 10 scrivevano che: “Nel frattempo a Roma i Pretoriani, avendo fatto tumulto, chiamarono Augusto, figlio di Massenzio, figlio di Ercole, che abitava non lontano dalla città in una villa pubblica. Per mezzo di questo messaggero Massimiano Erculio, eretto nella speranza di riconquistare l’alta posizione, che a malincuore aveva perduto, volò a Roma dalla Lucania, che aveva scelto come residenza privata;”. Antonini continuando il suo racconto scriveva ancora che: “Zosimo nel lib. 2 quasi con le parole stesse il fatto ci narra: “His intellectis (tradotto) Maximinianus Erculius pro filio Maxentio, non abs re follecitus, Lucania relicta, in qua morabatur, Ravennam (in questo solo discorda) contendit.”. La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. Ecc..”. Il barone Giuseppe Antonini (…), citato da Nicola Corcia, a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, dopo aver detto degli Imperatori Massimiliano Erculeo e di suo figlio Massenzio alla Molpa, citava un brano tratto dalla “Cronaca di S. Mercurio” dove si parlava dell’Imperatore Libio Severo a Bussento e scriveva che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. Dunque, l’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”. Ecco ciò che scriveva il Gaetani sul passo del Cronicon di S. Mercurio e sulle tesi dell’Antonini. Sul chronicon del “monaco di S. Mercurio”, citato dall’Antonini (…) e nel chronicon di Luca Mannelli (…), ha scritto anche il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…). Il Cammarano (…), a p. 15, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1° e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva che: “E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano e suo figlio Massenzio. Ecc…”. Dunque, secondo il Cammarano, a Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano Erculeo e suo figlio Massenzio. Alcune notizie storiche che riguardano i due Imperatori Romani, Massimiano Erculeo e suo figlio Massenzio rientrano nelle notizie storiche che riguardano l’antica città scomparsa della “Molpa”, città di fondazione greca e poi Romana. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,……….Nel borgo nacque l’Imperatore Massimiliano e suo figlio Massenzio; Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. L’Antonini (…), a p. 370, cita l’‘Anonimo Salernitano’ che nel suo manoscritta ‘Chronicon‘, voleva che gli abitanti di Molpa, avessero fondato Amalfi e Ravello. L’episodio raccontato dall’‘Anonimo Salernitano’ (…), viene citato anche da Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a pp. 171-172, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ (11) dice di alcune famiglie romane in viaggio per l’Oriente sbattute dalla tempesta a Ragusa e poi giunte a Molpa, da dove sarebbero ripartite per fondare Amalfi.”. Ebner, a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235. L’Antonini (…), cita l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “….le frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. L’Antonini non scrive solo della fondazione dell’antica città scomparsa di “Amalphi” ma aggiunge anche le notizie sulle frequentissime incursioni dei Goti. Ma non è questo il passo dell’Antonini che ci parla dei due Imperatori romani. Lo storico Matteo Camera, nel suo ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, pubblicato a Napoli nel 1836 a p. 10, parlando delle origini della città di Amalfi, citavo interessanti notizie sulla Molpa e su un’antico casale di Amalfi li vicino sorto ed in proposito scriveva che: “Questa città di Molpa o Melfi nel seno di Palinuro fu totalmente dà barbari distrutta. Al presente però è osservabile colà nelle rupe meridionale una grotta appellata ‘la grotta delle ossa’, dove si vede un cumulo di ossa umane pietrificate e riunite insieme da una materia gessosa stillata dalle viscere del monte superiore. Il dottore Antonini (2) opina che le ossa ammonticchiate in quella grotta furono quelle dè naufraghi Romani di ritorno dall’Africa con 150 navi sotto il Console di S. Servinio Servilio Cepione, e di C. Sempronio Bleso (Orosio lib. 4 cap. 9.) che per ordine di Ottaviano furono ivi riposte. Ecc…”. Dunque, Matteo Camera, sulla fondazione dell’antica città di Amalfi citava l’Antonini che a sua volta citava il libro IV, capitolo IX di Orosio (….). In verità devo precisare che l’Antonini cita Orosio ma quando parlando di Molpa ci parla di alcuni naufragi di alcune flotte Romane. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo,……Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Ecc..”. Dunque, secondo il Cantalupo (…), fu Eutropio nel libro IX, cap. 27 che nell’anno 305 d.C. a Molpa si fosse ritirato l’Imperatore Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato al collega Diocleziano. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”. Riguardo Massimiano Erculeo ha scritto pure il Magaldi. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 116, parlando della Molpa, il Craufurd scriveva che: “Le cronache non spiegano come mai Massimiano, collega di Diocleziano, l’avesse scelta come luogo ove ritirarsi, quando questi due imperatori abdicarono nel 305 d.C.; ed egli vi risiedeva ancora nel 306, quando il figlio Massenzio lo convinse a lasciare il suo esilio in Lucania per riassumere nuovamente la porpora. La città era situata sulla sommità della collina in un luogo veramente piacevole alla vista; a nord guarda verso il fiume della Molpa, a sud verso il fiume Mingardo e ai piedi del monte è circondata dal mare che si stende a perdita d’occhio….Da questa altura scesi verso una piccola pianura dove scorre il fiume Mingardo e rimasi etc….”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 116, parlando della Molpa, il Craufurd scriveva che: “Le cronache non spiegano come mai Massimiano, collega di Diocleziano, l’avesse scelta come luogo ove ritirarsi, quando questi due imperatori abdicarono nel 305 d.C.; ed egli vi risiedeva ancora nel 306, quando il figlio Massenzio lo convinse a lasciare il suo esilio in Lucania per riassumere nuovamente la porpora. La città era situata sulla sommità della collina in un luogo veramente piacevole alla vista; a nord guarda verso il fiume della Molpa, a sud verso il fiume Mingardo e ai piedi del monte è circondata dal mare che si stende a perdita d’occhio….Da questa altura scesi verso una piccola pianura dove scorre il fiume Mingardo e rimasi etc….”.
Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), etc…”. Bracco, a p. 39, nella nota (24) postillava: “(24) Molpa, come la vicina Palinuro,……Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato. L’attribuzione, “contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, non ha il sostegno di alcuna citazione classica” (E. Magaldi, Lucania romana, I, Roma, Istituto di Studi Romani, 1947, p. 64 e p. 281); anzi le fonti antiche, che parlano di “agri amoenissimi” (Eutropio, X, 2, 3) e che per giunta son tra loro discordi nell’attribuire la villa alla Campania o alla Lucania, fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione (cfr. V. Bracco, Salerno romana, Salerno, Palladio, 1979, p. 121). “Dei due centri quello meglio esplorato è Palinuro….(il cui) abitato sembra che si estendesse sull’altura di Tempa della Guardia…(dove) sono stati messi in luce i resti di alcune abitazioni…ed un tratto delle mura” (cfr. L. Santoro, Fortificazioni della Campania antica, Salerno, Palladio, 1979, p. 76); etc…”. Dunque, Bracco scriveva che “Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato.”. Bracco aggiungeva pure che, le fonti antiche (forse si riferiva ad Eutropio) dicevano che la villa di Massimiano Erculio “fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione.”. Vittorio Bracco (….), nel suo “Salerno Romana”, a p. 121 in proposito scriveva che: “In luogo prossimo, sui passi percorsi in altre età da Plozio Planco, che fuggiva ai triumviri (300), o dal Bruttio Presente che, amico di Plinio minore, si beava de suoi ozi campani e lucani (301), aveva fondato o acquistato una sua villa Massimiano Erculio, la quale partecipava della natura delle sue regioni (302)……Passando dopo molti anni, il viaggiatore non poteva non accorgersi di alcune ruvide colonne militari, che scandivano il percorso della via Annia dalle porte di Salerno e lo seguivano fin dentro il Campo Atina fra i monti lucani; quei cippi (304) ripetevano tutti un nome fra gli altri, M. Aurelio Massimiano Erculio, il rude Augusto a cui obbedì l’Italia, finito di morte imposta da Costantino, che poco dopo ringuainava la spada, vincitore agevole nel segno celeste (305) sul vulnerabile Massenzio, a ponte Milvio. Forse era proprio questo, il tracciato secolare che si lasciava il mare alle spalle, il cammino che, riparato per decisione sovrana di cui si toccava ancora il beneficio, irrorava le terre in mezzo alle quali sorgeva l’augusta tenuta abbandonata.”. Bracco, a p. 215, nella nota (302) postillava: “(302) E’ ipotesi moderna, derivante dal fatto che qualche autore cita la villa come situata in Campania, altri in Lucania (cfr. A. Magaldi, Lucania romana, cit., I, cit., p. 64; cfr. pure p. 281).”. Bracco, a p. 215, nella nota (303) postillava: “(303) Ecco il passo di Eutropio (X, 2, 3): Romae interea pretoriani excito tumultu Maxentium, Herculi filium, qui haud procul ab urbe in villa publica morabatur, Augustum nuncupaverunt. Quo nuntio Maximianus Herculius ad spem arrectus resumendi fastigii, quod invitus amiserat, Roman advolavit e Lucania, quam sedem privatus elegerat in agris amoenissimis consenescens….”.
Nel 461 (IV sec. d.C.), l’imperatore LIBIO SEVERO SERPENZIO “LUCANO”
Da Wikipedia leggiamo che Libio Severo Serpenzio (in latino: Libius Severus Serpentius; Lucania, 420 circa – Roma, autunno 465) è stato un senatore romano, imperatore d’Occidente dal 461 alla sua morte. Non fu riconosciuto dalla corte orientale né dal governatore della Dalmazia Marcellino, fedele al suo precedessore Maggioriano. Senatore originario della Lucania (2), fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Libius Severus Serventius. Senatore originario della Lucania, fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Dopo la morte dell’imperatore Maggioriano (7 agosto 461), assassinato dal magister militum d’Occidente Ricimero, si aprì una lotta per l’elezione del nuovo imperatore d’Occidente che coinvolse Ricimero, l’imperatore d’Oriente Leone I e il re dei Vandali Genserico. Ricimero voleva porre sul trono d’Occidente un imperatore debole, che potesse controllare: la sua origine barbarica gli impediva infatti di prendere il trono per sé stesso. Genserico aveva rapito durante il Sacco di Roma (455) la moglie e le figlie di Valentiniano III (Licinia Eudossia, Placidia ed Eudocia) e aveva fatto sposare il proprio figlio Unerico con una delle due figlie dell’imperatore deceduto, Eudocia, imparentandosi così con la famiglia imperiale; il candidato di Genserico per il trono d’Occidente era Anicio Olibrio, che aveva sposato l’altra figlia di Valentiniano, Placidia, e che era quindi «uno di famiglia». A tale scopo mise sotto pressione entrambi gli imperi attaccando ripetutamente Italia e Sicilia, affermando che il trattato di pace stipulato con Maggioriano non era più vincolante; Ricimero, che agiva autonomamente, inviò una ambasciata a Genserico chiedendogli di rispettare il trattato, mentre l’imperatore d’Oriente, con una seconda ambasciata, trattò l’interruzione delle incursioni e la riconsegna delle donne di Valentiniano. Ricimero, però, decise di ignorare il candidato di Genserico e mise sul trono Libio Severo, scelto forse per compiacere l’aristocrazia italica, facendolo eleggere imperatore dal Senato il 19 novembre 461, a Ravenna (Severo fu poi riconosciuto dal Senato di Roma, come consuetudine). In Wikipedia, alla nota (2) postilla: “Cassiodoro, Cronaca; Chronica gallica anno 511, 636.”. Riguardo alle sue origini lucane ed eventuali possedimenti in Lucania, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: “Dobbiamo ricordare da ultimo un imperatore inetto, tra il fantasma e il fantoccio, che, ci rincresce dirlo, fu di nazione lucano, il solo sicuramente lucano, nella lunga serie degli imperatori romani. E’ Livio Severo che, passivo strumento nelle mani di Ricimero, fu gridato imperatore a Ravenna il 19 novembre 461, ma scomparve quattro anni dopo, senza neppure essere passato, pare, per Ravenna. Il SEECK dice che egli non sapeva scrivere correttamente nemmeno il suo nome, per il fatto che nelle iscrizioni compare ‘Libius’ e non ‘Livius’, ma questo è troppo, e noi non ci sentiamo di firmare il nostro Severo una così severa condanna (1). Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi (…), a p. 282, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cassiodoro, ‘Chronica ad a. DXIX. – a. 461: “Severinus et Dagalaifus. His conss. Maiorianus immissione Ricimeris etc….”; Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. VI, Stuttgart, 1920, p. 349. Cfr. Anhang, p. 482.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Il P. ‘Banduro’, in Nummism.’ di questo Imperatore parlando, così dice: “Libius Severus, Lucanus, Majorano Ricimeris fraude interfecto die VII. Augusti anni CDLXI. ejusdem opera Imper. Ravennae appellatus est die XIX. Novembris, probante quidem Rom. Senatu: At Leone, qui orientem regebat, inconsulto.”. E’ fama, che regnato avesse tre anni, e nove mesi.”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Antonini scriveva che nella Chronaca di Cassiodoro egli scrive che: “Per questi Costantino Majoranus fu estinto per l’invio di Recimeris, al quale fece succedere Severo, per stirpe di Luca, nel regno di Ravenna”. L’Antonini scrive che il padre Banduro (…), nella sua opera “Numismatica” scriveva che: “Libio Severus, Lucanus e Majoranus Ricimeris furono uccisi a tradimento il settimo giorno. Nell’agosto dell’anno 461 le opere dello stesso imperatore. Fu chiamato a Ravenna il 19. novembre, con l’approvazione di Rom. Il Senato: Ma senza consultare Leone che governava l’Oriente”. L’Antonini a p. 378, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Tornato era Majorano dalle Gallie in Italia per opporsi a gli Alani, che di nuova incursione la minacciavano; ed essendo vicino Tortona, Ricimero gli andò incontro coll’esercito Imperiale; e secondo il concerto fatto con Libio Severo, fecelo imprigionare, ed obbligato a rinunziare l’Impero, a capo di tre giorni l’uccise. Era Ricimero maestro dell’una, e dell’altra milizia, Comite, e Patrizio, e Severo era Patrizio solamente. Corso Ricimero in Ravenna; a capo di quattro mesi vi fece dichiarare Imperadore Severo dalle stesse milizie. Nè la Repubblica ebbe a pentirsene, poichè fu un uomo moderatissimo, giusto, e carco di virtù militari; quindi nondiede luogo a Genserico di far ulteriori progressi dell’Isole del Mediterraneo: Ed essendo il Re Beorgor con numerosissime squadre di Alani calato in Italia nell’anno CDLXIV. per mezzo dello stesso Ricimero interamente vicino Bergamo lo sconfisse colla morte anche di Beorgor, con cui finì nelle Gallie il Regno degli Alani. Severo in tanto stando in Roma, nell’anno appresso morì di veleno, occultamente da Ricimero datogli, siccome non pochi autori vogliono; ma, ‘Sidonio’ cede che morisse di malattia. Comunque però si fusse, la di lui morte fu dagl’Italiani altamente compianta, per aver perduto in lui un prode uomo, ed alloora necessarissimo per opporsi a’ moti di Genserico. Vedine Evagr. lib. 2 & 3. Jornande, ed altri. Dell’iscrizione 5. fol. 419. del Sig. Muratori si vede, che Libio Severo fu eletto Imperadore nell’anno MCCXIV. di Roma, e CDLXI di Cristo.”.
Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”. Riguardo Massimiano Erculeo ha scritto pure il Magaldi. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 116, parlando della Molpa, il Craufurd scriveva che: “Le cronache non spiegano come mai Massimiano, collega di Diocleziano, l’avesse scelta come luogo ove ritirarsi, quando questi due imperatori abdicarono nel 305 d.C.; ed egli vi risiedeva ancora nel 306, quando il figlio Massenzio lo convinse a lasciare il suo esilio in Lucania per riassumere nuovamente la porpora. La città era situata sulla sommità della collina in un luogo veramente piacevole alla vista; a nord guarda verso il fiume della Molpa, a sud verso il fiume Mingardo e ai piedi del monte è circondata dal mare che si stende a perdita d’occhio….Da questa altura scesi verso una piccola pianura dove scorre il fiume Mingardo e rimasi etc….”.
Nel 461-465 d.C. (V sec. d.C.), LIBIO SEVERO LUCANO e la sua villa a Buxentum (Bussento) o a Sapri ?
Alcuni studiosi hanno ipotizzato che nel 420 Molpa abbia dato i natali all’imperatore Libio Severo (anche se le fonti ufficiali indicano quale città di nascita Buxentum, l’attuale Policastro Bussentino. Ad esempio, le poche e stringate parole di Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..Nel borgo Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Angelo Di Mauro scriveva che l’Imperatore Romano Libio Severo possedeva una villa a Molpa. La notizia è tratta dall’Antonini che a sua volta la traeva da Orosio. Altri sudiosi invece vogliono che la villa di Libio Severo fosse a Buxentum. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel suo cap. “6. A Buxentum nasce un imperatore”, a p. 18 in proposito scriveva che: “Due volte arrise un benevolo destino allo squallore della città. Nei primi anni del sec. V d.C. nacque fra le rovine di Buxentum un bambino, ‘Flavio Libio Severo’ (30) destinato a diventare, nel 461, imperatore romano e vincitore degli Alani nei pressi di Bergamo (31): la vittoria dev’essere stata notevole, perchè gli Alani scompaiono dalla storia come popolo e fanno parte dei Vandali. Il vincitore morì poco dopo, nel 465. A quanto pare, egli eseguì la tradizione romana secondo la quale l’imperatore debba favorire il suo luogo di nascita (32). Deve averlo fatto anche lui, perchè per breve tempo, Buxentum emerge dalle tenebre.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (30), postillava che: “(30) Antonini G., op. cit. Parte II, Discor. VII, p. 378 (Chronicon di S. Mercurio).”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le Invasioni barbariche”, vol. I, a pp. 49 e ssg, riferendosi alla pace stipulata con Genserico dall’Imperatore Maggiorano, in proposito scriveva che: “Questa però non andò oltre l’anno successivo; mentre Recimero faceva uccidere lo stesso Maggiorano ed elevava al soglio imperiale Libio Severo ‘lucano’ (nov. 461 – sett. 465), che, stando ad una tarda testimonianza, era di Bussento (1), si rinnovarono lungo i litorali tirrenici gli assalti dei Vandali. “Ogni anno – scriveva il contemporaneo Sidonio Apollinare – i furori del Caucaso si scatenarono sull’Italia dalle cocenti spiagge della Libia” (2). Etc…”. Il Cantalupo a p. 50, nella sua nota (1) postillava che: “(1) BUXENTUM è il nome latino della città greca di ………..(‘Pyxus; Plinio, N.H., III, 72), la cui origine rimonta almeno al VI secolo a.C., come dimostrano alcune monete di confederazione con l’iscrizione: ‘Sirino / Pissunte’ (v. G. Riccio, Storia…, cit. II, Napoli, 1876, pp. 116 sgg.). A Bussento i Romani dedussero nel 194 a. C. una colonia, che fu rinsaldata otto anni dopo con l’invio di nuovi coloni (T. LIVIO, XXII, 29, 4: XXXIV, 42, 6 e 45, 2; XXXIX, 22, 4; VELLEIO PATERCOLO, I, 15). La città sul finire del IX secolo prese l’odierno nome di Policastro (v. n. 6, p. 99). Il CRONISTA DI S. MERCURIO (IX secolo ?) scriveva che ai suoi tempi in Bussento si vedeva ancora ‘ruinosa domus, ubi natus est imperator Libius Severus’ (v. G. ANTONINI, op. cit., pp. 396 e 408).”. Il Cantalupo nella nota (1) cita l’Antonini che riportava la notizia dell’imperatore Libio Severo lucano, tratta dalla cronaca medioevale del Monaco di S. Mercurio, di cui ho scritto in un altro mio saggio. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel IX secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania- Discorsi”, a p. 396 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: “Il primo si è quello di non trovarsi nè ivi, ne attorno a quel luogo vestigio alcuno d’antiche cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio, dice che ancora in Bussento mostravasi: ‘Ruinosa domus, ubi natus est Imperator Libius Severus’.”. Ancora il Cantalupo cita la p. 408 dell’Antonini, che a p. 408, nel Discorso IX, in proposito a Bussento scriveva che: “…e così ancora circa il nono secolo (di quando crediamo, che sia la Cronaca di S. Mercurio), vedendosi ancora nella Città ‘ruinosa domus’, in cui era nato l’imperador Libio Severo, ci fa credere che non fosse del tutto desolata: e che la total sua ruina accadesse, come sopra detto abbiamo, etc…”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 378 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. L’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo l’Antonini, il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. L’Antonini credeva che il fiume Bussento fosse il fiume Melpi, poi in seguito detto Rubicante, Lambro ed infine Mingardo. L’Antonini credeva che i luoghi a cui accennava a proposito dell’impratore Libio Severo, ovvero la città di Bussento erano la Molpa. Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sulla Molpa, segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito scriveva che: “Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Dunque, Nicola Corcia, parlando della città di Buxentum scriveva che l’Antonini “pretendeva” che in questa città fosse nato Libio Severo, che in seguito diventerà Imperatore. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’ scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Dunque Nicola Corcia segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” (cronaca da lui datata al IX secolo) in cui il monaco scriveva che a Bussento vi era la casa natale dell’Imperatore Libio Severo che, nell’anno 460, per opera di “Racimero” successe all’Imperatore Maiorano (….). Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Argomenta l’Antonini che la Molpa sia il Bussento da un frammento epigrafico in un cippo messo a strettoio delle uve…….Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”.Il Gaetani, a p. …., nella nota (12) postillava dell’Antonini, p. 378 e della cronaca di S. Mercurio avutala dal sig. Agostino Carbone. Mi sembra interessante ciò che scrisse l’amico Felice Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, parlando della villa romana e dei resti archeologici in località S. Croce a Sapri, ipotizzando che possa essere la villa dell’Imperatore Massimiano Erculeo, a p. 27, sulla scorta di Emilio Magaldi (….), in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen.”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”. Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Alle parole del Cesarino “La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica.” preciso che la cronaca ripetuta dello scrittore regionale è la cronaca di S. Mercurio e lo scrittore regionale è l’Antonini, oltre che al Corcia, il quale non si rifaceva solo alla cronaca trascritta in più passi dall’Antonini ma anche a dei passi di Cassiodoro, il quale non è una fonte classica ma resta una fonte autorevole dell’epoca. Ricordiamo che lall’epoca, l’ex segretario di Teodorico si era ritirato nella sua Calabria. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64 e ssg., in proposito scriveva che: “…………………..”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”.
Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 1743 pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 48, nel cap. II: “Dei fiumi etc…”, in proposito scriveva che: “Di questa Provincia parimente fu Vibio Severo Imperador Cristiano, che regnò nell’Occidente nell’Anno 461. in compagnia di Leone Imperadore d’Oriente nel Consolato di Severino, e di Galaiso, e dopo d’avere saggiamente governato l’Imperio, e discacciato gli Alani dall’Italia, finito il terz’Anno del suo Regno fu empiamente fatto avvelenare da Ricimero Principe Goto, e General dell’armi, il quale per la sua gran potenza era l’Arbitro dell’Imperio; Di questo Imperatore vi è anche al presente una memoria nella città di Diano in una base di Statua di marmo: e del medesimo ne fanno parola oltre molti scrittori, Cassiodoro (a).”. Il Gatta, a p. 49, nella nota (a) postillava: “(a) Cassiodor. in Cron. His consulibus, Majoranus immissione Recimoris estinguitur, ac Severum natione Lucanum succedere fecit in Regno.”.
Nel VII sec. d.C., Blanda e Cesernia nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate
Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: “Più recenti notizie di Blanda si hanno dall’Anonimo Ravennate (22), vissuto intorno al VII sec., il quale riporta nel IV libro il nome di Blanda tra Laminium e Cesernia: Tempsa, Clompetia, Cerillis, Laminium, Blandas, Cesernia, Buxentum, e lo ripete nel V libro con variazione nel nome di Laminium: Laminium, Blandas, Cesernia. L’ordine, da sud a nord, seguitò dall’Anonimo Ravennate nell’elencazione delle città costiere meridionali, ci dice che Laminium (Lao) era a nord di Cerillis (Cirella) e Blanda a nord di Laminium, così com’è realmente.”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Anonymi Ravennatis, ‘De Geographia’, IV, 32 e V, 2”. Infatti, l’Antonini (…), a p. 430, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “…e nell’Anonimo di Ravenna’ chiamasi ‘Ceserma (I), seguitando forse l’antica carta di ‘Peutingero’, dove col medesimo nome vien chiamato.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. La prima edizione della ‘De Geographia’ dell’Anonimo di Ravenna è di don Placido Porcheron (…). L’Anonimo di Ravenna (6), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di ‘Cosmografia ravennate’. Il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.. Numerosi sono i punti in comune con la Tavola peutingeriana. L’Anonimo di Ravenna (o ravennate) (6). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “…ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: “La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo a Caesariana’, …..nel ‘Geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.
Guido da Pisa, nella sua “Geographica” parla di Blanda
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Etc…”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo “Pyxous-Buxentum”, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988, a pp. 703-704 , in proposito scriveva che: “In epoca Imperiale, la città è citata dai geografi (7), etc…”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (7) postillava che: “(7) Plin. Ili, 5, 72; Pomp. Mela II, 4, 69 (Buxantium); Ptolem. Ili, 1, 8 (βούξεν-τον) ; Geogr. Rav. IV, 32”. Da Wikipedia leggiamo che Guido da Pisa (Pisa, … – XII secolo) è stato un geografo italiano. Diverse fonti citano un Guido compilatore di testi storici e geografici. Nella raccolta che costituisce il codice Vaticanus latinus 11.564 della Biblioteca apostolica Vaticana, egli unì le Chronica maiora di Isidoro di Siviglia con le Historiae adversus paganos di Paolo Orosio, aggiungendo (c. 184 recto) la notizia di un terremoto avvenuto a Pisa nel 1117. Un’altra compilazione, contenuta nel codice Egerton 818 della British Library di Londra, comprende le Collectanea rerum memorabilium di Gaio Giulio Solino e il De septem miraculis mundi del venerabile Beda, e si conclude con sei esametri nei quali Guido si presenta come autore della raccolta: «Me Guido collegit studiose» (c. 52 recto). L’opera più nota di Guido è la Geographica, in quattro libri: il primo libro, composto da brani tratti dalla Cosmographia dell’Anonimo ravennate, dall’Historia Longobardorum di Paolo Diacono e dalle Collectanea di Solino, descrive i territori dei quali si componeva l’Impero romano; il secondo libro descrive brevemente l’antica società romana, seguendo le Etymologiae di Isidoro di Siviglia, il terzo tratta della geografia, seguendo ancora l’Anonimo ravennate, e il quarto libro descrive la guerra di Troia secondo il De excidio Troiae historia di Darete Frigio e le gesta di Alessandro Magno dello Pseudo-Callistene. Il nome dell’autore è presente sia nel prologo – «ego Guido inductus pro scientia mea» – che alla fine dell’opera – «Ex quibus haec Guido documenta decora reliquit» – menzionando anche l’anno in cui fu scritta l’opera: «anno ab incarnatione eius millesimo centesimo XIX». L’opera è contenuta nel codice Bruxellensis 3897-3919 della Bibliothèque Royale di Bruxelles; parzialmente nel Florentinus Riccardianus 881, nel Mediolanensis Ambrosianus R 114, nel Romanus Sessorianus 286 della Biblioteca nazionale di Roma, e nel Caesareus CCCXXXIII, Endlicheri 3.190 di Vienna.
Nel VII sec. d.C., Blanda e Cesariana nella Tabula Peuntingheriana
La Tabula peuntingheriana, Itineraria militare. La Tavola o Tabula Peutingheriana (da Peuntinger, il nome del suo scopritore) è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta Codex Vindobonensis. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando di Cesariana, a pp. 71-72, in proposito scriveva che: “Dopo Buxentum, in fondo al porto natuale di Sapri si trovava la stazione navale di ‘Caesariana’ (1) ch’era anche stazione di intreccio della via che da Nerulo per Caesariana costeggiava il litorale tirreno fino alla ‘Colonna reggina’….La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo a Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). In questa essa si trova tra Pesto e Blanda, etc…”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 9 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Tra l’odierna Maratea e Tortora sorgeva Blanda, ricordata da Livio come sopra ho detto. Da qualche poco erudito scrittore del Medio Evo la si voleva designare come sorta presso l’odierna Belvedere calabra. Niente è più assurdo di tutto ciò. Basta dare uno sguardo alla Tavola Peuntingeriana per accertarsi di ciò, quant’anche non si volesse prestar fede a Livio che la chiama città Lucana. Mi direte forse, che cosìè mai questa Tavola Peuntingeriana? Essa prese il nome da Corrado Peutinger, nato ad Auusta nel 1465, celebre erudito ed archeologo, il quale diede impulso alle indagini archeologiche in Germania e salvò molti manoscritti. Scovrì a Spira nel 1500 la detta tavola Peuntingeriana che designava le strade militari dell’Impero Romano. L’originale di questa tavola fu data dal principe Eugenio alla Bibliotea di Vienna. Per comporendere l’importanza di questa tavola occorre una breve disgressione. Quando Teodosio il grande (il più degno Imperatore del Basso Impero) ebbe vinti gli usurpatori dell’impero di Valentiniano, rimase solo nell’Impero Romano e prima di morire volle dividere il medesimo impero ai figli. Risiedendo egli a Costantinopoli e dovendo per ben due volte tornare in Italia per sistemare l’impero di occidente, del quale era rimasto assoluto padrone, fece incidere a Costantinopoli la tavola suddetta acciocchè, conducendo l’esercito d’Oriente attraverso il Meridione d’Italia, per recarsi a Milano, avesse una idea precisa della strada militare e delle borgate e colonie militari che avrebbe attraversate anche per fornirsi di nuovi soldati. Da questa tavola risulta preciso il sito di Blanda, cioè ad sexdecim millia passuum a flumine Laino, come nota anche benissimo lo storico Ughellio.”.
Le nostre terre negli anni bui del medioevo
Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico e, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono. A tal proposito ci conviene ricordare che sulla scorta del Paolo Diacono (che scrisse la biografia di Carlo Magno e di cui esiste una cronistoria allegata), il Troyli (…) afferma che i Visigoti o Goti scesero in Italia nel 401 d.C. con il loro capo Alarico e che attraverso il Cilento, devastando e saccheggiando, si diresse in Africa. A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (…). Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda Policastro: nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (Bussento) (…). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: “I Longobardi trovarono le nostre regioni semideserte (dal 566 infuriava la peste)(63), anche se Paolo Diacono menziona lungo “il corno destro dell’Italia”, in Lucania e Brettia, le città di “Pesto, Laino, Cassiano, Cosenza e Reggio” (64), ma di città dovevano conservare soltanto il nome; forse un agglomerato di casupole a ridosso dei ruderi di antichi edifici romani. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Popolazioni già sottomesse seguivano i Longobardi (66). Longobardi, la cittadina della costa tirrenica cosentina, rivela nel toponimo la presenza longobarda nell’estremo Mezzogiorno, dando così, una certa concretezza storica alla leggenda della “colonia di Autari” (67). Nell’estate del 596, la stessa Crotone era caduta sotto il potere longobardo (68). Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato , tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). Infatti, il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: “Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(11), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune genti Bulgare a seguito del quale, nacquero o si popolarono alcuni centri posti intorno al Monte Bulgheria.
Le prime chiese e diocesi sorte in seguito della dissoluzione dell’Impero Romano
Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono. A tal proposito ci conviene ricordare che sulla scorta del Paolo Diacono (che scrisse la biografia di Carlo Magno e di cui esiste una Cronistoria allegata), il Troyli afferma che i Visigoti o Goti scesero in Italia nel 401 d.C. con il loro capo Alarico e che attraverso il Cilento, devastando e saccheggiando, si diresse in Africa (…). A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (…). Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda ‘Bussento‘ (Buxentum – ovvero l’attuale Policastro): nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (2-3). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene – quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di Buxentum in Policastro, ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (Epistulae, II, 29) la mancanza di titolare della sede bussentina. Pertanto si può ritenere che la datazione della Cattedrale di Policastro si può collocare intorno al VI secolo d.C. (…), epoca di costruzione delle maggiori trichorae del mondo cristiano. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (…), infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (…). Dice il Barni in proposito (…): “Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio. Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi (590-604) in una lettera del 592, al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (…). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (…). E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel IX secolo, come ricordano il Cappelletti (…) ed il Cappelli (…) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (…) affidandole al Vescovo Felice di Agropoli. Nel 592 papa S. Gregorio Magno, vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…), su cui bisognerà indagare ulteriormente. Agropoli fu un’antica sede vescovile della Lucania. Tuttavia se ne conosce l’esistenza solo per una lettera di Papa San Gregorio Magno (Gregorio I) scritta attorno al 592 al vescovo Felice, al quale comanda la visita apostolica delle vicine diocesi, rimaste senza pastore, di Velia, di Blanda e di Bussento (…). Alcuni autori, tra cui Lanzoni (…) e Duchesne (…), ipotizzano che il Felice di cui parla papa Gregorio Magno sia in realtà un vescovo di Paestum (…) che, a causa dell’invasione dei Longobardi, che ha reso orfane le sedi menzionate dal pontefice, si sia rifugiato ad Agropoli, fortezza bizantina. Aggiunge Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» (…). A questo periodo si riferisce una notizia non molto attendibile (…). Gli Agareni (Saraceni), – che si erano stabiliti ad Agropoli già dall’anno 882, creandone un loro spalto fortificato – attaccarono Bussento – per la seconda volta nella sua storia – incendiandola e distruggendola, nell’anno 915 (…). In proposito il Natella e Peduto scrivevano che: “…la notizia va destituita da ogni fondamento” (…). Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che nel X secolo questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio (…) “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Nel VI sec. d. C., quando iniziarono a sussistere su questo territorio i primi elementi di rito greco ed imperversavano le orde longobarde, Papa San Gregorio Magno, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (forse il Vescovo di Paestum) (…). L’ Acocella (…), parlando del Cilento, affermava: “La Velia ecclesia era già, nell’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti ecc…”, e riferiva che la notizia era tratta dalla lettera di Papa San Gregorio Magno al Vescovo Felice di Agropoli (…). Nella sua lettera, il Papa San Gregorio Magno, nell’anno 592, scrive al Vescovo di Agropoli Felice, già Vescovo di Paestum (territorio Velino, forse rifugiatosi ad Agropoli che era protetta e fortificata), nella quale, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (il Vescovo Felice di Paestum (forse rifugiatosi ad Agropoli che era protetta e fortificata) (7). Il Barni (…), parlando dei Longobardi in un suo studio, pubblicava un rapporto del 1903 di monsignor Duchesne (…), che riprendeva in parte anche lo studio di Monsignor Laudisio, vescovo di Policastro (…). Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “L’antica Regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia (Potenza, Grumentum (che riteneva essere Grumento Nova) e Consilinum (Marcelliana = che riteneva essere l’odierna Civita, presso Padula); sulla costa tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia ( che ritiene essere attualmente la zona archeologica presso Marina di Casalvelino), Buxentum (che riteneva essere l’odierna Policastro Bussentino), e Blanda (che riteneva essere la città lucana presso l’odierna Maratea). “Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J. , 969, 1015, 1017). Al tempo di S. Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia ( Ep., IX, 209, luglio 599). Dopo di lui non si trovano tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa confida al vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura di quel che rimane del loro personale. Lo stesso vescovo di Paestum viene qualificato come episcopus de Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarò costretto a trasferirsi all’interno, a Capaccio. Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (8-14). Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Successivamente, ai longobardi e ai bizantini, nel XI secolo, subentrarono i Normanni che assoggettarono questo territorio al Principato di Salerno.
Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: “Le fonti successive su Bussento sono tarde, ma comunque ci parlano di una città importante, divenuta sede vescovile: il vescovo Rustico di Bussento partecipa ai sinodi romani del 501 e del 502 (85). Ma nel 592, forse in seguito ad attacchi dei Longobardi, la città è priva di vescovo, e una lettera di papa Gregorio Magno invita il vescovo Felice di Paestum, temporaneamente ad Agropoli, a visitare le sedi vescovili vacanti di Velia, Bussento e Blanda lungo la costa (86). E’ solo un’ipotesi che possa essere di Bussento (Buxentinae Ecclesiae) il subdiacono Quadragesimo, ricordato da Gregorio Magno, che pascola un gregge di pecore presso un monte chiamato Argentario (87). Un altro vescovo di Bussento, di nome Sabbatius, è attestato per il concilio romano lateranense dell’anno 649, cui partecipa anche il vescovo di Blanda Paschalis (88). Etc…”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (85) postillava che: “(85) Acta Synhodi, a. 501, p. 435 M; a. 502, p. 454 M.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (86) postillava che: “(86) Gregorio Magno, Epist., II, 43.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (87) postillava che: “(87) Gregorio Magno, Dial., III, 17. Probabilmente Buxentinae è da correggere in Volcentinae (di Volci) o in Bisentinae (di Bisenzio), località della Toscana.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (88) postillava che: “(88) Vd. KEHR 1935, p. 371.”.
Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia
Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che “vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: “E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che “Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: “E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.



(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199
Le origini di Bussento (Buxentum) per il Mannelli e per il Gaetani
Il Gaetani (…), in un suo breve ma prezioso saggio, spiegava che: “Il Bussento, antichissima città della Lucania celebre nei fasti cristiani, vanta due periodi di Episcopato, il primo di cui teniamo discorso, ch’è sconosciuto nella sua origine e fine, ed il secondo che vive vita novella ed incominciò con S. Pietro Salernitano.” . Il Gaetani, in sostanza, ci dice che in origine, l’Episcopato Bussentino, si può delineare in due momenti storici separati: il primo, di cui si conosce poco, in cui la sede Episcopale Bussentina, veniva restaurata da papa Gregorio VII, ed il secondo periodo, in cui l’episcopato risorge con la bolla di Alfano I (XI secolo) e la nomina di Pietro Pappacarbone o S. Pietro da Salerno, a cavallo della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno. In questo saggio, mi occuperò del primo periodo, ovvero quello dell’antica ‘Buxentum‘, o ‘Bussento’. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Sempre a caccia di nuovi ed interessanti documenti, recentemente il mio Archivio ha acquisito un libretto ormai introvabile che oggi pubblico. Si tratta del primo saggio che il sacerdote Rocco Gaetani pubblicò nel lontano 1882: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani (…). Il saggio risultava in dotazione alla Biblioteca del Centro culturale dell’Università di Torre Orsaja. Lo cercavo ma pare che sia andato perso. Questo che pubblico è il risultato di una lunga ricerca e di un recente acquisto. Come vedremo, il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) e, di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio – in questo suo saggio, fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. La ricca documentazione bibliografica e le interessanti citazioni e notizie storiche trattate, sono state rivedute e citate nei miei saggi ivi pubblicati, come ad esempio “Nel 1079, il Portum (Sapri?), nella Bolla di Alfano I”, o nel saggio “Sapri negli anni 592 e 649 (VI e VII secolo)”.

Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo: “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso. Il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli – in questo primo suo studio (…), fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, in seguito denominato Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Il Gaetani, aveva pubblicato altri suoi studi teologici. E’ stato Bibliotecario dell’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino al tempo del Vescovo Cione. In seguito pubblicherà altri scritti sulla storia di Torraca e quindi di Sapri: “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca” (…), nel 1906 e poi nel 1914, il saggio su “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” (…), ambedue ristampati a cura della nipote Rossella Gaetani. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “L’antica Bussento – oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale”, a p. 11, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “(2) Carlo Stefano nel suo ‘Dizionario – storico – gografico – politico’ diè vita agli errori del bizantino ed aggiunse di più essere il Bussento un paese nel seno di Posidonia, ed un paese della Lucania ad ‘Laum fluvium; (3) il Valaterrano nei ‘Commentari delle città’ lo stabilì fra Squillace e Metaponto; (4) Balbo e con lui Frontino nell’opera ‘De coloniis’ l’assegnò fra i Bruzii; ed a farla breve il Nicolao sostenne che il Bussento fosse Pisciotta, e lo storico Giuseppe Antonini volendo dar termine ad ogni quistione chiamò fuori di ogni opinione, ricercando il Bussento colà ove sono le rovine dell’antica Molpe, città della Lucania. Ai primi, l’abbaglio dei quali è troppo manifesto, non rispondiamo, agli ultimi due, al Nicolao cioè ed all’Antonini con rispettosa critica dimostreremo che il Bussento, senza altro, bisognava investigarlo nel nostro Policastro, che tuttora si distingue con l’aggiunto di ‘Bussentino’ e che i vescovi policastrensi sono leggittimi successori dei vescovi bussentini. In prima, per qual ragione il Nicolao ricercò in Pisciotta l’antico Bussento ? (5). La ragione è nota per sè: perchè appartenendo Pisciotta alla sede di Capaccio-Vallo, la Chiesa Bussentina non sarebbe più quella dell’odierna Policastro, bensì una sede distrutta ed annessa alla Caputaquense di cui il Nicolao era vescovo. (6) Ma si può in Pisciotta ricercare il Bussento ? Non lo credo. Il viaggiatore di Amasia, che dall’Armenia descrisse insino ai confini della Tirrenia posti dirimpetto alla Sardegna e mosse dall’Eusino a quelli dell’Etiopia, il geografo Strabone, l’autorità del quale in tel genere di cose è superiore ad ogni altra, chiaramente determina il Bussento così: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi” (segue trascrizione del testo in greco) (9). Si ponga ben mente che il greco scrittore, qui nell’assegnare i confini della Lucania marittima discende dall’occidente all’oriente; dalle foci del Silari vien giù a Poseidonia, all’Isola di Leucosia, al golfo Posidonate, a Velia; ed all’oriente, “appresso, al tergo, dietro” (nel passaggio da un luogo ad un altro, questo significato ha la particella greca ……, usata nel testo) dopo il promontorio, che dal timoniere di Enea “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”, egli il geografo, ritrova il promontorio ‘Pixo’ (…………………………), il porto (…………..), ed il fiume (………….), tutti e tre luoghi omonimi (……………………………); mentre Pisciotta trovasi situata all’occidente di Palinuro, parte opposta del Bussento assegnato tanto precisamente da Strabone, e trovasi in tali circostanze da non poterci in verun modo semplice si fu il Nicolao che si lasciò pigliare dall’apparente ecc…”. Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”.





















Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”.
Le fonti della ‘Bolla o pastorale di Alfano I’
Nel mio studio sulla “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, che pubblicai nel 1998 (1), in proposito scrivevo che: “Interessante fonte è la nota lettera pastorale (bolla) di Benedetto Alfano I, Arcivescovo di Salerno, datata all’ottobre 1079, con la quale, dietro la protezione longobarda, ricevè nel 1058 da Papa Stefano IX la licenza per la nomina di nuovi vescovi (69). Il documento (70), col quale veniva restaurata l’antica sede episcopale bussentina “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”, è la più antica fonte archivistica in nostro possesso.”. Mons. Nicola Maria Laudisio (4), vescovo di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro (Figg. 4-5-7) e, nella sua nota (35) della sua ‘Synopsi’, dice che, l’antico documento “Bolla o pastorale di Alfano I”, è citato in “P. Mannelli, Not. Luc.; Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34; Troyl., cit., tom. 1, part. 2, pag. 135 (il Troyli (op. cit., tomo I, parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi manoscritti rapportata”. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36)), dice che la Bolla di Alfano è citata in: “P. Manell., Note Lucane”; in “Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34′ ecc..

(Fig…) Troyli (…), vol. I, parte II , p. 135
Il Laudisio (…), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (…), dalle ‘Memorie Lucane’, Cap. II, p. 34 del Gatta (…), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del Troyli (…), e dal Barrio (…), a p. 72 (si veda versione curata dal Visconti), nel 1831, in proposito che: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.
Bussento nell’indagine cartografica

(Fig….) L’Italia nel Codice Veneziano Marciano greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…), particolare delle nostre coste e dei toponimi (Archivio Attanasio)

(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco
Nel VI-VII sec. d. C., i Bizantini, dopo la sconfitta dei Goti costruirono la chiesa ‘trichora martyrium’ corrispondente all’abside del duomo di Policastro
A Policastro (da Polis-Castrum) Bussentino ( ex colonia marittima greca detta Pyxous e poi colonia marittima romana detta Buxentum o Bussento), toponimo di derivazione bizantina, vi è una ‘Triphora’, chiesa di architettura bizantina, individuata nella parte absidale del Duomo di Policastro, forse risalente al VI sec. d.C. Da Wikipedia, alla voce “La cattedrale di Santa Maria Assunta (Policastro Bussentino)” leggiamo che “incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. Etc…La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig…..). L’interno della cattedrale era a tre navate fino ai rifacimenti settecenteschi. Oggi si presenta con un’unica navata con altari laterali e la cappella del Santissimo Sacramento (1627); il presbiterio è rialzato per la cripta sottostante. Da ricordare, infine, le lapidi sepolcrali dei tre vescovi Giacomo Lancellotto di Tropea, Nicola e del nobile Giacinto Camillo Maradei di Laino. La cripta, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. Il duomo di Policastro, aggiunto all’antica Trichorae, etc…”. In Wikipidia leggiamo che la cattedrale “Incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La costruzione romanica subì importanti interventi di restauro in senso barocco nel Settecento (tra il 1709 ed il 1716), interventi che riguardarono soprattutto gli interni. “. Sempre in Wikipidia leggiamo che “La cripta, come si presenta oggi, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento).”. Il titolo di ‘Odeghitria’, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale (22) e tale rimase il titolo dell’abside della Cattedrale del Bussento fino al 1848. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense”, sebbene il Porfirio (18) sia convinto che il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina (4) “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Nel testo di autori vari della Soprintendenza Per i Beni Ambientali Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino (….), “Chiesa cattedrale di Policastro – La Storia e i restauri”, che, nel saggio di Angelina Montefusco (….), “La Cattedrale nella storia e nell’arte”, a p. 25 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa tricora, la cui forma è chiaramente visibile sia all’interno che all’esterno dell’attuale presbiterio, è indicata da A. Venditti (1) come la iniziale costruzione della cattedrale e si può, approssimativamente, ascrivere alla fine del VI secolo, epoca della maggiore diffusione di tale tipologia in Italia, oppure alla prima metà del secolo successivo. La tricora sorse nella zona del foro romano e venne a chiudere il decumano massimo corrispondente, almeno in parte, all’attuale via Vescovado. Etc..”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria”, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII n. 3 – 1973.”. Silvia Pellecchi (….), nel suo “Pixus-Buxentum – Policastro Bussentino, dalle prime frequentazioni al XVI secolo”, a p. 15, in proposito scriveva che: “Le fonti ricordano che nel 592 la città era rimasta priva del vescovo (28). La situazione non dovette, però, protrarsi a lungo se già nel 649, un vescovo di Policastro, Sabazio, è attestato tra i partecipanti al concilio Lateranense (29). Al periodo compreso tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo d.C. risale, forse, l’impianto di un fortilizio sulla sommità del colle, cui vengono ipoteticamente riferiti i resti di una muratura – poi inglobata nelle strutture del castello – datata sulla base del rinvenimento di una seriedi monete neo-greche (30). Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32). Più sicure appaiono le notizie secondo le quali, dopo un periodo di vacanza, nel 1079 a Policastro fu ripristinato l’episcopio e venne consacrato il duomo che, nel frattempo, era stato annesso alla vecchia trichora (33).”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (31) postillava che: “(30) Panebianco 1964, p. 364. Cfr. Natella, Peduto 1973, pp. 494 e 520.” e nella nota (31) postillava: “(31) Ibid., p. 508.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Punto della questione in Ibid., p. 512, con bibliografia precedente.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Ibid., p. 512 con bibliografia.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Ibid., p. 505, fig. 21″. Dunque, la Pellecchi riferendosi al VII secolo d. C. scriveva che: “Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32).”. Dunque, la Pellecchi citava Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 508, in proposito scrivevano che: “La datazione della Cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ del mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. Infatti, i due autori, a p. 508, nella nota (59) postilleranno che: “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”. Dunque, sulla scorta della lettera di papa San Gregorio Magno al Vescovo pestano Felice del 601 (VII sec. d.C.), di cui abbiamo ampiamente detto in altri saggi, i due autori fanno rialire la costruzione della ‘trichorae’ (chiesa con sottostante cripta che ritroviamo costruita alla fine del decumano maggiore (attuale via Vescovado) e, quindi costruzione avvenuta evidentemente dopo il 601 d.C…E’ probabile che l’attuale cripta era l’antica “domus ecclesiae” del VII secolo d.C. e che in seguito, nel VII sec. d.C. è stata costruita la trichora, corrispondente nell’impianto all’attuale presbiterio rialzato per la presenza della cripta. Sul macellum di Buxentum scrisse Vittorio Bracco (…..), nel suo “Il macellum di Buxentum”, in ‘Epigraphica’, XLV, 1983, PP. 109-115. Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum approfondì mirabilmente sul ‘kastra’ bizantino di Policastro. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). La Trillmich, a p. 704, in proposito scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI sec. d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10). Passata, al termine della guerra greco-gotica, sotto il dominio dei bizantini, ai quali si deve il nuovo nome greco di Παλλιοκαστρον, la città fu munita di un fortilizio sul punto più elevato della collina – cui si è avanti accennato e la cui datazione è stata recentemente (1961- 62) confermata dal rinvenimento di monete neo-greche di VI-VII secolo in saggi esplorativi condotti da V. Panebianco all’interno del castello (11) – e di una chiesa, sotto forma di ‘trichora’ (12), inglobata nell’attuale duomo trecentesco, che ha peraltro conservato fino al 1848 il bel nome greco di S. Maria di Hodeghitria.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (10) postillava che: “(10) Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino in gli ‘Studi in Italia. Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 386.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (11) postillava che: “(11) Natella Peduto, op. cit., p. 494 e 520.”. Riguardo la nota (11) su Venturino Panebianco, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 494, in proposito scrivevano che: “Recenti scavi nel castello (1961-62), promossi da Venturino Panebiaco, direttore dei Musei Provinciali del Salernitano, erano stati deliberati per riconoscere in questo sito altre tracce di murazione antica. I risultati, però, furono negativi; delle fosse escavate al di sotto e ai fianchi della torre trecentesca e degli ambienti comitali vicino alla cappella vennero alla luce le basi del castello stesso, con una cronologia quindi del tutto medioevale. Al di fuori delle mura castellane si reperirono, inoltre, monete d’età bizantina, attribuibile alla prima occupazione neo-greca.”. I due autori, a p. 507, nella nota (57) postillava che: “(57) Cfr. rispettivamente V. Panebianco, Policastro di S. Marina, in “Apollo” (Salerno), III-IV, 1963-1964, pp. 191-192; id. Policastro di S. Marina, Saggi esplorativi, in “Bolettino d’arte d. Ministero d. P. I.”, s. IV, XLIX, 1964, IV, p. 364 (rifer. in “Fasti Archeologici”, XVIII-XIX, 1968, p. 517″. La Trillmich, a p. 704, nella nota (12) postillava che: “(12) Per la datazione della primitiva chiesa bizantina al VI-VII secolo, si vedano oltre a Natella-Peduto, p. 508, I. G. Kalby, Contributi e note su nuova documentazioni paleocristiane nella Camapnia meridionale, in Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Matera, 1969, Roma, 1971, p. 252 e A. Venditti, Architettura Bizantina nell’Italia Meridionale, Torino, 1967, p. 541.”. Riguardo la nota (12), i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. Riguardo la nota (12), i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro” pubblicato nel 1973, a p. 508, in proposito scrivevano che: “..della ‘trichora’. Quest’ultima, infine, espressione della fase tardo-romana della città, venne a chiudere il decumano massimo solo quando i bizantini del VI secolo d.C. pensarono di ricondurre Buxentum al primitivo ruolo di città fortificata, rinforzando le mura e iniziando un castello sul monte che fin dalla toponomastrica ( o Παλvιοκαστρον), doveva ricordare una funzione vitale, anche ai fini della sicurezza religiosa, per l’intera zona del golfo tirrenico.”. Sempre i due autori, a p. 508, in proposito all’età moderna e, riferendosi all’anno 501, anno in cui è ricordato il vescovo Rustico, in proposito scrivevano che: “Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescobo Sabbazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno di una documentazione storica di rilievo.”. I due autori, a p. 508, nella nota (59) postillavano che: “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”. I due autori, a p. 516, in proposito scriveva pure che: “Duomo di Policastro. Si è accennato alle vicende del contesto urbano, e come in esso la primitiva sede ecclesiastica fosse stata creata sulla linea del decumano maggiore. Il dato protobizantino del duomo di Policastro risulta dal presbiterio sollevato che un dì, alla fine del VI sec., doveva rappresentare, insieme con una elementare aula, sull’esempio di simili risultati architettonici campani (Cimitile), la sola costruzione culturale del complesso oggi visibile. Il presbiterio è, infatti, una ‘trichora martyrium’, che si presenta all’interno con una larga cupola il cui estradosso è nascosto da un cubo poggiante sui pennacchi delle ‘chorae’.”. Quello che, a mio parere, non viene detto in questi scritti, che la forma della ‘trichora’, ovvero tre lobi, tre chore, molto probabilmente doveva essere quadrilobata cioè con un impianto a croce greca, e così rimase fino all’epoca della latinizazzione in cui l’impianto si allungò in facciata aggiungendo tre navate, una centrale più larga e le altre due più strette. Natella e Peduto, a p. 520, in proposito aggiungevano pure che: “Nel secolo XI il duomo ricevette altra struttura: alla piccola aula risultante dallo spazio interno della ‘trichora’ fu aggiunta, secondo la prassi romanica del tempo, una lunga navata unica centrale, affiancata da altre due navatelle, che tuttavi a nulla servirono se non ad accentuare, dietro una parvenza di voluta romanicità di gusto corrente, la preminenza ancora in fondo bizantina dell’aula allungata e della terminazione trichorense tardo antica.”. I due autori, a p. 520, in proposito scrivono pure che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d.C.. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato, non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di esso si può vedere la presenza di un muro di quella età.”. Orazio Campagna, a p. 257, ancora scriveva che: “Un lungo silenzio avvolge la storia di Policastro, ad iniziare dalla seconda metà del VII secolo. Oltre alla sostituzione del toponimo (66), coi Bizantini avvenne la grecizzazione della lingua e del rito. Aveva subito distruzioni vandaliche, ma non così atroci come le longobarde (67). Non da meno furono le incursioni saracene, anzi nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Pyxous, il nome era passato dal fiume all’agglomerato, divenne Buxentum coi Romani, Polis-Kastrum (città-fortezza) o, meno probabilmente, Paleocastrum (antica fortezza) coi Bizantini.”. Dunque, il Campagna (…), riteneva che, il vecchio nome di Pixo o Pyxous, con i Bizantini, mutasse in “Polis-Kastrum’ = città-fortezza”, o in “Paleocastrum”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (67), postillava che: “(67) Già dalla guerra gotica, la terza regione d’Italia, Lucania e Bruzi, era stata paurosamente spopolata, in Procopio, ‘Guerra Gotica’, III, 18 (J. Haury, Procopii Caesareensis opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913, ed. rec., Leipzig, 1962-64). I Longobardi distrussero del tutto le colonie per dare l’avvio a quel particolarismo pre-feudale, che avrà per emblema il castello.”. Orazio Campagna (…), a p. 257, dopo aver parlato delle distruzioni vandaliche subite da Policastro, citava quelle dei Saraceni e, in proposito scriveva che: “nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”, senza però darci il riferimento bibliografico. Il Campagna (…) a p. 257, nella nota (64), faceva citava il Lanzoni (…) e scriveva: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”.
Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia
Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fosse stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”.


(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199
Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che “vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: “E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che “Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: “E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Le origini della Diocesi di Bussento (Buxentum), secondo il Mannelli
Riguardo la Bolla di Alfano I, è corretto ciò che affermava il Laudisio nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36), che riferiva del Troyli (…), il quale affermava: “la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il manoscritto del Mannelli, è stato trascritto sia dal Gatta (…) che dal Gaetani (…). Nel Gaetani (…), troviamo il passo del Mannelli, citato dall’Ebner (…), a p. 23. Il Gaetani (…), in un suo scritto, trae le notizie storiche su Policastro dal manoscritto inedito del Mannelli (…) (Fig….), che aveva letto e ricopiato integralmente da un manoscritto conservato e fattogli vedere da Scipione Volpicella. Abbiamo ritrovato il manoscritto originale del Mannelli (…), a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, in un altro nostro studio ivi pubblicato: “Il Manoscritto di Luca Mannelli”, di cui abbiamo pubblicato solo le dieci pagine che ci parlano di Policastro e, come si può vedere nell’immagine che riportiamo (Fig…), esso è stato fedelmente riportato dal Gaetani (…). Luca Mannelli, o Mandelli, scrisse nei primi anni del ‘600, un prezioso manoscritto intitolato ‘Lucania sconosciuta‘ (…), rimasto inedito, già conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno e, per molti secoli è stato introvabile e, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. In questo nostro studio, pubblichiamo tutto il Capitolo IX del Libro II, ovvero le pagine che ci parlano della storia di Camerota e di Policastro, proponendoci di pubblicare anche le pagine seguenti del manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, che riguardano il territorio fino a oltre Scalea. Luca Mannelli o Mandelli, era un frate Agostiniano (dell’Ordine di S. Agostino). Nella fortuna critica della sua “Lucania sconosciuta” c’è una palese contraddizione: da parte, il Mandelli è utilizzato e citato, dal Seicento in poi, fino ad oggi, dagli storici che si sono occupati del territorio lucano e poi salernitano; dall’altra, nonostante tale persistente ed indiscussa vitalità, la sua opera, tranne appunto la parte che riguarda il Vallo di Diano, è rimasta manoscritta. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini (…) e del Troyli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico sono stati i primi a comporre una storia organica dei nostri territori. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava (…). Quì, pubblichiamo le dieci pagine del secondo volume (Libro II), Capo (Capitolo) IX, che raccontano e ricostruiscono alcuni eventi di storia delle nostre terre, in particolare la pagina illustrata in Fig…., parla di Camerota e Policastro e quelle seguenti. Le pagine che pubblichiamo (…), sono tratte dal manoscritto di Luca Mannelli, ‘La Lucania sconosciuta’, conservato alla Sezione ‘Manoscritti e Rari’ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, da cui abbiamo ottenuto la riproduzione dei file digitali. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r.

(Fig….) Mannelli (…), pag. 46r e 47v della ‘Lucania Sconosciuta’ (Archivio Storico Attanasio)
Lo studioso Biagio Moliterni (…), nel suo pregevole e recente studio, ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, edito nel 2013, in proposito, nella sua nota (9) a p. 7, postillava che: “(9) Il Mandelli (…), fu il primo studioso a parlare della Bolla di Alfano, “Bulla in Arch. Salern. ann. 1079”, e a pubblicare l’incipit: “Alfanus Dei providentia S. Salernitanae sedis Archiepiscopus omnibus Fidelibus Orthodoxis, Sacerdotali, Clericalique, ordini et Plebi consistenti Buxentinae, quae modo Policastrensis dicitur Ecclesiae” (vol. II, c. 146), per precisare, subito dopo, che Policastro, “intorno all’anno di nostra salute 1079, era così popolato di gente che potea sostenere la Vescoval dignità: Perlocchè Alfano Arcivescovo di Salerno, per la facoltà che dal Papa ne havea, vi ripose l’honor della Cathedra, nò più sotto nome di Bussent, ma di Policastro, concedendo alla preghiera di quel Popolo per primo Vescovo Pietro Pappacarbone nobil Salernitano, huomo di gran santità, e dottrina, e Monaco di S. Benedetto, come nella sua Bolla, che dianzi accennai si legge” (ivi, cc. 148-149).”, come si può leggere nella pagina sotto inedita e per la prima volta da me ivi pubblicata.

(Fig….) Pagina n. 47v, tratta dal Libro II, Cap. IX del manoscritto del Mannelli (…)
In questa pagina (la n. 47v), del suo manoscritto inedito, da me pubblicato per la prima volta, il Mannelli (…), scriveva che: “dopo che fu da Saraceni distrutta, et essendo dagli habitatori poi edificata, acquistò quel nuovo Nome, che vi fu manifesto da una Bolla d’Alfano Arcivescovo di Salerno il quale erigendo a vescovado la rinnovata città con l’Autorità Apostolica così scrisse a quel popolo. Alphanus Dei providentia Salernitane sedis Archipiscopus Obnibus ecc…”:

(Fig….) Pagina n. 48v, tratta dal Libro II, Cap. IX del manoscritto del Mannelli (…)
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Attanasio)

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.
(…) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.
(….) Volpi Giuseppe, Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e, vedi p. 375 e s. Si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, op. cit. (5), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 153. Il mano-scritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto, in Pyxous-Policastro, op. cit. , p. 486, e dice: “Lucania sconosciuta, ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Arturo Didier, scriveva in proposito: ” la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, mona-co agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano cominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riu-scì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Finito di scrivere il profilo storico del suo paese natale, il Mandelli morì nel 1672. La sua opera, “Lucania sconosciuta”, rimasta incompiuta, è conservata manoscritta (oltre seicento fogli vergati con una scrittura fitta e non sempre chiara e leggibile) nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Io ho avuto l’onore e il piacere di trascriverne tutta la parte riguardante il Vallo di Diano e pubblicarla nel mio libro “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.”. Di Luca Mandelli ne parla Vittorio Bracco, Padula, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, nel libro che mi fu donato da Gerardo Ritorto, a p. 520 e 521, nelle sue Note dice che si era imbattuto nel manoscritto e che “la vera grafia del cognome era Mandelli, che è quella segnata nel catalogo dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, dove l’opera è conservata e che abbiamo creduto di voler ripristinare”. Poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, La Lucania, manoscritto anteriore al 1672, Na-poli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit. dice nella sua nota 59 a propo-sito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Si veda pure: Costantino Gatta, La Lucania illu-strata, Napoli, Antonio Abri, 1723. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sco-nosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700 [Manus] [manoscritto] [manus:0000178652-12]. Si veda pure: Gaetani Rocco, L’antica Bussento og-gi Policastro Bussentino e la sua prima sede episcopale: studio storico critico del sacerdote Rocco Gaetani, Roma, ed. A. Befani, 1882. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, No-tizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli/pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Strazzullo Franco, La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli, es-tratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Na-poli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Fram-menti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli del-l’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’is-tesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio, nella sua Synopsi ecc.., (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane” Sem-pre il Laudisio, nelle sua nota 36, afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.
(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).
(…) Ughelli F., Italia sacra sive de Episcopi Italiae et Insularum, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di Bussento e di ‘Paleocastren’.
(…) Corcia Nicola, Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789, Napoli, p…..(Archivio Storico Attanasio)

(…) Romanelli Domenico, ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, Napoli, 1815, p…, stà in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di Ferdinando La Greca, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 2000 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.
(…) Natella P., Peduto P., ‘Pixus – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (6). Si veda anche Porfirio (18).
(…) Holstenius (Olstenio) Lucas, (Note all’Italia antiqua di Cluverio (18)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22 e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’. Si veda pu- re: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942.

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(Fig….) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199.
(…) Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII, p. 199. L’antico testo di Mario Nigro o Dominicus Marius Niger, Veneto, commenta il libro XI della Geografia di Strabone

(…) Cluverio Filippo, Italia antiqua, 1624, Lugduni Batavorum, Elsevier, 1624, II, p. 1263, parla di Porto de Sapri e di Blanda. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca.

(…) Pomponio Mela, De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV. Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione dall’originale del testo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Monaco in Austria. Il geografo latino Pomponio Mela (…), secondo il Cluverio (…), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.
(11) Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581.
(13) Lanzoni F., Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323.
(…) Visconti Pietro, Paesaggi Salernitani, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1954 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (8), da pagg. 361 a 390 (a noi interessa p. 383).
(…) Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370; Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 ( rist.), pp. 371-372, oppure ed. Berolini, 1935, p. 371. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (vedi nota 70 che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I).
(…) Tortorella A., Breve cronografia ragionata della diocesi di Teggiano-Policastro, Annuario diocesano 2004-2005, pp. 25–32.
(…) Fraikin J., v. Agropoli, stà in Dictionaire d’Histoire et de Geographie ecclesiastiques, vol. I, Parigi 1909, col. 1046.

(…) Porfirio P., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.
(…) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in Archivio storico per le Provincie Napoletane, Napoli, 1950-1951, p. 2.
(…) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978.
(…) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

(….) Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio)

(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (…) che ricopiò da un esemplare che gli fu mostrato da Scipione Volpicella. Il Gaetani, trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (…), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, scriveva in proposito: “Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”. In particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano I (…), la cita allo stesso modo del Mannelli (…), riportandone solo l’intestazione (Archivio Attanasio).
(…) Volpicella Luigi, Notamento delle Opere relative alla Storia ed alla Topografia della Provincia di Basilicata tratto da un lavoro inedito intitolato: La Biblioteca Storica e Topografica del Regno di Napoli, raccolta e pubblicata nel 1795 da Lorenzo Giustiniani, ed ora corretta, accresciuta ed in miglior ordine disposta ecc..estratto dal Giornale Economico-letterario della Basilicata, nuova serie, anno 1852, fascicolo terzo.
(…) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, da p. 113, 120. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri. Si veda pure: De Giorgi, Guida dell’Italia.
(…) Gregorio Magno papa, Epistola II, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae ‘Registrum epistolarum’; oppure si veda: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. Si veda pure: Bi- nius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, pp. 383-384.
(…) Barni G., I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383;
(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 e si veda pure: Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968.
(…) Di Ruocco Giovanni, Le Sedi Vescovili del Cilento, Paestum, 1975 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Magaldi Emilio, Lucania Romana, ed. Istituto di Studi Romani, Roma, 1947 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Lenormant Francois, ‘A Travers l’Apulie et la Lucaine’, ; si veda pure dello stesso autore: La Grande-Grèce – Paysage et Historie par Francois Lenormant, ed. Brenner, Cosenza, 1961 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata, ed. Loescher,
(…) Troyli P.P. (Placido Abate), ‘Istoria generale del Reame di Napoli’, Napoli, 1748, Tomo I, parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135. Afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.
(…) Lacava Michele, ‘Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana’, Napoli, 1891, pag. 153.
(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….., o- pera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, ristampa anastatica ed. Forni, Bologna, si veda Parte III, capo III, Capo IV e VI, pp. 34, 292 e seguenti fino a p. 307.

(…) Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…)

(…) Tancredi Luigi, Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, (Archivio Storico Attanasio)
(…) Natella P. Peduto P., ‘Pyxous – Policastro’, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 508 e s. ; si veda anche Porfirio (23), p. 486 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Didier A., Diano, città antica e nobile. Si veda pure: I regesti delle pergamene di Teggiano, anno 1197-1805, Salerno, 2003.
(…) Vittorio Bracco, ‘Padula’, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, pp. 520 e 521. Il Bracco, nella sua nota 59 a proposito del Mandelli, dice che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno.

(…) Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., op. cit. (14).
(…) Padiglione C., ‘La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati’, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. “Frammenti del manoscritto intitolata la ‘Lucania sconosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino.”.
(…) Pellegrino C., Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751
(…) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.
(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (8) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.
(…) Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum; oppure si veda pure: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (…), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (26).
(…) Gregorio Magno papa, Registro Episcopale, scritto tra il 590 e il 604; si veda anche: Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.
(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in Scipione MAFFEI, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527).
(…) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117.
(…) Racioppi G., Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Deputazione di Storia patria per la Lucania, ed. Loescher, Roma, 1889; si veda la ristampa anastatica dell’edizione di Roma (2° ed.) del 1902, della Deputazione di Storia Patria per la Lucania, 1970, vol. II, p. 69. Nel mio studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1), alla nota (71) scrivevo del Racioppi sull’antico documento che diceva: “Ma io dubito dell’autenticità di questa carta”. Citavo il Racioppi anche nel mio studio: ” I Villaggi deserti del Cilento”, stà nella rivista ‘I Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13.
(…) L‘”Annalista Salernitano”, citato dal Gaetani. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’ [5]): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847 [6], dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke[7][8][9]. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847[3], dall’accurata esegesi di Pertz e Köpke [4][5][6]. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29).
(…) Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.
(…) Pratilli F. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

































































































































































































(Fig…) Di Luccia (…), p. 3




















![1-rit[2]](https://i0.wp.com/saprirovinata.com/wp-content/uploads/2018/08/1-rit2.jpg?resize=620%2C953&ssl=1)





















































(Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151
(Fig….) La cappella di S. Fantino a Torraca
(Fig…) Robinson G., op. cit., pp. 30 e s.
(Fig….) Di Luccia P.M., op. cit., p. 3


(Figg….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.
(Fig…) Mazzoleni, p. 132, pergamena n° 3, anno 1381
(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 127
(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 134 (in R.S.S.)
(Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit. p. 135
(Fig….) Ferdinando Ughelli (…), Italia Sacra, vol. VII, col. 758 – Diocesi di Policastro
(Fig….) Vargas-Macciucca F. (…), documento a p. XVIII