Pyxous, Pixunte e Buxentum (Bussento)

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Questo saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulle origini e la storia del centro fortificato enotrio di ‘Pyxous’, le origini del promontorio, del fiume ‘Bussento’ e della colonia romana di ‘Buxentum’.

Urb.gr.82,

(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…).

La fascia costiera di Sapri, dalla protostoria all’epoca romana

Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia. Nell’Aprile del 1995, consegnai a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“. Nello studio, raccoglievo e citavo tutti i miei precedenti studi fatti sulla zona di Sapri, i documenti e le testimonianze del passato che da anni erano stati oggetto dei miei studi. Nella Relazione, a p. 7, parlando di alcuni rinvenimenti riferibili ad un’epoca precedente a quella romana, citavo le archeologhe Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, che in un loro pregevole studio sulle ricognizioni e ricerche nel Golfo di Policastro (…) così si esprimevano: “La lettura globale dei dati raccolti lascia immediatamente  intravvedere una documentazione straordinariamente ricca per le fasi più antiche della presenza umana dell’ambito in esame. Essa, infatti, si estende per lungo periodo che va dal Paleolitico inferiore sino all’età del Bronzo.”(7). Nella mia nota (7), postillavo che: “(7) Fiammenghi C.A., Maffettone R., ‘Ricognizioni e ricerche effettuate nel Golfo di Policastro’, stà in “A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988.”, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, pag. 36.”. Continuando il mio racconto in proposito scrivevo che: “La carenza di documentazione dal Bronzo finale e per la successiva età del Ferro, peraltro più volte sottolineata, sembra allo stato attuale dalle indagini, da connettere probabilmente più alla lacunosità delle ricerche che non ad una effettiva mancanza di testimonianze.”. Continuando il mio racconto, citavo ciò che in proposito scriveva l’archeologa Giovanna Greco (…) e scrivevo che significativo in proposito è quanto scriveva a p. 18, dell’op. cit:  “; ed infine, estremamente significative sono le tombe recuperate a Torraca (22) i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte (23).”. Giovanna Greco, a p. 18, nella sua nota (22), postillava che: “(22) W. Johannowsky, Atti, XXII, CSMG, Taranto, 1982, p. 422.”. Johannowski, citato dalla Greco, si riferiva ai ritrovamenti fatti in località Madonna dei Cordici. La Greco (…), nella nota (23), postillava che: “(23) Il modello di “colonizzazione indigena della costa” proposto per la prima volta da E. Greco va sfumato ed articolato in quel più complesso fenomeno di incontro-scontro tra le diverse realtà cantonali indigene e quella greco-coloniale dove la possibilità di una comune gravitazione tirrenica consente la partecipazione alle grandi vie di traffico commerciale marittimo ed all’interno, con il controllo dei valichi, forme di contratatto e grado di intensità di traformazioni di volta in volta differenti ed articolati.”. A p. 7, continuavo il mio racconto e parlando di ‘Scidro’, citando l’Archeologa Giovanna Greco (…), in proposito scrivevo che ella, in un suo scritto, sosteneva che: “Il recente recupero a Sapri alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro.” (…). Fernando La Greca (…), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città colonia di Scidro e Pixunte (38).. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava: “(37) Johannowsky, 1983a”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (38) postillava: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18.”. Carla Antonella Fiammenghi e Rosanna Maffettone, nello stesso testo, a p. 38, in proposito ai rinvenimenti nell’area scrivevano che: “I rinvenimenti di ceramica a vernice nera della fine del V sec. a. C. da Vibonati (loc. S. Lucia), Tortorella (loc. Reggiano), Torraca (loc. Madonna dei Cordici) e Sapri stessa (loc. S. Croce), sono già da correlare ad una trasformazione dell’assetto territoriale legata al fenomeno della “sannitizzazione”.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: “Non lontano dalla sponda sinistra del fiume Bussento, su una ridente e lussureggiante collina sovrastata dall’imponente e maestosa mole del vecchio castello, sorge l’antichissimo centro di Policastro Bussentino. Molti autori dell’antichità greca e romana hanno scritto dell’esistenza di Policastro definendolo con un nome ben preciso: Pixunte (greco) e Buxentum (latino). Secondo un’interpretazione di origine naturalistica il significato di questo nome, identico nelle due lingue perchè sorto dalla stessa radice “πυξ ”, deriverebbe dal “bosso” (Buxus sempervirens), arbusto sempreverde delle Buxacee, dal legno giallo e duro, ideale per i lavori di tornio. Questa pianta cresceva rigogliosa nella zona di Policastro al tempo della sua fondazione tanto da lasciare il suo nome (Bussento) al fiume e alla città.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a pp. 14-15, in proposito scriveva che: “Montuosa Lucania dice Cassiodoro; ‘Montuosa et horrida’ l’ha definita nel 500 il Magini nel suo commento a Tolomeo. Alla natura montuosa ed aspra del paese, atto alle insidie e alla guerriglia, allude Livio in più di un punto della sua opera. Lucillo e Silio Italico accennano genericamente alle montagne lucane, mentre Sallustio, più specificamente, ricorda i ‘juga Eburina’, che corriponderebbero, secondo il Racioppi, ai monti dell’alta valle del Sele (1). Orosio fa menzione dei monti, da cui si avanza, protendendosi al mare, il Capo Palinuro (2), nei quali si possono riconoscere genericamente i monti del Cilento, a meno che non vogliamo identificarli con la montagna del Bulgheria.”. Il Magaldi, a p. 15, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Racioppi, o. c., I, p. 528”. Il Magaldi, a p. 15, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Lucillo, VI, 6; Sallustio, III, 67; Livio, IX, 17, 17; XXV, 16, 18; XXVII, 26, 7 seg.; Silio Italico, VIII, 569; Orosio, IV, 9, 11; Cassiodoro, Variae, XI, 39 (tutti brani che saranno riferiti distesamente in seguito).”. Il Magaldi citava Lucillo che in Treccani on-line sarebbe stato grammatico greco (sec. 1º d. C.), di Tarra in Creta, scrisse un commento alle Argonautiche di Apollonio Rodio e compilò una raccolta di proverbî giuntaci attraverso il rifacimento di Zenobio. Sallustio è autore di importanti opere storiche, tramandate per tradizione diretta dai codici medioevali: le due monografie, il De Catilinae coniuratione e il Bellum Iugurthinum, composte e pubblicate negli anni fra il 43 e il 40 a.C., e le Historiae, di cui restano numerosi frammenti, iniziate intorno al 39 a.C. e rimaste incompiute, che forse dovevano fungere da allaccio tra le due monografie. Sono state attribuite allo scrittore di Amiternum anche diverse opere considerate oggi apocrife: due Epistulae ad Caesarem senem de re publica, in cui l’autore rivolge a Cesare consigli sul buon governo, e l’Invectiva in Ciceronem, un violento attacco a Cicerone, accusato per la condanna a morte dei catilinari. Entrambe sono probabilmente esercizi scolastici di età posteriore. Il Magaldi postillava di Orosio, libro VI, 9, 11. Da Wikipedia leggiamo che Paolo Orosio (in latino: Paulus Orosius; Braga, 380 circa – 420 circa) è stato un presbitero, storico e apologeta romano. Discepolo e collaboratore di Agostino d’Ippona, su invito di questi redasse gli Historiarum adversus paganos libri septem (“Sette libri delle storie contro i pagani”) che dovevano servire da complemento storiografico a La città di Dio (De civitate Dei) del suo maestro. Le Historiarum adversus paganos libri septem (“I sette libri di storie contro i pagani”) o Historiae adversus paganos (tradotto come Le storie contro i pagani) sono un’opera storiografica di Paolo Orosio, scritta negli anni 417 e 418 (2). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 258 e ssg. parlando di “Paestum”, in proposito scriveva che: “Già in tempi antichissimi la pianura del Sele era stata toccata da genti egeo-anatoliche, come mostra la necropoli del Gudo (a m. 1500 a nord delle mura: civiltà del Gaudo). In seguito alla foce di quel fiume si insediò parte di quei spericolati marinai-mercanti egei che, incuranti di pericoli, disagi e avversità, si erano spinti fin nel Lazio e nell’Etruria (1), a cercarvi, per l’esaurirsi del mare, l’insostituibile ferro. Furono essi che alla foce del Silaro innalzarono un tempio, poi tanto famoso, dedicandolo, com’era costume, alla divinità patria: Hera Argiva (2). A circa 600 m. dal mare, e su una terrazza utilizzata fin dall’età eneolitica (3) perché dominante l’ampia distesa del mare e la vasta circostante palude, viveva uno sparuto nucleo di indigeni (‘Pai-Pais-Paistòs’), con i quali i sopraggiunti rapidamente si fusero (4). Etc…”. Ebner, a p. 258, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pugliese Carratelli, Relazione I Convegno internazionale di Taranto 1961, “Atti”, Napoli, 1962, p. 140″.  Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera. Sull”Heraion alla Foce del Sele’, oltre il fondamentale saggio degli scopritori P. Zancani Montuoro e U. Zanotti Bianco, Roma, 1941, v. pure M. Napoli, Le metope arcaiche di Foce Sele, Bari, 1963 e del 1981 l’intelligente chiaro saggio di D. Sorrentino, Heraion di Foce Sele, il tempio maggiore e relativi problemi, Salerno, 1981.”. Ebner, a p. 259, nella nota (3) postillava: “(3) Scrive M. Napoli (Paestum, Novara, 1987, p. 3) che “ad oriente della Basilicata si sono rinvenuti manufatti che vanno dall’età paleolitica sino all’età del bronzo, mentre a sud della stessa Basilicata, non lungi dalle mura etc…, resti di un centro abitato preistorico”.”. E’ probabile che qui vi è un errore perchè non è Basilicata ma Napoli si riferisce alla Basilica di Paestum.

PROTOSTORIA ED POCA PRECOLONIALE

Il bradisismo della fascia costiera del Cilento, e gli effetti sulle città costiere ormai scomparse

Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana”, a p. 43 e ssg. parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “Profondamente mutate dalle condizioni di un tempo sono le condizioni attuali della piana di Pesto, che però si vanno risollevando con la bonifica. Una volta l’aria vi odorava di fiori, ed ora vi è greve morbosa; ….le zanzare malariche insidiano la salute dei butteri, e le mandre di bufali tengono il campo. E’ interessante approfondire questo mutamento che si è verificato, perchè esso riguarda la sparizione di Pesto, di cui è stata data, solo di recente, la spiegazione giusta. Si credeva, fino a poco tempo addietro, che quella sparizione fosse dovuta alla malaria e alle incursioni dei Saraceni, che nel IX secolo avrebbero spinto i Pestani ad abbandonare la città e a riparare a Capaccio Vecchio, che sorge sui monti retrostanti (p. 15). Già il Gunther, studiando il bradisismo del Golfo di Napoli, aveva avuto l’intuizione che la scomparsa di Pesto fosse da attribuirsi allo stesso fenomeno, che avrebbe avuto come conseguenza la malaria, e, quindi, l’abbandono. Gli scavi recenti hanno dimostrato che la città è rimasta sepolta sotto una spessa coltre di materiali di origine palustre, fortemente cementati fra loro. In base a questa osservazione il DE LORENZO, e dopo di lui il D’ERASMO, hanno così ricostruito il fenomeno (3). Nel VI sec. a.C., e forse anche prima, la piattaforma di travertino su cui posa Pesto dovè iniziare un lento movimento di discensione per effetto del bradisismo del litorale tirrenico. All’epoca di Augusto, questo movimento doveva essere giunto a tal punto che cominciava a formarsi il pantano in prossimità di Pesto. Strabone dice che il fiume, impaludando, rendeva la città malsana (4). Il movimento discendente continuò ancora durante l’Impero e il Medio Evo, si che alla fine di questo il livello del mare doveva essere superiore all’attuale di più di 10 m., e la piattaforma su cui poggia Pesto doveva emergere pochissimo. Impediti di correre liberamente al mare, il Sele e i prossimi corsi d’acqua – fra cui è “Capo di fiume”, che scorre vicino a Pesto – ristagnando, formarono l’acquitrinio e così prepararono a poco a poco alla città antica il funereo manto – che presso Porta Marina mostra uno spessore di oltre cinquanta metri. Naturalmente è da connettere con questi movimenti di bradisismo la variazione della linea di spiaggia, la quale si è avvicinata o si è allontanata, a seconda della direzione discendente o ascendente del movimento.”. Il Magaldi, a p. 43, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. De Lorenzo, Sulla causa geologica della scomparsa dell’antica città di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia dei Lincei”, Cl. Sc. fis. s. 6°, vol. XI (1930); G. D’Erasmo, Il bradisismo di Paestum, in “Rendiconti R. Accademia Scienze fis. e mat.” s. 4à, vol. IV (1934), (ripubblicato per cura dell’Ente per le antichità e i monumenti della provincia di Salerno”, ivi, 1935).”. Felice Crippa (….), nel suo Sapri –  Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 85 e ssg., in proposito scriveva: “21. Lineamenti di geologia saprese. La baia di Sapri costituisce una depressione morfostrutturale attualmente colmata da una potente pila sedimentaria di depositi alluvionali recenti e delitizii-littorali. Questi depositi legati alla trasgressione “versiliana”, avvenuta progressivamente all’ultimo stadio glaciale, il Wurm III, a partire cioè da 15.000 anni fa (1). In parole povere Sapri giace su fanghi, limi, sabbie e pietre via via accumulatisi nei millenni trascorsi ai piedi delle montagne circostanti in seguito ai dilavamenti dei pendii e per il deposito congiunto di materiali marini rilasciati dalle acque sia in fase di avanzata – verso l’interno- che di ritirata – verso il largo. Materiali diversi scesero dalle montagne da tre bacini principali (tav. 7) e gradualmente vennero convogliati verso il sottostante specchio d’acqua marino. Il mare, a sua volta, sia per i fenomeni di avanzata e ritirata dalla costa che per effetto delle correnti e delle mareggiate, accumulò altro materiale, determinando successive linee di contenimento dei materiali che scendevano dai monti. Etc…”. Il Magaldi, a p. 91, nella nota (1) postillava: (1) L. Brancaccio, Geologia regionale della Campania”.  Il fenomeno del bradisismo ha interessato gran parte della fascia litoranea della costiera Tirrenica ed ha influito sulle numerose ed al tempo floride città magno-greche sorte sulle costa del basso Cilento. Come si è detto per l’esempio di Paestum, la maggior parte di queste città sono in seguito scomparse. La tradizione popolare ed i racconti settecenteschi attribuscono cause varie, maremoti, terremoti, distruzioni vandaliche e saraceniche ecc.., ma le rovine d’epoca romana che ancora oggi si possono vedere nell’area di S. Croce a Sapri non sono mai state rilevate con cura scientifica e soprattutto non sono state mai studiate. Gli studi sulle preesistenze dell’antichità possono rivelare risvolti inattesi, come ad esempio si è potuto fare nel “Serapo” a Pozzuoli. La ricostruzione dell’andamento del bradisimo ai Campi Flegrei, a partire dal IV sec. d.C. nel corso dei secoli fino ai tempi moderni è stata possibile grazie a osservazioni compiute sulle rovine di una costruzione di epoca romana, situata a poche decine di metri dal porto di Pozzuoli: il Serapeo. Erroneamente considerato come un tempio dedicato al dio egizio Serapide (da cui il nome) è stato in realtà un mercato romano dal I al II secolo AD. La peculiarità di questa costruzione è la presenza, a varie altezze sulle tre colonne ancora erette, di fori prodotti da molluschi marini (litodomi) che vivono nella fascia intertidale (tra la bassa e l’alta marea) e che quindi sono indicativi del livello marino nel passato. Grazie alla datazione di tali fori è stato possibile ricostruire le oscillazioni del livello del mare nel tempo dovute al sollevamento o abbassamento del suolo a Pozzuoli per effetto del Bradisimo. Avendo studiato ed osservato da Architetto la tipologia costruttiva adottata in epoca romana allorquando vennero costruiti i piloni frangiflutti oggi detti “Pila” a mare, in località S. Croce, sono stato sempre convinto che in quel punto il mare esisteva ed è per questo motivo che i romani costruirono l’antico molo costituito da piloni posti in successione. Ma, come dicevo, la tipologia costruttiva dei piloni è differente perchè essa cambia. La costruzione delle fondamenta dei piloni appoggiata al suolo marino presenta una malta pozzolanica, ovvero una malta a base di calce e pozzolana che è una malta idraulica, ovvero una malta adatta ad indurirsi nelle costruzioni sottomarine, o per meglio dire nelle costruzioni dentro l’acqua. Infatti, i piloni, oggi dette “Pila” sono immersi nell’acqua del mare. Dunque, il mare in quel tratto litoraneo della costa saprese vi è sempre stato. E’ per questo motivo che i Romani costruirono quell’opera idraulica e portuale. Se questo è vero, ed è vero, come io credo, dimostra che la linea di costa della baia saprese veniva si a modificarsi ma non nel modo come è stato affermato in recenti studi.  Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. L’iscrizione porta un buon sostegno all’ipotesi della colonia di Vibo, e non occorre attribuire il personaggio, come è stato fatto, a Blanda o a Bussento. Etc…”. E’ interessante l’ipotesi del La Greca sulle origini della città di Vibone, che in sostanza riprende ciò che aveva in precedenza scritto e creduto l’Antonini. Non è chiaro se il La Greca, nel riferirsi alle rovine di S. Croce si riferisca ad una città di origine sabellica o Lucana o si riferisca alla colonia latina di Vibona. Si è visto che, sebbene si propenda per l’ipotesi della Villa romana di S. Croce appartenente come proprietà ai “Sempronii”, duumviri, probabilmente parenti a Tiberio Sempronio Longo, della colonia romana di Buxentum, non ritengo valida l’ipotesi che i “Sempronii”, probabilmente proprietari della villa di Sapri, ricoprissero la carica di duumviri (o duumviro edile) per disporre della colonia di Vibo ma essi disponevano della colonia romana e Sillana di Buxentum. Il La Greca, a p. 34 continuando il suo discorso sull’area di S. Croce scriveva pure che: “Ricerche recenti nell’area della villa romana di Santa Croce a Sapri (72)  hanno stabilito che il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m. La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) postillava: “(72) Toccaceli 2003”. Il La Greca, a p. 34, nella nota (72) si riferiva al testo del geologo Romeo Toccaceli (….), ed a p….., nella bibliografia scriveva: “(72) TOCCACELI 2003 = R. M. TOCCACELI, Evidenze geoarcheologiche della variazione del livello del mare in età storica: l’insediamento romano di S. Croce (Sapri – Golfo di Policastro), in ALBORE LIVADIE – ORTOLANI 2003, pp. 255-264. TRA LAZIO E CAMPANIA 1995 = AA. VV., Tra Lazio e Campania.”, su cui contenuto nutro dei dubbi. Il La Greca si riferisce ad uno studio geomorfologico del geologo Romeo Toccaceli di Sapri che, nel 2003 riteneva che “…il livello del mare in epoca storica era più basso dell’attuale di circa 1,80 m.”. Il Toccaceli (ed in questo caso il La Greca, ritenevano che in epoca storica, senza peraltro specificare quale epoca storica a cui si riferisse, il livello del mare era più basso di circa mt. 1, 80. Dunque, essi ritenevano che nell’antichità, l’area delle rovine di S. Croce, il livello del mare era molto più basso dell’attuale, tanto che, il La Greca affermava che in epoca antica: “La linea di costa tuttavia presentava qui un andamento particolare, e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto, l’area successiva del lungomare, che oggi ospita edifici abitativi moderni, costituiva allora una piccola insenatura marina.”. Il La Greca riteneva che il molo frangiflutti (le pilae) e le “cammerelle”, in epoca antica non erano bagnate dal mare, ovvero erano all’asciutto. Se pur ammettendo l’evidenza geologica che nell’antichità la linea costa presentasse un andamento particolare, non mi pare possibile, invece che “un andamento particolare”, l’avesse pure la linea orografica del sottosuolo di Sapri e della baia di Sapri. Inoltre, ammettendo per buona l’ipotesi e gli studi del Toccaceli (….), da cui risuta che tutta la villa ed il molo (le pilae), rovine che insistono nell’area di S. Croce, in parte sommersi dall’acqua, siano state in epoca antica “…e mentre il molo e i locali della villa oggi sommersi erano allora all’asciutto”, mi chiedo come sia stato possibile che, la tipologia costruttiva del molo frangiflutti (dalla tradizione chiamato le “Pile” (da “Pilae”, ovvero pilone), denoti una diversa tipologia costruttiva adatta alle costruzioni marine ?. Mi spiego meglio. Dall’analisi della costruzione della Pilae, un molo frangiflutti costruito a protezione delle opere prossime alla battigia del mare a S. Croce, si vede chiaramente quale sia stato sempre il livello del mare. Le “Pilae”, di Sapri sono costituite da una porzione posta sotto l’acqua del mare e, un’altra porzione che affiora dal livello del mare, visibile al visitatore. Esse sono state costruite con due tipologie costruttive diverse tra loro. La porzione di opera sottomarina è stata infatti costruita usando una malta idraulica a base di pozzolana. Questo dimostra che i romani costruirono le “Pilae” nell’acqua delmare che, all’epoca, già era presente. Infatti, l’opera serviva a proteggere la piccola insenatura dai flutti marini, marosi, che in certi giorni di burrasca si vedono infrangersi proprio verso la Pilae. Dunque, se a S. Croce, il livello del mare è stato, come io credo, almeno dall’epoca romana come è attualmente, ne va da se che l’ipotesi del La Greca e di altri non hanno fondamento. A S. Croce, il mare c’è sempre stato così come lo vediamo ora e con lo stesso livello. Era talmente sostanziale la presenza del mare che i romani dovettero costruire il molo frangiflutti a divesa dei venti di mezzogiorno particolarmente rovinosi nelle giornate di burrasca. Felice Crippa (….), nel suo Sapri –  Appunti di storia e geologia”, (un libretto pubblicato postumo dal figlio Carlo), a pp. 73 e 74, venivano pubblicati due disegni ricostruttivi della villa d’epoca romana che mostrano chiaramente la Villa disposta all’asciutto e su un pianoro leggermente rialzato rispetto alla linea della battigia del mare. La ricostruzione dell’autore dei disegni, però, nella sua ricostruzione a volo d’uccello (dall’alto) della villa di S. Croce, non tiene minimamente conto delle opere portuali, del criptoportico delle “Camerelle” e del molo frangiflutti. Le evidenze archeologiche in sito denotano, è vero, delle opere murarie ad un livello superiore a quello marino ma queste costituiscono un tutt’uno con le opere murarie sottostanti, quelle cioè che si vedono dalla battigia del mare, che sono opere portuali e che, nel caso del molo frangiflutti (detto Pila), posto un pò più avanti, erano opere costruite con le loro fondamenta nel mare stesso, dunque opere portuali.

Nel VIII sec. a.C., il Battisti si chiedeva quali i popoli che occupavano queste terre prima dei colonizzatori greci ?

Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” (stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964), di “Scidro”, a p. …. (p. 306), in proposito scriveva che: All’avvento dei Lucani nelle loro sedi nel Cilento, sappiamo esattamente che i centri costieri di Lao, Scidro e Pixente già dai primi decenni del IV secolo « erano città lucane di nome, di usi e di costumi », il che, in parole povere, ci dice che l’occupazione lucana del Cilento può essere ascritta al secolo precedente. Fra il Cilento e Pesto, nell’occupazione lucana, vi sarebbero dunque quasi due secoli di distanza. Le vie preistoriche che solcano l’Appennino possono giustificare questo divario nel tempo che permise di anticipare l’occupazione nella piana di Paestum di fronte al Cilento. Ma è assolutamente inammissibile — e risulta anche da questa ricerca — che il Cilento non sia stato abitato prima dell’avvento dei Lucani, per quanto tale zona sia povera di risorse. Ci sono fra il Vallo di Diano e il bacino del Noce, che per Lagonero arriva a Sapri, e anche nell’interno del Cilento, attraverso Teggiano e Laurino dei collegamenti di montagna che, discendendo lungo le fiumare, portano alla costa tirrenica. Se queste permisero ai predecessori dei Lucani di raggiungere anche la sponda cilentana, non c’è un motivo per negare la stessa possibilità ai Lucani. Ricordiamoci che qui, dal primo paleolitico in poi, non sono stati riscontrati iati archeologici. Non ritengo che l’analisi toponomastica permetta altra stratografia, all’infuori della segnalazione di una possibile, ma modesta penetrazione etrusca ed una ben più palese affermazione di strati preistorici mediterranei preindeuropei. Questa penetrazione però nella toponomastica del Cilento non ha un volto: sappiamo soltanto che fra un periodo paleo-mediterraneo e quello lucano c’è un lungo intermezzo « italico ». Esistono dunque « penombre italiche » che dipendono fondamentalmente da due cause. I toponimi sono pervenuti al latino attraverso successivi adattamenti allo strato linguistico lucano, hanno perciò perduto, almeno in parte, la loro forma originaria. Il latino ha poi adattato alla sua fonetica quella lucana precedente. Rifare questo processo di adattamento è forse possibile, almeno in parte, attraverso un esame monografico dei singoli toponimi. Può darsi che ulteriori scavi, di cui abbiamo vivo bisogno, contribuiscano ad un processo di chiarificazione. Parve a chi scrive che un’esposizione globale dei nomi di luogo di una zona appartata e geograficamente definibile come il Cilento potesse servire quale primo orientamento. Questo studio non ha infatti altro scopo che quello di segnalare problemi che archeologi e linguisti dovranno affrontare, ognuno coi propri mezzi.”.

Tra il 14 e il 23 d.C., Strabone scrive la “Geographia” e ci parla di Pixo

Da Wikipedia leggiamo che la Geografia (in greco antico: Γεωγραφικά?, Gheographiká) è un’opera in diciassette libri di argomento storico-geografico, scritta in lingua greca dall’erudito greco Strabone, la cui composizione è databile tra il 14 e il 23 d.C. Tramandata nella quasi totale interezza – con la sola eccezione di qualche lacuna nella parte finale del settimo libro – la Geografia è anche l’unica opera di questo autore che ci sia pervenuta. Si conosce, infatti, l’esistenza di una sua precedente trattazione di argomento storico, la cui stesura intendeva colmare le lacune temporali precedenti e, soprattutto, successive all’arco temporale coperto dall’opera di Polibio; ma di questa estesa composizione, i Commentari storici (Ἰστορικὰ ὑπομνήματα), articolata probabilmente in ben 47 libri, non ci è pervenuto altro che il frammento papiraceo Vogliano 46, conservato presso l’Università degli Studi di Milano, a cui sono da aggiungere brevi e frammentarie citazioni riportate da lui stesso o da altri autori, in particolar modo da Flavio Giuseppe. Biagio Cappelli (…), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Riguardo i testi citati dal Cappelli nella nota (39) si tratta di: Strabone (…) e la sua ‘Geographia’. Il testo di Strabone (…)(Strabonis), lo troviamo “volgarizzato” (come scriveva il Gaetani (…), ovvero tradotto dal greco, in Francesco Ambrosoli (…), nel suo ‘Collane degli antichi storici greci volgarizzati‘, su Strabone, vedi vol. III, p. 95. Strabone è stato un noto geografo. Strabone (in greco antico: Στράβων, Strábōn; in latino: Strabo; Amasea, ante 60 a.C. – Amasea ?, tra il 21 e il 24 d.C.) è stato un geografo, storico e filosofo greco antico. La ‘Geografia‘ (Γεωγραφικά) in 17 libri inizia con un’introduzione, nei libri I e II, in cui Strabone vuole dimostrare che Eratostene ha avuto torto a invalidare l’opera di Omero dal punto di vista geografico. I libri dal III al X descrivono l’Europa, e più in particolare la Grecia antica (libri VIII-X), mentre i libri dall’XI al XVI descrivono l’Asia Minore e il libro XVII si occupa dell’Africa (Egitto e Libia). Se la sua opera, che è il trattato geografico più ampio dell’antichità, riprende talvolta testi di diversi secoli più antichi del suo, tuttavia la sua conoscenza del diritto romano applicato nelle varie città ne fa una fonte essenziale per la conoscenza dell’inizio della romanizzazione in Gallia e nella Penisola iberica, che mostra, soprattutto nei libri III e IV, come a seguito dell’acculturazione graduale delle popolazioni, si stesse sviluppando in queste regioni una nuova, specifica cultura. A differenza della geografia tolemaica, improntata su uno studio ed una analisi più rigidamente matematiche, la Geografia di Strabone presenta un impianto più storico-antropologico. Strabone ci parla del promontorio di Palinuro nel libro VI della sua “Geographia”. L’opera di Strabone (…), il testo di Strabone (…)(Strabonis), lo troviamo “volgarizzato” (come scriveva il Gaetani (…), ovvero tradotto dal greco, in Francesco Ambrosoli (…), nel suo ‘Collane degli antichi storici greci volgarizzati‘, su Strabone, vedi vol. III, pp. 93-94. Mario Napoli (…), nel suo capitolo “Il territorio di Velia e Palinuro”, a p. 165 ci parla di Pixous: “Da questo momento passerà a discorrere, con passaggio improvviso, che gli è comune, di Pixus e delle città lungo la costa. Sembra quindi evidente che per Strabone, Palinuro faccia parte del territorio di Velia”. Il Napoli, a p. 169 continua il suo racconto nel capitolo: “Da Pixunte a Reggio”, e scriveva che: “Vediamo, però, cosa ci dice Strabone: “Dopo Palinuro la rocca, il porto e il fiume Pyxus; unico, infatti, è il nome di tutti e tre. La popolò Micito, il signore di Messene in Sicilia, ma gli abitanti andarono via di nuovo, tranne pochi. Dopo Pyxus un altro golfo e il fiume e la città di Laos, ultima tra le città lucane, poco elevata sul mare, colonia di Sibari a 400 stadi da Elea. Tutta la costa della Lucania è lunga 650 stadi. A breve distanza (da Laos) vi è l’heroon di Draconte, uno dei compagni di Odisseo, per il quale gli Italioti ebbero questo oracolo. “Molta gente perirà un giorno presso Draconte di Laos”. E, infatti, ingannati dall’oracolo, dopo aver combattuto contro Laos i Greci d’Italia, subirono una cattiva sorte da parte dei Lucani. (VI, 1). Queste, dunque, sono le terre dei Lucani lungo la costa tirrenica. (VI, 2). I Brettii tengono il tratto di costa successivo sino allo Stretto di Sicilia, per una distanza complessiva di 1350 stadi. (VI, 4). Prima città dei Brettii dopo Laos è Temesa, fondata dagli Ausoni etc…”. Ecco ciò che scrisse il geografo Strabone secondo la traduzione di Mario Napoli. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “L’antica Bussento – oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale”, a p. 11, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: Il viaggiatore di Amasia, che dall’Armenia descrisse insino ai confini della Tirrenia posti dirimpetto alla Sardegna e mosse dall’Eusino a quelli dell’Etiopia, il geografo Strabone, l’autorità del quale in tel genere di cose è superiore ad ogni altra, chiaramente determina il Bussento così: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi” (segue trascrizione del testo in greco) (9). “Μετα δε Παλιονουρον Πυξους αχρα, χαι λιμην, χαι τοταμος. εν γαρ των τριων ονομα. ωχχσε δε Μιχυθος, ο Μεσσηνης αρχων της εν Σιχελια, παλιν δ απηραν οι ιδρυθεντες πλην ολιγων.”. Si ponga ben mente che il greco scrittore, qui nell’assegnare i confini della Lucania marittima discende dall’occidente all’oriente; dalle foci del Silari vien giù a Poseidonia, all’Isola di Leucosia, al golfo Posidonate, a Velia; ed all’oriente, “appresso, al tergo, dietro” (nel passaggio da un luogo ad un altro, questo significato ha la particella greca ……, usata nel testo) dopo il promontorio, che dal timoniere di Enea “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”, egli il geografo, ritrova il promontorio ‘Pixo’ (μετα Παλινουρον Πυξους ), il porto ( χαι λιμην ), ed il fiume (χαι ποταμος ), tutti e tre luoghi omonimi (εν γαρ των τριων ονομα ); etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc….”, a p. 49, in proposito scriveva che: “Parallelamente fiorirono le industrie locali: le saline (49), la salgione dei pesci (tonni, alici)(50), la preparazione del locale gustoso garum e di odorosi unguenti dai fiori che la provvida natura vi profondeva.”. Ebner, a p. 49, nella nota (48) postillava che: “(48) Svet., Claudio, 18”. Ebner, a p. 50, nella nota (49) postillava che: “(49) Già in età greca erano stati utilizzati i dislivelli lacunari a nord e a nord-ovest della città per allogarvi le saline. Il prezioso sale, trasportato nell’interno atraverso l’omonima strada, costituì fino ad epoca tarda uno dei più preziosi mezzi di scambio con le popolazioni della Valle del Tanagro.”. Ebner, a p. 50, nella nota (50) postillava che: “(50) Ne è notizia in Strabone, VI, 252 c. Tonni delle tonnare di Palinuro; le alici, ad Ascea, ancora qualche anno fa erano dovunque richieste. Oltre la salatura dei pesci, a Velia era sviluppata anche l’industria della concia dei cuoi. Un’industria tradizionale e praticata fino ai primi del corrente secolo. Velia esportava ancora vino e olio anche in Etruria. RSS 1965, p. 37 sgg. Per gli attivissimi rapporti commerciali Paestum-Velia, v. “Studi Lucani”, I, 3 RIN 1966, p. 9 sgg. e 1970 p. 19 sgg.”.

LE ISOLE ENOTRIDI DAVANTI LA CITTA’ DI ELEA (VELIA)

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 727 parlando di Velia riferendosi ai saggi esplorativi di Mario Napoli, in proposito scriveva che: “…Si tornò sul pianoro del versante settentrionale della collina, a cercare, con altri tratti di mura, la via che avrebbe dovuto attraversare la supposta porta a nord della città. Apparvero le tracce di una strada extra urbana in rapido pendio che portava al vicino rotondo porto alla foce del Palistro; strada che doveva proseguire anche per quello più lontano, alla foce dell’Alento, sul versante occidentale della Tempa Malconsiglio – innanzi gli Enotridi, gli isolotti che per Plinio ‘argumentum possessse ad Oenotriis Italiae (39) – , sulla quale l’aereofotografia aveva mostrato l’esistenza di una necropoli spiegabile solo se di tipo misenate. Lì il secondo porto sicuro, perchè anch’esso protetto dai forti venti meridionali, che Cicerone disse lontano tremila passi dalla città e dove vide alla fonda la nave di Verre onusta di preda siciliana (40).”. Ebner, a p. 727, nella nota (39) postillava: “(39) Plinio, N. H., 17. 8.5. Sui porti velini: Virgilio, Enerid., VI, 366.”. Ebner, a p. 727, nella nota (40) postillava: “(40) Cicerone, Ad. Famil., XVI 7; In Verrem, III.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, p. 527 parlando di Ascea, in proposito scriveva che: “Non è da escludere, piuttosto, che il toponimo derivi da “Isacia”, una delle due isole (Enotridi) ricordate da Strabone e da Plinio (3) che erano nel seno velino, poi sommerse dal succedersi delle alluvioni che hanno spostato la foce dell’Alento a oltre tre km. dal porto, dove Cicerone vide la nave di Verre colma di prede siciliane (4).”. Ebner, nel vol. I, a p. 527, nella nota (3) postillava: “(3) Strabone, VI, 1,1 C 252. Plinio, N. H. III, 85: ‘Contra Veliam Pontia et Isacia utraeque uno nomine Oenotrides, argumentum possessae ab Oenotriis Italiae’.”. Ebner, nel vol. I, a p. 527, nella nota (4) postillava: “(4) Cicerone, II, 5. 44: ‘haec navis onusta praeda Siciliensi (….) Eam navem egomet vidi Veliae…’.”.  Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 34-35, in proposito scriveva che: “Di fronte a Velia e alla foce dell’Alento la tradizione letteraria ricorda due isolotti (‘Oenotrides insules’): Pontia e Isacia, ambedue provvisti di porti (4). Secondo i topografi Ponzia è riconoscibile in uno scoglio sottomarino 3 km. a sud di Velia e Isacia è localizzata 5 km. a sud di Velia, all’altezza di Ascea (5).”. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (4) postillava: (4) Cfr. Strabone, VI, 252: “Ελεατις αι Οινωτριδες νησοι δυο, υφορμους εχουσαι; Plinio, III, 7, 85: “contra Veliam Pontia et Isacia, utraeque uno nomine Oenotrides, argumentum possessae ab Oenotris Italiae”.”. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Corcia, o. c., III, p. 54 e Nissen, o. c., II, p. 897.”. Mario Napoli (…), nel suo capitolo “Il territorio di Velia e Palinuro”, a p. 165 ci parla di Virgilio e di Palinuro: “Infatti, Strabone dice, dopo di aver narrato l’episodio della fondazione, che “la città dista da Posidonia 200 stadi. Dopo Elea è il promontorio di Palinuro. Di fronte al territorio di Elea ( προς του ‘Ελεατιδος ) le due isole Enotridi, fornite di ancoraggi”. E’ proprio questo il programmato modo di procedere di Strabone nella sua descrizioone dei luoghi: infatti, egli prima prima parla di un tratto di costa geograficamente e politicamente definito, e poi ricorda le isole che si trovano di fronte a questo tratto di costa. Nel caso in esame ha prima chiuso il suo discorso sulla costa velina, comprendendovi Palinuro, e poi ha fatto cenno alle isole Enotridi;…”.

ENOTRI

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ed è significativo appunto che quello era il paese del vino o delle viti. Ed è verisimile che quando i coloni greci vennero nella nostra penisola, vi abbiano trovato il popolo degli Enotri e che quindi siano riusciti ad assoggettarlo nelle regioni costiere ove sorse la Magna Grecia. Erano gli Enotri, non v’è dubbio della stirpe che noi chiamiamo italica, e quindi parenti degli Ausoni e degli Opici (1); e non sappiamo se la tradizione latina che li metteva in relazione con i Sabini, i quali nel loro nume progenitore Sabus vedevano il coltivatore di viti o il vendemmiatore, non riflettesse una originaria affinità con quella gente da cui, come si è visto, si facevano derivare i Sanniti. Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Ed. Meyer ‘Gsch. d. Alt. II p. 494”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969 e poi ristampato nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, a p. 89, nel suo capitolo dedicato a “Popolazioni italiche all’arrivo dei Greci”, in proposito scriveva che: “E’ proprio degli Enotri che si può, forse, cominciare a tracciare un tentativo di ricostruzione storica, con l’ausilio delle recenti indagini archeologiche. Un’ampia regione, che ha come confini orientali il Bradano e settentrionali l’Ofanto, e che si estende sino al mare Jonio e al Tirreno, all’incirca coincidente con i confini normalmente assegnati all’Enotria, presenta, a partire dalla fine del nono o i principi dell’ottevo secolo avanti Cristo, un aspetto culturale molto omogeneo, caratterizzato da una ceramica geometrica tutta particolare, aspetto culturale che, da un particolare motivo decorativo della ceramica, chiamiamo ‘decorazione a tenda’. Vedremo meglio quest’area quando discorreremo delle regioni interne della Magna Grecia; segnaliamo per ora che i rinvenimenti di Cancellara, Melfi, Pietragalla, Serra di Vaglio, nel potentino, di Sala Consilina, nel Vallo di Diano, di Palinuro, sul Tirreno, documentano l’unità e l’estensione del territorio enotrio.”Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, ed. Palladio, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “Alcuni storici (14) asseriscono che col termine “lucani s’intendevano più tribù di origine sannitica, inviati come coloni nell’Italia Meridionale per controllare questa regione e/o, anche, per contrapporsi, come poi fu, alla colonizzazione greca, atteso che sin dal II millennio a.C. c’erano frequentazioni micenee in questa zona per scambi commerciali”. Plinio (15) scrive che l’Italia meridionale era tenuta dai Pelasgi, dagli Enotri, dagli Itali, dai Morgeti, dai Siculi e in seguito dai Lucani nati dai Sanniti, comandati da Lucio da cui il nome. Già con questo autore latino i confini della Lucania sono più certi: dal Sele in giù con l’oppidum di Paestum, Velia, Buxentum (già Pyxous), Lao. Strabone asserisce lo stesso (16). Quest’ultimo si riferisce a Timeo, a Posidonio e ad Eratostene, il grande geografo-bibliotecario di Alessandria del secolo III a.C. Ecc…“. Il Gentile, in questo passaggio, parlando dei popoli pre-Italici o italioti, fa un richiamo ai Morgeti ed ai Siculi. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del Pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “In prosieguo, nel secolo VIII avanti l’era volgare, quivi approdarono le prime colonie Elleniche, che fondarono fiorenti e rinomate città sulle spiagge del Ionio: Sibari, Turii, Siri, Eraclea, Pandosia e Metaponto; e sulle rive del Tirreno: Posidonia, Velia, Palinuro, Molpa, Pixo e Lao, onde la regione fu denominata nobilmente Magna Grecia…….e ricordare che altri popoli, degni di nota nella storia cittadina, furono i popoli Sirini, o figli dell’antica Siri, la bella città italiota che fiorì alla destra del Sinni fra Novasiri e Rotondella, e che vuolsi fondata da alcuni profughi Troiani. Già s’è riferito nel cap. XV che la città di Siri abbia preso il nome dal fiume Siris o Sinni, e che l’etimologia originaria di questo sia derivata dalla radice sanscrita, sar, fluere, scorrere. Quando poi la città di Siri nel secolo V a.C. fu vinta e distrutta dai Tarantini, gli abitatori, cacciati dal loro territorio detto Siritide, furono costretti ad emigrare, e risalendo il corso del fiume Siri, o Sinni, vennero a chiedere ai barbari dell’Enotria qualche lembo di terra, che la fraterna gente dell”Ellade aveva loro negato…..e dal nome della madre patria furono detti Popoli Sirini, e diedero, alla loro volta, il nome al monte Sirino, attorno a cui avevano preso stanza. D’essi fa pure menzione Plinio noverandoli fra gli undici popoli Lucani. A tal proposito scrive il Corcia nella Storia delle due Sicilie (Vol. III, p. 310): “Poichè di Siri appena rimanevano le rovine ai tempi di Plinio, i Popoli Sirini, di cui parla il geografo e che dal fiume stesso si nominarono, nei primi tempi dell’Impero sono da supporre nella parte superiore del suo corso, dove forse abitarono spicciolati in villaggi, come rimane tuttavia l’antico suo nome al monte Sirino sopra di Lagonegro, nella cui parte orientale ha le fonti”. V- All’immigrazione degli Enotri, degli Elleni, e degli altri popoli minori, tenne dietro, nel VI secolo a.C. quella più numerosa e forte dei Lucani. Appartenevano questi alla razza Sabellica o Sannita o Sabina, e provenivano dal Sannio, o meglio dalle vicine sponde del Silaro o Sele. Nel distaccarsi , per cresiuta popolazione, dai padri Sanniti, presero allora il nome di Lucani, o dal loro duce Lucio o Lucilio, come riferisce Plinio, o dal vocabolo greco ………lupo, col poco leggiadro significato di terra di lupi, o dal vocabolo latino lucus, bosco, quasi terra di boschi, o, infine dall’altra parola sabellica o latina lux, luce, cioè terra posta verso la plaga del cielo, onde loro veniva la luce, o terra orientale, perchè, scrive il Racioppi, “i Lucani, mossi dalle regioni abitate dalle stirpi osco-sabelliche, per occupare le terre poste alla sinistra del fiume Silaro, vennero in un paese, che è posto appunto all’oriente delle sedi originarie, onde essi uscirono”. (Vol. I pag. 14). Di qui il motto fatidico di Strabone, quasi simbolo di civiltà e di progresso: ‘Non a Lucio, sed a luce!’. “Allorchè i Sanniti – scrive il barone Antonini nell’opera succitata – per alleggerire di gente il loro paese mandarono i propri figliuoli in questa regione, la trovarono abitata dagli Enotri, da altri Greci e dai Coni, onde furon costretti, con lunga guerra, da essa cacciarli”. E infatti, come gli Enotri avevano respinto a sud i Siculi, sovrapponendosi ad essi, come i lucani, più valorosi, forti e audaci, soggiogarono e respinsero gli Enotri, estendendo rapidamente le loro conquiste fino all’estremo della penisola, fin nel paese dei Bruzii, donde, in seguito dovettero ritirarsi.”.  Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 274 e ssg., nel cap. “I popoli che i greci trovarono nell’Italia meridioale”, in proposito scriveva che: “I. Nella religione e nella mitologia dei coloni greci non si riscontrano che tracce assai tenui della civiltà dei popoli che li precedettero nelle religioni costiere dell’Italia Meridionale; e di codeste vestigia ci siamo via via occupati di proposito nel corso del nostro lavoro. Qui possiamo che riassumere e coordinare il già detto. Il popolo Illirico che, col nome comprensivo di Iapigio, occupava, intorno al 700 a.C., tutta la regione ad oriente del Bradano ecc…3. Ma ecco che, a sud di Crotone le cose cambiano nuovamente aspetto e si ripete uno stato di fatto quasi identico a quello da noi osservato sulle coste apule e salentine. Dopo la fondazione di Crotone, sembra che i coloni greci non vogliano spingersi più a sud, nel Bruzio. Ecc…Chi era dunque codesti barbari, fieri avversari dei Greci, dai quali del resto profondamente differivano per costumi e per istituzioni ? Le poche fonti che ricordano gli abitanti di quell’estremo lembo della penisola, li chiamano Siculi (Thuc. VI, 2, 4; Polyb., XII 5, 10; Polyaen., XII 6) o Itali, ed ascrivono loro origine enotrica (Ant. apd. Dionys. Halic. I 12); e i moderni studiosi non credono si debba negare  del tutto fede a queste notizie, e ammettono in generale che la gente enotrica (di stirpe della Lucania e del Bruzio (Mayer, II 494; Pais, p. 34 sgg.; De Sanctis, I 98. 108) che, oltrepassato lo stretto di Messina, avevano dato anche alla Sicilia la sua popolazione italica (Pais, p. 49. 390; Busolt, I(2) 405; Orsi, Saggi Beloch (Roma 1910), p. 155 sgg.: alquanto diversamente Mayer, Apulien, p. 329 sgg.)(1). Noi per altro, studiando le vestigia che questa gente ha lasciato della sua civiltà fra i coloni greci venuti ad abitare nel Bruzio meridionale, vi abbiamo sorpreso elementi che contrastano notevolmente con quanto conosciamo della cultura degli ario-italici ecc…Di fronte a ciò, non resta che ammettere che le popolazioni enotriche, venute a stabilirsi nell’estremità sud-occidentale dell’Italia, abbiano ivi appreso a praticare istituzioni e costumanze proprie delle genti pre-arie che abitavano quella regione (2). Sulla stirpe di questo popolo pre-italico del Bruzio meridionale è inutile per noi indagare; giacchè la notizia di Filisto (apd. Dionys. Halic. I 22; cfr. Sil. Ital., XIV 37), secondo la quale i Siculi cacciati dall’Italia erano affini ai Liguri, non riceve dalle odierne ricerche altro appoggio all’infuori di quello, certamente non decisivo, di alcuni riscontri toponomastici (letteratura del Pais, p. 56, n. 4; cfr. p. 73. 492 sgg.; cfr. De Sanctis, I 61 sgg 66). E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII  ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo – a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 3 e ssg. nel cap. I: “Degli antichi Abitatori della Lucania etc…”, in proposito scriveva che: “Questa contrada d’Italia, che per avviso di Pomponio Mela (b), e di Strabone (c), estendevano il loro Imperio dal Promontorio di Minerva fino a Metaponto alle sponde del mar Ionio, fu felicemente negli antichi Secoli dagli Enotrj dominata, Popoli che traevano l’origine dall’Arcadia: Vennero costoro sotto la condotta di Enotro ultimo figlio di Licaone Re di quel Regno, il quale non per desio di gloria, ma per ambizione di signoria, su ben corredate navi qui si condusse, come per testimonio di Pausania (a), ed occupando alla prima questa Regione estese in appresso il suo dominio in molti luoghi d’Italia, che dall’Imperio di tal principe nominossi Enotria, discacciandone gli antichi abitatori detti Sicoli, ed Aborigeni, gente d’incognita origine, senza legge, ed all’intutto selvaggia, come avvisarono Alicarnasseo (b), Sallustio (c), e Cajo Sempronio (d). Ma la felicità degli Enotrj, che cinquecento-cinquanta anni prima delle Trojane sventure avean quivi per più Secoli tranquillamente regnato, venne disturbata da’ Sanniti, Gente feroce, e guerriera, che condotti sotto le bandiere di Lucio lor Capitano, …..che ora avanti Lucani chiameremo etc…”. Il Gatta, a p. 3, nella nota (a) postillava: “(a) Paus. “Natt minimus Aenotrus, pecunia, et viris a fratre Nyctimo acceptis in Italiam transmigravit, a quo fuit Terra de Regis nomine Aenotria vocitata, atque haec prima a Graecis Colonia deducta.”.”. Il Gatta, a p. 3, nella nota (b) postillava: “(b) Halicarnas. Primi omnium meoriae mandatum Barbari quidem fuerunt, Gens indigna, Siculi dicti, multa quoque Italiae loca obtinentes, quorum non pauca, nec obscura monumenta usque ad haec tempora permanserunt.”. Il Gatta, a p. 3, nella nota (c) postillava: “(c) Salust. in Catilin. Genus hominum agreste, fine legibus, fine imperio, liberum atque solotum.”. Il Gatta, a p. 3, nella nota (d) postillava: “(d) Cajo Sempronio nella descrizione d’Italia, parlando di questa Regione espresse: Primieramente la tennero gli Ausoni, indi gli Aborigeni Greci, dopo Enotro Arcade, da quali chiamavasi Magna Grecia, e ‘l medesimo; da Velia a Silare fiume abitavano i Lucani da Lucio de’ Sanniti Principe nominati.”. Il Gatta, a p. 4, nella nota (a) postillava: “(a) Strab. al lib. 6 facendo parola della giurisdizione degli Enotri esprime: Chones, et Aenotri loca ipsa colebant, cum autem res Sannitica eo magnitudinis venisset, ut et Chonos, et Aenotrios ejecissent, Lucanos eam in partem Samnites Colonos deduxerunt. Qual conquista è facile avvenisse prima della Olimpiade XLVIII. imperocchè presso Laerzio vi è memoria che insegnando Pitagora in Metaponto, i Lucani frequentavano la di lui scuola: Adibant illum disciplina, studiorumque caussa Lucani.”. Da Wikipedia leggiamo che l’Arcadia (in greco antico: Ἀρκαδία?, Arkadía) è una regione storica dell’antica Grecia, corrispondente al Peloponneso centrale e avente come capitale Tripoli. Prende il nome da Arcade, personaggio mitologico. Dunque, secondo il Gatta, gli Enotri, ed il re Enotrio proveniva dal Peloponneso. Il Gatta scriveva che gli Enotri furono conquistati dai Sanniti (che chiama anche Lucani). I Lucani sopraffassero le città magno-greche della costa Tirrenica e Ionica. Secondo il Gatta, gli Enotri provenienti dalla Grecia conquistarono le popolazioni dei Siculi. Essi vennero in Italia, ivi condotto da Enotro, ultimo figlio del re Licaone. Da Wikipedia leggiamo che Licaone (in greco antico: Λυκάων?, Lykáōn) è un personaggio della mitologia greca. Fu sovrano dell’Arcadia e fu ritenuto in quasi tutte le versioni del mito come un uomo empio. Licaone fu padre ditantissimi figli tra cui l’ultimo Enotro. Enotro (in greco antico: Οἴνωτρος?, Oínotros) è un personaggio della mitologia greca. Si trasferi nel sud dell’Italia e divenne eponimo dell’Enotria (1). Fu il più giovane dei figli di Licaone ed insoddisfatto a causa della divisione del Peloponneso tra i suoi cinquanta fratelli, chiese al fratello Nittimo uomini e denaro e si trasferì nel sud dell’Italia assieme al fratello Peucezio. Secondo le tradizioni greca e romana, questa fu la prima spedizione dalla Grecia per fondare una colonia ed avvenne molto prima della guerra di Troia ed il successivo viaggio di Enea. È considerato l’eponimo di Oenotria (in greco: Οἰνωτρία), dando il suo nome alle zone meridionali della penisola italiana ed agli Enotri. La nota (1) postilla di  (EN) Pausania il Periegeta, Periegesi della Grecia, VIII, 3.5. e, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 9.11 (LacusCurtius). Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc..”, a p. 9, nella nota (2), in proposito scriveva che: “(2) Informa Dionisio (I, 12, I) che Enotro, occupate le coste occidentali d’Italia, avesse elevato centri piccoli e fortificati sempre tra i monti.”. Alfonso Mele (…), invece cita lo scrittore Antioco di Siracusa. Dionigi di Alicarnasso basandosi sullo scritto di Antioco. Figlio di Senofane, è stato il primo storico della Sicilia greca, e secondo diversi storici fu anche il primo storico dell’Occidente greco. Scrisse in dialetto ionico. Gli si attribuiscono le prime opere che raccontano le vicende fondative e leggendarie della Sicilia e dell’Italia, a noi note unicamente in quanto citate da autori posteriori. È opinione diffusa e accettata il considerare che lo storico ateniese Tucidide, nello scrivere le più antiche notizie relative alle fondazioni della Sicilia nella sua Guerra del Peloponneso, abbia attinto alle opere di Antioco. Alfonso Mele (….), nel suo “Le popolazioni dell’Arcaia Itaìa”, a p. 167, in proposito scriveva: “Archaia Italìa era stata secondo Antioco (1) e Strabone (2), l’Oinotrìa, a partire dal Sele e fino al Bradano: Enotri, dunque, gli abitanti. L’insieme di queste popolazioni è stato già da noi preso in considerazione nei due volumi Il mondo enotrio tra VI e V secolo a.C. (3) Tornare sul tema oggi obbliga a tener conto di quanto la ricerca archeologica è venuta ancora a precisare e del dibattito che ne è seguito sul valore da attribuire alle varie fonti e all’insieme  della documentazione oggi disponibile.”. Il Mele, a p. 167, nella nota (1) postillava: “Antioc., FGrHist 555, frr. 2, 6, 9”. Il Mele, a p. 169, in proposito scriveva: “Gli Enotri, nella documentazione che ne è rimasta, rappresentano quella parte del mondo italico connessa col racconto della nascita e della storia delle colonie elleniche della Magna Grecia, tramontata quest’ultima tra la fine del VI e la prima metà del V sec. a.C., con l’emergere delle popolazioni osche, Campani, Sanniti, Lucani, Brettii (11). Sul loro conto il conforto delle fonti archeologiche, epigrafiche e numismatiche, letterarie non manca del tutto e rende comunque conto della percezione di tali realtà che le varie città greche, a contatto con quei contesti, dovevano per forza possedere. L’Oinotrìa, secondo Antioco, comprendeva tutto un insieme di popolazioni, distribuite nello spazio che andava dal fiume Sele e da Poseidonia fino a Metaponto e al golfo di Taranto (12); esse erano, dunque, quelle incontrate, al momento del loro insediamento in Italia meridionale, dagli Achei così come dai Locresi e dai Calcidesi di Reggio. La loro presenza in quest’area è confermata nella Lucania, per Elea, nella Calabria tirrenica e nel Reggino, sulla costa ionica, per tutto lo spazio dalla Locride e dalla Crotoniatide fino alla Sibaritide, alla Siritide e al Metapontino. L’area è quella dell’antica Italìa, intesa come terra di Oinotroi e, quindi, corrispondente all’Oinotrìa (13). Al suo interno appaiono, nello stesso Antioco, articolazioni, come Ausoni, Siculi, Morgeti e Choni: è chiaro, dunque, che Oinotrìa è una definizione comprensiva di diverse realtà locali, le quali tutte confluivano nell’unica definizione di Enotri (14). Su questa stessa linea si muove anche Aristotele che nello spazio dell’Oinotrìa-Italìa colloca, da un lato, Ausoni/Opici, dall’altro, Choni (15). Indizio primo di questa articolazione è l’archeologia dell’Italia così come queste stesse fonti, Antioco e Aristotele, la ricostruiscono. L’Oinotrìa resa Italìa da Italo, si limitò dapprima alla Brettia meridionale, la punta dello stivale, fino all’altezza dell’istmo tra i due golfi Napetino/Lametino e Scilletico (16); a questo primo nucleo se ne aggiunse un secondo, la Chone o Chonia (17), costituito dalla paralia a N del golfo Scilletico e fino a Metaponto. Questa seconda Italìa, pure opera di Italo, una volta che, secondo Antioco, le sia stata sottratta Taranto (18), in quanto comprendente il più delle colonie greche d’Italia, coincideva con la cd. Megale Hellas (19) ed era perciò nel suo insieme il prevalente e vero oggetto dell’interesse dello storico siracusano (20). Un’ulteriore espansione si era poi verificata ad opera del successore di Italo, Morgete, presso cui da Roma era venuto anche Sikelos: il confine dell’Italìa si era allora esteso dal Sele al Bradano, lungo l’istmo, dal golfo di Poseidonia a quello di Taranto (21). Quest’Oinotrìa-Italìa, stratificata, dunque, già nella sua versione originaria, si disarticola ulteriormente se rapportata alle altre, coeve o posteriori, notizie delle altre fonti. Un primo problema è quello posto dagli Ausoni. Antioco ignora il problema, distinguendo all’interno del blocco enotrio, accanto a Italietes, la creatura originata da Italo, solo Morgeti, Siculi e Choni (22). Ma a S di Laos e, dunque, all’interno della seconda Italìa enotria (23), Temesa restava enotria per gli scoliasti odissaici, mentre per gli Achei era fondazione degli Ausoni (24). Etc…”. Carlo Battisti (…) diceva, tra l’altro: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi.”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”.

I CONI

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 180 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Il nostro Falcone riferisce che “tuttochè siano trascorsi più di due mila anni, a questi abitatori di Nerulo è rimasta fissa la tradizione continuata e non interrotta, che i fondatori di questa patria furono alcuni fuggitivi o banditi” – che egli suppone provenienti dalla distrutta Velia, ovvero dai Coni, i quali erano pure quivi accasati assieme con gli Enotri. Noi non possiamo andare tanto oltre, poichè, fuori della sufferita ragione filologica, nessuna altra guida abbiamo nel tenebroso cammino circa la fondazione e la denominazione dell’antico Nerulo.”. Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – appunti di Storia e Geologia”, ed. Galzerano, a p. 22 parlando degli Enotri, in proposito diceva: “Alle considerazioni di Antonini bisogna aggiungere che, a quei tempo, nel Cilento si stanziarono i Coni, che erano coloni greci di origine achea sbarcati in Puglia dopo la guerra di Troia e penetrati all’interno dell’Italia meridionale. Ancora oggi moltissimi abitanti di Sicilì e di Morigerati portano il nome di Cono e, per quanto più recente dominazione bizantina abbia introdotto nel nostro territorio altri nuovi nomi di origine greca, è indiscutibile che il nome Cono costituisce l’estrema vestigia di quelle ben più lontane presenze umane.”. Il Pesce riferisce dei Coni, e fa riferimento alla colonia magno-greca di Velia. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 718, in proposito scriveva che: “…che, gli scavi odierni hanno confermato, di un abitato preesistente all’arrivo degli esuli Ioni di Focea…..Tutto lascia credere che sulle rive di quelle insenature già in età tardo-micenea fossero approdati spericolati navigli egei giunti in Italia “a cercar metalli”(15) e minerali preziosi, come l’allume.”. Il Magaldi, a p. 719, nella nota (15) postillava: “(15) P. Ebner, Il mercato dei metalli, cit., p. 111 sgg.”. Alfonso Mele (….), nel suo “Le popolazioni dell’Arcaia Itaìa”, a p. 169, in proposito scriveva: “Su questa stessa linea si muove anche Aristotele che nello spazio dell’Oinotrìa-Italìa colloca, da un lato, Ausoni/Opici, dall’altro, Choni (15).”. Il Mele, a p. 169, nella nota (15) postillava: “(15) Arist., Pol. 1329, B 8-23”. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 3 e ssg. nel cap. I: “Degli antichi Abitatori della Lucania etc…”, nella nota (d) postillava: “(d) Cajo Sempronio nella descrizione d’Italia, parlando di questa Regione espresse: Primieramente la tennero gli Ausoni, indi gli Aborigeni Greci, dopo Enotro Arcade, da quali chiamavasi Magna Grecia, e ‘l medesimo; da Velia a Silare fiume abitavano i Lucani da Lucio de’ Sanniti Principe nominati.”. Si tratta di Gaio Sempronio (….), e la sua “Descrittione dell’Italia”. Il Gatta, a p. 4, nella nota (a) postillava: “(a) Strab. al lib. 6 facendo parola della giurisdizione degli Enotri esprime: Chones, et Aenotri loca ipsa colebant, cum autem res Sannitica eo magnitudinis venisset, ut et Chonos, et Aenotrios ejecissent, Lucanos eam in partem Samnites Colonos deduxerunt. Qual conquista è facile avvenisse prima della Olimpiade XLVIII. imperocchè presso Laerzio vi è memoria che insegnando Pitagora in metaponto, i Lucani frequentavano la di lui scuola: Adibant illum disciplina, studiorumque caussa Lucani.”. Da Wikipedia legiamo che i Choni (o Coni o Caoni o Kanes) sono un’antica popolazione italica considerata una variante etnica degli Enotri, la popolazione che i coloni greci incontrano nell’Italia meridionale durante la seconda colonizzazione greca avvenuta nel VIII sec. a.C. Antioco indica che nell’ambito della popolazione enotrica, i Choni hanno un’identità ed un ordinamento proprio, non derivante dalla disarticolazione del mondo italo-enotrio verificatasi una volta avvenuta la successione di Morgete a Italo, come avvenuto con i Morgeti ed i Siculi (1). Questa specificità dell’ethnos emerge anche dalle altre testimonianze su di essi. Le fonti achee facevano risalire all’acheo-ftiota Filottete, reduce da Troia, la nascita dell’ethnos. Nella Siritide si parlava per loro di origini o commistioni con i Troiani. Necessita, dunque, anche in questo caso, distinguere dagli Oinotroi propriamente detti, una popolazione semplicemente enotria e con una sua autonoma storia (1). I Choni occuparono un’ampia area della Calabria ionica settentrionale, da Metaponto fino a Crotone (2), e si caratterizzarono per una cultura funeraria che vede inumare i propri cari non distesi supini con le gambe leggermente flesse, ma rannicchiati su di un fianco, secondo l’uso dei loro vicini della Puglia, gli Iapigi, oltre che della presenza di enchytrismoi anche in area di abitato (3). L’origine dei Choni viene riconosciuta dalle tradizioni storico-letterarie nell’orizzonte leggendario dei contatti con il mondo egeo-miceneo che rinviare le narrazioni mitiche dei « ritorni » di eroi greci dalla spedizione contro Troia, che avrebbero fondato nelle regioni chonio-enotrie diverse città, come Nestore a Metaponto o Epeo a Lagarìa o Filottete a Chone, Krimisa, Petelia, Makalla (4). In seguito alla fondazione e sviluppo delle colonie magno-greche dall’VIII sec. a.C. i Choni perdono progressivamente la propria identità «indigena», condizionata progressivamente dal processo di acculturazione e di ricezione dei modelli culturali di matrice ellenica. Dalla prima metà del V secolo a.C., l’adozione di modelli e pratiche religiose elleniche, attestata archeologicamente, con evidenti ricadute in ambito sociopolitico, conclude il processo di integrazione culturale avviato diversi secoli prima (5).

NECROPOLI DI ROCCAGLORIOSA

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di  una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Fu la studiosa transalpina Juliette de la Geniere che per prima, oltre trent’anni or sono, effettuò una prima ricognizione di tutta la zona alla ricerca di antichi abitati indigeni databili dal VI al V secolo a.C. (3). Lungo l’antico percorso carovaniero che in epoca arcaica unica il sudovest del Vallo di Diano col Tirreno meridionale la ricercatrice francese riconobbe il sito di tre probabili abitati indigeni di notevole funzione strategica: di Sontia nell’alta Valle del Bussento, del monte San Michele (a sud di Caselle) nel medio corso, di Roccagloriosa nell’ultimo tratto. La groppa di Sanza apparve alla studiosa come “il luogo più favorevole”(4) per un insediamento a guardia del trivio carovaniero (a sudovest dell’abitato, infatti, la carovaniera proveniente dal Vallo meridionale attraverso la piana del Lago subiva un’importante diramazione: piegava a sud per Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum, ad ovest per Molpa e Palinuro attraverso Rofrano Vetere e lungo il corso del Faraone/Mingardo)(5); del secondo abitato dopo quello di Sontia, che, secondo la de La Geniere, doveva sorgere sul monte San Michele “dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri”, furono rinvenuti molti frammenti di tegole d’epoca ellenistica (6); del terzo, infine, precisato sulla cresta rocciosa, lunga due chilometri da nord a sud, tra gli attuali paesi di Castel Ruggero e Roccagloriosa” (7), la studiosa raccolse pezzi di tegole antiche e frammenti di vasi a vernice nera risalenti alla fine del VI o al principio del V sec. a.C., ed altri ancora d’epoca ellenistica. Se questa è la situazione, in epoca arcaica il centro indigeno del San Michele costituì allora il primo nucleo abitato della zona, anteriore sia al centro lucano di ‘Laurelli’ sia, ovviamente, a quello medioevale dell’attuale Caselle in Pittari. Probabile testimonianza dell’abitato arcaico sono alcuni nuraghi in miniatura – sfuggiti all’indagine della studiosa transalpina – che – sorgono sulla sommità del San Michele: tumuli di pietre grezze riproducenti ambienti angusti in cui, forse, si seppelivano i defunti in posizione rannicchiata. Bel tre villaggi, dunque, tutti in posizione strategica, a difesa d’un perscorso carovaniero non lungo ma certo vitale per la sopravvivenza delle popolazioni dell’entroterra bussentino e del Vallo di Diano. Da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum le carovane risalivano il corso del Bussento attuando la prima tappa a Roccagloriosa (il centro che, secondo Mario Napoli, era il più accreditato non solo per difendere l’ingresso della Valle del Mingardo e del Bussento ma anche per essere centro di raccolta e di scambio delle merci )(8), dove trovavano un’importante  diramazione: procedevano verso nord lungo il corso del Faraone in direzione di Rofrano Vetere e della Croce di Pruno (passaggio obbligato per immettersi nella Valle del Calore)(9), piegava ad est verso la confluenza dello Sciarapotamo (ξηροποταμòσ, xeropotamòs, fiume secco) e di Vallone Grande nel Bussento risorto sotto Morigerati. Questo secondo percorso nel primo tratto doveva essere controllato e difeso dall’abitato del San Michele. E’ probabile ad ogni modo chea sudovest dell’attuale Caselle, più o meno all’altezza della contrada Laurelli, il tratturo subisse un’altra diramazione: piegasse ad est per salire sul San Michele, proseguisse vero nord in direzione della contrada Caporra e del passo della Decollata per immettersi facilmente nell’agro di Sontia (10). All’ultimo abitato situato a monte della Valle del Bussento si arrivva anche risalendo il corso del fiume: a norovest del San Michele, infatti, il tratturo scendeva alle falde della groppa sopra la quale sorge Caselle (versante orientale) e attraverso le contrade Mènnola, San Nicola (o Taverna), Campi e Forche, Cicirieddo, Santo Caselle, Iomàra, Sant’Aliéno, Terreno Jòdice saliva verso quella denominata Tonniello, donde entrava nell’agro di Sontia attraversando in successione quelle di Farnetàni, Ponte Nuovo, Tempe d’Agro, Petràro, senza seguire il tracciato attuale della Statale 517 (11). La carovaniera che da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum si snodava lungo il corso del Bussento verso il Vallo, antica via del sale, difesa dai centri indigeni menzionati, dovette essere attiva sin dalla fine dell’VIII sec. a.C., quando la città di Sibari sullo Ionio cominciò a monopolizzare il commercio dei centri indigeni della costa tirrenica.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (3) postillava: “(3) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati antichi in Lucania, in “Atti e Memorie della Società Magna Grecia”, V (1964), pp. 129-140″. Il Fusco, a p. 78, nella nota (4) postillava: “(4) Ivi, p. 136”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (5) postillava: “(5) F. Fusco, Quando la storia tace etc…, op. cit., p. 182 seg.; Capitulationes et Pacta etc.., cit., p. 163”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (6) postillava: “(6) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati etc., op. cit., p. 136. Così la studiosa anotò la ricognizione: “il monte S. Michele, dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri, mi parve il più adatto per un abitato: ed infatti nel salirne il pendio ho visto quasi ovunque frammenti di tegole antiche, nessuna però anteriore all’età ellenistica. La parte superiore è un pianoro spoglio dove affiora la roccia calcarea profondamente erosa. Negl’interstizi dei massi crescono solo ciuffi di lentischi e di piante spinose; in qualche punto tuttavia un pò di terra è rimasta nel cavo della roccia ed è là che ho raccolto alcuni minuscoli frammenti di vasi ellenistici a vernice nera. Esplorando il resto della montagna verso S-O, ho trovato a più riprese pezzi di tegole antiche, tutte ellenistiche o romane. Sul sentiero, che conduce alla collina della Serra, a sud della precedente, ho trovato un piccolo frammento di vaso d’impasto, di una tecnica usata nel VII sec. a.C.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (7) postillava: “(7) Ivi.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (8) postillava: “(8) M. Napoli, Le Genti non greche della Magna Grecia, in “Atti dell’XI Convegno di Studi sulla Magna Grecia”, Taranto, 1971, p. 402: “A Rocca Gloriosa doveva affluire il materiale della costa (Pixus) e dallinterno, e qui operarsi lo scambi, la permuta, la vendita.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc.., vit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (10) postillava: “(10) Idem, Quando la storia etc.., cit., p. 186”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (11) postillava: “(11)Ivi, p. 185. Sempre alle falde orientali del colle sopra il quale sorge l’abitato di Caselle forse s’apriva un secondo tratturo che, superato il Bussento, si inoltrava verso oriente nella Valle della Bacùta in direzione del Fortino di Casaletto Spartano e della Valle del Noce.”. Da Wikipedia leggiamo che sulla collina denominata “Le Chiaie” sono stati ritrovati reperti databili all’età del Bronzo (II millennio a.C.). Testimonianze più importanti risalgono all’età del ferro (VIII-VI secolo a.C.), in cui nella zona si sviluppò un insediamento stagionale. A partire dal V secolo a.C. si sviluppò un abitato, formato da case a pianta rettangolare allungata, posate su uno zoccolo di pietra. Dal IV al III secolo a.C. si costituisce un perimetro difensivo dell’abitato, cioè una cinta muraria costruita con blocchi di calcare, che lascia all’esterno la necropoli. All’interno della cittadina così fortificata le abitazioni si dispongono in isolati rettangolari. Su un frammento di tavola bronzea rinvenuto durante gli scavi archeologici, databile al IV-III secolo a.C., è stato ritrovato uno statuto riguardante l’ordinamento istituzionali civile dell’antica cittadina, testimoniando quindi una notevole complessità della vita civile e amministrativa del popolo dei Lucani. Nel I secolo a.C., i superstiti alla distruzione di Orbitania eressero un nuovo insediamento, non lontano dal primo, su uno costone di roccia chiamato Armo. L’insediamento si chiamò Patrìzia, l’odierna Rocchetta, cittadina che visse fino al IV secolo d.C…Riguardo Roccagloriosa, nel 1968 ha scritto Padre Agatangelo Romaniello (….),  nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a p. 7 e sgg., in proposito scriveva che: “La sua storia millenaria ha origini tuttora avvolte nel mistero: in parte però si chiarifica alla luce dei popoli enotri e lucani vissuti nella zona almeno dal VI sec. a.C.. Prima di esporre le origini antiche, invitiamo il lettore di questa storia a prendere visione della ‘prima piccola storia del paese’ scolpita sulla pietra oltre un secolo fa dal canonico D. Gerardo Lombardi di Roccagloriosa, e riportata sulla terza pagina di copertina. Quella pietra si trova murata all’inizio del paese, venendo dal cimitero: è il più breve compendio di quanto dice la tradizione: che Roccagloriosa etc…Questa prima breve storia sostanziata di tradizione afferma che il paese in origine era collocato nella zona di S. Giacomo (dove attualmente si trova il cimitero). A parte che anche in quella zona bisognerebbe effettuare sondaggi di scavi e constatare la credenza tradizionale, è certo che oggi il popolo continua a chiamare quella zona “Fieste”; e molto probabilmente, quando anche nella località mingardo-busentina dominava politicamente ed economicamente la grande Sibari, quell’insediamento originario di Fieste – se esisteva – venne distrutto realmente dai Crotoniati nell’anno 510 a.C.. I primi storici, che parlarono di una città antica e sepolta dietro i Capitinali ricordata dalle tradizioni locali in Roccagloriosa, furono Lorenzo Giustiniani e Nicola Corcia (5). Nel 1964 Juliette de La Genière, in seguito ad una ricognizione locale effettuata personalmente, aveva sottolineato la potenziale importanza archeologica del sito e la sua posizione strategica sulle valli del Mingardo e del Bussento, collegata agevolmente con gli insediamenti costieri (7). Finalmente negli anni ’70 e ’80 sono iniziati e portati avanti – sia pure molto lentamente – gli scavi che hanno già dato risultati molto lusinghieri. Alcuni primi sondaggi effettuati nel 1971 da Mario Napoli, nell’ambito di un’esplorazione preliminare e superficiale della zona, avevano messo in luce alcuni tratti centrali di una cinta muraria ed un complesso di strutture su un pianoro all’esterno della parte centrale della cinta stessa, circa 150 metri ad ovest di essa (8). Etc…I principali risultati ipotetici degli scavi effettuati fino ad oggi potrebbero essere i seguenti: a) Risultano chiare tracce di insediamento primitivo dell’età del ferro. questo sia in località Carpineto (dove e stata esaminata la zona con magnetometro a protoni) e sia in altre località etc…..Prima della colonizzazione greca le popolazioni indigene tra il Sele -Mare Ionio – Stretto di Messina erano prevalentemente Enotri, di origine sannita o molto affini ai Sanniti (16). Vivevano miseramente di agricoltura e allevamento, erano esposti alle sopraffazioni etc…”. Il Romaniello, a p. 16, in diverse note postillava di: “(16) C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, p. 40. La presenza degli Enotri nella zona mingardo-bussentina è attestata anche dagli scavi di Palinuro con vasi datati al VII sec. a.C. (Cfr. A. Busignani, Il regno degli Enotri in tutt’Italia, Campania, II, Firenze-Novara 1962, p. 639.”. Si tratta di Alberto Busignani. Il Romaniello, a p. 10, nella nota (5) postillava: “(5) L. Giustiniani, Dizionario geografico – ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, voce “Roccagloriosa”. N. Corcia, Storia delle Due Sicilie, Napoli, 1847. “Roccagloriosa…., e tra questo paese e Castelruggero, rimangono i ruderi di una ignota città antica, ricordata appena da un patrio geografo (Giustiniani) meritevole delle ricerche degli archeologi”.”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, vol. VIII, a p. 56 scriveva che: “ROCCHETTA, casale di ‘Roccagloriosa’. Si vuole surto dalla distruzione di un antico paese, ch’era nelle sue vicinanze, ove a distanza di circa un miglio verso oriente ne mostrano tuttavia i suoi avanzi. Non si può accettare qual nome avesse però avuto il suddetto paese, nè tampoco l’epoca in cui venne a mancare. Se deesi prestar credenza all’Antonini (I), egli dice quando i Saraceni vennero in Lucania tra i luoghi che occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli; val quanto dice di essere stato esistente nel secolo IX: ma donde mai l’Antonini prese una tale notizia nominando la figlia, e non la madre ?. Egli è certo che Rocchetta surse nel territorio di Roccagloriosa, che ha qualche antichità, e la stessa denominazione di ‘Rocchetta’, indica essere stata posteriormente edificata. Si potrebbe soltanto credere che quelli della Rocca, si seppero così ben chiudere, e difendere, da non fare occupare il loro paese da essi ‘Saraceni’.”. Il Giustiniani a p. 56, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Part. 1 Disc. 8, p. 130. Ed. 1785”. Dunque secondo il barone Giuseppe Antonini (….), e la sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 130 e s. sosteneva che i Saraceni vennero in Lucania, essi “occuparono furono Rivello, Castelsaraceno, Armento, LA ROCCHETTA, Camerota ed Agropoli;”. Agatangelo Romaniello (….),  nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a pp. 18-19 e sgg., in proposito scriveva che: “Abbiamo già ipotizzato il nome dell’insediamento distrutto dai Crotoniati (di cui parla la ‘prima piccola storia’): “Fieste”. Invece il primo insediamento italico-enotro alle pendici dei Capitenali, che raccolse i superstiti di Fieste, riteniamo che avesse potuto avere il nome di Fistelia (nuova Fieste o piccola Fieste o gente di Fieste). Oggi il popolo chiama quella zoan “Ostritani” o “Li Stritani”, e la via che porta in quei terreni è chiamata “Fistelle” e “Finestelle”: parole derivate e distorte dal parlare dialettale e dal tempo. Né va sottaciuta la tradizione attestante che nel passato in quella zona furono trovate delle monete antiche riportanti brevi scritte osche con la immagine del bue a volto umano, del delfino con la spiga d’orzo, e della donna con i capelli sparsi. Su qualcuna di tali monete si leggeva in lettere greche la parola “Fistelia”, e su qualche altra le lettere iniziali della stessa parola “Fist” o “Ist”. Riteniamo pure che anche il secondo insediamento, quello Lucano, secondo l’ipotesi precedente, conservasse la stessa denominazione di Fistelìa. L’espressione Città di Leo ci sembra piuttosto recente, e trova il suo fondamento nel fatto che quella zona – a metà strada fra Rocchetta e Castelruggero – è denominata “Pantano di Leo” (Leo doveva essere forse un capo-tribù del primo insediamento). Infine, siccome la tradizione riporta per l’insediamento lucano anche le denominazioni di “Oppidum Lucanum” e”Orbitania”, riteniamo che esse siano invalse quando Roma diede la cittadinanza romana ai Lucani ed i centri abitati di questi divennero “praefecturae” ove i funzionari romani esercitavano i poteri giurisdizionali al posto dei magistrati enotri e lucani.”.

Nel IV-III sec. a.C., il frammento di tavola bronzea di lingua Osca a Roccagloriosa

Da Wikipedia, alla voce “Roccagloriosa” apprendiamo che su un frammento di tavola bronzea rinvenuto durante gli scavi archeologici, databile al IV-III secolo a.C., è stato ritrovato uno statuto riguardante l’ordinamento istituzionali civile dell’antica cittadina, testimoniando quindi una notevole complessità della vita civile e amministrativa del popolo dei Lucani (5). La nota (5) postillava del testo di Maurizio Gualtieri (….), il suo Roccagloriosa: i Lucani sul golfo di Policastro, 3ª ed., Lombardi editore”.

MORGETI

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania”, nel Discorso X, parte II, ci parla di Morigerati. Antonini, a pp. 414-415, in proposito scriveva che: “Più sopra verso le colline, circa cinque miglia dal mar lontano, trovansi due altri luoghi chiamati Sicilì, e Morigerati, sede un tempo dè Morgeti (I), e dè Sicoli, che conservano nel nome la gloria dè loro antenati (2), siccome nella prima parte di quest’opera da noi fu detto. ‘Samuel Bochart’ nel ‘Chanaam’ al cap. 39. nega quello, che dice Tucidite di esser ancor Sicoli in Italia a suo tempo, e vien così a negare quanto scrive ‘Alicarnasseo’, cioè che duravano finalmente a’ suoi giorni molte vestigia dè medesimi. Che se fosse Bochart avesse saputo trovarsi tuttavia questo monumento di cotal gente, l’avvrebbe approvato, non come conghiettura dipendente da qualche Ebraica, o Fenicia parola, ma come incontrastabil verità. Altra parte di essi era già passata nell’Isola (poi da medesimi detta Sicilia), ed occupato i terreni abbandonati dà Sicani per lo fuoco dell’Etna, lunga guerra vi fecero, sinonchè furono dalle due nazioni stabiliti i confini, siccome dal lib. 5 di Diodoro si vede……Tre miglia sotto alli Morigerati nel luogo detto li Zirzi, e sei lontano da Policastro, sbocca il fiume che ingrottasi vicino Casella, ecc…ecc..”. Dunque, riguardo il popolo dei Morgeti, l’Antonini cita Diodoro Siculo. Dunque, l’Antonini scriveva a proposito di Sicilì e di Morigerati che ha detto dei popoli Siculi e Morgeti nella prima parte della sua ‘Lucania’. L’Antonini, a p. 414, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Sino a pochi anni addietro, questo paese era di rito Greco, e ‘l suo protettore è S. Demetrio della Chiesa Greca. Nell’Archivio della Cattedrale di Policastro viddi diversi registri di dimissioni fatte da quel Vescovo à Preti de’ Morgerati di rito Greco, specialmente due nel 1592, ed una del 1608.”. L’Antonini a p. 414, nella sua nota (2) postillava che: “(2) I moltissimi, e ragguardevoli avanzi di fabbriche laterizie, che veggonsi oggi giorno all’incontro Morgerati di là dal fiume, che cala da Tortorella nel luogo detto Romanù, e che sono di rimotissimi secoli, fanno più vera, e stabiliscono la nostra sentenza: eppure a questa evidenza non si arrende l’Abbate Troilo, che anzi meco ragionando, pretende allogare i Morgeti vicino Matera, ecc…”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “(1) v. Etym. Magn. s.v. Σιρις. “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4)…..Nell’Etym. Magn. s . v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v . s . p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito . Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s . v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Da Wikipedia, alla voce “Morgete” leggiamo che Morgete fu successore di Re Italo/Italos, il quale governò l’antica Italia (1), sino a quando il suo regno non fu invaso dai Bruzi (2). La prima menzione di Morgete/Morgetes si trova nei frammenti di Antioco di Siracusa. In seguito ne parla Tucidide descrivendolo come figlio di re Italo (3). Dopo la morte del padre, Morgete ne ereditò dunque il potere. E così come Italo aveva chiamato il suo regno “Italia”, a sua volta Morgete chiamò il proprio “Morgetia”. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo (4), con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che ne sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma (dalla quale venne esiliato) e giunto nella Morgetia, terra degli Enotri.[5] In Calabria, si sarebbe stanziato nell’entroterra, le opere di Proclo, Plinio, Strabone, narrano dell’antico popolo dei Morgeti, e di re Morgete, che secondo le leggende locali avrebbe fondato il castello di San Giorgio Morgeto (edificato nel IX – X secolo), e Altanum. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. I Morgeti (in greco antico: Μόργητες, in latino: Morgētes) furono un antico popolo, che faceva parte del gruppo delle cosiddette genti “italiche” che occuparono le aree estreme meridionali della penisola italiana e parte della Sicilia. I Morgeti facevano parte del gruppo delle cosiddette genti “italiche”, che occuparono le aree della Calabria ionica e tirrenica. Secondo alcuni storici si tratterebbe di uno dei tre rami in cui si distinsero gli Enotri (Itali, Morgeti, Siculi). Per altri, invece, furono popoli italici che furono scacciati dalle loro terre dagli Enotri, rifugiandosi poi in Sicilia. Altri ancora, li identificano tra coloro che, tra gli Itali, alla morte del re Italo/Italos accettarono suo figlio Morgete/Morgetes quale suo successore, prendendone il nome. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo, con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma. Queste informazioni sono state dedotte analizzando le fonte antiche, in particolare quanto riferito da Antioco di Siracusa. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. Dalla Treccani on-line leggiamo che i Morgeti era un’antica popolazione italica, scomparsa in età storica, ma ricordata dallo storico siciliano Antioco (in Strabone, VI, 257, 270, e in Dionigi d’Alicarnasso, I, 12) Come abitante un tempo, insieme coi Siculi, quella regione del Bruzio nella quale più tardi sorse Reggio: Siculi e Morgeti sarebbero poi stati cacciati dal Bruzio per mano degli Enotrî e sarebbero passati ad abitare in Sicilia, dove la città di Morganzia ricordava ancora il loro nome. La prima menzione di Morgete/Morgetes si trova nei frammenti di Antioco di Siracusa. In seguito ne parla Tucidide descrivendolo come figlio di re Italo. Dalla Treccani apprendiamo che la nozione geografica di Italia, nella più antica tradizione classica, è sottoposta a oscillazioni. Per Ecateo di Mileto, alla fine del VI sec. a.C., era la regione nella quale i Greci avevano fondato molte colonie costiere, sullo Ionio e sul Tirreno (frr. 89-94 Nenci), ma in cui erano incluse anche Capua e l’isola di Capri (frr. 70-71 Nenci). Per i Greci di Occidente della seconda metà del V sec. a.C. e, in particolare per lo storico Antioco di Siracusa (in Strab., VI, 1, 4), l’Italia era una regione originariamente compresa fra lo Stretto e l’istmo calabro, ma i re che vi si sarebbero succeduti, tutti appartenenti a un orizzonte cronologico precedente la guerra di Troia, avrebbero ampliato tali confini, a cominciare dall’eponimo Italo, di stirpe enotria, cui venivano attribuite funzioni civilizzatrici (Arist., Pol., VII, 10, 5 = 1329 b), il quale avrebbe esteso il territorio fino alla foce del Lao e a Metaponto. Con i re successivi, Morgete e Siculo, l’Italia si sarebbe ampliata fino al golfo di Posidonia sul Tirreno e a Taranto sullo Ionio (FGrHist, 555 F 5), ma le popolazioni derivate da essi, Morgeti e Siculi, sarebbero state poi cacciate in Sicilia dagli Enotri (Strab., VI, 1, 6), ethnos originario degli Itali, e dagli Opici, abitanti della Campania (Thuc., VI, 4, 2). Dionigi di Alicarnasso stesso Antioco, probabilmente, riferiva anche che codesti Morgeti, durante la  loro permanenza nell’Italia meridionale, avevano, sotto il loro re (eponimo) Morgete, esteso il loro territorio sino alla regione dove poi fu fondata Taranto. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. Dopo la morte del padre, Morgete ne ereditò dunque il potere. E così come Italo aveva chiamato il suo regno “Italia”, a sua volta Morgete chiamò il proprio “Morgetia”. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo, con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che ne sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma (dalla quale venne esiliato) e giunto nella Morgetia, terra degli Enotri. In Calabria, si sarebbe stanziato nell’entroterra, le opere di Proclo, Plinio, Strabone, narrano dell’antico popolo dei Morgeti, e di re Morgete, che secondo le leggende locali avrebbe fondato il castello di San Giorgio Morgeto (edificato nel IX – X secolo). In Sicilia, si sarebbe stanziato nell’entroterra, allontanando i Sicani, fondando nel X secolo a.C. – tra le altre– la città di Morgantina (Morganthion). Difficile è ormai determinare quanto di attendibile vi sia nella tradizione raccolta da Antioco: il nome dei Morgeti sembra però affiorare più volte nella toponomastica, anche moderna, così della regione apula (Morgia, le Murgie) come della Sicilia orientale; sì da far pensare che questi nomi rappresentino il ricordo del popolo dei Morgeti, che Antioco considera come una stirpe enotrica e che si potrebbero pertanto identificare con gli stessi Enotrî (v.), e, in Sicilia, coi Protosiculi della regione orientale dell’isola (M. Mayer). Bibl.: G. De Sanctis, Storia dei Romani, I, Torino 1907, p. 108 segg.; E. Pais, Italia antica, II, Bologna 1922, p. 24; M. Mayer, Die Morgeten, in Klio, XXI (1927), pp. 288-312. Dionigi di Alicarnasso basandosi sullo scritto di Antioco, afferma l’esistenza di una terza Roma antecedente alla fondazione del discentente di Enea, Romolo, e anche alla presenza di Evandro sul Palatino. Una terza Roma — che per antichità sarebbe quindi la prima — dalla quale discenderebbe l’eroe Sikelo. In Calabria, si sarebbero stanziati nell’entroterra. Nel 1595 Abramo Ortelio pubblicò una carta storica del regno dei Morgeti, inserendo Altanum, Medema e Emporum Medeme. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, nell’edizione riveduta del 1963, ed. Sansoni, Firenze, nell’Indice generale, a p. 297, in proposito scriveva che: “Sirio, moglie di Metabos – Metapontos, 83”. Infatti, la leggenda di Siri e di Morgete si connette con la storia di Metaponto che conquistò l’altra colonia magno-greca di Siris.

LAURELLI a Caselle in Pittari

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di  una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “Lucani e Romani nella Valle del Bussento. II Pagus di Laurelli”, a p. 31 e sgg., in proposito scriveva che: “L’importante abitato arcaico del San Michele dovette sopravvivere fin quando all’espansione indigena verso la costa del VII-VI sec. a.C. (17) fece seguito la ‘sannitizzazione’ (18) del V-VI sec. – La presenza dell’èthnos lucano infatti è ben documentata in contrada Laurelli (19), a sudovest dell’attuale abitato e a destra del ‘Vallone Grande’, sul versante meridionale del Centaurino. Qui sorse il secondo abitato della zona, certamente lucano, che potrebbe ricalcare però un precedente stanziamento greco (o indigeno)(20) dato che la contrada era attraversata dalla carovaniera che proprio in quel punto – lo si è detto – subiva una diramazione. Gli scavi di Laurelli, iniziati negli anni Ottanta e proseguiti negli anni Novanta, hanno meso in luce un’area di notevole interesse archeologico. Già negli anni Trenta l’insegnante Andrea Giudice aveva documentato materiali di superficie che avevano stupito i contadini della zona: frammenti di laterizi e di vasi fittili, qualche statuina di bronzo, anse di anfore, monete romane della fine della Repubblica e d’epoca imperiale, una vasca da bagno d’età romana scavata nella roccia d’una casetta rustica e via dicendo (21). Ad ogni modo solo gli scavi condotti da Warner Johannowsky nei primi anni Ottanta permettevano, in parte, di portare alla luce l’imponente necropoli d’un abitato lucano: tombe a camera in blocchi di tufo rettangolari, in generale ben conservate, tutte databili al VI-III sec. a.C., la più grande delle quali è profonda circa tre metri ed è preceduta da un lungo δρομοσ (dromos, corridoio d’accesso). Sepolcreto, dunque, non ancora l’abitato, che pure è venuto alla luce, almeno in parte, grazie all’intervento della Soprintendenza Archeologica di Salerno in questi primi anni novanta. Infatti, l’espianto d’un secolare uliveto della contrada (per questo, oltre che Laurelli, detta anche Lovito/Luvito < l’oliveto), pur causando danni notevoli, ha rimosso “elementi murali e materiali ceramici antichi” che, grazie a un primo saggio di scavi regolari, si sono rivelati come i primi indizi dell’abitato vero e proprio “a pianta rettangolare allungata”, “articolato in almeno tre ambienti di cui quello centrale verosimilmente destinato a cucina”(22). Dall’esame dei materiali rinvenùtivi (fra l’altro diciotto monete d’argento ed una di bronzo “tutte di zeca magno-greca”)(22) la struttura, in origine molto più ampia come lasciano intuire altri indizi delle fondazioni, è databile, come le tombe, al IV-IIII sec. a.C. e richiama quelle analoghe del non lontano abitato lucano del monte Capitenale (Roccagloriosa). Ad ogni modo altre strutture d’abitazione sono risultate di “diversa tipologia costruttiva” (22) (ad esempio il lato di un ambiente è costruito a scacchiera), tanto da richiamare tecniche invalse nella chrora (teritorio) di Velia (22). La presenza lucana, sufficientemente documentata in tutta l’area (da Sontia (23) a Laurelli, da Roccagloriosa (24) a Torraca (25)), mostra come nella zona Mingardo/bussentina tutti i centri indigeni e greci nel V-IV sec. a.C. fossero stati ormai sottomessi o ripopolati (26). In particolare nell’Enotria (27) meridionale suscitra interesse l’abitato sorto sul monte Capitenale (Roccagloriosa), messo in luce dagli scavi eseguiti φρουρτον (frurion, piazzaforte) bensì vera e propria comunità agricola e pastorale con “una fitta rete di fattorie e annesse aree di necropoli”(28). L’importante insediamento, il più grande finora venuto alla luce nella zona mingardo/bussentina, fa pensare ad una sua probabile supremazia (longa manus) su quello non lontano di ‘laurelli (29), che quindi dovette essere semplicemente un suo pagus (borgo). Con la romanizzazione, iniziata sul finire del III sec. a.C., il villaggio di Laurelli non dovette scomparire. Le tombe romane (30) venute alla luce nei primi anni Novanta lasciano intuire infatti che l’abitato fu semplicemente ripopolato. L’ipotesi appare tanto più verosimile quando si pensi che l’antico tratturo, che da  Πυξουσ (Pyxus)/Buxentum saliva per Laurelli verso il valico di Sontia, nella seconda metà del II sec. a.C. dovette mutarsi in un ‘ràmulus’ (braccio) dell’Annia per facilitare e alimentare mercati fiorenti tra fascia costiera e zone interne. Buxentum (31) infatti fu colonia romana già nel 197 a.C. (32) e in età augustea  si dotò di un macellum (33) (mercato delle carni) per accogliere le carni del copioso bestiame del Vallo (in particolare suine e bovine) e la selvaggina del Cervaro e del Centaurino. E se dal Vallo affluivano le carni, da Buxentum salivano verso l’interno il pesce e il vino (34), le idee e i sentimenti religiosi (35). Il pagus (borgo) di Laurelli dovette costituire un nodo d’una certa rilevanza nel sistema viario fra costa e interno. Ritrovamenti fortuti (36) avvenuti in contrada Càravo (molti cocci di tegole per la copertura delle case e delle tombe e vari ‘pesi’ in forma di piramide tronca per i telai), ad est di Caselle, evidenziano d’altra parte come la presenza romana (testimoniata anche da un probabile statio – lungo la sosta – in località Taverna, a nordest dell’attuale abitato) fosse sufficientemente distribuita sul territorio casellese.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (17) postillava che: “(17) E. Greco, Problemi topografici etc., cit., p. 134”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (18) postillava che: “(18) M. Gualtieri, Roccagloriosa – Un antico centro lucano sul Golfo di Policastro, Siracusa, Ediprint, 1990, p. 22. Dire Sanniti è dire Lucani, ché quest’ultimi “si ritenevano coloni sanniti” (G. De Sanctis, Storia dei Romani, Firenze, La Nuova Italia, 1980, I, p. 107).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (19) postillava che: “(19) La contrada è facilmente raggiungibile in automobile. Chi percorra la superstrada Bussentina può utilizzare l’uscita per Caselle e scender poi nel vallone sottostante”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (20) postillava che: “(20) F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 185. Il funzionario di zona della Soprintendenza Archeologica di Salerno, dottoressa Antonella Fiammenghi, così conclude una sua Relazione scientifica sugli scavi: “Gli indizi di fasi precedenti (scil.: a quella lucana), documentate da una serie di blocchi reimpiegati nelle strutture, che presentano evidenti segni di anatyrossis, comincia comunque a delinearsi meglio in seguito ad un saggio stratigrafico che ha messo in luce un tratto di muro diversamente orientato (scil.: rispetto a quelli d’età lucana), su cui si impostano i muri superiori”. (Copia della Relazione, gentilmente inviatami dalla Dottoressa Fiammenghi, è parte rilevante della documentazione raccolta dallo scrivente.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (21) postillava che: “(21) A. Giudice, Breve Monografia etc., cit., p. 14 seg.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (22) postillava che: “(22) A. Fiammenghi, Relazio scientifica sugli scavi di Laurelli, cit. passim; G. L. Mangieri, Velia: problemi di circolazione monetaria, in Rassegna Storica Salernitana”, 2 (1993), p. 13 seg.: “….un inedito tesoretto rinvenuto il 21 settembre a Caselle in Pittari, in località Laurelli, …dove esisteva un centro indigeno. Ivi sono stati rinvenuti 19 esemplari di cui 17 leggibili; si tratta di 12 monete in AR(GENTO)) di Taranto, 1 AR di Kotron, 3 AR di Eraclea, ed un bronzo velino. Il materiale doveva essere conservato in uno skyphos rinvenuto frantumato nei pressi e con tracce di bruciature presenti anche sulle monete. Queste si datano fra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C. Anzi le datazioni delle monete più recenti di Taranto, Eraclea e Croton sono coincidenti ed indicano nell’anno 270 a.C. il termine ultimo dell’interramento. Si desume che un incendio possa essere stata la causa della distruzione, con conseguente abbandono, del sito”.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (23) postillava che: “(23) F. Fusco, Quando la storia etc…, cit. p. 187 seg.”. Il Fusco, a p. 81, nella nota (24) postillava che: “(24) Cfr. in particolar modo il saggio citato alla nota 18.”. Il Fusco, a p. 81, nella nota (24) postillava che: “(24) W. Johannowsky, Risultati e problemi della ricerca archeologica nel Salernitano, in “Rassegna Storica Salernitana”, I (1984), p. 59. “. Da Wikipedia leggiamo che a Caselle in Pittari, le indagini archeologiche compiute negli ultimi decenni documentano che il territorio fu abitato sin dall’età preistorica; infatti nella Grotta di San Michele si è rinvenuta ceramica appartenente all’orizzonte preistorico. Altri rinvenimenti, riferiti all’età del Bronzo Finale (1150 – 900 a.C.), si sono rinvenuti in località Laurelli. Reperti, databili all’età del Ferro (fine VII sec. a.C.), sono stati rinvenuti sul Colle Serra. Nel V secolo a.C. i Lucani, provenienti dalle aree interne, si insediano in località Laurelli luogo in cui impiantano un abitato prolifico sino al III secolo a.C. epoca in cui il territorio fu conquistato dai Romani. Da un sito del Ministero della Cultura si evinche che: l’insediamento lucano di Caselle in Pittari, piccolo comune cilentano affacciato sul golfo di Policastro, si estende in località Laurelli su un ampio pianoro, delimitato da due corsi d’acqua, in una posizione direttamente connessa con l’itinerario che collegava il Vallo di Diano alla fascia costiera, attraverso le valli del Bussento e del Mingardo. Il pianoro è circondato, da un lato, dalle colline che si saldano alla dorsale montuosa del Cervati e, dall’altro, dalle creste dei Capitenali e del monte Bulgheria. Le indagini sistematiche nel sito hanno preso il via nel 1990, in occasione di un intervento di emergenza dovuto all’espianto di un uliveto secolare che allora occupava l’intero pianoro. Da allora la Soprintendenza Archeologica di Salerno ha condotto a Laurelli diverse campagne di scavo e acquisito al demanio dello Stato l’area dell’insediamento, determinando così la tutela anche di un uno straordinario contesto paesaggistico. Attualmente sono in corso indagini archeologiche da parte del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’università di Salerno. L’area dell’abitato antico è caratterizzata da un impianto stradale regolare con almeno un asse viario principale, intersecato perpendicolarmente da strade minori. Qui sono state messe in luce alcune abitazioni di notevole estensione, organizzate intorno a un cortile centrale su cui si aprivano ambienti di diverse dimensioni. Questi edifici, per distribuzione dello spazio e tecniche costruttive, ricordano alcune strutture di uguale destinazione rinvenute in altri centri lucani limitrofi. Associato a questa fase di vita dell’insediamento è un piccolo nucleo di sepolture, rinvenuto poco distante dall’abitato e databile alla fine del IV sec. a.C. L’area archeologica di Laurelli rappresenta un tassello fondamentale per ricostruire le dinamiche dei rapporti e degli scambi che, in epoca lucana, videro protagoniste le genti stanziate in quest’area. In un altro sito sulla rete troviamo che: l’insediamento rinvenuto a Caselle in Pittari sorge in località Lovito su un vasto pianoro, che presenta un’estensione di 13 ettari, lambito da due torrenti (Vallone Grande e Vallone Piccolo) che, confluendo nello Sciarapotamo, conferiscono al territorio l’aspetto di un triangolo isoscele con il vertice volto verso il Golfo di Policastro. Il pianoro era occupato da un uliveto secolare il cui espianto, mettendo in luce strutture murarie e materiali ceramici antichi, ha indotto l’intervento della Soprintendenza ai Beni Archeologici di Salerno, Avellino e Benevento. Le diverse campagne di scavo condotte hanno permesso di portare alla luce varie abitazioni che costituiscono la prova della presenza di un abitato lucano sul pianoro che va a costituire, probabilmente, un centro territoriale. I Lucani occupano il pianoro nel corso del V secolo a.C. come documentano i rinvenimenti sia di un’antefissa a protome femminile di età classica che di una serie di blocchi reimpiegati nelle strutture di IV secolo a.C., che presentano segni di anathyrosis. Nel corso del IV secolo a.C. sul pianoro si impiantano, probabilmente al di sopra di preesistenti edifici, tre complessi abitativi che si denomineranno Complesso A, edificio costruito in tecnica pseudo – velina, Complesso B, edificio in cui si sono rinvenute 18 monete greche d’argento, e Complesso C, di cui si sono individuate solo alcune tracce. Il Complesso A, posto nella parte centrale del pianoro, presenta orientamento NOSE ed è aperto su un’asse stradale posto ad occidente versante in cui si è rinvenuto l’ingresso dell’abitazione. L’edificio è costruito in tecnica pseudo – velina, vale a dire in una tecnica molto simile a quella utilizzata per l’edificazione dei complessi presenti a Velia e definita comunemente a scacchiera. Tale tecnica consiste nel disporre due lastre di arenaria distanziate tra loro, in modo da lasciare un riquadro libero nel quale sono inseriti blocchi di dimensioni minori. L’abitazione presenta una serie di ambienti disposti sia a nord che a sud dell’ingresso posto sul versante occidentale. Nel versante settentrionale, infatti, si sono riportati alla luce tre ambienti uno dei quali, precisamente l’ambiente centrale, misura 7 x 5 m. Nel versante meridionale si sono rinvenuti ambienti di dimensioni minori che potrebbero costituire, viste le esigue dimensioni, vani residenziali. Sul lato sud – occidentale del Complesso A, separato da questo da un grosso muro in pietra non squadrata, si è rinvenuto il Complesso C di cui si sono documentati soltanto due ambienti divisi da un muro interno: il primo, posto all’estremità occidentale, è caratterizzato dalla presenza di un piano pavimentale basolato; il secondo, posto all’estremità orientale, presenta al centro un riquadro regolare che ha permesso di ipotizzare la presenza di un piano pavimentale in tegole o basoli di arenaria successivamente spoliato. Un altro nucleo insediativo sembra essere localizzato in corrispondenza dell’attuale accesso al pianoro; infatti in tale area si sono rinvenute, durante la campagna di scavo del 2000, strutture murarie che documentano la presenza di un complesso abitativo. Il Complesso B è posto a valle del Complesso A ad una distanza di circa 300 m. Tale edificio è a pianta rettangolare allungata e presenta orientamento E – O. L’edificio presenta sul versante settentrionale un muro di terrazzamento separato dal muro perimetrale del complesso da un corridoio largo circa 1 m. Lungo il muro perimetrale si sono individuati almeno tre ambienti di cui uno destinato a cucina, considerato il rinvenimento di un banco di pietra con tracce di bruciato. In questo edificio, come si è già accennato, sono state rinvenute 18 monete d’argento di zecca magno – greca, databili tra la fine del IV secolo a.C. e gli inizi del III secolo a.C.. L’abitato fu abbandonato nel III secolo a.C., epoca in cui tutto il territorio ricadente nel Golfo di Policastro fu conquistato dai Romani. Probabilmente nei pressi dell’abitato lucano si impiantano ville rustiche ma tale ipotesi va documentata attraverso un’ approfondita indagine archeologica. La necropoli. Sul versante nord – ovest dell’abitato, in località Citera, si è rinvenuta parte della probabile necropoli del centro indigeno. In tale località si è riportata alla luce una tomba a camera al cui interno si è rinvenuto parte del corredo costituito da frammenti di vasi a vernice nera e da un balsamario che permettono di datarla tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C.

Nell’VIII sec. a.C., la fondazione di SIRI, colonia magno-greca sullo Ionio

Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, nell’edizione postuma del 1963, ed. Sansoni, nelle “Conclusioni”, a p. 252, in proposito scriveva che: “d) Quello ch’io pensi sulle genti greche che vennero per prime a colonizzare la Siritide, l’ho già esposto nelle pagine precedenti, scrivendo di Metaponto: poichè questa città, venne gradualmente, dalla fine del VI alla metà del V secolo, in possesso del territorio di Siri e di Lagaria, etc…”. Il Giannelli, a p. 252, scriveva: “Ai Focesi che vennero ad occupare la Siritide, si congiunsero probabilmente coloni dell’Elide, in possesso del culto dei Nelidi; mentre genti beotiche si fermavano a Metaponto.”. Sempre il Giannelli, a p. 252 scriveva che: “I Focesi di Siri divennero presto assai potenti; tanto da rappresentare un serio pericolo per la finitima Metaponto, che cercò un sostegno nel protettorato di Sibari, mentre i Focesi si confidavano nell’appoggio di Taranto. Ma, approfittando probabilmente delle difficoltà dei Terentini nelle loro relazioni con gli indigeni, i Metapontini coi Sibariti attaccarono Siri: …Siri fu presa e distrutta (circa 530-525 a.C.), parte della sua popolazione trasportata a Metaponto, etc…”. Infatti, il Giannelli, a p. 96 parlando di Siri, in proposito scriveva: “Credo pertanto che, nel periodo più antico della colonizzazione greca in Occidente, emigranti focesi abbiano occupato, togliendolo ai Coni, il territorio ove sorsero le città di Lagaria e di Siri. Contro lo stato focese vennero a guerra, nella seconda metà del VI secolo, le tre maggiori delle cosiddette città achee: dopo la loro vittoria, Siri passò in possesso di Metaponto, Lagaria fu invece assegnata a Sibari e, dopo la distruzione di questa a Crotone.”. Il Giannelli, a p…., aveva già scritto delle origini di Siri scrivendo che: “Da Licofrone….ricaviamo che gli Achei assalirono e distrussero gli Ioni allora in possesso della città e del culto di Atena. Strabone riporta invece, benchè a malincuore, la tradizione secondo la quale i Troiani stessi, dopo aver conquistato quella città ai Coni, vi avevano istituito il culto del loro Palladio: da essa poi i Troiani sarebbero stati scacciati da invasori Ioni, gli autori della strage sacrilega, che la città conquistata avrebbero chiamata Polieion. Finalmente Giustino etc…Ravvicinando fra loro queste versioni, insieme al racconto dello ps. Aristot. (‘De mirab. ausc., 106) e a un frammento di Timeo (apd. Athen., XII 523 D), è possibile ricostruire la narrazione delle vicende di Siri, quale doveva leggersi in Timeo da cui più o meno direttamente dipendono gli storici suddetti (1). Secondo Timeo adunque, la città era stata prima dei Coni, l’avevano quindi occupata i Troiani, poscia eran sopravvenuti gli Ioni (Colofonii), che vi s’eran mantenuti finché la lega delle città achee non s’era definitivamente resa padrona di Siris-Polieion…..In questa serie di nomi di popoli conquistatori di Siri, due sono, secondo il mio parere, del tutto leggendari: e sono quelli dei Troiani e degli Ioni. Che gli abitanti indigeni (i Coni) fossero chiamati Troiani da un popolo che sopraggiungeva a conquistare etc…Ci resta da rintracciare quale fosse la gente che occupò l’antica città conia, portandovi il culto di Atena, e che dové più tardi cedere alla potenza degli Achei collegati…..Vedemmo anche come Focesi dovessero essere stati coloro che erano ivi giunti in possesso della saga di Epeo; e abbiamo poi anche indicato come, insieme al mito focese di Epeo, sia arrivata a Metaponto la leggenda dei Pilii fondatori della città….E si spiega infine la leggenda (raccolta da Eforo) della fondazione di Metaponto da parte dei Focesi di Crisa, guidati da Duilio: giacché anche codesta tradizione doveva essere di quelle che si trasferirono a Metaponto, dopo che questa fu venuta in possesso della focese Siritide (4).”. L’origine focese, in epoca della colonizzazione Magno-greca, di Siri potrebbe gettare nuova luce sulle origini dei centri, ad esempio di Elea e di Pixunte, collegata ai centri, che oggi chiamiamo Enotri, come Laurelli a Casaletto e Roccagloriosa. Potrebbe esistere una correlazione tra la popolazione indigena sulla parte Ionica dei Coni con quella locale delle nostre zone, ovvero i popoli Sirini, che, in epoca coloniale appartenne alla Siritide ?. Sappiamo ad esempio che le origini di Elea sono da ascrivere ai Focesi. Notiamo anche un’analogia con la parola greca di “Polieion”, che somiglia a Palinuro, il quale era sicuramente un centro pre-ellenico, il cui porto veniva a trovarsi quale scalo per i commerci delle popolazioni indigene. Un antico legame con le origini di Siri, per esempio esiste con la città di Velia che, insieme a Metaponto furono le maggiori alleate di Agatocle, tiranno Siracusano. Il Giannelli, a p. 67 parlando dei miti e delle monete di Metaponto, in proposito scriveva: “Su di una di queste monete (B. M. C., p. 257, n. 145) è incisa una leggenda in lettere puniche corrispondenti al greco ‘Soteria’. Un altro studioso di numismatica (3), dopo aver dimostrato, con gli elementi offerti dalle monete, che il dominio di Agatocle nella Magna Grecia dové essere assai più disteso di quanto non ce lo rappresentano i ricordi storici, propone di attribuire la moneta suddetta al momento in cui i Bruzi insorsero contro il tiranno, con l’aiuto evidentemente dei Cartaginesi. I quali avrebbero approfittato del momento per attaccare ed espugnare le due più potenti alleate di Agatocle: Metaponto e Velia.”. Un’altra riprova del legame che aveva questa area con la città di Siri ed i miti che ivi si svilupparono è il racconto su “Siris” che ci fa il Giannelli. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Bemporad, Firenze, 1963 (ristampa), a p. 83 e ssg., in proposito scriveva che: “A Metaponto era poi localizzato il culto di Arne, o meglio la saga della nascita di Eolo e Beoto: abbiamo veduto infatti che, in una prima redazione della leggenda, madre de’ due fanciulli è fatta Melanippe, che diviene poi sposa di Metaponto; in una seconda redazione, la madre è invece Arne: mentre padre resta sempre Posidone, padre adottivo Metaponto. Di Metaponto conosciamo così due mogli, Teano (nella prima redazione) e Autolite (nella seconda), uccisa dai figli adottivi dell’eroe: un terzo nome di moglie sarebbe quello di Melanippe, che Metaponto avrebbe sposata dopo la morte di Teano; e se ne potrebbe aggiungere ancora un quarto: Siris (6). Ma si capisce che la ragione di quest’ultima parentela è da ricercarsi nella vicinanza delle due città, e nel dominio che Metaponto esercitò su Siri, dopo la vittoria riportata su di essa dalla prima confederazione degli Achei italioti (7).”. Dunque, in questo passaggio, il Giannelli parlando di Metaponto e dei sui miti ci dice che secondo una tradizione, Siris fu la quarta moglie di Metaponto o “Metabo”, il quale, secondo la tradizione ebbe per mogli “Teano” (prima redazione), “Autolide” (seconda redazione), “Melanippe”, terzo nome di moglie e “Siris”, quarto nome di moglie. Il Giannelli, a p. 83, nella nota (6) postillava: “(6) Oltre al citato scolio a Dionisio Perieg., vedi Athen., XII, p. 523 d = Eurip., ‘fragm.’ 496, MAUCK: “ωνομασθη δη Σιρις ως μεν Τιμαιος φησι χαι Ευριπιδης εν Δησμωτιδι (η) Μεναλιππη απο γυναιχος τινος Σιριδος.”; Cfr. Steph. Byz., s. v. Μεταποντιον”.  Il cui significato è: “(6) Menalippe si chiamava Siride, poiché Timeo era la moglie di Euripide in Desmotide, dalla moglie di Siride.. Il Giannelli, a p. 81, in proposito scriveva che: “Un’antica leggenda raccontava che Melanippe aveva partorito Beoto in casa di Metabo, l’eroe eponimo di Metaponto, la quale si chiamava prima Metabo. Questa saga la conosciamo solo indirettamente da Strabone, il quale ricorda come Antioco ne facesse menzione per combatterla, citando a sostegno della sua tesi un verso del poeta Asio. Un’informazione diretta la troviamo però in Euripide, la cui tragedia ‘Melanippe he desmotis’ svolgeva appunto la stessa leggenda, con qualche liee variante, com’è possibile ricostruirla dai frammenti che ce ne restano. Etc…”. Giannelli, a p. 83, nella nota (7) postillava che: “(7) Cfr. Pais, Ricerche stor., p. 109, n. I. Altri pensa che la leggenda che faceva di Siris la moglie di Metaponto – della quale si valse Euripide nella sua tragedia – sia nata per il fatto di essere stata Siri fondata da Metaponto (Beloch, I(2), 2, 240; cfr. Willamowitz, Heracles, I(2), p. 10, n. 22; vedi però Meyer, IV, § 397 nota).”. Dunque, il Giannelli, sulla scorta del Pais, riporta la notizia di “Siris” moglie di Metaponto tratta dalla tragedia di Euripide “Melanippe he desmotis”. Il Giannelli scrive che nella tragedia di Euripide: “Ivi si narrava come Teano, moglie di Metaponto, avesse salvato Eolo e Beoto, figli di Melanippe e Posidone, che erano stati esposti. Sorta più tardi gelosia fra i due gemelli e i figli di Teano, questi vengono trucidati e la madre, per dolore, si uccide. Quindi Melanippe sposa Metaponto, il quale adotta Eolo e Beoto, da cui prenderanno poi nome le due regioni dell’Eolide e della Beozia (1).”. Il Giannelli, a p. 81 proseguendo il suo ragionamento dice che: “La tradizione che faceva nascere Beoto e Metaponto, prese sempre maggior vigore, ma prevalse nella forma in cui ci è conservata da Diodoro Siculo, dove Melanippe è fatta invece moglie di Hippotes e madre di Arne: questa, rimasta incinta per opera di Posidone, fu affidata dal padre a Metaponto, allora suo ospite (2), il quale la portò nell’anonima città italica, ov’essa dava alla luce Eolo e Beoto. Questi, adottati da Metaponto e fatti adulti, s’impadronirono del governo della città e uccisero Autolide, la moglie di Metaponto, gelosa di Arne. In seguito a tali fatti, Eolo e Beoto con Arne e molti amici abbandonarono Metaponto: Eolo si recò a Lipari, Beoto invece in Beozia insieme alla madre. Etc..”. Su questo mito ho ragionato in un altro mio saggio, quello che ci parla dell’eroe eponimo di “Scidro”, il quale aveva sposato “Siri” altra figlia di Morgete. Emanuele Ciaceri, però parlandoci degli antichi popoli Italici degli Enotri e dei Morgeti riporta un’altra tradizione. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a p. 43 parlando del popolo degli Enotri, in proposito scriveva di Scidro che: Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “(1) v. Etym. Magn. s.v. Σιρις. “, dove è scritto che “Σιρις”, il suo significato è: “Siri”.

Esichio di Alesandria ed il suo Etymologicum Magnum

Sulla Treccani on-line si legge che una redazione del lessico di Apollonio più completa di quella, assai abbreviata, che ci è pervenuta, fu utilizzata dai lessicografi bizantini (p. es. da Esichio, dall’autore dell’Etymologicum magnum, ecc.), che così possono talvolta esser adoperati per l’integrazione del testo di Apollonio stesso. Infatti, in Wikipedia leggiamo che Esichio di Alessandria (in greco antico: Ἡσύχιος ὁ Ἀλεξανδρεύς?, Hēsýchios ho Alexandréus; Alessandria d’Egitto, … – …; fl. V secolo) è stato un grammatico greco antico. L’opera di Esichio, un glossario intitolato “Συναγωγὴ Πασῶν Λέξεων κατὰ Στοιχεῖον” (Synagōgē Pasōn Lexeōn kata Stoicheion, Collezione alfabetica di tutte le parole), sopravvive in un manoscritto assai corrotto del XV secolo, che è conservato nella Biblioteca Marciana a Venezia. La prima edizione a stampa fu curata da Marco Musuro, sulla base dell’unico manoscritto su citato, presso la tipografia di Aldo Manuzio a Venezia nel 1514 (ristampata nel 1520 e 1521 con leggere revisioni). Una prima edizione moderna fu curata da Moritz Schmidt, in 5 volumi pubblicati tra il 1858 ed il 1868. L’edizione critica fu iniziata nel 1913 da Kurt Latte che, sotto il patrocinio dell’Accademia danese di Copenaghen, pubblicò il primo volume (Α–Δ) nel 1953; il secondo (Ε–Ο) fu pubblicato postumo nel 1966 e da allora il progetto è stato proseguito da Peter Allan Hansen, che pubblicò i restanti volumi nel 2005 (Π–Σ) e nel 2009 (Τ–Ω). In una lettera prefatoria, Esichio afferma che il suo glossario è basato su quello di Diogeniano, a sua volta estratto da un’opera precedente di Panfilo di Alessandria, ma ha usato anche analoghe opere di Aristarco, Apione, Eliodoro, Ameria e altri. Il Lessico contiene approssimativamente 51.000 voci, ordinate alfabeticamente. Si tratta di una copiosa lista di parole, forme ed espressioni strane, con una spiegazione del loro significato e spesso con un riferimento all’autore che le ha usate o alla regione della Grecia dove erano più comuni. L’opera è di grande importanza per gli studiosi; nella ricostruzione del testo degli autori classici in generale, e particolarmente di scrittori come Eschilo e Teocrito, che usavano molte parole rare. Per questo, la sua importanza può difficilmente venire sopravvalutata. Esichio è fonte importante non solo per la lingua greca, ma anche per il tracio e l’antico macedone e per ricostruire il proto-indoeuropeo. Inoltre, le spiegazioni di Esichio di molti epiteti ed espressioni rivelano anche molti fatti importanti riguardo alla religione e alla società degli antichi.

La leggenda di SCIDRO, eroe eponimo della colonia magno-greca, che fondò l’omonima città e che sposò Siri, figlia del re Morgete

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, nel 1940, a p. 274, in proposito scriveva di Scidro che: “Ora la supposizione che Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari, troverebbe conferma nella leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro, – ove si potesse dare come sicura l’interpretazione dell’antico racconto (5).”. Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (5) postillava che: “(5) v. s. a p. 134 n. 2.”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II – le popolazioni d’Italia”, nel 1940, a p. 43 parlando del popolo degli Enotri, in proposito scriveva di Scidro che: Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “(1) v. Etym. Magn. s.v. Σιρις. “, dove è scritto che “Σιρις”, il suo significato è: “Siri”. La figlia del re Morgete si chiamava Siri e secondo la tradizione Siri aveva sposato Scidro. Il Ciaceri scriveva che l’alleanza (“Lega Achea”) tra le due colonie greche di Siris, sullo Ionio e l’altra di Pixunte sul Tirreno, troverebbe conferma nella leggenda “secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”. Il Ciaceri scriveva pure che la lega Achea, l’alleanza che avrebbero stretto Siris e Pixunte avrebbe avuto anche influenza sulla vicina colonia greca di Scidro, nonostante questa fosse una colonia della città greca di Sibari sullo Ionio. Dunque, secondo il Ciaceri vi era la leggenda di Siri, figlia del re Morgete (il re dei Morgeti, popolazione italiota) che avrebbe sposato Scidro. “Siri”, figlia del re Morgete, avrebbe sposato “Scidro” che lui chiama “eroe eponimo”. Cos’è un eroe eponimo ?. Da Wikipedia leggiamo che L’eponimo (dal greco ἐπώνυμος, composto di ἐπί, «sopra», e ὄνομα, «nome») è un personaggio, sia esso reale o fittizio, che dà il suo nome a una città, un luogo geografico, una dinastia, un periodo storico, un movimento artistico, un oggetto o altro. Il termine viene spesso utilizzato per indicare il personaggio, in genere mitico, a cui si attribuiva la fondazione di una città o di una stirpe. Poteva altresì indicare la divinità protettrice: per esempio Atena protettrice della città greca di Atene. Dunque, il Ciaceri intendeva dire che “Scidro” sarebbe stato l’eroe eponimo in quanto egli sarebbe stato un personaggio (in questo caso, secondo la eggenda, sarebbe stato il marito di Siri, figlia del re Morgete) che diede il suo nome a una città, un luogo geografico, ovvero diede il suo nome alla sua città omonima di “Scidro”. In questo caso, l’eroe eponimo del Golfo di Policastro, sarebbe Scidro, il quale, secondo la leggenda sarebbe stato sposato con Siri, figli del re Morgete e, dunque, col suo eponimo si è chiamata la piccola colonia sibarita e magno-greca di Scidro sul Tirreno. Il Ciacieri “supponeva” che la “leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”, o l’antico racconto, confermerebbe la “supposizione” che, la colonia magno-greca di: “Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari”. Dunque, il Ciacieri accenna alla leggenda, o antico racconto dell’unione di Siri, figli di Morgete, re dei Morgeti e di Scidro “ l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”, dunque, Scidro il fondatore della colonia sibaritica di Scidro. Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (5) postillava che: “(5) v. s. a p. 134 n. 2.”. Nella ristampa anastatica dello stesso testo del Ciaceri del 1924 (forse la I edizione), la stessa notizia ci è data nello stesso Cap. IX, a p. 285, ma la nota cambia perchè ivi è la nota (2)(non la nota 5). Nella sua nota (2), il Ciaceri postillava che: “(2) v. s. a p. 139 n. 2.”. Dunque, è la stessa nota e ci dice che egli ne parla a pag. 139 del vol. I. E’ qui che il Ciaceri chiarisce meglio il suo pensiero scrivendo che nel racconto Etymologicum Magnum, che poi vedremo meglio, si legge Scindo e, non “Scidro”. Infatti, il Ciaceri parlando degli scambi commerciali che avvenivano tra le due potenti città Ioniche di Siris (alleatasi con Pixunte) e di Sibari, con la sua colonia sul Tirreno di Scidro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di  Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. In questa nota, il Ciaceri cita Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4) Che Siris fosse fondata da Colofoni, dicevano Timeo ed Aristotele apd Athen. XII, p. 523 d. I coloni, da Strabone, l. c. sono semplicemente detti Ioni; v. Licofrone v. 989; (Aristot.) ‘de mirab. ausc.’ 106, p. 840 Bkk., ove il testo è assai corrotto sicchè ove si legge  Πλειον va letto Πολιειον, e dove si dice che i Troiani vi avevano fondato una città detta Σιγειον va letto Σιριν, cfr. Steph. Byz. s.v. Πολίειον πόλις Ιταλίας ή πρότερον Σίρις καλουμένη . τὸ ἐθνικὸν Πολιειεύς ὡς τοῦ Σίγειον τὸ Σιγειεύς (cfr. s.v. Σιρις; v. anche Etym. Magn. s.v. ἀπὸ Πόλιθος ἐμπόρου ἢ ὅτι ᾿Αθηνᾶς πολιάδος ἱερὸν ἐν αὐτῇ ἐστι. Di questo simulacro di Atene parlano Strabone, l. c.; Iustin. XX, 2, 4, cfr. ‘Sch. Vet.  ad Lycophr.’, v. 984. Aristotile e Timeo asserivano che prima dei Colofoni a Siris erano giunti Troiani, ma è chiaro che questa leggenda ha un’origine perfettamente uguale a quella dell’origine lida dei Tirreni. In altri termini i Colofoni Ioni identificarono gli indigeni Còni con i Troiani. Il mito di Calcante localizzato a Siris , v. Lycophr.  v. 978 sqq ., come ha giustamente veduto il Geffcken, Timaios Geographie des Westens ( Berlin 1892 ) p. 14 si spiega con la colonizzazione dei Colofoni . Il mito infatti in origine è colofonio . Nell’Etym. Magn. s . v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s . p. 5 , n. 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito. Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s . v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Dunque, il Ciaceri scrive che in questo testo alla parola Σìρις , è ricordata “Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo”. Ciaceri scrive che nel testo medievale dell’Etym., il termine di Scindo si dovrebbe leggere diversamente.  Il Ciaceri cita Ettore Pais (…) ed il suo “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, p. 225, n. 4. Infatti, il Pais, a p. 225, nella sua nota (4) postillava dell’origine di Siris e scriveva che: “(4) Nell’Etym. Magn. s. v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s . p. 5 , n. 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito. Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s. v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Il Pais, a pp. 5-6, nella nota (1) postillava: “(1) …nell’Etimologico Magno”. Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4)…..Nell’Etym. Magn. s. v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s . p. 5 , n. 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito . Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s. v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Dunque, il Pais, a pp. 5-6 parla dei Morgeti e di Scidro. Il Pais postillava che: “Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s. p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito”. Infatti, il Pais, nella nota n. 1 di pp. 5-6 postillava che: “(1) Per lo stesso motivo dallo Scoliasta di Teocrito IV, 32, è detto che Crotone figlio di Aiace ἐν Σικελίᾳ ἔκτισε Κρότωνα e nel l’Etimologico Magno ad. v. Σιρις 714, 3 è detto che la città italiana di Sirio si chiamava ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σχ Σχιχου, ove non si allude, secondo me, ai Morgeti di Sicilia ma a quelli d’Italia. Ora, come diremo a suo luogo , Sicania, e Sicelia non sono che due forme dello stesso nome (v. cap. sg. ) . La persistenza della forma Sicania e del nome dei Sicani nel golfo Tarantino è attestata nella antichissima tessera di bronzo scoperta a Policastro sopra Crotone lo scorso secolo, ove si legge che una persona chiamata Σαωτις vende una casa ad un’altra persona chiamata ivi Σιχαινια, v. Inscr. Graec. Antiquiss. del RöнL n. 544.”. Il Ciaceri ed il Pais spesso citano l’archeologo tedesco Maximilian Mayer, italianizzato in Massimiliano Mayer (Prenzlau, 30 agosto 1856 – Lipsia, 1939) che scrisse l’opera Apulien vor und während der Hellenisierung, Lipsia, 1914 , dove, a “p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Un’altra riprova del legame che aveva questa area con la città di Siri ed i miti che ivi si svilupparono è il racconto su “Siris” che ci fa il Giannelli. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Bemporad, Firenze, 1963 (ristampa), a p. 83 e ssg., in proposito scriveva che: “A Metaponto era poi localizzato il culto di Arne, o meglio la saga della nascita di Eolo e Beoto: abbiamo veduto infatti che, in una prima redazione della leggenda, madre de’ due fanciulli è fatta Melanippe, che diviene poi sposa di Metaponto; in una seconda redazione, la madre è invece Arne: mentre padre resta sempre Posidone, padre adottivo Metaponto. Di Metaponto conosciamo così due mogli, Teano (nella prima redazione) e Autolite (nella seconda), uccisa dai figli adottivi dell’eroe: un terzo nome di moglie sarebbe quello di Melanippe, che Metaponto avrebbe sposata dopo la morte di Teano; e se ne potrebbe aggiungere ancora un quarto: Siris (6). Ma si capisce che la ragione di quest’ultima parentela è da ricercarsi nella vicinanza delle due città, e nel dominio che Metaponto esercitò su Siri, dopo la vittoria riportata su di essa dalla prima confederazione degli Achei italioti (7).”. Dunque, in questo passaggio, il Giannelli parlando di Metaponto e dei sui miti ci dice che secondo una tradizione, Siris fu la quarta moglie di Metaponto o “Metabo”, il quale, secondo la tradizione ebbe per mogli “Teano” (prima redazione), “Autolide” (seconda redazione), “Melanippe”, terzo nome di moglie e “Siris”, quarto nome di moglie. Il Giannelli, a p. 83, nella nota (6) postillava: “(6) Oltre al citato scolio a Dionisio Perieg., vedi Athen., XII, p. 523 d = Eurip., ‘fragm.’ 496, MAUCK: “ωνομασθη δη Σιρις ως μεν Τιμαιος φησι χαι Ευριπιδης εν Δησμωτιδι (η) Μεναλιππη απο γυναιχος τινος Σιριδος.”; Cfr. Steph. Byz., s. v. Μεταποντιον”.  Il cui significato è: “(6) Menalippe si chiamava Siride, poiché Timeo era la moglie di Euripide in Desmotide, dalla moglie di Siride.. Il Giannelli, a p. 81, in proposito scriveva che: “Un’antica leggenda raccontava che Melanippe aveva partorito Beoto in casa di Metabo, l’eroe eponimo di Metaponto, la quale si chiamava prima Metabo. Questa saga la conosciamo solo indirettamente da Strabone, il quale ricorda come Antioco ne facesse menzione per combatterla, citando a sostegno della sua tesi un verso del poeta Asio. Un’informazione diretta la troviamo però in Euripide, la cui tragedia ‘Melanippe he desmotis’ svolgeva appunto la stessa leggenda, con qualche liee variante, com’è possibile ricostruirla dai frammenti che ce ne restano. Etc…”. Giannelli, a p. 83, nella nota (7) postillava che: “(7) Cfr. Pais, Ricerche stor., p. 109, n. I. Altri pensa che la leggenda che faceva di Siris la moglie di Metaponto – della quale si valse Euripide nella sua tragedia – sia nata per il fatto di essere stata Siri fondata da Metaponto (Beloch, I(2), 2, 240; cfr. Willamowitz, Heracles, I(2), p. 10, n. 22; vedi però Meyer, IV, § 397 nota).”. Dunque, il Giannelli, sulla scorta del Pais, riporta la notizia di “Siris” moglie di Metaponto tratta dalla tragedia di Euripide “Melanippe he desmotis”. Il Giannelli scrive che nella tragedia di Euripide: “Ivi si narrava come Teano, moglie di Metaponto, avesse salvato Eolo e Beoto, figli di Melanippe e Posidone, che erano stati esposti. Sorta più tardi gelosia fra i due gemelli e i figli di Teano, questi vengono trucidati e la madre, per dolore, si uccide. Quindi Melanippe sposa Metaponto, il quale adotta Eolo e Beoto, da cui prenderanno poi nome le due regioni dell’Eolide e della Beozia (1).”. Il Giannelli, a p. 81 proseguendo il suo ragionamento dice che: “La tradizione che faceva nascere Beoto e Metaponto, prese sempre maggior vigore, ma prevalse nella forma in cui ci è conservata da Diodoro Siculo, dove Melanippe è fatta invece moglie di Hippotes e madre di Arne: questa, rimasta incinta per opera di Posidone, fu affidata dal padre a Metaponto, allora suo ospite (2), il quale la portò nell’anonima città italica, ov’essa dava alla luce Eolo e Beoto. Questi, adottati da Metaponto e fatti adulti, s’impadronirono del governo della città e uccisero Autolide, la moglie di Metaponto, gelosa di Arne. In seguito a tali fatti, Eolo e Beoto con Arne e molti amici abbandonarono Metaponto: Eolo si recò a Lipari, Beoto invece in Beozia insieme alla madre. Etc..”. Su questo mito ho ragionato in un altro mio saggio, quello che ci parla dell’eroe eponimo di “Scidro”, il quale aveva sposato “Siri” altra figlia di Morgete. Emanuele Ciaceri, però parlandoci degli antichi popoli Italici degli Enotri e dei Morgeti riporta un’altra tradizione. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a p. 43 parlando del popolo degli Enotri, in proposito scriveva di Scidro che: Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “(1) v. Etym. Magn. s.v. Σιρις. “, dove è scritto che “Σιρις”, il suo significato è: “Siri”. Carlo Battisti (…) diceva, tra l’altro: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi.”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Il richiamo all’Etymologicum Magno e a Esichio lo troviamo in Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” (stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964), di “Scidro”, a p. 53 (p……), in proposito scriveva che: “Il confronto fra il sinonimo aesculum e il basco eskur « quercia », berbero asyjr, rispettivamente άσζρα in Esichio (città della Beozia, patria di Esiodo) ci permetterebbe di cogliere una formante in -r- che troverebbe la sua corrispondenza in Sapri inteso come « rovereto ».”.

Nel 720 a.C., la fondazione di SIBARI, colonia magno-greca sullo Ionio

Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “I Calcidesi di Eubea furono probabilmente i primi a entrare in Sicilia e nell’Italia meridionale; e ad essi presto seguirono le stirpi doriche e acaiche del Peloponneso. E mentre i Cancidesi d’Eubea fondavano Cuma, da cui avevano origine Napoli e Pozzuoli, e, insieme coi Messeni, Reggio, e i Dori Taranto e Metaponto, gli Achei fondarono non poche città sul mar Ionio, tra cui Sibari, Pandosia, Crotone, che divennero ben presto metropoli frequenti di traffici; e veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2) e in fondo all’ampio golfo Posidonia, detta dagli Etruschi ‘Petan’ o ‘Pesitan’, da cui i Romani trassero Paestum. Nè erano soltanto queste le città o i borghi fondati dai Greci sul territorio salernitano, poichè Palinuro, più che il leggendario pilota di Enea (3), dovè essere un villaggio greco, come può rilevarsi dall’onomastica παλιν – contro e ορος – monte; Sapri è forse l’antica ‘Scidro’ o ‘Sidron’, ampliata dai Sibariti, quando vi si rifugiarono, dopo la distruzione della loro patria; nè le tradizioni intorno a ‘Molpa’, sita forse ad un paio di chilometri da Palinuro, nè quelle intorno a Leucosia (4), anche a non tener conto d’alltro che dell’onomastica certamente greca, debbono esser ritenute in tutto prove di fondamento (1). Così tutta la costa dal golfo di Policastro a quella di Salerno fu colonizzata dai Greci, e davanti ad essi gl’indigeni non bene armati da poter opporre una forte resistenza, si ritirarono nell’interno (2).”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a p. 28 e ssg., in proposito scriveva che: Ma se si può sabilire il tempo della distruzione di Sibari, quando fu essa fondata ? Eusebio, nella sua Cronaca, pone la fondazione di Sibari contemporanea a quella di Crotone, cioè nell’Ol. XVIII, ma è un tempo non ben definito, mentre S. Gerolamo assegna quest’ultima all’Ol. XVII, 4 (709), e Dionigi di Alicarnasso all’Ol. XVII, 3 (710). Ma se questa contempraneità non si può accettare come assoluta, tuttavia essa deve essere molto vicina al vero. Tutte le città, fondate da genti peloponnesiache sulla costa del Ionio in Italia, nacquero a poca distanza di tempo l’una dall’altra. Cosicchè bisogna ammettere per tutte la fine del sec. 8°. Per Sibari poi se non si può precisare l’anno, senza ricorrere a certi calcoli convenzionali, troppo pericolosi nella cronologia antica, bisogna convenire però che la nostra Sibari stette in piedi circa due secoli, anno più anno meno; tempo sufficiente a raggiungere quel grado di sviluppo, al quale era giunta allorchè venne abbattuta. Nè si opporrebe a ciò la notizia data da Strabone (VI, 262-3), che il fondatore di Sibari sarebbe stato aiutato dal fondatore di Siracusa, Archia…..Il gruppo delle colonie Achee e quello delle città doriche, di Italia e di Sicilia, costituirono i nuclei principali della emigrazione greca, durante l’8° sec. Pare accertato che la gente, che fondò Sibari, fosse achea, potendosi dimostrare con l’omonimia, insieme e con la tradizione storica, per tre quarti, attinge vigore dalla omonimia medesima…..Lo Ps. Aristotele (Pol. VII, 10) e Strabone (VI, 264), credevano che Filottete fosse approdato tanto presso Crotone, che presso Sibari e Siri, e avesse fondato queste città (cfr. Schol. Iuvenal. VI, 296). Ma se questa leggenda non dice nulla di nuovo e di sicuro intorno all’origine della città, tuttavia mostra una certa relazione e affinità tra Crotone e Sibari, che traeva origine dai rapporti etnici. Non bisogna però credere che i coloni di Sibari fossero solamente achei. ad essi spettava l’iniziativa e magari la preponderanza. Lo Ps. Aristotele (Pol. V, 3) dice che gli Achei colonizzarono Sibari insieme con i Trezeni (cfr. Solino 36, 9); poi, essendo gli Achei cresciuti di numero, scacciarono, o uccisero i Trezeni, e rimasero soli padroni della città. Fu in seguito a questa impresa scellerata che i Sibariti incominciarono ad essere considerati universalmente come crudeli. Malgrado questa notizia precisa intorno ai Trezeni di Sibari, si sono tirati in ballo anche elementi dori. In un passo di Solino poi (36, 13) è detto che la città di Posidonia sarebbe stata colonizzata dai Dori. Io non credo che bisogna accordare molta fede a questa notizia isolata; tuttavia, essendo Posidonia una colonia di Sibari, si spiega come la leggenda dei Dori fosse comune ad entrambe. Il Pais studia questo problema, nella sua Storia della Sic. e della M. Grec., al capitolo intorno ai Trezene, colonia di Marsiglia, ma non credo che sia riuscito a risolverlo completamente. Intanto, senza più indugiarci in cotali notizie incerte, che non possono risolvere la questione, diciamo più tosto che, fossero stati Dori o no, assieme agli Achei, che fondarono Sibari, vi dovettero essere elementi di altra razza, che aiutarono l’impresa. Se questi altri elementi siano approdati insieme agli Achei, ovvero che siano giunti in seguito, quando la città era stata fondata, non si può dire in nessuna maniera. Però non posso ammettere che la città di Posidonia sia stata fondata dalla gente non achea, scacciata violentemente da Sibari, perchè, essendo questa la più settentrionale delle sue colonie, deve supporre l’esistenza di Lao e Scidro, mentre questa rivoluzione interna di Sibari, se vi fu, dovette avvenire dopo non molti anni dacchè essa era in piedi in un tempo assolutamente anteriore a quello, in cui si pensò di colonizzare la costa occidentale della Lucania.”. Da Wikipedia leggiamo che Trezene (in greco Τροιζήν) era un’antica città greca dell’Argolide orientale. Fu il punto di transito tra le popolazioni doriche e quelle attiche. Circa all’inizio del I millennio a.C. fu occupata dai Dori, mantenendo tuttavia la sua indipendenza. Nel 720 a.C. partecipò assieme ad alcuni coloni Achei alla fondazione di Sibari in Magna Grecia. Circa trentacinque anni dopo Focea venne conquistata dai persiani. I Focesi si rifugiarono nella colonia di Alalia in Corsica, ma ormai la regione non aveva più spazio per un ulteriore polo dirigenziale, e fu la guerra: Etruschi e Cartaginesi li affrontarono nella battaglia navale di Alalia (535 a.C.). I Focesi vinsero, ma riportarono danni così gravi alle loro navi che preferirono trasferirsi a Elea. Lo storico e geografo greco Strabone, nella sua Geografia, parla della città di Elea-Velia, specificando che i Focei, suoi fondatori, la chiamarono inizialmente ῾Υέλη (Huélē), nome che però dopo alcune variazioni divenne per i grecofoni Elea. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro e con un altro alle foci del Silaro, al quale tenne subito dietro (alla fine del VII o al principio del VI secolo: cfr. Beloch, I, 2, 229 sg.; Dunbabin, p. 25 sg.) la fondazione di Posidonia, per parte dei Trezenii. E per questo non è escluso che Sibari sia stata fondata quando ancora i Beoto-Focesi non avevano occupato il territorio fra il Basento e il Bradano e la fertile Siritide; ma la distanza di tempo non poté essere, grande; perché i Corinzi-Corciresi, che mossero verso l’Italia probabilmente negli stessi anni in cui Corcira diveniva una colonia di Corinto (e cioè verso la metà dell’VIII secolo: cfr. Beloch, I (2) 2, 230) o poco dopo, non avrebbero scelto a loro sede la parte estrema del Bruzio “abitabile”, se le coste del golfo di Taranto non fossero state già tutte occupate. Concludendo, per questo primo gruppo di città, potremmo fissare questa probabile cronologia: per Taranto e Sibari, la prima metà dell’VIII secolo; per Metaponto e Siri, la metà, circa, del secolo stesso; per Crotone, il 750, o i primi decenni della seconda metà del secolo. Per altro, ….Sibari può essere stata fondata non solo prima di Siri e di Metaponto ma anche prima di Taranto. Subito dopo la fondazione di Crotone, e cioè durante la seconda metà dell’VIII secolo, si stabilirono sulle coste orientali della Sicilia i Calcidesi e i Corinzi: i Calcidesi deducevano tosto altre colonie sulle coste campane, prima fase di Cuma. Per l’origine greca di queste città, i recenti trovamenti archeologici indicano gli ultimi anni dell’VIII secolo e i primi del VII; e viene fatto di pensare che non solo per ragioni di opportunità commerciale abbiano i Calcidesi scelto il golfo di Napoli, bensì anche perché le coste lucane dovevano ormai essere ipotecate dall’espansione dei Sibariti e dei Siriti e costellate dei loro stabilimenti commerciali, fra i quali forse già comparivano le città di Lao, di Scidro, di Pixunte. Nudo di colonie greche restava tuttavia il Bruzio meridionale, ad eccezione dell’estrema punta, sulla quale i Calcidesi avevano stabilito, di fronte a Zancle, la città di Reggio.”. Sempre il Giannelli, a p. 305 scriveva pure che: “i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’un pò dei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Scidro (1). Quando anche i coloni di Siri sentirono il bisogno di uno sbocco sul Tirreno, dovettero raggiungerlo attraverso un ben più lungo cammino, e fondarono la colonia di Pixunte, a nord degli stabilimenti dei Sibariti: questa città scomparve probabilmente insieme alla sua madre-patria e più tardi, nel 471, colonizzata nuovamente da Micito di Reggio.”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.;  Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Su Wikipedia leggiamo che la fonte letteraria principale sulla fondazione di Poseidonia è costituita da un passo di Strabone, che la mette in relazione con la polis di Sibari. L’interpretazione di questo passo è stata lungamente discussa dagli studiosi. Sulla base delle evidenze archeologiche raccolte finora, l’ipotesi più valida sembra essere quella secondo cui la fondazione della colonia sarebbe avvenuta in due tempi: al primo impianto, consistente nella costruzione di una fortificazione (“teichos”) lungo la costa, sarebbe seguito l’arrivo in massa dei coloni e la fondazione vera e propria (“oikesis”) della città. In base ai dati archeologici si può tentare una ricostruzione del quadro che portò alla nascita della città, verso la metà del VII secolo a.C., la città di Sibari iniziò a fondare una serie di sub-colonie lungo la costa tirrenica, con funzioni commerciali: tra esse si annoverano Laos ed uno scalo, il più settentrionale, presso la foce del Sele, dove venne fondato un santuario dedicato ad Hera, con valenza probabilmente emporica. I Sibariti giunsero nella piana del Sele tramite vie interne che la collegavano al Mare Ionio. Grazie ad un intenso traffico commerciale che avveniva sia per mare – entrando in contatto con il mondo greco, etrusco e latino – sia via terra – commerciando con le popolazioni locali della piana e con quelle italiche nelle vallate interne – nella seconda metà del VII secolo a.C. si sviluppò velocemente l’insediamento che poi dovette dar luogo a Poseidonia, evento accelerato certamente anche da un preciso progetto di inurbamento. Una necropoli, scoperta nel 1969 subito al di fuori delle mura della città, contenente esclusivamente vasi greci di fattura corinzia, attesta che la polis doveva essere in vita già intorno all’anno 625 a.C.. Un’altra circostanza che ci riguarda più da vicino e che è collegata con la deduzione della colonia di Sibari è quella di cui ci parla lo stesso Galli, che a p. 53, ci parla degli attriti che molto probabilmente si vennero a creare con i Sirini ed in particolare con la colonia di Pyxus: “Siri aveva dedotta forse una colonia sul Tirreno, nell’attuale golfo di Policastro, Pyxus; certo aveva con questa città stretta una lega monetaria, come si rileva dal doppio nome impresso sulle monete. (Σιρινος Πυξοες). Quando i Sibariti spinsero il loro dominio da questo lato, fondandovi le colonie di Lao, Scidro e Posidonia, dovetero trovarsi necessariamente a contatto con quei di Pyxus, che si videro stretti tra colonie sibarite. La tradizione storica non dice nulla, se Sibari ebbe a combattere prima con Pyxus e poi con Siri; certo è però che Pyxus non compare più dopo la distruzione di Siri, tranne quando fu ripopolata dai Reggini, nei primi del sec. 5°. Ciò fa supporre naturalmente che essa avesse subito la medesima sorte della sua alleata. E’ difficile però stabilire, se la guerra incominciò prima con Siri, ovvero con Pyxus. Io credo che la distruzione di quella seguì, e fu conseguenza della caduta di Pyxus; ed ecco perchè. Ammesso come dimostrato che le colonie sibarite del Tirreno siano state dedotte prima del 510 (sconfitta di Sibari), e non fondate da quelli che riuscirono a scampare da questa rovina, ne viene di conseguenza che esse precedettero anche la distruzione di Siri (530), e che specialmente le colonie di Lao e Posidonia, delle quali ci rimangono notizie sicure, non furono dedotte nel territorio di Pyxus, già abbattuta. Se così non fosse stato, non si capirebbe come, in un ventennio solo, città poste sulla riva opposta alla metropoli fossero potute crescere in potenza a tal punto da offrire sicuro asilo ai fuggiaschi di Sibari, e garentirli da possibili aggressioni Crotoniate. Da tutto ciò appare che i prodomi della guerra dovettero maturarsi sulla riva del Tirreno, dove coloni di Sibari si trovarono a contatto, e cercarono di allargarsi a danno dell’alleata di Siri. Questo ragionamento esclude anche che Pyxus fosse invece colonia di Sibari, come crede il Prof. Tropea (St. dei Luc., p. 168), altrimenti non so perchè avrebbe dovuto scomparire proprio in quel tempo che fu distrutta Siri.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 202 e sgg, in proposito scriveva che: Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trezene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia pare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno.”.

Nel VIII sec. a.C., il viaggio di Giasone e degli Argonauti e la fondazione del santuario di Hera Argiva verso la foce del fiume Sele

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 258 e ssg. parlando di “Paestum”, in proposito scriveva che: “Già in tempi antichissimi la pianura del Sele era stata toccata da genti egeo-anatoliche, come mostra la necropoli del Gudo (a m. 1500 a nord delle mura: civiltà del Gaudo). In seguito alla foce di quel fiume si insediò parte di quei spericolati marinai-mercanti egei che, incuranti di pericoli, disagi e avversità, si erano spinti fin nel Lazio e nell’Etruria (1), a cercarvi, per l’esaurirsi del mare, l’insostituibile ferro. Furono essi che alla foce del Silaro innalzarono un tempio, poi tanto famoso, dedicandolo, com’era costume, alla divinità patria: Hera Argiva (2). Etc…”. Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera. Sull”Heraion alla Foce del Sele’, oltre il fondamentale saggio degli scopritori P. Zancani Montuoro e U. Zanotti Bianco, Roma, 1941, v. pure M. Napoli, Le metope arcaiche di Foce Sele, Bari, 1963 e del 1981 l’intelligente chiaro saggio di D. Sorrentino, Heraion di Foce Sele, il tempio maggiore e relativi problemi, Salerno, 1981.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Posidonia”, a p. 133 e ssg, in proposito scriveva che: “La localizzazione della saga di Eracle nel territorio di Posidonia – dove l’eroe argivo si sarebbe fermato nel viaggio di ritorno dalla spedizione pè buoi di Gerone – può ascriversi agli stessi Trezenii fondatori della città; o, più probabilmente, tenuto conto della data presumibilmente tarda di codesta localizzazione, dovrà riguardarsi come un’irradazione della leggenda di Eracle dalla Campania, dove la saga dell’eroe fu portata dalla corrente migratoria calcidese (1).”. Il Giannelli, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) A proposito delle origini di Posidonia e dei legami che la univano alle origini di Sibari, torna qui in acconcio far menzione dell’epigrafe recentemente scoperta ad Olimpia e pubblicata da E. Kunze nel VII ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). L’iscrizione – databile alla metà del VI sec. a.C., – ci conserva il testo di un trattato di amicizia concluso dai Sibariti e dai loro aleati con un altro popolo, designato col nome – a noi finora ignoto – di ‘Serdaioi’. Sulla identificazione di questo popolo si è già discusso assai e, credo si continuerà a discutere: le diverse ipotesi avanzate dagli studiosi sono lucidamente esposte e commentate da P. Zancani-Montuoro nell’articolo ‘Sibari e Serdei’, pubblicato in “Rendic. Acc. Naz. Lincei” classe sc. morali, sez. VIII, vol. XVII, fasc. 1-2 (1962). A noi interessa qui il fatto che, come garanti della fedeltà dei Sibariti al patto stretto coi Serdei, vengono chiamati “Zeus, Apollo e gli altri dèi, e la città di Posidonia”: ciò che indica la potenza raggiunta dalla città sul Tirreno e la sua piena autonomia dai Sibariti, ma al tempo stesso lo strettissimo legame che la univa a Sibari, e non indebolisce per nulla, anzi rafforza (contrariamente a quanto ritiene la Zancani-Montuoro) la tesi della derivazione di Posidonia da Sibari, così come è stata esposta nel testo.”. Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera.”. Da Wikipedia leggiamo che Giasone (pronuncia: Giasóne o Giàsone, in greco antico: Ἰάσων?, Iásōn) è una figura della mitologia greca. Figlio di Esone, re di Iolco, e di Alcimede, fu sposo della maga Medea. È noto per essere stato a capo della spedizione degli Argonauti, finalizzata alla conquista del vello d’oro. Volendo riconquistare il trono di Iolco usurpato al padre Esone dal fratellastro Pelia, Giasone dovrà andare alla conquista del vello d’oro, la pelle dell’ariete dorato che si trova nella Colchide presso il re Eeta, a capo di un gruppo di eroi, gli Argonauti, che formano l’equipaggio della nave Argo. Grazie all’aiuto della maga Medea, figlia di Eeta, riuscirà nell’impresa e, dopo le molte peripezie che caratterizzeranno tutto il viaggio, tornerà a Iolco per reclamare il trono che fu del padre. Morirà trovandosi sulla stessa Argo, ormai fatiscente, a causa di un suo cedimento. Sebbene alcuni degli episodi della storia di Giasone risalgano a vecchie leggende, l’opera principale legata a tale personaggio è il poema epico Le Argonautiche di Apollonio Rodio, scritto ad Alessandria nel III secolo a.C. Un’altra Argonautica è stata scritta in latino da Gaio Valerio Flacco nel I d.C. ed è composta da otto volumi. Il poema si interrompe bruscamente con la richiesta di Medea di accompagnare Giasone nel suo viaggio di ritorno. Non è noto se una parte del poema epico sia andato perduto o se non sia mai stato finito. Una terza versione è l’Argonautica Orphica, che evidenzia il ruolo di Orfeo nella storia. Apollonio fu autore del poema epico “Le Argonautiche” che narra il viaggio di Giasone e della sua nave “Argo”. Le Argonautiche (in greco antico: Τὰ Ἀργοναυτικά) è un poema epico in greco antico scritto da Apollonio Rodio nel III secolo a.C.. Unico poema di Età Ellenistica sopravvissuto, esso racconta il mitico viaggio di Giasone e degli Argonauti per recuperare il Vello d’oro nella remota Colchide. Le loro eroiche avventure e la relazione di Giasone con la pericolosa Medea, principessa e maga colchiana, erano già ampiamente note al pubblico Ellenistico, permettendo così ad Apollonio di superare la semplice narrazione, per presentare un’esposizione che aderisca ed enfatizzi i valori dei suoi tempi – l’età della grande Biblioteca di Alessandria – mentre la sua epica incorpora la sua ricerca nei campi della geografia, dell’etnografia, delle religioni comparate, della letteratura omerica. Comunque, il suo principale contributo alla tradizione epica risiede nell’evoluzione dell’amore tra l’eroe e l’eroina: egli sembra esser stato il primo poeta epico a studiare la «patologia d’amore». Le Argonautiche ebbero un profondo impatto sulla poesia latina: tradotte da Varrone Atacino e imitate da Valerio Flacco, influenzarono Catullo e Ovidio, e indicarono a Virgilio un modello per il suo poema romano, l’Eneide. Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera.”. Infatti, Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove ricalca l’itinerario del racconto di Strabone, a p. 130 e ssg., in proposito scriveva: “Il Sinus Paestanus. Superato il capo Athenaion, si entra nel golfo di Salerno, un tempo chiamato Poseidoniate e poi Pestano. Narra Strabone: “Dopo la foce del Silaris la Lucania e il santuario di Hera Argiva, fondazione di Giasone, e vicino, a 50 stadi, Poseidonia. Di là, chi naviga il golfo vede l’isola di Laeucosia, poco distante dal continente, che prende il nome da una delle Sirene qui caduta, dopo che esse si precipitarono, secondo il mito, nell’abisso. Di fronte all’isola, opposto alle Sirenusse, è il promontorio che forma il sinus paestanus” (VI, 1, 1). In chiusura del libro quinto Strabone descrive l’ultimo tratto della costa della Campania, dalle Sirenusse al Silaris, …ricorda solo l’Heraion alla foce del Sele, e non fa più parola di Poseidonia., se non per dirci che è a cinquanta stadi dal celebre santuario. Non crediamo, pertanto, assolutamente necessario spostare agli inizi del sesto libro il passo relativo a Paestum, come propone qualche editore.”. Sul viaggio degli Argonauti, il Napoli, a p. 138, in proposito scriveva pure che: “…, sulla suggestione di alcune osservazioni del Bérard. Egli, infatti, accogliendo pienamente la presenza degli Aminei sulle rive del golfo di Poseidonia, ricorda che, teste Aristotele (ap. Serv. ad Georg. II, 97, fr. 495, Rose), gli Aminei erano originari della Tessalia, da dove avrebbero importata la “vite aminea”, e quindi ricollega la presenza dei tessali Aminei alla leggenda degli Argonauti, leggenda di origine tessala, i quali avrebbero fondato il santuario di Hera alle foci del Sele. Strabone è l’unico autore antico a ricordare che il santuario fu fondato da Giasone, e pertanto dagli Argonauti, ma il ricordo degli Argonauti sul Tirreno, e anche in altre fonti letterarie e già lo stesso Strabone nel primo libro aveva ricordata la presenza di tracce degli Argonauti nel golfo poseidoniate…..Un santuario di Hera Argiva, pertanto, da ricollegarsi, non alla più famosa Argo, quella peloponnesiaca, ma ad Argo della Tessalia, di quella Tessalia così collegata alla leggenda degli Argonauti della Hera Tessala, la quale, come è opportunamente sottolineato dal Bérard, nell’Odissea (XII, 72) già appare come la protettrice degli Argonauti, ed alla quale, se è da identificarsi con la Hera Pelasgide ricordata da Apollonio Rodio (I, 14, et Sc., ad loc.), Giasone avrebbe innalzato un altare sulle rive del Bosforo. Lo stesso Bérard, a riprova della origine tessala della legenda sulla presenza degli Argonauti nel Tirreno, ricorda che Licofrone narra, con quella oscurità che è propria di questo poeta, come Ercole abbia cacciati i Centauri dalla Tessalia, e questi morirono nelle isole delle Sirene (Licofr., V, 670; scol. ad loc.), mito che riappare, sia pure con sfumature diverse, in Tolomeo Efestio (Nov. Hist. V): a queste notizie mitiche si affiancherebbero le numerose metope con rappresentazioni di centauri rinvenute all’Heraion di Foce Sele.”. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 30 e ssg. nel cap. II: “Dei fiumi etc…”, in proposito scriveva che: “Il Fiume ‘Selo’ detto da Latini ‘Silarus’, che irriga la parte Occidentale di questa Provincia, ..è celebre per essere menzionato da nobili Scrittori, che ivi osservarono il famoso Tempio di Giunone Argiva, fabbricatogli da Giasone (a), celebre non men per la sua superstizione….etc…”. Il Gatta, a p. 31, nella nota (a) postillava che: “(a) Strabone Geogr. lib. 6. in princ. Plin. lib. 3 cap. 5. citati dal Signor D.Anton.-Francesco Gori uno de’ più elevati Ingegni Fiorentini, il cui nome sempre coronato etc…., nel Vol. II del suo elaboratissimo Museo Etrusco fol. 81. Junio Argiva, et dove parla di detto Tempio.”. Si tratta di Gori Antonio Francesco, “Storia antiquaria Etrusca etc…”, del 1749.

Nel 720 a.C., Dori-Trezenii o Achei i fondatori di Lao e di Scidro, colonie magno-greche sul mar Tirreno ?

Come è stato detto, alla fondazione della colonia magno-greca di Sibari, sul mare Ionio hanno partecipato gli Achei e i Trezenii. I Trezenii furono poi, in seguito scacciati dai Sibariti. E’ probabile che le due colonie di Lao e di Scidro, colonie magno greche sul mare Tirreno, dove, nel 510 a.C., i Sibariti si rifugiarono in seguito alla distruzione della loro città da parte dei Crotoniati, è probabile che esistessero, insieme alla vicina Pixunte (odierna Policastro e colonia alleata di Siris), già molto tempo prima che arrivassero gli Achei a fondare la colonia di Sibari. Non vi sono studi in proposito ma vi sono evidenze che i Trezenii avessero fondato la colonia a Tresino, sulla costa non molto distante da Agropoli ed avessero partecipato alla fondazione di Poseidonia (l’attuale Paestum). Non vi sono studi sulle origini di Scidro. Meglio documentata è invece l’origine della colonia di Lao. Scidro e Lao erano di sicuro nella cosiddetta “Sibaritide”, ovvero nell’area d’influenza di Sibari, lo sappiamo perchè è in queste due colonie, dicono le fonti, si rifugiarono i Sibariti. Ma non è mai stato chiarito se le due colonie sul mare Tirreno, Lao e Scidro, come pure Poseidonia fossero già preesistenti alla fondazione di Sibari sullo Ionio. Da Wikipedia leggiamo che Trezene (in greco Τροιζήν) era un’antica città greca dell’Argolide orientale. Fu il punto di transito tra le popolazioni doriche e quelle attiche. Circa all’inizio del I millennio a.C. fu occupata dai Dori, mantenendo tuttavia la sua indipendenza. Nel 720 a.C. partecipò assieme ad alcuni coloni Achei alla fondazione di Sibari in Magna Grecia. Circa trentacinque anni dopo Focea venne conquistata dai persiani. I Focesi si rifugiarono nella colonia di Alalia in Corsica, ma ormai la regione non aveva più spazio per un ulteriore polo dirigenziale, e fu la guerra: Etruschi e Cartaginesi li affrontarono nella battaglia navale di Alalia (535 a.C.). I Focesi vinsero, ma riportarono danni così gravi alle loro navi che preferirono trasferirsi a Elea. Lo storico e geografo greco Strabone, nella sua Geografia, parla della città di Elea-Velia, specificando che i Focei, suoi fondatori, la chiamarono inizialmente ῾Υέλη (Huélē), nome che però dopo alcune variazioni divenne per i grecofoni Elea. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro etc…”. Sempre il Giannelli, a p. 305 scriveva pure che: “i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’un pò dei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1).”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.;  Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Infatti, il Giannelli citava Edoardo Galli (….), che nel suo “Per la Sibaritide – Studio topografico e storico”, a p….., in proposito scriveva che: Ammesso come dimostrato che le colonie sibarite del Tirreno siano state dedotte prima del 510 (sconfitta di Sibari), e non fondate da quelli che riuscirono a scampare da questa rovina, ne viene di conseguenza che esse precedettero anche la distruzione di Siri (530), e che specialmente le colonie di Lao e Posidonia, delle quali ci rimangono notizie sicure, non furono dedotte nel territorio di Pyxus, già abbattuta. Se così non fosse stato, non si capirebbe come, in un ventennio solo, città poste sulla riva opposta alla metropoli fossero potute crescere in potenza a tal punto da offrire sicuro asilo ai fuggiaschi di Sibari, e garentirli da possibili aggressioni Crotoniate.. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 117 e ssg., in proposito scriveva che: Nessuno autore parla di proposito intorno a queste imprese coloniali di Sibari, e nemmeno si sa il tempo in cui esse incominciarono; talchè siamo costretti, come al solito, di raccogliere scarse notizie qua e là, veri ruderi di tradizioni, ordinarle, vagliarle e confortarle con gli avanzi archeologici di quelle nobilissime città.”. Il Galli, a pp. 118-119, in proposito scriveva pure che: “La deduzione di queste colonie, come in parte ho detto, dovette incominciare anteriormente alla guerra e alla caduta di Siri; mentre la conquista della valle del Crati doveva risalire ai primi tempi della fondazione di Sibari. Infatti due argomenti possono sussidiare la mia supposizione: cioè la lega monetaria fra Sibari e due delle sue colonie; la tutela che queste poterono accordare ai fuggiaschi Sibariti, dopo la loro sconfitta. Se si considera che dalla caduta di Siri alla sconfitta di Sibari intercede una ventina di anni appena, bisogna venire alla conclusione che quelle città, per essere giunte a quel grado di sviluppo, dovevano essere state fondate da un pezzo.”, il Galli, dunque afferma che la fondazione delle due colonie di Lao e di Scidro doveva essere avvenuta da molto tempo prima la caduta di Siri. Infatti, il Galli, a pp. 118-119 aggiunge: “Nella seconda parte di questo studio ho espresso il dubbio che la cagione della guerra con Siri fosse derivata appunto da questa colonizazione, cioè per i naturali attriti tra le colonie di Sibari e Pyxus, colonia di Siri, a danno della quale le prime cercavano di allargarsi su questo lido. Se si considera poi che Lao, posta proprio sul confine del Bruzio, era la più meridionale di quelle colonie, facendo astrazione etc…, bisogna ammettere che essa fosse stata la prima in ordine di tempo, e che quindi Posidonia, la più settentrionale, fosse stata l’ultima delle fondate.”.Dunque, il Galli scriveva che la colonia magno-greca di Lao dovette essere la prima in ordine di tempo. Il Galli scriveva che: “La deduzione di queste colonie, come in parte ho detto, dovette incominciare anteriormente alla guerra e alla caduta di Siri; etc…”, poi proseguendo aggiunge: “Ora, calcolando approssimativamente il tempo necessario all’affermazione e allo sviluppo di ognuna, si può azzardare il giudizio che Posidonia, la quale certamente coniò monete insieme a Sibari in quei venti anni, che passarono tra la caduta di Siri e la vittoria dei Crotoniati del 510, e della quale si sa che nel 530 vi si rifugiarono i Focesi provenienti dalla Corsica, tenendo anche conto che l’uso di imporre alle città nomi di divinità incomincia intorno, o poco prima di questo tempo, avesse potuto precedere di poco la caduta di Siri; mentre la fondazione di Lao e di Scidro dovette avvenire almento 15 o 20 anni innanzi. Con ciò non voglio dire che i Sibariti avessero fondato ex novo Posidonia, ma intendo parlare solo del loro stabilimento in essa.”. Dunque, il Galli ragionando sulla fondazione delle due colonie di Lao e di Scidro scriveva che “..la fondazione di Lao e di Scidro dovette avvenire almento 15 o 20 anni innanzi.”…., ovvero scriveva che la fondazione di Lao e di Scidro dovette avvenire almeno 15 o 20 anni prima della fondazione di Posidonia. Però, sia il Galli ed il Giannelli, pur riconoscendo la probabile preesistenza delle due colonie, vicine all’antica Pixunte, alleata di Siri, non hanno detto nulla sull’eponimo delle due città e sul popolo che ivi arrivò per fondarle. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 202 e sgg, in proposito scriveva che: Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trezene.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a p. 28 e ssg., in proposito scriveva che: Non bisogna però credere che i coloni di Sibari fossero solamente achei. ad essi spettava l’iniziativa e magari la preponderanza. Lo Ps. Aristotele (Pol. V, 3) dice che gli Achei colonizzarono Sibari insieme con i Trezeni (cfr. Solino 36, 9); poi, essendo gli Achei cresciuti di numero, scacciarono, o uccisero i Trezeni, e rimasero soli padroni della città. Fu in seguito a questa impresa scellerata che i Sibariti incominciarono ad essere considerati universalmente come crudeli. Malgrado questa notizia precisa intorno ai Trezeni di Sibari, si sono tirati in ballo anche elementi dori. In un passo di Solino poi (36, 13) è detto che la città di Posidonia sarebbe stata colonizzata dai Dori. Io non credo che bisogna accordare molta fede a questa notizia isolata; tuttavia, essendo Posidonia una colonia di Sibari, si spiega come la leggenda dei Dori fosse comune ad entrambe. Il Pais studia questo problema, nella sua Storia della Sic. e della M. Grec., al capitolo intorno ai Trezene, colonia di Marsiglia, ma non credo che sia riuscito a risolverlo completamente. Intanto, senza più indugiarci in cotali notizie incerte, che non possono risolvere la questione, diciamo più tosto che, fossero stati Dori o no, assieme agli Achei, che fondarono Sibari, vi dovettero essere elementi di altra razza, che aiutarono l’impresa. Se questi altri elementi siano approdati insieme agli Achei, ovvero che siano giunti in seguito, quando la città era stata fondata, non si può dire in nessuna maniera. Però non posso ammettere che la città di Posidonia sia stata fondata dalla gente non achea, scacciata violentemente da Sibari, perchè, essendo questa la più settentrionale delle sue colonie, deve supporre l’esistenza di Lao e Scidro, mentre questa rivoluzione interna di Sibari, se vi fu, dovette avvenire dopo non molti anni dacchè essa era in piedi in un tempo assolutamente anteriore a quello, in cui si pensò di colonizzare la costa occidentale della Lucania.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 11, in proposito scriveva che: “Sappiamo da un passo di Stefano di Bisanzio e da un altro di Eustazio dell’esistenza, oltre alla Trezene dell’Argolide, di una Trezene situata in Italia, nella regione “massaliota”(2). A rigor di logica “massaliota” dovrebbe riferirsi a Marsiglia, l’antica ‘Massalia’, ma poichè questa non è in Italia né vi è mai ritenuta inclusa in antico, si è creduto di poter identificare tale regioe con quella ‘lato sensu’ di Elea, considerato che sia Massalia che Elea erano di fondazione focese, anzi il Pseudo-Scimno scriveva, non si sa con quanta verità, che la seconda era una colonia fondata dai Focesi e dai Massalioti dopo la distruzione di Focea da parte dei Persiani (3). Scartata l’ipotesi che Trezene possa essere stato un appellativo di Poseidonia, perché sostenibile solo ricorrendo ad un falso sillogismo (4), e stabilito che si deve cercare di localizzare il centro in rapporto al territorio eleate, va innanzitutto rilevato che la zona di Punta Tresino era, almeno nel IV sec. a. C., sotto la diretta influenza di Elea (come attestano, tra l’altro, alcune monete della città rinvenute nella tomba dipinta di contrada Vecchia, nell’entroterra di Tresino), se non addirittura apparteneva territorialmente alla colonia focese (5).”. Il Cantalupo, a p. 11, nella nota (2) postillava: “(2) Carace, apud Stefano di Bisanzio, alla voce Τροιζην, F.H.G., III, fr. 55, p. 645: ……………”. Il Cantalupo, a p. 11, nella nota (3) postillava: “(3) Pseudo-Scimno, vv. 247-49 (= 250-52).”. Il Cantalupo, a p. 11, nella nota (4) postillava: “(4) L’identificazione della Trezene italica con Posidonia è sostenuta, ad es. da J. Berard (La Magna Grecia, Storia delle colonie greche dell’Italia meridionale, P.B.E., 1964, p. 209), il quale, rilevando come gli antichi credevano che la Trezene peloponnesiaca avesse portato un tempo il nome di Posidonia, stabilisce che la Posidonia-Paestum di fondazione trezenia potesse essere indicata col nome di Trezene, quasi che i termini Poseidonia-Trezene fossero di necessità reciproci. Tale identificazione è respinta invece da T. J. Dumbabin (The Western Greeks, Oxford, 1948, n. 1. p. 25) e dalla Zancani (P. Zancani Montuoro / U. Zanotti Bianco, Heraion alla foce del Sele, Roma, 1954).”. Il Cantalupo, a p. 11, nella nota (5) postillava: “(5) V. G. Vallet, La cité et son territoire, in Atti VII Conv. Studi M. Grecia, Taranto, 1967, p. 136; cfr. ibidem art. M. Napoli, pp. 228 sgg…Sul problema anche A. Bottini /E. Greco, Tomba a camera dale territorio pestano, in Dialoghi di Archeologia, vol. VIII / 2, 1974-75, pp. 232 e 268”. Il Cantalupo, a p. 12, in proposito scriveva che: “I Trezeni, popolazione di origine peloponnesiaca e di stirpe dorica, avevano preso parte alla fondazione di Sibari insieme agli Achei, ma da quest’ultimi erano stati cacciati dalla città dopo non molto tempo. Essi si recarono allora, secondo la ricostruzione dei fatti proposta per primo da R. Rochette, nella Piana del Sele (2), e nel corso della seconda metà del VII sec. a.C. si insediarono nella località che le genti pregreche chiamavano Paestum, dando ad essa il nome di ‘poseidonia’ e consacrandola così al dio mare, oggetto di particolare venerazione nella loro patria di origine, Trezene nell’Argolide. Soltanto il grammatico Solino, epitomatore del III sec. d.C., ci ha tramandato il ricordo dell’origine “dorica” della città (3), origine disconosciuta a dispetto di questa esplicita testimonianza, e data unicamente come “partecipazione” dell’elemento trezenio alla fondazione di Poseidonia, da taluni di quegli studiosi, e sono i più, che vedono nella colonizzazione greca di Paestum l’azione preponderante se non esclusiva dei Sibariti, la cui presenza a Poseidonia, del resto, può essere attestata con certezza solo negli anni che vanno dal 510 a.C. (distruzione di Sibari) alla fine del V secolo (invasione dei Lucani). Invece la presenza dei Dori nella prima fase di vita della colonia è indirettamente documentata dalle sue prima emissioni monetali, rimontanti a circa la metà del VI sec. a.C., per le quali fu adottato il sistema ponderale calcidese, non quello acheo in uso a Sibari (4). I Sibariti giunsero nel golfo di Poseidonia in un secondo momento, sulla scia dei Trezeni, seguendo verosimilmente le vie commerciali che mettevano in comunicazione il Sele con le valli dell’Ofanto e del Basento, a cui risalivano i traffici terrestri delle città sui mari Adraitico e Ionio. Stanziandosi, sul finire del VII secolo, prima alla foce del Sele, che costituiva allora un importante scalo commerciale, vi portarono il culto di Hera Argiva, originario, a quanto pare, di Argo nella Tessalia. Esso si sovrappose qui al culto indigeno di una dea della fecondità (la ‘Potnia’ mediterranea ?), sicché, immediatamente accolto anche a Poseidonia dagli stessi Trezeni, determinò sulla sinistra del Sele il fiorire di un santuario, celebrato poi da Strabone e da Plinio, i quali, ricordandone le mitiche origini, connesse ai viaggi di Giasone e degli Argonauti, ci danno la testimonianza della sua remota antichità, di molto precedente l’arrivo dei Greci nel VII secolo. I Sibariti stanziati al Sele, in una fase successiva, probabilmente durante il terzo quarto del VI secolo a.C., costrinsero i Trezeni a sgombrare Poseidonia etc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 13, nella nota (1) postillava: “(1) L’instaurarsi della supremazia sibaritica a Poseidonia consolidò nell’area della città il culto di Hera, pertanto i grandi templi urbani ignorarono l’originario culto trezenio di Poseidone e la dea della fecondità ebbe dedicati due edifici sacri, l’uno elevato nel 550 circa, l’altro nel 450 a.C., ( i cosiddetti Basilica e tempio di Nettuno). Scomparve così, a partire dalla metà del VI secolo circa, fino all’età romana, qualsiasi traccia del culto del dio del mare; solo sulle monete rimase la sua immagine, divenuta l’emblema “parlante” della città (v. n. 2, p. 23)…..l’Amasiota dice: “I Sibariti fondarono le mura…”, etc…”. Il Cantalupo, a p. 23, nella nota (2) postillava: “(2) Se si considera che sulle monete di Poseidonia Poseidone non compare come semplice ‘parasemon’, od emblema della città, ma piuttosto come “immagine parlante”, atta cioè a far individuare la polis garante dell’emissione monetale…., come si può rilevare dalle “immagini parlanti” di Focea, Side, Melo, etc…Se è chiaro, solo ammettendo che Poseidonia fu fondata dai Trezeni e che trezenie furono le sue prime emissioni monetali, si può ricomporre l’originario, coerente ed equilibrato rapporto tra fondatori, divinità eponima, nome della città, impronta monetale e sistema ponderale. Ed è altrettanto chiara che a Poseidonia verosimilmente vi fu, entro gli stretti limiti di questa, “prima fase” greca, un culto o un’area culturale riservata al dio del mare; essi scomparvero poi, o furono cancellati con preciso intento politico, dall’affermarsi della supremazia dei Sibariti nella Piana del Sele. Dai nuovi venuti fu incentivato esclusivamente il culto di Hera….I Sibariti, in verità conservarono solo ciò che o non poteva cancellarsi etc…I Trezeni, infatti, durante la loro abbastanza lunga permanenza a Poseidonia, avevano intessuto traffici e commerci con le popolazioni locali e, principalmente, con gli Etruschi, presenti sulla riva destra del Sele, ed erano riusciti anche, qualche tempo prima di essere scacciati dalla città, a disciplinare quegli scambi, immettendo sul mercato gli stateri incusi con l’effige di Poseidone, fra i primi della Campania, e conquistando loro una vasta area di circolazione. I Sibariti, nel sovrapporsi in questa stessa area ai Trezeni, intorno alla metà del VI sec. a.C., epoca che più o meno coincise e con i lavori di costruzione del primo tempio urbano (la cosiddetta Basilica, che fu pertanto dedicato ad Hera) e con le prime fasi della monetazione incusa, dovettero rendersi conto che per un più agevole acquisto di quel mercato conveniva non variare la moneta in esso affermatasi; pertanto continuarono le emissioni con l’impronta ed il sistema ponderale introdotto dai Trezeni, sistema variato poi solo nei primi decenni del V secolo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 258 e ssg. parlando di “Paestum”, in proposito scriveva che: Già in tempi antichissimi la pianura del Sele era stata toccata da genti egeo-anatoliche, come mostra la necropoli del Gudo (a m. 1500 a nord delle mura: civiltà del Gaudo). In seguito alla foce di quel fiume si insediò parte di quei spericolati marinai-mercanti egei che, incuranti di pericoli, disagi e avversità, si erano spinti fin nel Lazio e nell’Etruria (1), a cercarvi, per l’esaurirsi del mare, l’insostituibile ferro. Furono essi che alla foce del Silaro innalzarono un tempio, poi tanto famoso, dedicandolo, com’era costume, alla divinità patria: Hera Argiva (2). A circa 600 m. dal mare, e su una terrazza utilizzata fin dall’età eneolitica (3) perché dominante l’ampia distesa del mare e la vasta circostante palude, viveva uno sparuto nucleo di indigeni (‘Pai-Pais-Paistòs’), con i quali i sopraggiunti rapidamente si fusero (4). Per le scarse notizie pervenuteci varie sono tuttora le ipotesi sull’evoluzione dell’abitato della città: e cioè se per il sopraggiungere di altre genti rodio argoliche, di soli sibariti, o per l’arrivo di quel gruppo di Trezeni che Aristotele (5) ricorda espulso da Sibari, per cui questa ne pagava il misfatto con una tra le più memorabili distruzioni di tutti i tempi (6). Nella pianura pestana continuarono ad affluire genti di Sibari che aveva compreso l’importanza di Poseidonia, quale testa di ponte della longitudinale arteria maestra interna Jonio-Tirreno, strada che aveva costituito per le immancabili attività commerciali che si sarebbero sviluppate verso il Lazio e l’Etruria. Certo è che i rapporti tra le due città furono sempre più stretti se nel 511-510 a.C., a seguito della diaspora sibaritica, per la perduta guerra contro Crotone, le accoglienze ai profughi non si limitarono a sterili per quanto apprezzabili manifestazioni affettive: la città delle rose due volte fiorenti nell’anno fece di più (10). Posidonia rivoluzionò addirittura il suo sistema monetale etc…”. Ebner, a p. 258, nella nota (1) postillava: “(1) G. Pugliese Carratelli, Relazione I Convegno internazionale di Taranto 1961, “Atti”, Napoli, 1962, p. 140″.  Ebner, a p. 258, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. in Strabone, V, 251 la leggendaria narrazione di Giasone che, guidando i suoi Argonauti, sostò alla foce del fiume Sele elevandovi il tempio di Hera. Sull”Heraion alla Foce del Sele’, oltre il fondamentale saggio degli scopritori P. Zancani Montuoro e U. Zanotti Bianco, Roma, 1941, v. pure M. Napoli, Le metope arcaiche di Foce Sele, Bari, 1963 e del 1981 l’intelligente chiaro saggio di D. Sorrentino, Heraion di Foce Sele, il tempio maggiore e relativi problemi, Salerno, 1981.”. Ebner, a p. 259, nella nota (3) postillava: “(3) Scrive M. Napoli (Paestum, Novara, 1987, p. 3) che “ad oriente della Basilicata si sono rinvenuti manufatti che vanno dall’età paleolitica sino all’età del bronzo, mentre a sud della stessa Basilicata, non lungi dalle mura etc…, resti di un centro abitato preistorico”.”. E’ probabile che qui vi è un errore perchè non è Basilicata ma Napoli si riferisce alla Basilica di Paestum. Ebner, a p. 259, nella nota (4) postillava: “(4) Ebner, La monetazione di Poseidonia- Paestum. Note preliminari, “Ente per le antichità e i monumenti della provincia di Salerno”, pubbl. XIV, Salerno, 1964, p. 8. Cfr. pure E. Pozzi, Ripostigli di monete greche rinvenute a Paestum, “Annali dell’Istituto Italiano di Numismatica”, vol. 9-11, Roma 1962-64.”. Ebner, a p. 259, nella nota (5) postillava: “(5) Aristotele, Polit., V, 210, p. 1303 a.”. Ebner, a p. 259, nella nota (6) postillava: “(6) Strabone, VI, 263; Erodoto, V, 45.”. Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove ricalca l’itinerario del racconto di Strabone, a pp. 140 e ssg., in proposito scriveva: “Sulla fondazione di Paestum abbiamo la notizia di Strabone, che, per quanto documentata con acute esegesi, dice, che i primi Greci, stanziatisi alle foci del Sele, etc….Purtuttavia la questione no è così semplice come può apparire a prima vista. Infatti, il grammatico Solino (che scrive nel III secolo a.C.) afferma che Posidonia fu fondata dai Dori, per cui Raoul Rochette ha cercato di salvare la testimonianza di Solino, ricordando che, secondo Aristotele (Polit., V, 2, 10), Sibari fu originariamente abitata non solo da Achei, ma anche da Dori-Trezeni; successivamente i primi cacciarono via dalla città i secondi, i quali si sarebbero, pertanto, portati sul Tirreno fondando Poseidonia: sarebbero così salve sia le testimonianze di Strabone e dello Pseudo Scimno, sulla fondazione sibaritica,si quela di Solino sulla fondazione ad opera dei Dori. L’ipotesi della fondazione Poseidonia ad opera dei Trezeni diSibari, semprerebbe trovare elemento di riprova il fatto che la città di Trezene in Grecia un tempo si sarebbe chiamata Poseidonia ed era sacra al dio Poseidon, e nel ricordo in Stefano di Bisanzio (s.v. ………..) e in Eustazio (ad Il., II, 561) di una Trezene nella regione massaliota d’Italia, regione massaliota che potrebbe corrispondere proprio alla Lucania tirrenica, dati i rapporti Velia-Massalia e Velia-Paestum. La spiegazione di Raoul Rochette trova ancora validi difensori, anche accaniti oppositori. Una difesa, sia pure con diversa spiegazione, è stata di recente avanzata (Sestieri), secondo la quale, i Trezeni, lasciando Sibari si sarebbero attestati poco più a sud di Poseidonia, sui pendii marini dei monti cilentani, non lungi da Agropoli (monte e punta Tresino)…..Che ai Trezeni debba risalire la fondazione di Poseidonia non trova consenziente chi (Zancani Montuoro) osserva che “l’arrivo dei Trezeni-Sibariti non può datarsi prima del (sesto) secolo, poichè Aristotele riferisce il sopruso commesso dagli Achei per presentarlo, moralisticamente, come causa della rovina del 510 e ciò prova che i due fatti erano vicini e non separati da un secolare intervallo di gloria e di espansione”; e ciò, naturalmente, considerando che Poseidonia deve essere fondata intorno all’anno 600 a.C.. La stessa studiosa avanza una nuova ipotesi, cioè che i Sibariti si sarebbero portati a Poseidonia solo dopo la distruzione di Sibari nel 510 a.C., e la città avrebbe tratto nuovo vigore ed impulso dalla presenza dei Sibariti profughi della loro patria, offuscando il ricordo degli antichi fondatori della città, i quali sarebbero greci di lontane origini tessalo-beote che, dopo aver fondato l’Heraion di Foce Sele avrebbero scelto per loro dimora il più favorevole sito di Poseidonia. (p. 143). Lasciamo da parte, per ora, la questione della cronologia di Sibari, e consideriamo la soluzione proposta da Raoul Rochette a proposito dei Dori, che egli identfica con i Trezeni di Sibari: la soluzione può apparire ottima, ma, a nostro parere, indipendentemente dalle obiezioni non deterinanti della Zancani Montuoro, lascia un pò perplessi e non convince appieno etc…”.

Nel VII sec. a.C., Sibari, Scidro, come Pixus, forse origini Messeni stanziatisi a Reggio

Dalla Nulla si conosce sulle origini della coloniania di Scidro posta sul mar Tirreno e, ormai si sa per certo che essa ospitò, insieme a Lao e a Poseidonia, i profughi della colonia magno-greca di Sibari, che si trovava sullo Ionio. Molti studiosi dicono che essa entrò a far parte dell’area d’influenza di Sibari, nella cosiddetta “Sibaritide”, quando la colonia magno-greca sullo Ionio di Siri fu sconfitta da Sibari, nel 540 a.C.. Dunque, è molto probabile che Scidro esistesse già molto tempo prima della caduta di Siri nel 540 a.C. e che essa facesse parte, insieme a Pixus dell’area d’influenza di Siri, ovvero facesse parte della “Siritide”. Cmunque sia, non si conoscono le vere origini di Scidro, di Lao, di Poseidonia, di Elea, di Palinuro e di altre città citate dagli antichi. Non conosciamo le popolazioni che la abitarono, non conosciamo gli eponimi, i loro fondatori, come non conosciamo l’origine dei toponimi. Per ragionare sulle oriini di queste città e sui loro fondatori, sull’epoca di fondazione, ecc…, dobbiamo ragionare su alcune cose e fare alcune riflessioni. Non è facile stabilire alcune cose. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “I Calcidesi di Eubea furono probabilmente i primi a entrare in Sicilia e nell’Italia meridionale; e ad essi presto seguirono le stirpi doriche e acaiche del Peloponneso. E mentre i Cancidesi d’Eubea fondavano Cuma, da cui avevano origine Napoli e Pozzuoli, e, insieme coi Messeni, Reggio, e i Dori Taranto e Metaponto, gli Achei fondarono non poche città sul mar Ionio, tra cui Sibari, Pandosia, Crotone, che divennero ben presto metropoli frequenti di traffici; e veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2) e in fondo all’ampio golfo Posidonia, detta dagli Etruschi ‘Petan’ o ‘Pesitan’, da cui i Romani trassero Paestum. Etc…”. Dunque, il Carucci scriveva che i Calcidesi di Eubea, probabilmente furono i primi a stabilirsi nelle nostre contrade. Essi provenivano dalla regione dell’Eubea che,……Il Carucci scriveva che ai Calcidesi di Eubea, insieme coi Messeni di Reggio,….“…veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a.C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriormente al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Dunque, il Carucci, fa notare che contrariamente a quanto scriveva Diodoro Siculo, ovvero che Pixus (che egli chiama Pixos), fosse stata fondata da Micito di Reggio nel V secolo, si può retrogradare la fondazione o l’esistenza di questa città sul mare Tirreno grazie alla moneta con la leggenda Sirino-Pixoes” che, invece risale ad un secolo prima, al VI sec. a.C.. Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove ricalca l’itinerario del racconto di Strabone, a pp. 172 e ssg., in proposito scriveva: “Se prescindiamo da questi miti e tradizioni che ci parlano di età più lontane, ci resta da constatare che lungo le coste per lo più sui primi colli verso i monti, o sui passi più interni delle vie naturali che congiungono lo Ionio al Tirreno, si documenta la presenza di nuclei abitati, noti in particolare da necropoli, presenti ancor prima dell’intervento greco, sì da lasciar pensare (e sarebbe più difficile ipotizzare l’opposto) che non solo le coste erano abitate da popolazioni indigene, ma che quest’ultime conoscevano quelle vie tra Ionio e Tirreno attraverso le quali, vedremo meglio in seguito, passeranno i Greci per vitalizzare con nuovi fermenti i commerci lungo le rotte del Tirreno. Ma quando e in quali circostanze la presenza greca si fa determinante nel Tirreno inferiore, nel senso cioè che non si limiti più ad avere dei semplici contatti e rapporti con le popolazioni indigene, rapporti che già in pieno settimo secolo devono essere stati intensi e pacifici, ma si creano dei veri e propri capisaldi e delle colonie ?. Si consideri che, ove si tolga il caso di per sè dubbio di Metauro, secondo la notizia di Solino, le città calcidesi, ed in particolare pertanto Reggio e Messina, le città cioè dello stretto, non sembrano avere avuto partecipazione attiva alla colonizzazione del basso Tirreno, forse perchè paghe dell’azione svolta con il controllo dello stretto, come sembra documentato dalla ceramica calcidese (che giustamente il Vallet ritiene produzione di Reggio) ritrovata sia sulla costa che in località interne (Sala Consilina) in comunicazione con i mercati costieri…..Note le vie istmiche in età precoloniale, …si deve concludere, e non v’è difficoltà per raccogliere la conclusione, che la presenza greca sul Jonio conosce sempre e contemporaneamente il Tirreno, frequentato a brevissima distanza di tempo dalla fondazione della colonia sullo Jonio. Ciò non significa “fondazione”, è evidente: la fondazione delle subcolonie, elevare a subcolonie quei luoghi indigeni già da tempo ormai frequentati, è un fatto politico, è il desiderio di voler affermare e sancire un diritto a coste già di fatto possedute sul Tirreno, e ciò avverrà piuttosto durante il sesto secolo….La distruzione di Siris interferì direttamente sulle vicende del Tirreno, a sud di Velia, avendo avuto Siris interessi diretti in ques’area, ma interferì anche indirettamente, perchè Sibari ne ricavò vantaggi notevoli. C’è ancora da chiedersi, se tutto ciò ha avuto riflessi condizionanti sulle sorti di oseidonia e sulla fondazione di Velia, la quale veniva a porsi su questi mari con l’interessato beneplacito di Reggio.”. Il Napoli, a p. 176 scriveva di Pixunte: “Posta allo sbocco di una via istmica, Pixunte dovette svolgere un ruolo di notevole importanza per i rapporti commerciali con l’interno e, attraverso Siris, con il mare Jonio; una verso Siris, l’altra verso il Vallo di Diano, per cui crediamo che sia questa, a differenza di quella meno identificabile e certo più difficile, di Palinuro, la strada del commercio calcidese con Sala Consilina. Ciò potrebbe spiegare il tentativo tardo di Micito di riconquistare questa testa di ponte; e ciò spiega anche, come vedremo meglio in seguito, la nota moneta Sirinos-Pyxoes che, ad onta di altra spiegazione, crediamo sia sempre da vedersi come moneta di Siris e di Pixunte, databile ad età successiva alla caduta di Sibari, nel tentativo di rivitalizzare vecchie vie commerciali. Città enotria, Pixunte svolge questo compito di emporio per lo meno già dal settimo secolo, e dovette essere scalo aperto per il commercio calcidese, posto sotto l’egida di Reggio, e di quello di Siris; caduta questa città, affermatasi la potenza di Sibari, con i suoi scali sul Tirreno, Pixus dovette avere un momento di recessione, pur continuando ad esercitare le funzioni di emporio aperto, per iprendere un momento di vitalità, in una con le aspirazioni di ripresa di Siris, dopo la distruzione di Sibari. In tutta la politica economica del Tirreno il tentativo fu di breve durata, che si erano nel frattempo determinate nuove situazioni. L’epicentro dei commerci, che in Lucania si fanno con gli inizi del quinto secolo sempre più marittimi e meno terrestri, per la pressione nell’interno dei Lucani, l’epicentro, si diceva, si sposta, più a nord, e precisamente a Velia.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 282 e ssg., in proposito scriveva che: Subito dopo la fondazione di Crotone, e cioè durante la seconda metà dell’VIII secolo, si stabilirono sulle coste orientali della Sicilia i Calcidesi e i Corinzi: i Calcidesi deducevano tosto altre colonie sulle coste campane, prima fase di Cuma. Per l’origine greca di queste città, i recenti trovamenti archeologici indicano gli ultimi anni dell’VIII secolo e i primi del VII; e viene fatto di pensare che non solo per ragioni di opportunità commerciale abbiano i Calcidesi scelto il golfo di Napoli, bensì anche perché le coste lucane dovevano ormai essere ipotecate dall’espansione dei Sibariti e dei Siriti e costellate dei loro stabilimenti commerciali, fra i quali forse già comparivano le città di Lao, di Scidro, di Pixunte. Nudo di colonie greche restava tuttavia il Bruzio meridionale, ad eccezione dell’estrema punta, sulla quale i Calcidesi avevano stabilito, di fronte a Zancle, la città di Reggio.”. Dunque, in questo ultimo passaggio, il Giannelli ritiene che, ai tempi della fondazione di Crotone, ovvero tempo prima che fossero state fondate Sibari e Siri, i due centri, che egli chiama “stabilimenti commerciali di Sibari e di Siri”, di Lao e di Scidro e Pixunte già esistevano. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando del Sinus Laus, a pp. 67 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando Reggio non potette più nell’Ionio svolgere come una volta la sua attività, stretta com’era tra’ Siracusani e i Locresi, cercò di guadagnare nel Tirreno quel posto che non aveva potuto ottenere sull’altro mare.”. Il Dito, a p. 48, in proposito scriveva: “I Reggini che avevano aiutati i Focesi nella fondazione di Velia, rinovellarono con Micito la distrutta Pyxus ed entrarono in relazione co’ Tarentini, etc…”.

Le vie Istimiche, le vie di comunicazione tra il mare Ionio ed il Tirreno

Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Il movimento migratorio dei Greci verso l’Italia meridionale e la Sicilia sarà cominciato probabilmente verso la metà dell’VIII secolo…”. Dunque, a partire dalle fondazioni delle città magno-greche sul mare Ionio, come ad esempio le due città di Siris e di Sibari, si ebbe un notevole movimento di genti greche che dallo Ionio tracciarono delle vie di comunicazioni che li collegassero alle sponde ed alle città amiche poste sulle coste del mare Tirreno e poter svolgere le loro fiorenti attività commerciali con la vicina Etruria. infatti, il Giannelli, a p. 340, in proposito scriveva pure che: “Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro etc…”. Sempre il Giannelli, a p. 305 scriveva pure che: “i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’un pò dei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1). Quando anche i coloni di Siri sentirono il bisogno di uno sbocco sul Tirreno, dovettero raggiungerlo attraverso un ben più lungo cammino, e fondarono la colonia di Pixunte, a nord degli stabilimenti dei Sibariti: questa città scomparve probabilmente insieme alla sua madre-patria e più tardi, nel 471, colonizzata nuovamente da Micito di Reggio.”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.;  Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 202 e sgg, in proposito scriveva che: Posidonia era colonia di Sibari; alla sua fondazione avevano concorso anche abitanti della peloponnesia Trezene. Apprendiamo dagli antichi che gli abitanti di Sibari erano congiunti da stretta amicizia con gli Etruschi. A prima vista la notizia pare strana, date le rivalità che esistevano fra Greci e Tirreni, considerando per giunta la distanza e la situazione delle due città. Se si tien però conto che Pesto era colonia di Sibari, la notizia riesce chiara. Sibari esercitava il suo commercio risalendo il corso del Crati ed importando merci greche particolarmente sulle coste del Tirreno. Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto…..Gli Etruschi riuscirono bensì a conquistare molte città della Campania, ma non s’impadronirono di quelle sulla costa degli Enotri che venne poi assoggettata dai Lucani e dai limitrofi Bretti.. Il Pais, a p. 258, in proposito scriveva pure che: “I Milesi importavano in Sibari vasi, vesti e preziosi prodotti dell’Oriente e ne esportavano materie prime. Per mezzo della città amica inviavano le loro mercanzie a Laos, a Skidros, a Posidonia, colonie dei Sibariti, e, come abbiamo già notato, ve le ritiravano i Tirreni signori appunto del paese limitofo a posidonia. Gli Etruschi consegnavano in cambio fra l’altro metalli, rame, stagno ed il ferro dell’Elba, che fu poi sottoposta alla vicina Populonia.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. VIII “Civiltà Italiota e civiltà Etrusca”, a pp. 478-479, in proposito scriveva che: “Sul primo punto, concernente l’Etruria, la congettura potrà apparire ben fondata ove si consideri che già nel VI secolo a.C. gli Etruschi, mentre svolgevano la loro influenza sul Lazio, estendendosi sulla Campania fin verso il golfo di Salerno non lungi da Posidonia, venivano a trovarsi in contatto con l’impero Sibarita, quando con Sibari erano legati dalle strette relazioni commerciali, che rapidamente creavano fra i due ricchi e potenti Stati quelle analogie d’una vita di splendore e di lusso per le quali poi si rimproverava ai Sibariti di prediligere, fra tutti i popoli stranieri, gli Ioni e gli Etruschi (3). Per quanto, come osservammo, i Sibariti esercitavano più che altro un commercio in transito, trasportando per via interna dall’Ionio al Tirreno le merci provenienti per opera dei Milesi dall’Oriente, e, viceversa sull’Ionio, quelle che per mezzo dei suoi coloni di Posidonia, di Lao e di Scidro venivano dall’Etruria, è ovvio che….”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 62-63 e ssg., in proposito scriveva che: Ad ogni modo resta sempre l’incognita della via che avrebbero tenuto questi aiuti, grandi o piccoli: non per mare, perchè, per le condizioni nautiche di allora, i navigli dovevano costeggiare la terra, che per lungo tratto, sia dalla parte del Ionio, che del Tirreno, era in possesso dei nemici; resta l’ipotesi più ammissibile, che essi cioè abbiano seguito la stessa strada delle carovane, che trasportavano le mercanzie da Sibari a Lao, vale a dire attraverso il passo di Campotenese. Ma anche questo cammino, per quanto breve, non doveva essere molto agevole per le forse che si fossero recate a Sibari, perchè gli indigeni, che furono molti ad insorgere dopo la sconfitta, e a recuperare il loro territorio, avevano ostacolato in mille modi i movimenti di queste truppe.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a p. 139 parlando di Pixunte e della lega Achea, in proposito scriveva che: “…alleanza la quale prova indirettamente l’esistenza d’una strada commerciale assai frequentata, che poneva in comunicazione le due città da un mare all’altro attraverso la penisola, molto ristretta in quel punto, risalendo dalla costa orientale il fiume Siri sino alle sorgenti e discendendo di là sul litorale occidentale ove stava Pixunte (1). Etc…”. Il Ciaceri, a p. 139, nella nota (1) postillava che: “(1) v. Lenormant I p. 207 sg. “. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Palinuro, a p. 268, in proposito scriveva che: Gli scavi archeologici del 1939, eseguiti dal compianto amico P. C. Sestieri (5) su tutta l’altura di S. Paolo che sovrasta l’abitato,……Ceramica che presenta netti caratteri d’identità con queli della Peucezia, con quella di Sala Consilina e Atena Lucana, per cui sarebbe da riconsiderare l’affermazione di Dionigi (I, 11 sgg.) sulla venuta di enotri e peucezi dall’Arcadia e da ammettere che proprio da Palinuro partisse una delle carovaniere per la Valle di Diano. Carovane che trasportavano ceramica locale e ceramica ionica che alla vicina Pixous (Bussento), Policastro) giungeva per la via istimica da Siris e la ceramica ionica e attica a mezzo dei mercanti focei. Manufatti che venivano scambiati con il grano della ferace Valle del Tanagro, di quel lago pleistocenico svuotatosi in epoca storica. Grano che anche dopo la caduta di Sibari (a. 510 a.C.,) i focei di Velia (10) continuarono a trasportare ad Atene che ne acquistava sempre in maggiori quantità.”. Ebner, a p. 268, nella nota (5) postillava: “(5) P. C. Sestieri, Scoperte archeologiche in provincia di Salerno, “Bollettino d’Arte”, Roma, 1940, n. IV (estratto).”. Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di  una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Fu la studiosa transalpina Juliette de la Geniere che per prima, oltre trent’anni or sono, effettuò una prima ricognizione di tutta la zona alla ricerca di antichi abitati indigeni databili dal VI al V secolo a.C. (3). Lungo l’antico percorso carovaniero che in epoca arcaica univa il sudovest del Vallo di Diano col Tirreno meridionale la ricercatrice francese riconobbe il sito di tre probabili abitati indigeni di notevole funzione strategica: di Sontia nell’alta Valle del Bussento, del monte San Michele (a sud di Caselle) nel medio corso, di Roccagloriosa nell’ultimo tratto. La groppa di Sanza apparve alla studiosa come “il luogo più favorevole”(4) per un insediamento a guardia del trivio carovaniero (a sudovest dell’abitato, infatti, la carovaniera proveniente dal Vallo meridionale attraverso la piana del Lago subiva un’importante diramazione: piegava a sud per Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum, ad ovest per Molpa e Palinuro attraverso Rofrano Vetere e lungo il corso del Faraone/Mingardo)(5); del secondo abitato dopo quello di Sontia, che, secondo la de La Geniere, doveva sorgere sul monte San Michele “dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri”, furono rinvenuti molti frammenti di tegole d’epoca ellenistica (6); del terzo, infine, precisato sulla cresta rocciosa, lunga due chilometri da nord a sud, tra gli attuali paesi di Castel Ruggero e Roccagloriosa” (7), la studiosa raccolse pezzi di tegole antiche e frammenti di vasi a vernice nera risalenti alla fine del VI o al principio del V sec. a.C., ed altri ancora d’epoca ellenistica. Se questa è la situazione, in epoca arcaica il centro indigeno del San Michele costituì allora il primo nucleo abitato della zona, anteriore sia al centro lucano di ‘Laurelli’ sia, ovviamente, a quello medioevale dell’attuale Caselle in Pittari. Probabile testimonianza dell’abitato arcaico sono alcuni nuraghi in miniatura – sfuggiti all’indagine della studiosa transalpina – che – sorgono sulla sommità del San Michele: tumuli di pietre grezze riproducenti ambienti angusti in cui, forse, si seppelivano i defunti in posizione rannicchiata. Bel tre villaggi, dunque, tutti in posizione strategica, a difesa d’un perscorso carovaniero non lungo ma certo vitale per la sopravvivenza delle popolazioni dell’entroterra bussentino e del Vallo di Diano. Da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum le carovane risalivano il corso del Bussento attuando la prima tappa a Roccagloriosa (il centro che, secondo Mario Napoli, era il più accreditato non solo per difendere l’ingresso della Valle del Mingardo e del Bussento ma anche per essere centro di raccolta e di scambio delle merci )(8), dove trovavano un’importante  diramazione: procedevano verso nord lungo il corso del Faraone in direzione di Rofrano Vetere e della Croce di Pruno (passaggio obbligato per immettersi nella Valle del Calore)(9), piegava ad est verso la confluenza dello Sciarapotamo (ξηροποταμòσ, xeropotamòs, fiume secco) e di Vallone Grande nel Bussento risorto sotto Morigerati. Questo secondo percorso nel primo tratto doveva essere controllato e difeso dall’abitato del San Michele. E’ probabile ad ogni modo chea sudovest dell’attuale Caselle, più o meno all’altezza della contrada Laurelli, il tratturo subisse un’altra diramazione: piegasse ad est per salire sul San Michele, proseguisse vero nord in direzione della contrada Caporra e del passo della Decollata per immettersi facilmente nell’agro di Sontia (10). All’ultimo abitato situato a monte della Valle del Bussento si arrivva anche risalendo il corso del fiume: a norovest del San Michele, infatti, il tratturo scendeva alle falde della groppa sopra la quale sorge Caselle (versante orientale) e attraverso le contrade Mènnola, San Nicola (o Taverna), Campi e Forche, Cicirieddo, Santo Caselle, Iomàra, Sant’Aliéno, Terreno Jòdice saliva verso quella denominata Tonniello, donde entrava nell’agro di Sontia attraversando in successione quelle di Farnetàni, Ponte Nuovo, Tempe d’Agro, Petràro, senza seguire il tracciato attuale della Statale 517 (11). La carovaniera che da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum si snodava lungo il corso del Bussento verso il Vallo, antica via del sale, difesa dai centri indigeni menzionati, dovette essere attiva sin dalla fine dell’VIII sec. a.C., quando la città di Sibari sullo Ionio cominciò a monopolizzare il commercio dei centri indigeni della costa tirrenica.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (3) postillava: “(3) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati antichi in Lucania, in “Atti e Memorie della Società Magna Grecia”, V (1964), pp. 129-140″. Il Fusco, a p. 78, nella nota (4) postillava: “(4) Ivi, p. 136”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (5) postillava: “(5) F. Fusco, Quando la storia tace etc…, op. cit., p. 182 seg.; Capitulationes et Pacta etc.., cit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc.., vit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (10) postillava: “(10) Idem, Quando la storia etc.., cit., p. 186”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (11) postillava: “(11) Ivi, p. 185. Sempre alle falde orientali del colle sopra il quale sorge l’abitato di Caselle forse s’apriva un secondo tratturo che, superato il Bussento, si inoltrava verso oriente nella Valle della Bacùta in direzione del Fortino di Casaletto Spartano e della Valle del Noce.”. Amedeo Maiuri (….), nella sua relazione per il 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto (quello del 1962), il cui dibattito è stato pubblicato nel testo “Vie di Magna Grecia”,  in seguito riproposto da Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a p. 61, in proposito scriveva che: “Quando venne proposto lo studio delle vie, quale tema del 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia, era ovvio che si avesse presente la ricognizione e possibilmente l’esatta identificazione delle vie istmiche, delle vie cioè che dovevano servire a stabilire comunicazioni e traffici fra il versante ionico e il versante tirrenico, e soprattutto fra le città metropoli sullo Jonio e le loro filiali o federate o indipendenti, in funzione di scali marittimi, sul Tirreno…..il lavoro da fare, in un terreno così tormentato, qual’è quello della Calabria e della Lucania, era quello di una ricognizione aerea e di una ricognizione pedonale che riprendesse il filo delle vecchie vie mulattiere, degli antichi valichi etc…Bisognava insomma riprendere la tradizione dei viaggiatori inglesi del primo Ottocento etc…”, a p. 63, egli scriveva pure che: “Non era agevole per Sibari aprirsi un varco verso il Tirreno; la chiusa e serrata catena dei monti di Paola a ponente e l’alta muraglia del Pollino a nord con la sua vetta a 2200 metri, venivano a costituire due barriere invalicabili, e poichè il Tirreno non offriva in quel settore, al pari dello Jonio, alcun porto naturale, si trattava di scegliere l’estuario di quei fiumi che si prestassero a scalo marittimo. Estuario e scalo eccezionalmente favorevoli offriva il Lao, il primo grande corso d’acqua, il più ricco di affluenti a nord dell’altopiano del Pollino: seguivano dopo altri minori corsi d’acqua di carattere più torrentizio, il Pixùs con l’omonima città, antico scalo di Siris e della Siritide, il fiume Alento porto della città di Elea e il Silaros (Sele) nella piana di Posidonia…..il fiume Lao dovè costituire il primo importante scalo marittimo di Sibari; da ciò la fondazione di quella colonia tirrena che le fonti rivendicano concordemente a Sibari e che veniva ad essere la città di confine tra la Lucania e il Bruzio…..”. Il Maiuri, a p. 66, continuando il suo racconto scriveva: E’ opinione corrente che la via del commercio sibaritico, fin dalla sua prima prospera espansione e dai contatti e dagli scambi con il commercio etrusco, avvenisse per via carovaniera sulla prima balza del Pollino a traverso l’altipiano di Campotenese fino a raggiungere il corso del Lao e di là ridiscende il fiume fino al grande estuario e al suo emporio fluviale e marittimo: per raggiungere l’altopiano di Campotenese, prima della strozzatura che lo chiude verso l’attuale scoscesa via della ‘Dirupata’ per Castrovillari, si risaliva il corso dell’antico Sybaris (Coscile) che fa capo all’antico e odierno paese di Morano, da cui ha inizio il vero e proprio altopiano. Ma era indubbiamente una ia lunga e disagevole….Il calcolo quindi che fa il Lenormant che un carro o una bestia someggiata potesse compiere in due giorni il percorso da Sibari a Lao passando per Camptenese, non può essere certo applicato a un grosso commercio carovaniero qual’era quello di Sibari e alla natura dei suoi prodotti d’esportazione. A ciò s’aggiunga che la via carovaniera di terra poneva Sibari, nella prima metà del VI secolo, a contatto con lo sbocco della via carovaniera di Siris verso il corso del Bussento (‘Pixùs’), contatto che, fino a quando Siris esercitò il suo florido commercio di concorrenza, Sibari, dovè evitare cercando di raggiungere Lao con una via più diretta e indipendente. Tale via era offerta dalla valle dell’Esaro che conduce agevolmente con il suo corso e le sue sorgenti al valico di Belvedere e alla sua rada. Etc..”. Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a pp. 172 e ssg., in proposito scriveva: “Se prescindiamo da questi miti e tradizioni che ci parlano di età più lontane, ci resta da constatare che lungo le coste per lo più sui primi colli verso i monti, o sui passi più interni delle vie naturali che congiungono lo Ionio al Tirreno, si documenta la presenza di nuclei abitati, noti in particolare da necropoli, presenti ancor prima dell’intervento greco, sì da lasciar pensare (e sarebbe più difficile ipotizzare l’opposto) che non solo le coste erano abitate da popolazioni indigene, ma che quest’ultime conoscevano quelle vie tra Ionio e Tirreno attraverso le quali, vedremo meglio in seguito, passeranno i Greci per vitalizzare con nuovi fermenti i commerci lungo le rotte del Tirreno……Note le vie istmiche in età precoloniale, …si deve concludere, e non v’è difficoltà per raccogliere la conclusione, che la presenza greca sul Jonio conosce sempre e contemporaneamente il Tirreno, frequentato a brevissima distanza di tempo dalla fondazione della colonia sullo Jonio.”. Il Napoli, a p. 176 scriveva di Pixunte: “Posta allo sbocco di una via istmica, Pixunte dovette svolgere un ruolo di notevole importanza per i rapporti commerciali con l’interno e, attraverso Siris, con il mare Jonio; una verso Siris, l’altra verso il Vallo di Diano, per cui crediamo che sia questa, a differenza di quella meno identificabile e certo più difficile, di Palinuro, la strada del commercio calcidese con Sala Consilina. Ciò potrebbe spiegare il tentativo tardo di Micito di riconquistare questa testa di ponte; e ciò spiega anche, come vedremo meglio in seguito, la nota moneta Sirinos-Pyxoes che, ad onta di altra spiegazione, crediamo sia sempre da vedersi come moneta di Siris e di Pixunte, databile ad età successiva alla caduta di Sibari, nel tentativo di rivitalizzare vecchie vie commerciali. Città enotria, Pixunte svolge questo compito di emporio per lo meno già dal settimo secolo, e dovette essere scalo aperto per il commercio calcidese, posto sotto l’egida di Reggio, e di quello di Siris; caduta questa città, affermatasi la potenza di Sibari, con i suoi scali sul Tirreno, Pixus dovette avere un momento di recessione, pur continuando ad esercitare le funzioni di emporio aperto, per iprendere un momento di vitalità, in una con le aspirazioni di ripresa di Siris, dopo la distruzione di Sibari. In tutta la politica economica del Tirreno il tentativo fu di breve durata, che si erano nel frattempo determinate nuove  situazioni. L’epicentro dei commerci, che in Lucania si fanno con gli inizi del quinto secolo sempre più marittimi e meno terrestri, per la pressione nell’interno dei Lucani, l’epicentro, si diceva, si sposta, più a nord, e precisamente a Velia.”.

Nel VII sec. a.C., PYXUS, PYXOUS, PIXUNTE, città Italiota sul Tirreno alleata di Siris, città magno-greca

Pixous (successivamente latinizzato in Buxentum) è un antico centro abitato della Magna Grecia che costituiva una città portuale aperta verso il sinus terinaeus. Secondo l’opinione prevalente degli studiosi, Pixous sorgeva su una piccola altura (m 80 s.l.m.) sulla sinistra idrografica del fiume Bussento. Il suo nome deriva dalla presenza di piante di bosso (gr. pyxós, lat. buxus) che vi crescono tuttora in abbondanza. Il sito dell’antica Pyxous coincide con quello dell’attuale Policastro Bussentino. Il centro storico della medievale Policastrum, insiste infatti, in maniera visibile, su più antiche emergenze in opera pseudo-poligonale, oggi conservate per un’altezza variabile da circa 3 a circa 6 m. La storia della città si basa solo su notizie occasionali ed episodiche tramandate dalla tradizione storiografica greca e romana: sia Strabone (Geografia, VI.1) sia Diodoro Siculo (Bibliotheca historica, XI.59), riconducono la sua fondazione a Micito (Mikythos, Μίκυϑος), tiranno di Rhegion, nel 471/70 a.C. (o 467 a.C.). La colonia reggina dovette avere una vita breve. Secondo il racconto di Strabone, infatti, la città sarebbe stata abbandonata dai coloni poco dopo la sua fondazione. Una tradizione storiografica fa risalire la fondazione della città al VI secolo a.C. (tale tradizione è rispecchiata anche nella Princeton Encyclopedia of Classical Sites). Secondo questa tesi, il centro, in quel periodo, doveva dipendere dalla colonia magnogreca di Sibari, al pari della non lontana Paestum. Lo mostrerebbe infatti una monetazione di tipo sibaritico, sulla quale è riportata anche il nome di Siris, anch’essa, al pari di Sibari, sul golfo di Taranto, sul litorale ionico. Questa notizia di una fondazione precoce si riconcilierebbe con le notizie fornite da Strabone e Diodoro solo supponendo che quella dovuta al tiranno Micito fosse una rifondazione dopo un collasso della città dovuto alla caduta di Sibari, nel 510 a.C.. Tuttavia, scavi compiuti nei tardi anni ’70, hanno restituito l’intera cronologia dalla fondazione di Micilo, ma non hanno restituito alcun reperto del periodo precedente. Se ne deduce una conferma della tradizione storiografica riportata da Strabone e una smentita dell’ipotesi di una fondazione sibarita al VI secolo a.C.. Segue infatti un lungo periodo di silenzio delle fonti, per interrompere il quale bisogna aspettare la dominazione romana: Livio (Ab Urbe condita libri, XXXII, 29.4 tramanda che, nel 194 a.C., vi fu dedotta la colonia maritima di Buxentum, che beneficiò di un rafforzamento pochi anni dopo, nel 186 a.C.. Grazie alle citazioni dei geografi, sappiamo che l’insediamento era sicuramente attivo in età imperiale. L’evidenza epigrafica rivela inoltre che, in ètà imperiale, la città era eretta a municipium, amministrato da duoviri, nel quale si annoveravano un foro e un macellum. Sempre da fonti epigrafiche si sa che il municipio era assegnato alla tribus Pomptina. In epoca Bizantina, in base a notizie fornite da Stefano di Bisanzio, si sa che il centro rimase attivo anche in epoca bizantina: alla dominazione di Bisanzio si deve il nome di Palaiokastron, e la fortificazione sommitale che residuano tutt’oggi nel castello medievale. Scavi condotti negli anni 2010-2012, sotto la direzione dell’archeologa Elena Santoro, hanno iniziato a portare alla luce gli strati archeologici di epoca Romana. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 20-21, in proposito scriveva che: “L’unica sicura colonia greca attestata dalle fonti per il Golfo di Policastro è Pissunte, in greco Pyxous, la romana Buxentum, oggi Policastro Bussentino (21). Il nome è ripreso da una pianta abbondante in questi luoghi, il bosso, in greco pyxos, in latino buxus, da cui Buxentum. La pianta, con molteplici e importanti usi (22) nel mondo antico, si trova raramente allostato spontaneo, ma nel Cilento “cresce nelle zone più interne, sulle sponde del fiume Bussento, soprattutto nei pressi di Caselle in Pittari e alle falde meridionali del Cervati” (23). Appare probabile che la coltivazione e il commercio di tale pianta sia stata una delle fonti della ricchezza del territorio bussentino nell’antichità. In epoca romana si indicò con buxus la pianta, e con buxum la materia lignea usata per le varie lavorazioni (24). Secondo Plinio il Vecchio, “Il legno di bosso è fra i più pregiati (…); pregevole per una certa qual silenziosità, per la robustezza e il colore giallo chiaro. L’albero vero e proprio si usa anche nell’allestimento dei giardini. Ve ne sono tre specie (…); la terza specie, infine, è detta nostrana, di origine selvatica, credo, ma ingentilita dalla coltivazione. (…) pianta sempreverde, si presta bene ad assumere forme svariate con la potatura. (…) Il bosso predilige le zone fredde ed esposte al sole; al fuoco oppone la stessa resistenza del ferro” (25)”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (21) postillava che: “(21) Su Pyxous / Buxentum vd. NATELLA – PEDUTO 1973; EBNER 1982, II, pp. 330-346; JOHANNOWSKY 1992; GALLO 1996”. Il La Greca, a pp. 21-22, nella nota (22) postillava che: “(22) Il bosso è una pianta sempreverde delle buxacee, alta da 2 a 4 m, molto longeva (vive fino a 600 anni), con parecchi usi, attestati dalle fonti antiche. Nel giardinaggio era usato per creare e modellare siepi, ad es. “scrivendo” a grandi lettere i nomi dei proprietari. In medicina era usato per le proprietà della corteccia e delle foglie (diuretiche, depurative, antisettiche, febbrifughe, sudorifere); ma la prudenza è opportuna, in quanto contiene anche alcaloidi. Si usava poi come sostituto del luppolo nella birra. Il legno è molto denso e pesante, resiste al fuoco, ai tarli, addirittura affonda nell’acqua, ed è indeformabile; veniva usato per lavori di ebanisteria, destinati a durare: strumenti musicali e di altro genere, attrezzi da cucina, armi, piccoli mobili, cassette portatili ad es. per medicamenti, meccanismi vari, modelli geometrici e plastici architettonici, tavolette cerate per scrivere e modelli di lettere ed altri oggetti di studio a scuola, anelli. Vd. BONI – PARRI 1977, p. 125”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (23) postillava che: “(23) DE SANTIS – LA PALOMENTA 2008, p. 52”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (24) postillava che: “(24) Flavio Caper, De ortographia, p. 100”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (25) postillava che: “(25) Plinio il Vecchio, Nat. hist., XVI, 28, 70-71 (traduz. di F. Lechi)”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: Dall’etimologia greca …………. e latina buxus, derivarono i nomi di Pixus, Pituntia, Pixunte, Pissunte e Bussento. La cittadina affonda le radici della sua storia millenaria nelle ceneri di remote civiltà scomparse, a cominciare da quelle dei primi indigeni italici, Ausòni, Enotri, Pelasgi, Siculi, fino ai Greci e ai Romani. La più antica fondazione potrebbe risalire intorno al VI secolo a.C., come si rileva da antiche medaglie recanti i nomi coniati di Pixus (Pyxous) e di Siris (….).”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….gli Achei fondarono non poche città sul mar Ionio, tra cui Sibari, Pandosia, Crotone, che divennero ben presto metropoli frequenti di traffici; e veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), etc... Il Carucci, a p. 45, nella nota (1) postillava: “(1) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a. C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriore al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 340 e ssg., in proposito scriveva che: “Il movimento migratorio dei Greci verso l’Italia meridionale e la Sicilia sarà cominciato probabilmente verso la metà dell’VIII secolo…Cominciando pertando dalle prime quattro città principali – Taranto, Metaponto, Siri e Sibari – le troviamo disposte dalla tradizione, per la data di fondazione, in quest’ordine: Metaponto (773 a.C.), Sibari (708), Taranto (706)(1). In realtà le ricerche….Siri sarebbe infatti sorta alla metà del VII secolo, ecc….Parlando dei coloni di Sibari, abbiamo fatto rilevare come un buon nucleo di loro fossero Trezenii, e abbiamo avanzato l’ipotesi che a questi sia dovuta la scelta di una località la quale offriva il più agevole collegamento con le sponde del Tirreno: e che i Sibariti tenessero molto a questa condizione favorevole allo sviluppo commerciale della loro città, lo mostra il fatto ch’essi si stanziarono prestissimo (certo fin dal principio del VII secolo), sul Tirreno, con gli stabilimenti di Lao e di Scidro e con un altro alle foci del Silaro, al quale tenne subito dietro (alla fine del VII o al principio del VI secolo: cfr. Beloch I, 2, 229 sg.),  la fondazione di Posidonia, per parte dei Trezenii.”. Giannelli, ci parla di “Scidro” anche a p. 305, dove in proposito scriveva che: “Non è per altro escluso che la ktisis di Sibari abbia preceduto di qualche tempo quella di Siri e che i coloni Sibariti abbiano avuto buone ragioni per lasciare addietro il lungo tratto di costa lucana fra Taranto e le bocche del Crati, per venire a stabilirsi alla base della penisola del Bruzio…..ma, fra le genti che vennero a stabilirsi a Sibari erano in buon numero, a lato degli Achei, come abbian veduto, i Trezenii. Ora, è probabile che a questi non dispiacesse fissarsi in luogo adatto anche ai traffici ed ai commerci: e la foce del Crati assai si raccomandava, sotto questo riguardo, per trovarsi essa all’unpodei più brevi tragitti per i quali si poteva comunicare tra l’Ionio ed il Tirreno. Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1). Quando anche i coloni di Siri sentirono il bisogno di uno sbocco sul Tirreno, dovettero raggiungerlo attraverso un ben più lungo cammino, e fondarono la colonia di Pixunte, a nord degli stabilimenti dei Sibariti: questa città scomparve probabilmente insieme alla sua madre-patria e più tardi, nel 471, colonizzata nuovamente da Micito di Reggio. Intanto i Trezenii di Sibari si spingevano anche più a nord e, alle foci del Silaro, ponevano un altro stabilimento: che siano stati in particolar modo, i Trezenii sibariti i fondatori di esso, sembra indicarlo il culto di Hera Argiva, da loro ivi localizzato. Di lì a poco, tutte le genti trezenie di Sibari, lasciavano la loro sede primitiva e, non lungi da quello stabilimento, fondavano –  una vera e presto florida – città, Posidonia.”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.;  Beloch I(2), 1, 238; Byvanck, p. 108.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “Le vicende di Pyxous”, a pp. 294-295 e sgg e, riferendosi a Reggio, in proposito scriveva che: ” Nella regione situata nel golfo Lametino (S. Eufemia) si trovava Terina, colonia dei Crotoniati. Terina, al pari di Ipponio, fu tra le prime città Greche che verso il 356 a.C. vennero in potere dei Bretti, che i Latini dissero poi Bruzzi. A settentrione di Terina era Temesa; gli antichi discutevano se fosse quella ricordata nell’Odissea; …..Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Etc..”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 255 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Nel non lungo periodo del suo fiorire Siris si alleò con Pixous (Buxentum) posta sul Tirreno allo sbocco dell’omonimo fiume, e con essa battè moneta federale. Colonia dei Colofoni, Siris era l’esponente del commercio Ionico. Destò quindi la gelosia degli Achei, i quali deliberarono di cacciare d’Italia tutti gli altri Greci, che non fossero della medesima stirpe. Non era soltanto odio di razza, ma anche rivalità di commerci internazionali. Verso il 550 a.C. i Sirini furono sconfitti dai Metapontini, dai Sibariti e dai Crotoniati. Siris non fu, a quanto, pare distrutta, ma, come par dimostrato dale monete, fu occupata dagli Achei o per lo meno obligata a far parte della loro federazione…etc…”. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “L’alleanza di Regio e di Taranto”, a pp. 35 e ssg., in proposito scriveva che: Diodoro dice che Micito εχτισε Πυξουντα ed ha ragione, se vuol dire che Micito vi fondò una colonia Regina, ma ha torto, se vuol dirci che Buxento fu allora fondata per la prima volta. Noi possediamo uno statere d’argento incuso, che qui sotto riproduciamo, che appartiene alla metà del secolo VI e che mostra come Pyxus fosse in relazioni di alleanza e di amicizia con Siris, la città ionica fondata dai Colofoni, posta sulle sponde del fiume omonimo nel golfo Tarantino (1). Le due città gareggiavano adunque con Sibari, che risalendo la valle del Coscile trasportava le merci milesie sul mar Tirreno nelle due colonie di Lao e di Scidro, ove venivano invece sbarcate quelle degli Etruschi, che per la stessa via giungevano a Sibari, d’onde alla lor volta erano caricate per l’Oriente (2), e gareggiavano anche con Crotone che di buon’ora si impadronì per lo stesso fine di Terina e di Tempsa sul mar Tirreno. Noi sappiamo che le tre città Achee di Metaponto, Sibari e Crotone mossero guerra alla Ionica Siris e che la presero (verso la metà del secolo VI)(3). Non v’è dubbio alcuno sulla causa, che indusse gli Achei a infierire contro Siris. Era pura e semplice rivalità commerciale e politica. In aiuto di Siris si era mossa Locri e forse Regio. Certo ambedue queste città vennero, poco dopo la distruzione di Siris, attaccate da Crotone. La ionico-calcidica Regio aveva forse favorita la ionica Siris ai danni delle achee Sibari, Crotone e Metaponto (1). Etc…”. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “VI – Le origini di Siris d’Italia”, a pp. 107 e ssg., in proposito scriveva che: “E se, come gli antichi stateri di Siris paiono dimostrare, in questa colonia Jonia era penetrato l’elemento acheo, non v’è ragione di pensare che la guerra contro i Sibariti fosse determinata da sole ragioni di nomen ossia di stirpe. La vera ragione della guerra, ed in questo mi piace trovarmi di accordo con il Beloch, è rivelata appunto da tali stateri di Siris, che nel rovescio rivelano l’alleanza politica con la città di Pyxous. Pyxous era città Achea ? Fu forse l’alleanza con essa al pari di quella con i Sibariti a valersi già sopra ricordata che determinò soprattutto i Siriti a valersi delle monete comuni ai due Stati dell’alfabeto e della misura monetaria achea ? Oppure Pyxous, la posteriore Buxentum dei Romani, era una fondazione dei Siriti ? Noi non abiamo elementi sufficienti per rispondere a simili quesiti. Solo constatiamo che verso il 530-510 a.C., i due termini cronologici in cui tali monete cadono, le due città erano tra loro alleate così come alleate erano Crotone e Temesa, Sibari e Posidonia. E’ merito del Lenormant l’avere accentuato meglio di ogni altro tutta l’importanza politica rivelata ta tali leghe monetarie tra le città Italiote situate sulle coste dell’Jonio e poste sul mar Tirreno. Da tali monete unite ai passi degli antichi autori appare manifesto che si esistevano attive rivalità commerciali sia fra le città Jonie Calcidiche ed Achee sia fra quest’ultime.”.

Nel 560 a.C., il popolo dei SIRINI e la città di SIRINO e Siruci (oggi Seluci), popolo che darà origine ai LUCANI

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: Di seguito si proporrà un breve excursus sulle città più importanti. Siri La città di Siri sorgeva nella regione nord occidentale dell’arco del golfo di Taranto, tra la foce del fiume omonimo (Sinni) e quella dell’Akiris (attuale Angri), in una vasta e fertile pianura chiamata Siritide, in una posizione favorevole ai rapporti sia con le popolazioni della Lucania sia con quelle dell’area tirrenica. Alcune fonti ne assegnano la fondazione ad un gruppo di profughi di Troia; altre testimonianze indicano come città madre la ionica Colofone, da cui si sarebbe allontanato un gruppo di esuli all’epoca dell’invasione di Gige, re della Lidia (ca. 675 a.C.). In seguito la regione risulta abitata dai Coni, popolazione di stirpe enotrica. I Sirini avanzarono ad ovest lungo la valle del Sinni fino al lago e al monte Sirino, presso Lagonegro; fondarono Siruci, (oggi Seluce frazione di Lauria) e si spinsero sino al mar Tirreno, nel nostro golfo. Pixus, se proprio non fu fondata, fu da essi colonizzata e scelta come scalo marittimo e commerciale. La floridezza e la ricchezza di Siri, suscitarono l’invidia ma, soprattutto, la preoccupazione delle vicine città achee di Metaponto, Sibari e Crotone; queste ultime, infatti, non tardarono a porsi contro di essa e la espugnarono dopo il 550 a.C.”. Nel 1743, Giuseppe Gatta (…), figlio di Costantino Gatta (…), pubblicò postumo ‘La Lucania illustrata’ del padre nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania etc..’, per i tipi della Stamperia Muziana. Egli corregge alcuni errori della precedente edizione del padre ed in proposito a Lagonegro a pp. 307-308 scriveva che: “Stà situato quasi nel mezzo dè smisurati Monti ‘Alburno e Sereno’, quello su le sponde del ‘Tanagro’ e ‘Silare’, questo su l’alpestre Valli ove era l’antico ‘Nerulo’ oggi detto ‘Lagonegro’; dè quali alti, precipitosi, aspri e sassosi Monti, e delle loro strabocchevoli Balze, forse favella ‘Livio (a), quando esprime che se Alessandro il Macedone avesse in questi luoghi dirizzato il corso delle sue armi, quivi con perpetua ignominia eclissato avrebbe le sue glorie, per esser quelli luoghi inaccessibili e malgevoli per condurvi uno esercito effeminato e molle, qual fu quello dè Greci sotto la condotta del gran Macedone.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo II: “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie les Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata…….Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel litorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. Etc…”. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello…..Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del Pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 108, in proposito scriveva che: “Head, p. 83 = B. M.C., “It.”, p. 283. Stateri incusi, coniati poco dopo la metà del VI secolo, col tipo sibarita del toro stante, voltato a guardare indietro. Le due leggende portano scritta, in alfabeto acheo arcaico, la parola Σιρινος sul D), e la parola Πυξοες sul R.). Queste monete, interpretate un tempo come monete di alleanza di Siris e dello stabilimento sibarita di Pixunte (2), sono ormai generalmente riconosciute come monete di alleanza di Pixunte con la vicina città di Sirinos, ricordata anche da Plinio (N.H., III 10, 28) nella sua descrizione della Lucania (3).”. Giannelli, a p. 108, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi la prima edizione di questo volume, p. 113, e J. Perret, Siris, p. 21 sgg.”. Giannelli, a p. 108, nella nota (3) postillava che: “(3) Il merito di tale interpretazione va a P. Zancani-Montuoro, Siris-Sirino-Pixunte, in “Arch. Stor. Cal. Luc.”, XVIII (1949); cfr. “Rev. Arch.”, 1950, I, p. 185 sgg.”. Poco o niente scrive Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove a p. 236 parlando della Sibaritide, di Eraclea dopo la distruzione di Siris, in proposito scriveva che: ‘’Tutto cio ci fa comprendere ciò che dovette essere la Siritide, sia dopo la distruzione di Siris che dopo la fondazione di Eraclea, e qualche problema speifico, come quello della moneta collegata con Pixunte, può trovare migliore inquadramento, e l’altro della popolazione indigena dei Sirini, ricordata da Plinio (N.H., III, 10, 98) e dei vari toponimi affini può suggerirci stimolanti sospetti.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “In prosieguo, nel secolo VIII avanti l’era volgare, quivi approdarono le prime colonie Elleniche, che fondarono fiorenti e rinomate città sulle spiagge del Ionio: Sibari, Turii, Siri, Eraclea, Pandosia e Metaponto; e sulle rive del Tirreno: Posidonia, Velia, Palinuro, Molpa, Pixo e Lao, onde la regione fu denominata nobilmente Magna Grecia…….e ricordare che altri popoli, degni di nota nella storia cittadina, furono i popoli Sirini, o figli dell’antica Siri, la bella città italiota che fior’ alla destra del Sinni fra Novasiri e Rotondella, e che vuolsi fondata da alcuni profughi Troiani. Già s’è riferito nel cap. XV che la città di Siri abbia preso il nome dal fiume Siris o Sinni, e che l’etimologia originaria di questo sia derivata dalla radice sanscrita, sar, fluere, scorrere. Quando poi la città di Siri nel secolo V a.C. fu vinta e distrutta dai Tarantini, gli abitatori, cacciati dal loro territorio detto Siritide, furono costretti ad emigrare, e risalendo il corso del fiume Siri, o Sinni, vennero a chiedere ai barbari dell’Enotria qualche lembo di terra, che la fraterna gente dell”Ellade aveva loro negato…..e dal nome della madre patria furono detti Popoli Sirini, e diedero, alla loro volta, il nome al monte Sirino, attorno a cui avevano preso stanza. D’essi fa pure menzione Plinio noverandoli fra gli undici popoli Lucani. A tal proposito scrive il Corcia nella Storia delle due Sicilie (Vol. III, p. 310): “Poichè di Siri appena rimanevano le rovine ai tempi di Plinio, i Popoli Sirini, di cui parla il geografo e che dal fiume stesso si nominarono, nei primi tempi dell’Impero sono da supporre nella parte superiore del suo corso, dove forse abitarono spicciolati in villaggi, come rimane tuttavia l’antico suo nome al monte Sirino sopra di Lagonegro, nella cui parte orientale ha le fonti”.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che era una città dell’Italia antica, di cui si è argomentato l’esistenza, mettendo in relazione la leggenda ΣΙΡΙΝΟΣ delle monete incuse generalmente attribuite a Siri sullo Ionio (v. siri), con i Sirini, menzionati da Plinio (Nat. hist., iii, 15, 97) fra i popoli della Lucania interna, e col toponimo ancora vivo per tutto il massiccio appenninico, che culmina nel Monte del Papa ed a Lagonegro (Potenza) sulle sue pendici occidentali. Si è proposto di identificarla nei ruderi di un vasto abitato sopra uno sperone roccioso, che dai contrafforti del Sirino si protende nella valle di Lauria presso Rivello e ch’è ancora chiamato “La Città”. Popolata presumibilmente da indigeni, fu in rapporti con Siri per la diretta via del fiume omonimo (oggi Sinni) ed alla caduta di questa (560 a. C. circa) si trovò nel territorio dominato da Sibari. Gli stateri d’argento, emessi nella seconda metà del VI sec. in alleanza con Pixunte (v.), mostrano chiaramente l’influsso sibaritico così nel tipo del toro retrospicente, come nel peso. Questi caratteri achei e quelli cronologici delle monete mal si conciliano con le tradizioni ioniche e con la precoce fine di Siri, la cui distanza ne fa per giunta un’alleata poco probabile di Pixunte. Per la sua posizione sulla principale via (che fu poi la Popilia o l’Annia) verso il settentrione e sulla diramazione verso la vicina baia sul Tirreno, “La Città” dové prosperare fino ad età tarda: lo provano i resti tuttora visibili e, meglio, l’abbondante materiale scoperto e disperso nei secoli scorsi. Statuette di bronzo, difficilmente apprezzabili per la corrosione, e monete si recuperano anche oggi, più spesso trascinati a valle dalle acque. Ma soltanto cauti e metodici scavi potranno accertare se l’ipotesi del nome risponde al vero e restituire i documenti della civiltà fiorita in quest’area. Bibl.: Per l’identificazione di S.: P. Zancani Montuoro, in Arch. Stor. Calabria e Lucania, XVIII, 1949, p. 11 ss. Per le monete: J. Perret, Siris, Parigi 1941, p. 21 ss.; L. Breglia, in Annali Ist. It. Numism., I, 1954, p. i ss. Per i rinvenimenti: G. Antonini, La Lucania, Napoli 1795-77, p. 442; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, p. 372; M. Lacava, Del sito di Blanda, Lao ecc., Napoli 1891, p. 20; Not. Scavi, 1952, p. 50 ss.

La città sepolta di IRIE

Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda. In seguito, per distinguerlo dall’altro Lauro che trovasi in provincia di Avellino e che anche faceva parte del principato di Salerno, lo chiamarono Laurum Iriae, come Saponara Grumenti, per ricordare ai posteri l’antica origine, senonchè il nome Iraiae venne incorporato a Lauro e si formò una sola parola Lauria. Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. Quando venne poi distrutto Siluci questo castello di Lauro aveva già assunto il nome di Lauria come nota lo stesso storico Placido Troilo, il quale così si esprime: “Essendo stata sopra Lauria la terra di Siruci che in lingua del paese si addimanda presentemente Siluci, questa fu poi distrutta e gli abitanti andarono ad abitare a Lauria. In feudo nobile il luogo si permutò ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.” Troilo Abbate Placido libro 1 pag. 171. Colla distruzione di Seleucio venne dunque d ingrandirsi il territorio di Lauria Superiore il cui abitato era limitato alle antiche case dei cosiddetti Cafari Pinti e di S. Veneranda ed aveva una cinta di mura presso la cui porta trovavasi la chiesetta di S. Giovanni, oltre alla porta di S. Antonio Abate nell’altra cinta dei Cafari Pinti. I cittadini di Lauria Superiore accolsero gli abitanti di Seleucio (corrotto Siluci) e così formarono un sol dialetto. I cittadini di Lauria inferiore oriundi da Blanda ebbero un altro dialetto che anche attualmente porta le desinenze dei verbi simili a quelle di Tortora e di Maratea, paesi che accolsero anche parte dei profughi di Blanda. Lauria dunque fu primariamente detta Laurum oppidum ex lauro arbore, dice un antico manoscritto della storia degli Abati del Sagittario che a tempo del Vescovo Leonasi conservavasi nella curia vescovile di Tursi. Lo conferma la carta geografica dei Longobardi del seolo IX – lo conferma ancora lo stemma di Lauria su cui risalta il verde alloro al quale si accoppia un uccello favoloso, il basilisco, ciò che dimostra che Lauro si chiamò Lauria quando questo lembo dell’antica Lucania aveva perduto il suo nome ed aveva assunto il nome di Basilicata, onde molti paesi adottarono nella regione sullo stemma il basilisco. La leggenda dei capitani greci che avessero fondato Lauria non resiste alla severa critica di un oculato archeologo. Questa leggenda fu inventata di sana pianta da un presunto erudito che trovavasi di passaggio per Lauria interpellato da alcune persone. Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel itorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. I figli di Iria (detta in latino Uria) i figli di Blanda e gli abitanti di Seluci, riunitisi in queste balze per difendersi da elementi ostili, edificarono una cappella che dedicarono alla Madonna delle Armi come prima di ingrandirsi col rione inferiore ne avevan costruita un’altra dedicata a S. Maria alla Porta (1). Quest’ultima dimostra infatti che l’antico Lauro incominciava proprio da questa cappella ove era una delle porte delle mura di cinta dell’abitato e che in poco tempo venne accresciuto della grossa borgata di Lauria Inferiore, ciò che non poteva avvenire senza una nuova colonizzazione.”.

Nel 560 a.C., PIXUNTE in lega con la città di SIRIS (?), o SIRINO, la lega Achea e le monete con la leggenda “SIRINO-PIXUS”

Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a pp. 138-139 parlando di Pixunte, in proposito scriveva che: “I due termini fondamentali della questione stanno invece nella tradizione letteraria riguardante l’origine della città e nella documentazione delle monete. Devesi, anzi, cominciare dal prendere in esame questo secondo punto, il quale è più interessante in quanto concerne un dato di fatto. Poichè, infatti, stateri d’argento di Siri, di circa l’anno 560 a.C. (4) che portano il nome suo con quello della città di Pixunte, della costa occidentale, non solo sono per ogni rispetto simili alle più antiche monete dell’achea Sibari, ma hanno in caratteri achei la leggenda Σιρινος, s’è chiesto a ragione come mai ciò avvenisse in una città di stirpe ionica. E la risposta è stata suggerita dalla constatazione che in quel tempo v’era una monetazione uniforme e federale di pezzi d’argento detti incusi, che attesta l’esistenza della cosiddetta lega achea, della quale appunto faceva parte Siri in quanto sarebbe stata di già soggiogata dalla potente Sibari, con questo di più e di singolare che Siri e Pixunte nel seno della lega stessa avevano un’alleanza più stretta e più particolare, del genere di quelle che ci risulta esservi state fra Metaponto e Posidonia, Sibari e Crotone, Crotone e Pandosia, Crotone e Temesa: alleanza la quale prova indirettamente l’esistenza d’una strada commerciale assai frequentata, che poneva in comunicazione le due città da un mare all’altro attraverso la penisola, molto ristretta in quel punto, risalendo dalla costa orientale il fiume Siri sino alle sorgenti e discendendo di là sul litorale occidentale ove stava Pixunte (1). Per quanto oggi si ignori lo svolgimento storico dei fatti, è lecito supporre che la potente Sibari abbia costretta Siri a riconoscere la sua egemonia per non essere danneggiata nei suoi interessi commerciali, una volta che Siri comunicando con il litorale occidentale veniva ad annullare l’influenza che un’altra città, Scidro, avrebbe potuto esercitare a vantaggio della stessa Sibari, di cui era colonia, e che trovavasi su quella via di comunicazione non lungi da Pixunte (2).”. Il Ciaceri, a p. 138, nella nota (4) postillava che: “(4) v. Head (2) p. 83”. Il Ciaceri, a p. 139, nella nota (1) postillava che: “(1) v. Lenormant I p. 207 sg. “. Il Ciaceri, a p. 139, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di  Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Sempre il Ciaceri, a p. 140 aggiungeva che: E v’è anche da pensare che ad un tentativo di riscossa da parte di Siri, per sottrarsi a codesta forma di egemonia, si dovesse poi l’origine del conflitto con le città achee, le quali avrebbero finito con l’assaltarla e distruggerla. Tutto ciò, infine, varrebbe a spiegare come mai Siri per quanto città ionica avesse monete di tipo e caratteri achei. Nè, d’altra parte il fatto ch’essa era ancora fiorente intorno al 560, come viene attestato dalle monete, e che finiva di esistere prima del 510 a.C., come si deduce dal sapere che intorno a questo anno era distrutta Sibari, etc…”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…), a p. 95, in proposito scriveva che: Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”.

Cattura,,,,

(Fig….) Da Romanelli (…), p. 97: “Statere di Siri e Pyxous con leggenda EIPINOE, 550-530 a.C. (da P.R. Franke – M. Hirmer)”.

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(Fig…) Da Romanelli (…), p. 98: statere (moneta del tempo, incusa) di Pyxoes e Sirinos, il bue con le due epigrafi

Riguardo le bellissime monete, tra le poche testimonianze rimasteci di quel tempo, Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 98 (vedi ristampa a cura di La Greca), in proposito scriveva che: “La moneta incusa col tipo del bue rilevato da una parte, e collepigrafe ΓV+ΟΕΜ, cioè ‘Pyxoes’, e dall’altra la cavità del medesimo bue coll’epigrafe retrograda ΜΟΗΞqsΜ, cioè ‘Sirinos’ (vedi Tav. II, n. 6). Si argomenta da queste epigrafi una federazione, che ripassava tra Bussento, e Siri, siccome da un altra moneta si argomenta altra federazione tra Crotone, e Pandosia.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 275 parlando di Pixunte (attuale Policastro Bussentino scriveva che: “Quando al tempo delle origini di Pixunte, gli stateri stessi, dei quali abbiamo fatto menzione, ne attestano già l’esistenza intorno alla metà del sec. VI; onde puossi ritenere che fosse sorta qualche decennio innanzi;……Nè Sibari, d’altra parte, godè a lungo delle ingenti ricchezze tratte da codesta politica commerciale, che nel Tirreno faceva estendere la sua influenza sino a posidonia, la più autorevole delle sue colonie.”. Emanuele Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (4) cita anche Ettore Pais (…). Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, ed. 1925, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 255 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Nel non lungo periodo del suo fiorire Siris si alleò con Pixous (Buxentum) posta sul Tirreno allo sbocco dell’omonimo fiume, e con essa battè moneta federale. Colonia dei Colofoni, Siris era l’esponente del commercio Ionico. Destò quindi la gelosia degli Achei, i quali deliberarono di cacciare d’Italia tutti gli altri Greci, che non fossero della medesima stirpe. Non era soltanto odio di razza, ma anche rivalità di commerci internazionali. Verso il 550 a.C. i Sirini furono sconfitti dai Metapontini, dai Sibariti e dai Crotoniati. Siris non fu, a quanto, pare distrutta, ma, come par dimostrato dale monete, fu occupata dagli Achei o per lo meno obligata a far parte della loro federazione…etc…”. Ettore Pais (…), nel 1925, nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 295 e sgg e sgg riferendosi a Pixunte, in proposito scriveva che: Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata.. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “Le vicende di Pyxous”, a pp. 294-295 e sgg e, riferendosi a Reggio, in proposito scriveva che: Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295)….Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. Etc…”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo III: “Federazioni italiote”, a p. 414 e ssg., in proposito scriveva che: “Già dai tempi di Pitagora gli Achei d’Italia ebbero comune un sistema di unità ponderale e monetaria; di ciò troviamo conferma durante il V secolo negli stateri incusi di Sibari, degli Aminei, di Crotone e di Metaponto. Analoghi stateri di Siris e di Pixus e di altre città, che come ‘PAL….e MOL….’ non è dato di identificare, mostrano che la confederazione maggiore delle città Achee fu preceduta o tosto seguita da altre minori. La lega Achea decadde in seguito alle guerre fratricide fra Crotone e Sibari, e si sciolse al tempo dell’anarchia che tenne dietro alla cacciata dei Pitagorici; le singole città vennero funestate da incendii ed assassinii.”. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “L’alleanza di Regio e di Taranto”, a pp. 35 e ssg., in proposito scriveva che: Noi possediamo uno statere d’argento incuso, che qui sotto riproduciamo, che appartiene alla metà del secolo VI e che mostra come Pyxus fosse in relazioni di alleanza e di amicizia con Siris, la città ionica fondata dai Colofoni, posta sulle sponde del fiume omonimo nel golfo Tarantino (1). Le due città gareggiavano adunque con Sibari, che risalendo la valle del Coscile trasportava le merci milesie sul mar Tirreno nelle due colonie di Lao e di Scidro, ove venivano invece sbarcate quelle degli Etruschi, che per la stessa via giungevano a Sibari, d’onde alla lor volta erano caricate per l’Oriente (2), e gareggiavano anche con Crotone che di buon’ora si impadronì per lo stesso fine di Terina e di Tempsa sul mar Tirreno.. Il Pais, a p. 36, nella nota (1) postillava: “(1) Head, Hist. Num., p. 69; Garrucci, Le monete dell’Italia antica, II, p. 145, tav. 108, n. 1, 3. Su questo statere da un lato si legge (retrigrado) Σιρινος (Sirino), dall’altro Πυξοες (Pyxoes). Sul significato di questa moneta v. oltre la memoria su Siris.”. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “VI – Le origini di Siris d’Italia”, a pp. 102 e ssg., in proposito scriveva che: “Può pensarsi che fra il 572 ed il 511 a.C. Siris dopo essere stata conquistata dagli Achei e trasformata in una città dello loro razza sia stata posteriormente distrutta. Oppure che le monete con carattere acheo appartengano ad una città che, pure usando l’alfabeto degli Stati vicini, era di stirpe diversa. La prima ipotesi non si può assolutamente escludere. Le città Achee in lotta con i vicini dopo la vittoria contro i popoli esterni si laceravano in guerre intestine. L’achea Crotone, dopo la guerra contro i Siriti, attaccò Sibari sebbene fosse achea. Nulla, stando al materiale di cui disponiamo, esclude in modo assoluto che i metapontini, i primi e più direttament interessati alla guerra contro la limotrofa Siris (come tali sono ricordati anche nel testo di Justino), avessero dapprima fatta loro colonia la città di Siris e che più tardi questa fosse soggiaciuta per effetto della gelosia delle vicine e potenti città Achee. Anzicchè abbandonarci all’ipotesi che è tanto facile sostenere quanto combattere, preferiamo quindi accettare la seconda versione. Ci domandiamo perciò come mai Siris, pure essendo città Jonia, usò caratteri di tipo acheo. E di questo fenomeno, che appare abbastanza strano ove sia considerato solo in sè stesso, possiam dare spiegazione sufficiente quando il problema lo si consideri non solo dal lato epigrafico e numismatico, ma anche da quello economico e politico. Siris era città Jonia, è vero…..(p. 104) E solo mediante una stretta alleanza fra Sybaris e Siris si spiega la perfetta somiglianza del testo delle monete incuse delle due città. Tale somiglianza infatti, fatta eccezione solo per le monete degli Aminei di cui abbiamo discorso in una precedente memoria, è superiore a tutte quelle che esistono fra le monete delle altre città Achee. Daltra parte quando parliamo di città Achee, Doriche, Joniche nella Magna Grecia e nella Sicilia, non possiamo pensare assolutamente pensare a città abitate da razze pure, non mescolate con altri elementi.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 191, in proposito scriveva che: “Diodoro Siculo lasciò scritto (1) che “Micito di Reggi e di Zancle, fondò la città di Pixo” nel secolo V, verso l’anno 470 a.C. Invece, la numismatica dà argomento che Pixo sia fondazione più antica: perchè esiste una moneta antichissima, incusa, che, con l’impronta del bue, comune tipo alle città di gente acha, ha la greca leggenda di “Pyxoes – Syrinos”; onde s’inferisce un legame di alleanza tra la città di Siri sul Jonio e di questa Pixo sul Tirreno: e ne abbiamo parlato più innanzi. Le monete incuse sono del sesto secolo (2). Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito concludere che la colonizzazione di micito a Pixo etc…”. Il Racioppi, a p. 191, nella nota (2) postillava: “(2) Lenormant, Grande Grèce. I, 207: “Pyxus fondée en 471, cinquante ans environ après l’epoque où avait cessé la fabbrication des espèces incuses.”. Il Racioppi, a p. 191, nella nota (3) postillava: “(3) Πυξεων, Buxentum. FABRETTI, Glossar. Ital. ad v. Buxent.”. Riguardo queste monete ha scritto anche Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 108, in proposito scriveva che: “Head, p. 83 = B. M.C., “It.”, p. 283. Stateri incusi, coniati poco dopo la metà del VI secolo, col tipo sibarita del toro stante, voltato a guardare indietro. Le due leggende portano scritta, in alfabeto acheo arcaico, la parola Σιρινος sul D), e la parola Πυξοες sul R.). Queste monete, interpretate un tempo come monete di alleanza di Siris e dello stabilimento sibarita di Pixunte (2), sono ormai generalmente riconosciute come monete di alleanza di Pixunte con la vicina città di Sirinos, ricordata anche da Plinio (N.H., III 10, 28) nella sua descrizione della Lucania (3).”. Giannelli, a p. 108, nella nota (2) postillava che: “(2) Vedi la prima edizione di questo volume, p. 113, e J. Perret, Siris, p. 21 sgg.”. Giannelli, a p. 108, nella nota (3) postillava che: “(3) Il merito di tale interpretazione va a P. Zancani-Montuoro, Siris-Sirino-Pixunte, in “Arch. Stor. Cal. Luc.”, XVIII (1949); cfr. “Rev. Arch.”, 1950, I, p. 185 sgg.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “….una lega monetaria, come Posidonia, e come Pyxus con Siri.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 52 e ssg., in proposito scriveva che: “Nè deve fare meraviglia se queste relazioni di amicizia si convertirono, in seguito in lotte sanguinose, perchè è naturale che dalla pace nasce la potenza, da questa l’ambizione e quindi la guerra. L’Head, ela sua”Historia Numorum” (p. 44-61 e sgg.), basandosi sui tipi identici e sul peso delle monete, ha creduto, non a torto, che vi fosse stata una lega monetaria achea, alla quale avrebbero aderito Sibari, Crotone, Metaponto, Caulonia, Lao e poi Taranto. Non so solo spiegarmi come in tale lega possa essere entrata Taranto, che non aveva origini achee. Questa lega suppone smembrata la Siritide, perchè essa, in tutti i casi, dovette essere fatta in quel ventennio, che va dalla distruzione di Siri alla caduta di Sibari (530-510). Difatti Siri non ebbe altra lega monetaria, se non con Pyxus; quindi sarebbe strano pensare che essa, posta fra Metaponto e Sibari, non avesse aderito alla lega achea, alla quale, stando all’Head, si sarebbe unita perfino Taranto. L’opinione dell’Head, relativa a questa lega, ha grande valore per stabilire un altro fatto, la coesistenza cioè di Sibari, e della sua colonia Lao; coesistenza che si può dimostrare, come farò, anche diversamente. Invece la lega intorno al santuario di Zeus……della quale parla Polibio, in un passo etc….Siri aveva dedotta forse una colonia sul Tirreno, nell’attuale golfo di Policastro, Pyxus; certo aveva con questa città stretta una lega monetaria, come si rileva dal doppio nome impresso sulle monete. (Σιρινος Πυξοες).”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a p. 55, in proposito scriveva che: “Di monete se ne hanno colla denominazione di Poseidonia dal 550 al 400 a.C., e di Paestum dal 300 all’89. Si hanno monete di Velia del 500 al 200 a.C. e c’è la celebre moneta Siris-Pixos, che rimonta al IV secolo a.C. (2).”. Il Carucci, a p. 55, nella nota (2) postillava: “(2) Garrucci, Le mon. dell’Ital. antica, tav. 108. 1-3”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 53 e ssg., in proposito scriveva che: Siri aveva dedotta forse una colonia sul Tirreno, nell’attuale golfo di Policastro, Pyxus; certo aveva con questa città stretta una lega monetaria, come rileva dal doppio nome impresso sulle monete. (Σιρινος Πυξος). Quando i Sibariti spinsero il loro dominio da questo lato, fondandovi le colonie Lao, Scidro e Posidonia, dovettero trovarsi necesariamente a contatto con quei di Pyxus, che si videro stretti tra colonie sibarite. La tradizione storica non dice nulla, se Sibari ebbe a conbattere prima con Pyxus e poi con Siri; certo è però che Pyxus non compare più dopo la distruzione di Siri, tranne quando fu ripopolata dai Reggini, nei primi del secolo 5°. Etc…”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a p. 45, in proposito scriveva che: “…veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a.C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriormente al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Dunque, il Carucci, fa notare che contrariamente a quanto scriveva Diodoro Siculo, ovvero che Pixus (che egli chiama Pixos), fosse stata fondata da Micito di Reggio nel V secolo, si può retrogradare la fondazione o l’esistenza di questa città sul mare Tirreno grazie alla moneta con la leggenda Sirino-Pixoes” che, invece risale ad un secolo prima, al VI sec. a.C.. Mario Napoli, nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a pp. 176 parlando di Pixunte, in proposito scriveva: Ciò potrebbe spiegare il tentativo tardo di Micito di riconquistare questa testa di ponte; e ciò spiega anche, come vedremo meglio in seguito, la nota moneta Sirinos-Pyxoes che, ad onta di altra spiegazione, crediamo sia sempre da vedersi come moneta di Siris e di Pixunte, databile ad età successiva alla caduta di Sibari, nel tentativo di rivitalizzare vecchie vie commerciali.”.

LAO, LAOS, fiume e colonia magno-greca

Amedeo Maiuri (….), nella sua relazione per il 2° Convegno di studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto (quello del 1962), il cui dibattito è stato pubblicato nel testo “Vie di Magna Grecia”,  in seguito riproposto da Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, a pp. 63-64, in proposito scriveva che: “….il Lao, il primo grande corso d’acqua, il più ricco di affluenti a nord dell’altopiano del Pollino: seguivano dopo altri minori corsi d’acqua di carattere più torrentizio, il Pixùs con l’omonima città, antico scalo di Siris e della Siritide, il fiume Alento porto della città di Elea e il Silaros (Sele) nella piana di Posidonia…..il fiume Lao dovè costituire il primo importante scalo marittimo di Sibari; da ciò la fondazione di quella colonia tirrena che le fonti rivendicano concordemente a Sibari e che veniva ad essere la città di confine tra la Lucania e il Bruzio. Di Lao ci è conservato il nome della città nel nome del fiume (Λαος χολπος χαι ποταμος πολις, dice Strabone 210), e nella toponomastica locale che si coglie risalendo il corso del fiume: capo Talao, S. Domenico Talao, e Laino borgo e Laino castello. Non dovrebbe essere difficile ritrovare il sito della città che, sempre a detta di Strabone (ibid.) si trovava μιχρον υπερ της θαλασσης. Ma nessuno scavo sistematico vi è stato finora intrapreso e il suo territorio, soprattutto nei sobborghi di Scalèa (Fischia) nei borghi di Laino e di S. Gada, è stato soltanto oggetto di scavi di fortuna, il cui materiale, venne in parte raccolto da una benemerita famiglia del luogo…..etc…Lucio Cappelli negli ‘Annali civili del Regno di Napoli del 1858 con un cenno storico su Tebe lucana e Lao, e, dopo di esso, perdurando la dimenticanza dell’archeologia ufficiale su una zona di tanto singolare interesse (e stupisce che perfino il Lenormant non ne faccia cenno nel suo documentatissimo viaggio, ‘A’ traverrs l’Apulie et la Luanie’), dobbiamo citare a titolo d’onore l’eccellente opuscolo, anche se non in tutto attendibile, di Michele La Cava, il benemerito esploratore della Lucania: ‘Del sito di Blande, Lao e Tebe lucana, pubblicato a Napoli nel 1891 a spese dell’autore e dedicato al patriarca dell’archeologia napoletana: Giulio De Petra. Le scoperte nell’alta valle del Lao s’intensificarono in occasione della della costruzione del tronco ferroviario Lagonegro-Castrovillari etc…Ma se su Lao siamo sufficientemente documentati, non altrettanto lo siamo per Scidro etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 123-124 e ssg., in proposito scriveva che: LAO. La notizia più antica che si ha intorno a questa città è quella di Erodoto, testè riportata. Lao dovette stare sempre in buone relazioni con la metropoli, quantunque bisogna pensare che essa si governasse da sè direttamente, perchè con Sibari aveva stretto una lega monetaria, come Posidonia, e come Pyxus con Siri. E’ da supporre quindi che la metropoli stesse in continui e diretti rapporti con le sue colonie, fin dalla loro origine; che prestasse a queste il tipo della monetazione e il suo appoggio politico. La moneta di confederazione con Lao è la 11° della collezione sibarita nell’opera del Garrucci. E’ di argento, col toro androposopo ripetuto sulle due facce, però in uso dei due tipi in rilievo il toro è retrospiciente; ma sempre barbato. Sibari in questa moneta pone per tipo di Lao una ghianda col calice, il quale simbolo, che è forse del prodotto del luogo, ha un confronto costante nella ghianda posta a modo di esergo nella monetazione locale. Quella tra posidonia e Sibari (v. Head, cap. Lucania), non ammessa dal Garrucci, porta chiaramente la leggenda VM e MOII (col II arcaico, che non si può riprodurre fedelmente per mancanza di caratteri). Lao però diede un grande sviluppo alla sua monetazione, indice sicuro di florido commercio; e non mancò di aderire alla lega achea, come risulta dal tipo delle monete (Head, op. cit., pag. 44-61 e sgg.). Nella monetazione di Lao e in quella di Posidonia bisogna distinguere due periodi: il primo, quello delle monete incuse e di argento, arriva fino al principio del sec. 5°; le monete di argento tuttavia continuarono ad essere battute ancora, fino a quado quelle città caddero sotto il dominio dei Lucani (Ol. XCVII, 3=382 a.C.); nel secondo periodo furono battute monete di bronzo solamente, nelle quali Lao cambiò i suoi tipi, e, con l’epigrafe etnica in Greco, inscrisse, in sigla, il nome del magistrato. Nelle monete incuse di Lao la leggenda, per metà retrograda, è ΛAFINOM (anche questo A è arcaico, ma non posso riprodurlo per la stessa ragione) quindi dovevano scrivere ΛAFOM il nome della città e del fiume, e l’etnico ΛAFIOM al pari di ΛAFINOM. In quelle a doppio rilievo si legge ΛAZNOM, ovvero MONZAΛ. Queste monete sono, insieme alla notizia di Erodoto, i documenti più antichi della città. Dopo quell’accenno, per una trentina di anni, non si sa più nulla di Lao; ed è da supporre che abbia continuato ad esercitare il suo commercio, vivendo indipendente e ricca.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 125 e ssg., in proposito scriveva che: Similmente la menzione che ne fa Stefano di Bizantino deve intendersi solo come un ricordo. Lao è detta esplicitamente città della Lucania da Strabone (VI, 252-3) e da Stefano Bizantino, che dipende da un passo di Apollodoro. Implicitamente doveva essere stata creduta tale da Antioco di Siracusa (fram. 6°; cfr. Strab. VI, 254), e da Plinio (l. c. ), che consideravano il fiume Lao come il confine settentrionale, il primo dell’Italia, il secondo del Bruzio, da questo lato.”. Il Galli, a p. 126, in proposito scriveva che: Anche Strabone del resto, più sotto, dice che la prima città de Bruzi, dopo Lao, è Temesa, saltando Cirella, della quale parla in questo luogo medesimo: quest’ultima, trovandosi al di qua del Lao, come le distanze fra essa e le città vicine, ci costringono ad ammettere che davvero doveva sorgere in territorio lucano. Quindi si può dire senz’altro che i Sibariti dedussero tutte le loro colonie, delle quali rimangono notizie sicure, senza esagerarne il numero come ha fatto il Tropea (Storia dei Lucani, p. 168), sulla costa lucana esclusivamente, la quale cadde tutta in loro potere, dal Silaro al Lao. Insieme alla città, le fonti menzionano un fiume ed un golfo del medesimo nome; e Strabone, che fornisce la maggiore copia di notizie al riguardo, dice che “dopo Palinuro è Pyxus (Lat. Buxentum). Poi segue il golfo, la città di Lao, ultima della Lucania, poco discosta dal mare, colonia di Sibari, distante da Velia 400 stadi (km. 74 circa) ecc..”. Poi aggiunge che vicino a Lao è il sacello di Dracone, compagno di Ulisse”. Plinio, come si è visto, menzioa un fiume e una città Lao. ….Se si considera che tra il seno Pestano, a Nord, e quello Vibonese, a Sud, su tutto questo tratto di costa non ve n’è un altro, all’infuori di quello di Policastro, al quale conviene esattamente il nome di golfo; trovandosi poi la città di Lao vicina al mare, tra Vibona e Pesto, è evidente che al golfo di Policastro doveva corrispondere l’antico ‘Laus sinus’. Inoltre tutta la regione intorno all’odierno golfo di Policastro è ricca di torrenti e burroni, più o meno asciutti di estete, ma non ha altri fiumi propriamente detti, fatta eccezione del Bussento, a Nord, e del Lao, a Sud, che segnano quasi i limiti estremi dell’apertura; quindi non potendosi pensare al primo, troppo lontano da Cirella, ….il secondo ha bene appropriato il suo nome originario, Lao. Sulla sponda destra di questo fiume dunque bisogna cercare le tracce dell’antica colonia sibarita. Essa, come lasciò scritto Strabone, doveva trovarsi sulla riva del fiume, e poco distante dal mare. La sua posizione, in prossimità di un fiume omonimo, richiama perfettamente quella della metropoli, anch’essa sulla sponda destra del Sibari, e non troppo lontana dallo Ionio.”. Il Galli, nelle pagine che seguono discorre della posizione e ubicazione della città-colonia magno-greca, che tuttavia non è stata mai ben individuata. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Considerazioni sulla cronologia della colonizzazione greca in Occidente”, a p. 305 e ssg., in proposito scriveva che: Così la colonia degli Achei e Trezenii fu posta alla foce del Crati: di lì, i Sibariti si spinsero prestissimo attraverso lo stretto istmo di terra che li separava dal Tirreno, e piantarono, sulle sponde di questo mare, i due stabilimenti di Lao e di Sidro (1). Etc..”. Giannelli, a p. 305, nella nota (1) postillava che: “(1) La fondazione di questi due stabilimenti risale ad epoca molto antica, certo alla metà del VII secolo, perchè non par dubbio debba ritenersi anteriore alla fondazione di Posidonia: Pais, p. 247; Galli, Per la Sibaritide, p. 119 sg.;  Beloch I(2), 1, 238; Bywanck, p. 108.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che fu antica colonia greca dell’Italia meridionale, fondata; intorno al 600 a. C., dai Sibariti sulla costa tirrenica della Lucania meridionale: la località è da ricercarsi probabilmente in prossimità dell’odierna Scalea, presso la foce del fiume Lao o Laino. Lao fu presto fiorente; nel 510 a. C., quando Sibari fu distrutta, i suoi cittadini profughi trovarono rifugio a Lao e a Scidro; e di qui presero le mosse i varî tentativi di ricostruzione della distrutta città. Lao fu una delle prime città della Magna Grecia che soggiacquero all’impeto delle stirpi osche prementi dall’interno della penisola verso il mare: verso il 400 a. C. doveva già essere caduta in mano dei Lucani. Nel 389, quei di Turi tentarono di riconquistarla; ma nel territorio stesso della città il loro esercito subì da parte di quello lucano una tremenda disfatta. Nel sito di Lao sorse più tardi la stazione romana di Lavinium, nel cui nome si riflette forse quello preellenico della città. Bibl.: M. La Cava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1819; G. Gioia, Memorie storiche sopra Lainos, Napoli 1883; D. Marincola-Pistoia, Di Terina e di Lao, Catanzaro 1886; E. Pais, Storia della Sicilia e della Magna Grecia, Torino 1894; G. Giannelli, Culti e miti della Magna Grecia, Firenze 1924, p. 300 segg.; id., La Magna Grecia da Pitagora a Pirro, Milano 1928, pp. 65-71; E. Ciaceri, Storia della Magna Grecia, I, 2ª ed., Roma 1928, p. 270 segg.; II, ivi 1927, pp. 396, 420; E. Galli, in Not scavi, 1932, p. 323 segg.

Due monete (incusi) di due città confederate: PAL-MOL = PALINURO-MOLPA

In epoca greca l’abitato di Molpa, unitamente a Palinuro che all’epoca era un piccolo villaggio sorto sull’omonimo capo, non distante dalla necropoli in località Timpa della Guardia, costituiva la polis di Pal-Mol, come testimoniato dal ritrovamento di una moneta in argento con la figura di un cinghiale in corsa e che presenta da un lato l’incisione PAL (Palinuro) e dall’altro MOL (Molpa). Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Nè erano soltanto queste le città o i borghi fondati dai Greci sul territorio salernitano, poichè Palinuro, più che il leggendario pilota di Enea (3), dovè essere un villaggio greco, come può rilevarsi dall’onomastica παλιν – contro e ορος – monte; Sapri è forse l’antica ‘Scidro’ o ‘Sidron’, ampliata dai Sibariti, quando vi si rifugiarono, dopo la distruzione della loro patria; nè le tradizioni intorno a ‘Molpa’, sita forse ad un paio di chilometri da Palinuro, nè quelle intorno a Leucosia (4), anche a non tener conto d’altro che dell’onomastica certamente greca, debbono esser ritenute in tutto prove di fondamento (1). Così tutta la costa dal golfo di Policastro a quella di Salerno fu colonizzata dai Greci, e davanti ad essi gl’indigeni non bene armati da poter opporre una forte resistenza, si ritirarono nell’interno (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (3) postillava: (3) Vergil., Aeneis, lib. VI, n. 381: “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…),  a p. 95, dopo aver discorso sul fiume Bussento e dopo aver più volte contraddetto l’Antonini (….), che credeva essere il fiume Mingardo, parlando di Buxentum (Policastro Bussentino) e della città di “Pyxous”, in proposito scriveva che: Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”. La colonia probabilmente dipendeva amministrativamente dalla ricca e potente Sibari. Della colonia greca gli scavi hanno portato alla luce resti delle fortificazioni, dell’acropoli e di altre costruzioni e numerosi oggetti (principalmente vasellame, utensili e monili), che dimostrano che per la città fu un periodo di grande splendore e floridezza economica. La polis di Pal-Mol durò il breve periodo di trent’anni: nel 510 a.C. la colonia fu misteriosamente abbandonata, forse a causa di una tremenda epidemia. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo cap. II: “Un kastrum bizantino ad Akropolis”, a p. 57, nella nota (2) postillava che:  “(2) MOLPE, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico Molpie) e Mingardo, ebbe nome dall’omonima sirena (STRABONE, I, 22 0 2, 12). Le sue origini sono da porsi almeno nel VI secolo a. C., quando appare essere stato uno scalo sibaritico come la vicina Palinuro, con la quale coniò in comune una moneta incusa con la leggenda: PAL / MOL. Etc..”. La colonia probabilmente dipendeva amministrativamente dalla ricca e potente Sibari. Della colonia greca gli scavi hanno portato alla luce resti delle fortificazioni, dell’acropoli e di altre costruzioni e numerosi oggetti (principalmente vasellame, utensili e monili), che dimostrano che per la città fu un periodo di grande splendore e floridezza economica. La polis di Pal-Mol durò il breve periodo di trent’anni: nel 510 a.C. la colonia fu misteriosamente abbandonata, forse a causa di una tremenda epidemia. Dalla Treccani on-line leggiamo che riconsiderando la documentazione si osserva, infatti, che il centro indigeno di P. si sviluppa come abitato autonomo soprattutto nella seconda metà del VI sec. a.C. per l’arrivo di genti dal Vallo di Diano, discese sulla costa seguendo le valli del Mingardo, del Bussento e del Noce (nei pressi di Praia a Mare). P. è in questo periodo nell’orbita di Sibari, come si evince dalla moneta d’argento incusa, in tutto, tranne che per l’epìsemon (il cinghiale con la criniera depressa, in luogo del toro retrospiciente) assimilabile alla monetazione di Sibari. Come è noto la moneta reca la doppia leggènda Pal-Mol in cui si è, a torto, vista la symmachìa tra P. e Molpa. Bibl.: E. Greco, Velia e Palinuro. Problemi di topografia antica, in MEFRA, LXXXVII, 1975, pp. 81-108; C. A. Fiammenghi, La necropoli di Palinuro. Elementi per la ricostruzione di una comunità indigena del VI sec. a. C., in DArch, s. III, 1985, 2, pp. 7-16; M. Romito, Un insediamento neolitico a Palinuro, in II Neolitico in Italia. Atti della XXVI Riunione Scientifica dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, Firenze 1985, II, Firenze 1987, pp. 691-695; E. Greco, Serdaioi, in AnnAStorAnt, XII, 1990, pp. 39-57. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Palinuro, a p. 269, in proposito scriveva che: “Altri saggi di scavi (11) però, non sono riusciti a mettere in evidenza necropoli che mostrassero la continuità di vita della città ellenizzata dopo la fine del VI secolo a.C. Quando, cioè, era ancora in ‘simpolyteia’ con la vicina Molpa (v.), come si rileva dai celebri tre incusi di argento databili 530-520 a.C., con la figura del cinghiale in corsa e la leggenda PAL(inuro)-MOL(pa)(12). La brusca interruzione della vita dell’autoctona popolazione, confermata dagli scavi, accreditò l’ipotesi di una grave calamità (cataclisma, peste) abbattutasi sulle due poleis. La punizione per l’orrendo misfatto dell’uccisione dell’inerme e stremato pilota di Enea ?. Evento che porta al mitico episodio della morte di Palinuro, narrato con straodinaria vivezza da Virgilio (13).”. Ebner, a p. 269, nella nota (12) postillava: “(12) P. Ebner, La monetazione di Posidonia-Paestum, “Ente per le antichità e i documenti della provincia di Salerno”, XIV, Salerno, 1954, p. 3 seg. Cfr. pure la mia Storia, cit., p. 37.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 189, in proposito scriveva che: “Gli elleni, stanziati anticamente per questi luoghi, spiegarono, seguendo il loro costume e con gli elementi del proprio idioma, il vecchio nome locale, derivato forse da altro linguaggio; e dalla spiegazione ellenica di una più antica parola nacque la personificazione del “timoniere sagace” (2) e famoso che la leggenda accoppiava ai casi di Enea. Ma, oltre all’eroo o pio sepolcro all’antico nocchiero sul promontorio del suo nome, alcuni scrittori moderni ritengono che ivi esistesse una città, greca, dello stesso nome di Palinuro. La congettura non si fonda altrimenti che sulla leggenda di una singolare moneta, la quale intendono accennasse a federazione tra la città di Molpa e la città di Palinuro; poichè vi leggono, benchè in iscorcio, le prime sillabe dei nomi delle due città. Ma finché altre prove non sorreggano la dubbiezza di quest’una, non ometterò di avvertire, che se le due sillabe si congiungano in un unica parola, scomparirà la nota di PAL-inuro, e non risulterà invece che solo il nome di Mol-pa (3).”. Il Racioppi (…), a p. 189, nella nota (2) postillava che: (2) Da πολυνος ed ουριος “l’uomo sagace che naviga con buon vento,” ovvero da παλαιω, lottare, e in senso passivo essere vinto dal vento – οuρος -? – Corcia (op. cit., III, 55) invece, da παλιν  contra, ed ορος monte, accennando al promontorio.”. Il Racioppi, a p. 189, nella nota (3) postilava: “(3) La congettura di cui si parla nel testo è del SESTINI, Mon. vet. 16 (ap. Corcia, Op. ci., III, 58). La moneta è una incusa di argento: – Tipo: – Cinghiale a dr. ΙΛΠ II Cinghiale a sin. IOM – Inclino a credere, che le dueparole siano parte di un’unica parola che sarebbe ΜΟΛΠΛΙ = Molpai. E ricordo, in appoggio, che sopra una moneta incusa dell’antica Laos, che ha il bue a volto umano dalle due faccie, è scritto dall’una parte ΛΛΙ e dall’altra NOM = Lainos.”. Ettore Pais (…), nel 1925, nel suo “Storia dell’Italia antica”, ed. 1925, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 295 e sgg e sgg riferendosi a Pixunte, in proposito scriveva che: Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. In pari modo non sappiamo quali conclusioni cronologiche e storiche sia lecito ricavare da analoghe monete federali, ossia dagli stateri incusi delle due città a noi ignote, in cui sono segnate le sigle “PAL” e “MOL”. Si è pensato che tali nummi vadano riferiti a Palinuro ed a Melphes (Amalfi ?). Siamo purtroppo nel campo delle ipotesi che, come nel caso di Siris e di Pyxous, le monete federali appartengano a città che tentavano analoghi commerci di trasbordo fra l’Ionio ed il Tirreno. Il fatto che di queste due città non vien fatto più tardi memoria suggerisce il pensiero che la loro attività sia stata ben presto soffocata o distrutta da quella delle più potenti città Achee, che non tollerava rivalità commerciali e politiche.”. Giulio Schmiedt (….), nel suo “Antichi porti d’Italia – gli scali Fenicio-Punici. I porti della Magna Grecia”, a p. 76 parlando di Palinuro e riferendosi alla Molpa, in proposito scriveva che: “Essa serviva forse un altro centro ellenizzato (164), che si può collocare sulla sommità della collina di q. 140, dove in epoca medievale sorse un castrum distrutto dai Saraceni nel 1113. Da notare infine, che questi due centri dovevano essere collegati economicamente (ciò sembra documentato da una moneta rinvenuta nel 1774 che reca incisa nell’esergo le lettere PAL e MOL) e costituire per Velia due basi per il controllo delle acque del proprio territorio (165), che probabilmente terminava a punta degli Infreschi.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (161) postillava che: (161) Molto acutamente Virgilio Catalano (cfr. op. cit.) ricorda che la triste fama di capo Palinuro, forse insita nello stesso toponimo greco  Παλν + ονρος = vento generatore di tempeste) è dovuta non solo al mito virgiliano della morte del nocchiero di Enea e al mito della sirena Molpe, ma anche ai terribili naufragi subiti da flotte romane.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (164) postillava che: “(164) Non si hanno sino ad oggi prove archeologiche del centro. R. Nauman (cfr. op. cit. I p. 32), in relazione al rinvenimento a Molpa di cocci neri simili a quelli di Palinuro, avanza l’ipotesi di un borgo portuale della collina ai piedi del fiume. P. Zancani Montuoro (cfr. op. cit., Siris – Sirino – Pixunte, in “Arch. St. Cal. Luc.”, p. 16) vede sulla collina di Molpa una città ellenizzata e dice di avere ritrovato sulla spianata rocciosa che strapiomba sul mare resti di argilla seccata al sole e di legno carbonizzato, forse relativi a muri di mattoni crudi e a pali infissi nei numerosissimi incavi circolari e rettangolari esistenti sul piano della roccia.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (165) postillava che: “(165) L’ipotesi che la Sympoliteia Palinuro-Molpa fosse compresa nel territorio veliense sarebbe confermata dal rinvenimento a Palinuro dei caratteristici mattoni di Velia con i bolli greci e di monete di Velia (350-280 a.C.). Cfr. in proposito R. Nauman, op. cit., II, p. 280 e Catalano, op. cit.”. Sull’opera di Nauman, lo Scmiedt lo spiega nella postilla della nota (163): “(163) Cfr. R. Nauman e B. Nautsch, Palinuro. Ergebnisse der Ausgrabungen, vol. I e II, 1957-1960”. Si tratta di Rudolf Nauman. Riguardo all’opera di Virgilio Catalano, lo Schmiedt che lo cita riferisce “Aspetti e problemi dell’Archeologia Cilentana”, in “Partenope”, fasc. IV, anno II, 1961. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Palinuro, a p. 268, in proposito scriveva che: “Gli scavi archeologici del 1939, eseguiti dal compianto amico P. C. Sestieri (5) su tutta l’altura di S. Paolo che sovrasta l’abitato, misero a luce mura di fortificazioni e, nella sabbia delle dune, tombe a fossa senza traccia di copertura con orientamento dei depositi est-ovest e perciò forse non rituali. Ma vi si rinvennero pure sepolture a pozzo (disposizione circolare dei corredi) e uno a cassa (tegoloni). Più numerose le prime e ricche di vasi (in media 30 in ogni tomba) indigeni (6), ionici (7) e attici (8) insieme a oggetti di ferro e di bronzo (9). Ceramica che presenta netti caratteri d’identità con queli della Peucezia, con quella di Sala Consilina e Atena Lucana, per cui sarebbe da riconsiderare l’affermazione di Dionigi (I, 11 sgg.) sulla venuta di enotri e peucezi dall’Arcadia e da ammettere che proprio da Palinuro partisse una delle carovaniere per la Valle di Diano. Carovane che trasportavano ceramica locale e ceramica ionica che alla vicina Pixous (Bussento), Policastro) giungeva per la via istimica da Siris e la ceramica ionica e attica a mezzo dei mercanti focei. Manufatti che venivano scambiati con il grano della ferace Valle del Tanagro, di quel lago pleistocenico svuotatosi in epoca storica. Grano che anche dopo la caduta di Sibari (a. 510 a.C.,) i focei di Velia (10) continuarono a trasportare ad Atene che ne acquistava sempre in maggiori quantità.”. Ebner, a p. 268, nella nota (5) postillava: “(5) P. C. Sestieri, Scoperte archeologiche in provincia di Salerno, “Bollettino d’Arte”, Roma, 1940, n. IV (estratto).”. Ebner, a p. 268, nella nota (6) postillava: “(6) Vasi grezzi con decorazioni geometriche rosse e nere, ma anche di plastica applicata, brocche a tre manici e tre colli a bocca tribolata posti intorno a un falso collo a bocciuolo, anfore, coppette e, tra le forme d’imitazione, olmechasi a bocca tribolata, kalathoi, calcei repandi e crateri a colonnette di tipo calcidese.”. Ebner, a p. 268, nella nota (7) postillava: “(7) Vasi ionici con decorazioni a fasce, coppe milesie, ecc..”. Ebner, a p. 268, nella nota (8) postillava: “(8) Vasi attici a figure nere (lekytoi, skyphoi, kotyloi, kilites) con animali anche fantastici, ma di disegno scadente. Crateri a colonnette e kylites a occhioni con gorgoneion.”. Ebner, a p. 268, nella nota (9)postillava: “(9) Tra gli oggetti di ferro soprattutto armi, e cioè punte di frecce, grattuge, colini, anelli e fibule ad arco semplice e a doppio anello; un solo orecchino circolare d’argento.”. Ebner, a p. 269, nella nota (10) postillava: “(10) R. Neuman e B. Neutsch (Palinuro, “Ergebnisse der Ausgrabungen”, vol. II e II, 1957-1960) rinvennero a Palinuro, oltre i caratteristici mattoni velini con bolli greci, anche monete di Velia del 350-280 a.C.”. Ebner, a p. 269, nella nota (11) postillava: “(11) Sul cippo colà rinvenuto, v. M. Guarducci, Cippo iscritto a Palinuro, “Apollo”, Salerno, 1962; v. pure H. Schaefer, Peculiarità e caratteri della colonizzazione greca nell’Italia meridionale, “Apollo”, Salerno, 1962, p. 3 sgg.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando del Sinus Laus, a p. 61, in proposito scriveva che: “Il nome della città, il cui ricordo, secondo la pretesa moneta dovrebbe risalire fino al secolo VI, trasforma il ‘Melfes’ in ‘Molpa’. Questa moneta è un incuso d’argento, che ha per tipo un cinghiale corrente, a destra, col medesimo tipo del rovescio. La leggenda di destra porta scritto: ΛΑΤ [παλ], (amico) e quella di sinistra ΛΟΜ [μολ], ovvero (MOL)(3), che offrono le prime sillabe dei nomi delle due città. Il Sestini (4) invece credette, sull’esempio delle monete di Laos e d’altre città, leggervi un’unica parola ΜΟΛΠΙ. Senza dilungarci in inutili e noiose considerazioni sulla pretesa esistenza di queste città, basta il fatto della falsità o della cattiva interpretazione di tale moneta, non ammessa, per altro, da eminenti nummologi moderni.“. Il Dito, a p. 61, nella nota (3) postillava: “(3) V. Carelli, tab. 136; Sestini, Cle. gen.p. 16; Mus. Hederv. P. I., p. 10, tab. I, 10; Nouvell. Ann. T.I., Pl. XI, 12.”. Il Dito, a p. 61, nella nota (4) postillava: “(4) Mon. vet. 16, ap. Corcia III, 58.”. Infatti, Nicola Corcia (….), nel suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1799”, a p. 58, in proposito scriveva che: “Oltre che degli antichi ruderi che vi si veggono, confermerebbe la prima denominazione un didracma di argento, che da un lato ha per tipo un cinghiale con la leggenda ΓΑΛ retrograda in caratteri arcaici, e dall’altro collo stesso tipo incuso, l’epigrafe ΜΟΛ. Un dotto nummologo si avvisava il primo di vedere in questa medaglia un’alleanza tra le città di Palinuro e Molpa, le quali, non ostante il silenzio della geografia e della storia, suppose che si trovassero, una presso il ‘Capo Palinuro’, l’altra alla foce del fiume ‘Melpi’ (1). Comecchè la fabbrica di questa medaglia sia in tutto analoga a quella delle vicine città di Pissunte, Lao e Posidonia, un altro nummologo nondimeno lasciava questa medaglia fra le incerte, benchè inclinasse all’esistenza della città detta (2).”. Il Corcia, a p. 58, nella nota (1) postillava: “(1) Sestini, Mon. vet., p. 16; – Cfr. De Luynes, Nouv. Ann. de l’Institut. archeol., tom. I, pl. XI, n. 12.”. Il Corcia, a p. 58, nella nota (2) postillava: “(2) Millingen, Consid. p. 52.”.

Nel 540 sec. a.C., il popolo scomparso dei SERDAIOI o SERDEI o SARDI, popolo pre-italico preesistente alla fondazione delle città magno-greche

Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Posidonia”, a p. 133 e ssg, in proposito scriveva che: “La localizzazione della saga di Eracle nel territorio di Posidonia – dove l’eroe argivo si sarebbe fermato nel viaggio di ritorno dalla spedizione pè buoi di Gerone – può ascriversi agli stessi Trezenii fondatori della città; o, più probabilmente, tenuto conto della data presumibilmente tarda di codesta localizzazione, dovrà riguardarsi come un’irradazione della leggenda di Eracle dalla Campania, dove la saga dell’eroe fu portata dalla corrente migratoria calcidese (1).”. Il Giannelli, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) A proposito delle origini di Posidonia e dei legami che la univano alle origini di Sibari, torna qui in acconcio far menzione dell’epigrafe recentemente scoperta ad Olimpia e pubblicata da E. Kunze nel VII ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). L’iscrizione – databile alla metà del VI sec. a.C., – ci conserva il testo di un trattato di amicizia concluso dai Sibariti e dai loro aleati con un altro popolo, designato col nome – a noi finora ignoto – di ‘Serdaioi’. Sulla identificazione di questo popolo si è già discusso assai e, credo si continuerà a discutere: le diverse ipotesi avanzate dagli studiosi sono lucidamente esposte e commentate da P. Zancani-Montuoro nell’articolo ‘Sibari e Serdei’, pubblicato in “Rendic. Acc. Naz. Lincei” classe sc. morali, sez. VIII, vol. XVII, fasc. 1-2 (1962). A noi interessa qui il fatto che, come garanti della fedeltà dei Sibariti al patto stretto coi Serdei, vengono chiamati “Zeus, Apollo e gli altri dèi, e la città di Posidonia”: ciò che indica la potenza raggiunta dalla città sul Tirreno e la sua piena autonomia dai Sibariti, ma al tempo stesso lo strettissimo legame che la univa a Sibari, e non indebolisce per nulla, anzi rafforza (contrariamente a quanto ritiene la Zancani-Montuoro) la tesi della derivazione di Posidonia da Sibari, così come è stata esposta nel testo.”. Sempre il Giannelli, a p. 278, nelle sue “Conclusioni”, in prposito a questo antico popolo scriveva che: “E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parechi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII  ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo – a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”. Da Wikipedia, alla voce “Sardi” leggiamo che l’etnonimo “S(a)rd” appartiene al substrato linguistico preindoeuropeo (o secondo altri indoeuropeo), e potrebbe derivare dagli Iberi che si stabilirono sull’isola. La più antica testimonianza scritta dell’etnonimo è riportata sulla Stele di Nora, dove la parola Šrdn (Shardan) testimonia la sua esistenza originale nel momento in cui i mercanti fenici arrivarono per la prima volta nelle coste sarde. Secondo il Timeo, uno dei dialoghi di Platone, la Sardegna e i suoi abitanti, “Sardonioi” o “Sardianoi” (Σαρδονιοί or Σαρδιανοί), furono soprannominati così da “Sardò” (Σαρδώ), una leggendaria donna lidia di Sardi (Σάρδεις), nella regione occidentale dell’Anatolia (attuale Turchia). Altri autori, come Pausania e Sallustio, indicano invece che i Sardi discendono da un antenato mitologico, un figlio Libico di Ercole o Makeris (dal berbero imɣur “allevare”) riverito come Sardus Pater Babai (“Padre Sardo” o “Padre dei Sardi”), che diede all’isola il suo nome. È stato anche affermato che gli antichi Sardi nuragici fossero associati anche con gli Shardana (šrdn in egiziano), uno dei Popoli del Mare. L’etnonimo fu romanizzato nella forma singolare maschile e femminile in sardus e sarda. Bibliografia: E.KUNZE, Olympia Bericht VII, Berlin 1961, 207–210; H.BENGTSON, Die Staatsverträge des Altertums, II, München – Berlin 1962, no. 120; M.GUARDUCCI, Osservazioni sul trattato fra Sibari e i Serdaioi, RAL 17, 1962, 199-210; P.ZANCANI MONTUORO, Sibariti e Serdei, RAL 17, 1962, 11-18; S. CALDERONE, Identificati i Serdaioi, Helikon 2, 1962, 633-258;S.CALDERONE, Identificati i Serdaioi, Helikon 3, 1963, 219-258;J.SEIBERT, Metropolis und Apoikie. Historische Beiträge zur Geschichte ihrer gegenseitigen Beziehungen, Würzburg 1963, 94-96;J.ROBERT – L.ROBERT, REG 75, 1963, 137-138 no. 106; REG 79, 1966, 380-381 no. 210; G. PUGLIESE CARRATELLI, Greci d’Asia in Occidente fra il secolo VII e il VI, PP 21, 1966, 155-165 [= ID., Scritti sul mondo antico, Napoli 1976, 307-319];SEG 22, 1967, no. 336;M. BURZACHECHI, Gli studi di epigrafia greca relativi alla Magna Grecia dal 1952 al 1967, in: Acts of the 5th Congress of Greek and Latin Epigraphy, 18th-23rd September 1967, Oxford 1971, 125-134;R.MEIGGS – D.M.LEWIS, A Selection of Greek Historical Inscriptions to the end of the fifth century B.C., I, Oxford 1969, 18-19, no. 10 (trad. inglese).

Nel 570-575 a.C., la distruzione di Siri

Da Wikipedia leggiamo che Siri (Σῖρις in greco) era un’antica città della Magna Grecia, in Lucania, nata sulla riva sinistra del fiume Sinni, vicino alla foce, nei pressi dell’attuale Nova Siri. Siri ebbe un territorio ricco e fertile, la Siritide, sul quale, secondo la tradizione, si stanziarono dapprima esuli troiani intorno al XII secolo a.C. e poi coloni provenienti da Colofone, città della Ionia (costa centro-occidentale dell’attuale Turchia), nel 675 a.C. circa. La città venne fondata, verosimilmente da coloni focesi, indicativamente a cavallo tra l’VIII e il VII secolo a.C. nei pressi della foce del fiume Siri, l’attuale Sinni. La floridezza e la ricchezza della colonia, acquisite nel corso dei decenni, suscitarono “l’invidia”, ma soprattutto la preoccupazione delle vicine città achee di Metapontum (attuale Metaponto), Sybaris (attuale Sibari) e Kroton (l’attuale Crotone) che vedevano espandersi il potere economico di una colonia ionia. Alleatesi, le tre città invasero la Siritide e sconfissero intorno al 570-565 a.C. Siris che decadde, continuando la sua esistenza sotto l’influenza di Sibari e Metaponto. Gli esuli si rifugiarono probabilmente sulla vicina altura di Pandosia (attuale Anglona), sulle alture delle attuali Montalbano Jonico e Tursi. Un secolo e mezzo dopo a circa 5 km (24 stadi) venne fondata una colonia congiunta di tarentini e turioti, con il nome Eraclea. Di Siri restò solo il porto che da allora venne utilizzato da Eraclea. Secondo alcune recenti interpretazioni storico-archeologiche, Siri si trovava nello stesso territorio di Eraclea. Infatti, secondo queste recenti interpretazioni, la fondazione di Eraclea (Magna Grecia) avvenne nei pressi dello stesso abitato della florida e ricca Siri. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, nell’edizione postuma del 1963, ed. Sansoni, nelle “Conclusioni”, a p. 252, in proposito scriveva che: I Focesi di Siri divennero presto assai potenti; tanto da rappresentare un serio pericolo per la finitima Metaponto, che cercò un sostegno nel protettorato di Sibari, mentre i Focesi si confidavano nell’appoggio di Taranto. Ma, approfittando probabilmente delle difficoltà dei Terentini nelle loro relazioni con gli indigeni, i Metapontini coi Sibariti attaccarono Siri: …Siri fu presa e distrutta (circa 530-525 a.C.), parte della sua popolazione trasportata a Metaponto, etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 53-54 e ssg., in proposito scriveva che: Ma se l’ambizione di maggior dominio, e forse anche la necessità di potersi muover più liberamente sulla riva dello Ionio furono le cause remote, che spinsero i Sibariti a questa impresa quale potette essere la causa cocasionale della guerra ?. Siri aveva dedotta forse una colonia sul Tirreno, nell’attuale golfo di Policastro, Pyxus; certo aveva con questa città stretta una lega monetaria, come si rileva dal doppio nome impresso sulle monete. (Σιρινος Πυξοες).”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 53 e ssg., in proposito scriveva che: Dell’aiuto prestato ai Sibariti parla Giustino (XX, 2,3,10), il quale, come si vedrà, narra anche le vicende di questa guerra……la distruzione di Siri (530),…..Avvenne quindi quello che avviene sempre, quando il debole si trova a lottare col forte. Lo stato di Siri, non grande, fu invaso dal Sud dai Sibariti, dal Nord dai Metapontini; Siri fu sconfitta e distrutta dalle fondamenta; buona parte del territorio fu occupata dai Sibariti, un’altra dovette spettare ai Metapontini, che avranno chiesto una ricompensa per i servigi prestati…..Le vicende, più o meno leggendarie, della quale sono narrate da Giustino (XX, 2, 3, 10). Anche per la caduta di Siri si dissero le stesse ragioni della caduta di Sibari. Timeo infatti (fram. 62°) dice che i Sirini erano lussuriosi quando i Sibariti, e, come uesti, portavano ricchissime vesti; spendevano ogni loro cura nell’abbigliarsi ecc…Giustino poi racconta che gli alleati contro Siri furono puniti con una fiera pestilenza; ma credo opportuno riportare tutto il brano di questo autore.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 191, in proposito scriveva che: Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito concludere che la colonizzazione di Micito a Pixo etc…”.

Nel 575 a.C., Pyxus, Scidro e Lao e la distruzione di Siri, città sullo Ionio

Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 53-54 e ssg., in proposito scriveva che: Quando i Sibariti spinsero il loro dominio da questo lato, fondandovi le colonie di Lao, Scidro e Posidonia, dovettero trovarsi necessariamente a contatto con quei di Pyxus, che si videro stretti tra colonie sibarite. La tradizione storica non dice nulla, se Sibari ebbe a combattere prima con Pyxus e poi con Siri; certo è però che Pyxus non compare più dopo la distruzione di Siri, tranne quando fu ripopolata dai Reggini, nei primi del sec. 5°. Ciò fa supporre naturalmente che essa avesse subito la medesima sorte della sua alleata. E’ difficile però stabilire, se la guerra incominciò prima con Siri, ovvero con Pyxus. Io credo che la distruzione di quella seguì, e fu conseguenza della caduta di Pyxus; ed ecco perchè. Ammesso come dimostrato che le colonie sibarite del Tirreno siano state dedotte prima del 510 (sconfitta di Sibari), e non fondate da quelli che riuscirono a scampare da questa rovina, ne viene di conseguenza che esse precedettero anche la distruzione di Siri (530), e che specialmente le colonie di Lao e Posidonia, delle quali ci rimangono notizie sicure, non furono dedotte nel territorio di Pyxus, già abbattuta. Se così non fosse stato, non si capirebbe come, in un ventennio solo, città poste sulla riva opposta alla metropoli fossero potute crescere in potenza a tal punto da offrire sicuro asilo ai fuggiaschi di Sibari, e garentirli da possibili aggressioni Crotoniate. Da tutto ciò appare che i prodomi della guerra dovettero maturarsi sulla riva del Tirreno, dove coloni di Sibari si trovarono a contatto, e cercarono di allargarsi a danno dell’alleata di Siri. Questo ragionamento esclude anche che Pyxus fosse invece colonia di Sibari, come crede il Prof. Tropea (St. dei Luc., p. 168), altrimenti non so perchè avrebbe dovuto scomparire proprio in quel tempo che fu distrutta Siri. Ingaggiata così una guerra, che nel nostro tempo si direbbe coloniale, l’eco non tardò a farsi sentire sulla riva dello Ionio, dove i due stati, protettori ripettivamente dei belligeranti erano finitimi, e gelosi l’uno dell’altro. Siri fu sconfitta e distrutta dalle fondamenta; buona parte del territorio fu occupata dai Sibariti, un’altra dovette spettare ai Metapontini, che avranno chiesto una ricompensa per i servigi prestati. Il territorio di Pyxus facilmente fu compreso in quello delle colonie sibarite, e del possesso della feracissima regione del Siri, località da Archiloco (fram. 10°, ed. Zambaldi), rimase, più tardi, un’eredità di contese fra Turini e Tarantini. Se queste ragioni che ho esposto, relative all’origine della guerra con Siri, non coincidono con la verità degli avvenimenti, che nessuno potrà mai controllare, sono tuttavia rispondenti agli effetti di quella guerra. (p. 57). La conquista della Siritide aveva notevolmente aumentata la potenza di Sibari, e aveva fatto comprendere ai suoi alleati che simile sorte sarebbe toccata da un momento all’altro anche a loro. Io non so quanta fede si possa accordare al passo di Giustino (XX, 3), secondo il quale i Sibariti, i Crotoniati e i Metapontini divisavano di cacciare tutti gli altri Greci dell’Italia, per impadronirsi delle loro città; certo è però che anche gli antichi sapevano che l’appetito viene mangiando, e che non era lecito fidarsi troppo dell’alleanza del vincitore. Dell’amicizia con Crotone fa fede anche una moneta……Sibari, dopo la vittoria sui Sirini, la quale pare che non avesse fruttato nulla ai Crotoniati, poteva esercitare indisturbata la sua egemonia sui popoli dell’interno della Lucania e del Bruzio, e gravare sullo stato di Metaponto e di Crotone. Gli scrittori antichi parlano di questa potenza di Sibari rapidamente raggiunta, dando al riguardo delle cifre che, non potendosi controllare, debbono ritenersi come esagerate……(pp. 58-59) Così sommando insieme Pandosia, città degli indigeni, e quella pure indigena, di cui si scoprì la necropoli alla Torre del Modillo sulla sinistra del Crati, della quale però si ignora il nome, con Lao, Scidro, Posidonia, e forse Cirella, e Siri e pyxus, non si arriva che ad 8 città appena..”.

Nel ‘510 a.C., Sibari, la città magno-greca fu distrutta dai Cotoniati

Da Wikipedia leggiamo che nel 510 a.C., dopo una guerra durata 70 giorni, i Crotoniati che con 100 000 uomini, guidati dal pluri-campione olimpico Milone sconfissero nella battaglia di Nika l’esercito sibarita, e dopo aver deviato uno dei fiumi conquistarono la città e la sommersero. Emanuele Ciaceri (…), nel suo, ‘Storia della Magna Grecia’ pubblicato nel 1940, a p. 264, sulla fine di Sibari, in proposito così scriveva che: “Così tragicamente chiudeva la sua vita la grande e ricca città di Sibari. I suoi cittadini superstiti riparavano (in parte almeno) a Lao e a Scidro, colonie sibarite, (1), donde poi doven fare vari tentativi di ricostruzione della loro patria, anche dopo che fu fondata Turio, la quale doveva essere la legittima erede.”. Il Ciaceri (…), a p. 264, vol. I, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Herodot. VI-21”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a p. 28 e ssg., in proposito scriveva che: “L’unica fonte per stabilire, con molta approssimazione, l’epoca della distruzione di Sibari è Erodoto, il quale (VI, 21) dice che, nel tempo della presa di Mileto da parte dei Persiani (494), quei di Sibari non godevano miglior sorte, poichè, vinti dai Crotoniati, avevan dovuto ricoverarsi nelle colonie di Lao e Scidro, e che Sibari stessa era stata rasa al suolo dai Crotoniati. Dice inoltre che l’annunzio della caduta di Sibari fu appreso con grande cordoglio da quei di Mileto, i quali tutti, dai fanciulli ai vecchi, si rasero il capo, in segno di lutto; rimprovera ai Laini di non aver fatto altrettanto, dopo la caduta di Mileto. Questa data ha una conferma in ciò che racconta Diodoro del ristabilimento dei Sibariti nella loro città, dopo 58 anni dacchè ne erano stati scacciati, cioè nel 453-2, donde furono di nuovo respinti dai Crotoniati, cinque anni dopo (447-6), e della fondazione di Turio (XI, 90, 3: XII, 10; cfr. IX, 23). Così con sicurezza può fissarsi un ‘terminus ante quem’ con il racconto di Erodoto, riconfermato dalle parole di Diodoro. Ma se si può sabilire il tempo della distruzione di Sibari, quando fu essa fondata ? Eusebio, nella sua Cronaca etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 64 e ssg., in proposito scriveva che: “…i Crotoniati naturalmente la saccheggiarono, e vi dovettero arrecare grandissimi danni; però, come ho cercato di dimostrare, non mi pare ammissibile che l’abbiano fatta sommergere dal Crati.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a p. 127, riferendosi alla città di Lao, in proposito scriveva che: “Quindi si può dire senz’altro che i Sibariti dedussero tutte le loro colonie, delle quali rimangono notizie sicure, senza esagerarne il numero come ha fatto il Tropea (Storia dei Lucani, p. 168), sulla costa lucana esclusivamente, la quale cadde tutta in loro potere, dal Silaro al Lao.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 62-63 e ssg., in proposito scriveva che: “Prima di tutto io non credo che le colonie di Sibari, sul Tirreno, abbiano inviato molti soccorsi alla metropoli, perchè, in tal caso, si sarebbero esposte al pericolo di uno sbarco crotoniata; in secondo luogo, qualora avessero potuto e voluto inviare molti soccorsi, non ne avrebbero avuto il tempo, perchè la guerra fu rapida. Ad ogni modo resta sempre l’incognita della via che avrebbero tenuto questi aiuti, grandi o piccoli: non per mare, perchè, per le condizioni nautiche di allora, i navigli dovevano costeggiare la terra, che per lungo tratto, sia dalla parte del Ionio, che del Tirreno, era in possesso dei nemici; resta l’ipotesi più ammissibile, che essi cioè abbiano seguito la stessa strada delle carovane, che trasportavano le mercanzie da Sibari a Lao, vale a dire attraverso il passo di Campotenese. Ma anche questo cammino, per quanto breve, non doveva essere molto agevole per le forse che si fossero recate a Sibari, perchè gli indigeni, che furono molti ad insorgere dopo la sconfitta, e a recuperare il loro territorio, avevano ostacolato in mille modi i movimenti di queste truppe.”.  Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, Firenze, Sansoni, 1963 oppure lo stesso testo ed. Bemporad, Firenze, 1924, nell’edizione riveduta del 1963, parlando di Sibari-Turii, a p. 102, in proposito scriveva che: Athen., XII, p. 518 C. sgg. L’autore s’intrattiene alquanto a parlare dei Sibariti, dei loro costumi, dei loro rapporti coi Crotoniati e, attingendo a Filarco (= F.H.G., I, n. 45), ricorda a questo proposito (521 E) che, essendo venuta a Sibari da Crotone un’ambascieria di trenta legati, i Sibariti tutti li uccisero, freggiandone per dippiù i cadaveri. Ciò risvegliò l’ira della divinità: ………….etc….E seguì la distruzione della città per parte dei Crotoniati. Ateneo aggiunge (XII 521 F) un’altra notizia che dice derivargli da Eraclide Pontico (= F.G.H., II, n. 199b): etc…”.

Nel ‘510 a.C., i Crotoniati assoggettarono Lao, Sidro e Pyxus

Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 264, in proposito scriveva che: “La guerra con Sibari e l’annichilimento della rivale segna l’inizio dell’egemonia di Crotone nella Magna Grecia (510 a.C.). si estesero, a nord, a comprendere tutto il territorio della distrutta Sibari fino alla Siritide, restando però indipendenti gli stabilimenti sibariti di Lao e Scidro sul Tirreno. Cadde invece in potere dei Crotoniati la città di PANDOSIA, nella valle del Crati, non lungi dall’odierna Cosenza (1); una città che Strabone (VI, 256) dice di essere stata la capitale degli Enotri e che alcuno (Beloch, I (2), I, 237) pensa essere stata colonizzata dai Sibariti prima che dai Crotoniati (2).”. Dunque, in questo passaggio, il Giannelli dice chiaramente che, in seguito alla distruzione di Sibari, la potenza di Crotone si estese ma dice pure “restando però indipendenti gli stabilimenti sibariti di Lao e Scidro sul Tirreno.”. Il Giannelli, a p. 264, nella nota (1) postillava: “(1) Nissen, II, 993; Galli, Per la Sibaritide, p. 77 sgg.; Busolt, I (2) 402; Pais, Ricerche…., p. 65.”. Il Giannelli, a p. 265, in proposito scriveva pure: “Così, alla potenza di Sibari, che era stata, durante il VI secolo, la più grande e popolosa città greca d’Occidente del Mediterraneo – sottentrava quella di Crotone, che dominava tutta la Magna Grecia dai confini di Metaponto allo stretto di Messina (eccettuati soltanto i territori di Reggio, Locri, Lao e Scidro) e faceva riconoscere la propria autorità anche sulle coste orientali della Sicilia (monete d’alleanza Crotone-Zancle, posteriori al 460 a.C.: Head, p. 95)(2).”. Il Giannelli, a p. 265, nella nota (2) postillava: “(2) Vedi, per la storia di Crotone, anche l’art. del PHILIPP in R. E., XI 2020 sgg., e il mio studio ‘La Magna Grecia da Pitagora a Pirro, p. I sgg.”. Dunque, il Giannelli scriveva anche in questo ultimo passaggio che Crotone, dopo la distruzione di Sibari: “..dominava tutta la Magna Grecia dai confini di Metaponto allo stretto di Messina (eccettuati soltanto i territori di Reggio, Locri, Lao e Scidro), etc..”. Dunque, secondo il Giannelli, Lao e Scidro, in seguito alla caduta di Sibari restarono indipendenti da Crotone. A questo riguardo, Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 64 e ssg., in proposito scriveva che: “I pochi scampati alla strage si rifugiarono come ho detto più volte, nelle colonie di Lao e Scidro. I Crotoniati si appropriarono di buona parte del territorio; il resto, forse la parte che era stata loro tolta, rientrò nel dominio degli indigeni, generando poi quella confederazione Lucana, alla quale dovrò alludere anche più oltre. I vincitori estesero la loro influenza nella fertile valle del Crati, una volta dominata dai Sibariti, e strinsero una lega monetaria con la bruzua Pandosia. Erodoto, come si è visto, parla delle manifestazioni di dolore che fecero i cittadini di Mileto, nell’apprendere la sventura di Sibari. Plinio poi (St. N. VII, 22) accenna alla rapidità con cui si divulgò la sconfitta di Sibari…..I crotoniati stessi, per quanto potenti e vittoriosi, non riuscirono mai ad affermarsi durevolmente sul territorio conquistato col proprio sangue, perchè gli scampati Sibariti fecero più di un tentativo per riconquistarlo; e, anche senza riuscirvi, crearono delle noie ai Crotoniati, che non erano mai sicuri di averli debellati completamente. Alla fine intervenne una potenza straniera (mi si passi l’espressione), alla quale i Crotoniati dovettero inchinarsi, e riconoscere ad una nuova città, da essa promossa, quasi tutti gli antichi diritti, che spettavano ai Sibariti. Maggiori vantaggi ne trassero invece gli indigeni, che avevano lungamente dovuto sottostare alla dominazione straniera. Essi non aspettavano occasione migliore per ribellarsi.”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Firenze, 1963, a p. 257, in proposito scriveva che: “I Sibariti superstiti della guerra e della strage trovarono scampo nelle loro colonie: a Lao, a Scidro, a Posidonia stessa. Cinquantott’anni dopo, alcuni di essi tentarono di ritornare alla loro antica patria e riprendervi stanza: ma il tentativo, benché appoggiato da Posidonia (1), non riuscì, e i Crotoniati li sloggiarono dopo cinque anni (453-448: Diod., XII 10)(2): allora i Sibariti, ai quali non poteva sfuggire l’ognor crescente debolezza dei Crotoniati, vollero ritentare la prova, e invitarono Spartani ed Ateniesi ad essere loro alleati nel tentativo (Diod., XII, 10,3); Atene si mise a capo dell’impresa e sorse così, sotto la sua direzione, la città panellenica di Turii (444-3 a.C.). Nella nuova colonia i Sibariti non poterono restare, perché gli altri Greci non vollero loro riconoscere quella posizione di privilegio nella quale avevano sperato. Si ritirarono allora e fondarono, sulle rive del fiume Traente, una terza Sibari, che durò fin quando non la distrussero i Bruzi (Diod., XII, 22)(3).”. Giannelli, a p. 257, nella nota (1) postillava che: “(1) Forse anche Lao; cfr. Grose, “Numism. Chron.”, 1915, p. 189″.

Nel 480 a.C., Crotone organizzò una spedizione militare contro Lao e Scidro

Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Crotone, dopo la vittoria sui Sibariti, che era subentrata nelle relazioni con qualcuna delle città indigene della valle del Crati, non credo che facesse tentativi per attrarre nella sua sfera politica le colonie sibarite, perchè nel 480 organizzò una spedizione militare contro quei fuggiaschi che avevano riparato in esse. Etc…”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, e. 1925, vol. I, Libro II, cap. VI, nel suo “Le vicende di Thurii”, a pp. 271 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Scacciati dai Crotoniati, i Sibariti cercarono rifugio presso le loro colonie di Laos e di Skidros sulle opposte coste del Tirreno; ma ve li perseguitarono i loro tenaci nemici finchè Ierone di Siracusa mandò in difesa dei fuggiaschi il fratello Polizelo. Qualche anno dopo, verso il 453 a.C., i Sibariti, ritornati nel patrio suolo, fondarono una nuova città, che ebbe circa sei anni di vita.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “L’impero di Crotone, Vicende di Locri, di Regio, di Pyxous, di Velia, e di Posidonia”, a pp. 284 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “S’intende che dopo la distruzione di Sibari i Crotoniati non sentissero più ritegno nella loro sete d’impero. Allo stesso modo che non si trattennero dal perseguitare i fuggiaschi Sibariti, che avevano cercato riparo sulle coste del Tirreno nelle colonie di Laos e di Skidros, essi mossero arditamente guerra ai Locresi, traendo ragione o pretesto dalla circostanza che costoro avevano già per il passato inviato aiuti agli abitanti della ionica Siris. Avvenne allora la battaglia della Sagra, celebrata da Stesicoro, detto di Imera, etc…”.

Nel 476 a.C., Polizelo, su ordine di suo fratello, Ierone di Siracusa viene in soccorso di Lao, Scidro minacciati da Crotone

Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. VI, nel suo “Le vicende di Thurii”, a pp. 271 e sgg., in proposito scriveva che: Scacciati dai Crotoniati, i Sibariti cercarono rifugio presso le loro colonie di Laos e di Skidros sulle opposte coste del Tirreno; ma ve li perseguitarono i loro tenaci nemici finchè Ierone di Siracusa mandò in difesa dei fuggiaschi il fratello Polizelo. Qualche anno dopo, verso il 453 a.C., i Sibariti, ritornati nel patrio suolo, fondarono una nuova città, che ebbe circa sei anni di Vita. La perenne inimicizia dei Crotoniati, od il timore dei popoli Sabellici, e particolarmente dei Lucani i quali già invadevano il suolo della Magna Grecia e si spingevano sino ale coste del mare, indussero gli abitanti della nuova Sibari a rivolgersi per aiuto agli Spartani ed agli Ateniesi.”. Ettore Pais (…), nel 1933-XI, nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio Romano”, vol. II, II edizione, in Appendice: “Tavola cronologica” , per l’anno 510 a.C., a p. 951, in proposito scriveva che: “Verso il 476 a.C. Hierone…invia il fratello Polizelo in aiuto dei Sibariti di Laos e di Skidros, minacciati dai Crotoniati.”. Dunque, in questo breve passaggio, il Pais scrive chiaramente che Ierone, tiranno di Siracusa inviò suo fratello Polizelo, il quale su suo ordine riconquistò le due colonie sibarite di Lao e Scidro che dopo la distruzione di Sibari erano minacciate continuamente dallo Stato di Crotone. Questa notizia è un’altra delle poche su Lao e su Scidro che evidentemente, dopo la distruzione di Sibari da parte dei Crotoniati, i quali, evidentemente controllavano non del tutto anche la nostra zona, minacciavano le due colonie magno-greche dove si erano rifugiati parte degli scampati al massacro della distruzione della loro città di Sibari. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel: “Ierone e gli Etruschi”, a p. 34 e ssg., in proposito scriveva che: “L’animo impaziente di Anassilao, umiliato dalla sconfitta di Imera e dalla cacciata del suocero per opera di Terone, cercava rivalsa. Da lui e dal figlio Leofrone vennero minacce ai vicini Locresi, vecchi amici di Siracusa.”. Sempre il Pais, a p. 34 aggiungeva il fatto: “Alla sua volta Crotone premeva gli avanzi dei Sibariti, che avevano trovato riparo a Laos e a Skidros sulle coste del Tirreno e che sino da allora (verso il 476 a.C.) tentarono forse ricostruire la loro città di cui si fa nuova menzione qualche decennio dopo. Ierone intervenne, salvò i Sibariti ed i Locresi; Polizelo suo fratello ebbe ordine di muovere contro i Crotoniati.”. Ed in questo passaggio, il Pais è più chiaro sull’episodio e riferendosi sempre al tiranno di Siracusa Ierone scriveva che: “Polizelo suo fratello ebbe ordine di muovere contro i Crotoniati.”. Dunque, secondo il Pais, il fratello di Ierone, Polizelo, ebbe l’ordine di recarsi in aiuto delle due città magno-greche di Lao e di Scidro. Il Pais aggiunge pure che, subito dopo, “Polizelo, temendo che ques’impresa desse occasione al fratello di tessergli insidie, riparò ad Agrigento presso il suocero Terone. Non siamo esattamente informati su queste vicende. E’ chiaro però Ierone che cercò esercitare influenza politica anche a Crotone, e che vi trovò resistenza.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel: “Note al capitolo III”, a p. 499, in proposito scriveva che: “p. 34 sgg. Sulle rivalità e gelosie esistenti fra i membri delle famiglie dei Dinomenidi e degli Emmenidi abbiamo notizie in Diodoro e negli scolii di Pindaro. E’ probabile che ierone avesse accordato a Polizelo la signoria di Gela, allo  che Gelone l’aveva già affidata a Ierone. Con questa ipotesi si accorda l’iscrizione dell’auriga di Delfi. Probabilmente Polizelo, inviato a combattere i Crotoniati, ebbe timore che nella sua assenza Ierone ripigliasse per sè Gela. Polizelo, che aveva sposato in seconde nozze Damareta, figlia di Terone di Agrigento, traeva profitto dalle rivalità fra il suocero ed il fratello per rendersi del tutto indipendente od accrescere il suo Stato.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 124 e ssg., in proposito scriveva che: Questi si rivolsero a Ierone di Siracusa, il quale obbligò i Crotoniati a desistere dagli assalti. Diodoro che, come si è visto e come vedremo, fornisce molte notizie intorno ai ripetuti tentativi di quei Sibariti per rioccupare i loro antichi domini, non parla affatto di aiuti, che quei di Lao pur dovettero fornire, direttamente o indirettamente, ai loro ospiti. Certo è che quei tentativi furono possibili, ed ebbero qualche risultato, solo dopo l’intervento di Ierone, e quando in Crotone si iniziava la reazione contro i Pitagorici. Etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte IV, cap. VI, a p. 139 e ssg., in proposito scriveva che: “Era naturale che i Sibariti, ricoveratisi nelle proprie colonie, dopo essere stati vinti dai Crotoniati, facessero più di un tentativo per riavere le loro antiche terre, spinti in questo da un ricordo di grandezza, che mal potevasi compensare con le accoglienze e gli aiuti, per quanto fraterni, che avevano ricevuto dai cittadini di Lao e Sidro. Questi tentativi dovettero incominciare a maturarsi da quegli stessi Sibariti scampati alla strage, perchè si è visto che, una trentina di anni dopo la caduta di Sibari, i Crotoniati organizzarono una spedizione militare contro le sue colonie; impresa che non potette attuarsi per l’intervento di Ierone di Siracusa. Diodoro (XI, 48, 3) racconta a questo proposito che Ierone, succeduto a Gelone nel governo di Siracusa, volendosi sbarazzare del fratello Polizelo, che godeva molte simpatie presso i Siracusani, lo mandò, con numeroso esercito, a difendere i Sibariti, sperando che sarebbe rimasto ucciso dai Crotoniati, ma Polizelo, saputa la cosa, si rifugiò presso Terone di Agrigento, e si apparecchiò a muovere contro il fratello. Malgrado questo episodio, pare che l’intervento di Ierone fosse tornato ugualmente efficace. Non si potrebbe trovare il movente di questa risoluzione dei Crotoniati, se non si pensasse alle pressioni e alle noie che ad essi dovevano giungere i tentativi fatti più dai discendenti dei cittadini scacciati da Sibari, etc…”. Il Galli, a p. 140 continuando il suo racconto, in proposito scriveva che: Non si potrebbe trovare il movente di questa risoluzione dei Crotoniati, se non si pensasse alle pressioni e alle noie che ad essi dovevano giungere i tentativi fatti più dai discendenti dei cittadini scacciati da Sibari, anzicchè da questi ultimi direttamente, ebbero miglior risultato; quantunque essi non si potevano mantenere durevolmente nel sito della loro metropoli, e, cacciati anche da Turio, che consideravasi come l’erede e la continuatrice di Sibari, dopo un ultimo sforzo per restare in quella regione, furono finalmente o trucidati, o dispersi dalle popolazioni indigene….”. Sempre il Galli, a p. 141 fa le seguenti considerazioni: “….Lao e Scidro, del quale non si fa parola nelle fonti; e che, ad ogni modo, non poteva essere stato sufficiente, perchè, fin d’allora, si annunziavano all’orizzonte i podromi di quella confederazione lucana, che in seguito procurò molte noie alle colonie di Sibari, le quali avevano aperte le loro porte ai profughi, volessero trovarsi in conflitto con Crotone, per respingere gli assalti della quale si erano dovute rivolgere, verso il 480, a Ierone di Siracusa.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nell’Indice, alla voce “Polizelo”, in proposito scriveva che: “Polizelo, fratello di Gerone siracusano II 134 sg.”. Dunque, Emanuele Ciaceri, nel vol. II, Libro II, a p. 321 e sgg., in proposito scriveva che: “Assumeva subito l’atteggiamento di principe forte e generoso, sempre pronto a muovere in aiuto dei superstiti Sibariti, i quali mentre tentavano di far risorgere l’abbattuta città (aiutati naturalmente dai loro fratelli che, giusto dicemmo, erano riparati nelle colonie sibarite di Lao e di Scidro) si videro stretti d’assedio dai Crotoniati, accolse l’invito disponendo che un esercito non indifferente si ponesse in marcia al comando del fratello Polizelo, a quanto pare anche calcolando d’aver trovato l’occasione per potersi sbarazzare di quest’ultimo verso cui avrebbe nutrito geloso rancore (a. 477)(2). Non conosciamo quale seguito avesse la spedizione, dal momento che ce n’è rimasta memoria in due tradizioni opposte: secondo l’una, fattosi sospettoso Polizelo si sarebbe rifiutato d’accettare l’incarico, mentre, stando all’altra, egli avrebbe condotto felicemente a termine l’impresa (3). E non pare, in verità, che ci sia stata una vera azione militare; che già in questo tempo era troppo forte Crotone per lasciarsi facilmente intimidire da un intervento straniero. Forse trattavasi di una semplice spedizione dimostrativa compiuta allo scopo che si addivenisse ad una intesa, nel senso che i Crotoniati tralasciassero d’opprimere i poveri Sibariti e questi alla loro volta abbandonassero il proposito d’una vera ricostruzione della città. E’ sembra che così sia avvenuto di fatto, non essendosi per allora, a quanto ci consta, ricostruita la nuova Sibari. Ma lo sdegno dei Crotoniati dovette prorompere in pubblica manifestazione alla notizia d’un intervento siracusano, se veramente, come riteniamo, abbatterono allora la statua dell’atleta Astilo (già proclamatosi solennemente cittadino di Siracusa.”.  Il Ciaceri, a p. 321, nella nota (2) postillava: “(2) v. Diodoro, XI 48, 4, il quale, accennando al fatto quando parla del conflitto fra i due fratelli, lo pone insieme con questo nell’a. 476, mentre esso risale all’anno precedente, come appare dallo svolgimento stesso degli avvenimenti.”. Il Ciaceri, a p. 321, nella nota (3) postillava: “(3) La prima tradizione in Diod. XI 48, 5; la seconda in Tim. apd DIDYM. in Schol. PIND. ol. II 29 = fr. 90 M. I p. 214. Probabilmente fonte comune di Diodoro e di Didimo era Timeo, il quale avrebbe esposto entrambe le tradizioni non sapendo a quale delle due dovesse dare la preferenza.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. V “L’indebolimento dello Stato Crotoniata”, a pp. 338-339, in proposito scriveva che: “Era nell’interesse dei Crotoniati perpetuare questo stato di cose; ed era quindi naturale ch’essi stabilissero d’opporsi in tutti i modi acchè si facesse risorgere a novella vita la temuta rivale. Ma era ugualmente ovvio che a codesta resurrezione pensanssero non solo quelli ch’erano rimasti a Sibari, ma anche gli altri ch’erano riparati a Lao e a Scidro (e cioè in iccole colonie, le quali specialmente dopo l’indebolimento della potenza etrusca, prodotto dalla battaglia di Cuma, vivevano in assai penose condizioni), donde naturalmente speravano poter raggiungere la vecchia patria. Nè occorre rilevare che cotale aspirazione dovessero favorire quei di Posidonia, i quali avrebbero potuto calcolare di riattivare così un giorno le antiche vie commerciali che attraverso la penisola ponevano in comunicazione le coste del Tirreno con quelle dell’Ionio. Da tutto ciò aveva inizio e svolgimento una serie di tentativi di ricostruzione della città, fatti dai Sibariti e costantemente rintuzzati con spirito di prepotente persecuzione da parte dei Crotoniati. Dal poco che ci è dato ritracciare nell’antica tradizione sappiamo, infatti, che tentarono i Sibariti di ribellarsi all’imposizione di Crotone, ma non trovarono aiuti nelle città vicine. Quando pensarono di poter porre in effetto il loro disegno, dovettero all’intervento di Gerone siracusano d’esser liberati dalle strette delle truppe crotoniate che minacciavano di opprimerli (a. 476)(1). E non v’è dubbio che qui si sia trattato di veri abitanti di Sibari, e non dei Sibariti di Lao e di Scidro, come generalmente han creduto gli storici odierni (1), non essendo verosimile non solo che, ove si fosse realmente parlato di quelle due cittadine, la fonte antica non avrebbe fatto il nome, ma, ancor più, che i Crotoniati si fossero condotti sino al golfo di Policastro per perseguitare gli odiati nemici. Grazie all’intervento del principe siracusano restarono i Sibariti nella loro sede; e fuvvi un giorno, oltre vent’anni dopo, in cui parve che sarebbero riusciti, al fine, a raggiungere l’intento, cominciarono a ricostruire la città e cercando di cingerla di forti mura.”. Il Ciaceri, a p. 339, nella nota (1) postillava: “(1) Busolt, Griech. Gesch. II (2) p. 798; Beloch, Griech. Gesch. II (29 1 p. 73; Pais Ricerche di storia e di geogr. I p. 271; Pauly-W-K. R.E. XI 2024”. Da Wikipedia leggiamo che Ierone di Siracusa, Geróne o Ieróne (in greco antico: Ἱέρων?, Hièrōn) (… – Aitna, 467 o 466 a.C.), è stato tiranno di Gela dal 485 o 484 a.C., al 478 o 477 a.C. e, successivamente, tiranno di Siracusa, fino alla morte. Figlio secondogenito di Dinomene di Gela, Gerone è noto per essere stato un abile mecenate: portò infatti alla corte aretusea alcuni tra i più grandi letterati in auge a quel tempo, tra i quali Pindaro ed Eschilo. L’episodio può essere datato tra il 477 e il 476 a.C., un anno prima che Anassilao morisse. Il tiranno di Reggio cerca di avvantaggiarsi della conflittualità interna ai Dinomenidi e di concludere vittoriosamente l’antico contrasto con i Locresi, attaccando con le forze di Messana, governata da suo figlio Leofrone, e con le proprie. Per Gerone è sufficiente inviare il cognato Cromio per far desistere Anassilao dall’intento, il che è indicativo di quanto fosse potente Siracusa. La riconoscenza dei Locresi verso Gerone è ricordata da Pindaro (Pyth. 2, 18-20). È probabile che a stretto giro Locri e Siracusa siglino un trattato di symmachia. Ma l’interventismo siracusano in Magna Grecia non si esaurisce qui. In questa fase è Crotone la maggiore potenza di Magna Grecia, ma il centro è afflitto da un conflitto interno, relativo alla divisione della chora di Sibari. I Sibariti chiedono aiuto a Siracusa e questa sollecita le loro istanze separatiste contro Crotone. Al contempo, la polis aretusea seconda Locri contro Temesa. È possibile che in questo sforzo in Magna Grecia Siracusa possa contare sull’appoggio di Poseidonia, come sembrano suggerire le emissioni monetali di Poseidonia in questo periodo: sembra infatti che la colonia di Sibari in questo periodo passi da un accordo commerciale con Elea ad un circuito riferibile a Siracusa. Nel 474 o nel 473 a.C., Gerone entra in guerra a fianco dei Cumani contro gli Etruschi, probabilmente Etruschi campani che razziavano le poleis della Magna Grecia, come sembrano indicare la conquista delle Isole Eolie, i saccheggi operati contro Cuma, le fortificazioni edificate da Anassilao. Cuma chiede aiuto a Siracusa e Gerone riporta una grande vittoria, nella battaglia di Cuma. Il tiranno siracusano ha anche agio di installare una guarnigione a Pitecussa, che però, anche a motivo di attività eruttive, non dura a lungo. Dopo la difesa di Locri, l’aiuto ai Sibariti e la lotta ai Crotoniati, la battaglia per Cuma rappresenta il culmine dell’attività di Gerone all’estero, che si qualifica soprattutto per l’interesse per l’area tirrenica. Non è però facile indicare la misura del successo di queste ambizioni siracusane, anche perché Siracusa non impone i propri tipi monetali, né cerca di strappare tributi alle terre controllate, né, a quanto pare, sospende i rapporti commerciali con gli Etruschi. La politica siracusana nel Tirreno trova un appoggio in Micito, reggente per conto dei figli di Anassilao, il quale fonda Pissunte, probabilmente contro Elea, e si allea con Taranto in chiave anticrotoniate. Ma la sconfitta di Taranto per mano degli Iapigi provoca la caduta di Micito, sollecitata dallo stesso Gerone. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. V “L’indebolimento dello Stato Crotoniata”, a p. 356, in proposito scriveva che: “Così era ormai a chiudersi la storia delle vicende dei Sibariti, svoltasi lungo il corso del sec. V; onde, a voler concludere intorno ad essa, si potrebbe dire che dopo la vecchia grande Sibari – ove prima (a. 476) gli abitanti, circondati e pressati dalle truppe crotoniati, avevano ripreso respiro in grazie dell’intervento di Gerone siracusano, e dopo, insieme coi fratelli esuli di Lao e di Scidro e con l’aiuto dei Posidoniati (a. 453) avevan fatto un tentativo di ricostruzione della città, che forse parve riuscito, ma ch’ebbe breve durata – fuvvi la nuova Sibari (a. 447), un pò più all’interno e non lungi dal Crati, che presto diventò la città di Turio, ed infine la Sibari del Traente, più in giù e verso i confini del territorio crotoniata (dopo 444/3).”.

Nel 474 a.C., Scidro, Lao e Pixunte, dopo la battaglia di Cuma contro gli Etruschi

Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. IV “La Sicilia e la Magna Grecia – Posidonia, Velia e l’Etruria”, a pp. 334-335, riferendosi a dopo la battaglia di Cuma in cui gli Etruschi furono vinti e cacciati, in proposito scriveva che: “L’indebolimento della potenza etrusca veniva a creare un nuovo stato di cose per Posidonia, la quale, mentre sottraendosi a quello influsso riprendeva liberamente il carattere genuino di città italiota, perdeva i vantaggi commerciali che fin allora aveva ricavati dalle relazioni con l’Etruria. Tornavano allora i Posidoniati a svolgere lo sguardo verso le coste dell’Ionio, proprio nel tempo in cui i Reggini in grazia all’alleanza con Taranto stabilivano una colonia a Pixunte; e calcolavano, sebbene invano, sulla resurrezione della città di Sibari. Non rimasero essi estranei, come vedremo, ai tentativi compiuti dai superstiti Sibariti, per quanto Erodoto sia detto soltano che questi eran riparati a Lao e Scidro. E da codeste vicende, che guardate dal lato commerciale appaiono assai burrascose, usciva tuttavia Posidonia sempre forte e sana nella sua posizione di grande città, come attestano le sue belle monete che giungono sino alla fine del secolo (1) e nelle quali sono anche ricordate le feste o gichi che si celebravano sulle coste del Silaro (2). Altrettanto, certo, non poteva dirsi per Lao e di Scidro; l’una, cittadina, che ancora rivela nelle sue monete una certa prosperità (3), è destinata a perdere ogni importanza commerciale; e dall’altra, che era una semplice fattoria o castello, scompare da questo momento ogni memoria. V’è motivo intanto di ritenere che la catastrofe dell’armata etrusca, egualmente che la distruzione di Sibari, abbia giovato al riattivamento della via commerciale ionico-calcidica sul Tirreno e che ciò sia tornato a vantaggio anche della città di Velia; la quale serviva di scalo alle navi che partendo da Marsiglia trafficavano con i paesi dell’Oriente ionico. Troppo lontana per cadere sotto l’egemonia od influenza di Crotone (4), continuò Velia a vivere floridamente anche in questo tempo, cioè nella prima metà del sec. V, come dimostrano le sue belle didramme che recano l’impronta del leone di Marsiglia e di Focea (5); e retta fu sempre dalla costituzione di Parmenide, contro cui poi riuscì vittoriosa la tirannide”. Il Ciaceri, a p. 335, nella nota (3) postillava: “(3) Head (2), p. 74 (a. 500-450).”. Il Ciaceri, a p. 335, nella nota (4) postillava: “(4) Non pare, in vero, che la legg. YAI della moneta crotoniate (Babelon, Traitè II 1 1458), voglia indicare il nome di Velia.”. Il Ciaceri, a p. 335, nella nota (5) postillava: “(5) Head (2) p. 89 (a. 500-450).”. Dunque, in questo passaggio, il Ciaceri, riferendosi a dopo la distruzione di Sibari e della battaglia di Cuma, in cui ci fu la disfatta degli Etruschi che, fino a quel tempo avevano dominato sugli scambi commerciali con i Sibariti di Posidonia, di Lao e di Scidro, egli sostiene che: “Altrettanto, certo, non poteva dirsi per Lao e di Scidro; l’una, cittadina, che ancora rivela nelle sue monete una certa prosperità (3), è destinata a perdere ogni importanza commerciale; e dall’altra, che era una semplice fattoria o castello, scompare da questo momento ogni memoria.”. Il Caiaceri sosteneva che a differenza di Posidonia, solo Lao rimase una città in vita mentre Scidro “che era una semplice fattoria o castello, scompare da questo momento ogni memoria.”. L’ipotesi del Ciaceri, secondo cui, dopo la disfatta degli Etruschi a Cuma non rimase memoria di Scidro è opinabile e lo dimostra l’intervento di Ierone di Siracusa e di suo fratello Polizelo che, qualche anno prima (a. 476) fu inviato, come vedremo proprio nelle due colonie magno-greche di Lao e di Scidro per difenderle dai Crotoniati nel 476 a.C. Da Wikipedia leggiamo che dopo questa battaglia ne seguirono altre due vittoriose per i Cumani, una prima accanto ai Latini nella Battaglia di Aricia contro gli Etruschi, ed una seconda nel 474 a.C. al fianco dei Siracusani i quali avevano inviato la loro flotta sempre contro gli Etruschi, riuscendo definitivamente a cacciarli dalla Campania. Scontro ricordato come battaglia di Cuma.

Pyxous e Pixunte (Pissunte) e Micito di Reggio in Macrobio e in Strabone

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 3, in proposito scriveva che: “Macrobio descrive la singolare e proba personalità di Micito: “Anaxilas Messenus, qui Messanam in Sicilia condidit, fuit Reginorum Tyrannus. Is quum parvulos relinqueret liberos, Micytho servo suo commendasse contentus est. Is tutelam sancte gessit: imperiumque tam clementer obtinuit, ut Regini a servo regi non dedignarentur. Perductis deinde in aetatem pueris, et bona, et imperium tradidit: ipse parvo viatico sumpto profectus est, et Olympiae cum summa tranquillitate consenuit.”. Trad.: “Anassilao messeno, che fondò Messina in Sicilia, fu tiranno di Reggio. Egli, allorchè lasciò i figliuoli piccini, chiese istantaneamente che fossero affidati al suo servo Micito. Questi ne curò coscienziosamente la tutela, e con tanta clemenza ottenne il governo, che i Regini non disdegnavano (di essere comandati) da un servo del re. Quando i fanciulli ebbero raggiunto l’età, affidò loro il supremo comando ed i beni; ed egli raccolte le poche cose occorrenti per il viaggio, partì e con somma tranquillità invecchiò ad Olimpia.”. Riguardo ai ‘Saturnalia‘ di Macrobio, Luigi Tancredi (….), che nel 1978, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a p. 47 parlando dei passi di Diodoro Siculo (nel Libro XI, pp. 471-72) che parlava di Micito, signore di Reggio e di Zancle che si dice avesse fondato la città di Pixunte (Pyxous), il Tancredi scriveva che: “Conferma la proibità di Micito la Macrobio in “Saturnal. 11: “Anaxilas Messenus, qui Messanam in Sicilia condidit, fuit Reginorum tyrannus. Is quum parvulos relinqueret liberos, Micytho servo suo commendasse contentus est ecc.. Anassilao messeno, che fondò Messina di Sicilia, fu tirannodi Reggio. Egli, allorchè lasciò i figliuoli piccoli, chiese istantaneamente che fossero affidati al suo servo Micito. Questi ne curò coscienziosamente la tutela: e con tanta clemenza ottenne il governo, che i Regini non disdegnavano (di essere comandati) da un servo del Re. Quando i fanciulli ebbero raggiunta l’età, affidò loro il supremo comando e i beni; ed egli raccolse le poche cose occorrenti per il viaggio, partì e con somma tranquillità invecchiò in Olimpia.”. Il passo di Macrobio citato da Tancredi è interessante ma a me pare strano che egli abbia scritto “Saturnal. 11”, in quanto i libri contenuti nei Saturnalia di Macrobio sono 7 e non 11. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: Micito fu un uomo politico di grande lungimiranza, e seppe adattare il suo governo alle circostanze del tempo: egli spinse il suo sguardo molto più in là dei suoi stessi Reggini: capì che un’alleanza con Taranto gli si presentava come il miglior modo per garantire a Reggio e alle restanti colonie calcidesi della Campania, il transito diretto dei commerci fra l’Oriente e l’Occidente. Come trattato di unione fra Reggio e Taranto, dunque, Micito fondò nel 471 a.C. la colonia reggina chiamata Πυξουσ o Pissunte sul mar Tirreno, collegata col golfo di Taranto attraverso la valle del Siris. In questo modo le merci giunte a Taranto, venivano sbarcate alla foce del fiume e, risalendo la valle, giungevano presso Πυξουσ con un breve cammino senza il pericolo di incontrare navi nemiche. Di ciò scrisse Strabone: Μετα δε Παιλνουρον Πυξους ακρα και λιμην και ποταμος εν γαρ των τριων ονομα ωκισε δε Μικυθος, ο Μεσσηνησ αρχων της εν Σικελια, παλιν δ απηραν οι ιδρυθεντες πλην ολιγων. Μετα δε Πυξουντα Ταλος κολτος και ποταμος [Ταλαος] και Λαος ποταμος ο διοριζων την Λευκανιαν απο της Βρεττιας και πολις, εσχατη των Λευκανιδων, μιρον υπερ της θαλαττης, αποικος Συβαριτων, εις ην απο Ελης σταδιοι τετρακοσιοι, la cui traduzione è: “Post Palinurum Pixus (Latini Buxentum vocant) arx eodemque nomine portus et flumen: duxit eo coloniam Micithus Messanae in Sicilia princeps: sed qui eo habitatum venerant paucis exceptis inde discesserunt. Post Buxentum est Laus sinus, et fluvius Laus, et urbs Lucanorum ultima, paululum supra mare, Sjbaritarum colonia, a Velia distans stadiis CCCC.”, la cui traduzione è: “Dopo Palinuro c’è Pixunte (i Latini la chiamano Bussento), fortezza, porto e fiume dallo stesso nome; ivi Micito, sovrano di Messina in Sicilia, fondò una colonia, ma quelli che erano venuti ad abitarvi, eccettuati pochi, se ne andarono. Dopo Bussento, c’è il golfo di Laos, il fiume e la città più lontana dei Lucani (il fiume Laos separa la Lucania dal Bruzio), un po’ sopra il mare, colonia dei Sibariti, distante da Velia 400 stadi.”.

Diodoro Siculo parla di Micito di Reggio e di Pixos

Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a p. 45, nella nota (1) postillava: “(1) …..Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. Etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte IV, cap. VI, a p. 140 e ssg., in proposito scriveva che: “Notizie intorno a questi avvenimeni e alla fondazione di Turio si trovano copiose in Diodoro. Egli ci informa (XI, 90, 3) che “i Sibariti, sotto la condotta di Tessalo (il quale diventa plurale più oltre, come si vedrà), dopo 58 anni dalla distruzione della loro città, cioè nel tempo in cui era arconte Lysicrate (Ol. LXXXI, 4 = 453-2 a.C.) fondarono una nuova Sibari nel luogo stesso della prima.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a p. 45, in proposito scriveva che: “…veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a.C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriormente al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Dunque, il Carucci, fa notare che contrariamente a quanto scriveva Diodoro Siculo, ovvero che Pixus (che egli chiama Pixos), fosse stata fondata da Micito di Reggio nel V secolo, si può retrogradare la fondazione o l’esistenza di questa città sul mare Tirreno grazie alla moneta con la leggenda Sirino-Pixoes” che, invece risale ad un secolo prima, al VI sec. a.C..  Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: Lo storico greco Diodoro Siculo, nella sua Bibliotheca Historica datava la fondazione di Pixunte ad opera di Micito al tempo della Olimpiade LXXVII, quando Atene era governata da Prassiergo: “Athenis summum gerente magistratum Praxiergo, in Italia Mycithus Rhegii, et Zancles Princeps, urbem condidit Theuxunta.” Trad.: “Essendo al governo d’Atene Prassiergo, Micito signore in Italia di Reggio e di Zancle, edificò Teusonta città.”.. Da Wikipedia leggiamo che Diodoro Siculo (in greco antico: Διόδωρος Σικελιώτης?, Diódōros Sikeliṑtēs; Agyrium, 90 a.C. circa – 27 a.C. circa) è stato uno storico siceliota, autore di una monumentale storia universale, la Bibliotheca historica. Diodoro stesso informa di aver dedicato trent’anni della propria vita (quindi all’incirca dal 60 a poco prima del 30 a.C.) alla realizzazione della sua Biblioteca, durante i quali compì numerosi e pericolosi viaggi in Europa e in Asia, utili alle sue ricerche. Diodoro presenta la sua opera, la Bibliotheca historica, come una storia universale dalle origini del mondo alle campagne di Cesare in Gallia e in Britannia. Era composta da 40 libri, suddivisi successivamente in pentadi e decadi. L’opera non si è conservata integralmente. A noi sono giunti completi i primi 5 libri (sull’Egitto [libro I], sulla Mesopotamia, sull’India, sulla Scizia e sull’Arabia [II], sull’Africa settentrionale [III], sulla Grecia [IV] e sull’Europa [V]) e i libri XI-XX (dal 480 e dai diadochi al 301 a.C.). Possiamo tuttavia trarre alcuni dati sull’opera e ricostruirne l’impianto, grazie ai numerosi estratti di epoca medievale (contenuti negli scritti di Fozio e Costantino Porfirogenito) e ai numerosi frammenti che ne rimangono.

Nel 471 a. C. (V sec. a.C.), PYXUS, colonia magno-greca ripopolata da Micito di Reggio

Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, nel 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: Strabone (23), così dice: “Dopo Palinuro, il porto e il fiume di Pyxus; unico, infatti, è il nome di tutti e tre. La popolò Micito di Reggio, il signore di Messene in Sicilia, ma gli abitanti andarono via di nuovo, tranne pochi. Dopo Pyxus un’altro golfo e il fiume e la città di Laos, ultima tra le città lucane, poco elevata sul mare colonia di Sibari a 400 stadi da Elea.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 53 e ssg., in proposito scriveva che: La tradizione storica non dice nulla, se Sibari ebbe a combattere prima con Pyxus e poi con Siri; certo è però che Pyxus non compare più dopo la distruzione di Siri, tranne quando fu ripopolata dai Reggini, nei primi del sec. 5°.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “E mentre i Cancidesi d’Eubea fondavano Cuma, da cui avevano origine Napoli e Pozzuoli, e, insieme coi Messeni, Reggio, e i Dori Taranto e Metaponto, gli Achei fondarono non poche città sul mar Ionio, tra cui Sibari, Pandosia, Crotone, che divennero ben presto metropoli frequenti di traffici; e veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), etc…”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (1) postillava: “(1) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a. C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriore al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a p. 45, in proposito scriveva che: “…veleggiando lungo le coste del Tirreno, a nord del Bruzzio, attratti dal paesaggio alpestre contrastante colle pianure che ricordavano loro il paesaggio ellenico dell’Attica e dell’Eubea fondarono sul golfo di Policastro Pixos (1), più a nord Elea (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (2) postillava: “(2) Il luogo dove sorse Pixos o Pixunte è vicino al paese di Policastro. Diodoro Siculo, XI, 59, dice che Micito tiranno di Reggio e di Zancle fondò la città di Pixos nel sec. V. C’è però una moneta antichissima con la leggenda greca Pixoes e Sirinos, che mostra un legame d’alleanza tra Pixos e Siri sull’Ionio. Il tipo della moneta è del sec. VI a.C. per cui Pixos sarebbe di fondazione più antica, e avendo l’impronta del bue, comune alle genti achee, risulta certo che l’origine di Pixos sia achea e anteriormente al sec. V, contrariamente a quanto afferma Diodoro.”. Dunque, il Carucci, fa notare che contrariamente a quanto scriveva Diodoro Siculo, ovvero che Pixus (che egli chiama Pixos), fosse stata fondata da Micito di Reggio nel V secolo, si può retrogradare la fondazione o l’esistenza di questa città sul mare Tirreno grazie alla moneta con la leggenda Sirino-Pixoes” che, invece risale ad un secolo prima, al VI sec. a.C…Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel: “Note al capitolo III”, a p. 498-499 e ssg., in proposito scriveva che: “p. 29 sgg. Per la storia di Anassilao di Regio, dei suoi figli e del tutore Micito disponiamo purtroppo di assai scarse notizie. Da Erodoto VII 157 sgg. apprendiamo le cause che lo indussero ad allearsi con i Cartaginesi al tempo della battaglia d’Imera. Egli parla pure di Micito. Diodoro è il solo a parlare della colonizzazione di Pyxous. Pausania e Iustino parlano di Micito come di un servo. Essi o la loro fonte hanno frainteso, come bene osservata il Beloch, il significato della parola oiketes dato da Erodoto. Micito doveva essere un congiunto di Anassilao.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nel 1745, nella sua “La Lucania”, nella parte II, a p. 374, parlando di Pyxus, in proposito scriveva che: “Su questa città col nome di ‘Pyxus’ edificata da Micito Signor di Reggio, e di Messina l’anno secondo dell’Olimpiade LXXVII. (I), essendo Arconte in Atene Passiergo; anno notabile, per essere in esso stato Temistocle dalla patria bandito. Ecco come di sua fondazione ‘Diod. Sicol.’ nel lib. XI. ragiona: “Athenis summum gerente Migistratum Praxiergo, in Italia Mycithus Rhegii, & Zancles Princeps, urben condidit Thexunta”. Altri pretendono, che leger si debba ‘Pyxunta’, che sarebbe il più vicino a ‘Pyxus’; e Strabone disse di questa: “Condidit Mycithus Messanae in Sicilia Princeps”. Appresso Tolomeo nella Tavola VI di Europa trovasi chiamata col nome di ‘Pyxus’, che’l traduttor chiama in latino ‘Buxentum’; el P. Arduino’ nel 3. di Plinio disse, che Pixus sia Policastro (2). Due luoghi in Stefano Bizantino si leggono, ove di ‘Pyxus’ si fa menzione, ambidue erronei. In uno si dice: “Pyxus urbs iciliae” (quando è in Italia) opus Mianthi”, in cambio di dir ‘Micythi’; osservazione quest’ultima già prima fatta dall’eruditissimo ‘Salmasio’. Nell’altro leggesi: “Pyxus urbs in mediterraneo Oenotrorum, gentile Pyxus”; ed in questo altamente ingannossi, situandolo fra terra, quando era al mare, ecc…”. Riguardo Pyxous colonia di Micito di Reggio, ha scritto Ettore Pais. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, ed. 1925, vol. I, Libro II, cap. VII, nel suo “Le vicende di Pyxous”, a pp. 295-296 e sgg e, riferendosi a Pyxous, in proposito scriveva che: Rispetto a PYXOUS apprendiamo che più tardi (nel 471 a. C.) l’arcade Micito, tutore dei figli di Anassilao di Regio, vi condusse una colonia. Regio mirava da un lato a seguire la secolare politica di ostilità contro i pirati Tirreni, dall’altro, avendo relazioni nell’Ionio, cercava controbilanciare, anzi render vana, la concorrenza delle città Achee. Raggiungendo da Buxentum i monti che sovrastano a Sapri e discendendo poi verso le coste dello Ionio nella Siritide, Regio, divenuta signore di Pyxous, si collegava con Taranto invisa agli Achei di Metaponto, di Sibari e di Crotone. Nel 473 a.C. al tempo della guerra contro i Iapigi, milizie Regine, percorrendo probabilmente codesta via, avevano già recato aiuto ai Tarantini. Tuttavia i disegni politici di Micito, che per accorgimento di Ierone di Siracusa fu allontanato dal governo di Regio e dalla tutela dei figli di Anassilao, non ebbero durata e fortuna.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo: II “Ierone e gli Etruschi”, a pp. 36-37 e ssg., in proposito scriveva che: “Ierone avrebbe certamente tentato di impadronirsi della stessa Regio, se Anassilao, che frattanto con lui si era imparentato, non avesse provveduto all’eredità politica dei suoi figli affidandoli ad un prudente familiare, all’arcade Micito fedele e sagace tutore. Scomparso dopo diciotto anni di governo il dominatore della città Italiota che anche con il possesso di Messana custodiva lo Stretto, Ierone continuatore della politica di espansione siracusana inaugurata da Ippocrate era naturalmente spinto ad intervenire. Stretta fra Ipponio e Locri, Regio non aveva grande libertà di movimento, ma Micito fondando la colonia di Pyxus (Buxentum presso la moderna Policastro) tentò romperee codesta cerchia (verso il 471 a.C.). Certo è ad ogni modo che Ierone colse ogni occasione per affermare l’influenza siracusana fra gli Italioti. Approfittando dell’inesperienza dei figli di Anassilao suoi cognati, che invitati a Siracusa copriva di onori, riusciva a destare diffidenza e desiderio di indipendenza di governo verso il fidato tutore Micito di Tegea (verso il 467 a.C.). Questi, cercando rafforzare la posizione di Regio in Italia, aveva stretto alleanza con Taranto assalita dagli Iapigi. La stessa colonia di Pyxus da lui fondata nel 471 a.C., mirava forse a facilitare le relazioni con Taranto attraverso la valle di Siris. Senonchè la guerra del 473 era riuscita infausta per i Tarantini ed i loro alleati. In seguito agli intrighi di Ierone, Micito, dopo aver dimostrata l’onoratezza del suo governo, tornava in patria e lasciava il governo di Regio in mano di due giovani incapaci. S’intende quindi perchè la colonia regina di Buxentum fondata da Micito non ebbe lunga durata.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. IV “La Sicilia e la Magna Grecia”, a pp. 323-324, in proposito scriveva che: “Moriva intanto (a. 476) Anassilao di Reggio lasciando i suoi figliuoli sotto la tutela del ministro Micito, cui toccava il difficile compito di sottrarre la politica del suo paese all’egemoni siracusana e nello stesso tempo aprirgli una via sul mare che stesse fuori della soggezione dei Crotoniati, quando già s’erano rallentati i legami di vetusta amicizia esistenti fra Reggio e Cuma.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 275 parlando di Pixunte (attuale Policastro Bussentino scriveva che: “Quando al tempo delle origini di Pixunte, gli stateri stessi, dei quali abbiamo fatto menzione, ne attestano già l’esistenza intorno alla metà del sec. VI; onde puossi ritenere che fosse sorta qualche decennio innanzi; chè, del resto, la notizia di Diodoro che Micito, tutore dei figli di Anassilao e come tale reggente di Reggio e di Zancle, nell’anno secondo dell’Olimpiade 77°, e cioè l’a. 471 a. C., fondò la colonia di Pixunte, devesi intendere nel senso che vi portasse  coloni reggini e non che allora quella avesse vita per la prima volta. Ciò ha poi anche il significato che Pixunte allora era di già spopolata o abbandonata: il che farebbe pensare che, caduta Siris, non sorte migliore essa abbia avuto, prima che venisse a termine il sec. VI. Nè lunga durata ebbe la nuova colonia; che sembra abbia cessato di vivere appena il potente Micito, per istigazione di Ierone siracusano fu costretto a lasciare Reggio e a riparare a Tegea in Arcadia (1). Nè Sibari, d’altra parte, godè a lungo delle ingenti ricchezze tratte da codesta politica commerciale, che nel Tirreno faceva estendere la sua influenza sino a posidonia, la più autorevole delle sue colonie.”. Emanuele Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (4) cita anche Ettore Pais (…). Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Emanuele Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) v. ad es. Corcia, Storia delle due Sicilie, III, p. 65”. Riguardo l’opera del Corcia citata dal Ciaceri, si tratta di Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a pp. 61-62 e ssg parlando del “promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento”, in proposito scriveva che: “Su questo porto, anzichè nella stessa città di ‘Pissunto’ o ‘Bussento’, io credo si stanziasse nel 2° anno dell’Olimpiade LXXVII (471 a. C.) la colonia speditavi da Micito, il quale pè figliuoli di Anassilao reggeva le città di ‘Reggio e Messene. Di questa colonia parlano Diodoro Siculo e Strabone, e sappiamo dal geografo, che dopo breve tempo abbandonava il luogo (1), per unirsi forse agli abitatori di qualche altra città vicina.”. Il Corcia, a p. 62, del vol. III, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Diodoro Siculo, XI, 59, 4; Strabone, VI, p. 253.”. Dunque, Nicola Corcia citava l’opera di Diodoro Siculo (…) e Strabone. Diodoro Siculo (in greco antico: Διόδωρος Σικελιώτης, Diódōros Sikeliṑtēs; Agyrium, 90 a.C. circa – 27 a.C. circa) è stato uno storico siceliota, autore di una monumentale storia universale, la Bibliotheca historica. Il testo di Diodoro Siculo si può scaricare gratis sul sito della BEIC. Dunque, Diodoro Siculo, nel suo “Bibliotheca historica”, cap. XI, 59, 4, ci parla del passaggio di Micito di Reggio. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a pp. 68-69 parlando di Reggio e di Pyxus, in proposito scriveva che: “Micito non resistette dal continuare la sua politica contro Ierone, e mentre questi colonizzava le isole di fronte al Miseno, egli rinovellava l’antica Pyxus (77, 2; 471 av. C.). Lo scopo di tale rinovellamento era chiaro; i Reggini, già alleati di Velia e forse anche di Posidonia, avrebbero avuto in Pyxus un punto avanzato a guardia del Tirreno; non solo, ma riaperta l’antica via mediterranea che faceva capo a Siri, si sarebbero facilitate le comunicazioni e gli scambi commerciali con Siri e con Tarento tra l’Ionio ed il Tirreno.”. Dunque, in questo passaggio Oreste Dito ci parla di Pyxus, che non chiama più Pyxous. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 20-21, in proposito scriveva che: “La città di Pyxous fu fondata, secondo un rapido accenno di Diodoro Siculo (26), nel 471 a.C.: mentre ad Atene cadeva in disgrazia e veniva espulso Temistocle, l’artefice della vittoria contro i Persiani, “In Italia Micito, signore di Reggio e di Zancle (Messina), fondò la città di Pissunte”. La fondazione non era casuale, ma rientrava nei progetti dei tiranni di Reggio, prima Anassilao, morto nel 476, e poi Micito, reggente a nome dei figli minori di Anassilao (27): la politica reggina mirava ad un’espansione verso nord, nella Magna Grecia, in alleanza con Taranto e a spese delle popolazioni indigene, in concorrenza con Siracusa. Ma solo due anni prima, nel 473, Reggio e Taranto erano state duramente sconfitte dagli Iapigi, popolo indigeno della Puglia, ed i soli caduti reggini ammontarono a tremila (28). Evidentemente la fondazione di Pyxous rispondeva alla medesima politica di espansione, ma questa volta sul Tirreno, in un’area che doveva sembrare allora più tranquilla, abitata dagli indigeni Enotri (29), che già avevano assorbito molti elementi della cultura greca; l’area inoltre era controllata dai Focei di Elea, città da considerarsi amica di Reggio, come la vicina Poseidonia (30). Tutti questi elementi facevano sperare in un rapido sviluppo della nuova città. Il verbo usato da Diodoro (ektise) è stato interpretato non con il significato di “fondare”, ma con quello di “occupare” pacificamente una città preesistente. È possibile peraltro che i coloni di Micito si siano insediati in una località già indicata con il nome Pyxous e già abitata in precedenza, da popolazioni greche o indigene gravitanti nell’area una volta controllata da Sibari. Una ulteriore conferma è stata vista in due voci del lessico di Stefano Bizantino (31): “Pyxis, città degli Enotri nell’interno, riportata da Ecateo nella descrizione dell’Europa; l’etnico è Pyxios. Pyxous, città della Sicilia, fondazione di Micito; il colono è detto Pyxountios”. L’erudito bizantino qui pone Pissunte erroneamente in Sicilia, ma la citazione del fondatore Micito ci assicura che si sta parlando della città fondata nel 471. Il riferimento doppio, accanto ad un’altra Pyxous o Pyxis nel territorio degli Enotri, ripresa dall’antico scrittore Ecateo di Mileto vissuto nella seconda metà del VI secolo a.C., viene interpretato come il ricordo dell’antica città pre-esistente ai coloni di Micito e rientrante nella sfera d’influenza di Sibari. Dunque, la caduta di Sibari ad opera di Crotone, alla fine del VI secolo, fece sì che vaste aree dell’Italia meridionale una volta soggette ai Sibariti fossero contese fra le principali città della Magna Grecia. Di qui l’iniziativa di Micito nel Golfo di Policastro, ad occupare o ripopolare una città forse già abbandonata. La colonia di Pyxous, come afferma esplicitamente il geografo Strabone descrivendo le coste dell’Italia meridionale, ebbe scarsa fortuna (32): “Dopo Palinuro seguono un promontorio, un porto ed un fiume, che hanno tutti e tre lo stesso nome, Pyxous. Micito, reggente di Messina in Sicilia, vi inviò una colonia, ma quelli che vi si stabilirono allora, tranne pochi, presto l’abbandonarono”. La città dunque fu quasi subito abbandonata dai coloni, e vi rimasero solo in pochi. Si è ritenuto che la zona sia stata occupata dai Lucani verso la fine del V secolo, costringendo gli abitanti alla fuga. In effetti, nelle fonti antiche non si parla più di questa città, che però è continuata, come vedremo, dalla romana Bussento. Una recente interpretazione di due iscrizioni identiche, alla base della calotta di un elmo di tipo corinzio, e su un gambale, rinvenuti ad Olimpia, datati a fine VI – metà V secolo a.C., e dedicati dai Reggini per una vittoria militare, sembra chiarire questa vicenda: si tratta di una dedica per una vittoria dei Reggini sugli Eleati. Evidentemente la fondazione di Pissunte guastò i rapporti fra Reggio ed Elea, e si venne alle armi; in un primo tempo ebbero la meglio i Reggini, ma col tempo prevalsero gli Eleati, forse alleandosi con le popolazioni indigene (stanziate a Roccagloriosa), e i Reggini furono costretti ad andarsene (33). Il brano di Strabone più sopra riportato tuttavia indica il sito solo con il suo nome greco. Ai suoi tempi (Strabone scrive all’epoca di Augusto) Pyxous era il nome di un fiume, l’odierno Bussento, e di un promontorio, probabilmente l’odierna Punta degli Infreschi. Infine, curiosamente, questo nome non è dato ad una città, ma ad un porto (limèn), che doveva trovarsi sulla riva sinistra del Bussento presso l’antica foce. Seguendo Strabone, la città di Pyxous sembrerebbe essere città diversa, infine ridotta ad un semplice porto, mentre la romana Buxentum appare in epoca augustea, come si dirà, quale città di una certa floridezza.”. Il La Greca, a p. 21, nella nota (26) postillava che: “(26) Diodoro, XI; 59, 4”. Il La Greca, a p. 22, nella nota (27) postillava che: “(27) Diodoro, XI; 48, 2”. Il La Greca, a p. 22, nella nota (28) postillava che: “(28) Diodoro, XI, 52; Erodoto, VII, 170, 3; Aristotele, Polit., 1303a.”. Il La Greca, a p. 23, nella nota (29) postillava che: “(29) Vd. Erodoto, I, 167 per gli Enotri nella zona di Elea”. Il La Greca, a p. 23, nella nota (30) postillava che: “(30) Vd. Erodoto, I, 166-167”. Il La Greca, a p. 23, nella nota (31) postillava che: “(31) Stefano Bizantino, Ethnica, ad vv. Pyxis / Pyxous”. Il La Greca, a p. 23, nella nota (32) postillava che: “(32) Strabone, VI, 1, 1.”.  Il La Greca, a p. 23, nella nota (33) postillava che: “(33) Vd. CORDIANO 1995”. Il La Greca, si riferiva al testo di  ” G. CORDIANO, Contributo allo studio della fondazione e della storia della polis di Pissunte nel V sec. a.C. (per una rilettura di SEG XXIV 303), “Quaderni Urbinati di Cultura Classica”, 1995, n.s., 49, pp. 111-123″. Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Francesco Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 367, in proposito scriveva che: “..oggi ritiene solamente quello di Molpa: dico dopo i primi tempi, perchè l’antico suo nome fu quello di Bussento, come dirassi. Cluverio già citato nel 4. dell’Italia Antica fa di alcuni di questi nomi menzione; ma ci aggiunge tali cose (sia con buona pace di lui che han bisogno di esser corrette da chi è pratico dè luoghi, e il mostreremo da quì a poco facendo parola di Bussento.”. Sempre il barone Giuseppe Antonini (…) ed il nipote Mazzarella Farao, nella parte II, a p. 367, del Discorso VII, in proposito alla città scomparsa di Molpa, scriveva che ne parlava anche il monaco di S. Mercurio, e dopo aggiunge che: ….ma io mi contenterò meglio confessare di non sapere l’origine di cotal nome, che prenderlo da favole, o da storie niente quì confacenti; tanto più che ‘l nome di Molpa l’è venuto dopodicchè andò in dimenticanza l’antico verace di Bussento.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 92, in proposito scriveva che: “Altra più speciosa opinione ci presentò l’Antonini (1), dopo di aver censurato il Cluverio, e qualche altro. Questo autore credette assolutamente, che ‘Pyxus’ città fosse nel sito della distrutta città di Molpa, di cui abbiam parlato ecc..”. L’Antonini (…), disconoscendo ciò che affermavano il Cluverio (…) e, l’Olstenio (…), che indicavano la colonia sibaritica di ‘Pyxous’ e poi Buxenum nell’attuale Policastro, credeva che ‘Bussento’ fosse nel luogo della Molpa. Il Cluverio (…), verrà censurato dall’Antonini, per alcuni suoi errori. Filippo Cluverio (…), ci parla della Molpa, nella sua “Italia antiqua”, lib. IV, cap. 14. Un altro erudito del tempo che a metà del ‘600 scrisse un’opera rimasta immemorabile è Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italia antiqua”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (…). Filippo Cluveri, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di ‘Buxentum’. Ciò che scrive il Cluverio su Bussento a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (…), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg….). Ciò che scrisse Filippo Cluverio (…), fu rivisto dall’Olstenio (…), nelle sue “Note all’Italia Antiqua del Cluverio”, del 16…..

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(Figg….) Filippo Cluveri (o), ‘Italia antiqua’, 1624, p. 1263 (…).

Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…), a p. 95, dopo aver discorso sul fiume Bussento e dopo aver più volte contraddetto l’Antonini (….), che credeva essere il fiume Mingardo, in proposito scriveva che: “Passiamo alla città. Tanto il Cluverio, che l’Olstenio di sopra citati fissarono la città di ‘Pyxus’, o ‘Buxentum’ in Policastro nel seno Lao, e sei miglia lontano dal promontorio. Attestò il secondo, che dopo le riflessioni suggeritegli dal vescovo di Policastro, uomo assai dotto, non trovò motivo di dubitare tanto del sito della città in Policastro, che nel promontorio a capo ‘Lanfresco’. Noi aggiungiamo, che nel 1069 dal bel noto Alfano arcivescovo di Salerno si diè notizia di una lettera citata dall’Antonini al clero di Policastro, che per ordine del papa avea già restituita la sede ‘Bussentina’ in persona del monaco Pappacarbone….Dall’Antonini si prese questa lettera in senso contrario, e ne tirò contraria conseguenza, che noi non abbiamo potuto affatto comprendere. Lo stesso autore volendo escludere Policastro dalla gloria di essere succeduta a ‘Buxentum’ aggiunse che qui d’intorno non si veggono quei campi promessi da Annibale à suoi, secondo la testimonianza di Silio (1): “Sive Laurens tibi Sigaeo sulcata colono Arridet tellus, seu sunt Buxentia cordi rura magis”. Ma noi non saremo così stolti, che crederem veramente ad un poeta il quale poteva inventare campi fertili dovunque gli piaceva. Oltrechè campi fertili sono ancora intorno a Policastro, ed in tutto il contado. Finalmente la parola Buxentia fu letta ‘Bysantia’, e ‘Bysacia’ dà commentatori, e dal Cluverio, onde nemmeno è sicuro, che Silio parlasse di ‘Buxentum’. Ma ruderi di antichità non esistono in Policastro….Il p. Mannelli, che adotto (2) la stessa nostra opinione, vide in Policastro vari ruderi di antichità, che non si videro dall’Antonini, e specialmente la seguente iscrizione innalzata a Germanico (3),…..” e poi aggiunge che:  “Bussento, fu una delle città ‘italiote’ detta dà Greci Πνξονς , ed addolcito dà Romani in ‘Buxentum’. Diodoro parlò della sua fondazione (1) fatta da Micito principe di Reggio, e di Zancle, che ripose nell’anno secondo dell’olimpiade LXXVII, ossia 471 avanti l’era volgare: ‘Mycithus Rhegii, et Zancles princeps urbem condidit Theuxunta, che da Cluverio fu letto saggiamente …………..’Pyxunta’. Strabone però invece della fondazione parlò migliormente di una colonia, che da Reggio vi mandò Micito, quantunque i coloni non vi volessero restare: “Post Palinurum est Pyxus….eo habitatores induxit Mycithus Messanae Siculae princeps, qui rursus inde commigrarunt.”. Non fu dunque Micito il fondatore di Bussento. Infatti da Stefano si diè questo vanto à nostri antichissimi Enotrj: ‘Pyxis ……….urbs Oenotrorum, gentile Pyxius’. Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”. Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 48, in proposito scriveva che: “Nella vallata del Lao, poco a sud di Laino, doveva trovarsi la città di ‘Skidros’, che insieme con Laos accolse i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. Era certamente nel golfo del Lao, oggi detto di Policastro, e a breve distanza dal mare. Al tempo dell’Impero forse non esisteva più o aveva più o aveva perduto la sua importanza.”. Riguardo la città di Laos, il Russo, a p. 49, in proposito specificava che: “Sembra invece accertato che, presso la foce del Lao, poco più a sud di Scalea, era la città magno-greca di Laos, colonia di Sibari e importantissimo emporio commerciale sul Tirreno. Questa città sopravvisse alla metropoli; ma con la conquista romana decadde e fu sostituita da ‘Lavinium Bruttiorum’, che era a 16 miglia da Blanda e ad 8 da Cirella. Il suo sito è stato recentemente identificato in contrada “Marcellina”, nei pressi della stazione ferroviaria di Verbicaro-Orsomarso (44).”. Il Russo, a p. 49, nella nota (44) postillava che: “(44) O. Dito, Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Bruzi, Roma, 1882, u. 78 ss.; E. Galli, Livinium Bruttiorum, in “Notizie di Scavi”, VIII, S.  VI, f. 7-9, pp. 328-363; B. Cappelli, Gli Statuti di Laino, in A.S.C.L., I., 405-410; Dito, La Calabria, 167-168″. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 191, in proposito scriveva che: “Diodoro Siculo lasciò scritto (1) che “Micito di Reggio e di Zancle, fondò la città di Pixo” nel secolo V, verso l’anno 470 a.C. Invece, la numismatica dà argomento che Pixo sia fondazione più antica: perchè esiste una moneta antichissima, incusa, che, con l’impronta del bue, comune tipo alle città di gente acha, ha la greca leggenda di “Pyxoes – Syrinos”; onde s’inferisce un legame di alleanza tra la città di Siri sul Jonio e di questa Pixo sul Tirreno: e ne abbiamo parlato più innanzi. Le monete incuse sono del sesto secolo (2). Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito concludere che la colonizzazione di micito a Pixo non fu altrimenti che di gente che si aggiunse alla prima già esistente; la quale era di stirpe greca altresì, se riteniamo per certo che dalla abbondanza dell’albero del bosso venne il greco nome del paese (3). Roma vi dedusse una colonia di trecento famiglie, nel 560 della città etc…”. Il Racioppi, a p. 191, nella nota (2) postillava: “(2) Lenormant, Grande Grèce. I, 207: “Pyxus fondée en 471, cinquante ans environ après l’epoque où avait cessé la fabbrication des espèces incuses.”. Il Racioppi, a p. 191, nella nota (3) postillava: “(3) Πυξεων, Buxentum. FABRETTI, Glossar. Ital. ad v. Buxent.”. Padre Agatangelo Romaniello (….),  nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a p. 13 e sgg., in proposito scriveva che: “…..b) Risulta certo un secondo insediamento (di Micìtei e Lucani) con un periodo di notevole prosperità, specialmente durante il IV sec. a.C.. c) Si congettura come datazione terminale di questo insediamento lucano, il II o il I sec. a.C.. Etc…nel 570 a.C., Siri venne distrutta da Sibari – Pixus, restata sola, riuscì a mantenersi in equilibrio politico e commerciale perchè si prestò volentieri come scalo tirrenico della colonia di Sibari. Però ebbe un secondo colpo quasi fatale quando i Crotoniati distrussero Sibari ed estesero la guerra a tutte le città fedeli a quella colonia (510 a.C.). Pixus continuò a sopravvivere perchè il suo porto era molto utile anche ai Crotoniati, nonostante che avesse ospitato i fuggiaschi sibariti con il loro re Lao. Dopo pochi anni arrivò nella colonia di Pixus, in diverse ondate (476-467 a.C.) la colonia di Micìto, re di Reggio e Messina, con lo scopo di ricolonizzare e dare ancora floridezza a Pixus (13). Micito sottomise gli Skaioti (insediamento della vicina Scario) e li costrinse ad aiutarlo nella ricostruzione di Pixus (14): però la colonia micìtea dovette arrendersi ed allontanarsi per impossibilità di sviluppo dell’insediamento, a causa della povertà del suolo e principalmente per il mutato clima politico minacciato seriamente dai lucani che proprio allora si espandevano per la Campania e la Calabria (15). Etc…”. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (13) postillava che: (13) Strabone, Gheograpficon Pempton, trad. di F. Lasserre, Paris, 1967, Lib. VI, c. 252.”. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (14) postillava: (14) Ibidem, 253.”. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (15) postillava: (15) C. Carucci, La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, p. 40….”. Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di  una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: Distrutta Sibari nel 510 a.C. e scomparsi i centri indigeni costieri (12), furono i prodotti greci a risalire il corso del Bussento. Fra il VI e V secolo, infatti, risulta attivo l’interesse di Ρηγον (Rhèghion, latino Rhegium) per Πυξουοσ (Pyxùs) allo scopo di accentrare i commerci fra la costa tirrenica e l’entroterra bussentino (13). Infatti nella celebre tomba principesca rinvenuta alla fine del secolo scorso (1896) in proprietà Boezio a Sala Consilina e databile agli ultimi anni del VI sec. a.C. furono trovati molti vasi calcidesi provenienti da Ρηγον (Rhèghion) e penetrati nel vallo di Diano attraverso la Valle del Bussento (14). Non solo: alcune emissioni monetali della fine del VI sec. a. C con scritta ΣΟ (SO = Sontia ?) sono risultate col taglio “secondo il piede ponderale in uso a Rhegium” (15). Dalla costa quindi affluivano verso l’interno manufatti in genere scambiati col grano della valle del Tanagro (16).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (12) postillava che: (12) Cfr. E. Greco, Problemi topografici del Vallo di Diano tra il VI e IV sec. a.C., in AA.VV., Storia del Vallo di Diano, Salerno, Laveglia, 1981, I, p. 134; Angela Greco Pontrandolfo, I Lucani, Milano, Longanesi, 1982, p. 87. Tra VII e VI sec. a.C., gli indigeni del Vallo discesero il corso del Mingardo e del Bussento, e da Palinuro (dove i corredi tombali dell’abitato ercaico del VI sec. a.C. sono risultati identici a quelli della necropoli di Sala Consilina) a Scalea fondarono vari centri costieri.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (13) postillava che: (13) E. Pais, Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano, Torino, UTET, 1933, p. 257. Ancora nel V sec. a.C. Ρηγον (Rhèghion) mostrava interesse per Πυξουοσ (Pyxùs): nel 471 Micito, reggente di Ρηγον e tutore dei figli minorenni del defunto tiranno Anassilao, dedusse coloni a Πυξουοσ per ripopolarla (Diodoro, XI, 59).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (15) postillava che: (15) E. Greco, Problemi topografici etc.., op. cit., p. 136; N. Parise, Struttura e Funzione della monetazione arcaica in Magna Grecia, in “Atti del XII Convegno di Taranto 1972″, Napoli, 1973, p. 105 ss.; F. Fusco, Quando la storia tace etc…, cit., p. 187”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (16) postillava: “(16) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1982, II, p. 268.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando del Sinus Laus, a pp. 67 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando Reggio non potette più nell’Ionio svolgere come una volta la sua attività, stretta com’era tra’ Siracusani e i Locresi, cercò di guadagnare nel Tirreno quel posto che non aveva potuto ottenere sull’altro mare. Tale politica la mise però in aperta rottura contro i Tirreni, non solo, ma anche contro i Siracusani, ed Anassilao ne’ suoi 18 anni di regno non mirò ad altro che a sbarazzarsi d’essi. Impadronitisi con un colpo di mano di Zancle, aiutato da quegli stessi Milesii e Samii che Scita, tiranno della città, aveva invitato, e’ fece lega co’ Cartaginesi contro i Siracusani e gli Agrigentini (1). Per opporsi poi a’ Tirreni ed alla loro pirateria nello stretto, costruì un muro a barriera contro di essi sull’Itmo Scilleo (2). etc…Chi l’inaugurava era Micito, a cui, morto Anassilao (ol. 76, l, 476 av. C.), era stato affidato il governo di Reggio col patto però che avesse a restituirlo a’ figli del morto, quando fossero giunti in età matura. Micito, con una politica accorta, come aveva cercato nell’Ionio l’alleanza della città che per la sua posizione era sicura da qualsiasi attacco, cercava anche nel Tirreno di salvaguardare quel mare e lo stretto dal dominio dei Siracusani…..Le discordie nate per il risorgimento di Sibari (per cui i Sibariti speravano aiuto in Ierone, aiuto che venne meno per la fezione di Polizelo, fratello del tiranno) influironose nel medesimo anno della disfatta de’ Tirreni, i Messapi e gli Iapigi insorgessero contro Tarento, che non valse, sebbene aoiutata da Reggio, a rattenerli. Ciò parve scotesse la lega tra Reggio e Tarento e gli effetti sua politica contro Ierone, e mentre questi colonizzava le isole di fronte al Miseno, egli rinovellava l’antica Pyxus (77, 2; 471 av. C.). Lo scopo di tale rinovellamento era chiaro; i Reggini, già alleati di Velia e forse anche di Posidonia, avrebbero avuto in Pyxus un punto avanzato a guardia del Tirreno; non solo, ma riaperta l’antica via mediterranea che faceva capo a Siri, si sarebbero facilitate le comunicazioni e gli scambi commerciali con Siri e con Terento tra l’Ionio ed il Tirreno. Reggio così forse si sarebbe messa a capo della difesa dei greco-italici, ben munita, ben governata, se i maneggi di Ierone non avessero contribuito a strozzare sul nascere la politica di Micito. Chiamati a sè, con ricchi doni, i figli di Anassilao, li persuase a sbarazzarsi di Micito. Questi diede chiarissimo conto di tutto, di modo che chiunque fu presente ebbe ad essere meravigliato di tanta sua giustizia. Pentitisi i pupilli tentarono, invano, di far rimanere  Micito, che, accompagnato dal favore del popolo e tolto piccolo viatico si ritirò a Tegea nell’Arcadia dove passò non senza lode il resto della sua vita (1). Pyxus, come dice Strabone, fu abbandonata da’ nuovi coloni di lì a poco; forse v’influì l’aere pestifero o le poche comodità del luogo. Noi però non dobbiamo dimenticare ch’essa per la sua posizione era la città più a contatto di quelli che furon i Lucani, che mal volentieri dovevano vedere occupato da’ Reggini un luogo che ad essi apparteneva…..Padroni di Laos rimangono colla cacciata de’ Reggini anche padroni di Pyxus, la quale, però, minciò a decadere, pur rimanendo un punto strategico ed una stazione d’ancoraggio ne’ tempi posteriori.”.

Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “L’alleanza di Regio e di Taranto”, a pp. 35 e ssg., in proposito scriveva che: “Regio era signora dello Stretto, Taranto, dell’unico buon porto su tali coste, che era in pari tempo il più vicino alla Grecia ed all’Oriente (2). Un loro accordo e nuoceva alla concorrenza di tutte le altre città Italiote ed era destinato a paralizzare Siracusa, ormai invadente e che penetrava arditamente nel mar Tirreno ove, come dicemmo testè, le città Calcidiche, e fra queste prime Regio e Cuma, avevano e per molto tempo esrcitato un’egemonia. Appunto perchè Micito cercava di tener fronte a Siracusa, nell’anno secondo dell’Olimpiade 77 = 471 a.C. fondò una colonia regina a Pyxus ossia a Buxento (Policastro) sulla spiaggia del Tirreno (Diod. XI 59). Ed è questa colonia di Pyxus che ci dà forse la chiave dell’alleanza tra Taranto e Regio e del passo controverso, intorno al quale disputiamo. Diodoro dice che Micito εχτισε Πυξουντα ed ha ragione, se vuol dire che Micito vi fondò una colonia Regina, ma ha torto, se vuol dirci che Buxento fu allora fondata per la prima volta. Noi possediamo uno statere d’argento incuso, che qui sotto riproduciamo, che appartiene alla metà del secolo VI e che mostra come Pyxus fosse in relazioni di alleanza e di amicizia con Siris, la città ionica fondata dai Colofoni, posta sulle sponde del fiume omonimo nel golfo Tarantino (1). Le due città gareggiavano adunque con Sibari, che risalendo la valle del Coscile trasportava le merci milesie sul mar Tirreno nelle due colonie di Lao e di Scidro, ove venivano invece sbarcate quelle degli Etruschi, che per la stessa via giungevano a Sibari, d’onde alla lor volta erano caricate per l’Oriente (2), e gareggiavano anche con Crotone che di buon’ora si impadronì per lo stesso fine di Terina e di Tempsa sul mar Tirreno. Noi sappiamo che le tre città Achee di Metaponto, Sibari e Crotone mossero guerra alla Ionica Siris e che la presero (verso la metà del secolo VI)(3). Non v’è dubbio alcuno sulla causa, che indusse gli Achei a infierire contro Siris. Era pura e semplice rivalità commerciale e politica. In aiuto di Siris si era mossa Locri e forse Regio. Certo ambedue queste città vennero, poco dopo la distruzione di Siris, attaccate da Crotone. La ionico-calcidica Regio aveva forse favorita la ionica Siris ai danni delle achee Sibari, Crotone e Metaponto (1). Se i fatti testè ricordati mettiamo in relazione con la lega fra Regio e Taranto del 473 e con la fondazione di Pyxus nel 471, ricaveremo chiaramente come Micito intendeva fare d’accordo con Taranto una concorrenza, o diremo meglio voleva opporre un argine a Siracusa ed in parte forse ad Agrigento, che tendevano ormai a soppiantare le altre città Italiote e Siciliote nelle relazioni commerciali internazionali (2)…..(p. 37-38). Le merci, che approdavano a Taranto, venivano sbarcate alla foce del Siris (oggi Sinni) e, risalendo la valle di esso, giungevano a breve distanza dalla costa, nel luogo in cui si trovava Pyxus. Si risparmiava un assai lungo tragitto lungo le spiagge dell’Ionio e del Tirreno, si evitava lo stretto di Messina, e per un cammino breve le merci, senza il pericolo di essere intercettate da navi nemiche, venivano sbarcate a poca distanza dalla Campania, ove erano Cuma e le altre colonie Calcidiche, ad es. Neapolis.”. Il Pais, a p. 36, nella nota (1) postillava: “(1) Head, Hist. Num., p. 69; Garrucci, Le monete dell’Italia antica, II, p. 145, tav. 108, n. 1, 3. Su questo statere da un lato si legge (retrigrado) Σιρινος (Sirino), dall’altro Πυξοες (Pyxoes). Sul significato di questa moneta v. oltre la memoria su Siris.”. Il Pais, a p. 36, nella nota (2) postillava: “(2) Lenormant, La Grande Gréce, I, p. 263 sgg.; Busolt, Griesch. Gesch., I, p. 256.”. Il Pais, a p. 37, nella nota (2) postillava: “(2) Non ha affatto compreso il significato della colonia reggina di Pyxus il RATHGEBER Grossgriechenland und Pythagoras. (Gotha 1866) p. 188 sg. il quale crede che venisse fondata al fine di tenere a freno l’ambizione che i Crotoniati fossero nemici dei Regini, ma del pari essi erano nemici di Jerone e di Siracusa verso il 476 a.C. (v. Diod. XI, 48; Sch. Pind. Ol., II, 29); i Tirreni poi erano stati fieramente battuti nel 474 e non erano certo in grado nel 471 di molestare i Sicelioti. Delle loro scorrerie vien fatta menzione solo nel 453 (v. Diodoro XI, 88).”. Sempre il Pais, a p. 40, in proposito a Pyxus scriveva che: “Come è noto l’Enotria e la Chonia prima delle invasioni sannitiche erano diventate paesi ellenici (1). La valle del Siris era in potere dei Greci dal secolo VI almeno. Non vi è improbabile che Regio possedesse un castello in quel punto della valle che segnava il suo confine, o diremo meglio quello della sua colonia di Pyxus.”.

Nel VI sec. a.C., il ‘Periplo’, opera di Pseudo Scylace (opera a cui si rifà Erodoto, l’autore più antico che cita la colonia magno greca di Scidro)

Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a p. 168 parlando delle coste Tirreniche, in proposito scriveva che: “Lo Pseudo Scylace (Peripl., 2) ricorda lungo queste coste, dopo Poseidonia e Velia, le città greche di Laos, fondazione di Turi, Pandosia, Platea, Terina, Ipponio, Medma, e quindi il promontorio e la città di Reggio; Pomponio Mela (‘De Chorograf., II, 69), ricorda Buxento, Blanda ecc…”. Dunque, Mario Napoli scriveva che l’unico autore dell’antichità che ricorda l’antica colonia magno greca di Scidro è lo scrittore Erodoto. Mario Napoli però scrive pure che la colonia Sibaritica di Lao viene ricordata dal geografo Pseudo Scylace. Stessa notizia fu citata da Ettore Pais (….), nella sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, dove l’autore a p. 247, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, su Lao v. Herodt. l. c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio. Il testo dei codici Ποσειδω. ιαι χαι ‘Ελαα Θουριων απ si può semplicemente correggere Ποσειδωγια χαι Λαος Θουριων αποιχιαι, e senza aggiungervi ‘Elea’, la colonia focese, come piace a C. Muller, ad l. G.G. M. I, p. 20. Sulle monete di Lao del VI sec. v. Head, op. cit., p. 61.”. Ettore Pais (…), riguardo il periplo di Scylace postillava che: “(1) Su Scidro, colonia di Sibari, Herodt. VI, 21, etc…”, aggiungendo che “su Lao v. Herodt. l. c.; Strab. VI, p. 253; C; cfr (SCYL.) 12 ove in luogo della distrutta Sibari si nomina Turio.”. Dunque, sulla colonia Sibaritica di Scidro, colonia magno greca fondata sulle coste del mare Tirreno, ha scritto solo Erodoto ma, esiste un collegamento storico con il geografo Pseudo Scylace perchè pare che a questo geografo fosse uno pseudonimo dello stesso Erodoto. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a pp. 43-44, in proposito scriveva che: “Con il termine ‘Leukania’ lo Pseudo Scillace indica una regione che va dalla foce del fiume Silaro, sul mar Tirreno, fino a Turi, sul mar Ioniom e che rispecchia la situazione cronologica riferibile al periodo tra la fine del V secolo a.C., quando ha inizio la sottomissione dei Greci da parte dei Lucani, e la metà del IV quando i Bretii impongono appunto il loro predominio alla regione che risulta una penisola (61). Queste notizie vengono attinte dal cosidetto “Periplo”, un manuale dal carattere più tecnico-nautico che etnografico con un’arida descrizione delle coste dell’Italia e della Sicilia, scritto essenzialmente ad uso dei navigatori, attribuito a torto a Scilace di Carianda vissuto nel IV sec. a.C.. L’opera risale appunto alla prima metà del IV, ma, almeno per la sua fonte, utilizza dati più antichi (62); conosce pertanto i Lucani nell’Italia meridionale (par. 12 e 14) a sud dei Sanniti ed accanto agli Japigi, sul mar Tirreno e sul mar Ionio, riflettendo una situazione cronologicamente anteriore alla data della separazione dell’elemento bruzio da quello lucano. Tali indicazioni non divergono molto da quelle fornite dal racconto di Strabone. Etc…”. La Catalano, a p. 43, nella nota (61) postillava che: “(61) PSEUDO-SCYL., Perip. par. 12: η δε Λευχανια εστιν αχτη; il suo periplo risulta di sei nycthemeriae e comprende le seguenti città greche: Posidonia, Elea, Laos, (colonia di Turi), Pandosia, Plateeis, Terina, Ipponio, Mesma e Regio, di cui è ricordato anche il promontorio. L’elenco delle fonti per la descrizione della Lucania, associata con quella del Bruzio è tracciato da C. Turano, Le conoscenze geografiche del Bruzio nell’antichità classica, in “Klearchos”, XVII, 1975, pp. 35-47 passim”. La Catalano, a p. 44, nella nota (62) postillava che: “(62) Cfr. J. Berard, La Magna Grecia, Torino, 1963, p. 28, n. 64”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. VI “Caduta di Posidonia, Lao e Pixunte”, a pp. 404 e sgg., in proposito scriveva che: Quando sia avvenuta la decisiva vittoria dei Lucani su Posidonia, non è detto. E non può avere valore risolutivo la circostanza, che nel Periplo di Scillace la città fa già parte della Lucania (2), dal momento che lo stesso Periplo appartiene nel suo insieme alla metà del IV secolo, per quanto in qualche punto risalga anche ad Ecateo e, senza dubbio, contenga un nucleo che si può collocare nella metà del sec. V (3).”. Il Ciaceri, a p. 406, nella nota (2) postillava: (2) Ps. Scyl. § 12.”. Infatti, leggendo Wikipedia il Periplo di Scilace (titolo completo in greco Σκύλακος Καρυανδέως Περίπλους τῶν ἐκτὸς τῶν Ἡρακλέους στηλῶν, Periplo esterno alle colonne di Eracle) è un antico periplo, risalente alla fine del VI secolo a.C., di cui resta una copia o un’epitome successiva databile al IV secolo a.C., o Periplo dello Pseudo-Scilace (titolo completo in greco Σκύλακος Καρυανδέως Περίπλους τῆς θαλάσσης τῆς οἰκουμένης Εὐρώπης καὶ Ἀσίας καὶ Λιβύης, Periplo dell’ecumene marittima di Europa, Asia e Libia). Molti ritengono, tuttavia, che il nome di Scilace sia piuttosto un richiamo pseudoepigrafo all’autorità di Erodoto, il quale cita uno Scilace di Carianda: navigatore greco già al servizio del Re dei Re di Persia Dario I in qualità di esploratore del basso corso dell’Indo e della costa vicina alla sua foce. Scilace fa una circumnavigazione in senso orario del mar Mediterraneo e del mar Nero, partendo dall’Iberia e terminando in Africa occidentale, oltre le colonne d’Ercole. La parte africana deriva chiaramente dal Periplus di Annone il Navigatore. Ne resta un manoscritto, quello di Pithou. Il Periplo di Scilace fu pubblicato la prima volta ad Augusta nel 1600 da David Höschel, assieme ad altre opere cartografiche greche minori. Ad Amsterdam il Periplo venne ripubblicato dal Vossius, nel 1639; poi da Hudson nel suo Geographi Graeci minores. A Parigi fu ripubblicato nel 1826 da Gail; a Berlino lo ristampò nel 1831 R.H. Klausen.

Nel 27 a.C., (I sec. a.C.), una fonte: Tito Livio, la nostra zona in “Ad Urbe condita libri”

Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio (in latino: Titus Livius; Patavium, 59 a.C. – Patavium, 17 d.C.) è stato uno storico romano, autore della Ab Urbe condita, una storia di Roma dalla sua fondazione fino alla morte di Druso, figliastro di Augusto, nel 9 a.C. Iniziata nel 27 a.C., la raccolta Ab Urbe condita si componeva di 142 libri che narravano la storia di Roma dalle origini (nel 753 a.C.) fino alla morte di Druso (9 a.C.), in forma annalistica; è molto probabile che l’opera si dovesse concludere con altri 8 libri (per un totale di 150) che proseguissero fino alla morte di Augusto, avvenuta nel 14 d.C. I libri furono successivamente divisi in decadi (gruppi di 10 libri) che avrebbero dovuto coincidere con determinati periodi storici. Dell’intera opera ci è pervenuta solo una piccola parte, per un totale di 35 libri, cioè quelli dall’I al X e dal XXI al XLV (la prima, la terza, la quarta decade e cinque libri della quinta). Gli altri sono conosciuti solo tramite frammenti e riassunti (“Periochae”). I libri che si sono conservati descrivono in particolare la storia dei primi secoli di Roma dalla fondazione fino al 293 a.C., fine delle guerre sannitiche, la seconda guerra punica, la conquista della Gallia cisalpina, della Grecia, della Macedonia e di una parte dell’Asia Minore. L’ultimo avvenimento importante che si trova è relativo al trionfo di Lucio Emilio Paolo a Pidna.

Nel 453-452 a.C., i Sibariti scampati, dopo 58 anni fondarono la città di Turio oTuri che tuttavia durò solo 5 anni

Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte IV, cap. VI, a p. 147 e ssg., in proposito scriveva che: Fra tutte le colonie greche d’Italia e di Sicilia, Turio invero deve tenere il primo posto per la copia di notizie, che riguardano specialmente la sua origine e anche lo svolgersi della sua vita…..(p. 140) Notizie intorno a questi avvenimeni e alla fondazione di Turio si trovano copiose in Diodoro. Egli ci informa (XI, 90, 3) che “i Sibariti, sotto la condotta di Tessalo (il quale diventa plurale più oltre, come si vedrà), dopo 58 anni dalla distruzione della loro città, cioè nel tempo in cui era arconte Lysicrate (Ol. LXXXI, 4 = 453-2 a.C.) fondarono una nuova Sibari nel luogo stesso della prima”. Questo avvenimento, che in nessun modo può mettersi in dubbio, conferma la mia opinione, che Sibari non fosse stata nel 510 a.C distrutta dalle fondamenta, e che i cittadini sconfitti e rifugiatisi nelle colonie di Lao e di Scidro, o i discendenti di quelli, dopo 58 anni, la rioccuparono per breve tempo, poichè lo stesso Diodoro racconta che “5 anni dopo ne furono scacciati dai Crotoniati” cioè nel tempo in cui era arconte Filisco (Ol. LXXXIII, 1 =448-7 a.C.). Questo medesimo avvenimento è ripetuto da Diodoro in un altro passo (XII, 10, 2) con la differenza che quvi parla con Tessalo, ma di alcuni Tessali che avrebbero aiutato i Sibariti in questa impresa. Si è discusso non poco, se si fosse trattato di uno o di più Tessali, o di un duce che avesse avuto quel nome. La cosa infatti desta un pò di curiosità, ma non credo sia poi di capitale importanza. Mi meraviglio che il ristabilimento dei Sibariti alla foce del Crati avesse potuto durare 5 anni, tenendo conto dello scarso o nessuno aiuto da parte di Lao e Scidro, del quale non si fa parola nelle fonti; e che, ad ogni modo, non poteva essere stato sufficiente, perchè, fin d’allora, si annunziavano all’orizzonte i podromi di quella confederazione lucana, che in seguito procurò molte noie alle colonie di Sibari, le quali avevano aperte le loro porte ai profughi, volessero trovarsi in conflitto con Crotone, per respingere gli assalti della quale si erano dovute rivolgere, verso il 480, a Ierone di Siracusa. Una permanenza di 5 anni nell’antica Sibari, senza apparenti ostacoli da parte dei Crotoniati, mi fa supporre che questi non avrebbero tanto impedito la dimora in quella città, quanto forse la restaurazione delle antiche fortificazioni e la erezione di nuove, che potevano sembrare sfida al vicino popolo vincitore. Ma, stando solamente ai fatti, essi furono cacciati dopo 5 anni di permanenza, e non si sa dove riparassero. Diodoro (XII, 10, 3) continua il suo racconto, dicendo che “i Sibariti mandarono un’ambasceria a Sparta”, che era allora il maggiore stato di quel Peloponneso, dal quale i loro antenati erano partiti per venire a stabilirsi in Italia, “ma Sparta non accettò; ed essi si rivolsero quindi ad Atene”, che era il più grande e potente stato della Grecia. Atene non aspettava migliore occasione etc…”.  Da Wikipedia leggiamo che la città magno-greca di Thurii (anche Turii, Turi o Thurio; in greco antico: Θούριοι?, Thoúrioi, in latino: Thurium), attestata in età romana anche come Copia o Copiae, fu una città della Magna Grecia, situata nelle vicinanze dell’antica Sybaris, odierna Sibari in Calabria, nell’odierno territorio di Corigliano Rossano ovvero, più probabilmente, pressoché sullo stesso sito, sulla costa occidentale del Golfo di Taranto. Thurii sorse come colonia panellenica (ovvero formata da greci di tutte le provenienze) ma fu di fatto l’unica fondazione realizzata da Atene nel Mediterraneo occidentale. L’originale nucleo della polis si fa risalire al 720 a.C. circa, anno in cui la mitica figura achea di Filottete la fondò; sempre secondo Pompeo Trogo nella città, durante la vita dello storico, si sarebbe potuta visitare la tomba di Filottete e le frecce di Ercole «che segnarono il destino di Troia». In seguito alla distruzione della città di Sybari da parte di Crotone, i superstiti sibariti, sparsi nella regione, avevano più volte tentato di rifondare la città ma senza successo. Si rivolsero perciò ad Atene, dove Pericle, all’apogeo della sua potenza, si mostrò interessato a fondare una città che divenisse simbolo della civiltà ateniese in Magna Grecia e centro del panellenismo. Dopo un primo tentativo di fondare la nuova città sul sito della vecchia Sybari, sorsero presto dei contrasti tra i sibariti e gli ateniesi che indusse questi ultimi a spostarsi poco lontano e fondare nel 444/443 a.C. la nuova città con il nome di Thurii (2). La scrittura della costituzione della nuova città fu affidata al sofista Protagora, il suo piano urbanistico ortogonale fu tracciato probabilmente dall’architetto Ippodamo di Mileto; Empedocle accorse da Agrigento per assistere alla fondazione. Lo statista ateniese offrì allo storiografo Erodoto, vicino al circolo culturale gravitante attorno alla sua figura, un ruolo nella fondazione della colonia. Il tragediografo Sofocle, in stretta amicizia con Erodoto, gli dedicò un epigramma all’atto del suo trasferimento a Thurii. Erodoto si stabilì per diverso tempo nella colonia, ne assunse la cittadinanza della quale andò sempre fierissimo ed i suoi legami con essa furono tanto stretti che in alcuni codici fu detto “di Turi”. Il rapido deteriorarsi dei rapporti (che comunque si riaccese successivamente, durante la spedizione ateniese in Sicilia) tra Thurii ed Atene rende poco credibile un’antica notizia secondo cui Erodoto, che era legatissimo all’ambiente di Pericle, sarebbe morto in quella colonia della Magna Grecia, nella cui agorà avrebbe avuto sepoltura.

Nel 391-390 a.C., Turi, erede di Sibari, in guerra contro i Lucani venne sconfitta a Lao sua alleata

Da Wikipedia leggiamo di Turii che essa fu colonia di Sibari, e anelava fortemente la Sibaritide. Così si scontrò con i tarantini nel 433-32 e, siglato un accordo, questi ultimi vinsero la città conquistando la zona voluta dai turioti. Dopo la disfatta contro Taranto, la città cercò di espandersi verso il Tirreno, e anche qui venne a scontrarsi con la città di Terina e con i Lucani. Thurii sostenne anche la spedizione ateniese in Sicilia del 415 a.C. fornendo soldati e triremi alla stessa Atene. Il fallimento della spedizione ateniese causò nuovamente la caduta del regime democratico e il ritorno dell’oligarchia. All’inizio del IV sec. faceva parte della Lega italiota assieme ad altre città per combattere la pressione fatta dai Lucani. Per tutto il secolo riuscì a resistere alle incursioni, fino a quando nel 282 a.C., vista l’impossibilità di fermare gli stessi Lucani, chiese a Roma un presidio nella città. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 124-125 e ssg., in proposito scriveva che: Non si può stabilire con sicurezza se Lao riconoscesse supremazia della colonia ateniese di Turio subentrata virtualmente nel possesso della Sibaritide, dopo la prima metà del sec. 5°. Quello che si può affermare delle relazioni dei Turini con quei di Lao è, che i primi, venuti a conflitto con i Lucani, vollero combatterli anche nelle loro sedi, e si spinsero fino a Lao; ma quivi, come racconta Diodoro (XIV, 101-3), toccarono una sonora sconfitta (391 a.C.). Dopo tale rovescio io penso che dovette essere inventato il famoso oracolo relativo alla molta gente che sarebbe perita presso il tempio di Dracone (Strabone VI, 252-3), così da potere i vinti giustificare, con la scusa del fato, un poco la loro sconfitta, dovuta, in parte, all’ambiguo responso. Non credo però che i Turini dovettero ricevere, in questa occasione, grandi aiuti da quei di Lao, altrimenti questa città, in sfogo all’odio nemico, sarebbe stata certamente esposta a molti pericoli e rappresaglie. Etc…”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte IV, cap. VI, a pp. 155-156 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando si determinò il movimento dei Lucani contro le città greche, anche la nostra Turio si trovò in conflitto con essi, e abbiamo visto come andasse a finire la vertenza, quando si è parlato della sconfitta presso la città di Lao (391-90). Ma ormai nessuno ostacolo poteva più sbarrare la strada agli indigeni d’Italia nel loro movimento ostile ai Greci, sicchè i Lucani poterono spingersi al Sud, traversare senza opposizione evidente da parte di Turio, la vale del Crati e la Sila, e unirsi alle popolazioni dell’interno della Sibaritide e della Crotoniate. Strabone (l. c.) racconta che Turio fu ridotta in servitù dai lucani; ma grandi danni non dovette subire, etc…”. Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. V parlando dei “I Lucani”, a p. 128, in proposito scriveva che: “Ma col secolo V le incursioni disorganizzate cominciarono a trasformarsi nella ordinata minaccia di uno stato unitario, ed è in lotta con Turii che, presso Polieno (39), compare per la prima volta il nome dei Lucani; è contro di essi infatti che Turii chiama in aiuto Cleandrida. Si imponeva così la necessità di una lega. Questa che appare composta dapprima di Sibari sul Traente, Crotone, Caulonia, quindi anche di Elea e Metaponto, era tanto più necessaria nel momento in cui non solo i Lucani ma anche Dionisio il vecchio, tiranno di Siracusa, andava diventando minaccioso, secondo Diodoro (XIV, 90-91), col tentato assalto di Reggio nel 393. Ma non è detto quale di questi pericoli abbia dato la spinta decisiva. Sempre secondo Diodoro, l’anno 390, Dionisio, essendo stato duramente sconfitto e messo in fuga nel suo tentativo di assalire Reggio, strinse alleanza con i Lucani (c. 100). E quando gli alleati, imbaldanziti dalla vittoria su Dionisio, si preparono a venire in soccorso dei Turini contro i Lucani, Dionisio spedisce delle navi in aiuto di questi. Sicuri dell’aiuto, i Turini si danno alla caccia dei predoni Lucani, i quali lentamente si ritirano, sempre inseguiti. Facendo una ricca preda, attraversarono tutta la zona montuosa ed arrivarono presso Lao sulla riva tirrena. Ma qui si videro circondati dai Lucani che, in posizioni dominanti, avevano raccolto un esercito doppio (c. 101). La maggior parte dei Greci fu uccisa; molti dei superstiti si buttarono in acqua, dirigendosi verso le navi che essi credevano di Reggio ed erano invece quelle di Leptine, il fratello di Dionisio. Questi usò clemenza e si interpose perchè i Lucani s’accordassero di un modico prezzo di riscatto e facessero la pace. Etc…”. Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. V parlando dei “I Lucani”, a pp. 126 e 127, in proposito scriveva che: Scidro e Pixunte furono conquistate senza che ce ne sia rimasta notizia, Lao nel 390.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, vol IV, nel capitolo II “Dionisio I, Regio ed i Lucani”, a pp. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “Di fronte alle minaccie dei Lucani, le città Achee s’erano più strettamente unite tra loro sotto la protezione di Zeus Homarios. …ma i Thurini attaccati verso il 390 a.C. dai Lucani, avendo un esrcito di quindici mila fanti e di quattro mila cavalieri, si credettero forti abbastanza per resistere da soli. I Lucani disponevano però di doppie forze. Circondarono l’esercito dei Thurini sulle colline che dominavano la pianura di Laos presso le coste del mare Tirreno con il proposito di non dare quartiere ai nemici. Gran parte delle forse dei Thurini furono distrutte; i superstiti cercarono invano salvezza fuggendo verso la marina. In questo momento comparve la flotta siracusana; gl’Italioti supposero fossero di soccorso; sperarono di trovare in essa salvezza e furono invece fatti prigionieri. Leptine, etc…Dionisio gli tolse allora il comando della flotta e l’affidò all’altro suo fratello Tearide. Etc…”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. VII “I Turini contro i Lucani – La battaglia di Lao”, a p. 428, in proposito scriveva che: “I Lucani ripararono nelle terre ch’erano già di loro possesso ed i Turini con impeto andarono loro dietro, riuscendo ad impadronirsi d’un castello, o forse magazzeno militare, dal quale ricavarono largo bottino. Fu questa quasi l’esca che li trasse a rovina; poichè, inorgogliti del primo successo, con grande disprezzo del nemico si posero ad inseguirlo attraversando tutta quella catena di montagne che poi discende verso il Tirreno, al fine di conquistare la ricca città di Lao di cui già eran padroni i Lucani stessi (1). I quali, dopo averli attirati attraverso gole aspre ed anguste in località impervia, li chiusero in un piano dominato da colli alti e scoscesi togliendo loro ogni speranza di ritirata. Affacciandosi dalle cime dei colli in gran numero, incussero vero terrore; che già avevano sotto le loro bandiere più di 30 mila fanti e non meno di 4 mila cavalieri. Scesi al piano diedero battaglia; e gli Italioti, schiacciati anche dal numero, furono fatti a pezzi: oltre 10 mila caddero al suolo……(p. 429) Ora non v’è dubbio che in tutta questa narrazione, del resto, assai chiara per ciò che si riferisce alla spedizione militare, oscuri sono il punto concernente la presenza della squadra siracusana sulla costa del Tirreno (2), nelle vicinanze di Lao, e la condotta dell’ammiraglio Leptine.”. Il Ciaceri, a p. 428, nella nota (1) postillava: (1) I mss. di Diod. XIV 101, 3 λαον χαι πολιν.  Fu il Reiske a leggere Λαον πολιν, lez. seguita dal Niebuhr, Roem. Gesch. p. 96 e dal Grote History of Greece, XI, p. 12, ed oggi concordemente accettata dagli ultimi editori dello storico siciliano (v. ad es. Vogel, ad l.). Non seguendola od ignorandola, il Lenormant, La Grande-Grece, I p. 310 poneva la battaglia nelle vicinanze di Lagaria sull’Ionio, presso l’odierna Rocca Imperiale.”. Il Ciaceri, a p. 429, nella nota (2) postillava: (2) Diod. XIV 102, 2: ην δε ο στολος ο προσπλεων Λιονυσιου του τυραννυ, χαι ναυαρχος υπηρχεν αυτφ Λεπτινης ο αδελφος, απεσταλμενος τοις Λευχανοις επι Βοηθειαν.”.

Nel 330 a.C., i LUCANI

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: La colonia di Micito non durò a lungo: nel V e IV secolo si moltiplicarono le invasioni barbariche che minacciarono seriamente la civiltà greca. Alcune tribù appenniniche (Sanniti, Irpini, Japigi, Lucani, Messapi, Frentani ecc.) migrarono a più riprese a sud e si estesero fino alla Puglia e alla Calabria. In Calabria i Bruzii insorsero contro i Lucani dominatori, e, con l’aiuto di Alessandro d’Epiro, li sconfissero nella grande battaglia di Paestum nel 330 a.C. Di certo in questo anno i fuggitivi di Paestum ripararono a Pixunte. Da questo momento i Lucani si ritirarono definitivamente nella regione situata tra i quattro fiumi principali (Sele, Lao, Crati e Bradano), cioè la Lucania.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…).. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie les Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 269, parlando di Palinuro, in proposito scriveva che: “Ho già detto (vedi a Molpa) del contrario avviso di M. Napoli circa l’evento prodigioso. Pertanto solo gli scavi potranno portare ulteriori elementi atti a chiarire in via definitiva l’affascinante problema.”. Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (19).. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: All’immigrazione degli Enotri, degli Elleni, e degli altri popoli minori, tenne dietro, nel VI secolo a.C. quella più numerosa e forte dei Lucani. Appartenevano questi alla razza Sabellica o Sannita o Sabina, e provenivano dal Sannio, o meglio dalle vicine sponde del Silaro o Sele. Nel distaccarsi , per cresiuta popolazione, dai padri Sanniti, presero allora il nome di Lucani, o dal loro duce Lucio o Lucilio, come riferisce Plinio, o dal vocabolo greco ………lupo, col poco leggiadro significato di terra di lupi, o dal vocabolo latino lucus, bosco, quasi terra di boschi, o, infine dall’altra parola sabellica o latina lux, luce, cioè terra posta verso la plaga del cielo, onde loro veniva la luce, o terra orientale, perchè, scrive il Racioppi, “i Lucani, mossi dalle regioni abitate dalle stirpi osco-sabelliche, per occupare le terre poste alla sinistra del fiume Silaro, vennero in un paese, che è posto appunto all’oriente delle sedi originarie, onde essi uscirono”. (Vol. I pag. 14). Di qui il motto fatidico di Strabone, quasi simbolo di civiltà e di progresso: ‘Non a Lucio, sed a luce!’. “Allorchè i Sanniti – scrive il barone Antonini nell’opera succitata – per alleggerire di gente il loro paese mandarono i propri figliuoli in questa regione, la trovarono abitata dagli Enotri, da altri Greci e dai Coni, onde furon costretti, con lunga guerra, da essa cacciarli”. E infatti, come gli Enotri avevano respinto a sud i Siculi, sovrapponendosi ad essi, come i lucani, più valorosi, forti e audaci, soggiogarono e respinsero gli Enotri, estendendo rapidamente le loro conquiste fino all’estremo della penisola, fin nel paese dei Bruzii, donde, in seguito dovettero ritirarsi.”. Parlando del toponimo “Scidro”, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” scriveva che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana….Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. Etc…” Dunque, il Battisti, riguardo il toponimo di “Scidro” scriveva che detto toponimo non solo era “pre-italiano” ma è probabile che il toponimo “Scidros” possa essere un toponimo “traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32)  Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Sul periodo pre-lucano vi sono delle evidenze archeologiche ed altro. Lo studioso locale Felice Cesarino (….), in proposito scriveva che: “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”.  Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, in proposito scriveva che: Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); etc…”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a p. 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Etc…”. Dunque, in questo passaggio, il Ciaceri, sulla scorta del Pais (….) dice che le piccole città italiote di Pissunte, Scidro e Lao, “da lungo tempo eran state occupate dai Lucani”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”. Dunque, Pixunte, poi in seguito Bussento, Scidro e Lao erano già città soggette ai Lucani. Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di  una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: Distrutta Sibari nel 510 a.C. e scomparsi i centri indigeni costieri (12), furono i prodotti greci a risalire il corso del Bussento. Fra il VI e V secolo, infatti, risulta attivo l’interesse di Ρηγον (Rhèghion, latino Rhegium) per Πυξουοσ (Pyxùs) allo scopo di accentrare i commerci fra la costa tirrenica e l’entroterra bussentino (13). Infatti nella celebre tomba principesca rinvenuta alla fine del secolo scorso (1896) in proprietà Boezio a Sala Consilina e databile agli ultimi anni del VI sec. a.C. furono trovati molti vasi calcidesi provenienti da Ρηγον (Rhèghion) e penetrati nel vallo di Diano attraverso la Valle del Bussento (14). Non solo: alcune emissioni monetali della fine del VI sec. a. C con scritta ΣΟ (SO = Sontia ?) sono risultate col taglio “secondo il piede ponderale in uso a Rhegium” (15). Dalla costa quindi affluivano verso l’interno manufatti in genere scambiati col grano della valle del Tanagro (16).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (12) postillava che: (12) Cfr. E. Greco, Problemi topografici del Vallo di Diano tra il VI e IV sec. a.C., in AA.VV., Storia del Vallo di Diano, Salerno, Laveglia, 1981, I, p. 134; Angela Greco Pontrandolfo, I Lucani, Milano, Longanesi, 1982, p. 87. Tra VII e VI sec. a.C., gli indigeni del Vallo discesero il corso del Mingardo e del Bussento, e da Palinuro (dove i corredi tombali dell’abitato ercaico del VI sec. a.C. sono risultati identici a quelli della necropoli di Sala Consilina) a Scalea fondarono vari centri costieri.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (13) postillava che: (13) E. Pais, Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano, Torino, UTET, 1933, p. 257. Ancora nel V sec. a.C. Ρηγον (Rhèghion) mostrava interesse per Πυξουοσ (Pyxùs): nel 471 Micito, reggente di Ρηγον e tutore dei figli minorenni del defunto tiranno Anassilao, dedusse coloni a Πυξουοσ per ripopolarla (Diodoro, XI, 59).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (15) postillava che: (15) E. Greco, Problemi topografici etc.., op. cit., p. 136; N. Parise, Struttura e Funzione della monetazione arcaica in Magna Grecia, in “Atti del XII Convegno di Taranto 1972″, Napoli, 1973, p. 105 ss.; F. Fusco, Quando la storia tace etc…, cit., p. 187”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (16) postillava: “(16) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1982, II, p. 268.”. Nel 2022, Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini etc..”, nel II cap.: “Lucani e Romani fra luci e ombre”, a p. 19 e sgg., in proposito scriveva che: “La sannitizzazione (lucanizzazione) delle Valli del Bussento e del Mingardo, come tutta l’Enotria (1), avvenne tra il V e IV sec. a.C. Il vuoto “politico” creatosi con la scomparsa dell'”impero” di Sibari (510 a.C.)(2) dovette favorire la penetrazione delle genti sannitiche originarie dell’Appennino Centrale (3). Procedendo dall’interno verso la costa, i Lucani sottomisero (a volte si fusero) gli abitati indigeni enotri e costrinsero i coloni greci a limitare il loro espansionismo alla fascia costiera (4). Popolo di guerrieri e di pastori più che di agricoltori (5), essi nelle due valli fluvial anzidette ebbero la loro “capitale” sul costone dei Capitenali (Roccagloriosa) e tutt’intorno una serie di insediamenti minori (pagi): Laurelli (ad ovest di Caselle in P.)(6), Rofrano Vetere (7), Torraca (8) (località Madonna dei Cordici), Tortorella, Morigerati (9), Pyxus (10), tutti abitati enotri “lucanizzati. Il ‘frurion (abitato fortificato) dei Capitenali è ben testimoniato: gli scavi effettuati dal 1976 al 1982 in varie località hanno restituito resti di mura, edifici, strade, tombe a camera, corredi di lusso, vasi di bronzo di provenienza etrusco-campana e ceramica di provenienza metapontina, officine, iscrizioni di lingua osca (la lingua dei Lucani)(11); etc…I Lucani quindi occuparono prima di tutto i punti nevralgici della zona, in pratica gli abitati enotri che controllavano le vie di comunicazione, di conseguenza, necessariamente, quello di ‘Sontia’ etc…”. Questa del Fusco a me sembra una congettura non del tutto esatta. In primo luogo, i centri furono Enotri fino all’espansione delle colonie magno-greche e non dopo. I nostri centri ebbero si origini Enotrie, le popolazioni erano Enotrie ma restarono tali molte di quelle dei centri interni, mentre invece, in seguito all’espansione Siritica e Sibaritica, i centri come costieri come Pyxus, Palinuro e Scidro furono sicuramente greci. Il Fusco spiega la sua teoria a p. 35, nella nota (4) postillando: “(4) Strabone (Geogr., IV, 253) parla di lunghe lotte tra coloni greci e “barbari”, ché tali apparivano ai greci gli abitanti dell’interno. Certamente i nuovi arrivati preoccupavano non poco le colonie italiote della costa tirrenica e ionica, tanto che queste ben presto crearono leghe italiote difensive. Taranto, guida di una di queste leghe sullo Ionio, chiese addirittura aiuto al re dell’Epiro, Alessandro il Molosso (zio di Alessandro Magno), che nel 335 a.C. arrivò nell’Italia meridionale e combattè contro i Lucani accanto ai coloni greci. Per molto tempo le cinte fortificate “ciclopiche” (di cui restano tracce) delle antiche città del Vallo (Atina, Consilinum, Tegianum) e della Val d’Agri, lucane prima che romane, sono state collegate all’arrivo del re epirota. L’ipotesi per esser vera presupporrebbe – come notò Emanuele Greco nel lontano 1981 (‘Problemi topografici del Vallo di Diano’, ecc…, cit., p. 143) – una realtà politico – militare unitaria da parte dei Lucani, che essi non ebbero.”. Il Fusco dimentica che “essi”, riferendosi alle colonie magno-greche della costa che chiesero aiuto al Molosso, “non ebbero” una solida confederazione come quella lucana, in quel periodo, ovvero, nel V sec. a.C., quando cioè accadde che esse si erano di molto indebolite a causa della scomparsa di Siris e di Sibari, le quali, invece dominavano incontrastate i ommerci ed anche queste nostre popolazioni ad esse alleate fino al V sec. a.C. Queste nostre popolazioni erano state sì Enotrie ma erano piccolissimi centri insignificanti che iniziarono ad avere una loro importanza politica e commerciale solo dopo l’espansione delle colonie magno-greche dello Ionio che quì stabilirono i loro capisaldi e alleati sul Tirreno. I Lucani, subentrarono solo dopo la caduta di Sibari e la nascita di Thuri, la seconda Sibari. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Palinuro, a p. 268, in proposito scriveva che: “Gli scavi archeologici del 1939, eseguiti dal compianto amico P. C. Sestieri (5) su tutta l’altura di S. Paolo che sovrasta l’abitato, misero a luce mura di fortificazioni e, nella sabbia delle dune, tombe a fossa senza traccia di copertura con orientamento dei depositi est-ovest e perciò forse non rituali. Ma vi si rinvennero pure sepolture a pozzo (disposizione circolare dei corredi) e uno a cassa (tegoloni). Più numerose le prime e ricche di vasi (in media 30 in ogni tomba) indigeni (6), ionici (7) e attici (8) insieme a oggetti di ferro e di bronzo (9). Ceramica che presenta netti caratteri d’identità con queli della Peucezia, con quella di Sala Consilina e Atena Lucana, per cui sarebbe da riconsiderare l’affermazione di Dionigi (I, 11 sgg.) sulla venuta di enotri e peucezi dall’Arcadia e da ammettere che proprio da Palinuro partisse una delle carovaniere per la Valle di Diano. Carovane che trasportavano ceramica locale e ceramica ionica che alla vicina Pixous (Bussento), Policastro) giungeva per la via istimica da Siris e la ceramica ionica e attica a mezzo dei mercanti focei. Manufatti che venivano scambiati con il grano della ferace Valle del Tanagro, di quel lago pleistocenico svuotatosi in epoca storica. Grano che anche dopo la caduta di Sibari (a. 510 a.C.,) i focei di Velia (10) continuarono a trasportare ad Atene che ne acquistava sempre in maggiori quantità.”. Ebner, a p. 268, nella nota (5) postillava: “(5) P. C. Sestieri, Scoperte archeologiche in provincia di Salerno, “Bollettino d’Arte”, Roma, 1940, n. IV (estratto).”. Ebner, a p. 268, nella nota (6) postillava: “(6) Vasi grezzi con decorazioni geometriche rosse e nere, ma anche di plastica applicata, brocche a tre manici e tre colli a bocca tribolata posti intorno a un falso collo a bocciuolo, anfore, coppette e, tra le forme d’imitazione, olmechasi a bocca tribolata, kalathoi, calcei repandi e crateri a colonnette di tipo calcidese.”. Ebner, a p. 268, nella nota (7) postillava: “(7) Vasi ionici con decorazioni a fasce, coppe milesie, ecc..”. Ebner, a p. 268, nella nota (8) postillava: “(8) Vasi attici a figure nere (lekytoi, skyphoi, kotyloi, kilites) con animali anche fantastici, ma di disegno scadente. Crateri a colonnette e kylites a occhioni con gorgoneion.”. Ebner, a p. 268, nella nota (9)postillava: “(9) Tra gli oggetti di ferro soprattutto armi, e cioè punte di frecce, grattuge, colini, anelli e fibule ad arco semplice e a doppio anello; un solo orecchino circolare d’argento.”. Ebner, a p. 269, nella nota (10) postillava: “(10) R. Neuman e B. Neutsch (Palinuro, “Ergebnisse der Ausgrabungen”, vol. II e II, 1957-1960) rinvennero a Palinuro, oltre i caratteristici mattoni velini con bolli greci, anche monete di Velia del 350-280 a.C.”. Ebner, a p. 269, nella nota (11) postillava: “(11) Sul cippo colà rinvenuto, v. M. Guarducci, Cippo iscritto a Palinuro, “Apollo”, Salerno, 1962; v. pure H. Schaefer, Peculiarità e caratteri della colonizzazione greca nell’Italia meridionale, “Apollo”, Salerno, 1962, p. 3 sgg.”. Da Wikipedia leggiamo che Paestum, fino al 1926 Pesto, è un’antica città della Magna Grecia, chiamata dai Greci Poseidonia in onore di Poseidone, ma devotissima ad Atena ed Era. Dopo la sua conquista da parte dei Lucani venne chiamata Paistom, per poi assumere, sotto i Romani, il nome di Paestum. L’estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura greche, così come modificate in epoca lucana e poi romana. In una data collocabile tra il 420 a.C. e 410 a.C., i Lucani presero il sopravvento nella città, mutandone il nome in Paistom. A parte sporadici riferimenti nelle fonti, non si conoscono i particolari bellici della conquista lucana, probabilmente perché non dovette trattarsi di una conquista repentina. È un processo che è possibile riscontrare in altre località (ad esempio nella non distante Neapolis), dove vi fu una lenta, graduale, ma costante infiltrazione dell’elemento italico, dapprima richiamato dagli stessi Greci per i lavori più umili e servili, per poi divenir parte della compagine sociale mediante il commercio e la partecipazione alla vita cittadina, fino a prevalere e a sostituirsi nel potere politico della città. Sebbene letterati e poeti greci riportino il rimpianto dei Poseidoniati per la perduta libertà e per la decadenza della città, l’archeologia testimonia che il periodo di splendore proseguì ben oltre la “conquista” lucana, con la produzione di vasi dipinti (talora firmati da artisti di prim’ordine quali Assteas, Python e il Pittore di Afrodite), con sepolture copiosamente affrescate e preziosi corredi tombali. Tale ricchezza doveva derivare in larga misura dalla fertilità della piana del Sele, ma anche dalla produzione stessa di oggetti di grande qualità, parte cospicua di quei commerci instauratisi durante il periodo precedente. Neanche il carattere greco della città scomparve del tutto, come attestano, oltre la produzione dei vasi dipinti, anche la costruzione del bouleuterion e la monetazione, che preservò le sue prerogative elleniche.

LAO, città Lucana per Strabone

Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 124-125 e ssg., in proposito scriveva che: I Lucani infatti, non fecero altro, che estendere la loro egemonia su di essa, che, ciò nononstante, dovette continuare a godere di una certa libertà. Seguitò certo a battere moneta, sebbene di bronzo, col proprio nome e con quello del magistrato, in sigla. Inoltre, non è da far meraviglia, che, anche sotto la dominazione lucana, continuasse a usare il proprio dialetto greco, …..Da indi in poi però dovette a poco a poco decadere, non essendo più menzionata nelle fonti per avvenimenti notevoli. Lao non ebbe in seguito più rinomanza, nè vita; non è ricordata come sede vescovile, o per altro di notevole. Tuttavia Strabone ne parla come di città ancora esistente al suo tempo: ma pare che egli prendesse il passo relativo a Lao, da una fonte anteriore. Similmente la menzione che ne fa Stefano di Bizantino deve intendersi solo come un ricordo. Lao è detta esplicitamente città della Lucania da Strabone (VI, 252-3) e da Stefano Bizantino, che dipende da un passo di Apollodoro. Implicitamente doveva essere stata creduta tale da Antioco di Siracusa (fram. 6°; cfr. Strab. VI, 254), e da Plinio (l. c. ), che consideravano il fiume Lao come il confine settentrionale, il primo dell’Italia, il secondo del Bruzio, da questo lato.”.

SANNITI e LUCANI

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…).. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 4 e ssg. nel cap. I: “Degli antichi Abitatori della Lucania etc…”, in proposito scriveva che: “Le prime conquiste di questa feroce nazione furono verso l’occidental parte occupando alla prima la Città di Pesto, Colonia un tempo de’ Sibariti, indi voltando le vittoriose bandiere verso la Città di Velia, Colonia de’ Focesi, non ebbero forza da espugnarla, ma fatta co’ Cittadini amichevol pace la lasciarono libera, e colle proprie leggi: marchiando indi il diloro Esercito nelle contrade oltre Bussento, indi s’avvennero alle Milizie degli Enotrj, che colle diloro maggiori forze tentavano mantenere il diloro Imperio, ma quivi per loro sciagura incontrarono la rovina, essendo remasti sconfitti dal valore de’ Sanniti, che dopo tal vittoria s’insignorirono del loro Regno, come espresse Strabone (a)….Stabilirono il loro Regno li Sanniti, che da ora avanti Lucani chiameremo, e Lucania questa Regione da loro occupata, si governarono etc…”. Dunque, il Gatta scrive che i Lucani conquistarono tutta la regione degli Enotri dopo la conquista di Posiadonia, che in mano a loro si chiamò Pesto. Il Gatta, a p. 4, nella nota (a) postillava: “(a) Strab. al lib. 6 facendo parola della giurisdizione degli Enotri esprime: “Chones, et Aenotri loca ipsa colebant, cum autem res Sannitica eo magnitudinis venisset, ut et Chonos, et Aenotrios ejecissent, Lucanos eam in partem Samnites Colonos deduxerunt”. Qual conquista è facile avvenisse prima della Olimpiade XLVIII. imperocchè presso Laerzio vi è memoria che insegnando Pitagora in metaponto, i Lucani frequentavano la di lui scuola: Adibant illum disciplina, studiorumque caussa Lucani.”. Il Gatta, a p. 5, nella nota (a) postillava: “(a) Strabone al lib. 6. Cumque Graeci utrumque simul litus ad fretum usque tenerent inter Graecos, et Barbaros diutinum constatum est Bellum: ‘E il medesim dell’istesso lib. Hoc autem tempore (lo che fu in tempo d’Augusto in cui egli viveva) praeter Tarentum, Regiumque et Neapolim omnes in Barbaros transisse mores obvenit, et alia sub Lucanorum, alia sub Brutiorum ditione teneri. Avertedosi che Strabone, chiama Barbare tutte quelle nazioni, che non erano Greche, fra quali egli era.”.  Ettore Pais (…), nel suo “Storia critica di Roma durante i primi cinque secoli“, parlando di Alessandro il Molosso, a p. 325 e ssg., in proposito scriveva che: “Per conseguire la piena sommessione dei Lucani egli si propose di coglierli alle spalle. Allo stesso modo che agli Apuli o Iapigi aveva contrapposto l’amicizia con i soprastanti Peucezi (1), provvide a stringere alleanza con i Romani, che da pochi anni (verso il 342 a.C.) avevano messo piede nella Campania e che erano in guerra contro i Sanniti (2).”.

Nel V-IV sec. a.C., i Lucani egemonizzarono Lao, Scidro, Pixus, Roccagloriosa e Laurelli a Caselle in Pittari

Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a p. 121 e ssg., in proposito scriveva che: “Scidro potrebbe essere stata trasformata, in seguito, in un borgo lucano. Niente altro potrei dire per il momento intorno a Scidro, che non dovette essere ad ogni modo nè la più grande, nè la più bella, nè la più importante città della Sibaritide.”. Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. V parlando dei “I Lucani”, a pp. 126 e 127, in proposito scriveva che: Ma prima della fine del secolo V l’espansione italica registra un’altra importante affermazione, la costituzione di un’altra federazione, quella dei Lucani, che dalle sorgenti del Sele e del Bradano si spinsero nel territorio degli Enotri, verso la Calabria e verso Taranto, su una superficie di 14.500 km2. Sulle coste occidentali la loro avanzata è stata rapida. L’antica Posidonia con la fiorente civiltà alle foci del Sele (38), si trasforma ancora nel IV secolo nell’antica Pesto, non solo politicamente ma negli usi e nella lingua, e il periplo dello Pseudo Scilace qualifica le coste come già lucane. Scidro e Pixunte furono conquistate senza che ce ne sia rimasta notizia, Lao nel 390. La sola Elea era riuscita, come Napoli, a conservarsi indipendente. Le colonie greche avevano una lunga tradizione di lotte con gli abitanti dell’interno, continuamente attratti dalle coste più fertili e ricche. Etc…”. Devoto, a p. 127, nella nota (38) postillava che: (38) v. “Not. sc.”, 1937, pp. 206-354, a cura di P. Zancani-Montuoro e Umberto Zanotti Bianco”. Ettore Pais, nel suo “Storia critica di Roma”, vol. IV, a p. 322 e ssg., in proposito scriveva che: “Verso il 346 a.C., Taranto chiedeva aiuto contro i Lucani, e Sparta le inviava il suo re Archidamo, che per aver parteggiato per i Focesi superati da Filippo di Macedonia nella “guerra Sacra”; trovava opportuno recarsi con una mano di mercenari prima a Creta ed approdava in seguito sulle coste dell’Italia (2)….Nè più fortunati erano i disegni di re Archidamo che pochi anni dopo il suo arrivo cadeva combattendo contro gli indigeni Italici nemici di Taranto (2 agosto 338)(4). La sua morte accrebbe l’audacia delle stirpi Sabelliche etc…”. Da Wikipedia leggiamo che nel 343 a.C. la colonia spartana di Taranto chiese aiuto a Sparta nella guerra contro le popolazioni italiche, soprattutto contro i Messapi e i Lucani. Nel 342 a.C. Archidamo arrivò in Italia con una flotta e un esercito e combatté contro tali popolazioni, ma nel 338 a.C. trovò la morte in battaglia, secondo Plutarco sotto le mura della città di Mendonion (forse l’odierna Manduria). Secondo Diodoro Siculo, invece, il re perì in uno scontro con i Lucani nello stesso momento in cui, in Grecia, si combatteva la celebre Battaglia di Cheronea. Sempre da Wikipedia leggiamo che i Lucani all’inizio del IV secolo a.C. si espansero verso sud-ovest, nell’attuale Calabria, dove vennero in conflitto con i Greci della Magna Grecia, in particolare con Siracusa che riuscì a dividere i Lucani e a sbarrare loro il passo. L’espansionismo del popolo italico si volse allora verso est, dove si scontrò con Taranto. Poco sappiamo dei rapporti dei Lucani con le popolazioni preesistenti dell’interno chiamate dai Greci Enotri (Itali, Morgeti, Siculi). Al contrario sappiamo che le relazioni con le colonie greche furono decisamente conflittuali. Conquistata alla fine del V secolo a.C. Poseidonia, che i Lucani chiamarono “Paistom” (la Paestum dei Romani), ben presto caddero sotto il loro potere tutte le città della costa tirrenica fino a Laos, con la sola eccezione di Velia. Nel 389 a.C., i Lucani, alleati di Dionisio il Vecchio tiranno di Siracusa che cercava di imporre il suo predominio sulle città della Magna Grecia, mossero guerra contro le polis nemiche di Siracusa. Questo scatenò la reazione di Thurii, potente città sorta sulle ceneri di Sibari, che, senza attendere l’aiuto di altre città della Lega sorta proprio per difendersi dai Lucani, cercò di riconquistare la sua antica colonia, Laos, subendo una disastrosa sconfitta ed evitando lo sterminio dei prigionieri solo grazie all’intervento del siracusano Leptine. I Lucani estesero in tal modo il loro predominio su tutta l’attuale Calabria interna a nord dell’istmo. Questa situazione non era tuttavia destinata a perdurare. Per prima cosa mutò l’atteggiamento di Siracusa che, da alleata dei Lucani, divenne loro ostile; inoltre scoppiò una violenta rivolta servile che provocò una lunga guerra civile che avrebbe indebolito notevolmente la potenza lucana. Secondo Strabone la rivolta provocata da Dione di Siracusa, fu causata dall’avere i Lucani armato i loro servi dediti alla pastorizia per sostenere le numerose guerre. La rivolta di quelli che i Lucani chiamarono Bretti (“ribelli” in osco, corrispondenti ai Bruzi) provocò l’etnogenesi di un nuovo popolo, che si consolidò intorno a Cosentia e sui monti della Sila, privando i Lucani del territorio a sud della linea Laos-Thurii. Interrotta ogni possibilità di espansione verso sud dalla nascita dei Bretti (i Bruzi dei Romani), i Lucani diressero le loro attenzioni verso lo Ionio, entrando in collisione con la principale potenza dell’area: Taranto. I Tarantini per reggere l’urto dei Lucani sul loro territorio e mantenere la posizione di predominio nello Ionio settentrionale dovettero ricorrere all’aiuto della madrepatria, Sparta. Il primo a soccorrere Taranto fu Archidamo III, re di Sparta che, nel 338 a.C., avrebbe trovato la morte sotto le mura di Manduria, combattendo i Messapi. Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana” (che il Cesarino riteneva essere la massima autorità nel campo), a p. 95 parlando di Alessandro il Molosso e delle guerre dei Tarantini contro i Lucani, in proposito scriveva che: Dopo la vittoria di Pesto Alessandro sarebbe ritornato sul Jonio seguendo questo itinerario. Dapprima avrebbe rasentato il litorale tirrenico passando per le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani; da Lao sarebbe risalito alle sorgenti del Laino (p. 30); etc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che “le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani”, ovvero, dopo la caduta di Sibari, è molto probabile che i piccoli centri costieri sul Tirreno, come le piccole città di Pixunte, Lao e Scidro fossero state assoggettate ai Crotoniati ed in seguito cadute sotto l’egemonia dei Lucani. Padre Agatangelo Romaniello (….),  nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a p. 13 e sgg., in proposito scriveva che: “…..b) Risulta certo un secondo insediamento (di Micìtei e Lucani) con un periodo di notevole prosperità, specialmente durante il IV sec. a.C. c) Si congettura come datazione terminale di questo insediamento lucano, il II o il I sec. a.C..d) Le notizie più abbondanti e certe, riguardanti l’insediamento lucano, emergono specialmente dall’esame delle aree di necropoli, dai vari tipi di sepoltura e dai corredi tombali. e) Risulta che il pianoro immediato alla Porta Centrale fu abitato da un insediamento più evoluto ed organizzato, preoccupato principalmente della difesa dell’area con abitazioni rurali ad ampio lastricato del IV/III sec. a.C. f) Invece nel territorio più periferico sorgevano probabii fattorie con piccole aree di necropoli ed aree di approvvigionamenti: c’era, quindi, un paesaggio agrario con attività agricola mista all’allevamento, come in altre analoge aree lucane. g) Risulta pure la rilevante capacità dei Lucani nel sapere utilizzare con lo sviluppo di un allevamento razionale e di una agricoltura diversificata e organizzata per mercati regionali. h) In assenza di notizie più precise concernenti la situazione di Pixus e Palinuro nel V e IV sec. a.C., i dati emergenti da questi scavi sono molto utili per il quadro storico generale di tutta l’area interna del golfo di Policastro dal V sec. a.C alla romanizzazione. Infine, si può congetturare che il comprensorio alle spalle dei Capitenali doveva essere un punto di confluenza di stra-tratturi colleganti la zona con le regioni periferiche (vallo di Diano, valle del Mingardo, valle del Bussento e rispettiva zona marina). Ed era, almeno negli obiettivi prefissi dei Micìtei e dei Lucani che costituivano, una fortezza (alle spalle di Pixus ?), un φρουριον simile a quello di Moio della Civitella che è il classico fortino dei lucani nel sec. IV a.C. (11).”. Il Romaniello, a p. 14, nella nota (11) postillava: “(11) Cfr. Peduto, Natella, o.c., pp. 486 ss.; E. Greco, il φρουροιν di Moio della Civitella, in “Rivista di Studi Salernitani”, n. 3 (1969), pp. 389-396. “La distanza che separa Velia da Moio (Km. 34) è maggiore di quella tra Policastro e Rocchetta di Roccagloriosa (Km. 15 circa), ove sulla dorsale del monte Capitinali, nel luogo che si chiama città di Leo, sono i resti della predetta fortificazione. Intesa, per il passato, sede effettiva di pixus, si è dimostrata in realtà un pianoro degradante calcareo, in cui gli elementi topografici per sommi capi identificabili, rivelano ciò che un dì era un recinto latamente rettangolare, che nella sua massima estensione doveva arrivare a circa un Km., con resti di murazione isodomica” (Ivi).”. Padre Agatangelo Romaniello (….),  nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a pp. 17-18 e sgg., in proposito scriveva che: “…..però la colonia micìtea dovette arrendersi ed allontanarsi per impossibilità di sviluppo dell’insediamento, a causa della povertà del suolo e principalmente per il mutato clima politico minacciato seriamente dai lucani che proprio allora si espandevano per la Campania e la Calabria (15)…..Dopo la colonizzazione greca vennero i Lucani, tribù provenienti dall’Appennino centrale, in prevalenza pastori di pecore, capre, buoi e maiali, molto rigidi ed austeri nei costumi e nell’educazione; non avevano una lingua propria, ma mescolavano l’osco alla lingua greca già esistente. Si sovrapposero ai popoli indigeni e si diffusero nell’Italia meridionale lungo gli itinerari comuni, al controllo delle valli scavate dai corsi d’acqua….etc…Nel IV sec. a.C., i loro insediamenti apparivano difesi da strutture murarie poderose, spesso in tecnica isodomica di matrice greca (17). Etc…Arrivarono anche nella zona mingardo-bussentina, e scelsero come sede la postaione strategica fra le valli (18), sul falsopiano protetto naturalmente a oriente e mezzogiorno dal monte Capitinali e collegato con gli insediamenti costieri. Difatti, a termine del falsopiano, partiva una via a gradini (“La Scala”) di pietra lavorata che saliva fino al punto più sormontabile del colle, donde scendeva poi verso la zona sottostante, e portava facilmente alla costa marina (19). Questo nuovo popolo incrementò l’attività agricola (nel terreno ricco di acqua), la pastorizia ed iniziò il commercio. Strinse amicizia con la vicina pixus, con Scidro (Sapri), Palinuro, Molpa, Leucosia, Posidonia, Salerno, e perfino Napoli e Roma. In modo particolare era interessato alla città di Pixus, molto omoda per il commercio di importazione e di esportazione. Intanto la postazione strategica scelta dai Lucani era valido osservatorio contro le scorrerie della costa, fortino di difesa, sicuro centro-deposito dei prodotti commerciali specialmente del vallo di Diano in attesa di richiesta e delle partenze – via mare – per le destinazioni vicine e lontane. In loco dovevano esservi ‘tesorieri’ ai quali era consentito di rilasciare somme di denaro ai corrieri muniti unicamente di fio. La postazione era a guardia di Pixus e delle carovaniere che vi giungevano e ne partivano: aveva a sud-est i Capitinali che si vedevano salendo da Pixus, ma dal mare nulla si poteva scorgere dell’insediamento nascosto. Sul massiccio era fissato probabilmente un posto di segnalazione da cui si poteva annunciare sia a Pixus che agli altri insediamenti costieri ogni movimento dell’interno. Il IV secolo segnò il massimo splendore dei Lucani alleati con Pixus !. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (15) postillava: (15) C. Carucci, La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, p. 40….”. Il Romaniello, a p. 16, nella nota (16) postillava che: (16) C. Carucci, op. cit., ivi”. Il Romaniello, a p. 17, nella nota (17) postillava: (17) Modo di disporre i blocchi parallelepipedi uguali, in filari regolari, in modo che i giunti verticali risultino alternati. Tale specie di muratura fu usata dalla Grecia classica e poi fu portata anche nella Magnogrecia.”. Il Romaniello, a p. 17, nella nota (18) postillava: (18) Molto probabilmente i Micitei, durante il breve periodo di tempo trascorso a Pixus, avevano pensato di assicurare le spalle della colonia con quella solida città fortificata.”. Il Romaniello, a p. 18, nella nota (19) postillava: (19) Questa via, costruita dagli italioti e poi resa più comoda dai Micìtei, era diretta al golfo di Policastro. Nei secoli dopo Cristo continuò ad essere trafficata come unico sentiero di uscita dall’entroterra al golfo di Policastro, e sulle carte geografiche più antiche veniva indicata “strada delle università di Rocca e Policastro”. Oggi è inghiottita dalla macchia ed è scomparsa nell’oblio.”. Agatangelo Romaniello (….),  nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa”, a pp. 18-19 e sgg., in proposito scriveva che: “Abbiamo già ipotizzato il nome dell’insediamento distrutto dai Crotoniati (di cui parla la ‘prima piccola storia’): “Fieste”. Invece il primo insediamento italico-enotro alle pendici dei Capitenali, che raccolse i superstiti di Fieste, riteniamo che avesse potuto avere il nome di Fistelia (nuova Fieste o piccola Fieste o gente di Fieste). Oggi il popolo chiama quella zoan “Ostritani” o “Li Stritani”, e la via che porta in quei terreni è chiamata “Fistelle” e “Finestelle”: parole derivate e distorte dal parlare dialettale e dal tempo. Né va sottaciuta la tradizione attestante che nel passato in quella zona furono trovate delle monete antiche riportanti brevi scritte osche con la immagine del bue a volto umano, del delfino con la spiga d’orzo, e della donna con i capelli sparsi. Su qualcuna di tali monete si leggeva in lettere greche la parola “Fistelia”, e su qualche altra le lettere iniziali della stessa parola “Fist” o “Ist”. Riteniamo pure che anche il secondo insediamento, quello lucano, secondo l’ipotesi precedente, conservasse la stessa denominazione di Fistelìa. L’espressione Città di Leo ci sembra piuttosto recente, e trova il suo fondamento nel fatto che quella zona – a metà strada fra Rocchetta e Castelruggero – è denominata “Pantano di Leo” (Leo doveva essere forse un capo-tribù del primo insediamento). Infine, siccome la tradizione riporta per l’insediamento lucano anche le denominazioni di “Oppidum Lucanum” e”Orbitania”, riteniamo che esse siano invalse quando Roma diede la cittadinanza romana ai Lucani ed i centri abitati di questi divennero “praefecturae” ove i funzionari romani esercitavano i poteri giurisdizionali al posto dei magistrati enotri e lucani.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. II, Libro II, cap. VI “Caduta di Posidonia, Lao e Pixunte”, a pp. 404 e sgg., in proposito scriveva che: “Senonchè i Lucani, che nella parte superiore della regione precorrevano i Sanniti, i quali alla loro volta erano penetrati in Campania, sviluppavano una forte pressione sulle coste discendenti giù dalla foce del Sele, minacciando Posidonia, Velia, Pixunte e Lao. Nulla sappiamo delle vicende di una lotta che dovette esser lunga ed assai aspra, stante la vigoria della grande città del Sele, all’infuori della notizia che ci porge lo storico antico, secondo cui i Lucani superato in guerra i Posidoniati ed i loro alleati, ne occuparono le città (1): dalle quali si ricava che avevano fatto causa comune con Posidonia le città che poi furono sottomesse, e cioè Lao e Pixunte. Ed era naturale che specialmente Posidonia e Lao sostenessero scambievolmente le loro sorti, a prescindere dalla memoria del comune passato, per il fatto che Lao rappresentasse la vera porta d’entrata della via che conduceva a Turio, su cui puntava l’irruzione lucana. Forse intervennero in aiuto dei Posidoniati i Sibariti del Traente, memori delle vecchie prove d’amicizia avute dai confratelli del Tirreno, essendo da supporre, come già notammo, che i superstiti Sibariti dopo la catastrofe della loro patria (a. 510) avessero trovato asilo non solo a Lao e a Scidro, giusto ricordava la tradizione erodotea, ma anche a Posidonia e che questa appresso avesse sorretto il tentativo degli stessi Sibariti di ricostruire la città (1). Non v’è, d’altro lato, da dubitare che oltre a Pixunte, anche la ionica Velia, pur non avendo comunanza d’origine con la grande città achea, si schierasse dalla sua parte, in modo da venirsi a formare un fronte unico contro gli invasori, lungo la costa che dal golfo di Salerno va a quello di Policastro. Quando sia avvenuta la decisiva vittoria dei Lucani su Posidonia, non è detto. E non può avere valore risolutivo la circostanza, che nel Periplo di Scillace la città fa già parte della Lucania (2), dal momento che lo stesso Periplo appartiene nel suo insieme alla metà del IV secolo, per quanto in qualche punto risalga anche ad Ecateo e, senza dubbio, contenga un nucleo che si può collocare nella metà del sec. V (3). Solo, dovendosi ammettere che Posidonia venisse occupata ancora prima di Lao, che già avanti l’a. 390 era nelle mani dei Lucani, dalle quali proprio allora cercò strapparla l’esercito di Turio (4), è lecito ritenere che tanto l’una quanto l’altra nella lotta fossero soggiaciute intorno al 400, e verosimilmente anche prima…..(p. 406) Cadeva Posidonia……All’occupazione della grande città del Sele tenne tosto dietro quella delle minori, Pixunte e Lao, a non tener conto di Scidro, forse semplice scalo commerciale, il cui nome già da tempo sembra fosse scomparso dalle memorie storiche; ma non fu occupata Velia.”. Sempre il Ciaceri, a p. 421, in proposito scriveva che: “Sembra che proprio in questi anni si facesse sentire  di più la pressione delle popolazioni lucane sulle città della Magna Grecia. Ed è da ritenere che appunto in questo tempo, e cioè dopo che s’era assistito alla caduta di Posidonia, Lao e Pixunte nelle mani dei Lucani, si rafforzasse la nuova cosiddetta Lega achea e che ampliandosi essa prendesse il nome di Italiota.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 262 parlando di Posidonia, in proposito scriveva che: “Poi lo splendore della città (circa un secolo) cominciò a declinare soprattutto per l’occupazione lucana (420-410 a.C.) che durò fino al 273 a.C., quando Roma sottrasse Paestum a quella dominazione.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando di Pyxus, a pp. 68 e ssg., riferendosi al seguito della partenza di Micito da Reggio, in proposito scriveva che: Pyxus, come dice Strabone, fu abbandonata da’ nuovi coloni di lì a poco; forse v’influì l’aere pestifero o le poche comodità del luogo. Noi però non dobbiamo dimenticare ch’essa per la sua posizione era la città più a contatto di quelli che furon i Lucani, che mal volentieri dovevano vedere occupato da’ Reggini un luogo che ad essi apparteneva…..Padroni di Laos rimangono colla cacciata de’ Reggini anche padroni di Pyxus, la quale, però, cominciò a decadere, pur rimanendo un punto strategico ed una stazione d’ancoraggio ne’ tempi posteriori.”.

LAURELLI a Caselle in Pittari

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di  una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “Lucani e Romani nella Valle del Bussento. II Pagus di Laurelli”, a p. 31 e sgg., in proposito scriveva che: “L’importante abitato arcaico del San Michele dovette sopravvivere fin quando all’espansione indigena verso la costa del VII-VI sec. a.C. (17) fece seguito la ‘sannitizzazione’ (18) del V-VI sec. – La presenza dell’èthnos lucano infatti è ben documentata in contrada Laurelli (19), a sudovest dell’attuale abitato e a destra del ‘Vallone Grande’, sul versante meridionale del Centaurino. Qui sorse il secondo abitato della zona, certamente lucano, che potrebbe ricalcare però un precedente stanziamento greco (o indigeno)(20) dato che la contrada era attraversata dalla carovaniera che proprio in quel punto – lo si è detto – subiva una diramazione. Gli scavi di Laurelli, iniziati negli anni Ottanta e proseguiti negli anni Novanta, hanno meso in luce un’area di notevole interesse archeologico. Già negli anni Trenta l’insegnante Andrea Giudice aveva documentato materiali di superficie che avevano stupito i contadini della zona: frammenti di laterizi e di vasi fittili, qualche statuina di bronzo, anse di anfore, monete romane della fine della Repubblica e d’epoca imperiale, una vasca da bagno d’età romana scavata nella roccia d’una casetta rustica e via dicendo (21). Ad ogni modo solo gli scavi condotti da Warner Johannowsky nei primi anni Ottanta permettevano, in parte, di portare alla luce l’imponente necropoli d’un abitato lucano: tombe a camera in blocchi di tufo rettangolari, in generale ben conservate, tutte databili al VI-III sec. a.C., la più grande delle quali è profonda circa tre metri ed è preceduta da un lungo δρομοσ (dromos, corridoio d’accesso). Sepolcreto, dunque, non ancora l’abitato, che pure è venuto alla luce, almeno in parte, grazie all’intervento della Soprintendenza Archeologica di Salerno in questi primi anni novanta. Infatti, l’espianto d’un secolare uliveto della contrada (per questo, oltre che Laurelli, detta anche Lovito/Luvito < l’oliveto), pur causando danni notevoli, ha rimosso “elementi murali e materiali ceramici antichi” che, grazie a un primo saggio di scavi regolari, si sono rivelati come i primi indizi dell’abitato vero e proprio “a pianta rettangolare allungata”, “articolato in almeno tre ambienti di cui quello centrale verosimilmente destinato a cucina”(22). Dall’esame dei materiali rinvenùtivi (fra l’altro diciotto monete d’argento ed una di bronzo “tutte di zeca magno-greca”)(22) la struttura, in origine molto più ampia come lasciano intuire altri indizi delle fondazioni, è databile, come le tombe, al IV-IIII sec. a.C. e richiama quelle analoghe del non lontano abitato lucano del monte Capitenale (Roccagloriosa). Ad ogni modo altre strutture d’abitazione sono risultate di “diversa tipologia costruttiva” (22) (ad esempio il lato di un ambiente è costruito a scacchiera), tanto da richiamare tecniche invalse nella chrora (teritorio) di Velia (22). La presenza lucana, sufficientemente documentata in tutta l’area (da Sontia (23) a Laurelli, da Roccagloriosa (24) a Torraca (25)), mostra come nella zona Mingardo/bussentina tutti i centri indigeni e greci nel V-IV sec. a.C. fossero stati ormai sottomessi o ripopolati (26). In particolare nell’Enotria (27) meridionale suscitra interesse l’abitato sorto sul monte Capitenale (Roccagloriosa), messo in luce dagli scavi eseguiti φρουρτον (frurion, piazzaforte) bensì vera e propria comunità agricola e pastorale con “una fitta rete di fattorie e annesse aree di necropoli”(28). L’importante insediamento, il più grande finora venuto alla luce nella zona mingardo/bussentina, fa pensare ad una sua probabile supremazia (longa manus) su quello non lontano di ‘laurelli (29), che quindi dovette essere semplicemente un suo pagus (borgo). Con la romanizzazione, iniziata sul finire del III sec. a.C., il villaggio di Laurelli non dovette scomparire. Le tombe romane (30) venute alla luce nei primi anni Novanta lasciano intuire infatti che l’abitato fu semplicemente ripopolato. L’ipotesi appare tanto più verosimile quando si pensi che l’antico tratturo, che da  Πυξουσ (Pyxus)/Buxentum saliva per Laurelli verso il valico di Sontia, nella seconda metà del II sec. a.C. dovette mutarsi in un ‘ràmulus’ (braccio) dell’Annia per facilitare e alimentare mercati fiorenti tra fascia costiera e zone interne. Buxentum (31) infatti fu colonia romana già nel 197 a.C. (32) e in età augustea  si dotò di un macellum (33) (mercato delle carni) per accogliere le carni del copioso bestiame del Vallo (in particolare suine e bovine) e la selvaggina del Cervaro e del Centaurino. E se dal Vallo affluivano le carni, da Buxentum salivano verso l’interno il pesce e il vino (34), le idee e i sentimenti religiosi (35). Il pagus (borgo) di Laurelli dovette costituire un nodo d’una certa rilevanza nel sistema viario fra costa e interno. Ritrovamenti fortuti (36) avvenuti in contrada Càravo (molti cocci di tegole per la copertura delle case e delle tombe e vari ‘pesi’ in forma di piramide tronca per i telai), ad est di Caselle, evidenziano d’altra parte come la presenza romana (testimoniata anche da un probabile statio – lungo la sosta – in località Taverna, a nordest dell’attuale abitato) fosse sufficientemente distribuita sul territorio casellese.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (17) postillava che: “(17) E. Greco, Problemi topografici etc., cit., p. 134”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (18) postillava che: “(18) M. Gualtieri, Roccagloriosa – Un antico centro lucano sul Golfo di Policastro, Siracusa, Ediprint, 1990, p. 22. Dire Sanniti è dire Lucani, ché quest’ultimi “si ritenevano coloni sanniti” (G. De Sanctis, Storia dei Romani, Firenze, La Nuova Italia, 1980, I, p. 107).”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (19) postillava che: “(19) La contrada è facilmente raggiungibile in automobile. Chi percorra la superstrada Bussentina può utilizzare l’uscita per Caselle e scender poi nel vallone sottostante”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (20) postillava che: “(20) F. Fusco, Quando la storia etc., cit., p. 185. Il funzionario di zona della Soprintendenza Archeologica di Salerno, dottoressa Antonella Fiammenghi, così conclude una sua Relazione scientifica sugli scavi: “Gli indizi di fasi precedenti (scil.: a quella lucana), documentate da una serie di blocchi reimpiegati nelle strutture, che presentano evidenti segni di anatyrossis, comincia comunque a delinearsi meglio in seguito ad un saggio stratigrafico che ha messo in luce un tratto di muro diversamente orientato (scil.: rispetto a quelli d’età lucana), su cui si impostano i muri superiori”. (Copia della Relazione, gentilmente inviatami dalla Dottoressa Fiammenghi, è parte rilevante della documentazione raccolta dallo scrivente.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (21) postillava che: “(21) A. Giudice, Breve Monografia etc., cit., p. 14 seg.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (22) postillava che: “(22) A. Fiammenghi, Relazio scientifica sugli scavi di Laurelli, cit. passim; G. L. Mangieri, Velia: problemi di circolazione monetaria, in Rassegna Storica Salernitana”, 2 (1993), p. 13 seg.: “….un inedito tesoretto rinvenuto il 21 settembre a Caselle in Pittari, in località Laurelli, …dove esisteva un centro indigeno. Ivi sono stati rinvenuti 19 esemplari di cui 17 leggibili; si tratta di 12 monete in AR(GENTO)) di Taranto, 1 AR di Kotron, 3 AR di Eraclea, ed un bronzo velino. Il materiale doveva essere conservato in uno skyphos rinvenuto frantumato nei pressi e con tracce di bruciature presenti anche sulle monete. Queste si datano fra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C. Anzi le datazioni delle monete più recenti di Taranto, Eraclea e Croton sono coincidenti ed indicano nell’anno 270 a.C. il termine ultimo dell’interramento. Si desume che un incendio possa essere stata la causa della distruzione, con conseguente abbandono, del sito”.”. Il Fusco, a p. 80, nella nota (23) postillava che: “(23) F. Fusco, Quando la storia etc…, cit. p. 187 seg.”. Il Fusco, a p. 81, nella nota (24) postillava che: “(24) Cfr. in particolar modo il saggio citato alla nota 18.”. Il Fusco, a p. 81, nella nota (24) postillava che: “(24) W. Johannowsky, Risultati e problemi della ricerca archeologica nel Salernitano, in “Rassegna Storica Salernitana”, I (1984), p. 59.”.

Nel V-IV sec. a.C., l’insediamento “Lucano” al Timpone di Sapri

Riguardo gli antichi insediamenti d’epoche passate presenti nell’area Saprese, andrebbe ulteriormente e meglio indagata la notizia citata dallo studioso Domenico Di Lascio (…), nel suo ‘Dal Sele al Lao – le vie Romane del Lagonegrese’, dove a p. 121, parlando di Sapri, citava una notizia tratta dalla studiosa Paola Bottini (…), in ‘Archeologia, Arte e Storia alle sorgenti del Lao’, ed in proposito scriveva che: “In località “Timpone” è venuto alla luce un sito antropico risalente al VII-VI secolo a. C. simile a quello trovato in prossimità della foce del Bussento nei pressi di Policastro Bussentino (CAS95).”. Il Di Lascio (…), a p. 62, spiegava il significato di GAS, scrivendo che: “I dati emersi della ricerca Archeologica vengono analizzati e tratti dalle seguenti opere: CAS – (Castelluccio), P. Bottini, Archeologia Arte e Storia alle sorgenti del Lao.”. In effetti, il testo della Bottini si trova nel Catalogo della mostra a Castelluccio (PZ) che fu curato da Paola Bottini e la prefazione di Dinu Adamesteanu. Paola Bottini ed altri autori, hanno parlato approfonditamente degli insediamenti e dei recenti ritrovamenti archeologici negli Atti del Convegno che si tenne a Taranto nel 1990 e pubblicati in AA.VV. (…), ‘A Sud di Velia – I, Ricognizioni e ricerche 1982-1988′, a cui rinvio per gli opportuni approfondimenti. Nel testo citato, a p. 17, la studiosa Giovanna Greco, in proposito scriveva che: “Un recente recupero a Sapri, alle falde della collina del Timpone, di materiale ceramico sia di tipo ionico a fasce che attico a vernice nera pertinente alla fase tardo arcaica ripropone il problema dell’ubicazione di Scidro (16) subcolonia sibarita dove, secondo Erodoto, si rifugiarono i Sibariti dopo la distruzione della propria città (Her. VI, 21).”. Nello stesso testo, da p. 34 e sgg., nella ricognizione dei ritrovamenti nel territorio saprese, le studiose Fiammenghi e Maffettone (…), non citano nulla di quanto affermato dal Di Lascio (…), sulla scorta della Bottini (…), ma citano alcuni significativi ritrovamenti fatti in località ‘Canale’ e ‘Giammarone’. In particolare io credo che la Bottini (…), si riferisca all’insediamento “stagionale” ritrovato in località “Carnale”, a cui rimando per gli opportuni approfondimenti. In particolare la Bottini (…), in questo testo, pubblicò “La ricerca Archeologica nell’area del Lagonegrese”, dove però la Bottini, connette i ritrovamenti in località “Colla”, nel territorio di Rivello, con i porti Velini ecc….Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città colonia di Scidro e Pixunte (38).. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava: “(37) Johannowsky, 1983a”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (38) postillava: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18.”. Si tratta del testo di “(38) GRECO G. 1990b = G. GRECO, Dall’Alento al Mingardo, in A SUD DI VELIA 1990″.

Nel ‘356 a.C., i Bretti o Bruzzi conquistarono Terina e Skidros

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 4, in proposito scriveva che: La colonia di Micito non durò a lungo: nel V e IV secolo si moltiplicarono le invasioni barbariche che minacciarono seriamente la civiltà greca. Alcune tribù appenniniche (Sanniti, Irpini, Japigi, Lucani, Messapi, Frentani ecc.) migrarono a più riprese a sud e si estesero fino alla Puglia e alla Calabria. In Calabria i Bruzii insorsero contro i Lucani dominatori, e, con l’aiuto di Alessandro d’Epiro, li sconfissero nella grande battaglia di Paestum nel 330 a.C. Di certo in questo anno i fuggitivi di Paestum ripararono a Pixunte. Da questo momento i lucani si ritirarono definitivamente nella regione situata tra i quattro fiumi principali (Sele, Lao, Crati e Bradano), cioè la Lucania.”. Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 598, in proposito scriveva che: Non siamo esattamente informati circa l’anno preciso in cui i Bretti, staccatisi dai Lucani, vennero a riaffermare la loro confederazione etnica, se ne parla una volta solo incidentalmente per il tempo di Dionisio il Vecchio, mentre anche per gli anni precedenti al principio di lui è fatta più esplicita menzione dell’attività dei Lucani. I Bretti sono ricordati nel 356 ossia per il tempo in cui Dione, partito dal Peloponneso, mosse guerra a Dionisio ed eccitò contro i Lucani. Sarebbe interessante stabilire i relativi rapporti fra i Lucani e Bretti negli anni successivi, ma i dati superstiti non ci permettono spingere oltre lo sguardo. L’anarchia in cui si trovarono quasi tutte le città della Sicilia e d’Italia dette occasione anche ai Bretti di affermarsi e non è improbabile che alla loro azione per gli anni precedenti si accenni da Platone allorchè parla dei gravi danni che alle città Italiote venne dall’opera dei servi. Verso il 356, se stiamo a Diodoro, i Bretti s’impadronirono di Terina, di Hipponio e di altre località e d’allora in poi diventarono elemento politico che ebbe parte notevole nelle vicissitudini che s’intrecciano con i regni di Agatocle e di Pirro.”. Da Wikipedia leggiamo che i  Bruzi (in latino: Brettii o Bruttii) erano un antico popolo di stirpe italica che abitò la Calabria che, in epoche successive, fu la parte meridionale della Regio III augustea Lucania et Bruttii. Il nome della civiltà deriva dalla guerriera Brettia che secondo molti storici contemporanei è la prima donna guerriera occidentale che ha guidato 500 giovani guerrieri ribelli contro i Greci (da qui “Bretti” o Bruzi). Nel frattempo, da popolo ormai libero, le tribù dei Bruzi si coalizzarono in una lega, ed eressero a loro capitale una città, non è dato di sapere se fondata ex novo o preesistente, e che chiamarono Consentia (l’attuale Cosenza), nome che suggellava proprio il “consenso” delle varie tribù. Finita la fase nomade di questo popolo, in meno di un secolo, i Bretti si costituirono in numerosi piccoli villaggi distanti pochi chilometri l’uno dall’altro, intervallati da roccaforti chiamate oppida, nuclei urbani fortificati, nelle quali si riunivano le classi sociali più elevate (guerrieri, magistrati e, si pensa, sacerdoti) per prendere decisioni per la gestione e la difesa dei villaggi limitrofi. Venne battuta moneta, e il tessuto sociale iniziò a prendere forma con il consolidamento delle classi sociali. La più importante era quella dei guerrieri. Iniziarono le mire espansionistiche, e i Bruzi riuscirono ad ottenere importanti successi sia a sud che a nord del loro territorio fino ad impattare ad oriente e ad occidente con le polis della Magna Grecia. Oltre ad un sistema di monetazione proprio, i Bruzzi di lingua osca, ma definiti dagli antichi popolo bilingue per la familiarità che avevano anche col greco appreso negli assidui contatti col mondo italiota, avevano anche adottato formalmente una scrittura basata appunto sull’alfabeto dorico di tipo acheo. Oltre Consentia, le principali città erano (in latino, lingua che ricalcava i nomi originali[senza fonte]): Pandosia (città di cui ancora oggi si cercano le tracce e che forse doveva sorgere fra gli attuali comuni di Castrolibero, Mendicino, Marano Principato e Marano Marchesato sul Crati o presso l’attuale Acri sul Mucone), Aufugum (l’attuale Montalto Uffugo), Argentanum, Clampetia, Bergae, Besidiae l’attuale Bisignano ed Ocriculum. La cosiddetta confederazione dei Bruzi. Per la fase che precede l’occupazione romana della regione nell’età ellenistica la ricerca archeologica ha permesso di individuare una sessantina di centri indigeni nella Calabria, di cui quindici risultano fortificati. Tra la metà del IV e la metà del III secolo a.C., i Bruzi attaccarono e conquistarono diverse città magno-greche, (tra cui, sul versante tirreno Themesa e Terina, Hipponion (l’attuale Vibo Valentia), e su quello ionico addirittura la mitica Sybaris. Le polis magno-greche riuscirono a respingerli solo per un breve periodo dopo l’alleanza con Dionisio. I Greci d’Italia quindi tentarono di resistere per l’ultima volta, invocando l’aiuto di Alessandro il Molosso, re d’Epiro e zio di Alessandro Magno, ma anch’esso venne sconfitto dai Bruzi perdendo la vita proprio alle porte di Pandosia (331 a.C.). Al principio del III secolo a.C. il lungo assedio dei Brettii a danno delle superstiti città libere di Crotone, Locri e Reggio, comportò che le città magno-greche dovettero pagare ai Brettii pesanti tributi per assicurarsi un territorio da coltivare in sicurezza, almeno per garantire l’alimentazione alla popolazione. In questa fase vennero a svilupparsi gli insediamenti collinari della Brettia ionica, tra Thurii e Crotone, secondo il modello vicano-paganico, ossia di un territorio (pagus) fittamente disseminato da fattorie rurali, la cui base economica era incentrata sullo sfruttamento delle risorse agro-silvo-pastorali e che utilizzava dei villaggi (vicus) come centro servizi per il mercato, le funzioni religiose e le assemblee. Alcuni dei vici erano fortificati con cinta muraria per accogliere gli abitanti in caso di emergenza, e fra questi la ricerca archeologica del XIX sec. ha consentito di identificare i vici di Castiglione di Paludi, Cerasello e Muraglie a Pietrapaola, Pruija a Terravecchia, il tempio di Apollo Aleo a Cirò, che venne rivitalizzato ed ampliato, Petelia (Strongoli) la metropolis dei Lucani ricordata da Strabone (VI, 1, 3 C254). Ecco, non conosciamo e forse dovrebbe essere ulteriormente indagato quel periodo per capire se nei risvolti di quelle guerre abbia avuto un ruolo la piccola città magno-greca di Skidros. Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 598, in proposito scriveva che: “Della potenza raggiunta dai Bretti dette prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re di Epiro, zio di Alessandro il Grande.”. Il Pais, a p. 598, vol. II scriveva pure che: “Nel IV secolo i Bretti esercitarono parte preponderante sulla storia della Magna Grecia, ove politicamente per qualche tempo, ereditarono in parte quell’influenza che il  passato vi avevano esercitato le colonie Greche. In codesta età, per quel che sembra, va fissata la notizia che i Bretti distrussero la terza Sibari che sulle sponde del Traeis (Trionto) era stata fondata dai vecchi Sibariti, perseguitata dai Thurini.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, ed. 1925, vol. II, nel capitolo VI: “Le imprese di Alessandro il Molosso”, a pp. 272-273, in proposito scriveva che: “Della potenza raggiunta dai Bretti aveva dato prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re di Epiro, zio di Alessandro il Grande……. Poniamo ora in rilievo che le popolazioni Sannitiche, alle quali fra poco dovevano succedere i Romani,……Ben presto però Alessandro si accorse che la lotta coi Bretti era assai ardua. Era difficile penetrare nell’interne vallate dell’aspra regione montagnosa occupata da quelle genti forti e selvagge;…Etc…”. Ettore Pais, nel suo “Storia critica di Roma”, vol. IV, a p. 326, in proposito scriveva che: “Trasportato per mare un esercito sulle coste del Tirreno e sbarcatolo a Posidonia a sud del Silaro (a Paestum dei Lucani), s’incamminò per quella valle del Tanagro che attraversando la Lucania conduce alla regione dei Bruzi (3). La popolazione indigena dei Bruzi, che nella seconda metà del secolo V, era stata per un poco assoggettata dai Lucani, da qualche decennio si era emancipata. Strettasi in potente federazione, che aveva per sede Pandosia nella valle interna del Crathis, antica reggia delle popolazioni Enotriche, si era accinta a conquistare le sottoposte città Elleniche. Terina per la prima era venuta in loro potere nel 356, e nel coso della loro conquista s’insignorirono di Eiponion già colonia di Locri (Vibo) e poi di Thurii.”. Il Pais, a p. 326, nella nota (3) postillava: “(3) Liv. VIII 17, 9; cfr. con Lyc. Rheg. apud Step. Byz., s.v. Σκιδρος; cfr. le mie Ricer. Stor. geogr., p. 143.”. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso”, a pp. 143-144 e ssg., in proposito scriveva che: “Alessandro si collegò, come dicemmo, con l’achea Metaponto e con l’attica Turio, ambo nemiche di Taranto (1); e noi ci attenderemmo a questo punto menzione dei Crotoniati, dei Locresi, dei Reggini e delle altre città greche delle Calabrie, che a partire dal 356 circa a.C. erano cadute in mano dei bretti. La notizia della presa di Terina, dato che nel passo di Livio più volte discusso si accenni realmente a lei, mostrerebbe che Alessandro si impadronì di tale regione. E a questo medesimo risutato conducono nel fatto le monete di Hipponium, pur conquistatanel 356 dai Bretti. In tal monete appare il culto di Zeus Olimpio, che vengono dai numismatici attribuite al tempo di Alessandro (2). Dal complesso però delle scarse informazioni che noi abbiamo su questo periodo parrebbe doversi ricavare che le città del Bruzio erano turbate da continue lotte intestine determinate dall’elemento greco in opposizione a quello bruzio, che a partire appunto dal 356 a.C. le aveva conquistate (3).”. Il Pais, a p. 142, nella nota (1) postillava: “(1) Iustin., XII, 2, 12”. Il Pais, a p. 142, nella nota (2) postillava: “(2) Head, Hist. num., p. 82”. Il Pais, a p. 142, nella nota (3) postillava: “(3) Diod. XVI 15, 2.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, cap. I: “Bruzzi, Lucani e Messapi”, a p. 2 e sgg., in proposito scriveva che: “Il pericolo lucano si faceva sentire sempre più. E c’è narrato che avvantaggiandosi della ribellione del popolo siracusano, diretta da Dione, per cui Dionisio II era costretto a fuggire per la prima volta da Siracisa (a. 356), la gente dei Bretti o Bruzzi staccatasi dal popolo lucano veniva a formare una confederazione propria con capitale Cosenzia: celermente avrebbero essi conquistato non solo Pandosia e Temesa, ma anche Terina, Ipponio e Turio, sì da estendere poi, a nord, il loro dominio sulla linea che da Turio, nell’Ionio, giungeva a Cerilli (Cirella) nel Tirreno, poco giù dalla foce del Lao (2). Lasciando da parte la questione dell’origine e del significato del nome di Bretti, su cui favoleggiavano in vario modo gli antichi (1) e che sembra esistesse già molto prima del 356, se era noto ad Aristofane (2) (si da far ritenere che indigeno fosse il nucleo della loro popolazione, alla quale si sarebbero sovrapposti elementi lucani), indubitato è che presto essi giunsero sin presso Turio e non lungi da Lao.”. Il Ciaceri, a p. 2, nella nota (2) postillava: “(2) Diod. XV 15; Strab. VI 255 sqq.; cfr. Iustin. XXII 1”. Il Ciaceri, a p. 3, nella nota (1) postillava: “(1) Gli antichi s’occuparono più volte del significato del nome Βρεττιοι ‘Bruttii’. Forse in lingua osca sonava come ‘servi fuggitivi’ (Diod. l.c., Strab. l.c.), per cui si narrava che in origine essi  erano stati servi dei Lucani e che dopo s’erano fatti indipenenti. Trattasi d’una leggenda etimologica, che ritorna sotto altra forma in seguito quando i servi che accompagnano i magistrati romani nelle province son detti bruttiani: sarebbero stati, questi, i Bruzzi, che fedeli fino all’ultimo ad Annibale dopo per punizione di Roma etc…”. Il Ciaceri, a p. 3, in proposito scriveva pure che: “E, invero, concepibile che in primo tempo, impadronitisi di città interne, quali Pandosia e Temesa (6), occupassero sulla costa anche Terina affacciandosi sul golfo di S. Eufemia, se già di circa mezzo secolo la conquista lucana di Posidonia, Pissunte e Lao aveva aperto alle invasioni la via costiera che da nord scendeva verso sud; etc…”. Il Ciaceri, a p. 5, in proposito scriveva pure che: “Il pericolo diventava tanto più grande in quanto i Bruzzi, i quali dalla tradizione letteraria sono rappresentati come ribelli al popolo dei Lucani, in realtà erano naturalmente portati ad agire in pieno accordo con essi, che non avevano di già indugiato a muovere in guerra contro Taranto (a. 346)(4). E con Bruzzi e Lucani ora cooperavano anche gli Iapigi Messapi ribellandosi all’egemonia di Taranto; onde i popoli invasori venivano a formare un fronte unico, che dal retroterra della penisola Salentina si estendeva sino al Bruzzio inferiore.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 278, nel cap. “Conclusioni – I culti e i miti delle singole colonie etc..”, parlando degli Enotri, in proposito scriveva che: E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Dunque, il Giannelli scriveva e si chiedeva se i primi Italici o pre-italici “…non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, ….”, ovvero quell’antico popolo dei Bruzi che: “…parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani”, “…sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli riconosceva che i Bruzi, dopo essere stati sopraffatti dai Lucani, riuscirono con la loro forza a conquistare molte città magno-greche che ancora non erano state sopraffatte dai Lucani. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII Bericht uber die Ausgrabungen in Olympia. Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo – a noi finora ignoto – dei Serdaioi. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”. Il Giannelli, dunque postilla nella nota (1) del popolo ignoto dei Serdaioi, che secondo lui non può essere quello dei Bruzi. Infatti, il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava sul popolo ignoto dei “Serdaioi”: “(1) Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”.”. Dunque, il Giannelli postilla e conclude sul popolo dei Brezi e dei Serdaioi che: “(1) ….In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”. Dunque, il Giannelli ipotizzava e si chiedeva se le prime popolazioni Italiche che abitarono, non siano stati proporio i Bruzi che il Pais chiamava “Bretti”. Il Giannelli però, nella nota (1) di p. 282 cita il popolo dei “Serdaioi” del patto stipulato con Posidonia. Dunque, ai tempi della spedizione in Italia di Alessandro il Molosso, Skidros o Scidro doveva esistere già da tempo e molto probabilmente, come la città Italiota di Terina, fu assoggettata ai Bretti che l’avevano conquistata. Dunque, il Pais scriveva che la città Italiota di Skidros esisteva ai tempi della spedizione di Alessandro il Molosso e che egli la tolse ai “Bretti”, insieme alla città di Terina. Dunque, il Pais sosteneva che Scidro fosse una città dei Bretti o da loro assoggettata. Da Wikipedia sulla città di Terina leggiamo che La città di Terina fu fondata, probabilmente sul sito di un preesistente insediamento greco, nella prima metà del V secolo a.C. dai Crotoniati, dopo la vittoria di Crotone su Sibari del 510 a.C. Tra il V e il IV secolo a.C. Terina entrò a far parte della Lega Italiota con lo scopo di sottrarsi alla sempre più crescente pressione dei Lucani trovandosi costretta però ad entrare nell’area egemonica dei Siracusani per tutelarsi dalla sempre maggiore aggressività lucana. Dopo il 356 a.C. Terina venne conquistata dai Brettii. La conquista ad opera della popolazione italica però non sembra aver inciso sulla floridezza della città che, come testimoniato anche dalla sua monetazione, continuò anche sotto la dominazione bruzia. Questa fu interrotta qualche decennio dopo dalla liberazione ad opera di Alessandro il Molosso che, durante la sua campagna in Italia, liberò Terina ed altre città greche dal dominio delle popolazioni italiche. Alla morte del Molosso però (330 a.C.) la città cadde nuovamente sotto il dominio bruzio fino all’inizio del III secolo a.C. quando insieme alla madrepatria Crotone e alla vicina Ipponio fu conquistata del tiranno e re di Siracusa Agatocle. Morto Agatocle la città finì nuovamente sotto il dominio dei Bretii. Forse la stessa sorte subì la città italiota di Skidros. Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 601, in proposito scriveva che: “Proteggendo Thurii, Metaponto ed altre città Italiote, di cui non è esplicitamente fatto il nome, Alessandro il Molosso si ingaggiava a difenderle contro i Lucani ed i vicini Bretti. Erano costoro, come dicemmo, tra loro nemici, l’interesse comune li associava contro l’Epirota, il quale tolse loro alcune località che avevano occupato, Terina, Skidro e forse Hipponio.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. II, nel capitolo VI “Le imprese di Alessandro il Molosso”, a pp. 272-273, in proposito scriveva che: “Della potenza raggiunta dai Bretti aveva dato prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re di Epiro, zio di Alessandro il Grande……. Poniamo ora in rilievo che le popolazioni Sannitiche, alle quali fra poco dovevano succedere i Romani,……Ben presto però Alessandro si accorse che la lotta coi Bretti era assai ardua. Era difficile penetrare nell’interne vallate dell’aspra regione montagnosa occupata da quelle genti forti e selvagge;…Etc…”.

Nel 388 a. C., la città di Hipponion, poi Vibona fu distrutta dal tiranno di Siracusa, Dionisio I

Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 4 e ssg. nel cap. I: “Degli antichi Abitatori della Lucania etc…”, a p. 7 scriveva pure che: “Vissero i Lucani dopo stabilito il loro Regno tranquillamente fino al secondo Anno dell’Olimpiade centesima quinta, quando fu la loro felicità disturbata dalle armi di Dionigi Re di Cicilia, il quale simulando di dare aiuto alle Colonie Greche, e difenderle dalle incursioni de’ Lucani…fece guerra, come avvisò Strabone (c)…la pace co’ Lucani, alla fine partissi. Liberatisi i Lucani da tal guerra straniera fuori d’ogni aspertazione si videro turbato il sereno della loro felicità da una guerra intestina recatagli da Bifolchi, ed altra gente selvagia lor serva, lor che avvenne nel primo dell’Olimpiade centesima sesta, e negli anni di Roma CCCXCV. nel consolato di M. Pompilio Lenate, Cn. Canlio, come avvisa Carlo Sigonio (a). La di cui origine al dire di Lucio Florio, e di Giustino (b) fu di tal giusa: etc…”. Il Gatta, a p. 7, nella nota (c) postillava: “(c) Strabone lib. 6. re autem vera, ut communem Graecorum invicem concordiam dissolveret, et securius interiores suo redderet Imperio.”. Il Gatta, a p. 8, nella nota (a) postillava: “(a) Sigonio de antiquo Jure Italiae cap. 12. Primum in his Regionibus apparuisse homines agrestes, et fugitivos, atque propterea domestica ejus lingua Brutios appellatos.”. Il Gatta si riferiva al testo di Carlo Sigonio (….), Carolus Sigonii (….). Da Wikipedia leggiamo che Carlo Sigonio (Modena, 1520 circa – presso Modena, 28 agosto 1584) è stato uno storico italiano di espressione latina. Tra i primi studiosi a dedicarsi alla storia medievale, Sigonio è considerato «il vero scopritore del Medioevo, quello che lo aperse agli studi e ne accennò la strada.». Sigonio, nel 1560 pubblicò De antiquo jure Romanorum, Italiae, provinciarum, citato dal Gatta. Luigi Tancredi (…), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, p. 62 parlando della città scomparsa di “Vibona” in proposito scriveva che: “Nel 388 a. C. il tiranno di Siracusa, Dionisio il Vecchio, distrusse la città di Hipponion ed il nome scomparve (8). Pochi anni dopo, nel 379 i Cartaginesi ricostruirono la città ed appare il nome di Vibona, in greco Viponion (9). Per quasi due secoli la città esiste sotto questo nome finchè, nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10). Non è l’unica di questo nome. Ancora oggi esiste ‘Valencia’ in Spagna, ‘Valence’, in Francia ecc..Per distinguere questa Valentia dalle altre, si trascina insieme al nuovo nome anche quello vecchio, e quindi abbiamo “Vibo Valentia” a partire dal 194 a.C. (11). Durante il governo romano decade la città, come tutta la Magna Grecia, dall’antico splendore. Ecc…”. Il Tancredi nella sua nota (8) postillava che: “(8) Diodoro Siculo, op. cit., XIV, 107”. Il Tancredi nella sua nota (9) postillava che: “(9) Diodoro Siculo, op. cit., XVI, 15”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Il Tancredi nella sua nota (11) postillava che: “(11) Tito Livio, op. cit.”. Sempre il Tancredi (….), a p. 65, in proposito scriveva pure: “La forza distruttrice di Valentia è l’uomo Dionisio che distrugge Hipponion la quale rinasce ben differente dalla prima, come “Viponeia”, finchè, ridotta agli estremi, va vivificata dai Romani con l’invio di 400 coloni (18) e di nuovo Federico II deve ricostruire sulle tracce della scomparsa, o malridotta città, la nuova Monteleone.”. Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. V parlando dei “I Lucani”, a p. 128, in proposito scriveva che: “Ma col secolo V le incursioni disorganizzate cominciarono a trasformarsi nella ordinata minaccia di uno stato unitario, ed è in lotta con Turii che, presso Polieno (39), compare per la prima volta il nome dei Lucani; è contro di essi infatti che Turii chiama in aiuto Cleandrida. Si imponeva così la necessità di una lega. Questa che appare composta dapprima di Sibari sul Traente, Crotone, Caulonia, quindi anche di Elea e Metaponto, era tanto più necessaria nel momento in cui non solo i Lucani ma anche Dionisio il vecchio, tiranno di Siracusa, andava diventando minaccioso, secondo Diodoro (XIV, 90-91), col tentato assalto di Reggio nel 393. Ma non è detto quale di questi pericoli abbia dato la spinta decisiva. Sempre secondo Diodoro, l’anno 390, Dionisio, essendo stato duramente sconfitto e messo in fuga nel suo tentativo di assalire Reggio, strinse alleanza con i Lucani (c. 100). E quando gli alleati, imbaldanziti dalla vittoria su Dionisio, si preparono a venire in soccorso dei Turini contro i Lucani, Dionisio spedisce delle navi in aiuto di questi. Sicuri dell’aiuto, i Turini si danno alla caccia dei predoni Lucani, i quali lentamente si ritirano, sempre inseguiti. Facendo una ricca preda, attraversarono tutta la zona montuosa ed arrivarono presso Lao sulla riva tirrena. Ma qui si videro circondati dai Lucani che, in posizioni dominanti, avevano raccolto un esercito doppio (c. 101). La maggior parte dei Greci fu uccisa; molti dei superstiti si buttarono in acqua, dirigendosi verso le navi che essi credevano di Reggio ed erano invece quelle di Leptine, il fratello di Dionisio. Questi usò clemenza e si interpose perchè i Lucani s’accordassero di un modico prezzo di riscatto e facessero la pace. Etc…”. Stando alle fonti nel IV secolo Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa, dopo avere vinto la Confederazione italiota e conquistato e consegnato agli alleati Locresi le città di Crotone, Skylletion e Kaulonia, distrugge anche Hipponion nel 388, ne deporta gli abitanti in massa a Siracusa, e consegna così il suo territorio ai Locresi, diventati sostenitori e fedeli alleati nell’opera di conquista dell’intero territorio calabrese. La storia d’Hipponion fino al 389 a.C. è avvolta nel mistero: si sa con certezza che fu città greca, colonia di Locri, che fu sotto il dominio di Siracusa con Dionigi il Vecchio, sotto Alessandro d’Epiro, di Agatocle, dei Bretti, cui la sottrassero i Romani verso la fine della seconda guerra punica, istallandovi una Colonia, nel 192, col nome di Vibo Valentia. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso”, a pp. 143-144 e ssg., in proposito scriveva che: Alessandro si impadronì di tale regione. E a questo medesimo risutato conducono nel fatto le monete di Hipponium, pur conquistata nel 356 dai Bretti. In tal monete appare il culto di Zeus Olimpio, che vengono dai numismatici attribuite al tempo di Alessandro (2).”. Il Pais, a p. 142, nella nota (2) postillava: “(2) Head, Hist. num., p. 82”.

Nel III sec. a.C., Stefano di Bisanzio cita Pyxus sulla scorta di Apollodoro

Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a pp. 9-10, cap. I, parlando del fiume Bussento, in proposito scriveva che: “Che dunque si è pensato della topografia del Bussento ?. Son diverse le sentenze. Il Bizantino nel suo Libro delle città credette un Bussento nell’Enotria ed un altro nella Sicilia fondato da Mianto (2). Carlo Stefano nel suo Dizionario – Storico – Geografico – Politico diè vita agli errori del Bizantino ed aggiunse di più essere il Bussento un paese nel seno di Posidonia, ed un paee nella Lucania ‘ad Laum Fluvium’ (3). Il Volaterrano nei ‘Commentari delle città’ lo stabilì fra Squillace e Metaponto etc…”. Il Gaetani (….), a p….., nella nota (2) postillava che: “(2) Πυξις πολις εν μεσογεια των Οινωτριων, το εθνιχον , Πυζιος. Πυξους πολις Σικελιας κτισμα Μιανθον”.

note

Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, parlando di Pyxus, in proposito che “Ritrovasi mentionata ancora questa Città nella Lucania da altri Antichi, e particolarmente da Velleio, Pomponio Mela, e Tolomeo. Stefano Bizantino disse sia Città di Sicilia Πυξους πολις Σικελιας (2), e ne fu notato da Casanbono (3) il quale pensò amendarlo riponendo ‘Πυξους πολις Ιταλιας’;  poca ragione anzi nulla egli si ebbe havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto per le ragioni e autorità che altrove furono apportate.”. Il Gaetani scriveva che in Stefano di Bisanzio (….), o Stefano Bizantino, è scritto che la città di “Pyxus” è:  “Πυξους πολις Σικελιας”, ovvero che “Pyxus è città della Sicilia”. Il Gaetani, a p. 17, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Stefano de Urbibus”. Rocco Gaetani, sulla scorta del manoscritto del Mandelli chiamava Stefano Bizantino “Stefano de Urbibus”. Il Gaetani si riferisce al testo di Stefano di Bisanzio (….), e del suo “de Urbibus” (Sulle città). Il Gaetani, a p. 17, nella nota (3) postillava: “(3) Nella pp. lib. 1 c. 3.”. Il Gaetani, riferendosi a Policastro, scriveva: sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’.“. Clara Bencivenga –  Trillimich (40), nel suo “Pyxous – Buxentum”, a p……, sulla scorta del Gaetani (…..) a proposito di Bussento o “Buxentum” (ora Policastro Bussentino) scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (….), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (….).”. La Trillimich (….) ed il Gaetani (….) si riferivano all’opera di “(3) Stefano Bizantino, Lessico geografico, Etnikà, Amsterdam, 1678.” che è la stessa opera a cui si riferiva il La Greca parlando del “Lessico” di Stefano Bizantino. La studiosa Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo ‘Pyxous-Buxentum’, a p. 704, parlando di Bussento, scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501, i vescovi Rustico e per il 542 il vescovo Agnello (10).”. La Trillmich (…), nella sua nota (9), postillava che: “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς. e, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Gaetani Rocco, L’Antica Bussento, oggi Policastro Bussentino’, in Gli studi in Italia’, Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 376.”. La Trillmich (…), dunque sulla scorta del Gaetani (…), citava Stefano Bizantino (…): “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς..

Nel III sec. a.C., Stefano di Bisanzio, sulla scorta di Apollodoro,  cita il fiume Lao

Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 444-445 parlando del fiume Bato, poi detto Lao e di Talao, in proposito scriveva che: “Gli antichi lo chiamavano indifferentemente ‘Lao’, o ‘Talao’; …..Tolomeo chiamollo Lao, facendolo confine delle due regioni. ‘Stefano’ (I) per l’autorità di Apollodoro disselo anche Lao: ‘Laus Urbs Lucaniae authore Apollodoro de orbo terrae lib. 2. a Lao amne’. ….”. L’Antonini, a p. 444, nella nota (I) postillava che: “'(I) …..Apollodoro nel lib. I della Biblioteca anco dice: ‘Valerio Flacco, dello stesso ancor fece parola, siccome un poco più chiaro ‘Pindaro in Nemea’ così tradotto ‘& ab Argis    Ductores nondum erant Talaii Filii, lue hac violenter oppressi’. Che se gli Argonauti per questi lidi passarono, siccome lungamente s’è dimostrato, e come Igino ragionando di Bute, nella favola 14 disse; non ha dell’inverisimile, che uno di essi avesse al fiume, ed al luogo suo nome dato. Da altra banda però sappiamo, che simile denominazioni sono mere imposture.”. Dunque, l’Antonini è il primo a dirci del viaggio degli Argonauti e di Giasone raccontato da Apollodoro nella sua opera “Biblioteca”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte I, cap. II, a pp. 125 e ssg., in proposito scriveva che: Similmente la menzione che ne fa Stefano di Bizantino deve intendersi solo come un ricordo. Lao è detta esplicitamente città della Lucania da Strabone (VI, 252-3) e da Stefano Bizantino, che dipende da un passo di Apollodoro. Implicitamente doveva essere stata creduta tale da Antioco di Siracusa (fram. 6°; cfr. Strab. VI, 254), e da Plinio (l. c. ), che consideravano il fiume Lao come il confine settentrionale, il primo dell’Italia, il secondo del Bruzio, da questo lato.”. Da Wikipedia leggiamo che Apollodoro di Atene, figlio di Asclepiade (in greco antico: Ἀπολλόδωρος ὁ Ἀθηναῖος; 180 a.C. circa – Atene, 120-110 a.C.), è stato uno storico, grammatico e lessicografo greco antico. Le opere attribuite ad Apollodoro sono tutte perdute nella loro interezza, eccezion fatta per 356 frammenti, dai quali si evince che aveva composto lavori di erudizione storico-cronografica. Di argomento geo-etnografico era, poi, l’ampio trattato Sul Catalogo delle navi (Περὶ νεῶν καταλόγου), in 12 libri, una sorta di commento storico-geografico all’omonima sezione del II libro dell’Iliade concernente la flotta greca. Di quest’opera, che trattava nel dettaglio questioni relative a toponimi e città spesso scomparse, restano 58 frammenti, spesso tramandati da Strabone e Ateneo di Naucrati. In virtù dell’ampio lavoro sulle divinità, ad Apollodoro sarebbe stata erroneamente attribuita la cosiddetta Biblioteca (Βιβλιοθήκη), compilata forse nel II secolo, ordinata per genealogie.

Lico di Reggio (in Stefano di Bisanzio) cita Scidro, nella sua opera su Alessandro il Molosso

Lico di Reggio (Reggio, IV secolo a.C. – III secolo a.C.) è stato uno storico greco antico. Nemico di Demetrio Falereo, fu una delle fonti più importanti di Licofrone che, adottato da Lico, da lui attinse per la sua Alessandra. Lico di Reggio (Reggio, IV secolo a.C. – III secolo a.C.) è stato uno storico greco antico. Nemico di Demetrio Falereo, fu una delle fonti più importanti di Licofrone che, adottato da Lico, da lui attinse per la sua Alessandra. Lico di Reggio. – Storico greco (attivo tra la fine del IV e gli inizî del III sec. a. C.), autore di alcune opere, di cui possediamo frammenti, sulla Libia, sulla Sicilia, sulle imprese di Alessandro d’Epiro in Italia. Fu avversario di Demetrio Falereo, forse durante la sua permanenza in Egitto. L. fu tra le fonti principali di Timeo e di Licofrone. L’opera di Lico di Reggio è contenuta in opera più tarda scritta da Stefano Bizantino.

Stefano Bizantino, Lessico geografico

Il passo di Lico di Reggio (…) è contenuto in un testo di Stefano di Bisanzio o Stefano Bizantino. Stefano di Bisanzio, conosciuto anche come Stefano Bizantino (in greco antico: Στέφανος Βυζάντιος; VI secolo – …) è stato un geografo bizantino, autore di un importante dizionario geografico intitolato Etnica (Ἐθνικά) in 50 o 60 volumi. Stefano utilizza come fonti principali i geografi dell’antichità, quali Tolomeo, Strabone e Pausania, i grammatici e i commentari a Omero. La sua conoscenza della geografia è nondimeno approssimativa e le sue etimologie sono confuse. Il lavoro è di enorme valore per le informazioni di carattere geografico, mitologico e religioso che fornisce sull’antica Grecia. Del dizionario sopravvivono scarsi frammenti ma ne esiste un’epitome compilata da un certo Ermolao. Ermolao dedica la sua epitome a Giustiniano; se sia il primo o il secondo imperatore di questo nome è incerto, ma sembra probabile che Stefano visse nella prima parte del VI secolo sotto Giustiniano I. I frammenti iniziali rimasti dell’opera originale (alcuni dei quali contengono lunghe citazione di autori classici e molti interessanti dettagli storici e topografici) sono Contenuti nel De administrando imperio di Costantino Porfirogenito, capitolo 23 (la voce Ίβηρίαι δύο) e nel De thematibus, ii. 10 (un rapporto sulla Sicilia); gli ultimi includono un passaggio del poeta comico Alessi sulle Sette maggiori isole. Un altro frammento importante, che va dalla voce Δύμη alla fine del Δ, esiste in un manoscritto della biblioteca Seguerian. Costantino Porfirogenito fu comunque l’ultimo a consultare l’opera completa, la Suda e Eustazio di Tessalonica usano già il compendio. La versione moderna standard è quella di Augustus Meineke (1849), e di recente è stata pubblicata una nuova edizione critica dell’intera opera a cura di Margarethe Billerbeck (già Università di Friburgo) per il Corpus fontium historiae Byzantinae (2006-2017, V voll.). Per convenzione, i riferimenti si riferiscono alle pagine dell’edizione Meineke. La prima edizione moderna fu pubblicata dalla stamperia aldina nel 1502. Infatti, lo storico e geografo Stefano di Bisanzio scriveva nel VI secolo a.C.., forse quando questa provincia della ex Lucania Romana apparteneva alla Sicilia Bizantina. Infatti, il racconto di Stefano di Bisanzio risale all’epoca dell’occupazione bizantina dell’Italia Meridionale, prima dell’avvento dei Longobardi e quindi il racconto di Stefano Bizantino è da porsi in epoca alto medioevale. Πυξις πολις εν μεσογεια των Οινωτριων, το εθνιχον, Πυξουος πολις Σιχελιας χτισμα Μιανθου. Giacomo Racioppi (….) nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata“, nel vol. I, il quale, a p. 523, in proposito scriveva che: “di Scidro….E’ probabile che fosse sul golfo della stessa Lao: ma dovè essere abbandonata in ben remoti tempi, se non ha lasciato di sé nessun altro ricordo, che il nome delle carte dell’antico scrittore che fu detto il padre della storia, e di là nella magra compilazione di Stefano Bizantino.”. L’archeologo Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. In particolare il Napoli, a p. 182 in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s. v. Σχιδρος , con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele). Ecc…”. Riguardo la figura di Lico di Reggio, ha scritto Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, ritorna sulla figura di Lico di Regio (…) ed in proposito scriveva che: “Continuò intanto nella Magna Grecia e sopravvisse alla conquista romana la prosa letteraria e scientifica, tanto che per ciò che riguarda la storiografia e la medicina possiamo comprendere quest’ultima fase di civiltà fra i nomi di Lico reggino ed Eraclide di Taranto. Visse Lico reggino nella seconda metà del sec. IV giungendo a toccare i primi decenni della metà del secolo successivo. Il punto fondamentale per la determinazione approssimativa di questi termini cronologici sta nel fatto che, fra le altre cose, egli scrisse un libro ‘Intorno ad Alessandro’ e a lui stesso lo dedicò (4). E da escludere che si trattasse di Alessandro Magno perchè, a prescindere dell’ipotesi inconsistente, messa innanzi da qualcuno dei critici moderni, che nell’occasione in cui anche ambasciatori Bruzzi, Lucani ed Etruschi si sarebbero recati a rendere omaggio al Macedone in Babilonia (l’anno prima che fosse colpito dalla morte (a. 324)(1)(p. 299) gli avrebbe inviato Lico un suo scritto riguardante l’Occidente (2), incomprensibile riuscirebbe che ciò egli facesse con un libro in cui, a giudicare dai due frammenti soprammenzionati, ricordava insignificanti città d’Italia quali Scidro e Larino e relative storielle. Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); il quale, come vedremo, era avanzato prima da Brindisi sino ad Arpi nella Daunia, a sud della regione dei Frentani ov’è appunto la città di Larino (fr. 2) ed aveva compiuto, dopo, una spedizione per via interna da Metaponto sino a Pesto per prendere alle spalle i Lucani e Sanniti, donde quindi aveva fatto ritorno ad Eraclea verisimilmente lungo la via littoranea del Tirreno, ove, fra le altre, sorgeva la cittadina di Scidro (fr. 1), colonia di Sibari (4). All’epirota poteva riuscire caro l’omaggio di un libro, in  cui eran poste in luce le sue azioni militari e che doveva essere un lavoro giovanile dell’autore; il quale, se allora non aveva toccati i trent’anni, doveva esser nato prima del 360 (e cioè poco prima dello storico Timeo, che, come oggi ritiensi, attingeva dopo alle sue opere (5), per cui ben poteva adottare, come figlio, il poeta Licofrone (6), che nasceva intorno al 330-325, e sessantenne, cioè dopo il 296, poteva infine trovarsi con Demetrio Falareo in Alessandria, seppure l’incontro non era avvenuto anteriormente in Atene (1)(p. 300). Trascorse, ad ogni modo, lo storico Lico l’ultimo periodo di sua vita in Egitto e morì molto vecchio, se giunse a parlare dei suoi scritti (fr. 15) del re Tolomeo Filadelfo, che salì al trono l’a. 285. Nonostante che gli scarsissimi frammenti sino a noi pervenuti (in tutto 15) contengano notizie di valore insignificante su città e popolazioni, devesi ritenere che le sue opere dal punto di vista storico-geografico fossero giudicate molto interessanti, se da Agatarchide di Cnido egli era posto accanto e prima di Timeo per la conoscenza dell’Occidente (2). Ecc..”. Ecco ciò che scriveva su Lico reggino il grande Ciaceri. Il Ciaceri, riferendosi al libro di Lico reggino “Intorno ad Alessandro”, nella sua nota (2) a p. 299, postillava che: “(2) v. LAQUEUR in R. E. XIII 2, 2406 sg.”. Inoltre il Ciaceri a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 272 scriveva che: “…di Scidro…; onde di essa manca ogni traccia di monete e non è neanche ricordata dagli scrittori latini (3).”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Herodot. VI 21; Steph. B.: Σχιδρος, χολις ‘Ιταλιας. Di Scidro si occupò Oreste Dito, Notizie di storia antica (Roma, 1892).”. Sempre il Caceri, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) e della bontà dell’opinione prevalsa fra i moderni, secondo la quale è stata posta ove oggi è Sapri, (4) si dubita assai oggigiorno. Ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Il Ciaceri trascrive il passo di Lico di Reggio (…)(contenuto nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio), in cui Lico cita e racconta di Scidro. Secondo il Caceri, lo storico reggino Lico di Reggio, citava la colonia Sibaritica di Scidro allorquando racconta della spedizione di Alessandro il Molosso. Il Ciaceri dice che si trattava del re di Epiro. Sulla scorta di storici del ‘900 come Emanuele Ciaceri, gli storici moderni hanno ripetuto la stessa notizia. Faccio cenno di alcuni autori che hanno citato Lico di Reggio parlando dell’antica città di Pixunte. L‘Antonini nella sua nota (2) di pagina 429, a proposito del ‘Sipron’, citato nel passo di Erodoto, scriveva: “Il trovarsi in alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’, ha fatto credere all’Olstenio che sia piuttosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anche appresso Stefano (3), si legge: “Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) v. ad es. Corcia, Storia delle due Sicilie, III, p. 65”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Nissen, It. Landesk, II, p. 898.”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Beloch, Griech. Gesch., l. c. “. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Byvanck, op. cit., p. 109, n. 3., il quale, secondo noi a torto, ripetendo a quanto pare l’interpretazione di scrittore locale, afferma: “hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus”.”. Infatti, il Byvanck (…), nel…….. nel suo “De Magnae Graeciae Historia Antiquissima”, a p. 109 così scriveva: “Scidrs (3) castellum in media via sita esse videtur, quo loco nunc ‘Papasidero’ est in valle Lai superiore. Colonia erat Sybaritarum qui post Sybarim eversam Laum et Scidrum fugissent 4).“. Il Byvanck (…), a p. 109, nella sua nota (3) postillava che: “(3) (Scridrus)(Latine non memoratur), Graece Σχιδρος, hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus; – cfr. tab. mil. 220-221, – O. Dito, Notizie di Storia antica, Roma, 1892. – Alii non recte Scidrum ‘Sapri’ hodiernum esse contendunt.”. Sempre il Byvanck, a p. 109, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Her. 6, 21; Steph. Byz. s.v., qui Lycum laudat εν τψ περι ‘Αλεξανδρον saeculo IV igitur urbs exstabat.”. Ritornando a ciò che scriveva il Ciaceri, ovvero che la colonia Sbaritica di Scidro anche se non dovette avere una grande importanza, non scomparve così presto: “….se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2).”. E quì il Ciaceri menziona lo storico reggino Lico di Reggio (…). Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370”.

Nel IV secolo d.C., lo storico Lico di Reggio in “Lessico Geografico” di Stefano di Bisanzio cita “Scidro”

Di Skidros eccetto il passo di Erodoto, ritroviamo la citazione del toponimo fatta in un passo di Lico di Reggio (…), riferita da Stefano di Bisanzio (…), dove si parla della spedizione di Alessandro il Molosso poco prima  del 330 a.C.: “Scidrus urbs italiae, gentile scidranus”. Come vedremo, la colonia Sibaritica di Scidro verrà citata più volte dallo storico reggino Lico di Reggio (…). Alcuni autori citano lo storico reggino Lico di Reggio (…), che citava sia l’antica colonia sibaritica di Scidro e l’altra di Pixunte (attuale Policastro Bussentino). Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 120 e ssg., in proposito scriveva che: Gli autori antichi nominano tre colonie di Sibari sul Tirreno: Lao, Scidro, Posidonia, tutte sulla costa lucana, anche Lao, come vedremo. Fra Posidonia, della quale rimangono copiosissime rovine, e Lao, della quale è facile rintracciare il sito, doveva sorgere la città di Scidro; che insieme a Lao accordò ospitalità ai miseri Sibariti, come racconta Erodoto (VI, 21): “Παθουσι δε ταυα Μιλησιοισι προς Περσεων ουχ απεδοσαν την ομοιην Συβαριται, οι Λαον τε χαι Σχιδρον οιχεον της πολιος απεστερημενοι “. Però non è facile stabilire il sito di Scidro, nominata due volte sole, da Erodoto e da Stefano Bizantino, che riporta un passo di Lycos di Reggio……Niente altro potrei dire per il momento intorno a Scidro, che non dovesse essere ad ogni modo nè la più grande, nè la più bella, nè la più importante città della Sibaritide. Si può aggiungere solo che Scidro probabilmente poteva essere ancora in piedi al principio del sec. 3° a.C., per la notizia che ne dà Stefano Bizantino, attingendo da Lycos di Reggio (cfr. fram. 1°): “Σκιδρος πολις Ιταλιας. Το εθνιχον Σχδρανος, ως Λυχος εν τω Περι ‘Αλεξανδρου . Ettore Pais (….), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia Antica”, ed. S.T.E.N., 1908, nel cap. “X- La Spedizione di Alessandro il Molosso”, a p. 143 parlando di Alessandro il Molosso o d’Epiro, in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno che da un passo di uno storico pressocchè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie, e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Il Pais, a p. 143, nella nota (1) postillava: eva che: “(1) Beloch, Griech. Geschichte, II, p. 594.”. Il Pais, a p. 143, nella nota (2) postillava: “(2) Liv. VIII, 17, 9: “ceterum Sannites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo popoli adversus regem rexensionem a Pesto facientem signis conlatis pugnaverunt eo certamine superior Alexander, incertum qua fide culturus si perinde cetera processissent, pacem cum Romanis fecit”; etc…”. Il Pais, sempre nella nota (2) a p. 143 aggiunge la postilla che: “LYC. apd STEPH. BYZ. s.v. Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος, εν τω περι ‘Αλεξανδροο. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie des Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Dunque, Ettore Pais (….), a p. 143, nella nota (2) postillava: “(2) LYC. apd STEPH. BYZ. s.v. Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος, εν τω περι ‘Αλεξανδροο.”, che tradotto è: Schidros, una città in Italia, di etnia Schidrinos, come Lychos, nella zona di Alexandrou”, ovvero che: “Scidro è una città in Italia, la cui etnia è quella dei “Scidrani”, come scrive Lico di Reggio parlando di Alessandro il Molosso e della sua impresa in Italia. Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo II: “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Sannites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo popoli adversus regem rexensionem a Pesto facientem signis conlatis pugnaverunt eo certamine superior Alexander, incertum qua fide culturus si perinde cetera processissent, pacem cum Romanis fecit”; Lyc. apud Steph. Byz. s.v. “Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος, εν τω περι ‘Αλεξανδροο.”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie des Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Riguardo la figura di Lico di Reggio, ha scritto Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) e della bontà dell’opinione prevalsa fra i moderni, secondo la quale è stata posta ove oggi è Sapri, (4) si dubita assai oggigiorno. Ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σκιδρος: – το εθνιχον Σκιδρανος, ως Λιχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Dunque, il Ciaceri scriveva che in Lyco di Reggio (…)(in Stefano di Bisanzio, fr. 1, in F.H.G., II, p. 370), alla voce: “Σχιδρος” troviamo scritto che: “Σκιδρος : – το εθνιχον Σκιδρανος, ως Λιχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον, che tradotto è: Skidros: – l’etnico Skidranos, come Lichos in tf peri ‘Alexandron., ovvero che l’etnico di Skidros è Schidranos, come scrive Lyco di Reggio nella sua opera “Etnika”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος :  etc… = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Dunque, il Ciaceri si riferisce all’opera “Fragmenta historicum graecorum”, vol. II, in cui viene riportato il passo di Stefano di Bisanzio tratto da Lico Reggino. Il Muller (….), in “Fragmenta historicorum Graecarum”, vol. II, a p. 370, in proposito scriveva che: “(ΠΕΡΙ ΑΛΕΞΑΝΔΡΟΥ . )..1.. Stephan. Βyz. : Σκίδρος, πόλις Ἰταλίας. Τὸ ἐθνικὸν Σκιδρανός , ὡς Λύκος ἐν τῷ Περὶ Ἀλεξάνδρου. Urbis. Lycus Rheginus….1. (De Rebus Alexandre Epirotae ?)….Scidrus, urbs Italiae. Gentile Scidrianus, uti est apud Lycum in libro De Alexandro.”, che tradotto è: “Scidrus, una città d’Italia. Gentile Scidrianus, come lo usa Lico nel libro De Alexander”, ovvero che Scidro è una città italiana e l’etnico è “Scidrianus” come scrive Lico Reggino nel suo libro su Alessandro il Molosso. Dunque, Lyco di Reggio (in Stefano di Bisanzio), questa città dell’Italia, la chiama Σκίδρος e, i suoi abitanti li chiama “Scidriani”  Σκιδρανός. I Fragmenta historicorum Graecorum (spesso indicati in sigla, FHG) sono una raccolta in cinque volumi di frammenti da fonti greche antiche, pubblicata dal filologo tedesco Karl Wilhelm Ludwig Müller (1813-1894) tra il 1841 e il 1872 per i tipi dell’editore Ambroise Firmin Didot. Le fonti raccolte spaziano dal VI secolo a.C. al VII secolo d.C. e gli autori citati sono più di seicento. Di ogni frammento è presentata una traduzione o un compendio in latino. Ad eccezione del primo volume, gli autori sono ordinati cronologicamente e i frammenti sono numerati in sequenza. Su quest’opera di Müller sono in gran parte fondati i sedici volumi intitolati Die Fragmente der griechischen Historiker, del filologo tedesco Felix Jacoby (1876-1959). Il Ciaceri trascrive il passo di Lico di Reggio (…)(contenuto nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio), in cui Lico cita e racconta di Scidro. Secondo il Caceri, lo storico reggino Lico di Reggio, citava la colonia Sibaritica di Scidro allorquando racconta della spedizione di Alessandro il Molosso. Il Ciaceri dice che si trattava del re di Epiro. Sulla scorta di storici del ‘900 come Emanuele Ciaceri, gli storici moderni hanno ripetuto la stessa notizia. Faccio cenno di alcuni autori che hanno citato Lico di Reggio parlando dell’antica città di Pixunte. L‘Antonini nella sua nota (2) di pagina 429, a proposito del ‘Sipron’, citato nel passo di Erodoto, scriveva: “Il trovarsi in alcuni esemplari scritto ‘Scidron’, e non ‘Sipron’, ha fatto credere all’Olstenio che sia piuttosto il Cetraro per una certa conformità di nome; ed anche appresso Stefano (3), si legge: “Scidrus Urbs Italiae, gentile Scidranus.”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (3) postillava che: “(3) v. ad es. Corcia, Storia delle due Sicilie, III, p. 65”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Nissen, It. Landesk, II, p. 898.”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Beloch, Griech. Gesch., l. c. “. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Byvanck, op. cit., p. 109, n. 3., il quale, secondo noi a torto, ripetendo a quanto pare l’interpretazione di scrittore locale, afferma: “hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus”.”. Infatti, il Byvanck (…), nel…….. nel suo “De Magnae Graeciae Historia Antiquissima”, a p. 109 così scriveva: “Scidrs 3) castellum in media via sita esse videtur, quo loco nunc ‘Papasidero’ est in valle Lai superiore. Colonia erat Sybaritarum qui post Sybarim eversam Laum et Scidrum fugissent 4).“. Il Byvanck (…), a p. 109, nella sua nota (3) postillava che: “(3) (Scridrus)(Latine non memoratur), Graece Σχιδρος, hodie Papasidero, i. e. Scidrus vetus; – cfr. tab. mil. 220-221, – O. Dito, Notizie di Storia antica, Roma, 1892. – Alii non recte Scidrum ‘Sapri’ hodiernum esse contendunt.”. Si tratta del testo di Oreste Dito (…), e del suo “Notizie di Storia antica di Roma per servire d’introduzione alla storia dei Brezzii” (si veda anche la ristampa ed. Brenner). Sempre il Byvanck, a p. 109, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Her. 6, 21; Steph. Byz. s.v., qui Lycum laudat εν τψ περι ‘Αλεξανδρον saeculo IV igitur urbs exstabat.”. Ritornando a ciò che scriveva il Ciaceri, ovvero che la colonia Sibaritica di Scidro anche se non dovette avere una grande importanza, non scomparve così presto: “….se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2).”. E quì il Ciaceri menziona lo storico reggino Lico di Reggio (…). Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος, εν τω περι ‘Αλεξανδροο. = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte III, cap. V, a pp. 120 e ssg., in proposito scriveva che: Però non è facile stabilire il sito di Scidro, nominata due volte sole, da Erodoto e da Stefano Bizantino, che riporta un passo di Lycos di Reggio……Niente altro potrei dire per il momento intorno a Scidro, che non dovesse essere ad ogni modo nè la più grande, nè la più bella, nè la più importante città della Sibaritide. Si può aggiungere solo che Scidro probabilmente poteva essere ancora in piedi al principio del sec. 3° a.C., per la notizia che ne dà Stefano Bizantino, attingendo da Lycos di Reggio (cfr. fram. 1°): “Σκιδρος πολις Ιταλιας. Το εθνιχον Σχδρανος, ως Λυχος εν τω Περι ‘Αλεξανδρου . Dunque, il Galli, riferisce il passo di Lyco di Reggio (….), in Stefano di Bisanzio: “Σκιδρος πολις Ιταλιας. Το εθνιχον Σχδρανος, ως Λυχος εν τω Περι ‘Αλεξανδρου , che tradotto è: “Skidros, una città d’Italia. L’etnia Schdranos, come Lychos in Ethnica, su ‘Alexandrou”. Fernando La Greca (33), in un suo studio sul Golfo di Policastro: ‘L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana’ scriveva in proposito: “L’ubicazione di Scidro è stata molto discussa. Nelle fonti  antiche vi è solo un altro brano che riguarda Scidro, nel lessico di Stefano Bizantino, dove la stessa Scidro è detta città dell’Italia, ed il suo etnico è Skidronòs, come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro (3). In questa citazione si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso  (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.; se ne deduce che Scidro avesse un porto. Il Molosso giunge in Italia con una flotta con la quale si sposta lungo le coste, e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.” […]; […] “a Sapri, le ceramiche di fine VI secolo trovate alle falde della collina del Timpone sembrano confermare l’ipotesi di coloro che localizzano qui una città greca arcaica, subcolonia dei Sibariti, di nome Scidro (Skidròs).”. Dunque, Fernando La Greca (33) scriveva che l’unica fonte o citazione di una “Scidro” è un brano del “lessico” di Stefano Bizantino, “….dove la stessa Scidro è detta città dell’Italia, ecc…” e, dove: si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso  (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.”. Dunque, il La Greca scriveva che nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio o Bizantino si narra del passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso, condottiero che fu chiamato dalla città di Taranto per sconfiggere i Sanniti nel ‘334 a.C.. Di Alessandro il Molosso parlerò dopo. Innanzitutto, come abbiamo già detto, oltre ad Erodoto (…), ci parla della colonia Sibaritica di Scidro, posta sulle coste del Tirreno e non lontana da Pixunte, lo storico Lico di Reggio. Il La Greca, riguardo “Scidro” scriveva pure che: “ed il suo etnico è Skidronòs, come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro (3)”. Il La Greca (….), nella sua nota (….) postillava di  “(3) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.”. Dunque, il La Greca parla anche sulla scorta di Costantino Gatta e cita anche lo storico Lico Di Reggio. Il La Greca scriveva che “ed il suo etnico è Skidronòs, come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro”, ovvero scriveva che Lico di Reggio, nella sua opera su Alessandro il Molosso, Ethnika, la città di “Scidro” veniva chiamata da Lico di Reggio “Skidronos”. Un altro studioso che ha riassunto la storia del toponimo è Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, edito nel 1815 a Napoli (si può vedere l’edizione ristampata e curata da La Greca nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’), che a p. 376, nella parte III che parla della ‘Lucania’, dopo aver discorso sul fiume Bussento, in proposito a ‘Scidro’ scriveva che: “Della medesima città di Scidro fece parola Stefano Bizzantino: ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus urbs Italiae, gentile Scidranus, ut Lycus in opere de Alessandro’. Il geografo ricavò questa notizia da Lico di Reggio scrittore di storie, e padre adottivo del poeta Licofrone.”. Dunque, il Romanelli chiarisce il passaggio di La Greca citando Stefano di Bisanzio che scriveva nel suo ‘Lessico Geografico’ di “Scidro”: “ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus urbs Italiae, gentile Scidranus, ut Lycus in opere de Alessandro'” che tradotto significa: “ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus è una città d’Italia, una famiglia chiamata Scidranus, come Lycus nell’opera di Alessandro”. Dunque Stefano dice chiaramente che la Dunque Stefano dice chiaramente che la storia del passaggio di Alessandro il Molosso la trasse dallo storico Lico di Reggio. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Ritornando a ciò che scriveva il Ciaceri, ovvero che la colonia Sibaritica di Scidro anche se non dovette avere una grande importanza, non scomparve così presto: “….se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2).”. Qui, il Ciaceri citava lo storico reggino Lico di Reggio (…). Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Dunque, il Ciaceri scriveva che in Lyco di Reggio (…)(in Stefano di Bisanzio, fr. 1, in F.H.G., II, p. 370), alla voce: “Σχιδρος” troviamo scritto che: “το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον”, che tradotto è: Schidros: – l’etnia Schidranos, come Lnchos in tf peri ‘Alexandron”. Su questi fatti ha scritto anche Giacomo Racioppi (….) nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata“. Nicola Corcia (…), vol. III della sua “Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789”, a p. 65 parlando di Scidro, in proposito scriveva che: “tempo all’invasione dè Lucani. Ma di fuori di queste, ignote sono tutte le altre memorie di Scidro, che conservava certamente Lico di Reggio nella sua storia della Sicilia, giacchè coll’autorità di questo storico, coetaneo di Demetrio Falereo (1), parlava di ‘Scidro’ Stefano Bizantino (2).”. Il Corcia, a p. 65, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Suida, v. Λνχος”. Il Corcia, a p. 65, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Steph. Byz., v. Σχιδρος.”. A questo proposito faccio notare che Emanuele Ciaceri, però a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(7) Plinio, n.h., III, 72: ‘Oppidum Buxentum Graeciae Pyxus’. E ‘Buxentum’ hanno gli scrittori latini. Ma una vera forma latina del nome non c’è stata tramandata. Πνξονς troviamo in Strab. VI 253; Diodoro, XI, 59 e Steph. B.., il quale ultimo erroneamente distingueva Πνξις da Πνξονς, ponendo l’una nell’interno dell’Enotria e l’altra in Sicilia. In Ptolom. III, 1, 18 si ha Βονξεντον “. Ovvero, il Ciaceri, faceva notare che Stefano Bizantino erroneamente distingueva Πνξις da Πνξονς, ponendo l’una nell’interno dell’Enotria e l’altra in Sicilia”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, edito nel 1815 a Napoli (si può vedere l’edizione ristampata e curata da La Greca nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’), che a p. 376, nella parte III che parla della ‘Lucania’, dopo aver discorso sul fiume Bussento, in proposito a ‘Scidro’ scriveva che: “Della medesima città di Scidro fece parola Stefano Bizzantino: ΣΚΙΔΡOC ‘Scridrus urbs Italiae, gentile Scidranus, ut Lycus in opere de Alessandro’. Il geografo ricavò questa notizia da Lico di Reggio scrittore di storie, e padre adottivo del poeta Licofrone.”.

Nel ‘334 a.C., il MOLOSSO o ALESSANDRO D’EPIRO

Alessandro I d’Epiro, detto il Molosso (362 a.C. circa – Pandosia, 330 a.C. circa), è stato re d’Epiro e zio materno di Alessandro Magno. Venuto in Italia nel 335 a.C. per soccorrere la città magno-greca di Taranto, Alessandro I, entrò in conflitto con i Lucani, i Bruzi, gli Iapigi e i Sanniti, nel tentativo di creare uno stato unitario nel Meridione d’Italia. Pur riuscendo a conquistare con i Tarentini le città di Brentesion, Siponto, Heraclea, Cosentia e Paestum, tuttavia il suo progetto non si realizzò, venendo sconfitto in battaglia e ucciso a tradimento da un lucano a Pandosia (Lucania) o a Pandosia Bruzia nel 330 a.C. Secondo una certa critica storiografica moderna ‘il Molosso’ sarebbe venuto in Italia con l’intendo di conquistare l’Italia stessa, la Sicilia e l’Africa. Questo obbiettivo avrebbe completato il progetto del nipote e cognato, Alessandro Magno, che in quello stesso anno era intento a conquistare l’Asia. Questa interpretazione trova appoggio anche in antichi autori, come ad esempio Giustino (…). Marco Giuniano Giustino (….), nella sua opera, Epitoma Historiarum Philippicarum Pompei Trogi, XII, 21. Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 598, in proposito scriveva che: “Della potenza raggiunta dai Bretti dette prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re d’Epiro, zio di Alessandro il Grande. Morto lo spartano Archidamo III a Mandonio (338) i Tarantini si volsero per aiuto al principe Molosso divenuto Alessandro cinque o sei anni innanzi, re di Epiro. Personaggio autorevole per vittorie conseguite sulgli Illiri e per il parentado che lo avvinceva al re di Macedonia, fratello di Olympia, moglie di Filippo I di Macedonia, del quale aveva sposato la figlia Cleopatra era allo stesso tempo zio e cognato di Alessandro Magno.”. Ettore Pais (…), nel suo “Storia critica di Roma durante i primi cinque secoli“, parlando di Alessandro il Molosso, a p. 325 e ssg., in proposito scriveva che: “Per conseguire la piena sommessione dei Lucani egli si propose di coglierli alle spalle. Allo stesso modo che agli Apuli o Iapigi aveva contrapposto l’amicizia con i soprastanti Peucezi (1), provvide a stringere alleanza con i Romani, che da pochi anni (verso il 342 a.C.) avevano messo piede nella Campania e che erano in guerra contro i Sanniti (2).”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero – Alessandro, re d’Epiro, in Italia”, a pp. 9- 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: “Poteva, infati, sembrar strano agli antichi stessi che il Molosso, il quale aveva avuto trono ed ingrandimento di regno da parte di Filippo il Macedone, che ne aveva sposato la sorella Olimpia e che alla sua volta gli aveva dato in moglie la figlia Cleopatra, non prendesse parte alla guerra a favore della Macedonia e, dopo, invece di seguire il nepote nella spedizione in Asia, se ne venisse a tentare sue imprese in Italia (2). Educato alla scuola di Filippo di Macedonia, Alessandro d’Epiro, uomo di guerra di singolare valore ed ambizioso, volendo emulare il giovane nipote concepiva il disegno di crearsi un vasto principato in Italia con il semplice pretesto di venire in aiuto dei Tarantini.”. Da Wikipedia, riguardo la città magnogreca di Posidonia leggiamo che una breve parentesi fu aperta nel 332 a.C., quando Alessandro il Molosso, re dell’Epiro – giunto in Italia su richiesta di Taranto in difesa contro Bruzi e Lucani – dopo aver riconquistato Eraclea, Thurii, Cosentia, giunse a Paistom. Qui si scontrò con i Lucani, sconfiggendoli e costringendoli a cedergli degli ostaggi. Ma il sogno del Molosso di conquistare l’Italia meridionale ebbe breve durata: la parentesi si chiuse nel 331 a.C., con la sua morte in battaglia presso Pandosia. Paistom ritornò così sotto il dominio lucano. Dalla Treccani on-line, alla voce su “Alessandro il Molosso” leggiamo che frattanto Taranto, la principale città greca dell’Italia meridionale, vedendo sé e i proprî alleati minacciati dai progressi continui degl’indigeni d’Italia e in particolare dei Lucani e degli Iapigi (Messapî). Chiamò al soccorso prima il re di Sparta Archidamo, poi, caduto questo nella battaglia di Manduria (338), il re dei Molossi. Archidamo era venuto soltanto per soccorrere i Greci d’Italia; A., che passò in Italia a un dipresso quando il suo parente e alleato di Macedonia passava in Asia, mirava, come più tardi Pirro, a fondarsi un impero nella penisola italiana. Egli riportò successi notevolissimi. Si avanzò nell’Apulia fin presso Arpi, e riuscì ad occupare il porto di Arpi, Siponto, alleandosi poi con le stirpi iapigie contro il potente nemico che le minacciava da nord-ovest, i Sanniti. Contro Sanniti e Lucani collegati ai suoi danni, forse sperando di ricuperare all’ellenismo Posidonia, già caduta in mano degl’indigeni, si avanzò fino al Silaro (Sele) ed ivi li vinse in battaglia. Ci viene detto, e non vi è ragione per dubitarne, che egli avesse stretto alleanza coi Romani, i quali avevano poco prima vinto la cosiddetta prima guerra sannitica, e che appunto allora con la guerra latina rinsaldavano il loro predominio nel Lazio e nella Campania. Ma a questo punto, impensieriti dai successi di A., i Tarentini defezionarono; sicché A. non poté più contare che sugli Epiroti, le città greche di Turi e di Metaponto, i fuorusciti lucani e qualche tribù indigena. Era troppo poco per resistere a popoli numerosi e guerrieri come Sanniti, Lucani e Bruzî. Così nel 331-330, mentre egli prendeva i suoi quartieri d’inverno presso Pandosia, nell’alta valle del Crati non lontano da Coscenza, assalito di sorpresa dai Lucani e dai Bruzî, favoriti dalle piogge, che, avendo rigonfiato i torrenti, impedirono ai varî reparti epiroti di prestarsi scambievolmente man forte, fu battuto e nella ritirata ucciso. Il cadavere, riscattato dagli alleati, fu sepolto in Epiro. Con lui crollò il sogno epirota d’impero in Occidente, che fu ripreso assai più tardi, in contingenze mutate e molto meno favorevoli, da Pirro. A. lasciò una figlia, Cadmea, e un figlio, Neottolomeo II, minorenne, che cominciò a regnare sotto la tutela della zia Olimpiade. La vedova, Cleopatra, tornò invece in Macedonia. Nell’insieme gli elementi che possediamo sono troppo scarsi per giudicare intorno alla personalità di Alessandro. Non gli mancarono certamente ambizione, audacia, valore. Se a queste doti si accompagnassero prudenza e perizia non possiamo giudicare. Certo il cattivo successo del suo tentativo, dovuto in grandissima parte all’insanabile spirito particolaristico dei Greci d’Italia, fu grave d’effetti nella storia delle colonie italiote.

Nel ‘334-333 a.C. (?) (IV sec. a.C.), Alessandro il Molosso si fermò con la sua flotta nel porto di “Scidro” ? per poi arrivare a Paestum e combattere i Sanniti

Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo VI: “L’impresa di Alessandro il Molosso – Sua morte e preponderanza dei Bretti”, a pp. 271-272 e ssg., in proposito scriveva che: “Avemmo già occasione di ricordare l’esito infelice dell’impresa di Archidamo, re di Sparta, che, giunto in aiuto di Taranto, aveva lasciato la vita a Mandonio, combattendo contro i Lucani (338) ed accennammo del pari a quelle di Alessandro il Molosso. Poniamo ora in rilievo che le popolazioni Sannitiche, alle quali fra poco dovevano succedere i Romani, di giorno in giorno si rendevano più pericolose all’elemento italiota. Alessandro il Molosso, al quale Taranto si rivolgeva, era principe ambizioso e di gran valore ed accettò l’invito con la speranza di fondare un grande impero in Occidente. Nello stesso anno suo nipote Alessandro il Grande muoveva alla conquista dell’impero Persiano, egli si volgeva in Italia, sapendo di avere impresa in apparenza meno gloriosa di quella del nipote, in realtà assai più difficile ed aspra. Giunto però a Taranto, il principe Molosso non potè sottrarsi alla sorte, comune di tutti i capitani invitati da quella città, d’inimicarsi con gli abitanti non abituati alla disciplina ed alle fatiche della guerra. Meditò dapprima, ed in parte raggiunse, il disegno di dominare l’ampia regione delle Puglie sino ai confini del Gargano; fece alleanza con i Peucezi e conquistò ad esempio Siponto. Ma, guardandosi dai Tarantini, fece fulcro della sua potenza la città di Thuri, loro nemica, minacciata dai Bretti e, per vendicarsi di Taranto, trasportò nel territorio di Thuri la sede dell’assemblea degli Italioti. Ben preso però Alessandro si accorse che la lotta coi Bretti era assai ardua. Era difficile penetrare nell’interne vallate dell’aspra regione montagnosa occuata da quelle genti forti e selvagge; ed allora concepì l’ardito disegno di assalirli alle spalle, trasportando parte delle sue forze per mare presso le foci del Silaro, partendo dai confini di Pesto, discendendo le valli, che penetrarono nel cuore del paese dei Bretti e raggiungono le coste dell’Ionio. Si assicurò l’alleanza dei Romani, i quali da settentrione premevano le varie stirpi Sannitiche e, togliendo ai Bretti la speranza di ricevere aiuto a settentrione da altri stirpi Sabelliche, sperò sorprenderli negli ultimi recessi della valle del Crati, ove erano Pandosia e Cosenzia. Il disegno non riuscì. I Bretti si difesero disperatamente presso il fiume Acheronte e nel passare la riviera il re d’Epiro venne ucciso da un esule Lucano. La sua morte avvenuta verso il 331-330 a.C. segnò la fine della potenza di Thuri ed un periodo di incontrastata superiorità per i Bretti (verso il 330 a.C.).”. Ettore Pais (….), nel suo “Storia dell’Italia antica e della Sicilia per l’età anteriore al dominio romano”, vol. II, parlando della spedizione in Italia del Molosso o Alessandro d’Epiro, nel libro IX, cap. IV, a p. 601, in proposito scriveva che: “Proteggendo Thurii, Metaponto ed altre città Italiote, di cui non è esplicitamente fatto il nome, Alessandro il Molosso si ingaggiava a difenderle contro i Lucani ed i vicini Bretti. Erano costoro, come dicemmo, tra loro nemici, l’interesse comune li associava contro l’Epirota, il quale tolse loro alcune località che avevano occupato, Terina, Skidro e forse Hipponio. Si accorse però che a questi popoli giungevano nuovi aiuti alle spalle, ossia dai Sanniti dei quali i Lucani in fondo non erano che un ramo. Meditò allora un ardito piano di guerra: prendere gli invasori alle spalle e fece, come punto di partenza della nuova campagna, Posidonia (Pesto), alle foci del Silaro. Quale fosse la via da lui tenuta per raggiungere Pesto non ci è indicata. La circostanza che egli risalì l’Appennino, partendo da Pesto e che in seguito sconfisse i Lucani e Sanniti che si erano uniti, dà luogo alla supposizione che egli si fosse condotto a Pesto per mare, per es., da una di quelle località delle coste del Tirreno, come Terina, che egli aveva conquistato, oppure da Skidros, ricordata anche a proposito delle sue imprese. Nulla sappiamo del pari sulla via del trionfale ritorno, se per il valico ov’è Potenza si sia ricondotto sulle coste dell’Ionio o se invee abbia percorso la valle del Tanager (oggi Tanagro) e si sia inoltrato per quella strada ove nell’età dei Gracchi i Romani munirono la via Popilia, quella stessa che più tardi fu seguita dal goto Alarico.”. Dunque, in questo interessante passaggio, il Pais ci da tre notizie interessanti sulla città Italiota di Scidro, che egli chiama “Skidro” e poi anche “Skidros”. Il Pais dice che Alessandro il Molosso, muovendo contro i Lucani, gli: ” tolse loro alcune località che avevano occupato, Terina, Skidro e forse Hipponio”. Dice pure che poer andare a conquistare Pesto, l’antica città Magno-greca di Posidonia, Alessandro risalì per mare partendo dal porto di: “una di quelle località delle coste del Tirreno, come Terina, che egli aveva conquistato, oppure da Skidros, ricordata anche a proposito delle sue imprese”. Infatti scrive pure che Skidro è ricordata da Lico di Reggio anche per le imprese del Molosso. Dunque, il Pais, sulla scorta del racconto di Lico di Reggio tramandatoci da Stefano di Bisanzio troviamo altre notizie sulla città Italiota di Scidro. Infatti, il Pais, a p. 608, vol. II, nella nota (9) postillava: “(9) Per le interne condizioni della Calabria e dell’Italia meridionale nell’età romana v. quanto ho detto nella mia ‘Storia Interna i Roma’ (Torino 1931), p. 146 sgg.”. Pais, a p. 608, vol. II, nella nota (10) postillava: “(10) Su Alessandro il Molosso v. Lycos in F.H.G. II p. 271 M.; Diod. XVI 72 sqq.; 91; Iust. VIII 6; XII 2; Trog. Pomp. Prolog. 8; Liv. VIII 17; 24; Plut. de fort. Rom. 13; Arist. fr. Rose n. 614; Strab. VI pag. 256; 280 C; Ael. apd. Suid. s. v. Tovov. La data dell’arrivo in Italia (334-333) si ricava dalla cronologia del papiro I di Oxyrhyncos. Che egli fosse già in Italia nel 333 ha ricavato giustamente Beloch Grich. Gesch., III, I, 3 ed. pag. 598 n. I, da Arr. Anab. III 6, 7. La sua morte era ricordata da Aesch. in Ktes. 342 etc…”. Dunque, il Pais scriveva che la città Italiota di Skidros esisteva ai tempi della spedizione di Alessandro il Molosso e che egli la tolse ai “Bretti”, insieme alla città di Terina. Dunque, il Pais sosteneva che Scidro fosse una città dei Bretti o da loro assoggettata. Da Wikipedia sulla città di Terina leggiamo che La città di Terina fu fondata, probabilmente sul sito di un preesistente insediamento greco, nella prima metà del V secolo a.C. dai Crotoniati, dopo la vittoria di Crotone su Sibari del 510 a.C. Tra il V e il IV secolo a.C. Terina entrò a far parte della Lega Italiota con lo scopo di sottrarsi alla sempre più crescente pressione dei Lucani trovandosi costretta però ad entrare nell’area egemonica dei Siracusani per tutelarsi dalla sempre maggiore aggressività lucana. Dopo il 356 a.C. Terina venne conquistata dai Brettii. La conquista ad opera della popolazione italica però non sembra aver inciso sulla floridezza della città che, come testimoniato anche dalla sua monetazione, continuò anche sotto la dominazione bruzia. Questa fu interrotta qualche decennio dopo dalla liberazione ad opera di Alessandro il Molosso che, durante la sua campagna in Italia, liberò Terina ed altre città greche dal dominio delle popolazioni italiche. Alla morte del Molosso però (330 a.C.) la città cadde nuovamente sotto il dominio bruzio fino all’inizio del III secolo a.C. quando insieme alla madrepatria Crotone e alla vicina Ipponio fu conquistata del tiranno e re di Siracusa Agatocle. Morto Agatocle la città finì nuovamente sotto il dominio dei Bretii. Forse la stessa sorte subì la città italiota di Skidros. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie les Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”.

Pais, Italia antica, p. 171

Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia Antica“, ed. 1925, vol. II, nel capitolo II: “Sorgere della federazione dei Bretti”, a pp. 224-225 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa un decennio dopo, i Brutti sostenevano lotta ben più aspra contro Alessandro il Molosso, re di Epiro, chiamato dai Tarantini a proseguire l’opera di Archidamo, re di Sparta, caduto nel 338 a.C. a Mandonio, combattendo contro i Lucani. Alessandro si rivolse dapprima contro questa medesima stirpe; in seguito, abbandonati i Tarantini e accolto l’invito dei Thurini loro nemici, egli sperò infrangere la potenza dei feroci Brutti, assalendoli alle spalle. Trasportate per mare parte delle sue forze nella regione di Pesto, seguendo probabilmente quella stessa via che tanti secoli dopo fu battuta dal goto Alarico, penetava nel fondo della valle del Crati, ove erano Pandosia e Cosenza; ma trafitto a tradimento da un fuoruscito Lucano, lasciava la vita nelle acque del fiume Acheronte (verso il 331 a.C.). Svanivano il sogno dei re ed i disegni dei Thurini che con il braccio di lui, ecc…”. Fernando La Greca (….), in un suo studio sul Golfo di Policastro: ‘L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana’ scriveva in proposito: “Nelle fonti  antiche vi è solo un altro brano che riguarda Scidro, nel lessico di Stefano Bizantino, ……come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro (…). In questa citazione si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso  (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.; se ne deduce che Scidro avesse un porto. Il Molosso giunge in Italia con una flotta con la quale si sposta lungo le coste, e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.” […]; […] “. Dunque, il La Greca scriveva che Stefano di Bisanzio (….), nel suo “Lessico Geografico” scrivendo sulla scorta di un racconto di Lico di Reggio (….) cita “Scidro” perchè cita un brano tratto da Lico di Reggio (….), il quale narrò il passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso. Il La Greca scriveva che Alessandro il Molosso, nell’anno ‘334 a. C. (IV sec.), a.C., fu chiamato dai Tarantini di Sicilia per vincere i Sanniti che volevano conquistare la città. Alessandro il Molosso giunse in Italia con una flotta di navi e dopo essersi fermato a Scidro “e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.”. Dunque, il La Greca, dalla “notizia” tratta da Stefano Bizantino deduceva che nel ‘334 a.C., “Scidro”. La “notizia” riportata da Stefano Bizantino (….) fu a sua volta tratta dall’opera su Alessandro il Molosso che scrisse lo storico reggino Lico di Reggio (…). Lico di Reggio fu nemico di Demetrio Falereo, fu una delle fonti più importanti di Licofrone che, adottato da Lico, da lui attinse per la sua ‘Alessandra’. Lico di Reggio (Reggio, IV secolo a.C. – III secolo a.C.) è stato uno storico greco antico. Nemico di Demetrio Falereo, fu una delle fonti più importanti di Licofrone che, adottato da Lico, da lui attinse per la sua Alessandra. Lico di Reggio. – Storico greco (attivo tra la fine del 4º e gli inizî del 3º sec. a. C.), autore di alcune opere, di cui possediamo frammenti, sulla Libia, sulla Sicilia, sulle imprese di Alessandro d’Epiro in Italia. Fu avversario di Demetrio Falereo, forse durante la sua permanenza in Egitto. Lico fu tra le fonti principali di Timeo e di Licofrone. L’Alessandra (in greco antico: Ἀλεξάνδρα) è un poema in trimetri giambici, che narra le profezie dell’eponima figlia di Priamo, Alessandra (ma meglio nota come Cassandra, Κασσάνδρα), sulla distruzione di Troia e sulle sue conseguenze. Il lessico di Suda ha attribuito l’opera al poeta della Pleiade Licofrone di Calcide, facendola risalire al III secolo a.C.. Ma nel “Lessico geografico”, Stefano Bizantino si riferisce direttamente all’opera di Lico di Reggio. Su Lico di Reggio ha scritto W. Spoerri, Lykos von Rhegion, in Der Kleine Pauly, vol. 3, col. 818. Angelo Bozza (….), nella sua “La Lucania – Studi Storici-Archeologici”, vol. I, a p. 169, nel suo “3. Guerra contro Alessandro re d’Epiro”, a p. 173 scrive: “riportiamo i fatti di Alessandro il Molosso, da Livio VIII, 3, 17, 24, Giustino, XII, 2, XVII, 3, XXVIII, I. ‘Strabone’ VI, 51. ‘Orosio’, III, 11, 18. ‘Plutarco’ de fort. rom.; e ‘Pausania’, ed altri incidentemente.”. Il Bozza non cita mai Lico di Reggio e Stefano di Bisanzio. Tuttavia il Bozza, forse sulla scorta del Racioppi, riferendosi a dopo alcune battaglie di Alessandro il Molosso contro i Lucani e Sanniti prima e contro i Lucani soli dopo, in seguito alla morte di Alessandro, in proposito scriveva che: “Ma altrettanto grande fu il frutto della vittoria; dappoi che i ‘Lucani’ ripresero ‘Pesto’ e ‘Turio’ con le altre città greche dello Ionio, e sul ‘Tirreno’, eccetto forse la sola ‘Velia’; ed i ‘Bruzii’ riacquistarono pur essi ‘Terina’ e le altre città perdute, e pel terrore delle armi potessero stendersi ed occupar tutto fino allo stretto, eccetto ‘Reggio’, Locri e Crotone. Laonde può dirsi che la rovina di Alessandro segna l’epoca nella quale i due popoli raggiunsero il massimo culmine nella loro potenza, avendo quasicchè dato termine alla liberazione e riconquista dell”Enotria’ degli ‘Elleni’ ecc….ecc….Storici e Cronologi, non sono di accordo sulla venuta e dimora di Alessandro in Italia. Livio lo stabilisce dal 414-429 di Roma (340-325 a.C.) cioè di 14 anni di dimora. I Cronologi gli danno appena 11 anni di regno ecc…”. Tuttavia in ciò che scrive il Bozza non si legge nulla dello sbarco nel porto di Scidro. Questi fatti accadono prima della guerra contro Pirro. Su questi fatti ha scritto anche Giacomo Racioppi (….) nella sua “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata“. Giacomo Racioppi (….), nel suo vol. I del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata” parla di Alessandro il Molosso nel suo cap. XV, a p. 322 e, riferendosi alla battaglia di Posidonia prima della battaglia di Pandosia dove il Molosso trovò la morte, in proposito scriveva che: “Lo sviluppo delle operazioni guerresche del Molosso si protrasse nella bassa Italia per circa otto anni ecc….I Lucani trassero dalla loro parte i Sanniti ecc…e gli uni eserciti loro vennero a giornata con le falangi di Alessandro nelle campagne intorno a Posidonia. In questa città, che egli già aveva preso ai Lucani, si trovava con l’esercito il re; onde è dato arguire che avesse attraversata, se non tutta sottomessa, la regione interna lucana, dal mar Ionio al Tirreno (1). Nella battaglia di Posidonia furono vinti i Lucani-Sanniti (2); e il Molosso potè spingere l’esercito suo, per la più corta via della spiaggia tirrena, verso le terre poste oltre il fiume Lao, che erano ancora in dominio dei Lucani, poichè Cosenza era ancora una loro città.”. Il Racioppi, nel vol. I, a p. 322, nella nota (1) postillava: “(1) Il Lenormant (Grande Grèce, I, p. 40) fa che l’esercito del Molosso, partendo dalla regione tarantina, circuisa per mare tutta la penisola; e sbarcato a Posidonia, vinca sui lucano-Sanniti. Ma io non veggo la ragione di questo lungo periplo; nè so quali antichi autori egli segua. E’ forza notare, che le narrazioni storiche in quella sua opera, per tanti riguardi pregevolissima, procedono, sì, spedite, ma tra rinfagottamenti e raffazzonature di fantasia.”.

Nel ‘334 a. C. (IV sec. a.C.), Alessandro il Molosso raggiunse e conquistò Posidonia e, nel viaggio di ritorno si fermò con la sua flotta nel porto di “SCIDRO” per proseguire attraverso i monti ed arrivare ad Eraclea sullo Ionio

Nel 1947, Emilio Magaldi (…..), nel suo “Lucania Romana” (che il Cesarino riteneva essere la massima autorità nel campo), a pp. 94-95 parlando di Alessandro il Molosso e delle guerre dei Tarantini contro i Lucani, in proposito scriveva che: “Il Molosso, messo il piede in Italia, provvide a stringere in un fascio le forze che poteva opporre al nemico. A lui si aggiunsero, come alleati, oltre i Tarantini, i Peucezii e le città di Metaponto e di Turio. Anche con i Romani egli fece lega (5). Dalla parte opposta erano schierati contro di lui Bruzii, Lucani (6) e Sanniti….L’epirota ottenne, sulle prime, una serie di successi; ai Lucani tolse Eraclea, ai Bruzi Terina, e la capitale loro stess, Cosenza (1). Ciò nonostante, i nemici, trinceratisi nell’interno montuoso del paese, tornavano, sempre più insistenti, all’attacco, riforniti di nuove forze dai vicini Sanniti. Dopo qualche tempo Alessandro comprese che, per sanare il male, bisognava stroncarlo alla radice, e spuntò dritto al cuore della resistenza nemica, a Pesto. Come sia arrivato a Pesto è questione molto dibattuta. Secondo l’opinione di alcuni studiosi, egli vi si sarebbe recato per via di mare, attraverso un lungo giro (2); secondo altri, egli avrebbe seguito l’itinerario terrestre risalendo, verisimimilmente, da Metaponto la valle del Casuento, passando sotto Potenza, di qui raggiungendo la valle del Tanagro e seguendo, quindi, il corso del Silaro (3). Presso Pesto avvenne una grande battaglia (a. 332 ?), nella quale i collegati Lucani e Sanniti furono sconfitti (4). Dopo la vittoria di Pesto Alessandro sarebbe ritornato sul Jonio seguendo questo itinerario. Dapprima avrebbe rasentato il litorale tirrenico passando per le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani; da Lao sarebbe risalito alle sorgenti del Laino (p. 30); di qui si sarebbe immesso nella valle del Sinni (p. 20), e avrebbe infine raggiunto Eraclea (5). Secondo altri, Alessandro “ridiscese verso sud per prendere alle spalle i fuggiaschi Lucani, percorrendo la valle del Tanagro, la via più tardi scelta da Alarico, che doveva riuscire ad ambedue parimenti funesta” (1 – p. 96).”. Da questo passaggio del Magaldi, intanto si evince che lla citata “Scidro” “….pasando per le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani;” e, scriveva pure che queste città, compreso Scidro erano non molto distanti da Pesto e si trovavano come Pesto e Velia avrebbe “rasentato il litorale tirrenico”. Il Magaldi, a p. 95, nella sua nota (2) postillava che: “(2) F. Lenormant, La Grande-Grèce. Paysages et histoire, vol. I, Parigi, 1881, p. 40”. Il Magaldi a p. 95, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Ciaceri, o. c., III, p. 11. L’itinerario terrestre è sostenuto anche dal Beloch, Griechische Geschchte, Strasburgo, 1887, vol. II, p. 594, nonchè dal Racioppi, o. c., I, p. 322.”. ll Magaldi, a p. 95, in proposito scriveva che: “Dopo la vittoria di Pesto Alessandro sarebbe ritornato sul Jonio seguendo questo itinerario. Dapprima avrebbe rasentato il litorale tirrenico passando per le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani; da Lao sarebbe risalito alle sorgenti del Laino (p. 30); di qui si sarebbe immesso nella valle del Sinni (p. 20), e avrebbe infine raggiunto Eraclea (5).”. Dunque, come vedremo in nota, il Magaldi, sulla scorta di Emanuele Ciaceri, ed io aggiungo del Pais, scriveva che, Alessandro il Molosso, dopo aver conseguito, nel 332 a.C., una schiacciante vittoria sui Lucani a Pesto, sarebbe ritornato sulle coste del mar Ionio seguendo un itinerario costiero fino a Lao, ovvero, scrive il Magaldi, che il Molosso si allontanò con le sue truppe da Pesto, “rasentato il litorale tirrenico passando per le città di Pissunte, Scidro e Lao, da tempo in mano dei Lucani;”, quindi probabilmente seguendo un itinerario marittimo giunse a Pixunte, a Scidro ed infine a Lao che erano città Lucane, come del resto Pesto. Il Magaldi, a p. 95, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Ciaceri, o. c., III, p. 11. Il Ciaceri ricostruisce questo itinerario dalla notizia contenuta in Stefano Bizantino, sotto la voce “Scidro”, che questa città era ricordata dallo storico reggino Lico a proposito delle imprese di Alessandro. Senonchè la stessa notizia è servita al Pais, La Spedizione, ecc…., cit., p. 170 seg. per sostenere che il Molosso pervenne a Pesto per via di mare. Sul probabile sito di Scidro si dirà in seguito.”. Il Magaldi, nella nota (5) citava Ettore Pais (….), e la sua opera “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia. Nota letta alla R. Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti, dal socio ordinario residente Ettore Pais.”. Il Magaldi citava l’opera di Emanuele Ciaceri (….), il vol. III della sua “Storia della Magna Grecia”, ma a p. 11. Infatti, Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, vol. III, (ed. del 1932), a p. 11, ci parla della spedizione di Alessandro il Molosso ed, in proposito scriveva che: “Lucani e Sanniti, prima ch’egli scendesse al piano, gli andarono incontro ma furono battuti; onde v’è da supporre che sia entrato a Pesto (2). La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la littoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo le sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea.”. Dunque, il Ciaceri ci parla dell’itinerario che Alessandro il Molosso seguì prima di far ritorno ad Eraclea sulle coste dello Ionio. Il Ciaceri scriveva che il Molosso, da Pesto fece ritorno passando per Pissunte, per Scidro ed infine a Lao, che erano da lungo tempo città dei Lucani, ora vinti a Pesto e, a Pissunte, Scidro e Lao fece “dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote”. Il Ciaceri, nel vol. III, a p. 11, nella nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (STEPH. B. s.v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Dunque, di cosa si tratta ?. A cosa si riferiva il Ciaceri quando scriveva della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV” ?. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a p. 299 riferendosi allo storico Lico di Reggio (….) ci dice di Alessandro il Molosso ed in proposito scriveva che: fra le altre cose, egli scrisse un libro ‘Intorno ad Alessandro’….ricordava insignificanti città d’Italia quali Scidro e Larino e relative storielle. Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); il quale, come vedremo, era avanzato prima da Brindisi sino ad Arpi nella Daunia, a sud della regione dei Frentani ov’è appunto la città di Larino (fr. 2) ed aveva compiuto, dopo, una spedizione per via interna da Metaponto sino a Pesto per prendere alle spalle i Lucani e Sanniti, donde quindi aveva fatto ritorno ad Eraclea verisimilmente lungo la via littoranea del Tirreno, ove, fra le altre, sorgeva la cittadina di Scidro (fr. 1), colonia di Sibari (4). Ecc..”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Fernando La Greca (33), in un suo studio sul Golfo di Policastro: ‘L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana’ riferendosi all’opera di Lico di Reggio su Alessandro il Molosso “Etnika” scriveva che: In questa citazione si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso  (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.; se ne deduce che Scidro avesse un porto. Il Molosso giunge in Italia con una flotta con la quale si sposta lungo le coste, e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.” […]; […] “a Sapri, le ceramiche di fine VI secolo trovate alle falde della collina del Timpone sembrano confermare l’ipotesi di coloro che localizzano qui una città greca arcaica, subcolonia dei Sibariti, di nome Scidro (Skidròs).”. Fernando La Greca (33) scriveva che l’unica fonte o citazione di una “Scidro” è un brano del “lessico” di Stefano Bizantino, “….dove la stessa Scidro è detta città dell’Italia, ecc…” e, dove: si narra anche del passaggio per Scidro da parte del condottiero Alessandro il Molosso  (chiamato da Taranto per fronteggiare i Sanniti) nel 334 a.C.”. Il La Greca, riguardo “Scidro” scriveva pure che: “ed il suo etnico è Skidronòs, come riporta lo storico Lico di Reggio nella sua opera, Ethnica, su Alessandro (3). Il La Greca (….), nella sua nota (….) postillava di  “(3) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.”. Il La Greca scriveva che nel “Lessico” di Stefano di Bisanzio o Bizantino (….), viene riportata l’opera di Lico di Reggio, “Etnika”, in cui si narra del passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso, condottiero che fu chiamato dalla città di Taranto per sconfiggere i Sanniti nel ‘334 a.C.. e cita l’opera di Costantino Gatta (…). Dunque, il La Greca scriveva che Stefano di Bisanzio (….), nel suo “Lessico Geografico” riportava un libro di Lico di Reggio che citava “Scidro” dove lo storico reggino narrò il passaggio per Scidro di Alessandro il Molosso. Il La Greca scriveva che Alessandro il Molosso, nell’anno ‘334 a. C. (IV sec.), a.C., fu chiamato dai Tarantini di Sicilia per vincere i Sanniti che volevano conquistare la città. Alessandro il Molosso giunse in Italia con una flotta di navi e dopo essersi fermato a Scidro “e dopo aver combattuto in Puglia passa dal Tirreno per sorprendere i Sanniti alle spalle, prima passando per Scidro e, successivamente, sbarcando presso la città amica di Poseidonia.”. Dunque, secondo la notizia riportata dal La Greca, egli deduceva che “Scidro” avesse un porto nell’anno ‘334 a.C..Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, ed. 1925, vol. II, nel capitolo VI “Le imprese di Alessandro il Molosso”, a pp. 272-273, in proposito scriveva che: “Della potenza raggiunta dai Bretti aveva dato prova cospicua il vano tentativo di domarli fatto da Alessandro il Molosso, re di Epiro, zio di Alessandro il Grande……. Poniamo ora in rilievo che le popolazioni Sannitiche, alle quali fra poco dovevano succedere i Romani,…….Alessandro il Molosso, al quale Taranto si rivolgeva, era principe ambizioso e di gran valore ed accettò l’invito con la speranza di fondare un grande impero in Occidente. Nello stesso anno in cui suo nipote Alessandro il Grande muoveva alla conquista dell’impero Persiano, egli si volgeva in Italia, sapendo di avere impresa, …..Giunto però a Taranto, il principe Molosso……Ma, guastatosi coi Tarantini, fece fulcro della sua potenza la città di Thuri, loro nemica (dei Tarantini), minacciata dai Bretti e, per vendicarsi di Taranto, trasportò nel territorio di Thuri la sede dell’assemblea degli Italioti. Ben presto però Alessandro si accorse che la lotta coi Bretti era assai ardua. Era difficile penetrare nell’interne vallate dell’aspra regione montagnosa occupata da quelle genti forti e selvagge; ed allora concepì l’ardito disegno di assalirli alle spalle, trasportando parte delle sue forze per mare presso alle foci del Silaro, partendo dai confini di Pesto, discendendo le valli, che penetrano nel cuore del paese dei Bretti e raggiungono le coste dell’Ionio…..Il disegno non riuscì. I Bretti si difesero disperatamente presso il fiume Acheronte e nel passare la riviera il re d’Epiro venne ucciso da un esule Lucano. La sua morte avvenuta verso il 331-330 a.C. segnò la fine della potenza di Thuri ed un periodo di incontrastata superiorità per i Bretti (verso il 330 a.C.).”. Dunque come abbiamo visto il Pais non dice nulla circa le notizie di un passaggio di Alessandro a Scidro e a Pixunte. Ettore Pais (…), però scrisse in proposito il libro ‘La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia. Nota’, Napoli, Stab. Tip. della R. Università, 1902. Il Pais, nel suo “Storia critica di Roma durante i primi cinque secoli” dedica un capitolo alla questione intitolato “IL TESTO DI LIVIO ( VIII 24 , 4 ) RELATIVO ALLE GESTA DI ALESSANDRO IL MOLOSSO IN ITALIA . Dunque, è Tito Livio (….) che ci racconta della spedizione di Alessandro il Molosso contro i Lucani alleati dei Brezii. Il Pais, a p. 516, nelle sue note al testo riguardo la p. 223 sgg. postillava che: “p. 223 sgg. Intorno alle imprese di Alessandro il Molosso v. la mia memoria edita nell’Italia Antica vol. II, p. 163 sg. ove raccolgo tutto il materiale relativo a questo periodo.”. Da qualche parte ho letto che fu Giustino a fornire alcune utili informazioni che ci riguardano. Infatti, il Pais, nelle sue note al vol. II, postillava che: “p. 255 sgg. Intorno al sorgere dei Brutti porgono dati assai brevi e incompiuti, Diod. XVI, 15, Strab. VI, P. 255 C., Iustino XXIII, I, il quale insiste sulla loro ‘feritas che ‘diu terribilis finitimis fuit’. Degno di nota è anche il passo di Livio XXIV, 3, 12 ove i Crotoniati ecc..”. Infatti, Ettore Pais, nella sua “Italia Antica”, vol. II, a p. 164, in proposito scriveva che: “Ne è abbastanza chiara da qual fonte originaria derivi il racconto drammatico, che dalla fine di quel principe ci è conservato il Livio (1).”. Il Pais, a p. 164, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Livio, VIII, 3; 17; 24; cfr. Iustino, XII, 2, 12. Strab., VI, p. 256 C.; 280 C.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “ceterum Samnites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo populi adversus regem exensionem a Paesto facientem signis conlatis pugnaverunt eo certamine superior Alexander, incertum qua fide culturus si perinde cetera processissent, pacem cum Romanis fecit”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος εν τω περι ‘Αλεξανδροο.”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie des Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro Magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”.

Pais, Italia antica, p. 171

Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso”, a pp. 143-144 e ssg., in proposito scriveva che: “Risalendo il territorio metapontino per la valle del Bradano, Alessandro, avrebbe potuto attraversare tutto quanto il territorio dei Lucani e ferire nel cuore del loro impero i più vigorosi tra i suoi nemici meridionali. Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno che un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Il Pais, a p. 143, nella nota (1) postillava: “(1) Beloch, griech. Geschichte, II, p. 594.”. Il Pais, a p. 143, nella nota (2) postillava: “(2) Liv. III, 17, 9: “ceterum Samnites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo populi adversus regem exensionem a Paesto facientem signis conlatis pugnaverunt eo certamine superior Alexander, incertum qua fide culturus si perinde cetera processissent, pacem cum Romanis fecit”; Lyc. Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος πολις ‘Ιταλιας το εθνιχον Σχιδρινος, ως Λυχος εν τω περι ‘Αλεξανδροο.”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il Bouché-Lechercq, Historie des Lagides I, p. 135, sono incerti se Livio abbia narrate le gesta di Alessandro magno o del Molosso. Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Dunque, il Pais conferma il percorso per via mare, che Alessandro il Molosso con il suo esercito fece per arrivare a Paestum (Pesto lucana) ed il passaggio da Laos e da Scidro. Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a pp. 8- 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: “Chiesero, in fine, aiuto ad Alessandro il Molosso, re di Epiro; il quale accettando l’invito, con entusiasmo si affrettò a fare preparativi si da porsi presto in viaggio con 15 vascelli da guerra e numerosi navi cariche di truppe e di cavalli (2). Con quali propositi egli veniva in Italia (a. 334/3)?…..(p. 10) Alessandro comprese che per porre termine alla lotta era necessario fermare quella perenne fiumana di uomini alle sue sorgenti (5); e per questo egli decise di attuare una spedizione verso nord lungo l’interno del paese, sì da giungere a Pesto, l’antica Posidonia, che rappresentava, per così dire, la testa di ponte della potenza lucana, come un tempo l’era stata, in senso inverso, per lo Stato di Sibari (1)(p. 11). Quale via abbia tenuto, non è deto; ma puossi congettuarare che risalendo da Metaponto il corso del Casuento (Basento) e passando sotto Potenza raggiungesse le sorgenti del Tanagro, lungo il quale poi penetrava nella vallata del Silaro. Così avrebbe preso il nemico alle spalle. Lucani e Sanniti, prima ch’egli scendesse al piano, gli andarono incontro ma furono battuti; onde v’è da supporre che sia entrato a Pesto (2). La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Le basi del suo principato eran ormai gettate; e Lucani e Bruzzi si vedevan costretti a consegnargli numerosi ostaggi, ch’egli inviava in Epiro, mentre gli esuli provenienti dalla loro parte venivano a formare intorno a lui un corpo di guardia (4). E poichè i Romani assoggettarono il Lazio e posto piede in Campania diventarono finitimi dei Sanniti, era naturale che contro il comune nemico stringessero rapporti d’amicizia e di alleanza con il valoroso re (5).”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Non è ammissibile che si recasse per via di mare fino a Pesto, secondo la congettura del LENORMANT, La Grande-Grèce I p. 40 (vedi anche NIESE, Gesch. der griech. u. maked. Staaten I p. 476), seguita dal Pais, op. cit., p. 143.”. Il Ciaceri, a p. 11, nella nota (5) postillava che: “(5) Iustin. XII, 2, 12: cum – Romanis foedus amicitiamque fecit.”. E’ proprio in questa postilla che il Ciaceri chiarisce la questione del percorso che fece il Molosso. Il Ciaceri non ammette il percorso enunciato dal Lenormant e dal Pais. Infatti, secondo Francois Lenormant (…), nel suo “La Grande-Grèce”, vol. I, p. 40 scriveva che il Molosso si recò a Pesto per mare. Francois Lenormant (….), nel suo vol. I, della sua “La Grande-Grèce”, a p. 40 scriveva che: “…….

Lenormant, I, p. 40

Sull’ingresso e la conquista di Posidonia di Alessandro il Molosso, il Ciaceri a p. 11, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Liv. VIII, 17, 9: “ceterum Samnites bellum Alexandri Epirensis in Lucanos traxit, qui duo populi adversus regem escensionem a Pesto facientem signis conlatis pugnaverunt.”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”. E’ poprio in questa postilla che il Ciaceri chiarisce ulteriormente la sua teoria (differente dal Lenormant), sull’itinerario militare del Molosso. Il Ciaceri scrive che proprio la citazione di Scidro, che fece Lico di Reggio, dice il Ciaceri che starebbe a dimostrare che il Molosso toccò le spiagge di Scidro nel viaggio di ritorno per via mare da Pesto. Secondo il Ciaceri, fu da Scidro che il Molosso risalì con le sue truppe le vie interne per arrivare a Eraclea sullo Ionio. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”.  Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a p. 299, ritorna sulla figura di Lico di Reggio (…) e cita di nuovo l’impresa del Molosso e Scidro, scrivendo che: gli avrebbe inviato Lico un suo scritto riguardante l’Occidente (2), incomprensibile riuscirebbe che ciò egli facesse con un libro in cui, a giudicare dai due frammenti soprammenzionati, ricordava insignificanti città d’Italia quali Scidro e Larino e relative storielle. Ecc..”. Il Ciaceri, riferendosi al libro di Lico reggino “Intorno ad Alessandro”, nella sua nota (2) a p. 299, postillava che: “(2) v. LAQUEUR in R. E. XIII 2, 2406 sg.”. Edoardo Galli (….), nel suo “Per la Sibaritide – studio topografico e storico etc…”, nella parte IV, cap. VI, a pp. 155-156 e ssg., in proposito scriveva che: Strabone (l. c.) racconta che Turio fu ridotta in servitù dai Lucani; ma grandi danni non dovette subire, perchè, in seguito, fu come il quartier generale di Alessandro di Epiro, durante le sue operazioni in questa parte d’Italia….Si è visto come Alessandro di Epiro aveva fatto di Turio, la base delle sue ultime e sventurate imprese; Giustino anzi aggiunge (XII, 2, 15) che (il suo cadavere ebbe onorata sepoltura in questa città”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 79, in proposito scriveva che: “….L’accenno alla spedizione sul versante tirrenico compare soltanto nel testo liviano, mentre sia Strabone che Trogo/Giustino la ignorano. Accettata l’attendibilità della notizia (75), rimane da stabilire se quest’intervento sia stato preceduto dalle imprese nel territorio bruzio. E’ plausibile pensare che solo dopo le operazioni vittoriose nel Bruzio, con la conquista d’importanti centri tra cui la stessa Cosentia (Liv., VIII 24,4), egli abbia potuto spingersi verso il litorale tirrenico per cercare di sconfiggere la resistenza lucana (76). S’impone ora la domanda relativa all’itinerario seguito dalle sue truppe per raggiungere Paestum. Alcuni studiosi pensano, sulla scia del Beloch, che il re abbia attraversato tutto il territorio lucano penetrando poi nella pianura pestana, altri ritengono che vi sia giunto per mare (77). Una terza ipotesi, avanzata da Pareti, si fonda sulla possibilità di una marcia da Turì al Tirreno, rimontando per Scidro verso Paestum con l’intento di liberare le città costiere di Laos, Pyxus ed Elea; dello stesso parere è C. A. Giannelli che sostiene però che il Molosso deve aver seguito un itinerario per via di terra da Turi a Scidro e, per via di mare, da Scidro a Paestum (78). In effetti questa soluzione avrebbe permesso all’Epirota un viaggio celere e sicuro rispetto a quello che l’avrebbe portato dallo Ionio al territorio poseidoniate attraverso la valle del Basento, di Serra e poi il Tito, il Platano ed il Sele (79).”. La Catalano, a p. 79, nella nota (75) postillava che: “(75) C.A. Giannelli, art. cit., p. 12 n. 35”. La Catalano qui si riferisce al testo di C. A. Giannelli (….), “L’intervento di Archidamo e di Alessandro il Molosso in Magna Grecia”, in “Critica storica”, VIII, 1969. Vi è pure un altro testo molto interessante che ci parla di Scidro, di Lao e di Alessandro il Molosso. Si tratta di Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, Firenze, Sansoni, 1963 oppure lo stesso testo ed. Bemporad, Firenze, 1924. La Catalano, nel testo citato, a p. 18, in proposito scriveva che: “Alla base della tradizione raccolta da Giustino, epitomatore di Pompeo Trogo…”. Dunque, la Catalano, si riferisce all’opera di Giustino (….) e, da Wikipedia leggiamo: Marco Giuniano Giustino (in latino: Marcus Iunianius (o Iunianus) Iustinus; … – …; fl. II-III secolo) è stato uno storico romano dell’epoca degli Antonini. Di Giustino ci resta l’Epitoma Historiarum Philippicarum Pompei Trogi, ossia il riassunto – non sappiamo quanto rispondente all’originale in percentuale di testo conservato – dell’opera dello storico narbonese d’età augustea. In effetti, Giustino resta fedele al proposito espresso nella Praefatio di estrapolare quanto non risultasse utile: eliminati i discorsi diretti, tipici della storiografia, e le digressioni troppo ampie, l’epitome di Giustino conserva lo scheletro della narrazione. L’opera, interessante più per la parte aneddotica che per quella storica, spesso disordinata ed erronea, ebbe larghissima diffusione nella tarda romanità. Essa risulta un ottimo esempio di epitome anche a livello stilistico, perché “nella forma e nella sostanza vi è la diseguaglianza propria di chi a volte si tiene vicino alla fonte, a volte se ne allontana così da compendiare intere pagine in brevi parole”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 79, in proposito scriveva che: S’impone ora la domanda relativa all’itinerario seguito dalle sue truppe per raggiungere Paestum. Alcuni studiosi pensano, sulla scia del Beloch, che il re abbia attraversato tutto il territorio lucano penetrando poi nella pianura pestana, altri ritengono che vi sia giunto per mare (77). Una terza ipotesi, avanzata da Pareti, si fonda sulla possibilità di una marcia da Turì al Tirreno, rimontando per Scidro verso Paestum con l’intento di liberare le città costiere di Laos, Pyxus ed Elea; dello stesso parere è C. A. Giannelli che sostiene però che il Molosso deve aver seguito un itinerario per via di terra da Turi a Scidro e, per via di mare, da Scidro a Paestum (78). In effetti questa soluzione avrebbe permesso all’Epirota un viaggio celere e sicuro rispetto a quello che l’avrebbe portato dallo Ionio al territorio poseidoniate attraverso la valle del Basento, di Serra e poi il Tito, il Platano ed il Sele (79).”. Dunque, la Catalano parlando dell’itinerario che seguì l’esercito di Alessandro il Molosso che si recò con il suo esercito a conquistare la già lucana Pesto, elenca le diverse ipotesi fatte ed in proposito scriveva: “…C. A. Giannelli che sostiene però che il Molosso deve aver seguito un itinerario per via di terra da Turi a Scidro e, per via di mare, da Scidro a Paestum (78)”, ipotesi che in ogni caso presupponevano l’esistenza della città di “Scidro” da cui probabilmente il Molosso part’ con la sua flotta. La Catalano, a p. 79, nella nota (77) postillava: (78) C.A. Giannelli, art. cit., p. 16, definisce “più convincente” l’ipotesi del Pareti.”. La Catalano, a p. 79, nella nota (77) postillava che: (77) Per l’elenco delle diverse ipotesi v. M. Liberanome, art. cit., p. 91, n. 1″. La Catalano, a p. 79, nell nota (77) si riferisce al testo (v. a p. 57, nota (17)), di Manfredo Liberanome (…) ed il suo “Alessandro il Molosso e i Sanniti”, in “Atti Accad. Scienze Torino”, CIV, 1969-70, p. 91, n. 1. Infatti, Manfredo Liberanome (….), nel suo saggio “Alessandro il Molosso e i Sanniti”, a p. 88 e sgg., in proposito scriveva che: Il re d’Epiro, infatti, dopo una serie di operazioni compiute in Apulia, fin verso il Gargano, non tanto per difendere i tarentini, quanto per avere le più ampie possibilità di comunicazione con l’Epiro indipendentemente da Taranto ed una base per le future operazioni (I), aveva stipulato un accordo con i Pediculi o Peucezi (2), evidentemente in funzione antisannita, ed aveva tolto ai Lucani alcuni centri che essi avevano conquistato (3).”. Dunque, il Liberanome, in proposito scriveva che, Alessandro il Molosso: “aveva tolto ai Lucani alcuni centri che essi avevano conquistato (3).”. Il Liberanome, a pp. 89-90, nella nota (3) postillava che: “(3) Credo che le operazioni di Alessandro contro i Lucani (e i Bruzi) si siano svolte in due tempi, separati dalla spedizione a Paestum e dalla battaglia avvenuta presso quella città (forse vicino al Silaro che segnava il confine con la Campania). Alla prima fase operativa appartiene la conquista di Eraclea, di Terina, di Cosenza (Liv. VIII 24, 4), di Scidro (v. Steph. Byz., s.v.) citata da Lico di Regio (Muller, F.H.G., II, p. 370 e Jacoby, F. Gr. Hist., II B, p. 525) l’unico, per quanto ci consta, che narrasse le imprese di Alessandro.”. Il Liberanome, dopo aver postillato di Scidro e delle notizie riguardo Scidro contenute in Lico di Regio e riportate da Stefano di Bisanzio, postillava ancora su altri centri conquistati ai Lucani da Alessandro il Molosso, come ad esempio, Terina e Cosenza che fu tolta ai Bruzi. Sempre il Liberanome, a p. 90, nella nota (3) postillava: “(3)….Certo la situazione impose al re tempi e movimenti affrettati, per cui non è pensabile, ad es., che egli avesse costruito le mura di Potentia lucana (v. M. Napoli, La Grande Grecia, cit., p. 207). Sull’itinerario di Alessandro v. anche E. Lepore, Incontri di economie e di civiltà, in ‘Vie della Magna Grecia’ (Atti del II Convegno di Studi sulla M. G.), Napoli, 1963, p. 219.”. Infatti, la Catalano, sulla scorta del Liberanome, a p. 79, nella nota (76) postillava che: (76) Per l’itinerario del Molosso v. E. Lepore, Incontri di economie e di civiltà, in “Atti II Conv. St. sulla Magna Grecia”, cit., p. 219″. Riguardo la postilla della nota (76), Ettore Lepore (….), in “Atti del II Convegno di Studi sulla Magna Grecia tenutosi a Taranto etc…” (in “Vie della Magna Grecia” – AA.VV.), in “Documentazione e bibliografia”, a p. 219 egli scriveva che: Per Alessandro il Molosso, il suo itinerario e i rapporti con Roma, cfr. sopratutto Iust. XII, 2, 5-11; Liv. VIII, 3, 6; 17, 9; 24, l ss. e spec. 17, 9-10 (Iust., XII, 2, 12); a quest’opera va oggi datato anche il trattato tra Roma e Taranto etc…”. Dunque, dopo aver citato una tesi insostenibile di Mario Napoli, che altrove abbiamo visto ciò che scrisse e dice di Scidro, il Liberanome, sull’itinerario di Alessandro il Molosso cita il testo di Lepore. Sempre il Liberanome, a p. 91, in proposito scriveva che: “Probabilmente per far cessare tale aiuto e per affermare, anche nei confronti di Roma, la propria presenza sulla costa tirrenica, lontana dal primo teatro delle sue operazioni, Alessandro si portò a Paestum con la flotta, preferendo – credo – questa soluzione, che gli offriva il duplice vantaggio della maggiore celerità e della maggior sicurezza, a quella di una lunga e difficile marcia in un territorio che egli doveva sapere ostile (I), e, poco distante da quella città, si scontrò vittoriosamente con le forze che i Lucani ed i Sanniti gli avevano posto di fronte.”. Il Liberanome, a p. 91, nella nota (I) postillava: “(I) Il passo di Livio (VIII, 17, 9: regem escensionem a Pesto facientem) è ambiguo ed ha reso discordi i moderni, tra i quali alcuni ritengono che Alessandro sia giunto per via di terra (ad es. Beloch, Gr. Gesch., III (2), I, p. 598, n. I; Ciaceri, op. cit., III, p. 11, n. I; Wuilleumier, Tarente, cit., p. 86; Pareti, Storia di Roma, cit., I, p. 521) altri per via di mare (ad es., Lenormant, La Grande-Grèce, I, Paris, 1881, p. 40; Pais, Stor. Crit. di Roma, IV, p. 326; Honingmann, in R. E., XIII, col. 1545 s.v. Lucani; M. Sordi, Roma e i Sanniti, cit., p. 31). Propendo per questa seconda ipotesi. L’esistenza della flotta di Alessandro è attestata da Aristotele, frg 614 (Rose).”. Il testo di Pierre Wuilleumier, ed il suo “Tarento, des origines à la conquete romaine”, 1939. Ettore Pais, nel suo “Storia critica di Roma”, vol. IV, a p. 326, in proposito scriveva che: “Trasportato per mare un esercito sulle coste del Tirreno e sbarcatolo a Posidonia a sud del Silaro (a Paestum dei Lucani), s’incamminò per quella valle del Tanagro che attraversando la Lucania conduce alla regione dei Bruzi (3). La popolazione indigena dei Bruzi, che nella seconda metà del secolo V, era stata per un poco assoggettata dai Lucani, da qualche decennio si era emancipata. Strettasi in potente federazione, che aveva per sede Pandosia nella valle interna del Crathis, antica reggia delle popolazioni Enotriche, si era accinta a conquistare le sottoposte città Elleniche. Terina per la prima era venuta in loro potere nel 356, e nel coso della loro conquista s’insignorirono di Eiponion già colonia di Locri (Vibo) e poi di Thurii.”. Il Pais, a p. 326, nella nota (3) postillava: “(3) Liv. VIII 17, 9; cfr. con Lyc. Rheg. apud Step. Byz., s.v. Σκιδρος; cfr. le mie Ricer. Stor. geogr., p. 143.”, che ho già riportato.

Nel 333 a.C., Vibonati, colonia dei Fenici scampati alla distruzione di Tiro

Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro  – natura – mito – storia”, a p. 158, in proposito scriveva che: “Bosio, nelle sue “Note alla VII Epistola ad Attico di Cicerone”, lasciò intendere che Vibonati, nel IV secolo a.C., fosse colonia dei Fenici, definendola “Vibo oppidum Thuriorum”. La notizia, anche se non confermata può essere ritenuta di una certa attendibilità. Difatti, Alessandro il Grande, una volta sconfitto Dario III nella grande battaglia di Isso (333 a.C.) volendo completare la conquista dei paesi costieri del Mediterraneo, invase la Fenicia e, dopo un lungo assedio, prese e distrusse, in quello stesso anno, la famosa e fiorentissima città di Tiro (12).”. Il Guzzo, a p. 158, nella nota (12) postillava:  “(12) U. Nicolini, Storia Orientale e Greca – Torino – Utet, 1960, pag. 282”. Ugo Nicolini (….), nel suo “Storia Orientale e Greca”, nel cap. V dedicato alla “Storia dei Fenici”, a p. 53, in proposito scriveva che:  “Fu poi conquistata da Ciro, re dei Persiani, e infine da Alessandro Magno, il quale la sottomise nel 332, dopo aver assediata e distrutta Tiro, che si difese a lungo con grande ardimento.”. Il Nicolini, a p. 282 ci parla di Dario III che fuggì verso l’interno dell’Asia abbandonando la famiglia ma ovviamente non dice nulla di Vibone o Vibonati come afferma il Guzzo. Da Wikipedia leggiamo che i Fenici, dopo la battaglia di Isso contro Dario III,  una volta ricostruita Sidone nel 345 a.C., poiché fondamentale base strategica, si arrende spontaneamente insieme ad Arado e Biblo all’arrivo di Alessandro. Tiro si oppone e viene cinta d’assedio: il conquistatore unisce l’isola alla terraferma e conquista la città, che tuttavia mostra in seguito una ripresa. La cultura greca, già nota dai commerci, presenta un’accelerazione dell’ellenizzazione: gli influssi artistici e le assimilazioni divine evidenziano un’interazione fra le due culture (Bonnet)[non chiaro], e un fatto lento e con ritorni (Moscati).[non chiaro] Dal I secolo a.C. si osserva l’intervento di Roma, che nel 64 a.C. istituisce la provincia di Siria, comprendendo le città fenicie. Il periodo sarà economicamente benefico, arricchito dallo splendore delle città di Tiro e Beirut. Il Guzzo continuando il suo racconto, in proposito scriveva ancora che: “I Fenici scampati alla devastazione ed all’eccidio della loro capitale, fuggirono, con le loro agilissime navi, per le coste occidentali del Mediterraneo, rifugiandosi in vari paesi. Alcuni di essi sbarcarono nel Sinus Vibonensis e attratti dalla fertilità dei campi, dalla rigogliosa vegetazione dei boschi circostanti e dalla grande ricettività del litorale che molto somigliava a quello dell’abbandonata patria, vi si stabilirono e vi fondarono alcune colonie. Una di esse dovette essere Vibone, e tae avvenimento sembra essere confermato dal nome che ancora oggi il rione più alto di Vibonati porta di “Tirone”, da Tiro appunto. Ma i Fenici non trovarono disabitate queste terre. Etc…”. Dunque, il Guzzo riporta una notizia di Bosio (….), che, secondo lui: “…nelle sue “Note alla VII Epistola ad Attico di Cicerone”, lasciò intendere che Vibonati, nel IV secolo a.C., fosse colonia dei Fenici, definendola “Vibo oppidum Thuriorum”.”. Intanto bisogna chiarire se questa fosse una notizia di Bosio o si trattasse di una notizia dataci da Cicerone nelle sue “Epistole ad Attico”. Cicerone, nelle sue lettere all’amico Attico, scrisse che in diverse occasioni si era fermato ad “Hipponem”. Sempre parlando di questa località, nel Bruzio e non distante da Reggio Calabria, Cicerone riportò delle notizie storiche riguardanti le origini di quei luoghi, delle poplazioni che ivi si femarono probabilmente già prima dell’VIII secolo a.C.. Ma Cicderone si riferiva alla Hipponium. Da Wikipedia leggiamo che Vibo Valentia, già Monteleone fino al 1863 e Monteleone di Calabria dal 1863 al 1928. Corrisponde all’antica Hipponion (Ἱππώνιον), importante città della Magna Grecia su cui sorse poi la colonia romana di Valentia. Tuttavia, è vero che sulle lettere di Cicerone vi sono delle distanze che non tornano e molti pensano che la Hipponion citata da Cicerone non fosse la colonia romana di Valentia ma si trattasse della “Vibone Lucana” che poi sarebbe Sapri. La questione è stata da me trattata quando parlo di Cicerone e delle sue lettere e dei riferimenti al “Fundus Siccae”.

Nel 317 a.C., Nerulum durante la seconda guerra Sannitica

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 181 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Era l’anno 317 a.C., ed essendo spirata la tregua di due anni stabilita coi Sanniti e coi loro confederati, i due nuovi Consoli Giunnio Bubulco ed Emilio Bardula si diressero contro la Puglia. Dopo averla domata, Giunnio irruppe nella Lucania, s’impadronì d’Acerenza, o, secondo altri, Florentia, ed, indi, essendo giunto repentinamente l’altro Console Emilio – il quale era rimasto momentaneamente nella Puglia per assicurare i nuovi acquisti – Nerulo fu preso per forza. Quell’impresa è così rapidamente descritta da Tito Livio nel libro IX n. 20 delle Storie: ‘Apulia perdomita – nam Acherontia (altri leggono Ferento) valido oppido, Junius potitus erat – in Lucanos perrectum. Inde, repentino adventu Aemilii Consulis, Nerulum vi captum (1). Se dunque, secondo la narazione Liviana, i due Consoli Romani, dopo avere espugnato quell’altra Città, percorsero per la prima volta trionfalmente buona parte della Lucania, e si diressero ‘viribus anitis contro Nerulo, quasi per ferire nel cuore la forte nazione Lucana, è facile argomentare che Nerulum, vi captum, fosse di considerevole importanza, e, per essere stato espugnato a viva forza dalle legioni romane, sorgesse in sito ben fortificato, come si può supporre sulla rupe di Lagonegro, meglio che negli altri luoghi indicati da coloro, che vorrebbero altrove collocare Nerulo. Anche il Corcia ritiene ciò nl vol. III pag. 71 della Storia: “Poichè, nel 436 di Roma, la città di Nerulo veniva presa con la forza dal Console Emilio Barbula nella seconda guerra Sannitica, non è dubbio che fu una città fortificata, della quale, del resto, non rimase altra ricordanza nella storia”. Ci vuole che siano andati dispersi i libri della seconda Deca di Livio, nei quali si parlava più diffusamente delle cose e delle guerre lucane, poichè, forse, in essi si sarebbero trovate maggiori notizie di Nerulo, il cui nome non appare in quel glorioso periodo storico.”. Il Pesce, a p. 182, nella sua nota (1) postillava: “(1) Il Prof. Ettore Pais, nella sua Storia Critica di Roma durante i primi cinque secoli, vol. I: I opina che l’ignoto Nerulo, espugnato dai Consoli Bubulco e Barbula, sia diverso da Nerulo sulla via Popilia, che egli dice a nord di Turio, il quale era sito nell’opposto versante del Jonio, vicino Sibari. Ma questa congettura non ha fondamento, perchè nessun altro Nerulo esisteva nella Lucania; e non deve far meraviglia se gli eserciti romani, dopo occupata Acerenza o Forenza, percorrendo la via Erculea, che congiungeva quella plaga Venosina col nostro Nerulo, giungessero repentino adventu ad espugnare anche questo.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ecc..”, a p. 22, in proposito scriveva pure che: “la prima volta che i Lucani sono ricordati con sicurezza durante la guerra è all’a. 317 e non come alleati dei Romani, i quali invece, affermata la loro posizione in Apulia e conquistata Ferento, nel territorio di Venosa al confine lucano, si volsero contro i Lucani impadronendosi della città di Nerulo (1).”. Il Ciaceri, a p. 22, vol. III, nella nota (1) postillava: “(1) Liv. IX 20, 9: Che il Nerulum liviano sia da far corrispondere all’odierna località di Rotonda, nella parte meridionale della Lucania e proprio fra le sorgenti del Lao e del Siri (Nissen It. Landesk. II p. 905), non par verosimile.”.

Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “L’occupazione romana sconvolge questa impostazione insediativa. Nei primi decenni del III sec. a.C. si assiste alla destrutturazione degli insediamenti d’altura a favore dell’impianto coloniale. In particolare la decadenza demografica ed economica colpisce i luoghi fortificati dell’area centro-occidentale della Lucania….La continuità è documentata anche per la frequentazione dei santuari per tutto il III (Palinuro e Volcei) o almeno fino alla metà del III (Velia, Armento). Altri invece, sia urbani che rurali, vengono distrutti nel primo venticinquenio del secolo (Metaponto = Apollo Licio e Zeus etc…).”.

Nel 281 a.C. (III sec. a.C.), Pirro, le città Lucane e i Romani

Da Wikipedia leggiamo che nel 281 a.C. la città di Taranto, in Magna Grecia entrò in conflitto con Roma, e stava preparandosi a un attacco romano che le avrebbe inferto una sicura sconfitta. Roma era già diventata una potenza egemone, e si muoveva con l’intenzione di sottomettere tutte le città della Magna Grecia. I tarantini mandarono una delegazione a Pirro, perché intervenisse e la salvasse dalla conquista romana. Pirro, già desideroso di vittorie, vide la possibilità di fondare senza sforzi un regno in Italia, nonché quella di conquistare la Sicilia ed espandersi in Africa; inoltre, fu incoraggiato nell’impresa dalle predizioni dell’oracolo di Delfi, nonché dall’aiuto dei re ellenistici: Tolomeo Cerauno gli fornì truppe mentre Antigono II una piccola flotta ed Antioco I danaro. In vista dell’impresa Pirro riconquistò l’isola di Corcira e affidò il proprio regno al figlio quindicenne Tolomeo. Pirro sbarcò in Italia nel 280 a.C. con 3.000 cavalieri, 2.000 arcieri, 500 frombolieri, 20.000 fanti oltre a venti elefanti da guerra, che per la prima volta appaiono sul suolo italico. Precedentemente aveva inviato un suo generale, Milone, con un distaccamento di oltre 3.000 soldati per rafforzare la guarnigione di Taranto. Pirro riesce anche ad ottenere l’alleanza dei Sanniti. In un primo momento il sovrano, inferiore per numero di soldati, cercò un negoziato con il console Publio Valerio Levino, che però fallì. Poi, però, grazie alla superiorità della cavalleria e alla potenza degli elefanti, egli batté nella battaglia di Heraclea i Romani, guidati da Levino. La battaglia di Benevento. Qui, i Romani lo aspettavano: nel 275 a.C. mossero a battaglia contro un esercito epirota stanco e provato da anni di lotte lontano dalla patria, presso Maleventum. La battaglia, sebbene risultasse inconcludente dal punto di vista tattico, segnò la decisione del re epirota di ritornare in patria, dal momento che non aveva ricevuto alcun rinforzo dalla Grecia e dagli altri sovrani ellenistici cui era stata fatta richiesta. In ricordo della battaglia, i Romani ribattezzarono il villaggio Beneventum. Pirro abbandonò la campagna d’Italia e tornò in Epiro, dove, non pago del grave prezzo in uomini, denaro e mezzi della sua avventura a Occidente, preparò un’altra spedizione bellica contro Antigono II Gonata. I due sovrani si affrontarono nella battaglia dell’Aoos, nel 274 a.C. Pirro riuscì a sconfiggere il potente esercito macedone, costringendo Antigono a ritirarsi e riprendendo il trono macedone. Ad Eraclea, in territorio lucano, si scontrarono l’esercito romano e quello di Pirro; lo scontro fu favorevole a Pirro grazie all’uso degli elefanti da guerra, sconosciuti ai Romani, che li chiamarono “buoi lucani”. Tuttavia la guerra si concluse favorevolmente ai Romani, che estesero la loro egemonia su tutta l’Italia meridionale. Nel 275 a.C. Manio Curio Dentato celebrò il trionfo sui Lucani e nel 273 a.C. vennero dedotte colonie a Poseidonia, che divenne la romana Paestum, e a Grumentum. I Lucani divennero socii, cioè alleati dei Romani, mantenendo i loro costumi ed istituzioni come tutti i popoli della penisola.

Nel 274 a.C. (III sec. a.C.), SCIDROS passò alla lega di Roma

Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, a p….. riferivo che il Battisti (32) parlando di Sapri e di Scidro aveva scritto che: “In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma.”. Nella mia nota (32) postillavo che: “(32)  Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” (stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964), di “Scidro”, a p. 37 (p. 273), in proposito scriveva che: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri che ha certamente una storia preromana, mentre ‘Sanza’, si connetterà quasi certamente (ma non so in che modo) coi ‘Sontini’ lucani della lista Pliniana…..cfr. Rohlfs, op. cit., 449 (ma non sò se è riferito a Sapri).”. Il Battisti, a p. 47 e ssg., in proposito scriveva: “Passando alla documentazione diretta di toponimi usati qui dai Romani, si collocheranno fra parentesi quadre i nomi di luogo delle località già ricordate. Precedono i toponimi di centri abitati, seguono gli idronimi e gli oronimi. a) I CENTRI ABITATI….In latino non esiste questo nome, anche se scrittori locali ci dicono che Scidrus passò nel 273 alla « lega di Roma ». Caso analogo ci si presentò nel binomio Buxentum-Policastro (che in origine era una località abitata presso Buxentum e ne ereditò la sede episcopale nel V secolo). Incerta la posizione di Blandae che fu conquistata dai Romani nel 214 e deve essere stata una città costiera nei pressi di Maratèa; secondo il Nissen, II, 899 dovrebbe essere cercata sul colle di Piarella. Il Geografo Ravennate colloca fra Blandæ e Buxentum una città ‘Cessernia’ che dunque potrebbe esser cercata tanto a Sapri quanto a Lauria.”. Il Battisti, nell’analizzare i diversi nomi dei centri dell’antica Lucania e del Cilento, a p. 53 e ssg., in proposito scriveva: S A P R I ; non fu ritrovato un nome latino, ma il centro fu certamente abitato in epoca romana. Etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Nel 2022, Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini etc..”, nel II cap.: “Lucani e Romani fra luci e ombre”, a p. 23 e sgg., in proposito scriveva che: “La romanizzazione della Lucania avvenne nella prima metà del III sec. a. C., dopo le guerre (280 – 275 a.C.) contro Pirro, re dell’Epiro, chiamato in aiuto da Taranto (24) contro Roma, la quale ad ogni modo già con le guerre sannitiche (343 – 290 a.C.) si era impadronita della Campania centrosettentrionale. Con la fondazione d’una colonia latina a Poseidonia (ribattezzata Paestum)(25) nel 273 a.C. il dominio di Roma risultò ormai stabilito. La mancanza di unità politicomilitare all’interno della Confederazione lucana (26) etc…La presenza dei vincitori determinò, in un primo tempo, misure dure nei confronti dei vinti. Le mura “ciclopiche” furono abbattute, il territorio occupato, gli abitanti dei pagi costretti a fuggire. In tutto il Cilento meridionale e nel Vallo di Diano si riscontrano indizi di un processo di devitalizzazione del territorio. Si tenga conto, d’altra parte, che anche la guerra annibalica coi suoi guasti coinvolse, seppure indirettamente, le aree anzidette. Negli ultimi anni della Seconda guerra Punica (218 – 212 a.C.) infatti, prima e dopo la battaglia di Canne (216 a.C.), la fascia costiera si schierò coi Romani e quella interna fu soggetta alle scorrerie di Annibale (28). Un brano di Silio Italico ricorda i giovani bussentini (‘Buxentia pubes’) che affrontarono i Cartaginesi semplicemente con robuste clave non levigate (‘irrasae robora clavae’)(29); e Livio scrive che ‘Volcei’ (Buccino) prima accolse tra le sue mura un presidio cartaginese, poi lo consegnò (209 a.C.) al console romano Quinto Flavio Flacco (30). Già negli anni della prima guerra punica (264 – 241 a.C.) i Cartaginesi avevano tormentato, con le loro incursioni, la fascia costiera, con lo scopo di tenere in apprensione le truppe romane che agivano nell’interno (31). Lo stesso Annibale nel 261 – 260 aveva saccheggiato i centri del litorale tirrenico (32). Per questo motivo Roma nel 197 a.C. stabilì di fondare una colonia a Pyxous (propositivo che si atuò nel 194 a.C.), con lo scopo di disporre di una base di controllo costiero ai margini dell’area lucana. Fu allora che ‘Pyxous’ fu battezzata ‘Buxentum’ (33).”.

Nel 273 a.C. (III sec. a.C.), Paestum passò alla lega di Roma

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 262 parlando di Posidonia, in proposito scriveva che: “Poi lo splendore della città (circa un secolo) cominciò a declinare soprattutto per l’occupazione lucana (420-410 a.C.) che durò fino al 273 a.C., quando Roma sottrasse Paestum a quella dominazione. Con Roma Paestum ebbe rapporti strettissimi (socii navales)(13): nei cantieri di Paestum e di Velia si costruirono molte navi delle flotte romane. Perciò Roma consentì che Paestum e Velia continuassero a battere moneta, Velia prima, Paestum fino ai tempi di Tiberio (14). Dopo un certo fiorire della prima metà imperiale Paestum.”. Ebner, a p. 261, vol. II, nella nota (13) postillava: “(13) Città federata, v. Cicerone, pro Balbo, 24.55 e Lvio, VI, 3.39. Dopo il 203 battono monete solo Paestum e Capua, Magaldi cit., p. 202, ma anche Velia, Ebner, Le monete di Velia, cit., In Magaldi anche per la costituzione municipale (p. 241), per il questore (p. 239) e per il patrono, p. 268 sg.”. Ebner, a p. 261, vol. II, nella nota (14) postillava: “(14) Sulle ultime monete la nota leggenda P S S C (= Paesti signatum senatus consulto). Oltre la colonia di cittadini romani (colonia civium) dedotta a Paestum da Augusto, Populi Paestani consensu, (Panebianco, Paestum cit., p. 30), nel 71 d.C. Vespasiano vi dedusse come coloni (CIL, X, 53) i soldati della flotta del Miseno con diritto di cittadinanza ( Paestum era stata aggregata  – 89, 87 a,C. – alla tribù romana Mercia) e di connubio (potevano contrarre matrimoni se celibi o ratificare i precedenti matrimoni se ammagliati, secondo il diritto romano). Vetrani delle coorti pretorie vi dedusse anche Antonino Pio (“Notizie di Scavi”), 1931, p. 639).”. Nel 2022, Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini etc..”, nel II cap.: “Lucani e Romani fra luci e ombre”, a p. 23 e sgg., in proposito scriveva che: “La romanizzazione della Lucania avvenne nella prima metà del III sec. a. C., dopo le guerre (280 – 275 a.C.) contro Pirro, re dell’Epiro, chiamato in aiuto da Taranto (24) contro Roma, la quale ad ogni modo già con le guerre sannitiche (343 – 290 a.C.) si era impadronita della Campania centrosettentrionale. Con la fondazione d’una colonia latina a Poseidonia (ribattezzata Paestum)(25) nel 273 a.C. il dominio di Roma risultò ormai stabilito. La mancanza di unità politicomilitare all’interno della Confederazione lucana (26) etc…La presenza dei vincitori determinò, in un primo tempo, misure dure nei confronti dei vinti. Le mura “ciclopiche” furono abbattute, il territorio occupato, gli abitanti dei pagi costretti a fuggire. In tutto il Cilento meridionale e nel Vallo di Diano si riscontrano indizi di un processo di devitalizzazione del territorio. Si tenga conto, d’altra parte, che anche la guerra annibalica coi suoi guasti coinvolse, seppure indirettamente, le aree anzidette. Negli ultimi anni della Seconda guerra Punica (218 – 212 a.C.) infatti, prima e dopo la battaglia di Canne (216 a.C.), la fascia costiera si schierò coi Romani e quella interna fu soggetta alle scorrerie di Annibale (28). Un brano di Silio Italico ricorda i giovani bussentini (‘Buxentia pubes’) che affrontarono i Cartaginesi semplicemente con robuste clave non levigate (‘irrasae robora clavae’)(29); e Livio scrive che ‘Volcei’ (Buccino) prima accolse tra le sue mura un presidio cartaginese, poi lo consegnò (209 a.C.) al console romano Quinto Flavio Flacco (30). Già negli anni della prima guerra punica (264 – 241 a.C.) i Cartaginesi avevano tormentato, con le loro incursioni, la fascia costiera, con lo scopo di tenere in apprensione le truppe romane che agivano nell’interno (31). Lo stesso Annibale nel 261 – 260 aveva saccheggiato i centri del litorale tirrenico (32). Per questo motivo Roma nel 197 a.C. stabilì di fondare una colonia a Pyxous (propositivo che si atuò nel 194 a.C.), con lo scopo di disporre di una base di controllo costiero ai margini dell’area lucana. Fu allora che ‘Pyxous’ fu battezzata ‘Buxentum’ (33).”.

Nel 253 a. C. (III sec. a.C.), Eutropio e Orosio ed il naufragio della flotta romana nel corso della I guerra Punica

Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari. L’Antonini (…), riguardo il territorio in questione dedicò il cap. VII (Discorso), ‘Palinuro e della Molpa’, da p. 354 a p. 379. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro: il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso;il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare e perse alcune navi. L’Antonini (…), a pp. 360-361-362, in proposito scriveva che: “Ma per non confonder le cose convien distinguere due naufragj grandissimi delle Rom. armate della I guerra Punica sofferti. Uno fu il massimo a tempo de’ Consoli Fulvio Nobiliore e di M. Emilio Paolo, descritto da Polibio nel lib. primo. da Diodoro Siculo nel 29. e da Floro (che discorda nel luogo e nel Consolato) nel 2. e, questo fu verso Camerina, o Egimuro in Sicilia, tornando di Africa, essendosi perdute sopra quattro cento sessanta navi, tanto che ‘l medesimo Polibio (così tradotto) “Majorem jacturam uno tempore mari factam nemo ante nostram aetatem meminit”. L’altro fu (I) pochissimo dopo nel Consolato di C. Servilio Cepione e, di C. Sempronio Bleso. Orosio è diffusissimo nella descrizione di questo, ed ecco come nel c. 9 del libro 4 cel dice: “Tertio anno, sicuti semper indomitus furor citò periculorum obliviscitur, Servilius Caepio, et Sempronius Blaesius, Coss.scum ducentis sexaginta navibus in Africam transgressi, universam oram maritimam, quae citra Syrtes jacet, depopulati sunt; atque de superiora progressi eversisque civitatibus plurimis, ingentem praedam ad classem devexerunt. Inde cum ad Italiam redirent, circa Palinuri (I) promontorium, quod a Lucanis montibus in altum excurrit, illisi scopulis, centum quinquaginta onerarias naves, nobilemque praedam crudeliter ad quisitam, infeliciter perdiderunt.”. Eutropio nel lib. 2 c. 13 (dove similmente parla del primo naufragio, e s’accorda con Polibio e con Diodoro) anche in questo ragiona con le istessissime parole d’Orosio, senza però dircene il luogo, ma l’Autor della Miscella avendoci aggiunto: “Circa Palinuri promontorium”, ha supplito alla trascuraggine di lui: Trascuraggine tenuta ancora da ‘Adon di Vienna’ nella Cronaca, dove solamente scrive “Servilius et Sempronius cum CCLX. navibus in Africam transgressi, maritima circa Syrtes depopulati sunt. Inde cum ad Italiam redirent, inlisi scopulis CL. onerarias naves perdiderunt”.”. Il Mannelli (…) dedica tre pagine al promontorio di Palinuro e della Molpa, la p. 43r. Il Mannelli ne parla nel cap. X: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume e Terra distrutta, et altri luoghi convicini Cap X”. Il Mannelli in proposito scriveva che: “In tempo di Burasca, e di gran periglio avvicinarsi a quei Sassi, come può darne esperienza l’Armata Romana, nel ritorno dall’Africa, carica di ricche prede, chevi rimase fragassata in gran parte per testimonianza di Eutropio, che scrisse……”. Dunque, il manoscritto inedito di Luca Mannelli citava Eutropio. Flavio Eutropio (in latino: Flavius Eutropius; floruit 363-387; IV secolo – dopo il 387) è stato un politico, storico e un maestro di retorica romana. Probabilmente si tratta dell’opera ‘Breviarium ab urbe condita‘, in dieci libri, è un compendio (breviarium in latino indica una stesura di sintesi) della storia romana, dalla fondazione della città fino alla morte di Gioviano, avvenuta nel 364. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 36, in proposito scriveva che: “….è da ricordare il naufragio, di cui parla Orosio, di 150 navi da carico, il quale ebbe luogo nell’anno 253 a.C. (3).”. Il Magaldi a p. 36, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, IV, 9, 11: “Inde cum ad Italiam redirent, circa Palinuri promontorium, quod a Lucanis montibus in altum excurrit, inlisi scopulis centum quinquaginta naves onerarias nobilemque praedam crudeliter adquisitam infeliciter perdiderunt.”.”. Domenico Romanelli (…), nel 1815, pubblicò la sua “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove nella Parte I, Sezione III, vol. I, da pp. 311-439 dedica alla Lucania. Il volume del Romanelli è stato poi ripubblicato da Fernando La Greca (…). Il Romanelli, a pp. 367 parla delle armate consolari infrantesi contro i roccioni della Molpa e del capo Palinuro ed in proposito scrivea che: “A vista del promontorio di Palinuro le navi romane tornando dall’Africa sotto il consolato di Servilio Cepione, e di Sempronio Bleso, fecero il più terribile naufragio. Sappiamo da Orosio (I), che queste navi arrivavano al numero di 260, ma di esse solo solamente 150 si ruppero negli scogli di Palinuro: “ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 270, parlando di Palinuro e della Molpa, in proposito scriveva che: Dice Eutropio (16), e chiarisce Orosio (17) che nel 253 a.C., nel corso della I Guerra Punica, la flotta romana naufragò proprio a Palinuro. Delle 250 navi, agli ordini dei consoli Servilio Cepione e Sempronio Bleso, 150 colarono a picco. Etc..”. Dunque, riguardo la citazione di Eutropio e di Orazio, Pietro Ebner, a p. 270, parlando di Palinuro, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Eutropio, Brev., II, 23, dice di due naufragi.”. Sempre l’Ebner a p. 270 nella sua nota (16) postillava che: “(16) Orosio, IV, 9: ‘circa Palinuri promontorium (…) centum quinquaginta onerarias naves (…) perdiderunt.”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, a pp. 574-576, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Il mito narra della sirena Molpè (Canto), qui morta insieme ad altre per non essere riuscita ad irretire Ulisse; la leggenda parla della Grotta delle Ossa, sotto il promontorio, come luogo in cui sono stati tumulati i resti dei naufraghi delle due flotte romane affondate nel 259 e nel 36 a. C., Virgilio forse si riferisce a questi avvenimenti quando dice che qui gli scogli erano bianchi di ossa; la città fu scalo lungo la rotta verso Roma e quindi rientra in molte cronache antiche.”.  Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 1743 pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 47 e ssg. nel cap. II: “Dei fiumi etc…”, in proposito scriveva che: “Si è resa pur famosa questa Provincia per le rigogliose selve onde traggonsi legni valevoli per la fabbricazione de Navi, e fra queste fu memorabile presso gl’Antichi il Bosco vicino la Città di Velia, in cui inviluppatosi Annibale col suo Esercito, appena ne sortì, al dir di ‘Simmaco (b), e del medesimo ne fa memoria Cicerone nell’Epistole familiari (c) scrivendo a Trebazio suo amico.”. Il Gatta, a p. 47, nella nota (b) postillava: “(b) Simmaco presso Ortelio lib. 5.”. Per Ortelio immagino che il Gatta si riferisca ad Abramo Ortelio (….) ed al suo “……Theatrum Orbis Terrarum”, del 1570, che è considerato il primo Atlante moderno.

Nel 218 a.C. (III sec. a.C.), la 2° guerra Punica detta guerra Annibalica

Da Wikipedia leggiamo che la seconda guerra punica (chiamata anche, fin dall’antichità, guerra annibalica) fu combattuta tra Roma e Cartagine nel III secolo a.C., dal 218 a.C. al 202 a.C., prima in Spagna e Italia (per sedici anni) e successivamente in Africa. La guerra cominciò per iniziativa dei Cartaginesi, che intendevano recuperare la potenza militare e l’influenza politica perduta dopo la sconfitta subita nella prima guerra punica; è stata considerata anche dagli storici antichi il conflitto armato più importante dell’antichità per il numero delle popolazioni coinvolte, per i suoi costi economici e umani, e soprattutto per le decisive conseguenze sul piano storico, politico e quindi sociale dell’intero mondo mediterraneo. Evento decisivo per la guerra in Italia fu la conquista di Taranto (213-212 a.C.). Annibale, con l’aiuto di un traditore, prese la città ma non la rocca che bloccava il porto, che, rimasta in mani romane, poteva essere rifornita dal mare. Così Annibale non poteva usare lo scalo, più capiente di quello di Locri (già in suo possesso) per ricevere i necessari aiuti da Cartagine. Nel 209 a.C. Quinto Fabio Massimo in persona marciò su Taranto e la riconquistò, grazie anche all’aiuto dell’esercito proveniente dalla Sicilia, che era sbarcato a Brundisium, e a un tradimento, prima che il Cartaginese potesse arrivare in suo soccorso; i Romani si comportarono brutalmente e 30.000 abitanti furono venduti come schiavi. Asdrubale condusse con abilità la marcia del suo esercito verso l’Italia; dopo avere attraversato senza grandi difficoltà i Pirenei e le Alpi giunse in Gallia cisalpina agli inizi del 207 a.C. con 20.000 armati, dove poté rafforzare il suo esercito con mercenari galli (per un totale ora di 30.000 armati), ma perse tempo prezioso assediando inutilmente Placentia; la situazione di Roma appariva molto grave, il console Marco Livio Salinatore si diresse a nord per fermare la marcia di Asdrubale, mentre l’altro console Gaio Claudio Nerone cercava di bloccare Annibale nel Bruzio, ma il condottiero cartaginese riuscì a muovere verso l’Apulia, respingendo i Romani nella battaglia di Grumento, e con una marcia laterale raggiunse prima Venosa e poi Canosa, dove si fermò attendendo notizie sui piani del fratello Asdrubale. Scullard aggiunge che con quattro legioni di fronte (Claudio Nerone) e due alle sue spalle a Taranto, Annibale non poteva avanzare oltre Canosa senza correre seri pericoli. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto sugli eventi che portarono alla morte di Asdrubbale, a p. 177, in proposito scriveva:“Col nuovo anno (a. 209), infatti, avendo i Romani le mani libere in Italia, dopo aver ripreso Capua e, con Siracusa ed Agrigento, conquistata e pacificata tutta la Sicilia per opera di Marcello e quindi di M. Valerio Levino (a. 210), si accinsero all’impresa con straordinario vigore. Trattavasi di recuperare le terre perdute, dalla Lucania al Bruzzio, fino alle città italiote bagnate dallo Ionio. Prima fra queste era naturalmente Taranto. All’uopo fu affidato il comando degli eserciti ai più sperimentati duci: ai due consoli, e cioè all’astuto e prudente Q. Fabio Massimo, il Temporeggiatore, e a Q. Fulvio Flacco, il terribile conquistatore di Capua, oltre che al valorosissimo Marcello, proconsole. Sembra che la suprema direzione della guerra avesse Fabio, il quale mirando all’obiettivo ultimo cui volgeva tutti i suoi pensieri, la ripresa cioè di Taranto (2), assegnava a Fulvio e a Marcello il compito d’oprare nella Lucania e nel Bruzzio superiore, in guisa da chiudere al Cartaginese le vie di comunicazione fra queste regioni e le Puglie e tenerlo quindi a bada, mentre egli stesso, giungendo nella Sallentina, avrebbe cercato di prendere alle spalle la città di Taranto. Sarebbe stato coadiuvato da Valerio Levino, che dalla Sicilia gli avrebbe inviato una flotta di 30 quinquiremi.”. Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, pubblicato nel 1976, a p. 16, parlando di Blanda, in proposito a Tito Livio scriveva che: “Ma notizie più interessanti fornisce lo storico Tito Livio (14) (59 a.C. – 17 d.C.) nel rievocare le imprese compiute dal console Quinto Fabio Massimo nella seconda guerra punica (219-201 a.C.): “Fabius………………………………………” “Fabio mosse in territorio sannita a devastare i campi e a piegare con la forza delle armi le città che erano passate dalla parte dei Cartaginesi. Il territorio dei Sanniti di Caudio fu devastato in modo disastroso: i campi furono incendiati per vasto tratto, si fece gran bottino di bestiame e d’uomini. Furon conquistate con la forza le città fortificate Compulteria, Telesia (presso i Caudini), quindi Compsa (degli Irpini), Fagifulae e Orbitanium; fra le città lucane fu espugnata Blanda, tra quelle apule Aecae. In queste città furon fatti prigionieri o uccisi 25.000 nemici e ne furono presi 370 che s’eran dati alla fuga. Costoro, mandati a Roma dal console, furono tutti fustigati a sangue alla presenza del popolo e precipitati da una rupe. Queste le imprese compiute da Q. Fabio nello spazio di pochi giorni”. Questo dice il Fulco traducendo Tito Livio. Il Fulco a p. 16 scriveva ancora che: “Dalla testimonianza di Livio – valutata nel contesto di tutto il XXIV libro – si desume: 1) che Blanda era centro lucano di primaria importanza se viene citata tra le città che nella seconda guerra punica si schierarono dalla parte di Annibale; 2) che nel 214 a.C. fu espugnata da unità del Console Quinto Fabio Massimo, lo stesso che aveva conquistato Taranto (15), per essersi alleata con i Cartaginesi al fine di contrastare l’espansione romana nell’Italia meridionale; 3) che anche i Blandani subirono la sorte degli abitanti di altre città lucane, espugnate per non aver rispettato gli accordi sanciti nell’alleanza con Roma stipulata nel 298 a.C. (16). Blanda è inoltre citata da Claudio Tolomeo (17), cosmografo del II sec. d.C., come città lucana nel seguente ordine: Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum, ed è considerata città mediterranea della Lucania. Ciò s’accorda con la testimonianza di Livio e non contrasta con quella di Pompeo Mela, che la vuole città rivierasca.”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 131 e ssg., in proposito scriveva che: “S’impone dunque, l’esame della tradizione relativa ai Lucani in quest’ultimo ventennio del III secolo – precisamente nel periodo storico compreso tra il 215 e il 206 a.C. che vede la Lucania teatro delle battaglie della II guerra Punica….Zona di passaggio obbligato per gli spostamenti delle truppe romane e annibaliche tra Bruzio, Campania, Sannio e Apulia, la regione lucana subisce la devastazione sistematica del suo territorio. Ne soffrono soprattutto i centri dell’interno, particolarmente colpiti dai saccheggi degli eserciti in marcia, mentre ne rimane immune la linea di costa difesa dalle colonie di Poseidonia, Elea e forse dall’achea Pyxus (10).”. La Catalano, a p. 131, nella nota (10) postillava: “(10) Sil. Ital., VIII 583 sgg. menziona la ‘Buxentia pubes’ alleata di Roma contro Annibale, ma la notizia è incerta; cfr. Th. Mommsen, in CIL., X, p. 51; F. Sartori, Problemi…, cit., pp. 107-108 n. 4; A. Russi, in “Dizionario epigr. di Ant. Rom.”, cit., s.v. Lucania, p. 1897.”.

Nel 218 a.C.,  il console Tiberio Sempronio Longo (padre dell’omonimo futuro console di Buxentum), nella 2° guerra Punica fu sconfitto da Annibale

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 27-28 parlando della fondazione della colonia latina di Buxentum, in proposito scriveva che: Quasi sicuramente della deduzione di Bussento fu incaricato Sempronio Longo, interessato alla Lucania e appartenente alla stessa famiglia di Tiberio Sempronio Gracco, che durante la guerra contro Annibale aveva combattuto in Lucania, ed aveva allacciato rapporti di amicizia e di clientela con i notabili della regione (46). Etc…”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) Livio, XXIII, 37, 10-11; XXIV, 15; 20; 44, 9; XXV, 1, 5; 15, 18-20; 16-17”. I “Semproni Gacchi” furono molto attivi nella Lucania occidentale. Don Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le sedi vescovili del Cilento” parlando di Paestum, a p. 28, in proposito scriveva che: “Negli anni 281 e 273 Paestum fu una colonia Romana. Nell’anno 125 Caio Gracco stimò Paestum come Colonia Romana.”. Tiberio Sempronio Longo, i console a cui fu affidata la nascente colonia marittima di Buxentum nel 194 a.C.,  era figlio di Tiberio Sempronio Longo, console nel 218 a.C.. In Wikipedia, alla voce “Gens Semproni” leggiamo che Questo nome probabilmente derivava da un antenato molto alto di statura”. Sempre su Wikipedia leggiamo che Tiberio Sempronio Longo (1) (latino: Tiberius Sempronius Longus) (… – 174 a.C.) è stato un politico romano. Figlio del console omonimo, sconfitto da Annibale nel 218 a.C., sostituì il padre come decemviro sacris faciundis nel 210 a.C. e nello stesso anno divenne anche augure (al posto di Tito Otacilio Crasso) (2) e tribuno della plebe. Da Wikipedia leggiamo che Tiberio Sempronio Longo (260 a.C. circa – 210 a.C.) fu un console romano durante la seconda guerra punica e fu contemporaneo di Publio Cornelio Scipione. Divenne console nel 218 o nel 219 a.C. (come sostiene Tito Livio). Allo scoppio della seconda guerra punica nel 218 a.C., Sempronio fu inviato in Sicilia per organizzare la spedizione in Africa con 160 quinqueremi, mentre Scipione avrebbe dovuto marciare verso la Spagna per impegnare Annibale. Come prima operazione, Sempronio riuscì a occupare Malta, con una flotta uscita da Lilibeo. Nel 215 a.C., Sempronio si scontrò con Annone a Grumentum (in Lucania, attuale Basilicata). L’esercito di Sempronio fece 2.000 morti nelle linee nemiche e più di 280 prigionieri, cacciando Annone dalla Lucania verso il Bruttium (attuale Calabria) e permettendo quindi a Roma di riconquistare e mettere a ferro e fuoco (poiché avevano parteggiato per Annibale) le roccaforti irpine di Vercellium, Vescellium e Sicilinum, localizzate probabilmente nei monti della Daunia. Più di 5 000 prigionieri furono venduti all’asta, il resto del bottino fu distribuito ai soldati e l’esercito venne ricondotto a Luceria. Fu in seguito decemvir sacris faciundis e morì nel 210 a.C.. Sul “Tiberio Sempronio Longo” (figlio) citato da Tito Livio ha scritto pure Emilio Magaldi (….), nel suo “Lucania Romana”. Egli, nella Parte I, nel cap. IV, dedicato alla II guerra Punica contro Annibale p. 132, in proposito scriveva che: “Nel 214 a.C. il proconsole Ti. Gracco comandava parecchie coorti arruolate in Lucania (4). Lo stesso Livio, riferendo un avvenimento del 212 a.C., dice chiaramente che se una parte dei Lucani era passata ad Annibale, un’altra era rimasta con i Romani (5). Etc…. Il Magaldi, a p. 132, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Livio, XXIV, 20, 1: ‘Graccus in Lucanis aliquot cohortes in ea regione conscriptas cum praefecto socium in agros hostium praedatum misit’.”. Il Magaldi, a p. 136, scriveva pure: “Non sappiamo se il viaggio di andata o in quello di ritorno, pare più probabile in quest’ultimo (4), Annone si scontrò in Lucania, presso Grumento, con Ti Sempronio Longo, il console del 218. Ascoltiamo Livio: “Negli stessi giorni che Cuma fu liberata dall’assedio, anche in Lucania, presso Grumento, Ti Sempronio, cognominato Longo, si scontrò con esito favorevole con il cartaginese Annone. Gli procurò oltre 2000 morti, mentre egli perdè solo 280 uomini, e gli prese 41 insegne militari. Scacciato dal territorio lucano, Annone si ritirò nel Bruzio”(5). Alle parole che abbiamo riferite di Livio si è negato ogni valore da qualche studioso moderno, e nell’episodio esposto o si è vista una reduplicazione anticipata dello scontro che avvenne l’anno seguente fra Annone e Ti. Sempronio Gracco, o addirittura vi si è riconosciuta la mano falsificatrice di Valerio Anziate che, per essere un annalista poco degno di fede, diventa spesso il capro espiatorio delle situazioni scabrose della critica liviana.”. Il Magaldi, a p. 136, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Livio, XXIII, 37, 10 segg.: ‘Quibus diebus…etc…Cfr. De Sanctis, o.c., III, 2, p. 255 e 360”. Il Magaldi, a p. 138, in proposito scriveva pure che: “Intanto in Campania Casilino, assediata contemporaneamente dai due consoli, cadeva, e il colpo fu accusato anche da Capua, che vedeva approssimarsi il suo giorno. Dopo la caduta di Casilino, mentre Marcello tornava presso Nola, Fabio si diresse verso il Sannio per punire e recuperare alcune città che avevano defezionato. Fra le città nominate in questo punto della narrazione di Livio, troviamo ricordata la lucana ‘Blanda’, di cui si dirà a suo luogo (2).”. Il Magaldi, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Livio, XXIV, 20, 5 seg.: ‘oppida vi capta Compulteria, Telesia, Compsa inde, Fagisulae et Orbitanium, ex Lucanis Banda et Apulorum Aecae oppugnatae’. Sull’identificazione di queste città v. De Sanctis, o.c., III, 2, p. 262. Abbiamo già detto che Compsa era presso il confine dell’Irpinia con la Lucania. Il Racioppi, o. c., I, p. 359, n. 1, propone che al posto di Blanda si legga Bantia. Il Racioppi non trova “verosimile che Fabio dal Sannio, o anche da Consa, venisse ad espugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio ed in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio”. La emendazione del Racioppi è dichiarata arbitraria dal De Sanctis, il quale ricostruisce così l’azione dei Romani in Lucania: “Nella Lucania, dove la maggior parte della regione costiera era rimasta fedele, procedettero riconquistando verso mezzogiorno, e con l’occupazione di Blanda ricacciarono, può dirsi, i Cartaginesi nell’interno del paese. Occupazione questa che fu effettuata probabilmente da Ti. Gracco mentre Annibale si trovava altrove e l’esercito di Annone, battuto a Benevento, non poteva nel momento tener testa ai ‘volones’. Tale offensiva in Lucania mirava soprattutto, occupando colà il nemico, a impedire che si usassero altrove le forze indigene e puniche stanziate in quella regione. Con la offensiva nel paese degli Irpini ed in Puglia si era invece raggiunto l’effetto, strategicamente etc…”.  Il Magaldi, a p. 139, in proposito scriveva che: “Nel 213 furono creati consoli Q. Fabio Massimo, figliuolo del precedente, e Ti. Sempronio Gracco per la seconda volta. I due consoli partirono l’uno per l’Apulia, l’altro per la Lucania (2)…..Nello stesso anno 213 il console Sempronio in Lucania fece molte piccole battaglie, nessuna degna d’essere ricordata, ed espugnò alquante città secondarie dei lucani (2).”. Il Magaldi prosegue il suo racconto e descrive la fine del console Tiberio Sempronio Gracco verso il Vallo di Diano per alcuni e per altri si è pensato a Pesto, secondo il racconto Liviano e forse tradito da Fabio Massimo. Il Magaldi, in proposito citava Giacomo Racioppi (….), che, nel suo “Storia dei Popoli della Lucana e della Basilicata”, vol. I, cap. XVII, a p. 359, così si esprime: “Intanto Casilino, non potuta soccorrere a tempo da Annone, fu presa da Fabio,…..Di qua, fa punta nella Lucania settentrionale e s’impadronisce di Bantia (1). Quindi passa in Apulia etc…”. Il Racioppi, a p. 359, nella nota (1) postillava: “(1) Livio, lib. IV, dec. III, cap. 20: “Fabius in Samnium ad ….recipiendas armis quae defecerant urbes processit. Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Compsa, Melae, Fulfulae, et Orbitanium. Ex Lucanis, Blandae, Apulorum Aecae appugnatae….Haec inter paucos dies gesta….”. Qui, in luogo di Blandae, io penso si abbia a leggere Bantiae. Blanda, se non fu Maratea, fu di certo prossima al mare Tirreno, sulla spiaggia che corre da Pesto a Laino; ed oggi, con probabilità maggiore, è allogata a Tortora. – In Lucania era Tito Sempronio, mentre nel Sannio era Fabio, di cui (dice Livio ivi stesso) ‘circa Luceriam provincia erat’. Non pare, dunque, verosimile che Fabio dal Sannio, od anche da Consa, venisse ad oppugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio ed in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio. Questa inverisimiglianza è rimossa del tutto, se, nel passo di Livio, si legga “Bantiae”.”. Dunque, il Racioppi, non lo chiama “Tiberio Sempronio” ma lo chiama “Tito Sempronio” perchè si riferiva a “Tito Sempronio Gracco” che durante la guerra Annibalica aveva un esercito in Lucania. Il Racioppi, a p. 358, in proposito scriveva che: “Tito Sempronio continua la sua campagna devastatrice in Lucania: e combattendo qui e qua, prende molte castella, che per la poca nobiltà loro, non furono a noi tramandati di nome dagli storici (4): i quali invece ricordano, che passò oltre i Bruzii, e dei dodici popoli Bruzii che si erano dati in fede ai Cartaginesi (5), due tornarono in soggezione ai Romani, cioè quei di Cosenza e quei di Turii, i più prossimi alla Lucania.”. Il Racioppi, a p. 358, nella nota (4) riporta il passo di Livio, lib. V, dec. III, cap. 1 e, nella nota (5) postillava: “(5) Livio, lib. V, dec. III, cap. 1”.

Nel 218 a.C., BLANDA, città lucana secondo la testimonianza di Tito Livio e la sua caduta durante la 2° guerra Punica secondo Tito Livio

Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio, parlando della guerra contro i Cartaginesi, elenca delle città espugnate dal console Quinto Fabio, tra cui Blanda ed in proposito scriveva che:  «oppida vi capta Conpulteria, Telesia, Compsa inde, Fugifulae et Orbitanum ex Lucanis; Blanda et Apulorum Aecae oppugnatea» (Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, 20,5). Da Wikipedia leggiamo che la Blanda lucana fu uno dei referenti costieri degli insediamenti sparsi lungo la valle del Noce. Nel III secolo a.C., Blanda si spopolò in seguito alle guerre romane contro Annibale. Secondo il racconto di Tito Livio la città fu espugnata dal console Quinto Fabio Massimo nel 214 a.C., per poi divenire, dopo un secolo di vita stentata, colonia romana nel I secolo a.C. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 439-440, parlando di Maratea e di Blanda scriveva che: “‘Livio’ nel ‘lib. 24. dice, che Fabio prese le seguenti Città, e pur mette Blanda frà i Lucani: ”Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Cossa, Melae, Fuisulae, & Orbitanium. Ex Lucanis Blandae, & Ancae oppugnatae'”. Emilio Magaldi (….), nel suo “Lucania Romana”. Egli, nella Parte I, nel cap. IV, dedicato alla II guerra Punica contro Annibale a p. 138, in proposito scriveva pure che: “Intanto in Campania Casilino, assediata contemporaneamente dai due consoli, cadeva, e il colpo fu accusato anche da Capua, che vedeva approssimarsi il suo giorno. Dopo la caduta di Casilino, mentre Marcello tornava presso Nola, Fabio si diresse verso il Sannio per punire e recuperare alcune città che avevano defezionato. Fra le città nominate in questo punto della narrazione di livio, troviamo ricordata la lucana ‘Blanda’, di cui si dirà a suo luogo (2).”. Il Magaldi, a p. 138, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Livio, XXIV, 20, 5 seg.: ‘oppida vi capta Compulteria, Telesia, Compsa inde, Fagisulae et Orbitanium, ex Lucanis Banda et Apulorum Aecae oppugnatae’. Sull’identificazione di queste città v. De Sanctis, o.c., III, 2, p. 262. Abbiamo già detto che Compsa era presso il confine dell’Irpinia con la Lucania. Il Racioppi, o. c., I, p. 359, n. 1, propone che al posto di Blanda si legga Bantia. Il Racioppi non trova “verosimile che Fabio dal Sannio, o anche da Consa, venisse ad espugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio ed in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio”. La emendazione del Racioppi è dichiarata arbitraria dal De Sanctis, il quale ricostruisce così l’azione dei Romani in Lucania: “Nella Lucania, dove la maggior parte della regione costiera era rimasta fedele, procedettero riconquistando verso mezzogiorno, e con l’occupazione di Blanda ricacciarono, può dirsi, i Cartaginesi nell’interno del paese. Occupazione questa che fu effettuata probabilmente da Ti. Gracco mentre Annibale si trovava altrove e l’esercito di Annone, battuto a Benevento, non poteva nel momento tener testa ai ‘volones’. Tale offensiva in Lucania mirava soprattutto, occupando colà il nemico, a impedire che si usassero altrove le forze indigene e puniche stanziate in quella regione. Con la offensiva nel paese degli Irpini ed in Puglia si era invece raggiunto l’effetto, strategicamente etc…”. Il Magaldi, in proposito cita Giacomo Racioppi (….), che, nel suo “Storia dei Popoli della Lucana e della Basilicata”, vol. I, cap. XVII, a p. 359, così si esprime: “Intanto Casilino, non potuta soccorrere a tempo da Annone, fu presa da Fabio,…..Di qua, fa punta nella Lucania settentrionale e s’impadronisce di Bantia (1). Quindi passa in Apulia etc…”. Il Racioppi, a p. 359, nella nota (1) postillava: “(1) Livio, lib. IV, dec. III, cap. 20: “Fabius in Samnium ad ….recipiendas armis quae defecerant urbes processit. Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Compsa, Melae, Fulfulae, et Orbitanium. Ex Lucanis, Blandae, Apulorum Aecae appugnatae….Haec inter paucos dies gesta….”. Qui, in luogo di Blandae, io penso si abbia a leggere Bantiae. Blanda, se non fu Maratea, fu di certo prossima al mare Tirreno, sulla spiaggia che corre da Pesto a Laino; ed oggi, con probabilità maggiore, è allogata a Tortora. – In Lucania era Tito Sempronio, mentre nel Sannio era Fabio, di cui (dice Livio ivi stesso) ‘circa Luceriam provincia erat’. Non pare, dunque, verosimile che Fabio dal Sannio, od anche da Consa, venisse ad oppugnare Blanda sul Tirreno, e tornasse quindi subito nel Sannio ed in Apulia, ove prende Eca; mentre, invece, nelle terre prossime a Blanda era l’esercito di Tito Sempronio. Questa inverisimiglianza è rimossa del tutto, se, nel passo di Livio, si legga “Bantiae”.”. Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studii storico-Archeologici”, ed. Ercolano, Rionero, 1888, a pp. 12-13 del vol. II, in proposito scriveva che: “Blandae, oppidum. E’ nominata come città lucana da Livio, Mela, Plinio ed altri scrittori. Livio narra che nella seconda Punica fu oppugnata con Anxia da Fabio Massimo. L’antica città, come opina l’Antonini, era alquanto entro terra nel sito detto ‘S. Venere’, ove s’incontrano molti ruderi e sepolcri con vasi, monete ed altre cose antiche; ecc…”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “……………………..” dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio.. Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, pubblicato nel 1976, a p. 16, parlando di Blanda, in proposito a Tito Livio scriveva che: “Ma notizie più interessanti fornisce lo storico Tito Livio (14) (59 a.C. – 17 d.C.) nel rievocare le imprese compiute dal console Quinto Fabio Massimo nella seconda guerra punica (219-201 a.C.): “Fabius………………………………………” “Fabio mosse in territorio sannita a devastare i campi e a piegare con la forza delle armi le città che erano passate dalla parte dei Cartaginesi. Il territorio dei Sanniti di Caudio fu devastato in modo disastroso: i campi furono incendiati per vasto tratto, si fece gran botino di bestiame e d’uomini. Furon conquistate con la forza le città fortificate Compulteria, Telesia (presso i Caudini), quindi Compsa (degli Irpini), Fagifulae e Orbitanium; fra le città lucane fu espugnata Blanda, tra quelle apule Aecae. In queste città furon fatti prigionieri o uccisi 25.000 nemici e ne furono presi 370 che s’eran dati alla fuga. Costoro, mandati a Roma dal console, furono tutti fustigati a sangue alla presenza del popolo e precipitati da una rupe. Queste le imprese compiute da Q. Fabio nello spazio di pochi giorni”. Questo dice il Fulco traducendo Tito Livio. Il Fulco a p. 16 scriveva ancora che: “Dalla testimonianza di Livio – valutata nel contesto di tutto il XXIV libro – si desume: 1) che Blanda era centro lucano di primaria importanza se viene citata tra le città che nella seconda guerra punica si schierarono dalla parte di Annibale; 2) che nel 214 a.C. fu espugnata da unità del Console Quinto Fabio Massimo, lo stesso che aveva conquistato Taranto (15), per essersi alleata con i Cartaginesi al fine di contrastare l’espansione romana nell’Italia meridionale; 3) che anche i Blandani subirono la sorte degli abitanti di altre città lucane, espugnate per non aver rispettato gli accordi sanciti nell’alleanza con Roma stipulata nel 298 a.C. (16). Etc…”.

Nel 218 a.C., la flotta cartaginese nell’AGER VIBONENSIS, secondo la testimonianza di Tito Livio

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7. Testimonianze dubbie sono quella di Livio che ricorda un’escursione della flotta cartaginese nell’ager Vibonensis nel 218 a.C. (67), e di Cesare, ….Etc..”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (69) postillava: “(67) Livio, XXI, 51, 5-6”.

Nel 216 a.C., il console Emilio Paolo, l’eroe di Canne villeggiava a Velia

Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 287-288, in proposito scriveva che: “Abbiamo già detto di Velia, per la sua mitezza del suo clima, e per le ville che allietavano il litorale, era un luogo ricercato di villeggiatura e di cura, e abbiamo ricordato, tra i suoi frequentatori illustri, il console Emilio Paolo, e anche Orazio ricordammo (p. 41). Etc…”. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 41, in proposito scriveva che: Il console Paolo Emilio, colpito da uno strano e inguaribile morbo, si trasferì, per suggerimento dei medici, a Velia, dove trascinò ancora per lungo tempo, la sua malferma esistenza, abitando una tranquilla campagna sul mare (3). Etc…”. Il Magaldi (….), a p. 41, nella nota (2) postillava: “(2) Nella Lucania odierna si riscontra una netta sproporzione fra il clima mite della ristretta zona litoranea e quella dell’interno, dove si raggiungono f’inverno temperature bassissime, fra le più basse della penisola italiana.”. Il Magaldi (….), a p. 41, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Plutarco, Aem. Paul., 39, 2: “Επει δε πεισθεις υπο των ιατρων επλευσεν εις Ελαίαν της Ιταλιας χαι διετριβεν αυτοθι πλειω χρονον εν παραλξοις αγροις χαι πολλην ησυχιαν εχουσιν……“.”, la cui traduzione è la seguente: Quando si è convinto, sotto la guida dei medici, ha navigato per Elia in Italia, ha trascorso molto tempo nella natura selvaggia, e hanno molta pace.”. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 65, in proposito scriveva che: “Fra i probabili possessori di terre in Lucania dobbiamo annoverare il console Paolo Emilio che si recò in una campagna presso Velia per curare la salute (p. 41)……Simmaco etc…(3)”. Il Magaldi, a p. 65, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Antonini, o. c., p. 271 seg. e Corcia, o. c., III, pp. 16 e 43. Cfr. pure Simmaco, epist., V, 13 etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Lucio Emilio Paolo (in latino: Lucius Aemilius Paulus; … – Canne, 2 agosto 216 a.C.) è stato un politico e militare romano, eletto per due volte console e morto nella battaglia di Canne. Fu eletto nuovamente console nel 216 a.C., durante la seconda guerra punica, insieme con Gaio Terenzio Varrone. Secondo la tradizione storiografica di Polibio, Varrone, al quale sarebbe spettato il comando il giorno della battaglia, decise di affrontare lo scontro in campo aperto contro Annibale, nonostante il parere contrario di Emilio Paolo. La battaglia di Canne si concluse con una catastrofica disfatta delle legioni romane. Lucio Emilio Paolo perse la vita in combattimento, mentre il suo collega Varrone riuscì a trovare scampo. Le interpretazioni storiografiche moderne hanno messo in dubbio il classico racconto polibiano, verosimilmente inficiato dal pregiudizio favorevole dello storico greco nei confronti di Emilio Paolo, progenitore di Publio Cornelio Scipione Emiliano, il grande protettore di Polibio; in realtà è probabile che i due consoli fossero sostanzialmente in accordo sulla volontà di affrontare la battaglia contro Annibale a Canne; è possibile che proprio Emilio Paolo, il console più esperto, avesse assunto effettivamente il comando supremo il giorno della battaglia. Dalla Treccani on-line leggiamo che la decisiva battaglia di Canne (v.) ebbe luogo il 2 agosto 216 secondo il calendario romano. Sebbene di questa battaglia abbiamo un racconto diffuso in Polibio, si discute vivacemente tra i moderni intorno al campo di battaglia, al numero dei Romani che vi partecipavano e anche intorno allo svolgimento tattico della pugna. Del terribile insuccesso gli antichi dànno concordemente la colpa al console plebeo Varrone che avrebbe voluto impegnare battaglia contro il consiglio di Emilio. E certo la battaglia fu combattuta in un giorno in cui aveva il comando Varrone, il quale ha quindi la responsabilità sia della scelta del momento sia dell’ordine di battaglia romano. Ma è quasi certo, dato il numero delle truppe e la posizione occupata dai Romani presso il basso Ofanto in territorio pianeggiante, che proposito di entrambi i consoli era quello di venire a giornata campale rompendola con la strategia del logoramento voluta da Fabio (Cunctator) e che contavano sulla superiorità del numero e del valore della fanteria romana per vincere. Nella battaglia P. aveva comandato la cavalleria dell’ala destra e poi quando la cavalleria fu travolta aveva preso posto tra la fanteria delle legioni. Egli rimase sul campo. Livio racconta come nel momento della disfatta, ferito, rifiutò di salvarsi con la fuga. Dei suoi figli ci sono menzionati L. Emilio Paolo il vincitore di Pidna ed Emilia Terzia consorte del maggiore Africano. Bibl.: G. De Sanctis, Storia dei Romani, III, i, Torino 1917, p. 325 segg.; III, ii, p. 56 segg.; E. Pais, Storia di Roma durante le guerre puniche, I, Roma 1927, p. 392 segg.; F. Cornelius, Cannae, in Klio, supplemento XXVI, Lipsia 1932.

Nel 216 a.C., Buxentum ed i ‘Buxentia pubes’, alla battaglia di Canne, valorosi e tenaci soldati come racconta Silio Italico

Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” e a p. 47, in proposito scriveva che: “E) Silio Italico: dal “Poema sulla 2° Guerra Punica”, lib. IX: a) “Seu Laurens tibi Sigaeo sulcata colono arridet tellus; seu sunt Buxentia cordi rura magis, centum Cereri fruticantia culmis electos optare dabo inter praelia campos. b) …falcatos enses, et quae Buxentia pubes aptabat dextris irrisae robora clavae.’. Prima della battaglia di Canne (216 a.C.) Annibale, parlando ai suoi soldati, promise loro, qualora avessero riportato la vittoria sui Romani, a libera scelta, le fertili pianure italiche. sia il suolo di Laurento, se fosse loro piaciuto, perché erato dal colono Sigeo; sia il terreno di Bussento, se fosse di maggiore gradimento, perché germogliante di centinaia di piante e di folte biade in onore di Cerere, campi scelti fra le battaglie. Stupenda è la visione del poeta Silio (che conosceva bene l’Italia) che ammira il verdeggiante scenario della guerra punica, nel quale eccellono le lussureggianti valli bussentine rigogliose di messi, di vigneti e frutteti….Ma Annibale fu sconfitto a Zama (202 a.C.) e il premio sognato e desiderato restò per sempre ai Romani! Prima della colonizzazione romana Bussento si mosse contro Annibale: i giovani (Buxentia pubes) erano armati di spade a forma di falce (falcatos enses) e di bastoni nodosi di rovere (clave irrasae). Claudio Dausqueio, commentando questi versi, pensò che i Bussentini usassero anche bastoni di bosso, più comodi e più leggeri. Queste armi, usate spesso nel giro di 15 secoli per difendersi soprattutto dalle invasioni barbariche, furono col tempo modificate coll’aggiunta di pesi di metallo. Questa specie di mazza, che funge ancora oggi da bastone, in dialetto meridionale è chiamata “piròccula”.  A Sapri viene chiamata “paroccula”. Il Tancredi scriveva sulla scorta del barone Antonini, che parla a p. 398, si riferiva a Claudius Dausqueius (Claudio Dausque) ed all’opera “Antiqui novique Latii orthographica etc.”, Tornaci Nerviorum, Adrianus Quinque, del 1632. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; scompaiono le fortezze lucane dell’interno. Elea-Velia resta formalmente indipendente quale città alleata di Roma; lungo la costa a sud, fino a Sapri, la presenza di mattoni eleatici di III sec. documenta un’occupazione metodica, con punti di vedetta che precorrono le torri costiere medioevali e moderne; è il contributo che Velia dà a Roma come alleata navale nella guerra contro i Cartaginesi, che minacciano azioni di pirateria (42). Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri. L’area del Golfo di Policastro viene inquadrata fra le popolazioni soggette a Roma, con l’obbligo di fornire truppe. Ciò risulta chiaramente da un brano di Silio Italico, che nel suo poema epico sulla seconda guerra punica ricorda le truppe alleate provenienti dalla Lucania; in particolare, viene menzionata la gioventù di Bussento (Buxentia pubes), “armata di robuste clave prive di scorza” (43). Poiché Bussento al tempo della guerra punica non era stata ancora fondata, bisogna pensare ad una “anticipazione” o licenza poetica di Silio; in ogni caso, appare importante il riferimento al territorio come fornitore di truppe alleate di italici valorosi e forti, che scendono in battaglia addirittura armati di clave. Da una parte queste popolazioni italiche sono considerate ancora selvagge, lontane dalla civiltà, dall’altra se ne apprezza il valore guerriero. Anche in un altro brano di Silio sembra si parli di Bussento, e in particolare dei suoi campi (Buxentia rura) (44), ma non tutti gli editori sono concordi. La romanizzazione dell’area si completa nel tempo, con città, colonie, ville, insediamenti, strade, ponti, strutture, e numerosissime sono le testimonianze archeologiche del periodo romano, anche nell’interno: citiamo ad es. il ponte romano di Rofrano, in opus quadratum, a suggerire una viabilità capillare nel territorio”. Il La Greca, a p. 26, nella nota (42) postillava che: “(42) Vd. DE MAGISTRIS 1995; GIUDICE 2006”. Il La Greca si riferiva al testo di Elio De Magistris, Il mare di Elea, in Tra Lazio e Campania, 1995. Il La Greca si riferiva al testo di: “(42) A. GIUDICE, Da Capo Palinuro alla conca di Sapri: la romanizzazione di un territorio, “Annali Storici di Principato Citra”, IV, 1, 2006, pp. 110-123”. Il La Greca, a p. 26, nella nota (43) postillava che: “(43) Silio Italico, VIII, 582-583”. E’ singolare che il Giudice abbia chiamato l’ampia baia di Sapri, una “conca”. Il La Greca, a p. 26, nella nota (44) postillava che: “(44) Silio Italico, IX, 204-205”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p….., in proposito scriveva che: “Molti altri autori latini hanno scritto nelle loro opere riguardo l’esistenza di Bussento: Silio Italico: Arridet tellus, sic sunt Buxentia cordi…Trad.: “Mi sorride la terra tanto io porto nel cuore Bussento…”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 5, in proposito scriveva che: “La storia di Bussento si intreccia con un importante evento del passato: la battaglia di Canne. Essa fu la più grande battaglia della seconda guerra punica, combattuta tra Romani e Cartaginesi. Si svolse il 2 agosto del 216 a.C. e fu vinta dai Cartaginesi comandati da Annibale. In questo scontro perirono circa 50.000 Romani, tra i quali lo stesso console Lucio Emilio Paolo e, la maggior parte di quelli che sopravvissero, quasi tutti feriti, fu fatta prigioniera. Prima della battaglia Annibale, parlando ai suoi soldati, promise loro, qualora avessero riportato vittoria sui Romani, a libera scelta, le fertili pianure italiche: sia il suolo di Laurento se fosse loro piaciuto, sia il terreno di Bussento se fosse stato di loro gradimento. Prima della colonizzazione romana, Bussento si mosse contro Annibale: la retroguardia del suo esercito fu attaccata dai bussentini, alleati di Roma che, armati di mazze e forche, riuscirono ad allontanare i nemici dal proprio abitato. Di questo scrisse Silio Italico nel suo Poema sulla II guerra Punica: “…falcatos enses, et quae Buxentia pubes aptabat dextris irrasae robora clavae.”. Trad.: “…i giovani di Bussento erano armati di spade a forma di falce e di bastoni nodosi di rovere.”. Silio Italico ammira il verdeggiante scenario della guerra punica, nel quale eccellono le lussureggianti valli bussentine rigogliose di messi, di vigneti e di frutteti: Seu Laurens tibi Sigaeo sulcata colono arridet tellus; seu sunt Buxentia cordi rura magis, centum Cereri fruticantia culmis electos optare dabo inter praelia campos. Trad.: “(Annibale promise ai suoi soldati) sia il suolo di Laurento, se fosse loro piaciuto perché era arato dal colono Sigeo; sia il terreno di Bussento, se fosse di maggior gradimento perché germogliante di centinaia di piante e di folte biade in onore di Cerere, campi scelti fra le battaglie.” Ma Annibale fu sconfitto a Zama (202 a.C.), così il premio desiderato e sognato restò ai romani!.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popoli nel Cilento”, vol. II, a p. 331 parlando di Policastro Bussentino, in proposito scriveva che:“Sirio Italico (9) ci informa della partecipazione alla battaglia di Canne (Canne, 2 agosto 216 a.C.) dei bussentini che non temevano di affrontare con nodosi bastoni il nemico armato di lance e di spade. Al pari di Velia Policastro non fu mai in possesso di Annibale.”. Ebner, a p. 331, nella nota (9) postillava che: “(9) Silvio. Pun., VIII, 583-584: “Quae Buxentia pubes / aptabat dextris irrasae robora clavae”.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, vol. I, a pp. 9-10, in proposito scriveva che: “Altri scrittori parlano di lutti e rovine provocate nel Mezzogiorno dalla guerra annibalca. Un centro forse nella pianura pestana fu distrutto da Annibale (33), mentre molti mercenari provenienti dalle zone di Salerno e Bussento perirono nella battaglia di Canne (34). A ciò vanno aggiunte le dure rapresaglie inflitte dal console Gracco contro coloro che avevano appoggiato Annibale (35), la riduzione a “prefetture” di alcune città, come Consilinum, e le repressioni messe in atto nel corso della guerra sociale, emblematicamente espresse dall’incisiva frase di Calgaco in Tacito “Ubi solitudinem faciunt pacem appellant” (36).”. Ebner, a p. 10, nella nota (33) postillava che: “(33) Carilla che il Carucci cit., p. 101, colloca poco lontano da Altavilla soprattutto per la notizia di Silio Italico, Punica, I, 8, vv. 578 sgg. (“nunc sese ostendere miles / Leucosiae e scopulis, nunc, quem Picentia Paesto / misit et exsaustae mox Poeno Marte Cerillae, / nunc Silarus quos nutri aquis, que gurgite tradunt / duritien lapidum messis inolescere ramis.”. Ebner, a p. 10, nella nota (34) postillava che: “(34) Sil. Ital., ibid., vv. 582 sgg.: “Ille et pugnacis laudavit tela Salerni / Falcatos ensis, et quae Buxentia pubes / Aptabat dextris, irrasae robora clavae.”.”. Ebner, a p. 10, nella nota (35) postillava che: “(35) Livio, XXXIV, 20; XXXV, 3; ecc..”. Nel 2022, Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini etc..”, nel II cap.: “Lucani e Romani fra luci e ombre”, a p. 23 e sgg., in proposito scriveva che: Un brano di Silio Italico ricorda i giovani bussentini (‘Buxentia pubes’) che affrontarono i Cartaginesi semplicemente con robuste clave non levigate (‘irrasae robora clavae’)(29); e Livio scrive che ‘Volcei’ (Buccino) prima accolse tra le sue mura un presidio cartaginese, poi lo consegnò (209 a.C.) al console romano Quinto Flavio Flacco (30). Etc…”. Fusco, a p. 40, nella nota (29) postillava: “(29) Enàllage per ‘irrasi roboris clavae’, mazze di quesrcia nodosa: vien fatto di pensare al dialettale “mazze co’ ‘a piròccola”. Cfr. S. Italico, Punica, VIII, 583 sgg. Questo autore, in un brano successivo (IX, 204 sg.) piuttosto controverso, menziona pure i campi bussentini (‘Buxentia rura’), promessi in premio dai Cartaginesi alle truppe reclutate in loco in caso di vittoria.”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 131 e ssg., in proposito scriveva che: “S’impone dunque, l’esame della tradizione relativa ai Lucani in quest’ultimo ventennio del III secolo – precisamente nel periodo storico compreso tra il 215 e il 206 a.C. che vede la Lucania teatro delle battaglie della II guerra Punica….Zona di passaggio obbligato per gli spostamenti delle truppe romane e annibaliche tra Bruzio, Campania, Sannio e Apulia, la regione lucana subisce la devastazione sistematica del suo territorio. Ne soffrono soprattutto i centri dell’interno, particolarmente colpiti dai saccheggi degli eserciti in marcia, mentre ne rimane immune la linea di costa difesa dalle colonie di Poseidonia, Elea e forse dall’achea Pyxus (10).”. La Catalano, a p. 131, nella nota (10) postillava: “(10) Sil. Ital., VIII 583 sgg. menziona la ‘Buxentia pubes’ alleata di Roma contro Annibale, ma la notizia è incerta; cfr. Th. Mommsen, in CIL., X, p. 51; F. Sartori, Problemi…, cit., pp. 107-108 n. 4; A. Russi, in “Dizionario epigr. di Ant. Rom.”, cit., s.v. Lucania, p. 1897.”. Da Wikipedia leggiamo che Tiberio Cazio Asconio Silio Italico (in latino: Tiberius Catius Asconius Silius Italicus ), noto semplicemente come Silio Italico (25 circa – Campania, 101) è stato un poeta, avvocato e politico romano, autore dei Punica(Punicorum libri XVII), il più lungo poema epico latino pervenutoci (12.202 versi). I Punica (La guerra punica, o Le guerre cartaginesi) di Silio Italico sono il più lungo poema in latino che si sia conservato: sono infatti composti da 12.000 versi, divisi in 17 libri. Il poeta, che scrive in tarda epoca flavia, ha scelto uno dei temi più epici della storia di Roma, la seconda guerra punica. La battaglia di Canne del 2 agosto del 216 a.C. è stata una delle principali battaglie della seconda guerra punica ed ebbe luogo in prossimità della città di Canne, nell’antica Apulia. L’esercito di Cartagine, comandato con estrema abilità da Annibale, accerchiò e distrusse quasi completamente un esercito numericamente superiore della Repubblica romana, guidato dai consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone. È stata, in termini di caduti in combattimento, una delle più pesanti sconfitte subite da Roma, seconda solo alla battaglia di Arausio, ed è considerata come una delle più grandi manovre tattiche della storia militare.  Riorganizzatisi dopo le precedenti sconfitte nelle battaglie della Trebbia (218 a.C.) e del lago Trasimeno (217 a.C.), i Romani decisero di affrontare Annibale a Canne, con circa 86 000 tra soldati romani e truppe alleate. I Romani ammassarono la loro fanteria pesante in una formazione più serrata del solito, mentre Annibale utilizzò la tattica della manovra a tenaglia. Questa manovra risultò così efficace che l’esercito romano fu annientato come forza di combattimento. A seguito della battaglia di Canne, la città di Capua, un tempo alleata di Roma, e altre città-stato cambiarono alleanza, schierandosi con Cartagine.

Nel 216 a.C. (III sec. a.C.), Annibale nel basso Cilento e nel Vallo di Diano ?

Nel 2022, Felice Fusco (….), nel suo “Sanza – Linee di una storia dalle origini etc..”, nel II cap.: “Lucani e Romani fra luci e ombre”, a p. 23 e sgg., in proposito scriveva che: Negli ultimi anni della Seconda guerra Punica (218 – 212 a.C.) infatti, prima e dopo la battaglia di Canne (216 a.C.), la fascia costiera si schierò coi Romani e quella interna fu soggetta alle scorrerie di Annibale (28). Etc….Già negli anni della prima guerra punica (264 – 241 a.C.) i Cartaginesi avevano tormentato, con le loro incursioni, la fascia costiera, con lo scopo di tenere in apprensione le truppe romane che agivano nell’interno (31). Lo stesso Annibale nel 261 – 260 aveva saccheggiato i centri del litorale tirrenico (32). Per questo motivo Roma nel 197 a.C. stabilì di fondare una colonia a Pyxous (propositivo che si atuò nel 194 a.C.), con lo scopo di disporre di una base di controllo costiero ai margini dell’area lucana. Fu allora che ‘Pyxous’ fu battezzata ‘Buxentum’ (33).”. Fusco, a p. 40, nella nota (28) postillava: (28) Cfr. A. Capano: I lucani. Un profilo sintetico tra storia e archeologia, in Ann. St. di Princ. C., 1 – 2, 2005, p. 86AA. VV.: Archeologia e territorio. Ricognizioni, scavi e ricerche nel Cilento, Agropoli, Ediz. dell’Alento, 1992, p. 32 sg. Cfr. Livio, XXII, 61, 11 – 12. Sulla (probabile) presenza di Annibale nella Lucania occidentale, quindi nel Cilento meridionale e Vallo di Diano, cfr. ancora Livio, XXV, 19, 6 – 17.”. Fusco, a p. 40, nella nota (31) postillava: (31) Polibio, I, 56; Livio XXV, 51″. Fusco, a p. 40, nella nota (32) postillava: (32) Ivi. Zonara, 8, 10. Oltre a Paestum solo Elea – Velia, tra le città costiere, fu di supporto ai Romani con la sua flotta.”. Fusco, a p. 40, nella nota (33) postillava: (33) Cfr. cap. I, n. 29; cap. II, n. 10. I Romani si limitarono a tradurre nella loro lingua il termine greco: da Pyxous (toponimo attestato da Strabone, VI, 253; Diodoro, XI, 59; Stefano Bizantino) a Buxentum (Tolomeo, III, 1, 18), come dire dall’etimo greco (pyxos = bosso) a quello latino (buxus), finitimi di pari significato (Plin., Nat. Hist., III, 72: oppidum Buxentum Graece Pyxus). Da un fitonimo (nome di pianta) quindi derivò il nome del fiume e quello dell’abitato. Scrive il naturalista plinio il Vecchio (Nat. Hist., XVI, 28, 70 – 71): “Il legno di bosso è fra i più pregiati …..pregevole per una certa robustezza e il colore giallo chiaro. L’albero vero e proprio si usa anche nell’allestimento dei giardini. Ve ne sono tre specie….; la terza specie è detta nostrana, di origine selvatica, ma ingentilita dalla coltivazione…Pianta sempre verde, si presta bene ad assumere forme svariate con la potatura…Il bosso predilige le zone fredde ed esposte al sole; al fuoco oppone la stessaresistenza del ferro”. Gli antichi col termine buxus indicavano la pianta, con ‘buxum’ la materia lignea usata per vaie lavorazioni.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 5, in proposito scriveva che: “La storia di Bussento si intreccia con un importante evento del passato: la battaglia di Canne. Essa fu la più grande battaglia della seconda guerra punica, combattuta tra Romani e Cartaginesi. Si svolse il 2 agosto del 216 a.C. e fu vinta dai Cartaginesi comandati da Annibale. In questo scontro perirono circa 50.000 Romani, tra i quali lo stesso console Lucio Emilio Paolo e, la maggior parte di quelli che sopravvissero, quasi tutti feriti, fu fatta prigioniera. Prima della battaglia Annibale, parlando ai suoi soldati, promise loro, qualora avessero riportato vittoria sui Romani, a libera scelta, le fertili pianure italiche: sia il suolo di Laurento se fosse loro piaciuto, sia il terreno di Bussento se fosse stato di loro gradimento. Prima della colonizzazione romana, Bussento si mosse contro Annibale: la retroguardia del suo esercito fu attaccata dai bussentini, alleati di Roma che, armati di mazze e forche, riuscirono ad allontanare i nemici dal proprio abitato. Di questo scrisse Silio Italico nel suo Poema sulla II guerra Punica: “…falcatos enses, et quae Buxentia pubes aptabat dextris irrasae robora clavae.” Trad.: “…i giovani di Bussento erano armati di spade a forma di falce e di bastoni nodosi di rovere.” Silio Italico ammira il verdeggiante scenario della guerra punica, nel quale eccellono le lussureggianti valli bussentine rigogliose di messi, di vigneti e di frutteti: Seu Laurens tibi Sigaeo sulcata colono arridet tellus; seu sunt Buxentia cordi rura magis, centum Cereri fruticantia culmis electos optare dabo inter praelia campos. Trad.: “(Annibale promise ai suoi soldati) sia il suolo di Laurento, se fosse loro piaciuto perché era arato dal colono Sigeo; sia il terreno di Bussento, se fosse di maggior gradimento perché germogliante di centinaia di piante e di folte biade in onore di Cerere, campi scelti fra le battaglie.”. Ma Annibale fu sconfitto a Zama (202 a.C.), così il premio desiderato e sognato restò ai romani!”.

Nel 210 a.C. (III sec. a.C.), Tito Livio e la battaglia navale di “SAPRIPORTO”  a 15 miglia da Taranto

Da Wikipedia leggiamo che Tito Livio racconta della sconfitta della quadra romana di Dezio Quinzio mentre scortava un convoglio di grano dalla Sicilia a Taranto. Forse riguardo una citazione del “Sapriporto” di cui parla Livio è in Luca Holstenio citato dal Laudisio. Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, cap. 20, 5-6. Tito Livio ci parla di una battaglia navale avvenuta a Sapriporto nel corso della 2° guerra Punica o contro Annibale. La cosa strana è il nome di questo specchio di golfo chiamato da Livio “Sapriporto” in quanto si trattava di un toponimo che indica un luogo a 15 miglia dalla città di Taranto, dove appunto si svolse la battaglia navale tra le forse cartaginesi di Annibale e quelle Romane. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III, nell’indice generale, alla voce “Sapriporto”, a p. 345, in proposito scriveva:“Sapriporto, battaglia navale fra Tarantini e Romani, III 175 sg.”. Infatti, il Ciaceri, a pp. 175-176 del vol. III, in proposito scriveva che:“Vero è che in quei giorni le cose non erano andate bene per i Tarentini che, uscita dalla città a foraggiare in numero di alcune migliaia s’eran visti improvvisamente assaliti dalle milizie romane di presidio, lasciate fuori dalla roca da M. Livio, e, mentre eran sparsi e vaganti per la campagna, sbaragliati e posti in fuga; (2) ma intorno allo stesso tempo eran riusciti a far partire sul mare la sconfitta ad una squadra romana che scortava un carico di grano proveniente dalla Sicilia e destinato al presidio di Taranto. Era stato affidato l’incarico della scorta a Decio Quinzio, noto per i suoi atti di valore, il quale era arrivato ad avere sotto il suo comando circa venti navi, dopo che 12 ne aveva ottenute dal contributo delle città di Pesto, Velia e Reggio. Partitosi il convoglio da Reggio, la squadra andava a vele lungo le coste del Bruzzio, non immaginando il Romano di dover combattere; ma nelle vicinanze di Crotone e di Sibari rinforzava le navi di remiganti e, tenuto conto della grandezza di esse, veniva ad avere una flotta ottimamente provveduta ed armata. Tranquillamente proseguirono attraverso il grande golfo, ma quando furono giunti a circa quindici miglia da Taranto, presso Sapriporto, da lontano videro venirsi incontro una squadra tarentina di egual numero di navi al comando di Democare; etc…nella romana stava lo stesso Quinzio, nella tarantina Nicone, sommamente odiato dai Romani in quanto era stato egli, come sappiamo, uno dei capi della fazione che aveva dato la città ad Annibale……A leggere oggi la descrizione che lo storico antico ci ha lasciato di questa battaglia, verrebbe fatto di pensare che nell’animo dei Tarentini etc…”. Il Ciaceri, a p. 175, nella nota (2) postillava: ” (2) Liv. XXVI, 39, 20-23″. Il Ciaceri, a p. 176, nella nota (1) postillava: ” (1) Liv. XXVI, 39, 1-19″. Pietro Ebner dice che Livio parla di un Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 590 e 591 parlando di Sapri e riferendosi al Laudisio, dice che Livio parla di un Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Riguardo la citazione di Tito Livio (…), Pietro Ebner (…), a p. 591 nella sua nota (13) parlando di Sapri e di ‘Scidro’, in proposito postillava che: ” (13)……Innanzi tutto Sapri non ha nulla a che vedere con il Sapriporto di Livio, XXVI, 39, 1-19 che scrive della sconfitta della quadra romana al comando di Decio Quinzio (scortava un convoglio di grano dalla Sicilia al presidio di Taranto) ad opera della squadra tarantina al comando di Democara.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (12) a p. 591 postillava che: “(12) Blanda, stazione XVI nella Tavola Peuntingeriana’ tra Vibona ‘Valentia’ e Salernum’ ha scritto anche M. Lacava, ‘Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana. Ecc..”. Pietro Ebner (…) dice che Livio parla di un Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19. Dunque Ebner parlando di Sapri e di ‘Scidro’ citava il “Sapriportico” citato da Tito Livio e scrive che Tito Livio (…) nel libro 26 (XXVI), 39, 1-19 parlava della sconfitta della quadra romana al comando di Decio Quinzio (scortava un convoglio di grano dalla Sicilia al presidio di Taranto) ad opera della squadra tarantina al comando di Democara.”. Felice Grippa (….), nel suo Sapri –  Appunti di storia e geologia”, a p. 15, in proposito scriveva che: Tito Livio, nel Libro XXXIX della sua ‘Storia’, che nel 211, durante la seconda guerra punica, nel corso di un tentativo di liberazione della guarnigione romana assediata a Taranto dai Cartaginesi, la flotta romana subì una dura sconfitta nelle “vicinanze di Sapriponte”. Scrisse esattamente “ad Sapripontem”. Il prefisso “Sapri”, pertanto, doveva essere un nome di luogo ben conosciuto se il più insigne storico dell’antichità lo introdusse nei suoi Annali, scritti nel 27. Livio precisò che “Sapripontem” distava da Taranto circa 15 miglia. Poichè la flotta romana proveniva dalla zona dell’attuale Reggio Calabria, ne consegue che “Sapripontem” dovrebbe essere localizzabile intorno a Marina di Gioiosa Ionica. Però in quella zona – ed in tutto l’arco costiero percorso dalla flotta romana – non si rintracciano, oggi, località che anche solo lontanamente possano essere accostate al suono “Sapri”.”. Ettore Pais (…), nel suo “Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica” (ed. S.T.E.N.) nel capitolo “VII. Il porto di Satiro (ad Liv. XXVI, 39, 6)”, a pp. 111 e ssg., in proposito scriveva che: “Livio, dove parla dei Romani racchiusi insieme a M. Livio nella rocca di Taranto (210 a.C.) e delle vettovaglie che a costoro recava D. Quinzio, partito da Regio con 20 navi e che aveva costeggiato le sponde di Crotone e di Sibari (o meglio di Turio), dice: “huic ab Regio profectae classi Democrates cum pari navium Tarentinarum numero quindecim milia ferme ab urbe ad Sacriportem obvius fuit” (1). Nacque battaglia; delle navi romane alcune furono sommerse, altre fuggirono e divennero preda dei Metapontini e dei Turini, alcune infine, fra quelle che racavano i viveri, vennero qua e là spinte in alto mare dai venti. Dove era questa località “ad Sacriportem” ? Per quanto è a mia cognizione, nessuno è riuscito a determinarla, e per es., il Weissenborn, ad l., si liita a dire: “der Ort ist nicht weiter bekannt”, aggiungendo l’inutile osservazione: “nichmit Sacriportus il Latium zu verwechseln”. Io sospetto che il nome sia corrotto, e che in luogo di “ad Sacriportem” vada letto presso a poco: “ad Satyri portum”. Il Pais, a p. 111, nella nota (1) postillava: “(1) Livio, XXVI 39, 6, dice ‘Sybaris’ in luogo di Thurii allo stesso modo che Varrone d. r. r. I 44, 2, parlando del territorio di Thurii dice: “in Italia in Subaritano”, cfr. anche Steph. Byz. s. vv. Θουριοι  et Συβαρις.”. Dunque, intanto vi è da dire che il Pais citando il passo di Livio, non traduce come altri il “ad Sacriportem”, ma lo chiama “ad Sacriportem” Dove era questa località “ad Sacriportem” ? , che egli ritiene un termine o un toponimo “corrotto”, ovvero egli riteneva che Livio non avesse scritto così ma è probabile che fosse sbagliato lo scritto di qualche codice da cui si attinse il testo originale di Tito Livio (….). Inoltre, il Pais, a p. 112 avanda delle ipotesi sulle origini del toponimo liviano. Egli, a p. 112 scriveva pure che: “Già nel vecchio χρησμος, riferito ad Antioco, a proposito della fondazione di Taranto, si dice: ‘Σατυριον τοι εδωχα Ταραντα τε πιονα δημον’ (1) e Satirio, da altri autori, è detto essere il nome del luogo dove gli Spartani fondarono Taranto (2). Etc..”. Il Pais, a p. 112, nella nota (1) postillava: “(1) Antioch., ap. Strab. VI p. 279 C.”. La seconda guerra punica (chiamata anche, fin dall’antichità, guerra annibalica) fu combattuta tra Roma e Cartagine nel III secolo a.C., dal 218 a.C. al 202 a.C., prima in Europa (per sedici anni) e successivamente in Africa. La guerra cominciò per iniziativa dei Cartaginesi, che intendevano recuperare la potenza militare e l’influenza politica perduta dopo la sconfitta subita nella prima guerra punica; è stata considerata anche dagli storici antichi il conflitto armato più importante dell’antichità per il numero delle popolazioni coinvolte, per i suoi costi economici e umani, soprattutto per le decisive conseguenze sul piano storico, politico e quindi sociale dell’intero mondo mediterraneo. Evento decisivo per la guerra in Italia fu la conquista di Taranto (213-212 a.C.). Annibale, con l’aiuto di un traditore, prese la città ma non la rocca che bloccava il porto, che, rimasta in mani romane, poteva essere rifornita dal mare. Così Annibale non poteva usare lo scalo, più capiente di quello di Locri (già in suo possesso) per ricevere i necessari aiuti da Cartagine. Nel 209 a.C. Quinto Fabio Massimo in persona marciò su Taranto e la riconquistò, grazie anche all’aiuto dell’esercito proveniente dalla Sicilia, che era sbarcato a Brundisium, e a un tradimento, prima che il Cartaginese potesse arrivare in suo soccorso; i Romani si comportarono brutalmente e 30.000 abitanti furono venduti come schiavi. Asdrubale condusse con abilità la marcia del suo esercito verso l’Italia; dopo avere attraversato senza grandi difficoltà i Pirenei e le Alpi giunse in Gallia cisalpina agli inizi del 207 a.C. con 20.000 armati, dove poté rafforzare il suo esercito con mercenari galli (per un totale ora di 30.000 armati), ma perse tempo prezioso assediando inutilmente Placentia; la situazione di Roma appariva molto grave, il console Marco Livio Salinatore si diresse a nord per fermare la marcia di Asdrubale, mentre l’altro console Gaio Claudio Nerone cercava di bloccare Annibale nel Bruzio, ma il condottiero cartaginese riuscì a muovere verso l’Apulia, respingendo i Romani nella battaglia di Grumento, e con una marcia laterale raggiunse prima Venosa e poi Canosa, dove si fermò attendendo notizie sui piani del fratello Asdrubale. Scullard aggiunge che con quattro legioni di fronte (Claudio Nerone) e due alle sue spalle a Taranto, Annibale non poteva avanzare oltre Canosa senza correre seri pericoli.

Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, pubblicato nel 1976, a p. 16, parlando di Blanda, in proposito a Tito Livio scriveva che: “Ma notizie più interessanti fornisce lo storico Tito Livio (14) (59 a.C. – 17 d.C.) nel rievocare le imprese compiute dal console Quinto Fabio Massimo nella seconda guerra punica (219-201 a.C.): “Fabius………………………………………” “Fabio mosse in territorio sannita a devastare i campi e a piegare con la forza delle armi le città che erano passate dalla parte dei Cartaginesi. Il territorio dei Sanniti di Caudio fu devastato in modo disastroso: i campi furono incendiati per vasto tratto, si fece gran bottino di bestiame e d’uomini. Furon conquistate con la forza le città fortificate Compulteria, Telesia (presso i Caudini), quindi Compsa (degli Irpini), Fagifulae e Orbitanium; fra le città lucane fu espugnata Blanda, tra quelle apule Aecae. In queste città furon fatti prigionieri o uccisi 25.000 nemici e ne furono presi 370 che s’eran dati alla fuga. Costoro, mandati a Roma dal console, furono tutti fustigati a sangue alla presenza del popolo e precipitati da una rupe. Queste le imprese compiute da Q. Fabio nello spazio di pochi giorni”. Questo dice il Fulco traducendo Tito Livio. Il Fulco a p. 16 scriveva ancora che: “Dalla testimonianza di Livio – valutata nel contesto di tutto il XXIV libro – si desume: 1) che Blanda era centro lucano di primaria importanza se viene citata tra le città che nella seconda guerra punica si schierarono dalla parte di Annibale; 2) che nel 214 a.C. fu espugnata da unità del Console Quinto Fabio Massimo, lo stesso che aveva conquistato Taranto (15), per essersi alleata con i Cartaginesi al fine di contrastare l’espansione romana nell’Italia meridionale; 3) che anche i Blandani subirono la sorte degli abitanti di altre città lucane, espugnate per non aver rispettato gli accordi sanciti nell’alleanza con Roma stipulata nel 298 a.C. (16). Blanda è inoltre citata da Claudio Tolomeo (17), cosmografo del II sec. d.C., come città lucana nel seguente ordine: Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum, ed è considerata città mediterranea della Lucania. Ciò s’accorda con la testimonianza di Livio e non contrasta con quella di Pompeo Mela, che la vuole città rivierasca.”.

VIBIO O VIBIUS SICCA, L’AMICO DI CICERONE CHE LO OSPITO’ DURANTE LA SUA FUGA

Nel 209 a.C. (III sec. a.C.), i fratelli VIBIO e PACCIO, i più nobili e possidenti del Bruzio chiesero la resa ai Romani alle stesse condizioni dei Lucani

Sui personaggi citati da Cicerone, personaggi che lo ospitarono nel suo peregrinare sulle ville della costa, tra cui questo Vibio” è “Vibio” sul quale Emanuele Ciaceri è categorico. Il Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III, nell’indice generale, alla voce “Vibio”, a p. 350, in proposito scriveva:“Vibio, nobile lucano, III, p. 179”. Infatti, il Ciaceri, a p. 179 del vol. III, in proposito scriveva che:“Ma mentre Marcello nelle Puglie chiudeva ad Annibale la linea Venosa-Canusio, il console Fulvio assolveva brillantemente il suo compito di riprendere la Lucania, ove si vedeva consegnare i presidi cartaginesi da genti che egli accoglieva con spirito di clemenza e con dolcezza di modi (2), tanto da dover fare meraviglia che così comportasse il fiero punitore dei Campani; ma in tal guisa egli non faceva che seguire la politica blanda suggeritagli dal comandante supremo, Fabio, il quale notoriamente era solito farne uso, per cui di lui si narrarono al proposito varie cose (3). E di siffatto calcolo non tardarono a vedersi i buoni risultati; chè anche nella parte del Bruzzio confinante con la Lucania si manifestava la tendenza d’arrendersi ai Romani, come dimostrò la condotta dei fratelli Vibio e Paccio, i più nobili del paese, che vennero dal console dichiarando di volersi dare ai Romani agli stessi patti, che i Lucani (4). Intanto Fabio, etc…”. Il Ciaceri, a p. 179, vol. III, nella nota (4) postillava che:“(4) Liv. XXVII, 15, 3”. Dunque, in questo passo, il Ciaceri parlando della guerra contro Annibale e della conquista della Lucania da parte dei consoli Romani e, sulla scorta del racconto di Tito Livio (….), cita i due fratelli Lucani, “Vibio e Paccio”, di cui egli dice essere “fratelli Vibio e Paccio, i più nobili del paese, che vennero dal console dichiarando di volersi dare ai Romani agli stessi patti, che i Lucani (4)”. Dunque, secondo il Ciaceri, Vibio e Paccio erano due fratelli Lucani apartenenti ad una famiglia di nobili e possidenti della Lucania. Secondo il Ciaceri, Vibio fu uno dei primi ad arrendersi al console Romano Fulvio ……….. consegnandogli gran parte delle guarnigioni e presidi cartaginesi “nella parte del Bruzzio confinante con la Lucania si manifestava la tendenza d’arrendersi ai Romani”. Dunque, questa è una delle notizie che abbiamo del “Vibio” di cui ci parla Cicerone nelle sue Epistole, e di cui abbiamo conferma in Plutarco (….), come vedremo. La sua villa, o il “fundus Siccae” era a “Vibone Lucana”, la città scomparsa che si estendeva lungo le pendici delle colline di Sapri fino ai Cordici, che è nel comune di Torraca ma molto vicina a Sapri e, fino al cimitero di Vibonati ?. Questo nobile lucano chiamato “Vibio” o “Vibius” era colui che ospitò Cicerone ?.  Intanto, la località da cui Cicerone scriveva le sue lettere, non era Vibo Valentia ma doveva trattarsi di una località non molto distante da “Nares Lucana”. Il Ciaceri parlando dei nobili e possidenti fratelli lucani “Vibio e Paccio” è molto chiaro e scriveva sulla scorta di Tito Livio essere un fondo o proprietà “nella parte del Bruzzio confinante con la Lucania“. Dunque, non si trattava della parte finale della Calabria ma della porzione di territorio che corrisponde al basso Cilento, ovvero la parte di territorio al confine tra la Calabria e la Lucania. Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. XI parlando della “II guerra Punica”, a p. 271, in proposito scriveva che: “Fra i Lucani, dopo molte guerriglie, vien ricordata l’imboscata ai Campi Veteres (Vietri di Potenza), in cui il capo del partito romano in Lucania, certo Flavo, decisosi a passare al partito cartaginese, aveva attirato il proconsole Tiberio Gracco, riuscendo a farlo uccidere nel 212 (XXV, 16). La resa dei Lucani, degli Irpini e dei Volcentani, è riferita da Livio al 209; essa viene accettata a condizioni assai favorevoli. Alle stesse condizioni offrono di arrendersi anche i Bruzi, che mandano due fratelli Vibio e Paccio di nome (XXVII, 15). Ma la pacificazione definitiva degli Italici sotto il regno romano non appare sicura se non nei due anni più tardi, nel 207, con la battaglia del Metauro, nella quale i rinforzi attesi da Annibale vengono arrestati in modo sangiunoso, e il loro comandante Asdrubale rimase ucciso.”. Dunque, Devoto riferisce, sulla scorta di Tito Livio riferisce che in occasione della fine della II guerra Punica, i due fratelli Vibio e Paccio furono inviati dai Bruzi ad arrendersi ai Romani passando da Annibale ai Romani, non più comandati dal proconsole Tiberio Gracco che era stato ucciso in battaglia. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 153, in proposito scriveva che: “Mentre Annibale, dall’Apulia, attraverso la Lucania, si recava in aiuto dei Bruzii (1), gli Irpini, i Lucani ed i Volcenti si arresero al console Fulvio, dopo avergli consegnato i presidii cartaginesi (2). E il console, rimproveratili del passato errore, li accolse con clemenza. Allora anche ai Bruzii – dice Livio – sorse la speranza del perdono, e i fratelli Vibio e Paccio, i più illustri rappresentanti della loro gente, si recarono dal console a domandare per i loro connazionali le stesse condizioni di resa che erano state concesse ai Lucani (3).”. Il Magaldi, a p. 153, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Livio, XXVII, 15, 3: eadem, quae data Lucanis erat, condicionem deditionis potentes.”.

Nel 197 a.C., BUXENTUM (Bussento), una delle prime colonie marittime create dai Romani durante la II guerra Punica contro Annibale

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a pp. 206-207 parlando delle nuove colonie romane o latine sorte, in proposito scriveva: “E nel caso nostro le deduzioni delle colonie in Crotone e Temesa (2), in Turio ed Ipponio (3) furono promosse da Scipione, che in quell’anno (a. 194) era console per la seconda volta. Trattavasi di colonie di carattere prevalentemente militare, mediante le quali venivasi a circondare d’una corona di piazze forti la regione dei Bruzzi, che tanto avevan dato da fare a Roma nella guerra precedente, specialmente quelli della parte inferiore, i quali eran rimasti con Annibale sino in ultimo. Quelle colonie eran state ideate dall’Africano nei giorni in cui coi suoi maneggi re Antioco di Siria, s’era di già rifugiato Annibale, etc…lo stesso anno in cu ne promuoveva la deduzione, e cioè mentre era console, egli conduceva a compimento lo stanziamento delle colonie marittime di Volturno, Literno, Puteoli, Salerno e Bussento, le quali, alla loro volta, provvedevano alla sicurezza delle coste a salire in su dal Bruzzio alla Lucania ed alla Campania.”. Il Ciaceri, a p. 206, nella nota (3) postillava che: “(3) In Turio: Liv. XXXIV 53, 1-2; cfr. XXXV 9, 7. In Ipponio (Vibo): Liv. XXXIV 53, 1-2; XXXV 40, 5-6. Su Vell. I 14, 8, che vi fa fondare la colonia già nel 237, v. sopra a p. 81 n. 7”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 231 parlando delle colonie romane e latine sorte, in proposito scriveva: A voler passare sotto silenzio città che della Magna Grecia non riportano ormai che le tracce del loro antico nome, quale Buxentum, ove la colonia romana del 194 ebbe vita effimera, simile, del resto, a quella della cittadina italiota che l’aveva preceduta (Pyxus), nonostante che alcuni anni dopo (a. 186) si sia tentato di rinforzarla con nuovi coloni (3), etc..”. Il Ciaceri, a p. 231, nella nota (3) postillava che: “(3) Liv. XXXIX 23 “. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), nel cap. VII, a p. 206, in proposito scriveva che: “Le “colonie” importano l’invio di coloni, che erano stati soldati ed agricoltori insieme. Esse ebbero, in origine, finalità prevalentemente militare e politica (3). La colonia romana è definita da Cicerone (‘De lege agr. II, 73) “propugnacolo dell’Impero”. Esse furono infatti le sentinelle avanzate di un vasto Impero e fecero buona guardia ai suoi confini. Costituite di cittadini romani, le colonie partecipavano, naturalmente, della cittadinanza romana. Qualunque fosse il loro statuto di fondazione (‘lex coloniae’), erano sempre dipendenti dalla Capitale; data la loro natura e la loro finalità, non poteva essere diversamente. Dell’Urbe esse potevano considerarsi come le diramazioni, per mezzo delle quali Roma faceva sentire il suo prestigio ai popoli soggetti (4).”. Il Magaldi (…), a p. 206, nella nota (4) postillava: “(4) La più antica colonia di cui si ha notizia è Anzio, fondata nel 338 a.C. Cfr. De Sanctis, op. cit., II, p. 434.”. Sempre il Magaldi (…), a p. 207, nella nota (2) postillava: “(2) E. Pais, Serie cronologica delle colonie Romane e Latine dall’età regia fino all’Impero, parte I (dall’età del tempo dei Gracchi), in Memorie della R. Accademia dei Lincei, serie V, vol. XVII (1924), p. 329.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), nel cap. VII, a pp. 211-212, in proposito scriveva che: Bussento (1), la cui legge di deduzione era stata proposta nel 197 dal tribuno della plebe. Etc…”.  Il Magaldi (…), a p. 211, nella nota (1) postillava: “Cfr. Livio, XXXII, 29, 3 (a. 197): ‘C. Atinius tribunus plebis tulit, ut quinque coloniae in oram maritimam deducerentur, duae ad ostia fluminum Vulturni Liternique, una Puteolos, una ad Castrum Salerni: his Buxentum adiectum, trecenae familiae in singulas colonias indebantur mitti. Triumviri deducendis iis, qui per triennium magistratum haberent, creati M. Servilius Geminus, Q. Minucius Thermus, Ti. Sempronius Longus; Etc…”. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63, in proposito scriveva che: “Nel 558 di Roma vi fu spedita una colonia di 300 cittadini, tre anni dopo che il tribuno della plebe Caio Acilio proponeva che altre se ne mandassero a ‘Salerno’ e sulla spiaggia della ‘Campania (1). Livio dice che furono allora ripartite le terre ch’erano de’ Campani’; e per una lapide di Capua vi è ragione di riferire tale ripartizione alle terre di Bussento, anzicchè a quelle di Literno, Volturno e Puteoli, dove le altre colonie furono dedotte, perchè la lapida si loda il quatruorviro della città Prescennio Negro, il quale la ripristinava ne dritti dell’agro lucano (2). Etc…”.

Corcia, p. 63.PNG

(Fig…) Nicola Corcia, op. cit., pp. 62-63

Il Corcia, a p. 63, nella nota (1) postillava che: (1) Liv., XXXIV, 45. – Cfr. XXXII, 29. – Vell. Pat. I, 15, 3.”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (2) postillava che: “(2) Mazzocchi, In mutil. Camp. Amphit. tit. p. 64 sqq. – Cfr. Nieburh, Hist. R. t. III, p. 500”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: La fondazione avviene in più fasi, secondo il racconto di Tito Livio. In un primo momento, nel 197 a.C., su proposta del tribuno della plebe Gaio Atinio, si delibera la fondazione delle colonie, ciascuna con trecento famiglie. Si eleggono quindi i tre magistrati incaricati di curare la deduzione: Marco Servilio Gemino, Quinto Minucio Termo, Tiberio Sempronio Longo (45). Quasi sicuramente della deduzione di Bussento fu incaricato Sempronio Longo, interessato alla Lucania e appartenente alla stessa famiglia di Tiberio Sempronio Gracco, che durante la guerra contro Annibale aveva combattuto in Lucania, ed aveva allacciato rapporti di amicizia e di clientela con i notabili della regione (46). Inoltre, a Sapri esiste una importante iscrizione che ricorda un Lucio Sempronio Prisco, eletto supremo magistrato (duovir designatus) (47) di una colonia non menzionata: solitamente si ritiene che la colonia sia Buxentum, ma potrebbe esservi stata anche una seconda colonia nell’area di Sapri, come si dirà più avanti. Alla famiglia Sempronia viene inoltre attribuita la proprietà della villa di Santa Croce. Etc..”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (45) postillava che: “(45) Livio, XXXII, 29, 3-4”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) Livio, XXIII, 37, 10-11; XXIV, 15; 20; 44, 9; XXV, 1, 5; 15, 18-20; 16-17”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (47) postillava che: “(47) CIL X 461”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: “6. Buxentum fa parte del gruppo di colonie romane fondato agli inizi del secondo secolo a.C., in seguito alla seconda guerra punica, combattuta sul suolo dell’Italia contro i cartaginesi di Annibale. Si tratta delle colonie di Pozzuoli, Volturno, Literno, Salerno, Bussento e Siponto. Come è noto, le colonie romane erano costituite da piccoli insediamenti, a forma di accampamento militare, presidiati da circa 300 coloni con le loro famiglie, ciascuno con un piccolo lotto di terra; lo scopo principale era quello di controllare la costa e segnalare il passaggio di flotte nemiche. Appare evidente lo scopo di rafforzare le coste dell’Italia, in periodo di pace, per segnalare subito, con sistemi di comunicazione ottici a distanza, l’attacco di eventuali flotte cartaginesi. Il territorio è stato confiscato ai Lucani ribelli dopo la guerra contro Annibale, ed è diventato disponibile, quale terreno dello stato (ager publicus), per la divisione in lotti e l’assegnazione ai coloni, oltre che per la vendita o l’affitto a ricchi proprietari. La fondazione avviene in più fasi, secondo il racconto di Tito Livio. Etc…”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 27, in proposito scriveva pure che: “Nel 194 a.C. fu inviata a Buxentum una colonia di 30 famiglie (10) per ripopolare la città. I coloni di Buxentum non rimanevano a lungo nell’aria irrespirabile della città, che, per molto tempo, non dette segni di vita.”. Il Tancredi, a p. 27, nella nota (10) postillava: “(10) Tito Livio, nel libro XXXII, 29 così riferisce: “Acilio, tribuno della plebe, decise di fondare cinque colonie sul litorale: due alla foce del fiume Volturno e Literno, una a Pozzuoli, una alla fortezza di Salerno. A questa fu aggiunta ‘Bussento’. Fu ordinato che fossero mandate trenta famiglie in ciascuna colonia. I tribuni eletti perché esercitassero nella fondazione la carica di magistrato per tre anni, furono: M. Servilio Gemino, Q. Minucio Termo e T. Sempronio Longo”.”. Luigi Tancredi, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a pp. 48-49 parlando dell’epigrafe latina dedicata a Pernicio Veridio, pretore fiscale di Bussento ai tempi di Nerva, in proposito scriveva che: Pernicio Veridio non era cittadino romano, ma lo divenne in grazia della “lex Julia” ed esercitò il compito di pretore in quell’Agro Lucano, il cui centro cospicuo era Bussento. Non bisogna dimenticare che questo territorio fu ricuperato da P. Pescennio per costituire una seconda entità territoriale al di quà dal fiume Sele, in Lucania, mentre l’agro Campano stava al di là”. Giacomo Racioppi (….), che, nel suo “Storia dei Popoli della Lucana e della Basilicata”, vol. I, a p. 410, così si esprime: Dopo la guerra Sociale, per quel sistema politico che inaugurò Silla a compensare i suoi soldati, e che limitavano così i Triumviri come Augusto e i suoi successori, crebbe il numero delle colonie romane. Colonie fondate probabilmente da Silla, ma di certo prima della morte di Cesare, furono, nella Lucania, Bussento una seconda volta poichè la si trovò spopolata dei coloni mandativi undici anni prima; Pesto (2), che era stata già colonia latina, come si è detto; e Grumento.”. Sempre il Racioppi, a pp. 523-524, in proposito scriveva pure che: “All’occidente di Sapri, nellevicinanze dell’odierno Policastro, era Pixo, fondazione ellenica, che divenne ai Latini Bussento, quando Roma vi mandò una sua prima colonia nel 558-196. e una seconda dopo sei anni. Etc…”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, nella rivista “L’Universo”, LIII, n. 3, maggio-giugno, parlando di Buxentum, a p. 506 e ssg., in proposito scrivevano che: “Pixous greca si trasformò in Buxentum romana nel 197 a.C. quando cinque colonie marittime furono dedotte al Volturno, a Literno, a Pozzuoli, a Salerno e a Bussento. Etc…. I due autori, a p. 507, nella nota (53) postillavano: “(53) Quinque coloniae in oram maritimam deducerentur, duae ad ostia fluminum Vulturni Liternique, una Puteolos, una ad castrum Salerni, his Buxentum adiectum….(Plinio, N. H.), cfr. V. Panebianco, La colonia romana di Salernum, cit. p. 3. Buxentum è la latinizzazione di Pixous.“.

Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. XI parlando della “II guerra Punica”, a p. 271, in proposito scriveva che: “Nei primi anni del secolo II i fatti più salienti riguardano l’impulso della colonizzazione romana nel mezzogiorno d’Italia. Nel territorio dei Lucani, Bussento ricevette una colonia romana nel 194 (6), Forum Popilii, nella valle del Tanagro fu fondata al più tardi nel 132 (7), Grumento ricevette una colonia al tempo dei Gracchi. Nel paese dei Bruzi, una colonia romana fu fondata a ‘Castra Hanibalis’, nell’istmo di Catanzaro, nel 199 (8), a Temesa nel 194 (9). Crotone, conquistata dai Bruzi durante la guerra annibalica, riceveva una colonia romana nello stesso 194 (10). Turii una latina, col nome di Copia nel 193 (11). Non più antica del 192 sembra quella dell’antica Ipponio, ora Vibo Valentia (12).”. Il Devoto, a p. 271, nella nota (6) postillava che: “(6) Livio, XXXIV, 45; XXXIX, 23”. Devoto, a p. 271, nella nota (10) postillava che: “(10) Livio, XXXIV, 53; XXXV, 9”.

Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 4 e ssg. nel cap. I: “Degli antichi Abitatori della Lucania etc…”, a p. 14 scriveva pure che: “E nella venuta di Annibale i Lucani furono i primi a confederarsi in ajuto de’ Romani, e le diloro Colonie sostennero principalmente il loro Imperio combattuto dalla prepotente forza de’ Cartaginesi a riserba solo alcune Città ne’ confini de’ Bruzi, quali mancarono alla fede data a’ Romani, con aderire ad Annibale, ma sortito costui dall’Italia non ostante che dette Città ribellate, fussero lasciate libere, in pena però in dette Contrade vi fu costituita una Colonia militare in Bussento, togliendo perciò in questa parte a’ Lucani i migliori terreni.”.

Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 141 e ssg., in proposito scriveva che: “Rispetto a questi centri anche la colonizzazione, programmata dal potere romano, risulta periferica e limitata alla zona costiera con Poseidonia, Elea e Buxentum (Pyxus)(41), sul versante tirrenico; intanto su quello ionico rimangono le città federate di Metaponto ed Eraclea (42).”. La Catalano, a p. 141, nella nota (41) postillava: “(41) Cfr. infra n. 63; nello stesso anno viene dedotta una oclonia latina in ‘Thurinum agrum’, per la quale v. F. Cantarelli, Alcune osservazioni sui rapporti romano-turini e l’episodio di Copiae, etc…”. La Catalano, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “…il governo di Roma non riesce a controllare il territorio demaniale dalle eventuali usurpazioni o dagli abbandoni dell’area assegnata (63); anche l’iniziativa coloniale rimane marginale come dimostra la deduzione di una colonia a ‘Buxentum’ nel 194 (64) che appena nove anni dopo, nel 185, dovrà essere rinsanguata con l’invio di altri coloni.”. La Catalano, a p. 145, nella nota (63) postillava che: “(63) Liv., XXXII 29, 3-4; A. Russi, in “Diz. epigr. di Ant. Rom.”, cit., s.v. Lucania, pp. 1896-1897; V. A. Sirago, L’agricoltura italiana nel II sec. a.C., Napoli, 1971, pp. 12-13″.

Nel 197 a.C., Tiberio Sempronio Longo, magistrato eletto per la deduzione della colonia marittima romana di Buxentum 

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: In un primo momento, nel 197 a.C., su proposta del tribuno della plebe Gaio Atinio, si delibera la fondazione delle colonie, ciascuna con trecento famiglie. Si eleggono quindi i tre magistrati incaricati di curare la deduzione: Marco Servilio Gemino, Quinto Minucio Termo, Tiberio Sempronio Longo (45). Quasi sicuramente della deduzione di Bussento fu incaricato Sempronio Longo, interessato alla Lucania e appartenente alla stessa famiglia di Tiberio Sempronio Gracco, che durante la guerra contro Annibale aveva combattuto in Lucania, ed aveva allacciato rapporti di amicizia e di clientela con i notabili della regione (46). ….Etc..”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (45) postillava che: “(45) Livio, XXXII, 29, 3-4”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) Livio, XXIII, 37, 10-11; XXIV, 15; 20; 44, 9; XXV, 1, 5; 15, 18-20; 16-17”.

Nel 195 a.C, Buxentum e la colonia dei Ferentinati che volevano diventare Romani

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: Mentre si stanno espletando i preparativi e si trascrivono sui registri i nomi dei coloni per Pozzuoli, Salerno e Bussento, avviene un fatto singolare riguardante il diritto romano e le sue procedure, importante perché fa capire quanto i Romani coltivassero questa disciplina, diventata poi fondamentale negli Stati e nella civiltà moderna. Intanto, bisogna premettere due considerazioni. All’epoca, nel secondo secolo a.C., c’era una diffusa richiesta della cittadinanza romana da parte degli alleati latini ed italici residenti nelle diverse città dell’Italia, per avere gli stessi diritti dei Romani e non essere discriminati sul piano economico e sociale. Per ottenere la cittadinanza, cosa difficile, si tentavano tutte le strade, lecite ed illecite. In particolare, quando venivano fondate colonie romane, fra i coloni potevano iscriversi anche italici che non avevano la cittadinanza romana: era questo un modo sicuro per ottenere l’ambita cittadinanza, con lo svantaggio di doversi recare in colonia, lontano da Roma, ma con la certezza di una condizione migliore per sé e per la propria famiglia. Date queste premesse, è facile immaginare che molti capifamiglia latini ed italici si iscrissero nelle liste dei coloni di Pozzuoli, Salerno e Bussento. Fra questi, dice Livio, vi era un gruppo di latini originari della città di Ferentino, che nel 195 a.C. “tentarono di far applicare un nuovo diritto” (novum ius): essi, per il solo fatto di aver dato i loro nomi per la lista dei coloni, si proclamarono cittadini romani. Ma il senato, appositamente riunito, giudicò che essi non erano cittadini romani (48), e che quindi non bastava essere inseriti nelle liste nominative: bisognava completare l’operazione e recarsi fisicamente ad occupare il proprio posto nella colonia, per poi essere censiti fra i cittadini. Etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: Tuttavia, date le premesse e il comportamento dei Ferentinati, che molto prima già si sentivano cittadini romani, non c’era da aspettarsi, da parte dei coloni, un grande attaccamento al sito di Buxentum.”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (45) postillava che: “(45) Livio, XXXII, 29, 3-4”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) Livio, XXIII, 37, 10-11; XXIV, 15; 20; 44, 9; XXV, 1, 5; 15, 18-20; 16-17”.  Il La Greca, a p. 27, nella nota (47) postillava che: “(47) CIL X 461”. Il La Greca, a p. 28, nella nota (48) postillava che: “(48) Livio, XXXIV, 42, 5-6; vd. sull’episodio SMITH 1954; PIPER 1987”.

Nel 194 a.C., BUXENTUM e la sua effettiva deduzione quale colonia marittima creata dai Romani 

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 231 parlando delle colonie romane e latine sorte, in proposito scriveva: A voler passare sotto silenzio città che della Magna Grecia non riportano ormai che le tracce del loro antico nome, quale Buxentum, ove la colonia romana del 194 ebbe vita effimera, simile, del resto, a quella della cittadina italiota che l’aveva preceduta (Pyxus), nonostante che alcuni anni dopo (a. 186) si sia tentato di rinforzarla con nuovi coloni (3), etc..”. Il Ciaceri, a p. 231, nella nota (3) postillava che: “(3) Liv. XXXIX 23 “. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a pp. 206-207 parlando delle nuove colonie romane o latine sorte, in proposito scriveva: “E nel caso nostro le deduzioni delle colonie in Crotone e Temesa (2), in Turio ed Ipponio (3) furono promosse da Scipione, che in quell’anno (a. 194) era console per la seconda volta. Trattavasi di colonie di carattere prevalentemente militare, mediante le quali venivasi a circondare d’una corona di piazze forti la regione dei Bruzzi, che tanto avevan dato da fare a Roma nella guerra precedente, specialmente quelli della parte inferiore, i quali eran rimasti con Annibale sino in ultimo. Quelle colonie eran state ideate dall’Africano nei giorni in cui coi suoi maneggi re Antioco di Siria, s’era di già rifugiato Annibale, etc…lo stesso anno in cui ne promuoveva la deduzione, e cioè mentre era console, egli conduceva a compimento lo stanziamento delle colonie marittime di Volturno, Literno, Puteoli, Salerno e Bussento, le quali, alla loro volta, provvedevano alla sicurezza delle coste a salire in su dal Bruzzio alla Lucania ed alla Campania.”. Il Ciaceri, a p. 206, nella nota (3) postillava che: “(3) In Turio: Liv. XXXIV 53, 1-2; cfr. XXXV 9, 7. In Ipponio (Vibo): Liv. XXXIV 53, 1-2; XXXV 40, 5-6. Su Vell. I 14, 8, che vi fa fondare la colonia già nel 237, v. sopra a p. 81 n. 7”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), nel cap. VII, a pp. 211-212 riferendosi all’anno 195 a.C., in proposito scriveva che: “Nello stesso anno in cui fu fondata Copia lo furono pure le colonie di Crotone, di Vibo-Valentia e di Tempsa. L’anno precedente (194), quello del secondo consolato di Scipione, furono dedotte, colla funzione di “marittime”, le colonie di Volturno, Literno, Puteoli, Salerno e, verso il confine meridionale della Lucania, Bussento (1)…..Il loro scopo precipuo era quello di fare buona guardia sul mare, ideate com’erano state in previsione di una guerra contro la Siria, presso il cui re Antioco aveva cercato riparo Annibale (2). Le colonie dell’a. 193, anche se ufficialmente considerate “latine”, come Copia e Vibo-Valentia, o “cittadine”, come Crotone e Tempsa, in realtà non differivano in nulla dalle “marittime”. E tutte insieme stringevano come in una morsa le indocili popolazioni dell’interno. Etc…”. Il Magaldi (…), a p. 211, nella nota (1) postillava: “Cfr. Livio, XXXIV, 45, I seg. (a. 194): ‘Coloniae civium Romanorum eo anno deductae sunt Puteolos, Volturnum, Liternum , treceni homines in singulas. Item Salernum Buxentumque coloniae civium Romanorum deductae sunt. Deduxere triumviri Ti. Sempronius Longus, qui tum consul erat, M. Servilius, Q. Minucius Thermus. Ager divisus est, qui Campanorum fuerat. Cfr. Livio, XXXIV, 42, 6: ‘Puteolos Salernumque et Buxentum adscripti coloni, qui nomina dederant et cum ob id se pro civibus Romanis ferrent, Senatus iudicavit non esse eos civis Romanos. Si tratta della risposta data dal Senato alla richiesta dei Ferentinati, che i coloni latini introdotti nella città diventassero cittadini romani. Questa notizia – dice il Pais, op. cit., p. 342 – va messa a fianco di quelle sui varii tentativi dei Latini di deiventare cittadini roani. Cfr. Velleio, I, 15, 3: ‘Eodem temporum tractu, quamquam apud quosdam ambigitur, Puteolos Salernumque et Buxentum missi coloni….Sulla fondazione della colonia di Bussento cfr. Pais, o. c., p. 340 seg.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 6, in proposito scriveva che: “Le colonie erano stanziamenti di romani (latini) in territori recentemente conquistati o politicamente malfidi, dove i coloni ottenevano fondi da coltivare, costruivano città e le reggevano in piena autonomia amministrativa, conservando la cittadinanza romana (cives optimo jure). Questi privilegi spettarono alle colonie più antiche o latine, perché rette dallo ius latinum. Le altre, più recenti, fra cui Bussento, ebbero la cittadinanza romana in un secondo tempo e, assieme alle prime, furono dette “romane” perché Roma vi inviò esclusivamente cittadini propri. Le prime colonie romane sorsero agli inizi della Repubblica (Ostia, Velletri, ecc.), a cominciare dal 495 a.C. Dal 273 a.C. si estesero da Paestum in giù con lo scopo di ricostruire le colonie greche che erano decadute. Al tempo delle guerre puniche furono fondate sulle coste tirreniche cinque colonie militari: Pozzuoli, Volturno, Literno, Salerno e Bussento.”. Giacomo Racioppi (….), che, nel suo “Storia dei Popoli della Lucana e della Basilicata”, vol. I, a p. 410, così si esprime: “Nel secolo seguente il II a.C. ebbero sviluppo le colonie cittadine o ‘romane’: e mentre per la Lucania non si trova indicata che Bussento nel 191-4 a.C., vediamo, in questo stesso breve periodo di tempo, fondarsi colonie romane al Volturno, a Pozzuoli, a Salerno, a Temesa dei Bruzii; vuol dire che Roma mirava allora alla sicurezza del litorale, mentre di guardia all’interno erano le colonie precedentemente fondate…etc..”. Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a pp. 703-704 , in proposito scriveva che: “Dopo un silenzio di quasi tre secoli, è Livio (5) che torna nuovamente a parlarne, a proposito della deduzione, nel 194 a.C. ed ulteriormente rinforzata nel 186 a.C., della colonia marittima romana di Buxentum, nome che costituisce l’evidente latinizzazione del nome greco (6). In epoca Imperiale, la città è citata dai geografi (7), mentre dall’epigrafia apprendiamo che si trattava di un ‘municipium’ retto da ‘duoviri’, che era iscritta alla ‘tribus Promptina’,e che possedeva un foro ed un ‘macellum’ (8).”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (6) postillava che: “(6) L’identificazione di Pyxous con Buxentum è autorevolmente confermata da Plinio, Nat. Hist. Ili, 5, 72 : oppidum Buxentum, Greciae Pyxus.”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (7) postillava che: “(7) Plin. Ili, 5, 72; Pomp. Mela II, 4, 69 (Buxantium); Ptolem. Ili, 1, 8 (βούξεν-τον) ; Geogr. Rav. IV, 32”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (8) postillava che: “(8) CIL X, I, n° 461 ; V. Bracco, // foro di Buxentum, in Scritti sul mondo antico in onore di F. Grosso, Roma, 1981, p. 77-84; Id., Il Macellum di Bussento, in Epigraphica, XLV, 1983, p. 109-115.”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, nella rivista “L’Universo”, LIII, n. 3, maggio-giugno, parlando di Buxentum, a p. 506 e ssg., in proposito scrivevano che: “La deduzione avvenne nel 194 a.C. (53): 300 cittadini romani (famiglie, piuttosto), rioccuparono la città, dandole nuova vita. Le testimonianze di Buxentum sono numerose. le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò ‘falsae vel alienae’ altre due iscrizioni (54), riportate da storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi etc…”. I due autori, a p. 507, nella nota (56) postillavano: “(56) Sono noti dall’annalistica di triumviri di Buxentum, L. Scribonio Libone, M. Tuccio, Gneo Bebio Panmfilo.”. Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”,  parlando di Pixunte, a p. 175, in proposito scriveva che: “Recenti scavi, eseguiti nell’abitato di Policastro, sembrano confermare che la greca Pixunte e la romana Buxentum debbano identificarsi con l’odierna Policastro, etc….Potrebbe nascere il sospetto che quando, nel 194 a.C., i Romani vi dedussero una prima colonia, la città sia stata spostata dalla riva destra a quella sinistra, dove è ora, con procedimento che è documentabile in molti casi; ma non solo della cosa non vi è ricordo alcuno nelle numerose fonti che ci parlano della romanizzazione della città (Liv., XXXIII, 29, 4; XXXIV, 42, 6; 45, 2; XXXIX, 22, 4; Vell. Pat. 1, 15; Plin. III, 72), e sembra anche escludersi dal contesto del passo di Strabone, etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a p. 28, in proposito scriveva che: L’anno seguente, nel 194 a.C., vi fu l’effettiva fondazione, ed i coloni, divisi a gruppi di trecento, presero la strada delle rispettive colonie, fra le quali Bussento; nello stesso anno Tiberio Sempronio Longo, uno dei curatori, aveva anche la suprema carica di console (49). Etc…”. Il La Greca, a p. 28, nella nota (48) postillava che: “(48) Livio, XXXIV, 42, 5-6; vd. sull’episodio SMITH 1954; PIPER 1987”. Il La Greca, a p. 28, nella nota (49) postillava che: “(49) Livio, XXXIV, 45, 1-2”.

Giacomo Devoto (….), nel suo “Gli antichi Italici”, nel cap. XI parlando della “II guerra Punica”, a p. 271, in proposito scriveva che: “Nei primi anni del secolo II i fatti più salienti riguardano l’impulso della colonizzazione romana nel mezzogiorno d’Italia. Nel territorio dei Lucani, Bussento ricevette una colonia romana nel 194 (6), Forum Popilii,…..Crotone, conquistata dai Bruzi durante la guerra annibalica, riceveva una colonia romana nello stesso 194 (10). Etc…”. Il Devoto, a p. 271, nella nota (6) postillava che: “(6) Livio, XXXIV, 45; XXXIX, 23”. Devoto, a p. 271, nella nota (10) postillava che: “(10) Livio, XXXIV, 53; XXXV, 9”.

Castore e Polluce – il tempio a Bussento

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, a p. 11 parlando di Bussento, in proposito scriveva pure che: “I Bussentini del I° secolo, stanchi ormai delle patite sciagure, sfiduciati nelle istituzioni di un impero avviato al declino e quindi avversi al culto dei falsi dei Castori e Polluce, cui avevano invano affidato la protezione sul mare, accettarono con tutto il cuore la fede cristiana (133). Infatti, sulla “Porta del Mare” fecero apporre questa famosa iscrizione, in latino: “Cristus Rex venit in pace. Amen”. Questa lapide esisteva ancora nel 1700 (134).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (133) postillava: “(133) Di Luccia Pietro Marcellino: L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale, Roma, Luca Antonio Characas, 1700, p. 7”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (134) postillava: “(134) ibidem: pp. 7-8 – Documenti Antichi (A. D.P.: I – Orig. – 1400).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (135) postillava: “(135) Tradizione orale (interviste)”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a pp. 5-6-7 parlando di “Pesto”, in proposito scriveva che: “Vogliono, che questa Città fosse stata una delle quattordici colonie de’ Romani in Italia, che qui fossero vissuti Zenofonte e Parmenide celebri Filosofi, secondo il parere di Dionisio e Diodoro, che M. Tullio Cicerone vi havesse fatto una Villa, e che li suoi cittadini havessero guerreggiato con Annibale, Alarico, Gensorico, e Totila, e con gran valore havessero resistito ad Alessandro Molosso Rè degli Epiroti, & a Pirro suo figliolo. In questa città fiorì anche la Santità, mentre ebbe S. Vito Martire, che morì per la Fede di Cristo, come vuole Paolo Reggio Vescovo di Vico Equense, e dopo tante, e altre sue tralasciate glorie nell’ano 930, fu invasa da Saraceni, e da quelli abbattuta in modo che di una Città sì bella tenuta inespugnabile per molti secoli, e del suo circuito di quattro miglia, non furono lasciati, se non le mura in piedi.”. Il Di Luccia, a p. 6 parlando di Velia scriveva che: “Tra l’altre città della Lucania veniva annoverata Bussento…..Velia era la terza città detta Veleia, & in Greco detta Eleia,…..Haveva questa Città bellissimi porti, mentre ‘Virgilio nel lib. 6 dell’Enead. dice ‘Portusque require Velinos’.”. Ancora, il Di Luccia, a p. 7 parlando di Bussento scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”. Dunque, la notizia del tempio dedicato ai due Dioscuri adorati a Bussento proviene dal Di Luccia. Sulla rete troviamo scritto che la mitologia classica descrive i due gemelli come inseparabili, guerrieri intrepidi e abili domatori di cavalli. Sia i Greci che i Romani considerano i Dioscuri i protettori degli uomini da ogni pericolo e in ogni difficoltà, sulla terra e sul mare. Eroi spartani per eccellenza, Castore e Polluce vissero poco prima della guerra di Troia.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

Alberti Leandro, p. 199,,,

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Angelina Montefusco (….), nel suo “La Cattedrale nella Storia e nell’Arte” (in AA.VV., Chiesa Cattedrale di Policastro- La Storia e Restauri)”, a p. 25, in proposito scriveva che: “C’è ancora chi, trascinato dal fascino dei resti dell’antichissima cittadina, che tra le sue mura “ciclopiche” accolse Greci e Romani, vuole la chiesa eretta sul tempio pagano di Castore e Polluce e la sede vescovile di Policastro fondata dall’apostolo Paolo nel I secolo, durante il suo viaggio da Reggio a Pozzuoli. In realtà del tempio pagano di non si ha alcun ricordo…..etc…”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), nel cap. VII, a p. 319, in proposito scriveva che: “Il culto dei Dioscuri (Castore e Polluce) è attestato a Pesto, per l’età romana, da monete di bronzo di tarda epoca (3).”. Il Magaldi (…),a p. 319, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Stuart Poole, o. c., p. 281; Giannelli, o. c., p. 149.”.

Nel 194 a.C., Tiberio Sempronio Longo, nominato curatore e console della colonia marittima romana di Buxentum

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: Quasi sicuramente della deduzione di Bussento fu incaricato Sempronio Longo, interessato alla Lucania e appartenente alla stessa famiglia di Tiberio Sempronio Gracco, che durante la guerra contro Annibale aveva combattuto in Lucania, ed aveva allacciato rapporti di amicizia e di clientela con i notabili della regione (46). ….Etc..”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) Livio, XXIII, 37, 10-11; XXIV, 15; 20; 44, 9; XXV, 1, 5; 15, 18-20; 16-17”. Da Wikipedia leggiamo che Tiberio Sempronio Longo (latino: Tiberius Sempronius Longus) (… – 174 a.C.) è stato un politico romano. Figlio del console omonimo, sconfitto da Annibale nel 218 a.C., sostituì il padre come decemviro sacris faciundis nel 210 a.C. e nello stesso anno divenne anche augure (al posto di Tito Otacilio Crasso) e tribuno della plebe. Nel 197 a.C. fu edile curule fu scelto come triumviro per la fondazione di nuove colonie a Puteoli, a Buxentum ed in altre località. Nel 196 a.C. fu pretore in Sardegna e mantenne la carica per un biennio. Nel 194 a.C. fu eletto console con Publio Cornelio Scipione Africano; durante il consolato svolse anche la funzione di triumviro per seguire la fondazione delle colonie che aveva già stabilito nel 197 a.C.. Combatté anche contro i Galli Boi, ma senza riportare vittorie definitive. L’anno seguente (193 a.C.) fu legato sotto il console Lucio Cornelio Merula durante la campagna contro i Galli Boi; nel 191 a.C. fu legato sotto il console Manio Acilio Glabrione durante la campagna contro Antioco il Grande in Grecia. Nel 184 a.C. si presentò candidato per la censura, ma fu sconfitto. Morì nel 174 a.C. durante la grande pestilenza che colpì Roma. Le note postillate di Wikipedia sono tutte su Tito Livio (….), nella sua opera “Ad Urbe condita”. Nel 2014, Antonio Scarfone (….), “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, sulla scorta di Werner Johannowsky (….) scriveva in proposito che: D’altronde, alcuni esponenti della Gens Sempronia, una delle più antiche e potenti stirpi romane, erano noti nel Golfo di Policastro sin dall’età repubblicana. Infatti, come ci narra Tito Livio, nel 194 a.C., il triumviro Tiberio Sempronio Longo fu uno dei magistrati cui fu affidato il compito, avendo acquisito la suprema carica di console, della cura della vicina e sicuramente più importante colonia di Buxentum (11).”. Scarfone, a p. 451, nella nota (11) postillava che: “(11) Questi i passi di Tito Livio, in cui viene narrata la fondazione della colonia di Bussento, Libro XXXII, 29, I: etc…”……” (….), il tribuno della plebe Caio Atinio propose di fondare cinque colonie etc…Vi si aggiunse Bussento. Si decretò di mandare etc….”.  Questi i passi di Tito Livio in cui viene narrata la fondazione della colonia di Bussento. Libro XXXII, 29, I: […] “C. Atinius, tribunus plebis, tulit ut quinque coloniae in oram maritimam deducerentur, duae ad ostia fluminum Vulturni Liternique, una Puteolos, una ad Castrum Salerni: his Buxentum adiectum; trecentae familiae in singulas colonias iubebantur mitti. Tresviri deducendis iis, qui per triennium magistratum haberent, creati M. Servilius Geminus Q. Minucius Thermus Ti. Sempronius Longus.” […] che tradotto significa: “Il tribuno della plebe Caio Atinio propose di fondare cinque colonie sulla costa, due alla foce dei fiumi Volturno e Literno, una a Pozzuoli, una a Castro di Salerno. Vi si aggiunse Bussento. Si decretò di mandare in ogni colonia trecento famiglie. Furono creati triumviri per la fondazione di quelle colonie Marco Servilio Gemino, Quinto Minucio Termo, Tiberio Sempronio Longo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980). Libro XXXIX, 23, I: […] “Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libio, M. Tuccius, Cn. Baebius Tamphilus.” […] “Alla fine dell’anno, poiché Sp. Postumio console aveva riferito che nel percorrere le due coste d’Italia per via dei suoi processi aveva trovato spopolate le colonie di Siponto sull’Adriatico e di Bussento sul Tirreno, il pretore urbano T. Menio, secondo un senatoconsulto, elesse triumviri, per il reclutamento dei coloni da mandare là, L. Scribonio Libone, M. Tuccio, Cn. Bebio Tanfilo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980).”.

LA GENS SEMPRONIA 

Da Wikipedia leggiamo che Sempronia era il nomen di una gens dell’antica Roma, con un ramo patrizio e uno plebeo.

  • Sempronius, maschile singolare (nomen)
  • Sempronia, femminile singolare (nomen)
  • Sempronianus, maschile singolare (cognomen) per i maschi che erano nati all’interno della gens e poi adottati da altri.

Sebbene la più famosa gens Sempronia plebea non fosse imparentata con quella patrizia, questa era considerata una delle più importanti famiglie durante il periodo della repubblica. La gens raggiunse l’apice del potere tra il 304 a.C. e il 121 a.C., dando i natali a parecchi consoli, censori, pretori e tribuni della plebe. La gens era divisa i diversi rami, tra i quali i più importanti politicamente erano: Semproni Blesi, questo ramo ebbe due consolati, tenuti da Gaio Sempronio Bleso nel 253 e nel 244 a.C. Sulla “Gens Sempronia” sapiamo che vi erano i Semproni Gracchi, questo ramo ebbe tre consoli, tutti di nome Tiberio Sempronio Gracco, che tennero cinque consolati (il primo divenne console nel 238; il secondo, figlio del primo, nel 215 e 213; il terzo, nipote del secondo, nel 177 e 163 a.C.), un censore (sempre l’ultimo dei tre, nel 169 a.C.) e due tribuni della plebe (i fratelli Gaio Sempronio Gracco e Tiberio Sempronio Gracco, figli dell’ultimo dei tre Tiberii, quello due volte console e censore). Nel 170 a.C. per volere del censore Tiberio Sempronio Gracco fu eretta la Basilica Sempronia. Questo ramo apparentemente era ancora attivo intorno al 2 a.C., quando Giulia, la figlia di Augusto, fu esiliata con il suo amante Tiberio Sempronio Gracco. I figli di quest’ultimo morirono piccoli; oltre ai Semproni Gracchi, vi era un altro ramo, quello dei Semproni Longi, questo ramo ebbe due consoli, padre (Tiberio Sempronio Longo (console nel 218 a.C.)) e figlio (Tiberio Sempronio Longo (console nel 194 a.C.)). Questo nome probabilmente derivava da un antenato molto alto di statura. Semproni Sofi, faceva parte di questo ramo Caius Sempronius Sophus, il primo console plebeo della gens Sempronia. Un suo omonimo, probabilmente suo figlio, divenne console nel 268 a.C., fu più noto per aver divorziato dalla moglie per partecipare ai Ludi Romani senza la sua conoscenza. Entrambi divennero censori. Semproni Tuditani, questo ramo ebbe tre consoli, il più distinto fu Publio Sempronio Tuditano, eletto nel 204 a.C., partecipò alla battaglia di Canne come tribuno militare.

Nicola Corcia ed il promontorio di ‘Pissunto’ o ‘Bussento’

Pietro Ebner (…), riguardo l’antica città di Bussento (…), e di Molpa (…), citava  Giacomo Racioppi (…) e il Corcia (…). Ebner, cita Nicola Corcia (…), erudito che scrisse sulla Storia della Magna Grecia, e dice che ne ha scritto, nel cap. III, a p. 68, dove (scrive Ebner) che le citazioni storiche contenute nella “Cronica” di Mercurio, dovrebbero farsi intendere e far risalire ad Eutropio, che non parlava di Molpa ma parlava di Lucania. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 58, del suo vol. III, in proposito scriveva che: “………………..”.

Corcia, p. 61

Corcia, p. 62

(Figg….) Corcia Nicola (…), pp. 62-63

Nel 192 a. C. (II sec. a.C.), VIBONE (Lucana), Tito Livio, la fondazione della colonia Romana

Di Vibone parlò anche Tito Livio e poi ancora Cicerone che, fuggendo per gli effetti della Lex Clodia e scrivendo al suo amico Attico, riferiva che da Velia in barca raggiunse ‘Vibone ad Sicam’. L’Antonini credeva che l’antica ‘Vibone’ di cui parlava Cicerone, avesse un porto lontano un miglio e mezzo dalla odierna Vibonati, detta nella carta di Fig. 1, “Bibo nova”, ed il porto fosse quello di Sapri. Da Wikipedia leggiamo che nel 192 a.C., pochi anni dopo la fine della II Guerra punica, i Romani dedurranno a Hipponion una colonia a diritto latino (Liv., XXXV, 40, 5-6) chiamata Valentia, con diritto di zecca e varie autonomie. Il nome Valentia (attestato sulle monete della colonia e dall’epigrafe di Polla che ricorda la costruzione della via Popilia), in latino significa forza, potenza militare, insieme al massiccio invio di coloni superiore a tutti gli altri centri del Bruzio: 4.000 soldati, di sicuro con donne e figli, fa comprendere come la capitale dell’Impero riconosceva al centro tirrenico grande importanza strategica ed economica. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, a pp. 424-425 e ssg., nel suo “Capitolo XI – Di Vibonati, e Sapri”,  in proposito scriveva che: “….Cicerone lo chiama ‘Vibo ad Siccam’ e non Vibo Valentia, ma vi si può aggiungere di più che per andare colà, bisognò, che passasse due golfi, quel di Pesto, oggi di Salerno e quel di S. Eufemia etc…”. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a pp. 421-422 (I ed. 1745 e p. 421, II ed. 1795) parlando di Vibonati (quella antica non quella attuale), in proposito apriva il capitolo XI scriveva che: “Strabone al libro 6. ecco come ce ‘l disse e ci mostrò ancora distintamente il sito: “Μετα δε τιυ Κωνσεντας αφειλοντ ιαν ‘Ιππωνιον Λοχρων χτισμα. Βρεττιους δε χατεχοντας αφειλοντο Ρωμαιοι, χαι μετωνομασαν Ουιβωνων Ουαλεντιαν.”. ‘Post Cosentiam Hipponium est, Locrorum aedificium, quod Brutiis obtinentibus eripuere Romani, & mutato deinde vocabulo, VIBONEM VALENTIA appellavere’…..Era l’anno di Roma circa il DXV, e forse nel Consolato di M. Manilio Turrino, e di Q. Valerio Faltone, quando furono mandati i coloni ad Hipponio, chiamato da Velleio specialmente ‘Valentia’. Ecco le di lui parole nel lib. I, dalle quali l’uno e l’altro si ricava: “Proximoque anno (I) Torquato, Sempronioque Coss. Brundusium, & post triennium Spoletium, quo anno floralium ludorum factum est inizium; postque biennium deducta Valentia“. Di questa deduzione non si trova in Livio fatta menzione, per la mancanza della Deca 2. Nell’Epitoma XX, dove esser dovrebbe, affatto se ne fa parola. Aggiugnesi che lo stesso Livio nel libro 37 numerando le Colonie, che ajuto, o denaro ai Romani esibirono, o negarono, non fa di ‘Valentia’ menzione alcuna. Ciò che fu già dal ‘Sigonio’ notato nel c. 5, lib. 2, de antiq. jur Italiae, ecc..”, l’Antonini si riferiva al testo di Carlo Sigonio (….), De antiquo jure Romanorum, Italiae, provinciarum (1560):

Antonini, p. 422

Anto, p. 423

A questo punto del racconto l’Antonini, a p. 422 ci parla di ciò che scrisse Tito Livio e dice che: “All’incontro Livio stesso nel cap. 31. del lib. 35 ragiona della deduzione del nostro Vibone nel Consolato di L. Quinzio Flaminio, e di Cn. Domizio Enobarbo con quelle parole: “Eodem hoc anno Vibonem Colonia deducta est ex S. C., plebisque scito. Tria millia (I), & septuaginta pedites ierunt, trecenti equites. Triumviri deduxterunt eos Q. Naevius. M. Minucius. M. Furius Crassipes. Quina dena jugera agr data in singulos pedites sunt, duplex equitibus. Brutiorum proxime fuerat ager (2).“. Questa deduzione, seguendo il calcolo Liviano, sarebbe nel DLVIII secondo il Petavio nel DLXII, e per quello che vuol ‘Panvinio’ nel DLXVII di Roma. Ma qualunque sia di essi, vedesi la gran distanza di anni fra una deduzione e l’altra. Farem noi sulle parole di Livio qualche riflessione, e quanto questa non bastasse, vi aggiugneremo tali altre cose etc…Primieramente il tempo della deduzione, ch’è di circa quarant’anni divero fra l’una, e l’altra, sarà bastantissima prova essere state due le deduzioni, due i luoghi fra loro differenti; e quantunque Velleio non parlò del nostro Vibone, ne fu perciò da Lipsio nelle note a lui fatte altamente tacciato: “Sed tamen Velleius etc…“. Etc…L’aver Livio scritto semplicemente ‘Vibonem colonia deducta est’, senza soggiugnervi ‘Valentiam’, è altro indubitato segno, che parlò del nostro Vibone, detto poi ‘ad Sicam’, e ben doveva egli saperlo, come colui che ebbe sotto gli occhi i pubblici atti, onde trase le notizie per la sua storia. L’altre poi ‘Brutiorum proxime fuerat ager’, mostrano al mio sentimento più chiaro del Sole, che non puotè intendere dell”Hypponium’, che era nelle viscere della Bruzia, non già vicino a’ Bruzi, e di più a’ Bruzi tolta. All’incontro del nostro Vibone si verifica d’esser vicino all’agro Bruzio non essendo lontano dal Lao, confine fra Bruzj, e Lucani, che circa dieciotto miglia, quando uel ‘proxime fuerat ager’ non fosse altrimenti da un qualche ostinato cervello interpretato, o inteso. Etc…”. Tito Livio racconta che i Romani per ripopolare alcuni luoghi che avevano conquistato mandarono delle colonie nell’anno 194 a.C.. Il Tancredi scriveva che nel caso della colonia inviata dai romani a Buxentum, Livio ne parlava nel Libro XXXII, cap. 29, 4 e nel caso, invece, di Vibone, ne parlava nel Libro XXXV, cap. 31. Buxentum ricevette una colonia nell’anno 194 a. C., sotto il consolato di P. Cornelio Scipione Africano e, sempre nell’anno 194 a.C., Vibone ricevette una colonia sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi. Successivamente, dall’89 a.C. quando divenne municipio, Vibo Valentia fu il nome utilizzato per indicare la città (Strabone, Plinio il vecchio, ecc.). Il Tancredi a p. 71 ci parla di ciò che scrisse Tito Livio (….), nel libro XXXV della sua opera del I secolo d.C., “Ab Urbe condita”. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a pp. 420-421 (I ed. 1745 e p. 419, II ed. 1795) parlando di Vibonati (quella antica non quella attuale), in proposito apriva il capitolo XI dicendo: “Chiama il volgo questo paese Libonati mutando la lettera V in L, ciò che peraltro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu da Latino detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’Oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto ‘Ipponium’, & ‘Hypponium’.”. L’Antonini continua il suo discorso argomentando su ciò che aveva scritto Gabriele Barrio (….), di cui parlerò in seguito che voleva che il ‘Vibone’ citato da Cicerone fosse l’attuale Vibo Valenzia in Calabria. Figuriamoci se Cicerone nel fuggire dopo l’uccisione di Giulio Cesare si fosse recato a Vibo Valenzia e non come voleva giustamente l’Antonini nel golfo di Policastro che gli antichi chiamarono “Seno Vibonense” e, che altri in seguito, come vedremo chiamarono “Seno Saprico”. Sulla questione ancora oggi dibattuta dagli storici, ovvero se si trattasse di Vibo Valenzia o piuttoto di una Vibone Lucana, l’Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, alla pagina 424, disserta sul toponimo di  ‘Vibone‘, credendo che si riferiva a Sapri, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, quando scriveva e citava nelle sue Epistole il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘ e, dedica molte pagine a Vibonati, dissertando sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva essere la Vibo Valenzia in Calabria e, confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di ‘Vibone’, dava torto a Barrio e cita anche Pomponio Mela (…), Tito Livio (…) e Plinio (…). L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Antonini, parlando di Vibone’, dando torto a Barrio (…) e cita anche Pomponio Mela. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a pp. 427-428 riferendosi a Barrio, in proposito scriveva pure che: “Ma questa sua malafede si fa tanto più manifesta da quel che siegue. Considerando egli, che Plinio nel cap. 5, lib. 3. aveva incontro al nostro Vibone situato alcune picciole Isole col nome d”Ithacesiae: Et contra Vibonem Ulissis specula’ (troppo chiari indelebili segnali per distinguere il nostro Vibone) egli Barrio con una straordinaria bizzarria ha traspiantato queste benedette Isole del Seno Vibonese, o sia golfo di Policastro, …l’ha fatte improvvisamente sorgere all’incontro Monteleone; Ma come per sua disgrazia queste sono ancora nel seno Vibonese, o sia di Policastro, dove natura le pose; nè affatto all’incontro Ipponio, ossia Vivona, Isole si (I) veggono; anzi che per sovrabbondanza di sua confusione una di esse, che stà  all’oriente di Maratea chiamasi ancora oggi ‘Sicca’, onde venne il distintivo al nostro Vibone.”. L’Antonini, a sostegno della sua tesi che Cicerone si riferisse al nostro Vibonati cita anche Plinio (…), dicendo che egli nel cap. 5 del lib. 3: “aveva incontro al nostro Vibone situato alcune isole col nome d’Ithacesiae: Et contra Vibonem parvae sunt Insulae, quae vocantur Ithacesiae, Ulyssis specula”, e sulla base di ciò detto l’Antonini affermava non essere il Vibo Valenzia ma un luogo a noi prossimo. Plinio il Vecchio (….) nella sua “Naturalis Historia”, libro III, 7, in proposito scriveva che: “Di fronte al golfo di Paestum c’è Leucosia, denominata dalla sirena quì sepolta, di fronte a Velia, Ponzia e Isacia, entrambe col solo nome di Enotridi, testimonianza del possesso dell’Italia da parte degli Enotri, di fronte a Vibo le piccole che sono dette Itacesi dalla torre di guardia di Ulisse.”. Il Barrio (…), nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s., molto prima dell’Ughellio (…), scriveva sull’antica Vibonati e su alcune notizie citate dal Laudisio (…), credendola l’antica Vibone Lucana o “Hipponium”:

Barrio, parte I, libro II, p. 139

(Fig…) Barrio (…), Tomo V, parte I, libro II, p. 139

Anche il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, traeva questa notizia dalle epistole papali di papa S. Gregorio Magno e, nella nota (48), a p…., del Visconti (…), che postillava il Laudisio (…), scriveva: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, ovvero il Laudisio (…), nel riportare la notizia secondo cui: Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile.”, l’aveva tratta dal Barrio (…), nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’, Roma, 1571. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a pp. 421-422 (I ed. 1745 e p. 421, II ed. 1795) parlando di Vibonati (quella antica non quella attuale), in proposito apriva il capitolo XI dicendo: “Noi…..mostreremo primieramente la deduzione di ambedue queste Colonie, onde si vede la differenza de’ tempi, e poi vi aggiungeremo altre considerazioni, appoggiate a’ classici autori etc….. Coloro che han parlato di ‘Hipponio’ poi Vibone, han chiamato il luogo ‘Vibo Valentia’. Tolomeo alla Tav. V d’Europa dice ‘Vion Valentia’ e ‘l traduttor v’ha aggiunto del suo: ‘Hippo Plinio.”. La Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932. Le isole Ithacesiae di cui parla l’Antonini e Plinio, sono degli isolotti che ricorrono in tutte le carte d’Italia annesse alla Geografia di Tolomeo, come possiamo vedere nel codice greco più antico conosciuto della Geografia di Tolomeo, il Codice Vaticano Urbinate Greco 82, illustrato nella Fig. 6.

Urb.gr.82,

(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82 – XI sec., il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana.

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 740 parlando di Vibonati in proposito scriveva che: “Naturalmente è da escludere l’ipotesi dell’Antonini (3) che vuole Vibonati denominato da un’isoletta che le sarebbe quasi di fronte “Vibo ad Sicam, e Siccam” e che ubica ivi la Vibone di Cicerone (4). Già il Troyli (5) aveva fatto giustizia di questa ipotesi quando scriveva “lasciando da parte l’opinione di qualche altro Autore, che per amore della sua Lucania la vorrebbe ne’ Bonati; da Vibone diducendolo Vibonati, con una etimologia molto nuova”. Dello stesso parere il Soria (6), più incisivo il Magnoni (7).”. Devo precisare però che l’Ebner, su questo punto ha torto in quanto non è corretto. Ebner scriveva: “Vibonati denominato da un’isoletta che le sarebbe quasi di fronte “Vibo ad Sicam, e Siccam”, ma, Antonini scriveva altro: “‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’Oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca”. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 68-69 parlando di Maratea e di Sicca, in proposito scriveva che: “Già il Magnone dimostrò all’Antonini l’equivoco di aver trasmutato un Sicca, che era un uomo ed un ospite di Cicerone a Vibo-Valentia, in uno scoglio ! detto Sicca, presso Maratea o Bonati (Lett. al Bar. Antonini, 1763, p. 36). Ma l’acre correzione del Magnone non pare sia accetta agli archeologi epicòrei, che ancora fanno eco all’Antonini. Etc…”. Oggi l’isoletta che l’Antonini chiama “Sicca” non si vede ma al largo di Maratea, subito dopo Acquafredda, vi è una secca che a volte affiora dall’acqua del mare e, viene chiama “Sicca”. Mi pare verso Castrocucco. Ebner a p. 740 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Troyli, cit., I, p. 419, p. 178.”. Ebner a p. 740 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Troyli, cit., I, p. 419, p. 178.”. Dunque Pietro Ebner (….) dando torto all’Antonini citava l’opera dell’abbate Troyli (….) riferendosi al tomo I, p. 419 e p. 178 del suo ‘Istoria generale del Reame di Napoli etc…’ dove a p. 176 del tomo I, Parte II parlando di Vibo Valenzia in proposito scriveva che: “‘X. Questa città di Vibone (che fu sul principio dispreggevole non era per esservi gito da Roma un Presidio di tre mila settecento Fanti, e di trecento Cavalli, come sovra Livio dicea; e per essere stata sin da Secoli di mezzo Città Vescovile, come ce ne fa fede S. Gregorio Magno (d) nella Pistola a Rufino Vescovo di Vibone; nella città di Montilione da Gabriello Barrio (e) vien collocata etc…”.

Troyli, tomo I,, p. 177

Troyli, tomo I, p. 178

Fernando La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7. Nell’area del Golfo di Policastro esisteva, a quanto pare, anche un’altra città, una colonia latina chiamata Vibo o Vibon, forse ricordata dal moderno nome di Vibonati; avendo lo stesso nome di Vibo Valentia in Calabria, è stata molto spesso confusa con quest’ultima città. Le colonie latine, a differenza di quelle romane, avevano per scopo principale un massiccio popolamento del territorio ed il suo controllo da parte di coloni di umili origini e senza risorse, ma per questo disposti a trasferirsi anche in zone lontane in cambio dell’assegnazione di consistenti lotti di terra. Grande sostenitore dell’esistenza della città di Vibo in Lucania è stato nel Settecento il barone Giuseppe Antonini, che ha raccolto e commentato le fonti relative (53). Pietro Ebner ed altri studiosi hanno ritenuto di escludere l’ipotesi dell’Antonini, in quanto le prime testimonianze medioevali su Vibonati chiamano tale insediamento in modi diversi, che fanno escludere una derivazione: casalis Libonatorum, Bonatorum, Bonati, Li Bonati, e solo in epoca moderna Vibonati (54). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (53) postillava: “(53) Antonini, 1795, vol. I, pp. 419-428”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (54) postillava: “(54) Ebner, 1982, II, pp. 740-744”. Fernando La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Nel 58 a.C. Cicerone, costretto all’esilio, si reca a Vibone, nella villa (fundus) di un suo amico, Vibio Sicca (56); poi è costretto a lasciare l’Italia, e raggiunge in fretta Turi e Brindisi per imbarcarsi verso la Grecia (57). Nell’interpretazione dell’Antonini, per spiegare la particolare rapidità degli spostamenti di Cicerone, la villa di Sicca doveva trovarsi in Lucania, nel territorio dell’odierna Vibonati. A sostegno di questa tesi, l’Antonini cita Livio, il quale parla della fondazione della colonia latina di Vibone nel 192 a.C., con 4000 famiglie, affermando che il suo territorio era vicino al Bruzio (Bruttiorum proxime), e che i Bruzi l’avevano strappato ai Greci (58). Alla colonia fu data, come solitamente accadeva, un’aristocrazia “artificiale” con 300 cavalieri, che ricevettero 30 iugeri di terra ciascuno, circa otto ettari. Ai fanti, in numero di 3700, ne fu data la metà, 15 iugeri, circa quattro ettari. I magistrati che curarono la deduzione furono Quinto Nevio, Marco Minucio, Marco Furio Crassipede. L’Antonini cita inoltre anche Plutarco, il quale nella vita di Cicerone, ricordando la sua presenza nella villa di Sicca a Vibone, pone questa località in Lucania (59). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (56) postillava: “(56) Su Sicca vd. RUOPPOLO 1988.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (57) postillava: “(57)  Cicerone, Ad Att., III, 2-4; Pro Planc., 40-41, 96-97.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (58) postillava: “(58) Tito Livio, XXXV, 40, 5-6”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (59) postillava: “(59) Plutarco, Cic., 32, 2”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…Testimonianze dubbie sono quella di Livio che ricorda……Senza stare a distinguere quale fonte sia nel giusto e quale no, è probabile che vi fosse una certa confusione fra gli stessi scrittori antichi, di fronte a due insediamenti relativamente vicini e con lo stesso nome. Comunque, il territorio del Golfo di Policastro è molto vasto, e la sola Buxentum, con trecento famiglie iniziali, appare povera cosa rispetto alle possibilità della zona. Così, seguendo Livio, è possibile che nel 192, a soli due anni dalla fondazione di Buxentum colonia romana, sia stata fondata qui la colonia latina di Vibo, colonia di popolamento, con 4000 famiglie. La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a p. 31, in proposito scriveva che: A conferma, Velleio pone al 239 a.C. la fondazione della colonia di Valentia (quella in Calabria) (62)”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (62) postillava che: Velleio, I, 14, 8″. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a pp. 206-207 parlando delle nuove colonie romane o latine sorte, in proposito scriveva: “E nel caso nostro le deduzioni delle colonie in Crotone e Temesa (2), in Turio ed Ipponio (3) furono promosse da Scipione, che in quell’anno (a. 194) era console per la seconda volta. Trattavasi di colonie di carattere prevalentemente militare, mediante le quali venivasi a circondare d’una corona di piazze forti la regione dei Bruzzi, che tanto avevan dato da fare a Roma nella guerra precedente, specialmente quelli della parte inferiore, i quali eran rimasti con Annibale sino in ultimo. Quelle colonie eran state ideate dall’Africano nei giorni in cui coi suoi maneggi re Antioco di Siria, s’era di già rifugiato Annibale, etc…lo stesso anno in cui ne promuoveva la deduzione, e cioè mentre era console, egli conduceva a compimento lo stanziamento delle colonie marittime di Volturno, Literno, Puteoli, Salerno e Bussento, le quali, alla loro volta, provvedevano alla sicurezza delle coste a salire in su dal Bruzzio alla Lucania ed alla Campania.”. Il Ciaceri, a p. 206, nella nota (3) postillava che: “(3) In Turio: Liv. XXXIV 53, 1-2; cfr. XXXV 9, 7. In Ipponio (Vibo): Liv. XXXIV 53, 1-2; XXXV 40, 5-6. Su Vell. I 14, 8, che vi fa fondare la colonia già nel 237, v. sopra a p. 81 n. 7”

Luigi Tancredi (…), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, p. 62 parlando della città scomparsa di “Vibona” in proposito scriveva che: “Per quasi due secoli la città esiste sotto questo nome finchè, nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10). Non è l’unica di questo nome. Ancora oggi esiste ‘Valencia’ in Spagna, ‘Valence’, in Francia ecc…Per distinguere questa Valentia dalle altre, si trascina insieme al nuovo nome anche quello vecchio, e quindi abbiamo “Vibo Valentia” a partire dal 194 a.C. (11). Durante il governo romano decade la città, come tutta la Magna Grecia, dall’antico splendore. Ecc…”. Il Tancredi nella sua nota (8) postillava che: “(8) Diodoro Siculo, op. cit., XIV, 107”. Il Tancredi nella sua nota (9) postillava che: “(9) Diodoro Siculo, op. cit., XVI, 15”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Il Tancredi nella sua nota (11) postillava che: “(11) Tito Livio, op. cit.”. Dunque, il Tancredi scrive che secondo Livio (….), “nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Sempre il Tancredi parlando della “3. Decadenza romana” di “Pyxous-Policastro”, (dunque in questo caso riferendosi a Policastro), a p. 14 in proposito scriveva che: “Nel 194 a. C. fu inviata da Roma una colonia di 30 famiglie per ripopolare la città abbandonata (18). Si tratta evidentemente di una fondazione nuova; la Pyxous greca porta d’ora in avanti, per circa sette secoli, il nome romano di ‘Buxentum’. Il Tancredi, a p. 14, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Tito Livio, Storie “ab Urbe condita”, lib. XXXII, cap. 29, 4.”. Il Tancredi, a p. 14, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Tito Livio, Storie “ab Urbe condita”, lib. XXXIX, cap. 22, 4″, che poi in seguito vedremo meglio. Il Tancredi, a p. 15 riferendosi a Buxentum (Policastro) scriveva pure che: “I Romani tentarono almeno due volte di far rivivere Buxentum. Sotto il console P. Cornelio Scipione Africano, verso il 194 a. C., come abbiamo già detto, va inviata una colonia (20).”. Il Tancredi a p. 15 nella sua nota (20) postillava che: “(20) Tito Livio, op. cit., XXXII, c. 29, 4 (= 560 di Roma, “ad Urbe condita”).”. Dunque, pur riferendosi a Policastro (l’antico Pyxous), il Tancredi ci parla delle storie raccontate da Tito Livio e della colonia romana ivi mandata nel 194 a. C. Mi chiedo se la colonia romana di cui parlava Livio era a Pyxous o era a Vibone ?. Ritorniamo al Tancredi quando ci parla della colonia romana di Vibone citata da Livio. Dunque, il Tancredi scrive che secondo Livio (….), “nel 194 a.C., cade in possesso dei Romani, che la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi nella sua nota (10) postillava che: “(10) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40.”. Dunque, il Tancredi si riferiva al libro XXXV, 40 delle storie di Tito Livio in cui ci parla della Storia di Roma e scrive che Tito Livio scriveva della colonia romana che fu mandata nel 194 a.C., allorquando sia l’antica ‘Buxentum’ (Policastro), cadde in possesso dei Romani. Sempre il Tancredi (….), a p. 65, in proposito scriveva pure: “….Dionisio che distrugge Hipponion…..finchè, ridotta agli estremi, va vivificata dai Romani con l’invio di 400 coloni (18) e di nuovo Federico II deve ricostruire sulle tracce della scomparsa, o malridotta città, la nuova Monteleone.”. Il Tancredi, a p. 65, nella nota (18) postillava: “(18) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, 40 e XXI.”. Su ciò che scriveva Livio (….), il Tancredi argomentava che: “Siamo titubanti d’accettare le pur convincenti deduzioni, perchè 4000 coloni, con mogli e bambini, formano una popolazione di almeno 10.000 anime.”. Tancredi, a pp. 71-72, dopo aver detto e citato la città di “Scidron” negando che “si trovava in questi paraggi, essa era da secoli scomparsa e, al tempo della costruzione del porto, radiata dalla memoria umana”, postillando nella sua nota (4) Erodoto, proseguendo il suo racconto e parlando del “Porto di Vibona”, in proposito scriveva che: “Non possiamo evitare di mettere in discussione in questo punto un’affermazione, che noi stessi abbiamo fatta poche pagine prima. Livio parla dei 3700 coloni e 300 cavalieri, che Vibona ricevette sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi (5).”. Il Tancredi cita alcune notizie tramandateci da Tito Livio che scriveva che nel 194 a.C., i Romani inviarono nella nuova “Vibone”: “dei 3700 coloni e 300 cavalieri, che Vibona ricevette sotto il consolato di Quinzio Flaminio e Domizio Enobardi (5).”. Il Tancredi, a p. 71, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Tito Livio, op. cit., libro XXXV, cap. 31”. Il Tancredi, a p. 15, in un altro passo riferendosi questa volta a Buxentum (Policastro) scriveva pure che: “I Romani tentarono almeno due volte di far rivivere Buxentum. Sotto il console P. Cornelio Scipione Africano, verso il 194 a. C., come abbiamo già detto, va inviata una colonia (20).”. Il Tancredi a p. 15 nella sua nota (20) postillava che: “(20) Tito Livio, op. cit., XXXII, c. 29, 4 (= 560 di Roma, “ad Urbe condita”).”. Il Tancredi riferendosi al passo di Tito Livio in “ab Urbe condita”, Libro XXXV, 40 scriveva che i Romani “la ribattezzarono, secondo una moda del tempo, con una virtù astratta: “Valentia” (virtù, potenza, valore)(10)”. Il Tancredi, a p. 71 scriveva pure che:  Il Tancredi a p. 71 scriveva ancora che: “Questa colonia è normalmente ascritta a Vibo Valentia; ecc…”. Infatti, molti storici hanno sempre ritenuto che Livio si riferisse alla cittadina calabra di Vibo Valentia e non alla nosta Vibone Lucana. Il Tancredi a questo proposito a p. 71 citava le argomentazioni dell’Antonini che dice portava: valide e logiche ragioni per dimostrare che la datazione di Valentia è contenuta nella seconda decade di Livio (perduta), mentre quella del 31° capitolo si riferisce a Vibona Lucana.”. Infatti, un autore che avanzava l’ipotesi che si trattasse di Vibone (che alcuni chiamarono Lucana per distinguerla da Vibo Valentia in Calabria fu proprio l’Antonini che, nella sua Lucania argomentò con diverse notizie questa ipotesi. L’Antonini, oltre a confutare il Barrio (….) cita Pomponio Mela (….) e l’Itinerario Antonino. L’Antonini lo chiama “Vibonem ad Siccam” (vedi p. 428). Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dalla Vibo Valenzia, a p. 66 in proposito scriveva che: “Nel tempo imperiale romano dev’esserci già una chiara distinzione, ma non sempre è mantenuta. Cicerone è una eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra calabra, menzionata nelle Verrine, porta sempre il nome di “Valenzia”. Poi, proseguendo il suo racconto il Tancredi viene al passo che interessa e scrive che: “Sicca era un amico di Cicerone ed abitava a Vibone lucana; il viaggio fu compiuto nel 44 a.C. (21).”. Dunque, il Tancredi ci parla chiaramente di un podere e di un amico di Cicerone “Sicca” o “Sica” che viveva ed abitava a Vibona o “Vibo ad Siccam”. Dunque, secondo la notizia che citava il Tancredi vi era un luogo o vicus o piccola città chiamata Vibone abitata dall’amico di Cicerone “Sica” che aveva ivi una villa o un grande podere agricolo. Cicerone si era recato dall’amico Sica subito dopo aver fatto visita a Velia (Elea) all’amico Caio Trebazio Testa. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’,del 1978, pp. 64-65 parlando della “Vibone Lucana”, in proposito scriveva che: “Aveva anche perduto la sua ragione di vita, perchè la nuova formazione del terreno la fece inusabile come porto e il nuovo porto (del quale parleremo) risentiva della desolata decadenza della regione. Che un’altra città, ribattezzata dai Romani col nome di “Potentia”, sia da identificare con Vibona Lucana, riteniamo improbabile, questa Potentia (della quale non sappiamo proprio nulla, fuorchè del nome) doveva trovarsi più a sud; ed è anche questa Potentia ha creato un mondo di confusioni: si cercava il porto marino di Blanda, perchè era vicino a Potenza, capoluogo della Lucania, fondata pure dai Romani (15).“. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (15), postillava che:  “(15) Velleio Patercolo, Historiae Romane, libro I, 15 (Da una colonna si legge: “Potentia Romanorum huc nos relegavit”). Fu colonia romana dal 189 a.C.”. Il Tancredi, continuando il suo racconto a p. 64, in proposito scriveva pure che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova un villaggio, detto ‘Petrasia’ (17), che poco dopo scompare e rimase col nome di ‘Villammare’ (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. dal Troyli, Tomo I, P. II, p. 178 in “Additions ad Calepinum” la dice “Bibone”.”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13.”. Il Tancredi a p. 64 richiama più volte la sua nota (13) dove egli postillava che: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600.”. In sostanza il Tancredi, nella sua nota (13) postillava della carta d’epoca aragonese (e non come egli scrive del sec. XVI o 1600) che fui proprio io a scoprire all’Archivio di Stato e a mostrargli. Sulla carta in questione il La Greca ed il Vladimiro hanno pubblicato quelle Parigine. E qui, stranamente, il Tancredi invece di postillare della lettera ad Attico citata dall’Antonini (una delle quatto), nella sua nota (21) postillava che: “(21) Vita di Cicerone”, dove egli voleva riferirsi appunto alle “Vite” di Plutarco. Riguardo la citazione di Antonini (…), è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. La carta citata dal La Greca non è la nostra, ma credo sia una copia di quelle originali trafugate dal Galiani. La carta citata dal La Greca si trova a Parigi. Parlando di queste carte Parigine (simili alla nostra di cui ho già parlato), il La Greca (….), a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428″. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”.

Piante e Disegni, cartella XXXII, 2, convert. 2

(Fig….) Particolare tratto dalla carta corografica: ‘Principato Citra – Regno di Napoli’, carta manoscritta e dipinta a colori, d’epoca Aragonese, di autore Anonimo e non datata, inedita e da me rintracciata all’Archivio di Stato di Napoli il 16 maggio 1981 e pubblicata nel 1987, in un mio saggio a stampa (…).

Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 9 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori, Le città più antiche e più vicine al sito di Lauria, che avessero coniato monete proprie furono Laino ed Hipponium (o Vibo ad Siccam) sul mare della Lucania occidentale, la quale ultima si ebbe per distintivo sulle monete di argento una prua di nave. Dopo il periodo delle piccole repubbliche della Magna Grecia si eclissò Laino, in seguito a sconvolgimenti politici e tellurici ed emerse Blanda, città ricordata da Livio, la quale fin dai primi secoli dell’Era Cristiana divenne città vescovile. Laus o etc….Tra l’odierna Maratea e Tortora sorgeva Blanda, ricordata da Livio come sopra ho detto. Da qualche poco erudito scrittore del Medio Evo la si voleva designare come sorta presso l’odierna Belvedere calabra. Niente è più assurdo di tutto ciò. Basta dare uno sguardo alla Tavola Peuntingeriana per accertarsi di ciò, quant’anche non si volesse prestar fede a Livio che la chiama città Lucana……”.

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. L’iscrizione porta un buon sostegno all’ipotesi della colonia di Vibo, e non occorre attribuire il personaggio, come è stato fatto, a Blanda o a Bussento. Etc…”. E’ interessante l’ipotesi del La Greca sulle origini della città di Vibone, che in sostanza riprende ciò che aveva in precedenza scritto e creduto l’Antonini. Non è chiaro se il La Greca, nel riferirsi alle rovine di S. Croce si riferisca ad una città di origine sabellica o Lucana o si riferisca alla colonia latina di Vibona. Si è visto che, sebbene si propenda per l’ipotesi della Villa romana di S. Croce appartenente come proprietà ai “Sempronii”, duumviri, probabilmente parenti a Tiberio Sempronio Longo, della colonia romana di Buxentum, non ritengo valida l’ipotesi che i “Sempronii”, probabilmente proprietari della villa di Sapri, ricoprissero la carica di duumviri (o duumviro edile) per disporre della colonia di Vibo ma essi disponevano della colonia romana e Sillana di Buxentum.

Nel 186 a.C. (II sec. d. C.), Tito Livio, LIVIO POSTUMIO e la seconda colonia di Buxentum

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 231 parlando delle colonie latine sorte, in proposito scriveva: “A voler passare sotto silenzio città che della Magna Grecia non riportano ormai altro che le tracce del loro antico nome, quale Buxentum, ove la colonia romana del 194 ebbe vita effimera, simile, del resto, a quella della cittadina italiota che l’aveva preceduta (Pyxus), nonostante che alcuni anni dopo (a. 186) si sia tentato di rinforzarla con nuovi coloni (3), etc….”. Il Ciaceri, a p. 231, nella nota (3) postillava che: “(3) Liv. XXXIX 23 “. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 212, in proposito scriveva che: La colonia romana di Bussento fu impiantata nel territorio della abbandonata città greca di Pissunte con la partecipazione di trecento coloni. Ma non ebbe una esistenza florida, si che nel 186, a meno di un decennio dalla fondazione, si sentì il bisogno di ripopolarla, avendola il console Postumio trovata a metà deserta (1).”. Il Magaldi (…), a p. 212, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Livio, XXXIV, 23, 3 seg. (a. 185): ‘Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. Maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libo M. Tuccius Cn. Baebius Tamphilus. Cfr. Pais, o. c., p. 342”. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 riporta l’iscrizione dell’Antonini, ed in proposito scriveva che: “Nel 558 di Roma…. etc……Ma non passavano più di sei anni e nuovi coloni furono mandati a Bussento, perchè il Console Spurio Postumio, il quale faceva per l’Italia la famosa inquisizione de’ Baccanali, trovava abbandonata la colonia speditavi prima (3), ed a questi tempi appartenne al certo il seguente frammento epigrafico (4), che serbavaci memoria di quella specie di assegnazione nelle rendite de’ boschi per la riparazione delle pubbliche mura, solta a stabilirsi per le colonie romane (5): etc….”.

Corcia, p. 63.PNG

Il Corcia, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Liv. XXXIX, 23”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (4) postillava che: “(4) Antonini, op. cit., t. I, p. 370”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (5) postillava che: “(5) Hygin. De limit. const. ap. Frontin. p. 193 seq.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 331, parlando di Policastro Bussentino scriveva che: “Nel 186 il console Spurio Postumio riferì al Senato di aver trovato deserta la città (11) che venne poi (89-87 a.C.) ascritta alla tribù Pompitina. Etc…”.  L’Ebner, a p. 331, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Per decreto del Senato il pretore urbano T. Menio nominò un triumvirato (L. Scribonio Libo, M. Tuccio e Gneo Rubio Tampila) per la ricolonizzazione.”. Antonio Scarfone (….), “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri” proponeva i passi di Tito Livio sulla fondazione di Bussento ed in particolare quelli  del “Libro XXXIX, 23, I: […] “Extremo anni, quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque litus Italiae desertas colonias Sipontum supero, Buxentum infero mari invenisse, triumviri ad colonos eo scribendos ex senatus consulto ab T. Maenio praetore urbano creati sunt L. Scribonius Libio, M. Tuccius, Cn. Baebius Tamphilus.” […] “Alla fine dell’anno, poiché Sp. Postumio console aveva riferito che nel percorrere le due coste d’Italia per via dei suoi processi aveva trovato spopolate le colonie di Siponto sull’Adriatico e di Bussento sul Tirreno, il pretore urbano T. Menio, secondo un senatoconsulto, elesse triumviri, per il reclutamento dei coloni da mandare là, L. Scribonio Libone, M. Tuccio, Cn. Bebio Tanfilo.” (Traduzione a cura di RONCONI & SCARDIGLI, 1980).”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: Tuttavia, date le premesse e il comportamento dei Ferentinati, che molto prima già si sentivano cittadini romani, non c’era da aspettarsi, da parte dei coloni, un grande attaccamento al sito di Buxentum. Infatti, quando nel 186 a.C. il console Spurio Postumio ritorna a Roma dopo aver tenuto una serie di processi nelle città dell’Italia meridionale contro i fedeli del dio Bacco, accusati di congiurare contro lo Stato, annuncia in senato di aver trovato deserte le colonie di Bussento e di Siponto (in Puglia). È facile immaginare l’accaduto: al primo censimento utile (i censimenti si tenevano di solito ogni cinque anni) i coloni di Bussento si sono recati a Roma per farsi censire tra i cittadini romani, e vi sono rimasti, perché questo era il loro scopo principale. Si rende necessario per Bussento e Siponto ripetere tutte le operazioni di deduzione: si nomina una nuova commissione di magistrati (Lucio Scribonio Libone, Marco Tuccio, Gneo Bebio Tanfilo), e si accettano le iscrizioni di nuovi coloni disponibili (50). Interessante è la presenza fra i curatori di Marco Tuccio, cittadino e patrono di Paestum, entrato nella clientela degli Scipioni, senatore e magistrato a Roma quale edile e poi pretore, a capo di un esercito e incaricato di far rispettare l’ordine pubblico e le leggi in Puglia, Lucania e Calabria (51). Probabilmente anche questa volta i coloni di Bussento vanno via, dopo aver ottenuto la cittadinanza, se lo storico Velleio Patercolo, pur ritenendo lui stesso dubbiosa la notizia trovata nelle sue fonti, riferisce che verso il 154-153 a.C. furono inviati nuovi coloni a Pozzuoli, Salerno e Bussento (52). Come mai i Romani si accorsero solo per caso dell’abbandono della colonia, a pochi anni dalla fondazione? Probabilmente all’epoca le colonie romane dal punto di vista militare avevano poco da dire, dato che Cartagine era stata domata e le guerre si erano spostate in Oriente. Le coste del mar Tirreno apparivano sicure, e andare in colonia era qualcosa che ormai interessava di più i singoli coloni, per i vantaggi economici e politici. Molti hanno spiegato questi abbandoni come un segno di decadenza, di crisi economica, di povertà del territorio, che avrebbe costretto i coloni ad andare via. Tuttavia molti altri indizi ci testimoniano una costante ricchezza produttiva del territorio e la sua importanza come sbocco marittimo e commerciale del Vallo di Diano. Le produzioni più importanti dovevano essere costituite dall’olio, dal vino, dall’allevamento suino, dalla pece bruzia, dal legname delle foreste e dal legno pregiato di bosso. Sembra più corretto interpretare gli abbandoni come un modo per ottenere la cittadinanza romana, con qualche sacrificio iniziale, da parte di pochi coloni laziali (300) che vengono a Bussento quasi come militari accampati. Etc…”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (50) postillava che: “(50) Livio, XXXIX, 23, 3-4”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (51) postillava che: “(51) Vd. Livio, XXXV, 41, 9; XXXVI, 45, 9; XXXVII, 2, 1; 2, 6; 50, 13; XXXVIII, 36, 1”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (52) postillava che: “(52) Velleio, I, 15, 3”.

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p….., in proposito scriveva che: “Il console Postumio, avendo rinunciato alla sua carica, viaggiò nell’Italia meridionale e, avendo trovato deserta la cittadina di Pixus, convocò un triumvirato per la ricolonizzazione: L. Scibonio Libo, M. Tuccio e Gneo Bebio Tampilo. La spedizione di questi coloni romani è citata da Tito Livio nelle sue Storie: Lib. XXXIX, c. 22: Extremo anni quia Sp. Postumius consul renuntiaverat peragrantem se propter quaestiones utrumque littus Italiae, desertas colonias Sypontum supero, Buxentum infero mari invenisse. Trad.: “Alla fine dell’anno il console Spurio Postumio, avendo dichiarato pubblicamente che andava in viaggio per l’uno e l’altro litorale d’Italia per alcune inquisizioni, trovò abbandonate le colonie di Siponto, nel mare superiore (Adriatico) e di Bussento, nel mare inferiore (Tirreno).”.

Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a pp. 144-145, in proposito scriveva che: “…il governo di Roma non riesce a controllare il territorio demaniale dalle eventuali usurpazioni o dagli abbandoni dell’area assegnata (63); anche l’iniziativa coloniale rimane marginale come dimostra la deduzione di una colonia a ‘Buxentum’ nel 194 (64) che appena nove anni dopo, nel 185, dovrà essere rinsanguata con l’invio di altri coloni.”. La Catalano, a p. 145, nella nota (64) postillava che: “(64) Liv., XXXII 29, 3-4; A. Russi, in “Diz. epigr. di Ant. Rom.”, cit., s.v. Lucania, pp. 1896-1897; V. A. Sirago, L’agricoltura italiana nel II sec. a.C., Napoli, 1971, pp. 12-13″.

VELIA, l’antica Elea, colonia focese della Magna Grecia

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a pp. 231-232 parlando delle colonie latine sorte, in proposito scriveva: “A voler passare sotto silenzio città che della Magna Grecia non riportano ormai altro che le tracce del loro antico nome, e Pesto (Posidonia), che da oltre un secolo era stata occupata dai Lucani quando diventata colonia latina (a. 273) e che poi, anche dopo avere avuto la cittadinanza romana, mantenne il privilegio, non si sa come, di continuare la sua monetazione in bronzo fino al tempo di Augusto e di Tiberio (4), era Velia (Elea) la città italiota che, a salire in su prima di giungere in Campania, serbasse ancora un riflesso della passata civiltà per essersi mantenuta indipendente di fronte all’invasione lucana. Vero è che dopo la guerra sociale assumendo la cittadinanza romana dovette Velia mutare la sua costituzione di città federata in quella municipale (1); ma non perdette del tutto lingua e costumi antichi, come è confermato dai fatti che in epoca romana tegole e mattoni, che uscivano dalle sue rinomate fabbriche d’argilla, portavano il bollo in caratteri greci mentre le iscrizioni lapidarie greche non erano di numero molto inferiore alle latine (2), ed alla maniera greca v’era ancora celebrato il culto di Demetra, tanto da dividere con Napoli l’onore di dare a Roma sue sacerdotesse per il tempio di Cerere, le quali venivano persino fatte cittadine romane quando ancora la città era semplicemente federata (3). Era pregiata per la salubrità ed amenità del luogo; e Cicerone quand’era in viaggio vi andava a trovare i suoi amici Talna e Trebazio (4). Egualmente che Vibone, Velia era un punto toccato da chiunque lungo la costa del Tirreno dalla Campania andasse a Reggio e viceversa (5); ma la città da per sè non aveva più importanza e da questo tempo in poi non c’è più ricordata dagli scrittori antichi.. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 29, in proposito scriveva che: “L’Alento (Hales nella sua forma più antica, Alyntos nella più recente) donde deriva l’odierno nome di Cilento, nasce da M. Vesole etc…sfocia presso le rovine dell’antica Velia. Qualche volta troviamo indicato il fiume col nome stesso della città greca: Elea (5). Alla foce del fiume era un porto, di cui si dirà più particolarmente in seguito, scomparso anche per effetto dell’avanzamento della foce del fiume, che si calcola sia stato di un paio di chilometri (6). Secondo una notizia di Vibio Sequestre, il fiume divideva i Lucani dai Veliesi (7). Cicerone chiama “nobile” l’Alento, in considerazione certo della sua prossimità alla nobile città di Velia (8).”. Il Magaldi, a p. 29, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Strabone, VI, 252: Ενιοι δε τουνομα απο ποταμου Ελεητος.”.”. Il Magaldi, a p. 29, nella nota (6) postillava: “(6) Cfr. Nissen, o. c., II, P. 895.”. Il Magaldi, a p. 29, nella nota (7) postillava: “(7) Cfr. Vibio Sequestre: “Alyntos Lucaniam a Veliensibus dividit.”. Il Magaldi, a p. 29, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. Cicerone, Ad famil., VII, 20, 1; ad Atticum, XVI, 7, 5 (riferiti in seguito).”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 287-288, in proposito scriveva che: “Abbiamo già detto di Velia, per la sua mitezza del suo clima, e per le ville che allietavano il litorale, era un luogo ricercato di villeggiatura e di cura, e abbiamo ricordato, tra i suoi frequentatori illustri, il console Emilio Paolo, e anche Orazio ricordammo (p. 41). Qui aggiungiamo che Velia, col suo porto (p. 34), per essere uno scalo quasi obbligatorio di coloro che andavano in Sicilia, o ne tornavano per via di mare, costringeva i viaggiatori a fermarvisi (1). Etc…”. Il Magaldi a p. 288, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cicerone, Ad fam., IX, 7, 2 (a. 46): “……………..”….(in questa lettera Cicerone riferisce le diverse voci che correvano sull’itinerario che avrebbe seguito Cesare ritornando dalla guerra d’Africa).”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 34-35, in proposito scriveva che: “La foce dell’Alento si è avanzata, come abbiamo detto, di un paio di chilometri, cancellando le tracce del porto con cui terminava il fiume (p. 29). Il porto di Velia è ricordato da varii autori (3). Secondo un’indicazione di Cicerone vide allora la nave, carica di preda siciliana, che Verre portava a Roma (5). Anche Virgilio ricorda il porto di Velia, anzi, con licenza poetica, lo fa ricordare da Palinuro; nonchè Gellio (6).”. Il Magaldi, a p. 34, nella nota (3) postillava: “(3) Sul porto di Velia, v. inoltre Corcia, o. c., III, p. 53, seg.; L. Correra, in Monografia storica dei porti dell’antichità della penisola italiana, Roma, 1905, p. 329 seg. Il Correra riconosce due porti a Velia: un porto, o piuttosto un approdo, sulla spiaggia antistante a Velia dove “tuttora sono visibili, uniti a ruderi romani, gli avanzi di un ‘proasteion’, che era il borgo marinaro della cittadina, con i magazzini di deposito delle merci importate sulle navi, che venivano a questa plaga sicura, difesa dalla punta di Ascea” e un altro porto presso la foce del fiume.”. Il Magaldi, a p. 34, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Cicerone, ad Atticum, XVI, 7, 5: “erat enim cum suis navibus apud H e l e t e m fluvium citra V e l i a m milia passuum III. Il Nissen, o. c., II, p. 895, preferisce intendere a tre miglia da una villa. Diversamente, bisogna ammettere che il tratto finale del fiume corresse anticamente molto più a nord.”. Il Magaldi, a p. 34, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Cicerone, Act., II in Verr., V, 17, 44: “Haec navis onusta praeda siciliensi….adpulsa V e l i a m est; ibidem: “Eam navem nuper egomet vidi V e l i a e.”. Il Magaldi, a p. 34, nella nota (6) postillava: “(6) Cfr. Virgilio, Aem., VI, 366: “portusque require Velinos; Gellio, X, 16, 3: “cum Velia oppidum, a quo portum, qui in eo loco est, Velinum dixit….”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 729 parlando di Velia, in proposito scriveva che: Così, il succedersi di non comuni fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III sec. a.C. e nella seconda metà del I sec. (62 d.C.), travolsero il quartiere meridionale ripetutamente seppellendolo. Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico d’un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un’erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell’irruente fiumara sempre più verso l’odierno. L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, secondo l’Ebner, la villa della famiglia Gavinio si ebbe con l’ultimo sensibile interramento del quartiere meridionale della città che si ebbe alla fine del V secolo d.C… Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 262, in proposito scriveva che: “….nei cantieri di Paestum e di Velia si costruirono molte navi delle flotte romane. Perciò Roma consentì che Paestum e Velia continuassero a battere moneta, Velia prima, Paestum fino ai tempi di Tiberio (14). Dopo un certo fiorire della prima metà imperiale Paestum.”. Ebner, a p. 261, vol. II, nella nota (13) postillava: “(13) Città federata, v. Cicerone, pro Balbo, 24.55 e Lvio, VI, 3.39. Dopo il 203 battono monete solo Paestum e Capua, Magaldi cit., p. 202, ma anche Velia, Ebner, Le monete di Velia, cit.. In Magaldi anche per la costituzione municipale (p. 241), per il questore (p. 239) e per il patrono, p. 268 sg.”. Ebner, a p. 261, vol. II, nella nota (14) postillava: “(14) Sulle ultime monete la nota leggenda P S S C (= Paesti signatum senatus consulto). Oltre la colonia di cittadini romani (colonia civium) dedotta a Paestum da Augusto, Populi Paestani consensu, (Panebianco, Paestum cit., p. 30), nel 71 d.C. Vespasiano vi dedusse come coloni (CIL, X, 53) i soldati della flotta del Miseno con diritto di cittadinanza ( Paestum era stata aggregata  – 89, 87 a,C. – alla tribù romana Mercia) e di connubio (potevano contrarre matrimoni se celibi o ratificare i precedenti matrimoni se ammagliati, secondo il diritto romano). Vetrani delle coorti pretorie vi dedusse anche Antonino Pio (“Notizie di Scavi”), 1931, p. 639).”. Per quanto riguardo l’ubicazione dei tre “porti Velini”, cosiddetti, ovvero Velia aveva tre porti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 718 e sgg., in proposito scriveva che: “Santuario, questo, innalzato su un altro più antico all’estremità del colle di Velia, limitato a nord dalle pianure dell’Alento e del Palistro e a sud dall’esigua piana della rovinosa Fiumarella di S. Barbara; promontorio che nel VI secolo si protendeva nel mare a separare, come a Focea e a Marsiglia, due seni sicuri.”. Sempre Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Ebner si riferiva alla villa romana della famiglia Gavinia, di cui ho parlato in un altro mio saggio. Sempre Ebner, a p. 724, in proposito scriveva che: “….il luogo era noto solo per la chiesa “ai due fiumi”, l’Alento e il Palistro, alle cui foci, poi congiunte erano i due porti settentrionali di Velia, come conferma l’aerofotografia.”. Ebner si riferiva all’aereofotoggrametria, ovvero il rilievo fotografico che viene svolto con l’uso di un volo aereo che, dopo il terremoto dell’80 furono disponibili in diversi centri colpiti dal Sisma e che possono essere acquistati presso l’Istituto Geografico Militare di Firenze (I.G.M.). Ebner scriveva che all’epoca romana la linea di costa era completamente diversa da oggi. La linea di costa oggi è quella che si vede nella vista satellitale di Google Maps da cui emerge che l’attuale linea di costa è di gran lunga spostata verso sud. Ebner scriveva che la linea di costa all’epoca romana, le spiagge e i due porti settentrionali di Velia si trovavano verso le rispettive due foci dei due fiumi, Alento e Palistro che oggi, invece, si vedono confluire insieme e poi proseguono verso il mare. Sempre Ebner, a p. 727 riferendosi ai saggi esplorativi di Mario Napoli, in proposito scriveva che: “…Si tornò sul pianoro del versante settentrionale della collina, a cercare, con altri tratti di mura, la via che avrebbe dovuto attraversare la supposta porta a nord della città. Apparvero le tracce di una strada extra urbana in rapido pendio che portava al vicino rotondo porto alla foce del Palistro; strada che doveva proseguire anche per quello più lontano, alla foce dell’Alento, sul versante occidentale della Tempa Malconsiglio – innanzi gli Enotridi, gli isolotti che per Plinio ‘argumentum possessse ad Oenotriis Italiae (39) – , sulla quale l’aereofotografia aveva mostrato l’esistenza di una necropoli spiegabile solo se di tipo misenate. Lì il secondo porto sicuro, perchè anch’esso protetto dai forti venti meridionali, che Cicerone disse lontano tremila passi dalla città e dove vide alla fonda la nave di Verre onusta di preda siciliana (40).”. Ebner, a p. 727, nella nota (39) postillava: “(39) Plinio, N. H., 17. 8.5. Sui porti velini: Virgilio, Enerid., VI, 366.”. Ebner, a p. 727, nella nota (40) postillava: “(40) Cicerone, Ad. Famil., XVI 7; In Verrem, III.”. Sempre Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, pp. 727-728 parlando di Velia riferendosi ai saggi esplorativi di Mario Napoli, in proposito scriveva che: “Costeggiando poi l’agorà la via lastricata raggiungeva il quartiere meridionale, dove un importante incrocio stradale precedeva ancora un’altra porta: di qui la strada proseguiva pianeggiante per terminare al terzo e più piccolo dei virgiliani porti velini. All’estremità del molo un torrioncino di blocchi di arenaria ne indicava l’ingresso alle navi che potevano raggiungere, per l’ormeggio, l’interna piccola darsena (fine VI-primi V secolo a.C.).”. Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 3 e ssg. nel cap. I: “Degli antichi Abitatori della Lucania etc…”, nella nota (d) postillava: “(d) Cajo Sempronio nella descrizione d’Italia, parlando di questa Regione espresse: Primieramente la tennero gli Ausoni, indi gli Aborigeni Greci, dopo Enotro Arcade, da quali chiamavasi Magna Grecia, e ‘l medesimo; da Velia a Silare fiume abitavano i Lucani da Lucio de’ Sanniti Principe nominati.”. Si tratta di Gaio Sempronio (….), e la sua “Descrittione dell’Italia”.

VELLEIO PATERCOLO, una fonte

Da Wikipedia leggiamo che Marco o Gaio Velleio Patercolo (in latino: Marcus/Gaius Velleius Paterculus; Aeclanum o Capua, 19 a.C. circa – dopo il 30 d.C.) è stato uno storico, militare e magistrato romano, autore di un’opera intitolata Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo. Di origine campana, probabilmente vide i natali ad Aeclanum o a Capua in quanto discendente diretto – per parte materna – di Decio Magio, sannita, esponente di punta del partito fedele a Roma quando Capua passò ad Annibale e perciò inviato come ostaggio a Cartagine. Nel 30, pubblicò la sua Storia romana (Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo) dedicata a Marco Vinicio, console in quell’anno. Velleio conosceva bene Vinicio anche perché, con il grado di tribunus militum, nell’1 d.C. aveva operato agli ordini di suo padre Publio Vinicio in Oriente e forse aveva dovuto la questura, e quindi l’ingresso in senato, all’influenza di suo nonno Marco Vinicio. La nomina di Vinicio a console dovette essere piuttosto repentina o inaspettata, e quindi Velleio fu probabilmente costretto a pubblicare la sua opera con dedica scritta ancora in modo sbrigativo e mancante di molti particolari. Lo stesso Velleio ci informa che il suo lavoro sarebbe continuato in modo più approfondito, ma questa revisione o non è stata pubblicata o non si è conservata.[senza fonte].   La sua opera fu rinvenuta nel 1515 nell’abbazia alsaziana di Murbach, dove Beatus Rhenanus, nome umanistico di Beat Bild, ne ritrovò i manoscritti, curando poi nel 1520 un’edizione approssimativa uscita a Basilea. Tuttavia «la fonte più autorevole per la critica del testo velleiano è costituita dalla copia dell’editio princeps in cui Alberto Burer, amanuense del Renano, inserì alla fine un’appendice di correzioni desunte da una sua più esatta collazione del codice Murbacensis, ora perduto».

Nel 154-153 a.C., VELLEIO PATERCOLO e la ripopolata colonia latina di Buxentum

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: Probabilmente anche questa volta i coloni di Bussento vanno via, dopo aver ottenuto la cittadinanza, se lo storico Velleio Patercolo, pur ritenendo lui stesso dubbiosa la notizia trovata nelle sue fonti, riferisce che verso il 154-153 a.C. furono inviati nuovi coloni a Pozzuoli, Salerno e Bussento (52).”. Il La Greca, a p. 29, nella nota (52) postillava che: “(52) Velleio, I, 15, 3”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a pp. 206-207 parlando delle nuove colonie romane o latine sorte, in proposito scriveva: “E nel caso nostro le deduzioni delle colonie in Crotone e Temesa (2), in Turio ed Ipponio (3)….etc…”. Il Ciaceri, a p. 206, nella nota (3) postillava che: “(3) In Turio: Liv. XXXIV 53, 1-2; cfr. XXXV 9, 7. In Ipponio (Vibo): Liv. XXXIV 53, 1-2; XXXV 40, 5-6. Su Vell. I 14, 8, che vi fa fondare la colonia già nel 237, v. sopra a p. 81 n. 7”. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63, in proposito scriveva che: “Nel 558 di Roma vi fu spedita una colonia di 300 cittadini, tre anni dopo che il tribuno della plebe Caio Acilio proponeva che altre se ne mandassero a ‘Salerno’ e sulla spiaggia della ‘Campania (1). Livio dice che…..etc…”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (1) postillava che: (1) Liv., XXXIV, 45. – Cfr. XXXII, 29. – Vell. Pat. I, 15, 3.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 10, in proposito scriveva che: “Molti altri autori latini hanno scritto nelle loro opere riguardo l’esistenza di Bussento: Velleio Patercolo: Manlio Volsone et M. Fulvio consulibus Bononiae deducta colonia….eodem temporum tractu (quandam apud quosdam ambigitur) Puteolos, Salernum et Buxentum missi coloni. Trad.: Fondata la colonia di Bologna dai consoli Manlio Volsone e M. Fulvio, nello stesso periodo di tempo (lo stesso che è disputato da certi autori) furono mandati i coloni a Pozzuoli, a Salerno e a Bussento.”.

Nel 133 a.C., BUXENTUM, la Lex Sempronia e le assegnazioni Graccane

Da Wikipedia leggiamo che con lex Sempronia si fa riferimento a numerosi plebisciti proposti dai tribuni della plebe Tiberio e Gaio Sempronio Gracco nel 133 a.C., 123 o 122 a.C., che erano principalmente orientati a favore della plebe e della fazione dei populares. Possono anche fare riferimento ad altri procedimenti legislativi, come leggi comiziali, da parte di altri magistrati della gens Sempronia. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 11, in proposito scriveva che: “In età posteriore alla riforma dioclezianea, di cui si dirà in seguito, l’agro metapontino fu tolto alla Lucania e annesso alla Calabria, come si diceva allora la penisola salentina, e il territorio di Bussento fu parimenti attribuito al Bruzio (3). Al contrario, Salerno entrò a far parte della Lucania (4), etc…”. Il Magaldi, a p. 11, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Liber coloniarum (Lachmann) p. 262, 9 seg., p. 209, 14 seg.; E. Pais, Storia della colonizzazione di Roma antica, vol. I: ‘Prolegomeni. Le fonti. I libri imperiali regionum, Roma, 1923, p. 104 e 163 e p. 2 e 153.”. Il Magaldi, a p. 215, in propsito scriveva che: “Nel Libro delle Colonie (4) troviamo indicate, per le “prefetture” (1) di Volceio, Pesto, Potenzia, Atina, Consilino e Teggiano, centurie quadrate di 200 jugeri e per la prefettura di Grumento centurie quadrate di 200 jugeri, di assegnazione graccana….Per la prefettura di Velia si avverte che la centuria di 200 jugeri era di actus 16 x 25 (2) etc….L’agro di Bussento, tolto alla Lucania, è attribuito al Bruzio (p. 11), per la cui provincia si notano centurie quadrate di 200 jugeri, il cardine rivolto ad est ed il decumano a nord (3)…..Le notizie che si possono ricavare dal Libro delle Colonie sono state in parte modificate, in parte arricchite, dai dati archeologici che sono emersi dal sottosuolo lucano, ecc…Nel Libro delle Colonie si parla di assegnazioni graccane solo per il territorio di Grumento…..Per l’agro di Bussento le assegnazioni sarebbero avvenute nell’età graccana o nella triumvirale, secondo l’una o l’altra delle due lezioni congetturali (4).”. Il Magaldi, a p. 215, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Grom. vet., p. 209, 14 seg., Lach. = Pais, p. 2: (Provincia Brittiorum’). Ager Buxentinus alirestertianis (a triumviris veteranis, Lach.; limitibus Graccanis, Pais) est adsignatus in cancellationes limitibus maritimis. Cfr. Pais, o. c., p. 153 e 301”.

Nel 132 a.C., la costruzione della via Popilia (o via Annia ?)

Riguardo le vie di comunicazione, le strade dell’epoca, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando delle strade in epoca romana, a pp. 43-44, nella sua nota (14), postillava che: “Tralasciando la viabilità minore tra la Puglia e la Campania ricordiamo che i collegamenti di queste regioni con la Calabria e la Sicilia avvenivano attraverso la strada costiera da Taranto a Reggio Calabriae la ‘via Popilia’. Quest’ultima partiva da Napoli proseguendo da Pompei, Nocera, Salerno, Auletta, Rotonda, Morano, Tarsia, Cosenza, Nicastro, Monteleone, (ora Vibo Valentia), Nicotera, Regio. Da Salerno c’era il raccordo (per Paestum, Policastro, Sapri) attraverso il Cilento fino alla ‘Popilia’, mentre su questa (presso Rotonda) esisteva il bivio con la strada (per Laino, Cirella, Amantea) che si ricollegava alla ‘Popilia’ a sud di Nicastro. Ecc…”. La Via Capua – Regium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia o Via Popilia Lenate , è un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno infatti la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. La strada si staccava dalla via Appia a Capua e raggiungeva Nola, Nuceria Alfaterna (Nocera Superiore) e poi Salernum (Salerno) sul mare Tirreno. Da qui la strada si dirigeva verso la piana del Sele attraversando la città di Eburum, l’odierna Eboli. Dopo aver toccato la confluenza tra il fiume Sele e il Tanagro, la via Popilia puntava a sud risalendo il percorso di quest’ultimo fino a raggiungere il Vallo di Diano, un altopiano dove all’epoca erano situate le città romane di Atina (Atena Lucana), Tegianum (Teggiano), Consilinum (Padula), Sontia (Sanza) e i pagi di Marcellianum e Forum Anni, poi Forum Popilii. Molti di questi insediamenti furono devastati da Alarico nel 410 e solo alcuni sono stati ricostruiti in epoca medievale, come per esempio Forum Popilii ricostruita in posizione più difendibile con il nome usato anche modernamente di Polla. Lasciato il Vallo di Diano, la strada si dirigeva a sud verso la antica città, ora scomparsa, di Nerulum e da qui Muranum, l’odierna Morano Calabro. Nel percorso fino a Regium, la strada attraversava il territorio di Interamnium (San Lorenzo del Vallo) e le città di Caprasia, individuata nella posizione della C.da Ciparsia del Comune di Castrovillari, Consentia (Cosenza) e Mamertum, la città oggi conosciuta come Martirano e nota nelle cronache romane per la resistenza dei suoi abitanti alleati di Roma contro Pirro nelle guerre dette guerre pirriche e per aver dato origine al nome di Mamertini, soldati mercenari famosi soprattutto per aver giocato un ruolo di primo piano nello scoppio della Prima guerra punica. Da Mamertum, percorrendo la via Popilia continuando verso sud, si raggiungeva l’importante nodo fluviale di Ad Sabatum Flumen, un passaggio obbligato e di importanza strategica per i collegamenti nella zona e per raggiungere l’antica Vibona, ora Vibo Valentia. Proseguendo lungo l’antica strada romana, si raggiungeva Hipponium, città ribattezzata dopo le guerre pirriche Valentia e unita con Vibo nel comune moderno di Vibo Valentia. Prima di raggiungere la sua città di arrivo, la via Capua-Regium toccava Nicotera e l’importante porto di Scyllaeum (Scilla). Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 150 e ssg. in “Appendice”: il “Lapis Pollae”, in proposito scriveva che: “L’epigrafe, molto nota, ha polarizzato l’attenzione dei commentatori sui vari problemi d’interpretazione storica sollevati dall’esame delle notizie che riporta……Caduta l’identificazione con M. Aquilio Gallo, console del 101 a.C. (4), e quella proposta dal Nissen con M. Popilio Lenate, censore nel 159 a.C. (5), l’attribuzione più diffusa è quella relativa al console del 132 a.C., P. Popilio Lenate, collega di P. Rupilio e noto avversario dei Gracchi (6). Quest’identificazione è stata sostenuta dal Mommsen….etc…L’identificazione avanzata dal Bracco con T. Annius Luscus, console nel 153 a.C., (10), poggia su tre dati: il primo è un frammento delle storie di Sallustio (Hist., III, 98 ed. Maurenbrecher) che, descrive la ritirata di Spartaco etc…il terzo è costituito da due dediche a Caracalla dei funzionari del ‘cursus pubblicus’ (12). Un’ulteriore conferma è data dalle due iscrizioni di Roma che citano una via Annia accanto alle note arterie della rete stradale meridionale, l’Appia e la Traiana, il cui ‘cursus pubblicus’ è affidato a funzionari raggruppati in distretti amministrativi territoriali (16); ciò a dimostrazione che l’Annia deve essere stata la terza arteria del Mezzogiorno italico e quindi da identificare con la ‘Regio-Capuam’ che attraversava la Lucania ed il Bruzio (17). La concordanza dei documenti epigrafici e di quello letterario sallustiano, secondo il Bracco, a favore dell’attribuzione del nome di Annio alla strada e al forum, nonché dell’identificazione con un ‘Annius’ del personaggio dell’epigrafe in questione e precisamente con T. Annio Lusco. Etc…”. La Catalano, a p. 156, nella nota (18) postillava che: “(18) V. Bracco, Della via Popilia (che non fu mai Popilia), in “Studi lucani e meridionali”, VI, Galatina, 1978, pp. 16-17.”. La Catalano, sulla via Popilia o Annia, a p. 155, nella nota (17) postillava: (17) Cfr. A. Ferrua, La via romana delle Calabrie Annia e non Popilia ?”, in “Arch. Stor. Cal. e Luc.”, XXIV, 2, 1955, p. 238.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 71 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: Dopo Buxentum, in fondo al porto natuale di Sapri si trovava la stazione navale di ‘Caesariana’ (1) ch’era anche stazione di intreccio della via che da Nerulo per Caesariana costeggiava il litorale tirreno fino alla ‘Colonna reggina’….Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il mar Tirreno coll’Ionio (2).”. Il Dito, a p. 71, nella nota (1) postillava: “(1) Il porto di Sapri etc…, V. Corcia, III, p. 65”. Il Dito, a p. 71, nella nota (2) postillava: “(2) Ho cercato di rilevare lo sviluppo stradale secondo le notizie degli Itinerari.”. Il Dito, a p. 72, in proposito scriveva: “La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo a Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). In questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘Geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”.

Nel 87 a.C., BUXENTUM ai tempi di Silla e delle Guerre Civili

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p….., in proposito scriveva che: “I disordini cessarono quando, nell’87 a.C., il dittatore L. Cornelio Silla concesse la cittadinanza romana alla Lucania e ad altre regioni. Dopo anni di lotte civili (90-88 a.C.) Policastro ringiovanì e cambiò il nome greco di Pixunte con quello latino di Bussento. Con Silla, Bussento fu incorporata alla Repubblica romana, fu legata a questa da rapporti di sudditanza ed eretta a Municipio: in tal modo potè godere, di autonomia amministrativa, eleggendo i capi locali, (diumviri), aveva diritti civili e lo ius connubii, ma non era esentata dalle tasse e dal servizio militare.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 in proposito scriveva che: “La romana Buxentum, invece, non ha mai raggiunto importanza fino al I secolo a. C.. Sotto ‘Silla’, verso l’87 a.C. divenne ‘municipio’ romano (22).”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Questo cippo funerario da Sapri, del I sec. d.C., menziona il duovir des(ignatus) Lucio Sempronio Prisco (71), e attesta che la colonia (Vibo) era retta da magistrati annuali, i duoviri, tipici delle colonie latine; forse la città ricevette anche una colonia di veterani al tempo delle guerre civili. L’iscrizione porta un buon sostegno all’ipotesi della colonia di Vibo, e non occorre attribuire il personaggio, come è stato fatto, a Blanda o a Bussento. Etc…”.

SANZA, SONTIA

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 20-21, in proposito scriveva che: “Plinio cita per la Lucania interna la popolazione dei Sontini (14), che è stata attribuita alla città di Sontia o Sanza; sembra che i Sontini abbiano emesso in passato delle monete, con la scritta SO (15). L’area del Golfo era agevolmente collegata con il Vallo di Diano proprio attraverso la via naturale per Sanza, e appare altamente probabile l’esistenza di un insediamento arcaico a Sanza al di sotto del paese medioevale (16). Nei pressi di Sanza, in loc. Sirippi, sono state ritrovate tombe e ruderi di una villa romana (17)”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (14) postillava: “(14) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 11, 98”. Il La Greca, a p. 20, nella nota (15) postillava: “(15) Vd. BREGLIA 1954”. Il La Greca si riferiva al testo di Luigi Breglia, Problemi della più antica monetazione di Magna Grecia, in “Annali dell’Istituto Italiano di Numismatica”, I, 1954, pp. 11-20. Il La Greca, a p. 21, nella nota (16) postillava: “(16) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, pp. 43-44. Vd. EBNER 1982, II, pp. 552-554”.

Nel 71 a.C., Spartaco, il passaggio per il Vallo di Diano e la morte presso le sorgenti del fiume Sele secondo Paolo Orosio

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II parlando del casale di “Petina”, a pp. 297-298, in proposito scriveva che: “Sui villaggi della Valle del Tanagro (‘Campus Atìnas’) bisogna sempre far capo a V. Bracco che, nelle numerose sue pubblicazioni, ci offre un quadro quanto mai vivo del territorio (1). Ultimamente ha scritto un saggio proprio su Petina (2) al quale rinvio. In esso non mancano cenni sulla civiltà del Gaudio dei villaggi prossimi a Petina, come non mancano testimonianze dell’età romana: dalla via Popilia, che V. Bracco attribuisce a Tito Annio (3), alla notizia sul passaggio per il Vallo di Spartaco con i suoi (4) e poi di Alarico, Belisario e dei longobardi.”. Ebner, a p. 297, nella nota (1) postillava che: “(1) V. Bracco, oltre le ‘Inscriptiones’ cit. (III, Civitas vallium Silari et Tanagri’), v. Volcei (Forma Italiae) Firenze 1978 e Polla cit.”. Ebner, a p. 297, nella nota (2) postillava che: “(2) V. Bracco, La storia di Petina, Salerno 1981, pp. 9-103”. Ebner a p. 298, nella nota (3) postillava che: “(3) V. Bracco, Della via Popilia (che non fu mai popilia), “Studi lucani e meridionali”, Galatina, 1977″. Ebner, a p. 298, nella nota (4) postillava che: “(4) Sallustio, Historiae, III, 98”.

Dunque, Ebner scriveva che Sallustio ci parlava del passaggio di Spartaco dal Vallo di Diano. Da Wikipedia leggiamo che l’opera di Sallustio (….), la “Historiae” è tratta il lasso di tempo compreso tra il 78, anno della morte di Silla (a questo punto terminano le Historiae scritte dallo storiografo Lucio Cornelio Sisenna, giunte incompiute, di cui Sallustio intendeva porsi come continuatore) ed il 67 a.C. (anno della vittoriosa campagna di Pompeo contro i Pirati). Si tratta dunque del periodo che già nella prima monografia (De Catilinae coniuratione, cap. 11) era stato definito cruciale nel processo di progressiva corruzione e degenerazione dello stato repubblicano. Non è però certo se lo storico intendesse proseguire la narrazione fino al 63, per ricollegarsi alla prima monografia. Sempre secondo Wikipedia, la battaglia finale che vide la sconfitta e la morte di Spartaco nel 71 a.C. si svolse, secondo Appiano e Plutarco, presso Petelia (forse odierna Strongoli, in provincia di Crotone), nel Bruzio, mentre, secondo lo storico tardo romano Paolo Orosio, nei pressi delle sorgenti del fiume Sele (“ad caput Sylaris fluminis“), site tra i territori di Caposele e Quaglietta, nell’alta valle del Sele (in provincia di Avellino), nell’allora Lucania (14). In Wikipedia alla nota (14) è scritto: “Nel libro di Fabio Cioffi e Alberto Cristofori, Civilta in movimento, si afferma che nell’alta valle del Sele, nella seconda metà del 900, ci sono stati ritrovamenti di armature, loriche e gladii di epoca romana, che potrebbero risalire alla battaglia del 71 a.C.”

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 183-184 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Poichè Nerulo era posto, come s’è visto innanzi, al punto d’innesto delle due grandi strade consolari – della Popilia od Aquileia, che proveniva dal vallo di Teggiano, e dell’Erculea, che proveniva da Grumentum – divenne il naturale passaggio dei numerosi eserciti romani conquistatori, e delle schiere ribelli e tenaci della propria indipendenza che, dopo lunga agonia, andò inesorabilmente perduta. Furonvi fra quelle schiere le turbe dei gladiatori, che, capitanate dal valoroso Trace Spartaco, dopo aver percorso la Lucania, furono sconfitte e disperse dal Console Licinio Crasso. Raffaele Giovagnoli, nel suo racconto storico su Spartaco (Capo XXI, Spartaco fra i Lucani), riferisce che questi, dopo la terribile sconfitta presso Grumento, alle sponde dell’Agri, – dove perirono 5000 Romani ed 8000 gladiatori, oltre di 1200 prigionieri – fuggendo coi suoi nel paese dei Bruzi per ritentare altra sommossa, si soffermò a Nerulo – che l’autore pure ritiene essere stato dove è Lagonegro – donde proseguì per Lainium (Laino); nè la notizia può saper di romanzo perchè è storicamente accertato il passaggi o la fuga di Spartaco dalla Lucania, dove trovò proseliti e schiavi commilitoni, nei Bruzi, dove morì combattendo valorosamente.”. Da Wikipedia leggiamo che Spartaco (in greco antico: Σπάρτακος, Spártakos; in latino: Spartacus; Sandanski, 109 a.C.circa – Valle del Sele oppure Petelia o Petilia, 71 a.C.) è stato un gladiatore e condottiero trace che capeggiò la rivolta di schiavi nota come terza guerra servile, la più impegnativa di questo tipo che Roma dovette affrontare. Esasperato dalle condizioni inumane che Lentulo riservava a lui e agli altri gladiatori in suo possesso, decise di ribellarsi a questo stato di cose e, nel 73 a.C., scappò dall’anfiteatro in cui era confinato; altri 70 – ma secondo Cicerone (Ad Att. VI, II, 8) all’inizio i suoi seguaci erano molto meno di 50 – gladiatori lo seguirono, fino al Vesuvio, prima tappa della rivolta spartachista. Sulla strada che portava alla montagna i ribelli si scontrarono con un drappello di soldati della locale guarnigione, che gli erano stati mandati incontro per catturarli. Benché armati di soli attrezzi agricoli, coltelli e spiedi rimediati nella mensa e nella caserma della scuola gladiatoria, Spartaco e i suoi riuscirono ad avere la meglio. Una volta neutralizzato il nemico, i ribelli depredarono dei loro armamenti i cadaveri dei soldati romani caduti e si diressero ai piedi del monte in cerca di un rifugio. Spartaco fu poi eletto a capo del gruppo di ribelli assieme ai galli Enomao e Crixus (detto anche Crisso o Crixio).

MARCO TULLIO CICERONE di Paestum

Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a pp. 298-299, in proposito scriveva che: “Apre la serie dei Tulii pestani (3) un M. Tullio Cicerone, figlio di Marco, della tribù Mecia (p. 229), cavaliere romano, patrono della colonia (p. 269), curatore dei comuni di Volceio, Atina, Acerenza, Velia, Bussento, Teggiano (p. 255). Egli fu inoltre laurente lavinate, cioè tenne il sacerdozio destinato al culto delle sacre origini di Roma, che la tradizione ricollegava alle città di Laurento e di Lavinio. Tutto ciò in parte si ricava, in parte si ricostruisce dalla lapide che, col consenso dei decurioni, fu posta in suo onore, in luogo pubblico, dall’aio M. Tullio Commune, come segno di riconoscenza per gli atti di munificenza ricevuti (1) etc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che Marco Tullio Cicerone, figlio di Marco era patrono della colonia pestana e curatore di Velia e di Bussento. E’ molto probabile che a questa famiglia o ‘gens’ romana di Pesto sia imparentato il noto oratore Marco Tullio Cicerone. Da Wikipedia leggiamo che Marco Tullio Cicerone (in latino: Marcus Tullius Cicero, pronuncia ecclesiastica: [ˈmarkus ˈtulljus ˈt͡ʃi:t͡ʃero], pronuncia restituta o classica: [ˈmaːr.kʊs ˈtʊl.lɪ.ʊs ˈkɪ.kɛ.roː]; in greco antico: Μάρκος Τύλλιος Κικέρων?, Márkos Týllios Kikérōn; Arpino, 3 gennaio 106 a.C. – Formia, 7 dicembre 43 a.C.) è stato un avvocato, politico, scrittore, oratore e filosofo romano. Esponente di un’agiata famiglia dell’ordine equestre, fu una delle figure più rilevanti dell’antichità romana. La sua vastissima produzione letteraria, dalle orazioni politiche agli scritti di filosofia e retorica, oltre a offrire un prezioso ritratto della società romana negli ultimi travagliati anni della repubblica, rimase come esempio per tutti gli autori del I secolo a.C. (tanto da poter essere considerata il modello della letteratura latina classica).

AULO GABINIO a Velia

Da Wikipedia leggiamo che Aulo Gabinio (latino: Aulus Gabinius; … – 47 a.C.) è stato un militare, politico e senatore romano, fra i più importanti del periodo che precedette la guerra civile tra Cesare e Pompeo. È possibile che sia quel Gabinio che partecipò come tribunus militum alla prima guerra mitridatica, sotto il comando del proconsole, Lucio Cornelio Silla, nell’87-84 a.C. Il suo nome resta però indissolubilmente legato alla Lex Gabinia, con la quale, come tribuno della plebe, nel 67 propose di concedere a Pompeo Magno i più ampi poteri possibili per condurre la guerra contro i pirati che ormai da decenni rendevano insicuro il Mediterraneo e le sue coste. Nel 61, Gabinio divenne pretore e organizzò giochi sontuosi. Nel 58 a.C., Gabinio divenne console, favorendo, in questa veste, l’azione che il tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro stava intraprendendo contro Cicerone, che fu costretto all’esilio per aver illegalmente condannato a morte dei cittadini romani che avevano partecipato alla congiura di Catilina (63 a.C.). Gabinio, all’inizio dell’anno, morì dopo una lunga malattia (47 a.C.), tanto che i Pompeiani si prepararono a contrattaccare, focalizzando le loro forze sul secondo comandante cesariano, Q. Cornificio, ora isolato al sud. Quest’ultimo lanciò allora un’accorata richiesta di aiuto alle armate cesariane che si trovavano nella Gallia cisalpina e a Publio Vatinio che si trovava a Brundisium. Cicerone odiava Gabinio per la sua promulgazione della Lex Gabinia che lo costrinse all’esilio. La Lex Gabinia (detta anche Lex de piratis persequendis, da non confondersi con la Lex Gabinia tabellaria del 139 a.C., che prevedeva l’introduzione del voto segreto), proposta dal tribuno della plebe Aulo Gabinio, fu una legge romana approvata nel 67 a.C…Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 175, in proposito scriveva che: “In Lucania, la guerra contro gli insorti fu condotta dal luogotenente di Silla A. Gabinio, il quale espugnò parecchie città, e morì nell’assedio di una di esse (2).”. Il Magaldi, a p. 175, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Livio, epit., 76: “A. Gabinius legatus rebus adversus Lucanos prospere gestis et plurimis oppidis expugnatis in obsidione hostruim castrorum cecidit; Orosio, V, 18, 25: “C. Gabinius legatus in expugnatione hostilium castrorum interfectus est. Vedi n. 3, a pag. 173.”.  Infatti, il Magaldi, a p. 173, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Claudio Quadrigario presso Seneca, de benef., III, 23, 2 (= fr. 80 del Peter, Hist. rom. reliq., I, p. 233): “Claudius Quaadrigarius in etc…”. Il Magaldi ci ricorda che Livio ed in seguito Orosio ci parlano di Aulo Gabinio. Tito Livio, nell’epistola LXXVI scriveva che: “A. Gabinius legatus rebus adversus Lucanos prospere gestis et plurimis oppidis expugnatis in obsidione hostruim castrorum cecidit.”, che tradotto significa: “A. Gabinio, il legato, dopo aver condotto con successo gli affari contro i Lucani e aver catturato molte città, cadde nell’assedio dell’accampamento nemico.”.

Fra Paestum e Velia, la villa della famiglia GAVINIO

Da Wikipedia leggiamo che nel 370 d.C. un pestàno, Gavinio, vi portò il corpo dell’apostolo San Matteo. Nella villa della famiglia Gavinio, fra Pestum e Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati, molti secoli dopo dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “S. Mattero ad duo flumina”, a p. 514, in proposito scriveva che: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (‘praefectus classis’ ?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca. Etc…”. Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet). Per ospitare le reliquie del santo, in questo luogo venne costruito un monastero. Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. In questo luogo rimasero per circa quattro secoli. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351). Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Ebner, a p. 514, nella nota (2) postillava: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicata ‘sancte dei genitricis virginis marie’, di cui nel diploma di Gisulfo I (CDC, I, 179, novembre a. 950 – o 951 ? – , IX, Salerno), sita nella “hiscla”, nell’isola di terreni – la golena donata era estesa quattro miglia di lato e perciò comprendeva gli stessi ruderi di Velia – donata dal principe al suo confessore (“padri nostro”) Giobvanni, abate del monastero di S. Benedetto e probabilmente da lui ricostruita (nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 “. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 729 parlando di Velia, in proposito scriveva che: Così, il succedersi di non comuni fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III sec. a.C. e nella seconda metà del I sec. (62 d.C.), travolsero il quartiere meridionale ripetutamente seppellendolo. Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico d’un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un’erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell’irruente fiumara sempre più verso l’odierno. L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, secondo l’Ebner, la villa della famiglia Gavinio si ebbe con l’ultimo sensibile interramento del quartiere meridionale della città che si ebbe alla fine del V secolo d.C..Nella villa della famiglia Gavinio, a Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento.  Infatti, sempre l’Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia dal monaco Attanasio e poi traslati a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Ebner, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britnniam” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia cit., p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (‘praefectus classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale ?). La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori etc…”. Ebner, a p. 27, vol. I, in proposito alla villa della gens Gavinia scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). I caratteri più significativi  del predetto edificio sono stati evidenziati ancor meglio dalla successiva ricostruzione in pianta. La basilica era a navata unica e a forma rettangolare. Si presume che in fondo all’ampio catino absidale vi si innalzasse la cattedra del vescovo, affiancata a sinistra da sedili in pietra per i presbiteri, mentre i diaconi, come si sa, assistevano in piedi ai sacri riti. Davanti la cattedra si elevava l’altare che onorava i resti dell’evangelista, al cui nome fu dedicata la basilica come si soleva fare per consuetudine. Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia. Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio. E precisamente quando Velia era ancora una via obbligata di transito per coloro che giungevano dall’Oriente e vi si parlava e scriveva in greco, come documentano le epigrafi (54). Se poi dovesse risultare vero quanto supposto da Mario Napoli circa la trasformazione di un ambiente dell’attiguo complesso termale in un’aula per catecumeni, in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, etc…”. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Ebner, a p. 27, nella nota (54) postillava: “(54) P. Ebner, Nuove apigrafi di Velia, “PdP” 1966, fasc. 108-110, p. 336 sgg. Id Id., Nuove iscrizioni di Velia, “PdP” 1970, fasc. 130-133, p. 262 sgg. Id. Id., Altre iscrizioni e monete di Velia, “Pdp”, 1978, fasc. 178 p. 61 sgg.”. Giuseppe Antonini (…), nel suo “Lucania -Discorsi”, a pp. 165-166, riferendosi all’Epistola LXXVI in Livio (….), in proposito scriveva che: “Parlasi ivi di Aulo Gabinio, il quale dopo aver presi molti luoghi della nostra Regione, fu nell’assedio de’ Lucani alloggiamenti ucciso: ‘Aulus Gabinius legatus, rebus adversum Lucanos prospere gestis, multis oppidis expugnatis, in obsidione castrorum hostilium cecidit’. Veggasi ora se da queste cose si debba dar fede a Strabone, che i Lucani fossero a nulla ridotti etc…”. Antonini ci parla di Aulo Gavinio o Gabinio. Antonini, sulla scorta di Tito Livio ci dice che Aulo Gavinio fu ucciso dai Lucani. Livio scriveva che: “Il legato Aulo Gabinio, dopo aver condotto con successo le operazioni contro i Lucani, dopo aver preso molte città, cadde nell’assedio dell’accampamento nemico”. Antonini, a p. 165, nella nota (2) postillava: “(2) ….Non abbiamo noi nei tempi susseguenti un Correttore, e quattro Consoli di questa stessa famiglia? Ciò è stato dimostrato bene a lungo nel ‘Discorso’ precedente, onde non occorre dirne altro. I Terenzi tutti, i Gabinj, .., un ramo de’ Catoni non furono essi Lucani, e non ebbero mille cariche nella Repubblica ?.”. Pietro Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, nel vol. II, nel cap. V, a p. 140, in proposito scriveva: “Cicerone attendeva agli studi, visitava i suoi poderi e scriveva agli amici, quali Trebazio, in Gallia, e Curione in Asia; ma sovra tutto s’interessava delle sorti di Milone, poste in giuoco nell’asprissima lotta elettorale per il consolato. Aveva Milone percorso regolarmente la carriera politica etc….Cicerone nonostante lo vedesse abbandonato da Pompeo, cui egli anche nell’interesse dell’amico aveva ceduto nella faccenda di Gabinio (5); etc…”. Il Ciaceri, a p. 141, nella nota (5) postillava: “(5) v. sopra a p. 133”. Infatti, il Ciaceri, a p. 133, in proposito scriveva: “Ma da parte di Cesare e di Pompeo, che avevano voluto l’impresa (inviando l’uno truppe a Gabinio (1) e provvedendolo l’altro di mezzi finanziari per il tramite di C. Rabirio)(2), etc…Il sentimento di odio del grande oratore verso Gabinio aveva di già tratto nuovo alimento etc…”. Il Ciaceri, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Caes. bell. civ. III 4, 4; 103, 5”. Ricordiamo che Gabinio ci collega con Velia e con Caio Testa Trebazio amico di Cicerone. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: (52) ….Naturalmente ve ne dovettero essere anche della gens Gavinia (v. PdP 1970, fasc. 130-133; p. 265).”. Riguardo la citazione di “PdP” si tratta della “La parola del Passato”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 27, in proposito scriveva: “Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima portate in Bretagna, a seguito di una concatenazione di eventi pare fossero state traslate da Gavinio (70), comandante della spedizione (‘praefectus classic ?) romana contro i Bretoni, in Lucania e a Velia.”. Ebner, a p. 27, nella nota (70) postillava: “(70) E’ notizia di una gens Gabinia originaria del Lazio, sparsasi poi in Campania e Lucania (CIL, X 351). Cfr. G. Antonini, La Lucania, Napoli, 1795, p. 166 no. 2 e p. 167; v. pure P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66. Per Velia, v. PdP, XXV, 1970, p. 265, sulla grande lastra di marmo perlaceo ivi rinvenuta che ricorda questa famiglia.”. Della villa romana di Gavinio, ne parla meglio l’Ebner (…), del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 29, dove cita il passo dell’autore della ‘Traslatio’ (77), per averlo constatato di persona, che in “Lucania partibus”, e cioè nel territorio circostante la chiesa anzidetta. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) ….e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Il Magnoni, a p. 66 prosegue: “Il solo Michele Zappulli pensò prima, che questo sacro deposito fusse stato trovato in Pesto, ove lo volle trasportato da Bretagna dallo stesso Gavinio, che ej fece Cavalier Pestano. Non vi è dubbio che fuvvi in Pesto questa famiglia Gavinia, e che onorati posti occupò. Ho presso di me una bellissima monetuccia di Pesto colla effige della Dea Mente Bona, ed in essa dall’altra parte si legge l’epigrafe di ‘Nummerio Gavinio Duumviro’.”. Dunque, secondo il Magnoni, la famiglia Gavinia o la ‘gens’ Gavinia era originaria di Paestum.

Nel 67 a. C., Cicerone e l’odiato GABINIO della Lex Gabinia

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, nel vol. II, nel cap. V, a p. 140, in proposito scriveva: “Cicerone attendeva agli studi, visitava i suoi poderi e scriveva agli amici, quali Trebazio, in Gallia, e Curione in Asia; ma sovra tutto s’interessava delle sorti di Milone, poste in giuoco nell’asprissima lotta elettorale per il consolato. Aveva Milone percorso regolarmente la carriera politica etc….Cicerone nonostante lo vedesse abbandonato da Pompeo, cui egli anche nell’interesse dell’amico aveva ceduto nella faccenda di Gabinio (5); etc…”. Il Ciaceri, a p. 141, nella nota (5) postillava: “(5) v. sopra a p. 133”. Infatti, il Ciaceri, a p. 133, in proposito scriveva: “Ma da parte di Cesare e di Pompeo, che avevano voluto l’impresa (inviando l’uno truppe a Gabinio (1) e provvedendolo l’altro di mezzi finanziari per il tramite di C. Rabirio)(2), etc…Il sentimento di odio del grande oratore verso Gabinio aveva di già tratto nuovo alimento etc…”. Il Ciaceri, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Caes. bell. civ. III 4, 4; 103, 5”. Ricordiamo che Gabinio ci collega con Velia e con Caio Testa Trebazio amico di Cicerone. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 729 parlando di Velia, in proposito scriveva che: L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, scondo l’Ebner, la villa della famiglia Gavinio si ebbe con l’ultimo sensibile interramento del quartiere meridionale della città che si ebbe alla fine del V secolo d.C..

MARCO TULLIO CICERONE ED IL FUNDUS SICCA

Nel 75 a.C., secondo il Guzzo ed il Tancredi, la frase “PARVA GEMMA MARIS INFERI” attribuita a Cicerone, come io credo, una delle tante bufale menzoniere su Sapri ricorre spesso nei blog pubblicitari sulla rete

Negli scritti di alcuni storici locali ricorre spesso la notizia di una lettera di Cicerone che scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il ‘Vicus’ come “Parva gemma maris inferi”, la cui traduzione letterale è “piccola gemma dei mari del Sud”. In questi scritti, però non vengono mai riferiti i riferimenti bibliografici. Questa notizia non è stata mai sufficientemente indagata. In questo blog che curo da pochi anni stò cercando di approfondire ed ulteriormente indagare alcuni temi e notizie. Questa notizia storica, come io credo è stata inventata di sana pianta, non è nuova nel panorama delle tante menzogne che via via si stratificano negli scritti locali e nelle storielle che vengono ripetute pedissequamente sulla rete. A questa si può affiancare il percorso chiamato “Appezzami l’asino”, appellativo o toponimo mai esistito nella sentieristica saprese. Al contrario, accade che la toponomastica antica, desumibile da documenti certi, non viene fatta conoscere. Da tempo ormai è invalso l’uso di epigrafi e cartelli non documentati. Ancora oggi non riesco a capire l’esatta provenienza della notizia ed ad individuare la lettera di Cicerone in cui egli, nel 75 a.C. scrive all’amico di Velia Caio Trebazio Testa. Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ redatta su incarico del Comune di Sapri per la redazone del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito scrivevo che: “Sulla scorta dell’Antonini, la storiografia locale, credeva riferirsi a Sapri Marco Tullio Cicerone, quando come questore in viaggio per la Sicilia occidentale, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, nel 75 a.C., diceva:  “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud). Marco Tullio Cicerone, nel I sec. navigò ripetute volte per le nostre coste; infatti nella lettera scritta nel 44 ad Attico (60) si legge: “perveni enim Vibonem ad Siccam”.”. Nella mia nota (60) postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.” riferendomi all’altra notizia e lettere ad Attico. Ancor prima, nel 1987, pubblicavo un mio saggio “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10 che fu citato da Felice Cesarino (…), nel suo saggio, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988. Nel 2014, lo studioso Antonio Scarfone (….), sulla scorta di alcuni scrittori locali, sul sito dell’ISPRA pubblicò il saggio dal titolo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”,  dove non troviamo nessun contributo o citazione a Cicerone, se non la frase: “Gli Autori del passato hanno avuto un forte interesse verso la storia di Sapri, definita da Cicerone come ‘parva gemma maris inferi’, ecc…, senza indicarne i riferimenti bibliografici. Nella mia Relazione riportavo la notizia dataci in precedenza da due storici locali, Angelo Guzzo e Luigi Tancredi. Riportavo la loro notizia della frase da loro attribuita a Marco Tullio Cicerone il quale, nell’anno 75 a.C., citava “Vibone”, appellandola con la seguente frase: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud).“. I due autori non hanno mai specificato quali fossero i reali riferimenti bibliografici riferiti alla frase di Cicerone e come io credo essi non esistono. Insomma la notizia è una delle solite e tante invenzioni dette su Sapri. Nella mia nota (60), della citata Relazione postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.” ….., dove, correttamente mi riferivo ad una lettera di Cicerone in “ad Atticum” dove Cicerone cita il sito di  “Vibone ad Siccam”. La notizia dei due autori citati non è e non può essere tratta da un’epistola di Cicerone contenuta “ad Atticum”, opera di Cicerone, essendo una notizia che, come loro scrivono riguarda l’anno 75 a.C., quando Cicerone era in viaggio, di ritorno da Lilibeo (odierna Marsala in Sicilia), alla fine del suo mandato di questore dell’isola. Nella lettera, che riguarda l’anno 44 a.C., quando Cicerone si trova a Velia ospite della moglie dell’amico Talna (assente) e, che commenterò in avanti, Cicerone dice che egli perviene dalla località che chiama “Vibone ad Siccam”. Cicerone scrive pure che egli, da quella località si recò via mare a Velia, dove poi si troverà, ospite nella casa di Talna (assente). Dunque, gli storici locali, come io credo, giustamente hanno interpretato la località “Vibonem ad Siccam” come “Sapri”, a differenza della maggioranza degli studiosi che pone questa località quale “Vibo Valenzia” ma, hanno aggiunto la frase “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma del mare del sud)” che Cicerone, come vedremo non scrisse in quella lettera né come mi pare in nessun’altra. Resta comunque un dubbio sull’anno che i due autori locali pongono. La lettera da me citata riguarda l’anno 44 a.C., mentre i due autori ci parlano dell’anno 75 a.C.. In ogni caso, Cicerone scrive nel 75 a.C. ma non conosciamo l’esatto riferimento bibliografico e dunque non siamo sicuri della notizia. Vediamo la notizia dei due autori. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri – giovane e antica” parlando del “Vicus Saprinus” menzionato da Frontino, a p. 25, in proposito scriveva che: “Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore e filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’, “Piccola gemma dei mari del Sud”.”. Il Tancredi riferisce la notizia di una “parva gemma maris inferis” scritta da Cicerone riferendosi ad un “Saprinus” in una lettera scritta all’amico Caio Testa Trebazio ma il Tancredi non dice altro e non da alcun riferimento bibliografico di questa lettera. Nell’Antonini (….) non si fa cenno della notizia. Nel 1997, Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” a p. 175 parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky (….), nel suo “Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed il Guzzo (….) in seguito ci informano  di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Angelo Guzzo (….), storico locale, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 222, in proposito scriveva che: “Altra testimonianza della notevole importanza raggiunta da Sapri ci viene fornita da Marco Tullio Cicerone, il quale, durante uno dei suoi numerosi viaggi per le nostre coste, nell’anno 75 a.C., diretto in Sicilia in qualità di questore, scrivendo all’amico Caio Testa Trebazio di Velia, gli parlò di Sapri, dove si era fermato, concentrandone in quattro parole tutta la bellezza: “Parva gemma maris inferi” (piccola gemma dei mari del Sud).”. Il Guzzo ripete la stessa frase nell’altro suo lavoro. Anche in questo caso il Guzzo non fornisce nessun riferimento bibliografico. Il Guzzo, a p. 175, dopo aver parlato della stele funeraria in piazza del Plebiscito nella sua nota (11) cita Werner Johannowsky, ‘Appunti sulla tipologia e lo sviluppo architettonico della “villa urbana” – in ‘Apollo’ (rivista), n. IX, 1933. Dunque, il Tancredi (….) prima ed ancora prima il Guzzo (….), in seguito ci informano  di un’altra lettera scritta da Cicerone all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa. Questa però è una lettera che Cicerone scrive nel 75 a.C., molti anni prima, quando cioè Cicerone, in qualità di Questore di Roma si recò in viaggio nella Sicilia Occidentale. Il Tancredi scrive che in occasione del viaggio di andata, Cicerone si fermò a “Saprinus” e da quì scrisse all’amico di Velia Caio Testa Trebazio “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. Tornato a Roma dopo la morte di Silla, Cicerone iniziò la sua vera e propria carriera politica, in un ambiente sostanzialmente favorevole: nel 76 a.C., dopo aver pronunciato la celebre orazione Pro Roscio comoedo, si presentò come candidato alla questura, la prima magistratura del cursus honorum. I questori, eletti per un massimo di venti membri, si occupavano della gestione finanziaria o assistevano propretori e proconsoli nel governo delle province. Eletto alla carica per la città di Lilibeo (l’odierna Marsala), nella Sicilia occidentale, svolse il proprio lavoro con scrupolo e onestà (tanto da guadagnarsi la fiducia degli abitanti del luogo). Durante la permanenza in Sicilia, visitò la tomba di Archimede a Siracusa: grazie al suo interesse per l’uomo, sono state rinvenute alcune importanti informazioni sullo scienziato (in particolare, per quanto riguardi il suo planetario). Dunque, secondo i due autori locali, nell’anno 75 a.C., allorquando cioè, Cicerone, trovandosi in viaggio da Lilibeo (Sicilia Occidentale, odierna Marsala), diretto in Sicilia in qualità di questore”, come scrive Angelo Guzzo,  “durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore”, come scrive il Tancredi, che, tuttavia è la stessa cosa, egli scrisse all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa “si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’.”. E’ molto probabile che il “Saprinus” citato dal Tancredi è riferito al luogo di “Vibone”. Dunque, secondo i due autori, Cicerone, nell’anno 75 a.C., in viaggio, diretto in Sicilia, essendo stato nominato Proconsole della Sicilia Occidentale, si era fermato a “Vibone” e, secondo i due autori, Cicerone, scrivendo all’amico di Velia, Trebazio Testa appellava Sapri o Vibone come la “gemma dei mari del Sud”. Esiste questa notizia ?. Esiste questa lettera di Cicerone a Trebazio ?. Se la notizia fosse veritiera, forse troviamo queste notizie nelle “Vite” di Plutarco. In Wikipedia leggiamo che i fatti del consolato in Sicilia vengono racontati in “Plutarco, Vita di Cicerone, 6, 1″. Ma, potrebbe trattarsi anche della “Historia” di Sallustio (….), oppure in “Bruto”, opera dello stesso Cicerone. Carlo Felice Crispo, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, «ASCL» XI, 1941, pp. 1-20; 183-199; 225-233: “Si fermò Cicerone nella marina di Vibo la prima volta, nella primavera del 75 a.C. quando era in viaggio per raggiungere Lilybaeum sede della sua questura nella Sicilia Occidentale. Aveva 34 anni e cominciava allora la sua vita politica……Nel 76 Cicerone, già salito ad alta fama per l’orazione ‘pro Roscio’ e per importanti lettere politiche (2), era stato eletto ‘quaestor’ e nel 75 destinato alla Sicilia al seguito del pretore Sesto Peduceo.”.

Crispo, ASCL, XI, p. ...

(Fig….) Carlo Felice Crispo (….), in ASCL, XI, 1941, p. 1

Il Crispo, a pp. 1-2-3-4, ci parla però di “Vibone” (l’antica Hipponion) o si riferisce alla vicina “Bivona” che ospitava una masnada di fuggiaschi che vivevano di ladrocini. In ogni caso, il Crispo, del viaggio d’andata da Roma a Lilibeo, nel 75 a.C., il Crispo non dà riferimenti bibliografici ma ci parla di “Vibo Valentia”, l’antica “Vibo-Hippo”. Sulla questione ha scritto anche Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, dove, nel vol. I, a p. 38, in proposito scriveva che: “Fu destinato in Sicilia come questore del propretore Sesto Peduceo, con sede a Lilibeo (4). La Sicilia, come le altre provincie, era retta da un solo governatore, ma con lui erano due questori, l’uno a Siracusa e l’altro a Lilibeo…..Nessuno oggi può revocare in dubbio le affermazioni di Cicerone sulla bontà della sua opera di Questore in Sicilia. Ne fa fede il fatto che i Siciliani stessi gli rimasero graditissimi ed affezionati.”. Il Ciaceri, a p. 38 del cap. III, nella nota (4) postillava: “(4) ‘Brut.’, 92, 318:  interim me quaestorem Siciliensis excepit annus.”. Il Ciaceri però continua il suo racconto a p. 39 passando direttamente al viaggio di rientro a Roma da Lilibeo e non dice nulla sul viaggio di andata a Lilibeo. Dunque, abbiamo solo il passo del Crispo che aveva scritto: “Si fermò Cicerone nella marina di Vibo la prima volta, nella primavera del 75 a.C. quando era in viaggio per raggiungere Lilybaeum sede della sua questura nella Sicilia Occidentale.”, di cui non abbiamo alcun riferimento bibliografico, forse perchè la notizia dataci dai due autori locali non esiste o, come io credo, è acclarata la notizia intorno al viaggio di Cicerone che dovette recarsi in Sicilia ma non ci sono notizie del viaggio e della sosta alla “Vibone Lucana” come la chiama il Tancredi che aggiunge la frase  “appellando il Vicus Parva gemma maris inferi, ‘Piccola gemma dei mari del sud’.“. E’ probabile che la notizia di una lettera a Trebazio, non sia esatta, mentre, come io credo, notizie intorno a “Vibone” sono contenute nelle orazioni che Cicerone fece e ricordò nella sua opera “In Verrem”, di cui parlerò per l’anno 70 a.C.. Dunque, ritornando alla lettera di Cicerone ed al suo viaggio, l’arrivo il 24 luglio nel fondo dell’amico Sicca a “Vibone ad Siccam”, alla sosta di un giorno a Velia a casa dell’amico Talna, gli storici locali, come io credo, giustamente hanno interpretato la località “Vibonem ad Siccam” come “Sapri”, a differenza della maggioranza degli studiosi che pone questa località quale “Vibo Valenzia”. Resta comunque un dubbio sull’anno che i due autori locali pongono. La lettera da me citata riguarda l’anno 44 a.C., mentre i due autori, ci parlano dell’anno 75 a.C.. Tuttavia, è vero che Cicerone, nel 75 a.C., si recò in viaggio in Sicilia ed in una lettera del 71 a.C. scrisse di “Vibone”, dove era ospite dell’amico Sicca o Vibio Sicca, ma, riguardo il viaggio di andata di Cicerone in Siciliano non si sa molto.

Nel 70 a.C., Cicerone e Gaio Licinio Verre che vide a Velia

Da Wikipedia leggiamo che Gaio Licinio Verre (in latino: Gaius Licinius Verres; 115 a.C. circa – Marsiglia, 43 a.C.) è stato un politico e magistrato romano del I secolo a.C.. Fu questore della provincia della Gallia Cisalpina sotto il console Gneo Carbone, successivamente fu scelto dapprima come legatus e poi come vicequestore da Gneo Cornelio Dolabella, designato governatore della Cilicia, divenne poi pretore urbano ed infine propretore della provincia della Sicilia. Durante il suo governo si macchiò di innumerevoli ingiustizie, allo scopo di accrescere il suo potere e le sue ricchezze personali. Compì concussioni, saccheggi e ruberie, pratiche piuttosto comuni nel periodo, per le quali, denunciato dai siciliani, subì un celebre processo a Roma nel quale Cicerone pronunciò contro di lui le orazioni denominate Verrine. L’Actio secunda in Verrem testimonia l’importanza politica che il processo contro Verre ebbe per la situazione politica di Roma, portando alla ribalta uno dei problemi più gravi per gli ultimi cinquanta anni della Res Publica, quello della corruzione. Infatti veri e propri atti di saccheggio erano piuttosto comuni da parte di pretori e propretori romani nella propria provincia, dettate dalla avidità di denaro, spesso impiegato a fini arrivistici per proseguire la carriera nel cursus honorum. Cicerone chiese un risarcimento di cento milioni di sesterzi “secondo la legge” poi indica l’ammontare della somma estorta in quaranta milioni. Infine Verre sarà costretto a pagare solo tre milioni, dato che ormai era già in esilio. Infatti era andato in esilio volontario – secondo alcuni commentatori, ma senza indicazioni al riguardo nelle fonti antiche – a Marsiglia, dove trovò la morte nelle proscrizioni del secondo triumvirato. Leggiamo da Wikipedia che Gaio Licinio Verra  dal 73 a.C. al 71 a.C. fu propretore della Sicilia, designato dal Senato, e quindi acquisisce potere di imperium: funzioni militari, amministrative, giurisdizionali. Il governo di una provincia aveva durata annuale, ma in particolari circostanze poteva essere esteso. Il suo successore per il 72 era Quinto Arrio, che però non poté raggiungere la Sicilia in quanto impegnato nella guerra contro Spartaco ( nella quale morì) e quindi Verre ottenne una proroga dell’incarico. Poiché inoltre a causa della guerra servile e delle insurrezioni nell’Italia meridionale la situazione militare era molto pericolosa, il Senato gli prorogò ancora l’incarico anche per il 71 a.C., allo scopo di affidargli la protezione dell’isola contro eventuali infiltrazioni di ribelli. Durante il suo governo si macchiò di innumerevoli ingiustizie, allo scopo di accrescere il suo potere e le sue ricchezze personali. Compì concussioni, saccheggi e ruberie, pratiche piuttosto comuni nel periodo, per le quali, denunciato dai siciliani, subì un celebre processo a Roma nel quale Cicerone pronunciò contro di lui le orazioni denominate Verrine. Da Wikipedia leggiamo che, Cicerone, al termine del mandato, i siciliani gli affidarono la causa contro il propretore Verre, colpevole di aver tiranneggiato l’isola nel triennio 73-71 a.C.. Cicerone raccolse le prove della colpevolezza, pronunciò due orazioni preliminari (Divinatio in Quintum Caecilium e Actio prima in Verrem) e l’ex-governatore, attaccato da prove schiaccianti, scelse l’esilio volontario. Le cinque orazioni preparate per le successive fasi del processo (che costituiscono l’Actio secunda), furono pubblicate in seguito e costituiscono un’importante prova del malgoverno che l’oligarchia senatoria esercitava a seguito delle riforme di Silla. Attaccando Verre, Cicerone attaccò la prepotenza della nobiltà corrotta ma non l’istituzione senatoria stessa (anzi, fece appello proprio alla dignità di tale ordine affinché ne estromettesse i membri indegni). Acquisì, inoltre, un enorme prestigio perché a difendere Verre era Quinto Ortensio Ortalo, considerato il più grande avvocato dell’epoca: “sconfitto”, Ortensio dovette accettare che il suo posto venisse preso da Cicerone (il quale, si guadagnò il titolo di “Principe del Foro”); nonostante l’episodio, tuttavia, i due oratori strinsero, in seguito, un buon legame di amicizia (infatti, proprio a Ortalo che elogiò anche nel Brutus, Cicerone dedicò un’intera opera non pervenuta, l’Hortensius). Il successo ottenuto da quelle orazioni (che vennero poi chiamate Verrine), anticipatrici dei principi di un governo umano e ispirato a onestà e filantropia.

Nel 70 a.C., il “VICUS SAPRINUSe il ‘FUNDUS SICCAE’, Cicerone nella sua opera “Verrem”

Un’altra notizia storica che riguarda la colonia romana di “Vibone”, che il Tancredi chiamò “Vibone Lucana” per distinguerla dalla “Vibo Valentia”, a cui, tutti gli storici di Cicerone attribuiscono il luogo dove Cicerone si fermò per l’inchiesta che conduceva contro il governatore della Sicilia, Verre, è il passo dell’opera di Cicerone, “Verrem”, actio II, in cui l’oratore parla di “Vibone”. Alcuni storici locali hanno voluto vedere la “Vibone”, o “Hipponion” di Cicerone la città scomparsa sulle colline tra Sapri e la medievale Vibonati.

Da Wikipedia, alla voce “Bivona” leggiamo che  nel 71 a.C. sostò a Vibo durante il suo viaggio verso la Sicilia, dove si recò accompagnato dal cugino Lucio Tullio per raccogliere prove e testimonianze relative al processo contro il pretore Verre. Si fermò alcuni giorni nella città, venendo a conoscenza di numerosi dettagli per l’accusa. La zona costiera di Vibo Valentia, infatti, soffrì gravi danni a causa delle incursioni piratesche ad opera di gruppi di Italici con cui Verre era connivente. A tal proposito, nel processo Cicerone disse: (LA) « Ipsis autem Velentinis ex tam illustri Nobilique Municipio tantis de rebus responsum nullum dedisti, cum esses cum tunica pulla et pallio » « Ai delegati, poi, di Vibo (ai Valentini) uomini di così illustre e nobile Municipio non desti alcuna risposta su un argomento di tanta importanza, avendo addosso una tunica oscura, dell’umile gente, e il pallio » (Cic. Verr., V, 16).

Infatti, Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7……Ma tutto ciò non sembra avere a che fare con la città antica: la questione non è sulle origini di Vibonati, ma sull’esistenza o meno nella zona di una città romana di nome Vibo.”. Il La Greca, a p. 30 continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Passiamo alle fonti su Vibo. Nel 70 a.C. Cicerone, dopo un’inchiesta in Sicilia sulle malefatte del governatore Verre, ritorna in tutta fretta a Roma per il giorno del processo, navigando su una piccola imbarcazione tra Vibone e Velia (a Vibone Veliam), fra mille pericoli (55), legati forse al passaggio del capo Palinuro, ma forse anche alla presenza nella zona di schiavi fuggitivi appartenenti al disciolto esercito di Spartaco, sconfitto nel 71 da Crasso proprio in Lucania. Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (55) postillava: “(55) Cicerone, Verr., Sec., II, 40, 99”. Dunque, il La Greca scriveva che nel 70 a.C. Cicerone, dopo una sua inchiesta in Sicilia sulle malefatte di Verre, dovendosi trovare a Roma per partecipare al processo contro Verre dovette rientrare a Roma e, trovandosi ospite di un suo amico a “Vibone” egli dovette affrotare un pericoloso viaggio navigando su una piccola imbarcazione tra la città di Vibone e Velia. In entrambe le città, Vibone e poi Velia, Cicerone sostava ospitato da amici fidati. Il La Greca aggiunge che in questo breve ma pericoloso viaggio, Cicerone forse dovette affrontare il pericolo che per via mare in quel periodo vi erano diversi soldati dell’armata di Spartaco che erano stati sconfitti da Crasso nel 71 a.C. proprio in queste zone, forse nei pressi del Vallo di Diano. La notizia del viaggio periglioso di Cicerone è tratta da egli stesso che ne parla nella sua opera “Verrine” dedicata a Verre ed al suo processo. Da Wikipedia leggiamo che In Verrem è una serie di orazioni scritte da Cicerone, note anche come Verrine. Furono elaborate nel 70 a.C., in occasione di una causa di diritto penale discussa a Roma, che vedeva come accusatori il popolo della ricca provincia di Sicilia e l’ex propretore dell’isola Gaio Licinio Verre come imputato. L’accusa mossa nei suoi confronti era de pecuniis repetundis, cioè di concussione, reato consumato durante il triennio di governo dal 73 al 71 a.C. I siciliani, che avevano conosciuto poco tempo prima Cicerone come questore di Lilibeo, gli affidarono l’accusa. Dell’esatta ubicazione del Fundus Siccae si sono interessati l’Amatucci (….), che scriveva: “Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “ I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo in Archivio storico per la Calabria e la Lucania,  1941 fasc. III p. 183 e seg. RUOPPOLO 1988 = M.G. RUOPPOLO, Un amico di Cicerone, L. (?) Vibius Sicca, «Athenaeum» LXVI, 1988, pp. 194-197. CRISPO 1941 = C.F. CRISPO, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, «ASCL» XI, 1941, pp. 1-20; 183-199; 225-233: Si fermò Cicerone nella marina di Vibo la prima volta, nella primavera del 75 a.C. quando era in viaggio per raggiungere Lilybaeum sede della sua questura nella Sicilia Occidentale. Aveva 34 anni e cominciava allora la sua vita politica. Ecc..”.

Crispo, ASCL, XI, p. ...

(Fig….) C.F. Crispo (….), in ASCL, XI, 1941, p. 19

Sebbene il Crispo (….) parlando del viaggio di Cicerone in Sicilia per raccogliere informazioni sul Propretore della Sicilia Caio Licinio Verre, si ostinava a credere che la Vibone (Lucana) fosse Vibo Valenzia, a pp. 18-19, invece, il Crispo in proposito citava una lettera di Cicerone (….), contenuta nelle ‘Verrine’, in cui Cicerone parla di una città “Vibo di Velia”.

Crispo, ASCL., p. 18

(Fig….) C.F. Crispo (….), in ASCL, XI, 1941, p. 19

Il Crispo a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “Così protetti i corsari potevano anche rendere ottimi servigi. Cicerone (‘in Verrine’ (II), 1,9) accenna alle insidie tesegli da Verre in mare e in terra nel viaggio in Sicilia e scansate in parte per la propria vigilanza, in parte per lo zelo e le affettuose premure degli amici (2). In nessun luogo dà particolare informazione su questo punto, ma pare che fosse proprio nel ‘Sinus Vibonensis’, alla fine della sua missione, gli fosse stato preparato l’agguato per sopprimerlo o almeno per impedirgli di essere presente a Roma il giorno del processo – il 5 di agosto (nonae sextilis)  – avanti la ‘quaestio perpetua de repetundis’. Dice, infatti, che, per affrettarsi a giungere a Velia (3) e quindi a Roma, seguendo il solito itinerario, dovette imbarcarsi nel porto di Vibo con pericolo di vita, su piccola nave, sfidando i dardi contro di lui diretti dai predoni di mare e da Verre (1). Si trattava sempre di quel branco di ladroni Italici abbarbicatosi già da anni sulle coste di Temesa contro il quale i Vibonesi avevano invocatol ‘aiuto di Verre.”. Il Crispo a p. 18 nella sua nota (3) postillava che: “(3) ‘In Verrine’ (II), II, 40: non ego a Vibone Veliam parvulo navigo inter fugitivorum ac praedonum ac tua tela venissem, quo tempore omnis mea jestinatio etc…”. Dunque, dall’epistola contenuta nelle ‘Verrine’ Cicerone parla proprio di “Vibone Veliam”. Dunque, Cicerone fuggendo dalla Sicilia non si trovava per mari verso Vibo Valenzia ma si trovava vicino a una città chiamata “Vibone Velia”. Il Crispo a p. 18 nella sua nota (3) scriveva che: “Verre per essere assolto sperava nell’assenza di Cicerone ecc..”.

Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 288, in proposito scriveva che: “Cicerone, nella sua seconda ‘actio’ contro Verre, ricorda che, per trovarsi a Roma, come richiedeva la procedura, il giorno della trattazione della causa, dové esporsi ad un viaggio per mare pieno di pericoli, da Vibone a Velia (2). In un altro passo Cicerone afferma di aver visto con i suoi occhi, all’ancora del porto di Velia (p. 34), la splendida nave, su cui Verre si era imbarcato, non senza avervi prima caricato una parte, la più preziosa, della refurtiva (3). Etc…”. Il Magaldi a p. 288, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cicerone, Ad fam., IX, 7, 2 (a. 46): “……………..”….(in questa lettera Cicerone riferisce le diverse voci che correvano sull’itinerario che avrebbe seguito Cesare ritornando dalla guerra d’Africa).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, II, 40, 99: “……………..”…Cfr. C.F. Crispo, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, in “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, a. XI (1941), p. 18 seg.. Nel passo riferito di Cicerone vi era un allusione al ‘Thempsanum incommodum’, di cui si è fatto cenno (p. 188).”. Il Magaldi, a p. 288, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Cicerone, Actio II in Verrem, V, 17, 44 etc..”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 34-35, in proposito scriveva che: “Secondo un’indicazione di Cicerone vide allora la nave, carica di preda siciliana, che Verre portava a Roma (5).”. Il Magaldi, a p. 34, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Cicerone, ad Atticum, XVI, 7, 5: “erat enim cum suis navibus apud H e l e t e m fluvium citra V e l i a m milia passuum III. Il Nissen, o. c., II, p. 895, preferisce intendere a tre miglia da una villa. Diversamente, bisogna ammettere che il tratto finale del fiume corresse anticamente molto più a nord.”. Il Magaldi, a p. 34, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Cicerone, Act., II in Verr., V, 17, 44: “Haec navis onusta praeda siciliensi….adpulsa V e l i a m est; ibidem: “Eam navem nuper egomet vidi V e l i a e.”. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 288, in proposito scriveva che: Trebazio era il noto giureconsulto C. Trebazio Testa, a cui Orazio finge di rivolgersi, nella prima satira del secondo libro, per averne un parere circa il grado di pericolosità della sua satira (5). Trebazio possedeva a Velia estesi fondi rustici, ed una casa, dinanzi a cui cresceva un albero meraviglioso, che ne impediva la vista. Egli era molto benvenuto a Velia, e la notizia corsa, che volesse disfarsi delle sue possessioni, e abbandonare la città degli avi, per Roma, dove costruiva una casa, aveva messo di cattivo umore i Veliesi. Di questo loro sentimento si fa portavoce Cicerone, aggiungendovi una sua esortazione personale, nella lettera diretta all’amico da Velia, alla vigilia della partenza per Reggio (1). Durante questo viaggio per mare, che durò una settimana. Cicerone, per far piacere all’amico, voltò in latino, affidandosi alla sola memoria, senza il sussidio di libri, la materia dei “Topica” di Aristotele, e dedicò il lavoretto a Trebazio (2). Etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 727 parlando di Velia riferendosi ai saggi esplorativi di Mario Napoli, in proposito scriveva che: “…..che Cicerone disse lontano tremila passi dalla città e dove vide alla fonda la nave di Verre onusta di preda siciliana (40).”. Ebner, a p. 727, nella nota (40) postillava: “(40) Cicerone, Ad. Famil., XVI 7; In Verrem, III.”. Ebner postilla delle lettere “ad Familiares”, del Libro 7, ovvero le lettere all’amico di Velia, Trebazio Testa, pare fosse la lettera n° 16. Oppure si tratta del contrario, ovvero il Libro 16 e l’epistola n° 7. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 230 parlando e riferendosi a “Vibo Valentia”, in proposito scriveva: “Cicerone, infatti, al ritorno dalla Sicilia, ove erasi recato a compiere l’inchiesta contro Verre (a. 70), si fermò a Vibone per accertare il fatto che Verre aveva negato aiuto ai Vibonensi minacciati da una schiera di pirati, i quali, a quanto pare, s’erano stanziati, un pò più a nord, nel territorio di Tempsa (3); …..etc…”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (3) postillava che: “(3) Cic. Verr. V 16, 40-41”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (6) postillava che: “(6) Cic. Verr. V 16, 40: ipsis autem Valentinis ex tam inlustri nobilique municipio’ “. Dunque, in questo passaggio il Ciaceri sostiene che Cicerone, in occasione della sua inchiesta su Verre, di ritorno dalla Sicilia, la città che chiama “Vibone” non era la Vibone lucana ma si trattava di Vibo Valentia. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III, a p. 221-222, in proposito scriveva: “Quando a Cicerone, sappiamo che della flotta provinciale di Verre, governatore della Sicilia, caduta in mano dei pirati presso Eloro, faceva parte una nave della città di Alonzio, comandata dall’alonzino Filarco, il quale, venuto per primo in potere di quei ladroni, fu dopo pubblicamente riscattato dai Locresi (1). Vi è motivo di pensare che nello svolgimento del processo (a. 70) Cicerone avesse fatto venire in Roma uomini di Locri a testimoniare il fatto e che d’allora egli avesse considerato i Locresi come suoi clienti ponendoli sotto la sua protezione etc…”. Il Ciaceri a p. 230 riferendosi a ‘Vibo Valentia’, in proposito scriveva pure che: A suo giudizio, era allora la città un nobile ed illustre municipio (6). E il suo piccolo porto aveva per i Romani un’importanza particolare dal punto di vista militare  anche perchè di là essi potevano asportare il famoso legname della Sila, facendo ciò che un tempo avevan fatto con Caulonia Ateniesi e Siracusani, per cui v’è da ritenere che vi stabilissero cantieri navali, ben inteso poi che di là stesso potevan sorvegliare, come da vedetta, lo Stretto di Messina e le coste della Sicilia. Nelle guerre civili ebbe Vibone una parte notevole come stazione navale. Etc…”.

Nel 1988, M.G. Ruoppolo (….), nella rivista “Athenaeum”, LXVI, a pp. 194 pubblicò il saggio “Un amico di Cicerone: L. (?) Vibius Sicca”, dove ci parla di “Sicca”, amico di Cicerone. Il Ruoppolo, a p. 194, in proposito scriveva che: “Cicerone, nel corso dei suoi viaggi, si fermò a ‘Vibo Valentia’ almeno tre volte, in occasioni diverse. La città, in ottima posizione geografica, era raggiungibile per via di mare, grazie al suo porto, e per via di terra, posta com’era lungo il più importante asse viariodell’Italia meridionale. Pressocchè nulla sappiamo del viaggio di Cicerone nel 71, che lo portò nella città nel quadro delle indagini sull’operato di Verre in Sicilia (1). Etc…”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (I) postillava: “(1)  Cicer. Verr., II, 40, 99. Gli abitanti di ‘Vibo Valentia’ si erano rivolti a Verre per ricevere aiuto contro la pirateria che infestava il loro mare, ma senza ottenere adeguata risposta (Cicer., Verr., V, 16, 40); avevano inoltre fornito un importante testimonianza sull’operato di Verre (Cicer., Verr., V, 61, 158″.”.

VIBIO O VIBIUS SICCA L’AMICO DI CICERONE CHE LO OSPITO’ DURANTE LA SUA FUGA

Nel ’58 a.C., il viaggio di Cicerone in fuga per la Lex Clodia, diretto in Sicilia e si ferma a Vibone

Da Wikipedia, alla voce “Bivona” leggiamo che la sosta di Cicerone del 58 a.C., presso la villa dell’amico Sicca, è documentata invece nella lettera ad Attico: Cicerone, nel marzo dello stesso anno lascia Roma su consiglio dello stesso Attico per sfuggire alla lex Clodia. Nella lettera, scritta nel viaggio tra Capua e Vibo si legge: « Utinam illum diem videam, cum tibi agam gratias, quod me vivere coegisti! Adhuc quidem valde me poenitet. Sed oro, ut ad me Vibonem statim venias, quo ego multis de causis converti iter meum. Sed eo si veneris, de toto itinere ac fuga mea consilium capere potero. Si id non feceris mirabor, sed confido te esse facturum. » (IT) « Voglia il cielo ch’io veda il giorno in cui mi sia dato di ringraziarti per avermi persuaso a vivere. Fino ad ora certamente non ho che da pentirmene amaramente, ma vorrei pregarti di venire subito a Vibona (Vibo), verso cui, per molte ragioni, ho dovuto mutar cammino. Se verrai, potrò prendere una decisione su tutto il viaggio e sul luogo dell’esilio. Se non farai così, rimarrò dolorosamente stupito. Ma confido che lo farai. » (Cic. Att., III, 3). In seguito al rifiuto di Cicerone di appoggiare la legge agraria a favore dei veterani di Pompeo, e la costituzione del primo triumvirato, egli si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares. Cicerone fu dunque processato per la sua condotta durante il processo ai Catilinari Lentulo e Cetego e costretto all’esilio. Lasciò Roma la notte tra il 19 e il 20 marzo di quell’anno e si recò a Vibona, sperando di portarsi in Sicilia, ma il pretore Virgilio – benché suo vecchio amico – non glielo consentì: in effetti l’isola distava da Roma meno delle 500 miglia prescritte dal bando e pertanto Cicerone optò per la città di Brindisi, dove soggiornò tredici giorni negli orti di Lenio Flacco prima di salpare per Durazzo. In più occasioni nei suoi scritti l’oratore loda l’ospitalità e l’amicizia dei brindisini e della famiglia di Lenio Flacco. Nei mesi dell’esilio Cicerone non si diede pace, implorando le sue conoscenze perché favorissero il suo ritorno. Da queste lettere, soprattutto quelle indirizzate all’amico Attico, si evincono alcune notizie riguardo i luoghi e gli amici che lo ospitarono. Molte notizie sono contrastanti e non ancora del tutto chiarite sulla permanenza di Cicerone a “Vibone” e, sull’amico che lo ospitò. Nel febbraio del 58 fu promulgata la lex Clodia de capite civis Romani    (che mandava Cicerone in esilio) . Cicerone, senza attenderne l’approvazione dei comizi tributi, nella notte del 20 marzo del ’58 a.C., lasciò Roma e si diresse verso la Campania. Voleva recarsi in Epiro (ad Att. III,1), ma poi cambiò idea e, lasciata la via Appia, si mise sulla via Popilia che conduceva a Reggio Calabria. Nei pressi di Nares Lucanee scrisse ad Attico (III,2) per informarlo del cambiato itinerario e gli dava appuntamento a Vibone (Lucana); in una successiva lettera (ad Att. III,3), spiegava all’amico che per motivi di sicurezza si era rifugiato a Vibo nella casa di Sicca. Qui Cicerone venne a conoscenza della correzione apportata da Clodio alla seconda legge che nel frattempo era stata promulgata. Partito da Vibo alla volta di Turi, per raggiungere Brindisi e quindi l’Oriente, durante il viaggio, verso il 13 di aprile, scrisse una lettera ad Attico (III,4) nella quale tra l’altro gli diceva: ‘allata est enim nobis rogatio de pernicie mea; in qua quod correctum esse audieramus erat eiusmodi ut mihi ultra quadringenta milia liceret esse, illoc pervenire non liceret. Statim iter Brundisium versus contuli ante diem rogationis, ne et Sicca apud quem eram periret et quod Melitae esse non licebat’. Cicerone, male informato. parla di 400 miglia. che per giunta calcola da Roma, ma in effetti egli era allontanato di 500 miglia dai confini d’Italia, come attesta Plutarco. Ora, mentre Cicerone era a Vibo nel fundus Siccae (….), dovette ricevere, quantunque non ne faccia menzione nelle lettere scritte ad Attico in questo periodo, una comunicazione: da Gaio Virgilio, pretore della Sicilia, il quale gli faceva sapere, come attesta Plutarco, di tenersi lontano dalla sua provincia. Cicerone dovette maturare l’idea di recarsi in Sicilia durante il viaggio verso il mezzogiorno della penisola, tant’è vero che, come abbiamo ricordato, ad un certo punto non bene identificabile, invece di recarsi direttamente a Brindisi per raggiungere l’Oriente, deviò verso il Bruzio ponendosi sulla via Popilia. L’esule dunque, agitato da vari pensieri, depose l’idea di andare in Oriente e decise di trovare ospitalità in Sicilia, dove era pretore un suo amico. Quantunque questa decisione non emerga dalle lettere inviate ad Attico, tuttavia non c’è dubbio che le cose si siano svolte così, come del resto rilevasi sia da quanto Cicerone stesso ricorda nell’orazione pro Plancio 95, 96, sia anche dalla testimonianza di Plutarco (1.c.), il quale attribuisce all’esule il proposito di raggiungere la  Sicilia appena uscito da Roma. Ora, riprendendo il nostro ragionamento, se, come abbiamo motivo di ritenere, Cicerone, prima di scrivere questa lettera ad Attico, aveva ricevuto anche la comunicazione da Gaio Virgilio, a maggior ragione, a parte il computo della distanza dall’Italia, egli dovette rinunziare al proposito di andare in Sicilia, nella quale gli era vietato di porre i piede. Veramente, nel passo della lettera che stiamo esaminando. Cicerone non fa altra questione se non quella della distanza, ma poichè lascia intendere di recarsi in oriente, dal momento che prende la via di Brindisi, è giusto pensare che il divieto di Gaio Virgilio era già a sua conoscenza. Suppongo che Cicerone tralasci di ricordare esplicitamente il divieto del pretore di Sicilia, perchè egli è tutto rivolto con la mente alla correzione della legge del tribuno. Quando Cicerone scrive ut… illoc pervenire non liceret vuole alludere alla Sicilia e non ad altro luogo; ed è anche evidente che, nelle righe seguenti della lettera, il pensiero dell’esule è rivolto ad altro e che la Sicilia, tra le considerazioni che seguono, non può essere più ricordata in quanto che l’argomento è stato già in precedenza esaurito, sia pure con la semplice valutazione della distanza. Nell’esame della lettera, non dobbiamo in questo momento perdere di vista la successione logica del pensiero di Cicerone, perchè ciò, come vedremo, ha una grande importanza ai fini della nostra dimostrazione. A questo punto, vien fatto di domandarsi: che c’entra, nel passo della lettera, il ricordo di Malta e quando mai Cicerone aveva manifestato il proposito di rifugiarsi in quest’isola? Se Melita fosse Malta, Cicerone avrebbe ricordato quest’isola, logicamente, accanto alla Sicilia e non dopo altre considerazioni statim iter Brundisium versus contuli… ne et Sicca apud quem eram, periet et  quod Melitae esse non licebat. Ma c’è da fare un’altra importante osservazione. Malta che, come si sa, è a sud di Pachino di circa 90 km., fu definitivamente strappata ai Cartaginesi nel 218 dal console Sempronio, il quale costrinse alla resa il presidio cartaginese agli ordini di Amilcare. Da allora, quel gruppo di isole fu annesso alla provincia di Sicilia ed il governo centrale, con sede nel municipio di Malta, era rappresentato da un procuratore alle dipendenze del pretore di Sicilia. In base a ciò. non può sfuggire l’impossibilità d’identificare Melita con Malta. Ai fini del divieto imposto a Cicerone dal pretore Gaio Virgilio, è evidente che dire Sicilia o Malta era perfettamente la stessa cosa, dato il rapporto di dipendenza giurisdizionale dell’isola dal pretore di Sicilia. Esclusa l’identificazione di Melita con Malta per gli argomenti su addotti, cerchiamo di identificare questo luogo. Suppongo che dovesse trovarsi in territorio metropolitano e lontano da Vibo, come sil rileva dal passo di    Cicerone, in cui il nome di Sicca, che era a Vibo, è posto accanto alla menzione di Melita (ne et Sicca, apud quem eram periret, et quod Melitae esse non licebat). Ora, nei pressi di Monteleone esiste un paese chiamato Mileto, sulle cui rovine Ruggiero il Normanno nel 1058 fece costruire una cittadina nella quale stabilì la sua corte (10). Questa località è vicina all’antico Hipponio, che sovrastava all’ Ippwniàthz  kòlpoz (Strabone 6, 266), detto dai Romani sinus Vibonensis (Plinio n. h. 10, 29). Quivi appunto nel 191 a. C. i Romani dedussero una colonia di plebei del Lazio. Questa località è vicina all’antico Hipponio, che sovrastava all’ Ippwniàthz  kòlpoz (Strabone 6, 266), detto dai Romani sinus Vibonensis (Plinio n. h. 10, 29). Quivi appunto nel 191 a. C. i Romani dedussero una colonia di plebei del Lazio. Concludendo, dunque, Cicerone ha voluto dire ad Attico: appena che sono venuto a conoscenza della correzione apportata da Clodio al bando per cui non potevo, per motivi di distanza, recarmi in Sicilia, ho preso immediatamente la via di Brindisi il giorno precedente alla votazione della legge, sia per non mettere nei guai Sicca, che mi ospitava a suo rischio, sia anche perchè a Mileto non potevo starmene nascosto in campagna. A bene osservare il testo di Cicerone, appare chiaro che l’esule, dopo aver liquidato con la valutazione della distanza di 400 miglia il suo progettato ritiro in Sicilia, nel successivo periodo, passa ad un’altra serie di considerazioni, in cui il fatto che egli non volesse generosamente mettere nei guai Sicca, dato il divieto di Clodio di accogliere l’esule, è intimamente legato alla sua permanenza a Mileto, cioè nel fundus Siccae, che corrisponde esattamente a (tò) cwrìon  ricordato da Plutarco. Dell’esatta ubicazione del ‘Fundus Siccae’ si sono interessati l’Amatucci: “ Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo in Archivio storico per la Calabria e la Lucania,  1941 fasc. III p. 183 e seg. L’Amatucci, nell’interessante nota già ricordata, ha avuto per primo il merito di identificare Melita con l’attuale Mileto. Il fundus Siccae, ricordato da Cicerone, è da identificare col cwrìon  menzionato da Plutarco. E questo fundus non era a Vibo, dove Sicca, come attesta Plutarco, non volle accogliere l’esule per ovvie ragioni di sicurezza, bensì in un oppidulum della valle del Mesima, denominato sin dal sec. XIV Mellite o Melita. La serrata dimostrazione dell’Amatucci, che identifica il luogo dell’Appennino calabrese ricordato da Cicerone nella lettera in questione è basata su rilievi di carattere puramente topografici, che dimostrano un‘esatta conoscenza dei luoghi percorsi da Cicerone in questo doloroso momento della sua vita. Il Crispo non condivide il punto di vista dell’Amatucci e ritiene che Melita sia Malta, ma di questa sua asserzione non dà una dimostrazione convincente. Certo, è naturale che, leggendo Melita il pensiero corra a Malta, ma, in base a quanto abbiamo detto, discutendo dei luoghi di Cicerone e di Plutarco che ricordano lo stesso episodio, non credo che si possa agevolmente accogliere quest’identificazione che si tramanda, a parer mio, erroneamente di edizione in edizione. Io ho accolto la tesi dell’Amatucci e ad essa ho apportato nuovi elementi per sostenerla e – confermarla.

Nel ’58 a.C., Cicerone, il vicus “SAPRINUS” e la tenuta (proprietà fondiaria), il ‘Fundus Sicca’ dell’amico Sicca o Sica nei pressi di Vibone (Lucana), secondo il racconto di Plutarco

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….L’Antonini cita inoltre anche Plutarco, il quale nella vita di Cicerone, ricordando la sua presenza nella villa di Sicca a Vibone, pone questa località in Lucania (59). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (59) postillava: “(59) Plutarco, Cic., 32, 2”. Non sappiamo a quale edizione di Plutarco si riferisca nella sua postilla il La Greca. Dunque, il La Greca (….) cita Plutarco (….) e credo che si riferisca proprio alle sue “Vite”, ovvero la vita di Cicerone, ne parla a pp. 31, 32. Dunque, la notizia potrebbe provenire anche da Plutarco (…) che parlò di Cicerone nella sua opera le Vite parallele (Βίοι Παράλληλοι) sono dedicate a Quinto Sosio Senecione, amico e confidente di Plutarco, al quale lo scrittore dedica anche altre opere e trattati. Costituite da 23 coppie (una è andata perduta), alla biografia di un personaggio greco viene accostata, generalmente, quella di un romano, ad esempio Alessandro Magno e Giulio Cesare. L’originalità plutarchea sta proprio in questo accostamento, che dimostra sia come l’Ellade avesse prodotto valenti uomini d’azione e sia come i Romani non fossero tutti barbari. Le sue biografie contengono un’infinità di informazioni utili alla ricerca storiografica. L’Antonini (….), è il primo a riferire del toponimo (nome di luogo), attribuendolo e credendo si riferisca a Sapri,  il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, che era spesso in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a pp. 420-421 (I ed. 1745 e p. 419, II ed. 1795) parlando di Vibonati (quella antica non quella attuale), in proposito apriva il capitolo XI dicendo: “Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: “Nec solus Strabo (sono le parole di quest’ultimo) “….Calabriam cum Lucania consundit, Plutarcus, ut infra videbimus, Vibonem in Lucania esse decit”. Due uomini di questo conto, come Strabone, e Plutarco, e che valgono più di Barrio, potevano bastare per far loro credere, che in Lucania vi fosse il Vibone.. Antonini, a p. 427 (I ed. 1745 e p. 426, II ed. 1795), in proposito scriveva che: “Plutarco (cosi malamente trattato da Barrio, e dal citato autor delle note) nella ‘vita di quest Oratore’, par che ci chiude la bocca, e termini la questione; poichè ragionando del già detto viaggio, dice che per venire qui: “Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama ‘Hipponem’ il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: “Εν δε ‘Ιππωνια πολει της Λευχανιας ιω Ουιβωνα νιω χαλουσιν, Ουιβιος Σιχελος ανηρ αλλα τε πολλα της Κιχερνος φιλιας απολελαυχως, χαι γεγονως υπατευοντος αυτου τεχτονων υπαρχος, οιχια ηεν ουχ εδεξατο, το χωριον δε χαταγραψειν επηγγελλετο.“…Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?). Vibius, Siculus genere, qui cum alios fructus eu Ciceronis amicitia returelat, tum fuerat eo Consule Praefectus fabrum, non admisit eum domum, sed locum ostendit ei designatum in agro, quo posset se recipere; e con ciò crediamo di aver chiaramente dimostrato l’abbaglio di taluni, che peraltro meritan tutta la stima, per non essere pratici de’ luoghi etc…”. Sulle parole dell’Antonini ha ragionato, nel 1988, M.G. Ruoppolo (….), nella rivista “Athenaeum”, LXVI, a pp. 194 pubblicò il saggio “Un amico di Cicerone: L. (?) Vibius Sicca”, dove ci parla di “Sicca”, amico di Cicerone.Il Ruoppolo ci parla dell’amico Sicca, che ospitò momentaneamente Cicerone in viaggio, e ci parla pure del luogo dove, l’amico Sicca lo ospitò, ovvero “Vibone” e, dando per scontato che il toponimo citato da Cicerone fosse Vibo Valentia e non come alcuni, come ad esempio l’Antonini, abbiano creduto si trattasse di un’altra “Hipponion”, di un’altra città chiamata “Vibone”, un’altra città che non sia Vibo Valentia, ma piuttosto si trattasse di una città molto vicina a Nares Lucana, da dove Cicerone, peraltro, l’8 aprile scrive ad Attico. Come ho cercato di dimostrare, alcuni autori come Plutarco (….) dicono non si tratti di Vibo Valenzia in Calabria anche perchè questa cittadina aveva un porto molto distante dalle ville della costa Velina. E’ molto probabile che si tratti della baia e del porto di Sapri. Ma vediamo cosa scrisse il Ruoppolo. Il Ruoppolo, a p. 194, in proposito scriveva che: “Cicerone, nel corso dei suoi viaggi, si fermò a ‘Vibo Valentia’ almeno tre volte, in occasioni diverse. ….Nel 58 etc….Durante quei giorni l’oratore fu dunque ospite dell’amico Sicca. Allo stesso episodio, e quindi allo stesso personaggio, si riferisce una preziosa, quanto controversa testimonianza di Plutarco, nella vita dell’oratore (5): “Eν δ’ ‘Ιχπωνιφ, πδλει της Λωιχανιας, ην Ουιβωνα νυν χαλουσιν, Ουιβιος, Σιχελος ανηρ, αλλα τε πολλα της Κιχερωνος φιλζας αχολελαυχως χαζ γεγονως υπατευσντος αντου τεχτονων επαρχος, οζχια μεν ουχ εδεξατο, το χωριον δε χαταγραψειν επηγγελλετο, χαζ Γαιος Ουεργζλιος, δ της Σιχελζας στρατηγος, ανηρ εν τοζς μαλιστα Κιχερωνι χεχρημξνος, ζγραψεν απεχεσθαι της Σιχελος.”(6). Il testo qui riportato è quello tramandato da tutti i codici, ad eccezione del ‘Matritentis’ che omette il termine ‘Σιχελος’.”. Il testo di Plutarco scritto in greco tradotto significa: “…ma con ammirazione lo riferii a Ipponio, una città della Lucania, ora chiamata Uiboana, Ubius, Sikelos anir, ma più dell’amico di Cicerone che godeva e sospettava effettivamente questa provincia massonica, case, ma niente cibo, il villaggio non era registrato, e Gaio Virgilio, tiranno di Sicilia.”. Il Ruoppolo, a p. 194 continuando il suo racconto scriveva: “L’identità fra il personaggio in questione e il ‘Sicca’ dell’epistolario ciceroniano risulta evidente ed era stata riconosciuta dall’Ernesti (7) prima e da Orelli (8) poi. Più tardi Munzer curando la voce ‘Sicca’ per la Pauly-Wissowa (9), proponeva di correggere il ‘Σιχελος’ in ‘Σιχχας’, giustificando etc….”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) Cic., Dom., XIX, 50”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (3) postillava: “(3) Ad Att. III, 3”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (4) postillava: “(4) Ad Att., III, 4.”.. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (5) postillava: “(5) Plutarco, Cic., XXXII, 2.”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (6) postillava: “(6) Il testo è quello edito da B. Perrin, Plutarch’s Lives, London, 1963, VII, pp. 162-163.”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (7) postillava: “(7) C.A. Ernesti, Clavis ciceroniana sive indices et verborum, 1777, p. 162.”. Si tratta di Giovanni Augusto Ernesti (….), ed il suo “…………………..” ………….Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (8) postillava: “(8) G. Orelli, Onomasticon Tullianum, Torino, 1838, II, p. 549.”. Si tratta di Orelli J.C. (…), Onomasticon Tullianum, Torino, 1838, II, p. 549. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (9) postillava: “(9) Fr. Munzer, in R.E., II A (1923), col. 2186.”. Bernadotte Perrin, a pp. 163 e p. 165 del vol. VII, in proposito scriveva che: XXXII. But as soon as it was known that the had fled, Clodius causeda vote of banishment to be passed upon him, and issued an edict that all men should refuse him fire and water and that no man should give him shelter within five hundred miles of Italy. Now, most men paid not the slightest heed to this edict out of respect for Cicero, and escorted him on his way with every mark of kindness; but at Hipponium, a city of Luicania (2), which is now called Vibo, Vibius, a Sicilian, who ad profited much from Cicero’s friendship and particularly by being made prefect of engineers during his consulship, would not receive him in his house, but sen him word that he would assign him his country-place for residence; and Caius Vergilius, the praetor of Sicily (1), who had been on most intimate terms whit Cicero, wrote him to keep away from Sicily (2). Dishertened at this treatment, he set out for Brundisium, and from there tried to cross to Dyrrachium ecc…”. la cui traduzione dovrebbe essere: XXXII. Ma non appena si seppe che era fuggito, Clodio fece emettere un voto di esilio su di lui e emanò un editto che tutti gli uomini dovessero rifiutargli fuoco e acqua e che nessuno gli desse rifugio entro cinquecento miglia dall’Italia. Ora, la maggior parte degli uomini non ha prestato la minima attenzione a questo editto per rispetto di Cicerone, e lo ha scortato per la sua strada con ogni segno di gentilezza; ma a Ipponio, città della Lucania (2), che oggi si chiama Vibo, Vibio siciliano, che molto profittò dell’amicizia di Cicerone e specialmente di essere fatto prefetto degli ingegneri durante il suo consolato, non lo volle ricevere in casa sua, ma mandagli a dire che gli avrebbe assegnato la sua casa di campagna per la residenza; e Caio Vergilio, pretore di Sicilia (1), che era stato in strettissimi rapporti con Cicerone, gli scrisse di tenersi lontano dalla Sicilia (2). Scoraggiato da questo trattamento, partì per Brundisium, e di là cercò di passare per Dyrrachium ecc…”. La Perrin, a p. 163, nella nota (2) postillava: Rather Bruttium”. La Perrin, a p. 165, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Cicero, pro Plancio, 40, 95 ff.”. Dunque, la Perrin, a p. 163 scriveva che: XXXII. Ma non appena si seppe che era fuggito, Clodio fece emettere un voto di esilio su di lui e emanò un editto che tutti gli uomini dovessero rifiutargli fuoco e acqua e che nessuno gli desse rifugio entro cinquecento miglia dall’Italia.” ovvero che, Clodio fece un editto che poneva Cicerone in esilio. Dunque, il Ruoppolo (….) cita Plutarco (….) e credo che si riferisca proprio alle sue “Vite”, ovvero la vita di Cicerone, ne parla a pp. 31, 32. Non sappiamo a quale edizione di Plutarco si riferisca nella sua postilla il La Greca. Dunque, come scrive il La Greca, la notizia del viaggio di Cicerone da “Vibone” a Velia è dello stesso Cicerone che lo scrive nelle sue lettere all’amico Attico, ma questa notizia è confermata anche da Plutarco nelle sue “Vite parallele”, ovvero la vita di Cicerone. Bernadotte Perrin, sulla scorta della traduzione dal greco di Plutarco scriveva che: ….ma a Ipponio, città della Lucania (2), che oggi si chiama Vibo, Vibio siciliano, che molto profittò dell’amicizia di Cicerone e specialmente di essere fatto prefetto degli ingegneri durante il suo consolato, non lo volle ricevere in casa sua, ma mandagli a dire che gli avrebbe assegnato la sua casa di campagna per la residenza; e Caio Vergilio, pretore di Sicilia (1), che era stato in strettissimi rapporti con Cicerone, gli scrisse di tenersi lontano dalla Sicilia (2). Scoraggiato da questo trattamento, partì per Brundisium, e di là cercò di passare per Dyrrachium ecc…”. Dunque, la Perrin scrive che: “Ipponio, città della Lucania (2), che oggi si chiama Vibo” e, nella nota (2) a p. 163 postillava: Rather Bruttium” ovvero che questa città  “che oggi si chiama Vibo” era posta in Lucania ma ai confini con il Brutium cioè con l’antica Calabria. Dunque, la città di “Vibo” di cui parla Plutarco, secondo la Perrin (….), non poteva essere la “Vibo Valenzia” di oggi che è in fondo alla Calabria, ma secondo Plutarco era una “Hipponio”, in seguito “Vibo”, della Lucania. Tesi già sostenuta dall’Antonini, come si è già visto, che si rifaceva al passo controverso di Plutarco. A sostegno della sua tesi, l’Antonini (….), cita lo scrittore greco Plutarco (….), che visse sotto l’Impero romano e scrisse la biografia di diversi personaggi illustri, tra cui quella di Marco Tullio Cicerone. Antonini, dice che Plutarco, nella sua: “Vita di questo Oratore” (parlava della vita di Cicerone), scriveva che “per venire qui: Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama Hipponem il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: (riporta il passo scritto in greco da Plutarco), Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?).. Dovrebbe trattarsi di un passo (il Di Spigno e il La Greca dicono sia scritto a pp. 31-32) che io ho trovato nel testo di Plutarco (….), ‘Vite parallele’ pubblicato nel testo “Seconda parte delle vite di Plutarco Cheroneo etc…”, dove a p. 235 è scritto: “cinquecento miglia fuori d’Italia. Non vi fu quasi persona, che stimasse quello editto, perchè tutti riverivano Cicerone, & infinita umanità e cortesia gli usarono sempre. Tuttavia capitan lo egli in Hippone città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone, un certo Siciliano, che aveva nome Vibio, il quale in affarissime cose s’era servito dell’amicizia di Cicerone, & nel Consolato di lui era stato creato prefetto dè fabri; non lo volle alloggiare; anzi gli minacciò, che subito sarebbe ito ad accusarlo. Ecc…Navigando poi con buon vento a Durazzo ecc..”. Questo passaggio di Plutarco nella vita di Cicerone è interessante perchè anche lui ci parla di una Vibone. Il trascrittore dellopera di Plutarco prima la chiama ‘Hippone’ (Hipponion) e poi aggiunge “città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone”. Ovviamente, sebbene tantissimi autori locali tra cui l’Ebner (….) abbiano citato le lettere ad Attico di Cicerone, nessuno ha mai voluto indagare ed approfondire la questione della Vibo Lucana e del podere di Sicca che Cicerone cita più volte. Nel testo “Epistole ad Attico_1” (vol. II) a cura di Carlo Di Spigno (….), pubblicato nel 1998 per l’edizione Utet, a p. 268, nella sua nota (2), riferendosi alla lettera (49, III, 4) postillava che: “(2) La distanza era calcolata dalle coste d’Italia; cfr. 52 (III, 7), vol. I; Plut., Cic. 32. Mentre Cicerone parla di 400 miglia, in Plutarco e in Cassio Dione leggiamo 500; cfr. Plut., l.c.; Cass. Dio, XXXVIII, 17,7. La discrepanza dei dati è variamente spiegabile, ma il testo ciceroniano non va toccato.”. Ora vediamo cosa voleva intendere il Di Spigno con la postilla di: “Plut., Cicer., 32.”. Voleva intendere il testo di Plutarco sulla vita di Cicerone contenuta nelle sue “Vite parallele”. A sostegno della sua tesi, l’Antonini (….), cita lo scrittore greco Plutarco (….), che visse sotto l’Impero romano e scrisse la biografia di diversi personaggi illustri, tra cui quella di Marco Tullio Cicerone. Antonini, dice che Plutarco, nella sua: “Vita di questo Oratore” (parlava della vita di Cicerone), scriveva che “per venire qui: Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama Hipponem il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: (riporta il passo scritto in greco da Plutarco), Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?).. Dovrebbe trattarsi di un passo (il Di Spigno e il La Greca dicono essere a pp. 31-32) che io ho trovato nel testo di Plutarco (….), ‘Vite parallele’ pubblicato nel testo “Seconda parte delle vite di Plutarco Cheroneo etc…”, dove a p. 235 è scritto: “cinquecento miglia fuori d’Italia. Non vi fu quasi persona, che stimasse quello editto, perchè tutti riverivano Cicerone, & infinita umanità e cortesia gli usarono sempre. Tuttavia capitan lo egli in Hippone città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone, un certo Siciliano, che aveva nome Vibio, il quale in affarissime cose s’era servito dell’amicizia di Cicerone, & nel Consolato di lui era stato creato prefetto dè fabri; non lo volle alloggiare; anzi gli minacciò, che subito sarebbe ito ad accusarlo. Ecc…Navigando poi con buon vento a Durazzo ecc..”. Questo passaggio di Plutarco nella vita di Cicerone è interessante perchè anche lui ci parla di una Vibone. Il trascrittore dellopera di Plutarco prima la chiama ‘Hippone’ (Hipponion) e poi aggiunge “città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone”. Ovviamente, sebbene tantissimi autori locali tra cui l’Ebner (….) abbiano citato le lettere ad Attico di Cicerone, nessuno ha mai voluto indagare ed approfondire la questione della Vibo Lucana e del podere di Sicca che Cicerone cita più volte:

Petronio, p. 235

(Fig….) Plutarco, vita di Cicerone, in ‘Vite parallele’, p. 235

Plutarco parla di Vibio siciliano. Cicerone, nel passo della lettera, menziona invece Sicca . E’ possibile conciliare le due testimonianze? Si deve pensare ad una svista di Plutarco, che tramanderebbe un nome per un altro, oppure Sicca e Vibio siciliano sono effettivamente due persone distinte? Per spiegare questa confusione e per far concordare le due fonti sono state avanzate delle ipotesi. Premettiamo che presso taluni si nota una certa perplessità nel riconoscere in Vibio siciliano, che non volle accogliere Cicerone a Vibo bensì in un cwrìon ,  lo stesso personaggio ricordato da Cicerone e che accolse invece l’esule a Vibo. Questo dubbio è dello Smith, che si fa eco di vecchi commenti. Effettivamente a prima vista, Sicca e Vibio potrebbero sembrare due persone distinte. Infatti, come vedremo più avanti anche Fernando La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) cita alcune lettere di Cicerone inviate ad Attico, in particolare cita Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca);” e poi aggiunge: “Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Dunque, il passaggio di Plutarco che abbiamo letto: “….Hippone città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone, un certo Siciliano, che aveva nome Vibio, ecc…” è per Ferdinando La Greca il Vibio Sicca, amico di Cicerone”. Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, riguardo il toponimo di “Bibo ad Siccam odie ruin (ato)” contenuto mella carta “carta del Cilento” (quella parigina, non quella da me scoperta all’ASN), in proposito postillava di Plutarco e nella sua nota (41) postillava che: “(41)….Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ecc…”. Dunque, il La Greca (….) cita Plutarco (….) e credo che si riferisca proprio alle sue “Vite”, ovvero la vita di Cicerone, ne parla a pp. 31, 32. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…. Pietro Ebner ed altri studiosi hanno ritenuto di escludere l’ipotesi dell’Antonini, in quanto le prime testimonianze medioevali su Vibonati chiamano tale insediamento in modi diversi, che fanno escludere una derivazione: casalis Libonatorum, Bonatorum, Bonati, Li Bonati, e solo in epoca moderna Vibonati (54). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (53) postillava: “(53) Antonini, 1795, vol. I, pp. 419-428”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (54) postillava: “(54) Ebner, 1982, II, pp. 740-744”. Dunque, il La Greca (….) cita Plutarco (….) e credo che si riferisca proprio alle sue “Vite”, ovvero la vita di Cicerone, ne parla a pp. 31, 32. Non sappiamo a quale edizione di Plutarco si riferisca nella sua postilla il La Greca. Plutarco, nel ……., nella sua opea “Le Vite”, quella di “Cicerone”, ci parla della colonia latina di Vibone, ma non si riferisce a quella di “Vibo Valentia”, in Calabria ma dice che essa si trovava in Lucania. Nell’Antonini, il riferimento a è a p. 427, dove, nella nota (I) postillava che: “…Grevio nelle note all’epistole 3 del libro 3 ad Attico, confonde anche egli il nostro Vibone coll’Ipponio, col Vibo Valentia, e ne fa malamente un solo; e se tra questi uomini di contro convenisse dar luogo all’autor della Lucania illustrata, vi si potrebbe al fol. 5 leggere un maggior errore, cioè che Ippone, oggi Monteleone fu di dominio de’ Lucani, citando per giunta Plutarco nella vita di Cicerone.”. Dunque, l’Antonini citava Costantino Gatta (….), ed il suo “La Lucania illustrata etc…”, fol. 5. Da Wikipedia leggiamo che Plutarco (in greco antico: Πλούταρχος Plútarchos, pronuncia: [ˈplu:tarkʰos]; Cheronea, 46/48 – Delfi, 125/127) è stato un biografo, scrittore, filosofo e sacerdote greco antico, vissuto sotto l’Impero romano: ebbe anche la cittadinanza romana e ricoprì incarichi amministrativi. Studiò ad Atene e fu fortemente influenzato dalla filosofia di Platone. La sua opera più famosa è costituita dalle Vite parallele, biografie dei più famosi personaggi della classicità greco-romana, oltre ai Moralia, di carattere etico, scientifico, erudito, in un pensiero fortemente influenzato da Platone e dal fatto che nell’ultima parte della sua vita fu sacerdote al Santuario di Delfi. In “Le vite parallele di Plutarco volgarizzate da Marcello Adriani il giovane, tratte da un codice autografo inedito della corsiniana etc…”, a p. 187 del vol. V, dove Plutarco fa la biografia di Cicerone, al cap. XXXII, in proposito è scritto che: “Quando si seppe chiara la partenza, Clodio, etc…Da gli altri fu fatta picciolissima stima di questo interdetto per riverenza di Cicerone, anzi con ogni dimostrazione di grate accoglienze l’accompagnarono al partire: ma in Ipponia città di Lucania, oggi detta Vibone, un certo Vibio siciliano, obbligato, oltre altre cagioni, all’amicizia di Cicerone perchè l’anno del suo consolato lo fece capo degli artefici fabbricanti, non lo ricevette in casa, ma promise d’assegnarli la villa. E Caio Virginio pretore della Sicilia, stato molto suo amico, gli scrisse che non s’appressasse alla Sicilia.”. Dunque, Plutarco scrive: “ma in Ipponia città di Lucania, oggi detta Vibone”, e riferendosi sempre a Cicerone aggiunge che il suo amico, che chiama Vibio siciliano (non lo chiama “Vibio Sicca”). Plutarco scrive di questo amico di Cicerone che lo ospitò a Vibone (il Lucania) che egli era “obbligato, oltre altre cagioni, all’amicizia di Cicerone perchè l’anno del suo consolato lo fece capo degli artefici fabbricanti”.

Nel 24 marzo del ’58 a.C., Cicerone e la tenuta (proprietà fondiaria), il ‘Fundus Sicca’ dell’amico Sicca o Sica nei pressi di Vibone (Lucana), secondo il racconto dello stesso Cicerone nelle epistole ad Attico

Un’altra notizia storica che riguarda la colonia romana di “Vibone”, che il Tancredi chiamò “Vibone Lucana” per distinguerla dalla “Vibo Valentia”, a cui, tutti gli storici di Cicerone attribuiscono il luogo dove Cicerone si fermò per l’inchiesta che conduceva contro il governatore della Sicilia, Verre, è una lettera di Cicerone contenuta nella sua opera (raccolta di lettere), indirizzate ad Attico, suo amico, l’opera “ad Atticum”. Si tratta di una lettera indirizzata al suo amico di Velia, Gaio Trebazio Testa. E’ la lettera dell’anno ’58 a.C.. Da questa epistola di Cicerone, all’amico di Velia, emerge che il luogo vicino la sua amata Velia, no sia “Vibo Valentia”, come ritengono tutt’oggi, la grande maggioranza degli studiosi ma si tratti di una colonia romana, che il Tancredi chiamava “Vibo Lucana” e che lo stesso Cicerone appella come “Vibo ad Siccam”. Dopo il suo rifiuto a partecipare alla vita politica con la costituzione del  primo triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, Marco Tullio Cicerone, si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares, nel 58 a.C. e dopo fu costretto all’esilio. Nel 1988, M.G. Ruoppolo (….), nella rivista “Athenaeum”, LXVI, a pp. 194 pubblicò il saggio “Un amico di Cicerone: L. (?) Vibius Sicca”, dove ci parla di “Sicca”, amico di Cicerone.Il Ruoppolo ci parla dell’amico Sicca, che ospitò momentaneamente Cicerone in viaggio, e ci parla pure del luogo dove, l’amico Sicca lo ospitò, ovvero “Vibone” e, dando per scontato che il toponimo citato da Cicerone fosse Vibo Valentia e non come alcuni, come ad esempio l’Antonini, abbiano creduto si trattasse di un’altra “Hipponion”, di un’altra città chiamata “Vibone”, un’altra città che non sia Vibo Valentia, ma piuttosto si trattasse di una città molto vicina a Nares Lucana, da dove Cicerone, peraltro, l’8 aprile scrive ad Attico. Ma vediamo cosa scrisse il Ruoppolo. Il Ruoppolo, a p. 194, in proposito scriveva che: Il soggiorno a Vibo Valentia dovette durare pochi giorni, perchè già il 13 aprile egli scrive ad Attico di essersi rimesso in viaggio alla volta di Brindisi (4). La decisione di tornare al vecchio progetto doveva essere maturata dopo essere venuto a conoscenza del nuovo provvedimento che gli impediva di sostare entro le cinquecento miglia dall’Italia; inoltre C. Vergilio, pretore della Sicilia, sulla cui amicizia Cicerone aveva creduto di poter contare, si rifiutava di accoglierlo nell’Isola. Durante quei giorni l’oratore fu dunque ospite dell’amico Sicca….etc…”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (4) postillava: “(4) Ad Att., III, 4.”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 230 parlando di “Vibo Valentia”, in proposito scriveva: “Cicerone,….., si fermò a Vibone….A suo giudizio, era allora la città un nobile ed illustre municipio (6). E il suo piccolo porto aveva per i Romani un’importanza particolare dal punto di vista militare  anche perchè di là essi potevano asportare il famoso legname della Sila, facendo ciò che un tempo avevan fatto con Caulonia Ateniesi e Siracusani, per cui v’è da ritenere che vi stabilissero cantieri navali, ben inteso poi che di là stesso potevan sorvegliare, come da vedetta, lo Stretto di Messina e le coste della Sicilia. Nelle guerre civili ebbe Vibone una parte notevole come stazione navale. Etc…”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (4) postillava che: “(4) Cic. ad Att. III 4; pro Plancio 40, 96.”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (6) postillava che: “(6) Cic. Verr. V 16, 40: ipsis autem Valentinis ex tam inlustri nobilique municipio’ “. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Nel 58 a.C. Cicerone, costretto all’esilio, si reca a Vibone, nella villa (fundus) di un suo amico, Vibio Sicca (56); poi è costretto a lasciare l’Italia, e raggiunge in fretta Turi e Brindisi per imbarcarsi verso la Grecia (57). Nell’interpretazione dell’Antonini, per spiegare la particolare rapidità degli spostamenti di Cicerone, la villa di Sicca doveva trovarsi in Lucania, nel territorio dell’odierna Vibonati. A sostegno di questa tesi, l’Antonini cita Livio, il quale parla della fondazione della colonia latina di Vibone nel 192 a.C., con 4000 famiglie, affermando che il suo territorio era vicino al Bruzio (Bruttiorum proxime), e che i Bruzi l’avevano strappato ai Greci (58)…… L’Antonini cita inoltre anche Plutarco, il quale nella vita di Cicerone, ricordando la sua presenza nella villa di Sicca a Vibone, pone questa località in Lucania (59). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (56) postillava: “(56) Su Sicca vd. RUOPPOLO 1988.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (57) postillava: “(57)  Cicerone, Ad Att., III, 2-4; Pro Planc., 40-41, 96-97.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (58) postillava: “(58) Tito Livio, XXXV, 40, 5-6”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (59) postillava: “(59) Plutarco, Cic., 32, 2”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dall’altra città calabra ‘Vibo Valenzia’, a p. 66 in proposito scriveva che: “Cicerone è un’eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra calabra, menzionata nelle Verrine, porta sempre il nome di “Valentia”. Anche se ciò non fosse, nel caso di Cicerone non possono nascere dubbi, data la poca distanza da Elea (dove Cicerone temporaneamente dimorava) e Vibona. Ed è proprio la distanza fra le due città che ci aiuta a distinguerle: sono 220 km. di strada e un pò meno di mare; ma in ogni caso una distanza che richiede parecchi giorni di viaggio. Sicca era un amico di Cicerone ed abitava a Vibone Lucana; il viaggio fu compiuto nel 44 a.C. (21). La distinzione geografica è resa difficile dai diversi nomi che si davano al golfo di Policastro. Chi parla del “Sinus Vibonensis” potrebbe riferirsi ad ognuno dei due. Plinio parla di “Sinus Laos” (22) nel senso dell’odierno Golfo di Policastro, il cui lembo estremo a sud è Laos (Scalea); mentre Strabone applica la stessa parola nel significato del Golfo di S. Eufemia Lamezia (23). La contraddizione si spiega con la visuale della nave che viene da Nord, cioè da Paestum: doppiando la punta degli Infreschi, il navigatore ha la chiara impressione di entrare in un golfo. Seguendo la costa ad una certa distanza, egli non ha più l’impressione di uscire da questo golfo, prima del promontorio di S. Eufemia. Un golfo, in realtà troppo lungo ed ampio.”. Il Tancredi, a p. 66, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Cicerone M.T., ‘Ad Atticum’, III, 3 “Sed te oro ut ad me Vibonem statim venias, quo multis de causis converti iter meum…”; Epistula ad Atticum, XVI, 6: “Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Siccam) magis commode quam strenue navigavi”.”. Il Tancredi, a p. 66, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Vita di Cicerone”. Il Tancredi, a p. 66, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Plinio il Vecchio, op. cit., III, 72; Strabone, op. cit., VI, 256”. Il Tancredi postillava della lettera ad Attico nel Libro III, la n. 3. Infatti, la lettera in questione la ritroviamo in “Lettere ad Attico” che, ivi pubblico traendole dal testo “Epistole ad Attico_1” (vol. II) a cura di Carlo Di Spigno (….), pubblicato nel 1998 per l’edizione Utet. Si tratta dell’epistola n. 3 contenuta ne Libro III, la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico che il Di Spigno (….), nel suo vol. I, Libro III a p. 266 in proposito è ivi scritto: “47 (III, 3) Scritta in itinere c. IX Kal. Apr., ut. vid., an. 58.”: “Cicero ad Attico sal. Utinam illum diem videam cum tibi agam gratias quod me vivere coegisti! Adhuc quidem valde me paenitet. Sed te oro ut ad me Vibonem (1) statim venias, quo ego multis de causis (2) converti iter meum. Sed eo si veneris, de toto itinere ac fuga mea consilium capere potero. Si id non feceris, mirabor; sed confido te esse factorum.”, la cui traduzione del Di Spigno è: “Voglia il Cielo che io veda il giorno in cui potrò ringraziarti di avermi costretto a vivere! Finora solamente rammarico è quel che provo e anche profondo. Ma ti prego di venire immediatamente ad incontrarmi a Vibone (1), dove sono diretto, perchè ho deviato, per molte ragioni (2), dal cammino che mi ero prefisso. Ma, se tu verrai là, potrò prendere una decisione sull’itinerario completo che devo seguire nel mio esilio. Se non lo farai, me ne stupirò; comunque ho fiducia che tu lo farai.”. Il Di Spigno, a p. 266, nella sua nota (1) postillava che: “‘Vibo Valentia (‘Hipponium’), città dei ‘Brutii’ sul versante tirrrenico” e, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cicerone progettava di cercare rifugio in Sicilia, oppure nell’isola di Malta; cfr. Cic., Planc., 95 e l’epist. 49 (III, 4).”. Ma pare che il questore Romano Marco Tullio Cicerone, riguardo la sua amicizia con Sicca ed il suo podere a Vibone (Lucana non Vibo Valenzia), ho trovato un’altra lettera che mi sembra molto eloquente a riguardo. Si tratta dell’epistola sempre contenuta nelle sue Lettere ad Attico, la n. 2 del Libro III. Il Di Spigno a p. 267, la riporta e scrive che: “48 (III, 2) Scritta a Nari di Lucania il 27 marzo del 58. Cicerone ad Attico. La ragione per cui ho scelto questo itinerario sta nel fatto che non ho altro luogo ove con pieno diritto possa soggiornare alquanto tempo, eccetto la tenuta fondiaria di Sicca, ecc…(1).”. Il Di Spigno a p. 267, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ma Cicerone avrà un’amara sorpresa; cfr. 49 (III, 4)” e, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cicerone temeva una vendetta da parte di Publio Autronio Peto, il console designato per il 65, implicato nella così detta prima congiura di Catilina e, in tono ridotto, nella violenta cospirazione del 63. Ecc..”. Dunque, il Di Spigno riguardo l’amara sorpresa che attendeva Cicerone cita l’epistola n. 49 (III, 4) che egli scrive a p. 268: “49 (III, 4) Scritta Vibone, ut vid., III, Non. Apr. an. 58. Cicerone ad Attico Sal. Miseriae nostrae ecc…Vorrei che tu attribuissi all’infelicità in cui mi dibatto, piuttosto che alla mia incoerenza, il fatto che all’improvviso sono partito dalle vicinanze di Vibone (1), dove ti sollecitavo a venire. Mi è stato appunto portato il testo della proposta di legge ecc…”. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (1) postillava che:  “(1) In quei paraggi si trovava la proprietà fondiaria di Sicca; cfr. 48 (III, 2).”. Dunque, come scrive Cicerone, egli sollecitava l’amico Attico a ragiungerlo nella “tenuta” dell’amico Sicca che, nella lettera n. 2 del Libro III scrive essere “vicina” a Vibone. Dunque potrebbe trattarsi della bella e grande villa romana di cui ancora oggi si possono ammirare le antiche vestigia in località S. Croce a Sapri. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (2), riferendosi alla lettera (49, III, 4) postillava che: “(2) La distanza era calcolata dalle coste d’Italia; cfr. 52 (III, 7), vol. I; Plut., Cic. 32. Mentre Cicerone parla di 400 miglia, in Plutarco e in Cassio Dione leggiamo 500; cfr. Plut., l.c.; Cass. Dio, XXXVIII, 17,7. La discrepanza dei dati è variamente spiegabile, ma il testo ciceroniano non va toccato.”. Dunque, al di là della dissertazione sulle distanze calcolate dai vari autori per stabilire i luogni citati nelle lettere Ciceroniane, il Di Spigno, pur credendo che si trattasse di una ‘Vibo Valenzia’ e non di una Vibone Lucana, come la chiama il Tancredi ed il Racioppi, in queste due epistole del ’58 abbiamo la citazione di una villa con annesso grande podere a Vibone dell’amico Sicca che ospitò Cicerone. Effettivamente a prima vista, Sicca e Vibio potrebbero sembrare due persone distinte. Infatti, come vedremo più avanti anche Fernando La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) cita alcune lettere di Cicerone inviate ad Attico, in particolare cita Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca);” e poi aggiunge: “Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone);”. Dunque, il passaggio di Plutarco che abbiamo letto: “….Hippone città della Lucania, la quale oggi si chiama Vibone, un certo Siciliano, che aveva nome Vibio, ecc…” è per Ferdinando La Greca il Vibio Sicca, amico di Cicerone”. Dunque, l’amico di Cicerone che aveva una villa con podere o tenuta agricola in un luogo sul mare molto vicino alla Vibone Lucana si chiamava Vibio Sicca. A ‘Vibo’ Cicerone è ospitato presso il praefectus fabrum L. Vibio Sicca: Att. III, 2. 3. 4; Planc. 96; PLUT. Cic. 32, 1. Cf.  DG 5, 631; CRISPO 1941, 186; MOREAU 1987, 471; RUOPPOLO 1988, 194. Sulla rete, su questo personaggio trovo scritto: “L. VIBIUS SICCA; Cfr. Crispo, 1941; Ruoppolo (…), 1988; Amico di Cicerone. Ospita Cicerone a Vibo durante il viaggio in esilio (anno ’58 a.C.); Cicerone si reca da lui per non vedere Publilia nell’anno 45 a.C.; Ospita Cicerone a Vibo nell’anno 44 a.C.”. Dell’esatta ubicazione del Fundus Siccae si sono interessati l’Amatucci: “ Di un luogo dell’epistola IV lib. III di Cicerone ad Atticum e d’un Oppidulum dei Bruttii in rend. Della R. Acc. Di Arch. – lett. e belle arti 1898 pp. 131-137, ed il Crispo “ I viaggi di M. T. Cicerone a Vibo in Archivio storico per la Calabria e la Lucania,  1941 fasc. III p. 183 e seg. RUOPPOLO 1988 = M.G. RUOPPOLO, Un amico di Cicerone, L. (?) Vibius Sicca, «Athenaeum» LXVI, 1988, pp. 194-197. CRISPO 1941 = C.F. CRISPO, I viaggi di M. Tullio Cicerone a Vibo, «ASCL» XI, 1941, pp. 1-20; 183-199; etc…”. Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dalla Vibo Valenzia, a p. 66 in proposito scriveva che: “Nel tempo imperiale romano dev’esserci già una chiara distinzione, ma non sempre è mantenuta. Cicerone è una eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra calabra, menzionata nelle Verrine, porta sempre il nome di “Valenzia”. Poi, proseguendo il suo racconto il Tancredi viene al passo che interessa e scrive che: “Sicca era un amico di Cicerone ed abitava a Vibone lucana; il viaggio fu compiuto nel 44 a.C. (21).”. Dunque, il Tancredi ci parla chiaramente di un podere e di un amico di Cicerone “Sicca” o “Sica” che viveva ed abitava a Vibona o “Vibo ad Siccam”. Dunque, secondo la notizia che citava il Tancredi vi era un luogo o vicus o piccola città chiamata Vibone abitata dall’amico di Cicerone “Sica” che aveva ivi una villa o un grande podere agricolo. Cicerone si era recato dall’amico Sica subito dopo aver fatto visita a Velia (Elea) all’amico Caio Trebazio Testa. Ma secondo la notizia del Tancredi che io credo provenga dalle “Vita di Cicerone” in Plutarco (…), Cicerone si era fermato nel podere a Vibone o “Bibone” o “Bibo” dove fu ospitato dall’amico Sica. A questo riguardo il Tancredi a p. 64 in proposito scriveva che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova il villaggio, detto “Petrasia” (17), che poco dopo scompare e rinasce col nome di Villammare (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. da Troyli, Tomo I, Parte II, p. 178.”. Il Tancredi nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13”. Il Tancredi a p. 64 richiama più volte la sua nota (13) dove egli postillava che: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600.”. In sostanza il Tancredi, nella sua nota (13) postillava della carta d’epoca aragonese (e non come egli scrive del sec. XVI o 1600) che fui proprio io a scoprire all’Archivio di Stato e a mostrargli. Sulla carta in questione il La Greca ed il Vladimiro hanno pubblicato quelle Parigine. E qui, stranamente, il Tancredi invece di postillare della lettera ad Attico citata dall’Antonini (una delle quatto), nella sua nota (21) postillava che: “(21) Vita di Cicerone”, dove egli voleva riferirsi appunto alle “Vite” di Plutarco. Riguardo la citazione di Antonini (…), è interessante ciò che scrive Fernando La Greca (…) nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’, che illustrava una delle carte scoperte da Ferdinando Galiani (…) a Parigi e conservate alla Biblioteqhe Nationale di Francia a Parigi. Si tratta della carta collocata “Cartes et Plans, GE AA 1305-6, part. e GE AA 1305-6, part.”. La carta citata dal La Greca non è la nostra, ma credo essa sia una copia di quelle originali trafugate dal Galiani. La carta citata dal La Greca si trova a Parigi. Parlando di queste carte Parigine (simili alla nostra di cui ho già parlato), il La Greca (….), a p. 44, in proposito scriveva che: “Fra i numerosi toponimi risalenti ad epoca romana, troviamo ‘Bibo ad Siccam odie ruin(ato) (41), l’antica Vibone lucana, posta anche dall’Antonini, unico fra gli eruditi (poi vedremo il perchè), presso il sito di Vibonati (con l’isoletta ‘La Sicca’ davanti alla costa); ‘Cosuento ruin(ato)(42) presso Magliano ecc..”. Il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Liv., XXXV, 40, 5-6 (Vibonem’ colonia al confine con il Bruzio); Cicerone, Ad Att., III, 2; 3; 4; (‘in fundo Siccae; Vibonem; Sicca); Cic., Ad Att., XVI, 6, 1 (‘Vibonem ad Siccam’); Plut., Cic., 31; 32 (Ipponion è città della Lucania, dove si trova il podere di Vibio Sicca, amico di Cicerone); ‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’). Cfr. G. Antonini, ‘La Lucania….’, cit., vol. I, pp. 419-428″. Sempre il La Greca (…), a p. 44, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Plin., ‘Natur. histor., III, 11, 97 (‘Casuentum’ fiume della Lucania).”.

Nel 3 aprile del ’58 a.C., Cicerone e la tenuta (proprietà fondiaria), il ‘Fundus Sicca’ dell’amico Sicca o Sica nei pressi di Vibone (Lucana), secondo il racconto dello stesso Cicerone nelle epistole ad Attico

Un’altra notizia storica che riguarda la colonia romana di “Vibone”, che il Tancredi chiamò “Vibone Lucana” per distinguerla dalla “Vibo Valentia”, a cui, tutti gli storici di Cicerone attribuiscono il luogo dove Cicerone si fermò per l’inchiesta che conduceva contro il governatore della Sicilia, Verre, è una lettera di Cicerone contenuta nella sua opera (raccolta di lettere), indirizzate ad Attico, suo amico, l’opera “ad Atticum”. Si tratta di una lettera indirizzata al suo amico di Velia, Gaio Trebazio Testa. E’ la lettera dell’anno ’58 a.C.. Da questa epistola di Cicerone, all’amico di Velia, emerge che il luogo vicino la sua amata Velia, no sia “Vibo Valentia”, come ritengono tutt’oggi, la grande maggioranza degli studiosi ma si tratti di una colonia romana, che il Tancredi chiamava “Vibo Lucana” e che lo stesso Cicerone appella come “Vibo ad Siccam”.

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 230 parlando di “Vibo Valentia”, in proposito scriveva: “Cicerone,….., si fermò a Vibone…..e poi vi fu in seguito altre due volte quando, cioè, prendeva la via dell’esilio, ospite dell’amico Sicca (a. 58), ch’era stato ‘praefectus fabrum’ sotto il suo consolato (4), etc… A suo giudizio, era allora la città un nobile ed illustre municipio (6). E il suo piccolo porto aveva per i Romani un’importanza particolare dal punto di vista militare  anche perchè di là essi potevano asportare il famoso legname della Sila, facendo ciò che un tempo avevan fatto con Caulonia Ateniesi e Siracusani, per cui v’è da ritenere che vi stabilissero cantieri navali, ben inteso poi che di là stesso potevan sorvegliare, come da vedetta, lo Stretto di Messina e le coste della Sicilia. Nelle guerre civili ebbe Vibone una parte notevole come stazione navale. Etc…”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (4) postillava che: “(4) Cic. ad Att. III 4; pro Plancio 40, 96.”. Il Ciaceri, a p. 230, nella nota (6) postillava che: “(6) Cic. Verr. V 16, 40: ipsis autem Valentinis ex tam inlustri nobilique municipio’ “. Dunque, il Ciaceri citava la lettera di Cicerone, la n. 4 contenuta nel Libro III delle epistole “ad Atticum”.

Nel 1988, M.G. Ruoppolo (….), nella rivista “Athenaeum”, LXVI, a pp. 194 pubblicò il saggio “Un amico di Cicerone: L. (?) Vibius Sicca”, dove ci parla di “Sicca”, amico di Cicerone.Il Ruoppolo ci parla dell’amico Sicca, che ospitò momentaneamente Cicerone in viaggio, e ci parla pure del luogo dove, l’amico Sicca lo ospitò, ovvero “Vibone” e, dando per scontato che il toponimo citato da Cicerone fosse Vibo Valentia e non come alcuni, come ad esempio l’Antonini, abbiano creduto si trattasse di un’altra “Hipponion”, di un’altra città chiamata “Vibone”, un’altra città che non sia Vibo Valentia, ma piuttosto si trattasse di una città molto vicina a Nares Lucana, da dove Cicerone, peraltro, l’8 aprile scrive ad Attico. Ma vediamo cosa scrisse il Ruoppolo. Il Ruoppolo, a p. 194, in proposito scriveva che: “Cicerone, nel corso dei suoi viaggi, si fermò a ‘Vibo Valentia’ almeno tre volte, in occasioni diverse. La città, in ottima posizione geografica, era raggiungibile per via di mare, grazie al suo porto, e per via di terra, posta com’era lungo il più importante asse viario dell’Italia meridionale.”, proseguendo continua dicendo che: “Meglio informati siamo, invece, intorno alla permanenza di Cicerone nella città nel 58 e nel 44, quando rimase ospite per alcuni giorni presso l’amico Sicca (così è chiamato in tutti i luoghi dell’epistolario ciceroniano). Nel 58 Cicerone si allontana da Roma per sfuggire alle conseguenze della ‘Lex Clodia de capite civis Romani’ (2), con l’intenzione di recarsi a Brindisi e imbarcarsi da lì verso l’Oriente; ma, con una lettera scritta da ‘Nares Lucanae’ il giorno 8 aprile, comunica all’amico Attico di aver mutato idea circa il percorso e la destinazione, e lo prega di raggiungerlo quindi a Vibo Valentia, da dove si sarebbe imbarcato per la Sicilia (3). Etc…”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (2) postillava: “(2) Cic., Dom., XIX, 50”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (3) postillava: “(3) Ad Att. III, 3”. Il Ruoppolo, a p. 194, nella nota (4) postillava: “(4) Ad Att., III, 4.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel 1978, nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” parlando dell’antica “Vibone Lucana”, che egli così chiama per distinguerla dall’altra città calabra ‘Vibo Valenzia’, a p. 66 in proposito scriveva che: “Cicerone è un’eccezione: egli si riferisce alla città lucana e, per evitare ogni malinteso, parla nelle sue Lettere ad Attico (20) di “Vibo ad Siccam”, mentre l’altra calabra, menzionata nelle Verrine, etc…”. Il Tancredi, a p. 66, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Cicerone M.T., ‘Ad Atticum’, III, 3 “Sed te oro ut ad me Vibonem statim venias, quo multis de causis converti iter meum…”;…”.

La lettera in questione la ritroviamo in “Lettere ad Attico” che, ivi pubblico traendole dal testo “Epistole ad Attico_1” (vol. II) a cura di Carlo Di Spigno (….), pubblicato nel 1998 per l’edizione Utet. Il Di Spigno, a p. 266, nella sua nota (1) postillava che: “‘Vibo Valentia (‘Hipponium’), città dei ‘Brutii’ sul versante tirrrenico” e, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Cicerone progettava di cercare rifugio in Sicilia, oppure nell’isola di Malta; cfr. Cic., Planc., 95 e l’epist. 49 (III, 4).”. Ma pare che il questore Romano Marco Tullio Cicerone, riguardo la sua amicizia con Sicca ed il suo podere a Vibone (Lucana non Vibo Valenzia), ho trovato un’altra lettera che mi sembra molto eloquente a riguardo. Il Di Spigno a p. 267, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ma Cicerone avrà un’amara sorpresa; cfr. 49 (III, 4)”. Si tratta dell’epistola n. 3 contenuta ne Libro III, la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico che il Di Spigno (….), nel suo vol. I, Libro III, n. 49 (III, 4) che egli scrive a p. 268: “49 (III, 4) Scr. Vibone il 3 aprile del 58, ut vid., III, Non. Apr. an. 58 – Cicerone ad Attico Sal. Miseriae nostrae ecc…”, la cui traduzione del Di Spigno, a p. 269 è la seguente: “Vorrei che tu attribuissi all’infelicità in cui mi dibatto, piuttosto che alla mia incoerenza, il fatto che all’improvviso sono partito dalle vicinanze di Vibone (1), dove ti sollecitavo a venire. Mi è stato appunto portato il testo della proposta di legge che segna la mia rovina, e l’emendamento introdotto in essa, del quale avevo sentito parlare (2), è siffatto che mi consente di prendere dimora in una località a non meno di quattrocento miglia (3), ma vanifica ogni possibilità mia di arrivarci (4). Senza perdere tempo ho rivolto il mio cammino verso Brindisi prima che la proposta di legge venisse approvata, affinchè non fosse rovinato anche Sicca, in casa del quale mi trovavo, e poi perchè tanto non mi era consentito risiedere a Malta (5). Etc…”. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (1) postillava che:  “(1) In quei paraggi si trovava la proprietà fondiaria di Sicca; cfr. 48 (III, 2).”. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Cfr. 48 (III, 2): nondum rogatione correcta’”. Il Di Spigno, a p. 268, nella sua nota (3) postillava che:  “(3) La distanza era calcolata dalle coste d’Italia; cfr. 52 (III, 7), I; Plut., Cic., 32. Mentre Cicerone parla di 400 miglia, in Plutarco e in Cassio Dione leggiamo 500; cfr. Plut., l.c.; Cass. Dio, XXXVIII, 17, 7. La discrepanza dei dati è variamente spiegabile, ma il testo Ciceroniano non va toccato.”. Dunque, come scrive Cicerone, egli sollecitava l’amico Attico a ragiungerlo nella “tenuta” dell’amico Sicca che, nella lettera n. 2 del Libro III scrive essere “vicina” a Vibone. Dunque potrebbe trattarsi della bella e grande villa romana di cui ancora oggi si possono ammirare le antiche vestigia in località S. Croce a Sapri. Dunque, al di là della dissertazione sulle distanze calcolate dai vari autori per stabilire i luogni citati nelle lettere Ciceroniane, il Di Spigno, pur credendo che si trattasse di una ‘Vibo

Nel 4 marzo ’54 a.C., Cicerone, da Roma scrive all’amico di Velia, Caio Trebazio Testa che combatteva in Gallia con le truppe di Gavinio

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, nel vol. II, nel cap. V, a p. 140, in proposito scriveva: “Cicerone attendeva agli studi, visitava i suoi poderi e scriveva agli amici, quali Trebazio, in Gallia, e Curione in Asia; etc…”. Dunque, il Ciaceri scriveva che Cicerone scriveva spesso agli amici tra cui vi era Trebazio Testa, suo amico ed oriundo di Velia, dove avva una villa ed una grossa proprietà. Trebazio aveva spesso ospitato Cicerone. Erano molto amici. Da Wikipedia leggiamo troviamo scritto che la familiarità con Cicerone è testimoniata dall’intensa corrispondenza – diciassette lettere – nelle quali aleggia sempre un tono umoristico e confidenziale e da cui è possibile attingere molte delle notizie sulla sua vita. Ecco come Cicerone, probabilmente ospite di Trebazio (o forse dell’amico Thalna) ad Elea nel già citato viaggio verso la Grecia, si rivolge all’amico assente: «Tu però, se, come sei solito, darai ascolto ai miei consigli, serberai i tuoi beni paterni (…), né lascerai il nobile fiume Alento, né diserterai la casa dei Papiri…»(Cicerone. Velia, 20 luglio 44 a.C., lettera a Trebazio in Roma.). Da Cicerone proviene anche qualche annotazione critica sul carattere di Trebazio, secondo lui troppo incline, a volte, ad atteggiamenti presuntuosi e giudizi tranchant: come quando Cicerone, in mezzo ai brindisi, viene messo alla berlina dall’amico sulla questione dell’esistenza o meno di una particolare tradizione dottrinaria. L’esistenza della tradizione, a cui peraltro nessuno dei due aderiva, veniva negata da Trebazio; Cicerone allora, pur rientrato tardi a casa, e tra i fumi dell’alcool, trova il tempo di puntigliose ricerche in biblioteca per dimostrare la fondatezza delle sue ragioni e rinfacciarle all’amico. Tratti caratteriali che Cicerone considerava evidentemente difetti e che non manca di rimproverare all’amico, in maniera anche piuttosto aspra. «E ora ascoltami bene, mio caro Testa! Io non so cosa ti renda più superbo, se il denaro che ti guadagni o l’onore che Cesare ti fa nel consultarti. Conoscendo la tua vanità, possa io crepare se non credo che tu ami più l’essere da Cesare consultato piuttosto che da lui arricchito!» (Cicerone. Roma, 4 marzo 54 a.C. Lettera a Trebazio in Gallia.). Di Velia e di Trebazio, amico di Cicerone ed oriundo di Velia, l’antica Elea, ha parlato Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 731, in proposito scriveva che: “Nel dire di Velia non vanno dimenticati altri cittadini di colà, specialmente Stazio e Caio Trebazio Testa. Il primo mostrò la sua valente didattica prima a Napoli e poi a Roma, il secondo annoverò tra gli ospiti della sua bella casa di Velia anche Cicerone. E fu proprio il grande oratore che affidò l’intelligente suo protetto a Quinto Cornelio che Trebazio ricordò sempre come suo maestro di diritto. Trebazio era noto a Roma come acuto giureconsulto ai tempi di Augusto, il quale se ne avvalse nel riordinare il diritto romano.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: (52) Della proprietà di Trebazio, v. Cicerone (ad fam., VII 20), etc…”.

Infatti, nel testo “L’Epistole di Marco Tullio Cicerone a’ Familiari”, di Alessandro M. Bandiera (….) leggiamo nel Libro VII, lettere di Cicerone che parla dell’amico Trebazio Testa di Velia ed a pp. 476 e sgg. e, a p. 477, nell’Epistola n° XX, Cicerone scriveva: “CICERO S. TREBAZIO. Mi E’ stata Velia più cara, perciocchè ho compreso che da quella tu sei benvoluto. Ma che dich’io tu, mentre non v’è persona che non t’ami. Rufione tuo, se Dio Fido m’aiuti, così era desiderato, come se l’un fosse di noi. Ma io non ti sò condannare, che l’abbi mandato alla tua fabbrica. Imperciocchè banche Velia non sia di inferior condizione del Lupercale: con tuttociò piuttosto cotesto vorrei, che quando c’è in Velia. Tu se mi presterai orecchio, come suoli, ti riterrai queste possessioni paterne (che i Veliesi avevano un non so qual timore) ne nascerai il nobil fiume d’Elete; ne abbandonerai la papiriana casa. Sebbene quella ha un sacro bosco, dal quale anche i forestieri sogliono esser presi: cui però se taglierai, ti procaccierai un gran prospetto. Ma principalmente pare opportuno, massime in quei tempi, l’avre un ricovero, ed in prima la città di coloro, dà quali sii benvenuto: appresso la casa tua, e le tue campagne, e l’aver questi comodi in appartato luogo, salubre, ed ameno, e stimo, o mio Trebazio, che ciò sia di mio interesse. Ma procurerai di star sano ed avrai cura de’ miei negozj, e m’aspetterai prima dell’jemale solstizio. Io tratto ho di mano a Sesto Fabio, discepolo di Nicone, intorno all’edacità. O’ grazioso medico, a me capace per questo studio ! Ma Basso m’avea celato questo libro: è pare che a te non tel avesse tenuto nascosto. Il vento cresce. Fa di star sano. 20 di Luglio da Velia.”. Il Bandiera, a p. 478, nella nota (I) postillava: “(I) Ad Aedificationem. Questa fabbrica Trebazio l’aveva vicino Lupercale: che era luogo consacrato al dio Pane a piè del monte Palatino. Etc…”. Il Bandiera, a p. 478, nella nota (2) postillava: “(2) ‘Heletem’. Fiume di Velia, alla cui riva Trebazio aveva la casa.”. Dunque, la villa di Trebazio Testa si trovava non molto distante dalla riva del fiume Alento, vicino la città di Velia. Sulla foce del fiume Alento a Velia ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 716 e sgg., in proposito scriveva che: “…..

Nel 49 a.C., la flotta del pompeiano Cassio attaccò la flotta di Cesare

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 230 parlando di “Vibo Valentia”, in proposito scriveva: “Cicerone…., Vibone…..Nelle guerre civili ebbe Vibone una parte notevole come stazione navale. Fu lì che C. Cassio con una squadra pompeiana andò ad attaccare  metà della flotta di Cesare, che vi si trovava ancorata (a. 48)(1). E, come abbiamo veduto, sotto i Triumviri etc…”. Il Ciaceri, a p. 231, nella nota (1) postillava che: “(1) Caes. b. c. III 101, 1-4”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7……e di Cesare, che parla di un attacco del pompeiano Cassio nel 49 a.C. alla flotta cesariana, in parte ancorata e in parte a secco nel porto di Vibo (68). Etc..”. Il La Greca, a p. 32, nella nota (68) postillava: “(68) Cesare, Bell. civ., III, 101”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, p. 67 parlando della città scomparsa di “Vibona” in proposito scriveva che: “La battaglia navale del 49 a.C. contro Pompeo pare combattuta a Vibone Lucana (24).”. Il Tancredi, a p. 67, nella nota (24) postillava: “(24) Cesare C. Giulio, De Bello Civili, libro III, 101: “cum esset Caesaris classis divisa in duas partes, dimidiae parti praeerat P. Sulpicius praetor Vibone ad fretum”, che tradotto significa: Quando la flotta di Cesare fu divisa in due parti, P. Sulpicio, pretore di Vibone, era a capo di una metà”. Dunque, secondo la notizia del La Greca (….), che, sulla scorta del “De Bello Civili” di Giulio Cesare, la flotta di Pompeo a lui affidata era ancorata a secco nel porto di Vibo. Infatti, da Wikipedia leggiamo che Gaio Cassio Longino, nominato tribuno della plebe nel 49 a.C., allo scoppio della guerra civile si schierò dalla parte di Pompeo, che gli affidò il controllo di parte della sua flotta nelle acque del Mediterraneo. Dopo la battaglia di Farsalo e la morte di Pompeo in Egitto, egli decise di beneficiare della clemenza di Cesare: lo raggiunse dunque in Cilicia, vicino Tarso, da dove il dittatore stava pianificando l’attacco a Farnace. Nonostante il suo rapporto con Cesare si fosse consolidato, Cassio decise, nel 44 a.C., di allontanarsi dalla corrente politica di Cesare per essere uno degli organizzatori del complotto che portò costui alla morte. In Wikipedia alla nota (1) si postilla di : Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XL, 28-29. La guerra civile romana del 49 – 45 a.C., più nota come guerra civile tra Cesare e Pompeo, consistette in una serie di scontri politici e militari fra Gaio Giulio Cesare e i suoi sostenitori contro la fazione tradizionalista e conservatrice del Senato romano (Optimates), capeggiata da Gneo Pompeo Magno, Marco Porcio Catone Uticense e Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica. Essa fu il penultimo conflitto militare sorto all’interno della Repubblica romana. Dopo aspri dissensi con il senato, Cesare varcò in armi il fiume Rubicone, che segnava il confine tra la provincia della Gallia Cisalpina e il territorio dell’Italia; il senato, di contro, si strinse attorno a Pompeo e, nel tentativo di difendere le istituzioni repubblicane, decise di dichiarare guerra a Cesare (49 a.C.). Dopo alterne vicende, i due contendenti si affrontarono a Farsalo, dove Cesare sconfisse irreparabilmente il rivale. Pompeo cercò quindi rifugio in Egitto, ma lì fu ucciso (48 a.C.). La guerra civile alessandrina, o semplicemente guerra alessandrina (in greco antico: Ἀλεξανδρῖνος πόλεμος, Alexandrȋnos pólemos; in latino: bellum Alexandrinum), fu un conflitto armato combattuto all’interno del regno tolemaico d’Egitto tra i fratelli rivali Tolomeo XIII, Cleopatra e Arsinoe IV nel I secolo a.C., dal 48 al 47 a.C. La guerra diventò subito interesse della repubblica romana (al tempo della guerra civile tra Cesare e Pompeo) quando Tolomeo fece assassinare il fuggitivo Gneo Pompeo Magno; il rivale di questi, Giulio Cesare, accorse in Egitto e risolse la guerra a favore di Cleopatra, che diventò sua amante. Le principali fonti della guerra civile combattuta negli anni 49 – 45 a.C. sono rappresentate dalle biografie di Svetonio (Vite dei dodici Cesari) e di Plutarco (Vite parallele), oltre a Appiano di Alessandria (Storia romana, XIV: Guerre civili, II), Cassio Dione Cocceiano (Historia Romana), Velleio Patercolo (Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo), Marco Tullio Cicerone (Orationes Philippicae, Orationes in Catilinam, Epistulae ad Atticum, Orationes: pro Marcello, pro Ligario, pro Deiotaro, De provinciis consularibus), Marco Anneo Lucano (Pharsalia), e una delle parti in causa, Gaio Giulio Cesare, con i Commentarii De bello gallico e De bello civili.

Nel 44 a.C., la fuga di Cicerone, che temeva di essere ucciso dai sicari di Marco Antonio

Da Wikipedia leggiamo che Cicerone, in seguito alla morte di Cesare. Quando Cesare fu ucciso, il 15 marzo del 44 a.C., a seguito della congiura ordita da Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, per Roma, e per lo stesso Cicerone, si avviò una nuova fase politica, che avrebbe avuto termine solo con l’avvento dell’impero. A causa dell’instabilità politica di Roma, dopo l’assassinio di Cesare, e prima della sua condanna a morte, Cicerone si recava spesso nelle ville dei suoi amici a Velia e forse anche nella villa di Sapri. La decisione di intraprendere questo viaggio era maturata nelle turbolenze successive all’assassinio di Cesare, volendo Cicerone raggiungere la Grecia attraverso una lunga e inusuale, ma più sicura navigazione litoranea che, dalle coste tirreniche, attraversasse lo stretto di Sicilia. Cicerone non fu, certamente, colto di sorpresa dall’assassinio, da parte dei Liberatores, di Giulio Cesare: era sicuramente al corrente della congiura che si andava tessendo, ma decise sempre di tenersene al di fuori, pur manifestando una grande ammirazione per l’uomo che era destinato a divenire il simbolo stesso della congiura, Bruto. E lo stesso Bruto, infatti, con il pugnale sporco del sangue di Cesare ancora in mano, additò Cicerone definendolo l’uomo che avrebbe ristabilito l’ordine nella repubblica. La testimonianza di un’antica città chiamata ‘Bibo ad Sicam‘ o ‘Siccam’ – nelle campagne di Sapri e che, probabilmente fosse stata già conosciuta dagli antichi e quindi anche dallo stesso Cicerone che la cita nelle sue lettere al suo amico di Velia. Dopo il suo rifiuto a partecipare alla vita politica con la costituzione del  primo triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, Marco Tullio Cicerone, si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares, nel 58 a.C. e dopo fu costretto all’esilio. Cicerone, non si diede pace, implorando le sue conoscenze perché favorissero il suo ritorno, ma alcune sue ville furono addirittura distrutte, come quella di Formia che spesso dovette abbandonare a causa delle sue repentine fughe. Verso la metà del I secolo a.C., quando, dopo la congiura e l’uccisione di Giulio Cesare, il questore Romano Marco Tullio Cicerone, si diede alla fuga e, girovagando si recò via mare per le diverse ville sparse sulla costa tra la sua villa di Anzio fino ad arrivare a quelle del Golfo di Policastro. Dunque, come vedremo, è molto probabile che Cicerone, prima di essere ucciso dai sicari di Marcantonio che, lo credette uno dei congiurati trascorse gli ultimi giorni della sua vita proprio in una delle patrizie ville romane che allora vi erano nel Golfo di Policastro come quella che esisteva a Sapri in località S. Croce, l’unica di cui abbiamo la testimonianza essendo i suoi monumentali ruderi ancora esistenti. Cicerone non fu, certamente, colto di sorpresa dall’assassinio, da parte dei Liberatores, di Giulio Cesare: era sicuramente al corrente della congiura che si andava tessendo, ma decise sempre di tenersene al di fuori, pur manifestando una grande ammirazione per l’uomo che era destinato a divenire il simbolo stesso della congiura, Bruto. E lo stesso Bruto, infatti, con il pugnale sporco del sangue di Cesare ancora in mano, additò Cicerone definendolo l’uomo che avrebbe ristabilito l’ordine nella repubblica. In seguito alla sua prescrizione decretata da Antonio, Cicerone lasciò allora Roma e si ritirò nella sua villa di Formia, che aveva ricostruito dopo gli episodi legati a Clodio. A Formia, però, fu raggiunto da alcuni sicari inviati da Antonio, che, aiutati da un liberto di nome Filologo, poterono trovarlo fin troppo facilmente. Cicerone, accortosi dell’arrivo dei suoi assassini, non tentò di difendersi, ma si rassegnò alla sua sorte, e venne decapitato. Una volta ucciso, per ordine di Antonio, gli furono tagliate anche le mani (o forse soltanto la mano destra, usata per scrivere ed indicare durante i discorsi), con cui aveva scritto le Filippiche, che furono esposte in senato insieme alla testa, appese ai rostri che si trovavano sopra la tribuna da cui i senatori tenevano le loro orazioni, come monito per gli oppositori del triumvirato. Prima del suo assassinio, Cicerone, si spostava continuamente in viaggio dalla sua Villa di Formia e scriveva tanto ai suoi fedelissimi amici. Nei primi del ‘400, Francesco Petrarca, nel corso delle sue frequentazioni nei luoghi campani, rinvenne le lettere (Epistole) che il Questore romano Marco Tullio Cicerone scrisse ai suoi fedeli amici, tra cui, vi sono 396 epistole, scritte tra il 68 e il 44 a.C., indirizzate a Tito Pomponio Attico, uomo ricco, appartenente al rango equestre, dotato di grande cultura, seguace dell’Epicureismo e pertanto determinato a non prendere parte attiva alla vita politica. Le epistole di Cicerone furono riscoperte tra il 1345 e il 1389 da Petrarca e dal cancelliere e umanista Coluccio Salutati. Complessivamente furono ritrovate circa 864 lettere, delle quali una novantina furono scritte da corrispondenti. Le epistole furono raccolte e archiviate dal segretario di Cicerone, Tirone, fra il 48 e il 43 a.C. Si dividono in 4 categorie. Alla prima delle 4 categorie appartengono quelle scritte da Cicerone al suo amico Attico. Epistole agli amici (Epistulae ad Familiares) (16 libri). Pare che le lettere scritte da Cicerone, quelle che a noi interessano siano due, ovvero Lettere ad Attico, scritte nel 44 d.C. (quindi proprio quando oramai era arrivata la sua fine) e, sono: epistola 6 del libro 16 e, l’epistola 19, del lib. 14 ad Attico. Subito dopo, il 7 dicembre del ’43 a.C., Cicerone sarà ucciso nella sua villa di Formia dai sicari di Antonio. Tito Pomponio Attico, era grande amico e vecchio compagno di Cicerone. Prese il cognonem di Attico, dopo una lunga permanenza ad Atene. In alcune lettere, Cicerone, cita il toponimo di “Vibonem ad Sicam”Forse proprio le rovine di un’antica città scomparsa di ‘Vibonem ad Sicam’, citata e conosciuta da Cicerone, nelle sue continue fughe. Forse a Sapri, vi era un suo carissimo e potentissimo amico che viveva nella sua villa patrizia, su cui Cicerone poteva fidare, fuggendo dalla sua villa di Formia a causa delle beghe e delle lotte politiche per l’uccisione di Giulio Cesare e la sua successione. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dalla biografia che ne fa Plutarco (….), si evince che Cicerone, pur essendo molto amico di Bruto, e odiasse Giulio Cesare per le sue manie accentratrici, forse abbia avuto un ruolo, sia pur secondario nella tragica fine del dittatore e che a Sapri, Cicerone venisse ad incontrare un personaggio all’epoca molto influente. Attraverso l’epistolario scritto da Cicerone (….), le cui memorie furono poi in seguito riprese da Plutarco (….), veniamo a conoscenza di alcune interessanti notizie che riguardano i nostri luoghi. La raccolta di queste lettere sono dette “Epistole ad Attico”. In alcune di queste lettere scritte da Cicerone ai suoi amici che l’avevano ospitato o in cui egli si recò, egli citò diverse volte alcuni luoghi del Golfo di Policastro.

TALNA, l’amico di Cicerone che più volte l’ospito nella sua villa a Velia

Da Wikipedia leggiamo che Manio Giovenzio Talna (latino: Manius Iuventius Thalna) (… – …) è stato un politico romano. Figlio di un Lucio, che era stato legato in Spagna sotto il comando dell’allora pretore Calpurnio Pisone, Manio divenne tribuno della plebe nel 170 a.C.; con il collega Gneo Aufidio accusò il pretore Gaio Lucrezio circa la sua condotta tirannica ed oppressiva in Grecia. Nel 167 a.C. egli stesso divenne pretore ed ottenne la iurisdictio inter peregrinos; lo stesso anno si appellò al popolo per dichiarare la guerra contro Rodi, nella speranza di averne il comando supremo. Ma non si era precedentemente consultato con il Senato e la sua proposta ebbe la veemente opposizione dai tribuni Marco Antonio e Marco Pomponio. Nel 163 a.C. fu eletto console con Tiberio Sempronio Gracco e gli fu affidata la campagna militare contro i corsi che si erano ribellati, campagna che fu conclusa vittoriosamente in breve tempo. Per riconoscenza il Senato gli riconobbe l’onore di un pubblico ringraziamento; Manio Giovenzio fu travolto dalla felicità per tale riconoscimento, tanto che, mentre offriva un sacrificio agli dei, fu colpito da un attacco di cuore che lo uccise all’istante. Dopo l’omicidio di Cesare, Cicerone fuggì e finì a Velia, città natale di Trebazio. Secondo una delle lettere, sarebbe rimasto lì con un certo Talna, ma alcuni sospettano che, data la forte amicizia e le descrizioni accompagnate da consigli, si trovasse in realtà a casa di Trebatius. Ciò significherebbe che Trebatius a volte veniva anche chiamato Talna dai suoi cari. Un’altra spiegazione di ciò potrebbe essere trovata in un’errata acquisizione della corrispondenza di Cicerone da parte di Petrarca: quando vide il nome Testa, non lo riconobbe, e lo fece Talna perché già esisteva nel Ad Atticum-lettere di Cicerone. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, a pp. 424-425 e ssg., nel suo “Capitolo XI – Di Vibonati, e Sapri”,  in proposito scriveva che: Quando Cicerone dopo la morte di Cesare per le brighe fra Ottavio, ed Antonio fuggì di Roma, andossene alla sua villa a Pompei; di là postosi in barca, andò a Velia, donde (dopo essere stato un giorno in casa di Talna (partì ed andò a Vibone (I).. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 232 parlando di Velia, in proposito scriveva: Era pregiata per la salubrità ed amenità del luogo; e Cicerone quand’era in viaggio vi andava a trovare i suoi amici Talna e Trebazio (4). Etc…”. Il Ciaceri, a p. 232, nella nota (4) postillava: (4) Cic. ad Att. XVI 6, 1; 7, 5; ad fam. VII 20; Phlipp. I 4, 9; X 4, 8; Brut. I 10,4. A Velia gli venne il primo pensiero di scrivere la ‘Topica’, che dedicò appunto a Trebazio (a. 44): ad fam VII 19; cfr. Top. 1, 5.”. Nel 2005, Carlo Di Spigno curò l’edizione Utet, delle “Epistole ad Attico_2”, dove a p. 1460 e sgg. pubblica la lettera n. 6, del libro XVI di Marco Tullio Cicerone contenuta nella sua opera “ad Atticum”. Il Di Spigno, a p. 1460 scriveva che: 414 (XVI, 6) Scr. Vibone VIII Kal. Sext. an. 44″ e, poi, a p. 1461, nella traduzione scrive: 414 (XVI, 6) Scritta a Vibo Valentia il 25 luglio del 44.”. Cicerone inizia così il passo dell’epistole di Cicerone: “(I)……Veni igitur ad Siccam octavo die e Pompeiano, cum unum diem Veliae constitissem; ubi quidem fui sane libenter apud Talnam (1) nostrum nec potui accipi, illo absente praesertim, scilicet. Itaque obduxi posterum diem. Etc…. Nella sua traduzione del testo greco, il Di Spigno, a p. 1461, in proposito scriveva che: (I) …..Dunque sono arrivato da Sicca sette giorni dopo che ero partito dalla mia villa di Pompei, però con un giorno di sosta a Velia, dove mi sono trattenuto proprio volentieri a casa del nostro amico Talna (1) e non avrei potuto essere accolto con maggiore generosità, tanto più che egli era assente. Etc…”. Cicerone scrive che, partitosi otto giorni prima dalla sua villa di Pompei, fa un viaggio per mare, con una barchetta a remi, fa un giorno di sosta a Velia, dove sarà ospite della moglie dell’amico Talna che dice che era assente. Il Di Spigno, a p. 1460, nella nota (1) postillava: (1) Cfr. 299 (XIII, 28), 4, n. 5.”. Infatti, il Di Spigno, riguardo l’amico di Cicerone, Talna, a p….., nella nota (5) postillava: (5) Si tratta probabilmente di Giovenzio Talna, il ‘flosculus Iuventiorum’ di cui a CATULL., 24, I. Suo padre fu buon amico di Cicerone; cfr. 414 (XVI, 6), I.”.

Nel 20 luglio 44 a.C., Cicerone, partito da Pompei il 18 luglio arriva a Velia andando a visitare gli amici Trebazio e Talna, che erano assenti

Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 288, in proposito scriveva che: Cicerone fu di nuovo a Velia, per un giorno, il 20 luglio 44, facendo il viaggio per mare da Pompei, dove aveva una villa, a Vibone (4). Trovandosi a Velia, egli volle andare a visitare gòi amici Trebazio e Talna, ma trovò che erano assenti. Trebazio era il noto giureconsulto C. Trebazio Testa, a cui Orazio finge di rivolgersi, nella prima satira del secondo libro, per averne un parere circa il grado di pericolosità della sua satira (5). Trebazio possedeva a Velia estesi fondi rustici, ed una casa, dinanzi a cui cresceva un albero meraviglioso, che ne impediva la vista. Egli era molto benvenuto a Velia, e la notizia corsa, che voesse disfarsi delle sue possessioni, e abbandonare la città degli avi, per Roma, dove costruiva una casa, aveva messo di cattivo umore i Veliesi. Di questo loro sentimento si fa portavoce Cicerone, aggiungendovi una sua esortazione personale, nella lettera diretta all’amico da Velia, alla vigilia della partenza per Reggio (1). Durante questo viaggio per mare, che durò una settimana. Cicerone, per far piacere all’amico, voltò in latino, affidandosi alla sola memoria, senza il sussidio di libri, la materia dei “Topica” di Aristotele, e dedicò il lavoretto a Trebazio (2). Etc…”. Da Wikipedia, alla voce “Bivona” leggiamo che alla morte di Cesare, Cicerone viene richiamato a Roma, ma deve di nuovo partire a causa della pericolosa situazione venutasi a creare nello scontro con Antonio. È così che nel 44 a.C. sosta nuovamente a Vibo da dove scrive ad Attico: « [..] perveni enim Vibonem ad Siccam [..] Ibi tamquam domi mea scilicet [..] » (IT) « [..] sono giunto a Vibona presso Sicca [..] qui mi pareva di essere a casa mia [..] » (Cic. Att. XVI, 6).

Nel 25 luglio 44 a.C., Cicerone, partito da Pompei il 18 luglio arriva nel fondo dell’amico Sicca che lo ospita a “Vibonem ad Siccam” ed il 25 scrive all’amico Attico. Cicerone si era fermato un giorno a Velia, in casa dell’amico assente Talna

Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 288, in proposito scriveva che: Cicerone fu di nuovo a Velia, per un giorno, il 20 luglio 44, facendo il viaggio per mare da Pompei, dove aveva una villa, a Vibone (4). …..Durante questo viaggio per mare, che durò una settimana. Etc…”. Il Magaldi a p. 288, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Cicerone, Ad Attic., XVI, 6, 1: “Veni igitur ad Sicam octavo die e Pompeiano, cum unum diem Veliae constitissem. Ubi quidem fui sane libenter apud Talnam nostrum nec potui accipi, illo absente praesertim, liberalius (da Vibone, il 25 luglio 44). Cfr. CRISPO, o. c., p. 230.”. Nel 1998, nella mia Relazione sull’ “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“ redatta su incarico del Comune di Sapri per la redazone del nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.), in proposito scrivevo che: “….Marco Tullio Cicerone, nel I sec. navigò ripetute volte per le nostre coste; infatti nella lettera scritta nel 44 ad Attico (60) si legge: “perveni enim Vibonem ad Siccam”.”. Nella mia nota (60) postillavo che: “(60) Cicerone M.T., Lettere ad Attico, libro 16, epistola 6.” riferendomi all’altra notizia e lettere ad Attico. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 230 parlando di Vibo Valentia, in proposito scriveva: “Cicerone, ….e poi vi fu in seguito altre due volte quando, cioè, prendeva la via dell’esilio, ospite dell’amico Sicca (a. 58), ch’era stato ‘praefectus fabrum’ sotto il suo consolato (4), e quando al prevalere di M. Antonio in Roma, dopo l’uccisione di Cesare, fece un viaggio rapidissimo in Sicilia (a. 44)(5). A suo giudizio, era allora la città un nobile ed illustre municipio (6). E il suo piccolo porto aveva per i Romani un’importanza particolare dal punto di vista militare anche perchè di là essi potevano asportare il famoso legname della Sila, facendo ciò che un tempo aveva fatto per Caulonia Ateniesi etc…”. Il Ciaceri, a p. 230, vol. III, nella nota (5) postillava: “(5) Cic. ad Att. XVI, 6, 1.”. Nella mia Relazione (….) citata riportavo la notizia, di cui, per la prima volta aveva dissertato l’Antonini. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, a pp. 424-425 e ssg., nel suo “Capitolo XI – Di Vibonati, e Sapri”,  in proposito scriveva che: “Quando Cicerone dopo la morte di Cesare per le brighe fra Ottavio, ed Antonio fuggì di Roma, andossene alla sua villa a Pompei; di là postosi in barca, andò a Velia, donde (dopo essere stato un giorno in casa di Talna (partì ed andò a Vibone (I). Ed acciò nulla ci si possa opporre sulle parole di Cicerone, le riporteremo belle, ed intiere ‘ad Attico lib. 16. epist. 6 Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Sicam) magis commode quam strenue navigavi; remis enim magnam partem; prodomi nulli: illud fatis opportune. Duo Sinus fuerunt, quos transmitti oportet, Paestanus, & Vibonensis. Utrumque pedibus (2) aequis transmisimus. Veni igitur ad Siccam octavo die a Pompeiano, cum uno die Veliae constitissem, ubi quidem fui fane libenter apud Talman nostrum, nec potui accipi, illo absente praesertim, liberalius, IX. Kal. igitur ad Sicam (3). Questa sola parte basterebbe a convincere Barrio, e suoi ostinati seguaci, perchè in essa vedesi che Cicerone lo chiama ‘Vibo ad Siccam’ e non Vibo Valentia, ma vi si può aggiungere di più che per andare colà, bisognò, che passasse due golfi, quel di Pesto, oggi di Salerno e quel di S. Eufemia etc…”.

Ant.,p. 425

Fu l’Antonini che mise in dubbio la notizia che il fondo di Sicca, che ospitò più volte Cicerone, non si trovasse a Vibo Valentia ma si trovasse nel luogo che Cicerone chiama “Vibonem ad Siccam” che, l’Antonini ipotizza quale città antica posta tra le campagne delle attuali Sapri e Vibonati. L’Antonini prendeva ad esempio la citata lettera ad Attico scritta il 25 luglio del 44 a.C…

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Nel 58 a.C. Cicerone, costretto all’esilio, si reca a Vibone, nella villa (fundus) di un suo amico, Vibio Sicca (56); poi è costretto a lasciare l’Italia, e raggiunge in fretta Turi e Brindisi per imbarcarsi verso la Grecia (57). Nell’interpretazione dell’Antonini, per spiegare la particolare rapidità degli spostamenti di Cicerone, la villa di Sicca doveva trovarsi in Lucania, nel territorio dell’odierna Vibonati. A sostegno di questa tesi, l’Antonini cita Livio, il quale parla della fondazione della colonia latina di Vibone nel 192 a.C., con 4000 famiglie, affermando che il suo territorio era vicino al Bruzio (Bruttiorum proxime), e che i Bruzi l’avevano strappato ai Greci (58)…… L’Antonini cita inoltre anche Plutarco, il quale nella vita di Cicerone, ricordando la sua presenza nella villa di Sicca a Vibone, pone questa località in Lucania (59). Etc…”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (56) postillava: “(56) Su Sicca vd. RUOPPOLO 1988.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (57) postillava: “(57)  Cicerone, Ad Att., III, 2-4; Pro Planc., 40-41, 96-97.”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (58) postillava: “(58) Tito Livio, XXXV, 40, 5-6”. Il La Greca, a p. 30, nella nota (59) postillava: “(59) Plutarco, Cic., 32, 2”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 232 parlando di Velia, in proposito scriveva: Era pregiata per la salubrità ed amenità del luogo; e Cicerone quand’era in viaggio vi andava a trovare i suoi amici Talna e Trebazio (4). Egualmente che Vibone, Velia era un punto toccato da chiunque lungo la costa del Tirreno dalla Campania andasse a Reggio e viceversa (5); ma la città da per sè non aveva più importanza e da questo tempo in poi non c’è più ricordata dagli scrittori antichi.. Il Ciaceri, a p. 232, nella nota (4) postillava: (4) Cic. ad Att. XVI 6, 1; 7, 5; ad fam. VII 20; Phlipp. I 4, 9; X 4, 8; Brut. I 10,4. A Velia gli venne il primo pensiero di scrivere la ‘Topica’, che dedicò appunto a Trebazio (a. 44): ad fam VII 19; cfr. Top. 1, 5.”. Il Ciaceri, a p. 232, nella nota (5) postillava: (5) Cic. Verr. II 40, 99; V 17, 44.”. Dunque, il Ciaceri, a p. 232, nella nota (4) postillava: (4) Cic. ad Att. XVI 6, 1; etc…”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, nel vol. II, nel cap. XII – “Antonio, Cicerone ed Ottaviano”, a pp. 340-341, in proposito scriveva: “Ma egli voleva partire; ed, in fine, dopo avere raccomandate tutte le cose all’amico Oppio, il quale l’aveva spinto a codesta decisione per provvedere meglio alla sua dignità (7) (calcolando di far ritorno in Roma con il principio del nuovo anno, quando fossero entrati in carica i nuovi consoli, Irzio e Pansa, e con il pensiero d’andare a raggiungere gli amici al campo se presto si fosse venuti alle armi, sebbene si lamentasse della lentezza di Bruto nei preparativi di guerra)(8), movendo da Pompei il 18 luglio prendeva il mare (9). Fermatosi un giorno a Velia e successivamente a Reggio, giungeva a Siracusa donde, una sola notte di fermata, navigava alla volta della Grecia; etc…”. Questa la cronistoria del viaggio che Cicerone fece nel 44 a.C.. Dunque, il Ciaceri scriveva che Cicerone, dopo la partenza del 18 luglio 44 a.C. si fermò un giorno a Velia (nella casa dell’amico Talna che però dice essere assente) e, proseguendo il suo viaggio si fermò dall’amico Sicca a Reggio. La lettera in questione non dice che egli si fermò dall’amico Sicca a Reggio ma dice che egli si fermò a “Vibonem ad Siccam”, di cui l’Antonini ha fatto notare non essere “Vibo Valentia, ma essere una località molto prossima a Velia. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (7) postillava: “(7) ad Famil. (ad Oppium) XI 29 (primi di Luglio); cfr. ad Att. XV 26, 1”. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (8) postillava: “(8) ad Att. XVI 4, 4; cfr. 2, 4 “. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (9) postillava: “(9) ib. XVI 3, 61 (17 Luglio”. A questo punto, il Ciaceri aggiunge che, in seguito Cicerone: Abbandonò l’idea del viaggio in Grecia e rifacendo la stessa via presso Velia s’incontrò con Bruto, etc…” prosieguo che vedremo nella prossima lettera, la n° 7. Ritornando alla lettera del 25 luglio 44 a.C., la lettera n° 6 del libro 16 dell’anno 44 a.C.. ci chiediamo che era questa la lettera a cui alcuni storici locali (Tancredi, Guzzo, Cesarino) attribuivano a Cicerone la famosa frase “Parva gemma maris inferi” ?. Nel 2005, Carlo Di Spigno curò l’edizione Utet, delle “Epistole ad Attico_2”, dove a p. 1460 e sgg. pubblica la lettera n. 6, del libro XVI di Marco Tullio Cicerone contenuta nella sua opera “ad Atticum”. Il Di Spigno, a p. 1460 scriveva che: 414 (XVI, 6) Scr. Vibone VIII Kal. Sext. an. 44″ e, poi, a p. 1461, nella traduzione scrive: 414 (XVI, 6) Scritta a Vibo Valentia il 25 luglio del 44.”. Cicerone inizia così il passo dell’epistole di Cicerone: “(I) Ego adhuc (perveni enim Vibonem ad Siccam) magis commode quam strenue navigavi; remis enim magnam partem, prodromi nulli. Illud satis opportune, duo sinus fuerunt quos tramitti oporteret, Paestanus et Vibonensis, utrumque pedibus aequis tramisimus. Veni igitur ad Siccam octavo die e Pompeiano, cum unum diem Veliae constitissem; ubi quidem fui sane libenter apud Talnam (1) nostrum nec potui accipi, illo absente praesertim, scilicet. Itaque obduxi posterum diem. Sed putabam, cum Regium venissem, fore ut illic “δολιχον πλοον ορμαινοντες” (2) cogitaremus corbitane Patras an actuariolis ad Leucopetram Tarentinorum (3) atque inde Corcyrm; et, si oneraria, statimme freto an Syracusis. Etc..”. Nella sua traduzione del testo greco, il Di Spigno, a p. 1461, in proposito scriveva che: (I) Fino ad ora (sono giunto a casa di Sicca a Vibo Valentia) ho compiuto il viaggio per mare più placidamente che rapidamente: in gran parte a remi: il soffio dei venti di nord-nord est non si era sentito affatto. E’ capitato ben a proposito perché due erano i golfi che bisognava oltrepassare, quello di Pesto e l’altro di Vibo: abbiamo attraversato ciascuno dei due a pié fermo. Dunque sono arrivato da Sicca sette giorni dopo che ero partito dalla mia villa di Pompei, però con un giorno di sosta a Velia, dove mi sono trattenuto proprio volentieri a casa del nostro amico Talna (1) e non avrei potuto essere accolto con maggiore generosità, tanto più che egli era assente. Quindi il 24 sono giunto da Sicca. Qui, naturalmente mi trovo come se fossi a casa mia. Pertanto sto aggiungendo al mio soggiorno anche il giorno successivo. Ma penso che, una volta raggiunto Reggio,  lì, “meditando sulla lunga nagigazione”(2), dovremo riflettere se far rotta per Patrasso con una nave da carico, oppure puntare con delle barche a remi su Leucopetra Tarentina (3) e di lì su Corcira; nell’ipotesi etc…”. Il Di Spigno, a p. 1460, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. 299 (XIII, 28), 4, n. 5” e, a p. 1460, nella sua nota (2) postillava che: (2) Cfr. Hom., ‘Od.’ III, 169, inserito con la tecnica ad intarsio”. Dunque, anche il Di Spigno, nella traduzione dal greco scrive: (I) Fino ad ora (sono giunto a casa di Sicca a Vibo Valentia) ecc…”, ma nutriamo forti dubbi che si tratti di Vibo Valentia. La cosa non è di poco conto. Cicerone, il 24 luglio del 44 a.C. si trovava ospite a casa dell’amico Sicca a Vibo Valentia o si trovava non molto distante da Velia visto che aveva fatto il viaggio con una barchetta a remi e quindi a “Vibonem ad Siccam” ?. Dunque, il 25 luglio 44 a.C., Cicerone è a casa dell’amico Sicca a “Vibonem ad Siccam”, dove era giunto il 24 luglio del 44 a.C. e, dove, il 25, il giorno dopo scrive all’amico Attico. Cicerone scrive che, partitosi otto giorni prima dalla sua villa di Pompei, fa un viaggio per mare, con una barchetta a remi, fa un giorno di sosta a Velia, dove sarà ospite della moglie dell’amico Talna che dice che era assente. Il Di Spigno, a p. 1460, nella nota (1) postillava: (1) Cfr. 299 (XIII, 28), 4, n. 5.”. Infatti, il Di Spigno, riguardo l’amico di Cicerone, Talna, a p….., nella nota (5) postillava: (5) Si tratta probabilmente di Giovenzio Talna, il ‘flosculus Iuventiorum’ di cui a CATULL., 24, I. Suo padre fu buon amico di Cicerone; cfr. 414 (XVI, 6), I.”. Dunque, ritornando alla lettera di Cicerone ed al suo viaggio, l’arrivo il 24 luglio nel fondo dell’amico Sicca a “Vibone ad Siccam”, alla sosta di un giorno a Velia a casa dell’amico Talna, gli storici locali, come io credo, giustamente hanno interpretato la località “Vibonem ad Siccam” come “Sapri”, a differenza della maggioranza degli studiosi che pone questa località quale “Vibo Valenzia”. Resta comunque un dubbio sull’anno che i due autori locali pongono. La lettera da me citata riguarda l’anno 44 a.C., mentre i due autori, ci parlano dell’anno 75 a.C.. Tuttavia, è vero che Cicerone, nel 75 a.C., si recò in viaggio in Sicilia ed in una lettera del 71 a.C. scrisse di “Vibone”, dove era ospite dell’amico Sicca o Vibio Sicca, ma, riguardo il viaggio di andata di Cicerone in Siciliano non si sa molto. Riguardo la trascrizione dell’epistola ad Attico di Cicerone, l’Antonini in proposito nella sua nota (3) postillava che: “(3) Devesi avvertire, che nell’edizione dell”Epistole ad Attico’ fatta da Aldo Manunzio nel MDXIII. trovansi diversamente notate le date, i luoghi e ‘l numero dell”Epistole.”. Cicerone aggiunge che dopo aver navigato da Pompei l’ottavo giorno si era fermato a Velia dove si era fermato nella villa dell’amico “Talmam” (….) e, in seguito si recò nella villa di “Sica”. L’Antonini, nella nota (I), dice di trarre la notizia dalla ‘Storia’ di Francesco Fabricio (….). L’Antonini (….), nel parlare del ‘Sinus Vibonensis’ si riferiva a Francesco Fabricio (….) ed al suo testo sulla vita o la storia di Cicerone ‘Ciceronis HIstoria’, del 1569. L’Antonini confuta ciò che aveva scritto Fabricio che credeva si trattasse di Vibo Valenzia e non della nostra Vibone. La seconda lettera, Epistola n. 19 del Libro XIV, è la lettera che Marco Tullio Cicerone scrive ad Attico ‘Sal.’ da “Scr. in Pompeiano VIII Id. Mai. an. 44.” (anno ’44 a.C.) (372, Libro XIV, 19). Il Di Spigno (….) che ha curato l’edizione delle ‘Lettere ad Attico’ a p. 1333, nella sua traduzione scrive “Scritta nella villa di Pompei l’8 maggio del 44.”. A sostegno di questa tesi, l’Antonini (….), cita lo scrittore greco Plutarco (….), che visse sotto l’Impero romano e scrisse la biografia di diversi personaggi illustri. Antonini, dice che Plutarco (….), nella sua “Vita di questo Oratore”, scrive che “per venire qui: Lucaniam pedestri itinire percurrit, e chiama Hipponem il nostro Vibone, dicendo, esser in Lucania: (riporta il passo scritto in greco da Plutarco), Hipponii vero (quod oppidum est Lucaniae, Vibonem dicunt nunc, il volete più chiaro?).”. L’Antonini, a sostegno della sua tesi che Cicerone si riferisse al nostro Vibonati cita anche Plinio (…), dicendo che egli nel cap. 5 del lib. 3: “aveva incontro al nostro Vibone situato alcune isole col nome d’Ithacesiae: Et contra Vibonem parvae sunt Insulae, quae vocantur Ithacesiae, Ulyssis specula”, e sulla base di ciò detto l’Antonini affermava non essere il Vibo Valenzia ma un luogo a noi prossimo. Le isole ‘Ithacesiae’ di cui parla l’Antonini e Plinio, sono degli isolotti che ricorrono in tutte le carte d’Italia annesse alla ‘Geografia’ di Tolomeo, come possiamo vedere nel codice greco più antico conosciuto, il  Codice Vaticano Urbinate Greco 82, di cui l’immagine di Fig….., ne illustra un particolare della carta dell’Italia. Ma come abbiamo cercato di dire e dimostrare alcuni autori come Plutarco (….) dicono non si tratti di Vibo Valenzia in Calabria anche perchè questa cittadina aveva un porto molto distante dalle ville della costa Velina. E’ molto probabile che si tratti della baia e del porto di Sapri. L’Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, alla pagine 424-425, disserta sul toponimo di  ‘Vibone‘ e, citando “l’Abbate Aceti” scriveva che, il Questore romano, Marco Tullio Cicerone, nelle sue “Epistole ad Attico” (una raccolta di lettere che Cicerone scrisse a diversi suoi amici subito dopo la congiura che portò alla morte di Giulio Cesare), si riferiva all’antico toponimo (nome di luogo) riferito a Sapri o al porto naturale di Sapri. Infatti, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, nelle sue “lettere ad Attico”, cita più volte il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘. L’antica città romana o ‘Latina’ di cui parlava Cicerone nelle sue famose lettere allo amico Attico. Bibo ad Siccam odie ruin.. Dal punto di vista strettamente bibliografico e, storiografico, il primo a riferire del toponimo “Bibo ad Sicam”, è stato il Barone di S. Biase (natio di Cuccaro Vetere), Giuseppe Antonini, nella sua ‘Lucania’ (…). Nel 1745 e in seguito, nel 1795, il nipote Matteo Egizio, pubblicò la “Lucania – I Discorsi”, del barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….) che, ci parla per la prima volta di un Bibo ad Sicam o ‘Siccam’ (…), citata da Cicerone (…). L’Antonini (….), è il primo a riferire del toponimo (nome di luogo), attribuendolo e credendo si riferisca a Sapri,  il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, che era spesso in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per latro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Ecc…”. Riguardo questo passaggio dell’Antonini (….), Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 740 parlando di Vibonati in proposito scriveva che: “Naturalmente è da escludere l’ipotesi dell’Antonini (3) che vuole Vibonati denominato da un’isoletta che le sarebbe quasi di fronte “Vibo ad Sicam, e Siccam” e che ubica ivi la Vibone di Cicerone (4). Già il Troyli (5) aveva fatto giustizia di questa ipotesi quando scriveva “lasciando da parte l’opinione di qualche altro Autore, che per amore della sua Lucania la vorrebbe ne’ Bonati; da Vibone diducendolo Vibonati, con una etimologia molto nuova”. Dello stesso parere il Soria (6), più incisivo il Magnoni (7).”. Ebner a p. 740 nella sua nota (5) postillava che: “(5) Troyli, cit., I, p. 419, p. 178.”. Dunque Pietro Ebner (….) dando torto all’Antonini citava l’opera dell’abbate Troyli (….) riferendosi al tomo I, p. 419 e p. 178 del suo ‘Istoria generale del Reame di Napoli etc…’ dove a p. 176 del tomo I parlando di Vibo Valenzia in proposito scriveva che:

Troyli, tomo I,, p. 177

L’Antonini continua il suo discorso argomentando su ciò che aveva scritto Gabriele Barrio (….), di cui parlerò in seguito che voleva che il ‘Vibone’ citato da Cicerone fosse l’attuale Vibo Valenzia in Calabria. Figuriamoci se Cicerone nel fuggire dopo l’uccisione di Giulio Cesare si fosse recato a Vibo Valenzia e non come voleva giustamente l’Antonini nel golfo di Policastro che gli antichi chiamarono “Seno Vibonense” e, che altri in seguito, come vedremo chiamarono “Seno Saprico”. L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Infatti, l’Antonini aggiungeva che: “Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”. Certo è che le ‘Cammerelle’, come si mostravano prima degli anni ’80, somigliano ai ‘criptoportici’ (così detti da Schmiedt) di alcune ville patrizie romane a Formia, dove vi era anche la villa di Cicerone. Questo studio, riapre nuovi scenari circa il pasaggio e la conoscenza che il grande oratore Cicerone, avesse dei nostri luoghi. L’Antonini (….), è il primo a riferire del toponimo (nome di luogo), attribuendolo e credendo si riferisca a Sapri,  il Questore romano, Marco Tullio Cicerone che, nel I secolo, che era spesso in viaggio navigando ripetute volte per le nostre coste. Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per latro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”. L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Infatti, l’Antonini aggiungeva che: “Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”. Nel 1975, lo studioso  Giulio Schmiedt (…), pubblicò un’interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (…) riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato ‘Vibo ad Sicam’ che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino”. Sulla questione ancora oggi dibattuta dagli storici, ovvero se si trattasse di Vibo Valenzia o piuttoto di una Vibone Lucana, l’Antonini (….), nella sua ‘Lucania’, alla pagina 424, disserta sul toponimo di  ‘Vibone‘, credendo che si riferiva a Sapri, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, quando scriveva e citava nelle sue Epistole il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘ e, dedica molte pagine a Vibonati, dissertando sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva essere la Vibo Valenzia in Calabria e, confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di ‘Vibone’, dava torto a Barrio e cita anche Pomponio Mela (…), Tito Livio (…) e Plinio (…). L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. Antonini, parlando di Vibone’, dando torto a Barrio (…) e cita anche Pomponio Mela. Anche il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, traeva questa notizia dalle epistole papali di papa S. Gregorio Magno e, nella nota (48), a p…., del Visconti (…), che postillava il Laudisio (…), scriveva: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, ovvero il Laudisio (…), nel riportare la notizia secondo cui: Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile.”, l’aveva tratta dal Barrio (…), nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s., molto prima dell’Ughellio (…), scriveva sull’antica Vibonati e su alcune notizie citate dal Laudisio (…), credendola l’antica Vibone Lucana o “Hipponium”:

Barrio, parte I, libro II, p. 139

(Fig…) Barrio (…), Tomo V, parte I, libro II, p. 139

Nel 17 agosto 44 a.C., Cicerone incontra Bruto a Velia, nella villa dell’amico Thalna

Il 17 agosto 44: Cicerone incontra M. Bruto nelle vicinanze di Velia, prima della partenza di questi per la Macedonia: Att. XVI, 7, 5; Phil. I, 9. Cf. RUETE 1883, 10 n. 40; DG 6, 294; CIACERI 2, 343; GELZER 1969, 345; SB 1971, 245; STOCKTON 287; KUMANIECKI 1972, 515; FEDELI 1973, 411; BELLINCIONI 1974, 202; FUHRMANN 246; MARINONE a. 44 A. Att. XVI, 7, 5: XVI Kal. Sept. [17 agosto] cum venissem Veliam, Brutus audivit […] pedibus ad me statim

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Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia, etc…”, nel vol. III continuando il suo racconto e parlando delle nuove colonie romane, a p. 232 parlando di Velia, in proposito scriveva: Era pregiata per la salubrità ed amenità del luogo; e Cicerone quand’era in viaggio vi andava a trovare i suoi amici Talna e Trebazio (4). Egualmente che Vibone, Velia era un punto toccato da chiunque lungo la costa del Tirreno dalla Campania andasse a Reggio e viceversa (5); ma la città da per sè non aveva più importanza e da questo tempo in poi non c’è più ricordata dagli scrittori antichi.. Il Ciaceri, a p. 232, nella nota (4) postillava: (4) Cic. ad Att. XVI 6, 1; 7, 5; ad fam. VII 20; Phlipp. I 4, 9; X 4, 8; Brut. I 10,4. A Velia gli venne il primo pensiero di scrivere la ‘Topica’, che dedicò appunto a Trebazio (a. 44): ad fam VII 19; cfr. Top. 1, 5.”. Il Ciaceri, a p. 232, nella nota (5) postillava: (5) Cic. Verr. II 40, 99; V 17, 44.”. Dunque, il Ciaceri, a p. 232, nella nota (4) postillava: (4) Cic. ad Att. XVI 6, 1; 7, 5; “, ovvero postillava dell’altra lettera scritta ad Attico del 17 agosto 44, quando Cicerone si era recato di nuovo a Velia nella casa dell’amico di Velia, Trebazio Testa, e poi, in questa occasione parla dell’incontro che ebbe con l’amico Bruto e sua moglie Porzia. Si tratta della lettera (in “ad Atticum”), libro 16, n° 7 del 17 agosto 44 a.C…Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, nel vol. II, nel cap. XII – “Antonio, Cicerone ed Ottaviano”, a pp. 340-341, in proposito scriveva: “Ma egli voleva partire; ed, in fine, dopo avere raccomandate tutte le cose all’amico Oppio, il quale l’aveva spinto a codesta decisione per provvedere meglio alla sua dignità (7) (calcolando di far ritorno in Roma con il principio del nuovo anno, quando fossero entrati in carica i nuovi consoli, Irzio e Pansa, e con il pensiero d’andare a raggiungere gli amici al campo se presto si fosse venuti alle armi, sebbene si lamentasse della lentezza di Bruto nei preparativi di guerra)(8), movendo da Pompei il 18 luglio prendeva il mare (9). Fermatosi un giorno a Velia e successivamente a Reggio, giungeva a Siracusa donde, una sola notte di fermata, navigava alla volta della Grecia; senonchè, oltrepassata la costa di Sicilia dai venti contrari era respinto a Leucopetra e, costretto a fermarsi, alloggiava nella villa del suo amico Valerio (10). Quivi venivano a visitarlo molti della vicina Reggio; e da persone che giungevano da Roma (fra le quali era uno che essendo stato ospite di Bruto, lo aveva lasciato a Napoli) sentiva parlare d’un gran mutamento avvenuto negli affari pubblici, che faceva sperare in una generale conciliazione: disposto Antonio a sottostare all’autorità del Senato avrebbe abbandonata la pretesa delle provincie galliche e si sarebbe accordato con Bruto e Cassio, i quali sollecitavano tutti i principali senatori ad intervenire alla seduta del senato del 1° Settembre desiderando sovratutto la presenza di lui, Cicerone, e lamentandone l’assenza in siffatto momento (1). Abbandonò l’idea del viaggio in Grecia e rifacendo la stessa via presso Velia s’incontrò con Bruto, che trovavasi con le sue navi vicino il fiume Alete e che lo ragguagliò degli ultimi avvenimenti informandolo, fra l’altro, della seduta del Senato del 1° Agosto, nella quale Pisone aveva osato per il primo di muovere un’invettiva contro Antonio, per cui Bruto lo portava al cielo, sebbene nessuno dei Senatori avesse avuto l’animo d’assentire a quanto egli diceva (2).. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (7) postillava: “(7) ad Famil. (ad Oppium) XI 29 (primi di Luglio); cfr. ad Att. XV 26, 1”. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (8) postillava: “(8) ad Att. XVI 4, 4; cfr. 2, 4 “. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (9) postillava: “(9) ib. XVI 3, 61 (17 Luglio”. Il Ciaceri, a p. 340, nella nota (10) postillava: “(10) ad Famil. (ad Trebatium) XII 20 (20 Luglio); VII 19 (28 Luglio); Philipp. I 3, 7 “. Il Ciaceri, a p. 341, nella nota (1) postillava: “(1) ad Att. XVI 7, 1; Philipp. I 3, 8 “. Il Ciaceri, a p. 341, nella nota (2) postillava: “(2) ib. XVI 7, 5 e 7; ad Famil. (ad Cassium) XII 2, 1 (fine Sett.); Philipp. I 4, 10: 6, 14; V 7, 19; cfr. XII 6, 14 “. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 88, in proposito scriveva che: “..e Bruto, dopo l’uccisione di Cesare, andò colla flotta a Velia ed ivi vide Cicerone, che tentò persuaderlo di tornare a Roma (3).”. Carucci, a p. 88, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Cic., I e X Filippica, VI e XV epistola. In quella ad Atticum leggesi: Erat enim (Brutus) cum suis navibus apud Helectem fluvium intra Veliam tria millia passuum’. Plutarco poi, nella Vita di Bruto, dice che il figlio adottivo di Cesare a Velia lasciò la moglie Porzia, quando partì per la Grecia.”.

Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a pp. 289-290, in proposito scriveva che: Il 17 agosto del 44 avvenne a Velia l’incontro – e fu quello ultimo incontro – di Cicerone con Bruto. Cicerone era sbarcato a Velia, respintovi dal vento contrario, che egli aveva impedito di proseguire l’intrapreso viaggio per la Grecia, dove egli voleva ritirarsi. Per consiglio di Bruto, egli non ripartirà più per la Grecia, ma farà ritorno a Roma, per riprendervi la lotta. Bruto veniva da Roma, ed era diretto in Grecia, dove si andava a stabilire dopo che il fallimento della congiura da lui ordita non gli consentiva di rimanere più nella Capitale. Costretto ad abbandonare l’Italia, aveva attraversato la Lucania e aveva raggiunto il mare a Velia, nel cui porto le sue navi lo aspettavano alla fonda (p. 34). L’incontro fra i due personaggi fu dei più trepidi ed affettuosi. Cicerone lo ricorda con commosse parola (3). Bruto era stato accompagnato, fino a Velia, dalla moglie Porzi, e là, i due si separarono, partendo l’uno per la Grecia, tornando l’altra a Roma (1). A questo punto della sua narrazione, Plutarco riferisce l’episodio di Porzia, che si commuove dinanzi alla scena, raffigurata in un quadro, dell’addio di Ettore ad Andromaca. Prima di lasciare Velia, dobbiamo ricordare un altro suo cittadino illustre, Papinio Stazio etc…”. Il Magaldi, a p. 289, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Plutarco, Brutus, XXIII, 1 (a. 44): “………….”; Cicerone, Ad Atticum, XVI, 7, 5 (19 ag. 44): “Nam, XVI Kal. Sept. cum venissem etc…”. Il Magaldi, a p. 290, nella nota (1) postillava: (1) Cfr. Plutarco, XXIII, 2 (a. 44): “‘Οθεν (cioè da Velia) η Πορχια μελλουσα παλιν εις ‘Ρωμην αποτραπεσθαι”.”.

Da Wikipedia leggiamo che dopo la morte del padre di Porcia nel luglio 45 a.C., Marco Bruto, suo cugino, divorziò da Claudia e sposò Porcia. Molti non videro bene il divorzio, ma il partito di Pompeo lo accettò. Inoltre, Porcia era completamente innamorata di Bruto. Ebbero un figlio, ma morì quando era piccolo, nel 43 a.C. Bruto decise di attaccare Cesare. Sposò in prime nozze Marco Calpurnio Bibulo (un alleato politico del padre) e successivamente Marco Giunio Bruto, suo primo cugino. Plutarco tramanda che Porcia abbia ricevuto una ferita alla coscia in preparazione alla tortura, per provare che soffriva. A causa della ferita, ha sofferto di forti dolori, febbre e brividi. Bruto era molto preoccupato. Quando raccontò al marito della ferita, decise che non gli avrebbe nascosto nulla, perché vide che poteva fidarsi di lui. Porzia fu costretta a fuggire ad Anzio assieme a Bruto, poi si rifugiarono a Napoli ed infine a Velia da dove Bruto partì per la Grecia lasciandola sola. Si raccontava che Porzia, sempre attenta a non far trasparire le sue emozioni, rimase impassibile sulla banchina mentre la nave che le portava via il marito lasciava il porto.La città di Velia, in epoca romana, dopo la guerra sociale, divenne il municipio di Velia e fu meta di personaggi illustri quali Bruto e Cicerone che soggiornarono qui. Elea-Velia fu tappa di viaggio obbligata per Paolo Emilio, il vincitore di Pidna; Bruto e la moglie Porzia vollero conoscerla; Cicerone ne apprezzò le cure termali, che – la leggenda vuole – avevano ridato la salute ad Augusto di ritorno dall’Oriente; Orazio guarì, invece, da una quasi totale cecità. Con il passare degli anni Velia perse il suo antico splendore per via del progressivo interramento dei due porti che fornivano la maggiore risorsa commerciale della città. Venne distrutta dai Saraceni fra l’VIII ed il IX sec d. C. Da Wikipedia leggiamo che Marco Giunio Bruto (in latino: Marcus Iunius Brutus, pronuncia classica o restituta: [ˈmaːrkʊs ˈjuːnɪ.ʊs ˈbruːtʊs]; Roma, 85 a.C. o 79-78 a.C. – Filippi, 23 ottobre 42 a.C.), ufficialmente noto dopo l’adozione come Quinto Servilio Cepione Bruto (Quintus Servilius Caepio Brutus), è stato un politico, oratore, filosofo e studioso romano, senatore della tarda Repubblica romana e uno degli assassini di Giulio Cesare; fu difatti una delle figure preminenti della congiura delle Idi di marzo assieme a Gaio Cassio Longino e a Decimo Bruto. Eufemia Guariglia, nella sua Tesi di Laurea per il Politecnico di Milano, in proposito scriveva che Velia divenne ben presto un rifugio privilegiato dell’aristocrazia romana, per la fama della sua cultura, per l’importante scuola medica e per la bellezza dei luoghi: Bruto aveva qui una villa e Cicerone fu spesso ospite del suo amico Trebazio che aveva a Velia una splendida villa sul mare. Subito dopo, il 7 dicembre del ’43 a.C., Cicerone sarà ucciso nella sua villa di Formia dai sicari di Antonio.

Nel 42 a.C., Cesare Ottaviano Augusto e la Lucania in epoca Augustea

Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 7, in proposito scriveva che: “Nell’età di Augusto, quando l’Italia ebbe una ripartizione amministrativa, di cui si dirà in seguito, nella quale la Lucania, insieme col Bruzio, formò la III regione, i suoi confini saranno stati quelli dati da Strabone (1). Era compresa fra il mare Tirreno e lo Jonio; su quel mare si prolungava dal Sele fino a Lao; su questo da Metaponto fino a Turio. Nell’interno si estendeva dal territorio dei Sanniti – non meglio determinato (2) – fino all’istmo compreso fra Turio e Celille, presso Lao (3). E così a sud il confine col Bruzio era segnato all’incirca da quella linea ideale che congiunge le foci del fiume Crati e del Lao, là dove la larghezza della penisola italiana è quasi la minima; il Bradano segnava sommariamente il limite con l’Apulia (4) e il Sele nel suo ultimo tratto, dalla confluenza del Calore in poi, divideva la Lucania dalla Campania (5).”. Il Magaldi, a p. 7, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Strabone, VI, 255: “…………………..”; Plinio, Nat. Hist., III, 11, 97: “oppidum Metapontum, quo tertia Italiae regio finitur; Plinio, Nat. Hist., III, 5, 71: “A Silero regia tertia et ager Lucanus Bruttiusque incipit; III, 5, 72: “…….Laus amnis….Ab eo Bruttium litus; Strabone, VI, 252: “Μετα δε Πυξουντα (Λαος) χολπος χαι ποταμος Λαος χαι πολις, εσγατη των Λευχανιδων….”.”. Il Magaldi, a p. 47, in proposito scriveva che: “Altra zona della Lucania interna molestata dalla malaria nell’antichità fu il Vallo di Diano, nel quale si resero necessari, come si disse (p. 28), lavori di bonifica.”. Il Magaldi, a p. 255, in proposito scriveva che: “Per la lucania noi siamo informati della esistenza di “curatori del comune” a Teggiano, ad Atina, a Volceio, a Bussento, a Velia, a Potenza, a Cosilino (1).”. Il Magaldi, a p. 255, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. C.I.L., X, *482: Buxentin (orum);…Al Patroni che l’ha pubblicata, la lapide di Cosilino è sembrata, per i caratteri, approssimativamente del III sec. a.C. (in “Notizie” cit., p. 111).”. Il Magaldi, a p. 256, in proposito scriveva che: “Augusto divise l’Italia in undici “regioni”, come ci è attestato da Plinio il Vecchio (4). Nella ‘discriptio Italiae’ augustea la Lucania e il Bruzio costituirono la III regione (Lucania et Bruttii), confinante con la II (Apulia et Calabria), e con la I (Campania)(5).”. Il Magaldi, a p. 256, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Plinio, N.H., III, 5, 46; cfr. Cassiodoro, Variae, III, 52, 6.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 8, in proposito scriveva che: “L’andamento del confine augusteo porta con sè l’esclusione della Lucania odierna del distretto del Melfese in cui oggi si trova Venosa, che faceva parte della II regione, dell’Apulia e l’aggiunzione, invece, del Cilento, che oggi appartiene alla provincia di Salerno, e dell’antico circondario di Castrovillari, al di là della linea naturale di divisione costituita dal M. Pollino nonchè dal territorio percorso dal Sele e dai suoi affluenti di sinistra.”. Il Magaldi (…), a p. 10, in proposito scriveva che: “Un’altro scrittore autorevole dell’età di Augusto, il geografo Strabone, colloca la città al limite della Lucania col Sannio (5) e afferma che per lui Venosa è città sannitica (6). Naturalmente queste notizie contraddittorie hanno valore per un periodo anteriore alla divisione Augustea, e la dichiarazione di Strabone che abbiamo etc…”.  che:

Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 1743 pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 48 e ssg. nel cap. II: “Dei fiumi etc…”, in proposito scriveva che: “Da Turio che un tempo fu sotto l’Imperio de’ Lucani, come avvisato abbiamo trasse l’origine la Famiglia Ottavia, da cui discese Ottaviano Cesare, che fu la maggior lumiera del Romano Imperio; ebbe perciò la Famiglia il cognome di Torina, come avvisò ‘Svetonio’ (a), onde Marcantonio gran Antagonista, ed Emulo di detto Augusto per dispreggio lo chiamava Turino, quasi che rinfacciar gli volesse la basseza de’ Natali, quando il dilui Bisavo fu Tribuno, che valorosamente combattè nella Cicilia sotto la condotta d’Emilio Pappo, ed era di famiglia equestre.”. Il Gatta, a p. 48, nella nota (a) postillava: “(a) Svetonio lib. 2 in vita Octavi Augusti: Infanti cognomen Thurino inditum est, in memoriam Majorum originis.”.

Nel 42 a.C., Buxentum e l’ascesa al potere di Cesare Augusto Ottaviano

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Sotto Augusto Buxentum fu compresa nella III^ Regione Italica (Lucania e Brutium) l’anno 42 a. C…Fra le maggiori località costiere di origine greca, come ecc.., nonchè Blanda Julia (Maratea) e Velia e Vibo ad Siccam (Vibone Lucana), Pixunte non doveva essere inferiore, perchè, pur non essendo un centro di grande entità, era, più che oggi, soggiorno turistico specialmente per gli uomini illustri come Cicerone, Orazio, ecc…Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc…e tre lapidi, etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 28-29, in proposito scriveva che: La città di Bussento tuttavia si svilupperà a poco a poco, nel II e nel I sec. a.C., raggiungendo una certa floridezza nella prima età imperiale”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 331, parlando di Policastro Bussentino scriveva che: “Dopo la riforma di Diocleziano, anche il territorio di Bussento venne attribuito al Bruzio (12).”. L’Ebner, a p. 331, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Liber coloniarum, Lachmann, p. 262, 9 sg., p. 209, 14, sg.”. Ebner si riferiva al testo del filologo tedesco Karl Lachmann (….). Recentemente il testo “Liber Coloniarum” è stato tradotto da Giacinto Libertini (….), nel suo “Gromatici Veteres etc…Gli antichi Agrimensori etc…”, dove ci parla della Provincia III del Brutium e di Buxentum e del suo territorio, a p. 260. L’Ebner a p. 331, nella sua nota (13) postillava che: “(13) P. Natella e P. Peduto, Pixous-Policastro, “Universo”, 3, 1973 (per altre notizie e per l’importante bibliografia), p. 483 sgg. Cfr. pure Magaldi. Etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: 8. Frattanto Buxentum fra l’età augustea e la metà del I sec. d.C. vede la monumentalizzazione dell’impianto urbano, con edifici pubblici, la sistemazione del foro, la costruzione di un macellum o mercato coperto, ed una serie di iscrizioni dedicatorie per la famiglia imperiale; nell’insieme, la città mostra numerosi segni di vitalità, come importante centro amministrativo del territorio e centro commerciale allo sbocco del Vallo di Diano, legato al porto (74). Quest’ultimo era alla foce del fiume Bussento, (nell’antichità arretrata di circa 4 km rispetto all’attuale), sul terrazzo marino di riva sinistra a sud-ovest di Policastro (75). La presenza di dediche per membri della famiglia Giulio-Claudia (per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia, e per Germanico)(76) è spiegata in connessione a proprietà imperiali nella zona, o in relazione ad assegnazioni coloniarie ai veterani di Augusto. Sono presenti numerose ville nel territorio, con importanti attestazioni archeologiche, come ad es. un rilievo tardo-repubblicano di produzione regionale affine a rilievi coevi del Vallo di Diano (77).”. Il La Greca, a p. 36, nella nota (74) postillava che: “(74) GUALTIERI 2003, pp. 104-110; BRACCO 1981b; BRACCO 1983.”. Il La Greca, a p. 36, nella nota (75) postillava che: “(75) SCHMIEDT 1966, pp. 322-324”. Il La Greca, a p. 36, nella nota (76) postillava che: “(76) CIL X 459-460.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (77) postillava che: “(77) Vd. GUALTIERI 1996.”. Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo “Pyxous-Buxentum”, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988, a pp. 703-704 , in proposito scriveva che: “In epoca Imperiale, la città è citata dai geografi (7), mentre dall’epigrafia apprendiamo che si trattava di un ‘municipium’ retto da ‘duoviri’, che era iscritta alla ‘tribus Promptina’, e che possedeva un foro ed un ‘macellum’ (8).”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (7) postillava che: “(7) Plin. Ili, 5, 72; Pomp. Mela II, 4, 69 (Buxantium); Ptolem. Ili, 1, 8 (βούξεν-τον) ; Geogr. Rav. IV, 32”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (8) postillava che: “(8) CIL X, I, n° 461 ; V. Bracco, // foro di Buxentum, in Scritti sul mondo antico in onore di F. Grosso, Roma, 1981, p. 77-84; Id., Il Macellum di Bussento, in Epigraphica, XLV, 1983, p. 109-115.”. Da Wikipedia leggiamo che segue infatti un lungo periodo di silenzio delle fonti, grazie alle citazioni dei geografi, sappiamo che l’insediamento era sicuramente attivo in età imperiale. L’evidenza epigrafica rivela inoltre che, in ètà imperiale, la città era eretta a municipium, amministrato da duoviri, nel quale si annoveravano un foro e un macellum. Sempre da fonti epigrafiche si sa che il municipio era assegnato alla tribus Pomptina.

Nel …… d.C., Paestum e Velia e Cesare Augusto Ottaviano

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 261 parlando di Posidonia, in proposito scriveva che: “….al 273 a.C., quando Roma sottrasse Paestum a quella dominazione. Con Roma Paestum ebbe rapporti strettissimi (socii navales)(13): nei cantieri di Paestum e di Velia si costruirono molte navi delle flotte romane. Perciò Roma consentì che Paestum e Velia continuassero a battere moneta, Velia prima, Paestum fino ai tempi di Tiberio (14). Dopo un certo fiorire della prima metà imperiale Paestum, come del resto Velia, continuarono nella decadenza. Anche esse, come quasi tutte le altre poleis antiche erano state tagliate fuori dalle romane nuove correnti commerciali di traffico. Vi contribuì senz’altro il progressivo impaludarsi della campagna ad opera del fiume Salso che determinò persino spesse incrostazioni sui resti architettonici etc…”. Ebner, a p. 261, vol. II, nella nota (13) postillava: “(13) Città federata, v. Cicerone, pro Balbo, 24.55 e Livio, VI, 3.39. Dopo il 203 battono monete solo Paestum e Capua, Magaldi cit., p. 202, ma anche Velia, Ebner, Le monete di Velia, cit., In Magaldi anche per la costituzione municipale (p. 241), per il questore (p. 239) e per il patrono, p. 268 sg.”. Ebner, a p. 261, vol. II, nella nota (14) postillava: “(14) Sulle ultime monete la nota leggenda P S S C (= Paesti signatum senatus consulto). Oltre la colonia di cittadini romani (colonia civium) dedotta a Paestum da Augusto, ‘Populi Paestani consensu’, (Panebianco, Paestum cit., p. 30), nel 71 d.C. Vespasiano vi dedusse come coloni (CIL, X, 53) i soldati della flotta del Miseno con diritto di cittadinanza ( Paestum era stata aggregata  – 89, 87 a. C. – alla tribù romana Mercia) e di connubio (potevano contrarre matrimoni se celibi o ratificare i precedenti matrimoni se ammagliati, secondo il diritto romano). Vetrani delle coorti pretorie vi dedusse anche Antonino Pio (“Notizie di Scavi”), 1931, p. 639).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, vol. I, a p. 11, in proposito scriveva che: “A Velia la deduzione, forse di età augustea, venne restaurata da Vespasiano (43). Oltre all’abbandono delle coste da Velia a Salerno, è notizia pure della mancanza di abitanti a Consilinum (44).”. Ebner, a p. 11, nella nota (43) postillava che: “(43) Ebner, Agricoltura cit., p. 49 per i due titoli, di cui v. pre Ebner, PdP, 1966, p. 337”. Ebner, a p. 11, nella nota (44) postillava che: “(44) Plinio, III, 5, 70 “. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc….”, a p. 49, in proposito scriveva che: “Nel visitarla (14 d.C.) Augusto dové rendersi conto delle locali necessità se, nella generale sua politica di aiuti alle città periferiche, cercò di promuovere anche la vita di Velia con la deduzione di una colonia, se è esatta l’interpretazione di due epigrafi edite di recente (47), delle quali una rivelerebbe la restaurazione dei limiti delle centuriazioni ai tempi di Vespasiano. Evidentemente l’imperatore aveva inviato a Velia, come aveva fatto per Paestum, marinai veterani della flotta del Miseno. Vero è che i cantieri velini ripresero nuova vita ai tempi di Claudio (48), quando le richieste di navi crebbero per l’intensificarsi dei trasporti delle derrate a rifornire Roma e l’esercito: l’imperatore nel timore del ripetersi dei tumulti nel Foro, etc…Dalla consistenza delle opere  di quel tempo si potrebbero persino stabilire l’entità dei contratti. Parallelamente fiorirono le industrie locali: le saline (49), la salgione dei pesci (tonni, alici)(50), la preparazione del locale gustoso garum e di odorosi unguenti dai fiori che la provvida natura vi profondeva.”. Ebner, a p. 49, nella nota (47) postillava che: “(47) PdP 1965, p. 337 e RSS 1965, p. 49. Ne è conferma in una recentissima epigrafe inedita.”. Ebner, a p. 49, nella nota (48) postillava che: “(48) Svet., Claudio, 18”. Ebner, a p. 50, nella nota (49) postillava che: “(49) Già in età greca erano stati utilizzati i dislivelli lacunari a nord e a nord-ovest della città per allogarvi le saline. Il prezioso sale, trasportato nell’interno atraverso l’omonima strada, costituì fino ad epoca tarda uno dei più preziosi mezzi di scambio con le popolazioni della Valle del Tanagro.”. Ebner, a p. 50, nella nota (50) postillava che: “(50) Ne è notizia in Strabone, VI, 252 c. Tonni delle tonnare di Palinuro; le alici, ad Ascea, ancora qualche anno fa erano dovunque richieste. Oltre la salatura dei pesci, a Velia era sviluppata anche l’industria della concia dei cuoi. Un’industria tradizionale e praticata fino ai primi del corrente secolo. Velia esportava ancora vino e olio anche in Etruria. RSS 1965, p. 37 sgg. Per gli attivissimi rapporti commerciali Paestum-Velia, v. “Studi Lucani”, I, 3 RIN 1966, p. 9 sgg. e 1970 p. 19 sgg.”.

Nel …… d.C., Nerulo e le origini di Cesare Augusto Ottaviano

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 184-185 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “II. In un’altra contingenza appare nella storia romana il nome di Nerulo. Lo storico latino Svetonio Tranquillo, che scrisse le vite dei dodici Cesari, – Vitae duodecim Caesarum – nella biografia di Cesare Augusto riferisce che Cassio, volendo fare a costui oltraggio, in un’epistola lo avesse qualificato non solo come nipote d’un mugnaio, ma pure d’un banchiere di Nerulo. (Nerulanensis mensarium). Ecco le parole di Svetonio: “Cassius quidam Parmensis quadam epistola non tantu ut pistoris, sed ut nummulari nepotem sic taxat Augustum: Materna tibi farina ex crudissimo Ariciae pistino hanc finxit manibus collybo decoloratis Nerulanensis mensarius”. – cioè: “Cassio Parmense in una sua epistola taccia Augusto non solo come nipote di un mugnaio, ma pure di un banchiere, dicendo: Il banchiere di Nerulo con le mani tinte del sudiciume del rame manda questa lettera formata con la farina materna del rozzo mulino d’Ariccia” (piccola terra della campagna romana). Lo stesso Svetonio crede che questa fosse stata un’infamia lanciata da Cassio ad Augusto, come quella che fu contro lo stesso inferta da Marco Antonio il quale “per avvilire ancora la materna origine di Augusto, osa dire che il suo bisavolo fu Africano e gli rinfaccia ora che fu profumiere ed ora che ei fu mugnaio d’Ariccia”. (1).”. Il Pesce, a p. 185, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi le Vite dei dodici Cesari di C. Svetonio Tranquillo tradotto da F. Paolo del Rosso, Napoli, 1887, pag. 11.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 180 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Il nostro Falcone riferisce che “tuttochè siano trascorsi più di due mila anni, a questi abitatori di Nerulo è rimasta fissa la tradizione continuata e non interrotta, che i fondatori di questa patria furono alcuni fuggitivi o banditi” – che egli suppone provenienti dalla distrutta Velia, ovvero dai Coni, i quali erano pure quivi accasati assieme con gli Enotri. Noi non possiamo andare tanto oltre, poichè, fuori della sufferita ragione filologica, nessuna altra guida abbiamo nel tenebroso cammino circa la fondazione e la denominazione dell’antico Nerulo.”. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……Nel suo territorio si scavano molto antichi ruderi ed anticaglie varie, onde è tenuto paese antico, succeduto secondo taluni a Velia, quindi detto Ri-vello, quasi Rivelia; altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; M.G. Racioppi mette Cesariana nel sito della ‘civitas’. Si conserva ancora nelle sue vicinanze un antico tempietto od eroo, e vi si veggono le vestigia di un anfiteatro. Fu uno dei molti paesi del regno occupati dai Saraceni nel corso del nono secolo.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 278, in proposito scriveva che: “Augusto sarebbe appartenuto, secondo le male lingue, a modesta famiglia originaria di Turio e di Nerulo (p. 30). Il suo bisavolo avrebbe esercitato l’arte del funaio in un pago dipendente da Turio, e l’avolo sarebbe stato cambiavalute a Nerulo (5). Al piccolo Ottaviano, quando era ancora molto lontano dall’essere Augusto, fu dato il cognome di “Turino”, o a ricordo dell’origine dei suoi antenati, o in memoria dell’azione di suo padre, C. Ottavio, che aveva liberato il territorio turino dalle bande residuate di Spartaco e di Catilina, che lo infestavano (p. 188). A Bussento troviamo una dedica a Livia (6), la moglie di Augusto, la quale, dopo la morte del marito (a. 14 d.C.), fu adottata per testamento nella gente Giulia, ed ebbe il titolo di “Augusta”, onde nelle lapidi la troviamo indicata come ‘Iulia Augusta’.”. Il Magaldi, a p. 278, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Svetonio, Aug., IV, 4: “….Nerulonensis mensarius. Cfr. II, 6 Cfr. L. Homo, Augusto, trad. di M. Bacchelli, Firenze, 1938, p. 10 seg.”. Il Magaldi, a p. 278, nella nota (6) postillava: “(6) C.I.L., X, 459: ‘Augusta Iulia(e) / Drusi f. / divi Augusti. Cfr. la C.I.L., X, 799 da Pompei etc…”. Il Magaldi (…), a p. 30, in proposito scriveva che: “Il Mercure riga il verde fondo di un antico lago pleistocenico (p. 17), che accoglie i paesi di Viggianello, Castelluccio, Rotonda (in prossimità della quale si suol collocare ‘Nerulum’)….”.

Nel 36 a.C., la flotta navale di Ottaviano contro gli scogli di Capo Palinuro e di Velia

Da Wikipedia leggiamo che dopo l’eliminazione graduale di tutti i contendenti nell’arco di sei anni, da Bruto e Cassio, a Sesto Pompeo e Lepido, la situazione rimase nelle sole mani di Ottaviano, in Occidente, e Antonio, in Oriente, portando un inevitabile aumento dei contrasti tra i due triumviri, ciascuno troppo ingombrante per l’altro, tanto più che i successi ottenuti nelle campagne militari di Ottaviano in Illirico (35-33 a.C.) e contro Lepido non erano stati compensati da Antonio in Oriente contro i Parti, limitandosi alla sola acquisizione in dote dell’Armenia. Ottenne un nuovo consolato, il secondo, nove anni dopo il primo (nel 33 a.C.) e un terzo, un anno dopo il secondo (nel 31 a.C.). Alla sua scadenza, nel 33 a.C., il triumvirato non venne rinnovato (durò infatti 10 anni). Ottaviano e Antonio inoltre non erano più legati da vincoli di sangue, visto che il primo aveva divorziato da Scribonia (parente di Antonio) nel 39 a.C. e il secondo aveva ripudiato Ottavia (sorella di Ottaviano) per congiungersi con Cleopatra. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari. L’Antonini (…), riguardo il territorio in questione dedicò il cap. VII (Discorso), ‘Palinuro e della Molpa’, da p. 354 a p. 379. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro: il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso;il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare eperse alcune navi. L’Antonini (…), a pp. 361 e ssg., in proposito scriveva che: L’altro naufragio quì accaduto fu al dire di ‘Casaubono’ nelle note all’Ottavio di Svetonio nel DCCVI. di Roma, cioè a’ primi tempi dell’Imperadore, essendo egli stesso presente, così da Velleio nel lib. 2 c.7. descrittoci: “Longe majorem partem classis circa Veliam, Palinurique promontorium adorta vis Africi laceravit, ac distulit”. Appiano nel 5. delle ‘Civili’ più ampiamente del medesimo, così tradotto, ragiona: “Caesar Oriente tempestate in Eleatem sinum inhospitum profugit sexremi dumtaxat amissa, quae circa rupes confracta est: Lybico deinde suscipiente Notum, sinus in occidente patescens commoveri coepit, ita uta ex etc….”. E questi secondo vuole ‘Wolfango Lazio, c. 3 lib. 5. Comm. Reip. Rom. furono della Legione Marzia. Egli però dice che furon due dello stesso nome (2), ed ambedue sommerse. Anche Dione nel lib. 49. colle seguenti parole (in latino) narra il fatto: “His cogitationibus adductum Caesarem, ac jam Palinuri promontorium praetervectum, ingens tempestas invasit, ac multas naves perdidit, reliquas Menas adortus, complures ex iis vel combussit vel secum apripuit”; allo chè è uniforme Orosio, nel lib. 6. c. 18. ove ragiona ancora dell’altro naufragio dello stesso Ottavio vicino Ipponio sofferto, lungamente dal citato Appiano descritto e da Svetonio nel c. 16 dell’Ottav. così riferito: “Bellum Siculum inchoavit imprimis, sed diu traxit intermissum, modo reparandarum classium causa, quas tempestatibus duplici (I) naufragio et quidem per aestatem (2) amiserat.”. E’ il seguente. Etc..Furono i cadaveri tanto dell’armata Consolare, quanto dell’altra d’Augusto seppelliti in tre delle sei grotte, che sono nel vicino seno della Molpa, etc…”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a pp. 34-35, in proposito scriveva che: Notizie più particolareggiate dobbiamo ad Appiano, il quale racconta minutamente il naufragio che colpì nel 36 a.C. l’armata di Ottaviano, che si recava in Sicilia per affrontare la flotta di Sesto pompeo. Racconta dunque Appiano che ai primi segni della tempesta Ottaviano riparò nella rada o porto di Elea, “sicuro” per natura, con tutte le sue navi, ad eccezione di una, che andò a sbattere contro le rupi del capo Palinuro. Ma anche le altre navi non furono salve, perchè essendo all’austro (vento di mezzodì) succeduto l’africo (vento di sud-ovest o di ovest-sud-ovest, apportatore di temporali) la rada, che era aperta verso occidente, fu sconvolta dai flutti e le navi, a causa del forte vento contrario, non potevano nè uscire dal ricovero nè essere assicurate coi remi e con le ancora. E così, sopravvenuta la notte, si frantumarono, urtando contro gli scogli, o l’una contro laltra (1). L’episodio è riferito da Velleio Patercolo, che parla di un secondo disastro del genere, capitato nello stesso posto alla flotta di Ottaviano (2), e da Dione Cassio (3).. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (1) postillava: (1) Cfr. Appiano, b. c., V, 98: ” ‘Ο δε Καισαρ, αρχομενου μεν του χειμωνος, ες τον Έλεατην χολπον οντα συμπεφευγει, χωρις εξηρους μιας, η περι τη αχρα διελυθη. Λιβος δε τον νοτον μεταλαβοντος ο χολπος εχυχατο ες την εσπεραν……etc…”. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Velleio Patercolo, II, 79, 3 seg: “quippe longe majorem partem classis circa Veliam Palinurique promontorium adorta vis Africi laceravit ac disculit….Nam et classis eodem loco vexata est tempestate.”. Il Magaldi, a p. 35, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Dione Cassio XLIX, 1, 3 seg.: “Και αυτω το αχρωτηριον το Παλινουον ονομαζομενον υπερβαλλοντι χειμων μεγας. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, a pp. 574-576, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “…la leggenda parla della Grotta delle Ossa, sotto il promontorio, come luogo in cui sono stati tumulati i resti dei naufraghi delle due flotte romane affondate nel 259 e nel 36 a. C., Virgilio forse si riferisce a questi avvenimenti quando dice che qui gli scogli erano bianchi di ossa; la città fu scalo lungo la rotta verso Roma e quindi rientra in molte cronache antiche.”. Biagio Cappelli (…) continuando il suo discorso sulla sua ipotesi dei luoghi citati nella ‘Vita‘ di S. Nicodemo in proposito scriveva che: Questo capo, dove per i frequenti fortunali si è localizzato il leggendario naufragio del timoniere della nave di Enea e contro le cui rocce si infrangeva, per ricordare un caso, una una buona parte della flotta di Ottaviano che nel 36 a. C. navigava verso la Sicilia contro Sesto Pompeo (43), ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva. Alle quali venivano riferite, come ancora oggi si ritiene dai naturali del luogo, le molte ossa umane e di animali ammucchiate in una prossima grotta che invece appartengono all’età della pietra.. Il Mannelli (…) dedica tre pagine al promontorio di Palinuro e della Molpa, la p. 43r. Il Mannelli ne parla nel cap. X: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume e Terra distrutta, et altri luoghi convicini Cap X”. Il Mannelli in proposito scriveva che: “In tempo di Burasca, e di gran periglio avvicinarsi a quei Sassi, come può darne esperienza l’Armata Romana, nel ritorno dall’Africa, carica di ricche prede, chevi rimase fragassata in gran parte per testimonianza di Eutropio, che scrisse……”. Dunque, il manoscritto inedito di Luca Mannelli citava Eutropio. Flavio Eutropio (in latino: Flavius Eutropius; floruit 363-387; IV secolo – dopo il 387) è stato un politico, storico e un maestro di retorica romana. Probabilmente si tratta dell’opera ‘Breviarium ab urbe condita‘, in dieci libri, è un compendio (breviarium in latino indica una stesura di sintesi) della storia romana, dalla fondazione della città fino alla morte di Gioviano, avvenuta nel 364. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 270, parlando di Palinuro e della Molpa, in proposito scriveva che: Nel 36 a. C., la flotta di Ottaviano, che si dirigeva verso la Sicilia, fu costretta da un fortunale a cercar rifugio nei seni naturali tra Velia e Palinuro (18) (i porti velini di Virgilio). Tuttavia alcune navi si infransero contro il frontone del capo (19), il ‘navifragum’, il “Monte d’oro” dei corsari barbareschi, il superbo ingannevole Capo con l’eterno pericolo della risacca che sul frontone ricama cangianti intarsi di spume.”.

Nel 27 a.C., Blanda, nuova colonia di Ottaviano

Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 224, in proposito scriveva che: “Abbiamo così, dopo le colonie con Cesare ed ottaviano (1), le colonie Auguste, Claudie, Flavie, ecc..Per quanto riguarda la nostra regione, la colonia di Blanda, soprannominata Giulia, sarebbe stata fondata da Cesare o da Ottaviano non ancora Augusto (a. 27 a.C.), o comunque intorno a quell’epoca (2). Grumento pare ricevesse il cognome di Claudia (3). Che Teggiano sia stata colonia del tempo, e forse per opera, di Nerone, e che abbia avuto finanche, come colonia il suo quarto d’ora di Celebrità sotto questo imperatore, tutto ciò sembra potersi ricavare, con sufficiente verosimiglianza, da un’iscrizione dipinta pompeiana, letta su un muro esterno della casa dei Vetii (4), etc…Che l’Augusto a cui si allude in questa, come nelle altre iscrizioni consimili venute alla luce a Pompei, sia Nerone etc…”.

Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 232, in proposito scriveva che: “In Lucania furono di sicuro municipi Potenza, Volceio, Eburo, Atina, Eraclea, Velia; colonie Grumento, Pesto, Bussento, Blanda; colonie erano pure Copia e Venosa (3). Queste città compaiono nelle iscrizioni, o indicate col loro nome o coll’etnico: Potentini, Volceiani, Atinati, Tegianesi, Veliesi, Pestani, Bussentini, Venusini, oppure genericamente accennate con i termini che si chiariscono in base al luogo di ritrovamento delle epigrafi: “comune”, “cittadinanza”, “popolo”, “plebe”, “municipi”, “coloni”, “domiciliati” (4).”. Il Magaldi, a p. 23, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Mommsen, in C.I.L., X, p. 53 (Pesto); p. 51 (Bussento); p. 50 (Blanda) etc…Blanda per il Beloch sarebbe stata non colonia e municipio (p. 224).”.

Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 255, in proposito scriveva che: “Per la Lucania noi siamo informati della esistenza di “curatori del comune” a Teggiano, ad Atina, a Volceio, a Bussento, a Velia, a Cosilino (1).”. Il Magaldi, a p. 255, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. C.I.L., X, *482: (cur. r. p.) Buxentin(orum);…”.

Nel 23 a.C., Orazio chiede notizie su Velia per volervi soggiornare

Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 41, in proposito scriveva che: Anche Orazio, dovendo fare la cura dei bagni freddi, si recò, o ebbe l’intenzioe di recarsi, in un punto del litorale compreso fra Salerno e Velia. Abbiamo l’epistola scritta, pare, nell’inverno del 23 a.C. indirizzata all’amico Vala, che certo era di quei luoghi, al quale il poeta domanda notizie sul clima invernale, sull’indole e le abitudini degli abitanti, sulla via da seguire (4).”. Il Magaldi (….), a p. 41, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Orazio, Epist., I, 15, v. 1 sgg.: “Quae sit hiems V e l i a e, quod caelum, Vala, Salerni, / quorum hominum regio et qualis via…../; v. 45 seg.: “Vos sapere et solos aio bene vivere, quorum / Conspicitur nitidis fundata pecunia v i l l i s. Sulla data di composizione quel Q. Numonius Vala, patrono della città di Pesto, ricordato in C.I.L., X, 481, vedi M. Galdi, Per un luogo di Orazio (ep. I, 15, v. 1 segg.), in “Rassegna Storica Salernitana”, a. I (1937), p. 3 segg.”.

VILLE E POSSEDIMENTI IMPERIALI

Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 64-65, in proposito scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichi possedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. Nella mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, nella nota (42) postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n. 8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, riferendosi alla probabile villa Imperiale di Massimiano Erculio, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 63, in proposito scriveva che: “A complemento di quanto si è andato finora rilevando, si devono quindi ricordare perun momento, alcuni possessori di terre in Lucania. Uno di questi fu il giureconsulto Trebazio, il quale possedeva a Velia una casa ed una estesa proprietà terriera (2). Anche Catone l’Uticense aveva possedimenti fondiarii in Lucania (3). Gli eruditi del secolo scorso opinarono che il villaggio Catona, a qualche chilometro da Velia, fosse sorto sui ruderi o nei pressi della villa di Catone, ma il Racioppi non è dello stesso avviso (4). Abbiamo già conosciuto Numonio Vala, l’amico di Orazio, come proprietario di una villa situata sul litorale tirrenico compreso fra Velia e Salerno (p. 41). Altro possessore di terre in Lucania fu Urso, amico di Stazio, che di terre possedeva un pò ovunque (5). Anche l’importante famiglia lucana dei Bruzii Presenti aveva possessioni fondiarie in Lucania: a Volceio etc…”. Il Magaldi (….), a p. 63, nella nota (2) postillava: “(2) Cfr. Ateneo, XII, 519 (= Timeo, fr. 60 in H.G.F. (Muller), vol. I, p. 205). Il Ciaceri, o. c., II, p. 208 seg. (=II°, p. 212 seg.) pensa a canali collettori fatti per la bonifica e navigabili. Egli cita a un certo punto il Galli, del quale pare gli sia sfuggita la più recente opinione. Anche il Lenormant, o. c., I, p. 261 pensò a canali per la bonifica e navigabili.”. Il Magaldi, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. Plutarco, Cato Minor, XX, I (riferito in seguito).”. Il Magaldi, a p. 63, nella nota (4) postillava: “(4) Cfr. Racioppi, o. c., I, p. 526.”. Il Magaldi, a p. 63, nella nota (5) postillava: “(5) Cfr. Stazio, Silv., II, 6, 60 segg.: O quam divitiis censuque exutus opimo / Fortior, Urse, fores ! si vel fumante ruina / Ructassent dites Vesuvina incendia Locras, / seu Pollentinos mersissent flumina saltus / seu Lucanus Acir (vel ager) seu Thybridis impetus altas / in etc…Cfr. Salvioli, o. c., p. 51.”. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I (parte I), a p. 288, in proposito scriveva che: “Abbiamo già detto di Velia, per la sua mitezza del suo clima, e per le ville che allietavano il litorale, era un luogo ricercato di villeggiatura e di cura, e abbiamo ricordato, tra i suoi frequentatori illustri, il console Emilio Paolo, e anche Orazio ricordammo (p. 41). Etc…”. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 41, in proposito scriveva che: “In netto contrasto col clima freddo, nevoso, piovoso dell’interno del paese, era celebre per la sua mitezza il clima del litorale tirrenico lucano (2), il quale rientra oggi, in massima parte, nella provincia di Salerno. In grazia di questo suo privilegio, quel litorale era allietato da ville, che si affacciavano sul mare e servivano di richiamo così ai ricchi signori della Capitale, che vi trascorrevano le vacanze, come ai bisognosi di cure, cui si confaceva quel clima. Etc…”. Il Magaldi (….), a p. 41, nella nota (2) postillava: “(2) Nella Lucania odierna si riscontra una netta sproporzione fra il clima mite della ristretta zona litoranea e quella dell’interno, dove si raggiungono f’inverno temperature bassissime, fra le più basse della penisola italiana.”. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 288, in proposito scriveva che: C. Trebazio Testa, …..possedeva a Velia estesi fondi rustici, ed una casa, dinanzi a cui cresceva un albero meraviglioso, che ne impediva la vista. Egli era molto benvenuto a Velia, e la notizia corsa, che voesse disfarsi delle sue possessioni, e abbandonare la città degli avi, per Roma, dove costruiva una casa, aveva messo di cattivo umore i Veliesi. Di questo loro sentimento si fa portavoce Cicerone, aggiungendovi una sua esortazione personale, nella lettera diretta all’amico da Velia, alla vigilia della partenza per Reggio (1). Etc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 in proposito scriveva che: “Ai tempi dei primi imperatori era posto di confino per gli esiliati di marca. Etc…Non sappiamo come questi illustri personaggi se l’abbiano passata da queste parti, nè abbiamo notizie di palazzi o costruzioni da essi eseguiti. La città più importante di questo lembo del Golfo era probabilmente ‘Vibona’, che giace tuttora sotto una folta vegetazione e che copre forse anche i palazzi.”. Riguardo il manoscritto del Mannelli riportò la trascrizione integrale delle pagine in cui parla di Policastro, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate per la prima volta dal manoscritto pel sac. Rocco Gaetani”, a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “Credo che molte iscrizioni di quei tempi sian sepolte fra gli abbattuti edifici di Policastro, dalle quali potrebbesi formar concetto della sua magnificenza, essendone però una sola, nemmeno intera pervenuta a mia notizia, non voglio tediarla di qui rapportarla, etc…”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 129, Craufurd scriveva che: Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. Ecc…”. Dunque, il Ramage che fu il primo degli scrittori stranieri a riportare le epigrafi o iscrizioni latine presenti a Policastro, ragionando sulla presenza di queste epigrafi scriveva che: “Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Sotto Augusto Buxentum fu compresa nella III^ Regione Italica (Lucania e Brutium) l’anno 42 a. C…Fra le maggiori località costiere di origine greca, come ecc.., nonchè Blanda Julia (Maratea) e Velia e Vibo ad Siccam (Vibone Lucana), Pixunte non doveva essere inferiore, perchè, pur non essendo un centro di grande entità, era, più che oggi, soggiorno turistico specialmente per gli uomini illustri come Cicerone, Orazio, ecc…Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc…e tre lapidi, etc…”. Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 47, in proposito alle due epigrafi di cui parlo in questo mio saggio scriveva che: “La presenza di dediche per membri della famiglia Giulio-Claudia (per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia, e per Germanico, murate nel campanile della cattedrale di Policastro)(70) è spiegata in connessione a proprietà imperiali nella zona, o in relazione ad assegnazioni coloniarie ai veterani di Augusto. Sono presenti numerose ville nel territorio, con importanti attestazioni archeologiche, come un rilievo tardo-repubblicano di produzione regionale affine ai rilievi coevi del vallo di Diano (71).. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (70) postillava che: “(70) CIL X 459-460.”. Infatti due studiosi Natella e Peduto, a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che:“(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; ecc…”. Il La Greca, a p. 47, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Vd. Gualtieri, 1996.”. La mia ipotesi che Giulia fosse stata confinata a Sapri nella bella villa in località S. Croce non potrebbe essere tanto campata in aria visto che l’epigrafe funebre a lei dedicata esiste e si trova non molto distante da Sapri. Tuttavia la notizia andrebbe a mio parere ulteriormente indagata. Secondo quanto scrivevano Tacito e Svetonio, la villa (Imperiale) che accolse l’esilio forzato della bella moglie di Tiberio potrebbe essere quella di Sapri essendo questa l’unica più vicina a Policastro, dove si trova la sua epigrafe funeraria e l’unica esistente su tutto il litorale fino a Velia. L’ipotesi è plausibile ?. Certo è che la notizia e l’ipotesi stessa dovrebbe essere ulteriormente e meglio indagata dagli addetti ai lavori chepare abbiano dimenticato le due epigrafi ancora visibili sul campanile della cattedrale di Policastro. Già il Ramage si chiese come mai si trovassero a Policastro quelle epigrafi che ci parlano di una famiglia imperiale, la quale a suo avviso, essi dovevano possedere una villa di una certa importanza. Vi sono ville d’epoca romana a Policastro ?. Che io sappia non ne sono mai state trovate. Forse è per questo motivo che l’Antonini poneva Bussento lì dove doveva trovarsi l’antica città della Molpa. Sono ancora tanti i dubbi e le incertezze storiche di questo territorio e non credo che certe notizie vadano liquidate alla stregua del Racioppi che criticò fortemente l’Antonini. L’Antonini scrive che il campanile fu costruito con materiale di risulta proveniente da altri ruderi o monumenti dell’antichità. Infatti, il campanile è di epoca posteriore a quello delle Iscrizioni citate dall’Antonini, solo una risulta anteriore. E’ quindi da non ecludere l’ipotesi che l’epigrafe di Giulia (“IVLIAE”), provenga da una villa d’epoca romana posta nella zona. Credo che oltre ogni ragionevole dubbio si possa propendere per l’ipotesi che si trattasse proprio della villa d’epoca Romana a Santa Croce a Sapri. Come scriveva il Tancredi, la figlia di Augusto e moglie di Tiberio, Giulia maggiore, di cui a Policastro Bussentino, l’antica Buxentum (Bussento) possiamo leggerne l’epitaffio della sua morte su una lapide scolpita nel marmo posta sul campanile bizantino della cattedrale, fu confinata dal padre Cesare Augusto in una villa di cui a Policastro non si trovano i resti. E’ molto probabile però che la sua villa, in cui ella dovette morire, fosse la villa romana di cui ancora oggi possiamo ammirarne le vestigia in località S. Croce a Sapri. Il fatto che l’epigrafe marmorea si trovasse a Policastro significa poco perchè essa poteva provenire da altro luogo essendo materiale di risulta reimpiegato sulla torre campanaria della Cattedrale. L’epigrafe lapidea di Giulia, moglie di Tiberio, poteva essere scolpita e posta solo dopo la sua morte nel municipio di Buxentum.

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: (52) In Plutarco (Cato min., 20) è notizia di latifondi dell’Uticense, in Eutropio (X 2. 3) di Massimiliano Ercole (305 d.C.) “consenescens in agris amoenissimis”. Della proprietà di Trebazio, v. Cicerone (ad fam., VII 20), di Paolo Emilio pure in Plutarco (P. Emil., 39), dei terreni di Papinio Stazio senior s’induce dall’oera del figliuolo (Silvae, V 3). Naturalmente ve ne dovettero essere anche della gens Gavinia (v. PdP 1970, fasc. 130-133; p. 265). Di fundi è pure notizia a Vatolla per l’epigrafe dell’Antonini, p. 262. Per la villa di Simmaco, RSS 1965, P. 60. sulle gentes Persius, Capitinius, Pullius, Tuscius, ecc., v. Carucci cit., p. 151.”. Riguardo la citazione del Carucci, si veda Carlo Carucci (…), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, Salerno, 1923, mentre riguardo la citazione di “PdP” si tratta della “La parola del Passato”.

Nel 2 d.C., Livia, poi Giulia maggiore, fu fatta arrestare dal padre Augusto ed esiliata

Chi era “Giulia maggiore” o “IVLIA” che ritroviamo nell’altra epigrafe di cui parleremo innanzi ?. Leggendo Wikipedia vediamo che si tratta di Giulia maggiore figlia di Augusto. La madre di Augusto, Azia maggiore era più precisamente la figlia della sorella di Cesare, Giulia minore, e di Marco Azio Balbo; Ottaviano, pertanto, era pronipote di Cesare. Da Wikipedia leggiamo che Giulia maggiore (nota ai contemporanei come Iulia Caesaris filia o Iulia Augusti filia; ottobre 39 a.C. – 14) era una nobildonna romana, figlia dell’imperatore Augusto, l’unica naturale, e della sua seconda moglie Scribonia. Dopo la morte di Agrippa, Augusto fece sposare Giulia e Tiberio, allo scopo di legittimare la successione del figliastro. Per sposare Giulia (11 a.C.), Tiberio dovette divorziare da Vipsania Agrippina, la figlia di primo letto di Agrippa che egli amava profondamente e da cui aspettava un secondo figlio, (dopo Druso minore). Si dice che lo perse per via dello shock dovuto a questo improvviso cambiamento. Il matrimonio con Tiberio non ebbe un corso positivo. Perseguendo gli interessi politici della famiglia, Tiberio nel 12 a.C. era stato costretto da Augusto a divorziare dalla prima moglie, Vipsania Agrippina, figlia di Marco Vipsanio Agrippa, che aveva sposato nel 16 a.C. e da cui aveva avuto un figlio, Druso minore. L’anno successivo sposò dunque Giulia maggiore, figlia dello stesso Augusto e quindi sua sorellastra, vedova di Agrippa. Tiberio era sinceramente innamorato della prima moglie Vipsania e se ne allontanò con grande rammarico; il sodalizio con Giulia, vissuto dapprima con concordia e amore, si guastò ben presto, dopo la morte del figlio ancora infante che era nato loro ad Aquileia. Giulia maggiore era figlia di Augusto e sorellastra di Tiberio che la sposò nel 17 a.C. Nel 2 a.C., Giulia, madre di due eredi di Augusto (Lucio e Gaio) e moglie del terzo (Tiberio), venne arrestata per adulterio e tradimento. Augusto le fece recapitare una lettera a nome di Tiberio in cui il loro matrimonio veniva dichiarato nullo. L’imperatore stesso affermò in pubblico che Giulia era colpevole di aver complottato contro la vita di suo padre. Molti dei complici di Giulia vennero esiliati, tra cui Sempronio Gracco, mentre Iullo Antonio, figlio di Marco Antonio e Fulvia, fu obbligato a suicidarsi. Anche la liberta Febe, che aveva aiutato Giulia nella congiura, si suicidò. Augusto mostrò di essere a conoscenza da tempo delle manovre dei congiurati, che si incontravano al Foro Romano, come pure della relazione amorosa tra Iullo e Giulia, forse l’unica vera tra tutte quelle attribuite alla figlia dell’imperatore. Augusto tentennò sull’opportunità di mandare a morte la propria figlia, decidendo poi per l’esilio. Giulia fu confinata sull’isola di Pandateria (moderna Ventotene), dove venne accompagnata dalla madre Scribonia. Le condizioni di vita erano disagevoli: sull’isola, di meno di due chilometri quadrati, non erano ammessi uomini, mentre eventuali visitatori dovevano essere prima autorizzati da Augusto, dopo che l’imperatore fosse stato informato della loro statura, carnagione, segni particolari o cicatrici; inoltre, non era concesso a Giulia di bere vino né alcuna forma di lusso. L’esilio di Giulia causò ad Augusto sia rimorso che vergogna e rancore, per il resto della sua vita. Cinque anni dopo le fu permesso di tornare sulla terraferma in condizioni migliori, a Reggio Calabria, dove secondo la leggenda sarebbe stata ospitata nella Torre di Giulia. Augusto non accolse nessuna intercessione che potesse richiamarla presso di sé e quando il popolo romano gli implorò la grazia con insistenza, egli gli augurò di avere tali figlie e tali spose. Decretò che le ceneri della figlia non venissero inumate nel mausoleo di famiglia. Il Cataldo, riguardo l’esilio forzato di Giulia citava Svetonio (in Vita Tiberii, LIII)”. Di Svetonio Tranquillo Gaio, le sue opere sono le Vite dei dodici Cesari in otto libri, sono ben più ampie e sono a noi giunte pressoché complete (manca solo una breve parte iniziale). Comprendono, in ordine cronologico, i ritratti di dodici Imperatori romani, tra cui lo stesso Cesare, a cui seguono Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito, Domiziano. Secondo Wikipedia Svetonio ne ha parlato nella sua opera “Augustus”, 65 e in “Tiberius”, 7. Sempre secondo Wikipedia hanno parlato di Giulia Velleio Patercolo, II, 10; Cassio Dione in “Storia romana”, LIV, 35.4; Tacito in “Annali”, I, 53.

Nel 16 d.C., GIULIA MAGGIORE e SEMPRONIO GRACCO e la Villa Imperiale di Sapri

Molti dei complici di Giulia vennero esiliati, tra cui Sempronio Gracco. Vedremo come Sempronio Gracco, secondo Tacito e Svetonio risulterà amante di Giulia Maggiore ed esiliato insieme ad ella per opera del padre di lei, Augusto. Più tardi, dopo la morte di Augusto, Tiberio, divenuto Imperatore farà uccidere Sempronio Gracco. Non dimentichiamoci che i Sempronii ed i Gracchi ebbero diversi incarichi di rilievo per la nostra zona del basso Cilento ed è per questi motivi che forse la favolosa villa Imperiale dove sarà esiliata Giulia Maggiore, figlia di Augusto, potrebbe essere quella della località S. Croce a Sapri. Infatti, da  Wikipedia, alla voce “Gens Sempronia” leggiamo che ai  Semproni Gracchi, …….Questo ramo apparentemente era ancora attivo intorno al 2 a.C., quando Giulia, la figlia di Augusto, fu esiliata con il suo amante Tiberio Sempronio Gracco. I figli di quest’ultimo morirono piccoli. Nel 2 a.C., Giulia, madre di due eredi di Augusto (Lucio e Gaio) e moglie del terzo (Tiberio), venne arrestata per adulterio e tradimento. Quando Tiberio, suo sposo e fratellastro si recò a Rodi, nel 6 a.C., i due avevano già divorziato. Augusto le fece recapitare una lettera a nome di Tiberio in cui il loro matrimonio veniva dichiarato nullo. L’imperatore stesso affermò in pubblico che Giulia era colpevole di aver complottato contro la vita di suo padre. Molti dei complici di Giulia vennero esiliati, tra cui Sempronio Gracco, mentre Iullo Antonio, figlio di Marco Antonio e Fulvia, fu obbligato a suicidarsi. Anche la liberta Febe, che aveva aiutato Giulia nella congiura, si suicidò. Augusto mostrò di essere a conoscenza da tempo delle manovre dei congiurati, che si incontravano al Foro Romano, come pure della relazione amorosa tra Iullo e Giulia, forse l’unica vera tra tutte quelle attribuite alla figlia dell’imperatore. Nel corso degli anni, le cose peggiorarono. Giulia cominciò a frequentare, tra gli altri, Iullo Antonio, anche lui figlio di Marco Antonio. Fu un’unione scandalosa e pericolosa. Non solo: i due, intorno al 2 a.C., organizzarono una congiura proprio contro il padre di lei, Ottaviano. Vi partecipò Sempronio Gracco (amante onnipresente nella vita di Giulia) e la serva Febe. Augusto scoprì tutto, fece saltare la congiura, costrinse Iullo e Febe al suicidio, spedì Sempronio lontano da Roma e inviò Giulia, la sua figlia prediletta, in esilio a Pandataria (attuale isola di Ventotene). Con l’accusa di “adulterio” e “tradimento”. Per lui fu un grande dolore: “Vorrei essere morto senza figli”, dirà citando l’Iliade. Iullo Antonio, accusato di essere amante di Giulia maggiore (figlia di Augusto) e di avere ordito un complotto contro l’imperatore stesso, fu condannato a morte. Per sfuggire all’infamante condanna si suicidò nel 2 a.C. Sempre da Wikipedia leggiamo che il carattere di Tiberio, particolarmente riservato, si contrapponeva inoltre a quello licenzioso di Giulia, circondata da numerosi amanti. Il figlio che ebbero morì durante l’infanzia; alla scarsa opinione che il marito aveva del carattere della moglie, Giulia rispondeva considerando Tiberio non alla sua altezza, lamentandosi di questo fatto persino attraverso una lettera, scritta da Sempronio Gracco, destinata all’imperatore. Secondo Svetonio (…), Giulia maggiore, moglie di Tiberio, dopo l’arresto fu confinata sull’isola di Ventotene e poi in seguito, secondo la leggenda sarebbe stata ospitata a Reggio Calabria. Ma sappiamo dalle fonti e dallo stesso Svetonio che quando Tiberio divenne imperatore nel 14, tolse a Giulia le sue rendite, ordinando che fosse confinata in una sola stanza e le venisse tolta ogni compagnia umana. Giulia morì poco dopo. La morte potrebbe essere stata causata dalla malnutrizione, se Tiberio la volle morta come ritorsione per aver disonorato il loro matrimonio; è anche possibile che Giulia si sia lasciata morire dopo aver saputo dell’assassinio del suo ultimo figlio, Agrippa Postumo. Quando Tiberio divenne imperatore nel 14, tolse a Giulia le sue rendite, ordinando che fosse confinata in una sola stanza e le venisse tolta ogni compagnia umana. Giulia morì poco dopo. La morte potrebbe essere stata causata dalla malnutrizione, se Tiberio la volle morta come ritorsione per aver disonorato il loro matrimonio (17); è anche possibile che Giulia si sia lasciata morire dopo aver saputo dell’assassinio del suo ultimo figlio, Agrippa Postumo. In Wikipedia, alla nota (17) si postillava che: “(17) Il suo preteso amante, Sempronio Gracco, veniva ucciso contemporaneamente per ordine di Tiberio o per volere del proconsole d’Africa, dopo quattordici anni di esilio sull’isola di ‘Cercina’ (Kerkenna)”. L’Isola di Kerkenna è un’isola vicina a Sfax Le isole Kerkenna, talvolta Kerkennah, (in arabo: جزر قرقنة‎, Juzur Qarqana; in italiano Cercara o Cercina) sono un arcipelago situato al largo di Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, nel Golfo di Gabès. L’arcipelago dista 17,9 km da Sfax e 120 km dall’isola italiana di Lampedusa. Sulla figura di Livia e del suo probabile amante, empronio Gracco, fatto uccidere da Tiberio nel 16 d.C. Sulla figura di Sempronio Gracco, appartenente alla gens Sempronia e forse proprietario della monumentale villa romana a S. Croce di Sapri ha scritto Lorenzo Braccesi (….), nel suo “Giulia, la figlia di Augusto”.  Sulla figura di Sempronio Gracco ne parla Tacito e sappiamo alcune notizie. Dunque, la mia ipotesi che Giulia fosse stata confinata a Sapri nella bella villa in località S. Croce non potrebbe essere tanto campata in aria visto che l’epigrafe funebre a lei dedicata esiste e si trova non molto distante da Sapri. Tuttavia la notizia andrebbe a mio parere ulteriormente indagata. Secondo quanto scrivevano Tacito e Svetonio, la villa (Imperiale) che accolse l’esilio forzato della bella moglie di Tiberio potrebbe essere quella di Sapri essendo questa l’unica più vicina a Policastro, dove si trova la sua epigrafe funeraria e l’unica esistente su tutto il litorale fino a Velia. L’ipotesi è plausibile ?. Certo è che la notizia e l’ipotesi stessa dovrebbe essere ulteriormente e meglio indagata dagli addetti ai lavori chepare abbiano dimenticato le due epigrafi ancora visibili sul campanile della cattedrale di Policastro. Già il Ramage si chiese come mai si trovassero a Policastro quelle epigrafi che ci parlano di una famiglia imperiale, la quale a suo avviso, essi dovevano possedere una villa di una certa importanza. Non vi sono ville d’epoca romana a Policastro e che io sappia non ne sono mai state trovate. Forse è per questo motivo che l’Antonini poneva Bussento lì dove doveva trovarsi l’antica città della Molpa. Antonini però è il primo che ci parla di una villa romana Imperiale a Vibone lucana, che tuttavia non pone dove oggi si trova l’odierno Vibonati. Sono ancora tanti i dubbi e le incertezze storiche di questo territorio e non credo che certe notizie vadano liquidate alla stregua del Racioppi che criticò fortemente l’Antonini. L’Antonini scrive che il campanile fu costruito con materiale di risulta proveniente da altri ruderi o monumenti dell’antichità. Infatti, il campanile è di epoca posteriore a quello delle Iscrizioni citate dall’Antonini, solo una risulta anteriore. E’ quindi da non ecludere l’ipotesi che l’epigrafe di Giulia (“IVLIAE”), provenga da una villa d’epoca romana posta nella zona. Credo che oltre ogni ragionevole dubbio si possa propendere per l’ipotesi che si trattasse proprio della villa d’epoca Romana a Santa Croce a Sapri. Come scriveva il Tancredi, la figlia di Augusto e moglie di Tiberio, Giulia maggiore, di cui a Policastro Bussentino, l’antica Buxentum (Bussento) possiamo leggerne l’epitaffio della sua morte su una lapide scolpita nel marmo posta sul campanile bizantino della cattedrale, fu confinata dal padre Cesare Augusto in una villa di cui a Policastro non si trovano i resti. E’ molto probabile però che la sua villa, in cui ella dovette morire, fosse la villa romana di cui ancora oggi possiamo ammirarne le vestigia in località S. Croce a Sapri. Il fatto che l’epigrafe marmorea si trovasse a Policastro significa poco perchè essa poteva provenire da altro luogo essendo materiale di risulta reimpiegato sulla torre campanaria della Cattedrale. L’epigrafe lapidea di Giulia, moglie di Tiberio, poteva essere scolpita e posta solo dopo la sua morte nel municipio di Buxentum.

Nel 14 d.C. (I sec. d.C.), la villa a S. Croce a Sapri (?) di Giulia, figlia di Augusto (Ottaviano) e moglie dell’Imperatore Tiberio

Giulia

Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, nel suo Discorso X che, parlando di Bussento a p. 418 parlando del campanile della cattedrale scriveva che: “La Cattedrale, che non è di rozza architettura, è bastantemente grande, e di presente molto ben ornata, ed ufficiata per sei mesi da dodici Canonici.” poi, proseguendo la sua dissertazione sul campanile l’Antonini a p. 419 in proposito segnalava che: “Trovasi però non pochi frammenti d’Iscrizioni antiche, che dimostrano essere stata un tempo di qualche considerazione. Eccone due, che sono allogati nel campanile, i quali, cogl’altri pezzi di marmo, onde questo è composto, mostrano, che la città fosse ben antica. Uno è……l’altro è questo AUGUSTAE IULIAE….DRVSI F…..DIVI….AVGVST…..”. Si tratta, come vedremo, dell’epigrafe dedicata a Giulia maggiore, figlia di Augusto e moglie di Tiberio. Dunque, l’Antonini fu il primo a segnalare le antiche iscrizioni marmoree o epigrafi latine presenti sul campanile della Cattedrale di Policastro Bussentino allora Buxentum.

Antonini, p. 419

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(Fig….) Campanile della cattedrale di Policastro Bussentino – lapide dedicata ad Augusta Iulia

Sulle due epigrafi presenti murate nel campanile della cattedrale di Policastro ha scritto mons. Nicola Maria Laudisio (….), nelle ultime pagine della sua “Synopsis et…”. Infatti a pp. 109-110, troviamo scritto (vedi versione curata dal Visconti): Poichè la città, come afferma l’Ughelli (231), è molto antica, …….Ecc…”. Il Laudisio proseguendo il suo racconto sulle due epigrafi poste sul campanile della Cattedrale di Policastro, in proposito aggiungeva della seconda epigrafe marmorea: “Si vede anche un’altra iscrizione in onore di Augusta Giulia Drusilla che fu l’unica figlia del divo Augusto e moglie di Tiberio; ma per loro ordine fu mandata in esilio a causa della sua vita scandalosa, e secondo la tradizione morì in esilio. L’iscrizione è questa: AD AUGUSTA GIULIA FIGLIA DEL DIVO AUGUSTO.”. Ecco ciò che scriveva il Laudisio a proposito delle due epigrafe marmoree. Le frasi scolpite delle due epigrafi marmoree riportate ivi del testo tradotto dal Visconti, che curò la versione del Laudisio che in originale è a p. 58. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti, a p. 58, nella sua nota (231) postillava che: “(231) ‘Italia Sac.’, tom. 7, col. 758: Satis admodum eius (scil. urbis Polycastri) origo antiqua, nomen retinens a Greco vocabulo, quasi magnum castrum, seu urbis castrum; amplam fuisse indicant eius vestigia et ruinae, diversis enim ex varia fortuna bellis cessit in praedam).”. Il Laudisio riportava una frase di Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, col. 758, vol. VII. L’Ughelli scriveva in proposito alle due lapidi che: La sua origine (cioè la città di Polycastrus) è piuttosto antica, conservando il suo nome dal nome greco, come fosse un grande castello, o un castello di una città; indicano che i suoi resti e le sue rovine erano estesi; ecc..”. Dunque, le due epigrafi furono citate anche dall’Ughelli ove parlava della Diocesi di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 riferendosi a Bussento, in proposito scriveva che: “Ai tempi dei primi imperatori era posto di confino per gli esiliati di marca. La figlia di ‘Augusto, moglie di Tiberio, ‘Giulia’, che il padre non poteva tollerare a Roma, perchè la sua vita privata era troppo licenziosa, deve essere morta nelle vicinanze di Buxentum, come dimostra la sua lapide, incastonata nel campanile di Policastro (23). Augusto morì a Nola; probabilmente doveva allontanare la figlia dal luogo degli scandali, senza, però, perderla di vista, o almeno poterla raggiungere entro un tempo non proibitivo. Anche la lapide di ‘Cesare Germanico’ (24) si trova allo stesso posto, indicando l’intera genealogia: da Giulio Cesare ad Augusto e a Tiberio.”. Il Tancredi, a p. 15, nella sua nota (23) postillava che: “(23) “AUGUSTAE IULIAE – DRUSI F(ILIAE) – DIVI AUGUSTI”. Tacito C., ‘Annales’, I. Dione Cassio, ‘ad annum a. U.c. 748; Svetonio, In vita Tiberii, LIII.”. Dunque, il Tancredi postillava che ci parlano di questo personaggio, Giulia maggiore sia Tacito (…) che Svetonio. L’epigrafe lapidea vi è scolpita una iscrizione che recita in latino la seguente frase: “AUGUSTAE IULIAE – DRUSI F(ILIAE) – DIVI AUGUSTI”: “l’Augusta Giulia figlia di Druso, divino Augusto”. Il Tancredi, a p. 16, nella sua nota (24) postillava che: “(24) “GERMANICO CAESARI – TI(BERII) AUG(USTI) F(ILIO) – DIVI AUG(USTI) N(EPOTI) – DIVI IULI PRO N(EPOTI) AUG(USTI) – CO(N)S(ULU) II – IMPERATORI II”. Tacito C., ‘Annales’, II, 72 e 83 (per la vita).”. Il Tancredi segnalava la prima iscrizione o epigrafe riportata a p. 419 dall’Antonini. Devo però segnalare una strana notizia al riguardo che proviene da Domenico Romanelli (…), nel suo “Antica topografia istorica del regno di Napoli”, dove, a p. 96 parlando di Buxentum, in proposito scriveva che: “Il p. Mannelli, che adottò (2) la stessa nostra opinione, vide in Policastro varj ruderi di antichità, che non si videro nell’Antonini, e specialmente la seguente iscrizione innalzata a Germanico (3): GERMANICO CAESARI T. AVG. F. DIVI AVG. N. DIVI IVLI PRON. AVG. COS. II IMPERATORI II AVG.  ET  IVLIA  DRVSI  F….DIVI  AVGVSTI.”. Innanzitutto faccio presente che il Romanelli riunisce in un unica iscrizione le due iscrizioni che l’Antonini riportava separatamente perchè sebbene fossero entrambe sul campanile della cattedrale esse non erano unite.  Il Romanelli a p. 96, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Mannelli. Stor. della Lucania ms. nella R. Bibliot. di Napoli.”. Il Romanelli si riferiva all’opera inedita, è un manoscritto, “La Lucania Sconosciuta” del padre agostiniano Luca Mannelli di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio le pagine originali tratte dalla Biblioteca Nazionale di Napoli. Sul manoscritto del Mannelli scrisse anche il sacerdote Rocco Gaetani (…) che, riguardo il manoscritto del Mannelli riportò la trascrizione integrale delle pagine in cui parla di Policastro, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate per la prima volta dal manoscritto pel sac. Rocco Gaetani”, a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “Credo che molte iscrizioni di quei tempi sian sepolte fra gli abbattuti edifici di Policastro, dalle quali potrebbesi formar concetto della sua magnificenza, essendone però una sola, nemmeno intera pervenuta a mia notizia, non voglio tediarla di qui rapportarla, argomentandosene che Livia moglie d’Augusto e madre di Tiberio insieme con Giulia sua figliola honorò con la sua presenza quella città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione GERMANICO CAESARI TI. AVG F. DIVI AUG. N. DIVI. IVLI PRON. AVG. COS II IMPEATORI II AVGVSTA EI  IVLIA DRVSI  F…..DIVI  AVGVSTI…..”. Ecco ciò che scriveva il Mannelli che riportava l’epigrafe che l’Antonini sia nella prima edizione del 1745 che nell’altra pubblicata dal nipote nel 1795 scriveva essere posta sul campanile della Cattedrale. Il Mannelli riportava l’epigrafe riportata dall’Antonini e scriveva “Livia moglie d’Augusto e madre di Tiberio insieme con Giulia sua figliola honorò con la sua presenza quella città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione”. Dunque, l’epigrafe in questione è dedicata all’Imperatore Tiberio che fu proprio il marito di Giulia maggiore, figlia di Augusto e di Livia.  Secondo il Mannelli, Livia, moglie di Augusto e madre di Tiberio e di Giulia, che sposò lo stesso Tiberio, suo fratellastro dimorarono a Buxentum. Io non credo che essi dimorarono a Buxentum ma credo che la loro villa fosse l’imponente villa d’epoca romana in località S. Croce a Sapri. Il Romanelli (…) che, a p. 96 dubitava delle cose scritte a riguardo dall’Antonini e dal Mannelli, nella sua nota (3), riguardo le due iscrizioni riportate dall’Antonini in proposito postillava che: “(3) C.I.L., X, 460”. Dunque, secondo il Romanelli, l’epigrafe che l’Antonini riportava separatamente egli postilla del libro X del “Corpus Inscriptionum Latinarum”, pubblicato da Theodor Mommsen (…). Sulle epigrafi hanno scritto i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 507: “Le testimonianze di Buxentum sono numerose: le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò “falsae vel alienae” altre due iscrizioni (54), riportate dagli storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi romani vennero alla luce nel secolo scorso, ecc…”. I due studiosi a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. Tra le false o estranee ha interesse la seguente: …….xent. in rem/urbic./iug. LX. adsig./d.d.i.s. K….Fra gli studiosi stranieri il primo che abbia riportato le iscrizioni latine fu C. Tait Ramage (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109), che visitò Policastro nel 1828.”. Dunque, riepilogando, i due studiosi Natella e Peduto scrivono che il Mommsen raccolse alcune epigrafi riportate dall’Antonini (…) e dal Riccio (…) e scrivono pure che le due epigrafi riportate dall’Antonini e dal Riccio, furono ritenute false dal Mommsen (…) che le inserì tra le iscrizioni “falsae vel alienae”. Diciamo subito che non sono le due iscrizioni o le epigrafi citate dall’Antonini a p. 419 e a cui mi riferisco, le due o una che ci parlano di Giulia maggiore, figlia di Augusto. Dunque, i due studiosi non si riferivano a questa testimonianza ancora presente sulla base del campanile della Cattedrale di Policastro. Sulle epigrafi marmoree a cui si riferivano i due studiosi Natella e Peduto che scrivevano che il Mommsen le aveva ritenute false,  ci viene incontro Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie’, nel suo vol. III, ci parla di Bussento e a pp. 63 riportava le due epigrafi di cui i due studiosi Natella e Peduto dicevano che il Mommsen sosteneva la loro falsità. Una la pubblicò l’Antonini a p. 370 e l’altra molta antica la pubblicò l’Antonini a p. 407. Dunque, non sono quelle a cui ci riferiamo. Inoltre l’epigrafe o le due epigrafi (separate) pubblicate dall’Antonini a p. 419, sono state prese in considerazione dai due studiosi, i quali, nella loro nota (54) a p. 507 postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. ecc…”. I due studiosi citavano le epigrafi riportate nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (C.I.L.) e, postillavano C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460″. Infatti, la bibliografica intorno alle due epigrafi citate dai due studiosi e che il Mommsen dava per false, ovvero “falsae vel alienae”, sono state citate da Clara Bencivenga Trimllich (….), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a p. 706, dove nella sua nota (20) postillava cosa diversa da Peduto e Natella: “(20) C.I.L., X, I, n° 94.”. Il Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) è un’opera in più volumi che raccoglie antiche iscrizioni in latino. Si pone come fonte autorevole di documentazione epigrafica relativa ai territori compresi nell’Impero romano. Il CIL, come viene comunemente denominato, raccoglie le iscrizioni latine sino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, di qualsiasi natura (pubblica, sacra, sepolcrale, onoraria, rupestre, graffiti etc.), e su ogni supporto epigrafico (per lo più pietra e bronzo). I due studiosi segnalavano che le epigrafi di Policastro Bussentino, alcune delle quali risalivano alla suindicata antica e romana Buxentum, furono riportate e pubblicate dal viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “Di fronte alla cattedrale giacciono, semi interrate, alcune bellissime colonne di marmo. evidentemente resti di un tempio che doveva eregersi dove oggi sorge l’odierna cattedrale. Le uniche iscrizioni che potei trovare furono quelle murate sulla base del campanile ed anche queste non erano che frammenti. Una si riferiva a Germanico e l’altra alla figlia di Druso. Le registro qui, ed è strano che non siano state trascritte con esattezze dai geografi: GERMANICO CAESARI….ecc…E’ impossibile ora stabilire in che modo la famiglia di Tiberio mantenesse dei legami con Buxentum, ma la suddetta iscrizione è comunque stata scolpita in onore di Druso Cesare Germanico, figlio di Tiberio, che fu console per la seconda volta nel 18 d.C.. L’altra è dedicata a: AVGVSTAE. IVLIA. DRVSI. F…..DIVI. AVGVSTI…..Questa Giulia, figlia del primo, sposò, nell’anno 20 d.C, il cugino germano Nerone, figlio di Germanico e Agrippina. Essa si attirò l’odio di Messalina, tanto che, istigato da lei, l’imperatore Claudio nel 59 d.C., la fece condannare a morte. Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. Ecc…”. Dunque, il Ramage che fu il primo degli scrittori stranieri a riportare le epigrafi o iscrizioni latine presenti a Policastro, ragionando sulla presenza di queste epigrafi scriveva che: “Per spiegare l’esistenza di queste iscrizioni si deve ritenere che in questa provincia dovevano esservi delle proprietà della famiglia imperiale. E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C.”. Recentemente, Rosanna Romano (…), nel suo saggio “La cattedrale di Policastro” (in “Visibile latente etc…”, ed. Donzelli), a p. 38 in proposito al campanile della Cattedrale di Policastro scriveva che: “Nel 1167 fu costruito il campanile utilizzando materiale di spoglio ricavato dalle pietre tombali di età romana……Due le iscrizioni funerarie romane poste sui primi due ordini romanici, una dedicata a Julia, figlia dell’imperatore Augusto, l’altra a Germanico, figlio dell’imperatore Tiberio. Gli altri due ordini furono sovrapposti nel secolo XV.”. Angelo Guzzo (…) che, sulla scorta del Laudisio, nel suo “Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia”, quando parlando di Policastro a p. 119 in proposito scriveva che: “”In ricordo di Giulia figlia di Augusto e moglie di Tiberio. Il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio, ecc…., afferma che detta lapide deriva dal monumento funebre eretto ad Augusta Giulia Drusilla, figlia unica di Augusto e moglie di Tiberio, da questi esiliata a Buxentum e fattavi morire di fame per la sua condotta disonesta. Giulia, quindi, era l’unica figlia di Augusto, nata nel 39 a.C., dalla seconda moglie Scribonia. Sposò prima Marcello, poi Agrippa, infine Tiberio, futuro imperatore romano, figlio adottivo della terza moglie di Augusto, Livia Drusilla. Giulia fu celebre per la sua meravigliosa bellezza, per intelligenza e per depravata condotta. Tiberio, non potendola più sopportare, da uomo intransigente e severo qual era, la costrinse a ritirarsi dalla corte. Augusto, informato del fatto, la fece esiliare prima nell’isola Pandataria (Ventotene), poi a Regium Julium (Reggio Calabria) ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni. Di questo fatto parlano Tacito, Dione Cassio e Svetonio (52).”. Il Guzzo, a p. 119, nella sua nota (52) postillava che: “(52) G. Cataldo, op. cit., pagg. 10-11.”. Ma, come possiamo leggere dalla trascrizione del testo di Laudisio, egli non dice Tiberio, da questi esiliata a Buxentum e fattavi morire di fame per la sua condotta disonesta. Giulia, quindi, era l’unica figlia di Augusto, nata nel 39 a.C., dalla seconda moglie Scribonia.”. Rileggendo il passaggio del Guzzo mi colpisce la frase secondo cui Giulia, oltre ad essere stata esiliata da Tiberio nell’isola Pandataria (Ventotene), poi a Regium Julium (Reggio Calabria)”, aggiunge anche che Giulia fu esiliata “ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.”. Leggendo le cronache alla voce “Giulia figlia di Augusto”, per esempio ciò che scrive Wikipedia o la Treccani non si evince che ella fosse stata esiliata o “confinata” a Buxentum (Bussento), “ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.”. Il Guzzo, sulla scorta del Cataldo, scrive che l’esilio forzato di Giulia a Buxentum Di questo fatto parlano Tacito, Dione Cassio e Svetonio (52).”. Dunque, il Guzzo a p. 119, postillava del sacerdote Giuseppe Cataldo. Il Guzzo, a p. 119, nella sua nota (52) postillava che: “(52) G. Cataldo, op. cit., pagg. 10-11.”. Ferdinando La Greca (…), nel suo recente “Da Libio Severo ai Paleologo etc…”, nel 2017, a p. 47, in proposito alle due epigrafi di cui parlo in questo mio saggio scriveva che: “La presenza di dediche per membri della famiglia Giulio-Claudia (per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia, e per Germanico, murate nel campanile della cattedrale di Policastro)(70) è spiegata in connessione a proprietà imperiali nella zona, o in relazione ad assegnazioni coloniarie ai veterani di Augusto. Sono presenti numerose ville nel territorio, con importanti attestazioni archeologiche, come un rilievo tardo-repubblicano di produzione regionale affine ai rilievi coevi del vallo di Diano (71).. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (70) postillava che: “(70) CIL X 459-460.”. Infatti due studiosi Natella e Peduto, a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che:“(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; ecc…”. Il La Greca, a p. 47, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Vd. Gualtieri, 1996.”. Il La Greca, nella sua disamina, citando le epigrafi di cui ci stiamo occupando scriveva però che quella di IVLIA era riferita a “…(per Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio, qui chiamata Iulia,”. Infatti, il La Greca, a p. 37 pubblica l’immagine dell’epigrafe e scrive che si tratta di un iscrizione romana che menziona Livia moglie di Augusto (qui chiamata Augusta Iulia). Dunque, per il La Greca non si trattava di un epigrafe riferita a “Giulia maggiore” ma l’epigrafe è riferita a Livia, la seconda moglie di Augusto. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 278, in proposito scriveva che: “A Bussento, troviamo una dedica a Livia (6), la moglie di Augusto, la quale, dopo la morte del marito (a. 14 d.C.), fu adottata per testamento nella gente Giulia, ed ebbe il titolo di “Augusta”, onde nelle lapidi la troviamo indicata come ‘Iulia Augusta’. Da Svetonio (‘Claud.’ 11,2) veniamo a sapere che Claudio onorò la sua memoria di culto divino. Abbiamo conosciuto una sacerdotessa di Giulia Augusta a Volceio e ad Atina (p. 246). A Volceio, s’incontra una lapide in onore di Agrippa Postumo (1), figlio postumo di Agrippa e di Giulia, figlia di Augusto, adottato dall’Imperatore, il quale non avendo avuto figli maschi, sperò di avere trovato in lui il successore ecc…”. Il Magaldi, a p. 278, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. C.I.L., X, 459: ‘Augustae Iulia(e) / Drusi f. / divi Augusti’. Cfr. la C.I.L., X, 799 da Pompei, e l’annotazione del Mommsen: “Augusta vocabulum nomini ideo praeponitur, quod pro dea Livia colitur (cfr. n. 823)”.”. Dunque, il Magaldi, sulla scorta del Mommsen propendeva per Livia Drusilla, seconda moglie di Augusto. Il Magaldi, a p. 278, riferendosi alla sacerdotessa dice di parlarne a p. 246. Infatti, il Magaldi, a p. 246, in proposito scriveva che: “In Lucania noi incontriamo, oltre quello di Roma e di Augusto a Potenza, un “flamine perpetuo del divo Augusto” a Grumento, a Volceio e ad Atina una sacerdotessa di Giulia Augusta, e cioè di Livia, che si chiamò così dopo la morte di Augusto ed ebbe culto divino, un flamine di Tiberio a Pesto, uno di Vespasiano e uno di Adriano a Volceio, ecc…”. Il Magaldi, a p. 279, aggiungeva che: “A Germanico, figlio adottivo di Tiberio, che fu salutato ‘imperator’ per la seconda volta nel 18 d.C., fu posta una dedica a Bussento (3).”. Il Magaldi, a p. 279, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. C.I.L., X, 460: ‘Germanico Caesari / Ti, Aug. f. divi Aug. n. / divi Iuli pron. Aug. / cos. II imperatori II.”. Dunque, è molto probabile che le due epigrafi siano legate alle due figure di Livia e di Germanico. Livia Drusilla Claudia (in latino: Livia Drusilla Claudia; Roma, 30 gennaio 58 a.C. – Roma, 28 settembre 29), anche conosciuta semplicemente come Livia e dopo il 14 come Giulia Augusta, è stata una nobildonna romana, moglie dell’imperatore romano Augusto e Augusta dell’Impero. Fu la madre di Tiberio e di Druso maggiore, nonna di Germanico e Claudio, nonché bisnonna di Caligola e trisavola di Nerone. Fu divinizzata da Claudio. Dunque, l’epigrafe murata ed ancora visibile sul campanile della cattedrale di Policastro si riferisce a “Giulia” detta “maggiore”, figlia unica di Augusto Ottaviano e di Strabonia o si riferisce a Livia Augusta, seconda moglie di Augusto Ottaviano, come scrive il La Greca ?. A questo riguardo posso dire che il La Greca citava Gualtieri (….). Infatti, il La Greca (…), a p. 35, in proposito scriveva che: “Lungo la costa sorgono anche importanti ville romane quali centri di produzione agricola, vere e proprie aziende che sfruttano il lavoro degli schiavi e si specializzano in pochi prodotti altamente redditizi per il mercato (olio, vino, grano, frutta, fiori, ortaggi): sono note le ville costiere di Tresino presso Agropoli (quella più antica, in quanto fortificata), di Licosa, di Sapri.”.  Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 64, del suo vol. III, in proposito scriveva che: “…..risorse l’antica ‘Bussento’, a circa due miglia dalla foce del fiume omonimo e ad un miglio dalle sue rovine. Di queste rovine or non rimane che una muraglia di opera reticolata, nella quale si sono distinti i ruderi di un tempio, e nella torre della cattedrale fabbricati si veggono rottami d’iscrizioni poste a Germanico e Giulia Augusta, la nobilissima e virtuosa madre di Tiberio.”. Dunque, Nicola Corcia ci parla di un’iscrizione dedicata Giulia Augusta, madre di Tiberio. Sulle due iscrizioni o epigrafi latine murate nel campanile della cattedrale di Policastro devo citare la curiosa notizia che è forse collegata. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 8, in proposito scriveva che: “3) …..La prima e la seconda sono iscrizioni fatte su pietre tombali, incastonate nel Campanile, con le quali fu costruito; …..Ma chi era Giulia Augusta? Mons. Nicola M. Laudisio, nelle ultime pagine della sua Synopsis, afferma che: “Questa lapide deriva dal monumento funebre eretto ad Augusta Giulia Drusilla, figlia unica di Augusto e moglie di Tiberio, da questi esiliata a Bussento e fatta morire di fame per la sua disonesta condotta.” Codesta Giulia era l’unica figlia di Augusto, nata nel 39 a.C. dalla seconda moglie Scribonia; sposò prima Marcello, poi Agrippa, infine Tiberio, il futuro imperatore. Giulia fu celebre per bellezza ma anche per la sua opinabile condotta. Tiberio, non potendola più sopportare, da severo ed intransigente che era, la costrinse a ritirarsi dalla corte. Augusto, informato del fatto, la fece esiliare.. Le due epigrafe di IVLIA e di GERMANICO, citate dall’Antonini furono pure citate con un disegno dal sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: “Sotto Augusto Buxentum fu compresa nella III^ Regione Italica (Lucania e Brutium) l’anno 42 a.C…Fra le maggiori località costiere di origine greca, come ecc.., nonchè Blanda Julia (Maratea) e Velia e Vibo ad Siccam (Vibone Lucana), Pixunte non doveva essere inferiore, perchè, pur non essendo un centro di grande entità, era, più che oggi, soggiorno turistico specialmente per gli uomini illustri come Cicerone, Orazio, ecc…Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc..e tre lapidi, di cui una incompleta. La (I) “In ricordo di Giulia, figlia di Augusto e moglie di Tiberio” e la (2) ecc…Facciamo alcune possibili precisazioni circa le lapidi I^ e 2^. I) – Chi è Augusta Giulia ? – Mons. Laudisio, nelle ultime pagine della sua Sinopsis, afferma che detta lapide deriva dal monumento funebre eretto ad Augusta Giulia Drusilla, figlia di Augusto e moglie di Tiberio, da questi esiliata (a Bussento) e fatta morire di fame per la sua disonesta condotta (Lapis erectus etc….). Codesta Giulia era l’unica figlia di Augusto, ecc…, sposò…..ed infine Tiberio, figlio adottato dalla terza moglie Livia Drusilla. Giulia fu celebre per bellezza, per spirito e per depravata condotta. Tiberio, non potendola più sopportare, da severo ed intransigente che era, la costrinse a ritirarsi dalla corte. Augusto, informato del fatto, la fece esiliare nell’isola Pandataria (Vendotene), poi a Reggio Calabria (Regium Julium), infine in una piccola città della Campania, dove Tiberio la fece morire di fame nel 13 d.C. all’età di 52 anni. Ecc..”. Dunque, rilegendo il passo del Cataldo notiamo che egli non scrive ciò che aferma il Guzzo, ovvero che Giulia Augusta fu esiliata da Tiberio “ed infine a Buxentum, ove Tiberio la fece morire di fame nell’anno 13 d.C., all’età di 52 anni.” ma, più correttamente, il Cataldo sulla scorta di Tacito e di Svetonio parla di infine in una piccola città della Campania, dove Tiberio la fece morire di fame nel 13 d.C. all’età di 52 anni.”. Dunque, la notizia che Giulia, figlia di Augusto e moglie di Tiberio, fosse da questo esiliata anche ed infine a Buxentum è una illazione del Guzzo. Dunque, il Cataldo parla di una piccola città della Campania. Ed è per questo motivo che io escludo che si trattasse di Buxentum ma potrebbe trattarsi della villa bellissima che ancora oggi ne restano le vestigia a Sapri in località S. Croce. Il Cataldo, a p. 11 continuando il suo racconto scriveva pure che: “Dell’esilio parlano Tacito, Dione Cassio (ad Ann. Urb. Cond. 748) e Svetonio (in Vita Tiberii, LIII). Tacito si esprime così: “Julia supremum diem obiit; ob impudicitiam olim a padre Augusto Pandataria insula, mox oppido Rheginorum, qui siculum fretum accolunt, clausa” (Annali, I). Non credo che dovremmo confondere l’augusta Giulia con altre due delle dieci ricordate dalla storia. Queste sono: a) Giulia, nipote di Augusto ecc…ecc…”. Dunque, il Cataldo in questo ultimo passaggio cerca di chiarire al suo lettore che vi erano pure altre Giulie citate dalla storia. Il Cataldo cioè scriveva che Tacito nei suoi annali, parla di Julia e del padre Augusto. Il Cataldo, continuando il suo racconto a p. 11 scriveva che: “Non credo che dovremmo confondere l’augusta Giulia con altre due delle dieci ricordate dalla storia (Nuova Enciclopedia Popolare Italiana: p. 596-97, G-GU, vol. 9: Torino, 1959). Queste sono: a) Giulia, nipote di Augusto, figlia di Druso e di Livia, sorella di Germanico; sposa di Nerone e di Rebellio Blando. Relegata nelle isole Tremiti, per la condotta depravata, morì nel 59 d.C. per ordine dell’imperatore Claudio. b) Giulia Augusta, adottata per testamento da Augusto e detta così da lui: era Livia Drusilla, discendente dai Claudii, figlia di Livio Druso Claudiano, già morto Tiberio Claudio Nerone e madre di Tiberio imperatore. Donna retta ed esemplare, ma così bella da indurre Augusto a divorziare da Scribonia per sposarla. Nata nel 57 a.C., morì nel 29 d. C. a 86 anni.”. Dunque, il Cataldo pur portando altri esempi riteneva si trattasse della Giulia maggiore, figlia unica di Augusto e di Strabonia e moglie dell’imperatore Tiberio. Ma quali che fossero questi due personaggi a cui si riferiscono le due epigrafiche latine e marmoree di sicuro a Policastro, l’antica Buxentum, ville d’epoca romana non ne sono state trovate e di contro abbiamo la bella e opulenta villa d’epoca romana in località S. Croce a Sapri. Dunque, della Giulia “augusta”, figlia unica di Augusto hanno scritto Tacito (…), nei suoi “Annali”, libro I; hanno scritto Dione Cassio (ad Ann. Urb. Cond. 748) e Svetonio (in Vita Tiberii, LIII).”.

Nel 10 ottobre 19 d.C. a Buxentum GERMANICO CESARE

Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, nel suo Discorso X che, parlando di Bussento a p. 419 parlando della cattedrale di Policastro e del suo Campanile, in proposito segnalava che: “Trovasi però non pochi frammenti d’Iscrizioni antiche, che dimostrano essere stata un tempo di qualche considerazione. Eccone due, che sono allogati nel campanile, i quali, cogl’altri pezzi di marmo, onde questo è composto, mostrano, che la città fosse ben antica. Uno è il seguente GERMANICO CAESARI….AVG….F. DIVI. AVG.  N……DIVI. IVLII…PRON…AVG….COS. II. IMPERAT…... Si tratta, come vedremo, dell’epigrafe dedicata a Germanico:

Antonini, p. 419

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 7-8, in proposito scriveva che: “Dell’antica Buxentum restano, dunque, tracce di mura romane, costruite su quelle greche, un tratto di una via lastricata e tre lapidi di cui una incompleta. 2): 

                                                                                         GERMANICO CAESARI

                                                                                        TI-AVG – F. -DIVI AVG. N.
DIVI IVLI – PRO N. AVG.
COS. – II- IMPERATORI –II.

Trad.: “In ricordo dell’imperatore Germanico, figlio naturale di Druso, adottivo di Tiberio e nipote di Augusto.”. La prima e la seconda sono iscrizioni fatte su pietre tombali, incastonate nel Campanile, con le quali fu costruito; Cesare Germanico (14 a.C.-19 d.C.) era figlio di Druso Nerone Germanico e di Antonia, nipote di Tiberio e fratello di Claudio. Fu console prima sotto Augusto poi sotto Tiberio. Eletto imperatore dell’esercito e rientrato vincitore a Roma, rifiutò la carica ed andò a combattere in Oriente. Tiberio, geloso della popolarità e della gloria del nipote, pose come governatore delle terre conquistate in Siria l’ambizioso Gneo Pisone. Fu questo che, spinto dalla moglie Plancina, avvelenò Germanico. Le sue spoglie furono portate in Italia e, probabilmente, passarono per Bussento.”. La Del Prete afferma che le spoglie di Germanico, dopo essere stato avvelenato da Gneo Pisone furono portate in Italia e, probabilmente transitarono per Bussento.

Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 279, in proposito scriveva che: “A Germanico, figlio adottivo di Tiberio, che fu salutato ‘imperator’ per la seconda vota nel 18 d.C., fu posta una dedica a Bussento (3).”. Il Magaldi, a p. 279, nella nota (3) postillava: “(3) Cfr. C.I.L., X, 460: Germanico Caesari / Ti. Aug. f. divi Aug. n. / divi Iuli pron. Aug. / cos. II imperatori II.”.

Recentemente, Rosanna Romano (…), nel suo saggio “La cattedrale di Policastro” (in “Visibile latente etc…”, ed. Donzelli), a p. 38 in proposito al campanile della Cattedrale di Policastro scriveva che: “Nel 1167 fu costruito il campanile utilizzando materiale di spoglio ricavato dalle pietre tombali di età romana……Due le iscrizioni funerarie romane poste sui primi due ordini romanici, una dedicata a Julia, figlia dell’imperatore Augusto, l’altra a Germanico, figlio dell’imperatore Tiberio. Etc…”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nelle ultime pagine della sua “Synopsis et…”. Infatti a pp. 109-110, troviamo scritto (vedi versione curata dal Visconti): Poichè la città, come afferma l’Ughelli (231), è molto antica, in una di queste lapidi marmoree si legge: “A GERMANICO CESARE FIGLIO DI TIBERIO AUGUSTO NIPOTE DEL DIVO AUGUSTO PRONIPOTE DEL DIVO GIULIO AUGUSTO PER DUE VOLTE CONSOLE E IMPERATOR. Germanico Cesare visse intorno al 12 dopo Cristo. Era figlio figlio naturale di Druso e figlio adottivo di Tiberio, suo zio; perciò fu nipote del divo Augusto, che a sua volta era padre di Tiberio e figlio di Giulio Cesare; Germanico inoltre fu console per due volte col secondo imperatore, cioè con Tiberio. Ebbe il soprannome di Germanico perchè dopo la morte di Augusto partì per la Germania e, rifiutato il titolo di imperatore con cui era stato acclamato dall’esercito, dopo aver vinto i nemici ritornò a Roma dove ottenne l’onore del trionfo. Partito anche per l’oriente per sedare delle dedizioni, vinse il re dell’Armenia; perciò Tiberio fu preso dalla gelosia e nello stesso tempo dall’odio, e per suo comando Germanico fu avvelenato ad Antiochia dal re di Siria Pisone, quando aveva 34 anni di età, nel 19 dopo Cristo. Egli aveva pubblicato diverse opere, ma ci restano di lui soltanto la versione in esametri latini dei ‘Phaenomena’ che Arato aveva scritto nel 275 prima della nascita di Cristo, e alcuni epigrammi. Ecc…”. Dunque, su questa storia il Laudisio cita il poeta Arato di Sodio (….) che scrisse nel 275 a.C. il poema “Phaenomena”. Da Wikipedia leggiamo che Arato di Soli (in greco antico: Ἄρατος ὁ Σολεύς, Áratos ho Solèus; Soli in Cilicia, 315 a.C. circa – 240 a.C. circa) è stato un poeta greco antico del primo ellenismo. Fenomeni e pronostoci. Il poema didascalico consta complessivamente di 1154 versi divisi in due parti: Phainòmena la prima, Diosemeîa la seconda, da cui i termini Fenomeni e Pronostici con cui furono già chiamate da Cicerone. Per quanto concerne l’etimologia del lemma Diosemeîa, in base alla sfumatura di significato che assume il “semeiòn”, può essere intesa in doppio senso, vale a dire “Costellazione del Cielo” o “Segnalazione del Cielo”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel 1978, nel suo cap. “4. Ricordi dell’Età Imperiale”, a p. 15 in proposito scriveva che: Anche la lapide di ‘Cesare Germanico’ (24) si trova allo stesso posto, indicando l’intera genealogia: da Giulio Cesare ad Augusto e a Tiberio. Non sappiamo come questi illustri personaggi se l’abbiano passata da queste parti, nè abbiamo notizie di palazzi o costruzioni da essi eseguiti. La città più importante di questo lembo del Golfo era probabilmente ‘Vibona’, che giace tuttora sotto una folta vegetazione e che copre forse anche i palazzi.”. Il Tancredi, a p. 16, nella sua nota (24) postillava che: “(24) “GERMANICO CAESARI – TI(BERII) AUG(USTI) F(ILIO) – DIVI AUG(USTI) N(EPOTI) – DIVI IULI PRO N(EPOTI) AUG(USTI) – CO(N)S(ULU) II – IMPERATORI II”. Tacito C., ‘Annales’, II, 72 e 83 (per la vita).”. Il Tancredi segnalava la prima iscrizione o epigrafe riportata a p. 419 dall’Antonini. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 129, Craufurd scriveva che: “Le uniche iscrizioni che potei trovare furono quelle murate sulla base del campanile ed anche queste non erano che frammenti. Una si riferiva a Germanico e l’altra alla figlia di Druso. Le registro qui, ed è strano che non siano state trascritte con esattezze dai geografi: GERMANICO CAESARI….ecc…E’ impossibile ora stabilire in che modo la famiglia di Tiberio mantenesse dei legami con Buxentum, ma la suddetta iscrizione è comunque stata scolpita in onore di Druso Cesare Germanico, figlio di Tiberio, che fu console per la seconda volta nel 18 d.C….L’altra è dedicata a: AVGVSTAE. IVLIA. DRVSI. F…..DIVI. AVGVSTI…..Questa Giulia, figlia del primo, sposò, nell’anno 20 d.C, il cugino germano Nerone, figlio di Germanico e Agrippina. Ecc…”. Dunque, il Ramage che fu il primo degli scrittori stranieri a riportare le epigrafi o iscrizioni latine presenti a Policastro. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 279, in proposito scriveva che: “A Germanico, figlio adottivo di Tiberio, che fu salutato ‘imperator’ per la seconda volta nel 18 d.C., fu posta una dedica a Bussento (3).”. Il Magaldi, a p. 279, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. C.I.L., X, 460: ‘Germanico Caesari / Ti, Aug. f. divi Aug. n. / divi Iuli pron. Aug. / cos. II imperatori II.”. Domenico Romanelli (…), nel suo “Antica topografia istorica del regno di Napoli”, parte I, cap. ……, a p. 373 (vedi pure ristampa p. 96) parlando di Buxentum egli in proposito scriveva che: “Il p. Mannelli, che adottò (2) la stessa nostra opinione, vide in Policastro varj ruderi di antichità, che non si videro nell’Antonini, e specialmente la seguente iscrizione innalzata a Germanico (3): GERMANICO CAESARI T. AVG. F. DIVI AVG. N. DIVI IVLI PRON. AVG. COS. II IMPERATORI II AVG.  ET  IVLIA  DRVSI  F….DIVI  AVGVSTI.”. Innanzitutto faccio presente che il Romanelli riunisce in un unica iscrizione le due iscrizioni che l’Antonini riportava separatamente perchè sebbene fossero entrambe sul campanile della cattedrale esse non erano unite.  Il Romanelli, parte I, cap. ……, a p. 373 (vedi pure ristampa p. 96), nella sua nota (2) postillava che: “(2) Mannelli. Stor. della Lucania ms. nella R. Bibliot. di Napoli.”. Il Romanelli si riferiva all’opera inedita, al manoscritto, “La Lucania Sconosciuta” del padre agostiniano Luca Mannelli di cui ho pubblicato ivi in un altro mio saggio le pagine originali tratte dalla Biblioteca Nazionale di Napoli. Sul manoscritto del Mannelli scrisse anche il sacerdote Rocco Gaetani (…) che, riguardo il manoscritto del Mannelli riportò la trascrizione integrale delle pagine in cui parla di Policastro, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli pubblicate per la prima volta dal manoscritto pel sac. Rocco Gaetani”, a pp. 18-19 in proposito scriveva che: “….città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione GERMANICO CAESARI TI. AVG F. DIVI AUG. N. DIVI. IVLI PRON. AVG. COS II IMPEATORI II AVGVSTA EI  IVLIA DRVSI  F…..DIVI  AVGVSTI…..”. Ecco ciò che scriveva il Mannelli che riportava l’epigrafe che l’Antonini sia nella prima edizione del 1745 che nell’altra pubblicata dal nipote nel 1795 scriveva essere posta sul campanile della Cattedrale. Il Mannelli riportava l’epigrafe riportata dall’Antonini e scriveva “Livia moglie d’Augusto e madre di Tiberio insieme con Giulia sua figliola honorò con la sua presenza quella città nella quale inalzarono a quel famoso Germanico del sangue loro una statua con tale iscrizione”. Il Romanelli (…) che, a p. 96 dubitava delle cose scritte a riguardo dall’Antonini e dal Mannelli, nella sua nota (3), riguardo le due iscrizioni riportate dall’Antonini in proposito postillava che: “(3) C.I.L., X, 460”. Secondo il Romanelli, l’epigrafe che l’Antonini riportava separatamente egli postilla del libro X del “Corpus Inscriptionum Latinarum”, pubblicato da Theodor Mommsen (…). Infatti, sulle epigrafi, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 507, in proposito scrivevano che: “Le testimonianze di Buxentum sono numerose: le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò “falsae vel alienae” altre due iscrizioni (54), riportate dagli storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi romani vennero alla luce nel secolo scorso, ecc…”. I due studiosi a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. Tra le false o estranee ha interesse la seguente: …….xent. in rem/urbic./iug. LX. adsig./d.d.i.s. K….Fra gli studiosi stranieri il primo che abbia riportato le iscrizioni latine fu C. Tait Ramage (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109), che visitò Policastro nel 1828.”. I due studiosi sempre a p. 507, nella loro nota (55) postillavano che: “(55) Notevole è l’ipotesi che G. Riccio (Storia e topografia antica della Lucania, cit.), avanza sull’iscrizione falsa citata alla nota precedente. Egli riteneva che il frammento si riferisse alla ‘rifazione delle pubbliche mura ecc…”. I due studiosi Natella e Peduto, a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che:“(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; ecc…”. Il La Greca, a p. 47, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Vd. Gualtieri, 1996.”. Dunque, riepilogando, i due studiosi Natella e Peduto scrivono che il Mommsen raccolse alcune epigrafi riportate dall’Antonini (…) e dal Riccio (…) e scrivono pure che le due epigrafi riportate dall’Antonini e dal Riccio, furono ritenute false dal Mommsen (…) che le inserì tra le iscrizioni “falsae vel alienae”. Una la pubblicò l’Antonini a p. 370 e l’altra molta antica la pubblicò l’Antonini a p. 407. Dunque, non sono quelle a cui ci riferiamo. Inoltre l’epigrafe o le due epigrafi (separate) pubblicate dall’Antonini a p. 419, sono state prese in considerazione dai due studiosi, i quali, nella loro nota (54) a p. 507 postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. ecc…”. I due studiosi citavano le epigrafi riportate nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (C.I.L.) e, postillavano C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460″. Infatti, la bibliografica intorno alle due epigrafi citate dai due studiosi e che il Mommsen dava per false, ovvero “falsae vel alienae”, sono state citate da Clara Bencivenga Trimllich (….), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a p. 706, dove nella sua nota (20) postillava cosa diversa da Peduto e Natella: “(20) C.I.L., X, I, n° 94.”. Il Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) è un’opera in più volumi che raccoglie antiche iscrizioni in latino. Si pone come fonte autorevole di documentazione epigrafica relativa ai territori compresi nell’Impero romano. Il CIL, come viene comunemente denominato, raccoglie le iscrizioni latine sino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, di qualsiasi natura (pubblica, sacra, sepolcrale, onoraria, rupestre, graffiti etc.), e su ogni supporto epigrafico (per lo più pietra e bronzo). Da Wikipedia leggiamo che  Germanico Giulio Cesare (in latino: Germanicus Iulius Caesar; 24 maggio 15 a.C. – Antiochia di Siria, 10 ottobre 19), nato probabilmente come Nerone Claudio Druso (Nero Claudius Drusus), noto per un periodo come Nerone Claudio Druso Germanico ma meglio conosciuto semplicemente come Germanico, è stato un politico e militare romano, appartenente alla dinastia giulio-claudia. Questore, console e infine proconsole in Gallia [Gallia Aquitania, Gallia Lugdunense e Gallia Belgica], proconsole in Germania, proconsole in tutto l’Oriente romano [Galazia, Licia e Panfilia, Siria ((con Giudea)), Egitto, Acaia, Asia, Bitinia e Ponto, Cipro, Cilicia, Creta e Cirene, Macedonia, Mesia e Cappadocia]. Poco dopo la partenza di Pisone, Germanico cadde malato ad Antiochia e morì il 10 ottobre dopo lunghe sofferenze; prima di spirare, lo stesso Germanico confessò la propria convinzione di essere stato avvelenato da Pisone, e rivolse un’ultima preghiera ad Agrippina affinché vendicasse la sua morte. Officiati i funerali, dunque, Agrippina tornò con le ceneri del marito a Roma, dove grandissimo era il compianto di tutto il popolo per il defunto. Tiberio, tuttavia, evitò di manifestare pubblicamente i suoi sentimenti, e non partecipò neppure alla cerimonia in cui le ceneri di Germanico furono riposte nel mausoleo di Augusto. In effetti Germanico potrebbe essere deceduto di morte naturale, ma la popolarità crescente enfatizzò molto l’avvenimento, che comunque è anche ingigantito dallo storico Tacito. Nerone Claudio Druso (in latino: Nero Claudius Drusus; Roma, 14 gennaio 38 a.C. – Mogontiacum, 9 a.C.), nato come Decimo Claudio Druso o Decimo Claudio Nerone (Decimus Claudius Drusus o Decimus Claudius Nero) e meglio conosciuto come Druso maggiore (Drusus maior, per distinguerlo dal nipote Druso minore), è stato un militare e politico romano, appartenente alla dinastia giulio-claudia in quanto figlio della terza moglie di Augusto, Livia Drusilla. Secondo Svetonio, Druso nacque con il prenome di Decimus, in seguito cambiato in Nero. Egli nacque poco dopo il divorzio di sua madre Livia Drusilla dal padre, Tiberio Claudio Nerone, al tempo del suo matrimonio con Augusto. Sposò Antonia minore, figlia di Marco Antonio e di Ottavia minore (sorella di Augusto) dalla quale ebbe diversi figli, ma soli tre gli sopravvissero: Germanico (15 a.C.-19), il futuro imperatore Claudio (10 a.C.-54) e Claudia Livilla o Livia Giulia (13 a.C.-31).

Nel I sec. a.C., le due epigrafi latine sul campanile della chiesa di S. Maria d’Episcopio a Scalea, simili a quelle di Policastro

Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 48, in proposito scriveva che: “Nella vallata del Lao, poco a sud di Laino, dveva trovarsi la città di ‘Skidros’, che insieme con Laos accolse i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. Era certamente nel golfo del Lao, oggi detto di Policastro, e a breve distanza dal mare. Al tempo dell’Impero forse non esisteva più o aveva più o aveva perduto la sua importanza.”. Inoltre, padre Russo, a p. 49, in proposito scriveva pure che: “E’ probabile che da ‘Laos’ provengano le due iscrizioni, di epoca imperiale, che furono impiegate nella costruzione del campanile normanno di S. Maria de Episcopio in Scalea. Le riporto per la loro rarità e perchè possano servire di base ad ulteriore ricerche e deduzioni sulla latinizzazione della celebre colonia di Sibari:

                                                                                               GERMANICO. CESARI

                                                                                                 TI. AVC. F. DIVI. AUG.

                                                                                              DIVI. IVLI. PRO II A. V. C.

                                                                                               COS. II. IMPERATORI. II

                                                                                                     AVGUSTAE – IVLIA

                                                                                                                DRVSI. F.

                                                                                                         DIVI – AVGVSTI 

Dunque, padre Russo citava le due iscrizioni o epigrafi latine d’epoca imperiale che egli dice “furono impiegate nella costruzione del campanile normanno di S. Maria de Episcopio in Scalea”. La notizia è molto interessante, non solo perchè padre Russo dice che le due iscrizioni provenissero dall’antica Laos, colonia magno greca colegata con Sibari, ma anche perchè le due iscrizioni da egli riportate sono simili alle due iscrizioni o epigrafi latine che ritroviamo murate sul campanile della cattedrale di Policastro Bussentino. Dunque due iscrizioni simili murate sui due campanili, quello “normanno” della chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea e quello bizantino della chiesa di S. Maria a Policastro Bussentino. Francesco Russo (….), nel vol. I, a p. 291, in proposito scriveva che: “Scalea ha due chiese di origine medievale: S. Maria de Episcopio e S. Nicola de Platea. ‘S. Maria de Episcopio’ fu costruita o, quanto meno consacrata, nel 1167. E’ andata però soggetta a vari rifacimenti; per cui conserva ben poco della struttura originale. Si è tuttavia salvata l’abside con una magnifica finestra gotica, divisa in due da una colonnina, con trabeazione sormontata da decorazione multilobata, di bellissimo effetto, messa in luce dall’Arch. Gisberto Martelli nel 1950. Notevole anche il campanile, in cui lo stesso Martelli ha scoperto dei conci, con iscrizioni romane del I secolo dell’E. V. L’architettura di questa chiesa, come quella “del presumibile Episcopio con pseudo-loggia normanna”, che vi è adiacente, viene collegata alle correnti artistiche campane del secolo XII-XIII (33).”. Padre Russo, nel vol. I, a p. 291, nella nota (33) postillava: “(33) G. Martelli, Architetture Campane in Calabria, in “Atti del Congresso di Storia dell’Architettura di Caserta”, Roma 1956, pp. 296-300; Martelli, Chiese monumentali di Calabria, in “Calabria nobilissima”, X, 37-88″. La notizia del ritrovamento di alcune epigrafi latine murate sulla chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea, molto simili alle epigrafe di Policastro che annuncia la costruzione del Campanile della Cattedrale, ci vengono confermate da Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a p. 70 e ssg., in proposito scriveva che: “Si può supporre, infatti che nella seconda metà del secolo X, cioè dopo la costituzione della diocesi di Cassano, nel sito urbano di Scalea, a poca distanza dal cenobio dei Siracusani, sia sorto un terzo monastero greco, che successivamente diede origine alla chiesa matrice di Santa Maria, detta un tempo “della Scala”, “dell’Ospedale” o “dell’Annunziata”, oggi chiesa parrocchiale con il titolo di Santa Maria ‘de Episcopio’. Da Wikipedia leggiamo che la chiesa, meglio conosciuta come “Madonna del Carmine”, è ricca di monumenti e opere d’arte. La Madonna del Carmine è la patrona di Scalea e si festeggia il 15 e 16 luglio di ogni anno. Il primo nucleo della chiesa Madonna del Carmine risale all’VIII secolo. Periodo questo di maggiore attività dei monaci Basiliani nella zona, conosciuta con il nome di Mercurion. In questi anni la chiesa fu anche sede episcopale o almeno di corepiscopi, gli ausiliari dei vescovi. In questa epoca, la chiesa, già dedicata a Santa Maria Annunziata, prese il nome di Santa Maria d’Episcopio: inoltre vicino alla chiesa resta un edificio signorile, con pseudo loggiato normanno, che per tradizione è indicato come il “palazzo del Vescovo”. In epoca normanna la chiesa fu notevolmente ingrandita e affidata ai Benedettini di Cava dei Tirreni. Questo perché con l’avvento dei normanni le chiese di rito bizantino dovettero latinizzarsi. Molti monasteri greci, pertanto, furono affidati ai monasteri latini. Il superbo finestrone absidale della chiesa è appunto una testimonianza di questo periodo.

Nel 1167, la lapide simile nella consacrazione della chiesa di S. Maria de Episcopio di Scalea

Riguardo questo Vescovo, Giovanni III devo citare padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. III, che, a p. 38 parlando della “Cronostassi dei Vescovi etc…”, della Diocesi di Cassano Jonica, in proposito scriveva che: “11) GIOVANNI III (1165-1168) – E’ un altro nome nuovo, che si inserisce nella Cronostassi dei Vescovi di Cassano. Risulta da una lapide marmorea, che ricorda la consacrazione della chiesa di S. Maria de Episcopio di Scalea. Questa, che altra volta era sul muro esterno della suddetta chiesa, è ora adibita in una scala di casa moderna. E così: concepita:

                                                                                                TEM SEMPR MAGNIFICI W. SEDI

                                                                                             REGIS. JOHS. III. EPS. DO. ET BEATE

                                                                                                     M. HOC OPVS FECIT MCLXVII.

Cioè: ‘al tempo del Magnifico Re Guglielmo (il Malo) il Vescovo Giovanni III ha consacrato in onore di Dio e della Beata Vergine Maria MCLXVII’. Quel che c’è da rilevare in questa lapide è che il Vescovo consacrante si qualifica come Giovanni III: il che vuol dire che, tra i suoi predecessori, ce ne sono stati altri due di questo nome. Ciò giustifica, i qualche modo, l’inserzione dei due Prelati di questo nome da noi fatta in precedenza. Si tratta, evidentemente, di semplice supposizione e di nient’altro.”. La notizia di padre Russo è interessante perchè ci dice che nella chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea vi era murata una epigrafe, forse scritta in caratteri gotici, molto simile alla epigrafe che oggi si trova murata su una scaletta adiacente al campanile della cattedrale di Policastro Bussentino. Padre Francesco Russo (….), nel vol. I, a p. 291, in proposito scriveva che: “Scalea ha due chiese di origine medievale: S. Maria de Episcopio e S. Nicola de Platea. ‘S. Maria de Episcopio’ fu costruita o, quanto meno consacrata, nel 1167. E’ andata però soggetta a vari rifacimenti; per cui conserva ben poco della struttura originale. Si è tuttavia salvata l’abside con una magnifica finestra gotica, divisa in due da una colonnina, con trabeazione sormontata da decorazione multilobata, di bellissimo effetto, messa in luce dall’Arch. Gisberto Martelli nel 1950. Notevole anche il campanile, in cui lo stesso Martelli ha scoperto dei conci, con iscrizioni romane del I secolo dell’E. V. L’architettura di questa chiesa, come quella “del presumibile Episcopio con pseudo-loggia normanna”, che vi è adiacente, viene collegata alle correnti artistiche campane del secolo XII-XIII (33).”. Padre Russo, nel vol. I, a p. 291, nella nota (33) postillava: “(33) G. Martelli, Architetture Campane in Calabria, in “Atti del Congresso di Storia dell’Architettura di Caserta”, Roma 1956, pp. 296-300; Martelli, Chiese monumentali di Calabria, in “Calabria nobilissima”, X, 37-88″. La notizia del ritrovamento di alcune epigrafi latine murate sulla chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea, molto simili alle epigrafe di Policastro che annuncia la costruzione del Campanile della Cattedrale, ci vengono confermate da Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo – cenni storici”, dove, a p. 24 parlando di Ruggero I d’Altavilla, in proposito scriveva che: “Promosse una serie di costruzioni atte a migliorare l’efficienza e l’estetica del paese. Vennero completate, ampliate, abbellite le chiese di S. Maria d’Episcopio e la parte inferiore della chiesa di S. Nicola in Plateis, che prendevano grosso modo l’aspetto di oggi. Venne tra l’altro costruito il papazzo con pseudo loggiato, ancora visibile in via S. Maria, probabilmente sede di pubblici uffici. Venne istituito lo “spedale”, i cui resti sono ancora in via Ospedale. Morto Ruggero i suoi domini, compreso Scalea, andarono a suo figlio Ruggero II, che regnò da Palermo, capitale del nuovo stato formato dai ducati di Puglia, Calabria, Sicilia. Dopo la morte di Ruggero II, a cui succedettero Guglielmo I il Malo e Guglielmo II il Buono.”. Altro autore locale ci parla della chiesa di S. Maria dell’Episcopio. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a p. 70 e ssg., in proposito scriveva che: “Si può supporre, infatti che nella seconda metà del secolo X, cioè dopo la costituzione della diocesi di Cassano, nel sito urbano di Scalea, a poca distanza dal cenobio dei Siracusani, sia sorto un terzo monastero greco, che successivamente diede origine alla chiesa matrice di Santa Maria, detta un tempo “della Scala”, “dell’Ospedale” o “dell’Annunziata”, oggi chiesa parrocchiale con il titolo di Santa Maria ‘de Episcopio’. Al momento, però, il documento più antico sul luogo sacro rimane una bolla dell’antipapa Anacleto II, collocabile fra il 1130 e il 1137, che confermava a Simeone, abbate della S.ma Trinità di Cava ‘apud Scaleam monasterium Sancti Petri et ecclesiam Sanctae Mariae cum hospitali’, mentre la più antica attestazione del titolo ‘de Episcopio’, a quanto ci risulta, risale al 1545. Di conseguenza la chiesa è stata generalmente considerata una nuova fondazione di epoca normanna, sorta cioè per iniziativa dei nuovi conquistatori, che ne avrebbero affidato la costruzione e il possesso all’Ordo Cavensis. Proprio la nascita come monastero, però, lascia perplessi: è davvero sostenibile l’ipotesi che i benedettini abbiano creato ‘ex novo’ la chiesa e l’annesso monastero ? Pare poco verosimile. I Normanni, infatti, secondo una prassi ben documentata, il più delle volte assegnavano ai religiosi latini istituzioni bizantine preesistenti abbandonate dai monaci, di cui si erano impadroniti per diritto di conquista.”.  Amito Vacchiano, a p. 92 ci parlava del palazzo con il pseudo-loggiato. Egli, in proposito scriveva: “All’epoca normanna va ascritto poi un palazzo, i cui resti ormai fatiscenti sono ancora visibli di fronte alla chiesa di Santa Maria ‘de Episcopio’. Caratterizzato da un rustico peseudo-loggiato dai rilievi ad archi intrecciati ricavati con muratura di frammenti laterizi, è un edificio di grande interesse perchè, come afferma Gisberto Martelli, “costituisce la più cospicua testimonianza superstite di architettura ciile normanna in Calabria e forse si tratta del Palazzo Episcopale ricordato nella dedicazione della Chiesa (S. Maria d’Episcopio). Queste strutture non trovano riferimento alcuno in Calabria etc….”.  Barbara Visentin (…..), nel suo “Fondazioni Cavensi nell’Italia Meridionale (secoli XI-XV)”, a p. 336, in proposito scriveva che: “3. Santa Maria. Sanctae Mariae (96). Le vicende della chiesa di Santa Maria di Scalea incrociano quelle della SS. Trinità di Cava in una data imprecisata prima del maggio 1149, quando compare tra i beni confermati al monastero dal pontefice Eugenio III, munita di un ricovero per pellegrini, poveri e sofferenti (97). Nel 1168 però si rintraccia il secondo ed ultimo atto che la menzione, è la bolla di Alessandro III che, nel gennaio di quell’anno, la esenta dalla giurisdizione vescovile (98). Le tracce materiali di questa cappella sembra si possano riconoscere nel cuore del centro antico di Scalea, dove svetta il campanile della cosidetta chiesa di sopra, dedicata a Santa Maria d’Episcopio, il cui nucleo originario risalirebbe addirittura all’VIII secolo. Lungo il lato meridionale della chiesa si conserva un edificio caratterizzato da un elegante loggiato riferibile al XII secolo e, per tradizione, indicato come il “palazzo del Vescovo”. La Visentin, a p. 336, nella nota (97) postillava: “(97) AC, H 7: apud Diascaleam….ecclesiam sanctae Mariae cum ospitali’, edito da Guillaume, Essai, Appendice, pp. XXXII-XXXV; Kehr, IP VII, p. 325, nr. 23”. La Visentin, a p. 336, nella nota (98) postillava che: “(98) Apud Diascoleam…ecclesiam Sanctae Mariae’, la menzione dell’ospedale è scomparsa, cfr. AC, H 50 falso e P. 24: transunto del marzo 1399 – H 51: transunto – I 1: transunto, per la genuinità del testo di questo documento si veda Kehr, IP VIII, p. 326.”.

Nel ’72 (I sec. d.C.), il ‘AGER VIBONENSIS ACTUS’ nelDe Coloniis libellus’ di Giulio Sesto Frontino

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucaniadiscorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427,428. Giuseppe Antonini, ne parla nella sua ‘Lucania’, parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427, 428. Antonini (…), a p. 423, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) scriveva che: “...ch’ancora oggi il luogo conserva di Vibonati. Ma perchè altri non abbia motivo di caricarsi di presunzione, e di autoità, vi aggiungeremo, che ‘Frontino’ lo mette unitamente con Bussento così: AGER VIBONENSIS ACTUS. N.X. G.P. XXV. E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3.” :

Antonini, p. 424

Assume particolare importanza la citazione di un ‘Ager Vibonensis Actus’ in Frontino (….) nel suo de ‘Coloniis libellus’ (…). E’ l’Antonini (…) che, parlando di Sapri, riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. L’Antonini scrive a riguardo che: E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia. Ecc..”. Riguardo Frontino e la citazione dell’Antonini ha scritto anche Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: Un’altra colonia ancora spedita a Bussento ci ricorda un breve cenno di Balbo (6), una di quelle certamente spedita da Silla o Ottavio; etc…”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (6) postillava che: “(6) Front. De Colon. 109”.

Corcia, p. 63.PNG

(Fig…) Nicola Corcia, op. cit., pp. 62-63

Da Wikipedia leggiamo che ai tempi di Marco Cocceio Nerva Cesare Augusto a Roma fu riorganizzato il sistema dell’approvvigionamento idrico; ci resta di quegli anni l’opera fondamentale scritta dal curatore delle acque, Sesto Giulio Frontino, sulla progettazione e la manutenzione degli acquedotti. Un altro grande provvedimento fu la “politica degli alimenta”, che consisteva nell’erogare prestiti a tasso agevolato, sussidi alle famiglie povere e l’istruzione gratuita agli orfani. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” parlando dei “Documenti sull’antichità” che riguardano il sito di Pixous, a p. 48 in proposito scriveva che: “F) Frontino: ‘De Coloniis’: “In provincia Brittinorum centuriae quadrate in jugera CC. et caetera in laciniis sunt praecisa post demortuos milites. Ager Buxentinus sextertianus est assignatus in cancellationem limitibus maritimis”. = Nella provincia dei Bruzii dopo la strage dei soldati le centurie quadrate furono divise per 200 iugeri di terreno e il resto rimase ai margini in pezzi non assegnati. L’agro bussentino preso a sesterzi fu destinato come barriera nei confini marittimi.”. Dunque, Frontino pone Bussento nei Bruzi. Dunque, l’Antonini e molto più tardi alcuni scrittori come il Tancredi (…) riportano l’interessante notizia di un “Ager Vibonensis actus” citato da Giulio Sesto Frontino nella sua opera “De Coloniis libellus”. Nel 1560 Guglielmo Goesio (….), pubblicò il testo in cui si riporta il testo di Giulio Sesto Frontino (…): “De Coloniis libellus”. Antonini sulla scorta di Guglielmo Goesio (….) cita il “Ager Vibonensis Actus”, cita Giulio Sesto Frontino e, cita l’opera di Frontino “De Coloniis” che cita un “Ager Vibonensis actus”. L’opera di Guglielmo Goesio (….) a cui si riferiva Giuseppe Antonini. Si tratta di Guglielmo Goesio. Guglielmo Goesio nella Prefazione alla Raccolta “Rei agraria Auctores , legesque varia” . Ediz. di Am. ſterdam del 1674. Egli è citato nel prodromo nelle “Memorie etc..” di Francesco Antonio Ventimiglia (….). Guglielmo Goesio, nel 1674, insieme ad altri testi pubblicò il “De Coloniis libellus” che egli attribuì a Giulio Sesto Frontino (…). Il testo del Goesio è il  “Rei agraria Auctores, legesque varia”. Il Gaetani, nella sua nota (….) postillava che l’opera del Frontino era contenuta nell’opera di Guglielmo Goesio: “(1) Rei Agrariae Auctores legesque variae etc…, ed. Goesio, Amstelredami, 1674, vol. I, p. 78 – Gromatici Vetera etc., ed. Lackmann, Berolini, 1848, p. 141.”. Guglielmo Goesio (…), curatore dell’edizione seicentesca del testo “De Coloniis libellum” di Giulio Sesto Frontino (….), secondo l’Antonini (….), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibifactam nescio mentionem”.

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La citazione di Frontino che fa l’Antonini la confermo in Guglielmo Goesio a p…… Dopo la pubblicazione di Guglielmo Goesio, molti intrapresero a studiare il testo di Frontino. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio.  Il Goesio riportando il passo del “De Coloniis libellus” di Giulio Sesto Frontino, nel suo “Rei Agrarie auctorie legesque variae” del 1674, in cui a p. 109, Frontino scriveva che: “Provincia Brutiorum. Centuriae ecc…Ager Vibonensis. actus N. e x. G.P. XXV. Cardo in Orientem Decimanus in Meridianum.”. Dunque, l’informazione dell’Antonini è interessante. Chi era Frontino?. Giulio Sesto Frontino (….), De Coloniis (I secolo d.C.). Leggiamo da Wikipedia che Giulio Sesto Frontino (in latino: Sextus Iulius Frontinus; 40 circa – 103/104) è stato un politico, funzionario e scrittore romano. Tra le maggiori sue opere vi è gli Strategemata sono commentari di una sua opera perduta, il De re militari, e consistono in quattro libri di stratagemmi militari. Poi anche il De aquaeductu urbis Romae è un trattato sugli acquedotti ed è l’opera più importante di Frontino, una buona e concreta trattazione, svolta in due libri, dei problemi di approvvigionamento idrico a Roma. Frontino era stato curatore delle acque, cioè il responsabile degli acquedotti e dei servizi connessi, e il trattato riflette la serietà e lo scrupolo del suo impegno. L’opera contiene notizie storiche, tecniche, amministrativo-legislative e topografiche sui nove acquedotti esistenti all’epoca, visti come elemento di grandezza dell’Impero Romano e paragonati, per la loro magnificenza, alle piramidi o alle opere architettoniche greche. L’opera si è conservata nel codice Cassinensis 361 di mano di Pietro Diacono (XII secolo), ritrovato nell’Abbazia di Montecassino da Poggio Bracciolini nel 1429. Tra le opere di Frontino troviamo quella citata da Antonini (…), il ‘De Coloniis libellus’. Sex. Iulius Frontini De coloniis libellus, un testo latino presumibilmente pubblicato postumo nel 1560. Dalla Treccani leggiamo che è “falsa è l’attribuzione a F. del De coloniis, dove si nomina Adriano, mentre F. visse prima.”.

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel Liber Coloniarum il territorio di Bussento (ager Buxentinus) è posto nel Bruzio (Provincia Brittiorum)(78), e si accenna ad una assegnazione dei lotti ai coloni fatta in epoca graccana o triumvirale, per i veterani.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (78) postillava che: “(78) Liber Coloniarum, I, p. 209 L, 19-20”. Il La Greca si riferisce al testo di ………

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 331, parlando di Policastro Bussentino scriveva che: “Dopo la riforma di Diocleziano, anche il territorio di Bussento venne attribuito al Bruzio (12).”. L’Ebner, a p. 331, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Liber coloniarum, Lachmann, p. 262, 9 sg., p. 209, 14, sg.”. Ebner si riferiva al testo del filologo tedesco Karl Lachmann (….). Recentemente il testo “Liber Coloniarum” è stato tradotto da Giacinto Libertini (….), nel suo “Gromatici Veteres etc…Gli antichi Agrimensori etc…”, dove ci parla della Provincia III del Brutium e di Buxentum e del suo territorio, a p. 260.

Nel ’77 d.C. (I sec. d.C.), Plinio il Vecchio, nel libro 3°, cap. 5°, il “SINUS VIBONENSIS” (il golfo Vibonese)

Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione della “Lucania” del 1745 (ed. Gessari), a p. 423 scriveva che: “….e che così sia, sentiamone quello che ne scrive ‘Plinio’, nel cap. 5 del lib. 3. Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il golfo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto. Quando Cicerone dopo la morte di Cesare ecc…”.

Antonini, p. 424

Dunque, l’Antonini cita Plinio (…) ed il suo cap. 5 del Libro 3 della sua “Naturalis Historia”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 10, in proposito scriveva che: Molti altri autori latini hanno scritto nelle loro opere riguardo l’esistenza di Bussento: Plinio il Vecchio: Proximum autem huic flumen Melphes et oppidum Buxentum, graece Pixus: Laus amnis; fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus. Trad.: “Qui vicino (Palinuro) c’è il fiume di Molpe (Mingardo) e la città di Bussento, la greca Pixunte: indi il fiume Lao; vi fu anche la città dallo stesso nome. Da questo luogo comincia la costiera dei Bruzii.”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “L’elenco straboniano delle città lucane lungo il litorale tirrenico coincide con quello di Plinio il Vecchio, in N.H. III 5,71-72: “A Silaro regio tertia et ager Lucanus Bruttiusque incipit, nec ibi rara mutatione incolarum. Tenuerunt cum Pelasgi, Oenotri, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi, novissime a Sannitibus orti duce Lucio. Oppidum Paestum, Poseidonia Graecis appellatum, sinus Paestanus, oppidum Elea quae nunc Velia, promontorium Palinurum…oppidum Buxentum Graece Pyxus, Laus amnis-fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda (invece Liv. XXIV 20,6: ….ex Lucanis Blanda). La descrizione di Plinio ha tuttavia un carattere limitato e si discosta poco da quella che si legge nel ‘De Chorographia’ di Pomponio Mela, opera scritta sotto Caligola o al principio del regno di Claudio. Di poco posteriore alla ………… di Strabone così come la ‘historia’ pliniana, è in effetti un compendio con un arido elenco di nomi e dati matematici e per l’Italia si limita a pochi cenni sommari (II, 58). Il geografo Pomponio Mela compila quasi lo stesso elenco procedendo da sud a nord e indicando, fra le città rivierasche della Lucania tirrenica, le seguenti località: ‘Blanda, Buxentum, Velia, Palinurus, Paestanus sinus, Paestanus oppidum, Silarus amnis…..omnia Lucaniae loca (Pom. MELA, De chor. II, 4).”. Da Wikipedia leggiamo che Caio Plinio Secondo, conosciuto come “Plinio il Vecchio” (in latino: Gaius Plinius Secundus; Como, 23 – Stabia, 25 agosto o 25 ottobre 79), è stato uno scrittore, naturalista, filosofo naturalista, comandante militare e governatore provinciale romano. Plinio fu un uomo caratterizzato da un’insaziabile curiosità e scrisse molte opere, ma tutta la sua vasta produzione è ad oggi perduta, tranne per pochi frammenti. Tra queste opere si ricordano: il De iaculatione equestri; il De vita Pomponii Secundi, biografia in due libri del poeta tragico Publio Pomponio Secondo, di cui era devoto amico; i Bellorum Germaniae libri XX; gli Studiosi libri III, manuale sulla formazione dell’oratore; i Dubii sermonis libri VIII, su questioni grammaticali; e gli A fine Aufidii Bassi libri XXXI, sulla storia dell’Impero dal periodo in cui si interrompeva la storia di Aufidio Basso. L’unica opera pervenutaci è il suo capolavoro, la Naturalis historia; una vasta enciclopedia in 37 volumi che tratta di geografia, antropologia, zoologia, botanica, medicina, mineralogia, lavorazione dei metalli e storia dell’arte. L’opera enciclopedica è il risultato di un’enorme mole di lavoro di preparazione condotto su oltre 2000 volumi di più di 500 autori. Tale opera, letta e studiata nei secoli successivi, specialmente nel Medioevo e nel Rinascimento, rappresenta oggi un documento fondamentale delle conoscenze scientifiche dell’antichità. La fama di Plinio è anche legata alla sua morte, di cui ci è testimone il nipote-figlio adottivo Plinio il Giovane. Plinio il Vecchio era a capo della flotta romana stanziata a Capo Miseno, quando si verifica una delle più grandi catastrofi della storia, l’eruzione del Vesuvio del 79. Corso in aiuto di una sua amica, Rectina, e degli altri abitanti di Stabia, Plinio non fu più in grado di lasciare il porto della città e morì per le esalazioni del vulcano. La Naturalis historia, come detto, fu pubblicata nell’anno 77; già nel titolo l’opera si presenta come ricerca di carattere enciclopedico sui fenomeni naturali: il termine historia conserva il suo significato greco di indagine, e va notato che la formula ha dato la denominazione alle scienze biologiche, cioè alla storia naturale nel senso moderno della locuzione. Il primo libro fu completato dal nipote Plinio il Giovane dopo la morte dello zio e contiene la dedica a Tito, il sommario dei libri successivi ed un elenco delle fonti per ciascun libro. L’enciclopedia tratta svariati temi, dal generale al particolare: dopo la descrizione dell’universo (II libro), si passa a geografia ed etnografia del Bacino del Mediterraneo (III-VI libro), per poi trattare di antropologia (VII libro) e zoologia (VIII-XI libro). Antonini scriveva che Plinio il Vecchio (….) nel 77 d.C. “…Egli dopo aver descritto Bussento, il fiume Lao colla Città dello stesso nome, passa verso il lido Bruzio, che comincia di là del Lao, parla di Blanda, ch’è Maratea, del Bato, poi del porto Partenio, ch’è il Diamante, e chiude, o finisce il glofo Vibonense, in cui tutti questi luoghi sono: ‘Opdum Buxentum, graece Pyxus, Oppidum Blanda, flumen Batum, Laus amnis,: Fuit & Oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus, portus Parthenius Phocensium, Sinus Vibonensis’; e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia’; continua dunque così: ‘Locus Campletiae, Oppidum Tempsa ecc…, la fluvius Acheron. Hippo, quod nunc Vibonem Valentiam appellamus’, e così via via descrive quel tratto di mare, chiaramente mostrandoci qual sia il golfo Vibonense, e dopo sì lungo spazio il Tirreno, o S. Eufemia, in cui Monteleone, o Vibona al mare è posto.”. Dunque, Antonini sulla scorta di Plinio scriveva che egli cita il “Sinus Vibonensis” e, seguendo il ragionamento di Antonini che postilla sulla cronologia dei luoghi citati, egli pone il “Sinus” (il Golfo) “Vibonensis” tra il promontorio di Tortora fino ad arrivare a quello di Palinuro, ovvero ciò che oggi chiamiamo Golfo di Policastro. Scriveva Antonini: “e con queste parole (ch’è la sua vera esatta lezione) ragiona ‘Plinio’ del seno Vibonense, o sia oggi golfo di Policastro, con altri luoghi, che in esso sono. Indi passato nella Bruzia (diciamola pur ora Calabria) vedete quanto spazio di paese cammina, per arrivare ad ‘Ipponio’, o sia ‘Vibo Valentia”. Dunque secondo l’Antonini l’ipotesi che si trattasse di “Vibo Valentia” non è plausibile vista la sua enorme distanza dagli altri luoghi che Plinio pone cronologicamente vicini ed in successione tra loro. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7…..Plinio il Vecchio fa rientrare Buxentum nel Sinus Vibonensis, dove si trovano le “isole Itacesie” proprio di fronte a Vibo (contra Vibonem) (65), ma pone Hippo, chiamato Vibo Valentia, solo dopo molte altre città verso sud, e nel golfo di Terina (sinus ingens Terinaeus)(66). Etc…”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (65) postillava: “(65) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 7, 85”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (66) postillava: “(66) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72-73”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: La contemporanea descrizione di Plinio il Vecchio ricorda per la Lucania, dopo Palinuro, il fiume Melpes (Lambro), la città fortificata di Bussento (oppidum Buxentum), corrispondente alla greca Pissunte (Graeciae Pyxus), quindi il fiume Lao, presso il quale vi fu un oppidum con lo stesso nome; di qui inizia il litorale del Bruzio, con la città fortificata di Blanda (80). Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Va ricordato anche l’accenno agli ottimi vini lucani fatto da Plinio, con riferimento ai vini della zona di Turi, di Grumento e di Lagaria, usati anche come specialità medicinali (83). La produzione romana di vino sembra continuare una specializzazione di questo territorio già attestata in epoca greca e lucana (84).”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (80) postillava che: “(80) 80 Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72. Vd. FUSCO 1992.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (81) postillava che: “(81) Tolomeo, Geogr., III, 1, 8-9”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (83) postillava che: “(83) Plinio il Vecchio, Nat. hist., XIV, 6, 69.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (84) postillava che: “(84) GUALTIERI 2003, p. 159; vd. VANDEMERSCH 1994.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.

Nel 98 d.C. (tempi di Nerva), l’epigrafe latina trovata da Antonini al Mingardo

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” (I ed., 1745), a pp. 370-371 parlando della Molpa in proposito scriveva che: “Per molte diligenze fra quelle ruine, e suoi contorni praticate, affatto non mi è riuscito trovar cosa che sapesse d’antico a riserva dun cippo, che in una vigna al piano del Mengardo è tenuto per dar peso allo strettojo dell’uva: In esso travasi la seguente iscrizione mezo consumata, tanto che appena si è potuta copiare: ……

                                                                                                      XENT IN REM

                                                                                                        VRBIC. SILV.

                                                                                                     IVG. LX. ADSIG.

                                                                                                            DDI. S. K. ….

a qual uso queste selve potessero esser destinate cè ‘l dice ‘Aggeno comment. ad Front. de controv. agr. In tutelam rei urbanae assignatae sunt silvae, de quibus ligna, in reparatoniem pubblicorum moenium traherentur. Hoc genus agri tutelatum dicitur’. Con poc’altre parole, ma forse più chiaramente ‘Igino de limit. conflit. di cotali assegnazioni ragiona: ‘……………………..’. Ma Niccolò Rigaltio, siccome niente contentossi della sentenza di Aggeno, così molto si compiacque di quella d’Igino. Egli nelle note a quest’autore così scrive: ‘Namque in tutelam rei urbanae sunt assegnata, & quae operibus pubblicis fuerunt data, aut destinata, ad unam soli conditionem pertinent, videlicet urbani; & Aggenus ipse in tutelam rei urbanae assignatas esse sylvas ait, da quibus ligna in  reparationem pubblicorum operum traherentur. Liber Arcerii hunc lectionem suggerit, unam Urbani soli, alteram agrestis quod in tutelam agri suerit assignatum; urbani, quod operibus pubblicis datum suerit, aut destinatum’. E finalmente va a dire, che dalla rendita di cotali selve si ricava quello, che bisognava per la riparazione delle pubbliche mura.”. L’Antonini, a p. 371, nella nota (I) postillava che: Parmi che così iterpretar si possa, rimettendomene al giudizio miglior etc….

                                                                                                         BUXENTO. IN REM.

                                                                                                  URBICARIAM. SILVARUM.

                                                                                                     IUGERA. LX. ADSIGNATA.

                                                                             DESTRA. DECUMANUS. PRIMUS. SINISTRA. KARDO.

Quali poi fossero queste misure, con poche parole ce ‘il dice Plinio, nel c. 3. lib. 18 così: ‘Jugerum vocabatur, quod uno jugo, boum in die exarari posset. Actus in quo boves agerentur cum aratur uno impetu justo. Hic erat CXX. pendum, duplicatusque in longitudinem jugerum faciebant. Vide Authors Rei Agrar.’. E Frontino In expo. sitione. formarum’ lo stesso ci conferma.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “L’antica Bussento – oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale”, a p. 15 parlando dell’antica città di Bussento in proposito scriveva che: “Argomenta l’Antonini che la Molpa sia il Bussento da un frammento epigrafico in un cippo messo a strettoio delle uve, e situato quindi fuori del suo primitivo posto:

                                                                                              ……XENT  IN  REM

                                                                                                      VRBIC.  SILV 

                                                                                                     IVG.  LX. ADSIG.

                                                                                                           DDI. S K…….

che interpreta: ‘Buxento. In. rem. Urbicariam. Silvarum. Jugera. LX. Adsignata. Destra. Decumanus. Primus. Sinistra. Cardo. (11) Ma bisognava dimostrare che sia quello il posto primitivo del cippo e non altro; difatti potè esservi trasportato. Ritenuta poi la interpretazione, e concesso, come pare, che le lettere XENT. siano da supplirsi Buxento, osserviamo che il frammento porta due termini locali, il Bussento ed i sessanta Jugeri; dunque il cippo era terminale perchè non era presso il Bussento, ma sessanta jugeri al di là. Dunque, il luogo dove fu trovato non era il sito del Bussento, ma un confine da esso ben sessanta jugeri lontano. Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”.

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(Fig…..) Gaetani Rocco, op. cit., p. 15 parla del Bussento e della Molpa

Il Gaetani, a p. 28, nella nota (11) di p. 15, postillava di Antonini, La Lucania, p. 370-371, dove l’Antonini ci parla del cippo rinvenuto a Mingardo presso la Molpa. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani dava torto all’Antonini, affermando ed argomentando che il cippo si riferiva a Bussento o Buxentum che si trovava a sessanta jugeri di distanza dal cippo rinvenuto nel fiume Mingardo. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 riporta l’iscrizione dell’Antonini, ed in proposito scriveva che: “Ma non passavano più di sei anni e nuovi coloni furono mandati a Bussento, perchè il Console Spurio Postumio, il quale faceva per l’Italia la famosa inquisizione de’ Baccanali, trovava abbandonata la colonia speditavi prima (3), ed a questi tempi appartenne al certo il seguente frammento epigrafico (4), che serbavaci memoria di quella specie di assegnazione nelle rendite de’ boschi per la riparazione delle pubbliche mura, solta a stabilirsi per le colonie romane (5): etc…”.

                                                                                        ……..BVXENT  IN  REM

                                                                                                      VRBIC.  SILV 

                                                                                                     IVG.  LX. ADSIG.

                                                                                                           DDI. S K…….

Il Corcia, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Liv. XXXIX, 23”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (4) postillava che: “(4) Antonini, op. cit., t. I, p. 370”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (5) postillava che: “(5) Hygin. De limit. const. ap. Frontin. p. 193 seq.”. Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 507: “Le testimonianze di Buxentum sono numerose: le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò “falsae vel alienae” altre due iscrizioni (54), riportate dagli storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi romani vennero alla luce nel secolo scorso, ecc…”. I due studiosi a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. Tra le false o estranee ha interesse la seguente: …….xent. in rem/urbic./iug. LX. adsig./d.d.i.s. K….Fra gli studiosi stranieri il primo che abbia riportato le iscrizioni latine fu C. Tait Ramage (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109), che visitò Policastro nel 1828.”. I due studiosi sempre a p. 507, nella loro nota (55) postillavano che: “(55) Notevole è l’ipotesi che G. Riccio (Storia e topografia antica della Lucania, cit.), avanza sull’iscrizione falsa citata alla nota precedente. Egli riteneva che il frammento si riferisse alla ‘rifazione delle pubbliche mura, la cui spesa si prelevava da una specie di assegnazione sulle rendite de’ boschi’. E’ da precisare che l’iscrizione non fu trovata a Policastro ma sul fiume Mingardo, e ciò farebbe supporre, dando un qualche credito antiscentifico all’iscrizione stessa, che in età Romana il territorio del Golfo di Policastro si nominasse dalla principale colonia, cioè da Buxentum, e che lo stesso territorio fosse regolato secondo gli usuali sistemi della centurazione. L’iscrizione, inoltre, potrebbe anche riferirsi al citato φρουριον, risultato anch’esso in epoca romana.”. I due studiosi si riferivano a Giovanni Riccio (….), nel suo “Storia e topografia antica della Lucania”. Dunque, riepilogando, i due studiosi Natella e Peduto scrivono che il Mommsen raccolse alcune epigrafi riportate dall’Antonini (…) e dal Riccio (…) e scrivono pure che le due epigrafi riportate dall’Antonini e dal Riccio, furono ritenute false dal Mommsen (…) che le inserì tra le iscrizioni “falsae vel alienae”. I due studiosi, i quali, nella loro nota (54) a p. 507 postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. ecc…”. I due studiosi citavano le epigrafi riportate nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (C.I.L.) e, postillavano C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460″. Infatti, la bibliografica intorno alle due epigrafi citate dai due studiosi e che il Mommsen dava per false, ovvero “falsae vel alienae”, sono state citate da Clara Bencivenga Trimllich (….), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a p. 706, dove nella sua nota (20) postillava cosa diversa da Peduto e Natella: “(20) C.I.L., X, I, n° 94.”. Il Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) è un’opera in più volumi che raccoglie antiche iscrizioni in latino. Si pone come fonte autorevole di documentazione epigrafica relativa ai territori compresi nell’Impero romano. Il CIL, come viene comunemente denominato, raccoglie le iscrizioni latine sino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, di qualsiasi natura (pubblica, sacra, sepolcrale, onoraria, rupestre, graffiti etc.), e su ogni supporto epigrafico (per lo più pietra e bronzo). Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 7, in proposito scriveva che: “Roma primitiva era di semplici costumi e di vita sobria; dopo le conquiste accumulò denari e ricchezze. Le terre assoggettate diventarono proprietà dello stato (ager publicus), altre furono vendute a basso prezzo alla famiglie più o meno agiate, altre date in affitto a privati. Diminuì, così, la piccola proprietà, perché i nuovi acquirenti non potendo più sopportare i pubblicani disonesti che abusavano nella riscossione dei tributi, finirono per appropriarsi del terreno che avevano. La maggior parte delle terre era incolta per mancanza di lavoratori, perché i giovani erano impegnati nelle guerre, o era devastata dagli eserciti di Annibale. Infine le terre abbandonate furono popolate da schiavi, duramente trattati, ed i piccoli proprietari, caduti ormai in rovina, non poterono più mantenere le loro famiglie numerose. La sete insaziabile di ricchezza continuò ancora finchè la crisi economica causò la nascita di insurrezioni e di guerre sociali.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel Liber Coloniarum il territorio di Bussento (ager Buxentinus) è posto nel Bruzio (Provincia Brittiorum)(78), e si accenna ad una assegnazione dei lotti ai coloni fatta in epoca graccana o triumvirale, per i veterani.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (78) postillava che: “(78) Liber Coloniarum, I, p. 209 L, 19-20”. Il La Greca si riferisce al testo di ………

Altre epigrafi latine a Buxentum

Sulla terza epigrafe murata sul muretto della scaletta accanto il campanile del duomo di Policastro ha scritto il  sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 115, nella Tav. XXVI del suo “Notize storiche su Policastro Bussentino”. Il Cataldo, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: Dell’antica Buxentum restano tracce di mura romane, costruite su quelle greche ecc..e tre lapidi, di cui una incompleta. Etc…”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 8, in proposito scriveva che: “Dell’antica Buxentum restano, dunque, tracce di mura romane, costruite su quelle greche, un tratto di una via lastricata e tre lapidi di cui una incompleta. 3):

                                                                                                …RRIUS. CELE 

                                                                                                 VIR ITERUM. R.

                                                                                                  UM ET FORUM

…..la terza è incassata nel muretto della scala sottostante..

Nel 98 d.C. , PERNICIO VERIDIO, pretore fiscale di Buxentum ai tempi di Nerva

Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, nel suo Discorso X che, parlando di Bussento a p. 407, in proposito scriveva che: “L’iscrizione appresso mons. Guerriero Vescovo di Scala ci fa conoscere, che non solo non era Bussento mancato verso i tempi d’Augusto, ma che durasse ancora dopo i tempi di Nerva. D. M. S. etc…….già che Nerva istituì quest’uffizio, di cui si parla nel lib. 2 D. de Orig. Jur. E sebbene Pancirolo nè ‘Magistrati dell’uno e dell’altro Impero’,  non ne ragioni, lo ha supplito Bulengero al cap. I del lib. 5, così scrivendone: ‘Titius (parlando de’ Pretori) umum detraxit, in cuius locum reflituit Nerva, qui inter Fiscum, & privatos jus diceret’. Parole copiate dal ‘Giureconsulto Pomponio’. Vedesi di più da questa Iscrizione, che Bussento manteneasi ancora nel dritto delle Colonie, perchè altrimenti Veridio non essendo Cittadino (I) Romano non poteva avervi uffizio, se pure non fosse stato ‘Principis beneficio’ come fu d’Erode Attico, che fu Consolo; di Soemo re d’Armenia, che cacciato da Vologese, fuggiti in Roma, e fuvvi similmente Consolo nel DCCCCXV. con C. Papirio Eliano, siccome da ‘Fozio’ nella bibl. cap. 94. Reinesio comment ad Inscription. part. 2. 9. , oltre di Dion Cassio, Polemone, ed altri nell’ulterior decadenza dell’Impero, o dopo Caracalla, che fece gli onori comuni sino a’ barbari, abolendo qnello, che non molti anni prima avea l’Imperdor Pescennio Nigro ordinato, secondo la memoria, che ce ne lasciò ‘Sparziano: Ut nemo administraret Romae, nisi Romanus. Ma sia pur vero che la memoria posta a P. Pescennio riguardi Capua,  e che gli fossegli stata rizzata, per aver come legato de’ Capuani ad Augusto (I) ottenuto la restituzione dell’Agro Lucano, nulla impedisce credere che quest’Agro fosse quello, che smembrato già da’ terreni vicino a Capua, appartenenti già un tempo a’ Capuani, e dato a’ Bussentini, allora che vi fu dedotta la Colonia, si fosse chiamato col nome di Agro Lucano. ed oltre a ciò avrebbesi a giudicare che la Campania si stendesse di là dal Silaro, cioè nella Lucania, poichè se era Campania, come poteva esser Lucania. E tanto basti per una vana inutil quistione, in cui, salva la riverenza dovuta all’amicizia, ed al merito del Signor Canonico, par che non sia di nostra opinione interamente da disprezzarsi.”. L’Antonini, a p. 407, nella nota (I) postillava che: “(I) Conviene però doversi avere per Cittadino in vigore della notissima legge Giulia, onde a tutti gli Italiani la cittadinanza fu conceduta.”. L’Antonini scriveva di Mons. Guerriero Vescovo di Scala e di Ravello nato a Camerota che nel 1821 fece un’editto contro i preti che si adunavano, secondo Matteo Camera. L’Antonini si riferiva a Panciroli Ottavio, Sull’antica Notizia delle Dignità dell’uno e dell’altro Impero che stà in “de claris legum interpretibus” di Guido Panciroli stampato a Lipsia ne 1721. L’Antonini scriveva di Pernicio Verido, Pretore fiscale di Buxentum. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 riporta l’iscrizione dell’Antonini, ed in proposito scriveva che: Un’altra colonia ancora spedita a Bussento ci ricorda un breve cenno di Balbo (6), una di quelle certamente spedita da Silla o Ottavio; ed in tale condizione la città si mantenne sin dopo i tempi di Nerva, come raccogliesi dal seguente titolo sepolcrale (7), in cui è memoria del ‘Pretore fiscale’ istituito da quell’Imperatore (8), perchè senza essere romano cittadino tale ufizio aver non vi poteva Veridio Pernicio, a cui la lapide fu posta: etc…”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (6) postillava che: “(6) Frontin. De Colon. p. 109”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (7) postillava: “(7) Antonini, op. cit., t. I, p. 407”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (8) postillava che: “(8) Pompon. L. 2 D. de Orig. Iur. – Cfr. Antonini, op. cit., I, p. 407”.

Corcia, p. 63.PNG

(Fig…) Nicola Corcia, op. cit., pp. 62-63

Luigi Tancredi, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: “G) Lapide di Pernicio Verido, pretore fiscale di Bussento (……riporta l’epigrafe latina) = Dis Manibus sacrum – Pernicius Veridius Buxentinus Praetor fiscalis iterum sibi et liberalis suis hoc monumentum exterum heredem non sequitur”: Dedicato agli dei Mani: Pernicio Veridio, pretore fiscale di Bussento per la seconda volta, per sé e per i suoi figli pose questa lapide. Questo monumento non spetta ad un erede straniero. Questa iscrizione (riportata dall’Antonini, La Lucania, I, Disc. IX, 407) era conosciuta da Mons. Guerriero di Camerota, vescovo di Scala nel sec. XVII. Da essa si desume che Bussento era fiorente non solo al tempo di Augusto, ma anche al tempo di Nerva successore di Domiziano e predecessore di Traiano, a migliorare dal 96 al 98 d.C. l’amministrazione e a donare tranquillità allo Stato. Egli venne incontro alla povertà dei cittadini, comprando terreni e distribuendoli ad essi; indi istituì l’ufficio dei ‘pretori fiscali’ per prevenire gli abusi verificatisi nell’età imperiale, specialmente sotto Domiziano. Infatti le imposte fiscali in genere erano esorbitanti, a danno dell’intera popolazione e della povera gente. Pernicio Veridio non era cittadino romano, ma lo divenne in grazia della “lex Julia” ed esercitò il compito di pretore in quell’Agro Lucano, il cui centro cospicuo era Bussento. Non bisogna dimenticare che questo territorio fu ricuperato da P. Pescennio per costituire una seconda entità territoriale al di quà dal fiume Sele, in Lucania, mentre l’agro Campano stava al di là.”. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. …., in proposito scriveva che: “Vi è un’iscrizione riportata dall’ Antonini (Lucania, I Disc. IX, 407) dalla quale si desume che Bussento fu fiorente non solo al tempo di Augusto ma anche al tempo di Nerva: (segue l’epigrafe) etc….                                D . M . S .
VERIDIUS . PERNICIUS . BUXENT .
PRAETOR . FISCALIS . ITERUM .
SIBI . ET . LIB . SUIS .
H . M . H . E . N . S .

Dis Manibus sacrum – Pernicius Veridius Buxentinus Praetor fiscalis iterum sibi et liberis suis hoc monumentum exterum heredem non sequitur. “Dedicato agli Dei Mani: Pernicio Veridio, pretore fiscale di Bussento per la seconda volta, per se e per i suoi figli pose questa lapide. Detto monumento non spetta ad un erede straniero.”. Fu proprio l’imperatore M. Cocceio Nerva, successore di Domiziano e predecessore di Traiano, a migliorare del 96 al 98 d.C. l’amministrazione e a donare tranquillità allo stato. Egli venne incontro alla povertà dei cittadini comprando terreni e distribuendoli ad essi; istituì, poi, l’ufficio dei pretori fiscali per prevenire gli abusi verificatisi nell’età imperiale, specialmente sotto Domiziano (infatti le imposte fiscali, in genere, erano esorbitanti a danno dell’intera popolazione e della povera gente). Pernicio Veridio non era cittadino romano ma lo divenne in grazia della lex Julia: egli esercitò il compito di pretore in quell’Agro Lucano il cui centro cospicuo era Bussento.”. Da Wikipedia leggiamo che Marco Cocceio Nerva Cesare Augusto (in latino: Marcus Cocceius Nerva Caesar Augustus; nelle epigrafi: IMP·NERVA·CAES·AVG·PONT·MAX·TR·POT ; Narni, 8 novembre 30 – Roma, 27 gennaio 98), meglio conosciuto semplicemente come Nerva, è stato un imperatore romano, primo degli imperatori adottivi, regnante dal 18 settembre 96 fino alla sua morte avvenuta agli inizi del 98. In campo economico, Nerva attuò una politica di sgravi fiscali e di incentivi che doveva favorire le comunità italiche. Gli ebrei furono esentati dal tributo che era stato loro imposto sotto i Flavi. Una legge agraria assegnò appezzamenti di terreno a cittadini nullatenenti. Le spese che le città dovevano sostenere per il mantenimento del cursus publicus, cioè del servizio postale, furono addossate alle casse imperiali. A Roma fu riorganizzato il sistema dell’approvvigionamento idrico; ci resta di quegli anni l’opera fondamentale scritta dal curatore delle acque, Sesto Giulio Frontino, sulla progettazione e la manutenzione degli acquedotti. Un altro grande provvedimento fu la “politica degli alimenta”, che consisteva nell’erogare prestiti a tasso agevolato, sussidi alle famiglie povere e l’istruzione gratuita agli orfani.

Nel 43 d.C. (I sec. d.C.), POMPONIO MELA parla di Buxentum, Blanda e Ceserma

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania -Discorsi”, parlando di Maratea a pp. 438-439, in proposito scriveva di Barrio (…) e di Pomponio Mela (…). Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: ‘Pomponio Mela’ al ‘lib. 2. cap. 2.’ ce l’ha detto: ‘Temesa’, Clampetia, Blanda, Buxentum, Velia, Plinio’, siccome sopra si disse, la mette nel golfo Vibonense, il quali indubbiamente finisce alla punta della Cirella, onde non può essere Belvedere, ch’è è più in là, e fuor di esso:….”. Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo “Pyxous-Buxentum”, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988, a pp. 703-704 , in proposito scriveva che: “In epoca Imperiale, la città è citata dai geografi (7), etc…”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (7) postillava che: “(7) Plin. Ili, 5, 72; Pomp. Mela II, 4, 69 (Buxantium); Ptolem. Ili, 1, 8 (βούξεν-τον) ; Geogr. Rav. IV, 32”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il geografo latino Pomponio Mela (39), secondo il Cluverio (35), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Il La Greca ci parla del geografo latino Pomponio Mela (….) e della sua opera geografica intitolata “De chorogr……….”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel I secolo d.C. il geografo Pomponio Mela, descrivendo le località costiere della Lucania, ricorda Buxentum tra Blanda e Velia (79). Etc..”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (79) postillava che: “(79) Pomponio Mela, De chorogr., II, 4, 69.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ripetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a p. 168 parlando delle coste Tirreniche, in proposito scriveva che: “Pomponio Mela (‘De Chorograf., II, 69), ricorda Buxento, Blanda ecc…”. Romilda Catalano (….), nel suo “La Lucania antica – Profilo storico (IV-II Sec. a.C.)”, a p. 45, nella nota (64) postillava che: “L’elenco straboniano delle città lucane lungo il litorale tirrenico coincide con quello di Plinio il Vecchio, in N.H. III 5,71-72: “A Silaro regio tertia et ager Lucanus Bruttiusque incipit, nec ibi rara mutatione incolarum. Tenuerunt cum Pelasgi, Oenotri, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi, novissime a Sannitibus orti duce Lucio. Oppidum Paestum, Poseidonia Graecis appellatum, sinus Paestanus, oppidum Elea quae nunc Velia, promontorium Palinurum…oppidum Buxentum Graece Pyxus, Laus amnis-fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Bruttium litus, oppidum Blanda (invece Liv. XXIV 20,6: ….ex Lucanis Blanda). La descrizione di Plinio ha tuttavia un carattere limitato e si discosta poco da quella che si legge nel ‘De Chorographia’ di Pomponio Mela, opera scritta sotto Caligola o al principio del regno di Claudio. Di poco posteriore alla Γεωγραφια di Strabone così come la ‘historia’ pliniana, è in effetti un compendio con un arido elenco di nomi e dati matematici e per l’Italia si limita a pochi cenni sommari (II, 58). Il geografo Pomponio Mela compila quasi lo stesso elenco procedendo da sud a nord e indicando, fra le città rivierasche della Lucania tirrenica, le seguenti località: ‘Blanda, Buxentum, Velia, Palinurus, Paestanus sinus, Paestanus oppidum, Silarus amnis…..omnia Lucaniae loca (Pom. MELA, De chor. II, 4).”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa. Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De chorographia (“Descrizione dei luoghi”), Cosmographia (“Descrizione del mondo”) o anche De situ orbis (“La posizione della terra”). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo delle Colonne d’Ercole, subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’Ecumene, cioè dei luoghi abitati, in particolare quelli lungo le coste, mentre tratta più sommariamente i territori interni. Pomponio Mela è uno dei più antichi scrittori che parla della Cina. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Da Wikipedia leggiamo che Pomponio Mela (Tingentera/Iulia Traducta, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano.  L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.

Nel II sec. d.C., CLAUDIO TOLOMEO e Boùxenton e Blanda, nella tav. VI d’Europa della ‘Geographia’ di Tolomeo

Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo “Pyxous-Buxentum”, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988, a pp. 703-704 , in proposito scriveva che: “In epoca Imperiale, la città è citata dai geografi (7), etc…”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (7) postillava che: “(7) Plin. Ili, 5, 72; Pomp. Mela II, 4, 69 (Buxantium); Ptolem. Ili, 1, 8 (βούξεν-τον) ; Geogr. Rav. IV, 32”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel II secolo d.C. il geografo Claudio Tolomeo pone Boùxenton in Lucania tra Velia e la costa del Bruzio (81). Etc…”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (81) postillava che: “(81) Tolomeo, Geogr., III, 1, 8-9”. La notizia è tratta dal barone Giuseppe Antonini (…) che, nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: Tolomeo’ alla ‘tavola VI d’Europa, sebben la faccia mediterranea, dice chiaramente esser in Lucania. Ecco le di lui parole: ecc..”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e cn esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Tolomeo’ alla ‘tavola VI d’Europa, sebben la faccia mediterranea, dice chiaramente esser in Lucania. Ecco le di lui parole: ecc..”.

Antonini, p. 439 su maratea ecc

(Fig….) Antonini (…), p. 439

Il grande geografo alessandrino, Claudio Tolomeo, nella sua Geografia (3), pone la città di Blanda nell’interno della  Lucania, nelle vicinanze di Potentia (Potenza). Scrive il Romanelli (25): “la descrizione che ne fa Tolomeo (3), quantunque l’avesse riposto tra le città mediterranee, perchè non toccava la riva del mare: Lucanorum, mediterraneae Ulci, Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum.”. In altri studi abbiamo parlato delle carte geografiche dette tolemaiche perchè copiate dall’opera geografica del geografo alessandrino, come ad esempio quella che quì pubblichiamo (Fig. 4)(34), conservata alla Biblioteca Nazionale di Napoli ed attribuita al cartografo Nicolò Germanico. Questa carta è bellissima ed interessantissima per i toponimi ivi contenuti. In essa leggiamo i toponimi  di Velie (Velia) e Brixentu (Policastro) e Blanda. In seguito, nel XV secolo, si ebbero le prime pubblicazioni a stampa della ‘Geografia’ di Claudio Tolomeo, dette ‘Cosmographia’, dove alcuni abili monaci copisti e miniaturisti copiarono alcune carte redatte dal geografo alessandrino come ad esempio quella di Fig. 4, conservata alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Sulla Geografia di Tolomeo, trascritta e tradotta dal greco in latino (Fig. 3).

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(Fig. 4) Tav. VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, tratta dalla Cosmographia di Nicolò Germanico (34)

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(Fig. 4) Tav. VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, tratta dalla Cosmographia di Nicolò Germanico (34)

Riguardo l’antica città di Blanda, lo studioso Michele Lacava (29), ci riporta dei passi dell’introvabile manoscritto del Mandelli (19) che criticava l’ipotesi di Camillo Pellegrino (38) che fu il primo ad identificare la città perduta con Maratea: « Di tal opinione fu quel raro ingegno dei nostri tempi Camillo Pellegrino, il quale nella Tavola in piano del Ducato di Benevento segnolla in questo sito: Blanda, nunc Maratea (…) Parvemi ciò inverosimile, poiché dicendoci Livio, Blanda fosse città mediterranea della Lucania, e Tolomeo espressamente poi annoverandola tra i luoghi fra terra di essa provincia, non mi sembra potersi in questo tratto marittimo situare. ……Tolomeo in vero riconosce Blanda fra terra, ma quella Tavola di Pirro Ligorio è Maratea giù e Maratea suso, che sarebbe la Blanda mediterranea.”. (19). Anticamente la Lucania comprendeva un vasto territorio che si estendeva da Paestum a Potenza, passando ovviamente per il Vallo. Non per nulla, due paesi della provincia di Salerno, molto distanti tra loro, si chiamano Vallo della Lucania e Atena Lucana. Ebbene, proprio da un paese dell’antico territorio lucano, Diano, detto oggi Teggiano, venne, nella seconda metà del Seicento, la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, monaco agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano cominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riuscì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: Anche Claudio Tolomeo, astronomo, matematico e geografo, nato e vissuto in Egitto, nella “Tavola VI dell’Europa”, scriveva: Λευκανων ομοιος παρα το Τυρρηνικον πελαγος Σιλαρου ποταμου εκβολαι, Παιστον, Ουελια, Βουξεντον, Βριτιων ομοιως παρα του Τυρρηνικον πελαλαγος, Λαου ποταμου εκβολαι. “Lucanorun similiter juxta Tyrrhenum pelagus. Silari fluminis ostia: Paestum, Velia, Buxentum, Brutiorum similiter juxta Tyrrhenum pelagus, Lai fluminis ostia.”. Trad.: “(La terra) dei Lucani è presso il mar Tirreno. L’ingresso è del fiume Sele: Pesto, Velia, Bussento; similmente la terra  ei Bruzii è presso il mar Tirreno, l’ingresso è del fiume Lao.”.”.

Urb.gr.82,

(Fig. 4) Particolare delle nostre coste nella Carta dell’Italia contenuta nel Codice Vaticano Urbinate Greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo.

La Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

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(Fig. 5) La carta dell’Italia nel Codice greco Codex Vidobonensis (Vind-Hist), particolare delle nostre coste (9).

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(Fig. 6) Carta d’Italia annessa al Codice Vaticano latino 5698, manoscritto, il più antico Codice latino conosciuto. Immagine tratta dal Mazzetti (…)

Nel 192 d.C. (II sec. d.C.), Ateneo di Neucrati

Ateneo, nel II sec. d.C. (verso l’anno 194 d.C.) scrisse l’opera I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) dove pare che avesse parlato delle mollezze dei Sibariti, caratteristica per le quali, la città, fu sempre nota fin dall’antichità. Da Wikipedia leggiamo che l’opera I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) è un’opera in quindici libri dello scrittore greco Ateneo di Naucrati. Da Wikipedia leggiamo che Ateneo di Naucrati (in greco antico: Ἀθήναιος Nαυκρατίτης o Nαυκράτιος, trasl. Athḕnaios Naukratítēs o Naukrátios; Naucrati, … – dopo il 192) è stato uno scrittore egizio di lingua greca, attivo nell’età imperiale. Ateneo scrisse – come egli stesso afferma – almeno due opere che non ci sono giunte: un commento sul pesce thratta, citato dai comici attici, e una Storia dei re di Siria. L’unica sua opera giunta a noi è la miscellanea Δειπνοσοφισταί (I Deipnosofisti o I dotti a banchetto), redatta in quindici libri. Dei primi tre libri dell’opera (oltre a parti dei libri XI e XV), perduti, è sopravvissuta solo una epitome, che consente di avere idea dell’inizio dell’opera. I deipnosofisti (o dipnosofisti) o I dotti a banchetto (in greco antico: Δειπνοσοφισταί) è un’opera in quindici libri dello scrittore greco Ateneo di Naucrati. Giulio Giannelli (….), a p. 102 scriveva di Ateneo che egli: “attingendo a Filarco (= F.H.G., I, n. 45)”. Il Giannelli, si riferiva all’opera di Filarco, a cui attinse Ateneo che è contenuta nell’opera “Fragmenta Historicorum Graecorum”, vol. I.  I Fragmenta historicorum Graecorum (spesso indicati in sigla, FHG) sono una raccolta in cinque volumi di frammenti da fonti greche antiche, pubblicata dal filologo tedesco Karl Wilhelm Ludwig Müller (1813-1894) tra il 1841 e il 1872 per i tipi dell’editore Ambroise Firmin Didot. Le fonti raccolte spaziano dal VI secolo a.C. al VII secolo d.C. e gli autori citati sono più di seicento. Di ogni frammento è presentata una traduzione o un compendio in latino. Ad eccezione del primo volume, gli autori sono ordinati cronologicamente e i frammenti sono numerati in sequenza. Su quest’opera di Müller sono in gran parte fondati i sedici volumi intitolati Die Fragmente der griechischen Historiker, del filologo tedesco Felix Jacoby (1876-1959).

Nel 192 d.C. (II sec. d.C.), ‘SCIDRO’ e BUXENTUM sono ricordate da Ateneo di Neucrati

Nella mia Relazione sull’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, in proposito al toponimo di “Scidro” scrivevo che: L’altra colonia di Sibari, ove si sarebbero rifugiati i sibariti dopo il 510, è Scidro, ma il noto storico antico Strabone non ne fa cenno nella sua Geografia (20), e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (21), con ricordi di Lico di Reggio (storico del III secolo a.C.) ed in Ateneo (22)….etc….”. Nella mia Relazione, nelle mie note postillavo che: (22)  Ateneo, XII, 523, c, d, che si rifà a Timeo ed Aristotele. Etc…”. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, Firenze, Sansoni, 1963 oppure lo stesso testo ed. Bemporad, Firenze, 1924, nell’edizione riveduta del 1963, parlando di Sibari-Turii, a p. 102, in proposito scriveva che: Athen., XII, p. 518 C. sgg. L’autore s’intrattiene alquanto a parlare dei Sibariti, dei loro costumi, dei loro rapporti coi Crotoniati e, attingendo a Filarco (= F.H.G., I, n. 45), ricorda a questo proposito (521 E) che, essendo venuta a Sibari da Crotone un’ambascieria di trenta legati, i Sibariti tutti li uccisero, freggiandone per dippiù i cadaveri. Ciò risvegliò l’ira della divinità: ………….etc….E seguì la distruzione della città per parte dei Crotoniati. Ateneo aggiunge (XII 521 F) un’altra notizia che dice derivargli da Eraclide Pontico (= F.G.H., II, n. 199b): etc…”. Dunque, le notizie su Scidro, tratte dal citato Ateneo o Atheneus di Neucrati riguardano la colonia Magno-Greca di Sibari che fu distrutta dai Crotoniati nel 510 a.C.. Il Giannelli riferisce di Ateneo che riferisce notizie su Sibari tratte da Eraclide Pontico. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Etc…”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”. Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove l’autore ci fa un’exursus storico-geografico della Magna Grecia proprio sulla scorta del racconto Straboniano lo commenta a modo suo e, nel suo capitolo “Da Pixunte a Reggio”, a pp. 177-181 dove ci parla di Scidro. L’archeologo Mario Napoli (…), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, ed. Eurodes, a p. 181, in proposito scriveva che: “L’altra colonia di Sibari sul mare Jonio, ove si sarebbero rifugiati i profughi sibariti dopo il 510, è Scidro, ma Strabone non ne fa cenno, e ne abbiamo ricordo solo nell’episodio citato da Erodoto, in Stefano di Bisanzio (s.v. Σκιδρος, con ricordi in Lico di Reggio, storico del terzo secolo avanti Cristo) ed in Ateneo (XII, 523 c, d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. Dunque, il Napoli ci ricorda che “Scidro” è ricordato in “..ed in Ateneo (XII, 523 c, d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele).”. Il Napoli scriveva che la colonia dei Sibariti, sorta probabilmente solo dopo la caduta di Sibari, del ‘510 a.C., si fa cenno in Erodoto (….) e, nel passo precedente a p. 177, il Napoli dice che Erodoto ci parla di Scidro nella sua opera “(Herod. VI, 21)”. Secondo Mario Napoli, si fa cenno della colonia di “Scidro” “…ed in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele)”. A quale autore e opera si riferiva Mario Napoli ?. L’archeologo Mario Napoli, nella sua opera “Civiltà della Magna Grecia”, a p. 181 scriveva che la colonia Sibaritica di “Scidro”, oltre ad essere stata citata nel Libro VI delle “Storie” di Erodoto (…) fu citata anche in Ateneo (XII, 523 c., d, che si rifà a Timeo o ad Aristotele)”. Riguardo l’interessante citazione dello scrittore “greco” ?. A quale scrittore dell’antichità si riferiva il Napoli ?. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo capitolo “SKIDROS” del suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” a p. 93 in proposito scriveva che: “Degli infelici abitanti parla una sola riga: dice che essi (i sopravvissuti) si rifugiarono a ‘Laos’ e a ‘Skidros’ (2).”. Il Tancredi, a p. 93, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Idem. Cfr. Ateneo, ‘Dipnosofisti’, XII, 523.”, che, sebbene non dica l’opera dei “Deipnosofisti” è la stessa citazione che postillava il Napoli. Dunque, le notizie su Scidro, tratte dal citato Ateneo o Atheneus di Neucrati riguardano la colonia Magno-Greca di Sibari che fu distrutta dai Crotoniati nel 510 a.C..

Nel II-III sec. d.C., ATENEO ricorda il vino di Bussento

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel II-III secolo d.C. lo scrittore Ateneo, attingendo dalle opere del medico e dietologo Galeno (II sec. d.C.), in un elenco di vini italici apprezzati per le loro qualità terapeutiche, ricorda il vino di Bussento (Buxentinos), simile a quello Albano, aspro e digestivo (82). Etc…”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (82) postillava che: “(82) Ateneo, I, 48, 27a.”.

L’origine di alcuni centri del basso Cilento e della Lucania interna come Rivello che la tradizione vuole dovuta alla fuga dei superstiti della distruzione della città di Velia, l’antica Elea che fuggirono nei luoghi interni della Lucania

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc... Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.“.

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, proseguendo il suo racconto sulla visita a Rivello parla di antiche e numerose rovine tanto da fargli dubitare che l’antica città di Blanda non fosse a Maratea da ubicarsi ma a Rivello. l’Antonini (…), a p. 441, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ne libri dè battezzati della Parocchia di S. Maria del Poggio, dopo il fol. 13, si trova una ricevuta che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati nove, e tre tareni al Clero di Rivello per otto Preti Greci.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, (nel 1700, dunque, molto prima dell’Antonini e del Laudisio), a p. 6 parlando di Policastro ai tempi dell’antica romana Buxentum (Bussento), a p. 7, in proposito  scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fosse stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

Nel 68 d.C., San Paolo, ordinava Vescovo Bacchilo che visiterà le diocesi di Bussento e Blanda

Oltre al Gagliardo (…), citato dal Laudisio e dal Tancredi, un’altra notizia simile che riguarda l’apostolo San Paolo che, fonderà la Diocesi di Bussento, la conosciamo da Nicola Curzio (…) che, nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, edito nel 1910, parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo (…), primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo la tradizione, la diocesi sarebbe stata eretta da san Paolo di Tarso che ordinò il primo vescovo della diocesi di Messina, san Bacchilo. Secondo il Curzio (…), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, scriveva in proposito che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo  ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Pubblicato nel 1910, scriveva che il luogo di Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (…), il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, scriveva che: Sempre dal Curzio, si apprende che dell’esistenza di Bussento (Ecco là Bussento come primeggia sul Golfo. Che ridente posizione! (Cap. III, p. 10), la quale, con i ridenti centri marittimi della Magna Grecia, forma “una ghirlanda di gemme, la cui greca bellezza è ammirata nel mondo intero!…” (p. 11), offrendo ai naviganti una incantevole veduta (131). Questa cittadina fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina (mandatovi da S. Paolo nell’anno 41 ed ivi vissuto fino al 68), assieme alle altre comunità costiere. Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello su un cavallo grigio, raggiunse Bussento, dove parlò in nome dell’Apostolo Paolo, esercitando sugli animi un fascino indicibile ed inebriandoli delle divine bellezze della fede cristiana (p. 29 e p. 30). Da Bussento il venerando presule passò a visitare le comunità vicine di Vibone ad Sicam (132)…. Il Curzio, nel cennato racconto del I secolo dell’era Cristiana (Melania di Blanda), parla spesso di Blanda, accennando alla comunità cristiana guidata dal Presbiterio Tileno e visitata da Bacchilo, Arcivescovo di Messina, mandatovi da S. Paolo qualche anno dopo la fondazione, nel 68: “Il dì seguente a notte inoltrata giunse a Blanda il venerando Bacchilo. La notizia del suo arrivo si sparse in breve per tutta la città, appena che l’alba ebbe nella dimane fugata le tenebre della notte, tano che in poco d’ora s’erano già radunati nell’atrio della casa di Tileno i pochi fedeli di Blanda. Il vescovo incomincia la sua evangelica allocuzione,…, in nome dell’Apostolo Paolo, ecc…, il venerando vescovo si accinge a partire per Bussento (193)”. Il Cataldo aggiunge che “Altra persona oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia. ”. Il Cataldo (…), nella sua nota (131), postillava che:  “(131) Curzio N., op. cit., pp. 10-11”. Il Cataldo (…), nella sua nota (132), postillava che:  “(132) Curzio N., op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo (…), nella sua nota (193), postillava che:  “(193) Curzio N., op. cit., pp. 30.”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”. Discepolo dell’Apostolo San Paolo, Bacchilo fu dallo stesso consacrato vescovo di Messina nel 42 d.C. Secondo la tradizione fu lui ad inviare l’ambasciata alla Vergine Maria, per annunziarle la conversione della Città, a cui la Vergine rispose con una lettera chiusa fra i suoi capelli in cui fra l’altro diceva: “Benediciamo voi e la vostra città” (come si legge sul monumento posto nel mare dello stretto). Rimase a capo della Chiesa messinese per molti anni e morì vecchio nella seconda metà del I secolo. Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26). La costruzione di regolari diocesi si forma in Italia Meridionale soltanto un secolo più tardi. Il vescovo Elia (27) partecipa al Concilio di Calcedonia, nel 451: non è Blanda, ma dev’essere di Bleandro, in Asia Minore (28), come osserva argutamente Francesco Russo. In questo periodo la Magna Grecia è già provincia di scarsa importanza. Nel 592 il Papa S. Gregorio Magno deve intervenire per provocare l’elezione di vescovi nelle gloriose città di Velia, Buxentum e Blanda, ormai ridotte a pochi abitanti, alla miseria, ad una scarsa vita spirituale e culturale (29). L’incaricato di Gregorio Magno è il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: ” (27) Ibidem”. Il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”.

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 331, parlando di Policastro Bussentino scriveva che: “La tradizione informa dell’elevazione della città a diocesi per fondazione, come quelle di Velia e di Vibone, da parte dell’apostolo Paolo ecc…”. Ebner a p. 331, nella sua nota (13) postillava che: “(13) P. Natella e P. Peduto, Pixous-Policastro, “Universo”, 3, 1973 (per altre notizie e per l’importante bibliografia), p. 483 sgg. Cfr. pure Magaldi. A proposito di Blanda (alture di Tortora o Scalea ?) cfr. Omero (Od., XII, 69) che parla delle “Plankai Petrai” (le isole di Cirella e di Dino), da cui Blanda (Livio, XXIV, 20: Blandae), “Blanda Julia” (CIL, X, 128).”.

Angelina Montefusco (….), nel suo “La Cattedrale nella Storia e nell’Arte” (in AA.VV., Chiesa Cattedrale di Policastro- La Storia e Restauri)”, a p. 25, in proposito scriveva che: “…..per quanto riguarda una primitiva chiesa cristiana il più antico documento esistente risale al 501 e ricorda la presenza del vescovo Rustico al III sinodo romano. A quell’epoca la comunità religiosa di Bussento doveva incontrarsi in una “domus ecclesiae”, privata o pubblica, che era luogo abituale di riunione dei primi secoli del cristianesimo ed è documentata in altre zone d’Italia. Etc…”.

Nel III-IV sec. d.C., il cavaliere romano di Eburo (forse di nome Silvano), “curatore del comune” di Bussento e di Velia

Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 286, in proposito scriveva che: “un altro personaggio cospicuo è quel cavaliere romano, di cui si è perduto il nome, patrono, forse, di Eburo (p. 269), curatore di Bussento e di Velia (p. 266), il quale sembra venisse incontro alle difficoltà del’annona, in un’occasione di una carestia (p. 276).”. Il Magaldi, a p. 269, in proposito scriveva: “In Lucania i patroni sono attestati dalle epigrafi, oltre che a Gumento e a Pesto, a Teggiano, a Volceio, a Eburo, a Velia etc…”. Il Magaldi, a p. 276, in proposito scriveva: “Dobbiamo, innanzi tutto, ricordare quel benefattore di Eburo del III-IV sec., il quale, in occasione di una carestia che travagliò la città, pare venisse in aiuto della popolazione (5). Pure di Eburo era quel Silvano, patrono del municipio e patrono del collegio dei dendrofori, che legò una certa somma al collegio per ricambiare l’onore della statua che esso gli aveva innalzato (p. 251). In occasione della inaugurazione della statua, egli fece una larga distribuzione di denaro, e offrì anche un banchetto e una “viscerazione” (6).”. Il Magaldi, a p. 259, in proposito scriveva che: “Il correttore, che all’epoca di Caracalla era un funzionario straordinario, divenne, in seguito, dopo Aureliano o Diocleziano, un magistrato ordinario. L’imperatore lo sceglieva fra i “chiarissimi”, o fra gli “egregi” e “perfettissimi” (p. 255). La funzione del correttore, e forse anche il nome, può essere etc…Il correttore è dunque sullo stesso piano, anche se in posizione molto più elevata, del curatore del comune (p. 254). Se questo l’abbiamo paragonato al commissario prefettizio al comune, quello dobbiamo confrontarlo ad un alto commissario della provincia.”. Emilio Magaldi (….), nel 1947, nel suo “Lucania Romana”, vol. I, a p. 308, in proposito scriveva che: “Passando ora dai pretoriani agli urbaniciani, l’esistenza di urbaniciani della Lucania è provata, dai latercoli di urbaniciani trovati a Roma, per Eburo (6) etc…”. Il Magaldi, a p. 308, nella nota (6) postillava: “(6) Cfr. C.I.L., VI, 3884 (=32526), a, I, 26 (a. 197): C. Granius C. f. Fab(ia) Priscus Ebur.”.

Nel III-IV sec. d.C., l’“Itinerario Antonino” 

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: 9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando di Pyxus, a pp. 69 e ssg., riferendosi al seguito della partenza di Micito da Reggio, in proposito scriveva che: “Ma nel 185 av. C. Buxentum e Sipontum erano già state abbandonate e a popolarle furono eletti i soliti triumviri ‘coloniae deducendae’. Però la nuova colonia non ebbe quell’importanza che i Romani ne speravano; essa rimase fuori il movimento stradale acquistando invece maggiore importanza il luogo dove in prosieguo sorse ‘Caesariana’ (Sapri).”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a pp. 71-72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: Dopo Buxentum, in fondo al porto natuale di Sapri si trovava la stazione navale di ‘Caesariana’ (1) ch’era anche stazione di intreccio della via che da Nerulo per Caesariana costeggiava il litorale tirreno fino alla ‘Colonna reggina’. Molti scrittori, dietro la lezione sbagliata d’un testo d’Erodoto, vollero porre a Sapri la ‘Scidro’ d’Erodoto (la lez. era ‘Sipro’); ma la stessa situazione e i pochi vestigi antichi (‘le Camerelle’) che non vanno oltre l’epoca iperiale attestano la sua iportanza come stazione navale a cui faceva capo il commercio per l’interno. Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il mar Tirreno coll’Ionio (2).”. Il Dito, a p. 71, nella nota (1) postillava: “(1) Il porto di Sapri etc…, V. Corcia, III, p. 65”. Il Dito, a p. 71, nella nota (2) postillava: “(2) Ho cercato di rilevare lo sviluppo stradale secondo le notizie degli Itinerari.”. Il Dito, a p. 72, in proposito scriveva: “La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo a Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). In questa essa si trova tra Pesto e Blanda, ….”.

Le fonti: Eutropio   

Riguardo la citazione di Eutropio, il Corcia che lo cita e postillava del passo 27 del libro IX. Su Eutropio leggiamo da Wikipedia che egli era probabilmente di origine italica (così è citato nella Suda). Ricoprì in due riprese importanti cariche pubbliche sotto vari imperatori. Professava il paganesimo. Prese parte alla campagna sasanide dell’imperatore Giuliano nel 363. Successivamente ricoprì incarichi di estrema importanza a Costantinopoli, al servizio dell’imperatore Valente (364–378), di cui fu segretario e storico (magister memoriae) e su richiesta del quale scrisse il Breviarium ab Urbe condita (“Breviario dalla fondazione di Roma”). Nel 371/372 fu proconsole (governatore) della provincia d’Asia; restaurò alcune costruzioni di Magnesia al Meandro, e fu accusato di tradimento dal suo successore Festo, ma assolto. Sotto Teodosio I fu prefetto del pretorio dell’Illirico nel 380-381, e nel 387 fu console posterior. Un altro storico, Giorgio Codino, nel suo De originibus Constantinopolitanis (“Sulle origini di Costantinopoli”), afferma che Eutropio fu segretario di Costantino I, ma non è chiaro se si tratta della stessa persona. Morì dopo il 387. Il Breviarium ab urbe condita, in dieci libri, è un compendio (breviarium in latino indica una stesura di sintesi) della storia romana, dalla fondazione della città fino alla morte di Gioviano, avvenuta nel 364. L’attenzione dell’autore è concentrata più agli avvenimenti di politica estera, alle campagne e alle guerre di conquista, che alla politica interna. Gli ultimi quattro libri, dedicati alle vicende imperiali, offrono, però, interessanti ritratti dei sovrani. Le fonti utilizzate da Eutropio sono varie: da Tito Livio e Svetonio, fino a cronache a noi non pervenute, come ad esempio la famigerata e dibattuta Enmannsche Kaisergeschichte e ai ricordi personali dell’autore.

Nel 305 d.C., gli Imperatori Massimiano Erculeo e suo figlio Massenzio alla Molpa o a Bussento ?

Da Wikipedia leggiamo che secondo Orosio, l’Imperatore romano Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato, nell’anno 305 d.C. (IV sec. d.C.) si ritirò nella sua villa in Lucania e, un anno dopo, nel 306 d.C., suo figlio Massenzio ricevette la notizia della sua acclamazione ad Imperatore dell’Impero. Marco Aurelio Valerio Massenzio (in latino: Marcus Aurelius Valerius Maxentius; 278 – Roma, 28 ottobre 312) è stato un imperatore romano autoproclamato, che governò l’Italia e l’Africa tra il 306 e il 312; ebbe il riconoscimento del Senato romano ma non quello degli augusti Galerio e Severo (da lui fatto uccidere), che riconosceranno Costantino mentre Massenzio l’otterrà anche tramite la forza militare, per cui è considerato da molti un usurpatore. Figlio dell’imperatore Massimiano, coregnante di Diocleziano, e di Eutropia. Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculeo, padre dell’Imperatore Massenzio è noto più semplicemente come Massimiano (in latino: Marcus Aurelius Valerius Maximianus Herculius; Sirmio, 250 circa – Massilia, luglio 310), è stato cesare privo di tribunicia potestas (dal luglio 285) e poi augusto (dal 1º aprile 286 al 1º maggio 305) dell’Impero romano. Condivise quest’ultimo titolo con il suo amico, co-imperatore e superiore Diocleziano, le cui arti politiche erano complementari alle capacità militari di Massimiano. Stabilì la propria capitale a Milano, ma passò gran parte del proprio tempo impegnato in campagne militari. Riguardo il suo ritiro su wikipedia leggiamo che: Il 1º maggio 305, in cerimonie separate a Mediolanum e Nicomedia, Diocleziano e Massimiano lasciarono il potere contemporaneamente; la successione, però, non andò esattamente come Massimiano aveva sperato, in quanto, forse per l’influenza di Galerio, i nuovi cesari furono Severo e Massimino, con l’esclusione dunque di Massenzio. Entrambi i nuovi cesari avevano delle lunghe carriere militari ed erano vicini a Galerio: Massimino era suo nipote e Severo un suo vecchio collega nell’esercito. Massimiano rimase subito contrariato dalla nuova tetrarchia, che vide Galerio assumere la posizione dominante già ricoperta da Diocleziano; sebbene Massimiano avesse diretto la cerimonia che aveva proclamato cesare Severo, in due anni l’augusto ritirato era divenuto talmente insoddisfatto da sostenere la ribellione del figlio Massenzio contro il nuovo regime. Diocleziano si ritirò nel suo nuovo palazzo costruito vicino a Salona, nella sua terra natale, la Dalmazia; Massimiano scelse invece delle ville in Campania o Lucania, dove visse una vita di agi e lussi (125). Sebbene lontani dai centri politici dell’impero, Diocleziano e Massimiano rimasero in contatto regolare tra loro. Nella nota (125) si postillava che: Barnes, Constantine and Eusebius, p. 27; Southern, p. 152.”.

Nel 305 (IV sec. d.C.), la villa in Lucania (a Molpa o a Bussento ?) dove si ritirarono gli imperatori Massimiano Erculeo ed il figlio Massenzio

Da Wikipedia leggiamo che Molpa viene rifondata in epoca romana per ragioni difensive: viene munita difatti di stazioni di osservazioni per l’avvistamento di navi cartaginesi. Successivamente la zona fu anche scelta come residenza estiva da diverse famiglie patrizie e, secondo la leggenda, fu anche dimora dell’imperatore Massimiano, che dopo la rinuncia all’impero avvenuta nel 305 d.C. scelse di abitare in questa terra per la bellezza dei luoghi e la bontà dei vini prodotti nella zona. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro:

  • il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso;
  • il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare e perse alcune navi.

Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia, a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 9 parlando dell’area archeologica di S. Croce a Sapri in proposito scrivevo che: Intorno al IV sec. d.C. la zona era ancora frequentata, infatti, recentemente, è stata rinvenuta in località S. Croce una moneta coniata tra il 293 e il 297 d.C., dell’Imperatore romano Massimiano Erculio. Orosio, riferisce che l’imperatore dopo aver abdicato nel 305, si ritirò nella sua villa in Lucania, ove un anno dopo, il figlio Massenzio ricevè la notizia della sua acclamazione ad imperatore. L’Honingman, collocava la villa imperiale tra le due regioni. Sapri è l’unica testimonianza in Campania e Basilicata di villa di lusso costiera del tardo impero.”. Dunque, nel mio studio citavo lo scrittore antico Orosio e Honingman. In alcuni scrittori locali leggo che le strutture murarie d’epoca romana che oggi ancora si possono ammirare in località S. Croce a Sapri dovevano essere una grande villa appartenuta all’Imperatore Massimiano Erculeo. Felice Cesarino (…), nel suo saggio “La residenza di un personaggio eccellente – La villa romana di Sapri”, apparso sulla rivista “I Corsivi”, n. 1, anno 2010, a p. 10 in proposito scriveva che: “Alcuni storici (Eutropio, Zosimo e Orosio) riferiscono che l’Imperatore Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, dopo aver abdicato nel 305 d.C. si era ritirato in Lucania, in una località imprecisata. Emilio Magaldi, in “Lucania Romana”, sostiene che il toponimo ‘Caesariana’ (da taluni identificata con Sapri) farebbe appunto pensare ad un possedimento imperiale in questa regione. Ecc..”. Il Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, a p. 27 in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La Lucania romana, Roma, 1947.”.  Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi.  Infatti, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 281-282, in proposito scriveva che: “Prima di chiudere la rassegna dobbiamo ricordare Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, che, abdicato con lui nel 305, si ritirò in Lucania, dove possedeva una villa (p. 64). E da questa villa egli scappò a Roma, all’annunzio che suo figlio Massenzio era stato gridato imperatore dai pretoriani (27 o 28 ottobre del 306)(9).”. Il Magaldi, a p. 281, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. Eutropio, IX, 27, 2: ‘Tanem uterque uno die privato habitu imperii insigne mutavit, Nicomediae Diocletianus, Herculius Mediolani……Concesserunt tamen Salonas unus, alter in Lucaniam; Zonara, XII, 32: …………………….Suida (Adler), s.v. ……………: “………………..”; Eutropio, X. 2.3: “Romae interea praetoriani excito tumultu Maxentium etc….”; Orosio, VII, 28, 5: ‘praetoriani milites etc….’; Zosimo, II, 10:…..’………..’, Cfr. SEECK, op. cit. di qui a poco, I^, p. 84.”. Il Magaldi, a p. 281, citava p. 64. Infatti il Magaldi a p. 64, in proposito scriveva che: “Anche l’imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (3). La villa in parola secondo uno degli autori antichi si sarebbe trovata in Campania (4), secondo i più di essi in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (5). Fra la Campania e la Lucania le maggiori probabilità sono per la Lucania perchè, come osserva il SEECK, se la Campania, celebre per le sue ville, potè facilmente sostituirsi nella tradizione alla Lucania, il contrario non è ammissibile (6). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, che la villa imperiale si trovava a Molpa (p. 31)(7) non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichipossedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La villa è collocata in Campania da LATTANZIO, de mort. persecut., 26, 7. La collocano invece in Lucania Zosimo, II, 10, ZONARA, XII, 32, EUTROPIO, IX, 27, 2, e X, 2, 3 (riportati in seguito).”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. HONINGMANN, cit., col. 1559. Così pure il commendatore Lattanzio, l. c., nell’edizione del Migne”. Il Magaldi, riguardo la postilla del Lattanzio (…) si riferiva all’opera “De mortibus percecutorum”. De mortibus persecutorum (dal latino, «Le morti dei persecutori») è un trattato in lingua latina attribuito allo scrittore cristiano Lattanzio (….). Composto negli anni immediatamente seguenti all’Editto di Milano, il trattato aveva lo scopo morale di istruire i cristiani su quale fosse la sorte che spettava ai nemici di Dio. Esso narra, con uno stile scorrevole e a tratti molto crudo e vivace, la vita, le sofferenze e la fine tragica di tutti i persecutori del cristianesimo, da Nerone fino a Massimino Daia. L’opera si articola in oltre cinquanta capitoli, i più ricchi dei quali sono quelli dedicati ai tetrarchi e ai loro successori. L’attribuzione del De mortibus persecutorum è stata anche oggetto di dibattito: lo scritto infatti, per il gusto del macabro di molte scene e lo stile ardente e diretto si differenzia dalle altre opere di Lattanzio in cui prevale invece un’eloquenza molto più pacata. Secondo Arnaldo Momigliano l’autore del De mortibus persecutorum è forse l’unico scrittore cristiano dell’epoca che si diffonda su eventi sociali e politici e lo fa con uno spirito conservatore e senatoriale che deve risultare imbarazzante per coloro che identificano i cristiani con l’amore per gli strati sociali più poveri e deboli. Il Migne (….) pubblicò il testo attribuito al Lattanzio. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. I^, p. 84 e Anhang^4, p. 485”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Cfr. CORCIA, o. c., III, p. 58 seg.”. Riguardo la postilla del Corcia, si tratta di Nicola Corcia (…). Infatti, già Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sull’origine Pelasgica della Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano) ed in proposito scriveva che: “Da così nota antichità la città si mantenne insino ai tempi Romani. E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Nicola Corcia (…), a p. 58 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789”, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Eutropio, IX, 27”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Nicola Corcia, riguardo le notizie storiche sulla città della Molpa citava lo scrittore antico Eutropio le cui notizie probabilmente si era ispirato un chronicon medioevale detto “Cronaca di S. Mercurio” che veniva citato più volte dall’Antonini.  Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Riguardo la citazione di Eutropio, il Corcia che lo cita e postillava del passo 27 del libro IX. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel XI secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Riprendendo la postilla di Nicola Corcia (…), sull’Antonini e la Molpa, il barone Giuseppe Antonini (…), a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, in proposito scriveva che: “Ebbe questa picciola Città l’onore di essere stata scelta dall’Imperador Massimiano Erculeo, padre di Massenzio per luogo di riposo, di quiete e di ozio, dopo che rinunziato l’Impero, doveva (2) vivere a se stesso: E quì stavasene, allora che i soldati Pretoriani elessero Imperadore suo figlio: “Costantino in Galliis strenuissime Remp. procurante, Praetoriani milites Romae Maxentium filium Erculii, qui privatus in Lucania morabatur, Augustum nuncupaverunt”, dice Orosio nel lib. 7 ed Eutropio avealo più distintamente scritto nel cap. 2. del lib. 10: “Romae interea Praetoriani, excitato tumultu, Maxentium Herculii filium, qui haud procul ab Urbe in villa publica morabatur, Augustum nuncupaverunt. Quo nuntio Maximianus Herculius ad spem erectus resumendi fastigii, quod invitus amiserat, Romam advolavit e Lucania, quam sedem privatus elegerat, in agris amoenissimis consenescens.”. Dunque, l’Antonini scriveva che Orosio nel suo Libro 7 ed Eutropio nel cap. 2 del Libro 10 scrivevano che: “Nel frattempo a Roma i Pretoriani, avendo fatto tumulto, chiamarono Augusto, figlio di Massenzio, figlio di Ercole, che abitava non lontano dalla città in una villa pubblica. Per mezzo di questo messaggero Massimiano Erculio, eretto nella speranza di riconquistare l’alta posizione, che a malincuore aveva perduto, volò a Roma dalla Lucania, che aveva scelto come residenza privata;”. Antonini continuando il suo racconto scriveva ancora che: “Zosimo nel lib. 2 quasi con le parole stesse il fatto ci narra: “His intellectis (tradotto) Maximinianus Erculius pro filio Maxentio, non abs re follecitus, Lucania relicta, in qua morabatur, Ravennam (in questo solo discorda) contendit.”. La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. Ecc..”. Il barone Giuseppe Antonini (…), citato da Nicola Corcia, a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, dopo aver detto degli Imperatori Massimiliano Erculeo e di suo figlio Massenzio alla Molpa, citava un brano tratto dalla “Cronaca di S. Mercurio” dove si parlava dell’Imperatore Libio Severo a Bussento e scriveva che: La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. Dunque, l’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”. Ecco ciò che scriveva il Gaetani sul passo del Cronicon di S. Mercurio e sulle tesi dell’Antonini. Sul chronicon del “monaco di S. Mercurio”, citato dall’Antonini (…) e nel chronicon di Luca Mannelli (…), ha scritto anche il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…). Il Cammarano (…), a p. 15, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1° e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva  che: E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano e suo figlio Massenzio. Ecc…”. Dunque, secondo il Cammarano, a Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano Erculeo e suo figlio Massenzio. Alcune notizie storiche che riguardano i due Imperatori Romani, Massimiano Erculeo e suo figlio Massenzio rientrano nelle notizie storiche che riguardano l’antica città scomparsa della “Molpa”, città di fondazione greca e poi Romana. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,……….Nel borgo nacque l’Imperatore Massimiliano e suo figlio Massenzio; Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. L’Antonini (…), a p. 370, cita l’‘Anonimo Salernitano’ che nel suo manoscritta ‘Chronicon‘, voleva che gli abitanti di Molpa, avessero fondato Amalfi e Ravello. L’episodio raccontato dall’‘Anonimo Salernitano’ (…), viene citato anche da Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a pp. 171-172, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ (11) dice di alcune famiglie romane in viaggio per l’Oriente sbattute dalla tempesta a Ragusa e poi giunte a Molpa, da dove sarebbero ripartite per fondare Amalfi.”. Ebner, a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235. L’Antonini (…), cita l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “….le frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. L’Antonini non scrive solo della fondazione dell’antica città scomparsa di “Amalphi” ma aggiunge anche le notizie sulle frequentissime incursioni dei Goti. Ma non è questo il passo dell’Antonini che ci parla dei due Imperatori romani. Lo storico Matteo Camera, nel suo ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, pubblicato a Napoli nel 1836 a p. 10, parlando delle origini della città di Amalfi, citavo interessanti notizie sulla Molpa e su un’antico casale di Amalfi li vicino sorto ed in proposito scriveva che: Questa città di Molpa o Melfi nel seno di Palinuro fu totalmente dà barbari distrutta. Al presente però è osservabile colà nelle rupe meridionale una grotta appellata ‘la grotta delle ossa’, dove si vede un cumulo di ossa umane pietrificate e riunite insieme da una materia gessosa stillata dalle viscere del monte superiore. Il dottore Antonini (2) opina che le ossa ammonticchiate in quella grotta furono quelle dè naufraghi Romani di ritorno dall’Africa con 150 navi sotto il Console di S. Servinio Servilio Cepione, e di C. Sempronio Bleso (Orosio lib. 4 cap. 9.) che per ordine di Ottaviano furono ivi riposte. Ecc…”. Dunque, Matteo Camera, sulla fondazione dell’antica città di Amalfi citava l’Antonini che a sua volta citava il libro IV, capitolo IX di Orosio (….). In verità devo precisare che l’Antonini cita Orosio ma quando parlando di Molpa ci parla di alcuni naufragi di alcune flotte Romane. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo,……Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Ecc..”. Dunque, secondo il Cantalupo (…), fu Eutropio nel libro IX, cap. 27 che nell’anno 305 d.C. a Molpa si fosse ritirato l’Imperatore Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato al collega Diocleziano. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”. Riguardo Massimiano Erculeo ha scritto pure il Magaldi. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 116, parlando della Molpa, il Craufurd scriveva che: “Le cronache non spiegano come mai Massimiano, collega di Diocleziano, l’avesse scelta come luogo ove ritirarsi, quando questi due imperatori abdicarono nel 305 d.C.; ed egli vi risiedeva ancora nel 306, quando il figlio Massenzio lo convinse a lasciare il suo esilio in Lucania per riassumere nuovamente la porpora. La città era situata sulla sommità della collina in un luogo veramente piacevole alla vista; a nord guarda verso il fiume della Molpa, a sud verso il fiume Mingardo e ai piedi del monte è circondata dal mare che si stende a perdita d’occhio….Da questa altura scesi verso una piccola pianura dove scorre il fiume Mingardo e rimasi etc….”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 116, parlando della Molpa, il Craufurd scriveva che: “Le cronache non spiegano come mai Massimiano, collega di Diocleziano, l’avesse scelta come luogo ove ritirarsi, quando questi due imperatori abdicarono nel 305 d.C.; ed egli vi risiedeva ancora nel 306, quando il figlio Massenzio lo convinse a lasciare il suo esilio in Lucania per riassumere nuovamente la porpora. La città era situata sulla sommità della collina in un luogo veramente piacevole alla vista; a nord guarda verso il fiume della Molpa, a sud verso il fiume Mingardo e ai piedi del monte è circondata dal mare che si stende a perdita d’occhio….Da questa altura scesi verso una piccola pianura dove scorre il fiume Mingardo e rimasi etc….”.

Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), etc…”. Bracco, a p. 39, nella nota (24) postillava: “(24) Molpa, come la vicina Palinuro,……Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato. L’attribuzione, “contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, non ha il sostegno di alcuna citazione classica” (E. Magaldi, Lucania romana, I, Roma, Istituto di Studi Romani, 1947, p. 64 e p. 281); anzi le fonti antiche, che parlano di “agri amoenissimi” (Eutropio, X, 2, 3) e che per giunta son tra loro discordi nell’attribuire la villa alla Campania o alla Lucania, fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione (cfr. V. Bracco, Salerno romana, Salerno, Palladio, 1979, p. 121). “Dei due centri quello meglio esplorato è Palinuro….(il cui) abitato sembra che si estendesse sull’altura di Tempa della Guardia…(dove) sono stati messi in luce i resti di alcune abitazioni…ed un tratto delle mura” (cfr. L. Santoro, Fortificazioni della Campania antica, Salerno, Palladio, 1979, p. 76); etc…”. Dunque, Bracco scriveva che Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato.”. Bracco aggiungeva pure che, le fonti antiche (forse si riferiva ad Eutropio) dicevano che la villa di Massimiano Erculio fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione.”. Vittorio Bracco (….), nel suo “Salerno Romana”, a p. 121 in proposito scriveva che: “In luogo prossimo, sui passi percorsi in altre età da Plozio Planco, che fuggiva ai triumviri (300), o dal Bruttio Presente che, amico di Plinio minore, si beava de suoi ozi campani e lucani (301), aveva fondato o acquistato una sua villa Massimiano Erculio, la quale partecipava della natura delle sue regioni (302)……Passando dopo molti anni, il viaggiatore non poteva non accorgersi di alcune ruvide colonne militari, che scandivano il percorso della via Annia dalle porte di Salerno e lo seguivano fin dentro il Campo Atina fra i monti lucani; quei cippi (304) ripetevano tutti un nome fra gli altri, M. Aurelio Massimiano Erculio, il rude Augusto a cui obbedì l’Italia, finito di morte imposta da Costantino, che poco dopo ringuainava la spada, vincitore agevole nel segno celeste (305) sul vulnerabile Massenzio, a ponte Milvio. Forse era proprio questo, il tracciato secolare che si lasciava il mare alle spalle, il cammino che, riparato per decisione sovrana di cui si toccava ancora il beneficio, irrorava le terre in mezzo alle quali sorgeva l’augusta tenuta abbandonata.”. Bracco, a p. 215, nella nota (302) postillava: “(302) E’ ipotesi moderna, derivante dal fatto che qualche autore cita la villa come situata in Campania, altri in Lucania (cfr. A. Magaldi, Lucania romana, cit., I, cit., p. 64; cfr. pure p. 281).”. Bracco, a p. 215, nella nota (303) postillava: “(303) Ecco il passo di Eutropio (X, 2, 3): Romae interea pretoriani excito tumultu Maxentium, Herculi filium, qui haud procul ab urbe in villa publica morabatur, Augustum nuncupaverunt. Quo nuntio Maximianus Herculius ad spem arrectus resumendi fastigii, quod invitus amiserat, Roman advolavit e Lucania, quam sedem privatus elegerat in agris amoenissimis consenescens….”.

Nel 461 (IV sec. d.C.), l’imperatore LIBIO SEVERO SERPENZIO “LUCANO”

Da Wikipedia leggiamo che Libio Severo Serpenzio (in latino: Libius Severus Serpentius; Lucania, 420 circa – Roma, autunno 465) è stato un senatore romano, imperatore d’Occidente dal 461 alla sua morte. Non fu riconosciuto dalla corte orientale né dal governatore della Dalmazia Marcellino, fedele al suo precedessore Maggioriano. Senatore originario della Lucania (2), fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Libius Severus Serventius. Senatore originario della Lucania, fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Dopo la morte dell’imperatore Maggioriano (7 agosto 461), assassinato dal magister militum d’Occidente Ricimero, si aprì una lotta per l’elezione del nuovo imperatore d’Occidente che coinvolse Ricimero, l’imperatore d’Oriente Leone I e il re dei Vandali Genserico. Ricimero voleva porre sul trono d’Occidente un imperatore debole, che potesse controllare: la sua origine barbarica gli impediva infatti di prendere il trono per sé stesso. Genserico aveva rapito durante il Sacco di Roma (455) la moglie e le figlie di Valentiniano III (Licinia Eudossia, Placidia ed Eudocia) e aveva fatto sposare il proprio figlio Unerico con una delle due figlie dell’imperatore deceduto, Eudocia, imparentandosi così con la famiglia imperiale; il candidato di Genserico per il trono d’Occidente era Anicio Olibrio, che aveva sposato l’altra figlia di Valentiniano, Placidia, e che era quindi «uno di famiglia». A tale scopo mise sotto pressione entrambi gli imperi attaccando ripetutamente Italia e Sicilia, affermando che il trattato di pace stipulato con Maggioriano non era più vincolante; Ricimero, che agiva autonomamente, inviò una ambasciata a Genserico chiedendogli di rispettare il trattato, mentre l’imperatore d’Oriente, con una seconda ambasciata, trattò l’interruzione delle incursioni e la riconsegna delle donne di Valentiniano. Ricimero, però, decise di ignorare il candidato di Genserico e mise sul trono Libio Severo, scelto forse per compiacere l’aristocrazia italica, facendolo eleggere imperatore dal Senato il 19 novembre 461, a Ravenna (Severo fu poi riconosciuto dal Senato di Roma, come consuetudine). In Wikipedia, alla nota (2) postilla: “Cassiodoro, Cronaca; Chronica gallica anno 511, 636.”Riguardo alle sue origini lucane ed eventuali possedimenti in Lucania, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: “Dobbiamo ricordare da ultimo un imperatore inetto, tra il fantasma e il fantoccio, che, ci rincresce dirlo, fu di nazione lucano, il solo sicuramente lucano, nella lunga serie degli imperatori romani. E’ Livio Severo che, passivo strumento nelle mani di Ricimero, fu gridato imperatore a Ravenna il 19 novembre 461, ma scomparve quattro anni dopo, senza neppure essere passato, pare, per Ravenna. Il SEECK dice che egli non sapeva scrivere correttamente nemmeno il suo nome, per il fatto che nelle iscrizioni compare ‘Libius’ e non ‘Livius’, ma questo è troppo, e noi non ci sentiamo di firmare il nostro Severo una così severa condanna (1). Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi (…), a p. 282, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cassiodoro, ‘Chronica ad a. DXIX. – a. 461: “Severinus et Dagalaifus. His conss. Maiorianus immissione Ricimeris etc….”; Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. VI, Stuttgart, 1920, p. 349. Cfr. Anhang, p. 482.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Il P. ‘Banduro’, in Nummism.’ di questo Imperatore parlando, così dice: “Libius Severus, Lucanus, Majorano Ricimeris fraude interfecto die VII. Augusti anni CDLXI. ejusdem opera Imper. Ravennae appellatus est die XIX. Novembris, probante quidem Rom. Senatu: At Leone, qui orientem regebat, inconsulto.”. E’ fama, che regnato avesse tre anni, e nove mesi.”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Antonini scriveva che nella Chronaca di Cassiodoro egli scrive che: “Per questi Costantino Majoranus fu estinto per l’invio di Recimeris, al quale fece succedere Severo, per stirpe di Luca, nel regno di Ravenna”. L’Antonini scrive che il padre Banduro (…), nella sua opera “Numismatica” scriveva che: “Libio Severus, Lucanus e Majoranus Ricimeris furono uccisi a tradimento il settimo giorno. Nell’agosto dell’anno 461 le opere dello stesso imperatore. Fu chiamato a Ravenna il 19. novembre, con l’approvazione di Rom. Il Senato: Ma senza consultare Leone che governava l’Oriente”. L’Antonini a p. 378, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Tornato era Majorano dalle Gallie in Italia per opporsi a gli Alani, che di nuova incursione la minacciavano; ed essendo vicino Tortona, Ricimero gli andò incontro coll’esercito Imperiale; e secondo il concerto fatto con Libio Severo, fecelo imprigionare, ed obbligato a rinunziare l’Impero, a capo di tre giorni l’uccise. Era Ricimero maestro dell’una, e dell’altra milizia, Comite, e Patrizio, e Severo era Patrizio solamente. Corso Ricimero in Ravenna; a capo di quattro mesi vi fece dichiarare Imperadore Severo dalle stesse milizie. Nè la Repubblica ebbe a pentirsene, poichè fu un uomo moderatissimo, giusto, e carco di virtù militari; quindi nondiede luogo a Genserico di far ulteriori progressi dell’Isole del Mediterraneo: Ed essendo il Re Beorgor con numerosissime squadre di Alani calato in Italia nell’anno CDLXIV. per mezzo dello stesso Ricimero interamente vicino Bergamo lo sconfisse colla morte anche di Beorgor, con cui finì nelle Gallie il Regno degli Alani. Severo in tanto stando in Roma, nell’anno appresso morì di veleno, occultamente da Ricimero datogli, siccome non pochi autori vogliono; ma, ‘Sidonio’ cede che morisse di malattia. Comunque però si fusse, la di lui morte fu dagl’Italiani altamente compianta, per aver perduto in lui un prode uomo, ed alloora necessarissimo per opporsi a’ moti di Genserico. Vedine Evagr. lib. 2 & 3. Jornande, ed altri. Dell’iscrizione 5. fol. 419. del Sig. Muratori si vede, che Libio Severo fu eletto Imperadore nell’anno MCCXIV. di Roma, e CDLXI di Cristo.”.

Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”. Riguardo Massimiano Erculeo ha scritto pure il Magaldi. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 116, parlando della Molpa, il Craufurd scriveva che: “Le cronache non spiegano come mai Massimiano, collega di Diocleziano, l’avesse scelta come luogo ove ritirarsi, quando questi due imperatori abdicarono nel 305 d.C.; ed egli vi risiedeva ancora nel 306, quando il figlio Massenzio lo convinse a lasciare il suo esilio in Lucania per riassumere nuovamente la porpora. La città era situata sulla sommità della collina in un luogo veramente piacevole alla vista; a nord guarda verso il fiume della Molpa, a sud verso il fiume Mingardo e ai piedi del monte è circondata dal mare che si stende a perdita d’occhio….Da questa altura scesi verso una piccola pianura dove scorre il fiume Mingardo e rimasi etc….”.

Nel 461-465 d.C. (V sec. d.C.), LIBIO SEVERO LUCANO e la sua villa a Buxentum (Bussento) o a Sapri ? 

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che nel 420 Molpa abbia dato i natali all’imperatore Libio Severo (anche se le fonti ufficiali indicano quale città di nascita Buxentum, l’attuale Policastro Bussentino. Ad esempio, le poche e stringate parole di Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..Nel borgo Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Angelo Di Mauro scriveva che l’Imperatore Romano Libio Severo possedeva una villa a Molpa. La notizia è tratta dall’Antonini che a sua volta la traeva da Orosio. Altri sudiosi invece vogliono che la villa di Libio Severo fosse a Buxentum. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel suo cap. “6. A Buxentum nasce un imperatore”, a p. 18 in proposito scriveva che: “Due volte arrise un benevolo destino allo squallore della città. Nei primi anni del sec. V d.C. nacque fra le rovine di Buxentum un bambino, ‘Flavio Libio Severo’ (30) destinato a diventare, nel 461, imperatore romano e vincitore degli Alani nei pressi di Bergamo (31): la vittoria dev’essere stata notevole, perchè gli Alani scompaiono dalla storia come popolo e fanno parte dei Vandali. Il vincitore morì poco dopo, nel 465. A quanto pare, egli eseguì la tradizione romana secondo la quale l’imperatore debba favorire il suo luogo di nascita (32). Deve averlo fatto anche lui, perchè per breve tempo, Buxentum emerge dalle tenebre.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (30), postillava che: “(30) Antonini G., op. cit. Parte II, Discor. VII, p. 378 (Chronicon di S. Mercurio).”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le Invasioni barbariche”, vol. I, a pp. 49 e ssg, riferendosi alla pace stipulata con Genserico dall’Imperatore Maggiorano, in proposito scriveva che: “Questa però non andò oltre l’anno successivo; mentre Recimero faceva uccidere lo stesso Maggiorano ed elevava al soglio imperiale Libio Severo ‘lucano’ (nov. 461 – sett. 465), che, stando ad una tarda testimonianza, era di Bussento (1), si rinnovarono lungo i litorali tirrenici gli assalti dei Vandali. “Ogni anno – scriveva il contemporaneo Sidonio Apollinare – i furori del Caucaso si scatenarono sull’Italia dalle cocenti spiagge della Libia” (2). Etc…”. Il Cantalupo a p. 50, nella sua nota (1) postillava che: “(1) BUXENTUM è il nome latino della città greca di ………..(‘Pyxus; Plinio, N.H., III, 72), la cui origine rimonta almeno al VI secolo a.C., come dimostrano alcune monete di confederazione con l’iscrizione: ‘Sirino / Pissunte’ (v. G. Riccio, Storia…, cit. II, Napoli, 1876, pp. 116 sgg.). A Bussento i Romani dedussero nel 194 a. C. una colonia, che fu rinsaldata otto anni dopo con l’invio di nuovi coloni (T. LIVIO, XXII, 29, 4: XXXIV, 42, 6 e 45, 2; XXXIX, 22, 4; VELLEIO PATERCOLO, I, 15). La città sul finire del IX secolo prese l’odierno nome di Policastro (v. n. 6, p. 99). Il CRONISTA DI S. MERCURIO (IX secolo ?) scriveva che ai suoi tempi in Bussento si vedeva ancora ‘ruinosa domus, ubi natus est imperator Libius Severus’ (v. G. ANTONINI, op. cit., pp. 396 e 408).”. Il Cantalupo nella nota (1) cita l’Antonini che riportava la notizia dell’imperatore Libio Severo lucano, tratta dalla cronaca medioevale del Monaco di S. Mercurio, di cui ho scritto in un altro mio saggio. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel IX secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania- Discorsi”, a p. 396 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: “Il primo si è quello di non trovarsi nè ivi, ne attorno a quel luogo vestigio alcuno d’antiche cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio, dice che ancora in Bussento mostravasi: ‘Ruinosa domus, ubi natus est Imperator Libius Severus’.”. Ancora il Cantalupo cita la p. 408 dell’Antonini, che a p. 408, nel Discorso IX, in proposito a Bussento scriveva che: “…e così ancora circa il nono secolo (di quando crediamo, che sia la Cronaca di S. Mercurio), vedendosi ancora nella Città ‘ruinosa domus’, in cui era nato l’imperador Libio Severo, ci fa credere che non fosse del tutto desolata: e che la total sua ruina accadesse, come sopra detto abbiamo, etc…”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 378 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. L’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo l’Antonini, il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. L’Antonini credeva che il fiume Bussento fosse il fiume Melpi, poi in seguito detto Rubicante, Lambro ed infine Mingardo. L’Antonini credeva che i luoghi a cui accennava a proposito dell’impratore Libio Severo, ovvero la città di Bussento erano la Molpa. Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sulla Molpa, segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito scriveva che: Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Dunque, Nicola Corcia, parlando della città di Buxentum scriveva che l’Antonini “pretendeva” che in questa città fosse nato Libio Severo, che in seguito diventerà Imperatore. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’ scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Dunque Nicola Corcia segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” (cronaca da lui datata al IX secolo) in cui il monaco scriveva che a Bussento vi era la casa natale dell’Imperatore Libio Severo che, nell’anno 460, per opera di “Racimero” successe all’Imperatore Maiorano (….). Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Argomenta l’Antonini che la Molpa sia il Bussento da un frammento epigrafico in un cippo messo a strettoio delle uve…….Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”.Il Gaetani, a p. …., nella nota (12) postillava dell’Antonini, p. 378 e della cronaca di S. Mercurio avutala dal sig. Agostino Carbone. Mi sembra interessante ciò che scrisse l’amico Felice Cesarino  (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, parlando della villa romana e dei resti archeologici in località S. Croce a Sapri, ipotizzando che possa essere la villa dell’Imperatore Massimiano Erculeo, a p. 27, sulla scorta di Emilio Magaldi (….), in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen.”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”.  Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Alle parole del Cesarino “La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica.” preciso che la cronaca ripetuta dello scrittore regionale è la cronaca di S. Mercurio e lo scrittore regionale è l’Antonini, oltre che al Corcia, il quale non si rifaceva solo alla cronaca trascritta in più passi dall’Antonini ma anche a dei passi di Cassiodoro, il quale non è una fonte classica ma resta una fonte autorevole dell’epoca. Ricordiamo che lall’epoca, l’ex segretario di Teodorico si era ritirato nella sua Calabria. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64 e ssg., in proposito scriveva che: “…………………..”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”.

Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 1743 pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 48, nel cap. II: “Dei fiumi etc…”, in proposito scriveva che: “Di questa Provincia parimente fu Vibio Severo Imperador Cristiano, che regnò nell’Occidente nell’Anno 461. in compagnia di Leone Imperadore d’Oriente nel Consolato di Severino, e di Galaiso, e dopo d’avere saggiamente governato l’Imperio, e discacciato gli Alani dall’Italia, finito il terz’Anno del suo Regno fu empiamente fatto avvelenare da Ricimero Principe Goto, e General dell’armi, il quale per la sua gran potenza era l’Arbitro dell’Imperio; Di questo Imperatore vi è anche al presente una memoria nella città di Diano in una base di Statua di marmo: e del medesimo ne fanno parola oltre molti scrittori, Cassiodoro (a).”. Il Gatta, a p. 49, nella nota (a) postillava: “(a) Cassiodor. in Cron. His consulibus, Majoranus immissione Recimoris estinguitur, ac Severum natione Lucanum succedere fecit in Regno.”.

Nel VII sec. d.C., Blanda e Cesernia nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate

Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: “Più recenti notizie di Blanda si hanno dall’Anonimo Ravennate (22), vissuto intorno al VII sec., il quale riporta nel IV libro il nome di Blanda tra Laminium e Cesernia: Tempsa, Clompetia, Cerillis, Laminium, Blandas, Cesernia, Buxentum, e lo ripete nel V libro con variazione nel nome di Laminium: Laminium, Blandas, Cesernia. L’ordine, da sud a nord, seguitò dall’Anonimo Ravennate nell’elencazione delle città costiere meridionali, ci dice che Laminium (Lao) era a nord di Cerillis (Cirella) e Blanda a nord di Laminium, così com’è realmente.”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Anonymi Ravennatis, ‘De Geographia’, IV, 32 e V, 2”. Infatti, l’Antonini (…), a p. 430, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “…e nell’Anonimo di Ravenna’ chiamasi ‘Ceserma (I), seguitando forse l’antica carta di ‘Peutingero’, dove col medesimo nome vien chiamato.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. La prima edizione della ‘De Geographia’ dell’Anonimo di Ravenna è di don Placido Porcheron (…). L’Anonimo di Ravenna (6), detto anche Geografo di Ravenna, fu autore di un elenco di dati geografici riuniti in cinque libri nel VII o nell’VIII sec. sotto il titolo di ‘Cosmografia ravennate’. Il testo, basato su una prima compilazione del IV sec., venne più volte aggiornato nel corso dei sec.. Numerosi sono i punti in comune con la Tavola peutingeriana. L’Anonimo di Ravenna (o ravennate) (6). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge: “…ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: “La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo a Caesariana’, …..nel ‘Geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: 9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”.

Guido da Pisa, nella sua “Geographica” parla di Blanda

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Etc…”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo “Pyxous-Buxentum”, in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité» Année 1988, a pp. 703-704 , in proposito scriveva che: “In epoca Imperiale, la città è citata dai geografi (7), etc…”. La Trillmich (…), a p. 704 , nella sua nota (7) postillava che: “(7) Plin. Ili, 5, 72; Pomp. Mela II, 4, 69 (Buxantium); Ptolem. Ili, 1, 8 (βούξεν-τον) ; Geogr. Rav. IV, 32”. Da Wikipedia leggiamo che Guido da Pisa (Pisa, … – XII secolo) è stato un geografo italiano. Diverse fonti citano un Guido compilatore di testi storici e geografici. Nella raccolta che costituisce il codice Vaticanus latinus 11.564 della Biblioteca apostolica Vaticana, egli unì le Chronica maiora di Isidoro di Siviglia con le Historiae adversus paganos di Paolo Orosio, aggiungendo (c. 184 recto) la notizia di un terremoto avvenuto a Pisa nel 1117. Un’altra compilazione, contenuta nel codice Egerton 818 della British Library di Londra, comprende le Collectanea rerum memorabilium di Gaio Giulio Solino e il De septem miraculis mundi del venerabile Beda, e si conclude con sei esametri nei quali Guido si presenta come autore della raccolta: «Me Guido collegit studiose» (c. 52 recto). L’opera più nota di Guido è la Geographica, in quattro libri: il primo libro, composto da brani tratti dalla Cosmographia dell’Anonimo ravennate, dall’Historia Longobardorum di Paolo Diacono e dalle Collectanea di Solino, descrive i territori dei quali si componeva l’Impero romano; il secondo libro descrive brevemente l’antica società romana, seguendo le Etymologiae di Isidoro di Siviglia, il terzo tratta della geografia, seguendo ancora l’Anonimo ravennate, e il quarto libro descrive la guerra di Troia secondo il De excidio Troiae historia di Darete Frigio e le gesta di Alessandro Magno dello Pseudo-Callistene. Il nome dell’autore è presente sia nel prologo – «ego Guido inductus pro scientia mea» – che alla fine dell’opera – «Ex quibus haec Guido documenta decora reliquit» – menzionando anche l’anno in cui fu scritta l’opera: «anno ab incarnatione eius millesimo centesimo XIX». L’opera è contenuta nel codice Bruxellensis 3897-3919 della Bibliothèque Royale di Bruxelles; parzialmente nel Florentinus Riccardianus 881, nel Mediolanensis Ambrosianus R 114, nel Romanus Sessorianus 286 della Biblioteca nazionale di Roma, e nel Caesareus CCCXXXIII, Endlicheri 3.190 di Vienna.

Nel VII sec. d.C., Blanda e Cesariana nella Tabula Peuntingheriana

La Tabula peuntingheriana, Itineraria militare. La Tavola o Tabula Peutingheriana (da Peuntinger, il nome del suo scopritore) è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. È attualmente conservata presso la Hofbibliotechek di Vienna, in Austria, e per ciò è detta Codex Vindobonensis. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; ed un’altra riproduzione è conservata presso il museo sotterraneo dell’Arena di Pola in Istria. La sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus. Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico. Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I; Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci. Disegnata probabilmente a metà del IV secolo, copiata dettagliatamente nel pieno Medioevo e riscoperta nel 1508 da quel K. Peutinger da cui ha tratto il nome, la Tabula è una striscia di pergamena lunga quasi 7 metri ma alta soltanto 35 centimetri, che rappresenta tutto il mondo allora conosciuto. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi” (ed. Brenner, 1979) parlando di Cesariana, a pp. 71-72, in proposito scriveva che: Dopo Buxentum, in fondo al porto natuale di Sapri si trovava la stazione navale di ‘Caesariana’ (1) ch’era anche stazione di intreccio della via che da Nerulo per Caesariana costeggiava il litorale tirreno fino alla ‘Colonna reggina’….La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo a Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). In questa essa si trova tra Pesto e Blanda, etc…”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 9 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Tra l’odierna Maratea e Tortora sorgeva Blanda, ricordata da Livio come sopra ho detto. Da qualche poco erudito scrittore del Medio Evo la si voleva designare come sorta presso l’odierna Belvedere calabra. Niente è più assurdo di tutto ciò. Basta dare uno sguardo alla Tavola Peuntingeriana per accertarsi di ciò, quant’anche non si volesse prestar fede a Livio che la chiama città Lucana. Mi direte forse, che cosìè mai questa Tavola Peuntingeriana? Essa prese il nome da Corrado Peutinger, nato ad Auusta nel 1465, celebre erudito ed archeologo, il quale diede impulso alle indagini archeologiche in Germania e salvò molti manoscritti. Scovrì a Spira nel 1500 la detta tavola Peuntingeriana che designava le strade militari dell’Impero Romano. L’originale di questa tavola fu data dal principe Eugenio alla Bibliotea di Vienna. Per comporendere l’importanza di questa tavola occorre una breve disgressione. Quando Teodosio il grande (il più degno Imperatore del Basso Impero) ebbe vinti gli usurpatori dell’impero di Valentiniano, rimase solo nell’Impero Romano e prima di morire volle dividere il medesimo impero ai figli. Risiedendo egli a Costantinopoli e dovendo per ben due volte tornare in Italia per sistemare l’impero di occidente, del quale era rimasto assoluto padrone, fece incidere a Costantinopoli la tavola suddetta acciocchè, conducendo l’esercito d’Oriente attraverso il Meridione d’Italia, per recarsi a Milano, avesse una idea precisa della strada militare e delle borgate e colonie militari che avrebbe attraversate anche per fornirsi di nuovi soldati. Da questa tavola risulta preciso il sito di Blanda, cioè ad sexdecim millia passuum a flumine Laino, come nota anche benissimo lo storico Ughellio.”.

Le nostre terre negli anni bui del medioevo

Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico e, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono. A tal proposito ci conviene ricordare che sulla scorta del Paolo Diacono (che scrisse la biografia di Carlo Magno e di cui esiste una cronistoria allegata), il Troyli (…) afferma che i Visigoti o Goti scesero in Italia nel 401 d.C. con il loro capo Alarico e che attraverso il Cilento, devastando e saccheggiando, si diresse in Africa. A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (…). Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda Policastro: nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (Bussento) (…). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: “I Longobardi trovarono le nostre regioni semideserte (dal 566 infuriava la peste)(63), anche se Paolo Diacono menziona lungo “il corno destro dell’Italia”, in Lucania e Brettia, le città di “Pesto, Laino, Cassiano, Cosenza e Reggio” (64), ma di città dovevano conservare soltanto il nome; forse un agglomerato di casupole a ridosso dei ruderi di antichi edifici romani. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Popolazioni già sottomesse seguivano i Longobardi (66). Longobardi, la cittadina della costa tirrenica cosentina, rivela nel toponimo la presenza longobarda nell’estremo Mezzogiorno, dando così, una certa concretezza storica alla leggenda della “colonia di Autari” (67). Nell’estate del 596, la stessa Crotone era caduta sotto il potere longobardo (68). Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato , tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). Infatti, il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(11), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune genti Bulgare a seguito del quale, nacquero o si popolarono alcuni centri posti intorno al Monte Bulgheria.

Le prime chiese e diocesi sorte in seguito della dissoluzione dell’Impero Romano

Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono. A tal proposito ci conviene ricordare che sulla scorta del Paolo Diacono (che scrisse la biografia di Carlo Magno e di cui esiste una Cronistoria allegata), il Troyli afferma che i Visigoti o Goti scesero in Italia nel 401 d.C. con il loro capo Alarico e che attraverso il Cilento, devastando e saccheggiando, si diresse in Africa (…). A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (…). Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda ‘Bussento (Buxentum – ovvero l’attuale Policastro): nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (2-3). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene – quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di Buxentum in Policastro, ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (Epistulae, II, 29) la mancanza di titolare della sede bussentina. Pertanto si può ritenere che la datazione della Cattedrale di Policastro si può collocare intorno al VI secolo d.C. (…), epoca di costruzione delle maggiori trichorae del mondo cristiano. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (…), infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (…). Dice il Barni in proposito (…): Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio. Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi (590-604) in una lettera del 592, al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (…). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (…). E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel IX secolo, come ricordano il Cappelletti (…) ed il Cappelli (…) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (…) affidandole al Vescovo Felice di Agropoli. Nel 592 papa S. Gregorio Magno, vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…), su cui bisognerà indagare ulteriormente. Agropoli fu un’antica sede vescovile della Lucania. Tuttavia se ne conosce l’esistenza solo per una lettera di Papa San Gregorio Magno (Gregorio I) scritta attorno al 592 al vescovo Felice, al quale comanda la visita apostolica delle vicine diocesi, rimaste senza pastore, di Velia, di Blanda e di Bussento (…). Alcuni autori, tra cui Lanzoni (…) e Duchesne (…), ipotizzano che il Felice di cui parla papa Gregorio Magno sia in realtà un vescovo di Paestum (…) che, a causa dell’invasione dei Longobardi, che ha reso orfane le sedi menzionate dal pontefice, si sia rifugiato ad Agropoli, fortezza bizantina. Aggiunge Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» (…). A questo periodo si riferisce una notizia non molto attendibile (…). Gli Agareni (Saraceni), –  che si erano stabiliti ad Agropoli già dall’anno 882, creandone un loro spalto fortificato – attaccarono Bussento – per la seconda volta nella sua storia – incendiandola e distruggendola, nell’anno 915 (…). In proposito il Natella e Peduto scrivevano che: “…la notizia va destituita da ogni fondamento” (…).  Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che nel X secolo questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio (…) la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco. Nel VI sec. d. C., quando iniziarono a sussistere su questo territorio i primi elementi di rito greco ed imperversavano le orde longobarde, Papa San Gregorio Magno, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (forse il Vescovo di Paestum) (…). L’ Acocella (…), parlando del Cilento, affermava: “La Velia ecclesia era già, nell’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti ecc…”, e riferiva che la notizia era tratta dalla lettera di Papa San Gregorio Magno al Vescovo Felice di Agropoli (…). Nella sua lettera, il Papa San Gregorio Magno, nell’anno 592, scrive al Vescovo di Agropoli Felice, già Vescovo di Paestum (territorio Velino, forse rifugiatosi ad Agropoli che era protetta e fortificata), nella quale, decise di riattivare le sedi episcopali vacanti di Velia (Ascea), Bussento (Policastro) e Blanda (forse Maratea), affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (il Vescovo Felice di Paestum (forse rifugiatosi ad Agropoli che era protetta e fortificata) (7). Il Barni (…), parlando dei Longobardi in un suo studio, pubblicava un rapporto del 1903 di monsignor Duchesne (…), che riprendeva in parte anche lo studio di Monsignor Laudisio, vescovo di Policastro (…). Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “L’antica Regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia (Potenza, Grumentum (che riteneva essere Grumento Nova) e Consilinum (Marcelliana = che riteneva essere l’odierna Civita, presso Padula); sulla costa tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia ( che ritiene essere attualmente la zona archeologica presso Marina di Casalvelino), Buxentum (che riteneva essere l’odierna Policastro Bussentino), e Blanda (che riteneva essere la città lucana presso l’odierna Maratea). “Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J. , 969, 1015, 1017). Al tempo di S. Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia ( Ep., IX, 209, luglio 599). Dopo di lui non si trovano tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa confida al vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura di quel che rimane del loro personale. Lo stesso vescovo di Paestum viene qualificato come episcopus de Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarò costretto a trasferirsi all’interno, a Capaccio. Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (8-14). Queste terre dominate dai longobardi, furono controllate dai bizantini ed è ipotizzabile che costituirono una zona di confine tra i castaldati longobardi con una loro autonomia. E’ ipotizzabile che nel X sec. questo territorio appartenesse al Castaldato longobardo della Lucania occidentale detto “Bricia”. Successivamente, ai longobardi e ai bizantini, nel XI secolo, subentrarono i Normanni che assoggettarono questo territorio al Principato di Salerno.

Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Le fonti successive su Bussento sono tarde, ma comunque ci parlano di una città importante, divenuta sede vescovile: il vescovo Rustico di Bussento partecipa ai sinodi romani del 501 e del 502 (85). Ma nel 592, forse in seguito ad attacchi dei Longobardi, la città è priva di vescovo, e una lettera di papa Gregorio Magno invita il vescovo Felice di Paestum, temporaneamente ad Agropoli, a visitare le sedi vescovili vacanti di Velia, Bussento e Blanda lungo la costa (86). E’ solo un’ipotesi che possa essere di Bussento (Buxentinae Ecclesiae) il subdiacono Quadragesimo, ricordato da Gregorio Magno, che pascola un gregge di pecore presso un monte chiamato Argentario (87). Un altro vescovo di Bussento, di nome Sabbatius, è attestato per il concilio romano lateranense dell’anno 649, cui partecipa anche il vescovo di Blanda Paschalis (88). Etc…”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (85) postillava che: “(85) Acta Synhodi, a. 501, p. 435 M; a. 502, p. 454 M.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (86) postillava che: “(86) Gregorio Magno, Epist., II, 43.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (87) postillava che: “(87) Gregorio Magno, Dial., III, 17. Probabilmente Buxentinae è da correggere in Volcentinae (di Volci) o in Bisentinae (di Bisenzio), località della Toscana.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (88) postillava che: “(88) Vd. KEHR 1935, p. 371.”.

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

Alberti Leandro, p. 199,,,

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Le origini di Bussento (Buxentum) per il Mannelli e per il Gaetani

Il Gaetani (…), in un suo breve ma prezioso saggio, spiegava che: “Il Bussento, antichissima città della Lucania celebre nei fasti cristiani, vanta due periodi di Episcopato, il primo di cui teniamo discorso, ch’è sconosciuto nella sua origine e fine, ed il secondo che vive vita novella ed incominciò con S. Pietro Salernitano.” . Il Gaetani, in sostanza, ci dice che in origine, l’Episcopato Bussentino, si può delineare in due momenti storici separati: il primo, di cui si conosce poco, in cui la sede Episcopale Bussentina, veniva restaurata da papa Gregorio VII,  ed il secondo periodo, in cui l’episcopato risorge con la bolla di Alfano I (XI secolo) e  la nomina di Pietro Pappacarbone o S. Pietro da Salerno, a cavallo della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno. In questo saggio, mi occuperò del primo periodo, ovvero quello dell’antica ‘Buxentum‘, o ‘Bussento’. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Sempre a caccia di nuovi ed interessanti documenti, recentemente il mio Archivio ha acquisito un libretto ormai introvabile che oggi pubblico. Si tratta del primo saggio che il sacerdote Rocco Gaetani pubblicò nel lontano 1882: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani (…). Il saggio risultava in dotazione alla Biblioteca del Centro culturale dell’Università di Torre Orsaja. Lo cercavo ma pare che sia andato perso. Questo che pubblico è il risultato di una lunga ricerca e di un recente acquisto. Come vedremo, il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) e, di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio –  in questo suo saggio, fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. La ricca documentazione bibliografica e le interessanti citazioni e notizie storiche trattate, sono state rivedute e citate nei miei saggi ivi pubblicati, come ad esempio “Nel 1079, il Portum (Sapri?), nella Bolla di Alfano I”, o nel saggio “Sapri negli anni 592 e 649 (VI e VII secolo)”.

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Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso. Il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli –  in questo primo suo studio (…), fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, in seguito denominato Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Il Gaetani, aveva pubblicato altri suoi studi teologici. E’ stato Bibliotecario dell’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino al tempo del Vescovo Cione. In seguito pubblicherà altri scritti sulla storia di Torraca e quindi di Sapri: “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca” (…), nel 1906 e poi nel  1914, il saggio su “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” (…), ambedue ristampati a cura della nipote Rossella Gaetani. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “L’antica Bussento – oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale”, a p. 11, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “(2) Carlo Stefano nel suo ‘Dizionario – storico – gografico – politico’ diè vita agli errori del bizantino ed aggiunse di più essere il Bussento un paese nel seno di Posidonia, ed un paese della Lucania ad ‘Laum fluvium; (3) il Valaterrano nei ‘Commentari delle città’ lo stabilì fra Squillace e Metaponto; (4) Balbo e con lui Frontino nell’opera ‘De coloniis’ l’assegnò fra i Bruzii; ed a farla breve il Nicolao sostenne che il Bussento fosse Pisciotta, e lo storico Giuseppe Antonini volendo dar termine ad ogni quistione chiamò fuori di ogni opinione, ricercando il Bussento colà ove sono le rovine dell’antica Molpe, città della Lucania. Ai primi, l’abbaglio dei quali è troppo manifesto, non rispondiamo, agli ultimi due, al Nicolao cioè ed all’Antonini con rispettosa critica dimostreremo che il Bussento, senza altro, bisognava investigarlo nel nostro Policastro, che tuttora si distingue con l’aggiunto di ‘Bussentino’ e che i vescovi policastrensi sono leggittimi successori dei vescovi bussentini. In prima, per qual ragione il Nicolao ricercò in Pisciotta l’antico Bussento ? (5). La ragione è nota per sè: perchè appartenendo Pisciotta alla sede di Capaccio-Vallo, la Chiesa Bussentina non sarebbe più quella dell’odierna Policastro, bensì una sede distrutta ed annessa alla Caputaquense di cui il Nicolao era vescovo. (6) Ma si può in Pisciotta ricercare il Bussento ? Non lo credo. Il viaggiatore di Amasia, che dall’Armenia descrisse insino ai confini della Tirrenia posti dirimpetto alla Sardegna e mosse dall’Eusino a quelli dell’Etiopia, il geografo Strabone, l’autorità del quale in tel genere di cose è superiore ad ogni altra, chiaramente determina il Bussento così: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi” (segue trascrizione del testo in greco) (9). Si ponga ben mente che il greco scrittore, qui nell’assegnare i confini della Lucania marittima discende dall’occidente all’oriente; dalle foci del Silari vien giù a Poseidonia, all’Isola di Leucosia, al golfo Posidonate, a Velia; ed all’oriente, “appresso, al tergo, dietro” (nel passaggio da un luogo ad un altro, questo significato ha la particella greca ……, usata nel testo) dopo il promontorio, che dal timoniere di Enea “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”, egli il geografo, ritrova il promontorio ‘Pixo’ (…………………………), il porto (…………..), ed il fiume (………….), tutti e tre luoghi omonimi (……………………………); mentre Pisciotta trovasi situata all’occidente di Palinuro, parte opposta del Bussento assegnato tanto precisamente da Strabone, e trovasi in tali circostanze da non poterci in verun modo semplice si fu il Nicolao che si lasciò pigliare dall’apparente ecc…”. Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”.

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Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”.

Le fonti della ‘Bolla o pastorale di Alfano I’

Nel mio studio sulla “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, che pubblicai nel 1998 (1), in proposito scrivevo che: “Interessante fonte è la nota lettera pastorale (bolla) di Benedetto Alfano I, Arcivescovo di Salerno, datata all’ottobre 1079, con la quale, dietro la protezione longobarda, ricevè nel 1058 da Papa Stefano IX la licenza per la nomina di nuovi vescovi (69). Il documento (70), col quale veniva restaurata l’antica sede episcopale bussentina “quae modo Paleocastren dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”, è la più antica fonte archivistica in nostro possesso.”. Mons. Nicola Maria Laudisio (4), vescovo di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro (Figg. 4-5-7) e, nella sua nota (35) della sua ‘Synopsi’, dice che, l’antico documento “Bolla o pastorale di Alfano I”, è citato in “P. Mannelli, Not. Luc.; Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34; Troyl., cit., tom. 1, part. 2, pag. 135 (il Troyli (op. cit., tomo I, parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi manoscritti rapportata”. Il Laudisio, nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36)), dice che la Bolla di Alfano è citata in: “P. Manell., Note Lucane”; in “Const. Gat., Mem. Luc., cit., cap. 2, pag. 34′ ecc..

Troyli, p. 135.PNG

(Fig…) Troyli (…), vol. I, parte II , p. 135

Il Laudisio (…), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (…), dalle ‘Memorie Lucane’, Cap. II, p. 34 del Gatta (…), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (…), e dal Barrio (…), a p. 72 (si veda versione curata dal Visconti), nel 1831, in proposito che: Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.

Bussento nell’indagine cartografica

Gr-Z_0516-00904_122r

(Fig….) L’Italia nel Codice Veneziano Marciano greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…), particolare delle nostre coste e dei toponimi (Archivio Attanasio)

Cattura

(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco

Nel VI-VII sec. d. C., i Bizantini, dopo la sconfitta dei Goti costruirono la chiesa ‘trichora martyrium’ corrispondente all’abside del duomo di Policastro 

A Policastro (da Polis-Castrum) Bussentino ( ex colonia marittima greca detta Pyxous e poi colonia marittima romana detta Buxentum o Bussento), toponimo di derivazione bizantina, vi è una ‘Triphora’, chiesa di architettura bizantina, individuata nella parte absidale del Duomo di Policastro, forse risalente al VI sec. d.C. Da Wikipedia, alla voce “La cattedrale di Santa Maria Assunta (Policastro Bussentino)” leggiamo che “incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. Etc…La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig…..). L’interno della cattedrale era a tre navate fino ai rifacimenti settecenteschi. Oggi si presenta con un’unica navata con altari laterali e la cappella del Santissimo Sacramento (1627); il presbiterio è rialzato per la cripta sottostante. Da ricordare, infine, le lapidi sepolcrali dei tre vescovi Giacomo Lancellotto di Tropea, Nicola e del nobile Giacinto Camillo Maradei di Laino. La cripta, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. Il duomo di Policastro, aggiunto all’antica Trichorae, etc…”.  In Wikipidia leggiamo che la cattedrale “Incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La costruzione romanica subì importanti interventi di restauro in senso barocco nel Settecento (tra il 1709 ed il 1716), interventi che riguardarono soprattutto gli interni. “. Sempre in Wikipidia leggiamo che “La cripta, come si presenta oggi, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento).”. Il titolo di ‘Odeghitria’, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale (22) e tale rimase il titolo dell’abside della Cattedrale del Bussento fino al 1848. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense, sebbene il Porfirio (18) sia convinto che il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina (4) “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Nel testo di autori vari della Soprintendenza Per i Beni Ambientali Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino (….), “Chiesa cattedrale di Policastro – La Storia e i restauri”, che, nel saggio di Angelina Montefusco (….), “La Cattedrale nella storia e nell’arte”, a p. 25 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa tricora, la cui forma è chiaramente visibile sia all’interno che all’esterno dell’attuale presbiterio, è indicata da A. Venditti (1) come la iniziale costruzione della cattedrale e si può, approssimativamente, ascrivere alla fine del VI secolo, epoca della maggiore diffusione di tale tipologia in Italia, oppure alla prima metà del secolo successivo. La tricora sorse nella zona del foro romano e venne a chiudere il decumano massimo corrispondente, almeno in parte, all’attuale via Vescovado. Etc..”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria”, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII  n. 3 – 1973.”. Silvia Pellecchi (….), nel suo “Pixus-Buxentum – Policastro Bussentino, dalle prime frequentazioni al XVI secolo”, a p.  15, in proposito scriveva che: “Le fonti ricordano che nel 592 la città era rimasta priva del vescovo (28). La situazione non dovette, però, protrarsi a lungo se già nel 649, un vescovo di Policastro, Sabazio, è attestato tra i partecipanti al concilio Lateranense (29). Al periodo compreso tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo d.C. risale, forse, l’impianto di un fortilizio sulla sommità del colle, cui vengono ipoteticamente riferiti i resti di una muratura – poi inglobata nelle strutture del castello – datata sulla base del rinvenimento di una seriedi monete neo-greche (30). Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32). Più sicure appaiono le notizie secondo le quali, dopo un periodo di vacanza, nel 1079 a Policastro fu ripristinato l’episcopio e venne consacrato il duomo che, nel frattempo, era stato annesso alla vecchia trichora (33).”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (31) postillava che: “(30) Panebianco 1964, p. 364. Cfr. Natella, Peduto 1973, pp. 494 e 520.” e nella nota (31) postillava: “(31) Ibid., p. 508.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Punto della questione in Ibid., p. 512, con bibliografia precedente.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Ibid., p. 512 con bibliografia.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Ibid., p. 505, fig. 21″. Dunque, la Pellecchi riferendosi al VII secolo d. C. scriveva che: “Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32).”. Dunque, la Pellecchi citava Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 508, in proposito scrivevano che: “La datazione della Cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ del mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. Infatti, i due autori, a p. 508, nella nota (59) postilleranno che:  “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”.  Dunque, sulla scorta della lettera di papa San Gregorio Magno al Vescovo pestano Felice del 601 (VII sec. d.C.), di cui abbiamo ampiamente detto in altri saggi, i due autori fanno rialire la costruzione della ‘trichorae’ (chiesa con sottostante cripta che ritroviamo costruita alla fine del decumano maggiore (attuale via Vescovado) e, quindi costruzione avvenuta evidentemente dopo il 601 d.C…E’ probabile che l’attuale cripta era l’antica “domus ecclesiae” del VII secolo d.C. e che in seguito, nel VII sec. d.C. è stata costruita la trichora, corrispondente nell’impianto all’attuale presbiterio rialzato per la presenza della cripta.  Sul macellum di Buxentum scrisse Vittorio Bracco (…..), nel suo “Il macellum di Buxentum”, in ‘Epigraphica’, XLV, 1983, PP. 109-115. Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum approfondì mirabilmente sul ‘kastra’ bizantino di Policastro. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). La Trillmich, a p. 704, in proposito scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI sec. d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10). Passata, al termine della guerra greco-gotica, sotto il dominio dei bizantini, ai quali si deve il nuovo nome greco di Παλλιοκαστρον, la città fu munita di un fortilizio sul punto più elevato della collina – cui si è avanti accennato e la cui datazione è stata recentemente (1961- 62) confermata dal rinvenimento di monete neo-greche di VI-VII secolo in saggi esplorativi condotti da V. Panebianco all’interno del castello (11) – e di una chiesa, sotto forma di ‘trichora’ (12), inglobata nell’attuale duomo trecentesco, che ha peraltro conservato fino al 1848 il bel nome greco di S. Maria di Hodeghitria.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (10) postillava che: “(10) Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino in gli ‘Studi in Italia. Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 386.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (11) postillava che:  “(11) Natella Peduto, op. cit., p. 494 e 520.”. Riguardo la nota (11) su Venturino Panebianco, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 494, in proposito scrivevano che: “Recenti scavi nel castello (1961-62), promossi da Venturino Panebiaco, direttore dei Musei Provinciali del Salernitano, erano stati deliberati per riconoscere in questo sito altre tracce di murazione antica. I risultati, però, furono negativi; delle fosse escavate al di sotto e ai fianchi della torre trecentesca e degli ambienti comitali vicino alla cappella vennero alla luce le basi del castello stesso, con una cronologia quindi del tutto medioevale. Al di fuori delle mura castellane si reperirono, inoltre, monete d’età bizantina, attribuibile alla prima occupazione neo-greca.”. I due autori, a p. 507, nella nota (57) postillava che: “(57) Cfr. rispettivamente V. Panebianco, Policastro di S. Marina, in “Apollo” (Salerno), III-IV, 1963-1964, pp. 191-192; id. Policastro di S. Marina, Saggi esplorativi, in “Bolettino d’arte d. Ministero d. P. I.”, s. IV, XLIX, 1964, IV, p. 364 (rifer. in “Fasti Archeologici”, XVIII-XIX, 1968, p. 517″. La Trillmich, a p. 704, nella nota (12) postillava che:  “(12) Per la datazione della primitiva chiesa bizantina al VI-VII secolo, si vedano oltre a Natella-Peduto, p. 508, I. G. Kalby, Contributi e note su nuova documentazioni paleocristiane nella Camapnia meridionale, in Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Matera, 1969, Roma, 1971, p. 252 e A. Venditti, Architettura Bizantina nell’Italia Meridionale, Torino, 1967, p. 541.”. Riguardo la nota (12), i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. Riguardo la nota (12), i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro” pubblicato nel 1973, a p. 508, in proposito scrivevano che: “..della ‘trichora’. Quest’ultima, infine, espressione della fase tardo-romana della città, venne a chiudere il decumano massimo solo quando i bizantini del VI secolo d.C. pensarono di ricondurre Buxentum al primitivo ruolo di città fortificata, rinforzando le mura e iniziando un castello sul monte che fin dalla toponomastrica ( o Παλvιοκαστρον), doveva ricordare una funzione vitale, anche ai fini della sicurezza religiosa, per l’intera zona del golfo tirrenico.”. Sempre i due autori, a p. 508, in proposito all’età moderna e, riferendosi all’anno 501, anno in cui è ricordato il vescovo Rustico, in proposito scrivevano che: “Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescobo Sabbazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno di una documentazione storica di rilievo.”. I due autori, a p. 508, nella nota (59) postillavano che:  “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”. I due autori, a p. 516, in proposito scriveva pure che: “Duomo di Policastro. Si è accennato alle vicende del contesto urbano, e come in esso la primitiva sede ecclesiastica fosse stata creata sulla linea del decumano maggiore. Il dato protobizantino del duomo di Policastro risulta dal presbiterio sollevato che un dì, alla fine del VI sec., doveva rappresentare, insieme con una elementare aula, sull’esempio di simili risultati architettonici campani (Cimitile), la sola costruzione culturale del complesso oggi visibile. Il presbiterio è, infatti, una ‘trichora martyrium’, che si presenta all’interno con una larga cupola il cui estradosso è nascosto da un cubo poggiante sui pennacchi delle ‘chorae’.”. Quello che, a mio parere, non viene detto in questi scritti, che la forma della ‘trichora’, ovvero tre lobi, tre chore, molto probabilmente doveva essere quadrilobata cioè con un impianto a croce greca, e così rimase fino all’epoca della latinizazzione in cui l’impianto si allungò in facciata aggiungendo tre navate, una centrale più larga e le altre due più strette. Natella e Peduto, a p. 520, in proposito aggiungevano pure che: “Nel secolo XI il duomo ricevette altra struttura: alla piccola aula risultante dallo spazio interno della ‘trichora’ fu aggiunta, secondo la prassi romanica del tempo, una lunga navata unica centrale, affiancata da altre due navatelle, che tuttavi a nulla servirono se non ad accentuare, dietro una parvenza di voluta romanicità di gusto corrente, la preminenza ancora in fondo bizantina dell’aula allungata e della terminazione trichorense tardo antica.”. I due autori, a p. 520, in proposito scrivono pure che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d.C.. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato, non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di esso si può vedere la presenza di un muro di quella età.”. Orazio Campagna, a p. 257, ancora scriveva che:  “Un lungo silenzio avvolge la storia di Policastro, ad iniziare dalla seconda metà del VII secolo. Oltre alla sostituzione del toponimo (66), coi Bizantini avvenne la grecizzazione della lingua e del rito. Aveva subito distruzioni vandaliche, ma non così atroci come le longobarde (67). Non da meno furono le incursioni saracene, anzi nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Pyxous, il nome era passato dal fiume all’agglomerato, divenne Buxentum coi Romani, Polis-Kastrum (città-fortezza) o, meno probabilmente, Paleocastrum (antica fortezza) coi Bizantini.”. Dunque, il Campagna (…), riteneva che, il vecchio nome di Pixo o Pyxous,   con i Bizantini, mutasse in “Polis-Kastrum’ = città-fortezza”, o in “Paleocastrum”.  Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (67), postillava che:  “(67) Già dalla guerra gotica, la terza regione d’Italia, Lucania e Bruzi, era stata paurosamente spopolata, in Procopio, ‘Guerra Gotica’, III, 18 (J. Haury, Procopii Caesareensis opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913, ed. rec., Leipzig, 1962-64). I Longobardi distrussero del tutto le colonie per dare l’avvio a quel particolarismo pre-feudale, che avrà per emblema il castello.”. Orazio Campagna (…), a p. 257, dopo aver parlato delle distruzioni vandaliche subite da Policastro, citava quelle dei Saraceni e, in proposito scriveva che: nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”, senza però darci il riferimento bibliografico. Il Campagna (…) a p. 257, nella nota (64), faceva citava il Lanzoni (…) e scriveva: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”.

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fosse stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

Le origini della Diocesi di Bussento (Buxentum), secondo il Mannelli

Riguardo la Bolla di Alfano I,  è corretto ciò che affermava il Laudisio nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota (36), che riferiva del Troyli (…), il quale affermava: “la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il manoscritto del Mannelli, è stato trascritto sia dal Gatta (…) che dal Gaetani (…). Nel Gaetani (…), troviamo il passo del Mannelli, citato dall’Ebner (…), a p. 23. Il Gaetani (…), in un suo scritto, trae le notizie storiche su Policastro dal manoscritto inedito del Mannelli (…) (Fig….), che aveva letto e ricopiato integralmente da un manoscritto conservato e fattogli vedere da Scipione Volpicella. Abbiamo ritrovato il manoscritto originale del Mannelli (…), a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti, in un altro nostro studio ivi pubblicato: “Il Manoscritto di Luca Mannelli”, di cui abbiamo pubblicato solo le dieci pagine che ci parlano di Policastro e, come si può vedere nell’immagine che riportiamo (Fig…), esso è stato fedelmente riportato dal Gaetani (…). Luca Mannelli, o Mandelli, scrisse nei primi anni del ‘600, un prezioso manoscritto intitolato ‘Lucania sconosciuta‘ (…), rimasto inedito, già conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno e, per molti secoli è stato introvabile e, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. In questo nostro studio, pubblichiamo tutto il Capitolo IX del Libro II, ovvero le pagine che ci parlano della storia di Camerota e di Policastro, proponendoci di pubblicare anche le pagine seguenti del manoscritto conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, che riguardano il territorio fino a oltre Scalea. Luca Mannelli o Mandelli, era un frate Agostiniano (dell’Ordine di S. Agostino). Nella fortuna critica della sua “Lucania sconosciuta” c’è una palese contraddizione: da parte, il Mandelli è utilizzato e citato, dal Seicento in poi, fino ad oggi, dagli storici che si sono occupati del territorio lucano e poi salernitano; dall’altra, nonostante tale persistente ed indiscussa vitalità, la sua opera, tranne appunto la parte che riguarda il Vallo di Diano, è rimasta manoscritta. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini (…) e del Troyli (…), che dal punto di vista bibliografico e storiografico sono stati i primi a comporre una storia organica dei nostri territori. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava (…). Quì, pubblichiamo le dieci pagine del secondo volume (Libro II), Capo (Capitolo) IX, che raccontano e ricostruiscono alcuni eventi di storia delle nostre terre, in particolare la pagina illustrata in Fig…., parla di Camerota e Policastro e quelle seguenti. Le pagine che pubblichiamo (…), sono tratte dal manoscritto di Luca Mannelli, ‘La Lucania sconosciuta’, conservato alla Sezione ‘Manoscritti e Rari’ della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, da cui abbiamo ottenuto la riproduzione dei file digitali. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(Fig….) Mannelli (…), pag. 46r e 47v della ‘Lucania Sconosciuta’ (Archivio Storico Attanasio)

Lo studioso Biagio Moliterni (…), nel suo pregevole e recente studio, ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, edito nel 2013, in proposito, nella sua nota (9) a p. 7, postillava che: “(9) Il Mandelli (…), fu il primo studioso a parlare della Bolla di Alfano, “Bulla in Arch. Salern. ann. 1079”, e a pubblicare l’incipit: “Alfanus Dei providentia S. Salernitanae sedis Archiepiscopus omnibus Fidelibus Orthodoxis, Sacerdotali, Clericalique, ordini et Plebi consistenti Buxentinae, quae modo Policastrensis dicitur Ecclesiae” (vol. II, c. 146), per precisare, subito dopo, che Policastro, “intorno all’anno di nostra salute 1079, era così popolato di gente che potea sostenere la Vescoval dignità: Perlocchè Alfano Arcivescovo di Salerno, per la facoltà che dal Papa ne havea, vi ripose l’honor della Cathedra, nò più sotto nome di Bussent, ma di Policastro, concedendo alla preghiera di quel Popolo per primo Vescovo Pietro Pappacarbone nobil Salernitano, huomo di gran santità, e dottrina, e Monaco di S. Benedetto, come nella sua Bolla, che dianzi accennai si legge” (ivi, cc. 148-149).”, come si può leggere nella pagina sotto inedita e per la prima volta da me ivi pubblicata.

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(Fig….) Pagina n. 47v, tratta dal Libro II, Cap. IX del manoscritto del Mannelli (…)

In questa pagina (la n. 47v), del suo manoscritto inedito, da me pubblicato per la prima volta, il Mannelli (…), scriveva che: “dopo che fu da Saraceni distrutta, et essendo dagli habitatori poi edificata, acquistò quel nuovo Nome, che vi fu manifesto da una Bolla d’Alfano Arcivescovo di Salerno  il quale erigendo a vescovado la rinnovata città con l’Autorità Apostolica così scrisse a quel popolo. Alphanus Dei providentia Salernitane sedis Archipiscopus Obnibus ecc…”:

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(Fig….) Pagina n. 48v, tratta dal Libro II, Cap. IX del  manoscritto del Mannelli (…)

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Attanasio)

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.

(…) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.

(….) Volpi Giuseppe, Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e, vedi p. 375 e s.  Si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, op. cit. (5), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

Luca Mannelli, manoscritto

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Di Luca Mandelli e del suo inedito manoscritto, abbiamo dei passi in Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 153. Il mano-scritto del Mannelli viene citato anche dal Natella e Peduto, in Pyxous-Policastro, op. cit. , p. 486, e dice: “Lucania sconosciuta, ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Arturo Didier, scriveva in proposito: ” la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un illustre dianese, Luca Mandelli, mona-co agostiniano. Egli, grande erudito, iniziò a descrivere il territorio lucano cominciando dai paesi costieri, poi si inoltrò nelle zone interne fino a raggiungere il Vallo di Diano, dove riu-scì a descrivere, via via, la Valle, Polla, Atena e Diano. Finito di scrivere il profilo storico del suo paese natale, il Mandelli morì nel 1672. La sua opera, “Lucania sconosciuta”, rimasta incompiuta, è conservata manoscritta (oltre seicento fogli vergati con una scrittura fitta e non sempre chiara e leggibile) nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Io ho avuto l’onore e il piacere di trascriverne tutta la parte riguardante il Vallo di Diano e pubblicarla nel mio libro “Diano, città antica e nobile”, nel 1997.”. Di Luca Mandelli ne parla Vittorio Bracco, Padula, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, nel libro che mi fu donato da Gerardo Ritorto, a p. 520 e 521, nelle sue Note dice che si era imbattuto nel manoscritto e che “la vera grafia del cognome era Mandelli, che è quella segnata nel catalogo dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli, dove l’opera è conservata e che abbiamo creduto di voler ripristinare”. Poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, La Lucania, manoscritto anteriore al 1672, Na-poli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit. dice nella sua nota 59 a propo-sito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Si veda pure: Costantino Gatta, La Lucania illu-strata, Napoli, Antonio Abri, 1723. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sco-nosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700 [Manus] [manoscritto] [manus:0000178652-12]. Si veda pure: Gaetani Rocco, L’antica Bussento og-gi Policastro Bussentino e la sua prima sede episcopale: studio storico critico del sacerdote Rocco Gaetani, Roma, ed. A. Befani, 1882. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, No-tizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli/pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Strazzullo Franco, La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli, es-tratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Na-poli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Fram-menti del manoscritto intitolata la Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli del-l’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’is-tesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio, nella sua Synopsi ecc.., (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane” Sem-pre il Laudisio, nelle sua nota 36, afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”.

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(…) Ughelli F., Italia sacra sive de Episcopi Italiae et Insularum, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di Bussento e di  ‘Paleocastren’.

(…) Corcia Nicola, Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789, Napoli, p…..(Archivio Storico Attanasio)

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(…) Romanelli Domenico, ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, Napoli, 1815, p…, stà in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di Ferdinando La Greca, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 2000 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(…) Natella P., Peduto P., ‘Pixus – Policastro’, stà nella rivista “L’Universo”, ed. I.G.M., 1973, , Anno LIII, n. 3, Firenze, pp. 508 e p. 510, 512 si riferisce alla notizia dataci dal Volpe, op. cit. (6). Si veda anche Porfirio (18).

(…) Holstenius (Olstenio) Lucas, (Note  all’Italia antiqua di Cluverio (18)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22  e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’. Si veda pu- re: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942.

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(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

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(Fig….) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199.

(…) Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII, p. 199. L’antico testo di Mario Nigro o Dominicus Marius Niger, Veneto, commenta il libro XI della Geografia di Strabone

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(…) Cluverio Filippo, Italia antiqua, 1624, Lugduni Batavorum, Elsevier, 1624, II, p. 1263, parla di Porto de Sapri e di Blanda. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca.

Pomponio Mela mappamondo xilografia veneziana 1482

(…) Pomponio Mela, De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV. Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione dall’originale del testo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Monaco in Austria. Il geografo latino Pomponio Mela (…), secondo il Cluverio (…), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.

(11) Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581.

(13) Lanzoni F., Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323.

(…) Visconti Pietro, Paesaggi Salernitani, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1954 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (8), da pagg. 361 a 390 (a noi interessa p. 383).

(…) Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370; Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 ( rist.), pp. 371-372, oppure ed. Berolini, 1935, p. 371. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (vedi nota 70 che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I).

(…) Tortorella A., Breve cronografia ragionata della diocesi di Teggiano-Policastro, Annuario diocesano 2004-2005, pp. 25–32.

(…) Fraikin J., v. Agropoli, stà in Dictionaire d’Histoire et de Geographie ecclesiastiques, vol. I, Parigi 1909, col. 1046.

d'avino-porfirio

(…) Porfirio P., Policastro, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539.

(…) Borsari S., Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in Archivio storico per le Provincie Napoletane, Napoli, 1950-1951, p. 2.

(…) AAVV, Calabria bizantina, aspetti sociali ed economici, Atti del terzo incontro di studi bizantini, ed. Parallelo 38, Reggio Calabria, 1978.

(…) Douglas Norman, Vecchia Calabria (Old Calabria), ed. La Conchiglia, 1915.

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(….) Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio)

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(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

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(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (…) che ricopiò da un esemplare che gli fu mostrato da Scipione Volpicella. Il Gaetani, trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (…), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”. In particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano I (…), la cita allo stesso modo del Mannelli (…), riportandone solo l’intestazione (Archivio Attanasio).

(…) Volpicella Luigi, Notamento delle Opere relative alla Storia ed alla Topografia della Provincia di Basilicata tratto da un lavoro inedito intitolato: La Biblioteca Storica e Topografica del Regno di Napoli, raccolta e pubblicata nel 1795 da Lorenzo Giustiniani, ed ora corretta, accresciuta ed in miglior ordine disposta ecc..estratto dal Giornale Economico-letterario della Basilicata, nuova serie, anno 1852, fascicolo terzo.

(…) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, da p. 113, 120. Si veda pure p. 132 e p. 137, dove il Volpe parla del Porto di Sapri. Si veda pure: De Giorgi, Guida dell’Italia.

(…) Gregorio Magno papa, Epistola II, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae ‘Registrum epistolarum’;  oppure si veda: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. Si veda pure: Bi- nius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, pp. 383-384.

(…) Barni G., I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, stà in Barni G.,  I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383;

(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 e si veda pure: Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968.

(…) Di Ruocco Giovanni, Le Sedi Vescovili del Cilento, Paestum, 1975 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Magaldi Emilio, Lucania Romana, ed. Istituto di Studi Romani, Roma, 1947 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Lenormant Francois, ‘A Travers l’Apulie et la Lucaine’, ; si veda pure dello stesso autore: La Grande-Grèce – Paysage et Historie par Francois Lenormant, ed. Brenner, Cosenza, 1961 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Racioppi Giacomo, Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata, ed. Loescher,

(…) Troyli P.P. (Placido Abate), ‘Istoria generale del Reame di Napoli’, Napoli, 1748, Tomo I, parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135. Afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. 

(…) Lacava Michele, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana’, Napoli, 1891, pag. 153.

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….., o- pera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, ristampa anastatica ed. Forni, Bologna, si veda Parte III, capo III, Capo IV e VI, pp. 34, 292 e seguenti fino a p. 307.

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…)

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(…) Tancredi Luigi, Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, (Archivio Storico Attanasio)

(…) Natella P. Peduto P., ‘Pyxous – Policastro’, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 508 e s. ; si veda anche Porfirio (23), p. 486 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Didier A., Diano, città antica e nobile. Si veda pure: I regesti delle pergamene di Teggiano, anno 1197-1805, Salerno, 2003.

(…) Vittorio Bracco, ‘Padula’, ed. Cantelmi, Salerno, 1976, pp. 520 e 521. Il Bracco, nella sua nota 59 a proposito del Mandelli, dice che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno.

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(…) Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. Lo Strazzullo, a p. 294, ci parla del testo di Padiglione C., op. cit. (14).

(…) Padiglione C., ‘La Biblioteca del Museo Nazionale nella Certosa di S. Martino in Napoli ed i suoi manoscritti esposti e catalogati’, Napoli, 1876, che a pag. 261-263, riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata la Lucania, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976. “Frammenti del manoscritto intitolata la ‘Lucania sconosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine (21) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino.”.

(…) Pellegrino C., Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751

(…) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Lo cita l’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (8) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(…) Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (…), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (26).

(…) Gregorio Magno papa, Registro Episcopale, scritto tra il 590 e il 604; si veda anche: Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione MAFFEI, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(…) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117.

(…) Racioppi G., Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Deputazione di Storia patria per la Lucania, ed. Loescher, Roma, 1889; si veda la ristampa anastatica dell’edizione di Roma (2° ed.) del 1902, della Deputazione di Storia Patria per la Lucania, 1970, vol. II, p. 69. Nel mio studio per il P.R.G. del Comune di Sapri (1), alla nota (71) scrivevo del Racioppi sull’antico documento che diceva: “Ma io dubito dell’autenticità di questa carta”. Citavo il Racioppi anche nel mio studio: ” I Villaggi deserti del Cilento”, stà nella rivista ‘I Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13.

(…) L‘”Annalista Salernitano”, citato dal Gaetani. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’ [5]): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847 [6], dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke[7][8][9]. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847[3], dall’accurata esegesi di Pertz e Köpke [4][5][6]. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo»L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29).

(…) Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. 

(…) Pratilli F. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

Il ‘Chronicon’ del monaco di S. Mercurio

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Questo saggio vuole approfondire e meglio indagare su alcune memorie scritte d’epoca medievale (‘Chronicon’), apocrife e spurie e di autori ignoti, ma di enorme interesse storico e di cui è rimasta traccia solo in pochi frammenti citati da alcuni storici.

La ‘Cronica’ del monaco Mercurio I (Mercurio 1°), primo abate del monastero di S. Maria di Centola

Giovan Battista Del Buono (…), nel suo ‘Profilo storico del Basso Cilento – Gabriele Altilio da Cuccaro Vetere – Poeta latino’,nel 1983, a p. 40, parlando dei Goti nella nostra regione, in proposito scriveva che: “I Bizantini, con Narsete vinsero Vitige, e Totila (immortale) a Teia a Nocera ove morì (553 d.C.) e furono i nuovi padroni dell’Italia (23)” e, nella sua nota (23), postillava che: “(23) In questo periodo (secondo quanto racconta un monaco di S. Mercurio in una cronaca del tempo) Molpa-Palinuro furono saccheggiate dai Goti (544 d.C.).”. Il sacerdote Giuseppe Cammarano (…), nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1933, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” di Mercurio 1°, affermando però che questo antichissimo manoscritto, conservato presso l’Archivio della Famiglia Lupo a Centola (AFL), fosse sconosciuto financo all’Antonini che secondo lui lo aveva confuso con l’altro monaco “Mercurio 2°, secondo abate del monastero di S. Maria di Centola, che fu abate, secondo il Cammarano verso l’anno ‘600. Il Cammarano, a p. 45, del suo vol. II, in proposito scriveva che: “2) MERCURIO 2°. Di questo abate si è fatta molta confusione in quanto alcuni storici, compreso l’Antonini, non conoscendo Mercurio 1°, sono arrivati ad attribuire la “Cronica” a Mercurio del secolo IX. La verità è che Mercurio II copiò la Cronica, ma non la scrisse come storico.”. Il Cammarano, a p. 15, nel suo “3. Nascita della Badia”, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate “Mercurio 1°”, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: “Le notizie relative a ciascun abate provengono tutte dall’AFL, e qui di seguito si riportano.”. Poi, sempre sull’opera apocrifa e spuria, “Cronica” che, secondo il Cammarano, era stata scritta dal monaco che lui chiama Mercurio 1°, ha scritto ancora nel vol. I, cap. V, p. 92, dove dice su di essa che: “Comunque ques’opera, “La Cronica”, è pervenuta a noi attraverso memoristi di rilevante importanza, quali Mercurio II (132), uno dei primi abati della Badia, che, vissuto tra la fine del 700 e l’inizio dell’800, copiò la Cronica per intero, don Ludovico Orazio Lupo, P. Gregorio Taliento, Venceslao I, Orazio Cerulli I e tanti altri (133), che ebbero il piacere di leggerla perchè conservata nella biblioteca della Badia e tramandata. E questo dice l’importanza che essa rivestiva come documento storico.”. Il Cammarano (…), riguardo il monaco e abate (?) Mercurio I, in proposito scriveva che:  “1) Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “CRONICA” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Che abbia visto il passaggio da Cenobio a Badia S. Maria, avvenuto il 700-750 non ci sono notizie a proposito, ma che ne abbia discusso il progetto è probabile. I pochi resti della sua Cronica ci dicono chiaramente che fu una grande mente di studioso e di organizzatore. Non si sa se fosse nativo di Centola, ma dai suoi scritti è chiaro che si mostra un appassionato conoscitore di una terra della quale conosceva tutte le trame ecc.. Proveniva dalla Molpa, i cui abitanti erano di origine greca,….?. E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altr località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Masimiliano e suo figlio Massenzio. Dubbia invece è la nascita dell’Imperatore Libio Severo (461-465), che, comunque, vi possedeva una villa. La notizia attinta pure dall’AFL, che vorrebbe Mercurio abate del cenobio omonimo di Roccagloriosa, è destituita di ogni fondamento.”. Come abbiamo già scritto, il Cammarano (…), nel suo cap. III “3. Nascita della Badia”, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate “Mercurio 1°”, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: “Le notizie relative a ciascun abate provengono tutte dall’AFL, e qui di seguito si riportano.”. Il Cammarano (…), accenna al manoscritto del Lupo, nel volume I, della sua “Storia di Centola”, al punto 1, a p. 61, ci parla di Mercurio 1°, che lui dice essere il primo storico di Centola.  Il Cammarano, a pp. 61-62, vol. I, scrive che: “E’ lo storico più antico perchè è il primo che ha lasciato scritto notizie riguardanti la Molpa e la nascita di Centola. Riguardo a questo storico sono state dette cose imprecise o infondate, mentre è stata ignorata la verità. Innanzitutto è bene chiarire subito che di Mercurio, storico, non ce n’è uno bensì almeno due: il primo è vissuto e a visto la prima distruzione della Molpa e la conseguente nascita di Centola (88), che l’Antonini ha santificato con la “Cronica di S. Mercurio” (89), e vide il passaggio da laura a cenobio. E questo si ricava dalla sua stessa Cronica. E’ presumibile che sia stato il primo abate del Cenobio di Centola (91). Il secondo è vissuto nel secolo IX e pertanto possiamo ritenere che sia stato uno dei primi abati della Badia di S. Maria. Siccome copiò per intero la Cronica di Mercurio I, per ragioni che non sappiamo, alcuni, compreso l’Antonini, attribuirono la detta Cronica a Mercurio del IX secolo. Anche quando lo storico Venceslao I dice che l’abate Mercurio sia vissuto nel secolo IX, come pure quando lo chiama abate, non è lontano dalla verità. Difatti, Mercurio abate, avendo copiato la Cronica, è citato come autore di essa, ed essendo passato il Cenobio a rango di Badia nel 700-750 è da ritenersi, a giusta ragione, Mercurio II, uno dei primi abati, s’intende, della Badia. La sostanza però dello scritto di Venceslao I è tutta di Mercurio I. Dalla stessa penna di Venceslao, si dice che molti documenti che appartenevano alle buone famiglie del posto, andarono perse irrimediabilmente in occasione dei numerosi roghi. Comunque resta utile, se anche di poco conto, lo sforzo fatto nei vari tempi dai memoristi di Centola, apportare alla luce quei pochi e cari resti del nostro paese (AFL). Don Baldassarre Lupo, dice che “la Cronica del monaco Mercurio è ricca di erudizione” (AFL). Don D.A. Stanziona scrive: “Il monaco Mercurio scrisse nelle sue cronache molto sulle nostre terre.”. E riferendosi al monaco cappuccino P. Paolo da Centola, dice: “Il suo memoriale è uno dei più interessanti, scritto sull’antica Centola, partendo dalla Cronica del monaco Mercurio” (Dalle memorie di Don Baldassarre Lupo). Dalle memorie di P. Serafino da Centola (1641+1712), sempre dall’AFL sappiamo: “L’Abate Mercurio, nulla si fece sfuggire nello scrivere la sua “Cronica” su tutti gli avvenimenti storici che si succedettero nelle nostre terre. In particolare merita molta attenzione e molta riflessione da parte nostra il contenuto espresso sulla Molpa ecc… Per me, oltre a quello del monaco basiliano Gregorio Taliento di Centola (+ 1430) e del sac. don Ludovico Orazio Lupo (1416+1491), la Cronaca di Mercurio è il documento sostanziale ecc..ecc…(dalle memorie di don Baldassarre Lupo. AFL).”. Il Cammarano (…), a p. 61, nella sua nota (88), postillava che: (88) Vedi Cap. IV, paragrafo 5 e s.”. Il Cammarano (…), a p. 61, nella sua nota (89), postillava che: “(89) In tutte le ricerche fatte non vi è alcun accenno a questo santo”. Il Cammarano (…), a p. 61, nella sua nota (90), postillava che: “(90) L’argomento sarà trattato in modo esauriente in seguito nel vol. I “La Badia di Centola”.”. Il Cammarano (…), a p. 62, nella sua nota (91), postillava che: “(91) I memoristi più importanti e di maggior credito si rifanno a Mercurio I come al primo storico e al primo abate, si capisce, del cenobio.”.

La ‘Cronaca di S. Mercurio’, per l’Antonini

Forse il primo a parlarci dell’esistenza di un manoscritto apocrifo e spurio che ci parlasse della storia dell’antica città di Molpa, fu proprio il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini, che, nella sua ‘La Lucania’, a p. 69, citava “l’Autore della Cronaca di S. Mercurio”. L’Antonini (…), cita questa ‘Chronaca’, diverse volte, ed a volte cambia il nome all’autore, chiamandolo anche “il Monaco di S. Mercurio.”. Troviamo una prima citazione a p. 69, dove l’Antonini (…), parlando delle origini della Lucania. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, cita spesso la ‘Cronaca’ di S. Mercurio, una cronaca manoscritta, che alcuni hanno voluto spuria perchè non si conosce chi fosse il suo autore. Come si può leggere a p. 372, della parte II, Discorso VII, della sua ‘La Lucania – Discorsi’, l’Antonini (…), diceva che: “La ‘Cronaca’ però di ‘S. Mercurio’ (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone), ecc…”. Dunque, l’Antonini, scriveva che ebbe e lesse una copia della cronaca medievale che chiama “Cronaca di S. Mercurio” e, che questa copia gli era stata imprestata dal signor Agostino Carbone. L’Antonini (…), riguardo al ‘Chronicon’, del ‘Monaco di S. Mercurio’, scrisse a p. 372: “come si disse”, intendendo che ne avesse parlato nelle precedenti pagine. Non sono riuscito a trovare la pagina dove l’Antonini (…), citasse il Sig. Agostino Carbone che gli aveva imprestato una copia di questa interessantissima ‘Chronicon’, scritta da un certo Monaco di S. Mercurio. Il sacerdote Giuseppe Cammarano (…), nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1933, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” di Mercurio 1°, affermando però che questo antichissimo manoscritto, conservato presso l’Archivio della Famiglia Lupo a Centola (AFL), fosse sconosciuto financo all’Antonini che secondo lui lo aveva confuso con l’altro monaco “Mercurio 2°, secondo abate del monastero di S. Maria di Centola, che fu abate, secondo il Cammarano verso l’anno ‘600. Il Cammarano, a p. 45, del suo vol. II, in proposito scriveva che: “2) MERCURIO 2°. Di questo abate si è fatta molta confusione in quanto alcuni storici, compreso l’Antonini, non conoscendo Mercurio 1°, sono arrivati ad attribuire la “Cronica” a Mercurio del secolo IX. La verità è che Mercurio II copiò la Cronica, ma non la scrisse come storico.”. Sempre il Cammarano (…), a p. 93, del vol. I, parlando nel paragrafo “3. La Cronica di Mercurio I”, in proposito scriveva ancora e ripeteva la stessa sua congettura: “Tutto questo, certamente ha creato uno stato di confusione, sino a credere che la vera e l’unica “Cronica” sia quella scritta da Mercurio, vissuto nell’anno 800, senza sapere che quella “Cronica” è soltanto una copia della prima e davvero unica Cronica scritta sulla nostra origine, sulle nostre terre e sulle nostre vicende. Perciò la storia bisogna viverla per scriverla. Non è facile scrivere una storia senza conoscerla a fondo” (134)”. Il Cammarano (…), a p. 93, nella sua nota (134), postillava che: “(134) AFL: dalle memorie di don Baldassarre Lupo, riportate dallo storico don D.A. Stanziona, 1876.”. Il Cammarano, a p. 91 del vol. I, scriveva che: “Tutti hanno accettato la “Cronica” di Mercurio. A metterla in dubbio è stato lo storico Ebner di Ceraso, il quale si è basato sul fatto che la descrizione della prima distruzione della Molpa è troppo erudita (130). Anche lui, al par dell’Antonini, ignorava l’esistenza della Cronica, e quindi la figura di studioso dell’eremita e poi monaco Mercurio.”. Il Cammarano (…), a p. 91, nella sua nota (130), postillava che: “Per la Cronica di Mercurio, si veda Ebner (…), p. 170.”. Pietro Ebner (…), ci parla di Molpa, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a p. 172, riferiva che: E’ dubbio che la popolazione abbia subito danni nel corso della guerra gotica, certamente le locali famiglie ne subirono dalle incursioni saracene (12).”. Pietro Ebner (…), a p. 172, nella sua nota (13), postillava che: “(12) L’Antonini (cit. I, p. 372 sg.), trascrive un brano della ‘Cronaca di S. Mercurio’: Belisario ecc..”:

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(Fig….) Ebner P. (…), ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, p. 172, nota (12)

Dunque, Pietro Ebner (…), a p. 172, parafrasando l’Antonini, nella sua nota (12), postillava sulla ‘Cronaca di S. Mercurio’, scriveva che: “La ‘Cronaca’ (assegnata al IX secolo) è troppo ricca di erudizione sul periodo Imperiale di Roma (nascita ivi dell’imperatre Livio Severo, 461-465, che vi si ritirò dopo l’abdicazione di Massimiliano Eraclio, collega di Diocleziano. Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa. Il Corcia (cit., III, 68) richiama Eutropio che parla della Lucania, non di Molpa.”. A differenza di ciò che scrive il Cammarano (…), quando scriveva che Pietro Ebner, fosse stato l’unico a ritenere dubbia la “Cronaca di S. Mercurio”, citata dall’Antonini (…), a p. 172, l’Ebner (…), invece, citava Giacomo Racioppi (…) e il Corcia (…). Ebner, cita Nicola Corcia (…), erudito che scrisse sulla Storia della Magna Grecia, e dice che ne ha scritto, nel cap. III, a p. 68, dove (scrive Ebner) che le citazioni storiche contenute nella “Cronica” di Mercurio, dovrebbero farsi intendere e far risalire ad Eutropio, che non parlava di Molpa ma parlava di Lucania. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, a p. 58 e s. (non a p. 68, come postilla l’Ebner), parla di “17. Melpa, o Molpa”. Nicola Corcia, dunque, a p. 58, del suo vol. III, dopo aver parlato di alcuni scrittori antichi che dicevano di Molpa, in proposito scriveva che: “Ma a questi scrittori era ignota la testimonianza di un Cronista, il quale della città di ‘Molpa’ ragionando, attribuendone la fondazione à ‘Pelasgi Tirreni (3), situavala presso il porto di Palinuro all’oriente, e propriamente alla distanza di un miglio dal descritto porto, nel seno della ‘Molpa’. Ed io non dubito che una buona tradizione, così scrivendo, si conservasse, ecc..”. Il Corcia (…), a p. 58, del suo vol. III, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Chronicon S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 71.”.

Corcia, Molpa, p. 58

Corcia, p. 59

Infatti, l’Antonini (…), nella sua II edizione (Tomberli, 1795), della ‘La Lucania’, Discorso VI, p. 71, citava l”Autore’ della ‘Cronaca di S. Mercurio’, e riporta un suo passo, dicendo: “Eccone le di lui parole così come sono rozzamente scitte: ‘Prope istum portum a parte Orientis est Civitas Molpa, quam edificaverunt in loco altissimo, et dirupo super mare temporibus antiquis Pelasgi, et Tireni de genere greco, ob comoditatem maris; quia illli erant omnes naute, et vivebant de preda maris, et in hunc diem omnes habitatores prelibate Molpe sunt Greci.’. Ecco che (secondo questo Monaco scrive) nella Molpa furono e Pelasgi, e Tirreni, ecc..”Troviamo una prima citazione a p. 69, dove l’Antonini (…), parlando delle origini della Lucania, in proposito scriveva che:

Antonini, p. 69

(Fig….) Antonini (…), ‘La Lucania’, I° edizione 1745, Parte I, p. 69 (stessa cosa II° ed., p. 70)

Sempre il Corcia, dissertando sull’origine Pelasgica della Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano): “E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Interessante è la citazione di Pietro Ebner (…), nel vol. II , a p. 172, quando nella sua nota (12), postillava che Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa.”. L’Ebner (…), nella sua nota (12), si riferisca a Giacomo Racioppi (…), che nel 18…., scrisse ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, dove, secondo l’Ebner (…), riteneva falsa la ‘Cronaca di S. Mercurio’, di cui parlava l’Antonini. Rileggendo l’edizione del 1902, del Racioppi (…), il vol. I, p. 132, non abbiamo trovato nulla in proposito. Ma, il Racioppi (…), effettivamente ci parla della ‘Cronaca di S. Mercurio’, nel vol. I, a p. 525, quando accenna alla città scomparsa di Molpa. Infatti, il Racioppi a p. 525 del vol. I, in proposito scriveva che: “Nient’altro per me noto dell’antica Molpa dei tempi ellenici o romani. Ma agli scrittori napoletani è nota qualcos’altra; ed è un erudito brano di cronaca inedita, che da un monistero del Cilento venne detta di San Mercurio; brano pubblicato dall’Antonini, nella quale cronaca, di un frate celentano del secolo IX, sarebbero le peregrine notizie d’Imperatori romani, che ebbero nascimento e dimora in quella città. La cronaca si dice inedita, ma è del tutto ignota, ed il brano è del tutto falso: e chi dei moderni ne ripete le notizie senza punto di dubbio (1), non ricorda lo stato della cultura nel secolo IX; pel quale è un anacronismo stridente la minuta erudizione del frate, che ivi parla di Pelasgi e di Tirreni! L’Antonini che inventa marmi letterati e titoli notarili a sostegno d’immaginarie città, non si smentisce, se allo stesso tempo inventa cronache del secolo IX.”. Poi, il Racioppi, dopo aver distrutto la figura dell’Antonini continua dicendo che: “E’ probabile che da questa città di Molpa (e non da Melfi della Lucania mediterranea) venne la popolazione che andò a formare Amalfi, in territorio appartenente al Ducato di Sorrento, il vico, l’oppido, il castello ecc..ecc..”. Dunque, il Racioppi non crede alla Cronaca del Monaco S. Mercurio e non crede all’Antonini ma crede nella leggenda del Camera. L’Antonini (…), a p. 396, cita di nuovo la ‘Chronica’ del “Monaco di S. Mercurio” e, dopo aver parlato di ciò che aveva scritto il Cluverio (…), sulla Molpa, scriveva che: “..cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio, dice che ancora in Bussento mostravasi: ‘Ruinosa domus, ubi natus est Imperator Libius Severus’.”. L’Antonini (…), nella sua I edizione della ‘Lucania’, pubblicata nel 1745, ed. Gessari, a p. 408, parte III, Discorso IX, parlando della città scomparsa della “Molpa”, in proposito scriveva che: “;….e così ancora circa il nono  secolo (di quando crediamo, che sia la Chronaca di S. Mercurio), vedendosi ancora nella Città ‘ruinosa domus’ , in cui era nato l’Imperador Libio Severo, ci fa credere che, non fosse del tutto desolata: e che la total sua ruina accadesse, come sopra detto abbiamo, nel MCDLXIV.”. Dunque, qui l’Antonini, citava il passo della ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, quando nel IX secolo (l’Antonini credeva che la detta ‘Chronaca’, manoscritta, fosse stata scritta dal monaco nel IX secolo), egli parlava della ‘domus’ (villa o casa) dell’Imperatore Livio Severo, sita nella città scomparsa della Molpa, notizia che sia il Corcia (…) che il Cammarano (…), destituiscono di ogni fondamento. Tuttavia, devo precisare che il Cammarano, rispetto a dette notizie riferite dall’Antonini (…), sulla scorta della citata ‘Chronicon’ di S. Mercurio, vennero messe in dubbio da autori come il Corcia e il Racioppi e poi in seguito da Mario Napoli, che invece scoprì la sede della colonia Eleatica, proprio ripercorrendo alcuni passi di Pietro Ebner (…), che aveva ivi individuato il sepolcro dei resti dell’apostolo Matteo. L’Antonini (…), a p. 132, parlando delle origini della Molpa, e riferendo diverse notizie storiche, citava la ‘Cronica’ del Monaco di S. Mercurio ed in proposito scriveva che: “Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna, a cagione di quel pagamento, che loro si faceva, chiamato ‘DACIUM’ dal ‘Monaco di S. Mercurio’; ecc..”. L’Antonini (…), a p. 368, parte II, II edizione (1795), lo chiama “il Monaco di S. Mercurio”, ed in proposito scriveva che: “E ‘l ‘Monaco’ di S. Mercurio dice di più. che a suo tempo gli abitatori eran Greci.. Antonini (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini cita il ‘Mambrin Roseo’ nel lib. 7 della Storia del Regno e cita il ‘Collenuccio’, sul principio del lib. 3., e poi cita anche ‘Plutarco’ nella vita di Pelopida. “.

Il sig. Agostino Carbone ed i frammenti della ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, imprestati all’Antonini

L’Antonini (…), nella II edizione della sua ‘La Lucania’, di Mazzarella Farao, parte II, p. 372, in proposito scriveva che: “La ‘Cronaca’ però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Sig. Agostino Carbone) chiarisce bastantemente questo fatto. Ecco come il ‘Monaco’ scrive: ecc..”L’Antonini (…) che, a p. 372, della parte II, della ‘La Lucania’, diceva che: “La ‘Cronaca’ però di ‘S. Mercurio’ (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone), ecc…”. Antonini (…), riferiva che alcuni frammenti dell’interessante ‘Chronica’ manoscritta del monaco che lui chiama di S. Mercurio, e che il Cammarano (…), chiama ‘Mercurio 2°’ o ‘Mercurio II’, gli fu imprestata e fatta vedere dal Signor Agostino Carbone. Chi era il “Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse” che possedeva dei frammenti di un ‘Chronicon’ medievale, scritto da un monaco che l’Antonini dice essere di ‘S. Mercurio’ ?. L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse.. Dunque, l’Antonini (…), nel cap. VIII, citava il sig. Agostino Carbone, allorquando ci parla di Roccagloriosa e del Monastero di S. Mercurio.

Antonini, p. 385

Secondo l’Antonini (…), che a p. 385, della sua “La Lucania”, riferendosi all’antichissimo Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, scriveva che: “…..e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse.”, intendeva chiaramente che il ‘Chronicon’, che lui chiama del Monaco di S. Mercurio e, imprestatagli dal sig. Agostino Carbone suo paesano, fosse da attribuire ad un monaco del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio. Il sacerdote Agatangelo Romaniello (…), nel suo libro   ‘Roccagloriosa nella tradizione e nella storia‘, nel 1986, a p. 34, parlando del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, in proposito, nella sua nota (57), postillava che: “(57) L’Antonini (o.p., II, disc. VIII, p. 385) dice espressamente che il Monastero di S. Mercurio era benedettino. Ed egli afferma ciò in base a pochi frammenti di cronaca imprestatagli dal medico del luogo (di Roccagloriosa) Agostino Carbone.”. Stessa cosa scrivono l’Agatangelo P. e Falco Domenico (…), nel loro testo ‘Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa’, edito nel 1968, a p. 24, parlando di S. Nilo e del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. Dunque, dal padre Romaniello Agatangelo (…), apprendiamo che, al tempo dell’Antonini, il sig. Agostino Carbone, era di Roccagloriosa, come scriveva anche lo stesso Antonini “paesano di qui” ed sappiamo pure che egli era il medico condotto di Roccagloriosa. Sappiamo dunque, che il sig. Agostino Carbone, avesse imprestato all’Antonini, alcuni rimasti frammenti della Cronaca, che l’Antonini, dice essere stati scritti dal “Monaco di S. Mercurio”. Dunque, siccome il sig. Agostino Carbone era di Roccagloriosa e siccome a Roccagloriosa vi era l’antico monastero di S. Mercurio, dobbiamo dedurre che questo Monaco di S. Mercurio, fosse un monaco o un Abate del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, su cui ho ivi scritto un mio saggio. Dunque, per la storia del ‘Chronicon’, citato dall’Antonini e per il suo autore ‘il monaco di S. Mercurio’, dobbiamo cercare nella storia di Roccagloriosa. Sappiamo che Centola, da cui dipendeva la Molpa, facesse parte della Diocesi di Capaccio, e sappiamo che un Vescovo di Capaccio si chiamava Carbone Bartolomeo, come dice nell’indice dei nomi a p. 676, Pietro Ebner. Ebner (…), parla del vescovo Carbone Bartolomeo, a p. 282 e a p. 328. Può essere che questo antico manoscritto, di cui oggi, solo alcuni frammenti sono conservati nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola, siano giunti ai Lupo, a mezzo della famiglia Carbone di Centola. Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno, ecc..’, a p. 328, parlando della cronologia dei vescovi, scriveva che se ne parla negli “Atti del Sinodo Brancaccio” (p. 114) ad anno 1441 e ne parlava anche l’Ughelli (…) c. 473, XIX, e il Volpi (…) (pp. 72-73). Gli Atti del Sinodo Brancaccio, riguardano in parte la situazione creatasi dopo la visita di Atanasio Calceopoulos a Pattano, in cui si chiedeva al papa di mandare via il monaco Elia. Scrive Ebner che il vescovo Bartolomeo Carbone, morì nell’anno 1441. Sempre da Ebner (…), apprendiamo che un Carbone Biagio era parroco di Ceraso, proprio l’area da cui proveniva oltre che l’Ebner anche lo stesso Antonini. L’Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni ecc…”, parlando di Roccagloriosa, a p. 416, scriveva: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (…), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”.

Il ‘Monaco di S. Mercurio’, autore della sua ‘Chronica’, citato dall’Antonini

L’Antonini (…), a p. 396, cita di nuovo la ‘Chronica’ del “Monaco di S. Mercurio” e, dopo aver parlato di ciò che aveva scritto il Cluverio, sulla Molpa, scriveva che: “..cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio,…”. Il nipote di Antonini (…), Francesco Mazzarella Farao, nella sua opera postuma sulla “La Lucania” (II ° edizione del 1795), nella parte II, a p. 367, del Discorso VII, della sua ‘Lucania’, che, in proposito alla città scomparsa di Molpa, scriveva che ne parlava anche il monaco di S. Mercurio. Pietro Ebner (…), a p. 172, nella sua nota (13), postillava che: “(12) L’Antonini (cit. I, p. 372 sg.), trascrive un brano della ‘Cronaca di S. Mercurio’: Belisario ecc..”. Antonini (…), citava il ‘Chronicon’, il cui autore chiamava ‘Monaco di S. Mercurio’, cidandolo diverse volte e in diversi suoi Discorsi (capitoli) della sua ‘La Lucania. Dunque, qui l’Antonini, citava il passo della ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, quando nel IX secolo (l’Antonini credeva che detta ‘Chronaca’ manoscritta fosse stata scritta dal monaco nel IX secolo). Ma chi fosse l’autore della ‘Cronica’ di S. Mercurio, citata dall’Antonini, ovvero chi fosse l’Autore o il Monaco di S. Mercurio ?. Perchè l’Antonini (…), lo chiama Monaco di S. Mercurio ? A cosa si riferiva l’Antonini quando scriveva di questo monaco di S. Mercurio ?. Cosa era il S. Mercurio, da dove proveniva questo monaco ? Essendo un monaco, il S. Mercurio, a cui si riferiva l’Antonini, potrebbe essere un antico monastero o cenobio basiliano. Dunque, ma se si trattasse di un monastero, questo ‘S. Mercurio’, citato dall’Antonini, vorrebbe dire che il Cammarano aveva preso un abbaglio quando scriveva che non esisteva nessun Santo con questo nome, ovvero credendo che si trattava di un Santo, il Cammarano (…), si sbagliava. Sappiamo dunque, che il sig. Agostino Carbone, avesse imprestato all’Antonini, alcuni rimasti frammenti della ‘Cronaca’, che l’Antonini, dice essere stati scritti dal “Monaco di S. Mercurio”. Dunque, siccome il sig. Agostino Carbone era di Roccagloriosa e siccome a Roccagloriosa vi era l’antico monastero di S. Mercurio, dobbiamo dedurre che questo Monaco di S. Mercurio, fosse un monaco o un Abate del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, su cui ho ivi scritto un mio saggio. Dunque, per la storia del ‘Chronicon’, citato dall’Antonini e per il suo autore “il monaco di S. Mercurio”, dobbiamo cercare nella storia di Roccagloriosa. Su Roccagloriosa, ho ivi pubblicato un mio saggio. Non sappiamo perchè l’Antonini (…), ritenesse che la ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, fosse del IX secolo. Nessuna notizia in merito da Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, edito nel 2016, che a pp. 286-287, pure ci parla del Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. La Fittipaldi (…), per le notizie su questo antichissimo Cenobio basiliano, poi diventato benedettino, citava l’Agatangelo ed il Di Falco, e l’Ebner (…). L’Antonini (…), a p. 396, cita di nuovo la ‘Chronica’ del “Monaco di S. Mercurio” e, dopo aver parlato di ciò che aveva scritto il Cluverio, sulla Molpa, scriveva che: “..cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio,…”. Padre Romaniello Agatangelo (…), poi pure il De Falco (…), scriveranno che, riferendosi alle scorrerie saracene che infestarono i nostri luoghi per tutto il VIII e IX secolo “poi, dopo la venuta dei Normanni, le scorrerie cessarono del tutto. Proprio durante questo periodo si affemò in Lucania il monachesimo, il quale ebbe una vita florida in modo particolare nella cosiddetta zona del “Mercurion”… Prima del IX secolo, a causa delle scorrerie saracene, non era stato possibile la costruzione di monasteri nell’Italia meridionale….”. Forse la ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, ha a che fare con alcune donazioni che i duchi Longobardi, poi in seguito confermate dai duchi Normanni, fecero ad alcuni monasteri o cenobi basiliani del luogo. Molti documenti e fonti, attestano e confermano la presenza di S. Nilo da Grottaferrata, nel Monastero di S. Mercurio a Rocagloriosa, e molti di questi documenti, testimoniano le tantissime donazioni fatte ai tanti monasteri italo-greci del posto. Queste donazioni o privilegi, furono oggetto di notevole interesse dalla Badia di Cava, che nel X secolo era diventata una Baronia e che disponeva di un vasto patrimonio nel basso Cilento, fra cui i tanti monasteri italo-greci (cenobi basiliani e bizantini di rito greco) che furono ben presto riportati alla regola latina benedettina. In seguito, la storia di questi monasteri, come quello di S. Mercurio a Roccagloriosa, sarà la storia di monasteri passati in Commenda alla Curia Romana per disposizione papale e, via via portati al decadimento anche con la complicità della Curia locale che in questo caso è stata rappresentata dai diversi vescovi succedutisi nella Diocesi di Policastro. L’Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, poboli e baroni ecc..’, vol. II, scriveva a p. 435, in proposito che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. Giovanni Antonio Santonio, (di Taranto), nominato vescovo di Policastro nel 1610. Il Laudisio (…), a p. 101 (vedi il Visconti), invece afferma che fu il vescovo Pietro Magri (non il vescovo Santonio, come scriveva l’Ebner) ad incorporare al Seminario. Inoltre, il Laudisio (…), parlando di Roccagloriosa, scriveva in proposito che: “Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S.. Giovanni di Gerusalemme (i Cavalieri dell’Ordine di Malta).”.  L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa e, parlando del suo Cenobio, a p. 334, scriveva che: “Il citato ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’ (si tratta del manoscritto sulla “vita di S. Nilo” a cui si rifà il testo di Paolo Emilio Santorio (…)), al fol. 7., fa menzione di tre Santi Uomini, che furono di questo Monistero a tempo di S. Nilo, e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (1), & Angelica puritae Zachariam, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato de’ Basiliani, altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. L’Abate Ughellio Italia Sacra tomo 6, fol. 143, scrive, che questo Monastero di monache fosse stato da Turchi ruinato: ‘Quod enim erat in Oppido Roccae gloriosae Turcae fuflulerunt’; ciò che non è vero, non essendosi mai Turchi tanto entro terra inoltrati; anzi sappiamo, che le moniche vi erano fin al MDLXV poichè in tal anno vi morì Suor Maria Sanseverino, e ne fu come Abate provveduto Fabio Lanario con Breve di Sisto V. che il secolarizzò. Ma verso il MDCI il Baron della Rocca (non avendo avuto ragione di ciò che Sisto aveva fatto) presentò in Badessa Suor Beatrice Pinella monaca Benedettina il Monistero.“. L’Antonini (…), sulla scorta del Santorio (…), nella sua nota (1), riguardo la notizia di un  “Romitorio”, fabbricato a Roccagloriosa da S. Nilo da Rossano, scriveva: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. La notizia tratta dal Santorio (…), in “hist. Carbon. Monast. fol. 29”, che è il testo rappresentato alla nostra nota (…), intitolato: ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’.

Antonini, p. 334

Quale fosse il collegamento fra l’Antonini (…), la famiglia Lupo di Centola, con cui egli era imparentato e il sig. Agostino Carbone, che come scrive l’Agatangelo, era il medico di Roccagloriosa ai tempi dell’Antonini, fosse una certa parentela dell’Antonini con i Florio di Camerota. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dell’Ebner (…), che nel suo “Chiesa, popoli e baroni nel Cilento”, nel suo vol. II a p. 422, che, sulla scorta di Mazza A. (…), p. 113 (vedi nota (50), scrive che nel 1305, era signore di Roccagloriosa, Montecalvo e Buonalbergo Matteo Mansella (…). Leggiamo su Wikipedia che Giuseppe Antonini, nacque a Centola il 14 gennaio 1683 e morì a Giugliano il 6 gennaio 1765. Invece, leggiamo su vol. I, del sacerdote Giuseppe Cammarano (…), nella sua ‘Storia di Centola’, che a p. 81, in proposito scriveva: “Giuseppe Antonini nacque a Cuccaro Vetere il 1745. Non si conosce l’anno di morte.”. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Antonini, barone di San Biase, fu avvocato ed erudito, che ha legato il suo nome allo studio della storia e della topogafia della Lucania e del Cilento. I suoi studi furono trasfusi nell’opera La Lucania, Discorsi, pubblicata per la prima volta nel 1745. Nel 1795, ‘La Lucania’, ebbe la II edizione, per i tipi di Tomberli e fu pubblicata da suo nipote Francesco Mazzarella Farao. Le due opere possono essere gratuitamente scaricate da google libri. Il Cammarano (…), è stato molto critico nei confronti di Antonini e a p. 81, scriveva che: “Uditore Giudiziario, era barone di S. Biase. Ebbe legami di parentela con la famiglia Lupo di Centola. Difatti, essendo figlio di una cugina di don Baldassarre Lupo e don Giovanni Andrea, era nipote di detti sacerdoti. Don D.A. Stanziona, attingendo all’AFL ci informa che a soli 21 anni scrisse “Appunti sulle nostre Terre” e richiamandosi a Venceslao I scrisse “una sortita in Venceslao I dal titolo La notte dell’Abate di Centola”. La cosa provocò una certa amarezza da parte di don Baldassarre Lupo e don Andrea Lupo (1787+1855), canonico di Bosco, ritenendo il fatto frutto di una fantasia., ritenendo quel fatto privo di verità. Nel 1773, a 29 anni pubblicò “Appunti storici sulle nostre terre (Cilento), che poi ampliandoli, ribattezzò con il titolo “La Lucania” (126) che pubblicò a Napoli il 1795 in seconda edizione. I fratelli Lupo ed anche zii ebbero a contestargli alcune notizie con forte critica per alcune lacune e per certe contraddizioni in riferimento alle nostre terre. Scrisse pure i ‘Quadernali’ per chiarire molti punti della sua Lucania, che non fece a tempo a pubblicare, come giustamente scrisse il suo pronipote Scipione Antonini. Ecc..”. Sull’Antonini (…), ha scritto Ruggero Moscati (…), ANTONINI, Giuseppe, barone di San Biase, Enciclopedia Italiana – I Appendice (1938), Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani. Vediamo ora cosa scriveva Ruggero Moscati sulla Treccani. Moscati (…), scriveva che: ANTONINI, Giuseppe, barone di San Biase. – Erudito, nato a Centola (Salerno), il 14 gennaio 1683, morto a Giugliano, di cui era governatore, il 6 gennaio 1765. Nel 1745 diede alle stampe i suoi Discorsi sulla Lucania, che nel 1756 accrebbe e che nel 1790-91 il nipote Francesco Mazzarella Farao ripubblicò, arricchendoli di copiose annotazioni, difendendo l’opera e la memoria dell’A. dalle accuse di P. Magnoni e dei non pochi critici e detrattori. E infatti la Lucania, sfrondata dagl’inevitabili errori, si può considerare un lavoro diligente e per quel tempo pregevole per l’abbondanza del materiale storico e specie lapidario, per la prima volta raccolto ed edito. Altre opere dell’A. furono alcune Lettere polemiche a N. Lenglet du Fresnoy e al correttore di lui M. Fazio, nonché le ‘Discussioni sulla Traslazione del corpo di S. Matteo a Salerno’ e sulla ‘Cronologia dei vescovi Pestani’ di G. Volpi. Bibl.: F. A. Soria, Memorie storico critiche degli storici napoletani, Napoli 1781, pp. 41-42; P. Napoli-Signorelli, Vicende della coltura nelle Due Sicilie, VI, ivi 1811, pp. 275-77.

Il Monastero di ‘S. Mercurio entro le mura’ a Roccagloriosa

Il Muratori (…), nel suo ‘Annali d’Italia’, ci parla di Roccagloriosa, nel vol. V della I edizione 1758 (anno 546 secondo il Guzzo), mentre secondo l’Agatangelo (…), nella sua nota (27) a p. 15, dice che il Muratori ci parla di Roccagloriosa nel volume del 1758, vol. 4, anno 296. Ma rileggendo il vol. II, dell’edizione del 1838, ed. Ubicini, a p. 86, anno 546, ci parla di Belisario che si impadronì della Calabria, dè Bruzi e della Lucania “con strage dè Goti che erano da quelle parti”, ma non dice nulla su Roccagloriosa o su Molpa.

Monastero di S. Mercurio

(Fig. 5) Particolare del Monastero di S. Mercurio citato nella carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘ (Fig. 2), di probabile epoca Aragonese (47), conservata all’Archivio di Stato di Napoli e da me scoperta e da me pubblicata per la prima volta.

nella Carta del Cilento di epoca Aragonese e conservata all’Archivio di Stato di Napoli (50). Si vede che questo monastero si trovava vicino o lungo il corso del fiume Sciarapotamo.

Certa è la notizia del Volpe (…), in merito alla ricostruzione delle mura di Policastro dal 1085 al 1111, e della città, ad opera di Ruggero II figlio di Gisulfo che la consegnò nel 1152 al figlio Simone col titolo di Conte (…) e non si esclude che tale territorio fosse stato amministrato dal Visconte Boso (Visconte era colui che faceva le veci del Conte). Nello stesso periodo, il vescovo di Policastro (probabilmente il vescovo Arnaldo), diede facoltà al Conte Mausone di Roccagloriosa – figlio di Leone – Conte Normanno – di unire il Cenobio di San Veneranda e quello di San Mercurio di Roccagloriosa affinchè la sua figlia Altrude potesse entrarvi in clausura. Pare che questo vescovo Arnaldo, che pare sia stato il successore di Pietro Pappacarbone alla rinata Diocesi Paleocastrense, abbia autorizzato il signore del luogo, il Conte Normanno Mausone, figlio di Leone ad unire due conventi di monache. Questo si desume da alcuni documenti d’epoca Normanna, di cui ho parlato in due miei saggi ivi pubblicati. Un altro documento d’epoca Normanna in cui figura il vescovo Arnaldo, fu citato dal Ronsini (…) e dall’Ebner (…) che, alla sua nota (29)“negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura)”.  L’Ebner (7), a p. 435, nel vol. II del suo “Chiesa, Baroni ecc..”, sulla scorta del Ronsini (10), scrive: “Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (…).”. Secondo l’Ebner (…), il nome di ‘Arnaldo’, “…Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (…).”, secondo il Ronsini (…), è “…il nome nell’anatema contenuto nel documento”, ovvero il nome del Vescovo ‘Arnaldo’, che era contenuto nell’antico documento “istrumento”, o “testamento”, del Conte Mausone o Manso. L’Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni ecc…”, parlando di Roccagloriosa, a p. 416, scriveva: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (…), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. L’Ebner, confermava la tesi del Ronsini, (…), secondo cui il nome del vescovo Arnaldo, appare sull’“Istrumento, di cui parleremo. Il Cappelletti (…), quindi, proprio sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Di Meo (…), scrive che il vescovo ‘Arnaldo’, risulta testimone nell’anno 1111, alla donazione che ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I, e zia di Simone detto il Bastardo, figlio di Re Ruggiero II di Sicilia, a cui fu affidata la Contea di Policastro –  della “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa). Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi‘, scritta nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (…), così si esprimeva di quel periodo storico: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tuttii vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), forse sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva che: ” A Rocca Gloriosa c’era il monastero di S. Mercurio di cui abbiamo già parlato, ed a cui era unito l’altro di Santa Veneranda; ma poichè il monastero fu soppresso, il Vescovo Pietro Magri, in ottemperanza alle norme del Tridentino, ne assegnò  in perpetuo i beni al seminario diocesano (160). Il conte normanno Leone  aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete con un esercito di bulgheri in aiuto di Belisario, alcuni di questi bulgheri, poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria. Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’. Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsis’ (vedi versione del Visconti), a p. 47, nella sua nota (160), postillava che: “(160) Sess. XXXIII, cap. 18, De reform.”. In questa nota il Laudisio, trae le notizie sul Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, quando dice che il Vescovo Pietro Magri, assegnò i beni al Seminario Diocesano di Roccagloriosa. Ed è proprio da questo momento che sorsero delle liti tra la Diocesi di Policastro ed alcuni Comuni della zona, per i beni ed i possedimenti concessi dai Duchi Longobardi e poi confermati dai Normanni al Monastero. L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte di Altrude sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti. L’Antonini, nella sua nota (1), prosegue scrivendo: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. Il Ronsini (…), trae alcune interessanti notizie di quell’epoca da un manoscritto di Paolo Tosone, il “Libro di memorie”. Infatti, l’Ebner (…), traendo notizie dal Ronsini (…) che citava il “Librodi memorie” di Paolo Tosone (avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino), continuando a parlare di Rofrano, scriveva: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc…Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615).”.

Il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, cenobio basiliano o italo-greco poi in seguito “Obbedientiae” benedettina

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Il monastero di S. Nazario…..etc……L’origine di questo cenobio, fu erroneamente attribuita dall’Antonini (3) e da qualche autore più recente a monaci del cenobio di S. Mercurio di Roccagloriosa, mentre è provato che essa risale ad asceti provenienti dal Mercurion dei confini calabro-lucani, sede, nel X secolo, di una fiorente eparchia monastica italo-greca. Etc….Per evitare complicazioni il futuro S. Nilo partì verso “un altro dominio nella regione dei Principi” (5) longobardi di Salerno.”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) G. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin, Paris, 1904, p. 269. Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Ebner, a p. 573, nella nota (3) postillava che: “(3) Antonini, cit., p. 333”. Ebner, a p. 573, nella nota (4) postillava che: “(4) Bios, 30: “Per tutti i quaranta giorni che (Nilo) ebbe a dimorare nel monastero del grande Martire S. Nazario, dove aveva rivestito l’abito monastico”, v. pure ‘Bios’, 25: “Qui (S. Nazario) reso l’ossequio devoto all’egùmeno ed a tutti i fratelli (i monaci), e scongiuratili di pregare per lui il Signore, fu da essi accolto come figlio e fratello diletto”.”. Ebner, a p. 573, nella nota (5) postillava che:  “(5) “En tois meresi ton prinkipion” Cod. Cript. cit.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, Discorso VI, a pp. 333-334 riferendosi al casale ed al monastero di S. Nazario scriveva che: “….Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”.

Antonini, p. 334

L’Antonini (…) poi, sulla scorta del Santorio (…), in ‘Historia Carbone Monasterii’, fol. 29,  riporta nelle sue note (1): “(I) ‘Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) et ibi cellulam in rupe praecelsa delegit’, dice Santonio in hist. Carbon. Monast. fol. 29. Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione dè PP. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Gio: a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. Dunque, Antonini, nella sua nota (I) postillava che queste notizie sono tratte da “dice Santonio in hist. Carbon. Monast. fol. 29″. Dunque, l’Antonini postillando nella sua nota (I), si riferiva alle notizie storiche ricavate dal testo di Paolo Emilio Santorio (….), ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601. Dunque, l’Antonini, sulla scorta di Paolo Emilio Santoro credeva che l’abbazia di S. Nazario fosse già esistente al tempo di S. Nilo e fosse stata fondata molto tempo prima che arrivasse S. Nilo. Antonini, sulla scorta del Santoro scriveva che S. Nilo si era recato  verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario”. Dunque, secondo il Santoro, S. Nilo, nel ‘950 fuggì dal Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa per recarsi o rifugiarsi in quello di S. Nazario. Dunque, l’Antonini conclude che non sarebbe vera la notizia secondo cui l’Abbazia di S. Nazario fosse stata fondata da Nantaro e poi Richerio: nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori.”. Dunque, l’Antonini citava Paolo Emilio Santorio (….), ovvero il suo “Historia Monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, edito a Roma, nel 1601. Antonini cita la p. 29 Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29″. Ecco cosa scriveva P. E. Santoro a pp. 29-30: “distributis in inopum necessitates fortunis, ad Sancti Mercurij coenobium confugit, fed urgentibus provinciae praesidis minacibus nuntijs, ne monachorum albo adscriberetur, illico recurrit ad monasterium Sancti Nazarij, ibique deposito cingulo, Christo militare incoepit, vigilatissimus & cibi, femper in procinctu, semper in castris, religionis, pietatis, charitatis, ac demissionis armis tectus cum hoste humani generis dimicare, non mislilibus, eminussue, fed cominus, pede collato, & mucrone fidei terribilis lacessere vel quiescentem, tunditur ab hoste, verbetatur, affligitur, vel illato terrore minatum, nec animo ipse strato succumbit, pedibus nudis, capite intecto, ferox, magnaq; alacritate martem poscens, fruiturque consuetudine multorum Sanctorum Monachorum, & non procul monasterio Sancto Mercurij, cellam in rupe praecelta delegit , dicataque Michaeli Archangelo ara, vitan longe asperrimam, ac laboriosissimam duxit celestium contemplatione conditam: ….”.

Santorio P.E., p. 29Santorio, p. 30

Il Sartorio (…), riferendosi a S. Nilo, in proposito scriveva che: “distribuendo la sua fortuna alle necessità dei poveri, si rifugiò nel monastero di S. Mercurio, ma, sollecitato dal governatore della provincia, con messaggi minacciosi, perché non fosse aggiunto all’elenco dei monaci, corse subito di nuovo al monastero di San Nazaret; coperto delle armi della religione, della pietà, della carità e dello sconforto, per combattere il nemico del genere umano, non con i proiettili, a distanza, o di mano in mano, con il piede, lui stesso cade sotto il suo letto nella sua mente, piedi scalzi, capo nudo, feroce e grande; chiedendo con entusiasmo Marte e godendo dell’usanza di molti santi; etc…”In seguito, nel 1659, la notizia fu ripresa nell”Italia Sacra’ dall’Ughelli (11) e poi in seguito ripreso dall’Antonini (5) e dal Laudisio (9). Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Paolo Emilio Santorio Casertano (13), che, nel 1601,  nella sua ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’, parlando dei Monasteri Basiliani, accennava ai luoghi frequentati da S. Nilo da Rossano, ha citato l’antica donazione Normanna ancora prima che ne parlasse l’Ughelli (11). Il Santorio (13) citava l’antico privilegio concesso al Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa dal conte Leone Manso o Mausone o Mansone, signore del luogo e poi ratificato da suo nipote il conte Guidone.

Antonini, p. 386 su Roccagloriosa

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 386 riferendosi al casale ed al monastero di Roccagloriosa scriveva che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte di Altrude sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti. Il citato ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’ (si tratta del manoscritto sulla “vita di S. Nilo” a cui si rifà il testo di Paolo Emilio Santorio (13)), al fol. 7., fa menzione di tre Santi Uomini, che furono di questo Monistero a tempo di S. Nilo, e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (1), & Angelica puritae Zachariam, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato de’ Basiliani, altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. L’Abate Ughellio Italia Sacra tomo 6, fol. 143, scrive, che questo Monastero di monache fosse stato da Turchi ruinato: ‘Quod enim erat in Oppido Roccae gloriosae Turcae fuflulerunt’; ciò che non è vero, non essendosi mai Turchi tanto entro terra inoltrati; anzi sappiamo, che le moniche vi erano fin al MDLXV poichè in tal anno vi morì Suor Maria Sanseverino, e ne fu come Abate provveduto Fabio Lanario con Breve di Sisto V. che il secolarizzò. Ma verso il MDCI il Baron della Rocca (non avendo avuto ragione di ciò che Sisto aveva fatto) presentò in Badessa Suor Beatrice Pinella monaca Benedettina il Monistero.“. L’Antonini (5), sulla scorta del Santorio (13), nella sua nota (1), riguardo la notizia di un  “Romitorio”, fabbricato a Roccagloriosa da S. Nilo da Rossano, scriveva: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. La notizia tratta dal Santorio (13), in “hist. Carbon. Monast. fol. 29”, che è il testo rappresentato alla nostra nota (13), intitolato: ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’. L’Antonini, nella sua nota (1), prosegue scrivendo: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”.

Domenico Antonio Ronsini (…), parlando di Rofrano e, del suo antichissimo Monastero, in proposito scriveva che: “Dunque bisogna indietreggiare la fondazione del Cenobio almeno nell’antecedente secolo X. E ce ne porge un altro plausibile documento. S. Nilo (Vita di S. Nili, interprete Sirleto penes Marten Vet. Script. Coll. I. VI c. 715. Salmon. t. XXIII), nato in Russano nel 906 ecc…Fu tra noi in questa contrada, ed ebbe stanza in Rocca Gloriosa dove aveva un romitorio nel Cenobio dei Benedettini detto di S. Mercurio e vi fabbricò un Romitaggio, ‘et ibi cellulam in rupe praecelsa delegit’ (Santorio in Hist: Carbon. Monast. f. 29) Abitò pure nell’altro romitorio di benedettini in S. Nazario. Indi fu accolto trionfalmente in Montecassino, dove riformò i monaci di quel celebre Monasterio, trattenne 15 anni tra i Benedettini di Casaluce. Era in Roma ecc…”. Il Ronsini (…), si chiedeva se il Cenobio di Rofrano fosse stato fondato da S. Nilo, o lo trovò già fondato?. La Badia di Rofrano ebbe il titolo di Grotta Ferrata da quella di Tuscolo (Frascati), o viceversa? Scrive il Ronsini: “A me pare che lo trovò già fondato: primo perchè il greco biografo di S. Nilo, che narra le altre fondazioni, tace di questa, secondo perchè altrimenti la nostra Badia nel breve spazio di tempo di una ottantina di anni (quanti ne corron da S. Nilo al Duca Ruggiero) non poteva giungere al grado di grandezza, che descriversi nel Diploma. Quindi parmi ancora che essendo posteriore la fondazione di Frascati potè solo ricevere non già dare il titolo di Grottaferrata.”. Poi il Ronsini, parla dei ruderi di un Monastero che esisteva a Rofrano Vetere (il vecchio Rofrano), ricordato nella Vita di S. Elena o Eliena di Laurino.

Cattura

Cattura 7

(Fig….) Pagine di storia tratte dal Ronsini (…)

L’Archivio della Famiglia Lupo a Centola

Recentemente, nel 1993, il sacerdote Giovanni Cammarano (…), nel suo vol. II del ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, vol. II, a p. 14, in proposito introduceva e scriveva che: “Ci faranno da guida i numerosi memoristi locali che abbiamo conosciuti nella prima parte della storia di Centola, soprattutto don Baldassarre Lupo.“. Il Cammarano (…), accenna al manoscritto del Lupo, nel volume I, della sua “Storia di Centola”, al punto 40-41 del suo Cap. IV, a p. 76 e s. Il Cammarano (…), in proposito scriveva che: “Infatti, don Baldassarre Lupo nel suo ultimo arbitrato la definisce “un grandioso edificio religioso”Baldassarre Lupo, nacque nel 1712 da Antonia Florio di Centola, dunque proveniva dall’antico casato dei Florio e prima ancora dai Marchisio di Camerota, come abbiamo già visto in un altro mio saggio ivi pubblicato. Era stato ordinato diacono. Il Cammarano a p. 76, scriveva che: “Lo si deve a lui se è stato possibile ricostruire la storia di Centola, della Badia, della Molpa, di questa, s’intende, in modo relativo, e dei monumenti fanno bella mostra di se.”. Don Baldassarre Lupo, rivestì le più alte cariche nella Curia Abbaziale di Centola. Il Cammarano (…), dunque, trae diverse notizie storiche sulle origini dell’antico cenobio italo-greco di Centola, da un manoscritto di memorie di Baldassarre Lupo (…), conservato nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola, ma il Cammarano, scriveva in proposito che l’Archivio della Famiglia Lupo (FLP), a Centola, fu distrutto più volte da incendi e che a causa di questi eventi non tutto si è salvato. Il Cammarano (…), a p. 76 del vol. I, parla di “quaderni”, manoscritti da don Baldassarre Lupo e da cui mancano diverse pagine che secondo lui sono state portate via da D. A. Stanziona, un’altro erudito locale e, lo cita parlando dell’“Opera omnia”, di don D.A. Stanziona che è andata smarrita pure questa e “della quale oggi possediamo molti preziosi frammenti che vengono mano mano riportati in questa storia”. Il Cammarano (…), a p. 77, nella sua nota (119), postillava che: “(119) Opera Omnia, di natura storica, si componeva di 36 grossi quaderni, rilegati in quattro volumi.”. Dunque l’opera di don Baldassarre Lupo, è stata raccolta da D.A. Stanziona, nei suoi quaderni della sua ‘Opera Omnia’, anche questa andata perduta, ma di cui ancora oggi si conservano preziosi frammenti dei suoi quaderni. Da questi frammenti, il Cammarano (…), a p. 43 del vol. II, nel Cap. III, trae l’elenco degli “Abati basiliani” della badia basiliana, poi in seguito divenuta benedettina. Il Cammarano, fa riferimento proprio ai frammenti dei quaderni del Stanziona (…), nell’AFL. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 715, parlando di Centola, ci dice della Famiglia Lupo, e di Pompeo Litta, che la cita nel suo ‘Famiglie celebri italiane’. Infatti, Ebner (…), a p. 715, del vol. I, in proposito scriveva che: “Il Litta (16) include nella sua opera la famiglia Lupo di Centola (ramo dei Lupo di Soragna) con arma: lupo rampante di azzurro in campo d’argento con tra le zampe anteriori una bandiera in rosso e attraversato da una banda di rosso.”. Ebner, a p. 715, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Litta, Famiglie celebri italiane, Fasc. unico, Basadonna, Torino.”.

Ughelli, VII, p. 940

La ‘Cronaca’ manoscritta di Venceslao di Centola

Anche in questo caso, direi che, il primo a parlarci di una ‘Cronaca’ di un certo Venceslao di Centola è stato il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), che nella sua “La Lucania”, a p. 353, parlando del corpo di S. Ricario e di Centola, in proposito scriveva che: “In quelle poche pagine manoscritte che sono una spezie di ‘Cronaca’, scritte da un tal ‘Vinceslao’ di Centola, che si conservano dal Sig. D. Camillo D’ Errico, così questo fatto si legge: “Nell’anno MDXCIII, lo signor Vicario Guarino Abbate de Centula fice cavare de molto assai profondo in dicte abbatie avante, e dietro l’altare, sperando trovare lo Corpo de Sancto Recario, ecc…”. Dunque, secondo l’Antonini (…), ‘Venceslao’ di Centola, nella sua ‘Cronaca’ manoscritta, conservata dal sig. D’Errico, riferiva un episodio del 1593, al tempo in cui l’Abbate Guarino, cercava il corpo di S. Ricario, per conto del Cardinale Bessarione, che aveva fatto in modo che il monastero di S. Maria di Centola, fosse stato Commendato alla Basilica del Presepe in Roma, come poi anche il Di Luccia (…), dirà.  Il Cammarano (…), accennando al manoscritto del Lupo (…), nel volume I, della sua “Storia di Centola”, al punto 1, a p. 61, ci parla di “Mercurio 1°”, che lui dice essere il primo storico di Centola.  Il Cammarano, a pp. 61-62, vol. I, parlando della ‘Chronicon’ del ‘Monaco di S. Mercurio’, confutando alcune citazioni dell’Antonini, citava il ‘Chronicon’, scritto da un certo Venceslao, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, che lui chiama “Venceslao I” e, scriveva che: Anche quando lo storico Venceslao I dice che l’abate Mercurio sia vissuto nel secolo IX, come pure quando lo chiama abate, non è lontano dalla verità……..La sostanza però dello scritto di Venceslao I è tutta di Mercurio I. Dalla stessa penna di Venceslao, si dice che molti documenti che appartenevano alle buone famiglie del posto, andarono perse irrimediabilmente in occasione dei numerosi roghi.”. Sempre il Cammarano (…), nella sua ‘Storia di Centola’, nel vol. I, a p. 68, scrive di Venceslao (109) che: “Sono due gli storici che portano il nome di Venceslao, nel rapporto di zio a nipote. Venceslao I è vissuto tra il 1440 e il 1510. E’ certo che al tempo della visita di Kalkeopoulos, 1458, era già operante, come risulta dalle memorie di don Prospero Stanziona. Infatti, in riferimento agli avvenimenti della suddetta visita scrive: “Meglio così, se lo considerò fatto da non dire, anche perchè fu lui che lo visse personalmente” (vedi Badia Cap. VI, par. 11). A ciò si aggiunga che ha lasciato un giudizio sull’ultimo monaco basiliano, Corinzio Donnania (1447 + 1510)(AFL).”. Sempre il Cammarano (…), a p. 68, del vol. I, nella sua nota (109), postillava che: “(109) Venceslao I visse e vide il periodo di passaggio dalla Badia Basiliana a Commenda, ma molte cose che potevano interessare la storia di Centola non volle riferirle, vuol dire, scrive lo Stanziona, che era opportuno non dirle. La frase, staccata dal contesto, è riferita solo per dire che Venceslao II è vissuto tra il 1500 e il 1600.”.

L’antichissimo ‘Censuale’ dell’Abbazia di S. Maria di Centola conservato dall’Abate Gascone ai tempi dell’Antonini

Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: Ma la Molpa è notevole anche per altro. Ai piedi delle sue rupi verso il mare, s’aprivano delle grotte che nel sec. XI furono trovate ripiene di ossa umane; almeno così si credeva; e intorno ad esse si andò accumulando tutto un misto di storia e di leggenda, di cui si occuparono diffusamene alcuni nostri antichi scrittori. Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”. Qual’è il censuale dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola a cui si riferiva Pietro Visconti ?. Il Visconti dice che ne parla l’Antonini. L’Antonini a p. 368, riferendosi alla Molpa scriveva che: “Chiamasi queste grotte le ‘Grotte dell’Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’undecimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale’ (I) dell’Abbazia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone), colle seguenti parole: ………….”. Dunque l’Antonini cita il Censuale e nella sua nota (I) a p. 368 postillava che: (I) Il titolo che v’è posto sul principio è questo: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’; essendo notabile, che non vi sono affatto dittonghi.”. Secondo l’elenco che fa il Cammarano (…), a p. 43, il primo abate basiliano era “Mercurio 1°, nell’anno 600 d. C., ‘Mercurio 2°’, nel 800 d.C., Giovanni nell’anno 1000, Venanzio, nel 1235, ecc….Poi sempre il Cammarano a p. 45, dice che il terzo abate del monastero di S. Maria a Centola fu “3) Giovanni: dall’AFL si conosce che fu abate, senza poter indicare nè l’anno e nè il suo operato. Di Lui parla l’Antonini in “La Lucania. Ebner in CBPC. scrive che “L’Antonini (I, pag. 364), ci informa di una antica testimonianza sulla Grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium et Censuale monasterii centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico o registro delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18).”. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Infatti, l’Antonini (…), a p. 363, in proposito scriveva che: “Chiamansi queste grotte le ‘Grotte delle Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abbate Gascone) colle seguenti parole:

Antonini, p. 363

Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: Ma la Molpa è notevole anche per altro. Ai piedi delle sue rupi verso il mare, s’aprivano delle grotte che nel sec. XI furono trovate ripiene di ossa umane; almeno così si credeva; e intorno ad esse si andò accumulando tutto un misto di storia e di leggenda, di cui si occuparono diffusamene alcuni nostri antichi scrittori. Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”.

Nel luglio 1475, la bolla di papa Sisto IV che concedeva a Guglielmo Sanseverino, signore di Roccagloriosa, di riedificare il monastero di ‘S. Mercurio fuori le mura’

L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Ecc….e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti.”.

Antonini, p. 386 su Roccagloriosa

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p….

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca post Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….ecc….e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati). Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134)…”. Felice Fusco, nella sua nota (133) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(133) Il ‘castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di ‘Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’ (fr. F. Fusco, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. Dunque, la notizia sulle date della successione dopo la morte del padre Tommaso (forse Tommaso III) di Sanseverino dovrebbe essere ulteriormente indagata e precisata. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Posseduto dai Sanseverino, nel 1475 Guglielmo di Sanseverino, signore di Rocca, ottenne da Sisto IV di poter riedificare il monastero entro le mura (52). Guglielmo chiese pure Curia generale dei Frati minori di Roma di poter adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura (53). Per ribellione poi di Guglielmo il feudo fu devoluto alla R. Corte. Nel 1501 re Alfonso II vendette il feudo a Giovanni B. Carafa, conte di Policastro. Dopo l’incursione di Dragut rais del 12 luglio 1552, Roccagloriosa aveva subito ecc…”. Ebner a p. 422, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Bolla: “Datum Romae apud S. Petrum anno incarnatione Domini MCCCCLXXV sept. Kal. junii..” indirizzata all’abate “monasteri S. Joannis ad Pyrum, Dioecesis Policastrensis”. Nel 1500 non vi erano più monache e le rendite della badia vennero annesse dal vescovo al seminario diocesano. ‘Contra: Agatangelo e Falco, p. 89 che affermano, invece, vi risiedessero fino al 1650 quando l’isolato venne adibito a palazzo baronale.”. Ebner a p. 422, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Pare che i frati l’avessero abitato fino al 1806, quando il monastero fu soppresso. Assegnato al Comune fino al 1815, quando dietro richiesta del vescovo di Policastro re Ferdinando concesse l’isolato per adibirlo a seminario estivo (fino al 1926: frana). Restaurato dal parroco Pantaleo Romaniello, oggi è sede della Scuola Media.”. Riguardo la nota (…) dell’Ebner in cui citava i due autori di un testo su Roccagloriosa, si tratta di Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, del 1968, da cui, a pp. 34-35, parlando dei “Diversi signori del paese” attingiamo che: “Dopo i Normanni il Regno di Napoli passò ai Duchi di Svevia (1186), poi agli Angioini (1266), agli Aragonesi (1441) e alla Casa austriaco-spagnola (1503), che lo governò fino al 1700. I Sanseverino possedettero il feudo per circa un secolo, dal 1400 a quando Guglielmo, nella “congiura dei baroni”, si ribellò al re Alfonso d’Aragona e perdette i suoi diritti. Allora il feudo alla regia Camera. Ecc…”. Su Roccagloriosa, all’epoca Aragonese hanno scritto anche i due autori P. Agatangelo e il parroco Pantaleo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986. Agatangelo e Romaniello (…), sull’epoca aragonese a pp. 44-45, sul “Nuovo Monastero di S. Mercurio”, a Roccagloriosa, scrivevano che: “Nel 1475 i signori di Roccagloriosa, Guglielmo Sanseverino, e sua madre contessa di Capaccio, rivolsero una petizione alla Santa Sede per trasferire le monache cistercensi abitanti nel monastero di S. Mercurio fuori le mura (73) e dipendenti dalla abazia di S. Giovanni a Piro, in un nuovo monastero da costruirsi dentro le mura della città, perchè le monache di S. Mercurio venivano spesso molestate dagli uomini di passaggio che pronunziavano parole e discorsi osceni. Il papa Sisto IV, con bolla del luglio dello stesso anno (74), indirizzata all’abate di S. Giovanni a Piro e al Vicario vescovile di Policastro, Mons. Roberto De Vigentiis, concedeva quanto veniva richiesto, confermando al signore del luogo il diritto di presentare la badessa e permettendo che il vecchio monastero fuori le mura fosse concesso ai Frati Minori della Regolare Osservanza. Intanto un mese prima della petizione rivolta alla Santa Sede, e precisamente il 7 giugno 1475, il conte Sanseverino e sua madre avevano anche chiesto alla Curia  generale dei Frati Minori di S. Francesco in Roma di adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura per farvi entrare i frati Osservanti (75). Il nuovo monastero di S. Mercurio (detto oggi “palazzo La Quercia”) fu subito costruito e vi andarono ad abitare le monache, le quali vi stettero per circa due secoli, fino a quando vennero a mancare, verso il 1650. Allora il monastero fu adattato a palazzo dai signori D’Afflitto, i quali, come abbiamo già accennato, lasciarono il castello e vi abitarono fino al principio del secolo XIX, ecc..ecc..”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 44 nella loro nota (73) postillavano che: “(73) Il paese era circondato da mura, e per uscire c’erano le porte vigilate di notte e di giorno. Si trovano ricordate: ‘porta la terra’, ‘porta mancaniello’, ‘porta Mingardo’, porta fontanella’.”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (74) postillavano che: “(74) Una copia della Bolla si trova nell’Archivio parrocchiale.”.  I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (75) postillavano che: “(75) Wadding Luca, ‘Annales Minorum’, Quaracchi 1931, t. 14, anno 1475, n. 31. Però in questo luogo citato si dice pure: “Se sia stato poi fatto così, non mi sono potuto accertare”. Cfr. pure Antonini G.,  disc. VIII, p. 385, in nota.”.

Nel 1475, a Roccagloriosa, il nuovo Monastero di ‘S. Mercurio fuori le mura’ o dei ‘Padri Zoccolanti fuori le mura’

L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Ecc….e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Posseduto dai Sanseverino, nel 1475 Guglielmo di Sanseverino, signore di Rocca, ottenne da Sisto IV di poter riedificare il monastero entro le mura (52). Guglielmo chiese pure Curia generale dei Frati minori di Roma di poter adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura (53). Ecc..”. Ebner a p. 422, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Bolla: “Datum Romae apud S. Petrum anno incarnatione Domini MCCCCLXXV sept. Kal. junii..” indirizzata all’abate “monasteri S. Joannis ad Pyrum, Dioecesis Policastrensis”. Nel 1500 non vi erano più monache e le rendite della badia vennero annesse dal vescovo al seminario diocesano. ‘Contra: Agatangelo e Falco, p. 89 che affermano, invece, vi risiedessero fino al 1650 quando l’isolato venne adibito a palazzo baronale.”. Ebner a p. 422, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Pare che i frati l’avessero abitato fino al 1806, quando il monastero fu soppresso. Assegnato al Comune fino al 1815, quando dietro richiesta del vescovo di Policastro re Ferdinando concesse l’isolato per adibirlo a seminario estivo (fino al 1926: frana). Restaurato dal parroco Pantaleo Romaniello, oggi è sede della Scuola Media.”. Riguardo la nota (…) dell’Ebner in cui citava i due autori di un testo su Roccagloriosa, si tratta di Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, del 1968. Su Roccagloriosa, all’epoca Aragonese hanno scritto anche i due autori P. Agatangelo e il parroco Pantaleo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986. Agatangelo e Romaniello (…), sull’epoca aragonese a pp. 44-45, sul “Nuovo Monastero di S. Mercurio”, a Roccagloriosa, scrivevano che: “Nel 1475 i signori di Roccagloriosa, Guglielmo Sanseverino, e sua madre contessa di Capaccio, rivolsero una petizione alla Santa Sede per trasferire le monache cistercensi abitanti nel monastero di S. Mercurio fuori le mura (73) e dipendenti dalla abazia di S. Giovanni a Piro, in un nuovo monastero da costruirsi dentro le mura della città, perchè le monache di S. Mercurio venivano spesso molestate dagli uomini di passaggio che pronunziavano parole e discorsi osceni. Il papa Sisto IV, con bolla del luglio dello stesso anno (74), indirizzata all’abate di S. Giovanni a Piro e al Vicario vescovile di Policastro, Mons. Roberto De Vigentiis, concedeva quanto veniva richiesto, confermando al signore del luogo il diritto di presentare la badessa e permettendo che il vecchio monastero fuori le mura fosse concesso ai Frati Minori della Regolare Osservanza. Intanto un mese prima della petizione rivolta alla Santa Sede, e precisamente il 7 giugno 1475, il conte Sanseverino e sua madre avevano anche chiesto alla Curia  generale dei Frati Minori di S. Francesco in Roma di adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura per farvi entrare i frati Osservanti (75). Il nuovo monastero di S. Mercurio (detto oggi “palazzo La Quercia”) fu subito costruito e vi andarono ad abitare le monache, le quali vi stettero per circa due secoli, fino a quando vennero a mancare, verso il 1650. Allora il monastero fu adattato a palazzo dai signori D’Afflitto, i quali, come abbiamo già accennato, lasciarono il castello e vi abitarono fino al principio del secolo XIX, ecc..ecc..”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 44 nella loro nota (73) postillavano che: “(73) Il paese era circondato da mura, e per uscire c’erano le porte vigilate di notte e di giorno. Si trovano ricordate: ‘porta la terra’, ‘porta mancaniello’, ‘porta Mingardo’, porta fontanella’.”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (74) postillavano che: “(74) Una copia della Bolla si trova nell’Archivio parrocchiale.”.  I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (75) postillavano che: “(75) Wadding Luca, ‘Annales Minorum’, Quaracchi 1931, t. 14, anno 1475, n. 31. Però in questo luogo citato si dice pure: “Se sia stato poi fatto così, non mi sono potuto accertare”. Cfr. pure Antonini G.,  disc. VIII, p. 385, in nota.”.

Centola

Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Centola nacque sotto la dominazione bizantina di Giustiniano ma, dopo appena undici anni, passò sotto la dominazione longobarda; vide poi susseguirsi le dominazioni dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi, degli Spagnoli e dei Borboni. L’Antonini (…), vuole che dopo la prima distruzione di una cittadella sulla collina di ‘Molpa’, i superstiti, rifugiandosi sulle colline più a monte, dove oggi si trova l’odierno paesino di Centola. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che: “‘Centula’, ‘Centola’. Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini.”.  Centola è ubicata dall’Antonini su una collina e fino al 1529 fu casale di Sanseverino, feudo smembrato dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464) e, poi dei Pappacoda, che la governarono col titolo di Principi.  Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella Parte II, nel ‘Discorso VI’, parlando “de’ luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, da pp. 347 e s., ci parla di Centola e a p. 348, in proposito scriveva che: “Due miglia da quì, camminando a Mezzogiorno, si trova Centola posta per lungo sopra la collina, che la manca sovrasta al Melpi. Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario. Io non volendo pregiudicarla nella sua antichità, ne toglierne questo pregio, intera, e salva cotale opinione lascio a chi vorrà tenerla, però per non far torto alla verità, convien dire, che il luogo fin dall’anno MDXXIX era Casale di S. Severino, ma smembrato in quanto alla giurisdizione, e credo che si fosse fatto grande dopo l’ultima desolazione della Molpa nel MCDLXIV, poichè i terreni del paese non sono, che quelli della stessa distrutta città, vasti, ed all’estremo abbondanti di tutto, ecc… ”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Cammarano Giovanni, Storia di Centola, La Badia di S. Maria, vol. II, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 1993 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Visconti Pietro, Paesaggi Salernitani, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1954

(…) Litta Pompeo, Famiglie celebri italiane, fascicolo unico, Basadonna, Torino

(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

(…) Corcia Nicola, Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789, Napoli, p…..(Archivio Storico Attanasio)

(…) Romanelli Domenico, ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, Napoli, 1815, p…, stà in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di Ferdinando La Greca, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 2000 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc.., ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2007 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Agatangelo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, Grafica Jannone, Salerno, 1986 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Agatangelo P. e Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, ed. Tip. Pepe, Salerno, 1968 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.

(…) Santorio P.E., Historia CarboneMonasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601,  foll. 29-30.  L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’.

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(…) De Micco Consigliere – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Del Buono G. B., Profilo storico del Basso Cilento – Gabriele Altilio da Cuccaro Vetere – Poeta latino, Tip. Luigi Spera, 1983 (Archivio Storico Attanasio).

Molpa, il promontorio, il fiume, l’antica città scomparsa ed il feudo

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Questo saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulla storia e le origini della Molpa, una collina lungo la costa del basso Cilento, fra Marina di Camerota e Palinuro e la città e casali ivi sorti nei secoli, molti dei quali oggi scompasi e diruti.

Cala del Cefalo

(Fig…) La collina della Molpa, si staglia nel meraviglioso panorama costiero nel Comune di Camerota

La Molpa

(Fig…) La Molpa e Capo Palinuro visti dal satellite (Google Maps)

Tavola del '500 dell'Ordine di Malta che rappresenta il promontorio

(Fig….) Tavola del ‘500 dell’Ordine di Malta rappresentante il promontorio di Capo Palinuro ed il suo entroterra

Il promontorio e l’altipiano della Molpa fino a Capo Palinuro

La Molpa è una grande collina costiera che si affaccia sul mare tra Palinuro e Marina di Camerota che, come si può ben vedere nell’immagine, il suo ampio e lussureggiante promontorio, si protende fino all’altezza dell’Arco Naturale. Il suo promontorio, costeggia l’antico fiume “Melphi”, oggi fiume Lambro che va a sfociare verso l’arenile del vicino Arco Naturale, oggi di Palinuro. Nell’immagine satellitale, illustrata in basso, possiamo vedere che la sua collina ed il suo promontorio, comprende anche una parte del cosiddetto Piano Faracchio, con la spiaggia della Marinella e lo scoglio del Coniglio. Essa, vista dalla spiaggia del Mingardo che corre verso Marina di Camerota, verso le grotte del “Ciclope”, è compresa in un panorama costiero di estrema bellezza e lacchi ameni che, nell’antichità, fu abitata e testimone di alcuni eventi storici di estrema importanza. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ipetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa. Pier Luigi Cavalcanti (…), nel suo portolano ‘Guida del Pilota ecc..‘, a p. 43, scriveva della costa che si estende lungo le pendici del Monte Bulgheria, da Marina di Camerota verso Policastro e, della fascia costiera di Palinuro, in proposito così scriveva che: “Passato il promontorio di Palinuro andando verso il Nord, si vedrà la foce del Fiume Lambro, ove possono ancorarvi piccoli bastimenti restando al ridosso dè venti del Nord a NO. Mezzo miglio più all’Est viene la foce del fiume Trivento, che ha sulla sponda orientale una torre chiamata dell’Arco.”. Si riferiva ad un’antichissima torre marittima di difesa costiera vicino l’Arco naturale di Palinuro. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421); colle sul mare, alto metri 138, si erge tra il Lambro e Mingardo, castello e antico insediamento greco che risale al sec. VI a.C., come attestano tre monete (incusi), rinvenuti nel 1774 e tutte custodite in musei stranieri; la città aveva forma trapezoidale; un tempo sul lato ovest c’era una sorgente; il pianoro era ferace di messi. Il mito narra della sirena Molpè (Canto), qui morta insieme ad altre per non essere riuscita ad irretire Ulisse; la leggenda parla della Grotta delle Ossa, sotto il promontorio, come luogo in cui sono stati tumulati i resti dei naufraghi delle due flotte romane affondate nel 259 e nel 36 a. C.,. Virgilio forse si riferisce a questi avvenimenti quando dice che qui gli scogli erano bianchi di ossa; la città fu scalo lungo la rotta verso Roma e quindi rientra in molte cronache antiche.”. Cosimo De Giorgi (…), in proposito, parlando del fiume Lambro, scriveva che:  “Da questo punto fino al mare scorre nella direzione di tramontana a mezzogiorno, parallelo al corso del Mingardo, tra colline eccc., rasenta le falde della collina denominata ‘Saline di Orlando’. Nel mezzo di questa pianura e in riva al mare si erge, a mò di cono un colle isolato sul quale torreggiano gli ultimi ruderi del ‘Castello di Molpa’, all’altezza di 158 metri sul mare. Il fiume quindi si scarica nel mare senza formare alcun delta alla foce. Ciò deriva dall’insabbiamento prodotto dalla corrente antagonista del Mar Tirreno che la vince su quella della fiumara.”. Sempre il De Giorgi, a p. 154, prosegue la sua descrizione dei luoghi e del suo viaggio: “le zone più alte della collina, discendono nella gola della Dragara e fino al Promontorio di Palinuro. Il Promontorio di Palinuro è un lungo sperone di calcare compatto durissimo che si solleva fino a 200 m. di altezza sul mare e spinge un corno montuoso verso ponente, che poi si ripiega verso tramontana. Tutt’intorno al promontorio vien chiamata i frontoni di Palinuro’, ed a questi potrebbero riferirsi i versi dell’Aleardi. Più in la (dopo la ‘Cala Fetente), sotto la collina della Molpa, è la ‘Cala delle Ossa’. Costruzioni romane si vedono invece, sebbene molto malconcie, sulla vetta della collina di Molpa. Gli eruditi vogliono che qui sorgesse la vetusta ‘Buxentum’, idea combattuta dall’Antonini.”. Devo precisare che il De Giorgi, si accinse a vedere la Molpa, con il sig. Rinaldi. Quando frequentavo spesso Palinuro, mi fu detto della consistenza fondiaria della famiglia Rinaldi di Palinuro. Essi possedevano tutta la Molpa. In alcune carte è indicato “Capo della Foresta”.

Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), etc…”. Bracco, a p. 39, nella nota (24) postillava: “(24) Molpa, come la vicina Palinuro, fu centro indigeno, su cui si stese il controllo greco. Nel sesto secolo a.C. goderono uniti di una propria zecca operante come emanazione di Sibari. La moneta nota, di cui si conoscono alcuni esemplari, è uno statere d’argento incuso, che mostra un cinghiale in corsa, al di sotto del quale è sul dritto la scritta PAL e sul rovescio la leggenda MOL, con evidente riferimento ai due abitati (cfr. P. C. Sestieri, in Greci e Italici in Magna Grecia (Atti del I Convegno di Taranto), Napoli, 1962, pp. 276 seg. e N. F. Parise, in ‘Economia e società della Magna Grecia (Atti del XII Convegno di Taranto), Napoli, 1972, p. 106 e p. 111.).”. Bracco, a p….., continua a postillare che: “Dei due centri quello meglio esplorato è Palinuro….(il cui) abitato sembra che si estendesse sull’altura di Tempa della Guardia…(dove) sono stati messi in luce i resti di alcune abitazioni…ed un tratto delle mura” (cfr. L. Santoro, Fortificazioni della Campania antica, Salerno, Palladio, 1979, p. 76); il luogo di Molpa, lungo il rofilo della costa accidentata, è da riconoscere nei pressi di Capo Palinuro verso Camerota, e scomparso. Similmente il fiume Melpa pare che sia da identificare nel Lambro (cfr. E. Magaldi, op. cit., p. 31 e p. 36). Compresa probabilmente in età romana con Palinuro nel territorio di Velia, Molpa sarebbe stata distrutta nel Medioevo: già nel sesto secolo, come qui vuole l’Eterni o più tardi dai Saraceni, come ripetono altri. Ma un villaggio dello stesso nome dové risorgere e durare per un certo tempo in unione col paese di Camerota: ne abbiamo testimonianze precise per gli anni immediatamente successivi alla battaglia di Benevento (del 1266): cfr. Ebner, Economia e società, I, p. 272 e II, p. 102.”

Molpa

Il mito della Sirena Molpa (“Molpé”)

Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, a pp. 574-576, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: Il mito narra della sirena Molpè (Canto), qui morta insieme ad altre per non essere riuscita ad irretire Ulisse; la leggenda parla della Grotta delle Ossa, sotto il promontorio, come luogo in cui sono stati tumulati i resti dei naufraghi delle due flotte romane affondate nel 259 e nel 36 a. C., Virgilio forse si riferisce a questi avvenimenti quando dice che qui gli scogli erano bianchi di ossa; la città fu scalo lungo la rotta verso Roma e quindi rientra in molte cronache antiche.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 171, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Gli abitanti nei luoghi, cioè, sarebbero stati puniti per l’orrendo misfatto della morte del nochiero di Enea.”. Da Wikipedia leggiamo che: Il nome Molpa deriverebbe dalla mitologia greca: secondo quanto cantato da Licofrone, Apollonio Rodio ed altri poeti greci, Molpé è il nome di una sirena, figlia di Acheloo e della musa Melpomene. Acheloo (in greco antico: Ἀχελῷος, Achelôos) è un personaggio della mitologia greca, un dio-fiume figlio del titano Oceano e della titanide Teti. Padre di Ippodamante ed Oreste avuti da Perimede (figlia di Eolo). A lui viene attribuita anche la paternità delle sirene a volte con Sterope ed altre con Melpomene. Geograficamente, Acheloo corrisponde all’odierno Aspropotamo, il secondo tra i fiumi più lunghi della Grecia. Con il nome Molpé, ossia la leggiadra, i greci designavano il fiume Lambro e per estensione la zona circostante la sua foce, ove sorgeva l’abitato. Secondo i linguisti Giovanni Alessio e Marcello Maria De Giovanni, autori di studi di toponomastica, il nome Molpa deriverebbe dal radicale prelatino melp (variante melf), dal significato incerto (sono stati ipotizzati i significati di “colle, altura” o al contrario “concavità del terreno, voragine”, oppure “fango”). Questa radice verbale è molto ricorrente nella toponomastica meridionale e ad essa risalirebbero le origini del nome di altri città, quali Amalfi, Melfi e Molfetta (anticamente Melphium). Stessa origine potrebbero avere altri toponimi dell’Italia centro-settentrionale, quali il fiume laziale Melfa e la città lombarda Melzo (anticamente Melphum o Melpum), facendo pensare che questo termine fosse comune sia alla lingua degli Enotri che a quella degli Etruschi e dei Liguri. Una sirena è una creatura leggendaria acquatica con l’aspetto di donna nella parte superiore del corpo e di pesce in quella inferiore, che appare principalmente nel folclore europeo, ma che trova comunque figure affini in altre culture. Da tener presente che tale sirena di derivazione medievale si discosta totalmente dalle sirene divine della mitologia e della religione greca, iconograficamente rappresentate con l’aspetto di donna nella parte superiore del corpo e di uccello in quella inferiore. Il Mito delle Sirene, sembra sia comune a tutti i popoli del Mediterraneo, ma è di nostra esclusiva competenza, perché è incontrovertibile che le “allegre signorine” avessero casa in alcune grotte poste lungo la costa Campana. Di notte occupavano, quindi, il loro nido, ma al sorgere del sole, con pochi battiti d’ali, esploravano i Golfi di Napoli e di Salerno…qualcuna si spingeva anche nel Sud Tirreno, ed avvistate le eventuali agognate prede, gorgheggiando, aspettavano gli incauti e malcapitati naviganti. Infatti, accadde così anche quando avvistarono la nave di Odisseo, ma quando quest’ultimo ed i suoi compagni ebbero superato, indenni, gli scogli delle Sirene – gli isolotti dei Galli nella parte nord del Golfo di Salerno – le Sirene, figure mitologiche con corpo di donna-uccello, si gettarono in mare, per la disperazione, perché non erano riuscite a prendere l’eroe omerico ed annegarono . I loro corpi, trasportati dalla corrente, si dissolsero al contatto con il suolo, ma i popoli rivieraschi le onorarono erigendo un cenotafio. Gli studiosi di mitologia individuano tre Sirene e cioè Partenope, Leucosia e Ligea; Partenope, manco a dirlo, fu onorata e venerata a Napoli, Leucosia a Punta Licosa e Ligea in Calabria nei pressi di Nocera Terinese o comunque nella zona del Golfo di Lamezia. Questi luoghi, quindi, divennero i siti ufficiali del culto delle Sirene e per i motivi che dopo vedremo, erano tutti caratterizzati da comuni caratteristiche topomorfiche e cioè un’altura, un isolotto o grosso scoglio a mare, ed un fiume. Tali caratteristiche comuni indicavano che in quei luoghi erano insediati i primi agglomerati umani, perché il luogo era posto sull’altura, posto adatto alla difesa, mentre lo scoglio serviva per l’approdo delle navi e il fiume era la fonte di rifornimento d’acqua e la via per l’interno. Erano quelli i primi agglomerati umani che in quei tempi subivano ancora l’immanenza e l’influenza del Mito. Il canto dell’Eneide di Virgilio è il seguente: ” Vieni, famoso Ulisse, eroe dei greci,  ferma la nave, così potrai ascoltarci.  Nessuno è mai passato di qui senza  fermarsi ad ascoltare il dolce suono del nostro canto,  chi si è fermato se ne è andato dopo avere provato piacere  e acquisito più conoscenza.”. Palinuro è un personaggio della mitologia romana, il mitico nocchiero di Enea, caduto in mare di notte, tradito dal dio Sonno, mentre conduceva la flotta verso l’Italia. L’episodio relativo a Palinuro viene descritto alla fine del Libro V dell’Eneide, nel quale Virgilio individua il punto preciso della vicenda: uno scoglio, riconducibile al tratto di costa campano del Mar Tirreno, dinanzi all’omonimo capo, tra il golfo di Policastro e l’insenatura di Pisciotta, nella subregione attualmente chiamata Cilento. Naufragò dopo aver invocato invano i propri compagni ed esser rimasto per tre giorni in balia del Noto fino all’approdo sulle spiagge d’Italia, dove trovò ad attenderlo non la salvezza ma una fine crudele: catturato dalla gente indigena, viene ucciso e il suo corpo abbandonato in mare scambiandolo per un mostro marino. Secondo quanto riportato da Diodoro Siculo, Molpa fu fondata verso il 540 a.C. dagli Ioni provenienti dalla città di Focea, che alcuni anni prima avevano già fondato la città di Elea (originariamente denominata Hyele e nota ai romani come Velia). Ritrovamenti antecedenti alla data di fondazione di Molpa dimostrano che in realtà questa zona e il vicino Capo Palinuro erano già largamente abitate prima dell’arrivo dei greci, probabilmente dai Tirreni. Sulla roccia ove sorgeva Molpa sono stati ritrovati numerosi incavi circolari e rettangolari dove presumibilmente venivano infissi pali di semplici abitazioni in legno. Inoltre sono stati trovati resti di argilla seccata al sole e resti di utensili in ossidiana, che fanno pensare che qui ci fosse una stazione di commercio con le Eolie da cui proveniva tale materiale. Inoltre, nelle grotte sottostanti l’altura sono stati ritrovati ossa umane e di animali antidiluviani ed anche di armi di selce, che dimostrano come la zona fosse abitata già dall’epoca quaternaria. In particolare, i ritrovamenti più importanti sono stati fatti:

  • nella Grotta Visco, dove gli scavi eseguiti nel 1939 hanno rivelato la presenza di resti musteriani;
  • nella Grotta delle Ossa, detta così per le pareti incrostate di ossa di uomini e di animali.

ENOTRI

Carlo Battisti (…) diceva, tra l’altro: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi.”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ed è significati appunto che quello era il paese del vino o delle viti. Ed è verisimile che quando i coloni greci vennero nella nostra penisola, vi abbiano trovato il popolo degli Enotri e che quindi siano riusciti ad assoggettarlo nelle regioni costiere ove sorse la Magna Grecia. Erano gli Enotri, non v’è dubbio della stirpe che noi chiamiamo italica, e quindi parenti degli Ausoni e degli Opici (1); e non sappiamo se la tradizione latina che li metteva in relazione con i Sabini, i quali nel loro nume progenitore Sabus vedevano il coltivatore di viti o il vendemmiatore, non riflettesse una originaria affinità con quella gente da cui, come si è visto, si facevano derivare i Sanniti. Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Ed. Meyer ‘Gsch. d. Alt. II p. 494”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969 e poi ristampato nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, a p. 89, nel suo capitolo dedicato a “Popolazioni italiche all’arrivo dei Greci”, in proposito scriveva che: “E’ proprio degli Enotri che si può, forse, cominciare a tracciare un tentativo di ricostruzione storica, con l’ausilio delle recenti indagini archeologiche. Un’ampia regione, che ha come confini orientali il Bradano e settentrionali l’Ofanto, e che si estende sino al mare Jonio e al Tirreno, all’incirca coincidente con i confini normalmente assegnati all’Enotria, presenta, a partire dalla fine del nono o i principi dell’ottevo secolo avanti Cristo, un aspetto culturale molto omogeneo, caratterizzato da una ceramica geometrica tutta particolare, aspetto culturale che, da un particolare motivo decorativo della ceramica, chiamiamo ‘decorazione a tenda’. Vedremo meglio quest’area quando discorreremo delle regioni interne della Magna Grecia; segnaliamo per ora che i rinvenimenti di Cancellara, Melfi, Pietragalla, Serra di Vaglio, nel potentino, di Sala Consilina, nel Vallo di Diano, di Palinuro, sul Tirreno, documentano l’unità e l’estensione del territorio enotrio.”Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, ed. Palladio, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “Alcuni storici (14) asseriscono che col termine “lucani s’intendevano più tribù di origine sannitica, inviati come coloni nell’Italia Meridionale per controllare questa regione e/o, anche, per contrapporsi, come poi fu, alla colonizzazione greca, atteso che sin dal II millennio a.C. c’erano frequentazioni micenee in questa zona per scambi commerciali”. Plinio (15) scrive che l’Italia meridionale era tenuta dai Pelasgi, dagli Enotri, dagli Itali, dai Morgeti, dai Siculi e in seguito dai Lucani nati dai Sanniti, comandati da Lucio da cui il nome. Già con questo autore latino i confini della Lucania sono più certi: dal Sele in giù con l’oppidum di Paestum, Velia, Buxentum (già Pyxous), Lao. Strabone asserisce lo stesso (16). Quest’ultimo si riferisce a Timeo, a Posidonio e ad Eratostene, il grande geografo-bibliotecario di Alessandria del secolo III a.C. Ecc…“. Il Gentile, in questo passaggio, parlando dei popoli pre-Italici o italioti, fa un richiamo ai Morgeti ed ai Siculi. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 274 e ssg., nel cap. “I popoli che i greci trovarono nell’Italia meridioale”, in proposito scriveva che: “I. Nella religione e nella mitologia dei coloni greci non si riscontrano che tracce assai tenui della civiltà dei popoli che li precedettero nelle religioni costiere dell’Italia Meridionale; e di codeste vestigia ci siamo via via occupati di proposito nel corso del nostro lavoro. Qui possiamo che riassumere e coordinare il già detto. Il popolo Illirico che, col nome comprensivo di Iapigio, occupava, intorno al 700 a.C., tutta la regione ad oriente del Bradano ecc…3. Ma ecco che, a sud di Crotone le cose cambiano nuovamente aspetto e si ripete uno stato di fatto quasi identico a quello da noi osservato sulle coste apule e salentine. Dopo la fondazione di Crotone, sembra che i coloni greci non vogliano spingersi più a sud, nel Bruzio. Ecc…Chi era dunque codesti barbari, fieri avversari dei Greci, dai quali del resto profondamente differivano per costumi e per istituzioni ? Le poche fonti che ricordano gli abitanti di quell’estremo lembo della penisola, li chiamano Siculi (Thuc. VI, 2, 4; Polyb., XII 5, 10; Polyaen., XII 6) o Itali, ed ascrivono loro origine enotrica (Ant. apd. Dionys. Halic. I 12); e i moderni studiosi non credono si debba negare  del tutto fede a queste notizie, e ammettono in generale che la gente enotrica (di stirpe della Lucania e del Bruzio (Mayer, II 494; Pais, p. 34 sgg.; De Sanctis, I 98. 108) che, oltrepassato lo stretto di Messina, avevano dato anche alla Sicilia la sua popolazione italica (Pais, p. 49. 390; Busolt, I(2) 405; Orsi, Saggi Beloch (Roma 1910), p. 155 sgg.: alquanto diversamente Mayer, Apulien, p. 329 sgg.)(1). Noi per altro, studiando le vestigia che questa gente ha lasciato della sua civiltà fra i coloni greci venuti ad abitare nel Bruzio meridionale, vi abbiamo sorpreso elementi che contrastano notevolmente con quanto conosciamo della cultura degli ario-italici ecc…Di fronte a ciò, non resta che ammettere che le popolazioni enotriche, venute a stabilirsi nell’estremità sud-occidentale dell’Italia, abbiano ivi appreso a praticare istituzioni e costumanze proprie delle genti pre-arie che abitavano quella regione (2). Sulla stirpe di questo popolo pre-italico del Bruzio meridionale è inutile per noi indagare; giacchè la notizia di Filisto (apd. Dionys. Halic. I 22; cfr. Sil. Ital., XIV 37), secondo la quale i Siculi cacciati dall’Italia erano affini ai Liguri, non riceve dalle odierne ricerche altro appoggio all’infuori di quello, certamente non decisivo, di alcuni riscontri toponomastici (letteratura del Pais, p. 56, n. 4; cfr. p. 73. 492 sgg.; cfr. De Sanctis, I 61 sgg 66). E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII  ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo- a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”.

MORGETI

Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania”, nel Discorso X, parte II, ci parla di Morigerati. Antonini, a pp. 414-415, in proposito scriveva che: “Più sopra verso le colline, circa cinque miglia dal mar lontano, trovansi due altri luoghi chiamati Sicilì, e Morigerati, sede un tempo dè Morgeti (I), e dè Sicoli, che conservano nel nome la gloria dè loro antenati (2), siccome nella prima parte di quest’opera da noi fu detto. ‘Samuel Bochart’ nel ‘Chanaam’ al cap. 39. nega quello, che dice Tucidite di esser ancor Sicoli in Italia a suo tempo, e vien così a negare quanto scrive ‘Alicarnasseo’, cioè che duravano finalmente a’ suoi giorni molte vestigia dè medesimi. Che se fosse Bochart avesse saputo trovarsi tuttavia questo monumento di cotal gente, l’avvrebbe approvato, non come conghiettura dipendente da qualche Ebraica, o Fenicia parola, ma come incontrastabil verità. Altra parte di essi era già passata nell’Isola (poi da medesimi detta Sicilia), ed occupato i terreni abbandonati dà Sicani per lo fuoco dell’Etna, lunga guerra vi fecero, sinonchè furono dalle due nazioni stabiliti i confini, siccome dal lib. 5 di Diodoro si vede……Tre miglia sotto alli Morigerati nel luogo detto li Zirzi, e sei lontano da Policastro, sbocca il fiume che ingrottasi vicino Casella, ecc…ecc..”. Dunque, riguardo il popolo dei Morgeti, l’Antonini cita Diodoro Siculo. Dunque, l’Antonini scriveva a proposito di Sicilì e di Morigerati che ha detto dei popoli Siculi e Morgeti nella prima parte della sua ‘Lucania’. L’Antonini, a p. 414, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Sino a pochi anni addietro, questo paese era di rito Greco, e ‘l suo protettore è S. Demetrio della Chiesa Greca. Nell’Archivio della Cattedrale di Policastro viddi diversi registri di dimissioni fatte da quel Vescovo à Preti de’ Morgerati di rito Greco, specialmente due nel 1592, ed una del 1608.”. L’Antonini a p. 414, nella sua nota (2) postillava che: “(2) I moltissimi, e ragguardevoli avanzi di fabbriche laterizie, che veggonsi oggi giorno all’incontro Morgerati di là dal fiume, che cala da Tortorella nel luogo detto Romanù, e che sono di rimotissimi secoli, fanno più vera, e stabiliscono la nostra sentenza: eppure a questa evidenza non si arrende l’Abbate Troilo, che anzi meco ragionando, pretende allogare i Morgeti vicino Matera, ecc…”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4)…..Nell’Etym. Magn. s . v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v . s . p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου 10 credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito . Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s . v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. I Morgeti (in greco antico: Μόργητες, in latino: Morgētes) furono un antico popolo, che faceva parte del gruppo delle cosiddette genti “italiche” che occuparono le aree estreme meridionali della penisola italiana e parte della Sicilia. I Morgeti facevano parte del gruppo delle cosiddette genti “italiche”, che occuparono le aree della Calabria ionica e tirrenica. Secondo alcuni storici si tratterebbe di uno dei tre rami in cui si distinsero gli Enotri (Itali, Morgeti, Siculi). Per altri, invece, furono popoli italici che furono scacciati dalle loro terre dagli Enotri, rifugiandosi poi in Sicilia. Altri ancora, li identificano tra coloro che, tra gli Itali, alla morte del re Italo/Italos accettarono suo figlio Morgete/Morgetes quale suo successore, prendendone il nome. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo, con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma. Queste informazioni sono state dedotte analizzando le fonte antiche, in particolare quanto riferito da Antioco di Siracusa. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. Dalla Treccani on-line leggiamo che i Morgeti era un’antica popolazione italica, scomparsa in età storica, ma ricordata dallo storico siciliano Antioco (in Strabone, VI, 257, 270, e in Dionigi d’Alicarnasso, I, 12) Come abitante un tempo, insieme coi Siculi, quella regione del Bruzio nella quale più tardi sorse Reggio: Siculi e Morgeti sarebbero poi stati cacciati dal Bruzio per mano degli Enotrî e sarebbero passati ad abitare in Sicilia, dove la città di Morganzia ricordava ancora il loro nome. La prima menzione di Morgete/Morgetes si trova nei frammenti di Antioco di Siracusa. In seguito ne parla Tucidide descrivendolo come figlio di re Italo. Dalla Treccani apprendiamo che la nozione geografica di Italia, nella più antica tradizione classica, è sottoposta a oscillazioni. Per Ecateo di Mileto, alla fine del VI sec. a.C., era la regione nella quale i Greci avevano fondato molte colonie costiere, sullo Ionio e sul Tirreno (frr. 89-94 Nenci), ma in cui erano incluse anche Capua e l’isola di Capri (frr. 70-71 Nenci). Per i Greci di Occidente della seconda metà del V sec. a.C. e, in particolare per lo storico Antioco di Siracusa (in Strab., VI, 1, 4), l’Italia era una regione originariamente compresa fra lo Stretto e l’istmo calabro, ma i re che vi si sarebbero succeduti, tutti appartenenti a un orizzonte cronologico precedente la guerra di Troia, avrebbero ampliato tali confini, a cominciare dall’eponimo Italo, di stirpe enotria, cui venivano attribuite funzioni civilizzatrici (Arist., Pol., VII, 10, 5 = 1329 b), il quale avrebbe esteso il territorio fino alla foce del Lao e a Metaponto. Con i re successivi, Morgete e Siculo, l’Italia si sarebbe ampliata fino al golfo di Posidonia sul Tirreno e a Taranto sullo Ionio (FGrHist, 555 F 5), ma le popolazioni derivate da essi, Morgeti e Siculi, sarebbero state poi cacciate in Sicilia dagli Enotri (Strab., VI, 1, 6), ethnos originario degli Itali, e dagli Opici, abitanti della Campania (Thuc., VI, 4, 2). Dionigi di Alicarnasso. Lo stesso Antioco, probabilmente, riferiva anche che codesti Morgeti, durante la  loro permanenza nell’Italia meridionale, avevano, sotto il loro re (eponimo) Morgete, esteso il loro territorio sino alla regione dove poi fu fondata Taranto. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. Dopo la morte del padre, Morgete ne ereditò dunque il potere. E così come Italo aveva chiamato il suo regno “Italia”, a sua volta Morgete chiamò il proprio “Morgetia”. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo, con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che ne sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma (dalla quale venne esiliato) e giunto nella Morgetia, terra degli Enotri. In Calabria, si sarebbe stanziato nell’entroterra, le opere di Proclo, Plinio, Strabone, narrano dell’antico popolo dei Morgeti, e di re Morgete, che secondo le leggende locali avrebbe fondato il castello di San Giorgio Morgeto (edificato nel IX – X secolo). In Sicilia, si sarebbe stanziato nell’entroterra, allontanando i Sicani, fondando nel X secolo a.C. – tra le altre– la città di Morgantina (Morganthion). Difficile è ormai determinare quanto di attendibile vi sia nella tradizione raccolta da Antioco: il nome dei Morgeti sembra però affiorare più volte nella toponomastica, anche moderna, così della regione apula (Morgia, le Murgie) come della Sicilia orientale; sì da far pensare che questi nomi rappresentino il ricordo del popolo dei Morgeti, che Antioco considera come una stirpe enotrica e che si potrebbero pertanto identificare con gli stessi Enotrî (v.), e, in Sicilia, coi Protosiculi della regione orientale dell’isola (M. Mayer). Bibl.: G. De Sanctis, Storia dei Romani, I, Torino 1907, p. 108 segg.; E. Pais, Italia antica, II, Bologna 1922, p. 24; M. Mayer, Die Morgeten, in Klio, XXI (1927), pp. 288-312. Dionigi di Alicarnasso basandosi sullo scritto di Antioco, afferma l’esistenza di una terza Roma antecedente alla fondazione del discentente di Enea, Romolo, e anche alla presenza di Evandro sul Palatino. Una terza Roma — che per antichità sarebbe quindi la prima — dalla quale discenderebbe l’eroe Sikelo. In Calabria, si sarebbero stanziati nell’entroterra. Nel 1595 Abramo Ortelio pubblicò una carta storica del regno dei Morgeti, inserendo Altanum, Medema e Emporum Medeme. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, nell’edizione riveduta del 1963, ed. Sansoni, Firenze, nell’Indice generale, a p. 297, in proposito scriveva che: “Sirio, moglie di Metabos – Metapontos, 83”. Infatti, la leggenda di Siri e di Morgete si connette con la storia di Metaponto che conquistò l’altra colonia magno-greca di Siris.

Nel 560 a.C., il popolo dei SIRINI e la città di Sirino e Siruci (oggi Seluci), popolo dei futuri LUCANI

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: Di seguito si proporrà un breve excursus sulle città più importanti. Siri La città di Siri sorgeva nella regione nord occidentale dell’arco del golfo di Taranto, tra la foce del fiume omonimo (Sinni) e quella dell’Akiris (attuale Angri), in una vasta e fertile pianura chiamata Siritide, in una posizione favorevole ai rapporti sia con le popolazioni della Lucania sia con quelle dell’area tirrenica. Alcune fonti ne assegnano la fondazione ad un gruppo di profughi di Troia; altre testimonianze indicano come città madre la ionica Colofone, da cui si sarebbe allontanato un gruppo di esuli all’epoca dell’invasione di Gige, re della Lidia (ca. 675 a.C.). In seguito la regione risulta abitata dai Coni, popolazione di stirpe enotrica. I Sirini avanzarono ad ovest lungo la valle del Sinni fino al lago e al monte Sirino, presso Lagonegro; fondarono Siruci, (oggi Seluce frazione di Lauria) e si spinsero sino al mar Tirreno, nel nostro golfo. Pixus, se proprio non fu fondata, fu da essi colonizzata e scelta come scalo marittimo e commerciale. La floridezza e la ricchezza di Siri, suscitarono l’invidia ma, soprattutto, la preoccupazione delle vicine città achee di Metaponto, Sibari e Crotone; queste ultime, infatti, non tardarono a porsi contro di essa e la espugnarono dopo il 550 a.C.”. Nel 1743, Giuseppe Gatta (…), figlio di Costantino Gatta (…), pubblicò postumo ‘La Lucania illustrata’ del padre nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania etc..’, per i tipi della Stamperia Muziana. Egli corregge alcuni errori della precedente edizione del padre ed in proposito a Lagonegro a pp. 307-308 scriveva che: “Stà Egli situato quasi nel mezzo dè smisurati Monti ‘Alburno e Sereno’, quello su le sponde del ‘Tanagro’ e ‘Silare’, questo su l’alpestre Valli ove era l’antico ‘Nerulo’ oggi detto ‘Lagonegro’; dè quali alti, precipitosi, aspri e sassosi Monti, e delle loro strabocchevoli Balze, forse favella ‘Livio (a), quando esprime che se Alessandro il Macedone avesse in questi luoghi dirizzato il corso delle sue armi, quivi con perpetua ignominia eclissato avrebbe le sue glorie, per esser quelli luoghi inaccessibili e malgevoli per condurvi uno esercito effeminato e molle, qual fu quello dè Greci sotto la condotta del gran Macedone.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata…….Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel itorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. Etc…”. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello…..Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che era una città dell’Italia antica, di cui si è argomentato l’esistenza, mettendo in relazione la leggenda ΣΙΡΙΝΟΣ delle monete incuse generalmente attribuite a Siri sullo Ionio (v. siri), con i Sirini, menzionati da Plinio (Nat. hist., iii, 15, 97) fra i popoli della Lucania interna, e col toponimo ancora vivo per tutto il massiccio appenninico, che culmina nel Monte del Papa ed a Lagonegro (Potenza) sulle sue pendici occidentali. Si è proposto di identificarla nei ruderi di un vasto abitato sopra uno sperone roccioso, che dai contrafforti del Sirino si protende nella valle di Lauria presso Rivello e ch’è ancora chiamato “La Città”. Popolata presumibilmente da indigeni, fu in rapporti con Siri per la diretta via del fiume omonimo (oggi Sinni) ed alla caduta di questa (560 a. C. circa) si trovò nel territorio dominato da Sibari. Gli stateri d’argento, emessi nella seconda metà del VI sec. in alleanza con Pixunte (v.), mostrano chiaramente l’influsso sibaritico così nel tipo del toro retrospicente, come nel peso. Questi caratteri achei e quelli cronologici delle monete mal si conciliano con le tradizioni ioniche e con la precoce fine di Siri, la cui distanza ne fa per giunta un’alleata poco probabile di Pixunte. Per la sua posizione sulla principale via (che fu poi la Popilia o l’Annia) verso il settentrione e sulla diramazione verso la vicina baia sul Tirreno, “La Città” dové prosperare fino ad età tarda: lo provano i resti tuttora visibili e, meglio, l’abbondante materiale scoperto e disperso nei secoli scorsi. Statuette di bronzo, difficilmente apprezzabili per la corrosione, e monete si recuperano anche oggi, più spesso trascinati a valle dalle acque. Ma soltanto cauti e metodici scavi potranno accertare se l’ipotesi del nome risponde al vero e restituire i documenti della civiltà fiorita in quest’area. Bibl.: Per l’identificazione di S.: P. Zancani Montuoro, in Arch. Stor. Calabria e Lucania, XVIII, 1949, p. 11 ss. Per le monete: J. Perret, Siris, Parigi 1941, p. 21 ss.; L. Breglia, in Annali Ist. It. Numism., I, 1954, p. i ss. Per i rinvenimenti: G. Antonini, La Lucania, Napoli 1795-77, p. 442; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, p. 372; M. Lacava, Del sito di Blanda, Lao ecc., Napoli 1891, p. 20; Not. Scavi, 1952, p. 50 ss.

Due monete (incusi) di due città confederate: PAL-MOL = PALINURO-MOLPA

In epoca greca l’abitato di Molpa, unitamente a Palinuro che all’epoca era un piccolo villaggio sorto sull’omonimo capo, non distante dalla necropoli in località Timpa della Guardia, costituiva la polis di Pal-Mol, come testimoniato dal ritrovamento di una moneta in argento con la figura di un cinghiale in corsa e che presenta da un lato l’incisione PAL (Palinuro) e dall’altro MOL (Molpa). Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…),  a p. 95, dopo aver discorso sul fiume Bussento e dopo aver più volte contraddetto l’Antonini (….), che credeva essere il fiume Mingardo parlando di Buxentum (Policastro Bussentino) e della città di “Pyxous”, in proposito scriveva che: Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”. La colonia probabilmente dipendeva amministrativamente dalla ricca e potente Sibari. Della colonia greca gli scavi hanno portato alla luce resti delle fortificazioni, dell’acropoli e di altre costruzioni e numerosi oggetti (principalmente vasellame, utensili e monili), che dimostrano che per la città fu un periodo di grande splendore e floridezza economica. La polis di Pal-Mol durò il breve periodo di trent’anni: nel 510 a.C. la colonia fu misteriosamente abbandonata, forse a causa di una tremenda epidemia. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo cap. II: “Un kastrum bizantino ad Akropolis”, a p. 57, nella nota (2) postillava che:  “(2) MOLPE, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico Molpie) e Mingardo, ebbe nome dall’omonima sirena (STRABONE, I, 22 0 2, 12). Le sue origini sono da porsi almeno nel VI secolo a. C., quando appare essere stato uno scalo sibaritico come la vicina Palinuro, con la quale coniò in comune una moneta incusa con la leggenda: PAL / MOL. Etc..”. La colonia probabilmente dipendeva amministrativamente dalla ricca e potente Sibari. Della colonia greca gli scavi hanno portato alla luce resti delle fortificazioni, dell’acropoli e di altre costruzioni e numerosi oggetti (principalmente vasellame, utensili e monili), che dimostrano che per la città fu un periodo di grande splendore e floridezza economica. La polis di Pal-Mol durò il breve periodo di trent’anni: nel 510 a.C. la colonia fu misteriosamente abbandonata, forse a causa di una tremenda epidemia. Dalla Treccani on-line leggiamo che riconsiderando la documentazione si osserva, infatti, che il centro indigeno di P. si sviluppa come abitato autonomo soprattutto nella seconda metà del VI sec. a.C. per l’arrivo di genti dal Vallo di Diano, discese sulla costa seguendo le valli del Mingardo, del Bussento e del Noce (nei pressi di Praia a Mare). P. è in questo periodo nell’orbita di Sibari, come si evince dalla moneta d’argento incusa, in tutto, tranne che per l’epìsemon (il cinghiale con la criniera depressa, in luogo del toro retrospiciente) assimilabile alla monetazione di Sibari. Come è noto la moneta reca la doppia leggènda Pal-Mol in cui si è, a torto, vista la symmachìa tra P. e Molpa. Bibl.: E. Greco, Velia e Palinuro. Problemi di topografia antica, in MEFRA, LXXXVII, 1975, pp. 81-108; C. A. Fiammenghi, La necropoli di Palinuro. Elementi per la ricostruzione di una comunità indigena del VI sec. a. C., in DArch, s. III, 1985, 2, pp. 7-16; M. Romito, Un insediamento neolitico a Palinuro, in II Neolitico in Italia. Atti della XXVI Riunione Scientifica dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, Firenze 1985, II, Firenze 1987, pp. 691-695; E. Greco, Serdaioi, in AnnAStorAnt, XII, 1990, pp. 39-57. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 189, in proposito scriveva che: “Gli elleni, stanziati anticamente per questi luoghi, spiegarono, seguendo il loro costume e con gli elementi del proprio idioma, il vecchio nome locale, derivato forse da altro linguaggio; e dalla spiegazione ellenica di una più antica parola nacque la personificazione del “timoniere sagace” (2) e famoso che la leggenda accoppiava ai casi di Enea. Ma, oltre all’eroo o pio sepolcro all’antico nocchiero sul promontorio del suo nome, alcuni scrittori moderni ritengono che ivi esistesse una città, greca, dello stesso nome di Palinuro. La congettura non si fonda altrimenti che sulla leggenda di una singolare moneta, la quale intendono accennasse a federazione tra la città di Molpa e la città di Palinuro; poichè vi leggono, benchè in iscorcio, le prime sillabe dei nomi delle due città. Ma finché altre prove non sorreggano la dubbiezza di quest’una, non ometterò di avvertire, che se le due sillabe si congiungano in un unica parola, scomparirà la nota di PAL-inuro, e non risulterà invece che solo il nome di Mol-pa (3).”. Il Racioppi (…), a p. 189, nella nota (2) postillava che: (2) Da πολυνος ed ουριος “l’uomo sagace che naviga con buon vento,” ovvero da παλαιω, lottare, e in senso passivo essere vinto dal vento – οuρος -? – Corcia (op. cit., III, 55) invece, da παλιν  contra, ed ορος monte, accennando al promontorio.”. Il Racioppi, a p. 189, nella nota (3) postilava: “(3) La congettura di cui si parla nel testo è del SESTINI, Mon. vet. 16 (ap. Corcia, Op. ci., III, 58). La moneta è una incusa di argento: – Tipo: – Cinghiale a dr. ΙΛΠ II Cinghiale a sin. IOM – Inclino a credere, che le dueparole siano parte di un’unica parola che sarebbe ΜΟΛΠΛΙ = Molpai. E ricordo, in appoggio, che sopra una moneta incusa dell’antica Laos, che ha il bue a volto umano dalle due faccie, è scritto dall’una parte ΛΛΙ e dall’altra NOM = Lainos.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 295 e sgg e sgg riferendosi a Pixunte, in proposito scriveva che: Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. In pari modo non sappiamo quali conclusioni cronologiche e storiche sia lecito ricavare da analoghe monete federali, ossia dagli stateri incusi delle due città a noi ignote, in cui sono segnate le sigle “PAL” e “MOL”. Si è pensato che tali nummi vadano riferiti a Palinuro ed a Melphes (Amalfi ?). Siamo purtroppo nel campo delle ipotesi che, come nel caso di Siris e di Pyxous, le monete federali appartengano a città che tentavano analoghi commerci di trasbordo fra l’Ionio ed il Tirreno. Il fatto che di queste due città non vien fatto più tardi memoria suggerisce il pensiero che la loro attività sia stata ben presto soffocata o distrutta da quella delle più potenti città Achee, che non tollerava rivalità commerciali e politiche.”. Giulio Schmiedt (….), nel suo “Antichi porti d’Italia – gli scali Fenicio-Punici. I porti della Magna Grecia”, a p. 76 parlando di Palinuro e riferendosi alla Molpa, in proposito scriveva che: “Essa serviva forse un altro centro ellenizzato (164),che si può collocare sulla sommità della collina di q. 140, dove in epoca medievale sorse un castrum distrutto dai Saraceni nel 1113. Da notare infine, che questi due centri dovevano essere collegati economicamente (ciò sembra documentato da una moneta rinvenuta nel 1774 che reca incisa nell’esergo le lettere PAL e MOL) e costituire per Velia due basi per il controllo delle acque del proprio territorio (165), che probabilmente terminava a punta degli Infreschi.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (161) postillava che: (161) Molto acutamente Virgilio Catalano (cfr. op. cit.) ricorda che la triste fama di capo Palinuro, forse insita nello stesso toponimo greco  Παλν + ονρος = vento generatore di tempeste) è dovuta non solo al mito virgiliano della morte del nocchiero di Enea e al mito della sirena Molpe, ma anche ai terribili naufragi subiti da flotte romane.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (164) postillava che: “(164) Non si hanno sino ad oggi prove archeologiche del centro. R. Nauman (cfr. op. cit. I p. 32), in relazione al rinvenimento a Molpa di cocci neri simili a quelli di Palinuro, avanza l’ipotesi di un borgo portuale della collina ai piedi del fiume. P. Zancani Montuoro (cfr. op. cit., Siris – Sirino – Pixunte, in “Arch. St. Cal. Luc.”, p. 16) vede sulla collina di Molpa una città ellenizzata e dice di avere ritrovato sulla spianata rocciosa che strapiomba sul mare resti di argilla seccata al sole e di legno carbonizzato, forse relativi a muri di mattoni crudi e a pali infissi nei numerosissimi incavi circolari e rettangolari esistenti sul piano della roccia.”. Lo Schmiedt, a p. 76, nella nota (165) postillava che: “(165) L’ipotesi che la Sympoliteia Palinuro-Molpa fosse compresa nel territorio veliense sarebbe confermata dal rinvenimento a Palinuro dei caratteristici mattoni di Velia con i bolli greci e di monete di Velia (350-280 a.C.). Cfr. in proposito R. Nauman, op. cit., II, p. 280 e Catalano, op. cit.”. Sull’opera di Nauman, lo Scmiedt lo spiega nella postilla della nota (163): “(163) Cfr. R. Nauman e B. Nautsch, Palinuro. Ergebnisse der Ausgrabungen, vol. I e II, 1957-1960”. Si tratta di Rudolf Nauman. Riguardo all’opera di Virgilio Catalano, lo Schmiedt che lo cita riferisce “Aspetti e problemi dell’Archeologia Cilentana”, in “Partenope”, fasc. IV, anno II, 1961.

Riguardo la “Molpa”, il termine, Carlo Carucci (….), nel suo “La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “….nè le tradizioni intorno a ‘Molpa’, sita forse ad un paio di chilometri da Palinuro, nè quelle intorno a Leucosia (4), anche a non tener conto d’altro che dell’onomastica certamente greca, debbono esser ritenute in tutto prove di fondamento (1). Così tutta la costa dal golfo di Policastro a quella di Salerno fu colonizzata dai Greci, e davanti ad essi gl’indigeni non bene armati da poter opporre una forte resistenza, si ritirarono nell’interno (2).”. Il Carucci, a p. 45, nella nota (4) postillava che: “(4) Plin. N. H., III, 7; etc..Dionigi di Alicarnasso, Antichità romana, (ed. Kiessling e Prou, Parigi 1886), al lib. I dice che Leucosia era cugina di Enea e morì nell’isolotto che è di rimpetto alla punta detta oggi di Licosa.”. Il Carucci, a p. 46, nella nota (1) postillava che: “(1) Il Champault, op. cit., cerca di determinare le terre toccate da Ulisse nella sua perigrinazione e dimostra che la spiaggia delle Sirene deve ricercarsi presso Punta Licosa e non nelle isolette Sirenuse presso la punta della Campanella. Nè è scarsa di valore la denominazione di un luogo presso Licosa – Teresino – che, anche nella tradizione popolare, significa ‘tre sirene’.”. Il Carucci, a p. 43, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. Champault, Pheniciens et Grecs en Italie d’auprès l’Odyssée, Paris, Leoroux, 1896”.

Nel 560 a.C., PIXUNTE e SIRIS, la lega Achea e le monete con la leggenda “SIRINO-PIXUS”

Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a pp. 138-139 parlando di Pixunte, in proposito scriveva che: “I due termini fondamentali della questione stanno invece nella tradizione letteraria riguardante l’origine della città e nella documentazione delle monete. Devesi, anzi, cominciare dal prendere in esame questo secondo punto, il quale è più interessante in quanto concerne un dato di fatto. Poichè, infatti, stateri d’argento di Siri, di circa l’anno 560 a.C. (4) che portano il nome suo con quello della città di Pixunte, della costa occidentale, non solo sono per ogni rispetto simili alle più antiche monete dell’achea Sibari, ma hanno in caratteri achei la leggenda Σιρινος, s’è chiesto a ragione come mai ciò avvenisse in una città di stirpe ionica. E la risposta è stata suggerita dalla constatazione che in quel tempo v’era una monetazione uniforme e federale di pezzi d’argento detti incusi, che attesta l’esistenza della cosiddetta lega achea, della quale appunto faceva parte Siri in quanto sarebbe stata di già soggiogata dalla potente Sibari, con questo di più e di singolare che Siri e Pixunte nel seno della lega stessa avevano un’alleanza più stretta e più particolare, del genere di quelle che ci risulta esservi state fra Metaponto e Posidonia, Sibari e Crotone, Crotone e Pandosia, Crotone e Temesa: alleanza la quale prova indirettamente l’esistenza d’una strada commerciale assai frequentata, che poneva in comunicazione le due città da un mare all’altro attraverso la penisola, molto ristretta in quel punto, risalendo dalla costa orientale il fiume Siri sino alle sorgenti e discendendo di là sul litorale occidentale ove stava Pixunte (1). Per quanto oggi si ignori lo svolgimento storico dei fatti, è lecito supporre che la potente Sibari abbia costretta Siri a riconoscere la sua egemonia per non essere danneggiata nei suoi interessi commerciali, una volta che Siri comunicando con il litorale occidentale veniva ad annullare l’influenza che un’altra città, Scidro, avrebbe potuto esercitare a vantaggio della stessa Sibari, di cui era colonia, e che trovavasi su quella via di comunicazione non lungi da Pixunte (2).”. Il Ciaceri, a p. 138, nella nota (4) postillava che: “(4) v. Head (2) p. 83”. Il Ciaceri, a p. 139, nella nota (1) postillava che: “(1) v. Lenormant I p. 207 sg. “. Il Ciaceri, a p. 139, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di  Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Sempre il Ciaceri, a p. 140 aggiungeva che: E v’è anche da pensare che ad un tentativo di riscossa da parte di Siri, per sottrarsi a codesta forma di egemonia, si dovesse poi l’origine del conflitto con le città achee, le quali avrebbero finito con l’assaltarla e distruggerla. Tutto ciò, infine, varrebbe a spiegare come mai Siri per quanto città ionica avesse monete di tipo e caratteri achei. Nè, d’altra parte il fatto ch’essa era ancora fiorente intorno al 560, come viene attestato dalle monete, e che finiva di esistere prima del 510 a.C., come si deduce dal sapere che intorno a questo anno era distrutta Sibari, etc…”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…), a p. 95, in proposito scriveva che: Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”.

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(Fig….) Da Romanelli (…), p. 97: “Statere di Siri e Pyxous con leggenda EIPINOE, 550-530 a.C. (da P.R. Franke – M. Hirmer)”.

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(Fig…) Da Romanelli (…), p. 98: statere (moneta del tempo, incusa) di Pyxoes e Sirinos, il bue con le due epigrafi

Riguardo le bellissime monete, tra le poche testimonianze rimasteci di quel tempo, Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 98 (vedi ristampa a cura di La Greca), in proposito scriveva che: “La moneta incusa col tipo del bue rilevato da una parte, e collepigrafe ΓV+ΟΕΜ, cioè ‘Pyxoes’, e dall’altra la cavità del medesimo bue coll’epigrafe retrograda ΜΟΗΞqsΜ, cioè ‘Sirinos’ (vedi Tav. II, n. 6). Si argomenta da queste epigrafi una federazione, che ripassava tra Bussento, e Siri, siccome da un altra moneta si argomenta altra federazione tra Crotone, e Pandosia.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 275 parlando di Pixunte (attuale Policastro Bussentino scriveva che: “Quando al tempo delle origini di Pixunte, gli stateri stessi, dei quali abbiamo fatto menzione, ne attestano già l’esistenza intorno alla metà del sec. VI; onde puossi ritenere che fosse sorta qualche decennio innanzi;……Nè Sibari, d’altra parte, godè a lungo delle ingenti ricchezze tratte da codesta politica commerciale, che nel Tirreno faceva estendere la sua influenza sino a posidonia, la più autorevole delle sue colonie.”. Emanuele Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (4) cita anche Ettore Pais (…). Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Il Ciaceri citava l’altra opera del Pais ma io possesso la “Storia dell’Italia Antica” del Pais. Infatti, nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, riferendosi alla città greca e Ionica di Sibari in proposito scriveva che: Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 255 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Nel non lungo periodo del suo fiorire Siris si alleò con Pixous (Buxentum) posta sul Tirreno allo sbocco dell’omonimo fiume, e con essa battè moneta federale. Colonia dei Colofoni, Siris era l’esponente del commercio Ionico. Destò quindi la gelosia degli Achei, i quali deliberarono di cacciare d’Italia tutti gli altri Greci, che non fossero della medesima stirpe. Non era soltanto odio di razza, ma anche rivalità di commerci internazionali. Verso il 550 a.C. i Sirini furono sconfitti dai Metapontini, dai Sibariti e dai Crotoniati. Siris non fu, a quanto, pare distrutta, ma, come par dimostrato dale monete, fu occupata dagli Achei o per lo meno obligata a far parte della loro federazione…etc…..Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. In pari modo non sappiamo quali conclusioni cronologiche e storiche sia lecito ricavare da analoghe monete federali, ossia dagli stateri incusi delle due città a noi ignote, in cui sono segnate le sigle “PAL” e “MOL”. Si è pensato che tali nummi vadano riferiti a Palinuro ed a Melphes (Amalfi ?). Siamo purtroppo nel campo delle ipotesi che, come nel caso di Siris e di Pyxous, le monete federali appartengano a città che tentavano analoghi commerci di trasbordo fra l’Ionio ed il Tirreno. Il fatto che di queste due città non vien fatto più tardi memoria suggerisce il pensiero che la loro attività sia stata ben presto soffocata o distrutta da quella delle più potenti città Achee, che non tollerava rivalità commerciali e politiche.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 191, in proposito scriveva che: “Diodoro Siculo lasciò scritto (1) che “Micito di Reggi e di Zancle, fondò la città di Pixo” nel secolo V, verso l’anno 470 a.C. Invece, la numismatica dà argomento che Pixo sia fondazione più antica: perchè esiste una moneta antichissima, incusa, che, con l’impronta del bue, comune tipo alle città di gente acha, ha la greca leggenda di “Pyxoes – Syrinos”; onde s’inferisce un legame di alleanza tra la città di Siri sul Jonio e di questa Pixo sul Tirreno: e ne abbiamo parlato più innanzi. Le monete incuse sono del sesto secolo (2). Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito concludere che la colonizzazione di micito a Pixo etc…”. Il Racioppi, a p. 191, nella nota (2) postillava: “(2) Lenormant, Grande Grèce. I, 207: “Pyxus fondée en 471, cinquante ans environ après l’epoque où avait cessé la fabbrication des espèces incuses.”. Il Racioppi, a p. 191, nella nota (3) postillava: “(3) Πυξεων, Buxentum. FABRETTI, Glossar. Ital. ad v. Buxent.”.

Nel 98 d.C., ai tempi di Nerva, l’epigrafe latina sui boschi rinvenuto al Mingardo dall’Antonini

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” (I ed., 1745), a pp. 370-371 parlando della Molpa in proposito scriveva che: “Per molte diligenze fra quelle ruine, e suoi contorni praticate, affatto non mi è riuscito trovar cosa che sapesse d’antico a riserva dun cippo, che in una vigna al piano del Mengardo è tenuto per dar peso allo strettojo dell’uva: In esso travasi la seguente iscrizione mezo consumata, tanto che appena si è potuta copiare: ……

                                                                                                      XENT IN REM

                                                                                                        VRBIC. SILV.

                                                                                                     IVG. LX. ADSIG.

                                                                                                            DDI. S. K. ….

a qual uso queste selve potessero esser destinate cè ‘l dice ‘Aggeno comment. ad Front. de controv. agr. In tutelam rei urbanae assignatae sunt silvae, de quibus ligna, in reparatoniem pubblicorum moenium traherentur. Hoc genus agri tutelatum dicitur’. Con poc’altre parole, ma forse più chiaramente ‘Igino de limit. conflit. di cotali assegnazioni ragiona: ‘……………………..’. Ma Niccolò Rigaltio, siccome niente contentossi della sentenza di Aggeno, così molto si compiacque di quella d’Igino. Egli nelle note a quest’autore così scrive: ‘Namque in tutelam rei urbanae sunt assegnata, & quae operibus pubblicis fuerunt data, aut destinata, ad unam soli conditionem pertinent, videlicet urbani; & Aggenus ipse in tutelam rei urbanae assignatas esse sylvas ait, da quibus ligna in  reparationem pubblicorum operum traherentur. Liber Arcerii hunc lectionem suggerit, unam Urbani soli, alteram agrestis quod in tutelam agri suerit assignatum; urbani, quod operibus pubblicis datum suerit, aut destinatum’. E finalmente va a dire, che dalla rendita di cotali selve si ricava quello, che bisognava per la riparazione delle pubbliche mura.”.

L’Antonini, a p. 371, nella nota (I) postillava che: Parmi che così iterpretar si possa, rimettendomene al giudizio miglior etc….

                                                                                                         BUXENTO. IN REM.

                                                                                                  URBICARIAM. SILVARUM.

                                                                                                     IUGERA. LX. ADSIGNATA.

                                                                             DESTRA. DECUMANUS. PRIMUS. SINISTRA. KARDO.

Quali poi fossero queste misure, con poche parole ce ‘il dice Plinio, nel c. 3. lib. 18 così: ‘Jugerum vocabatur, quod uno jugo, boum in die exarari posset. Actus in quo boves agerentur cum aratur uno impetu justo. Hic erat CXX. pendum, duplicatusque in longitudinem jugerum faciebant. Vide Authors Rei Agrar.’. E Frontino In expo. sitione. formarum’ lo stesso ci conferma.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “L’antica Bussento – oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale”, a p. 15 parlando dell’antica città di Bussento in proposito scriveva che: “Argomenta l’Antonini che la Molpa sia il Bussento da un frammento epigrafico in un cippo messo a strettoio delle uve, e situato quindi fuori del suo primitivo posto:

                                                                                              ……XENT  IN  REM

                                                                                                      VRBIC.  SILV 

                                                                                                     IVG.  LX. ADSIG.

                                                                                                           DDI. S K…….

che interpreta: ‘Buxento. In. rem. Urbicariam. Silvarum. Jugera. LX. Adsignata. Destra. Decumanus. Primus. Sinistra. Cardo. (11) Ma bisognava dimostrare che sia quello il posto primitivo del cippo e non altro; difatti potè esservi trasportato. Ritenuta poi la interpretazione, e concesso, come pare, che le lettere XENT. siano da supplirsi Buxento, osserviamo che il frammento porta due termini locali, il Bussento ed i sessanta Jugeri; dunque il cippo era terminale perchè non era presso il Bussento, ma sessanta jugeri al di là. Dunque, il luogo dove fu trovato non era il sito del Bussento, ma un confine da esso ben sessanta jugeri lontano. Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”.

IMG_4604.JPG

(Fig…..) Gaetani Rocco, op. cit., p. 15 parla del Bussento e della Molpa

Il Gaetani, a p. 28, nella nota (11) di p. 15, postillava di Antonini, La Lucania, p. 370-371, dove l’Antonini ci parla del cippo rinvenuto a Mingardo presso la Molpa. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani dava torto all’Antonini, affermando ed argomentando che il cippo si riferiva a Bussento o Buxentum che si trovava a sessanta jugeri di distanza dal cippo rinvenuto nel fiume Mingardo. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” ed a p. 63 riporta l’iscrizione dell’Antonini, ed in proposito scriveva che: “Ma non passavano più di sei anni e nuovi coloni furono mandati a Bussento, perchè il Console Spurio Postumio, il quale faceva per l’Italia la famosa inquisizione de’ Baccanali, trovava abbandonata la colonia speditavi prima (3), ed a questi tempi appartenne al certo il seguente frammento epigrafico (4), che serbavaci memoria di quella specie di assegnazione nelle rendite de’ boschi per la riparazione delle pubbliche mura, solta a stabilirsi per le colonie romane (5): etc…”.

                                                                                        ……..BVXENT  IN  REM

                                                                                                      VRBIC.  SILV 

                                                                                                     IVG.  LX. ADSIG.

                                                                                                           DDI. S K…….

Il Corcia, a p. 63, nella nota (3) postillava: “(3) Liv. XXXIX, 23”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (4) postillava che: “(4) Antonini, op. cit., t. I, p. 370”. Il Corcia, a p. 63, nella nota (5) postillava che: “(5) Hygin. De limit. const. ap. Frontin. p. 193 seq.”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 507: “Le testimonianze di Buxentum sono numerose: le iscrizioni furono raccolte dal Mommsen, che dichiarò “falsae vel alienae” altre due iscrizioni (54), riportate dagli storici locali come l’Antonini e il Riccio (55); la storia politica fu più o meno trattata, da Plinio a Strabone (56); sarcofagi romani vennero alla luce nel secolo scorso, ecc…”. I due studiosi a p. 507, nella loro nota (54) postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. Tra le false o estranee ha interesse la seguente: …….xent. in rem/urbic./iug. LX. adsig./d.d.i.s. K….Fra gli studiosi stranieri il primo che abbia riportato le iscrizioni latine fu C. Tait Ramage (Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109), che visitò Policastro nel 1828.”. I due studiosi sempre a p. 507, nella loro nota (55) postillavano che: “(55) Notevole è l’ipotesi che G. Riccio (Storia e topografia antica della Lucania, cit.), avanza sull’iscrizione falsa citata alla nota precedente. Egli riteneva che il frammento si riferisse alla ‘rifazione delle pubbliche mura, la cui spesa si prelevava da una specie di assegnazione sulle rendite de’ boschi’. E’ da precisare che l’iscrizione non fu trovata a Policastro ma sul fiume Mingardo, e ciò farebbe supporre, dando un qualche credito antiscentifico all’iscrizione stessa, che in età Romana il territorio del Golfo di Policastro si nominasse dalla principale colonia, cioè da Buxentum, e che lo stesso territorio fosse regolato secondo gli usuali sistemi della centurazione. L’iscrizione, inoltre, potrebbe anche riferirsi al citato φρουριον, risultato anch’esso in epoca romana.”. I due studiosi si riferivano a Giovanni Riccio (….), nel suo “Storia e topografia antica della Lucania”. Dunque, riepilogando, i due studiosi Natella e Peduto scrivono che il Mommsen raccolse alcune epigrafi riportate dall’Antonini (…) e dal Riccio (…) e scrivono pure che le due epigrafi riportate dall’Antonini e dal Riccio, furono ritenute false dal Mommsen (…) che le inserì tra le iscrizioni “falsae vel alienae”. I due studiosi, i quali, nella loro nota (54) a p. 507 postillavano che: “(54) C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460, iscrizioni originali: 1) Iscrizione nel campanile di Policastro, ancora in loco; 2) altra ivi, in loco. ecc…”. I due studiosi citavano le epigrafi riportate nel “Corpus Inscriptionum Latinarum” (C.I.L.) e, postillavano C.I.L., X, I, p. 51, nn. 459-460″. Infatti, la bibliografica intorno alle due epigrafi citate dai due studiosi e che il Mommsen dava per false, ovvero “falsae vel alienae”, sono state citate da Clara Bencivenga Trimllich (….), nel suo “Pyxous-Buxentum”, a p. 706, dove nella sua nota (20) postillava cosa diversa da Peduto e Natella: “(20) C.I.L., X, I, n° 94.”. Il Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL) è un’opera in più volumi che raccoglie antiche iscrizioni in latino. Si pone come fonte autorevole di documentazione epigrafica relativa ai territori compresi nell’Impero romano. Il CIL, come viene comunemente denominato, raccoglie le iscrizioni latine sino alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, di qualsiasi natura (pubblica, sacra, sepolcrale, onoraria, rupestre, graffiti etc.), e su ogni supporto epigrafico (per lo più pietra e bronzo). Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 7, in proposito scriveva che: “Roma primitiva era di semplici costumi e di vita sobria; dopo le conquiste accumulò denari e ricchezze. Le terre assoggettate diventarono proprietà dello stato (ager publicus), altre furono vendute a basso prezzo alla famiglie più o meno agiate, altre date in affitto a privati. Diminuì, così, la piccola proprietà, perché i nuovi acquirenti non potendo più sopportare i pubblicani disonesti che abusavano nella riscossione dei tributi, finirono per appropriarsi del terreno che avevano. La maggior parte delle terre era incolta per mancanza di lavoratori, perché i giovani erano impegnati nelle guerre, o era devastata dagli eserciti di Annibale. Infine le terre abbandonate furono popolate da schiavi, duramente trattati, ed i piccoli proprietari, caduti ormai in rovina, non poterono più mantenere le loro famiglie numerose. La sete insaziabile di ricchezza continuò ancora finchè la crisi economica causò la nascita di insurrezioni e di guerre sociali.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: Nel Liber Coloniarum il territorio di Bussento (ager Buxentinus) è posto nel Bruzio (Provincia Brittiorum)(78), e si accenna ad una assegnazione dei lotti ai coloni fatta in epoca graccana o triumvirale, per i veterani.”. Il La Greca, a p. 37, nella nota (78) postillava che: “(78) Liber Coloniarum, I, p. 209 L, 19-20”. Il La Greca si riferisce al testo di ………

Nel 540 sec. a.C., il popolo scomparso dei SERDAIOI o SERDEI o SARDI, popolo pre-italico preesistente alla fondazione delle città magno-greche

Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Bemporad, Firenze, 1924, nel cap. III delle conclusioni: “Posidonia”, a p. 133 e ssg, in proposito scriveva che: “La localizzazione della saga di Eracle nel territorio di Posidonia – dove l’eroe argivo si sarebbe fermato nel viaggio di ritorno dalla spedizione pè buoi di Gerone – può ascriversi agli stessi Trezenii fondatori della città; o, più probabilmente, tenuto conto della data presumibilmente tarda di codesta localizzazione, dovrà riguardarsi come un’irradazione della leggenda di Eracle dalla Campania, dove la saga dell’eroe fu portata dalla corrente migratoria calcidese (1).”. Il Giannelli, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) A proposito delle origini di Posidonia e dei legami che la univano alle origini di Sibari, torna qui in acconcio far menzione dell’epigrafe recentemente scoperta ad Olimpia e pubblicata da E. Kunze nel VII ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). L’iscrizione – databile alla metà del VI sec. a.C., – ci conserva il testo di un trattato di amicizia concluso dai Sibariti e dai loro aleati con un altro popolo, designato col nome – a noi finora ignoto – di ‘Serdaioi’. Sulla identificazione di questo popolo si è già discusso assai e, credo si continuerà a discutere: le diverse ipotesi avanzate dagli studiosi sono lucidamente esposte e commentate da P. Zancani-Montuoro nell’articolo ‘Sibari e Serdei’, pubblicato in “Rendic. Acc. Naz. Lincei” classe sc. morali, sez. VIII, vol. XVII, fasc. 1-2 (1962). A noi interessa qui il fatto che, come garanti della fedeltà dei Sibariti al patto stretto coi Serdei, vengono chiamati “Zeus, Apollo e gli altri dèi, e la città di Posidonia”: ciò che indica la potenza raggiunta dalla città sul Tirreno e la sua piena autonomia dai Sibariti, ma al tempo stesso lo strettissimo legame che la univa a Sibari, e non indebolisce per nulla, anzi rafforza (contrariamente a quanto ritiene la Zancani-Montuoro) la tesi della derivazione di Posidonia da Sibari, così come è stata esposta nel testo.”. Sempre il Giannelli, a p. 278, nelle sue “Conclusioni”, in prposito a questo antico popolo scriveva che: “E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parechi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII  ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo- a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”. Da Wikipedia, alla voce “Sardi” leggiamo che l’etnonimo “S(a)rd” appartiene al substrato linguistico preindoeuropeo (o secondo altri indoeuropeo), e potrebbe derivare dagli Iberi che si stabilirono sull’isola. La più antica testimonianza scritta dell’etnonimo è riportata sulla Stele di Nora, dove la parola Šrdn (Shardan) testimonia la sua esistenza originale nel momento in cui i mercanti fenici arrivarono per la prima volta nelle coste sarde. Secondo il Timeo, uno dei dialoghi di Platone, la Sardegna e i suoi abitanti, “Sardonioi” o “Sardianoi” (Σαρδονιοί or Σαρδιανοί), furono soprannominati così da “Sardò” (Σαρδώ), una leggendaria donna lidia di Sardi (Σάρδεις), nella regione occidentale dell’Anatolia (attuale Turchia). Altri autori, come Pausania e Sallustio, indicano invece che i Sardi discendono da un antenato mitologico, un figlio Libico di Ercole o Makeris (dal berbero imɣur “allevare”) riverito come Sardus Pater Babai (“Padre Sardo” o “Padre dei Sardi”), che diede all’isola il suo nome. È stato anche affermato che gli antichi Sardi nuragici fossero associati anche con gli Shardana (šrdn in egiziano), uno dei Popoli del Mare. L’etnonimo fu romanizzato nella forma singolare maschile e femminile in sardus e sarda. Bibliografia: E.KUNZE, Olympia Bericht VII, Berlin 1961, 207–210; H.BENGTSON, Die Staatsverträge des Altertums, II, München – Berlin 1962, no. 120; M.GUARDUCCI, Osservazioni sul trattato fra Sibari e i Serdaioi, RAL 17, 1962, 199-210; P.ZANCANI MONTUORO, Sibariti e Serdei, RAL 17, 1962, 11-18; S. CALDERONE, Identificati i Serdaioi, Helikon 2, 1962, 633-258;S.CALDERONE, Identificati i Serdaioi, Helikon 3, 1963, 219-258;J.SEIBERT, Metropolis und Apoikie. Historische Beiträge zur Geschichte ihrer gegenseitigen Beziehungen, Würzburg 1963, 94-96;J.ROBERT – L.ROBERT, REG 75, 1963, 137-138 no. 106; REG 79, 1966, 380-381 no. 210; G. PUGLIESE CARRATELLI, Greci d’Asia in Occidente fra il secolo VII e il VI, PP 21, 1966, 155-165 [= ID., Scritti sul mondo antico, Napoli 1976, 307-319];SEG 22, 1967, no. 336;M.BURZACHECHI, Gli studi di epigrafia greca relativi alla Magna Grecia dal 1952 al 1967, in: Acts of the 5th Congress of Greek and Latin Epigraphy, 18th-23rd September 1967, Oxford 1971, 125-134;R.MEIGGS – D.M.LEWIS, A Selection of Greek Historical Inscriptions to the end of the fifth century B.C., I, Oxford 1969, 18-19, no. 10 (trad. inglese).

La Molpa in epoca Romana e post-Romana

Molpa viene rifondata in epoca romana per ragioni difensive: viene munita difatti di stazioni di osservazioni per l’avvistamento di navi cartaginesi. Successivamente la zona fu anche scelta come residenza estiva da diverse famiglie patrizie e, secondo la leggenda, fu anche dimora dell’imperatore Massimiano, che dopo la rinuncia all’impero avvenuta nel 305 d.C. scelse di abitare in questa terra per la bellezza dei luoghi e la bontà dei vini prodotti nella zona. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro:

  • il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso;
  • il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare e perse alcune navi.

Alcuni ipotizzano che nel 420 Molpa abbia dato i natali all’imperatore Libio Severo (anche se le fonti ufficiali indicano quale città di nascita Buxentum, l’attuale Policastro Bussentino). In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi. Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi. In zona, visibili ancora oggi, ci sono altre due chiese a pianta triconca: l’antica cattedrale di Policastro Bussentino e la chiesa di San Nicola de Donnis a Padula.

Il promontorio della Molpa, il capo Spartivento a Palinuro, la ‘Gola del Diavolo’ a San Severino di Centola, tra mito e leggenda

Il codice Vaticano Latino 9239, illustrato nell’immagine di ………., parla dell’origine di alcuni toponimi in Italia meridionale, tra cui quello antichissimo di S. Giovanni a Piro che, secondo l’antico tον απειρον dovrebbe significare (= l’infinito o il remoto). Il nostro territorio, spesso terra di nessuno, a causa del suo isolamento e dell’aspra orografia del suo territorio, venne scelto e preferito a molti altri anche dai monaci italo-greci che ivi vi si stabilirono intorno al secolo VIII. E’ proprio a causa della sua caratteristica e peculiarità di isolamento, il nostro territorio e il ‘basso Cilento’, fu scelto da gruppi di monaci iconoclasti, provenienti da alcune aree dell’Impero bizantino da cui scampavano, venendo a mettere radici sulle nostre terre. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 192-193-194, parlando del probabile luogo o dei luoghi della Vita di S. Nicodemo, citava i luoghi vicini a Palinuro ed in proposito scriveva che: “il …luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Tenendo presenti le coste marittime verso le quali declinano i montuosi focolai di ascetismo bizantino del Mercurion e del Cilento, e precisamente il tratto che corre dalla foce del Mercure-Lao a sud, a quella del Solofrone a nord, ci imbattiamo in tre luoghi dove la leggenda classica ha lasciato i suoi ricordi: la foce del Lao, dove avrebbe approdato Draconte, compagno di Ulisse; il promontorio di Palinuro dove avrebbe naufragato l’omonimo compagno di Enea; la punta di Licosa, dove sarebbe stato portato dalle onde il corpo della sirena Leucosia vinta da Ulisse (39).. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Riguardo i testi citati dal Cappelli nella nota (39) si tratta di: Strabone (…) e la sua ‘Geographia’; Virgilio (…) e la sua ‘Eneide’; Licofrone (…); Alexandra (…) e la sua……………..e G. Alessio (…), nella sua ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958”, Roma, 1958, pp. 19 ss. Il Cappelli (…) continuando il suo discorso sulla sua ipotesi dei luoghi citati nella ‘Vita‘ di S. Nicodemo in proposito scriveva che: Questo capo, dove per i frequenti fortunali si è localizzato il leggendario naufragio del timoniere della nave di Enea e contro le cui rocce si infrangeva, per ricordare un caso, una una buona parte della flotta di Ottaviano che nel 36 a. C. navigava verso la Sicilia contro Sesto Pompeo (43), ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva. Alle quali venivano riferite, come ancora oggi si ritiene dai naturali del luogo, le molte ossa umane e di animali ammucchiate in una prossima grotta che invece appartengono all’età della pietra.. Sempre il Cappelli aggiunge che: Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Fulgenzio: e cioè che il personaggio di Plalinuro corrisponde alle allucinazioni (45).……. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Velleii Paterculi, ‘Historiae’, II, 78.”. Riguardo il testo citato si tratta di Velleio Pacercolo (…) e il suo ‘Historiae’. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Fulgentii, ‘De continentia Vergiliana: vedi il passo che ci interessa in D. Comparetti, ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze, (s.d.), I, p. 136 n. 3.”. Riguardo il testo citato si tratta di Fabio Planciade Fulgenzio (Fulgentii), e del suo ‘De continentia Vergiliana’, ed il passo di D. Comparetti (…) ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze. Sempre il Cappelli scriveva che: Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48).. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII. Sempre il Cappelli ancora scriveva che: Nessun dubbio che questa corrisponde al suggestivo capo azzurro argentato di enormi olivi di Palinuro, se si considera che essa si trovava in un paese latino, ed infatti faceva parte del principato longobardo di Salerno, e se si tiene conto di un elemento di linguistico. E cioè che le due località della Calabria hanno un nome consimile al luogo ricordato dal biografo di S. Saba: il monte Planuda in territorio di Orsomarso e la contrada Palinuro nel comune di Colosimi. Ora, il nome ecc…Se queste mie congetture, circa l’ubicazione del monte Cellerano nei pressi di Palinuro sono, come ritengo, esatte, veniamo a conoscere con precisione anche i luoghi nei quali S. Fantino, abate di uno dei monasteri del mercurion, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (49) postillava che: “(49) P. Zancani-Montuoro, op. cit., p. 16, n. 1”. Riguardo il testo citato si tratta di P. Zancani Montuoro (…) e del suo ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in ‘Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.’, XVIII, (1949). Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (50) postillava che: “(50) G. Rohlfs, ‘Dizionario dialettale delle tre Calabrie’, Halle- Milano, 1932, ss. I, introd., p. 34.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologia Greca, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, p. 250 e s…..

Plinio e il “flumen Melpas”

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 170, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Molpa, Malfa, Melfa (“flumen Melpas” di Plinio (1)…”. Ebner a p. 170 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Plinio, N. H., III, 5,7. “Proximus autem Melpas”.”. Sempre l’Ebner (…), riguardo la leggenda in proposito a p. 171, vol. II, scriveva che: “Gli abitanti nei luoghi, cioè, sarebbero stati puniti per l’orrendo misfatto della morte del nochiero di Enea.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo cap. II: “Un kastrum bizantino ad Akropolis”, a p. 57, nella nota (2) postillava che:  “(2) MOLPE, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico Molpie) e Mingardo, ebbe nome dall’omonima sirena (STRABONE, I, 22 0 2, 12).”. Nei primi del ‘600, il monaco Agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (…), lasciò scritto un anoscritto inedito e da me pubblicato dal titolo ‘Lucania sconosciuta‘, manoscritto inedito oggi conservato alla Bibilioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Il Mannelli (…) dedica due pagine al promontorio di Palinuro e della Molpa, la p. 43r. Il Mannelli ne parla nel cap. X: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume e Terra distrutta, et altri luoghi convicini Cap X”. Il Mannelli in proposito scriveva che: “Uno dei già accennati fiumicelli, che cadono nel Mare presso del Promontorio, ha nome Melfe, e con la solita corrottela dal Volgo molpa. Non però gli fu impedimento la picciolezza alla fama, essendo stato mentovato da molti scrittori, e particolarmente da Plinio, il quale rammentando questo tratto littorale, disse “Promontorius Palinury proximus huic flumen Melphes. Ma più divenne famoso poi per haver quindi ricevuto il nome da quei gloriosi Romani, ritornati da Ragugia, in Italia, che quivi dimorando Melfitani, e poi Amalfitani sorsi à gran potenza eran appellati….ecc…” si veda giù in basso la p. 43r

Mannelli, p. 43r

Le ‘ruine di Melpi’, in una carta del XV secolo

Cattura,4

(Fig….) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio digitale Attanasio). Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2. Forse una delle carte originali viste dal Galiani a Parigi

Come si può vedere nella carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), carta corografica inedita e da me scoperta, forse la più antica carta corografica finora conosciuta, vengono indicati alcuni toponimi locali, di estremo interesse per lo studio in questione. La carta è di probabile epoca Aragonese, e fu compilata molto probabilmente a Napoli, durante il Regno di Alfonso I o Ferrante d’Aragona, da un cartografo anonimo che doveva far parte dell’Accademia Pontaniana. La carta fu compilata molto probabilmente per motivi fiscali, ma i dati in essa contenuti, come alcuni toponimi o nomi di orri marittime e costiere, dovevano essere conosciuti già ai tempi degli Angioini. A questa carta, ho dedicato ivi un mio saggio. Nella carta, si può leggere il toponimo ed un disegno di un centro abitato, forse abbandonato “ruine di Melpi”, che come si vede, sono stati disegnati con il colore rosso un gruppo di edifici, posti in una zona prossima alla foce dei due fiumi Lambro e Mingardo. Inoltre, sempre nella carta in questione si può leggere un altro toponimo “Casale di Amalfi dir.”,  di cui vorrei dire alcune cose.

La ninfa o Sirena ‘Melfis‘ e la I ‘Metamorfosi’ di Bernardino Rota

Riguardo la “leggenda” di Molpa e dei protoamalfitani, Ulrich Schwarz (…), nel suo saggio ‘Amalfi nell’alto Medioevo’, uscito nel 1978, a pp. 31-32, nella sua nota (68) in proposito postillava che: “(68) Per le altre leggende moderne sulla fondazione della città vedi Berza, ‘Origini di Amalfi’, pp. 35 sgg. Esse si fondano in gran parte sulla leggenda medievale (Berza parla di un “ciclo costantiniano”) o inventano una ninfa che avrebbe dato il nome alla città.”. Lo Schwarz, cita il Berza e si riferiva a Michail Berza (…) ed al suo ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, pubblicato nel 1940. Dunque, secondo il Berza (…), le leggende sulle origini di Amalfi prima della sua fondazione, risalenti queste all’epoca medioevale, dice il Berza che “inventano” una “Ninfa che avrebbe dato il nome alla città di Amalfi”. Abbiamo visto prima negli scritti di Vera Falkenhausen (…) e negli scritti di Matteo Camera (…), che i protoamalfitani, ovvero le famiglie profughe di origine Romana, sarebbero approdati in Lucania in un luogo chiamato “Melfis”. Quando il Berza parla di “Ninfa” e leggende medioevali a quale ninfa si riferisce. Si riferisce proprio alla ninfa Melfis. Matteo Camera (…), parlando delle origini di Amalfi, parlando del fiume “Melpes” (Plinio) (l’attuale fiume Lambro), a p….. in proposito scriveva che: “Oggi si ritiene solamente quello di ‘Molpa’, non conosciuti affatto gli altri nomi; e da questo ha improntato il suo nome anche un villaggio detto Molpa (I). Più diffusamente di questa edificazione ne scrisse Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis. “Quae te non fluerunt Nymphae, quae littora Molpis ? Testis erit Molpis tantae pars maxima cladis, Quam Venus in silicem vertit.”. Matteo Camera, parlando di Molpa, cita Manbrin Roseo e le ‘Metamorfosi’ di Bernardino Rota. Il Camera cita pure la Sirena chiamata Molpa. Matteo Camera per l’edificazione della Molpa, del villaggio scomparso, cita Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis”. Il Camera citava anche le ‘Metamorfosi’ di Bernardino Rota. Bernardino) Rota (Napoli, 1509 – Napoli, 26 dicembre 1574) è stato un poeta italiano. Nel 1543 sposò Porzia Capece; la coppia cinque figli maschi e due femmine. Porzia morì di parto nel 1559. Alla moglie dedicò alcuni i sonetti. Con la morte senza eredi dei fratelli maggiori divenne erede dei titoli nobiliari della famiglia. Negli ultimi anni soffriva di gotta. Fece un testamento nel novembre del 1574, in cui c’era un lascito per il Monte di pietà, da destinare ai poveri. Fu sepolto nella chiesa di San Domenico Maggiore. Bernardino Rota (….), nei suoi versi attinge da “leggende” del luogo ed anche in parte da eventi storici. Per esempio la leggenda di “Palinuro” nocchiero di Enea nel’“Eneide” di Virgilio. Le opere di Bernardino (Berardino) Rota, di nobile antica famiglia napoletana, fu cavaliere dell’Ordine di San Jacopo. Le opere poetiche di Bernardino Rota, che consistono in Epigrammi, Elegie, Selve, ovvero Metamorfosi, e Nenie, tutto in latino, ed in ‘Sonetti, Canzoni ed Egloghie Pescatorie’, in italiano, furono raccolte ed impresse a Venezia, pel Giolito, 1567 in 8° indi ristampate a Napoli, 1572, in 4°: edizioni entrambe rare, specialmente la seconda, ch’è bellissima, ma più completa di tutte è quella di Napoli, 1726, vol. 2° in 8°, con varie note di Scipione Ammirato. Nicolò Toppi (….), nel suo “Biblioteca etc…”, vol. III, a p……, in proposito scriveva che: “BERNARDINO ROTA, gentiluomo napoletano……: diede alla luce in Latino: ‘Carmina ab ipso edita. Elegiarum lib. 3. Epigrammatum liber. Sylvarum, seu Metamorphoseon liber. Nania, quae nuncupatur Portia Neap. apud Josephum Cacchium 1572, in 4.. Nella scelta delle Rime di diversi Signori Napolitani nel 1556, in Ven. in 8. etc…”. L’Antonini, a p. 410, nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo capitolo X parlando sempre di Centola, cita Bernardino Rota (…), che la citava spesso per i suoi vini. L’Antonini (…), postillava di Bernardino Rota (…), a proposito dell’altro luogo vicino la ‘Molpa’, che si chiamava Trivento: “Bernardino Rota, pratichissimo, ed innamorato di questi luoghi…..atque imo clamat Triventus ab antro.”. Antonini (…), scriveva che i vini di Centola erano citati da Andrea Baccio (…), nella sua “historia naturale vini, lib. 5″. Antonini (…), a p. 367, continuando il suo racconto sulla città di Molpa, scriveva che ne aveva parlato anche Bernardino Rota (…): “‘Bernardino Rota, nella sua I. Metamorfosi, scherzando chiamolla Molpis.”. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa.”. Gia l’Antonini nella sua ‘Lucania’ a p. 367 parlando di Molpa citò Bernardino Rota. L’Antonini a p. 367, in proposito scriveva che: “‘Bernardino Rota’ nella sua I Metamorfosi’ scherzando chiamolla ‘Molpis’. “Quae te non flerunt Nimphae, quae litora Molpis? Testis erit Molpis tantae pars maxima cladis, Quam Venus in silicem vertit.”. Giuseppe Gatta (…), figlio di Costantino che nel 1743, per i tipi di Muzio pubblicò postumo le “Memorie topografiche storiche della Provincia di Lucania etc….” del padre Costantino (….), che le aveva già pubblicate nel 1732. Costantino Gatta, nel capo IV: “Della Terra di Camerota, ed altre memorie”, solo in questo caso accenna al “Castello della Molpa” e, parlando di Velia e dell’adorazione di Cerere, in proposito scriveva di Camerota e diceva che: “In qual tempo caduta ella fusse dalle antiche grandezze, ……egli è involto fra oscure tenebre della dimenticanza. E’ probabile però che dalle di lei rovine, surte fussero le vicine Castella, spezialmente ‘Camerota’, Terra assai ragguardevole ……: ed oltre di ciò è famosa, e chiara per le memorie delli porti di ‘Palinuro’, e delle rovine, del Castello di ‘Molpa’, ricordato da Plinio e dall”Alberti’.”. Dunque, secondo il Gatta, il castello di Molpa era ricordato da Plinio e dall’Alberti. Dunque, la leggenda della Ninfa di Palinuro deriva da una citazione di Plinio.

Il ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, nella ‘carta del Cilento’ all’ASN

Sempre riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Sebbene il La Greca (7) si riferisse alla carta Parigina, di gran lunga più recente di quella conservata all’ASN, a p. 46 in proposito scriveva che: “Fra le testimonianze medievali, un ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, sulla ‘Montagna della Bulgheria’, lato mare richiama la nota storia della fondazione di Amalfi: alcune famiglie romane, partite per Costantinopoli verso il 339 d.C., sorprese da una tempesta, ripararono dapprima a Ragusa, e poi in Lucania nei pressi di Palinuro, dove fondarono la città di Molpe; in seguito passarono ad Eboli e infine sulla costa rocciosa e inaccessibile, dove fondarono Amalfi (62).”. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (62) postillava che: “(62) Vd. M. Camera, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20.”. Infatti, nelle due carte che ivi pubblico – gli stralci – quella da me rintracciata all’ASN (Fig…) (…), che io credo sia l’originale carta d’epoca Aragonese e, l’altra conservata a Parigi, che io credo sia una copia dalle carte originali d’epoca Aragonese, questa, pubblicata da La Greca (…), dove si distingue nettamente sotto la “Montagna della Bulgaria”, lato mare, internamente al litorale costiero e a destra di Scario, toponimo successivo all’altro detto “le Scalette”, il toponimo di un casale diroccato chiamato sulla carta: “Casale di Amalfi dir.”. Il termine “dir” sta per diroccato. Il toponimo di “Casale di Amalfi dir”, sulla carta conservata all’ASN e su quella Parigina, si trova segnato alle pendici del Monte Bulgheria e potrebbe corrispondere e riferirsi agli attuali abitati di Camerota o di Lentiscosa, quest’ultimo posto un pò più in basso e a metà con il centro della Marina di Camerota. Io credo si possa trattare di un’antico piccolo centro scomparso e diroccato, di cui non si conosce l’esistenza e che come Lentiscosa era abbarbicato sulle pendici del Monte Bulgheria. Questo casale di Amalfi potrebbe esistere e bisognerebbe ulteriormente indagare sul territorio. I due toponimi di Amalfi e di Molpa sono collegati direttamente con una leggenda medioevale sorta intorno alle genti che andarono poi in seguito a fondare la città di Amalfi. Singolare è la presenza sulle due carte del toponimo di “le Scalette” e la vicinanza con quello di Amalfi. Dico singolare perchè sulla costiera Amalfitana troviamo Amalfi e Scala, antica sede vescovile.

Camerota

Casale dell'Amalfi

(Fig….) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio digitale Attanasio). ASN, ……………., stralcio dove è segnato “Casale di Amalfi dir”. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2. Forse una delle carte originali viste dal Galiani a Parigi.

Casale di Amalfi Dir

(Fig….) BNF , ……………., stralcio dove è segnato “Casale de Amalfi”. La carta simile alla prima è stata pubblicata da La Greca e Valerio (…). Si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio digitale Attanasio)

Le marine o porti del litorale fino alla costa di Villammare dipendevano dall’abbazia di S. Giovanni a Piro

Vorrei citare quanto ho letto scritto da Matteo Camera (….), che nel 1876, nel suo capitolo I: “Origine e fondazione di Amalfi ecc.”, del suo “Memorie Storico-Diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, scritta sulla scorta di antichissimi manoscritti raccolti dall’autore, a pp. 4-5 parlando dell’antichissima città di Melphi o Molpa, in proposito scriveva che: “Malgrado il lungo andare dè secoli rimangono, rimangono colà tuttavia dei ruderi dove giaceva l’antica Melfe o Amalfi lucana. Il suo fabbricato stava alquanto discosto dal lido ed in mezzo ad una piccola valle. Abbiamo sott’occhio una vecchia ‘memoria’ forense di contenzioso possedimento territoriale, tra l’Abate di S. Giovanni ‘a Piro’, utile signore di essa terra, contro il conte e la contessa di Policastro, nell’anno 1513; in cui a pagina 113, negli articoli XVII, XVIII, XIX troviamo scritto: “come da tempo immemorabile dal vallone nominato Amalphi la vecchia, verso ponente insino alli scogli di Pretralua verso levante, il mare sempre ha battuto ed al presente batte il territorio della terra detta di san Giovanni, senza che tra il mare et territorio predetto se interponga alcun territorio in mezzo ecc…Item”

Camera, su S. Giovanni , p. 5

In sostanza, lo storico Amalfitano Matteo Camera, scrivendo delle origini della città di Amalfi citava il testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….), il suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700 a Roma. Il Di Luccia (….), nei suoi capitoli XVII-XVIII, XIX scriveva del territorio che apparteneva all’antichissima Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro e diceva che questo territorio, che dipendeva da essa, si estendeva dall’antichissima città scomparsa di “Amalphi vecchia” fino al Canale di Mezzanotte, attuale confine con la Basilicata. Dunque, i possedimenti dell’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro, secondo il Di Luccia (…), nell’antichità comprendevano anche la fascia costiera ed il territorio di Sapri. L’antica città di “Petralua” doveva essere l’antica città sepolta di Vibone lucana, attuale Vibonati. Infatti, a Villammare esiste la Torre Petrasia che sorge sull’omonima area. Interessante è ciò che scriveva il Di Luccia (…), a p…..: “come dal sopradetto vallone di Amalphi la vecchia, seu Marcellino, calando verso levante si viene alla marina della grotta del porco, e de là alle marine delle Massete, del Molaro, di Garigliano, dell’Ogliastro, dello Scario et insino alli scogli di Petralua, quale marine sono state, e sono marine della terra di S. Giovanni, e così sono nominate, e sono e si tieneno, trattano, e reputano comunemente e generalmente” ecc..(1).”. Il Di Luccia (….), riportato dal Camera (….), scriveva che l’antica Abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva tutte le marine sulla fascia costiera compresa fra la vecchia Molpa, ossia una città scomparsa che ho individuato nella “Carta del Cilento”, una carta d’epoca aragonese fino agli scogli di “Petralua” (Villammare). Il Di Luccia (….), nel suo Trattato si basò sugli atti del processo del 1513 tra il Casale di San Giovanni a Piro ed i Carafa della Spina, Conti di Policastro:

di luccia, p. 113

LA MOLPA NEI CRONICON MEDIOEVALI

Il chronicon del monaco di S. Mercurio

Nicola Corcia (….) dissertando sull’origine Pelasgica della Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano): “E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Interessante è la citazione di Pietro Ebner (…), nel vol. II , a p. 172, quando nella sua nota (12), postillava che Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa.”. L’Ebner (…), nella sua nota (12), si riferisca a Giacomo Racioppi (…), che nel 18…., scrisse ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, dove, secondo l’Ebner (…), riteneva falsa la ‘Cronaca di S. Mercurio’, di cui parlava l’Antonini. Rileggendo l’edizione del 1902, del Racioppi (…), il vol. I, p. 132, non abbiamo trovato nulla in proposito. Ma, il Racioppi (…), effettivamente ci parla della ‘Cronaca di S. Mercurio’, nel vol. I, a p. 525, quando accenna alla città scomparsa di Molpa. Infatti, il Racioppi a p. 525 del vol. I, in proposito scriveva che: “Nient’altro per me noto dell’antica Molpa dei tempi ellenici o romani. Ma agli scrittori napoletani è nota qualcos’altra; ed è un erudito brano di cronaca inedita, che da un monistero del Cilento venne detta di San Mercurio; brano pubblicato dall’Antonini, nella quale cronaca, di un frate celentano del secolo IX, sarebbero le peregrine notizie d’Imperatori romani, che ebbero nascimento e dimora in quella città. La cronaca si dice inedita, ma è del tutto ignota, ed il brano è del tutto falso: e chi dei moderni ne ripete le notizie senza punto di dubbio (1), non ricorda lo stato della cultura nel secolo IX; pel quale è un anacronismo stridente la minuta erudizione del frate, che ivi parla di Pelasgi e di Tirreni! L’Antonini che inventa marmi letterati e titoli notarili a sostegno d’immaginarie città, non si smentisce, se allo stesso tempo inventa cronache del secolo IX.”. Poi, il Racioppi, dopo aver distrutto la figura dell’Antonini continua dicendo che: “E’ probabile che da questa città di Molpa (e non da Melfi della Lucania mediterranea) venne la popolazione che andò a formare Amalfi, in territorio appartenente al Ducato di Sorrento, il vico, l’oppido, il castello ecc..ecc..”. Dunque, il Racioppi non crede alla Cronaca del Monaco S. Mercurio e non crede all’Antonini ma crede nella leggenda del Camera. Di questa cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel IX secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”.

La ‘Cronaca’ manoscritta del monaco Venceslao di Centola

Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 15, nel suo vol. II: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “Stando a quanto scrive don Baldassarre Lupo, la Badia di S. Maria di Centola sorse come eremo (3), l’anno 515-530 ad opera di monaci basiliani (4).”. Il Cammarano (…), a p. 43, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Che abbia visto il passaggio da Cenobio a Badia S. Maria, avvenuto il 700-750 non ci sono notizie a proposito, ma che ne abbia discusso il progetto è probabile. I pochi resti della sua Cronica ci dicono chiaramente che fu una grande mente di studioso e di organizzatore. Non si sa se fosse nativo di Centola, ma dai suoi scritti è chiaro che si mostra un appassionato conoscitore di una terra della quale conosceva tutte le trame ecc.. Proveniva dalla Molpa, i cui abitanti erano di origine greca,….?. E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Masimiliano e suo figlio Massenzio. Dubbia invece è la nascita dell’Imperatore Libio Severo (461-465), che, comunque, vi possedeva una villa. La notizia attinta pure dall’AFL, che vorrebbe Mercurio abate del cenobio omonimo di Roccagloriosa, è destituita di ogni fondamento.”.

La Cronaca di S. Mercurio, secondo il Racioppi

Sul chronicon del monaco di S. Mercurio, forse dell’XI secolo è interessante è la citazione di Pietro Ebner (…), nel vol. II , a p. 172, quando nella sua nota (12), postillava che Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa.”. L’Ebner (…), nella sua nota (12), si riferisca a Giacomo Racioppi (…), che nel 18…., scrisse ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, dove, secondo l’Ebner (…), riteneva falsa la ‘Cronaca di S. Mercurio’, di cui parlava l’Antonini. Rileggendo l’edizione del 1902, del Racioppi (…), il vol. I, p. 132, non abbiamo trovato nulla in proposito. Ma, il Racioppi (…), effettivamente ci parla della ‘Cronaca di S. Mercurio’, nel vol. I, a p. 525, quando accenna alla città scomparsa di Molpa. Infatti, il Racioppi a p. 525 del vol. I, in proposito scriveva che: “Nient’altro per me noto dell’antica Molpa dei tempi ellenici o romani. Ma agli scrittori napoletani è nota qualcos’altra; ed è un erudito brano di cronaca inedita, che da un monistero del Cilento venne detta di San Mercurio; brano pubblicato dall’Antonini, nella quale cronaca, di un frate celentano del secolo IX, sarebbero le peregrine notizie d’Imperatori romani, che ebbero nascimento e dimora in quella città. La cronaca si dice inedita, ma è del tutto ignota, ed il brano è del tutto falso: e chi dei moderni ne ripete le notizie senza punto di dubbio (1), non ricorda lo stato della cultura nel secolo IX; pel quale è un anacronismo stridente la minuta erudizione del frate, che ivi parla di Pelasgi e di Tirreni! L’Antonini che inventa marmi letterati e titoli notarili a sostegno d’immaginarie città, non si smentisce, se allo stesso tempo inventa cronache del secolo IX.”. Poi, il Racioppi, dopo aver distrutto la figura dell’Antonini continua dicendo che: “E’ probabile che da questa città di Molpa (e non da Melfi della Lucania mediterranea) venne la popolazione che andò a formare Amalfi, in territorio appartenente al Ducato di Sorrento, il vico, l’oppido, il castello ecc..ecc..”. Dunque, il Racioppi non crede alla Cronaca del Monaco S. Mercurio e non crede all’Antonini ma crede nella leggenda del Camera.

Nicola Corcia ed il promontorio di ‘Pissunto’ o ‘Bussento’

Pietro Ebner (…), riguardo l’antica città di Bussento (…), e di Molpa (…), citava  Giacomo Racioppi (…) e il Corcia (…). Ebner, cita Nicola Corcia (…), erudito che scrisse sulla Storia della Magna Grecia, e dice che ne ha scritto, nel cap. III, a p. 68, dove (scrive Ebner) che le citazioni storiche contenute nella “Cronica” di Mercurio, dovrebbero farsi intendere e far risalire ad Eutropio, che non parlava di Molpa ma parlava di Lucania. Nicola Corcia, riguardo le notizie storiche sulla città della Molpa citava lo scrittore antico Eutropio le cui notizie probabilmente si era ispirato un chronicon medioevale detto “Cronaca di S. Mercurio” che veniva citato più volte dall’Antonini. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, nella p. 61, ci parla di ” 19 – Promontorio, porto e fiume Pissunto, o Bussento” e, nelle pp. 62-63-64 e s., parla di ” 20 – Pissunto, o Bussento (Buxentum)”. Nicola Corcia, dunque, a p. 58, del suo vol. III, in proposito scriveva che: “………………..”.

Corcia, p. 59

Corcia, p. 61

(Figg….) Corcia Nicola (…), pp. 62-63

Le fonti: Eutropio   

Riguardo la citazione di Eutropio, il Corcia che lo cita e postillava del passo 27 del libro IX. Su Eutropio leggiamo da Wikipedia che egli era probabilmente di origine italica (così è citato nella Suda). Ricoprì in due riprese importanti cariche pubbliche sotto vari imperatori. Professava il paganesimo. Prese parte alla campagna sasanide dell’imperatore Giuliano nel 363. Successivamente ricoprì incarichi di estrema importanza a Costantinopoli, al servizio dell’imperatore Valente (364–378), di cui fu segretario e storico (magister memoriae) e su richiesta del quale scrisse il Breviarium ab Urbe condita (“Breviario dalla fondazione di Roma”). Nel 371/372 fu proconsole (governatore) della provincia d’Asia; restaurò alcune costruzioni di Magnesia al Meandro, e fu accusato di tradimento dal suo successore Festo, ma assolto. Sotto Teodosio I fu prefetto del pretorio dell’Illirico nel 380-381, e nel 387 fu console posterior. Un altro storico, Giorgio Codino, nel suo De originibus Constantinopolitanis (“Sulle origini di Costantinopoli”), afferma che Eutropio fu segretario di Costantino I, ma non è chiaro se si tratta della stessa persona. Morì dopo il 387. Il Breviarium ab urbe condita, in dieci libri, è un compendio (breviarium in latino indica una stesura di sintesi) della storia romana, dalla fondazione della città fino alla morte di Gioviano, avvenuta nel 364. L’attenzione dell’autore è concentrata più agli avvenimenti di politica estera, alle campagne e alle guerre di conquista, che alla politica interna. Gli ultimi quattro libri, dedicati alle vicende imperiali, offrono, però, interessanti ritratti dei sovrani. Le fonti utilizzate da Eutropio sono varie: da Tito Livio e Svetonio, fino a cronache a noi non pervenute, come ad esempio la famigerata e dibattuta Enmannsche Kaisergeschichte e ai ricordi personali dell’autore.

Nel 305 d.C., gli Imperatori Massimiano Erculeo e suo figlio Massenzio alla Molpa

Da Wikipedia leggiamo che secondo Orosio, l’Imperatore romano Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato, nell’anno 305 d.C. (IV sec. d.C.) si ritirò nella sua villa in Lucania e, un anno dopo, nel 306 d.C., suo figlio Massenzio ricevette la notizia della sua acclamazione ad Imperatore dell’Impero. Marco Aurelio Valerio Massenzio (in latino: Marcus Aurelius Valerius Maxentius; 278 – Roma, 28 ottobre 312) è stato un imperatore romano autoproclamato, che governò l’Italia e l’Africa tra il 306 e il 312; ebbe il riconoscimento del Senato romano ma non quello degli augusti Galerio e Severo (da lui fatto uccidere), che riconosceranno Costantino mentre Massenzio l’otterrà anche tramite la forza militare, per cui è considerato da molti un usurpatore. Figlio dell’imperatore Massimiano, coregnante di Diocleziano, e di Eutropia. Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculeo, padre dell’Imperatore Massenzio è noto più semplicemente come Massimiano (in latino: Marcus Aurelius Valerius Maximianus Herculius; Sirmio, 250 circa – Massilia, luglio 310), è stato cesare privo di tribunicia potestas (dal luglio 285) e poi augusto (dal 1º aprile 286 al 1º maggio 305) dell’Impero romano. Condivise quest’ultimo titolo con il suo amico, co-imperatore e superiore Diocleziano, le cui arti politiche erano complementari alle capacità militari di Massimiano. Stabilì la propria capitale a Milano, ma passò gran parte del proprio tempo impegnato in campagne militari. Riguardo il suo ritiro su wikipedia leggiamo che: Il 1º maggio 305, in cerimonie separate a Mediolanum e Nicomedia, Diocleziano e Massimiano lasciarono il potere contemporaneamente; la successione, però, non andò esattamente come Massimiano aveva sperato, in quanto, forse per l’influenza di Galerio, i nuovi cesari furono Severo e Massimino, con l’esclusione dunque di Massenzio. Entrambi i nuovi cesari avevano delle lunghe carriere militari ed erano vicini a Galerio: Massimino era suo nipote e Severo un suo vecchio collega nell’esercito. Massimiano rimase subito contrariato dalla nuova tetrarchia, che vide Galerio assumere la posizione dominante già ricoperta da Diocleziano; sebbene Massimiano avesse diretto la cerimonia che aveva proclamato cesare Severo, in due anni l’augusto ritirato era divenuto talmente insoddisfatto da sostenere la ribellione del figlio Massenzio contro il nuovo regime. Diocleziano si ritirò nel suo nuovo palazzo costruito vicino a Salona, nella sua terra natale, la Dalmazia; Massimiano scelse invece delle ville in Campania o Lucania, dove visse una vita di agi e lussi (125). Sebbene lontani dai centri politici dell’impero, Diocleziano e Massimiano rimasero in contatto regolare tra loro. Nella nota (125) si postillava che: Barnes, Constantine and Eusebius, p. 27; Southern, p. 152.”.

Nel 305 (IV sec. d.C.), la villa in Lucania (a Molpa o a Bussento ?) dove si ritirarono gli imperatori Massimiano Erculeo ed il figlio Massenzio

Da Wikipedia leggiamo che Molpa viene rifondata in epoca romana per ragioni difensive: viene munita difatti di stazioni di osservazioni per l’avvistamento di navi cartaginesi. Successivamente la zona fu anche scelta come residenza estiva da diverse famiglie patrizie e, secondo la leggenda, fu anche dimora dell’imperatore Massimiano, che dopo la rinuncia all’impero avvenuta nel 305 d.C. scelse di abitare in questa terra per la bellezza dei luoghi e la bontà dei vini prodotti nella zona. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro:

  • il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso;
  • il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare e perse alcune navi.

Nel 1995, in occasione della stesura del nuovo Piano Regolatore Generale del Territorio di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, fui incaricato dal Comune di Sapri di redigere uno studio di Analisi e Storia, a mia firma la Relazione sull’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a p. 9 parlando dell’area archeologica di S. Croce a Sapri in proposito scrivevo che: Intorno al IV sec. d.C. la zona era ancora frequentata, infatti, recentemente, è stata rinvenuta in località S. Croce una moneta coniata tra il 293 e il 297 d.C., dell’Imperatore romano Massimiano Erculio. Orosio, riferisce che l’imperatore dopo aver abdicato nel 305, si ritirò nella sua villa in Lucania, ove un anno dopo, il figlio Massenzio ricevè la notizia della sua acclamazione ad imperatore. L’Honingman, collocava la villa imperiale tra le due regioni. Sapri è l’unica testimonianza in Campania e Basilicata di villa di lusso costiera del tardo impero.”. Dunque, nel mio studio citavo lo scrittore antico Orosio e Honingman. In alcuni scrittori locali leggo che le strutture murarie d’epoca romana che oggi ancora si possono ammirare in località S. Croce a Sapri dovevano essere una grande villa appartenuta all’Imperatore Massimiano Erculeo. Felice Cesarino (…), nel suo saggio “La residenza di un personaggio eccellente – La villa romana di Sapri”, apparso sulla rivista “I Corsivi”, n. 1, anno 2010, a p. 10 in proposito scriveva che: “Alcuni storici (Eutropio, Zosimo e Orosio) riferiscono che l’Imperatore Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, dopo aver abdicato nel 305 d.C. si era ritirato in Lucania, in una località imprecisata. Emilio Magaldi, in “Lucania Romana”, sostiene che il toponimo ‘Caesariana’ (da taluni identificata con Sapri) farebbe appunto pensare ad un possedimento imperiale in questa regione. Ecc..”. Il Cesarino (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, a p. 27 in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La Lucania romana, Roma, 1947.”.  Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi.  Infatti, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a pp. 281-282, in proposito scriveva che: “Prima di chiudere la rassegna dobbiamo ricordare Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, che, abdicato con lui nel 305, si ritirò in Lucania, dove possedeva una villa (p. 64). E da questa villa egli scappò a Roma, all’annunzio che suo figlio Massenzio era stato gridato imperatore dai pretoriani (27 o 28 ottobre del 306)(9).”. Il Magaldi, a p. 281, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. Eutropio, IX, 27, 2: ‘Tanem uterque uno die privato habitu imperii insigne mutavit, Nicomediae Diocletianus, Herculius Mediolani……Concesserunt tamen Salonas unus, alter in Lucaniam; Zonara, XII, 32: …………………….Suida (Adler), s.v. ……………: “………………..”; Eutropio, X. 2.3: “Romae interea praetoriani excito tumultu Maxentium etc….”; Orosio, VII, 28, 5: ‘praetoriani milites etc….’; Zosimo, II, 10:…..’………..’, Cfr. SEECK, op. cit. di qui a poco, I^, p. 84.”. Il Magaldi, a p. 281, citava p. 64. Infatti il Magaldi a p. 64, in proposito scriveva che: “Anche l’imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (3). La villa in parola secondo uno degli autori antichi si sarebbe trovata in Campania (4), secondo i più di essi in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (5). Fra la Campania e la Lucania le maggiori probabilità sono per la Lucania perchè, come osserva il SEECK, se la Campania, celebre per le sue ville, potè facilmente sostituirsi nella tradizione alla Lucania, il contrario non è ammissibile (6). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, che la villa imperiale si trovava a Molpa (p. 31)(7) non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, e una iscrizione trovata ad Ostia (1), in cui è ricordato Q. Calpurnio Modesto che, fra le alte cariche, tenne quella di ‘procurator Lucaniae’. Si tratterebbe del ‘procurator Augusti’ per la Lucania, cioè dell’amministratore dei possedimenti imperiali sparsi per la Lucania (2).”. In questo ultimo passaggio, riguardo le ville Imperiali in Lucania, il Magaldi citava il Nissen (….). Il Magaldi scriveva che: Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia fanno pensare, e il toponimo ‘Caesariana’, secondo la spiegazione del NISSEN, riferita in seguito, ecc…”. Dunque, il Magaldi scriveva che il Nissen, spiegava che il toponimo di “Caesariana”, spiegava e faceva pensare ad antichipossedimenti in Lucania. Il Magaldi, a p. 10, nella sua nota (2) postillava che: “(2) H. NISSEN, Italische Landeskunde’, vol. I (Land und Leute) Berlino, 1883, p. 534 seg. e vol. II (Die Stadele), Berlino, 1902, p. 888.”. In un altra mia nota, la (42) della mia Relazione per il P.R.G. di Sapri, postillavo che: (42) Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p.22.”. Sempre il Magaldi a p. 282, in proposito alle ville scriveva che: “Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Orosio, VII, 28, 5 riportato in seguito”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La villa è collocata in Campania da LATTANZIO, de mort. persecut., 26, 7. La collocano invece in Lucania Zosimo, II, 10, ZONARA, XII, 32, EUTROPIO, IX, 27, 2, e X, 2, 3 (riportati in seguito).”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. HONINGMANN, cit., col. 1559. Così pure il commendatore Lattanzio, l. c., nell’edizione del Migne”. Il Magaldi, riguardo la postilla del Lattanzio (…) si riferiva all’opera “De mortibus percecutorum”. De mortibus persecutorum (dal latino, «Le morti dei persecutori») è un trattato in lingua latina attribuito allo scrittore cristiano Lattanzio (….). Composto negli anni immediatamente seguenti all’Editto di Milano, il trattato aveva lo scopo morale di istruire i cristiani su quale fosse la sorte che spettava ai nemici di Dio. Esso narra, con uno stile scorrevole e a tratti molto crudo e vivace, la vita, le sofferenze e la fine tragica di tutti i persecutori del cristianesimo, da Nerone fino a Massimino Daia. L’opera si articola in oltre cinquanta capitoli, i più ricchi dei quali sono quelli dedicati ai tetrarchi e ai loro successori. L’attribuzione del De mortibus persecutorum è stata anche oggetto di dibattito: lo scritto infatti, per il gusto del macabro di molte scene e lo stile ardente e diretto si differenzia dalle altre opere di Lattanzio in cui prevale invece un’eloquenza molto più pacata. Secondo Arnaldo Momigliano l’autore del De mortibus persecutorum è forse l’unico scrittore cristiano dell’epoca che si diffonda su eventi sociali e politici e lo fa con uno spirito conservatore e senatoriale che deve risultare imbarazzante per coloro che identificano i cristiani con l’amore per gli strati sociali più poveri e deboli. Il Migne (….) pubblicò il testo attribuito al Lattanzio. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. I^, p. 84 e Anhang^4, p. 485”. Il Magaldi, a p. 64, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Cfr. CORCIA, o. c., III, p. 58 seg.”. Riguardo la postilla del Corcia, si tratta di Nicola Corcia (…). Infatti, già Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sull’origine Pelasgica della Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano) ed in proposito scriveva che: “Da così nota antichità la città si mantenne insino ai tempi Romani. E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Nicola Corcia (…), a p. 58 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789”, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Eutropio, IX, 27”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Nicola Corcia, riguardo le notizie storiche sulla città della Molpa citava lo scrittore antico Eutropio le cui notizie probabilmente si era ispirato un chronicon medioevale detto “Cronaca di S. Mercurio” che veniva citato più volte dall’Antonini.  Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Riguardo la citazione di Eutropio, il Corcia che lo cita e postillava del passo 27 del libro IX. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel XI secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Riprendendo la postilla di Nicola Corcia (…), sull’Antonini e la Molpa, il barone Giuseppe Antonini (…), a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, in proposito scriveva che: “Ebbe questa picciola Città l’onore di essere stata scelta dall’Imperador Massimiano Erculeo, padre di Massenzio per luogo di riposo, di quiete e di ozio, dopo che rinunziato l’Impero, doveva (2) vivere a se stesso: E quì stavasene, allora che i soldati Pretoriani elessero Imperadore suo figlio: “Costantino in Galliis strenuissime Remp. procurante, Praetoriani milites Romae Maxentium filium Erculii, qui privatus in Lucania morabatur, Augustum nuncupaverunt”, dice Orosio nel lib. 7 ed Eutropio avealo più distintamente scritto nel cap. 2. del lib. 10: “Romae interea Praetoriani, excitato tumultu, Maxentium Herculii filium, qui haud procul ab Urbe in villa publica morabatur, Augustum nuncupaverunt. Quo nuntio Maximianus Herculius ad spem erectus resumendi fastigii, quod invitus amiserat, Romam advolavit e Lucania, quam sedem privatus elegerat, in agris amoenissimis consenescens.”. Dunque, l’Antonini scriveva che Orosio nel suo Libro 7 ed Eutropio nel cap. 2 del Libro 10 scrivevano che: “Nel frattempo a Roma i Pretoriani, avendo fatto tumulto, chiamarono Augusto, figlio di Massenzio, figlio di Ercole, che abitava non lontano dalla città in una villa pubblica. Per mezzo di questo messaggero Massimiano Erculio, eretto nella speranza di riconquistare l’alta posizione, che a malincuore aveva perduto, volò a Roma dalla Lucania, che aveva scelto come residenza privata;”. Antonini continuando il suo racconto scriveva ancora che: “Zosimo nel lib. 2 quasi con le parole stesse il fatto ci narra: “His intellectis (tradotto) Maximinianus Erculius pro filio Maxentio, non abs re follecitus, Lucania relicta, in qua morabatur, Ravennam (in questo solo discorda) contendit.”. La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. Ecc..”. Il barone Giuseppe Antonini (…), citato da Nicola Corcia, a pp. 377-378-379 riferendosi alla città di Molpa, dopo aver detto degli Imperatori Massimiliano Erculeo e di suo figlio Massenzio alla Molpa, citava un brano tratto dalla “Cronaca di S. Mercurio” dove si parlava dell’Imperatore Libio Severo a Bussento e scriveva che: La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. Dunque, l’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”. Ecco ciò che scriveva il Gaetani sul passo del Cronicon di S. Mercurio e sulle tesi dell’Antonini. Sul chronicon del “monaco di S. Mercurio”, citato dall’Antonini (…) e nel chronicon di Luca Mannelli (…), ha scritto anche il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…). Il Cammarano (…), a p. 15, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1° e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola scriveva  che: E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano e suo figlio Massenzio. Ecc…”. Dunque, secondo il Cammarano, a Molpa nacquero due Imperatori romani, Massimiliano Erculeo e suo figlio Massenzio. Alcune notizie storiche che riguardano i due Imperatori Romani, Massimiano Erculeo e suo figlio Massenzio rientrano nelle notizie storiche che riguardano l’antica città scomparsa della “Molpa”, città di fondazione greca e poi Romana. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,……….Nel borgo nacque l’Imperatore Massimiliano e suo figlio Massenzio; Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. L’Antonini (…), a p. 370, cita l’‘Anonimo Salernitano’ che nel suo manoscritta ‘Chronicon‘, voleva che gli abitanti di Molpa, avessero fondato Amalfi e Ravello. L’episodio raccontato dall’‘Anonimo Salernitano’ (…), viene citato anche da Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a pp. 171-172, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ (11) dice di alcune famiglie romane in viaggio per l’Oriente sbattute dalla tempesta a Ragusa e poi giunte a Molpa, da dove sarebbero ripartite per fondare Amalfi.”. Ebner, a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235. L’Antonini (…), cita l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “….le frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. L’Antonini non scrive solo della fondazione dell’antica città scomparsa di “Amalphi” ma aggiunge anche le notizie sulle frequentissime incursioni dei Goti. Ma non è questo il passo dell’Antonini che ci parla dei due Imperatori romani. Lo storico Matteo Camera, nel suo ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, pubblicato a Napoli nel 1836 a p. 10, parlando delle origini della città di Amalfi, citavo interessanti notizie sulla Molpa e su un’antico casale di Amalfi li vicino sorto ed in proposito scriveva che: Questa città di Molpa o Melfi nel seno di Palinuro fu totalmente dà barbari distrutta. Al presente però è osservabile colà nelle rupe meridionale una grotta appellata ‘la grotta delle ossa’, dove si vede un cumulo di ossa umane pietrificate e riunite insieme da una materia gessosa stillata dalle viscere del monte superiore. Il dottore Antonini (2) opina che le ossa ammonticchiate in quella grotta furono quelle dè naufraghi Romani di ritorno dall’Africa con 150 navi sotto il Console di S. Servinio Servilio Cepione, e di C. Sempronio Bleso (Orosio lib. 4 cap. 9.) che per ordine di Ottaviano furono ivi riposte. Ecc…”. Dunque, Matteo Camera, sulla fondazione dell’antica città di Amalfi citava l’Antonini che a sua volta citava il libro IV, capitolo IX di Orosio (….). In verità devo precisare che l’Antonini cita Orosio ma quando parlando di Molpa ci parla di alcuni naufragi di alcune flotte Romane. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo,……Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Ecc..”. Dunque, secondo il Cantalupo (…), fu Eutropio nel libro IX, cap. 27 che nell’anno 305 d.C. a Molpa si fosse ritirato l’Imperatore Massimiano Erculeo, dopo aver abdicato al collega Diocleziano. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”. Riguardo Massimiano Erculeo ha scritto pure il Magaldi. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 116, parlando della Molpa, il Craufurd scriveva che: “Le cronache non spiegano come mai Massimiano, collega di Diocleziano, l’avesse scelta come luogo ove ritirarsi, quando questi due imperatori abdicarono nel 305 d.C.; ed egli vi risiedeva ancora nel 306, quando il figlio Massenzio lo convinse a lasciare il suo esilio in Lucania per riassumere nuovamente la porpora. La città era situata sulla sommità della collina in un luogo veramente piacevole alla vista; a nord guarda verso il fiume della Molpa, a sud verso il fiume Mingardo e ai piedi del monte è circondata dal mare che si stende a perdita d’occhio….Da questa altura scesi verso una piccola pianura dove scorre il fiume Mingardo e rimasi etc….”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nell’edizione dell’Ippografo, a pp. 116, parlando della Molpa, il Craufurd scriveva che: “Le cronache non spiegano come mai Massimiano, collega di Diocleziano, l’avesse scelta come luogo ove ritirarsi, quando questi due imperatori abdicarono nel 305 d.C.; ed egli vi risiedeva ancora nel 306, quando il figlio Massenzio lo convinse a lasciare il suo esilio in Lucania per riassumere nuovamente la porpora. La città era situata sulla sommità della collina in un luogo veramente piacevole alla vista; a nord guarda verso il fiume della Molpa, a sud verso il fiume Mingardo e ai piedi del monte è circondata dal mare che si stende a perdita d’occhio….Da questa altura scesi verso una piccola pianura dove scorre il fiume Mingardo e rimasi etc….”. Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), etc…”. Bracco, a p. 39, nella nota (24) postillava: “(24) Molpa, come la vicina Palinuro,……Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato. L’attribuzione, “contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale, non ha il sostegno di alcuna citazione classica” (E. Magaldi, Lucania romana, I, Roma, Istituto di Studi Romani, 1947, p. 64 e p. 281); anzi le fonti antiche, che parlano di “agri amoenissimi” (Eutropio, X, 2, 3) e che per giunta son tra loro discordi nell’attribuire la villa alla Campania o alla Lucania, fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione (cfr. V. Bracco, Salerno romana, Salerno, Palladio, 1979, p. 121). “Dei due centri quello meglio esplorato è Palinuro….(il cui) abitato sembra che si estendesse sull’altura di Tempa della Guardia…(dove) sono stati messi in luce i resti di alcune abitazioni…ed un tratto delle mura” (cfr. L. Santoro, Fortificazioni della Campania antica, Salerno, Palladio, 1979, p. 76); etc…”. Dunque, Bracco scriveva che Non dovrebbe avere nessun peso il riferimento alla zona di Molpa della villa posseduta da Massimiliano Erculio, il collega di Diocleziano, che vi si ritirò dopo avere abdicato.”. Bracco aggiungeva pure che, le fonti antiche (forse si riferiva ad Eutropio) dicevano che la villa di Massimiano Erculio fanno propendere per l’agro salernitano, che risponde in gran parte a quella disposizione naturale e partecipa per vicende storiche ed amministrative dell’una e dell’altra regione.”. Vittorio Bracco (….), nel suo “Salerno Romana”, a p. 121 in proposito scriveva che: “In luogo prossimo, sui passi percorsi in altre età da Plozio Planco, che fuggiva ai triumviri (300), o dal Bruttio Presente che, amico di Plinio minore, si beava de suoi ozi campani e lucani (301), aveva fondato o acquistato una sua villa Massimiano Erculio, la quale partecipava della natura delle sue regioni (302)……Passando dopo molti anni, il viaggiatore non poteva non accorgersi di alcune ruvide colonne militari, che scandivano il percorso della via Annia dalle porte di Salerno e lo seguivano fin dentro il Campo Atina fra i monti lucani; quei cippi (304) ripetevano tutti un nome fra gli altri, M. Aurelio Massimiano Erculio, il rude Augusto a cui obbedì l’Italia, finito di morte imposta da Costantino, che poco dopo ringuainava la spada, vincitore agevole nel segno celeste (305) sul vulnerabile Massenzio, a ponte Milvio. Forse era proprio questo, il tracciato secolare che si lasciava il mare alle spalle, il cammino che, riparato per decisione sovrana di cui si toccava ancora il beneficio, irrorava le terre in mezzo alle quali sorgeva l’augusta tenuta abbandonata.”. Bracco, a p. 215, nella nota (302) postillava: “(302) E’ ipotesi moderna, derivante dal fatto che qualche autore cita la villa come situata in Campania, altri in Lucania (cfr. A. Magaldi, Lucania romana, cit., I, cit., p. 64; cfr. pure p. 281).”. Bracco, a p. 215, nella nota (303) postillava: “(303) Ecco il passo di Eutropio (X, 2, 3): Romae interea pretoriani excito tumultu Maxentium, Herculi filium, qui haud procul ab urbe in villa publica morabatur, Augustum nuncupaverunt. Quo nuntio Maximianus Herculius ad spem arrectus resumendi fastigii, quod invitus amiserat, Roman advolavit e Lucania, quam sedem privatus elegerat in agris amoenissimis consenescens….”.

Nel 339 d.C. (IV sec. d.C.), alcune famiglie patrizie Romane, in viaggio verso Costantinopoli fondarono Amalfi vecchia

Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ne a me altro resta da dire, se non che così distrutta etaterrato, pure dagli Scrittori si ricorda tanto l’essere stata culla del nome Amalfetano gli diede fama, quantunque Antonio Magini situarre Amalfi ecc..”. Si tratta di frammenti del manoscritto inedito ‘Lucania sconosciuta’, scritto dal padre maestro Agostiniano Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conservava in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine. Oggi il manoscritto è conservato a Napoli, alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, nella Sezione Manoscritti, con la seguente collocazione: XVIII, 24 – cc. 47-51. Nel 1700, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Sebbene il La Greca (7) si riferisse alla carta Parigina, di gran lunga più recente di quella conservata all’ASN, a p. 46 in proposito scriveva che: “Fra le testimonianze medievali, un ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, sulla ‘Montagna della Bulgheria’, lato mare richiama la nota storia della fondazione di Amalfi: alcune famiglie romane, partite per Costantinopoli verso il 339 d.C., sorprese da una tempesta, ripararono dapprima a Ragusa, e poi in Lucania nei pressi di Palinuro, dove fondarono la città di Molpe; in seguito passarono ad Eboli e infine sulla costa rocciosa e inaccessibile, dove fondarono Amalfi (62).”. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (62) postillava che: “(62) Vd. M. Camera, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20.”. Infatti, nelle due carte che ivi pubblico – gli stralci – quella da me rintracciata all’ASN (Fig…) (…), che io credo sia l’originale carta d’epoca Aragonese e, l’altra conservata a Parigi, che io credo sia una copia dalle carte originali d’epoca Aragonese, questa, pubblicata da La Greca (…), dove si distingue nettamente sotto la “Montagna della Bulgaria”, lato mare, internamente al litorale costiero e a destra di Scario, toponimo successivo all’altro detto “le Scalette”, il toponimo di un casale diroccato chiamato sulla carta: “Casale di Amalfi dir.”. Il termine “dir” sta per diroccato. Il toponimo di “Casale di Amalfi dir”, sulla carta conservata all’ASN e su quella Parigina, si trova segnato alle pendici del Monte Bulgheria verso la fascia costiera tra Scario e gli Infreschi. Io credo si possa trattare di un’antico piccolo centro scomparso e diroccato, di cui non si conosce l’esistenza e che come Lentiscosa era abbarbicato sulle pendici del Monte Bulgheria. Questo casale di Amalfi potrebbe esistere e bisognerebbe ulteriormente indagare sul territorio. I due toponimi di Amalfi e di Molpa sono collegati direttamente con una leggenda medioevale sorta intorno alle genti che andarono poi in seguito a fondare la città di Amalfi. Singolare è la presenza sulle due carte del toponimo di “le Scalette” e la vicinanza con quello di Amalfi. Dico singolare perchè sulla costiera Amalfitana troviamo Amalfi e Scala, antica sede vescovile. Li vicino, infatti vi era il Monastero di S. Iconio, di cui ho già ivi parlato in un altro mio studio. Ecco le due pagine 42r 43v originali ed inedite del manoscritto di Luca Mannelli (…), che riguardano il Cap. X sul “Promontorio di Palinuro e la città di Molpa”. Sulla Molpa scrisse pure Luca Mannelli (…). Ecco le pagine 44v e 45r originali ed inedite, per la prima volta da me pubblicate in un altro mio saggio, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla dell”Anonimo Salernitano’ e di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla ‘Lucania sconosciuta’ sulla Molpa. Luca Mannelli (…), nella sua ‘La Lucania sconosciuta’, al cap. X cita il Malaterra (…) e, di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla Molpa: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume, terra distrutta, ed altri luoghi convicini Cap. X.”. Qui riporto trascritto il testo delle pagine nn. 43r, 44v, 44r, 45v, 45r, 46v del manoscritto del Mannelli (…), conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, con la segnatura Ms.XVIII.24: “Ma più divenne famoso poi per aver quindi ricevuto il nome quei gloriosi Romani, ritornati da Ragusa in Italia che quivi dimorando Melfitani e poi Amalfitani con (?) gran potenza furono appellati. Già fu accennato altrove, che questi primitivi dell’antica Patria, per andare a Popolare la nuova Roma, edificata da Costantino, trattenuti dal Naufragio, che gli costrinse a fermarsi in Ragusa, donde dopo cinque anni si rivolsero ritornandosene in Italia, e quivi giunti si risolsero di più non passar oltre, havendosi edificata una Terra, che dal mome di fiume, chiamarono Melphi dicebatur, Palinuri concedisse Melphim edificasse ac Romano nomine relitto Melphitanos uel Amalphitanos dictos. Già di questo discorsi altrove, ma perchè nonostante che sia affermato da molti grandi Scrittori e soprattutto dalla Cronica stessa Amalfitana, pure si trovò sta cennato ingegno, il quale poco prattico d’antichità si sforzò di mostrare, che non da questo Melfi hoggi di picciolo grido ma dalla Città famosa di tal nome presso il Monte Vulturno confine della Lucania verso la Puglia di Amalfitani prendessero le denominate sase mio peso difendere la gloria di questo Melfe, o fiume, o terra presso di Palinuro, potendosi nel vero recare a gran fortuna l’haver dato nome e ricetto ad Hospiti cotanto nobili e degni. Alle invasioni di gente guerriera quivi vi andarono fermandesi perpetua sede adornande quei scoscesi luoghi ecc… che dall’antica patria dissero Melfi, i poi Malfi, e poi Amalfi chiamata. Quindi ordinarono lo Stato ………., fondando quella Repubblica, che poi divenne tanto ricca e potente, poiché ammandandosi sempre nella marittima, erano poderosi nelle Armi e famosi nella mercantia, non meno che nei tempi moderni  gli Olandesi si scorgono ecc….gli Amalfitani ….la gran perizia di essi che ne cantarono Guglielmo Pugliese antico poeta fra quelli di mezza età. E’ dunque da notarsi quanto scrisse l’Anonimo Salernitano Autore non pure veritiere ma vicino di tempo e di loco che gli Amalfitani intorno a di loro origine. Dice dunque egli che curioso di rinvenirla, usò gran diligenza, dimandandone i più saputi di loro, e facendone diligente vicenda nelle antiche scritture, e finalmente ritrovò che in tal mededo avvenisse Patrizi da Roma gl’Imperador Costantino e di Senato e quanto vi era di maestoso in quella gran città …….nella Tracia per fondare su le ruine dell’antica Bisantio una nuova Roma, che dal suo nome Costantinopoli fu detta imbricando e con la nave, e ad esempio altri più degni cittadini di seguirlo. Per questi alcuni imbarcatesi sopra due grossi navigli a quella volta navigarono, ma nel viaggio assaliti da fiera tempesta naufragarono presso Ragusa, ma con tale accanimento che fatta partire dei legni, e robbe, tutte le persone si salutarono. Non havendo dunque modo di ritornare le navi,…………..quivi fermarsi havendo ritrovato modo cortesi ai loro bisogni i Ragusei, che gli donarono quanto loro facevasi di mestiere, nonché luoco per habitarvi. Appresso da esso l’industriarsi i traffici marittimi e con tal fortuna gli esercitarono che in un processo di tempo in odio quella primiera gentilezza, come l’agrandimento di quei forestieri fusse loro perduta, si che non potendo darsene pace, cominciarono ad opprimerli con diverse angherie. Non sopperirono alla lunga i ……….quei maltrattamenti e risoluti quindi partirsi occuparono le Navi de Nimici et Barcatisi le Mogli, et i figliuoli con quanto havevano loro dispetto scilsero dal Porto di Ragusa, e verso Italia dirizzarono le prore, e con felice corso giunsero in queste Spiagie, e ritrovandole vote (vuote) di habitatori vi si fermarono, e dal luoco chiamato Melfi, Melfitani furono appellati essendo sempre per l’odierno detti col nome originario Romani. Insorta poi turbolenze in questi paesi, non poterono più dimorarsi questi sottoposti a diversi insulti laonde quindi dipartirsi  se ne vennero in Eboli, dove in processo di tempo pure sperimentarono le medesime oppressioni, per lo che ecc……….Facendo ritorno al principio dell’Historia donde la grandezza di rigogliosa Ragusa slicami ha rispostato. Nel ritorno che ferono da Ragusa come pure sognare questo nuovo ritorno, che andassene quei Romani a Melfi di Puglia, essendo questa città lontana più di quaranta dall’adriatico Mare, e molto più dal tirreno …….sbarcarono in qualche riviera di quelle, ma dove e come poterono ritrovare in quelle spiagie tante civette, e bestie da soma per trasportare in si lontano luoco le Mogli et i figliuoli, e le loro case, già dice l’Historico essere partiti da Ragusa Cum Uxoribus et natis comunque super …………………Che cosa fecero dette loro Navi forse le lasciarono in abbandono sarebbe stata follia, poiche con quella per …….dei trafichi si procacciavano il Vitto, e poi furono instromessi di ogni loro grandezza. Non abbandonarono dunque le navi nelle spiagie dell’Adriatico per andare a Melfi di Puglia, che non avevano che fare anzi per segno non vi era come dirò hor hora, ma con quella approdarono al Fiume Melfe della Lucania, e quivi si fermarono attendendo à loro trafichi consueti, havendone già assaggiati gli utili mentre li esercitarono in Ragusa. Dissi che colui il quale sognò l’andata e la dimora di quei Romani a quell’altro Melfi, fuste poco i……..nell’antichità, mentre dimostrerò che tal città non i era ma che molti secoli appresso fù da Normandi edificata, ecc..ecc..”. Il Mandelli riporta la notizia della fondazione di Amalfi vecchia ma fa risalire la fondazione della città di Molpa ai Normanni di Roberto il Guiscardo. L’Antonini, riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c.4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della “Amalfi vecchia” (forse la città di Molpa) fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. La citazione di “Errico Bacmanno”, si tratta di Errico Bacco Alemanno (….) ed il suo “Nuova, e perfettissima descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici Province”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 180, dove parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Detto sig. Antonini ha per favoloso un tal racconto, e più verosimilmente incorsioni de’ Goti, e di altri nuovi Barbari, e le desolazioni, che verso Toscana e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi nella Molpa, luogo allora meno a’ pericoli esposto, e che di là nuvamente cacciati, per trovare un sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Malfi, Ravello e Scala”; giacché Errico Breemanno Cap. 4 e 5 ‘de Republ. Amalph.’, e l’Ughellio vogliono Amalfi edificata nel DC di Cristo. Crede verosimile ancora il citato Antonini, che l’origine di detta Città fusse avvenuta, perche avendo Belisario rovinata la Molpa, parte dei Molpitani fuggiti dalla desolazione della lor Patria.”.  Lucido Di Stefano (….), a p. 180, aggiunge che: “Ma io piuttosto dico,  che distrutto Bussento da Belisario circa il 541 perchè da’ Goti occupato, probabilmente i Bussentini edificarono Pisciotta, il che oscuramente ricavo dalle sopra descritte parole della “Cronaca di San Mercurio: “Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe Pueris, et feminis. Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem Patriae”, credendo, che quel et pauci, fussero stati coloro, che edificarono Pisciotta. Etc…”La frase pubblicata dall’Antonini e tratta dalla Cronaca del Monaco di S. Mercurio tradotta ha il seguente significato: Allo stesso modo fu portato via un gran numero di cittadini, bambini e donne che piangevano da lontano. E alcuni di loro tornarono a casa a causa della distruzione del loro paese”. Sempre il Di Stefano (….) dissertando sulla città di Amalphi la vecchia e della molpa aggiungeva che: “Non essendo probabile la seconda opinione dello stesso Sig. Antonini, di essersi portati detti Melfitani ad edificar Amalfi in tempo della distruzzione della lor Patria fatta da Belisario, perchè in quel tempo, Bussento per l’addotta ragione, non aveva cambiato il primiero suo nome. Questa mia ipotesi la credo più verosimile di ogn’altra, altrimenti la storia dell’edificazione di Amalfi fatta da Melfitani, si rende sospetta, e contradicente.”.

Nel 400 (V sec. d.C.), la Molpa presidio Goto

Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Dopo aver questa Regione sofferto infiniti mali da’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII. di Cristo coll’Italia tutta a respirare un’aria di serena pace; e sotto una serie di otto Re Goti, quasi le antiche speranze riprese (cotanto eran questi inciviliti etc…)”. Antonini, a p. 118, nella nota (I) postillava: “(I) Nostro intendimento non è riferire, quanti mali avessero all’Italia i primi Goti recato, trovandosene piene le storie, solamente scrivere ci giova quelli, op arte di essi, che alla nostra Lucania fecero. I maggiori, ma più brevi danni furono a questa regione fatti da Baduela, e Alarico, il quale nel CDX. secondo la più comune opinione, dopo aver saccheggiato Roma, andando in Sicilia altamente afflisse la Lucania. Ricavasi ciò da Paolo Diacono, o qualunque siasi l’Autor della storia Miscella nel lib. 13, ‘Deinde per Campaniam, Lucaniam, Brutiamque simili strage Gothi bacchantes, &c. Morto Alarico ne’ Bruzi, ritornarono i Goti in Roma, e per istrada ‘si quid residuum suit, more locustarum eradunt. Giornande de reb. Get. ce lo conferma, da’ quali peravventura ‘Peuntingero de inclin. Imp. Rom. trasse le seguenti parole: ‘Campaniam, Lucaniam Brutiam devastando, Consentiae demum (Alaricus Sc.) in fata concessit’. Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc…”. Antonini, a p. 120, in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti in questa Regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Su questo passo dell’Antonini, Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, dopo non aver scritto nulla o quasi nulla sui barbari in Lucania, a p. 8, nella nota (2) postillava che: “L’Antonini (La Lucania, etc., Disc. VIII) scrive: “Ebbero i Goti nella nostra regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano e la Molpa, ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Belisario…..”. – Ma da quali fonti abbia egli tratto questo elenco di nomi geografici, non si sa.”.  Giuseppe Antonini (…..), a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. Antonini, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”. 

Nel 410 d.C. (V sec. d.C.), Alarico, re dei Visigoti saccheggiò alcuni luoghi del basso Cilento tra cui Policastro (Buxentum), Roccagloriosa e Fulgenti (Laurino) e Molpa forse presidio Goto

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La città della “Molpa”, oggi scomparsa ma in un tempo era solida città fortificata sull’onima collina della Molpa, vicino il promontorio capo Palinuro o capo Spartivento. Essa era stata conquistata ed occupata in precedenza dai Goti Buti che in seguito furono sconfitti dal generale Belisario. Il geologo Cosimo De Giorgi (….), nel suo “Viaggio nel Cilento – gli uomini, le donne, la terra etc…” con prefazione di Giuseppe Galzerano (….), a pp. 169-170 parlando poi di Laurito e del casale scomparso di “Fulgenti”, in proposito scriveva che: Alcuni posero la loro stabile dimora in un bosco di lauri che stava a ridosso del Monte Fulgenti, e avrebbero creato il paese dandogli il nome di Laurito. Il certo è che per lungo tempo il paese restò diviso in due borgate: quella superiore si vuole surta sulle rovine di ‘Fulgentium’, antica città distrutta dai Goti comandati da Alarico. Etc…”. Dunque, Cosimo De Giorgi voleva che l’antica città di “Fulgentium”, oggi scomparsa era stata distrutta dai Goti di Alarico. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Nell’anno 410 i Visigoti di Alarico, dopo immani saccheggi perpretati nella Campania, giunsero sulle rive del Sele. Qui probabilmente si arrestarono, scoraggiati dalle mura di Paestum e dalle difficoltà oggettive di proseguire la marcia lungo la costa che appariva impervia e non florida. Perciò, dopo aver saccheggiato gli insediamenti delle campagne e delle colline circostanti verso settentrione, risalendo il corso del Sele, del Calore e del Tanagro, si riversarono nel Vallo di Diano, dove attraverso il passo di Buonabitacolo e Sanza, raggiungero il corso alto del Bussento, con l’intento di ridiscenderlo fino a Policastro e saccheggiare gli abitati costieri; quindi imbarcarsi per veleggiare alla volta dell’Africa con la sua flotta che aveva seguito la spedizione. Ma nel tragitto Alarico morì e venne seppellito, ecc…. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “…..al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario etc…”. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo questa Regione sofferto infiniti mali a causa de’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII.”. Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti nella nostra Regione, non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc…La quiete, che in Italia sotto gli ultimi Re Goti godevasi, cessò colla venuta da Langobardi chiamati da’ Narsete, disgustato dall’Imperatore Giustiniano II., circa gli anni di Cristo DLXVIII.”. Antonini, a p. 120, nella nota (I) postillava: “(I) Lucania…I maggiori, ma più brevi danni furono a questa regione fatti da Baduela, e Alarico, il quale nel CDX secondo la più comune opinione, dopo aver saccheggiato Roma, andando in Sicilia altamente afflisse la Lucania. Ricavasi ciò da Paolo Diacono, o qualunque siasi l’Autor della storia Miscella nel lib. 13, ‘Deinde per Campaniam, Lucaniam, Brutiamque simili strage Gothi bacchantes, &c. Morto Alarico ne’ Bruzi, ritornarono i Goti in Roma, e per istrada ‘si quid residuum suit, more locustarum eradunt. Giornande de reb. Get. ce lo conferma, da’ quali peravventura ‘Peuntingero de inclin. Imp. Rom. trasse le seguenti parole: ‘Campaniam, Lucaniam Brutiam devastando, Consentiae demum (Alaricus Sc.) in fata concessit’. Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc…”. Antonini, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”.  Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. L’Antonini, a p. 317 dice che Magliano era tenuto dai Goti come luogo fortissimo. Dunque, secondo l’Antonini , il Monaco di S. Mercurio, nel suo chronicon medioevale aveva scritto che ai tempi del generale bizantino Belisario, i “Gothi” occupavano da tempo la fortezza della Molpa. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva che: La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) e, dalla Cronaca medioevale l’Antonini cita e riporta il seguente brano: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”, il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244” scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) mirum in modum in eà parte, qua versabatur, idest Ponti in litore, creverat.”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg. continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico scriveva che: In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo  e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). Etc…”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Su Magliano e Molpe, vedi nn. 1 e 2, p. 57”. Infatti, riguardo le notizie su Molpa, Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo, …….Fortificata dai Goti e distrutta da Belisario (cfr. Antonin, cit., pp. 372-373), ecc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che ai tempi degli Ostrogoti di Teodorico: Per quanto riguarda il nostro territorio, i Goti fortificarono ‘Manlianus’ (oggi Magliano Nuovo), punto nevralgico per il passaggio dalla Valle dell’Alento a quella del Calore: il ‘castellum’ inglobò anche l’unico stretto passaggio naturale obbligatorio che si apriva fra due grandi rocce dette ancora ‘Préta Perciàta’, che continuerà poi ad essere luogo di dogana per tutto il medioevo. Lungo la costa fortificarono Molpa per il controllo dell’imbocco della principale via di penetrazione verso l’interno, lungo il corso del fiume Lambro e del Mingardo.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che per quanto riguardava il nostro territorio i Goti fortificarono il casale di “Maglianus” (oggi Magliano Nuovo), dove esiste un passaggio molto stretto, una specie di valico scavato nella roccia non molto dissimile ad un altro passaggio che oggi si può vedere percorrendo la SS. 18 nei pressi del Canale di Mezzanotte a Sapri. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che ai tempi degli Ostrogoti di Teodorico: Lungo la costa fortificarono Molpa per il controllo dell’imbocco della principale via di penetrazione verso l’interno, lungo il corso del fiume Lambro e del Mingardo.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Lo storico Procopio di Cesarea, amico e ufficiale di Belisario, raccontò……Belisario con un nuovo esercito sbarcava a Reggio e risaliva la penisola calabra; fu fortificato Bussento e riconquistato il castello di Molpa. Etc…”, segno, dunque che a Molpa vi era un presidio Goto, con un fortificato castello già preesistente alla venuta di Belisario. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Alcune notizie sui generali Bizantini Belisario e Narsete riguardano la città scomparsa della “Molpa” nei pressi della foce del Mingardo. Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ecc…”. Dunque, il monaco Mannelli citava Scipione Mazzella Napolitano che scrisse di Belisario e della Molpa. Il Mannelli (…), si riferiva al testo di Scipione Mazzella Napolitano (…) ed il suo “Descrittione del Regno di Napoli”. Ma nel testo ho trovato la citazione di Belisario riguardo accenni alla storia di Agropoli. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c.4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della “Amalfi vecchia” (forse la città di Molpa) fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. La citazione di “Errico Bacmanno”, si tratta di Errico Bacco Alemanno (….) ed il suo “Nuova, e perfettissima descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici Province”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 180, dove parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Detto sig. Antonini ha per favoloso un tal racconto, e più verosimilmente incorsioni de’ Goti, e di altri nuovi Barbari, e le desolazioni, che verso Toscana e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi nella Molpa, luogo allora meno a’ pericoli esposto, e che di là nuvamente cacciati, per trovare un sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Malfi, Ravello e Scala”; giacché Errico Breemanno Cap. 4 e 5 ‘de Republ. Amalph.’, e l’Ughellio vogliono Amalfi edificata nel DC di Cristo. Crede verosimile ancora il citato Antonini, che l’origine di detta Città fusse avvenuta, perche avendo Belisario rovinata la Molpa, parte dei Molpitani fuggiti dalla desolazione della lor Patria.”.  Lucido Di Stefano (….), a p. 180, aggiunge che: “Ma io piuttosto dico,  che distrutto Bussento da Belisario circa il 541 perchè da’ Goti occupato, probabilmente i Bussentini edificarono Pisciotta, il che oscuramente ricavo dalle sopra descritte parole della “Cronaca di San Mercurio: “Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe Pueris, et feminis. Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem Patriae”, credendo, che quel et pauci, fussero stati coloro, che edificarono Pisciotta. Etc…”La frase pubblicata dall’Antonini e tratta dalla Cronaca del Monaco di S. Mercurio tradotta ha il seguente significato: Allo stesso modo fu portato via un gran numero di cittadini, bambini e donne che piangevano da lontano. E alcuni di loro tornarono a casa a causa della distruzione del loro paese”. Sempre il Di Stefano (….) dissertando sulla città di Amalphi la vecchia e della molpa aggiungeva che: “Non essendo probabile la seconda opinione dello stesso Sig. Antonini, di essersi portati detti Melfitani ad edificar Amalfi in tempo della distruzzione della lor Patria fatta da Belisario, perchè in quel tempo, Bussento per l’addotta ragione, non aveva cambiato il primiero suo nome. Questa mia ipotesi la credo più verosimile di ogn’altra, altrimenti la storia dell’edificazione di Amalfi fatta da Melfitani, si rende sospetta, e contradicente.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva che: “L’opportunità del sito di questa Città ha fatto la sua infelicità, e la sua ruina, potendosi di essa dire ciò che ‘Lucano’ fa dà suoi cittadini dire alla Città di Rimini posta in simile pericoloso sito, esposto à passaggi; poichè non una volta ha sofferto saccheggi e travagli. La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario, ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto; e da quello che dice ‘Jornande de Regn. success.’ e da ciò che scrisse ‘Procopio’ al lib. I. e 8. ‘de bell. Goth.’ par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece. Le parole del primo appena il viaggio c’accennano, onde alcuna conghiettura del di più si forma, ‘Procopio’ poi poco più di lume ce ne dà, dicendo così tradotto: “Rhegio exercitus terrestri itinere per Brutiorum, & Lucanorum oras processit, procedente classe non procul a continente”. La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) chiarisce bastantemente questo fatto. Ecco come il Monaco scrive: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”, il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. L’Antonini a p. 372 della sua “Lucania”, nella sua nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Nei tempi successivi, a causa del malsicuro sito, pericolosamente esposto ai passaggi di barbari e di pirati, Molpa dovette subire più volte saccheggi, devastazioni e tormenti. Nei primi anni della terribile guerra Gotica (535-553 d.C.), il bizantino Belisario, generale dell’Imperatore Giustiniano, dopo aver distrutto il Regno dei Vandali in Africa, sbarcò in Sicilia e si impadronì facilmente dell’isola e di tutta l’Italia meridionale. Diretto a Roma, alla testa dun numerosissimo esercito, Belisario attraversò, con la stessa furia di un fiume in piena, le nostre contrade, lasciando dietro di sè, saccheggi, distruzione e rovina. Da questo suo impeto selvaggio fu distrutta, per la prima volta nella sua storia, Molpa, intorno all’anno 537 d.C., quando essa era dominio del principe ostrogoto Bultino, che qui aveva stabilito un munitissimo presidio. Etc..”. Il Guzzo, afferma che la Molpa, per la prima volta nella sua storia fu distrutta da Belisario nel 537 d.C., ovvero quando egli inziò la sua campagna d’Italia contro i Goti del principe Bultino (che altrove abbiamo visto chiamarsi Totila) ce teneva il presidio munitissmo e fortificato di Molpa. Il Guzzo, a pp. 69-70 continuando il suo racconto sulla Molpa, per giustificare la notizia della prima distruzione di Molpa cita: “Lo storico greco Procopio di Cesarea, morto a Bisanzio nel 565, avendo seguito Belisario in Italia, fu diretto spettatore delle vicende e degli orrori della terribile Guerra Gotica. Egli, nella sua opera “De Bello Gothico”, ci offre una chiara visione della devastazione e della rovina patite dalla Molpa.”. Ma, il Guzzo, proseguendo il suo racconto sulla Molpa, cita la frase tratta dal Cronicon del Monaco di S. Mercurio (e non di Procopio come egli scrive) pubblicata dall’Antonini. Il Guzzo, riferendosi a Procopio scriveva: “Ecco il suo racconto: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. “. Il Guzzo, a p. 70, nella nota (12) postillava: “(12) Procopio – De Bello Gothico – Libro I – cap. VIII.”. Dunque, il Guzzo postilla che il passo è tratto dal “De Bello Gothico” di Procopio di Cesarea, Libro I, cap. VIII, ma come si è detto il passo è lo stesso che cita l’Antonini a p. 370, ovvero il passo tratto dalla cronaca di S. Mercurio. 

Nel 476, il Castello della Molpa, presidio e fortezza dei Goti di Bultino detto Totila

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Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: L’Antonini dice pure che di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15). Certo è che sulla collina della Molpa vi era un ‘castrum’ distrutto dai saraceni (16) e un castello di cui sono visibili i ruderi e del quale è notizia nei ‘Registri angioini’. Infatti, nel 1269 re Carlo I ordinò di avocare alla regia Curia il castello della Molpa, con Camerota e S. Severino, tenuti dal milite Guglielmo Gagliardi (17). Ecc…”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Antonini, cit., p. 374. L’A. (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Maugerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ……………”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Il ‘castrum’ era a quota 140. La cala che si apre a sud del promontorio offre un ancoraggio protetto dai venti del IV quadrante. G. Schmidt, ‘Antichi porti’, cit., p. 322”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, scriveva che: “Castello della molpa: sul colle omonimo a est del fiume Lambro.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 366, in proposito scriveva che: solamente verso settentrione trovasi ancora in piedi un portico di antica struttura cogli archi chiusi modernamente, per farne un ricovero; e perciò chiamasi il Castello, che moltissime miglia da dentro terra si vede per l’altezza, in cui è posto.”. L’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Cosimo De Giorgi (…), in proposito, parlando del fiume Lambro, scriveva che:  “Da questo punto fino al mare scorre nella direzione di tramontana a mezzogiorno, parallelo al corso del Mingardo, tra colline ecc., rasenta le falde della collina denominata ‘Saline di Orlando’. Nel mezzo di questa pianura e in riva al mare si erge, a mò di cono un colle isolato sul quale torreggiano gli ultimi ruderi del ‘Castello di Molpa’.

Nel 461, l’imperatore LIBIO SEVERO SERPENZIO “LUCANO”

Da Wikipedia leggiamo che Libio Severo Serpenzio (in latino: Libius Severus Serpentius; Lucania, 420 circa – Roma, autunno 465) è stato un senatore romano, imperatore d’Occidente dal 461 alla sua morte. Non fu riconosciuto dalla corte orientale né dal governatore della Dalmazia Marcellino, fedele al suo precedessore Maggioriano. Senatore originario della Lucania (2), fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Libius Severus Serventius. Senatore originario della Lucania, fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente, privo di effettivo potere, incapace di risolvere i numerosi e gravi problemi che affliggevano l’impero; viene descritto dalle fonti come uomo pio e religioso. Dopo la morte dell’imperatore Maggioriano (7 agosto 461), assassinato dal magister militum d’Occidente Ricimero, si aprì una lotta per l’elezione del nuovo imperatore d’Occidente che coinvolse Ricimero, l’imperatore d’Oriente Leone I e il re dei Vandali Genserico. Ricimero voleva porre sul trono d’Occidente un imperatore debole, che potesse controllare: la sua origine barbarica gli impediva infatti di prendere il trono per sé stesso. Genserico aveva rapito durante il Sacco di Roma (455) la moglie e le figlie di Valentiniano III (Licinia Eudossia, Placidia ed Eudocia) e aveva fatto sposare il proprio figlio Unerico con una delle due figlie dell’imperatore deceduto, Eudocia, imparentandosi così con la famiglia imperiale; il candidato di Genserico per il trono d’Occidente era Anicio Olibrio, che aveva sposato l’altra figlia di Valentiniano, Placidia, e che era quindi «uno di famiglia». A tale scopo mise sotto pressione entrambi gli imperi attaccando ripetutamente Italia e Sicilia, affermando che il trattato di pace stipulato con Maggioriano non era più vincolante; Ricimero, che agiva autonomamente, inviò una ambasciata a Genserico chiedendogli di rispettare il trattato, mentre l’imperatore d’Oriente, con una seconda ambasciata, trattò l’interruzione delle incursioni e la riconsegna delle donne di Valentiniano. Ricimero, però, decise di ignorare il candidato di Genserico e mise sul trono Libio Severo, scelto forse per compiacere l’aristocrazia italica, facendolo eleggere imperatore dal Senato il 19 novembre 461, a Ravenna (Severo fu poi riconosciuto dal Senato di Roma, come consuetudine). In Wikipedia, alla nota (2) postilla: “Cassiodoro, Cronaca; Chronica gallica anno 511, 636.”Riguardo alle sue origini lucane ed eventuali possedimenti in Lucania, nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: “Dobbiamo ricordare da ultimo un imperatore inetto, tra il fantasma e il fantoccio, che, ci rincresce dirlo, fu di nazione lucano, il solo sicuramente lucano, nella lunga serie degli imperatori romani. E’ Livio Severo che, passivo strumento nelle mani di Ricimero, fu gridato imperatore a Ravenna il 19 novembre 461, ma scomparve quattro anni dopo, senza neppure essere passato, pare, per Ravenna. Il SEECK dice che egli non sapeva scrivere correttamente nemmeno il suo nome, per il fatto che nelle iscrizioni compare ‘Libius’ e non ‘Livius’, ma questo è troppo, e noi non ci sentiamo di firmare il nostro Severo una così severa condanna (1). Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi (…), a p. 282, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Cassiodoro, ‘Chronica ad a. DXIX. – a. 461: “Severinus et Dagalaifus. His conss. Maiorianus immissione Ricimeris etc….”; Cfr. O. SEECK, Geshichte des Untergangs der antiken Welt, vol. VI, Stuttgart, 1920, p. 349. Cfr. Anhang, p. 482.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Il P. ‘Banduro’, in Nummism.’ di questo Imperatore parlando, così dice: “Libius Severus, Lucanus, Majorano Ricimeris fraude interfecto die VII. Augusti anni CDLXI. ejusdem opera Imper. Ravennae appellatus est die XIX. Novembris, probante quidem Rom. Senatu: At Leone, qui orientem regebat, inconsulto.”. E’ fama, che regnato avesse tre anni, e nove mesi.”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Antonini scriveva che nella Chronaca di Cassiodoro egli scrive che: “Per questi Costantino Majoranus fu estinto per l’invio di Recimeris, al quale fece succedere Severo, per stirpe di Luca, nel regno di Ravenna”. L’Antonini scrive che il padre Banduro (…), nella sua opera “Numismatica” scriveva che: “Libio Severus, Lucanus e Majoranus Ricimeris furono uccisi a tradimento il settimo giorno. Nell’agosto dell’anno 461 le opere dello stesso imperatore. Fu chiamato a Ravenna il 19. novembre, con l’approvazione di Rom. Il Senato: Ma senza consultare Leone che governava l’Oriente”. L’Antonini a p. 378, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Tornato era Majorano dalle Gallie in Italia per opporsi a gli Alani, che di nuova incursione la minacciavano; ed essendo vicino Tortona, Ricimero gli andò incontro coll’esercito Imperiale; e secondo il concerto fatto con Libio Severo, fecelo imprigionare, ed obbligato a rinunziare l’Impero, a capo di tre giorni l’uccise. Era Ricimero maestro dell’una, e dell’altra milizia, Comite, e Patrizio, e Severo era Patrizio solamente. Corso Ricimero in Ravenna; a capo di quattro mesi vi fece dichiarare Imperadore Severo dalle stesse milizie. Nè la Repubblica ebbe a pentirsene, poichè fu un uomo moderatissimo, giusto, e carco di virtù militari; quindi nondiede luogo a Genserico di far ulteriori progressi dell’Isole del Mediterraneo: Ed essendo il Re Beorgor con numerosissime squadre di Alani calato in Italia nell’anno CDLXIV. per mezzo dello stesso Ricimero interamente vicino Bergamo lo sconfisse colla morte anche di Beorgor, con cui finì nelle Gallie il Regno degli Alani. Severo in tanto stando in Roma, nell’anno appresso morì di veleno, occultamente da Ricimero datogli, siccome non pochi autori vogliono; ma, ‘Sidonio’ cede che morisse di malattia. Comunque però si fusse, la di lui morte fu dagl’Italiani altamente compianta, per aver perduto in lui un prode uomo, ed alloora necessarissimo per opporsi a’ moti di Genserico. Vedine Evagr. lib. 2 & 3. Jornande, ed altri. Dell’iscrizione 5. fol. 419. del Sig. Muratori si vede, che Libio Severo fu eletto Imperadore nell’anno MCCXIV. di Roma, e CDLXI di Cristo.”.

Nel 461-465 d.C. (V sec. d.C.), LIBIO SEVERO LUCANO e la sua villa a Buxentum (Bussento) o a Sapri ? 

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che nel 420 Molpa abbia dato i natali all’imperatore Libio Severo (anche se le fonti ufficiali indicano quale città di nascita Buxentum, l’attuale Policastro Bussentino. Ad esempio, le poche e stringate parole di Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..Nel borgo Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; ecc…”. Angelo Di Mauro scriveva che l’Imperatore Romano Libio Severo possedeva una villa a Molpa. La notizia è tratta dall’Antonini che a sua volta la traeva da Orosio. Altri sudiosi invece vogliono che la villa di Libio Severo fosse a Buxentum. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte del golfo di Policastro”, nel suo cap. “6. A Buxentum nasce un imperatore”, a p. 18 in proposito scriveva che: “Due volte arrise un benevolo destino allo squallore della città. Nei primi anni del sec. V d.C. nacque fra le rovine di Buxentum un bambino, ‘Flavio Libio Severo’ (30) destinato a diventare, nel 461, imperatore romano e vincitore degli Alani nei pressi di Bergamo (31): la vittoria dev’essere stata notevole, perchè gli Alani scompaiono dalla storia come popolo e fanno parte dei Vandali. Il vincitore morì poco dopo, nel 465. A quanto pare, egli eseguì la tradizione romana secondo la quale l’imperatore debba favorire il suo luogo di nascita (32). Deve averlo fatto anche lui, perchè per breve tempo, Buxentum emerge dalle tenebre.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (30), postillava che: “(30) Antonini G., op. cit. Parte II, Discor. VII, p. 378 (Chronicon di S. Mercurio).”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le Invasioni barbariche”, vol. I, a pp. 49 e ssg, riferendosi alla pace stipulata con Genserico dall’Imperatore Maggiorano, in proposito scriveva che: “Questa però non andò oltre l’anno successivo; mentre Recimero faceva uccidere lo stesso Maggiorano ed elevava al soglio imperiale Libio Severo ‘lucano’ (nov. 461 – sett. 465), che, stando ad una tarda testimonianza, era di Bussento (1), si rinnovarono lungo i litorali tirrenici gli assalti dei Vandali. “Ogni anno – scriveva il contemporaneo Sidonio Apollinare – i furori del Caucaso si scatenarono sull’Italia dalle cocenti spiagge della Libia” (2). Etc…”. Il Cantalupo a p. 50, nella sua nota (1) postillava che: “(1) BUXENTUM è il nome latino della città greca di ………..(‘Pyxus; Plinio, N.H., III, 72), la cui origine rimonta almeno al VI secolo a.C., come dimostrano alcune monete di confederazione con l’iscrizione: ‘Sirino / Pissunte’ (v. G. Riccio, Storia…, cit. II, Napoli, 1876, pp. 116 sgg.). A Bussento i Romani dedussero nel 194 a. C. una colonia, che fu rinsaldata otto anni dopo con l’invio di nuovi coloni (T. LIVIO, XXII, 29, 4: XXXIV, 42, 6 e 45, 2; XXXIX, 22, 4; VELLEIO PATERCOLO, I, 15). La città sul finire del IX secolo prese l’odierno nome di Policastro (v. n. 6, p. 99). Il CRONISTA DI S. MERCURIO (IX secolo ?) scriveva che ai suoi tempi in Bussento si vedeva ancora ‘ruinosa domus, ubi natus est imperator Libius Severus’ (v. G. ANTONINI, op. cit., pp. 396 e 408).”. Il Cantalupo nella nota (1) cita l’Antonini che riportava la notizia dell’imperatore Libio Severo lucano, tratta dalla cronaca medioevale del Monaco di S. Mercurio, di cui ho scritto in un altro mio saggio. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel IX secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania- Discorsi”, a p. 396 parlando di Bussento, in proposito scriveva che: “Il primo si è quello di non trovarsi nè ivi, ne attorno a quel luogo vestigio alcuno d’antiche cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio, dice che ancora in Bussento mostravasi: ‘Ruinosa domus, ubi natus est Imperator Libius Severus’.”. Ancora il Cantalupo cita la p. 408 dell’Antonini, che a p. 408, nel Discorso IX, in proposito a Bussento scriveva che: “…e così ancora circa il nono secolo (di quando crediamo, che sia la Cronaca di S. Mercurio), vedendosi ancora nella Città ‘ruinosa domus’, in cui era nato l’imperador Libio Severo, ci fa credere che non fosse del tutto desolata: e che la total sua ruina accadesse, come sopra detto abbiamo, etc…”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 378 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio chiaramente ci dice, che quì anche Massenzio con suo padre ritirato si fosse, poichè parlando di un fatto occorso in Bussento, ecco come scrive: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”. ecc..”. L’Antonini segnalava che il monaco di S. Mercurio nella sua “Chronica”, in proposito scriveva della villa dell’Imperatore Libio Severo in Bussento che: “Hic (cioè in Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium.”, ovvero che: “Qui ancora oggi è esposta una casa fatiscente, dove nacquero i figli, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero.”. Dunque, secondo l’Antonini, il monaco cronista della ‘Cronaca di S. Mercurio’ è a Bussento che nacquero i figli dell’Imperatore Massenzio, l’imperatore Severo Libio, e suo nonno, amico intimo dell’imperatore Ercole, che aveva scelto Melpa come dimora dopo aver rinunciato all’impero. L’Antonini credeva che il fiume Bussento fosse il fiume Melpi, poi in seguito detto Rubicante, Lambro ed infine Mingardo. L’Antonini credeva che i luoghi a cui accennava a proposito dell’impratore Libio Severo, ovvero la città di Bussento erano la Molpa. Nicola Corcia (…), a p. 59 del suo vol. III del suo “Storia delle Due Sicilie dall’Antichità più remota al 1789” dissertando sulla Molpa, segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito scriveva che: Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Dunque, Nicola Corcia, parlando della città di Buxentum scriveva che l’Antonini “pretendeva” che in questa città fosse nato Libio Severo, che in seguito diventerà Imperatore. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’ scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Dunque Nicola Corcia segnalava che l’Antonini riportava un brano della “Cronaca di S. Mercurio” (cronaca da lui datata al IX secolo) in cui il monaco scriveva che a Bussento vi era la casa natale dell’Imperatore Libio Severo che, nell’anno 460, per opera di “Racimero” successe all’Imperatore Maiorano (….). Nel 1882, il sacerdote Rocco Gaetani (…), consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 15, in cui ci parla dell’antica Bussento (Buxentum), citando un passo della ‘Cronaca di S. Mercurio” ed in proposito, riferendosi all’Antonini che voleva la Molpa fosse l’antica Buxentum scriveva che: “Argomenta l’Antonini che la Molpa sia il Bussento da un frammento epigrafico in un cippo messo a strettoio delle uve…….Allega poi, ma forse ci sta a pigione, un frammento della Cronaca di san Mercurio: “Hic (parlando del Bussento) usque ad praesentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natos est, Imperator Severus Libius, & ejus avus, fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad abitaculum elegerat postquam renunciavit Imperium. (12)”. Ma il cronista, riferendo l’hic al Bussento, par che distingua piuttosto due luoghi, dicendo che nell’uno (al Bussento) vedeansi i ruderi della casa in cui nacque l’Imperatore Libio Severo, e nell’altro (alla Molpa) erasi ritirato l’imperatore Massimiano. Ecc..”.Il Gaetani, a p. …., nella nota (12) postillava dell’Antonini, p. 378 e della cronaca di S. Mercurio avutala dal sig. Agostino Carbone. Mi sembra interessante ciò che scrisse l’amico Felice Cesarino  (….), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione di una storia antica di Sapri” in “L’Attività Archeologica nel Golfo di Policastro, n. 2”, parlando della villa romana e dei resti archeologici in località S. Croce a Sapri, ipotizzando che possa essere la villa dell’Imperatore Massimiano Erculeo, a p. 27, sulla scorta di Emilio Magaldi (….), in proposito scriveva che: “Il Magaldi, nella sua opera sulla Lucania (6), che costituisce a tutt’oggi il miglior lavoro sull’argomento, fornisce in proposito illuminanti notizie: “L’Imperatore Massimiano Erculio, il collega di Diocleziano, possedeva in Lucania una villa, dove si ritirò dopo aver abdicato. E in questa villa appunto si trovava suo figlio Massenzio, l’avversario di Costantino, quando fu acclamato imperatore (cfr. Orosio). La villa in parola secondo uno degli autori antichi (Lattanzio) si direbbe trovata in Campania, secondo altri (Zosimo, Zonara, Eutropio) in Lucania, e questa indecisione ha fatto pensare che si trovasse al confine delle due regioni (Honingman). La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica. Per la Lucania non abbiamo notizia sicura dell’esistenza di altri possedimenti imperiali. A questi tuttavia farebbe pensare il toponimo Caesariana, secondo la spiegazione del Nissen.”. Il Cesarino a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) E. Magaldi, La lucania romana, Roma, 1947.”.  Il Cesarino si riferiva a Emilio Magaldi. Alle parole del Cesarino “La notizia contenuta in una cronaca e ripetuta da qualche scrittore regionale (Corcia), che la villa imperiale si trovava a Molpa non ha il sostegno di alcuna citazione classica.” preciso che la cronaca ripetuta dello scrittore regionale è la cronaca di S. Mercurio e lo scrittore regionale è l’Antonini, oltre che al Corcia, il quale non si rifaceva solo alla cronaca trascritta in più passi dall’Antonini ma anche a dei passi di Cassiodoro, il quale non è una fonte classica ma resta una fonte autorevole dell’epoca. Ricordiamo che lall’epoca, l’ex segretario di Teodorico si era ritirato nella sua Calabria. Nel 1947, Emilio Magaldi (…), nel suo “Lucania Romana”, nel vol. I, parte I, a p. 282, in proposito scriveva che: Dell’esistenza di possedimenti imperiali in Lucania qualche cosa si è detta (p. 64 e seg.), qualche altra cosa si dirà in seguito.”. Il Magaldi, a p. 64 e ssg., in proposito scriveva che: “…………………..”. Il viaggiatore scozzese Craufurd Tait Ramage (….), nel suo ‘Viaggio nel Regno delle Due Sicilie, Roma, De Luca, 1966, pp. 104-109. Nell’edizione dell’Ippogrifo a cura di Raffaele Riccio ma posso segnalare anche la ristampa pubblicata per i tipi di Galzerano. Nella mia edizione, a pp. 129, Craufurd scriveva che: E’ ancora curioso notare che, quattrocento anni dopo la loro collocazione, Buxentum abbia dato i natali ad un altro imperatore, Severo Libio, il quale regnò dal 461 al 465 d.C. Un antico cronista del IX secolo narra: “In Buxentum, usque ad presentem diem monstratur ruinosa aedes, ubi natus est imperator Severus Libius, et eius avus fuit familiaris Herculii similiter Imperatoris, qui Melpam ad habitaculum elegerat postquam renunciavi imperium”. (7). Possiamo tradurre le sue parole nel modo seguente: “Nella città di Buxentum si vedono ancora oggi le rovine della casa in cui nacque l’imperatore Severo Libio; l’avo di questi era amico dell’imperatore Ercole Massimiano, che decise di risiedere a Molpa dopo aver abdicato”.”. Il Ramage si riferiva al passo del Chronicon del monaco di S. Mercurio di cui l’Antonini pubblicò alcuni passi parlando della Molpa. Il Ramage a p. 130, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’imperatore Massimiano era soprannominato Ercole, dopo l’abdicazione fu alleato e collega di Massenzio. Si suicidò nella città di Marsiglia ecc..”.  

Nel 493, TEODORICO, re degli Ostrogoti, la città fortezza della Molpa ed il basso Cilento

Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo questa Regione sofferto infiniti mali a causa de’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII.”. Dunque, l’Antonini scriveva che il basso Cilento subì diverse vessazioni dai Goti di Teodorico (Ostrogoti), nell’anno 493, dopo aver sconfitto Odoacre. Da Wikipedia leggiamo che dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La città della “Molpa”, oggi scomparsa ma in un tempo era solida città fortificata sull’onima collina della Molpa, vicino il promontorio capo Palinuro o capo Spartivento. Il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”.  Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Etc…“. Il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti nella nostra Regione, non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc…La quiete, che in Italia sotto gli ultimi Re Goti godevasi, cessò colla venuta da Langobardi chiamati da’ Narsete, disgustato dall’Imperatore Giustiniano II., circa gli anni di Cristo DLXVIII.”. Riguardo la città fortezza della Molpa, il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 372, ci parla della Molpa e del periodo dell’occupazione dei Goti e traendo delle notizie storiche dalla: La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone)”. L’Antonini, riporta un passo della cronaca del monaco di S. Mercurio che scriveva: “…..Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. ”, il cui significato dovrebbe essere che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto.. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca.

Nel 547 d.C. (VI sec. d.C.), il Goto Totila, la conquista della Molpa e la sua distruzione da parte del generale bizantino Belisario

Da Wikipedia leggiamo che la tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. La città della Molpa, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Alcune notizie sui generali Bizantini Belisario e Narsete riguardano la città scomparsa della “Molpa” nei pressi della foce del Mingardo. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 56-57 e ssg., in proposito scriveva che: La guerra in definitiva provocata, e mal condotta, dal re goto Teodato (535-536), fu proseguita tra il 536 ed il 540 dal suo successore Vitige, ma con poca fortuna, sicché Belisario, conquistata e messa sotto il controllo del suo esercito l’Italia centro-settentrionale, poté tornarsene a Costantinopoli nel 540. Dopo la sua partenza però le guarnigioni ed i presìdi bizantini, affidati ad inetti comandanti, mentre con atteggiamento autonomo si diedero ad infierire sulle popolazioni “liberate”, maltrattandole come schiave, si mostrarono incapaci ad opporre un fronte organico all’urto dei Goti, che iniziarono nel 541 la riconquista della Penisola guidati da Baduila, detto ‘Totila’, l’immortale. Chiusi nelle varie piazzeforti, i Bizantini assistettero impotenti all’avanzata del re goto, che da Treviso e da Verona si portò fino in Campania, da dove, occupata Napoli, si diresse in Lucania e nel Bruzio. Sembra che nella Lucania egli allora abbia conquistato e fortificato il borgo di Magliano (1), tra i monti che a sud-est chiudono la Piana del Sele, e quello di Molpe (2), immediatamente a sud di Palinuro.”. Il Cantalupo, a p. 57, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Magliano (‘Maliano’, a. 932; da un prediale lat.: ‘Manli – anus, composto col personale: ‘Manlius’), da identificarsi con l’attuale Magliano, non con Magliano Vetere; di questo grosso borgo, che ancora oggi conserva i resti delle sue fortificazioni, non si hanno notizie sicure prima del 1008, quando era già sededi Contea (v. p. 98).”. Il Cantalupo, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo, ebbe nome dall’omonima sirena (Strabone, I, 22 = 2, 12). Le sue origini sono da porsi almeno nel VI secolo a.C., quando appare essere uno scalo sibaritico come la vicina Palinuro, con la quale coniò in comune una moneta incusa con la leggenda: PAL / MOL. Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Fortificata dai Goti e distrutta da Belisario (cfr. Antonin, cit., pp. 372-373), sembra che abbia subito un saccheggio da parte dei Saraceni nel 1113 (Antonini, ibidem). Il geografo arabo Edrisi la menziona tra il 1139 ed il 1154 con il nome di ‘Molva’ indicandola a 24 miglia da Policastro. Quando, nella seconda metà del XV secolo fu definitivamente distrutta dai corsari Turchi, i suoi abitanti fondarono il casale di S. Serio (cfr. A. Silvestri, La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956, p. XIII.”. Dunque, il Cantalupo, citando l’Antonini scriveva che nel 541 d.C., i Goti, al comando di Totila “Sembra che nella Lucania egli allora abbia conquistato e fortificato il borgo di Magliano (1), tra i monti che a Sud-est chiudono la Piana del Sele, e quello di Molpe (2), immediatamente a sud di Palinuro.”. Il Cantalupo trae la notizia dall’Antonini. Infatti, nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, riguardo la città della Molpa e Belisario a p. 372 in proposito scriveva che: “L’opportunità del sito di questa Città ha fatto la sua infelicità, e la sua ruina, potendosi di essa dire ciò che ‘Lucano’ fa dà suoi cittadini dire alla Città di Rimini posta in simile pericoloso sito, esposto à passaggi; poichè non una volta ha sofferto saccheggi e travagli. La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario, ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto; e da quello che dice ‘Jornande de Regn. success.’ e da ciò che scrisse ‘Procopio’ al lib. I. e 8. ‘de bell. Goth.’ par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece. Le parole del primo appena il viaggio c’accennano, onde alcuna conghiettura del di più si forma, ‘Procopio’ poi poco più di lume ce ne dà, dicendo così tradotto: “Rhegio exercitus terrestri itinere per Brutiorum, & Lucanorum oras processit, procedente classe non procul a continente”. La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) chiarisce bastantemente questo fatto. Ecco come il Monaco scrive: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta dei chronisti Jornande e il “De Bello Gotico” di Procopio di Cesarea scriveva che la città scomparsa di “Molpa” è La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario”, aggiungendo che: “ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto”. Secondo l’Antonini scriveva che la distruzione della città della Molpa ad opera di Belisario è accaduta quando “par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta di Jornande e di Procopio scriveva che il generale bizantino Belisario distrusse la città di Molpa quando venne in Italia nel secondo suo viaggio. Poi, l’Antonini proseguendo il suo racconto cita il racconto tratto dal chronicon “Cronaca del Monaco di San Mercurio”, di cui ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini, che ha letto e copiato da questa cronaca che egli fa risalire all’XI secolo “(il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone)”, riporta il brano tratto dalla cronaca del Monaco di S. Mercurio “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae” che tradotto dice che: “Belisario, il capo dei Romani, avendo sentito in Sicilia, dove fu poi trovato, delle crudeltà che Totila e Badiula stavano commettendo per tutta l’Italia, venne con un grande esercito a piedi, e con molte navi che portavano vettovaglie. A quel tempo Melpa era già stata presa dai Goti, ed era tenuta sotto stretta sorveglianza, come si era detto. Belisario, consapevole di tali cose, venne dalla terra e dalla riva del mare per assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e catturati altri. Paese.”. L’Antonini racconta di aver letto nel Chronicon di S. Mercurio che: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae” il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”L’Antonini, sulla scorta di ciò che aveva letto nel cronicon medioevale del monaco di S. Mercurio, di cui ho parlato in un altro mio saggio, scriveva che, la città fortificata della Molpa, conquistata ed occupata dagli Ostrogoti di Totila, chiamato dal monaco “Badiula” (che l’Antonini chiamava Bultino), fu poi in seguito conquistata dal generale Belisario. L’Antonini a p. 372 della sua “Lucania”, nella sua nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati . Dunque, l’Antonini cita il brano del libro 2 dell’“Istoria” di Agazia (…), che scriveva di questo condottiero Ostrogoto, Bultino che aveva assaltato diversi luoghi e località marittime delle coste Tirreniche della Campania. Baduila, meglio noto con il nome di Totila (Treviso, 516? – Caprara di Gualdo Tadino, luglio 552), fu re degli Ostrogoti dal 541 al 552, durante la guerra greco-gotica. Riuscì a contendere per dieci anni il controllo della penisola italiana all’Impero bizantino. Totila (“l’immortale” in lingua gota) salì al trono dopo la morte di suo zio Ildibaldo e l’assassinio di Erarico, un re dell’etnia dei Rugi, che stava trattando la consegna dell’Italia a Giustiniano. Dopo le pesanti sconfitte subite contro il generale Belisario e dopo la conseguente cattura di Vitige nel 540, gli Ostrogoti riuscirono faticosamente a tenere in vita uno stato a nord del fiume Po. Totila era in quel momento il comandante della truppe gote presso Treviso e fu probabilmente nominato re intorno ai 25 anni, alla fine del 541, dopo pochi mesi di regno di Erarico. Su Totila, vinto in seguito dal generale Belisario, ha postillava l’Antonini. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca.  Sul chronicon del “monaco di S. Mercurio” citato dall’Antonini (…) e nel chronicon di Luca Mannelli (…), ha scritto anche il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…). Il sacerdote Giovanni Cammarano a p. 15, parlando dell’antichissima abbazia di S. Maria di Centola, nel suo vol. II: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “Stando a quanto scrive don Baldassarre Lupo, la Badia di S. Maria di Centola sorse come eremo (3), l’anno 515-530 ad opera di monaci basiliani (4).”. Il sacerdote Giovanni Cammarano (…), a p. 43, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44 e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, primo abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, in proposito scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate……… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Ecc…”. Dunque, il Cammarano, sulla scorta dell’Antonini e del Mannelli scriveva che secondo Venceslao 1°, primo abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, la cronaca di S. Mercurio citava diverse volte il passo di Procopio di Cesarea (….) e del suo “Del bello gothico”, in cui Procopio racconta che la città scomparsa della “Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Dunque, secondo questi autori che citano Procopio, la città della Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554. Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ecc…”. Dunque, il monaco Mannelli citava Scipione Mazzella Napolitano che scrisse di Belisario e della Molpa. Il Mannelli (…), si riferiva al testo di Scipione Mazzella Napolitano (…) ed il suo “Descrittione del Regno di Napoli”. Ma nel testo ho trovato la citazione di Belisario riguardo accenni alla storia di Agropoli. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Le poche guarnigioni bizantine lasciate sul territorio, non furono capaci di far fronte ai Goti che ripresero le ostilità nel 541.”. Sempre il La Greca scriveva che: “Lo storico Procopio di Cesarea, amico e ufficiale di Belisario, raccontò il ‘La guerra gotica’ le vicende di una delle guerre più sanguinose mai combattute e in maniera imparziale, descriveva le depredazioni dei Goti ai danni delle popolazioni lucane, osservando che i Bizantini non furono da meno. Belisario con un nuovo esercito sbarcava a Reggio e risaliva la penisola calabra; fu fortificato Bussento e riconquistato il castello di Molpa. Anche Lucania, sul Monte Cilento, fu occupata: correva l’anno 552. Belisario si affacciava così sul Golfo di Salerno. Sul promontorio che le chiude da sud, fu edificato un castron, cioè una fortificazione, cui fu dato il nome di ‘Acròpolis’, cioè “posta in alto”, con riferimento al fatiscente abitato di Ercula che ormai serviva solo come approdo alla flotta bizantina che appoggiava via mare l’avanzata dell’esercito. A ridosso della piana di Paestum, mentre i profughi della fascia costiera tra Paestum e Velia si rifugiarono sul Monte Cilento (oggi Monte Stella) nella città-fortezza di Lucania apportandone in tal modo un notevole incremento e probabilmente la comunità cristiana di Ercula portò con sé il culto di san Marco che rimmarrà vivo sulla montagna per secoli e sarà affiancato da quello della ‘Vergine Odighitria’ quando nel 552, nel corso della guerra gotico-bizantina, Lucania fu presa dall’esercito di Belisario al seguito del quale, a mò di cappellani militari, vi erano monaci greci, che furono gli antesignani del monachesimo greco nel Cilento.”.

Nel 547, la prima distruzione del presidio goto di Molpa, la distruzione del generale Belisario e la nascita di “Centula”

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Centola nacque sotto la dominazione bizantina di Giustiniano. Da Wikipedia leggiamo che la leggenda vuole che Centola sia stata fondata intorno al XVI secolo da una cosiddetta “centuria” di profughi provenienti dall’antica città di Molpa: da questa “centuria” sarebbe poi derivato il nome al paese. Tuttavia Carla Marcato, ricercatrice dell’Università di Udine, ritiene molto più probabile una discendenza del toponimo da un’unità di misura agraria. Del resto il paese risulta più antico di quanto vorrebbe la leggenda. Da Wikipedia leggiamo che in epoca medioevale ebbe inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti. Alcuni di questi superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle Fontanelle, in un posto riparato e sicuro, detto Vallone. Fu forse dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo che questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. L’Antonini (…), vuole che dopo la prima distruzione di una cittadella sulla collina di ‘Molpa’, i superstiti, rifugiandosi sulle colline più a monte, dove oggi si trova l’odierno paesino di Centola. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella Parte II, nel ‘Discorso VI’, parlando “de’ luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, da pp. 348-349 e s., ci parla di Centola e a p. 348, in proposito scriveva che: “Due miglia da quì, camminando a Mezzogiorno, si trova Centola posta per lungo sopra la collina, che la manca sovrasta al Melpi. Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario. Io non volendo pregiudicarla nella sua antichità, ne toglierne questo pregio, intera, e salva cotale opinione lascio a chi vorrà tenerla, però per non far torto alla verità, convien dire, che il luogo fin dall’anno MDXXIX era Casale di S. Severino, ma smembrato in quanto alla giurisdizione, e credo che si fosse fatto grande dopo l’ultima desolazione della Molpa nel MCDLXIV, poichè i terreni del paese non sono, che quelli della stessa distrutta Città, vasti, ed all’estremo abbondanti di tutto, ma la poca cura e industria de’ Cittadini appena ne fa uso per i generosi vini, e per gli fichi, etc…”.

(Fig…..) Antonini, op. cit., pp. 347-348

Dunque, l’Antonini scriveva che Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario.”. Dunque, l’Antonini riporta la notizia che le origini di Centola derivano da un Centurione dell’esercito bizantino dell’esercito del generale Belisario incaricato dall’Imperatore Costantino di conquistare il regno Goto in Italia. Antonini, sulla scorta del Chronicon di S. Mercurio scriveva pure che questo centurione bizantino ai tempi di Belisario e ai tempi della prima della città della Molpa andò a fondare il casale di Centola con altri cento soldati che ivi si stabilirino. Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola, a p. 192, nel suo vol. IV, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “La Molpa fu distrutta nella seconda venuta in Italia di Belisario 544, donde ripartì il 558. Ora in questi quattro anni è giocoforza collocare la distruzione della Molpa. Tutto sta a precisare l’anno. Per riconquistare la Sicilia e la Magna Grecia è logico assegnare un tempo fino al 547, non sapendo quale mese indicare dell’anno di partenza e dell’anno di arrivo. Quindi l’operazione avrebbe comportato un anno e alcuni mesi. Il 548 Belisario è impegnato nella liberazione di Roma, occupata da Totila. E siccome la Molpa si trovava quasi alla fine della Magna Grecia, la sua distruzione non può non cadere che nel 547, etc…”Inoltre, il Cammarano, a pp. 204-205, in proposito scriveva che:  “Il Cristianesimo si insediò ben presto nella città della Molpa e non è difficile dimostrarlo. E’ certo che nella prima distruzione, 547, già era in massa cristiana. Difatti la laura di Centola sorse molto tempo prima di detta data in virtù di alcuni abitanti della Molpa, che vennero a menare vita eremitica nel luogo dove poi sorse la Badia di S. Maria di Centola.”. Giovanni Cammarano (…), a p. 186, nel suo vol. IV, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “In merito a detto documento dell’Abate Mercurio I, don Baldassarre nelle sue memorie riporta i giudizi anche di portata storica. 1) P. Gregorio Taliento, basiliano (* 1430) annotizia: “Nello scorrere del tempo che va dallo 543 al 554, fu presa la città della Molpa, città della Magna Grecia, occupata dai Goti, dallo generale bizantino, Belisario. I Goti facevano una forte resistenza, affavoriti dalle fortificazioni in muri, che cingevano la città con li posti di fortezza. E così Belisario per menare fuori i Goti, fu costretto dare fuoco e distruggere la città. E così li pochi scampati di quelli tanti abitatori si apportarono nelle terre dello internale. La maggioranza, come dice Mercurio, si fermarono sotto lo monte delle Fontanelle e a quasi lo vallone diedero esistenzia alle prime case del borgo, che chiamarono Centula, è addimostrabile”. (AFL) 2) P. Serafino 1° da Centola, cappuccino (1641+1712) riferisce in un magnifico notiziario: “Lo Abate Mercurio nulla si fece sfuggire nelle sue “Cronache” su tutti gli avvenimenti storici che si succedettero nelle nostre terre. In particolare merita attenzione, studio e riflessione da parte nostra il contenuto della Molpa, il modo poi di vivere della nostra primitiva popolazione stazionata in località “Vallone” e le tristi vicende storiche etc…”. Ancora, il Cammarano (….), a p. 188 scriveva pure che: “Difatti di Mercurio I sappiamo che lasciò la Molpa e se ne andò a fondare una laura a Centola menandovi vita eremitica tra preghiera, studio e lavoro. Di Mercurio II conosciamo solo il nome. E né possono essere chiamati in causa i due martiri di nome Mercurio, uno il 25 novembre e l’altro il 10 dicembre perchè vissuti molto tempo prima.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. I, parlando di Centola, a p. 712 in proposito scriveva che: “CENTOLA. ‘Centula, Centola, Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini. Università autonoma etc…L’Antonini (1) ricorda la leggenda del centurione che con i suoi cento uomini vi si stabilì ai tempi di Belisario e dopo la prima distruzione di Molpa. Il villaggio s’ingrandì ancora dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464), ma non sappiamo se colà era già un villaggio o se questo s’ingrandì dopo l’arrivo dei monaci italo-greci che costituirono ivi, a nord della via per S. Severino, la nota abbazia di S. Maria.”. Ebner, a p. 712, nella nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 349.”. Scrive ancora l’Ebner, a p. 714 che: “Centola è ubicata dall’Antonini (10) su una collina e fino al 1529 casale di Sanseverino. ……Il Giustiniani pone Centola a 32 miglia da Salerno e a 3 miglia dal mare di Palinuro, su una collina con circostanti fertili terreni (grano, vino, olio, frutta). Traendone dall’Antonini ricorda anch’egli la leggenda del centurione che andò a stabilirsi temporaneamente ivi ai tempi di Belisario e la prima e la seconda distruzione di Molpa (13).”. Ebner, a p. 714, nella nota (10) postillava che: “(10) Trascrive da A. Baccio (Hist. natur. vin., lib. 5) “Extat novi nominis Centula oppidum, in cuius apricis collibus vinum gignitur, quod in Urbe praesertim Roma, et in communibus mensis, etiam Principatum, fama, atque usu cum Clarello contendit”, il cui significato tradotto è il seguente: “C’è un paese del nuovo nome di Centula, ne’ cui colli assolati si produce un vino, che nella città, specialmente in Roma, e nelle città del mese, anche nei principati, gareggia in fama e pratica col Clarello.”. Ebner, a p. 714, nella nota (12) postillava che: “(12) Giustiniani, cit.: Etc…, i fuochi”. Giovanni Cammarano (…), ex parroco di Centola traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: Mercurio …..E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Etc…”. Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico ragionato del Regno delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “……….”. Amedeo ed Emilio La Greca ed Antonio di Rienzo (….), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 215 parlando di Centola (VI itinerario), in proposito scrivevano che: “E’ tradizione che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa nel 554 ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina (535-553 d.C.). I superstiti si rifugiarono in località detta “Vallone” ove costruirono un piccolo villaggio. Di qui si spostarono gradualmente più a monte dove nel 1207 sorse una Badia Benedettina detta Santa Maria degli Angeli (1). Questa fu il centro della vita economica e religiosa del nuovo paese. I Benedettini, infatti, organizzavano il lavoro, etc…”. I tre autori, a p. 215, nella nota (1) postillavano: “(1) Antonini, p. 387”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Nei tempi successivi, a causa del malsicuro sito, pericolosamente esposto ai passaggi di barbari e di pirati, Molpa dovette subire più volte saccheggi, devastazioni e tormenti. Nei primi anni della terribile guerra Gotica (535-553 d.C.), il bizantino Belisario, generale dell’Imperatore Giustiniano, dopo aver distrutto il Regno dei Vandali in Africa, sbarcò in Sicilia e si impadronì facilmente dell’isola e di tutta l’Italia meridionale. Diretto a Roma, alla testa dun numerosissimo esercito, Belisario attraversò, con la stessa furia di un fiume in piena, le nostre contrade, lasciando dietro di sè, saccheggi, distruzione e rovina. Da questo suo impeto selvaggio fu distrutta, per la prima volta nella sua storia, Molpa, intorno all’anno 537 d.C., quando essa era dominio del principe ostrogoto Bultino, che qui aveva stabilito un munitissimo presidio. Lo storico greco Procopio di Cesarea, morto a Bisanzio nel 565, avendo seguito Belisario in Italia, fu diretto spettatore delle vicende e degli orrori della terribile Guerra Gotica. Egli, nella sua opera “De Bello Gothico”, ci offre una chiara visione della devastazione e della rovina patite dalla Molpa. Ecco il suo racconto: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. “. Il Guzzo, a p. 70, nella nota (12) postillava: “(12) Procopio – De Bello Gothico – Libro I – cap. VIII.”. Dunque, in questo passo il Guzzo trascrive il passo che riguarda la distruzione di Molpa tratto dal testo del “De Bello Gothico” di Procopio di Cesarea e dice Libro I, cap. VIII. Il passo trascritto dal Guzzo e da lui attribuito a Procopio è lo stesso passo che cita il barone Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 3872, ma che attribuisce alla cronaca di S. Mercurio. Dunque, il Guzzo erra nel dire che il passo è di Procopio.

Nel 547 d.C. (VI sec. d.C.), l’Ostrogoto “Baduila” detto Totila

Da Wikipedia leggiamo che la tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Da Wikipedia leggiamo che Baduila, meglio noto con il nome di Totila (Treviso, 516? – Caprara di Gualdo Tadino, luglio 552), fu re degli Ostrogoti dal 541 al 552, durante la guerra greco-gotica. Riuscì a contendere per dieci anni il controllo della penisola italiana all’Impero bizantino. Totila (“l’immortale” in lingua gota) salì al trono dopo la morte di suo zio Ildibaldo e l’assassinio di Erarico, un re dell’etnia dei Rugi, che stava trattando la consegna dell’Italia a Giustiniano. Dopo le pesanti sconfitte subite contro il generale Belisario e dopo la conseguente cattura di Vitige nel 540, gli Ostrogoti riuscirono faticosamente a tenere in vita uno stato a nord del fiume Po. Totila era in quel momento il comandante della truppe gote presso Treviso e fu probabilmente nominato re intorno ai 25 anni, alla fine del 541, dopo pochi mesi di regno di Erarico. Dalla Treccani on-line leggiamo che “Baduila”, re degli Ostrogoti. Baduila apparteneva a una delle Sippen più illustri del suo popolo. Era nipote di Ildibado, che gli Ostrogoti avevano acclamato re dopo la resa di Vitige a Belisario in Ravenna nel maggio 540. E Ildibado era a sua volta nipote di quel Teudi, che Teoderico aveva mandato a governare il regno dei Visigoti, dopo la morte di Alarico II nella battaglia di Vouillé del 507, durante la minore età di Amalarico. Alarico II ed Amalarico erano, rispettivamente, genero e nipote di Teoderico. E dei Visigoti Teudi era divenuto re dopo l’assassinio di Amalarico nel 531. Da Wikipedia leggiamo che Baduila, meglio noto con il nome di Totila (Treviso, 516? – Caprara di Gualdo Tadino, luglio 552), fu re degli Ostrogoti dal 541 al 552, durante la guerra greco-gotica. Riuscì a contendere per dieci anni il controllo della penisola italiana all’Impero bizantino. Sebbene Totila sia quello più usato dagli storici, è in realtà Baduila (o anche Badunila, Baduela) il nome più corretto essendo attestato nella monetazione dell’epoca. La questione dei due nomi non ha ancora trovato una spiegazione esauriente (qualcuno ha ipotizzato una ragione “fonetica”). Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “9. La guerra greco-gotica”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Le disgrazie per i romani non erano ancora finite, nemmeno dopo la fine di Vitige. Belisario, per i soliti intrighi della corte bizantina, era stato richiamato in patria e mandato a combattere di nuovo contro i persiani di Cosroe. I goti approfittarono della sua lontananza per riorganizzarsi sotto la guida di Baduila detto Totila (l’Immortale), abile generale oltre che politico. La riscossa intrapresa da lui conquistò gli animi anche dei contadini italici, che egli liberò dalla servitù ai propri padroni. La nobiltà terriera romana, che era stata alleata infida di Teodorico, fu invece la sua nemica.  Etc…”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 56-57 e ssg., in proposito scriveva che: Dopo la sua partenza però le guarnigioni ed i presìdi bizantini, affidati ad inetti comandanti, mentre con atteggiamento autonomo si diedero ad infierire sulle popolazioni “liberate”, maltrattandole come schiave, si mostrarono incapaci ad opporre un fronte organico all’urto dei Goti, che iniziarono nel 541 la riconquista della Penisola guidati da Baduila, detto ‘Totila’, l’immortale. Chiusi nelle varie piazzeforti, i Bizantini assistettero impotenti all’avanzata del re goto, che da Treviso e da Verona si portò fino in Campania, da dove, occupata Napoli, si diresse in Lucania e nel Bruzio.”. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Dopo aver questa Regione sofferto infiniti mali da’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII. di Cristo coll’Italia tutta a respirare un’aria di serena pace; e sotto una serie di otto Re Goti, quasi le antiche speranze riprese (cotanto eran questi inciviliti etc…)”. Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. Antonini, a p. 118, nella nota (I) postillava: “(I) Nostro intendimento non è riferire, quanti mali avessero all’Italia i primi Goti recato, trovandosene piene le storie, solamente scrivere ci giova quelli, op arte di essi, che alla nostra Lucania fecero. I maggiori, ma più brevi danni furono a questa regione fatti da Baduela, e Alarico, il quale nel CDX. secondo la più comune opinione, dopo aver saccheggiato Roma, andando in Sicilia altamente afflisse la Lucania. Ricavasi ciò da Paolo Diacono, o qualunque siasi l’Autor della storia Miscella nel lib. 13, ‘Deinde per Campaniam, Lucaniam, Brutiamque simili strage Gothi bacchantes, &c. Morto Alarico ne’ Bruzi, ritornarono i Goti in Roma, e per istrada ‘si quid residuum suit, more locustarum eradunt. Giornande de reb. Get. ce lo conferma, da’ quali peravventura ‘Peuntingero de inclin. Imp. Rom. trasse le seguenti parole: ‘Campaniam, Lucaniam Brutiam devastando, Consentiae demum (Alaricus Sc.) in fata concessit’. Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc…”. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120, in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti in questa Regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, Labriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo. Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto i Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero), governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi disperse nelle ‘Varie’ di Cassiodoro; e qualcuna ancora sostenuta dai Longobardi (che appresso li vennero) trovasi tra le loro registrata, specialmente quelli, etc….La quiete che in Italia sotto gli ultimi Re Goti godevasi, cessò colla venuta de’ Longobardi chiamati da Narsete, disgustato dall’Imperador Giustiniano II, circa gli anni di Cristo DLXVIII. Questi, fierissima gente che dalla Germania erano nella Pannonia da quarant’anni venuti, volarono per così dire all’invito di Narsete.”. Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120, nella nota (I) postillava: “(I) Lucania…Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc..”. Antonini, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”. L’Antonini, a p. 317 dice che Magliano era tenuto dai Goti come luogo fortissimo. Dunque, secondo l’Antonini , il Monaco di S. Mercurio, nel suo chronicon medioevale aveva scritto che ai tempi del generale bizantino Belisario, i “Gothi” occupavano da tempo la fortezza della Molpa. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva che: La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) e, dalla Cronaca medioevale l’Antonini cita e riporta il seguente brano: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”, il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 26. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici etc…”, nel vol. I, a p. 346, in proposito scriveva che: “Il re Totila batte i capitani lasciati da Belisario e ripiglia il dominio dell’intera Italia dalle alpi ai Bruzii, rimanendo solo Taranto ai Greci, 541-46…..(Collenuccio p. 31) Belisario ritorna in Italia, sottomette le Romagne e riprende Roma; il suo luogotenente Giovanni è battuto da Totila nel Salentino. Etc…”.

Nel 547 d.C. (VI sec. d.C.), l’Ostrogoto “Baduila” detto Totila, la conquista della Molpa e la sua distruzione da parte del generale bizantino Belisario

Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a pp. 118-119, in proposito scriveva che: “Dopo aver questa Regione sofferto infiniti mali da’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII. di Cristo coll’Italia tutta a respirare un’aria di serena pace; e sotto una serie di otto Re Goti, quasi le antiche speranze riprese (cotanto eran questi inciviliti etc…)”. Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. Antonini, a p. 120, in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti in questa Regione non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 56-57 e ssg., in proposito scriveva che: Sembra che nella Lucania egli allora abbia conquistato e fortificato il borgo di Magliano (1), tra i monti che a sud-est chiudono la Piana del Sele, e quello di Molpe (2), immediatamente a sud di Palinuro.”. Il Cantalupo, a p. 57, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Magliano (‘Maliano’, a. 932; da un prediale lat.: ‘Manli – anus, composto col personale: ‘Manlius’), da identificarsi con l’attuale Magliano, non con Magliano Vetere; di questo grosso borgo, che ancora oggi conserva i resti delle sue fortificazioni, non si hanno notizie sicure prima del 1008, quando era già sededi Contea (v. p. 98).”. Il Cantalupo, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo, ebbe nome dall’omonima sirena (Strabone, I, 22 = 2, 12). Le sue origini sono da porsi almeno nel VI secolo a.C., quando appare essere uno scalo sibaritico come la vicina Palinuro, con la quale coniò in comune una moneta incusa con la leggenda: PAL / MOL. Secondo EUTROPIO (IX, 27) nel 305 d.C. vi si ritirò Massimiano Erculeo, collega di Diocleziano, quando abdicò all’Impero. Fortificata dai Goti e distrutta da Belisario (cfr. Antonini, cit., pp. 372-373), etc…”. Dunque, il Cantalupo, citando l’Antonini scriveva che nel 541 d.C., i Goti, al comando di Totila “Sembra che nella Lucania egli allora abbia conquistato e fortificato il borgo di Magliano (1), tra i monti che a Sud-est chiudono la Piana del Sele, e quello di Molpe (2), immediatamente a sud di Palinuro.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, vol. I, nel suo cap. II: “Un kastrum bizantino: Akropolis”, a pp. 57 e ssg.,  in proposito scriveva che: “Giustiniano fu costretto a mandare nuovamente in Italia Belisario; questi sbarcò a Ravenna nel 544 e, l’anno successivo, inviò verso il centro della Penisola il grosso delle truppe ad incontrare quelle nuove che gli erano state spedite da Costantinopoli, per costituire un grosso fronte contro Totila, che minacciava Roma; egli stesso navigava continuamente dall’una all’altra fortezza marittima, seguendo e coordinando le operazioni. Intanto le nuove milizie bizantine, sbarcate a Reggio, risalivano il Meridione per via terra, attraverso il Bruzio e la Lucania, mentre la flotta  che le seguiva per le vettovaglie si teneva il più possibile sotto costa. Allora le zone tirreniche della Lucania furono liberate dai Goti e, sembra, riconquistata Molpe; poi Belisario provvide a far fortificare il promontorio posto nell’arco meridionale del golfo di Salerno. Evidentemente fu la contingente necessità di un ancoragio per la flotta, che in quel frangente appoggiava le truppe terrestri operanti in Lucania, a mostrare allo stratego la vitale necessità di avere un approdo sicuro e protetto sul versante tirrenico di questa regione, prima di dirigere le operazioni verso Salerno e Napoli, ancora nelle mani dei Goti. Etc…” e poi prosegue su Agropoli. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, riguardo la città della Molpa e Belisario a p. 372 in proposito scriveva che: “L’opportunità del sito di questa Città ha fatto la sua infelicità, e la sua ruina, potendosi di essa dire ciò che ‘Lucano’ fa dà suoi cittadini dire alla Città di Rimini posta in simile pericoloso sito, esposto à passaggi; poichè non una volta ha sofferto saccheggi e travagli. La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario, ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto; e da quello che dice ‘Jornande de Regn. success.’ e da ciò che scrisse ‘Procopio’ al lib. I. e 8. ‘de bell. Goth.’ par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece. Le parole del primo appena il viaggio c’accennano, onde alcuna conghiettura del di più si forma, ‘Procopio’ poi poco più di lume ce ne dà, dicendo così tradotto: “Rhegio exercitus terrestri itinere per Brutiorum, & Lucanorum oras processit, procedente classe non procul a continente”. La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) chiarisce bastantemente questo fatto. Ecco come il Monaco scrive: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta dei cronisti Jornande e il “De Bello Gotico” di Procopio di Cesarea scriveva che la città scomparsa di “Molpa” è La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario”, aggiungendo che: “ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto”. Secondo l’Antonini scriveva che la distruzione della città della Molpa ad opera di Belisario è accaduta quando “par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta di Jornande e di Procopio scriveva che il generale bizantino Belisario distrusse la città di Molpa quando venne in Italia nel secondo suo viaggio. Poi, l’Antonini proseguendo il suo racconto cita il racconto tratto dal chronicon “Cronaca del Monaco di San Mercurio”, di cui ho parlato in un altro mio saggio. L’Antonini, che ha letto e copiato da questa cronaca che egli fa risalire all’XI secolo “(il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone)”, riporta il brano tratto dalla cronaca del Monaco di S. Mercurio “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae” che tradotto dice che: “Belisario, il capo dei Romani, avendo sentito in Sicilia, dove fu poi trovato, delle crudeltà che Totila e Badiula stavano commettendo per tutta l’Italia, venne con un grande esercito a piedi, e con molte navi che portavano vettovaglie. A quel tempo Melpa era già stata presa dai Goti, ed era tenuta sotto stretta sorveglianza, come si era detto. Belisario, consapevole di tali cose, venne dalla terra e dalla riva del mare per assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e catturati altri. Paese.”. L’Antonini racconta di aver letto nel Chronicon di S. Mercurio che: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae” il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”L’Antonini, sulla scorta di ciò che aveva letto nel cronicon medioevale del monaco di S. Mercurio, di cui ho parlato in un altro mio saggio, scriveva che, la città fortificata della Molpa, conquistata ed occupata dagli Ostrogoti di Totila, chiamato dal monaco “Badiula” fu poi in seguito conquistata dal generale Belisario. Lucido Di Stefano (….), nel suo manoscritto “Della Valle di Fasanella nella Lucania – Discorsi del dott. Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Lib. I, a pp. 176-177 cita Totila ed il Gatta ed in proposito scriveva che: “Fu Bussento la prima volta destrutta da Belisario Capitan dell’Imp. Giustiniano, allorchè la seconda volta da Sicilia, contro Totila Re de’ Goti venne in Italia circa l’anni 541. Di questa destruzione, col nome di Molpa parla la ‘Cronica di San Mercurio’, presso il Baron Antonini, part. 2 Disc. VII: ‘Belisarius, crive il Cronista, Dux Romeorum auditis in Sicilia, etc…’. Avendo anche scritto, che ‘prope istum Portum a parte orientis (Palinuri) est civitas Molpae, quam edificaverunt in loco altissimo, et dirupo super mare temporibus antiquis Pelasgi, et Tireni, de genere greco, ob comoditatem maris; quia illi erant omnes Nautae, et vivebant de preda maris, et in hunc diem omnes habitatores prelibate Molpe sunt greci.”. La frase tratta dall’Antonini ha il seguente significato:  “vicino a questo porto dalla parte orientale (Palinuri) è la città di Molpae, che eressero in luogo altissimo e sopra uno scoglio sopra il mare ne’ tempi antichi de’ Pelasgi, e di stirpe tirrenica, per comodità de’ mare; perché erano tutti marinai, e vivevano della preda del mare, e fino ad oggi tutti gli abitanti di Molpe sono greci”. Il Di Stefano, a p. 177, continuando il suo racconto scriveva pure che: “O in questa destruzione, o allorchè fu la Città da’ Goti occupata, dovè il Vescovo abbandonarla, o per ragione della destruzione, o perchè i Goti erano eretici seguaci di Ario; e perchè tra i migliori luoghi della sua Diocesi, era la Città di Policastro; perciò ivi dovè egli ritirarsi; quindi dopo la di lui morte, scrisse San Gregorio la citata Lettera al Vescovo di Agropoli, incarnandogli, secondo l’uso di quei tempi, di visitare le vicine Chiese, vacanti del proprio Pastore, di Velia, di Bussento, e di Blanda, oggi Maratea. Circa questi tempi, credo, quei pochi Cittadini, edificarono Pisciotta, e dal nome della destrutta lor patria la chiamarono ‘Pyxuntum’ , nome, che in Latino, ancora ritiene.”. E’ evidente che in questo passaggio il Di Stefano, governatore di Centola sposava le tesi del Volpe. E’ interessante notare che il D Stefano (….), scriveva che:  “Fu Bussento la prima volta destrutta da Belisario Capitan dell’Imp. Giustiniano, allorchè la seconda volta da Sicilia, contro Totila Re de’ Goti venne in Italia circa l’anni 541.“. Il Di Stefano si rferiva alla città scomparsa della Molpa vicino Palinuro. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 180, dove parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Detto sig. Antonini ha per favoloso un tal racconto, e più verosimilmente incorsioni de’ Goti, e di altri nuovi Barbari, e le desolazioni, che verso Toscana e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi nella Molpa, luogo allora meno a’ pericoli esposto, e che di là nuvamente cacciati, per trovare un sicuro ricetto, venuti fossero a fondare malfi, Ravello e Scala”; giacché Errico Breemanno Cap. 4 e 5 ‘de Republ. Amalph.’, e l’Ughellio vogliono Amalfi edificata nel DC di Cristo. Crede verosimile ancora il citato Antonini, che l’origine di detta Città fusse avvenuta, perche avendo Belisario rovinata la Molpa, parte dei Molpitani fuggiti dalla desolazione della lor Patria.”. Infatti, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c. 4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. La citazione di “Errico Bacmanno”, si tratta di Errico Bacco Alemanno (….) ed il suo “Nuova, e perfettissima descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici Province”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. Lucido Di Stefano (….), a p. 180, aggiunge che: “Ma io piuttosto dico,  che distrutto Bussento da Belisario circa il 541 perchè da’ Goti occupato, probabilmente i Bussentini edificarono Pisciotta, il che oscuramente ricavo dalle sopra descritte parole della “Cronaca di San Mercurio: Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe Pueris, et feminis. Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem Patriae”, credendo, che quel et pauci, fussero stati coloro, che edificarono Pisciotta. Etc…”La frase pubblicata dall’Antonini e tratta dalla Cronaca del Monaco di S. Mercurio tradotta ha il seguente significato: Allo stesso modo fu portato via un gran numero di cittadini, bambini e donne che piangevano da lontano. E alcuni di loro tornarono a casa a causa della distruzione del loro paese”. Sempre il Di Stefano (….) dissertando sulla città di Amalphi la vecchia e della molpa aggiungeva che: “Non essendo probabile la seconda opinione dello stesso Sig. Antonini, di essersi portati detti Melfitani ad edificar Amalfi in tempo della distruzzione della lor Patria fatta da Belisario, perchè in quel tempo, Bussento per l’addotta ragione, non aveva campbiato il primiero suo nome. Questa mia ipotesi la credo più verosimile di ogn’altra, altrimenti la storia dell’edificazione di Amalfi fatta da Melfitani, si rende sospetta, e contradicente.”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca. Il sacerdote Giovanni Cammarano a p. 15, parlando dell’antichissima abbazia di S. Maria di Centola, nel suo vol. II: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “Stando a quanto scrive don Baldassarre Lupo, la Badia di S. Maria di Centola sorse come eremo (3), l’anno 515-530 ad opera di monaci basiliani (4).”. Il sacerdote Giovanni Cammarano (…), a p. 43, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44 e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, primo abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, in proposito scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate……… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Ecc…”. Dunque, il Cammarano, sulla scorta dell’Antonini e del Mannelli scriveva che secondo Venceslao 1°, primo abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, la cronaca di S. Mercurio citava diverse volte il passo di Procopio di Cesarea (….) e del suo “Del bello gothico”, in cui Procopio racconta che la città scomparsa della “Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Dunque, secondo questi autori che citano Procopio, la città della Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554. Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ecc…”. Dunque, il monaco Mannelli citava Scipione Mazzella Napolitano che scrisse di Belisario e della Molpa. Il Mannelli (…), si riferiva al testo di Scipione Mazzella Napolitano (…) ed il suo “Descrittione del Regno di Napoli”. Ma nel testo ho trovato la citazione di Belisario riguardo accenni alla storia di Agropoli. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche. Ecc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Le poche guarnigioni bizantine lasciate sul territorio, non furono capaci di far fronte ai Goti che ripresero le ostilità nel 541.”. Sempre il La Greca scriveva che: “Lo storico Procopio di Cesarea, amico e ufficiale di Belisario, raccontò il ‘La guerra gotica’ le vicende di una delle guerre più sanguinose mai combattute e in maniera imparziale, descriveva le depredazioni dei Goti ai danni delle popolazioni lucane, osservando che i Bizantini non furono da meno. Belisario con un nuovo esercito sbarcava a Reggio e risaliva la penisola calabra; fu fortificato Bussento e riconquistato il castello di Molpa. Anche Lucania, sul Monte Cilento, fu occupata: correva l’anno 552. Belisario si affacciava così sul Golfo di Salerno. Sul promontorio che le chiude da sud, fu edificato un castron, cioè una fortificazione, cui fu dato il nome di ‘Acròpolis’, cioè “posta in alto”, con riferimento al fatiscente abitato di Ercula che ormai serviva solo come approdo alla flotta bizantina che appoggiava via mare l’avanzata dell’esercito. A ridosso della piana di Paestum, mentre i profughi della fascia costiera tra Paestum e Velia si rifugiarono sul Monte Cilento (oggi Monte Stella) nella città-fortezza di Lucania apportandone in tal modo un notevole incremento e probabilmente la comunità cristiana di Ercula portò con sé il culto di san Marco che rimmarrà vivo sulla montagna per secoli e sarà affiancato da quello della ‘Vergine Odighitria’ quando nel 552, nel corso della guerra gotico-bizantina, Lucania fu presa dall’esercito di Belisario al seguito del quale, a mò di cappellani militari, vi erano monaci greci, che furono gli antesignani del monachesimo greco nel Cilento.”Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,…..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Alcune notizie sui generali Bizantini Belisario e Narsete riguardano la città scomparsa della “Molpa” nei pressi della foce del Mingardo. Arturo Carucci (….), nel suo “Opulenta Salernum”, a p. 58, in proposito scriveva che: “L’armata fu posta al comando di Belisario, un gennerale valoroso, intelligente e geniale, al quale bastò solo uno scontro formidabile per abbattere definitivamente l’impero vandalico…….ecc….Ma nel 542 Totila, nuovo re dei Goti, riprese le ostilità e, sconfitto nel 547, riuscì presto a riorganizzare le sue forze e a riconquistare l’intero territorio, compresa Roma. Anche Salerno passò nelle mani dei Goti e vi restò per circa un decennio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 13, in proposito scriveva che: “Ma l’incalzare della guerra gotica (535-553), che predette appena di pochi anni l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20).”. Ebner, a p. 13, nella nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, parlando della “Molpa” (città scomparsa e promontorio), a p. 172, in proposito scriveva che: “E’ dubbio che la popolazione abbia subito danni nel corso della guerra gotica, certamente le locali famiglie ne subirono dalle incursioni saraceniche (12).”. Ebner, a p. 172, nella nota (12) postillava che: “(12) L’Antonini (cit. I, p. 372 sg.) trascrive un brano della ‘Cronaca di S. Mercurio: “Belisario dux Romeorum suditis etc….”. La ‘Cronaca’ (assegnata al IX secolo) è troppo ricca di erudizione sul periodo imperiale di Roma (nascita vivi dell’Imperatore Livio Severo, 461-465, che vi si ritirò dopo l’abdicazione di Massimiliano Eraclio, collega di Diocleziano. Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa. Il Corcia (cit., III, 68) richiama Eutropio che parla della Lucania, non di Molpa. Etc…”. L’Ebner quando non sapeva cosa scrivere così liquidava le notizie storiche. Nicola Cilento (….), nell’Introduzione al testo di “Storia del Vallo di Diano”, vol. II (ed. Laveglia, 1982), a p. 6, in proposito scriveva che: “Nel corso della guerra gotica e prima della riconquista bizantina, attraverso l’episodio cassiodoreo della fiera di Marcellianum presso la chiesa battesimale di S. Giovanni in Fonte, si delinea il processo di isolamento della regione con lo spopolamento degli antichi centri abitati……nell’Alto Medioevo gli unici abitati del Vallo sono i castra preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala in zona elevata, mentre scompaiono gli insediamenti lungo la strada Capua-Reggio fra cui Forum (Polla) e Marcellianum; l’abbandono della piana per le alture è anch’esso un fenomeno che caratterizza quasi dovunque l’alto Medioevo.”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 21, in proposito scriveva che:  “2. La conquista bizantina e la guerra tardo gotica. Il Vallo di Diano diviene così parte integrante del dominio bizantino che, dopo l’espugnazione di Napoli e l’entrata di Belisario a Roma (dicembre 536), si estende a tutte le regioni meridionali del versante adriatico in seguito alla spontanea sottomissione dei suoi abitanti (34). Al pari delle regioni confinanti, fu coinvolto direttamente nella spirale della guerra greco-gotica dopo la conquista bizantina di Ravenna ed il rientro di Belisario a Costantinopoli (540)(35). Infatti, Totila, artefice della ricostruzione del regno ostrogoto, intraprese subito, con piccole unità mobili, la riconquista delle indifese regioni meridionali: Campania, Sannio, Puglia e Salento, Lucania e Calabria (36).”. Il Bulgarella, a p. 21, nella nota (34) postillava che: “(34) B.G., I, 15”. Sempre il Bulgarella, a p. 21, nella nota (35) postillava che: “(35) B.G., II, 29-30”. Il Bulgarella, a p. 20, nella nota (26) postillava: “(26) Procopii Caesarensis,, opera omnia, II, Bellum Gothicum, ed. J. Haury e G. Wirth, Lipsiae 1962, I, 8. Da ora in poi abbr. B.G.”. Angelo Gentile, nel suo “Morigerati”, a pp. 35-36, in proposito così scriveva: “Le truppe dell’Imperatore d’Oriente, al comando di Belisario entrarono in guerra contro gli Ostogoti sconfiggendoli, la flotta aiutò non poco e sbarcò anche a Policastro per raggiungere le zone interne, seguendo le vie antiche già descritte. Via Belisario, gli Ostrogoti ripresero il sopravvento nel 541, ma i Bizantini si fortificarono: ad esempio Policastro fu rafforzata per proteggere la vallata del Bussento e il porto, punto strategico importantissimo. Etc…(4).”. Il Gentile, a p. 47, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Carucci C., La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, pag. 117.. Romaniello Agatangelo (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Successivamente si ebbero altre devastazioni nella zona, durante la guerra gotica condotta dai generali greci Belisario e Narsete, che invasero il Bruzio e la Lucania (31). Inoltre, sconfitti i Goti da Narsete presso Nocera nel 553, ecc…”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Muratori A., Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, a. 296; vedi anno 546; Procopio di Cesarea, De bello Gothorum, III, c. XVIII.”. Dunque, questo passaggio dell’Agatangelo riguarda prima dell’anno 553. L’Agatangelo citava gli Annali d’Italia di Antonio Ludovico Muratori (…), il tomo IV, l’anno 396 (non l’anno 296) e l’anno 546. Il Muratori, a p. 724 del tomo V degli Annali d’Italia, in proposito scriveva che: “Giunte a Durazzo le soldatesche condotte da Giovanni e da Isacco, Belisario di colà con questo rinforzo passò ad Otranto, e di là nel Mediterraneo (I), con giugnere infine al porto Romano, dove si mise ad aspettar Giovanni, che ito per terra, s’impadronì di Brindisi, e poi della Calabria, de Bruzj, e della Lucania, con istrage di quei pochi Goti ch’erano in quelle parti. Ma non attendandosi egli di passare per Capoa, perchè Totila vi aveva inviato trecento dè suoi più valorosi guerrieri, Belisario determinò di soccorrere come potea, ecc…”. Il Muratori, a p. 724, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Proc. De bell. Goth., libro 3, c. 18.”. Dunque il Muratori postillava dell’opera De bello Gotico di Procopio di Cesarea (…), in particolare il capitolo XVIII del libro III. L’Agatangelo citava anche Procopio di Cesarea e l’Antonini di cui parlerò in seguito.

Nel 552 d.C. (VI sec. d.C.), le guerre Gotiche, la Molpa e i generali Belisario prima e Narsete dopo

Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ecc…”. Dunque, il monaco Mannelli citava Scipione Mazzella Napolitano che scrisse di Belisario e della Molpa. Il Mannelli (…), si riferiva al testo di Scipione Mazzella Napolitano (…) ed il suo “Descrittione del Regno di Napoli”. Ma nel testo ho trovato la citazione di Belisario riguardo accenni alla storia di Agropoli. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Le poche guarnigioni bizantine lasciate sul territorio, non furono capaci di far fronte ai Goti che ripresero le ostilità nel 541.”. Sempre il La Greca scriveva che: “Lo storico Procopio di Cesarea, amico e ufficiale di Belisario, raccontò il ‘La guerra gotica’ le vicende di una delle guerre più sanguinose mai combattute e in maniera imparziale, descriveva le depredazioni dei Goti ai danni delle popolazioni lucane, osservando che i Bizantini non furono da meno. Belisario con un nuovo esercito sbarcava a Reggio e risaliva la penisola calabra; fu fortificato Bussento e riconquistato il castello di Molpa. Anche Lucania, sul Monte Cilento, fu occupata: correva l’anno 552. Belisario si affacciava così sul Golfo di Salerno. Sul promontorio che le chiude da sud, fu edificato un castron, cioè una fortificazione, cui fu dato il nome di ‘Acròpolis’, cioè “posta in alto”, con riferimento al fatiscente abitato di Ercula che ormai serviva solo come approdo alla flotta bizantina che appoggiava via mare l’avanzata dell’esercito. A ridosso della piana di Paestum, mentre i profughi della fascia costiera tra Paestum e Velia si rifugiarono sul Monte Cilento (oggi Monte Stella) nella città-fortezza di Lucania apportandone in tal modo un notevole incremento e probabilmente la comunità cristiana di Ercula portò con sé il culto di san Marco che rimmarrà vivo sulla montagna per secoli e sarà affiancato da quello della ‘Vergine Odighitria’ quando nel 552, nel corso della guerra gotico-bizantina, Lucania fu presa dall’esercito di Belisario al seguito del quale, a mò di cappellani militari, vi erano monaci greci, che furono gli antesignani del monachesimo greco nel Cilento.”. Nella prima campagna d’Italia, nel 538, a sessant’anni, Narsete ebbe il comando dei rinforzi che vennero inviati dall’imperatore in Italia, che ammontavano a 2 000 mercenari Eruli e 5 000 soldati bizantini. Narsete andò subito in attrito con Belisario, il generalissimo (strategos autokrator) a cui Giustiniano aveva affidato il comando delle operazioni belliche in Italia. Narsete insistette con Belisario affinché procedesse a salvare il generale e amico Giovanni nipote di Vitaliano, assediato dai Goti a Rimini, ma il generalissimo era contrario a liberare Rimini dall’assedio senza prima aver espugnato Osimo, in quanto temeva un attacco alle spalle da parte della sua guarnigione, e inoltre provava rancore contro Giovanni, il quale aveva in precedenza disobbedito ai suoi ordini, e avrebbe preferito abbandonarlo al suo destino. Alla fine Belisario cedette alle pressioni di Narsete, e l’esercito bizantino marciò in direzione di Rimini, che venne liberata dall’assedio goto. Le truppe di Vitige furono costrette a ritirarsi a Ravenna. Vinto Teia, Narsete decise di tornare ad assediare Cuma, prima di marciare contro le città dell’Etruria ancora in mani gote. (43). La tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. La città della Molpa, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Alcune notizie sui generali Bizantini Belisario e Narsete riguardano la città scomparsa della “Molpa” nei pressi della foce del Mingardo. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 90, parlando di “20 – Melphes fluvius” (fiume Melpi, fiume Lambro), in proposito scriveva che: “Nasce questo fiume da una montagna due miglia al di là da ‘Cuccaro’, detto ‘Lagorosso’, …., donde il fiume con altre termine fu detto ancora ‘Rubicante’. Ecc……Varie notizie ne leggiamo negli autori, e nelle cronicche dè bassi tempi, e specialmente in Malaterra, e, nell’Anonimo Salernitano. L’Antonini ha preteso provare che qui nei prischi tempi fosse qui situato ‘Bussento’, cambiato poi in Molpa, o Melope, ecc…”. Dunque per il Romanelli, si riferiva a questa città di Molpa, la città sorta sorta un’erta collina nel mezzo del seno del fiume Lambro, allora detto Melphes e poi Rubicante, quando cita due episodi raccontati dal cronista normanno Goffredo Malaterra e dal cronista detto Anonimo Salernitano. La città di “Molphes”. Alcune notizie storiche su Belisario e la sua armata vennero citate dall’Antonini ma esse provengono da un chronicon medioevale apocrifo e di dubbia paternità: la cosiddetta “Cronaca del monaco di S. Mercurio”. Della cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel IX secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”. Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, riguardo la città della Molpa e Belisario a p. 372 in proposito scriveva che: “L’opportunità del sito di questa Città ha fatto la sua infelicità, e la sua ruina, potendosi di essa dire ciò che ‘Lucano’ fa dà suoi cittadini dire alla Città di Rimini posta in simile pericoloso sito, esposto à passaggi; poichè non una volta ha sofferto saccheggi e travagli. La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario, ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto; e da quello che dice ‘Jornande de Regn. success.’ e da ciò che scrisse ‘Procopio’ al lib. I. e 8. ‘de bell. Goth.’ par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece. Le parole del primo appena il viaggio c’accennano, onde alcuna conghiettura del di più si forma, ‘Procopio’ poi poco più di lume ce ne dà, dicendo così tradotto: “Rhegio exercitus terrestri itinere per Brutiorum, & Lucanorum oras processit, procedente classe non procul a continente”. La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) chiarisce bastantemente questo fatto. Ecco come il Monaco scrive: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”. Dunque, l’Antonini, oltre a citare un passo di Procopio di Cesarea e del suo ‘De bello Gotico’, cita anche un passo del cronicon del Monaco di S. Mercurio di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, l’Antonini racconta di aver letto nel Chronicon di S. Mercurio che: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae” il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a casa a causa della distruzione del nostro paese”Dunque, l’Antonini scriveva che secondo il chronicon medioevale del monaco di S. Mercurio scriveva che, la città fortificata della Molpa, conquistata ed occupata dagli Ostrogoti di Totila, detto dal monaco “Badiula” (che l’Antonini chiamava Bultino), fu poi in seguito conquistata dal generale Belisario. Baduila, meglio noto con il nome di Totila (Treviso, 516? – Caprara di Gualdo Tadino, luglio 552), fu re degli Ostrogoti dal 541 al 552, durante la guerra greco-gotica. Riuscì a contendere per dieci anni il controllo della penisola italiana all’Impero bizantino. Totila (“l’immortale” in lingua gota) salì al trono dopo la morte di suo zio Ildibaldo e l’assassinio di Erarico, un re dell’etnia dei Rugi, che stava trattando la consegna dell’Italia a Giustiniano. Dopo le pesanti sconfitte subite contro il generale Belisario e dopo la conseguente cattura di Vitige nel 540, gli Ostrogoti riuscirono faticosamente a tenere in vita uno stato a nord del fiume Po. Totila era in quel momento il comandante della truppe gote presso Treviso e fu probabilmente nominato re intorno ai 25 anni, alla fine del 541, dopo pochi mesi di regno di Erarico. Su Totila, vinto in seguito dal generale Belisario, ha postillava l’Antonini. L’Antonini a p. 372 della sua “Lucania”, nella sua nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati . Dunque, l’Antonini cita il brano del libro 2 dell’Istoria di Agazia (…), che scriveva di questo condottiero Ostrogoto, Bultino che aveva assaltato diversi luoghi e località marittime delle coste Tirreniche della Campania. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca.  Sul chronicon del “monaco di S. Mercurio”, citato dall’Antonini (…) e nel chronicon di Luca Mannelli (…), ha scritto anche il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…). Il sacerdote Giovanni Cammarano a p. 15, parlando dell’antichissima abbazia di S. Maria di Centola, nel suo vol. II: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “Stando a quanto scrive don Baldassarre Lupo, la Badia di S. Maria di Centola sorse come eremo (3), l’anno 515-530 ad opera di monaci basiliani (4).”. Il sacerdote Giovanni Cammarano (…), a p. 43, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44 e, riferendosi a colui che chiama “Venceslao 1°”, primo abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, in proposito scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate……… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Ecc…”. Dunque, il Cammarano, sulla scorta dell’Antonini e del Mannelli scriveva che secondo Venceslao 1°, primo abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, la cronaca di S. Mercurio citava diverse volte il passo di Procopio di Cesarea (….) e del suo “Del bello gothico”, in cui Procopio racconta che la città scomparsa della “Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. Dunque, secondo questi autori che citano Procopio, la città della Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554.

Agazia Scolastica

Da Wikipedia leggiamo che Agazia Scolastico (in greco bizantino: Ἀγαθίας Σχολαστικός, in latino: Agathias Scholasticus; Myrina, 536 circa – Costantinopoli, 582 circa) è stato un poeta e uno storico bizantino, fonte principale per parte del regno di Giustiniano I (527-565). Dell’attività come scholasticus é testimonianza da note a margine della Periegesi di Pausania. Infine, é pervenuta Sul regno di Giustiniano (Περί της Ιουστινιανού βασιλείας), un’opera storica in 5 libri che continua la storia di Procopio di Cesarea, di cui imita lo stile e che costituisce la principale fonte per il periodo 552-558. Gli argomenti centrali dell’opera sono le guerre combattute dall’esercito bizantino, agli ordini di Narsete, contro Goti, Vandali, Franchi e Sasanidi. Parlando di Agropoli, di Magliano, della Molpa e di Roccagloriosa, il barone Giuseppe Antonini (…) postillava anche di Agazia (…). Il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 121 postillava che: “(I)……Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“.

Nel 553-554, Bultino, “Butilino” ed il saccheggio della Molpa

Da Wikipedia leggiamo che Butilino o Buccellino (Βουτιλῖνος/Βουσελίνος/Butilinus/Buccellenus) (… – VI secolo) diresse, insieme al fratello Leutari, l’incursione franco-alemanna, che interessò l’Italia negli anni 553-554. Fratello di Leutari, egli e suo fratello vennero appoggiati ufficiosamente dal re franco Teodebaldo (figlio e successore di Teodeberto) nella loro invasione dell’Italia al momento della fine della guerra gotico-bizantina. Nel 553 degli inviati goti giunsero alla corte di re Teodebaldo, chiedendo aiuto contro i Bizantini comandati dal generalissimo Narsete che avevano ucciso in battaglia gli ultimi re goti Totila e Teia e sembravano ormai aver vinto la guerra; pur senza l’appoggio esplicito di Teodebaldo, Butilino e Leutari decisero di aiutare i Goti contro i Bizantini mettendo in campo un esercito di 75.000 uomini (secondo almeno Agazia, ma la cifra è stata messa in dubbio) tra Franchi e Alemanni per invadere l’Italia e conquistarla. Attraversato il fiume Po nell’estate 553, i Franchi occuparono Parma e sconfissero un esercito bizantino condotto dall’erulo Fulcari. Nel corso del 554 l’esercito di Butilino e Leutari avanzò verso l’Italia meridionale, devastando la zona; giunti nel Sannio, l’esercito si divise in due: uno comandato da Butilino, l’altro da Leutari. L’esercito di Butilino invase e devastò il Sannio, la Campania e il Bruzio, giungendo fino a Messina. A questo punto era estate, e Leutari propose al fratello di ritornare con l’intero bottino in patria, ma Butilino rifiutò, essendo determinato a sconfiggere Narsete, e sottomettere l’Italia intera governandola come re dei Goti. Ritornò quindi in Campania, dove si accampò a Capua in attesa di uno scontro decisivo con Narsete che avrebbe decretato il vincitore finale della guerra. Lo scontro avvenne nei pressi del Volturno e vide la vittoria totale di Narsete, facilitata da un’epidemia di dissenteria che aveva colpito i Franchi, e l’uccisione di Butilino. Il barone Giuseppe Antonini (…..), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 121 postillava che: “(I)……Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. L’Antonini citava la fonte storica del cronicon di Agazia (….), quando ci parla dei Goti, di Magliano e della Molpa. Antonini a p. 120 postillava che: “Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e queste continuate guerre e miserie ecc..“. Dunque, l’Antonini cita il brano del libro 2 dell’Istoria di Agazia (…), che scriveva di questo condottiero Ostrogoto, Bultino che aveva assaltato diversi luoghi e località marittime delle coste Tirreniche della Campania. In ogni caso la notizia data dall’Antonini è anche quella secondo cui la fortezza della Molpa era Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Ecc…. L’Antonini a p. 372 della sua “Lucania”, nella sua nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati . Dunque, l’Antonini cita il brano del libro 2 dell’“Istoria” di Agazia (…), che scriveva di questo condottiero Ostrogoto, Bultino che aveva assaltato diversi luoghi e località marittime delle coste Tirreniche della Campania. Infatti, è da Agazia che abbiamo queste notizie. L’Antonini ci parla della Molpa e del periodo dell’occupazione dei Goti quando riferendosi alla cronaca del monaco di S. Mercurio a p. 372, in proposito scriveva che: La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone)”. L’Antonini, a p. 372 citando la cronaca del Monaco di S. Mercurio ne riporta il brano che dice: “….Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”.”, il cui significato dovrebbe essere che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese.”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. L’Antonini, a p. 372, nella nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati. L’Antonini, però scriveva che nel chronicon di S. Mercurio, il monaco non lo chiamava “Bultino”  ma lo chiamava “Badiula”. L’Antonini scriveva pure che questo capitano Ostrogoto veniva chiamato da Agazia (…), “Bultinus”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici etc…”, nel vol. I, a p. 347, in proposito scriveva pure: “Anno 553. Leutari e Butilino, Alamanni chiamati in soccorso dai goti prima della morte di Teia, scendono in Italia con un esercito di 75 mila combattenti tra Alamanni e Franchi, depredando quanto incontravano per via. Giunti al Sannio dividono l’armata: Butilino a dritta si avvia desolando e distruggendo Campania, Lucania e Bruzi fino allo stretto; Leutari etc…; Butilino carico di prede e prigioni, incontrato Narsete coll’esercito presso Capua, rimane in battaglia vinto e ucciso con grandissima strage dei suoi (Agatias Hist I, II).”. Angelo Gentile, nel suo “Morigerati”, a pp. 35-36, in proposito così scriveva: Successivamente, passarono i Franchi e gli Alemanni di Buccellino (554) che però dovettero sbrigarsi ad attraversare la zona perchè non trovarono di che cibarsi! (4).”. Il Gentile, a p. 47, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Carucci C., La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna, Salerno, 1923, pag. 117.. Si tratta del testo di Carlo Carucci che a p. 117, in proposito scriveva che: “Altri  gravi danni apportarono alle terre salernitane le lotte che si svolsero intorno al Vesuvio tra’ Greci e i Goti, specialmente quando sulle rive del Sarno, per ben due mesi campeggiarono Narsete e Teia, prima della celebre battaglia combattuta ai piedi del monte Lattaro, che segnò la fine della dominazione ostrogota”Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Nei tempi successivi, a causa del malsicuro sito, pericolosamente esposto ai passaggi di barbari e di pirati, Molpa dovette subire più volte saccheggi, devastazioni e tormenti. Nei primi anni della terribile guerra Gotica (535-553 d.C.), il bizantino Belisario, generale dell’Imperatore Giustiniano, dopo aver distrutto il Regno dei Vandali in Africa, sbarcò in Sicilia e si impadronì facilmente dell’isola e di tutta l’Italia meridionale. Diretto a Roma, alla testa dun numerosissimo esercito, Belisario attraversò, con la stessa furia di un fiume in piena, le nostre contrade, lasciando dietro di sè, saccheggi, distruzione e rovina. Da questo suo impeto selvaggio fu distrutta, per la prima volta nella sua storia, Molpa, intorno all’anno 537 d.C., quando essa era dominio del principe ostrogoto Bultino, che qui aveva stabilito un munitissimo presidio. Etc..”. Il Guzzo, afferma che la Molpa, per la prima volta nella sua storia fu distrutta da Belisario nel 537 d.C., ovvero quando egli inziò la sua campagna d’Italia contro i Goti del principe Bultino che, teneva il presidio munitissmo e fortificato di Molpa.

Le origini di Centola secondo la leggenda

Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella Parte II, nel ‘Discorso VI’, parlando “de’ luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, da pp. 347 e s., ci parla di Centola e a p. 348, in proposito scriveva che: “Due miglia da quì, camminando a Mezzogiorno, si trova Centola posta per lungo sopra la collina, che la manca sovrasta al Melpi. Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario. Io non volendo pregiudicarla nella sua antichità, ne toglierne questo pregio, intera, e salva cotale opinione lascio a chi vorrà tenerla, però per non far torto alla verità, convien dire, che il luogo fin dall’anno MDXXIX era Casale di S. Severino, ma smembrato in quanto alla giurisdizione, e credo che si fosse fatto grande dopo l’ultima desolazione della Molpa nel MCDLXIV, poichè i terreni del paese non sono, che quelli della stessa distrutta città, vasti, ed all’estremo abbondanti di tutto, ecc… ”. Da Wikipedia leggiamo che la leggenda vuole che Centola sia stata fondata intorno al XVI secolo da una cosiddetta “centuria” di profughi provenienti dall’antica città di Molpa: da questa “centuria” sarebbe poi derivato il nome al paese. Tuttavia Carla Marcato, ricercatrice dell’Università di Udine, ritiene molto più probabile una discendenza del toponimo da un’unità di misura agraria. Del resto il paese risulta più antico di quanto vorrebbe la leggenda. Da Wikipedia leggiamo che in epoca medioevale ebbe inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti. Alcuni di questi superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle Fontanelle, in un posto riparato e sicuro, detto Vallone. Fu forse dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo che questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Centola nacque sotto la dominazione bizantina di Giustiniano ma, dopo appena undici anni, passò sotto la dominazione longobarda; vide poi susseguirsi le dominazioni dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi, degli Spagnoli e dei Borboni. L’Antonini (…), vuole che dopo la prima distruzione di una cittadella sulla collina di ‘Molpa’, i superstiti, rifugiandosi sulle colline più a monte, dove oggi si trova l’odierno paesino di Centola. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che: “‘Centula’, ‘Centola’. Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini.”. Centola è ubicata dall’Antonini su una collina e fino al 1529 fu casale di Sanseverino, feudo smembrato dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464) e, poi dei Pappacoda, che la governarono col titolo di Principi.

Il manoscritto del Marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito, Principe di Casapesenna)

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87′. leggonsi le seguenti parole: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant”.”. Su questo manoscritto ha scritto Giuseppe Antonini (….), nel 1745 che, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’.”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella. Sempre l’Antonini, riporta un’altra notizia tratta dal “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”. Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”. Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915………”. E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano ecc…”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Su un blog in rete leggiamo che Francesco Vargas-Machuca, nel 1757 sposò donna Vincenza Bonito, figlia di Francesco principe di Casapesenna e Maria Saluzzo Carafa, principessa di Lequile. Nel 1767 fu decorato da re Ferdinando IV di Borbone marchese di Vatolla, feudo ereditato da casa Rocca. Ricordiamo che i Rocca ospitarono Giambattista Vico nel loro palazzo a Vatolla. A Vatolla, nel Palazzo dei Vargas-Machuca (….), vi è il Museo Vichiano. Dunque, Francesco Vargas-Machuca, nel 1756 sposò una Bonito, figlia di Francesco Principe di Casapesenna. Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Riguardo Marcello Bonito, Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643 parlando di Casalvelino, in proposito scriveva che: “…se nel 1640 era già di proprietà della nobile famiglia amalfitana dei Bonito, tra cui Marcello (n. 16 agosto 1631)(21) e Lorenzo, signore di Torchiara. etc..”. L’Antonini cita il manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. Il manoscritto, che all’epoca dell’Antonini (a. 1745, anno della sua prima edizione) sarebbe appartenuto al nipote del marchese Marcello Bonito ovvero al Principe di “Casapisella”. Non si tratta di “Casapisella” ma di Casapesenna. Pompeo Sarnelli (….), nella sua “Guida de’ Forestieri etc…”, del 1697, a p……., in proposito scriveva che: “5. D. Marcello Bonito: Marchese di S. Giovanni, Cavaliere dell’Abito di Calatrava: La sua Libreria è molto rara per molti manoscritti, particolarmente per le cose appartenenti al Regno di Napoli da Carlo d’Angiò a quella parte; e per conseguenza difficili a ritrovarsi in un altro Museo.”. Pietro Ebner (….), a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Di questo autore, e manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I, p. 130. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie).”. Dunque si tratta del marchese Marcello Bonito. Forse l’Antonini si riferiva a Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di “Marchese di S. Giovanni di Celsito”. Nel testo del ……“Della Città e, del Regno di Napoli”, a p. 57, in proposito si scriveva che: “In quest’anno corrente, che si darà alle stampe questo libro, è passato a miglior vita D. Marcello Bonito, buon Cavaliere di Calatrava, il quale oltre essere virtuosissimo Cavaliere, e di forma pontualità ornato, si era con molta fatica applicato nell’Istorie di questo Regno, e nell’intelligenza dei Reali Registri, e perciò fatta radunanza de’ libri e manoscritti di Spesa, ……se ne legge la tradizione in un altro libro dato alle stampe sotto nome d’altr Autore, nacque questo virtuoso Cavaliere da…..Marchese di San Giovanni etc…”. Pietro Ebner a p. 643, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Camera Matteo, cit., p. 645”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, a p. 645, dove ci parla di Marcello Bonito, Archivista della Real Zecca di Napoli e filantropo per l’opera postuma di Carlo De Lellis. Da una ricerca sulla rete ed in particolare su alcune annotazioni di un manoscritto di Giovanni d’Alife del 1760 conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla sua scheda si evince che: Il manoscritto riporta trascrizioni di documenti relativi alla storia del Regno di Napoli e della famiglia d’Alitto di Abruzzo Citra, tratti prevalentemente da manoscritti di Marcello Bonito, come si ricava da un’annotazione a c. 4r: “Da un volume grande M.S del Sig.r D. Marcello Bonito, intitolato Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Dunque secondo la scheda bibliografica di collocazione di un altro manoscritto si evince che Marcello Bonito possedeva un manoscritto di suo notamenti intitolato “Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Marcello Bonito, marchese di S. Giovanni e cavaliere di Calatrava (Napoli 1631-1711), appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi, fu archivista del Regno; incaricò Carlo De Lellis di effettuare numerosi spogli di documenti dell’Archivio della Zecca, che furono raccolti in 30 volumi contenenti i Notamenti della Cancelleria Angioina, le scritture della Cancelleria Aragonese ed altri documenti tratti dai processi del Sacro Regio Consiglio. La collezione del Bonito fu acquistata succesivamente dal Minieri Riccio ed in seguito da una libreria antiquaria di Milano che non ne conservò l’unità. Per le fonti per Marcello Bonito: C. MINIERI RICCIO, “Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori napoletani fioriti nel sec. XVII per Camillo Minieri Riccio. Milano-Napoli, 1875, II, p. 35. Infatti, il Minieri Riccio, nella sua opera sulle biografie degli scrittori a p. 35 del vol. II, in proposito scriveva di Marcello Bonito che: “3° Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido. MS.”. Dunque, il Minieri Riccio scrive che il Marcello Bonito aveva scritto questo manoscritto dal titolo: Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido”, forse proprio il manoscritto da lui acquistato tratto dai notamenti annotati dal De Lellis e citato dall’Antonini. Per le fonti per Marcello Bonito e i manoscritti di Bonito: CONSOLI FIEGO, op. cit., pp. 96-98; per Carlo de Lellis: C. DE LELLIS, “I sunti del Registro 1271 A di Carlo I. D’Angiò…” Caserta, Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893. Sulla Treccani on-line alla voce di Carlo De Lellis leggiamo che il De Lellis si avviò agli studi giuridici e alla poesia, ma presto cominciò ad applicarsi per intero alle ricerche archivistiche, stimolato e protetto da Marcello Bonito, archivario del Regno, mentre le sue amicizie con Niccolò Toppi, ecc..Dunque, Marcello Bonito era Archivista del Regno al Grande Archivio della Zecca a Napoli. Bonito ed altri facilitarono e incentivarono le ricerche di Carlo De Lellis. Nel 1670 il De Lellis aveva pubblicato un’altra opera, il Supplimento all’Historia della famiglia Blanch scritta da D. Camillo Tutini, stampata a Napoli. Tale famiglia era quella materna di Marcello Bonito. Ancora a proposito del Tutini, il De Lellis compose una Apologia contro D. Camillo Tutino per il libro dell’Origine de’ Seggi, in due volumi manoscritti (Napoli, Bibl. naz., X. B. 25 e X. B. 26). Nell’introduzione a quest’opera è inserita una biografia del Tutini, verso il quale il D. non nasconde la sua avversione, accusandolo di ignoranza, di malignità e persino di natura depravata; narra poi il De Lellis, il quale si dimostrò sempre fedelissimo al governo spagnolo, della posizione assunta dal Tutini durante i fatti del 1647, nel corso dei quali, egli afferma, fu prima partigiano del duca di Guisa, poi lo tradì con una lettera al re di Francia nella quale il duca veniva accusato di badare ai suoi interessi e non a quelli della Corona; perseguitato – continua il De Lellis – dai Francesi, che giustiziarono i suoi complici, e dagli Spagnoli, Tutini fu costretto a fuggire a Roma. Il De Lellis, “con una costanza da sbalordire” (De Laurentiis, Manoscritti…, p. 179), eseguì lo spoglio di tutti i volumi ancora reperibili al suo tempo appartenenti alle Cancellerie angioina, aragonese e vicereale, oltre ai più importanti processi trattati innanzi al Regio Consiglio, sulle orme di quanti prima di lui, nella seconda metà del ‘500 e all’inizio del’600, si erano occupati di quel materiale ricavandone genealogie (P. Vincenti, C. Tutini, B. Chioccarelli e altri) o dedicandosi come lui agli spogli dei registri (G. Bolvito, C. Pagano, C. D’Afflitto, ecc.). Per il De Laurentis si tratta di C. De Laurentiis, Manoscritti di scrittori chietini presso l’Arch. di Stato, le biblioteche e i privati in Napoli, in La Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti, XII (1897), pp. 179, 199 s.. Il De Lellis compilò ben 28 volumi di repertori, di cui undici riguardanti la Cancelleria angioina (1266-1435); i primi sette volumi erano tratti dai quattrocentotrentasei registri esistenti a quel tempo, ai quali era stato dato un ordinamento, anche se confuso, nel 1568; i due successivi volumi riguardavano i fascicoli, mentre gli ultimi due le arche in pergamena e quelle in carta; questi ultimi due repertori vennero compilati tra il 1680 e il febbraio 1682, mentre il D. era detenuto a Castel Nuovo. I repertori rimasero, insieme ad altro materiale riunito da Marcello Bonito (e cioè i notamenti compilati da C. Pagano, C. D’Afflitto e G. G. Di Transo), per oltre un secolo e mezzo in casa Bonito, e furono acquistati nel 1850 da C. Minieri Riccio che ne pubblicò parecchi (cfr. Gli atti perduti…, a cura di R. Filangieri, pp. XVIII s.). Nel 1882 li acquistò Angelo Broccoli, che iniziò la pubblicazione dei registri nell’Archivio storico campano (I, 1889), ma si limitò al registro 1271 A della Cancelleria angioina, al secondo privilegio di re Ferrante I d’Aragona (1487-1488) della Cancelleria aragonese, e al primo privilegio del gran capitano (1503) della Cancelleria spagnola. Dagli eredi del Broccoli il materiale fu acquistato dallo Stato nel 1925, e posto nell’Archivio di Stato di Napoli. Parte di esso andò distrutta durante la seconda guerra mondiale. Il De Lellis compilò un repertorio ampio e organico solo di una parte dei registri; di tutti gli altri eseguì un repertorio parziale o relativo solo a qualche documento. Dei registri presi in considerazione, ventidue riguardavano Carlo II (1285-1309), diciannove Roberto d’Angiò (1309-1343), sette Carlo d’Angiò duca di Calabria e ventidue sua figlia Giovanna I; questi ultimi ebbero un repertorio quasi completo solo da parte del De Lellis. Si può ritenere che con questi repertori venne recuperato oltre un terzo del materiale perduto nel 1701, quando, durante i tumulti che seguirono la congiura del principe di Macchia, il popolo in rivolta penetrò in Castel Capuano e incendiò sessanta registri angioini insieme ad altro materiale ivi custodito.

Nell’863 (Antonini), 868 (Porfirogenita), i Saraceni occuparono Rivello, Camerota ed Agropoli, che divennero un loro avamposto

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da p. 129 parlando dei Saraceni in Lucania, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. Dunque, l’Antonini, a p. 129 scriveva che i Saraceni provenienti dalla Sicilia occupata, si erano man mano trasferiti anche nella vicina Calabria, dove, spesso guerreggiarono con i dominatori dell’epoca che erano i Bizantini. La Calabria era sotto il dominio ed il controllo dei Bizantini. I Saraceni però riuscrirono a crearsi dei loro stabili avamposti a Rivello, a Camerota e ad Agropoli. Dunque, lo stabilimento dei Saraceni a Rivello avvenne in epoca longobarda e Bizantina, e secondo l’opinione di Antonini ciò accadde nell’anno 863 o addirittura molti anni prima. L’Antonini scriveva che ciò accadde in seguito all’occupazione Araba della Sicilia. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno.”, e poi aggiunge che: “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Dunque, il Campagna, oltre ad Amantea e Agropoli aggiunge anche Policastro. Orazio Campagna, a p. 77, nella nota (86) postillava: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Orazio Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Da Wikipedia leggiamo che la discesa dei Longobardi venne arrestata dai Bizantini solo con grandi difficoltà: ma Costantinopoli non poté evitare del tutto gli attacchi dei Saraceni. Nell’812 d.C. si registrò la prima incursione saracena sulle coste calabresi, che colpì Reggio, capitale del Thema; l’ultima ci sarà solo nel 1793, a danno di Pizzo e Tropea. Certo la presenza araba fu sempre limitata negli spazi e nel tempo, perlopiù consistendo, appunto, in incursioni e saccheggi. Vennero catturate in modo effimero dagli Arabi Tropea, Santa Severina e Amantea (13) dall’839 all’885. La conquista della Calabria da parte dei guerrieri normanni vassalli del papa emarginò il pericolo arabo. Sotto il dominio bizantino, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, la Calabria fu una delle prime regioni d’Italia a introdurre la produzione di seta in Europa. Secondo André Guillou, i gelsi per la produzione di seta grezza furono introdotti nell’Italia meridionale dai bizantini alla fine del IX secolo. Intorno al 1050, il tema della Calabria contava 24.000 gelsi coltivati per le loro foglie e il loro numero tendeva ad espandersi. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolato (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella nota (85) postillava: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Cod. Cript. β α, XX (395).”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1). Ciò non impedì peraltro, secondo ritenne, sulla scorta di un antico manoscritto, l’Antonini, che non fosse non occupata dai saraceni quando nel secolo IX sbarcarono dalla Sicilia occupando più punti del continente. Doveva essere anzi, egli aggiunse, uno dei 150 ‘munita castra’ che Porfirogeneta nella sua Storia al numero 55, scrive essere nel 868 nelle loro mani, luoghi che poi lasciarono dopo la loro strage, nel 915, al Garigliano (2).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Il Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A riprova della loro permanenza a Camerota, con illazione arbitraria, nel manoscritto si afferma che “adhuc ad nostra tempora huius cives et saracenicos mores conservant”. G. Antonini, op. cit., vol. I, pag. 412.”. In questo passaggio il Pasanisi cita il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’. leggonsi le seguenti parole: ‘Inter caetera oppida (parlando dei Saraceni) ‘occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolim, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudies, & Saracenicos mores conservant.’. Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc…”:

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Dunque, secondo l’Antonini, nel manoscritto del Marchese di S. Giovanni Bonito (…), pagina 87 è scritto che: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant” che tradotto e riferendosi ai Saraceni dovrebbe significare: “Tra gli altri paesi occuparono Camerota al di sopra del mare in luogo alto e sicuro, e neppure al mare di Agropolis;…”. Dunque, l’Antonini cita un passo tratto dal manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito”. Si tratta di un manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. L’Antonini scriveva che questo manoscritto, nel 1745 apparteneva “oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote etc….”. Antonini cita la pagina 87 del manoscritto. Di questo autore e del suo manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia di Amalfi”. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del Marchese Marcello Bonito. Sul manoscritto di Marcello Bonito (….), il “marchese di San Giovanni”, come lo chiama l’Antonini, ho già scritto. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “E mentre i capi Longobardi costituiscono dei ducati, che tendono a distaccarsi dalla sfera del potere regio, i Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantesette anni il tempo del malessere. Ecc…”. Forse in questo passaggio il Ciociano trae le notizie dall’Anonimo Salernitano e dalla sua cronaca che cita subito dopo. Sulla notizia che: Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Ecc..”, aveva scritto Antonini, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “Doveva forse così Camerota esser uno dei cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua storia al num. 55. scrive esser in Italia in mano de’ Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc..”. Antonini, a p. 412, nella nota (I) postillava: “(I) L’autorità di Porirogenneta non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt’

Nell’XI secolo, la Grotta delle Ossa ed il ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, dal titolo “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’

Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari. L’Antonini (…), riguardo il territorio in questione dedicò il cap. VII (Discorso), ‘Palinuro e della Molpa’, da p. 354 a p. 379. L’Antonini (…), a p. 363 in proposito scriveva che:

antonini-p.-363-1

L’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “Chiamansi queste grotte le ‘Grotte delle Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: “Habes & speluncae, sive griptas Ossorum ad mare Molfe eu utroque latere flumini Menicardi: Alique eu illis locantur, ubi mare non est intrasmeabile, relique sunt ad nullum usum, quoniam mare occupat ostium illarum griptarum. Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram lateritiam antiquam, que claudebat tres griptas ubi sunt tumulata ossa Romanorum, qui circa hec colfora naufragaverunt.”. Dunque l’Antonini, a p. 363, riporta un brano tratto dall’antico “Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola” e, a p. 368, nella sua nota (I), in proposito postillava che: “(I) Il titolo che v’è posto sul principio è questo: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’; essendo notabile, che non vi sono affatto dittonghi.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando di Centola e del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18).”. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava del codice Cryptense che contiene i verbali delle visite ai diversi Monasteri da parte del Calkeopoulos e scrive che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. LEbner (…), nello stesso testo, vol. II a p. 267 parlando di ‘Palinuro’, nella sua nota (2) postillava che: “(2)….L’Antonini (I, p. 364) ci informa di un’antica testimonianza sulla grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco. Dal ms. l’Antonini trascrisse la parte che si riferiva a detta grotta. ‘Habet speluncas ecc…ecc…Il manoscritto era in possesso dell’Abate Commendatario Gascone.”. L’antico documento citato dall’Antonini si è perso ?. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Antonini non dice altro sull’antico Censuale. L’Antonini scrive pure che il muro di mattoni che chiudeva la ‘Grotta delle Ossa’ sotto la Molpa, accadde ai tempi “Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram….”, ovvero ai tempi “Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni”, da cui si deduce che il fatto raccontato avvenne ai tempi dell’Abate Giovanni. Chi era Giovanni, abate dell’abbazia benedettina di S. Maria a Centola ? Conosciamo l’anno in cui egli fu abate dell’Abbazia. Questo scriveva l’Antonini, trascrivendo un passo che riguarda la Molpa tratto dal ‘Censuale’ (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola, che lui crede piuttosto essere un Inventario e che dice essere stato conservato dall’allora Abate Gascone, Commendatario dell’Abbazia a suoi tempi ovvero nel 1745, epoca della prima edizione. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 122, in proposito scriveva che: “Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”.

Nell’XI secolo, il ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, dal titolo “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, ai tempi dell’Antonini conservato dall’Abate Gascone

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. L’Archimandrita trovò nel monastero solo un abate di rito latino ed un presbitero senza più monaci. Ecc…”. L’antico documento citato dall’Antonini si è perso ?. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando di Centola e del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18).”. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava del codice Cryptense che contiene i verbali delle visite ai diversi Monasteri da parte del Calkeopoulos e scrive che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. LEbner (…), nello stesso testo, vol. II a p. 267 parlando di ‘Palinuro’, nella sua nota (2) postillava che: “(2)….L’Antonini (I, p. 364) ci informa di un’antica testimonianza sulla grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco. Dal ms. l’Antonini trascrisse la parte che si riferiva a detta grotta. ‘Habet speluncas ecc…ecc…Il manoscritto era in possesso dell’Abate Commendatario Gascone.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Infatti, l’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “Chiamansi queste grotte le ‘Grotte delle Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: “Habes & speluncae, sive griptas Ossorum ad mare Molfe eu utroque latere flumini Menicardi: Alique eu illis locantur, ubi mare non est intrasmeabile, relique sunt ad nullum usum, quoniam mare occupat ostium illarum griptarum. Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram lateritiam antiquam, que claudebat tres griptas ubi sunt tumulata ossa Romanorum, qui circa hec colfora naufragaverunt.” :

Antonini, p. 363

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p. 364

Dunque l’Antonini, a p. 368, riporta un brano tratto dall’antico “Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola” e, a p. 368, nella sua nota (I), in proposito postillava che: (I) Il titolo che v’è posto sul principio è questo: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’; essendo notabile, che non vi sono affatto dittonghi.”. Antonini non dice altro sull’antico Censuale. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro, nella sua nota (20) postillava che: “(20) …..A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula ecc…”. Cos’è il Censuale di un’Abbazia ?. Dovrebbe trattarsi di una specie di Platea dei beni o un inventario: “Nota delli beni censuali in perpetuum delli monaci della congregazione benedettina di Montevergine per estinguere il censo passivo di egual somma che pagano ogni anno all’ospidale della Santissima Annunziata di Napoli”. L’Antonini, di questo Censuale scrive pure che ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I), ecc..”. L’Antonini oltre a scrivere che il Censuale era del XI secolo, scrive pure che ai suoi tempi (a. 1745 anno della sua prima edizione) esso  era (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone”. L’Antonini scrive pure che il muro di mattoni che chiudeva la ‘Grotta delle Ossa’ sotto la Molpa, accadde ai tempi Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram….”, ovvero ai tempi Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni”, da cui si deduce che il fatto raccontato avvenne ai tempi dell’Abate Giovanni. Chi era Giovanni, abate dell’abbazia benedettina di S. Maria a Centola ? Conosciamo l’anno in cui egli fu abate dell’Abbazia. Questo scriveva l’Antonini, trascrivendo un passo che riguarda la Molpa tratto dal ‘Censuale’ (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola, che lui crede piuttosto essere un Inventario e che dice essere stato conservato dall’allora Abate Gascone, Commendatario dell’Abbazia a suoi tempi ovvero nel 1745, epoca della prima edizione. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 122, in proposito scriveva che: Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”. Il Cammarano (…) a p. 45, dice che il terzo abate del monastero di S. Maria a Centola fu “3) Giovanni: dall’AFL si conosce che fu abate, senza poter indicare nè l’anno e nè il suo operato. Di Lui parla l’Antonini in “La Lucania. Ebner in CBPC. scrive che “L’Antonini (I, pag. 364), ci informa di una antica testimonianza sulla Grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium et Censuale monasterii centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico o registro delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco.”. Dunque, il Cammarano a p. 45, lo chiama: “Polittico o registro delle dipendenze” dell’antico monastero italo-greco di S. Maria di Centola e, l’Ebner (…), nella sua nota (18) di p. 720, ci suggerisce l’elenco delle cose ivi conservate e rilevate nella Visita Apostolica di Attanasio Calkeopoulos. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Dunque, secondo l’Ebner (…) nel codice Cryptense Z D XII, al fol. 135 della Le “Liber Visationis” di Calkeopoulos, fosse stato ritrovato questo antico Censuale. Anche se a me non sembra che fra le cose riscontrate ed elencate nel Verbale della visita apostolica dell’Archimandrita Attanasio Calkeopoulos al monastero di S. Maria di Centola vi fosse questo antico documento che poi in seguito sarà citato dall’Antonini. Pietro Ebner parla della visita apostolica nel cap. 5 del vol. I di ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento a p….Il Barra (…), trascrive il Verbale a p. 72 del suo testo citato. Il verbale in questione è il fol. (foglio) 135 del codice cryptense  Z D XII, conservato presso l’Abbazia di Grottaferrata nel Tuscolano e di cui ho già parlato.

Calkeopoulos, Lat. 149, fol. 135, S. Maria di Centola.PNG

(Fig….) fol. 135  – Verbale della visita apostolica del 18 marzo 1458

Girolamo Gascone, l’Abate che mostrò ad Antonini il ‘Censuale’ dell’Abbazia di S. Maria di Centola, un documento che secondo l’Antonini risaliva all’XI secolo. Sull’Abate Girolamo Gascone ho scritto quando ho scritto del ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria di Centola’. Di Giangirolamo Gascone, Abate dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli a Centola che rinunciò a favore dell’Abate Ferdinando Galiani parlo innanzi verso il ‘700.

La Molpa e Marino Freccia

Sulla Molpa e sulla “città di Amalfi” scrisse anche il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – Discorsi‘, edizione del 1745. L’Antonini (…), a p. 369, parlando di Molpa, dopo aver detto di Marino Freccia, disserta che: Alquanto però diversamente narra l’edificazione d’Amalfi, ‘Marino Frezza’ (I) suo Cittadino nel ‘tratt. de subfeud. lib.I. fol. 37. poichè non fa venire i Romani da Ragusa alla Molpa, e da quì a fondare Amalfi, ma dal Cilento citeriore intorno al Silaro, che vuol dire più di cinquanta miglia ad occidente ecc…”. L’Antonini, nella sua nota (2) a p. 369 (ma si riferisce alla nota a p. 368) postillava che: “(2) A dir vero non saprei qual fede prestar si possa a Marino Frezza, che tre pagine prima, cioè alla 77 aveva scritto, che Amalfi, Scala, e Ravello erano stati edificati dai cittadini di Pesto a tempo di sua distruzione, ch’egli scioccamente fa cadere intorno agli anni di Pirro, siccome da noi è stato più minutamente esaminato, anzi vi aggiunge, che Amalfi fu fatta Romana colonia. Troppo novizio della storia esser deve chi tali cose dice, o crede.” Ben’a lungo di queste cose leggesi in alcune nostre lettere in questi mesi stampate scritte in Parigi al chiarissimo S. Egizio nostro gran amico, dove si fanno alcune osservazioni intorno a ciò, che il medesimo Sign. Egizzio aveva scritto contro il ‘Sign. Languet’.”. L’Antonini cita anche Marino Freccia (…) opinando su ciò che scrisse.  Marino Freccia il quale fa risalire la fondazione della città di Amalfi non alla Molpa. Dunque, l’Antonini (…), riguardo l’edificazione di una città di Molpa, citava Marino Freccia (…) e, il suo libro I, fol. 37. Riguardo la notizia del Freccia (…) si tratta del suo ‘De Subfeudis Baronum, & Inuestituris Feudorum’, pubblicato nel 1579. L’Antonini cita il lib. I, fol. 37. Infatti, Marino Freccia (…), sulla scorta di alcuni manoscritti dell’epoca, in proposito nel libro Primo e nel capitolo “De officio Admirtis maris” scriveva che:

Marino Freccia, p. 37

(Fig….) Marino Freccia (…), op. cit., lib. Primo, fol. (p.) 37

Il ‘Chronicon Salernitanum’ o l’Anonimo Salernitano e la Molpa

L’Antonini, riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”.

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c. 4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. La citazione di “Errico Bacmanno”, si tratta di Errico Bacco Alemanno (….) ed il suo “Nuova, e perfettissima descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici Province”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”.

Antonini, p. 368

Dunque l’Antonini (…), a p. 370, cita l’‘Anonimo Salernitano’ che nel suo manoscritta ‘Chronicon‘, voleva che gli abitanti di Molpa, avessero fondato Amalfi e Ravello. L’episodio raccontato dall’‘Anonimo Salernitano’ (…), viene citato anche da Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a pp. 171-172, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ (11) dice di alcune famiglie romane in viaggio per l’Oriente sbattute dalla tempesta a Ragusa e poi giunte a Molpa, da dove sarebbero ripartite per fondare Amalfi.”. Ebner, a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235.

La Molpa nella “Cronaca Amalphitana”

I riferimenti bibliografici citati dal Camera (…), nel suo testo, opera citata, le note da p. 10 a p. 13. Il Camera a p. 10, nella sua nota (I) postillava che: “(I) La ‘Cronica Amalfitana’, ms. conservasi nella libreria dè RR. PP.Teatini di Napoli. Chronici Amalphitani nunquam antea editi fragmentum ab.an. 1294 sta pubblicato dal Ch. Muratori Antiqu. maed. aevi, et antiqui. Ital.to. I. pag. 349 ed Aretii 1773 e nella raccolta del Perger to. I. pag. 143, e dall’Ughelli Italia sacra to. 7 in Archiep. Amalphit.”. Dunque, il Camera cita più volte la cronaca medievale detta “Chronici Amalphitani”, pubblicata dal Muratori (…), dal Perger (…) e dall’Ughelli (…), che vedremo. Il Camera scrive che la ‘Cronaca Amalfitana‘ era un testo antico manoscritto conservato presso “….libreria dè RR. PP. Teatini di Napoli”. Su questi antichissima e ricca libreria, se non ricordo male ha scritto padre Camillo Tutini (…). Il Camera sempre a p. 10, nella sua nota (2) citava di Recco (…) e postillava delle, ‘Notizie di famiglie nobili e Regno della città di Napoli‘, p. 77. Matteo Camera (…), cita anche la Chronaca di “Guglielmo Pugliese al lib. I. de gest. Norman. “Melphia capta fuit; quicquid ecc…”. Un altro testo per lo studio delle origini di Amalfi e dell’insediamento di alcune genti Romane che si fermarono a Molpa o in un luogo posto nei pressi del litorale alle pendici del Monte Bulgheria, prima che si trasferissero ad Eboli e che poi in seguito andassero a fondare la città di Amalfi sull’omonima costiera è il saggio di Vera Von Falkenhausen (…), dal titolo “Il Ducato di Amalfi e gli Amalfitani fra Bizantini e Normanni” che si trova in ‘Istituzioni civili e organizzazione ecclesiastica nello stato medievale Amalfitano, Atti del Congresso Internazionale di Studi Amalfitani (Amalfi, 3-5 luglio 1981). La Falkenhausen, a p. 9 in proposito scriveva che: “Perciò vorrei cominciare con l’analisi della leggendaria storia delle origini della città di Amalfi, nata forse durante il IX secolo (2), e che sicuramente circolava nell’Italia meridionale nella seconda metà del X secolo, quando venne raccolta, dall’anonimo autore del ‘Chronicon Salernitanum’ (3); più tardi, la stessa leggenda fu inclusa nel ‘Chronicon Amalfitanum’, una compilazione tardomedioevale (4): secondo tale testo, gli antenati degli Amalfitani sarebbero stati Romani i quali, seguendo Costantino Magno per installarsi a Costantinopoli, la nuova capitale dell’Impero, fecero naufragio presso Ragusa (5). Chiesero ospitalità agli abitanti del luogo che concessero loro terre per insediarvisi; ma dopo qualche tempo, sentendosi oppressi dai Ragusei, i futuri Amalfitani fuggirono via mare in Italia e presero dimora in una località chiamata Melfis, donde poi il loro nome. In seguito, per fuggire l’invasione di popoli allogeni, da ‘Melfis’ gli Amalfitani si sarebbero ritirati ad Eboli, e di là, mal sopportavano ecc…”. La Falkenhausen a p. 9, nella sua nota (3) postillava: “(3) ed. U. Westerbergh, (Studia latina Stockholmiensia 3), Stockholm, 1956, cc. 87-89, pp. 87-90. La leggenda è stata interpretata sotto aspetti diversi dal Prof. P. Delogu, durante una tavola rotonda tenutasi ad Amalfi nel 1977.”. Sempre la Falkenhausen a p. 10, nella sua nota (4) postillava che: “(4) U. Schwarz, ‘Amalfi in fruhen Mittelalter (9.-11. Jahrundert), Tubigen 1978, pp. 195-197.”. Il testo di Schwarz (…) Schwarz Ulrich, Amalfi nell’alto Medioevo, è stato pubblicato in ristampa a cura del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, con introduzione di Giovanni Vitolo, ad Amalfi, nel 2002. Schwarz pubblicava nel 1978 il testo del “Chronicon Amalfitanum”. Sempre la Falkenhausen, a p. 10, nella sua nota (5) ci fa notare che “(5)….M. Berza, ‘Amalfi preducale’, in “Rivista storica italiana”, s. V., III, 3 (1938),…lo stesso M. Berza, in ‘Le origini di Amalfi’, cit., p. 16, peraltro, ha individuato in vicinanza di Ragusa il toponimo ‘Malfi’. Ecc..”. La Falkenhausen si riferiva al testo di M. Berza, ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, in “Studii italiani”, 6, (1940), pp. 6 s. In un sito sulla storia di Amalfi leggiamo che: “Il toponimo “Amalfi” è, inoltre, di sicura estrazione latina: esso, secondo la saga di origine principale, deriverebbe da Melfi, un villaggio marittimo lucano abbandonato da alcuni profughi romani nel IV d.C.; oppure potrebbe corrispondere al cognome di una gens romana del I secolo d.C. (Amarfia). A seguito delle incursioni germaniche del V secolo d.C. molti profughi romani delle città campane ormai preda delle orde barbariche si rifugiarono sui Monti Lattari e, dopo breve tempo, diedero maggiore impulso al piccolo villaggio di Amalfi, trasformandolo in una città, che era già sede vescovile nell’anno 596.. E qui ritorniamo al centro Lucano di ‘Melfi’ o ‘Molpa’. Riguardo la “leggenda” di Molpa e dei protoamalfitani, Ulrich Schwarz (…), nel suo saggio ‘Amalfi nell’alto Medioevo’, uscito nel 1978, a pp. 31-32, nella sua nota (68) in proposito postillava che: “(68) Nella leggenda medioevale sulla fondazione di Amalfi l’origine della città è messa in relazione con i Romani, ed è significativo che, ugualmente per gli inizi sia tirato in ballo anche Bisanzio. Su di essa vedi Schwarz, ‘Amalfi, pp. 113 sgg. Per le altre leggende moderne sulla fondazione della città vedi Berza, ‘Origini di Amalfi’, pp. 35 sgg. Esse si fondano in gran parte sulla leggenda medievale (Berza parla di un “ciclo costantiniano”) o inventano una ninfa che avrebbe dato il nome alla città.”. Lo Schwarz, cita il Berza e si riferiva a Michail Berza (…) ed al suo ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, pubblicato nel 1940. Sempre la Falkenhausen nel suo saggio in proposito scriveva che: “La fantasiosa odissea dei protoamalfitani contiene, a mio parere, alcuni elementi che ben caratterizzano gli Amalfitani medioevali, e che vorrei trattare in quattro punti: 1) la romanità degli Amalfitani, 2) i loro interessi marittimi, 3) i loro rapporti con Costantinopoli, 4) la struttura della società amalfitana.”. Dunque, la Falkenhausen fa notare un elemento distintivo contenuto nella leggenda su cui bisognerbbe ulteriormente indagare, ovvero “3) i loro rapporti con Costantinopoli”, anzi, perchè mai, mi chiedo, secondo la storia contenuta nel ‘Chronicon Amalfitanum’, i profughi da Ragusa avrebbero dovuto fermarsi sulle coste Lucane ed in particolare lungo le pendici del Monte Bulgheria. Le notizie intorno alla probabile origine dei profughi Romani approdati sulle nostre coste dovrebbe far riflettere e riportarci intorno alle vicende che diedero origine agli stanziamenti di alcuni genti Bulgare da cui il nome della montagna alle cui pendici, in antichità esisteva gia un’antica città sepolta forse di fondazione Romana. All’epoca dei fatti a cui si riferisce la “leggenda”, ovvero agli anni 337-339 d.C., epoca in cui era salito al trono l’Imperatore d’Oriente che il Camera (…), sulla scorta di Guglielmo di Puglia scriveva che: “Basilio Imperatore di cui ha inteso ragionare il Pugliese fu nel 975 col fratello Costantino proclamato Imperador d’orinte, e sono figli di Romano II, che nel nel 979 ricuperarono la Puglia e la Calabria posseduta da Ottone II.”. Certo è che queste notizie bisognarà ulteriormente indagare. Bisognerà meglio indagare quella nostra parte dell’antica lucania Romana le vicende storiche che la distrasero nei primi secoli della Cristianità e dell’Impero Bizantino. La venuta delle popolazioni barbariche sulle coste Lucane, i rapporti dei nostri piccoli centri con Bisanzio e Costantinopoli, i rapporti con i vicini Ducati di Napoli, Gaeta e Benevento, ecc…, tutte questioni non ancora sufficientemente indagate. Ferdinando La Greca (…), riferendosi alle carte Parigine e all’Antonini, cita la storia delle origini della città di Amalfi raccontataci da Matteo Camera (…). Infatti, lo storico Matteo Camera, nel suo ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, pubblicato a Napoli nel 1836 a p. 10, parlando delle origini della città di Amalfi, citavo interessanti notizie sulla Molpa e su un’antico casale di Amalfi li vicino sorto ed in proposito scriveva che: “Noi per ridurre tali favolosi commenti al giusto lor valore ricorriamo alla più sensata e comune opinione tramandataci dai Cronisti (I) sull’origine e fondazione di questa città, la quale fanno rimontare al IV secolo dè tempi di Costantino, ecc…Fondata ch’ebbe questo Principe una novella capitale sul Bosforo della Tracia vi richiamò colà la primaria nobiltà di Roma a lui devota. Cessato egli di vivere nell’anno 337 carico di vittorie e di corone, molte altre nobili famiglie di Roma cercarono trasferirsi nella fortunata metropoli d’oriente (2); quindi nel 339 (secondo le Cronache Amalfitane) imbarcatesi con le più ricche suppellettili sopra cinque navi si diressero per Costantinopoli. Colpite da improvvisa tempesta in sull’altura del mare Jonio, due di esse appena riuscirono campare dal fiero naufragio, e balzare dalle onde nè vicini lidi giunsero ad afferrare terra presso Ragusa in Dalamazia. – E’ facile il supporre con quanta ospitalità e cortesia furono gl’infelici naufraghi in sulle prime accolti dà Ragusei, che dichiaravansi altamente beneficati dal popolo Romano; ma in appresso la restrizione dè confini che lor prescrissero, e l’ubbidienza che del pari tributar doveano a coloro che l’innanzi riguardati aveano come sudditi, divenne per essi un idea poco consolante…..Imbarcatisi eglino su navi Raguesee dopo aver percorso l’Adriatico si soffermarono in sulle spiagge della Lucania vicino Palinuro, che dal naufrago nocchiero il nome prese (I). Il bisogno di custodire le loro vite e sostanze, aggiunto all’avidità di fabbricare una città per loro stabilimento, determinò la Romana colonia di gittar colà le fondamenta d’una nuova città lungo un picciol fiume chiamato anticamente ‘Molpa’ (2) o ‘Melfi’. Di questo fiume fa menzione Plinio (3) dicendo: ‘promontorium Palinurum a quo sinu recente trajectos ad columnam regiam, c.m. pass. proximum autem huic (Palinuro scilicet) flumen Melfes et oppidum Buxentum, gracce Pyxus’ (Pisciotta). Cluverio nel lib. IV dell’Italia antica parimente scrisse. ‘Post Palinurum promontorium sequitur Melphes flumen, vulgo nunc Molfa, et Malfa, et idem Molpa, Malpa, et Melpa adcolis dictum’. Oggi ritiene solamente quello di ‘Molpa’, non conosciuti affatto gli altri nomi; e da questo ha improntato il suo nome anche un villaggio detto Molpa (I). Più diffusamente di questa edificazione ne scrisse Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis. “Quae te non fluerunt Nymphae, quae littora Molpis ? Testis erit Molpis tantae pars maxima cladis, Quam Venus in silicem vertit.”. Questa città di Molpa o Melfi nel seno di Palinuro fu totalmente dà barbari distrutta. Al presente però è osservabile colà nelle rupe meridionale una grotta appellata ‘la grotta delle ossa’, dove si vede un cumulo di ossa umane pietrificate e riunite insieme da una materia gessosa stillata dalle viscere del monte superiore. Il dottore Antonini (2) opina che le ossa ammonticchiate in quella grotta furono quelle dè naufraghi Romani di ritorno dall’Africa con 150 navi sotto il Console di S. Servinio Servilio Cepione, e di C. Sempronio Bleso (Orosio lib. 4 cap. 9.) che per ordine di Ottaviano furono ivi riposte. Fondata adunque la città di Melfi che dal fiume il nome prese, vennero i suoi abitanti conosciuti sotto il nome di Melfitani. Alcuni scrittori poco intesi della situazione particolare dè luoghi hanno scritto che la romana colonia, abbandonata Ragusa, capitasse in Melfi città della Puglia, donde il nome prese Malfitani. Questo è un errore evidente non che contrario a ciò che ne dice un Cronista Amalfitano: “Viaggiando questi Romani per mare; Melfi di Puglia sta dentro terra più di 40 miglia lungi da Palinuro: gli antichi che scrissero questo viaggio avrebbero certamente indicato un luogo marittimo di approdazione” oltre che la città di Melfi in quel tempo non esisteva, e ciò con chiarezza ce lo dice Guglielmo Pugliese al lib. I. de gest. Norman. “Melphia capta fuit; quicquid ecc…”. Basilio Imperatore di cui ha inteso ragionare il Pugliese fu nel 975 col fratello Costantino proclamato Imperador d’orinte, e sono figli di Romano II, che nel nel 979 ricuperarono la Puglia e la Calabria posseduta da Ottone II. Gli scrittori nulla rimarcavando tali differenze si sono lasciati incorrere nel più intollerabile anacronismo.  – Di corta durata fu il soggiorno dè Melfitani nella città da essi colà fabbricata; che per essere poco fortificata e troppo esposta alle barbariche irruzioni difendere ben non si potea. Quindi lasciata Malpa, o Melfi si condussero in ‘Eboli’ vicino Salerno al riferimento della Cronica Amalfitana: ecc..”. Da p. 14, il Camera, continua il suo racconto parlando delle origini di Amalfi e di queste genti Romane che si trasferirono dal casale di Amalfi vicino Palinuro, lo abbandonaro e si trasferirono ad Eboli pe poi andare a fondare Amalfi sull’omonima costiera. Dunque, Matteo Camera, riferisce di questa notizia che riguarda Molpa, la città sepolta (diruta) di Molpa e la città diruta di Amalfi citata nella carta corografica da me scoperta e conservata all’ASN. Vediamo ora i riferimenti bibliografici citati dal Camera (…), nel suo testo, opera citata, le note da p. 10 a p. 13. Il Camera a p. 10, nella sua nota (I) postillava che: “(I) La ‘Cronica Amalfitana’, ms. conservasi nella libreria dè RR. PP. Teatini di Napoli. Chronici Amalphitani nunquam antea editi fragmentum ab.an. 1294 sta pubblicato dal Ch. Muratori Antiqu. maed. aevi, et antiqui. Ital.to. I. pag. 349 ed Aretii 1773 e nella raccolta del Perger to. I. pag. 143, e dall’Ughelli Italia sacra to. 7 in Archiep. Amalphit.”. Dunque, il Camera cita più volte la cronaca medievale detta “Chronici Amalphitani”, pubblicata dal muratori, dal Perger e dall’Ughelli. Il Camera scrive che la Cronaca Amalfitana era un testo antico manoscritto conservato presso “….libreria dè RR. PP.Teatini di Napoli”. Su questi antichissima e ricca libreria, se non ricordo male ha scritto padre Camillo Tutini (…). Il Camera sempre a p. 10, nella sua nota (2) postillava e citava di Recco, ‘Notizie di famiglie nobili e Regno della città di Napoli‘, p. 77. Matteo Camera (…), cita anche la Chronaca di “Guglielmo Pugliese al lib. I. de gest. Norman. “Melphia capta fuit; quicquid ecc…”. Matteo Camera si riferiva alla cronaca dei Normanni scritta da Guglielmo di Aix (…), cronista osservatore e contemporaneo dell’epoca. Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso. Sempre il Camera a p. 11, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Virgilio……………………..”. Il Camera citava anche Ferdinando Ughelli (…). Ferdinando Ughelli (…), nel 1721, per i nuovi tipi (nuova edizione) dell’“Italia sacra”, pubblicò a Venezia la sua opera mastodontica. Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “‘Ferdinando Ughellio, al tomo 9 dell’Italia Sacra, fol. 235, dice quasi lo stesso fino al ritorno da Ragusa; ma soggiugne a fede della ‘Cronaca’ manoscritta (quale in Amalfi conservasi) che colle navi stesse vennero alla Molpa: ‘In loco, qui Melpes dicebatur Palinuri, consedisse’; e che da quì fossero poi passati ad edificare Amalfi.”. Ferdinando Ughelli (…), nel 1659 pubblicò il suo tomo 7° dell'”Italia sacra, Romae, Sumptibus Blasij Deversin, & Zenobij Masotti. Nel suo Tomo VII (non come scriveva l’Ebner nel vol. IX), dell‘”Italia sacra ecc..”, pubblicato nel 1659, l’Ughelli (…) a p. (fol. 235) riporta integralmente un vecchio testo della cronaca Amalfitana o Chronici Amalphitani’. La trascrizione della ‘Cronaca Amalfitana’ pubblicata dall’Ughelli è la seguente: “Antiqua vero Amalphitanorum Chronica de ac civitate, deque eius, Amalphitanorumque nomine & origine haec ………..”Cum a Costantino nova Roma Bizantium appe….ecc…”:

Ughelli, Cronaca Amalfitana, p. 235

Ughelli, Cronaca Amalphitana, p. 237

Sempre a proposito del “Chronicon Amalphitanum”, la nota (19) a p. 18 dell’edizione curata dell’Ente Provinciale per il turismo di Salerno in occasione della Regata storica delle quattro antiche Repubbliche marinare tenutasi in Amalfi nel 1965, ove il testo e la sua revisione critica sono state curate da Leopoldo Cassese (…), si postillava che: “(19) Torna a proposito a questo punto, riportare il brano di un ‘Chronicon Amalphitanum anonymi cuiusdam saeculi XV, praef. (riportato dal Pelliccia, ‘Raccolte di varie croniche etc…, vol. 5 (Napoli, 1782), pag. 143): “Originale chronicae Amalphitanae, quae erat scripta caractere curialistico et in carta membranae, servatum fuisse una cum Tabula prothontina maris in domo familiare Domini Ursi et ex illa cives faciebant sibi copias, ut fuit Dominus Amalfae, ecc…”. Dunque la nota (19) del Cassese a p. 18 citava  Pelliccia (…), ed il suo ‘Raccolte di varie croniche etc..’., vol. 5 (Napoli, 1782), pag. 143

Pelliccia, p. 143, Cronicon Amalphitanum

Pelliccia, Cronicon, p. 165

La ‘Tabula de Amalpha’

Tommaso Gar (…), nel suo ……………………., pubblicò un’antico manoscritto da lui scoperto alla Biblioteca Nazionale di Vienna, ivi traslato dagli Austiaci da Venezia dove esso era conservato. In questo antico codice veneziano Foscariniano fu trascritta la “Tabula de Amalpha”. In seguito, nel ………., il Governo Italiano l’acquistò per …………………..dal Governo Austriaco che la restituì all’Italia ed è oggi conservata nel Comune di Amalfi. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla storia di Amalfi, scrisse che possedeva un’altra “Tabula de Amalpha” simile a quella del codice Foscariniano ma oggi irrimediabilmente andata perduta, forse perchè appartenuta al fondo che Roberto Filangieri Gonzaga chiese e ottenne per l’Archivio di Stato di Napoli e che andò irrimediabilmente perso nel famoso rogo del 1943. Recentemente per i tipi di De Mauro Editore è stata stampata un’edizione curata dell’Ente Provinciale per il turismo di Salerno in occasione della Regata storica delle quattro antiche Repubbliche marinare tenutasi in Amalfi nel 1965. Il testo e la sua revisione critica sono state curate da Leopoldo Cassese (…) che eseguì la trascrizione di un antico testo. Pare che il testo della “Tabula de Amalpha” fosse contenuto in un testo di Alianelli (…), del Leband (…), del Laudati (…), del Racioppi (…) ecc….

La Molpa nella ‘Cronaca Cassinese’

Come possiamo leggere nella mia trascrizione delle pagine del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…) in cui egli parla di Molpa e della città di Melfe, di cui mi scuso per eventuali omissioni o errori (alcuni termini non sono ben comprensibili), egli cita alcuni autori come il Carafa (…), la cronaca Amalfitana (…), la cronaca di Montecassino (…), la cronaca di Guglielmo di Puglia (Guglielmo di Aix) (…), Leandro Alberti (…), Fabio Magini e la sua carta geografica “Tavola in piano di quella Provincia”, la Bolla di Alfano I (…), la cronaca del “Volaterano” (…), del Mazzella (…). Autori questi che cercherò di citare e parlare in questo mio saggio. Per “Voleterrano” il Mannelli intendeva il “Volterrano” (…), nome di cui era appellato Raffaele Maffei (…), che nel ………. pubblicò alcuni scritti sulla geografia d’Italia. Infatti, Raffaele Maffei (Maffeius Raphael) (…), nel 1451-1522 pubblicò il suo “Commentariorum vrbanorum Raphaelis Volaterrani, octo et triginta libri, accuratius quam antehac excusi, praemissis eorundem indicibus secundum tomos ut ab autore conscripti fuerunt: quibus accessit nouus, res ac uoces in philologia explicatas demonstrans, quo superiores editiones carebant hactenus. Item Oeconomicus Xenophontis, ab eodem Latio donatus”. L’Antonini (…), nella sua nota (1) a p. 369 postillava che: “(I) Eccone diverse autorità. La ‘Cronaca manoscritta Cavense’, nell’anno MXCVI parlando dell’assedio di Amalfi (di cui anche ragiona il ‘Malaterra’) dice: “Rogerius ecc…”. Poi nel manoscritto scrive “Rogerius Dux obsedit Amalphiam, & coepit eam: e nell’anno MCXXX vi si legge: “Et …………….”. L’Antonini (…), a p. 370, parlando della Molpa e delle sue origini, nelle sue note postillava citando anche il Mabillon (…) al lib. 58, degli ‘Annali Benedettini’ e cita pure ‘L’ignoto Cassinense’ al num. 7, parlando dell’Imperator Ludovico dice: “Obtinuit Capuam, ingreditur Salerno navigans Malfim, Puteoli utitur lavacris.”.

Matteo Camera, la Molpa e le origini di Amalfi

Di Matteo Camera e della sua prima edizione lo Schwarz (…) a p. 24 del saggio tradotto da Vitolo scriveva che: “Una ristampa eseguita a Cava dè Tirreni nel 1955 presenta diversità nella numerazione delle pagine e delle note). Per la bibliografia e le pubblicazioni del Camera vedi G. Del Giudice, ‘Della vita e delle opere di Matteo Camera’, in ‘Memoria di Camera’, pp. 3-24. Sempre lo Schwarz (…) nel suo saggio a p. 24 in proposito ai testi del Camera scriveva che: “La sua opera principale sono tuttavia le ‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi cronologicamente ordinate e continuate fino al XVIII secolo’, che egli pubblicò in due volumi negli ultimi anni della sua vita (35), facendovi confluire una gran massa di materiale inedito (36).”.

Camera, p. 10

Camera, p. 11

Camera M., p. 12

Camera M., p. 13

(Fig…) Camera Matteo, ‘Istoria ecc..’, op. cit., pp. 10-14

La Molpa in Goffredo Malaterra, cronista d’epoca Normanna

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, a p. 368, in proposito a ciò che scriveva il cronista Normanno Goffredo Malaterra, diceva che: “Ed oltre a questo (locchè più importa) e che Melfi è Città edificata dopo dà Normanni. Giustifica questa verità il citato ‘Malaterra’ nel principio del ‘lib. I.’ col mostrarcene la fondazione sul cominciar del secolo XI. (Eccone le parole: ‘Sed cum fine Castro, quo se tuerentur (Normanni) essent, Castrum, quod Melfa dicitur, construxerunt. Quando all’incontro nell’Epist. 23. di S. Gregorio lib. 6, indict. 14.”. Scrive sempre l’Antonini a pp. 368-369: “Quanto all’incontro nell’Epis. 23 di S. Gregorio, lib. 6, indict. 14., trovasi nell’anno 596, fatta menzione di Pimenio Vescovo d’Amalfi. Sicchè far venire col ‘Capaccio’ da Melfi, ch’era ‘in mente Dei’, la gente all’edificazione d’Amalfi già edificata, è pretendere una cosa affatto ridicola.”. L’Antonini (…), nella sua nota (1) a p. 369 postillava che: “(I) Eccone diverse autorità. La ‘Cronaca manoscritta Cavense’, nell’anno MXCVI parlando dell’assedio di Amalfi (di cui anche ragiona il ‘Malaterra’) dice: “Rogerius ecc…”. Poi nel manoscritto scrive “Rogerius Dux obsedit Amalphiam, & coepit eam: e nell’anno MCXXX vi si legge: “Et …………….”.

Antonini, p. 367

L’Antonini cita di nuovo il cronista d’epoca normanna Goffredo Malaterra, a p. 369, scrivendo che: “E quindi è venuto che Amalfi, siccome anche la Molpa, è stato chiamato indifferentemente ‘Melfa’ (2), Malfa, Melpa, come chiaramente si legge in Malaterra lib. 4., c. 24 nel viaggio Gerosolimitano di Pietro Tudebodo, ed in cento autori di quei secoli.”. L’Antonini, credeva che la ‘Melfi’, citata dal Malaterra, fosse la Molpa di Camerota e Palinuro. Il racconto del Malaterra, riferisce un episodio del 1057. Erano proprio gli anni in cui il normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, insieme ai suoi fratelli, iniziava ad impossessarsi di diversi territori della Calabria. Nell’anno 1058, il Guiscardo, sposerà la sorella di Gisulfo II, principe longobardo di Salerno e, nel 1065, distruggerà per la seconda volta Policastro. L’Antonini (…), a p. 367, continuando il suo racconto su Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose nostre Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto il Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (I), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi Città dello stesso Guiscardo, ed il più forte luogo, ad asilo dè Normanni, dà medesimi frescam ente edificato. (2).”. A questo punto del racconto sulla città di Melfi, o della Molpa, l’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) Agostino Inveges in quanti luoghi occorre ragionar di Melfi, sempre col nome di Amalfi lo chiama, onde gran confusione nasce.”. La notizia dell’origine di alcuni nostri paesi che, come sosteneva il Porfirio, furono: costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani”, dovrebbe connettersi, attestandosi al periodo del primo Guiscardo, alla restaurazione della sede episcopale bussentina, con la nomina a Pietro Pappacarbone, primo vescovo della restaurata sede episcopale suffraganea di Policastro. Il Porfirio (…), faceva riferimento al periodo in cui venne restaurata la sede episcopale Bussentina, diventata da quel momento Paleocastrense, con la nomina di Pietro Pappacarbone a primo vescovo della restaurata sede. I fatti narrati dal Laudisio (…) e poi dal Porfirio (…), ricorrono al tempo di Roberto il Guiscardo prima o dopo il Concilio di Melfi. L’Antonini, scrivendo di Molpa diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (“mercadanti”), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa a Scalea. Si tratta del Libro I, del Cap. XXVI, il Malaterra scriveva (v. Lo Curto, p. 71) che: Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto.”. Inoltre l’Antonini, a p. 368, in proposito a ciò che scriveva il cronista Normanno Goffredo Malaterra, diceva che: “Ed oltre a questo (locchè più importa) e che Melfi è Città edificata dopo dà Normanni. Giustifica questa verità il citato ‘Malaterra’ nel principio del ‘lib. I.’ col mostrarcene la fondazione sul cominciar del secolo XI. (Eccone le parole: ‘Sed cum fine Castro, quo se tuerentur (Normanni) essent, Castrum, quod Melfa dicitur, construxerunt. Quando all’incontro nell’Epist. 23. di S. Gregorio lib. 6, indict.14.”. Scrive sempre l’Antonini a pp. 368-369: “Quanto all’incontro nell’Epis. 23 di S. Gregorio, lib. 6, indict. 14., trovasi nell’anno 596, fatta menzione di Pimenio Vescovo d’Amalfi. Sicchè far venire col ‘Capaccio’ da Melfi, ch’era ‘in mente Dei’, la gente all’edificazione d’Amalfi già edificata, è pretendere una cosa affatto ridicola. Alquanto però diversamente narra l’edificazione d’Amalfi, ‘Marino Frezza’ (I) suo Cittadino nel ‘tratt. de subfeud. lib.I. fol. 37. poichè non fa venire i Romani da Ragusa alla Molpa, e da quì a fondare Amalfi, ma dal Cilento citeriore intorno al Silaro, che vuol dire più di cinquanta miglia ad occidente ecc…”. L’Antonini, cita di nuovo il cronista Normanno Goffredo Malaterra, a p. 369, scrivendo che: “E quindi è venuto che Amalfi, siccome anche la Molpa, è stato chiamato indifferentemente ‘Melfa’ (2), Malfa, Melpa, come chiaramente si legge in Malaterra lib. 4., c. 24 nel viaggio Gerosolimitano di Pietro Tudebodo, ed in cento autori di quei secoli.”.Anche Luca Mannellici parla della Molpa e di ciò che scrisse il cronista del tempo Goffredo Malaterra che ci parlò delle gesta dei primi Normanni. Ecco la pagina 45r originale ed inedita, per la prima volta da me pubblicata, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla del Malaterra e, di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla Molpa: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume, terra distrutta, ed altri luoghi convicini Cap. X.”.

Mannelli, p. 45r, su Malaterra, Melfi e i normanni

Il ‘casale di Amalfi’ vicino Molpa, il Ducato di Amalfi ed i legami con Bisanzio

Manbrin Roseo e le origini della città di Molpa

Il barone Antonini a p. 367, nella sua nota (2) riguardo la Molpa scriveva che: “(2) Un poco più diffusamente di questa edificazione scrive ‘Mambrin Roseo’ nel lib. 7 della ‘Storia del Regno; ma in nulla contraddice il ‘Malaterra’, nè diversamente avealo detto il ‘Collenuccio’ sul principio del lib. 3.”. Dunque, l’Antonini citava Manbrin Roseo’ e il ‘Collenuccio. Il testo è di Pandolfo Collenuccio con le aggiunte di Mambrino Roseo. Anche Matteo Camera (…) parlando di Molpa, cita Manbrin Roseo e le metamorfosi di Bernardino Rota. Camera (…) parlando delle origini di Amalfi, parlando del fiume “Melpes” (Plinio) (l’attuale fiume Lambro), a p….. in proposito scriveva che: “Oggi si ritiene solamente quello di ‘Molpa’, non conosciuti affatto gli altri nomi; e da questo ha improntato il suo nome anche un villaggio detto Molpa (I). Più diffusamente di questa edificazione ne scrisse Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis. “Quae te non fluerunt Nymphae, quae littora Molpis ? Testis erit Molpis tantae pars maxima cladis, Quam Venus in silicem vertit.”. Dunque, il Camera per l’edificazione della Molpa, del villaggio scomparso, cita Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis”. Matteo Camera si riferisce a Manfrin Roseo (…) ed alla sua Storia del Regno di Napoli ed in particolare si riferiva all’opera di Pandolfo Collenuccio (…) di Pesaro e di Mambrin Roseo di Fabriano che nel 1563 pubblicarono il “Compendio dell’Historia del Regno di Napoli di Collenucio da Pesaro”. Si tratta di “Compendio dell’Historia del Regno di Napoli, con le aggiunte di Mambrino Roseo. Il testo citato dall’Antonini è di Pandolfo Collenuccio (…) che si presenterà più tardi, nel………. con le ‘Aggiunte’ di Mambrino Roseo (fino al 1556), Aniello Pacca (fino al 1562) e Tommaso Costo (1610). Nel 1613 quest’ultimo dava alle stampe per l’editore Giunti di Venezia tutti i testi precedenti con sue personali annotazioni e aggiunte. Anche Matteo Camera citava il testo del Collenuccio con le aggiunte di Mambrino Roseo, pubblicati fino al 1556. Il Camera, riguardo il vecchio villaggio abbandonato della Molpa cita il libro VII (7). Antonini e Camera citano il Libro III° che inizia a p. 52. Il capitolo (libro III), del Collenuccio, non parla di Melfi o della città di Molpa vicino il Lambro ma si riferisce a Melfi in Basilicata ed alla presa del potere dei Normanni con Roberto il Guiscardo.

La Molpa nella ‘Cronaca di S. Mercurio’

Matteo Camera (…) a p. 11, nella sua nota (2), postillava che: “(2) ‘Molpe’ ancora è il nome di una delle nostre Sirene, e nei secoli di mezzo ‘Molphe’.”. Il Camera a p. 12, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Presso l’autore della Cronaca di S. Mercurio.”. Sempre il Camera a p. 12, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini la Lucania tom. I., part. 2 disc. 7 pag. 365.”. Interessante è la citazione della ‘Cronaca di S. Mercurio‘ di cui ho parlato ivi in un altro mio saggio. A questa antica Cronaca medievale si rifà più volte l’Antonini che dice di averla vista e avuta da Agostino Carbone di Centola. Il Camera, riporta una notizia riferita dalla ‘Cronaca di S. Mercurio, citata anche dall’Antonini. Il Camera a p. 12 in proposito scrive che: Oggi ritiene solamente quello di ‘Molpa’, non conosciuti affatto gli altri nomi; e da questo ha improntato il suo nome anche un villaggio detto Molpa (I).”. Dunque, la notizia di un villaggio detto ‘Molpa’ proviene da questo ‘Chronicon’. Nicola Corcia, dunque, a p. 58, del suo vol. III, dopo aver parlato di alcuni scrittori antichi che dicevano di Molpa, in proposito scriveva che: “Ma a questi scrittori era ignota la testimonianza di un Cronista, il quale della città di ‘Molpa’ ragionando, attribuendone la fondazione à ‘Pelasgi Tirreni (3), situavala presso il porto di Palinuro all’oriente, e propriamente alla distanza di un miglio dal descritto porto, nel seno della ‘Molpa’. Ed io non dubito che una buona tradizione, così scrivendo, si conservasse, ecc..”. Il Corcia (…), a p. 58, del suo vol. III, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Chronicon S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 71.”. Infatti, l’Antonini (…), nella sua II edizione (Tomberli, 1795), della ‘La Lucania’, Discorso VI, p. 71, citava l”Autore’ della ‘Cronaca di S. Mercurio‘, e riporta un suo passo, dicendo: “Eccone le di lui parola così come sono rozzamente scitte: ‘Prope istum portum a parte Orientis est Civitas Molpa, quam edificaverunt in loco altissimo, et dirupo super mare temporibus antiquis Pelasgi, et Tireni de genere greco, ob comoditatem maris; quia illli erant omnes naute, et vivebant de preda maris, et in hunc diem omnes habitatores prelibate Molpe sunt Greci.’. Ecco che (secondo questo Monaco scrive) nella Molpa furono e Pelasgi, e Tirreni, ecc..”Troviamo una prima citazione a p. 69, dove l’Antonini (…), parlando delle origini della Lucania, in proposito scriveva che:

Antonini, p. 69

(Fig….) Antonini (…), ‘La Lucania’, I edizione 1745, Parte I, p. 69 (stessa cosa II ed., p. 70)

Il Corcia, dissertando sull’origine Pelasgica di Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano): “E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Interessante è la citazione di Pietro Ebner (…), nel vol. II , a p. 172, quando nella sua nota (12), postillava che Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa.”. Credo che l’Ebner (…), nella sua nota (12), si riferisca a Giacomo Racioppi (…), che nel 18…., scrisse ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, dove, secondo l’Ebner (…), riteneva falsa la ‘Cronaca di S. Mercurio’, di cui parlava l’Antonini. Rileggendo l’edizione del 1902, del Racioppi (…), il vol. I, p. 132, non abbiamo trovato nulla in proposito. Nel vol. II del Racioppi (…), a p. 72, Cap. III (e ci troviamo con Ebner), abbiamo trovato solo la citazione di Molpa, quando parla della città Lucana di Melfi. Il Racioppi, parlava di Sibari, e delle sue colonie in Lucania, ma non ci sembra dica nulla sulla ‘Cronaca’ citata dall’Antonini. Il Racioppi (…), ci parla di una ‘bolla’ che lui ritiene spuria ma lo dice a p. 132, ma nel suo vol. II, dove in proposito scriveva che: “Altri sprazzi di luce ci verranno dall’esame di altre carte. La bolla, per le suscitate controversie famosa, che eleva ad Arcivescovo di Acerenza il vescovo Arnoldo, mentre gli conferma la dipendenza di parecchie città della diocesi, accenna anche a monasteri e “pievi e parroccie” greche e latine, ecc..” e poi nella sua nota (1), postillava che: “Presso Ughelli, Italia Sacra, VII, fol. 25, ma di scorrettissima lezione. – Ricorretta sul testo, in parte, ap. Di Meo, Ann. crit. diplom. ad ann. 1068, 7, che la crede spuria. Ma la dubbia autenticità sua non distrugge il fatto, per cui è citata nel testo.”. L’Antonini (…), a p. 396, cita di nuovo la ‘Chronica’ del “Monaco di S. Mercurio” e, dopo aver parlato di ciò che aveva scritto il Cluverio, sulla Molpa, scriveva che: “..cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio, dice che ancora in Bussento mostravasi: ‘Ruinosa domus, ubi natus est Imperator Libius Severus’.”. Dunque, qui l’Antonini, citava il passo della ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, quando nel IX secolo (l’Antonini credeva che detta ‘Chronaca’ manoscritta fosse stata scritta dal monaco nel IX secolo), egli parlava della ‘domus’ (villa o casa) dell’Imperatore Livio Severo, sita nella città scomparsa della Molpa, notizia che sia il Corcia (…) che il Cammarano (…), destituiscono di ogni fondamento. Tuttavia, devo precisare che il Cammarano, rispetto a dette notizie riferite dall’Antonini (…), sulla scorta della citata ‘Chronicon’ di S. Mercurio, vennero messe in dubbio da autori come il Corcia e il Racioppi e poi in seguito da Mario Napoli, che invece scoprì la sede della colonia Eleatica, proprio ripercorrendo alcuni passi di Pietro Ebner (…), che aveva ivi individuato il sepolcro dei resti dell’apostolo Matteo. Il nipote di Antonini (…), Francesco Mazzarella Farao, nella sua opera postuma sulla “La Lucania” (II ° edizione del 1795), nella parte II, a p. 367, del Discorso VII, della sua ‘Lucania’, che, in proposito alla città scomparsa di Molpa, scriveva che ne parlava anche il monaco di S. Mercurio. Pietro Ebner (…), a p. 172, nella sua nota (13), postillava che: “(12) L’Antonini (cit. I, p. 372 sg.), trascrive un brano della ‘Cronaca di S. Mercurio’: Belisario ecc..”. Infatti, l’Antonini (…), nella II edizione della sua ‘La Lucania’, di Mazzarella Farao, parte II, p. 372, in proposito scriveva che:

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(Fig…) Antonini (…), II edizione della ‘La Lucania’, parte II, p. 372

Antonini (…), a p. 132, parlando delle origini di Molpa, citava il ‘Chronicon’ del ‘Monaco di S. Mercurio’ ed in proposito scriveva che: “Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna, a cagione di quel pagamento, che loro si faceva, chiamato ‘DACIUM’ dal ‘Monaco di S. Mercurio’; ecc..”. L’Antonini (…), a p. 368, parte II, II edizione (1795), lo chiama “il Monaco di S. Mercurio”, ed in proposito scriveva che: “E ‘l ‘Monaco’ di S. Mercurio dice di più. che a suo tempo gli abitatori eran Greci. Perchè fosse stata così chiamata, taluno ad alto principio attribuire il vorrebbe, e dinominarla da tempo erettovi a ‘Molpia, ed a Ippone, figlie di Scedaso Beozio, da Paratamida, Putarchida, e Partenio, che l’avevano per forza conosciute, simile all’altro, di cui Pausania fa menzione nè ‘Beotici’ (3): o da Molpi, che per lo bene della patria si offrì ad offere, come fu a Giove sacrificato: ma io mi contenterò meglio confessare di non sapere l’origine di cotal nome, che prenderlo da favole, o da storie niente quì confacenti; tanto più che ‘l nome di Molpa l’è venuto dopodicchè andò in dimenticanza l’antico verace di Bussento. “. Antonini (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini cita il ‘Mambrin Roseo’ nel lib. 7 della Storia del Regno e cita il ‘Collenuccio’, sul principio del lib. 3., e poi cita anche ‘Plutarco’ nella vita di Pelopida. “. L’Antonini (…), nella sua I edizione della ‘Lucania’, pubblicata nel 1745, ed. Gessari,, a p. 408, parte III, Discorso IX, parlando della città scomparsa della “Molpa”, in proposito scriveva che: “;….e così ancora circa il nono  secolo (di quando crediamo, che sia la Chronaca di S. Mercurio), vedendosi ancora nella Città ‘ruinosa domus’ , in cui era nato l’Imperador Libio Severo, ci fa credere che, non fosse del tutto desolata: e che la total sua ruina accadesse, come sopra detto abbiamo, nel MCDLXIV.”. Dunque, qui l’Antonini, citava il passo della ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, quando nel IX secolo (l’Antonini credeva che la detta ‘Chronaca’, manoscritta, fosse stata scritta dal monaco nel IX secolo), egli parlava della ‘domus’ (villa o casa) dell’Imperatore Livio Severo, sita nella città scomparsa della Molpa, notizia che sia il Corcia (…) che il Cammarano (…), destituiscono di ogni fondamento. Tuttavia, devo precisare che il Cammarano, rispetto a dette notizie riferite dall’Antonini (…), sulla scorta della citata ‘Chronicon’ di S. Mercurio, vennero messe in dubbio da autori come il Corcia e il Racioppi e poi in seguito da Mario Napoli, che invece scoprì la sede della colonia Eleatica, proprio ripercorrendo alcuni passi di Pietro Ebner (…), che aveva ivi individuato il sepolcro dei resti dell’apostolo Matteo. L’Antonini (…), a p. 132, parlando delle origini della Molpa, e riferendo diverse notizie storiche, citava la ‘Cronica’ del Monaco di S. Mercurio ed in proposito scriveva che: “Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna, a cagione di quel pagamento, che loro si faceva, chiamato ‘DACIUM’ dal ‘Monaco di S. Mercurio’; ecc..”. L’Antonini (…), a p. 368, parte II, II edizione (1795), lo chiama “il Monaco di S. Mercurio”, ed in proposito scriveva che: “E ‘l ‘Monaco’ di S. Mercurio dice di più. che a suo tempo gli abitatori eran Greci.. Antonini (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini cita il ‘Mambrin Roseo’ nel lib. 7 della Storia del Regno e cita il ‘Collenuccio’, sul principio del lib. 3., e poi cita anche ‘Plutarco’ nella vita di Pelopida. “.

L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a pp. 176-177-178 riferendosi alla città della Molpa, che egli crede essere stata la città vescovile di Bussento, in proposito scriveva che: “Fu Bussento la prima volta destrutta da Belisario Capitan dell’Imp. Giustiniano, allorche la seconda volta da Sicilia, contro Totila Re de’ Goti venne in Italia circa l’anni 541. Di questa destruzione, col nome di Molpa parla la ‘Cronica di San Mercurio’, presso l’Antonini, par. 2, Disc. VII: “Belisarius etc….”. O in questa destruzione, o allorche fu la Città da’ Goti occupata, dov’è il Vescovo abbandonarla, o per ragione della distruzzione, o perchè i Goti erano eretici seguaci di Ario; e perche tra i migliori luoghi della sua Diocesi, era la città di Policastro; percio ivi dov’è egli ritirarsi; quindi dopo la di lui morte, scrisse San Gregorio etc…”.

La Molpa e Raffaele Maffei detto il ‘Volaterrano’

Come possiamo leggere nella mia trascrizione delle pagine del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…) in cui egli parla di Molpa e della città di Melfe, di cui mi scuso per eventuali omissioni o errori (alcuni termini non sono ben comprensibili), egli cita alcuni autori come il Carafa (…), la cronaca Amalfitana (…), la cronaca di Montecassino (…), la cronaca di Guglielmo di Puglia (Guglielmo di Aix) (…), Leandro Alberti (…), Fabio Magini e la sua carta geografica “Tavola in piano di quella Provincia”, la Bolla di Alfano I (…), la cronaca del “Volaterano (…), del Mazzella (…). Autori questi che cercherò di citare e parlare in questo mio saggio. Per “Voleterrano” il Mannelli intendeva il “Volterrano” (…), nome di cui era appellato Raffaele Maffei (Maffeius Raphael) (…), nel 1559 pubblicò il suo “Commentariorum vrbanorum Raphaelis Volaterrani, octo et triginta libri, accuratius quam antehac excusi, praemissis eorundem indicibus secundum tomos ut ab autore conscripti fuerunt: quibus accessit nouus, res ac uoces in philologia explicatas demonstrans, quo superiores editiones carebant hactenus. Item Oeconomicus Xenophontis, ab eodem Latio donatus”. Rocco Gaetani (…) a p. 11, riferendosi a Bussento, in proposito scriveva che: “Carlo Stefano nel suo ‘Dizionario – storico – gografico – politico’ diè vita agli errori del bizantino ed aggiunse di più essere il Bussento un paese nel seno di Posidonia, ed un paese della Lucania ad ‘Laum fluvium; (3) il Valaterrano nei ‘Commentari delle città’ lo stabilì fra Squillace e Metaponto; (4). Ecc..”. Rocco Gaetani (…) a p…., nella sua nota (4) postillava che: “(4) Commentarium Urbanorum Raphaellis Volaterrani, octo et triginta libri. pag. 70. “Deinde (post Veliam) promontorium Palinurus et Pyxuntes, qui etiam et portus et amnis est. Ex altera parte a Scyllaceo usque Metapontum Buxentum civitas”.”.

La Molpa nel cap. X del ms. “Lucania sconosciuta” di Luca Mannelli

Il Mannelli nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ne a me altro resta da dire, se non che così distrutta etaterrato, pure dagli Scrittori si ricorda tanto l’essere stata culla del nome Amalfetano gli diede fama, quantunque Antonio Magini situarre Amalfi ecc..”. Si tratta di frammenti del manoscritto inedito ‘Lucania sconosciuta’, scritto dal padre maestro Agostiniano Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conservava in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine. Oggi il manoscritto è conservato a Napoli, alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, nella Sezione Manoscritti, con la seguente collocazione: XVIII, 24 – cc. 47-51. Il Bracco (…), nella sua nota (59) a proposito del Mandelli, lo scriveva. Il Bracco (…), dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Il manoscritto del Mannelli (…), è rimasto inedito ed introvabile per molto tempo. Si tratta di un esemplare proveniente dalla Biblioteca del Museo di San Martino, ms. S. Mart. 371. Il manoscritto del Mannelli viene citato anche dal Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che dice: “Lucania sconosciuta, (ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51).”. Arturo Didier (…), scriveva in proposito: ”la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un dianese ecc..ecc..”. La ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (…), è stata molto rapportata da Costantino Gatta (…), nel suo ‘La Lucania illustrata ecc..’, edita nel 1723, per i tipi di Antonio Abri a Napoli. In seguito, nel 1743, il figlio Giuseppe Gatta (…), pubblicò l’opera postuma del padre, nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, dove, nel suo capitolo IV, a p. 292, parlando di Camerota, in proposito alla Molpa, scriveva che: “oltre di ciò è famosa e, chiara per le memorie delli porti di ‘Palinuro’, e delle rovine, del Castello di ‘Molpa’, ricordato da ‘Plinio’ e dall’Alberti’.”. Poi scrive del ‘Monistero dè Cappuccini’, fabbricato in amenissimo sito, donde godonsi le vaghe prospettive del mare ecc..”. Li vicino, infatti vi era il Monastero di S. Iconio, di cui ho già ivi parlato in un altro mio studio. Ecco le due pagine 42r 43v originali ed inedite del manoscritto di Luca Mannelli (…), che riguardano il Cap. X sul “Promontorio di Palinuro e la città di Molpa”. Sulla Molpa scrisse pure Luca Mannelli (…). Ecco le pagine 44v e 45r originali ed inedite, per la prima volta da me pubblicate in un altro mio saggio, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla dell”Anonimo Salernitano’ e di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla ‘Lucania sconosciuta’ sulla Molpa. Ecco le pagine originale ed inedite, per la prima volta da me pubblicate, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla del Malaterra e, di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla Molpa: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume, terra distrutta, ed altri luoghi convicini Cap. X.”. Qui pubblico le pagine nn. 43r, 44v, 44r, 45v, 45r, 46v del manoscritto del Mannelli (…), conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, con la segnatura Ms.XVIII.24. Luca Mannelli (…), in proposito così scriveva che: “Ma più divenne famoso poi per aver quindi ricevuto il nome quei gloriosi Romani, ritornati da Ragusa in Italia che quivi dimorando Melfitani e poi Amalfitani con (?) gran potenza furono appellati. Già fu accennato altrove, che questi primitivi dell’antica Patria, per andare a Popolare la nuova Roma, edificata da Costantino, trattenuti dal Naufragio, che gli costrinse a fermarsi in Ragusa, donde dopo cinque anni si rivolsero ritornandosene in Italia, e quivi giunti si risolsero di più non passar oltre, havendosi edificata una Terra, che dal mome di fiume, chiamarono Melphi dicebatur, Palinuri concedisse Melphim edificasse ac Romano nomine relitto Melphitanos uel Amalphitanos dictos. Già di questo discorsi altrove, ma perchè nonostante che sia affermato da molti grandi Scrittori e soprattutto dalla Cronica stessa Amalfitana, pure si trovò sta cennato ingegno, il quale poco prattico d’antichità si sforzò di mostrare, che non da questo Melfi hoggi di picciolo grido ma dalla Città famosa di tal nome presso il Monte Vulturno confine della Lucania verso la Puglia di Amalfitani prendessero le denominate sase mio peso difendere la gloria di questo Melfe, o fiume, o terra presso di Palinuro, potendosi nel vero recare a gran fortuna l’haver dato nome e ricetto ad Hospiti cotanto nobili e degni. Alle invasioni di gente guerriera quivi vi andarono fermandesi perpetua sede adornande quei scoscesi luoghi ecc… che dall’antica patria dissero Melfi, i poi Malfi, e poi Amalfi chiamata. Quindi ordinarono lo Stato ………., fondando quella Repubblica, che poi divenne tanto ricca e potente, poiché ammandandosi sempre nella marittima, erano poderosi nelle Armi e famosi nella mercantia, non meno che nei tempi moderni  gli Olandesi si scorgono ecc….gli Amalfitani ….la gran perizia di essi che ne cantarono Guglielmo Pugliese antico poeta fra quelli di mezza età. E’ dunque da notarsi quanto scrisse l’Anonimo Salernitano Autore non pure veritiere ma vicino di tempo e di loco che gli Amalfitani intorno a di loro origine. Dice dunque egli che curioso di rinvenirla, usò gran diligenza, dimandandone i più saputi di loro, e facendone diligente vicenda nelle antiche scritture, e finalmente ritrovò che in tal mededo avvenisse Patrizi da Roma gl’Imperador Costantino e di Senato e quanto vi era di maestoso in quella gran città …….nella Tracia per fondare su le ruine dell’antica Bisantio una nuova Roma, che dal suo nome Costantinopoli fu detta imbricando e con la nave, e ad esempio altri più degni cittadini di seguirlo. Per questi alcuni imbarcatesi sopra due grossi navigli a quella volta navigarono, ma nel viaggio assaliti da fiera tempesta naufragarono presso Ragusa, ma con tale accanimento che fatta partire dei legni, e robbe, tutte le persone si salutarono. Non havendo dunque modo di ritornare le navi,…………..quivi fermarsi havendo ritrovato modo cortesi ai loro bisogni i Ragusei, che gli donarono quanto loro facevasi di mestiere, nonché luoco per habitarvi. Appresso da esso l’industriarsi i traffici marittimi e con tal fortuna gli esercitarono che in un processo di tempo in odio quella primiera gentilezza, come l’agrandimento di quei forestieri fusse loro perduta, si che non potendo darsene pace, cominciarono ad opprimerli con diverse angherie. Non sopperirono alla lunga i ……….quei maltrattamenti e risoluti quindi partirsi occuparono le Navi de Nimici et Barcatisi le Mogli, et i figliuoli con quanto havevano loro dispetto scilsero dal Porto di Ragusa, e verso Italia dirizzarono le prore, e con felice corso giunsero in queste Spiagie, e ritrovandole vote (vuote) di habitatori vi si fermarono, e dal luoco chiamato Melfi, Melfitani furono appellati essendo sempre per l’odierno detti col nome originario Romani. Insorta poi turbolenze in questi paesi, non poterono più dimorarsi questi sottoposti a diversi insulti laonde quindi dipartirsi  se ne vennero in Ebboli, dove in processo di tempo pure sperimentarono le medesime oppressioni, per lo che ecc……….Facendo ritorno al principio dell’Historia donde la grandezza di rigogliosa Ragusa slicami ha rispostato. Nel ritorno che ferono da Ragusa come pure sognare questo nuovo ritorno, che andassene quei Romani a Melfi di Puglia, essendo questa città lontana più di quaranta dall’adriatico Mare, e molto più dal tirreno …….sbarcarono in qualche riviera di quelle, ma dove e come poterono ritrovare in quelle spiagie tante civette, e bestie da soma per trasportare in si lontano luoco le Mogli et i figliuoli, e le loro case, già dice l’Historico essere partiti da Ragusa Cum Uxoribus et natis comunque super …………………Che cosa fecero dette loro Navi forse le lasciarono in abbandono sarebbe stata follia, poiche con quella per …….dei trafichi si procacciavano il Vitto, e poi furono instromessi di ogni loro grandezza. Non abbandonarono dunque le navi nelle spiagie dell’Adriatico per andare a Melfi di Puglia, che non avevano che fare anzi per segno non vi era come dirò hor hora, ma con quella approdarono al Fiume Melfe della Lucania, e quivi si fermarono attendendo à loro trafichi consueti, havendone già assaggiati gli utili mentre li esercitarono in Ragusa. Dissi che colui il quale sognò l’andata e la dimora di quei Romani a quell’altro Melfi, fuste poco i……..nell’antichità, mentre dimostrerò che tal città non i era ma che molti secoli appresso fù da Normandi edificata, e fatta Regia di tutto il dominio loro so che il Carafa, et altri con lui credessero fusse antica città, mentre scrisse che essendo città naturalmente forte, e ben munita i Normandi la cinsero d’assedio, e finalmente la necessitarono alla resa. Ma di ciò accusar (?) si deve quel Nobile Historico, perché pensò fondassi sopra la Cronica di Montecassino, nella quale si legge di essi Normandi Melphide (?) primitu que caput et janua totiu nidetus Apulie adeunt et sine aligua controversia capiunt. Ma dicesi  dalla Cronica capo, e Posta (?) di Puglia per lo sito, come si vidde perche quindi entravero a fare acquisti si postentesi, havendoni edificato un forte Castello per loro ricovero e sicurezza e poi ampliato in città grandiosa, non già perche ritrovata ui havessero altra habitatione, che un piccolo Borgo fattoni pochi anni addietro da Basilio Imperatore inughito (?) quel sito sorto, et opportuno a dar legge alla Puglia. Di ciò non voglio che ne stiamo alla fede del Volaterano, da chi fu detta Guglielmy cognomento. Veggosi le ruine di Melfe distrutto dai Corsari, come volle Leandro, o pure Belisario, come scrisse il Mazzella, e col nome d’Amalfi vecchio viene sograto da Fabio Magini nella sua Tavola in piano di quella Provincia, nè a me altro resta da dirne, se non che così distrutto, et atterrato, pure dagli Scrittori si ricorda tanto l’essere stata culla del nome Amalfetano, gli tiene fama quantunque Fabio Magini scrivesse Amalfi vecchio di là dal fiume Melfe, vicino il Promontorio Pissunte o di Policastro, del quale si dirà appresso, ma non dobbiamo però noi allontanarsene, mentre gli altri s’accordano in dire che fusse questa Terra presso le ripe del già detto Fiume, dal quale fu denominata. Credesi, che dalle uine di Melfe sorgesse Camerota, Terra assai buona in questa riviera, distante dal fiume Melfe che penserei, che più tosto fusse accresciuta da gli habitatori, che scamparono dalla depredataMelfe, e mel persuade l’antichità di Camerota, havendo da molti inteso essere così antica che non si può rinvenire il principio della sua fondatione, quantunque detta non ne habbia memoria più remota, che dall’anno 1079 in una Bolla di Alfano Arcivescovo di Salerno il quale con autorità del Papa, riergento i Vescovadi in questi paesi già caduti con le primiere Città per l’invasione de Saraceni, determinando le terre, che dovevano soggiacere alla cura del nuovo Vescovo di Policastro già detto Bussento nel secondo luoco nominò Camerota nella parte d’Oriente, dicendo in parte Orientis Omnia Castra cum ipsa Civitate Buxentina que modo Palecastru vocatur, scilicet Castellu de Madelmo Camarota, etc.”.

Mannelli, p. 43v, sul fiume Molpa

Mannelli, p. 44r, su Molpa e le origini di Amalfi

Mannelli, p. 44v, su Molpa

Mannelli, p. 45v, su Amalfi le origini e Molpa

Mannelli, p. 46v, su Molpa ancora e Amalfi

(Fig….) ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito di Luca Mannelli (…), Libro II, Capo X, le pagine nn. 43r, 44v, 44r, 45v, 45r, 46v, inedite, per la prima volta pubblicate (Archivio digitale Attanasio)

Come possiamo leggere nella mia trascrizione delle pagine del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…) in cui egli parla di Molpa e della città di Melfe, di cui mi scuso per eventuali omissioni o errori (alcuni termini non sono ben comprensibili), egli cita alcuni autori come il Carafa (…), la cronaca Amalfitana (…), la cronaca di Montecassino (…), la cronaca di Guglielmo di Puglia (Guglielmo di Aix) (…), Leandro Alberti (…), Fabio Magini e la sua carta geografica “Tavola in piano di quella Provincia”, la Bolla di Alfano I (…), la cronaca del “Volaterano” (…).

Giulio Cesare Capaccio e la Molpa

L’Antonini (…), a proposito di Molpa, a p. 368, in proposito scriveva che: “‘Giulio Cesare Capaccio’ nella ‘Stor. Napoli. lib. I. cap. 14. pretende togliere dalle parole della ‘Cronaca’ quella di ‘Palinuri’; parola, che  a meraviglia distingue il luogo della nostra Molpa un miglio da Palinuro lontana. Forse non sapea (ma non era tanto dabbene) dove mai fosse stata questa ‘Melpes’ appresso tanti Autori nota, e parvegli dover credere che fosse Melfi à confini con la Puglia, senza considerare che questa è mediterranea, e vi volea tutto il valore degli Argonauti per prtare le navi colà;….”. Riguardo questo autore citato dall’Antonini, Guilio Cesare Capaccio (…), pare che l’opera sua a cui si riferisca l’Antonini sia “Neapolitana Historia”. Giulio Cesare Capaccio (…), nel 1771 pubblicò il testo a stampa di “HIstoria Neapolitana” e ho visto che parla della fondazione di Amalfi nel cap. XIII a p. 150 del libro II:

Capaccio, p. 150, lib. II

Il Troyli e la Molpa

Mons. Troyli, insieme al barone Antonini furono tra i primi a comporre una storia strutturata dei nostri luoghi. Il Troyli (…), nel suo “Istoria generale del Reame di Napoli, ecc…”, parla dei nostri luoghi nel Tomo (Vol.) I, Parte II, cap. VI, da p. 129 e s.: “De Luoghi primarj dell’antica Lucania”, dove ci parla di Pesto, Velia e Bussento (vol. I, parte II, p. 135):

Troyli, p. 135.PNG

(Fig…) Troyli (…), vol. I, parte II , p. 135

LA MOLPA NELL’INDAGINE CARTOGRAFICA E NEI GEOGRAFI

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(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…).

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(Fig….) L’Italia nel Codice Veneziano Marciano greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…), particolare delle nostre coste e dei toponimi (Archivio Storico Attanasio)

Cattura

(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco.

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(Fig….) L’Italia annessa al Codice greco Vaticano Urbinate greco 83 – particolare delle nostre coste e dei toponimi citati

La ‘Molpa’ (“a b u l ì a h “ (Molva), nel più antico libro conosciuto, del 1154, il ‘Libro di Re Ruggero’

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (…), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (…), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita alcuni toponimi locali tra cui Molpa, Policastro e il porto Sapri. Rileggendo il testo di al-Idrisi, ci siamo accorti che……………….. Il “Libro di Re Ruggero”, è datato dagli studiosi all’anno 1154 e, descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Fu redatto nel 1154, da al-Idrisi, geografo di re Ruggero II d’Altavilla. Secondo i due studiosi Amari e Schiapparelli (….), il geografo arabo al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo scrive della Molpa, forse del suo porto.

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(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi

Abbiamo ritenuto di indagare ulteriormente su questa vicenda in quanto crediamo che vadano ulteriormente approfondite alcune fonti e notizie in merito, come ad esempio la citazione di un toponimo arabo che dovrebbe indicare il luogo di Molpa, o un luogo vicino ad esso. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (…), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (…), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche la Molpa. Secondo i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (…), al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo. La notizia, fu data per la prima volta dagli studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto nel loro “Pixous-Policastro” (…), che parlando del Volpe (…) e delle mura di Policastro Bussentino al tempo dei Normanni del Roberto il Guiscardo, confermavano la notizia di solide mura e fortificazioni a Policastro, nel testo scritto in arabo del Libro del Re Ruggero del 1154, che descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Il testo arabo del 1154, del geografo al-Idrisi, cita anche lo scalo marittimo di Molpa. Secondo la traduzione del testo in arabo di al-Idrisi, del 1154, i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (…), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’,

Amari e Schiapparelli.PNG

(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi

Michele Amari e Schiapparelli (…), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’, nel 1876-77, a p. 97, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, a p. 97, parlando del ‘3 scompartimento e del V clima’, scrivevano in proposito che: “Da Castellammare a b u l ì a h (6) (Molva) tredici miglia. A quella volta si…” . Michele Amari e Schiapparelli (…), a p. 96, nella loro nota (6) di pag. 96, postillavano che: “(6) A, fùliah. Nel testo a p. 106 abbiamo m u l ì a h che può, levando un sol punto, cambiarsi in m ù l b a h ossia Molva, oggi Casal di Molva. Ivi il fiume Mingardo è chiamato “fiume di Molva”.”.

Amari e Schiapparelli, p. 96,,,

Amari e Schiapparelli (…), proseguendo il loro racconto a p. 97, scrivevano che: “…dirige il wàdì sant sim.ri (1) (“fiume San Severino”, fiume Mingardo) e là la mette a mare. Da Molva a b.lì qust.rù (Policastro), ecc..”.

Amari-Schiapparelli, p. 97.PNG

(Fig….) Amari e Sciapparelli (…), Note bibliografiche al testo di pag. 96

Amari e Schiapparelli (…), a p. 97, nella loro nota (1), postillavano che: “(1)………………………

Amari-chiapparelli, p. 97, note.PNG

(Fig….) Amari e Sciapparelli (…), Note bibliografiche al testo di pag. 97

La ‘Molpa’, nel più antico portolano conosciuto (secolo XIII)

Si tratta del più antico portolano conosciuto, relativo alla totalità del Mediterraneo che sino ad oggi sia stato rinvenuto. Lo studioso medievalista Bacchisio R. Motzo, nella sua opera (Fig…), scriveva in proposito: “Il Compasso de navegare è un’opera italiana composta tra il 1250 e il 1265 all’incirca, in due parti che si completavano a vicenda: il portolano, cioè la guida scritta, per navigare nel Mediterraneo, e la carta nautica del Mediterraneo stesso”. Il Motzo, lo fa risalire alla metà del Duecento sulla base di confronti filologici con altre versioni dello stesso testo  nello stesso periodo della guerra del Vespro e della partecipazione genovese alle operazioni militari (…), infatti, il testo scritto in latino volgare, si apre con l’indicazione: “In nomine Domini Nostri Iesu Christi, amen. Incipit Liber Compassuum MCCLXXXXVI. de mense ianuari fuit inceptum opus istud”. Ma si tratta della data della copia; il testo primitivo del Compasso, secondo il Motzo, sarebbe stato composto quarant’anni prima, esattamente tra il 1250 e il 1265. Rispetto all’originale, il testo presenta tutta una serie di aggiunte minori, di ampliamenti e rifacimenti, oltre a contenere non pochi errori dovuti alla trascuratezza dei successivi copisti e all’aver in più la descrizione delle coste del Mar Nero. Recentemente, ho potuto esaminare de visu l’opera originale medievale annessa al Codice Hamilton 396, (Fig….), conservata alla Biblioteca Municipale di Berlino e, quì riportiamo la pagina 17r del testo medievale (che riguarda le nostre coste), che pubblichiamo le due fotoriproduzioni delle due pagine originali (Fig….) tratte dal Codice Hamilton 396 e, fotografate dalla mia amica fotografa Claudia Obrocki, su cortese autorizzazione immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino (…). Cosa dice il testo originale medievale delle pagine n. 16r e n. 17r del Codice Hamilton 396 (Figg…..)?. Recentemente la studiosa Alessandra Debanne (…), ha rivisto e tradotto, il testo pubblicato dal Motzo (Fig….), pubblicandolo in un suo testo dove cura la traduzione del testo medievale del Codice Hamilton 396 (Figg…..), del testo scritto originale in una gotica minuscola libraria della fine del secolo XIII. L’immagine di Fig…., illustra la traduzione della pagina n. 17r del ‘Lo Compasso de navegare’ (…): Capo d(e) Mene(r)ba. Primariamente d(e) Menerba a Salerno xxx mil (lara) / p(er) greco verlo levante. De Salerno a lo capo de la Li/cosa l mil(lara) entre mecco dì e sirocco. De Licosa /20/ al capo de Palanua l mil(lara) p(er) sirocco ver lo leva(n)te. / De Palanuda a Panicastro xxv mil (lara) per greco v(er)lo levante. De Panicastro a Scalea xxv mil(lara) per / mecco di ver lo sirocco. Sopre Scalea à I° isola ecc…ecc..” (…, pag. 17r) (Fig….).

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(Fig…..) Codice Hamilton 396 – pagina 16v (‘Lo Compasso de navegare’), anonimo, gennaio 1296 (originale). Foto di Claudia Obrocki, 2017, su cortese autorizzazione immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino (…).

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(Fig….) Codice Hamilton 396, pagina 17 r del ‘Compasso de navegare’, anonimo, gennaio 1296 (originale). Foto di Claudia Obrocki, 2017, su cortese autorizzazione per la pubblicazione delle immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino.

Strabone geografo e la Molpa

Strabone è stato un noto geografo. Strabone (in greco antico: Στράβων, Strábōn; in latino: Strabo; Amasea, ante 60 a.C. – Amasea ?, tra il 21 e il 24 d.C.) è stato un geografo, storico e filosofo greco antico. La Geografia (Γεωγραφικά) in 17 libri inizia con un’introduzione, nei libri I e II, in cui Strabone vuole dimostrare che Eratostene ha avuto torto a invalidare l’opera di Omero dal punto di vista geografico. I libri dal III al X descrivono l’Europa, e più in particolare la Grecia antica (libri VIII-X), mentre i libri dall’XI al XVI descrivono l’Asia Minore e il libro XVII si occupa dell’Africa (Egitto e Libia). Se la sua opera, che è il trattato geografico più ampio dell’antichità, riprende talvolta testi di diversi secoli più antichi del suo, tuttavia la sua conoscenza del diritto romano applicato nelle varie città ne fa una fonte essenziale per la conoscenza dell’inizio della romanizzazione in Gallia e nella Penisola iberica, che mostra, soprattutto nei libri III e IV, come a seguito dell’acculturazione graduale delle popolazioni, si stesse sviluppando in queste regioni una nuova, specifica cultura. A differenza della geografia tolemaica, improntata su uno studio ed una analisi più rigidamente matematiche, la Geografia di Strabone presenta un impianto più storico-antropologico. Strabone ci parla del promontorio di Palinuro nel libro VI del volume III,

Strabone

Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Rocco Gaetani a p. 11,dissertando su quanto sosteneva Mons. Nicolaio (…), sulle origini di molpa e di Pisciotta, in proposito, riferendosi a Strabone scriveva che: Il viaggiatore di Amasia, che dall’Armenia descrisse insino ai confini della Tirrenia posti dirimpetto alla Sardegna e mosse dall’Eusino a quelli dell’Etiopia, il geografo Strabone, l’autorità del quale in tel genere di cose è superiore ad ogni altra, chiaramente determina il Bussento così: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi” (segue trascrizione del testo in greco) (9). Si ponga ben mente che il greco scrittore, qui nell’assegnare i confini della Lucania marittima discende dall’occidente all’oriente; dalle foci del Silari vien giù a Poseidonia, all’Isola di Leucosia, al golfo Posidonate, a Velia; ed all’oriente, “appresso, al tergo, dietro” (nel passaggio da un luogo ad un altro, questo significato ha la particella greca ……, usata nel testo) dopo il promontorio, che dal timoniere di Enea “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”, egli il geografo, ritrova il promontorio ‘Pixo’ (…………………………), il porto (…………..), ed il fiume (………….), tutti e tre luoghi omonimi (……………………………); mentre Pisciotta trovasi situata all’occidente di Palinuro, parte opposta del Bussento assegnato tanto precisamente da Strabone, e trovasi in tali circostanze da non poterci in verun modo semplice si fu il Nicolao che si lasciò pigliare dall’apparente ecc…”. Domenico Romanelli (…), nel 1815, pubblicò la sua “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove nella Parte I, Sezione III, vol. I, da pp. 311-439 dedica alla Lucania. Il volume del Romanelli è stato poi ripubblicato da Fernando La Greca (…). Il Romanelli, a pp. 369-370-371 ecc. parla di Bussento, di Molpa, di Pisciotta ecc.. dissertando su ciò che scriveva in proposito l’Antonini e sul passo di Strabone:

Romanelli, su Mlpa, p. 369

Pomponio Mela e la Molpa

Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ipetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa.

Nel 1588, la Molpa in Leandro Alberti

Come possiamo leggere nella mia trascrizione delle pagine del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…) in cui egli parla di Molpa e della città di Melfe, di cui mi scuso per eventuali omissioni o errori (alcuni termini non sono ben comprensibili), egli cita alcuni autori come il Carafa (…), la cronaca Amalfitana (…), la cronaca di Montecassino (…), la cronaca di Guglielmo di Puglia (Guglielmo di Aix) (…), Leandro Alberti (…). Su Leandro Alberti ha scritto pure Rocco Gaetani (…) che confutava ciò che egli aveva scritto su Bussento. Singolare è ciò che scrive Saverio Gatta (…), figlio di Costantino che nel 1732 pubblicò postumo “Memorie topografiche storiche della Provincia di Lucania” del padre Costantino. Il Gatta, figlio a p. 290, nel cap. IV: “Della Terra di Camerota, ed altre memorie”, solo in questo caso accenna al “Castello della Molpa” e, parlando di Velia e dell’adorazione di Cerere, in proposito scriveva di Camerota e diceva che: “In qual tempo caduta ella fusse dalle antiche grandezze, ……egli è involto fra oscure tenebre della dimenticanza. E’ probabile però che dalle di lei rovine, surte fussero le vicine Castella, spezialmente ‘Camerota’, Terra assai ragguardevole ……: ed oltre di ciò è famosa, e chiara per le memorie delli porti di ‘Palinuro’, e delle rovine, del Castello di ‘Molpa’, ricordato da Plinio e dall”Alberti’.”. Dunque, secondo il Gatta, il castello di Molpa era ricordato da Plinio e dall’Alberti. Rocco Gaetani (…) a p. 11, riferendosi a Bussento, in proposito scriveva che: “…………………..”. Il Nicolao (…), parlando di Pisciotta e di Bussento scriveva che: “…..Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Dunque, la leggenda della Ninfa di Palinuro deriva da una citazione di Plinio. Plinio il giovane o Plinio il vecchio ?. Leandro Alberti (…), nella sua opera “Descrittione di tutta Italia di F. Leandro ALberti, Bolognese”, pubblicato nel 1588. L’Alberti parla dei luoghi della ‘Basilicata’, a pp. 198-199, parla delle Isole delle Sirene (Leucosia), Velia (Heiela), Isole Enotrie, Pisciotta, Capo Palinuro, Molfa, ecc..

Interessante è ciò che scrisse Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Altri andarono alla vicina Centola; parte n’andò in Cuccaro nove miglia lontano, e ‘l rimanente ne’ vicini altri luoghi (siccome a ciascuno meglio tornò grado) si disperde. Non dispiaccia nuovamente riferire le parole di ‘Merola’ su di questa distruzione: “Post Palinuri promontorium, in monte, qui mari imminet, ruinae conspiciuntur Oppidi Molpae a praedonibus subversi ad Melphin fluvium praeterfluentem”. Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., onde fresca era allora la memoria di sua ruina. Fece Re Ferrante alte doglianze di questo fatto in Costantinopoli con Maometto II, ma per allora gli fù risposto: che non avendo ecc…”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

Alberti Leandro, p. 199,,,

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

La Molpa per il Merola

Il barone Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Altri andarono alla vicina Centola; parte n’andò in Cuccaro nove miglia lontano, e ‘l rimanente ne’ vicini altri luoghi (siccome a ciascuno meglio tornò grado) si disperde. Non dispiaccia nuovamente riferire le parole di ‘Merola’ su di questa distruzione: “Post Palinuri promontorium, in monte, qui mari imminet, ruinae conspiciuntur Oppidi Molpae a praedonibus subversi ad Melphin fluvium praeterfluentem”. Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., onde fresca era allora la memoria di sua ruina. Fece Re Ferrante alte doglianze di questo fatto in Costantinopoli con Maometto II, ma per allora gli fù risposto: che non avendo ecc…”. L’Antonini, parlando del piccolo e antico borgo di Cuccaro, l’odierno Cuccaro Vetere, egli scriveva che i due autori Merola (….) e Leandro Alberti, ne parlano ma non lo pongono nell’esatto luogo dove si trova. Inoltre aggiunge che Merola e Leandro Alberti scrivono di Cuccaro ma non dicono che Cuccaro figura nella donazione di Maugerio del 908. L’Antonini, citando il “Merula” si riferiva al grande geografo e storico fiammingo Paulo Merola (1558-1607), quando, nel suo “Cosmographiae Generalis” (pubblicato ad Amsterdam, Apud Henricum Hondium, 1621, p. 918), scriveva che: “Post Palinuri promontorium in Monte, qui mari imminet, ruine conspiciuntur Opidi Molphae, a Predonibus subversi ad Melphim fluvium praeterfluentem, cui meminit Plinius”, che tradotto dovrebbe significare che:  “Dopo il promontorio di Palinuro, su un monte a strapiombo sul mare, si vede in rovina il paese di Molpha;”.

La città di ‘Bussento’ secondo il Cluverio e l’Antonini

Riguardo la Molpa, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Francesco Mazzarella Farao, nella Parte II, “Discorso VII”, a p. 353 parla del capitolo intotolato “Di Palinuro, e della Molpa”, e p. 366, in proposito scriveva che: “..oggi ritiene solamente quello di Molpa: dico dopo i primi tempi, perchè l’antico suo nome fu quello di Bussento, come dirassi. Cluverio già citato nel 4. dell’Italia Antica fa di alcuni di questi nomi menzione; ma ci aggiunge tali cose (sia con buona pace di lui che han bisogno di esser corrette da chi è pratico dè luoghi, e il mostreremo da quì a poco facendo parola di Bussento.”. Sempre il barone Giuseppe Antonini (…) ed il nipote Mazzarella Farao, nella parte II, a p. 367, del Discorso VII, in proposito alla città scomparsa di Molpa, scriveva che ne parlava anche il monaco di S. Mercurio, e dopo aggiunge che: ….ma io mi contenterò meglio confessare di non sapere l’origine di cotal nome, che prenderlo da favole, o da storie niente quì confacenti; tanto più che ‘l nome di Molpa l’è venuto dopodicchè andò in dimenticanza l’antico verace di Bussento.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 92, in proposito scriveva che: “Altra più speciosa opinione ci presentò l’Antonini (1), dopo di aver censurato il Cluverio, e qualche altro. Questo autore credette assolutamente, che ‘Pyxus’ città fosse nel sito della distrutta città di Molpa, di cui abbiam parlato ecc..”. L’Antonini (…), disconoscendo ciò che affermavano il Cluverio (…) e, l’Olstenio (…), che indicavano la colonia sibaritica di ‘Pyxous’ e poi Buxenum nell’attuale Policastro, credeva che ‘Bussento’ fosse nel luogo della Molpa. Il Cluverio (…), verrà censurato dall’Antonini, per alcuni suoi errori. Filippo Cluverio (…), ci parla della Molpa, nel suo “Italia antiqua”, lib. IV, cap. 14. Ciò che scrisse Filippo Cluverio (…), fu riveduto dall’Olstenio (…), nelle sue “Note all’Italia Antiqua del Cluverio”, del 16…..L’Antonini (…), nella sua “Lucania” a pp. 330 e ss. parlando di Pisciotta dice alcune cose sia su Pisciotta che sulla Molpa:

Pisciotta, da Antonini, p. 330

Pisciotta da Antonini, p. 331Pisciotta da Antonini, p. 332

Molpa e Bussento secondo Filippo Cluverio

Un altro erudito del tempo che a metà del ‘600 scrisse un’opera rimasta immemorabile è Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italia antiqua”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (…). Filippo Cluveri, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di ‘Buxentum’. Ciò che scrive il Cluverio su Bussento a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (…), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg….). Nel 1624 e poi pure nel 1666, l’olandese Luca Olstenio o Holstenii o Holstenius, pubblicò il testo detto comunemente “Note  all’Italia antiqua di Cluverio” ma il suo vero titolo è  “Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..” (….), l’opera che l’Antonini (…) riferisce e chiama “Geografia Sacra di Carlo di s. Paolo”. L’Olstenio, nell’edizione del 1624,  pp. 266-267-288 parla e commenta le pagine 1260, Lin. 10, Lin. 12 su Pisciotta ecc.. e, Lin. 36 su Capo della Foresta del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua.

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(Figg….) Filippo Cluveri (o), ‘Italia antiqua’, 1624, p. 1263 (…).

Il promontorio e la città scomparsa della Molpa secondo Luca Holstenio

Nel 1624 e poi pure nel 1666, l’olandese Luca Olstenio o Holstenii o Holstenius, pubblicò il testo detto comunemente “Note  all’Italia antiqua di Cluverio” ma il suo vero titolo è  “Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..” (….), l’opera che l’Antonini (…) riferisce e chiama “Geografia Sacra di Carlo di s. Paolo“. L’Olstenio, nell’edizione del 1624,  pp. 266-267-288 parla e commenta le pagine 1260, Lin. 10, Lin. 12 su Pisciotta ecc.. e, Lin. 36 su Capo della Foresta del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua.

Olstenio, Pisciotta, p. 266

Olstenio, pisciotta, p. 287

Il promontorio e la città sepolta della Molpa secondo Domenico Romanelli

Domenico Romanelli (…), nel 1815, pubblicò la sua “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove nella Parte I, Sezione III, vol. I, da pp. 311-439 dedica alla Lucania. Il volume del Romanelli è stato poi ripubblicato da Fernando La Greca (…). Il Romanelli, a pp. 369-370-371 ecc. parla di Bussento, di Molpa, di Pisciotta ecc.. dissertando su ciò che scriveva in proposito l’Antonini.

Romanelli, su Molpa, p. 368

Romanelli, su Mlpa, p. 369

Romanelli, su Bussento e Molpa, p. 370

Romanelli, su Pisciotta e Bussento, p. 371

La Città della Molpa

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi. Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi. I Normanni amministrarono il territorio fino al 1189. A partire da questo anno e fino al 1268 fu sotto la giurisdizione degli Svevi, a cui succedettero gli Angioini fino al 1435. Gli Angioini potenziarono ulteriormente le fortificazioni che formava con i castelli di Palinuro e di San Severino una cinta difensiva che si rivelò di importanza vitale nella guerra contro gli Aragonesi. Le difese però non resistettero all’invasione dei pirati Saraceni, noti come Corsari d’Africa, che all’alba dell’11 giugno 1464 la rasero al suolo, facendo schiava la sua gente (coloro che riuscirono a fuggire trovarono rifugiò nell’entroterra ed in particolare a Centola ed a Pisciotta) e decretando per sempre la fine dell’abitato di Molpa. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 90, parlando di “20 – Melphes fluvius” (fiume Melpi, fiume Lambro), in proposito scriveva che: “Nasce questo fiume da una montagna due miglia al di là da ‘Cuccaro’, detto ‘Lagorosso’, …., donde il fiume con altre termine fu detto ancora ‘Rubicante’. Quindi ingrossato da altre acque si scarica in un piccolo seno, che anche di Molpa ritiene il nome. Qui nè passati tempi sopra un’erta collina si alzò una città collo stesso nome, di cui restano molti avanzi. Varie notizie ne leggiamo negli autori, e nelle cronicche dè bassi tempi, e specialmente in Malaterra, e, nell’Anonimo Salernitano. L’Antonini ha preteso provare che qui nei prischi tempi fosse qui situato ‘Bussento’, cambiato poi in Molpa, o Melope, ma quanto sia errata questa opinione sarà nel seguente articolo discusso.”. Dunque per il Romanelli, si riferiva a questa città di Molpa, la città sorta sorta un’erta collina nel mezzo del seno del fiume Lambro, allora detto Melphes e poi Rubicante, quando cita due episodi raccontati dal cronista normanno Goffredo Malaterra e dal cronista detto Anonimo Salernitano. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421);…. Nel borgo nacque l’Imperatore Massimiliano e suo figlio Massenzio; Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”, di cui parleremo in seguito. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Francesco Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 366, in proposito scriveva che: “donde dii esso sorge un’altra rupe, o sia eminenza, la quale da tre parti inaccessibile, solamente dalla banda di tramontana vi si può montare, e con difficoltà ancora, ed ha sulla cima un falso piano non molto ampio; sulla fine del quale trovasi una piccola sorgiva di acqua dolce, la quale se fosse ben tenuta, potrebbe per numero di gente bastare. Quì era fabbricata la Città, e l’immensa quantità di grossi mattoni, onde quel piano è coverto, colle vestigia di antiche fabbriche, fa vedere, che tutto era abitazione; solamente verso settentrione trovasi ancora in piedi un portico di antica struttura cogli archi chiusi modernamente, per farne un ricovero; e perciò chiamasi il Castello, che moltissime miglia da dentro terra si vede per l’altezza, in cui è posto. Come non aveva il luogo da tre parti bisogno alcuno di mura, per essere straripevoli, ed inaccessibili, così solamente da tramontana si trovano le muraglie di antichissima fabbrica da parte di in parte guaste, ed interrotte. Il sito non può esser ne più bello, nè di migliore aria, perchè da ogni parte ventilato; e sebbene abbia da oriente il fiume Mengardo, e da occidente il Melpi; essendo però ambedue di correnti limpide acque, non potranno mai fare il luogo malsano. A mezzogiorno tiene, come una deliziosissima conca, il ià descritto seno, e da tramontana gode, la veduta di lontane montagne; eppure con tutto ciò non si è trovato dopo l’ultima sua desolazione, chi si fusse arrisciato ad abitarla, per lo già sperimentato pericolo delli corsari. Dopo i primi tempi, fu la Città chiamata Malfa, Melfa, Melpi, e fino (I) Melope; oggi ritiene solamente quello di Molpa.”. L’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Nicola Corcia (…), a p. 59, in proposito scriveva che: “Delle vicende di questa città nè tempi posteriori tornerà altrove il discorso; ora dico soltanto che nel fondo del seno che dalla città stessa prese il nome di ‘Molpa’, sorge un’altra rupe, appena accessibile all’oriente, che in sulla cima ha un falso piano, sul quale la città era posta. Ivi se ne veggono i pochi ruderi con gli avanzi di un portico, del quale si chiusero poi gli archi per farne un recinto che dicesi il ‘Castello’. Essendo il luogo, naturalmente fortificato, soltanto dalla parte di tramontana era difeso da muraglie di antichissima costruzione, che in parte or si veggono abbattute ed interrotte (2). Dopo il fiume Melpi e all’occidente del castello della Molpa, più copioso di acque mette foce nel mare a non molta distanza il ‘Mingardo’.”. Il Corcia (…), nel suo vol. III, a p. 59, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini, op. cit., t. I, p. 366.”. Secondo Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 18-19 in proposito alla città della Molpa scriveva che: “Il sito della Molpa era invece probabilmente al di là dell’omonima collina, ai margini della piana, là dove, del resto, la pone la Mappa Aragonese, e più precisamente nella località indicata dalla platea del 1666 come “il Pedale della Molpa”, località che aveva “da sopra la stessa Molpa, da sotto la piana”. Il toponimo – confermato dal catasto onciario del 1753 – , che deriva dal latino “ad pedem”, indica una fascia collinare, posta in posizione più elevata rispetto alla Piana e alle falde della collina della Molpa (15).“. Il Barra a p. 19 nella sua nota (15) postillava che: “(15) La platea distingue inoltre chiaramente “il poggio della Molpa, vicino il Castello di detta Molpa”. Il catasto onciario del 1753 riporta anch’esso il toponimo “Pedali della Molpa”, ai quali affianca pure quelli di “Coste della Molpa e Scrupula” e “Soscella della Molpa”. Quest’ultimo rivela la coltivazione, tipicamente mediterranea, delle “sciuscelle”, termine dialettale che indica il frutto del carrubo.”.

La Molpa e Bussento per Rocco Gaetani

Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso. Il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli –  in questo primo suo studio (…), fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Il Gaetani, aveva pubblicato altri suoi studi teologici. E’ stato Bibliotecario dell’Archicio Diocesano di Policastro Bussentino al tempo del Vescovo Cione. In seguito pubblicherà altri scritti sulla storia di Torraca e quindi di Sapri: “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca” (…), nel 1906 e poi nel  1914, il saggio su “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” (…), ambedue ristampati a cura della nipote Rossella Gaetani. 

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Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527).

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Rocco Gaetani a p. 11, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “Carlo Stefano nel suo ‘Dizionario – storico – gografico – politico’ diè vita agli errori del bizantino ed aggiunse di più essere il Bussento un paese nel seno di Posidonia, ed un paese della Lucania ad ‘Laum fluvium; (3) il Valaterrano nei ‘Commentari delle città’ lo stabilì fra Squillace e Metaponto; (4) Balbo e con lui Frontino nell’opera ‘De coloniis’ l’assegnò fra i Bruzii; ed a farla breve il Nicolao sostenne che il Bussento fosse Pisciotta, e lo storico Giuseppe Antonini volendo dar termine ad ogni quistione chiamò fuori di ogni opinione, ricercando il Bussento colà ove sono le rovine dell’antica Molpe, città della Lucania. Ai primi, l’abbaglio dei quali è troppo manifesto, non rispondiamo, agli ultimi due, al Nicolao cioè ed all’Antonini con rispettosa critica dimostreremo che il Bussento, senza altro, bisognava investigarlo nel nostro Policastro, che tuttora si distingue con l’aggiunto di ‘Bussentino’ e che i vescovi policastrensi sono leggittimi successori dei vescovi bussentini. In prima, per qual ragione il Nicolao ricercò in Pisciotta l’antico Bussento ? (5). La ragione è nota per sè: perchè appartenendo Pisciotta alla sede di Capaccio-Vallo, la Chiesa Bussentina non sarebbe più quella dell’odierna Policastro, bensì una sede distrutta ed annessa alla Caputaquense di cui il Nicolao era vescovo. (6) Ma si può in Pisciotta ricercare il Bussento ? Non lo credo. Il viaggiatore di Amasia, che dall’Armenia descrisse insino ai confini della Tirrenia posti dirimpetto alla Sardegna e mosse dall’Eusino a quelli dell’Etiopia, il geografo Strabone, l’autorità del quale in tel genere di cose è superiore ad ogni altra, chiaramente determina il Bussento così: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi” (segue trascrizione del testo in greco) (9). Si ponga ben mente che il greco scrittore, qui nell’assegnare i confini della Lucania marittima discende dall’occidente all’oriente; dalle foci del Silari vien giù a Poseidonia, all’Isola di Leucosia, al golfo Posidonate, a Velia; ed all’oriente, “appresso, al tergo, dietro” (nel passaggio da un luogo ad un altro, questo significato ha la particella greca ……, usata nel testo) dopo il promontorio, che dal timoniere di Enea “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”, egli il geografo, ritrova il promontorio ‘Pixo’ (…………………………), il porto (…………..), ed il fiume (………….), tutti e tre luoghi omonimi (……………………………); mentre Pisciotta trovasi situata all’occidente di Palinuro, parte opposta del Bussento assegnato tanto precisamente da Strabone, e trovasi in tali circostanze da non poterci in verun modo semplice si fu il Nicolao che si lasciò pigliare dall’apparente ecc…”. Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”.

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(Fig….) Gaetani Rocco (…), op. cit., pp……..

Mannelli, su Pisciotta, p. 41r

Mannelli, su Pisciotta, p. 42v

(Fig…) Mannelli Luca, op. cit., cap. VIII, su Pisciotta, pp. 41r e 42v

Infatti, Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, del 1601 scriveva che a Camerota, i fuochi erano 183 e che molti volevano che Camerota fosse nata dalle origini di Molpa ed in proposito a p. 73, scriveva che:  “Scorgesi poi sopra un’alto monte Cammerota piccola terra, edificata (come dicono alcuni) dalle reliquie dell’antica Molpa, che poco discosto lì stà. Alquante miglia poi camminando si vede Roccagloriosa ecc…”. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche. Ecc..”.

Pisciotta, congetture sulle sue origini e con le origini della Molpa

Mons. Francesco Nicolaio (…), vescovo di Capaccio, nel suo “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore”, scrisse di Pisciotta e della Molpa. Il Nicolao (o Nicolaio) (…), scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Su questi passi del Nicolaio ci viene incontro l’Antonini (…) che vi dissertò confutando le sue tesi sulle origini di Molpa e di Pisciotta. L’Antonini a p. 331, in proposito scriveva che: “Il semplicissimo Monsignor ‘Nicolao’ Vescovo di Capaccio, in una ‘dissertaz.’ che fece ‘de Episcopo Visitatore fol. IV’ esaminando ‘l’epist. XXIX del ‘lib. II. del Pontefice ‘S. Gregorio’, in cui come si disse, commette a Felice di Agropoli, la cura di Visitar le Chiese, Velina, Blandana e Bussentina (I), suppone, che essendo Pisciotta più di Policastro ad Agropoli vicina, che quella, e non questo fosse il Bussento; tanto più, che in Pisciotta copia grande di bussi si trova, onde gli viene il nome. Non considero il buon Vescovo, che dovendo Felice da Agropoli andare fino a Blanda (che è Maratea) non importava, che per visitar la Chiesa Bussentina, calasse più in Pisciotta, o nel sito fra la molpa, e Camerota, o Policastro, ch’erano molto più di Blanda vicini. Ma di grazia, che importava che Bussento lontano, o vicino fosse, quanto se avesse consumato ecc…”.

Pisciotta da Antonini, p. 331

Sulla Molpa e Pisciotta ha scritto anche Luca Mannelli (…) che dovrebbe essere l’autore di un manoscritto inedito conservato alla BNN. Il Mannelli a pp. 41r e 42v riporta alcune interessanti notizie su Pisciotta e sulla Molpa. Su questi passi ha scritto pure Rocco Gaetani (…), nel 1882, nel suo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527).

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Rocco Gaetani a p. 11, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “….; ed a farla breve il Nicolao sostenne che il Bussento fosse Pisciotta, e lo storico Giuseppe Antonini volendo dar termine ad ogni quistione chiamò fuori di ogni opinione, ricercando il Bussento colà ove sono le rovine dell’antica Molpe, città della Lucania. Ai primi, l’abbaglio dei quali è troppo manifesto, non rispondiamo, agli ultimi due, al Nicolao cioè ed all’Antonini con rispettosa critica dimostreremo che il Bussento, senza altro, bisognava investigarlo nel nostro Policastro, che tuttora si distingue con l’aggiunto di ‘Bussentino’ e che i vescovi policastrensi sono leggittimi successori dei vescovi bussentini. In prima, per qual ragione il Nicolao ricercò in Pisciotta l’antico Bussento ? (5). La ragione è nota per sè: perchè appartenendo Pisciotta alla sede di Capaccio-Vallo, la Chiesa Bussentina non sarebbe più quella dell’odierna Policastro, bensì una sede distrutta ed annessa alla Caputaquense di cui il Nicolao era vescovo (6). Ma si può in Pisciotta ricercare il Bussento ? Non lo credo. Il viaggiatore di Amasia, che dall’Armenia descrisse insino ai confini della Tirrenia posti dirimpetto alla Sardegna e mosse dall’Eusino a quelli dell’Etiopia, il geografo Strabone, l’autorità del quale in tel genere di cose è superiore ad ogni altra, chiaramente determina il Bussento così: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi” (segue trascrizione del testo in greco) (9). Si ponga ben mente che il greco scrittore, qui nell’assegnare i confini della Lucania marittima discende dall’occidente all’oriente; dalle foci del Silari vien giù a Poseidonia, all’Isola di Leucosia, al golfo Posidonate, a Velia; ed all’oriente, “appresso, al tergo, dietro” (nel passaggio da un luogo ad un altro, questo significato ha la particella greca ……, usata nel testo) dopo il promontorio, che dal timoniere di Enea “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”, egli il geografo, ritrova il promontorio ‘Pixo’ (…………………………), il porto (…………..), ed il fiume (………….), tutti e tre luoghi omonimi (……………………………); mentre Pisciotta trovasi situata all’occidente di Palinuro, parte opposta del Bussento assegnato tanto precisamente da Strabone, e trovasi in tali circostanze da non poterci in verun modo semplice si fu il Nicolao che si lasciò pigliare dall’apparente ecc…”.

Mannelli, su Pisciotta, p. 41r

Mannelli, su Pisciotta, p. 42v

(Fig…) Mannelli Luca, op. cit., pp. 41r e 42v

Nel 908, la chiesa (“Ecclesiam”) “Obedientiae” di San Sossio, nei pressi del fiume Mingardo (“Rubicante”)

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario e del casale di Cuccaro, in proposito scriveva che: “Di Cuccaro fan menzione Merula, e Leandro Alberti, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII. fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio, è chiamato ‘Chucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggonsi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero. Notizia, che ci lasciò ‘Pietro Diacono’ nel cap. 101 ‘Dehinc omnes Obedientae Campaneam, Picenum, Sampinium, Lucaniam, atque, Oalabriam captae, atque a jure Coenobii Cassinensis subducatae sunt’; e questo cadde appunto, essendo Abbate Sonioretto, che tenne l’Abbazia dal MCXXVII. per tutto il MCXXXVII.”.

Antonini, p. 342

L’Antonini scriveva che, i monasteri, presumo italo-greci, detti “Obedientiae”, come ad esempio la chiesa “o sia Obedientia” di S. Sossio, presso la Molpa, “veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”, che: queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, detto Canzolino, suo Cancelliere malmenò quel Monistero”. Scrive sempre l’Antonini che questa notizia è tratta da Pietro Diacono (….), un Abate del Monastero benedettino di Montecassino, e che secondo questo abate accadde che: “Allora tutte le Obbedienze, Campania, Picenum, Sampinius, Lucania ed Oalabria, furono catturate, e furono ricondotte dalla destra del monastero di Cassino”, ovvero che tutti i monasteri italo-greci furono ricondotti alla regola di Montecassino, ovvero alla regola Benedettina, ciò accadde all’epoca dell’Abbate di Montecassino “Sonioretto” che governò l’Abbazia benedettina dal 1127 al 1137. Nella cronostassi degli Abati Cassinensi effettivamente si trova un abate “Sonioretto” che resse l’abazia benedettina dal 1127 al 1137. Pietro Diacono fu un cronista dell’epoca in quanto fu Abate di Montecassino dal 1168 al 1170. In quel periodo Pietro Diacono scrisse diverse cronache del tempo da cui traiamo interessanti notizie. Ritornando alle chiese “Obedientiae”, l’Antonini a p. 343, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Eran questi luoghi chiamati tal volta ‘Obedientiae’, e talvolta ‘Cellae’. In una concessione, che l’Imperador Errico VI. fa ad Odorisio, Abate di S. Giovanni in Venere, sono chiamate ‘Obedientiam S. Martini de Thermulis cum Cellis suis, Obedientiam S. Petri Guastiaimonis cum Cellis suis’. Negli ‘Atti di S. Pietro Pappacarbone’ sono generalmente dette ‘Obedientiae’, e così in tutte le scritture di quei tempi. Vedine l’Abate della Noce’ nelle ‘Note della Cronaca Cassinense’ num. 101. 136. 325. 328. 511. 512., e ‘l confermato ‘Mabillon’ negli ‘Atti de’ Santi Benedettini’, e il Signor ‘Dusresne’ nel suo ‘Glossario’, le di cui parole sono: ecc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 334-335, quando parlando del monastero di S. Nazario e del monastero, riferendosi all’“Autore Greco”, nella “Vita” di S. Nilo (….), in proposito scriveva che: “Quest’autorità mi fa credere, o che essendo quì prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche Cella chimata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, nè dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Anzi dalla stessa ‘Vita’ apparisce, che di là a non molto tempo andossene a star in Montecassino, ed indi per quindeci anni nel Monistero di Valleluce, anche Benedettino verso l’anno 980. essendo Aligerno Abate di Montecassino, onde assolutamente converrà credere, che i Monaci di queste due Religioni, con buona licenza dè loro superiori, potessero andare scambievolmente a dimorare nè Monisterij dell’altra, tanto più volentieri, quanto che la Regola di S. Benedetto (come dice il ‘Mobillon’ nel tom. I, lib. II degli Annali) fu presa da quella di S. Basilio. Ma ci toglie d’ogni impaccio un luogo di ‘Gregorio di Tours’ nel ib. 10 c. 29 dove ragionando del Monistero Atenense, volgarmente detto ‘Asaint Yzier’, ch’era Benedettino, dice: “Ubi non modo Cassiani, verum etiam Basilii, et reliquorum Abbatum, qui Monasticam vitam instituerunt, regulae celebrantur”. Si aggiugne per conferma di tutto ciò il fatto che Eustasio, successore di S. Colombano ecc…”. Sulle chiese “Obedientiae”, ossia “dipendenze” ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati. Più precisamente, non un monastero ma una struttura religiosa che ricadeva nell’ambito di quella, quindi propriamente una ‘grancia’, con le sue pertinenze, che l’Antonini, per coerenza, avendo parlato di un monastero benedettino, riporta con il termine di ‘obedientia’.”. Riguardo, invece, alle origini Benedettine, ipotesi dell’Antonini, Germana Ottati (….), a p. 25 opinava che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 scriveva che: “Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. L’Antonini scriveva che in una carta del 1033 veniva menzionato un piccolo monastero di Benedettini “colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Sulla citazione dell’Antonini, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio etc…”, a p. 48, nella nota (70) postillava che: “(70) L’Antonini (La Lucani, vol. I, p. 331) ricorda che “nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciolo Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae'”, forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”. Dunque, l’Antonini parlava di queste chiese (“Ecclesiam”) “Obedientiae”, come ad esempio la “Ecclesiam Obedientia Sanctae Caterina”, così chiamata, secondo l’Antonini, in una carta del 1033.

Nel 908, la chiesa (“Ecclesiam”) “Obedientiae” di San Sossio, nei pressi del fiume Mingardo (“Rubicante”)

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, vol. I (I edizione, anno 1745), a p. 353, parlando di Molpa e Palinuro (cap. VII), in proposito scriveva che: “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosii ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..” che tradotto dovrebbe significare che: “Do alla mia anima e a mio padre e a mia moglie, per il perdono dei peccati, la chiesa di San Sosii sulle rive del Rubicante vicino al ponte di Cucheri.”, che tradotto dovrebbe significare che: “Do alla mia anima e a mio padre e a mia moglie, per il perdono dei peccati, la chiesa di San Sosii sulle rive del Rubicante vicino al ponte di Cucheri.”. L’Antonini segnalava la donazione del ‘908 di un tale Maugerio che donava la chiesa di S. Sossio nei pressi del fiume “Rubicante” (attuale fiume Mingardo), vicino al ponte di Cuccaro. Infatti, nella suddetta donazione citata dall’Antonini, oltre a citare la chiesa di S. Sossio (“Ecclesiam Sancti Sosii”) cita anche “Cucherus” che dovrebbe identificarsi con piccolo borgo medievale di Cuccaro Vetere. Cuccaro Vetere non è molto distante dal casale di Futani. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario in proposito scriveva che: “Di ‘Cuccaro’ fan menzione ‘Merola’ e ‘Leandro Alberti’, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII. fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio è chiamato ‘Cucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: ecc…”. L’Antonini, parlando del piccolo e antico borgo di Cuccaro, l’odierno Cuccaro Vetere, egli scriveva che i due autori Merola (….) e Leandro Alberti, ne parlano ma non lo pongono nell’esatto luogo dove si trova. Inoltre aggiunge che Merola e Leandro Alberti scrivono di Cuccaro ma non dicono che Cuccaro figura nella donazione di Maugerio del 908. L’Antonini, citando il “Merula” si riferiva al grande geografo e storico fiammingo Paulo Merola (1558-1607), quando, nel suo “Cosmographiae Generalis” (pubblicato ad Amsterdam, Apud Henricum Hondium, 1621, p. 918), scriveva che: “Post Palinuri promontorium in Monte, qui mari imminet, ruine conspiciuntur Opidi Molphae, a Predonibus subversi ad Melphim fluvium praeterfluentem, cui meminit Plinius”, che tradotto dovrebbe significare che:  “Dopo il promontorio di Palinuro, su un monte a strapiombo sul mare, si vede in rovina il paese di Molpha;”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di ‘Palinuro’ scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “…..chiesa di S. Sossio ubicata “juxta pontem Cucheri”, nei pressi del fiume Rubicante (Melpi),….. L’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi” (II edizione), a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario in proposito scriveva che: “Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: ecc..”. La chiesa di S. Sossio era una “Obedientiae” e che questa, ai tempi in cui lui scriveva, nel 1745, si vedono i ruderi  presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”. L’Antonini scriveva che, i monasteri, presumo italo-greci, detti “Obedientiae”, come ad esempio la chiesa “o sia Obedientia” di S. Sossio, presso la Molpa, “veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”. Sulle chiese “Obedientiae”, l’Antonini ne parla nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, riferendosi alla distruzione di Molpa, in proposito scriveva ancora delle chiese “Obedientiae”: colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”.  Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”.  

Nel 908, Maugerio dona al monastero di Montecassino la chiesa ‘Obedientia’ “Ecclesiam Sancti Sosii” di San Sossio, nei pressi del fiume “Rubicante” (Mingardo), nel luogo detto “S. Sossio”, vicino al “ponte ruinato di Cuccheri”

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, vol. I (I edizione, anno 1745), a p. 353, parlando di Molpa e Palinuro (cap. VII), in proposito scriveva che: “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosii ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..” che tradotto dovrebbe significare che: “Do alla mia anima e a mio padre e a mia moglie, per il perdono dei peccati, la chiesa di San Sosii sulle rive del Rubicante vicino al ponte di Cucheri.”.

Antonini, p. 353

(Fig….) Antonini (…), op. cit., p. 353

Dunque, riepilogando la notizia dell’Antonini a p. 353 scriveva che nell’anno ‘908, “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’anno 908, un certo “Maugerio” donò la chiesa di San Sossio al Monastero di Montecassino. Maugerio donò la chiesa di San Sossio che si trovava presso il fiume “Rubicante”. E’ a proposito del toponimo “Rubicante” che l’Antonini scrive che di esso si fa menzione in questo atto di donazione. Chi era questo feudatario chiamato “Maugerio” ?. Su questo “Maugerio”, l’Antonini non dice altro. Egli cita solo la sua donazione. Infatti, l’Antonini, riguardo il feudatario “Maugerio” scrive “un tal Maugerio”. Da dove avesse tratto la notizia l’Antonini non lo dice. Egli scrive pure che in questa donazione del ‘908, veniva citato “Cucherus”. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario in proposito scriveva che: “Di ‘Cuccaro’ fan menzione ‘Merola’ e ‘Leandro Alberti’, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII. fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio è chiamato ‘Cucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: ecc…”.

Antonini, p. 342

Sulla donazione di Maugerio del ‘908 ha scritto pure Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di ‘Palinuro’ scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “L’Antonini (20) assicura di aver letto una donazione (a. 908) della chiesa di S. Sossio ubicata “juxta pontem Cucheri”, nei pressi del fiume Rubicante (Melpi), di cui non si ha nessun’altra notizia e che perciò lascia piuttosto perplessi.. Ebner a p. 270, nella sua nota (20) postillava che: “(20) L’Antonini predetto (p. 154) da al fiume Melpi anche il nome di Rubicante, traendone da una donazione di un certo Maugerio nel 908 al Monastero di Montecassino della chiesa di S. Sossio. Ecc..”. Ebner, a p. 270, vol. II, sulla donazione del 908 scriveva pure che: “Il brano della donazione riportata dall’Antonini, peraltro senza utili indicazioni, è il seguente “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam sancti Sossii ad ripas Rubicantis ab Occidente”. Ecc..”. Dunque, Ebner, riguardo il testo latino della donazione del 908 citata dall’Antonini postillava che: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam sancti Sossii ad ripas Rubicantis ab Occidente”, la cui traduzione dovrebbe essere che: “Do la mia anima per la remissione dei peccati, e a mio padre e a mia moglie la chiesa di S. Sossius sulle rive del Rubicante sul lato ovest”. Pietro Ebner, cita il brano della donazione di Mugerio del 908 al monastero di Montecassino anche, nel vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173, dove, parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante ecc…(15).. Ebner nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) …..L’Antonini (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Mangerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosi ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..”. Documento assai dubbio.”. Sul brano della donazione di Maugerio del 908 citato da Antonini, Pietro Ebner, sempre a p. 270, vol. II, nella sua nota (20) opinava pure che: “A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’.”. Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 342-343, quando parlando del monastero di S. Nazario in proposito scriveva che: “Di ‘Cuccaro’ fan menzione ‘Merola’ e ‘Leandro Alberti’, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII. fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio è chiamato ‘Cucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggosi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: ecc…”. L’Antonini, parlando del piccolo e antico borgo di Cuccaro, l’odierno Cuccaro Vetere, egli scriveva che i due autori Merola (….) e Leandro Alberti, ne parlano ma non lo pongono nell’esatto luogo dove si trova. Inoltre aggiunge che Merola e Leandro Alberti scrivono di Cuccaro ma non dicono che Cuccaro figura nella donazione di Maugerio del 908. L’Antonini, citando il “Merula” si riferiva al grande geografo e storico fiammingo Paulo Merola (1558-1607), quando, nel suo “Cosmographiae Generalis” (pubblicato ad Amsterdam, Apud Henricum Hondium, 1621, p. 918), scriveva che: “Post Palinuri promontorium in Monte, qui mari imminet, ruine conspiciuntur Opidi Molphae, a Predonibus subversi ad Melphim fluvium praeterfluentem, cui meminit Plinius”, che tradotto dovrebbe significare che:  “Dopo il promontorio di Palinuro, su un monte a strapiombo sul mare, si vede in rovina il paese di Molpha;”. Chi fosse questo signore chiamato dall’Antonini “Maugerio”, non ci è dato sapere. Antonini pone l’atto di donazione all’anno ‘908, ma può darsi che egli si sbagliasse sulla dataione dell’antico documento da lui visto de visu. Infatti, pochi anni dopo, arrivarono nel mezzogiorno d’Italia diversi normanni e tra questi i figli di Tancredi d’Altavilla. Può darsi che questo “Maugerio” nel documento di donazione del 908 fosse uno dei Normanni che combattè con Pandolfo di Capua e con Guaimario V. Forse uno dei fratelli di Roberto il Guiscardo: “Malgerio”, figlio di Tancredi d’Altavilla. Da Wikipedia leggiamo che Tancredi d’Altavilla, nel 1025 Muriella morì e Tancredi sposò in seconde nozze Fresenda (sorella di Muriella), che gli diede sette maschi (forse otto) e quattro femmine: 

  • Roberto il Guiscardo, conte, poi duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia, morto nel 1085;
  • Malgerio (da Mauger) morto nel 1064

Sempre da Wikipedia leggiamo che  Malgerio d’Altavilla (lat. Malgerius, fr. Mauger) (Cotentin, 1030 circa – 1054 o 1064) è stato un cavaliere normanno; era il fratello minore di Roberto il Guiscardo, essendo il secondo figlio che Tancredi d’Altavilla ebbe dalla seconda moglie Fresenda. Giunse nel Mezzogiorno d’Italia col fratello Guglielmo e il fratellastro Goffredo intorno al 1053. Dal fratellastro Umfredo, conte di Puglia, ricevette la contea di Capitanata. Nella primavera del 1060 occupò la piazzaforte di Oria, cacciandone la guarnigione bizantina che la teneva, mentre il fratello Roberto prendeva Brindisi e Taranto. La controffensiva di Miriarca ad ottobre dello stesso anno li costrinse a lasciare i territori conquistati. Morì nel 1064 secondo il Breve Chronicon Northmannicum (Et mense septembri (1064) mortuus est Malgerus comes, …[1]) oppure anche nel 1054. Il suo feudo passò al fratello Guglielmo, il quale a sua volta lo cedette a Goffredo (per amore fraterno, secondo Goffredo Malaterra). Wikipedia, nella nota (1) postillava che: “(1) Breve Chronicon Northmannicum. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a pp. 51, 128, 157 ci parla di “Maugero di Altavilla”. Il Norwich, a p. 51, ci parla dei tre fratelli Altavilla al servizio dell’odiato Pandolfo, a cui non rimasero a lungo fedele. Proprio Pandolfo, all’epoca attaccava spesso Montecassino intorno al 1035. Intevenne Guaimario V, principe longobardo di Salerno, “deciso ad opporsi alla tirannide dello zio”. Il Norwich, a p. 52, in proposito scriveva che: “Pandolfo, non si sa come, era riuscito a mantenersi fedeli due dei suoi antichi alleati, tra cui il notevole contingente dei normanni ai quali aveva distribuito le terre di Montecassino.”. Sempre il Norwich, a p. 128, in proposito scriveva che: “Goffredo, l’unico fratello maggiore superstite in Italia, non si era distinto in maniera particolare; Guglielmo, conte del Principato e Maugerio, conte della Capitanata, due fratelli minori di recente arrivati, si stavano facendo strada – specialmente Guglielmo, che aveva già tolto il castello di San Nicandro, presso Eboli, al principe di Salerno; ma nè loro, né alcun altro barone normanno, potevano essere paragonati al Guiscardo per potenza e prestigio.”. Sempre il Norwich, a p. 157, in proposito scriveva che: “Anche quando Roberto e il fratello Maugero si presentarono con un esercito frettolosamente raccolto, non furono subito in grado di arrestare l’avanzata dei greci e per la fine di quell’anno gran parte della costa orientale era stata riconquistata e Melfi stessa era cinta d’assedio. Nel gennaio del 1061, furono fatti accorrere d’urgenza Ruggero e il resto delle truppe normanne che si trovavano in Calabria.”.  

Nel 1033, il monastero benedettino e la chiesa dal titolo “Obedientia Sanctae Catarinae'” in località “Pantana” a Caprioli apparteneva alla Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 scriveva che: “Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. L’Antonini scriveva che in una carta del 1033 veniva menzionato un piccolo monastero di Benedettini “colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Sulla citazione dell’Antonini, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio etc…”, a p. 48, nella nota (70) postillava che: “(70) L’Antonini (La Lucani, vol. I, p. 331) ricorda che “nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciolo Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae'”, forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”. Dunque, l’Antonini parlava di queste chiese (“Ecclesiam”) “Obedientiae”, come ad esempio la “Ecclesiam Obedientia Sanctae Caterina”, così chiamata, secondo l’Antonini, in una carta del 1033. Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 scriveva che: “Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. L’Antonini scriveva che in una carta del 1033 veniva menzionato un piccolo monastero di Benedettini “colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Dunque, il barone Giuseppe Antonini parlando di Pisciotta cita un documento dell’anno 1033. Da dove provenisse la notizia citata dall’Antonini non ci è dato sapere. Antonini cita due notizie. La prima è quella di un documento dell’anno 1033 e l’altra è quella di una chiesa “Obedientia” di S. Caterina che viene citata nel documento del 1033. L’Antonini introduce la notizia del documento del 1033 e della chiesa di S. Caterina citando l’autore di una relazione redatta dal notaio Giovanni Antonio Ferrigno, originario di Pisciotta. Infatti, sempre a p. 330, l’Antonini scriveva che: “Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. . Dunque, l’Antonini scriveva che l’area di Caprioli e di Pisciotta, un tempo apparteneva alla città di Molpa che, secondo una cronaca del tempo pare sia scomparsa definitivamente a causa dell’incursione barbaresca dell’11 giugno 1464. Di questa incursione e dei territori interessati ne parla la Relazione del notaio Ferrigno. L’Antonini, a pp. 330-331, nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Su questa relazione e le notizie storiche in essa contenuta ho parlato in un altro mio scritto. Sull’antico documento del 1033, ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi della Molpa (località “la Panta”) noto come “obbedientiae sancte Caterianae” (14). Ecc..”. Ebner, a p. 172, nella sua nota (13) postillava che: “(13) Antonini, cit., p. 331. Mancano più chiare indicazioni. Si tenga presente che tutti gli antichi scrittori ignoravano l’esistenza nel luogo di monasteri di altri Ordini. Ecc..”. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti. In località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare) vi era un tempo (a. 1033) un piccolo monastero con la chiesa di S. Caterina (S. Caterina santa greca) nota come “obedientia Sanctae Caterinae”. Riguardo la relazione del Ferrigno o Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Dunque, secondo la Relazione del notaio Giovanni Antonio Ferrigno (….), originario di Pisciotta, citato dall’Antonini, un documento dell’anno 1033 menzionava la “Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”, che si trovava alla Molpa “in località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare)”, che Ebner chiama “La Panta”. La chiesa ed il piccolo Monastero di Benedettini si trovava non molto distante e nel territorio della Molpa che, fino all’anno della sua completa distruzione, 1464, esisteva come piccolo casale e possedeva anche la terra di Pisciotta. Sul titolo alla chiesa dedicata a Santa Caterina, Ebner, a p. 172, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, nel caso dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. Ebner, riguardo questo documento del 1033 citato dall’Antonini, in proposito nella sua nota (14) postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, ecc…”. Ebner parlando dell’antico Monastero di Benedettini e della sua chiesa dedicata a S. Caterina, in proposito scriveva che: “dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimino Dala, la popolare santa anche padrona dell’Università di Parigi.”. La chiesa che, secondo l’Antonini veniva citata in un documento del 1033 è una “Ecclesiam Obedientiae”.  Sulla località detta “La Pantana”, presso la Molpa dirò in seguito. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola”, a p. 48, dove riferendosi alla carta d’epoca Aragonese da me scoperta e conservata presso l’Archivio di Stato di Napoli, in proposito scriveva che: “….approssimativamente, che la riva interna dell’antica laguna. Di questa restano oggi solo le tracce toponomastiche nei nomi delle contrade Pantano, Lacci e Lago, evidenti derivazioni dal latino ‘lacus’ (70), nonchè nel toponimo, ancor più esplicito, di “Mare Morto”. Dopo il “Promontorio Pissunto”, la carta evidenzia “Pissunta” ecc…”. Il Barra, a p. 48, nella sua nota (70) postillava che: “(70) L’Antonini (La Lucania, vol. I, p. 331) ricorda che “nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio e mezzo dal mar lontano, era un picciol monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del 1033 ‘Obedientia Sanctae Caterina’”, forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”. Dunque, secondo il Barra, la chiesa di S. Caterina (che in una donazione del 1033 era chiamata “Obedientia Sancti Caterina”) ed il “picciol monistero di Benedettini” (come lo chiama l’Antonini), secondo Francesco Barra (…..) doveva essere “forse alle dipendenze della vicina abbazia di S. Mauro, all’epoca ancora benedettina, prima di divenire basiliana.”, ovvero doveva essere dipendente della vicina Abbazia Benedettina di S. Mauro (oggi un casale detto San Mauro La Bruca). Su Wikipedia leggiamo che Caprioli si trova sulla costa tirrenica, lungo la SS 447. Caprioli è una frazione del comune di Pisciotta, in provincia di Salerno. Dista circa 5 km da Pisciotta e da Palinuro. Il paese è composto dalle contrade di “Valle di Marco” (dov’è la stazione e il celebre Cenotafio di Palinuro, Caprioli “C”, “Fornace” (sempre sul litorale), “Santa Caterina” (in collina, sulla provinciale per San Mauro la Bruca e Futani), “Villa Verde” (dove si può ammirare il golfo di Palinuro) e “Pedali”, dove si trova una sorgente d’acqua. Perchè il Barra mette in relazione il vicino S. Mauro la Bruca con la chiesa di S. Caterina che si trova nella vicina Caprioli ?.  Recentemente Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, ci parla di questo documento citato dall’Antonini e a p. 18 parlando di Caprioli, in proposito scriveva che: “Una terza teoria, infine, è quella che ipotizza la presenza in loco di un antico cenobio basiliano, di cui tuttavia, non sono state rinvenute tracce materiali.”. La Ottati, a p. 23, in proposito scriveva che: “L’attuale chiesa parrocchiale di Caprioli è dedicata a S. Caterina di Alessandria (d’Egitto). Il culto è presente in zona almeno dal VII-VIII secolo, se è vera, come crediamo, l’ipotesi che sia stato portato qui dai monaci bizantini. Ma la prima attestazione la troviamo in un non ben chiaro documento del 1033 e, dopo secoli, in un vicino centro abitato – San Mauro la Bruca – compare per la prima volta una sua immagine, dipinta nel succorpo della chiesa di Sant’Eufemia, che era stata eretta verso la fine del XV secolo dai Cavalieri di Malta (titolari del feudo fin dalla seconda metà del XIII secolo (10) e consacrata nel 1511. La santa è raffigurante nell’affresco (11) del presbiterio ai piedi della croce, in posizione preminente rispetto a quelli laterali che ritraggono momenti del martirio di S. Eufemia.”. La Ottati, a p. 23, nella sua nota (10) postillava che: “(10) A. Pellettieri, Le città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio, Ed. Altrimedia, Roma, 2007”. Sull’Abbazia di San Mauro Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro La Bruca, a pp. 566-567, in proposito scriveva che: “Nessun documento, finora, però, mostra la sicura esistenza di un cenobio in quel luogo e in quei tempi, specialmente se si esclude che il toponimo in parola possa identificarsi nell’omonimo complesso monastico di cui si legge nella donazione all’abbazia cavense del signore di Novi nel 1104, confermata da un successore nel 1186. Nel qual caso cadrebbe anche l’altra interessante ipotesi tendente a vedere appunto in questo di S. Mauro il “vicino” cenobio che l’egùmeno di S. Nazario avrebbe voluto affidare (Bios, 26) a S. Nilo “subito dopo averlo consacrato a Dio con la confessione”……Arminia Carrafa, figlia di Giacomo. Quest’ultimo, in occasione del matrimonio della figliuola le promise come dote i casali di S. Severino di Camerota, S. Mauro e S. Martino (10). Feudi e giurisdizioni di cui fu investito alla morte del padre Ferrante il figliuolo Arminio (a. 1533). Nei repertori (11) è notizia della permuta intervenuta nel 1570 tra il duca di Monteleone e il suo segretario G. Battista Farao di S. Mauro con Abatemarco (v.)(12). Non meno interessanti le notizie dei Cedolari (13) ecc… La Platea dei Celestini di Novi (n. 41) ci informa della vendita avvenuta nel 1353 da parte di Notare Lotterio e di notare Nicola di S. Mauro di ua chiusa di quel casale “ubi dicitur Maurogentilio”, mentre il polittico di S. Barbara di un tel “magister Franciscus de Santo Mauro”. L’Antonini (p. 333) nel confermare l’appartenenza di S. Mauro la Bruca all’Ordine di Malta, così affermava: “Lontano dal corso di questo fiume (Melpi e Rubicante) sulla dritta due miglia, e quattro da Pisciotta, su di un’ennesima collina, trovasi S. Mauro della Bruca, chiamato così a differenza d’altri, che vi sono di questo stesso nome. Appartiene la Terra con Rodio alla Religion di Malta ecc…”. Sempre Ebner a p. 569 scriveva che: “L’11 giugno del 1679 Domenico Tomeo di Castinatelli estinse un debito contratto con il parroco Giacomo Rocca della chiesa di S. Eufemia di S. Mauro “cappelle Sancti Nicolai sitae in territorium feudi Molpae in loco non cupato S. Nicola”. Ebner, a p. 567 cita il Volpi (….) a p. 211. Ebner scriveva  “Le prime notizie sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia dei Vescovi de Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, del 1770, che forniva la notizia a p. 211 dell’appartenenza di S. Mauro e di Rodio al Sovrano Ordine di Malta, già Ordine dei Giovanniti. Ma forse S. Mauro non ha attinenza, come invece sostiene il Barra (…), in quanto recentemente la studiosa Germana Ottati ci parla della vicina Caprioli. La Ottati, a p. 24, in proposito aggiungeva che: “Si potrebbe dunque arguire che il culto della santa sia giunto a Caprioli per merito dei Cavalieri di Malta, titolari del limitrofo feudo di San Mauro la Bruca e Rodio. In realtà queste contingenze vanno considerate in confluenza di altri elementi più antichi che ci rimandano ai monaci basiliani.”. Su questa chiesa “Obedientia”, ossia “dipendenza” di S. Caterina ha scritto Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”. Ella, a pp. 25-26, parlando della chiesa “Obedientia” di S. Caterina a S. Mauro la Bruca e a Caprioli, in proposito scriveva che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Ecc... Riguardo, invece, alle origini Benedettine, ipotesi dell’Antonini, Germana Ottati (….), a p. 25 opinava che: “La suggestiva annotazione dell’Antonini (16) circa la presenza, fin dal 1033, di un “picciol Monisterio di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina”, ha da tempi non recenti aperto il dibattito sulla possibile ‘colonizzazione’ monastica del luogo: ma non certo benedettina, relativamente a quell’epoca e a quei luoghi. A parte il fatto che l’Autore, per lo più preciso in altre occasioni, ora non indica la fonte, né ci è stato possibile reperire il documento nel pur ricchissimo Archivio della badia di Cava, va precisato che in realtà tale data non può collegarsi con la presenza dei Benedettini in quanto costoro all’epoca non erano ancora presenti nella zona, e comunque, come vedremo qui appresso, il luogo risulta orbitare sempre in ambito greco-bizantino, a differenza della vicina San Mauro (17). Se monastero o culto di S. Caterina vi era allora, è da ricondurre il tutto ai monaci bizantini.”. Sull’antico documento del 1033, citato dall’Antonini, la Ottati, a p. 26 e sgg., aggiunge che: “Interessante, invece, è la laconica annotazione che lo stesso Antonini riporta nel suddetto brano, vale a dire che il supposto monastero era una ‘obedientia’, cioè una dipendenza. Il che fa porre l’altra domanda, da quale struttura religiosa dipendesse. Il vuoto documentario di alcuni secoli non ci consente di seguirne la storia: ma da una platea del 1613, che richiama ad un’altra precedente del 1480, apprendiamo una notizia, sebbene indiretta, che certamente risulta di estremo interesse e che ci permette di assegnare la chiesa di Santa Caterina di Caprioli come ‘obedientia’ della badia greca di S. Pietro di Licusati. Più precisamente, non un monastero ma una struttura religiosa che ricadeva nell’ambito di quella, quindi propriamente una ‘grancia’, con le sue pertinenze, che l’Antonini, per coerenza, avendo parlato di un monastero benedettino, riporta con il termine di ‘obedientia’.”. La Ottati a p. 26 scriveva pure che: “Se prendiamo in considerazione la data del 1033 unitamente agli elementi connessi riportati dall’Antonini, e li interpretiamo alla luce di quanto accennato sopra, allora possiamo arguire che la grancia fu legata alla badia di San Pietro di Licusati fin dal primo costituirsi di questa come struttura monastica preminente, indubbiamente grazie alla generosa quanto interessata politica condotta dai principi longobardi di Salerno.”. Sempre la Ottati, a p. 29, riferendosi all’Abbazia di San Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “….Cilento e alla Molpa. Nell’ambito di quest’ultimo territorio rientrava la chiesa di Santa Caterina con le sue pertinenze, che indirettamente troviamo documentata per la prima volta nella citata platea del 1480 (23) e che seguì le sorti dell’antico cenobio.”. La Ottati, a p. 29, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Ebner Pietro, Dimensione fondiaria di un’abbazia meridionale nel XVII secolo, in Studi sul Cilento, op. cit., Vol. II, pp. 217-33.”. Infatti, Pietro Ebner scoprì nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania una platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui ho parlato in un altro mio saggio. La Ottati, a p. 29 scriveva che: “Che cosa era accaduto per cui questo si preoccupò di redigere un inventario di tutti i suoi beni? L’avvenimento più prossimo degli anni precedenti, era stata la distruzione di Molpa, l’antica città che sorgeva sull’omonima collina attigua al Capo Palinuro, tra le foci del Lambro e del Mingardo, che cadde l’11 giugno 1464.”. La Ottati, a p. 30 scriveva pure che: “La badia allora, anche in considerazione delle facili usurpazioni che i signorotti locali usavano fare ai danni dei beni eccllesiastici in simili contingenze, nel 1480 fece redigere l’inventario, una platea (“confecta in anno 1480”)(26) dei beni i quali sono per lo più gli stessi che saranno riportati nella successiva del 1613, nella quale la prima è richiamata più volte. E, nello specifico, apprendiamo dell’esistenza di una chiesa di S. Caterina, ‘grancia’ (dipendenza) della badia di San Pietro di Licusati, che nel 1480 possedeva gli stessi beni che avrà ancora nel 1613: in questa platea, infatti, è chiaramente riportato: “Beni che possiede la venerabile abbazia di San Pietro di Licusati nella Terra della Molpa, lì dove è denominato Santa Caterina (come risulta dal vecchio inventario) al foglio 148, e sono nello specifico: anzitutto una Cappella chiamata S. Caterina quale è grancia di detta Abbazia, quale tiene un territorio che confina con li sottoscritti fini, videlicet, confina con il fiume detto di S. Caterina, con la cima di Monti detti la Pietra del Corvo con il Territorio della Molpa detto lo tenimento della Fustella, con il loco detto la Battaglia, confina con l’Ayra di Spirito con la via pubblica et va al casale olim detto Buragano e si congiunge con detto fiume di S. Caterina, fra li quali confini stanno situati li detti beni redditizi a detta Abbazia dagli homini di Pisciotta et altri (27).”. La Ottati, a p. 30, nella sua nota (26) postillava che: “(26) P. Ebner, Dimensione fondiaria, op. cit., p. 217.”.  La Ottati, a p. 30 prosegue il suo racconto analizzando i toponimi citati nella Platea del 1613 pubblicata da Ebner e cita anche la mappa Aragonese da me scoperta presso l’Archivio di Stato di Napoli. Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, a pp. 39-40 in proposito scriveva che: “Dopo appena un ventennio dai disastrosi saccheggi dei pirati turchi, la chiesa di Santa Caterina, con le sue pertinenze (le stesse del 1480), continuerà e seguirà le sorti della badia di San Pietro Licusati, la quale nel 1564 era stata aggregata alla cappella del Presepe della basilica di S. Pietro a Roma con la bolla del papa Pio VI………Tra queste, per quanto ci riguarda, abbiamo già osservato, vi erano alcune terre nel territorio della Molpa che costituivano la ‘grancia di Santa Caterina’, che facevano capo alla chiesa omonima e che vengono elencate nella nuova platea del 1613. Qui, però, la chiesa ci appare riportata non attigua al fiume, come invece indicato nella cartina del Quattrocento, di cui abbiamo detto sopra: tanto, perchè sembra di poter leggere in quel “tiene un territorio che confina…..con il fiume detto di S. Caterina” che fosse il territorio, e non la chiesa a confinare col detto fiume. In realtà, la descrizione dei confini ci dice indirettamente che non vi era più l’abitato de ‘la Pantana’, avvalorando l’ipotesi del suo definitivo abbandono nel 1552, ma al contempo corrisponde con estrema precisione alla topografia odierna.”. La Ottati, a p. 41 scriveva pure che: “La cappella rimase sempre di piccole dimensioni, marginale, per la quale non abbiamo le visite pastorali né altri documenti, in quanto fece sempre parte della badia di San Pietro di Licusati, quindi esente dai vescovi di Capaccio per i quali si conservano gli atti nell’Archivio Diocesano di Vallo della Lucania. Apprendiamo da una nota del Giustiniani che, ancora a fine Settecento, era soggetta all’abate di San Nazario il quale esercitava la giurisdizione episcopale su un ampio territorio nella qualità di vicario pro tempore del Capitolo della basilica romana di San Pietro (47) (sarebbe una fortuna se in questo archivio fossero conservati documenti, sfuggiti all’usura del tempo e all’incuria degli uomini, che fanno riferimento alla nostra chiesa!). E questo fino all’eversione della feudalità e alla soppressione dei monasteri avvenute nel periodo francese. Risulta invece nel catasto provvisorio del 1815, detta ancora semplicemente “cappella di S. Caterina”, rientrante già nell’ambito del territorio del Comune di Pisciotta, ubicata nella località allora detta ‘Catiello’ (48).”. La Ottati, a p. 41, nella sua nota (47) postillava che: “(47) L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, vol. VIII, p. 199; cfr. anche Ebner, Dimensione fondiaria di ….., op. cit., p. 218”.

Nel 1086, il vasto bosco di quercie detto “Maurici” donato all’Abbazia di S. Maria di Centola da Ruggero Sanseverino che, nel 1305 diventa patrimonio della Commenda di S. Spirito a Roccagloriosa

Romaniello Agatangelo (…..) a p. 42 del suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia” parlando di Roccagloriosa e del de Caro, scriveva che: “Una terza commenda con priorato fu quella denominata di “Santo Spirito”, fondata nel 1305 e dotata di un esteso patrimonio con bosco, detto ‘Maurìci’ di circa 400 tomoli di terreno, al di là del Mingardo (71).”. Il Romaniello, a p. 42, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Doc. in Arch. Parr.”. Dunque, secondo l’Agatangelo, la Commenda con priorato di S. Spirito a Roccagloriosa, fondata da Noardo di o de Caro nel 1305, fu dotata di un “esteso patrimonio con bosco, detto Maurici”, che aveva un’estensione di 400 tomoli di terreno e si trovava al di là del fiume Mingardo. Questo vasto territorio anche boschivo, non si trovava a Roccagloriosa ma si trovava “al di là del fiume Mingardo”. Su questa vasta tenuta in parte boschiva detta “Maurici”. Il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387, parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: ‘Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae’.”. Dunque, secondo l’Antonini, nell’antico documento del 1086 Ruggero Sanseverino donò “al Monistero di S. Maria di Centola con queste parole: “Curtem uname prope flumen, & vadum in loco plano. Item possessionem glandiferum nomine Murici, quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”.”. Traducendo il passo in latino citato dall’Antonini, Ruggero Sanseverino donava “un cortile vicino a un fiume e una bassa in un terreno pianeggiante. Possedimento anche di ghiande di nome Murici, che inizia presso il fiume e corre lungo la Serra Serra ai piedi delle Cellas bulgare”. Dunque, si tratta della vasta tenuto allodiale detta “Maurici” o “Murice” che non si trovava a Roccagloriosa, ma essa doveva essere non molto distante dall’Abbazia di S. Maria di Centola. Questa tenuta in parte boschiva doveva essere “al di là del Mingardo” e comunque alle pendici del monte Bulgheria “quae incipit a flumine, & vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae”. Interessante in proposito è il passo di Giovanni Cammarano (…), nel vol. II del suo “Storia di Centola – La Badia di S. Maria”, a p. 289, in proposito scriveva candidamente di una delle poche notizie storiche senza luce: “Difatti riferisce l’Antonini in “La Lucania”, che Ruggero Sanseverino, normanno per la pelle (366), venuto nel Principato di Salerno a seguito di Roberto il Guiscardo, nel 1086 “fece donazione di “Una Curtis” che si estendeva presso il fiume Mingardo e che si passava a guado in un posto pianeggiante. La donazione che, si chiamava Murice, da cui ancora oggi la località prende il nome, si estendeva dal fiume e attraverso colline a forma di sega, passando per la località detta Celle, arrivava fino ai piedi di Monte Bulgheria” (367). E’ chiaro che la donazione, detta Murice, oggi è nel tenimento di Celle di Bulgheria al di qua del Mingardo, ma allora, cioè al tempo della donazione, facendo parte di un feudo avrebbe potuto far parte anche, ma non necessariamente, del tenimento di Centola e anche se si fosse trovata nel tenimento di Celle di Bulgheria, confinava con quello di Centola”. Dunque, secondo il Cammarano (…) e il Barile (…) “la donazione, detta Murice”, Ruggero Sanseverino donava all’Abbazia di S. Maria di Centola, un’appezzamento di terreno (una “Curtis” o una corte) detta “Murice” o “Murici”. Forse, il “Murici” dell’antico documento del 1086, citato dall’Antonini si può riferire a Morigerati. Riguardo questo toponimo (nome di luogo) “Murici”, ha scritto pure Angelo di Mauro (…), nel suo “Sette sentieri della memoria, ecc..”, dove a p. 576, in proposito diceva che: “Murici, loc. a nord del Mingardo, lì dov’era un guado che dava accesso ad una ‘curtis’ che nel 1086 Ruggero Sanseverino donò alla Badia di S. Maria, (Cammarano, II, 288 e Barile 33).”. Recentemente, nel 2017, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., in proposito all’Abbazia di S. Maria di Centola, ci parla dell’antico documento del 1086 citato dall’Antonini e riferendosi proprio alla donazione citata dall’Antonini, in proposito scriveva che: La prima “curtis” – e cioè un fondo appoderato – donata dovrebbe corrispondere al tenimento conosciuto in età moderna come “Macchia della Chiesa”, in territorio di Centola; più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, e che andava dal Mingardo sino “ad pedem Bulgariae”. Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, il Barra, sebbene scrivesse che: “più problematica è la localizzazione del bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”, località donata e citata nel documento del 1086 citato dall’Antonini, il Barra aggiunge che: “Ma si tratta assai probabilmente di quel territorio boscoso in territorio di Futani, poi messo in coltura, che – come poi vedremo – rimane proprietà di S. Maria di Centola sino alla soppressione. Ecc…”. Dunque, secondo il Barra, la vasta tenuta di “Maurici” donata all’Abbazia di Centola si trovava nel territorio del Comune di Futani. Un bosco di querce (“possessionem glandiferam”) nella sconosciuta località “nomine Murici”. Su questo bosco di quercie tra Futani e Poderia, sempre il Barra, a p. 73, in proposito scriveva che: “A questo proposito disponiamo però della preziosa notizia trasmessaci dallo storico della famiglia Morra, secondo il quale, a metà Quattrocento, Pietro Luigi Morra – fratello del signore della baronia di Sanseverino – fu abate mitrato di S. Maria di Centola, “quae Abbatia maxime dignitate, et non exigui redditus erat de Jurepatonato Dominorum dictae Baroniae de Sancto Severino, cui oppidi Vicus est Centula quod intercaetera, per Sedem Apostolicam nunc conferri videmus” (23). Il preteso diritto di patronato dei signori di Sanseverino sull’abbazia – poi cessato a metà Cinquecento a opera del papato, che lo richiamò a sé – ci rinvia direttamente alla ormai lontana donazione di Ruggero Sanseverino del 1086, che probabilmente aveva riservato un diritto di retrocessione a favore del feudatario in caso di rinuncia o di abbandono dall’abbazia da parte della comunità monastica. Una pretesa, tuttavia, destinata a cadere in età controriformistica, quando la Chiesa fece valere i suoi diritti, poichè S. Maria di Centola non era un semplice beneficio soggetto a un patronato laicale, bensì un'”abbazia mitrata”, esente cioè della giurisdizione vescovile e dotata di cura d’anime, e che quindi doveva essere retta, sia pure in commenda, da un prelato designato dal pontefice.”. Barra (…), a p. 73, nella sua nota (23) postillava che: “(23) ‘Familiae nobilissimae de Morra historia a Marco Antonio de Morra Regio Consiliario conscripta’, Neapoli, Ex Typographia Io. Dominici Roncaioli, Neapoli, 1629, p. 71.”.

Nel 1113, i Saraceni di Licosa saccheggiarono la Molpa

Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi” accenna alla notizia della donazione del 1119 e dei Saraceni nel 1113. L’Antonini, a p. 372, in proposito scriveva che: “Mancandoci le notizie dè susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, chtabbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII. Allora cogli altri marittimi luoghi della Lucania fu dà Saraceni saccheggiata; sebbene altra distinzione non se ne sappia, che quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, “ad moenia Molpis”,  ecc…”. L’Antonini cita un antichissimo atto di donazione datato 1119 imprestatogli dall’Abate Gascone dove vi è scritto che i Saraceni saccheggiarono la chiesa di S. Giuliano di Molpa e per questo motivo, come vedremo innanzi, la longobarda Alderuna, abbadessa del Monastero di S. Maercurio di Roccagloriosa e la sorella del conte normanno Manso Leone, donò alla chiesa di S. Giuliano un podere. Da Wikipidia leggiamo che nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. La notizia è tratta dal barone Giuseppe Antonini, che sulla base di un atto di donazione dell’anno 1119, ipotizzava che molto probabilmente nel 1113, la chiesa ebbe dei danni in seguito di un saccheggio operato dai Saraceni, forse di Licosa. In seguito a questo fatto, la chiesa, nel 1119 ricevette un donazione per il ripristino edilizio delle mura, che vennero riparate e la chiesa fu dotata degli oggetti liturgici rubati dai Saraceni. L’Antonini aggiunge che: La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”. Antonini, in questo passo ci parla della prima notizia ovvero che la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni presumibilmente, secondo i suoi alcoli nel 1113. Dunque, l’Antonini, sulla scorta dell’antico documento del 1119, conservato negli Archivi dell’Abbazia di S. Maria degli Angeli di Centola e mostratogli dall’Abate Commendatario Girolamo Gascone, presume che il saccheggio dei Saraceni sia avvenuo qualche anno prima, ovvero dice essere del 1113. L’Antonini avvalora la sua ipotesi rifacendosi pure al ‘Chronicon Cavense’, dove è scritto che: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur”. Il Chronicon Cavense è un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli, antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il Chronicon si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di Annalista Salernitanus, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione.

Nel 1113, i Saraceni e la Molpa

L’Antonini (…), nella parte II, a p. 372, della sua “La Lucania”, dopo aver detto della “Cronaca di S. Mercurio”, parlando della Molpa, scriveva che: “Mancandoci le notizie dè susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro ciò, ch’abbia potuto patir di male questa Città fino all’anno MCXIII. Allora cogli altri marittimi luoghi della Lucania fu dà Saraceni saccheggiata; sebben altra distinzione non …

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(Fig….) Antonini, p. 373

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota, scriveva che: “Si è detto poi che i saraceni di Calabria sbarcarono alla marina di Camerota e che risalendo la collina distrussero il villaggio dove “stabilirono una rocca forte”, di cui manca ogni notizia (5). Si è scritto pure (6) che i Saraceni di Agropoli e Camerota saccheggiarono Policastro nel 915.”. Ebner (…), a p. 581, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Guzzo (cit., pp. 80 e 104) malauguratamente non cita la fonte.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, etc’, a p. 80, dopo aver detto che verso la prima metà del IX secolo, i Saraceni dell’Africa settentrionale, nell’anno 845 essi avevano stabilito il loro covo alla Punta della Licosa, ecc.., scriveva che: “Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a tal punto, da fare di questo centro una potentissima roccaforte saracena nell’anno 882 (9).”. Guzzo, nella sua nota (9), postillava che la notizia era tratta da:  “(9) Hirsch F. – Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, pagg. 96-97.”. Il Guzzo, sempre a p. 80, continuando il suo racconto, scriveva che: Qualche anno dopo, altri Saraceni, provenienti dalle coste della Calabria, sbarcavano sulla spiaggia di Camerota, raggiungevano rapidamente il centro abitato e, dopo aver saccheggiato, devastato e dato alle fiamme tutto ciò che vi si trovava, causando sgomento e terrore negli abitanti sfuggiti alla morte, vi stabilivano una nuova roccaforte.”. Effettivamente, come dice l’Ebner, l’interessante notizia dataci dal Guzzo, non è suffragata da un riscontro bibliografico che egli non fornì ma, scrivendo che si riferiva a “qualche anno dopo”, l’anno 882, credo sia una notizia tratta da Hisch e Schipa (…). Il Guzzo (…), ne parla anche a p. 104, dove scriveva che: “Nell’anno 909, altri Saraceni, al seguito del potente Capo arabo Ibrahim-Ibhn-Abhmed, provenienti dalla Calabria, dopo aver saccheggiato ed incendiato Camerota, vi fondarono una nuova, munitissima roccaforte che manda nelle tenebre sinistri bagliori di fuoco, si dirigono minacciosamente su “Skarius” (20).”. Il Guzzo, a p. 105, nella sua nota (20), postillava che: “(20) F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”. Ebner, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli, cit, p. 36. Anche il Cirelli non cita la fonte.”. In proposito, devo segnalare che il Guzzo (…), riguardo questa notizia sui Saraceni a Camerota (…), nella sua nota (19), di p. 104, citava: “(17) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.”. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche.”. Antonini (…), a p. 132, parlando delle origini di Molpa, citava il ‘Chronicon’ del ‘Monaco di S. Mercurio’ ed in proposito scriveva che: “Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna, a cagione di quel pagamento, che loro si faceva, chiamato ‘DACIUM’ dal ‘Monaco di S. Mercurio’; onde forse venne l’Italiana parola ‘Dazio‘. e significava presso à Saraceni quella distribuzione in danaro, che loro si pagava, per rendere un luogo immune dalle scorrerie, e dà saccheggiamenti; ecc..”. Il Vassalluzzo (51), sulla scorta dell’Archivio Cavense (Arca L., n. 23), scrive ancora: “Altre scorrerie essi faranno al tempo di Federico II, di Carlo d’Angiò (57), degli Aragonesi (17) e degli Spagnoli (58). Sempre dal Vassalluzzo (52), leggiamo: “Sappiamo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II d’Altavilla, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave con un tesoro ivi naufragata.“. Il Vassalluzzo, parlando di Molpa, scrive che: “Sappiamo di certo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave ivi naufragata.”.

Nel 1113, la chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis” (chiesa di S. Giuliano a Molpa)

Da Wikipidia leggiamo che in epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi. Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi. In zona, visibili ancora oggi, ci sono altre due chiese a pianta triconca: l’antica cattedrale di Policastro Bussentino e la chiesa di San Nicola de Donnis a Padula. I Normanni amministrarono il territorio fino al 1189. Tutte notizie molto interessanti ma non suffragate da notizie documentate. Secondo quanto ci fa notare il barone Giuseppe Antonini, molto probabilmente nel 1113, la chiesa ebbe dei danni in seguito di un saccheggio operato dai Saraceni, forse di Licosa. In seguito a questo fatto, la chiesa, nel 1119 ricevette un donazione per il ripristino edilizio delle mura, che vennero riparate e la chiesa fu dotata degli oggetti liturgici rubati dai Saraceni. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 209, nel suo vol. IV, della sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo capitolo “8. Le prime chiese”, in proposito scriveva che: “Pur non conoscendo l’anno, sappiamo che nella città della Molpa vi erano tre chiese dedicate a S. Giuliano, S. Giovanni Battista e S. Andrea. (AFL). Delle tre sopravvivono vistosi ruderi della chiesa di San Giuliano, che era la principale e che poi fu sede della parrocchia (AFL). Delle altre due sopravvivono solo i nomi (AFL). Disfarsi della zavorra del passato, ecc….E così i superstiti della Molpa per non dimenticare lo splendore del passato anche della vita cristiana, costruiono a piè del massiccio, su cui sorgeva la molpa, in ricordo di una delle chiese, S. Andrea Apostolo, alla foce del Lambro una cappella, i cui ruderi ancora sono visibili. Come si apprende dall’AFL fu costruita dopo il 1464 da pescatori e mercanti. Essa fu visitata dal Vicario Generale Riccio Pepoli il 20 febbraio 1731 restaurata con l’obolo dei fedeli..”. Sempre il Cammarano, a pp. 211-212, scriveva “11) La parrocchia di San Giuliano. I ruderi di questa chiesa e qualche notizia di storia renderanno certamente piacevole il soffermarsi a parlare di quella che fu sede dell’ex parrocchia della Molpa. Mi sono recato varie volte alla sommità del massiccio, e per fortuna sempre in giornate di sole splendente, di mare calmo e di freschi venti ristoratori e non nascondo che mi sarei fermato a pernottarvi se vi fosse stato un ricovero, tanta è la bellezza del posto. A questa altezzza rievocare il suono della campana ecc..”. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Della chiesa di S. Giuliano avanzano oggi solo pochi ruderi, dai quali sembra dedursi che fosse a pianta quadrata con abside tricora. Una chiesa con lo stesso titolo nei pressi di Caprioli è ricordata nel catasto onciario del 1754.”. La chiesa di San Juliano alla Molpa di Palinuro è di particolare interesse storico in quanto di essa l’Antonini ci informa di un documento risalente all’anno 1119. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a pp. 213-214, nel suo vol. IV, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, riferendosi ai ruderi superstiti della chiesetta di S. Giuliano da lui visitati, in proposito scriveva che: “Difatti i muri perimetrali della chiesa, per tutto il loro svolgersi si sono conservati fino all’altezza di 2 metri. Nonostante i i secoli i muri larghi cm. 70, fatti di pietra calcarea e levigati dal vento e dalla salsedine del mare, sono ben solidi. E’ di forma rettangolare con la lunghezza di m. 23.40 e la larghezza di m. 15. Nella parte ovest, che guarda quindi verso il promontorio, che considero la parte anteriore, si aggancia un prolungamento di 2 muri dalla lunghezza di 7 metri e della larghezza di 1.40 restando tra i due muri uno spazio di m. 2.80. Sommando le misure dei muri e lo spazio si arriva a m. 5.40. Come si vede, rispetto al muro del vano chiesa, che è di m. 15.30 compresi i muri perimetrali, si restringe a m. 5.40 con in meno m. 9.90 rispetto al vano chiesa. Quando fu costruita la chiesa resta uno di quei misteri, di cui è ricca la città. Comunque innanzi a questo rudere imponente…..   

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Doveva essere molto antica questa chiesa parrocchiale posta sul lato est della Molpa, se Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a p. 569, parlando di Centola, scriveva che: “Chiesa di S. Giuliano, chiesa sulla Molpa, oggi con ruderi evidenti a est della cima; nel 1119 riceve la donazione di un podere dentro le mura della Molpa per le riparazioni necessarie alle mura e per la ricostruzione della dote liturgica a seguito della spoliazione operata dai saraceni nel 1113 circa; fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio; per questo sorse controversia tra il vescovo di Pisciotta e l’abate di Centola (Cammarano 133, II, 190 e IV, 198-205-209-211-214).”. Dunque, il Di Mauro (….), ci parla di antichi documenti in cui si parla di donazioni alla chiesa di S. Guiliano, chiesa sulla Molpa di Palinuro. Il Di Mauro (….) scrive che la chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio e per questa ingerenza, scrive il Di Mauro che il Cammarano, sorse una controversia tra il Vescovo di Pisciotta e l’Abate di Centola. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a pp. 574-575 parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421)”. Infatti, il Cammarano (….), a p. 189 del vol. II , in proposito scriveva che: “7. Quarta lite. Si svolse tra il Vescovo Luigi Pappacoda e l’Abate Cesare De Bologna e il reggente della Badia per la sopravvenuta morte dell’Abate Cesare De Bologna. E’ stata possibile ricostruirla dall’esposto alla S. Congregazione, che l’Abate Filicaia (1642) fece a difesa dei privilegi, ecc…”. Il Cammarano a pp. 189-190, del vol. II, in proposito scriveva che: “Le relazioni diventarono tese per una decisione presa da Mons. Pappacoda (248) il quale dispose “che tutto il beneficio dell’ex chiesa parrocchiale S. Giuliano (249) della città della Molpa, venisse trasferito all’arcipretura di Pisciotta, avvalendosi, si disse, che Pisciotta costituì un casale della Molpa e che il feudo della Molpa era posseduto dalla famiglia Pappacoda col titolo di Marchese di Pisciotta e principe di Centola” (AFL)”. Il Cammarano, a p. 190, nella sua nota (249) postillava che: “(249) S. Giuliano: di questa chiesa parrocchiale sopravvivono vistosi ruderi. C’è ancora il perimetro fino all’altezza di due metri. E’ sita nella parte orientale della Molpa e quindi verso il fiume Mingardo.”. Infatti, riguardo il passaggio della parrocchia della chiesa di S. Giuliano a Pisciotta sappiamo che la richiesta del de Leyna non ebbe esito e nel 1578 il feudo di Molpa e Palinuro, con la terra di Pisciotta, fu venduto per 30.000 ducati a don Camillo Pignatelli, viceré di Sicilia. Nel 1583 la proprietà fu venduta dai Pignatelli ad Ettore Maderno di Monteleone, che a sua volta nel 1602 la vendette ad Aurelia della Marra, moglie di Cesare Pappacoda. La famiglia dei Pappacoda terrà il feudo di Pisciotta, Molpa e Palinuro, divenuto frattanto marchesato, fino al 1806. Riguardo il passaggio della parrocchia e della chiesa di S. Guiliano a Pisciotta, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella nota (52) postillava pure che: “(52)…..Dalla platea della Molpa del 1666 risulta che il feudatario versava dieci ducati annui al beneficiario di San Giuliano per le terre da questi a lui censuate.”. La Platea della Molpa del 1666, è stata pubblicata dall’amico Massimino Iannone (….), nel suo “Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX”, pubblicato nel 2016. Francesco Barra, a p. 37, dopo aver parlato del casale di S. Serio alla Molpa e della “La distruzione del 1464 ricordata dall’Antonini, viene sostanzialmente confermata, anche se non si ha certezza precisa dell’anno (52).”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 325 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Il 20 febbraio 1731 proveniente da S. Mauro la Bruca giunse alla parrocchiale il vicario Riccio Pepoli, che chiama Pisciotta Pixunte, ecc….Marina Molpa’: cappella di S. Andrea apostolo (“noviter erectam in Marina Molpae”, nuda, dei fedeli, dopo la messa si asporta ogni cosa perchè la cappella è in aperta campagna) f. 348 t. Tabella messe. Stato economico (f 390): Massa comune d. 272; spese d. 19.4.0; per il clero d. ecc….Quarta. Il Vescovo L. Pappacoda, eletto il 12 febbraio 1635, dispose che tutto il beneficio di S. Giuliano (era parrocchiale) venisse concesso all’arciprete di Pisciotta in beneficio semplice. Distinta entrate delle cappelle e messe relitive”.

Nel 1119, la donazione di Alderuna, sorella del conte Manso Leone a Eufemio, presbitero della chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis” (chiesa di S. Giuliano a Molpa)

Il barone Giuseppe Antonini che, nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando della Molpa ci parla pure della donazione del 1119. Infatti, l’Antonini, a p. 372, in proposito scriveva che: “Mancandoci le notizie dè susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, chtabbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII. Allora cogli altri marittimi luoghi della Lucania fu dà Saraceni saccheggiata; sebbene altra distinzione non se ne sappia, che quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, “ad moenia Molpis, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’. Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore. La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”.

Antonini, p. 373

Dunque la notizia della donazione del 1119, viene dall’Antonini che vedeva un antico documento datato all’anno 1119 mostratogli dall’Abate Commendatario dell’Abbazia di S. Maria di Centola, Girolamo Gascone, che nel 1745, anno della prima edizione della “La Lucania” dell’Antonini aveva conservato nei ricchi archivi dell’antichissima abbazia benedettina. L’Antonini scrive che Gascone gli “imprestasse” l’antico atto di donazione che egli dice essere datato 1119. L’Antonini scriveva che l’antico documento “Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore.”. Dunque, l’antico documento d’epoca Normanna, fu mostrato all’Antonini dall’Abate Gascone, abate dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola, che come si è letto precedentemente possedeva una ricca biblioteca, ricca di testi manoscritti e di documenti e pergamene antichissime come il cosiddetto “Censuale”. Devo però precisare che l’Antonini, nelle precedenti pagine, ci parla di un ‘‘Chronicon’ medievale che egli chiama “Cronica” del Monaco di S. Mercurio e che attribuisce al secolo XII.  Si tratta del chronicon del Monaco di S. Mercurio, di cui il Cammarano scriveva a più riprese che nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola (AFL) se ne conservano le copie degli abbati successivi al monaco Mercurio, ovvero Venceslao I, come lo chiama il Cammarano. Il Cammarano, citando la chiesa di S. Giuliano, di oggi vi sono visibili ancora solo i ruderi, si riferiva al ‘Chronicon del Monaco di S. Mercurio’, di cui ho parlato anche in un altro mio saggio. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 44, nel suo vol. II, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” (Chronicon) di Mercurio 1°, e a proposito della Chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Ecc… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che…….E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. Ecc…”. Dunque, vediamo cosa scriveva in proposito l’Antonini. L’Antonini scriveva che alcune notizie storiche sulla Molpa si possono ricavare dalla “quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, ecc..”. Dunque, l’Antonini la chiama chiesa di San Juliano. L’Antonini scrive di aver visto un’antichissima pergamena che lui dice essere una donazione fatta nell’anno 1119 alla chiesa di S. Giuliano alla Molpa. Riguardol’antica donazione, l’Antonini aggiungeva pure che: La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”. Antonini, in questo passo ci parla della prima notizia ovvero che la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni presumibilmente, secondo i suoi calcoli nel 1113 e, sulla scorta di una notizia tratta dalla Cronaca Cassinese. Antonini scriveva nell’antichissima pergamena della “donazione” alla chiesa di S. Giuliano della Molpa, scritta per metà con greci caratteri”, si riportava o meglio egli leggeva il seguente testo: “ad moenia Molpis’, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’., il cui significato dovrebbe corrispondere al seguente testo: presso le mura di Molpis, e per te il sacerdote Eufemio, già dei Remodii, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, per il mantenimento di torri, calici, polli, crismari e vasi, che gli Agareni avevano recentemente scavato dalle depredazioni di Molpis.”. Il testo in latino cita un presbiterio (un sacerdote) chiamato Eufemio “già dei Remodii”. Egli a Molpa aveva un podere, un piccolo limitato pezzettino di terreno dove i Saraceni scavarono gli oggetti sacri che saccheggiarono presumibilmente nel 1113 e in seguito, nel 1119, avvenne la donazione per ricostituire gli oggetti sacri derubati dai Saraceni. L’Antonini, a p. 373 parla di un sacerdote “Presbitero Euphemio” e poi aggiunge “da Alderuna (I)”. Il barone Antonini (….), a p. 373, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Puotesi credere, che questa Alderuna fosse Longobarda, dal leggersi nel principio della donazione: “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, sapendosi che i Longobardi destinavano un Uomo col nome di Mundualdo per aver cura di non far ingannar le donne: Costume passato a noi, e fino a’ tempi di nostri Avi durato, siccome cogli esempj abbiamo provato altrove.”. “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, ovvero, Mundualdo, uomo longobardo si fermò di fronte ad Alderuna, donna longobarda che condeva al sacerdote Eufemio. Secondo l’Antonini questo uomo longobardo chiamato “Mondualdo” era un uomo che secondo l’antica usanza longobarda doveva aver cura di non far ingannar le donne”. L’Antonini a p. 373, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Quando questa parola ‘Nuper’ non voglia essere presa in troppo stretto senso, può significare: “Da pochi anni in quà”, e tal volta arrivare a dieci ed a venti. Può pastarci per i tempi bassi un luogo di S. Gregorio nel lib. 3 dè Dialoghi c. 26 ove ragionando di un solitario chiamato Mena, così scrive: “Nuper quidam venerabilis vir Menas nomine, solitariam vitam ducebat, qui nostrorum multis cognitus, ante hoc ferè post decennium defunctus”. Per gli antichi senza dubbio sarà sufficiente ‘Cicerone’ nel I. de Orat. Ivi di fresca cosa parlando dice: “In quibus eratis, qui nuper Romae fuit, Menedemus holpes meus.”.”. La notizia riferita dal Di Mauro (….), della donazione del 1119 è interessante ed è tratta dal Cammarano ma sia il Di Mauro che il Cammarano non forniscono riferimenti bibliografici dell’antico documento che risale al 1119, epoca della dominazione Normanna di Ruggero Borsa, ne si danno riferimenti per l’altra notizia dell’incursione e del saccheggio dei Saraceni nel 1113. Riguardo la figura di “Alderuna”, che ricevette la donazione del 1119, recentemente, nel 2017, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 63, parlando del monte “Cellarano” o del toponimo “Kellerana” (Monte Bulgheria), in proposito scriveva che: “Non a caso, del resto, proprio in quest’area di Centola che guarda verso il Mingardo sussistono ancora oggi numerosi toponimi di chiara impronta basiliana: S. Basile, S. Sergio, S. Elia, S. Agata, S. Andrea, oltre che Macchia della Chiesa, storico possedimento fondiario dell’abbazia di S. M. degli Angeli di Centola. Sul lato oposto del Mingardo…….Ma sembra pure che i centri basiliani più importanti della zona fossero quelli, più a nord, di Roccagloriosa, e di Rofrano, il quale ultimo giunse a contare ben undici dipendenze (8).”. Il Barra (….), a p. 63, nella nota (8) postillava che: “(8) Scrive a questo proposito l’Antonini “Sul declinar di questa montagna chiamata di Bulgheria a tramontana trovasi Roccagloriosa; paese grande, ed in bellisimo sito allogato (…..). Nel 1130 Manso Leone Signor de luogo con suo testamento dotò la chiesa (di S. Mercurio) di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina, e volle che fosse femminile, riservandosi alla famiglia il diritto di nomina della badessa dopo la morte d’Alruda sua sorella, che egli nominò per prima; ratifica del conte Guidone suo nipote.”. Dunque, in questo passaggio, il Barra ricorda la donazione di Manso al monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa e della sua sorella “Alruda” che dovette essere la prima badessa di questo antico Monastero di monache clarisse. Dunque, secondo il Barra, “Alruda”, la prima badessa del monastero di monache di Roccagloriosa era la sorella del conte Normanno Leone Manso. Francesco Barra, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) ‘La Lucania’, cit., p. 330. Attendibile ci pare pure l’atto di donazione del 1119 di un podere da parte della longobarda Alderuna al presbitero Eufemio della chiesa di “S. Juliano ad moenia Molpis”, “ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismaterium, et vestamentos que nuper disrobaverunt Agareni in depradatione praecalendatae Molpis”. Il documento proveniente dall’archivio di S. M. degli Angeli di Centola, ecc…”. Il Barra, a p. 37 proseguendo il suo racconto sulla donazione del 1119, in proposito scriveva pure che: “Alderuna può probabilmente identificarsi con quella Alruda che fu la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa, fondato nel 1130 da suo fratello “Manso Leone, Signor del luogo”, che con suo testamento lo dotò “di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina”, riservandosene il diritto di nomina delle badesse (G. Antonini, La Lucania, cit., pp. 385-86).”. Dunque, interessantissimo il passaggio del Barra che ci ricorda il personaggio di Alderuna. Dunque, Francesco Barra, riferendosi alla donazione del conte Manso al monastero di Roccagloriosa scriveva che “Alderuna” era longobarda, sorella del conte Leone Manso e, prima badessa del Monastero di monache clarisse di S. Mercurio a Roccagloriosa, fondato nel 1130 dal fratello Leone Manso. Secondo il Barra, “Alderuna”, era la stessa che nel 1119 donò un podere alla chiesa di S. Juliano a Molpa e che nel 1130 diventerà, per volere del fratello, la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa.

Il Castello della Molpa

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Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: L’Antonini dice pure che di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15). Certo è che sulla collina della Molpa vi era un ‘castrum’ distrutto dai saraceni (16) e un castello di cui sono visibili i ruderi e del quale è notizia nei ‘Registri angioini’. Infatti, nel 1269 re Carlo I ordinò di avocare alla regia Curia il castello della Molpa, con Camerota e S. Severino, tenuti dal milite Guglielmo Gagliardi (17). Ecc…”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Antonini, cit., p. 374. L’A. (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Maugerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ……………”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, da p. 374, in proposito scriveva che: “…..

Ebner, a p. 173, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Il ‘castrum’ era a quota 140. La cala che si apre a sud del promontorio offre un ancoraggio protetto dai venti del IV quadrante. G. Schmidt, ‘Antichi porti’, cit., p. 322”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, scriveva che: “Castello della molpa: sul colle omonimo a est del fiume Lambro.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 366, in proposito scriveva che: solamente verso settentrione trovasi ancora in piedi un portico di antica struttura cogli archi chiusi modernamente, per farne un ricovero; e perciò chiamasi il Castello, che moltissime miglia da dentro terra si vede per l’altezza, in cui è posto.”. L’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Cosimo De Giorgi (…), in proposito, parlando del fiume Lambro, scriveva che:  “Da questo punto fino al mare scorre nella direzione di tramontana a mezzogiorno, parallelo al corso del Mingardo, tra colline ecc., rasenta le falde della collina denominata ‘Saline di Orlando’. Nel mezzo di questa pianura e in riva al mare si erge, a mò di cono un colle isolato sul quale torreggiano gli ultimi ruderi del ‘Castello di Molpa’.”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando della Molpa, a p. 173, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Il ‘castrum’ era a quota 140. La cala che si apre a sud del promontorio offre un ancoraggio protetto dai venti del IV quadrante. G. Schmidt, ‘Antichi porti’, cit., p. 322”

Nel 1128, Ruggero II d’Altavilla, futuro re di Sicilia distrusse e sacchegiò la Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, nella parte II, a p. 375, parlando della Molpa, scrive che i suoi numerosi e sicuri approdi naturali che furono molto utilizzati da Ruggero I d’Altavilla, Gran Conte di Sicilia, nei suoi innumerevoli viaggi da e verso la Sicilia. Antonini, scriveva che: “Non passarono molti anni che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani e Saraceni, nel viaggio di Sicilia: e per vedere verso qual anno probabilmente la cosa succedette; convien sapere che quello molti viaggi fece da Sicilia in Regno, e dal Regno colà. Falcone Beneventano ne riferisce uno nel MCXXVIII (1128), dopo che dal Papa Onorio ebbe il titolo di Duca; etc…”.

Antonini, su Ruggero I e la Molpa, p. 371

Il barone Giuseppe Antonini, nel suo “Lettera D. Matteo Egizio al Sig. Langlet du Fresnoy o siano osservazioni sulla Geografia etc…”, in “Altra lettera del barone Antonini in risposta del Sig. Matteo Egizio scritta da Parigi a 14 settembre 1739”, a p. 137 riferendosi ad Alife (non alla Molpa), in proposito scriveva che: “…e ‘l Vescovo non vi abita per l’aria malsana. Vuò però ben credere che quando nel MCXXIX fu assediata, e bruciata dal Re Ruggieri, avesse avuto ancora belli edifizj etc…”. DaWikipedia leggiamo che Falcone di Benevento (Benevento, 1070 circa – 1144 circa) è stato uno storico longobardo, notaio e giudice della curia pontificia a Benevento durante il dominio papale e autore del Chronicon Beneventanum. Fu un importante cronachista per gli anni tra il 1102 ed il 1144 nel Mezzogiorno. La sua opera, il Chronicon Beneventanum, di cui è andato perduto l’inizio e, probabilmente, anche la fine, racconta in forma annalistica la storia di Benevento e, dal 1127, dell’ascesa di Ruggero II di Sicilia tra le potenze dell’epoca. È abbastanza affidabile in quanto testimone oculare, ma dalla parte dei longobardi e dei beneventani che, da oltre un secolo, avevano visto crescere la potenza dei normanni. Riguardo il “Chronicon” di Falcone di Benevento o Falcone Beneventano, si veda “Falcone Beneventano -Chronicon – Traduzione, introduzione e note di Raffaele Matarazzo”, ed. Thesaurus Rerum Beneventarum, II, anno 2000, Napoli.  Secondo l’Antonini (…) che sulla scorta di Falcone Beneventano (…), re Ruggero II d’Altavilla saccheggiò la città della Molpa, nel 1128, in uno dei suoi frequenti viaggi dalla Sicilia verso Salerno o Napoli, dopo che papa Onorio gli concesse il titolo di Duca. Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, il suo manoscritto pubblicato recentemente dal Comune di Acquara con testo tradotto e a cura di Barra e Capano e altri, parla della Molpa ed in proposito, nel Libro I, a p. 178, in proposito scriveva (sulla scorta dell’Antonini) che: “Fu poi, come scrive il Sig. Antonini, nel 1113 da’ Saraceni saccheggiata con tutta la Regione di Lucania. Appresso fu nuovamente saccheggiata dal Re Ruggiero in uno de’ suoi viaggi da Sicilia, e smantellate le Mura, che la cingevano, dal che ne venne la totale sua ruina e diserzione, e de’ suoi Casali, a riserba di Pisciotta, come scrive il citato Antonini. Etc…”. Inoltre, il Di Stefano dissertava e ragionava sulle date ed infatti aggiungeva che: Di fatto nello scrivere ciò, ho rattrovato nella Storia di Falcone Beneventano, che minutamente, come testimonio di veduta scrisse le guerre da esso Re fatte nel Regno, etc…”. L’Antonini (…), a p. 375, parlando di una città che lui chiama ‘Molpa’, sorta sul promontorio della ‘Molpa’ di Palinuro, di cui oggi restano pochi ruderi. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi.

Nel 1135, Rainulfo di Alife (detto di Airola), feudatario di Molpa al tempo dello scontro con Ruggero II 

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: L’Antonini dice pure che di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15).”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Antonini, cit., p. 374. L’A. (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Maugerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ……………”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, da p. 374, in proposito scriveva che: “….frà i quali anche la Molpa che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: ed essendo Ruggiero velocemente più accorso, nè smantellò le mura.”. Da Wikipedia leggiamo che Rainulfo di Alife, detto de Airola, della famiglia Drengot Quarrel, (1093 circa – Troia, 30 aprile 1139), è stato un nobile normanno, conte di Alife, Caiazzo, Sant’Agata de’ Goti, Telese (1115-1139) e, in fasi alterne, di Avellino, Mercogliano, Ariano e Troia, nonché duca di Puglia (1137-1139). Era figlio del conte Roberto di Alife e di Gaitelgrima. Investito del titolo di conte sin da 1108, quando era ancora un fanciullo, incontrò papa Callisto II a Benevento nel 1120, fornendo atto di omaggio. Ebbe poi una dura lite col pontefice, risolta con la restituzione del monastero di Sancta Maria in Cingla presso Alife all’abbazia di Montecassino. Nel 1127, auspice il papa Onorio II, si alleò con Roberto II di Capua nel tentativo di contrastare la successione di Ruggero d’Altavilla al ducato di Puglia; questi riuscì a imporsi, ma dovette concedere a Rainulfo il possesso feudale della contea di Ariano. Dopo una breve alleanza con il sovrano, presto tornò ad opporglisi: nel febbraio 1130, alla morte di Onorio II, Rainulfo si schierò con il Papa legittimo Innocenzo II, contro l’antipapa Anacleto II. Ruggero, duca di Puglia e di Calabria e padrone della Sicilia, aveva riconosciuto come valida l’elezione di Anacleto ed ebbe in ricompensa la corona di Sicilia, il 25 dicembre 1130. Ma alcuni nobili feudatari normanni, che già da tempo mordevano il freno, non accettarono il nuovo sovrano e da qui si scatenarono gli eventi che portarono allo scontro militare il 24 luglio 1132 sul fiume Sarno presso Scafati. La battaglia di Scafati dapprima favorevole alle truppe regie, terminò in una disastrosa sconfitta per Ruggero. All’agosto del 1132 si fa risalire, secondo la tradizione, l’arrivo da Roma ad Alife delle reliquie di san Sisto, ottenute da Rainulfo che le aveva chieste al papa (Anacleto II). Nella primavera dell’anno seguente Rainulfo e Roberto si recarono a Roma dove prestarono giuramento a Lotario II, sceso in Italia per farsi incoronare imperatore da Innocenzo II (4 giugno 1133). Mentre i due erano assenti, Ruggero tornò alla riscossa catturando la moglie di Rainulfo (sua sorella Matilda) e il figlioletto: Rainulfo e Roberto dovettero rientrare precipitosamente, ma finirono col capitolare (giugno-luglio 1134). Rainulfo ottenne comunque la restituzione dei familiari. Nel luglio 1135, una nuova rivolta capeggiata da Rainulfo provocò la reazione del re, che entrò in Aversa, Capua e Alife con un esercito guidato dal cancelliere Guarino, costringendo Rainulfo a trovare rifugio in Napoli, unica città a resistere. Nel marzo 1136 Rainulfo e il fratello Riccardo di Rupecanina, con l’appoggio del Papa legittimo Innocenzo II, chiamarono in Italia l’imperatore Lotario. Innocenzo II e Lotario II di Supplinburgo, concentrarono a maggio 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole, assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga, quindi conquistarono la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il Pontefice tenne il Concilio di Melfi V nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I Padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore Lotario II di Supplimburgo delegittimò Ruggero II di Sicilia, della rivale Casata Altavilla, in favore di Rainulfo III di Alife, della Casata Drengot, nuovo Duca di Puglia. Poi a Benevento alla fine dell’estate Innocenzo e Lotario investirono Rainulfo del ducato di Puglia, mentre la contea di Alife passava a Riccardo. Ma, ripartito l’imperatore, Ruggero sbarcava di nuovo a Salerno ai primi di ottobre per ristabilire la sua autorità sulle città ribelli. Una nuova battaglia si svolse il 29 ottobre 1137 presso Rignano Garganico, dove il re, nuovamente sconfitto, perse molti soldati e trovò scampo nella fuga. La controffensiva regia, causò il grave saccheggio di Alife e Telese, ma le principali città della Puglia in mano a Rainulfo (Troia, Melfi, Canosa e Bari), non subirono alcun danno. Il Papa l’8 aprile 1139, scomunicò Ruggero, ma il 30 dello stesso mese Rainulfo morì. Solo con la morte di Rainulfo, forse causata da errori medici, Ruggero poté conquistare l’intera Italia Meridionale. Rainulfo sposò Matilde di Altavilla, figlia di Ruggero I di Sicilia, dalla quale ebbe il figlio Roberto e una figlia, Adelicia Drengot, che sposò Rainaldo dell’Aquila, Conte di Avenel. Da Adelicia Drengot e Rainaldo dell’Aquila nacque Matilde Avenel che sposò il Conte di Butera, Costantino II Paterno. Rainulfo era cognato di Ruggero II d’Altavilla. Sulla figura del conte Rainulfo o Ranulfo di Alife, recentemente Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 22, nella nota (23) postillava che: “(23) Scriveva nel 1781 Lucido Di Stefano, governatore baronale di Centola, che “sebbene il Porto del medesimo (il Mingardo) oggi più non esiste, perchè terrapienato, pure il medesimo era appunto ove da marinai si fa la pesca de’ pesci colle sciabiche nella Molpa” (L. Di Stefano, Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro, Centro di Cultura e Studi Storici “Alburnus”, Salerno, 1994, vol. I, p. 173).”. Infatti, Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, il suo manoscritto pubblicato recentemente dal Comune di Acquara con testo tradotto e a cura di Barra e Capano e altri, parla della Molpa ed in proposito, nel Libro I, a p. 178, in proposito scriveva (sulla scorta dell’Antonini) che: “Fu poi, come scrive il Sig. Antonini, nel 1113 da’ Saraceni saccheggiata con tutta la Regione di Lucania. Appresso fu nuovamente saccheggiata dal Re Ruggiero in uno de’ suoi viaggi da Sicilia, e smantellate le Mura, che la cingevano, dal che ne venne la totale sua ruina e diserzione, e de’ suoi Casali, a riserba di Pisciotta, come scrive il citato Antonini. Etc…”. Il Di Stefano, che fu governatore di Centola scriveva soprattutto sulla scorta del Vescovo di Capaccio Mons. Nicolai sostenendo la sua tesi che la Molpa in origine fosse “Bussento”, sede Vescovile. Il Di Stefano, a pp. 233-234 discorrendo della Contea di Capaccio al tempo di re Ruggero II scriveva che: “Il Baron Antonini nella par. 2 Disc. 3, pag. 255 not. (1) scrivendo che “a tempo del Re Ruggieri era tenuta Capaccio dal famoso Ranulfo di Alife, ed allorche (erasi egli già a Ruggieri ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: ‘Capacium munitissimum ejus Oppidum, quo iter assumpserat, timido corde regreditur’, scrive l’Abbate Celesino su’l principio del lib. 3. Dice di più nel Disc. 3, pag. 374, che detto Ruggiero distrusse la Molpa, che da un nipote (238) di esso Conte Rainulfo si teneva Melfi, Troja, Avellino, Alife, ed altri Luoghi, portando nella not. (2) l’opinione dell’Anonimo Cassinese, che ‘Aliphas Rogerius redegit in cinerem’ l’anno 1133, etc…”. Dunque, il Di Stefano cita alcuni passi dell’Antonini. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, a p. 255 (I edizione del 1745, mentre nell’edizione del 1795 è a p. 247) parlando di Capaccio, in proposito scriveva che: “Questo luogo, perchè di sua natura forte, sin da tempo de’ Normanni fu sempre da persone di conto (I) posseduto.”. L’Antonini, a p. 255, nella nota (I) postillava che: “(I) A tempo di Re Ruggieri era tenuto Capaccio dal famoso Ranulfo Conte di Alife; ed allorchè (erasi egli già a Ruggiero ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: “Capaciam munitissimum ejus Oppidum, quo iter assumpserat, timido corde regreditur” scrive l’Abate Celesino sul principio del lib. 3.”. L’Antonini, sulla scorta dell’Abate Celesino scriveva che Capaccio, al tempo di re Ruggero II  era tenuto Capaccio dal famoso Ranulfo Conte di Alife”. L’Antonini scriveva pure che, al tempo di re Ruggero II e, quando il conte Ranulfo si era già a lui ribellato, intuendo che re Ruggero II venisse a punirlo dalla Sicilia, egli “tornò con il cuore timoroso alla città dove aveva preso il suo viaggio, la città più fortificata”. Il Di Stefano, sempre sulla scorta dell’Antonini scriveva pure che l’Antonini, Dice di più nel Disc. 3, pag. 374, che detto Ruggiero distrusse la Molpa, che da un nipote (238) di esso Conte Rainulfo si teneva Melfi, Troja, Avellino, Alife, ed altri Luoghi, portando nella not. (2) l’opinione dell’Anonimo Cassinese, che ‘Aliphas Rogerius redegit in cinerem’ l’anno 1133, etc…”. Questa notizia l’abbiamo analizzata in precedenza. Sempre il Di Stefano ci fa notare che l’Antonini, nella sua Lettera al Signor Egizzio su la ‘Geografia’ del Sig. Langlet pag. 137, la porta dallo stesso Re bruciata nel 1129.”. Il Di Stefano dissertava e ragionava sulle date ed infatti aggiungeva che: Da tale autorità mi surge una difficoltà, che se Guaimario suddetto cedé a Sica sua sorella nel 1137 la Contea di Capaccio, come col Pellegrino scrive il Volpe, come poi, secondo l’opinione dell’Abbate Celesino, Rainulfo era Conte di Capaccio nel 1129 o 1133, in tempo che Alife fu incenerita, cioè, otto, o quattro anni prima, che Guaimario si fé Religioso ? e perciò io pensavo, o la destruzione di Alife seguì dopo detto anno del 1137. Di fatto nello scrivere ciò, ho rattrovato nella Storia di Falcone Beneventano, che minutamente, come testimonio di veduta scrisse le guerre da esso Re fatte nel Regno, che Alife fu destrutta nell’anno 1138; onde resta già sciolta la mia difficoltà.”. Pietro Ebner (….) nel vol. I, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 605, dove, parlando della “Capaccio”, in proposito scriveva che: “Nell’età del re Ruggiero pare (19) che fosse signore di Capaccio Rainolfo di Alife. Nel 1132 l’abate Landone della chiesa di S. Nicola (20), costruita a “casa vetere” sotto il vecchio castello e appartenente a Giovanni, figlio di Gregorio, figlio di Pandolfo di Capaccio, dichiarò che la chiesa possedeva un terreno e un fabbricato fuori la città nuova di Capaccio, non molto lontano dalla “porta que dicitur de pagagno” e che per ordine di Giovanni concedeva a tre fratelli.”. Ebner, a p. 605, vol. I, nella nota (19) postillava che: “(19) Antonini, cit., I, p. 247, n. 2”. Il barone Giuseppe Antonini, ripreso più volte dal Di Stefano citava spesso l’“Abate Celesino”. Io credo che vi fosse un errore di stampa perchè l’autore che cita l’Antonini non è “Celesino”, un abate di chissà quale monastero ma si tratta di Alessandro di Telese detto il “Telesino”, o “Alessandro Telesino” (….). E’ molto strano perchè l’Antonini (….), a p. 375, nella nota (I) parla distintamente dellìAbate Telesino e non “Celesino”.

Postille di Antonini, p. 375

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’

Tuttavia, in Wikipedia leggiamo essere Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136) fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia benedettina del Santissimo Salvatore a Telese, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II. Dunque, il chronicon di Alessandro di Telese (….) è il testo scritto in latino “Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie”, oppure più correttamente il testo “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Gestis Rogerii Siciliae Regis” e “Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium”. Dall’unico manoscritto esistente (Barcellona, Biblioteca Central, cod. 996), una copia redatta a Monte Cassino intorno al 1330 e portata in Spagna al tempo dell’occupazione aragonese, l’antiquario Jerónimo Zurita y Castro trasse la editio princeps nel 1578, priva degli ultimi capitoli (da questa derivano Muratori e Del Re). L’Antonini scriveva che, all’inizio del testo del Libro III egli ci parla di re Ruggero II d’Altavilla e lo scontro con il conte Rainulfo d’Alife. Nel testo “Alessandro di Telese – Ruggero II Re di Sicilia” a cura di Vito Lo Curto (….) pubblicato a Cassino nel 2003, con traduzione e commenti, all’inizio del Libro III. Il Libro III si apre col Cap. I: “Ruggero si ammala. Muore sua moglie Alberia. Essendosi diffusa la falsa notizia della morte del re, il Principe Roberto da Pisa si dirige a Napoli con una schiera di soldati.”. Il cap. II, a p. 143: “Rainulfo, pensando che il re sia morto, cerca di recuperare le terre perdute.”. Dunque, i fatti citati dall’Antonini, narrati da Alessandro di Telese, risalgono a dopo la morte della prima moglie di re Ruggero II d’Altavilla e, subito dopo la conferma a re di Sicilia nel 1130. In particolare l’Antonini, sulla scorta del Telesino scriveva della ribellione del conte Rainulfo e che: Ranulfo Conte di Alife; ed allorchè (erasi egli già a Ruggiero ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero II d’Altavilla sposò prima del 1118 Elvira di Castiglia (circa 1100 – 1135). Morta Elvira, solo nel 1149, cioè dopo ben quattordici anni di vedovanza (con la preoccupazione della successione dinastica dopo la morte in successione dei suoi primi tre figli maschi), si unì in matrimonio con Sibilla di Borgogna (1126 – 1150). Tuttavia, sebbene avessi approfondito le mie ricerche sul nipote del Conte Rainulfo che teneva la fortezza della Molpa al tempo di re Ruggero II d’Altavilla, ancora nulla si sa. Sulla figura del conte Rainulfo o Ranulfo di Alife, Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 97, in proposito scriveva pure che: “….e della città di Benevento che dal Papa si pretendeva, come alla sede Apostolica appartinente, a qual’effetto il Pontefice fé lega con Roberto nuovo Principe di Capoa, e con Rainulfo Conte d’Alife cognato di Ruggiero, del quale ho parlato nel lib. 3 Disc. I chi invasero la Puglia per ordine del Papa, etc…”. Il Di Stefano, nel Libro III parlando della Contea di Capaccio, di Rainulfo di Alife, dei Comite a Capaccio e, sulla scorta di Filiberto Campanile (….), che egli chiama “Il Duca della Guardia”, a pp. 12-13-14, in proposito scriveva che: “Di costui e delle sue prodezze parla lungamente Falcone Beneventano nella ‘Storia del Re Ruggiero’, contro di cui fé cose inaudite chiamandolo però ‘Rainulfo’, ch’era Conte d’Avellino, di Alife, etc. e Principe etc….Aveva Rainulfo in moglie Matilda, sorella dello stesso Re. Venne la nemicizia tra loro, perche avendo Rainulfo un giorno ingiuriata la Contessa sua moglie, ed indi essendo andato a Roma, mandatovi da Ruggiero, questo in tal tempo fattasi venire la medesima col figlio, per vendicarsi, la mandò in Sicilia nel 1132 con detto suo figlio; onde poi cotanto tra loro guerreggiato, che se detto Conte non moriva, difficilmente il Re avrebbe acquistato la Puglia, e l’altre Regioni nostrali. Tolto Salerno al Re dal Som. Pontefice Innocenzo II, e da Lotario Impe., nel 1137 etc…..Morì Rainulfo nella Città di Troja di Puglia nell’anno 1139, e seppellito in quel Duomo etc…Dopo la morte di Rainulfo il Re s’insignorì di tutta la Puglia, del Principato di Capua, e del Ducato di Napoli, etc…”. Dunque, Rainulfo era cognato di re Ruggero II d’Altavilla, in quanto ne aveva sposato la sorella Matilda d’Altavilla, figlia di Ruggero I d’Altavilla e di Adelaide del Vasto detta “Adelasia”. Riguardo il conte Rainulfo, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali etc…”, vol. VIII a pp. 257-258 parlando dell’anno di Cristo 1086 riferendosi alle donazioni e acquisti che l’Abate di Cava, Pietro Pappacarbone faceva in quegli anni, in proposito scriveva che: “vi firmarono etc…., con tutti i signori anche esteri, il Duca …., allo stesso Monistero della Cava, ove l’ora nominato ‘Rainolfo’ (lo stesso ‘Rainone Brittone’ con sua moglie Atta, e suo figlio Joele, che vedremo Duca e Comestabolo, alla presenza del Duca donò a’ Cavesi il casale e Monistero di ‘S. Pietro ad Olivola’, non lungi da S. Agata di Puglia. Il Duca soscrisse questa carta, e la confermò con altro Diploma, aggiungendovi ancora le chiese mezzo dirute etc…Si osservi che in questi tempi ‘Rainolfo, Rainone, Rao, Rainaldo etc..era un nome stesso”.

Nel 1135, il conte “Rainulfo” o “Rainolfo”, feudatario della città di Molpa ai tempi di re Ruggero II e suo nipote che teneva città e fortezza

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi”, vol. II, Parte II, Discorso VII, nel suo “Discorso VII – Di Palinuro, e della Molpa”, a p. 373-374-375 parlando della Molpa e, dopo aver detto di una donazione ad “Alderuna” del 1119, riferendosi a re Ruggero I d’Altavilla, re di Sicilia, in proposito scriveva che: Non passarono molti anni etc…”, quindi dopo l’anno 1119, ovvero forse l’anno……, “che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani e Saraceni, nel viaggio di Sicilia: e per vedere verso qual anno probabilmente la cosa succedette; convien sapere che quello molti viaggi fece da Sicilia in Regno, e dal Regno colà. Etc…”. L’Antonini, a p. 374 proseguendo il discorso sui viaggi che re Ruggero I d’Altavilla intraprese per necessità dalla Sicilia per Napoli doveva far sosta alla Molpa “Quindi si vede che per necessità dovette Ruggieri tant’altre volte tornare quì per ripartirne. Etc…”.

Antonini, Ruggero II distrugge la molpa, p. 374

Sempre a p. 374, l’Antonini proseguendo il suo racconto e scriveva che: “Alcuni per tradizione dicono, che i Molpitani avendo preso ciò che dal naufragio d’una delle navi era al di loro lido approdato, senza volerlo restituire, l’avesse egli nel MCXXXV (1135) per vendetta saccheggiata, e smantellata di mura, che mai più si rifecero. Vogliono altri ( e questa sentenza appare la più verosimile) ch’ essendosi sparsa per Italia novella della morte di Ruggieri, tutti, o la maggior parte dè luoghi del Regno si sollevarono, fra quali anche la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: ed essendo Ruggieri velocemente quì accorso, ne smantellò le mura, come fece a Melfi, a Troia, ad Avellino, ad Allife (2), e ad altri luoghi men forti ancora (3); etc…..Questo smantellamento di mura cagionò alla Molpa l’ultima sua ruina; poichè non essendo più tale, che potesse in quei confusi scelerati tempi sicura mantenervisi la gente, cominciò pian piano a mancar di abitatori, e quei casali (I), ch’erano dalla città dipendenti, pure cominciarono a fare lo stesso, in modo che nella final sua ruina, del MCDLXIV pochi abitati ve n’erano.”. Dunque, secondo l’Antonini che riferisce delle notizie storiche sulla Molpa, ai tempi di re Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, nell’anno 1135, il feudatario del luogo la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: etc…”. Chi era questo feudatario della Molpa nel 1135 ?. L’Antonini scriveva che egli fosse un nipote del conte “Rainulfo” che teneva il luogo per conto di re Ruggero I d’Altavilla. L’Antonini, a p. 374, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Ecco come il Capecelatro, nella sua Storia, part. I, lib. I, il dice: ‘Ed egli imbarcatosi sopra la sua armata, s’avviò per gire in Palermo, ma assalito da fiera tempesta, per lo cammino se gli affogarono in mare ben venti legni carichi di ricche prede, e di prigioni Regnicoli”. Sempre l’Antonini, a p. 374, nella nota (2) postillava che: “(2) L’Anonimo Cassinese, rapporta la distruzione di Alife all’anno MCXXXIII, in cui dice: “Rogerius Aliphas redegit in cinerem” ”. L’Antonini si riferiva a re Ruggero I d’Altavilla o si riferiva alle frequenti soste che dovette fare re Ruggero II d’Altavilla, suo figlio ?. Angelo Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo:  “Non passarono molti anni e fu nuovamente saccheggiata da Ruggero II il Normanno, il quale cinta la corona di Re di Sicilia e di Puglia nella cattedrale di Palermo, nell’anno 1130 si accinse, con la sua flotta, a raggiungere Napoli. Durante il tragitto, assalite da una furiosa tempesta, venti delle sue navi affondarono con tutto il loro prezioso carico e due di esse furono trascinate dai marosi lungo sul lido della Molpa. I Molpitani, si impossessarono immediatamente di tutto ciò che le due navi contenevano e fecero orecchio di mercante alle reiterate richieste di restituzione avanzate dal Re Normanno. Ruggero II, allora sdegnato ed incollerito per il loro comportamento irrispettoso, decise di punirli severamente e, nell’anno 1133, saccheggiò la Molpa e la smantellò nelle sue mura che non vennero mai più riedificate. Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”.  Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini. Dunque, il Guzzo ci parla di re Ruggero II d’Altavilla e ci parla dell’anno 1135. Angelo Guzzo, nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia” parlando della Molpa, a pp. 70-71 scriveva le stesse notizie. Anche in questo caso, il Guzzo, a p. 71, nella nota (15) postillava che: “(15) “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in G. Antonini – Op. cit., – Vol. I – Disc. VII – pagg. 374-375”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: L’Antonini dice……etc….e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15). Certo è che sulla collina della Molpa vi era un ‘castrum’ distrutto dai saraceni (16) e un castello di cui sono visibili i ruderi etc…”. Ebner, a p. 173, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Il ‘castrum’ era a quota 140. La cala che si apre a sud del promontorio offre un ancoraggio protetto dai venti del IV quadrante. G. Schmidt, ‘Antichi porti’, cit., p. 322”. Pietro Ebner (….) nel vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 172 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure…etc…e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15).. Ebner nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) Antonini, cit., p. 374.”. Dunque, Ebner, a p. 172 scriveva che la popolazione di Molpa aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo”. Ebner lo chiama “il conte Rainolfo”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’ rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: Molpa….la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta a più riprese (680-705-802-828-931-1113), dal normanno Ruggero II, che dopo il naufragio del 1133 tra Lambro e Mingardo subì la predazione di oro e argento dai suoi abitanti; nel 1135 se ne vendicò abbattendo le mura della fortezza, che, posseduta dal Conte Rainulfo, s’era ribellata a Ruggero, e ancora etc…”. Dunque, il Di Mauro scriveva che nel 1135, la città della Molpa posseduta dal Conte Rainulfo, s’era ribellata a Ruggero”. Dunque, il Di Mauro scriveva che, nel 1135, nella città della Molpa vi fu uno scontro tra gli abitanti della Molpa e della sua fortezza tenuta dal Conte Rainulfo e un esercito di re Ruggero II d’Altavilla che distrusse la fortezza. Alcune notizie storiche sulla Molpa le ritroviamo nel testo di Francesco Cirelli (….), “Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”; sul testo di Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche.”. Il canonico Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, sulla scorta dell’Archivio Cavense (Arca L., n. 23), a pp. 164-165 parlando della Molpa, in proposito leggiamo che: “Secondo il Malaterra, questa città, fondata dai Normanni, verso l’anno 1507 fu abitata da Mercanti (12). L’archeologia, invece, attenendosi ai reperti, parla di città coeva a Palinuro (13). Sappiamo di certo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II d’Altavilla, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave con un tesoro ivi naufragata.“. Il Vassalluzzo, a p. 165, nella nota (12) postillava che: “(12) Malaterra, lib. I, etc…”. L’Antonini (…), cita anche Rainulfo d’Alife, nemico acerrimo di re Ruggero II d’Altavilla di Sicilia. Secondo l’Antonini (…) che sulla scorta di Falcone Beneventano (…), Molpa, nell’anno 1135, era tenuta da un nipote del Conte Rainulfo di Alife.

Angelo Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo:  Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”.  Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini.

Nel 1135, Ruggero II d’Altavilla distrusse e sacchegiò la Molpa

Pietro Ebner (….) nel vol. II, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173, dove, parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: “L’Antonini dice pure di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15).. Ebner nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) Antonini, cit., p. 374.”. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa….dal normanno Ruggero II, che dopo il naufragio del 1133, tra Lambro e Mingardo subì la predazione di oro e argento dai suoi abitanti; nel 1135 se ne vendicò abbattendo le mura della fortezza, che, posseduta dal conte Ranulfo, s’era ribellata a Ruggero, ecc..”. Infatti, l’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, nella parte II, a p. 375, parlando della Molpa, scrive che i suoi numerosi e sicuri approdi naturali che furono molto utilizzati da Ruggero I d’Altavilla, Gran Conte di Sicilia, nei suoi innumerevoli viaggi da e verso la Sicilia.

Antonini, su Ruggero I e la Molpa, p. 371 

L’Antonini (…), a p. 375, parlando di una città che lui chiama ‘Molpa’, sorta sul promontorio della ‘Molpa’ di Palinuro, di cui oggi restano pochi ruderi. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi.

La Molpa

Il Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo:  “Non passarono molti anni e fu nuovamente saccheggiata da Ruggero II il Normanno, il quale cinta la corona di Re di Sicilia e di Puglia nella cattedrale di Palermo, nell’anno 1130 si accinse, con la sua flotta, a raggiungere Napoli. Durante il tragitto, assalite da una furiosa tempesta, venti delle sue navi affondarono con tutto il loro prezioso carico e due di esse furono trascinate dai marosi lungo sul lido della Molpa. I Molpitani, si impossessarono immediatamente di tutto ciò che le due navi contenevano e fecero orecchio di mercante alle reiterate richieste di restituzione avanzate dal Re Normanno. Ruggero II, allora sdegnato ed incollerito per il loro comportamento irrispettoso, decise di punirli severamente e, nell’anno 1133, saccheggiò la Molpa e la smantellò nelle sue mura che non vennero mai più riedificate. Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”.  Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini. Dal punto di vista strettamente bibliografico, la notizia è tratta dalla bibliografia antiquaria ed in particolare dal Capecelatro (…), che sulla scorta dell’Abate Telesino (…), e di Falcone Beneventano, raccontava questo episodio che in seguito fu citato dall’Antonini (…), che nella sua ‘Lucania’, vol. II, Parte II, Discorso VII, a p. 373-374-375. L’Antonini, parlando della città della ‘Molpa’, una città che esisteva sul promontorio della Molpa di Palinuro (vedi immagine), ormai diroccata da quando fu distrutta da re Ruggero II d’Altavilla, scriveva che:

Antonini, Ruggero II distrugge la molpa, p. 374

Antonini, scriveva che: “Non passarono molti anni che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani e Saraceni, nel viaggio di Sicilia: e per vedere verso qual anno probabilmente la cosa succedette; convien sapere che quello molti viaggi fece da Sicilia in Regno, e dal Regno colà. Falcone Beneventano ne riferisce uno nel MCXXVIII (1128), dopo che dal Papa Onorio ebbe il titolo di Duca; un altro nel MCXXX (1130), o secondo altri nel MCXXIX (1129), all’or che andò per coronarsi in Palermo. Un’altro che due anni dopo, appresso la gran rotta, ch’ ebbe nè piani di Nocera (o nel MCXXXI (1131), quando colle navi cariche di spoglie ebbe a sommergersi: “Audivimus praeterea viginti , & octo navigia auro & argento onerata, & mobilium , quae de Civitatibus expoliaverat , in profundo maris se submersisse (1). Quindi si vede che per necessità dovette Ruggieri tant’altre volte tornare quì per ripartirne. Alcuni per tradizione dicono, che i Molpitani avendo preso ciò che dal naufragio d’una delle navi era al di loro lido approdato, senza volerlo restituire, l’avesse egli nel MCXXXV (1135) per vendetta saccheggiata, e smantellata di mura, che mai più si rifecero. Vogliono altri ( e questa sentenza appare la più verosimile) ch’ essendosi sparsa per l’Italia novella della morte di Ruggieri, tutti, o la maggior parte dè luoghi del Regno si sollevarono, fra quali anche la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: ed essendo Ruggieri velocemente quì accorso, ne smantellò le mura, come fece a Melfi ecc..(2). L’Antonini (…), alle sue note (1) e (2), postillava: “Capecelatro, sua Storia, part. I, libro I, e l’Anonimo Cassinese, rapporta la distruzione di Alife all’anno MCXXXIII, ecc..”. L’Antonini (…), cita anche Rainulfo d’Alife, nemico acerrimo di re Ruggero II d’Altavilla di Sicilia. Secondo l’Antonini (…) che sulla scorta di Falcone Beneventano (…), Molpa, nell’anno 1135, era tenuta da un nipote del Conte Rainulfo di Alife.

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(Fig….) Antonini Giuseppe (…), brano tratto da Parte II, Discorso VII, pp. 374-375

Nel 1137 (?), il privilegio dell’Imperatore tedesco Lotario III al “monastero di S. Arcangelo” di S. Severino o Celle di Bulgheria

L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; e se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. Se adunque chiamavasi Cilento un luogo posto fuor del corso dell’Alento, etc…”. Dunque, l’Antonini citava tre fonti da cui egli dice aver tratto le dette notizie. Antonini cita una carta o un diploma conservato presso l’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni; cita pure Scipione Ammirato ed infine cita l’Abate Gattola (…) che ci parla del privilegio di Lotario III. L’Antonini, a p. 279, in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura….e, se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86. ”. L’Antonini, sempre sul privilegio di Lotario III, a p. 348 narra che: “Era già qui vicino, cioè nel luogo chiamato le Celle, e dove ancora i vestigj se ne veggono, un Monistero di Benedettini (siccome sopra si è detto) ed apparisce da un privilegio dell’Imperatore Lotario riportato dall’Abate Gattola’, ed in questo Monistero accadde il miracolo del figlio di Ruggiero da Sanseverino, etc…”. Antonini scriveva pure che questo antico Monastero forse benedettino “se ne fa menzione in un Privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Storia Cassinese, fol. 86.”. Infatti, l’Abate Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86 cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e, nel vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”.  

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L’Antonini a p. 279 della Parte III (e non IV) parla del miracolo di S. Pietro Pappacarbone e del figlio di Ruggiero Sanseverino, leggenda tratta da un racconto della vita di Pietro Pappacarbone di Ugo da Venosa (…). Dunque, l’Antonini, lega il monastero in questione, di cui dice essere nel luogo vicino “le Celle” con la questione dell’antico privilegio di Lotario III e con la questione che secondo lui ivi è accaduto il mircolo del figlio di Ruggero Sanseverino. A questo punto però mi chiedo se, nonostante l’eventuale abbaglio dell’Antonini zio (Giuseppe), il monastero di Benedettini, eventualmente di S. Arcangelo, posto nel luogo, come voleva l’Antonini, detto le Celle, esisteva o non era mai esistito perchè l’Antonini non l’avesse mai conosciuto ?. L’Antonini a p. 279 dice pure che di questo antico monastero di S. Arcangelo posto nel luogo detto le “Celle” : “se ne fa menzione in un privilegio di Lotario III. rapportato dall”Abate Gattola’ nella ‘Stor. Cassinese. fol. 86’.”. L’Antonini, parlando del Monastero di S. Arcangelo cita l’antico privilegio dell’Imperatore Lotario III che era stato “rapportato” dall’Abate Gattola (…) che lo riportava in ‘La Storia Cassinese‘, fol. 86. Infatti, anche il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ecc..”. Si tratta di Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86. Infatti, Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. L’Abate Gattola (…), suo vol., fol. (pag.) 86, riportava le seguenti parole: “S. Severini, S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano: Monasterii S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III. S. Pancratii, & S. Benedicti in Lauriano in Privilegio Ludovici I. Imperatoris; eiusdemque in illis Lotharii I, Othonis III, & apud Lubin pag. 186.”. Dunque, l’Abate Gattola (…), scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che: Il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III.”, poi prosegue e parla di altri monasteri come quello di “S. Pancrazio” etc…Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, dove si parla dei Diplomi e privilegi Cassinesi, Venezia, 1733, Tomo I, a p. 86, cita il documento citato dall’Antonini (…), anche se il Gattola (…), lo cita come “Monasterii S. Severini” e non Monastero di S. Arcangelo. Erasmo Gattola (….), nel suo ‘Historia Abbatiae Cassinensis per Saeculorum Seriem distribuita’, parlando della storia dei monasteri cassinesi o benedettini, a p. 86, in particolare scriveva che: “Monasteri S. Severini mentio est in privilegio Lotharii III.”, ovvero che “il monastero di S. Severino è menzionato nel privilegio di Lotario III”.

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(Fig…) Gattola Erasmo (…), op. cit., fol. (pag.) 86

Dell’antico Privilegio dell’Imperatore Lotario III vi è traccia solo nella citazione del Gattola (…) e, nella“carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava”, che vide l’Antonini. Da Wikipedia leggiamo che  Lotario II (III), detto anche Lotario di Supplimburgo (in tedesco Lothar von Süpplingenburg) (1075 – Breitenwang, 4 dicembre 1137), è stato Rex Romanorum e d’Italia dal 1125 al 1137 e Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1133. Innocenzo II e Lotario II di Supplimburgo concentrarono a maggio nel 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole e si accamparono per tutto il mese. Mentre l’esercito imperiale giunse fino a Bari, che venne devastata. Poi assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga: il Sovrano aveva compreso che non poteva ostacolare l’esercito imperiale e si era rifugiato in Sicilia. Le forze congiunte, Imperiali e Papaline, quindi conquistano la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il pontefice tenne il concilio di Melfi nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore, delegittimò Ruggero II di Sicilia, della Casata Altavilla, in favore di Rainulfo di Alife, della Casata Drengot, nuovo duca di Puglia. Ma ben presto sorsero contrasti tra Lotario e Innocenzo sul possesso del ducato delle Puglie fino all’elezione congiunta del duca Rainulfo, mentre anche nell’esercito serpeggiava il malcontento. L’Antonini, a p. 279 scriveva pure che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che di questo monastero si parla in Scipione Ammirato (…), al suo ‘Delle famiglie nobili napoletane‘, pubblicato nel 1580. Scipione Ammirato (…), parlando dei Sanseverino, ed in particolare del Conte di Marsico Rainaldo Sanseverino, a p….., in proposito scriveva che:….L’Antonini, a p. 279 parla del monastero di S. Severino o anche detto di “S. Arcangelo”, ed in proposito scriveva che: “……Il Monistero di S. Arcangelo (che si dice ‘in territorio Cilenti’) era presso il territorio di S. Severino, nel luogo detto ancora oggi ‘le Celle’, secondo ce ne assicura …….una carta da noi veduta nell’Archivio stesso della Cava, e ‘Scipione Ammirato’, sul Principio della Famiglia Sanseverino; etc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che del Monastero di S. Arcangelo presso il territorio di S. Severino veniva citato nel testo di Scipione Ammirato (….), “Delle famiglie nobile napoletane” dove egli parla del “Principio della Famiglia Sanseverino”. Di ciò che scrive Scipione Ammirato (…) parlerò in seguito.

Nel 1144, la Molpa nel ‘Catalogus Baronum’, Niel di Pisciotta e Florio di Camerota

Il barone Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “………………”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 318 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Prima notizia sicura del villaggio nel ‘Catalogus baronum’ (8) che come ho dimostrato venne compilato tra il 1144 e il 1148 (9). “Florius de Cammarota”, signore di Corbella, possedeva anche il feudo “quod Niel de Pissocta de eo tenebat”che significa che lo teneva Niel di Pisciotta sottoposto a Florio di Camerota, feudatario della zona.

Molpa e Pisciotta all’epoca di Federico II di Svevia

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 318 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Altre notizie in età Sveva. Galvano Lancia aveva avuto da re Manfredi il Principato di Salerno con il titolo di conte, il castello di Pisciotta, e beni feudali a Giffoni. Oltre questi anche il casale di S. Cecilia di Eboli che re Carlo poi restituì a Filippa, moglie di Gilberto di Fasanella, la quale aveva preso parte con il marito alla congiura contro Federico II e che fortunosamente era riuscita a scampare fuori del Regno (10).”. Ebner, a p. 318, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Capasso, cit., p. 345 sgg.”.

Enrico VI di Svevia

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(Fig….) Pietro da Eboli, miniatura che rappresenta l’Imperatore Enrico VI a Salerno

Enrico VI di Hohenstaufen (Nimerga, 1° Novembre 1165 – Messina, 28 settembre 1197) è stato re di Germania (1190-1197), imperatore del Sacro Romano Impero (1191-1197) e re di Sicilia (1194-1197). Quando Enrico VI successe nel trono al padre (1191), decise subito di riconquistare il Regno di Sicilia, supportato anche dalla flotta della Repubblica pisana, da sempre fedele all’imperatore. Tuttavia, la flotta siciliana riuscì a battere la flotta pisana; l’esercito di Enrico, anche a causa di una serie di eventi sfortunati (fra tutti una pestilenza), fu decimato. Inoltre, Tancredi riuscì a catturare ed imprigionare a Salerno la zia Costanza, moglie di Enrico. Per il rilascio dell’imperatrice Tancredi pretese che l’imperatore scendesse a patti con un accordo di tregua. Quale gesto di buona volontà, acconsentì a consegnare Costanza a papa Celestino III che si era offerto quale mediatore; durante il viaggio verso Roma, però, il convoglio fu attaccato da una guarnigione imperiale e l’Imperatrice liberata. Tancredi perse così il prezioso ostaggio, e la tregua non venne stipulata. Nel febbraio del 1194, Tancredi di Lecce re di Sicilia morì di una malattia non meglio precisata, mentre era impegnato in una campagna nella parte peninsulare del regno per ridurre all’obbedienza i suoi vassalli di fede imperiale. Enrico VI, nel frattempo, col sostegno delle flotte genovesi e pisane e con la forza delle armi, dopo essersi garantito la neutralità dei Comuni lombardi col Trattato di Vercelli del 12 gennaio 1194, sottometteva la Sicilia. Nell’autunno del 1194, ricevette, a Troia, il giuramento di fedeltà dei feudatari rimasti fedeli agli Altavilla. Enrico riuscì a salire al trono di Sicilia insieme alla moglie Costanza, con un sanguinoso intervento armato nel dicembre 1194, destituendo il giovane Guglielmo III, ponendo così fine all’esistenza autonoma del Regno di Sicilia. Lo storico Ettore Bruni (…), riguardo l’Imperatore tedesco Enrico VI di Hoenstaufen (della casata Sveva), nella lotta di successione al Regno di Sicilia tra Tancredi d’Altavilla (Tancredi di Lecce), IV re di Sicilia dopo la morte di re Guglielmo II detto il Buono, scriveva che:  “La buona fortuna sembrò inizialmente accompagnare il Regno di Enrico VI (1190-1197), che stabilì la sua sede a Palermo. In pochi anni già era riuscito a vincere gravi opposizioni nell’Italia meridionale e ad aggiungere alle corone di Germania e d’Italia anche quelle del Regno di Puglia e di Sicilia (dove alla morte di Guglielmo II il Buono, nel 1189, erano sorte aspre contese, specialmente in Sicilia, contro i diritti al trono di Enrico VI). Ma in Sicilia dove aveva compiuto tante stragi per assicurarsi il potere, egli perse la vita).”. Riguardo l’epoca Sveva, Lucio Santoro (…), nel suo  Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli, stampato nel 1982, nella sua nota (14) a p. 31, così postillava in proposito che: “14. Dopo la morte di Guglielmo II, l’imperatore Enrico VI venne in Italia per prendere possesso del Regno spettante alla moglie Costanza ed anche per combattere gli oppositori appartenenti all’altro ramo della casa regnante normanna. Le lotte che avvennero nell’Italia meridionale in quel tempo sono documentate dal ‘Carme’ di Pietro da Eboli, che illustrò nel suo poema le varie fasi della guerra, e dall”Epistola’ di Ugo Falcando a Pietro tesoriere della chiesa di Palermo. Cfr. G.B. Siracusa, ‘Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli secondo il cod. 120 della Biblioteca Civica di Berna, Roma, 1906. Le fonti sono ambedue di grandissima importanza, soprattutto come efficace rappresentazione dello stato politico e morale esistente nel regno nell’atto in cui la dinastia normanna si estingueva e quella sveva si apprestava a succederle. Gli eventi del periodo federiciano sono narrati da Riccardo di S. Germano. La sua ‘Cronaca’ è stata pubblicata per la prima volta in F. Ughelli, ‘Italia sacra, Romae 1664, è successivamente, in E. Gattola, ‘Ad historiam Abbatiae cassinensis accessiones, Venetiis 1734, pp. 770 sgg.”Scriveva Infante (…), che: intanto nel 1186, l’Italia Meridionale, con il matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio di Barbarossa, non era più soggetta al dominio Normanno ma diventava Sveva. In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale”. Scrivono i due studiosi che: “In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…)”. Scrive Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, che: “Soprattutto sotto il regno di Costanza d’Altavilla, sposa e vedova di dell’Imperatore Enrico VI, i feudatari normanni avevano usurpato molti titoli e proprietà, specie a danno del demanio regio e della Badia di Cava.”. Il Cataldo (…),  a pp. 29-30, parlando di Policastro, scriveva che: L’Italia meridionale nel 1186, col matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio del Barbarossa (Federico I di Svevia), usciva dal dominio Normanno e passava definitivamente a quello degli Svevi.”. Infatti, il Cataldo (…), a p. 19, dice che: “Guglielmo II, non avendo figli, cioè eredi, cedè il trono alla Casa di Svevia in seguito al matrimonio della zia Costanza d’Altavilla con Enrico VI di Hohenstaufen, figlio di Federico Barbarossa (1186), ecc..”. Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. II, a p. 362, nella sua ‘Cronologia dei fatti’ per l’anno 1189, in proposito scriveva che: “Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Ruggiero conte d’Andria si oppone colle armi a Tancredi, il quale accorre coll’esercito nella Puglia e sottomette i ribelli. Arrigo Testa maresciallo di Errico VI imp. scende nel regno contro Tancredi con numeroso esercito, e sacchegia tutti i luoghi presi, tra i quali Corneto di Puglia che distrugge dai fondamenti, e se ne ritorna in Alemagna. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi. L’imp. Errico VI ed il re Tancredi proseguono la guerra nel Regno. Muore il re Tancredi, gli succede il figlio Guglielmo III poi Errico VI. L’imp. (a. 1194) Errico VI sottomette la Puglia e la Sicilia, devasta Salerno, vi fa prigioni Guglielmo III e la madre Sibilla, e regna tirannicamente, primo dei Svevi nel regno di Puglia. Nasce ad Esi nella Marca d’Ancona, Federigo II dall’imp. Costanza. Errico VI se ne torna in Alemagna conducendo seco i prigionieri reali ed il ricchissimo tesoro dè re Normanni nonchè i proventi delle confische (a. 1195). L’imp. Errico ritorna in Sicilia con 60 mila Tedeschi e fa crudelissimo  sterminio dè Normanni; ma i baroni sollevati dall’imp. Costanza fanno strage dè Tedeschi e tengono assediato Errico, il quale venuto a patti si pacifica coll’imperatrice (A. 1195). Muore l’imp. Errico VI gli succede il figlio Federico II di tre anni (a. 1197). Ecc..”. La cronologia dei fatti dopo la morte di re Guglielmo II il Buono nel 1189 e l’ascesa di Costanza d’Altavilla e il marito Enrico VI, primo della dinastia Sveva. Non sappiamo tantissimo delle nostre terre a quell’epoca, ovvero dopo l’anno 1189. Il Di Meo (…), riguardo l’epoca della III Crociata e la figura di re Guglielmo II, cita anche i cronisti Pietro da Eboli che gli dedicò un carme e Riccardo di San Germano (…). Riccardo di San Germano (in latino ‘Richardus o Ryccardus de Sancto Germano’; San Germano, ovvero l’odierna Cassino, 1170 circa – 1243) fu un cronista, autore di una ‘Chronica’ dei fatti avvenuti in Italia, ma in particolare nel Regno di Sicilia, tra il 1189 e il 1243. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicilia, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. Per la ‘Chronaca’ di Riccardo di San Germano (…), si veda Ryccardi de Sancto Germano notarii Chronica’, a cura di Carlo Alberto Garufi, Bologna, Nicola Zanichelli, 1937-1938, LIV, 312 p., [4] c. di tav.; facs.; 32 cm; il volume è composto dai fascicoli 296, 301, 317/318; in alcune tirature inizio di stampa 1936, fine 1938, che si trova anche nel “Rerum Italicarum Scriptores”, a cura di Giosue Carducci e Vittorio Fiorini, Tomo VII, ed. Città di Castello, 1916, contenuta anche nell’edizione palatina del Muratori, vol VII. Lo troviamo anche in Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Ad Historiam Abbatiae Cassinensis accessiones’, vol. II, Venezia 1734, pp. 766-820. Di quel tempo, Nicola Acocella (…), nella sua ‘Salerno Medievale d altri saggi a cura di Antonella Sparano’, edito nel …………., a p. 68, parlando delle fortificazioni a Salerno, in proposito nella sua nota (191) postillava che: “Poco più di un sessantenio più tardi, dal 1191 al 1194, quando la maggioranza dei Salernitani, ligia con l’arcivescovo Niccolò d’Aiello alla causa nazionale di Tancredi  d’Altavilla, dovette sottomettere la lotta contro il partito barnale seguace di Enrico VI, si arroccò saldamente proprio nella ‘Turris Maior’ (Pietro da Eboli, ‘De rebus siculis carmen’, ed. Siragusa, Roma, 1905-6, p. 35 sgg.; ed. Rota, R.I.S. 2, cit.,  XXXI, p. I, pp. 64-68).”. Dunque, Nicola Acocella (…), sulla scorta del ‘Carme’ di Pietro da Eboli, scriveva che a quel tempo, tra il 1191 e il 1194, Salerno e credo pure Policastro e tutto il basso Cilento, patteggiarono per la fazione a favore di Tancredi re di Sicilia, che dovette difendersi dall’assalto dell’Imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla per la conquista del Regno di Sicilia. L’Acocella, citava anche Niccolò d’Aiello, Arcivescovo di Salerno, alleato di Tancredi d’Altavilla.  Niccolò d’Aiello (Salerno, … – Salerno, 10 febbraio 1221) arcivescovo di Salerno dal 1181 alla morte. Era il secondogenito del cancelliere del Regno di Sicilia Matteo da Salerno. Fu un consigliere fidato alla corte di Tancredi di Sicilia ed uno degli attori della guerra di successione che contrappose quest’ultimo all’imperatore Enrico VI. Ai tempi in cui Enrico marciava per assediare Napoli nel 1191, le frange dei salernitani fedeli all’imperatore inviarono una lettera al sovrano promettendogli ricovero. L’arcivescovo Niccolò d’Aiello, la cui famiglia era ostile agli Hohenstaufen, dovette allora abbandonare Salerno per Napoli; qui prese il comando per la difesa della città allorché Riccardo di Acerra fu ferito. Insieme all’ammiratus ammiratorum Margarito da Brindisi protessero con successo la città e costrinsero l’imperatore ad abbandonare l’assedio. Tuttavia ciò ebbe poco effetto sugli esiti della guerra. Infatti Enrico fu incoronato il 25 dicembre del 1194 a Palermo ed alla cerimonia furono presenti non solo Niccolò ma anche Riccardo di Acerra, Margarito e la regina Sibilla. Quattro giorni dopo furono tutti arrestati con l’accusa di cospirazione (probabilmente inventata) e trasferiti nelle prigioni tedesche. Qui Niccolò rimase per diversi anni, malgrado le intercessioni di papa Innocenzo III. Enrico, dopo si diresse verso sud per conquistare il regno di Sicilia. In contrasto con i disegni paterni, egli voleva fare del Regno di Sicilia un feudo personale degli Hohenstaufen e con l’assedio di Napoli. Durante questo assedio, Salerno aprì le porte ad Enrico VI, il quale vi lasciò l’imperatrice e consorte Costanza d’Altavilla, poiché la sua inferma salute fosse curata dai famosi medici della città. Tancredi di Lecce, grazie all’abilità del suo ammiraglio Margarito, riuscì anche a catturare e imprigionare Costanza a Salerno. Per il rilascio dell’imperatrice il re normanno Tancredi di Lecce pretese che Enrico VI scendesse a patti con un accordo di tregua. Tancredi, pensò di consegnare Costanza a papa Celestino III che si era offerto quale mediatore; durante il viaggio verso Roma, però, il convoglio fu attaccato da una guarnigione sveva e l’imperatrice liberata. Lo scrittore Salvatore Tramontana (…), parlando di Tancredi di Lecce, al tempo dell’Imperatore Enrico VI, scriveva che: “Le miniature di Pietro da Eboli e un passo del ‘Chronicon Sancti Bartolomei de Carpineto’, farebbero invece pensare ecc.…” e, postillava nella sua nota (13) sugli “Annales Cassinenses, a cura di G. Pertz, MGH, SS, XIX, Hannover, 1866, p. 314.”. Riguardo il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto’ (…). Gli ‘Annales Cassinenses’ o ‘Chronicon Anonimo Casinensis’, di Domenico Alberico, pubblicato dal Muratori A.L. (…), in ‘Rerum Italicarum Scriptores’, Tomo V, p. 135 e sgg, è un’opera tra le più importanti della storiografia medievale italiana, la ‘Chronica monasterii Casinensis’ di Leone Marsicano o Leone Ostiense. Nella sua prima stesura risale agli anni immediatamente successivi al 1099, opera di Leo Marsicanus, noto anche con lo pseudonimo di Leo Ostiense è stato un monaco bibliotecario, cronista e storico dell’Abazia di Montecassino. Di questo ‘Chronicon’ (…), si veda p. 143 del Muratori (…), anni MCXCIII e sgg., nell’immagine ivi:

Muratori, p. 145

(Fig.…) ‘Chronica monasterii Casinensis’ di Leone Marsicano o Ostiense, tratta da ‘Rerum Italicorum Scriptores’, del Muratori (…), anni MCXCIII, p. 143.

Nel 1193, Enrico VI di Svevia distrusse la Molpa

Angelo Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di Molpa, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…), scrivendo:  “Nuovo saccheggio Molpa subì nell’anno 1193, quando l’Imperatore Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa e marito di Costanza d’Altavilla, per vincere le gravi opposizioni e i profondi contrasti sorti al momento della sua ascesa al trono in tutta Italia meridionale, dovette operare distruzioni e stragi per assicurarsi il potere (16).”. Il Guzzo postillava alla sua nota (16) che la notizia era tratta da “Ettore Bruni-Signorelli, I fatti e le Idee, 1967, vol. I, p. 67.”. Devo però precisare che la notizia citata dal Guzzo, non è affatto riportata da Ettore Bruni. Il Bruni (…), citato dal Guzzo (…), non dice nulla della notizia riportata dal Guzzo (…): “Nuovo saccheggio Molpa subì nell’anno 1193, quando l’Imperatore Enrico VI,”. La notizia citata dal Guzzo (…), proviene dall’Antonini (…).  Dal punto di vista strettamente bibliografico, la notizia è tratta dalla bibliografia antiquaria ed in particolare dall’Antonini (…). L’Antonini (…), che nella sua ‘Lucania’, vol. II, Parte II, Discorso VII, a p. 375, parlando della città della ‘Molpa’, una città che esisteva nei pressi dell’attuale promontorio della Molpa di Palinuro, ormai diroccata da quando fu distrutta da re Ruggero II d’Altavilla, scriveva che: “Ma la sua sorte portolla ad esser saccheggiata anche dall’Imperador Arrigo, allora che nel MCXCIII per la seconda volta calò in Italia; e secondo scrive ‘Ottone di S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal sig. Muratori nella sua ‘Scrittori Medii Aevi, molte città del Regno: ‘Aut expugnatas destruxit, aut in deditionem accepit, inter quas praecipue Salernum & c.’ ”. Dunque l’Antonini (…), citava il passo tratto dalla cronaca della di Ottone di S. Biase (…).

Antonini, p. 375, parla di Federico Barbarossa

(Fig….) Antonini Giuseppe (…), brano tratto da: Parte II, Discorso VII, p. 375.

L’Antonini (…), dunque, sulla scorta della ‘Chronaca’ di Ottone di San Biase che scriveva che: Aut expugnatas destruxit, aut in deditionem accepit, inter quas praecipue Salernum & c.”, ovvero che: “Molte città furono distrutte e prese d’assalto, per ricevere la loro resa, le quali innanzitutto Salerno.”. L’Antonini, riguardo la città oggi in ruderi di ‘Molpa’, sosteneva che: “Ma la sua sorte portolla ad esser saccheggiata anche dall’Imperator Arrigo, allora che nel 1193, per la seconda volta calò in Italia;”. L’Antonini (…), sulla scorta di questa ‘Chronaca’ del tempo, il ‘Chronicon’ di Ottone di S. Biase (…), sosteneva che la città della ‘Molpa’, nell’anno 1193, era stata saccheggiata anche dall’Imperatore ‘Arrigo’, quando era sceso per la seconda volta in Italia. L’Antonini si riferiva all’Imperatore Enrico VI di Svevia, figlio di Federico I Barbarossa e marito di Costanza d’Altavilla. L’Antonini (…), citava l’interessante riferimento bibliografico, scrivendo “….e secondo come scrive ‘Ottone da S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal Sig. Muratori fra gli ‘Scrittori Medii Aevi’”. Della terribile repressione dell’Imperatore Svevo, Enrico VI, ‘Arrigo’ per l’Antonini (…), ha accennato lo scrittore Salvatore Tramontana (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi‘, a p. 58-59, dove ci parla di una terribile repressione verso i ribelli nel Regno di Sicilia (Regno di Napoli), messa in atto da Enrico VI, marito di Costanza d’Altavilla, nell’anno 1197. Scrive il Tramontana (…): “Nel mese di giugno, appena tornato dal Levante, Enrico VI soffocava nel sangue una rivolta con la quale anche Costanza sembra fosse connivente.”. Il passo del Tramontana, non si riferiva alla seconda venuta in Italia (a. 1193) dell’Imperatore Enrico VI di Svevia ma era riferito ad un altro episodio, allorquando cioè Enrico VI dovette combattere contro la sua stessa moglie, Costanza d’Altavilla che era a quel tempo reggente del Regno di Sicilia, essendo morto Guglielmo II d’Altavilla, lasciando il Regno senza eredi e Tancredi di Sicilia. Credo che l’Antonini, (…), citando il passo della ‘Chronaca‘ di Ottone di San Biagio (…), si riferisce all’anno 1193, la notizia storica che coinvolge la città della Molpa e forse pure Policastro e ‘Castello di Mandelmo’ (a Castelluccio di Licusati, situato nel Comune di Camerota (vedi immagine). La notizia è da riferirsi a dopo l’incoronazione d’Imperatore di Enrico VI, avvenuta nel 1191 dopo la morte di suo padre Federico I detto il Barbarossa. Scrive il Tramontana (…), a p. 57 che: “Solo alla morte di Tancredi di Lecce, avvenuta a Palermo il 10 febbraio 1194. In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia.”. Credo che la notizia citata dall’Antonini si riferisca all’anno 1193, ovvero a quando l’Imperatore Enrico VI di Svevia, dopo la morte del padre Federico I detto il Barbarossa, cercò di riprendersi il Regno di Sicilia. L’Antonini (…), ci parla dell’Imperatore  Arrigo”, che, sceso in Italia per la seconda volta, nell’anno 1193, mise a ferro e a fuoco molte città del Mezzogiorno Normanno, tra cui, Salerno, la Molpa e Policastro. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), cita i fatti dell’epoca, sono stati raccolti dal monaco benedettino Ottone di S. Biase (…), o  la ‘Chronaca’ di Ottone da San Biase’, come lo chiama l’Antonini. L’Antonini (…), postillava che la ‘Chronaca’ di Ottone da San Biase era stata pubblicata dal Muratori. Il Di Meo (…), diceva che il Pappebrochio (…), scriveva coll’autorità di Ottone di S. Biase. Dunque, secondo il Di Meo (…), lo storico Pappebrochio (…), scriveva sulla scorta di Otone di S. Biase (…). Daniel Papebroch è stato un gesuita, storico e diplomatista belga, chiamato in Italia Pappebrochio (…). Daniele Papebrochio è uno storico e dotto bollandista che nel ‘600, da cui ha attinto lo stesso Antonini (…), il quale nel 1685 pubblicò i ‘Notamenti’ (o Diurnali) di Matteo Spinelli da Giovinazzo, traducendo i testi napoletani in latino, poi riconosciuti nel 1868 da W. Bernardi come una falsificazione. Il monaco citato dall’Antonini (…), Ottone di San Biagio, continuò la ‘Chronica’ di Ottone di Frisinga. La ‘Chronaca’ di Ottone di Frisinga (…), fu continuata fino all’anno 1210 da Ottone abbate di San Biagio. Su Ottone Abate di San Biagio, ha scritto il Tramontana (…), a p. 59, nel suo  ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., postillava su Ottone di San Biagio, alla sua nota (16), scriveva: “Ottone di San Biagio, Chronica, a cura di A. Hofmeister, MGH, Scriptores Rerum Germanicarum in usum scholarum, Hannover-Leipzig, 1912, c. 45, p. 71.”. Il Muratori (…), ha pubblicato la ‘Chronaca’ di Ottone Abate di San Biagio (…), citato dall’Antonini (…), in ‘Rerum Italicarum Scriptores’, vol. VI, p. 863 e sgg., di cui quì riportiamo un estratto: 

muratori, p. 863

(Fig….) Muratori (…), p. 863, vol. VI

Nel Tomo X della Nuova Enciclopedia popolare del 1848, si scrive di Ottone di San Biagio che egli scrisse una ‘Chronaca’, continuando l’opera di un altro prelato dell’epoca Ottone da Frisinga (…), che scrisse una ‘Chronaca’ sulla vita di Federico I detto il Barbarossa fino all’anno in cui egli morì. Di Ottone di Frisinga (…), meglio conosciuta è l’opera di Ottone ‘Gesta Friderici imperatoris’ (Imprese dell’Imperatore Federico), scritta per desiderio di Federico I detto il Barbarossa, e introdotta da una lettera dell’Imperatore stesso all’autore. La ‘Chronaca’ su Federico Barbarossa, scritta da Ottone da Frisenga (…), fu poi continuata fino all’anno 1210 da Ottone Abate di San Biagio (…). Nella ‘Chronaca’ di Ottone Abate di San Biagio (…), citato dall’Antonini (…), nel Cap. XXXIX (39), si legge dell’anno MCXCIII (1193), si legge che: “Anno Dominicae Incarnationis MCXCIII. multis de cismarinis regionibus Cruce peregrinationis accepta, ad auxilium transmarinae Ecclesiae accendutur. Eodem anno Henricus Imperator contracto exercitu secunda vice Alpes transcendit, transitaque Italia & Tuscia in Campania arma  convertit. In quo itinere Richardum de Scerre Comitem sibique praesentatum, apud Capua patibulo suspendit ecc…”, la cui traduzione più o meno è la seguente:  Allo stesso tempo, il secondo anno di Enrico Imperatore, assemblato il suo esercito, ha attraversato le Alpi, transitaque in Campania, Italia e Toscana, rivolto le sue braccia. Richard modo visibile in cui il conteggio si presentò con una suspense croce Capua, ecc … “. Continuando il suo racconto, Ottone scriveva: “Deinde omnes civitates Campaniae, Apuliaeque aut expugnatas destruxit, aut in deditionem accepit: inter quas praecipuè Salernum, Baletum (82), Barram, multasque alias civitates fortissimas nimia inflammatus ira, pervasa inaestimabili praeda subvertit ecc..”.

Muratori, p. 895Muratori, p. 896,,,

(Fig….) ‘Chronaca’ di Ottone, Abate di San Biagio, Cap. XXXIX, p. 896

La cui traduzione è più o meno la seguente: Successivamente, tutte le città della Campania, e, Puglia, furono messe a ferro e a fuoco, o nella console hanno ricevuto la loro resa: fra i quali siamo principalmente a Salerno, Baletum (82), di carpe, e delle molte altre città del più coraggioso della sua troppo grande un trasporto di rabbia, era stata invasa, distrutto il bottino ha prezzo,…”. Il Muratori, nella sua nota (82), postillava che: “C. Ms. Barletum”. Se, come scrive l’Antonini (…), sulla scorta della ‘Chronaca’ di Ottone da San Biagio (…),  restiamo all’anno 1193, si tratta di “Henricus Imperator”, Enrico VI di Svevia. La notizia che riguarda l’anno 1193 in cui vi furono dei flagelli su Policastro da parte dell’Imperatore Enrico VI di Svevia, citata pure dall’Antonini (…), contenuta nella ‘Chronaca’ di Ottone da San Biagio, di cui abbiamo pubblicato l’estratto in Muratori, è citata anche a p. 50, nel testo di don Carlo Calà (…) del 1660, dal titolo Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’, che, sulla scorta di Carlo Sigonio (…), a p. 49, ci parla della storia degli Svevi e dell’Imperatore di Sicilia Enrico VI, padre dell’Imperatore Federico II di Svevia.

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(Fig….) Pag. 49 tratta da ‘Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’ (…)

Nel testo del 1660, si postillava che: “z nell’anno 1193, riferito da Besoldo, fol. 565.”, riferendosi all’anno 1193, scrivendo che: “E benchè Ottone di S. Biase (z) nabbia scritto che la morte del Conte successe nella seconda venuta d’Enrico in Italia, dicendo: “In Secunda in Italiam prosectione Henricus Imperator Riccardum de Scerre Comitem ditissimum apud Capuam suspendit patibulo capite deorsum verso”; con tutto ciò il certo è, che fu l’ultima venuta ecc….dell”Imperator ipse Alemania’ “. Il testo del 1660, scrive che: “Dicono che l’Imperatore venne con intenzione di sterminare totalmente i seguaci, e dipendenti della Casa dè Normanni, per causa delle cospirazioni fatte in sua assenza….Et nelle Croniche di Fossanova, & Annali d’Arnoldo y si legge, che detto Imperatore pose in ordine un’esercito di 60.000 huomini, col quale venne nel Regno di Napoli (ex Regno di Sicilia), e di quà partì per Sicilia, dove arrivò il 16 Gennaio 1197…”.

p. 50 della storia degli Svevi e Federico II.JPG

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(Fig….) Pag. 50 tratta da Carlo Calà (…) ‘Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’ di don Carlo Calà (…) (Archivio Attanasio)

Nel 1238, Nicola Mariconda dona al fratello Giustino

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “Un documento sicuro è invece l’inedito M 37 dell’Archivio Cavense (21), con il quale Nicola detto Mariconda, donò al proprio fratello Giustino, monaco cavense e priore della chiesa di S. Maria de Dommo di Salerno “integram medietatem” del diritto di pesca di aguglie e delle fosse marine nel tratto Salerno-Palinuro. Del territorio furono feudatari i signori di Pisciotta (v).”. Pietro Ebner scriveva che l’Antonini parlava a p. 154 ma sbagliava perchè è p. 353, I edizione, 1745, nel cap. VII. Sempre l’Ebner a p. 271 nella sua nota (21) postillava che: “(21) I, ABC, M 37, settembre anno 1238, XII, Salerno. Nella chiesa di S. Maria de Dommo, presente l’Abate cavense Leonardo e innanzi al giudice Matteo, Nicola, detto Mariconda, figlio del fu Pietro, pure detto Mariconda, ecc…” :

Ebner, vol. II, p. 271

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 33, nella nota (47) postillava che: “(47) Sul tema delle tonnare cfr. B. Centola, Le città del mare. La pesca con le tonnare in Italia, Avagliano, Cava de’ Tirreni 1999; su quelle di Palinuro cfr. pp. 70-72. L’antichità nell’attività è attestata da un documento cavense del settembre 1238, col quale il salernitano Nicola, detto Mariconda, pentito del suo ingiusto procedere, restituiva al fratello Giustino, monaco cavense, “integram medietem de iure acnum (aguglie) et de foveis marinis, in quibus pisces qui cusi et acus vocantur, capiuntur, ab hoc Salernitanam civitate, usque Palinudum” (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, p. 271, n. 21. Un documento angioino del 29 novembre 1269, del quale abbiamo solo il regesto, ricorda l’aggiudicazione della “Cabellam Camarotae, Melopue (sic), et Palinuri pro uncis auri 22″ (A.A. Scotti), Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824, vol. I, n. 8, p. 23”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Da un contratto in greco (20) si ha notizia di un fitto delle gabelle di Camerota, Palinuro e Melope per 23 oncie. Il villaggio continuò a subire danni dalle incursioni barbaresche.”. Ebner, a p. 173, nella nota (20) postillava che: “(20) Trinchera, Syllab. membr. ad r. Siclae pertinente, Napoli 1824, I, p. 23. Il contratto è del 22 novembre 1269.”. Credo che Ebner abbia fatto un errore postillando di Francesco Trinchera perchè il testo in questione non è del Trinchera ma è dello Scotti (…), ovvero A.A. Scotti, “Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824”, mentre il testo del Trinchera (….) è Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae”, Napoli, ed. Cataneo, 1865.  

Nel 1269, la Molpa in un documento pubblicato dal Trinchera

Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 190 e ssg. parlando di “Molpa”, nella nota (2) postillava: “.. – in una carta del 29 novembre 1269 (pubblicata in sommario, nel ‘Syllab. mebran. ad r. Siclae pertinent. Napoli, 1824, vol. I, p. 23) io trovo attestata la esistenza di Molpa; poichè vi si dà atto in fitto, per oncie 22, la gabella di Camerota, di Palinuro e di Melopae’.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Da un contratto in greco (20) si ha notizia di un fitto delle gabelle di Camerota, Palinuro e Melope per 23 oncie. Il villaggio continuò a subire danni dalle incursioni barbaresche.”. Ebner, a p. 173, nella nota (20) postillava che: “(20) Trinchera, Syllab. membr. ad r. Siclae pertinente, Napoli 1824, I, p. 23. Il contratto è del 22 novembre 1269.”. Credo che Ebner abbia fatto un errore postillando di Francesco Trinchera perchè il testo in questione non è del Trinchera ma è dello Scotti (…), ovvero A.A. Scotti, “Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824”. Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 33, nella nota (47) postillava che: “(47) Un documento angioino del 29 novembre 1269, del quale abbiamo solo il regesto, ricorda l’aggiudicazione della “Cabellam Camarotae, Melopue (sic), et Palinuri pro uncis auri 22″ (A.A. Scotti), Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824, vol. I, n. 8, p. 23”. Angelo Antonio Scotto, a p. 23, del suo “Syllabus membranarum ad Regiae Siclae Archivum pertinentium”,  a p. 23 riportava il documento n. 8, dove è scritto: “N. 8 – Olim Arca B. Fasciculus 49 N. 5. – 1269 Novembris 29. Indictione 13. Caroli I. anno V. Camarotae – Iohannes Iudex Camerotae, ut uxsequatur mandatum Ursonis Bombae Vicesecreti Principatus, et Terrae Beneventi, quod excribitur post subhastationem, et fideiussionem locat Thomasio de Salerno, et Nicolao Murmurio, Cabellam Camerotae, Molopae, et Palinuri pro unciis auri 22 ponderis generalis. Per Riccardum Notarium Camerotae.”, il cui significato è il seguente:  Giovanni Giudice di Camerota, per eseguire l’ordine di Ursone Bomba, vicesegretario del Principato, e della Terra di Benevento, che è scritto dopo l’asta, e dà in garanzia a Thomasio de Salerno e Nicolaus Murmurius, i capelli di Camerota , Molopa, e Palinuri per once d’oro di peso complessivo 22. Di Riccardo Notaio di Camerota.”

Nel 1269, Carlo I d’Angiò donò a ‘Gille o Gille de Blèmur’ (Egidio di Blemur) il Castello di Molpa e Camerota

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10). Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11). Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12). Da altri registri notizie di un ribelle locale (13) e della nomina a giudici di Camerota del magnifico Tancredi di Messina e Guglielmo Savarese (14) nonchè dell’ordine all’università di versare al fisco once 19 e tarì sette e mezzo per aver occultati 77 nuclei familiari (15). Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. Dunque l’Ebner riporta i riferimenti bibliografici di un certo Egidio de Blemur a Camerota all’epoca angioina e il castello di Molpa. Ciò che scrive l’Ebner non coincide con la nota (I) dell’Antonini (…) a p. 366. Devo far notare però che ciò che scrive l’Ebner e i studiosi coevi Pollastri (…) e Pispisa (…), riguardo il milite e feudatario Gibel (…) ne parlò Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Dunque, l’Antonini (…), scriveva che Carlo I d’Angiò tolse a Gil de Blemur” il castello della Molpa. Inoltre, l’Ebner si riferisce ad un ‘Egidio de Blemur’, feudatario di Camerota all’epoca angioina, ovvero negli anni 1270-1271-1272.  La stessa discrasia si ripete per il feudatario di Camerota “Gil de Blemur” quando ne parla l’Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. L’Antonini (…), scriveva che Carlo I d’Angiò tolse a Gil de Blemur” il castello della Molpa e invece il documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina pubblicato dal Filangieri (…) e citato dall’Ebner (…) ci dice il contrario.  L’Ebner si riferisce ad un Egidio de Blemur, feudatario di Camerota all’epoca Angioina, ovvero negli anni 1270-1271-1272 e dunque non si poteva trattare dello stesso Gil (normanno) di cui parlano i due studiosi Augurio e Musella (…), di cui parlerò innanzi. I due studiosi Augurio e Musella (…), parlano di “Gibel di Lauria”, feudatario della Contea di Lauria. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un Bartolomeo “Proditor” che possedeva beni a Policastro in epoca Angioina e la notizia di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è ‘Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10).”, e nella sua nota (10) postillava che:  “(10) Reg. ang., 4, f 148 t = vol. I, Napoli 1950, p. 294, n. 407. “Datum in obsitione Luceriae, XX julie, XII ind. “Castel Macopa” = Malopa = Molpa. Cfr. Reg. 14, f 148 = vol. X, Napoli, 1958, p. 10, n. 36. Cfr. pure ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 107 t = vol. II, Napoli, 1951, p. 270, n. 141. Ma vedi ancora ‘ad a. 1271, et Melope in Principatu’ a Egidio di Blemur.”. Riccardo Filangieri (…), nel vol. I della ricostruzione dei Registri Angioini, a p. 287 (e non a p. 294), nel registro n. VI, riguardo il documento n. 407, in proposito scriveva: “407.- (Carlo I ordina che ritornino in possesso della R. Curia i castelli di Macopa (?), Camerota e S. Severino, tenuti già dal fu Guglielmo Gagliardo milite, “Datum in obsidone Lucerie, XX, Julii,  XX ind.”.) (Reg. 4, f. 148 t.).”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’ all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (11) postillava che:  ” (11) Reg. 10, f 41 = vol. VI, p. 132, n. 644. Anno 1270-1271.”Dunque, riguardo la nota (11), postillata da l’Ebner, andando al Registro della Cancelleria angioina n. XXII, a p. 132 del vol. VI, pubblicato dal Filangieri (…) troviamo scritto al n. 644: “644. – (Mandatum ut respondeatur Egidio de Blemur, mil., de iuribus et redditibus castrorum Camerote et Melope in Principatu, per Regem sibi concessorum) (Reg. 10, f. 41 t.).”. Il Filangieri a p. 132 del vol. VI postillava:  “Fonti: Chiarito, rep. cit., f. 57 t.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’ all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (12) postillava che:  “(12) Receptus est de hospitio Regis: Reg. 10, f 186 t = vol. VI, p. 389, 618.”. Dunque, riguardo la nota (12), l’Ebner scriveva che nel medesimo Registro, ovvero si riferiva al Registro della nota (11), ovvero al registro pubblicato da Riccardo Filangieri (…), nel vol. IV della ricostruzione dei Registri Angioini,  n. XXII, p. 389, n. 618. Il Filangieri (…), nel vol. VI della ricostruzione dei registri angioini, a p. 388 (non 389), nell’‘Indice analitico’ riportava: “Blemur (de) Egidio, mil., sig. di Camerota, 92, 131,  132, 339.”. Nel Filangieri (…), vol. VI, a p. 127, al n. 618 del registro XXII, si legge un’altra cosa. Nel Filangieri (…), vol. VI, a p. 92, al documento n. 362 leggiamo: “362. – (Mandatum de solvenda pecunia Egidio de Blemur)(Reg. 13, f. 89), e per il documento postillava: “Fonti: Chiarito, l.c.”. Sempre il Filangieri, vol. VI, a p. 131, citava il documento n. 638, dove è scritto: “638. – (Egidio de Blemur, mil. donat Rex castra Camerote et Malope in Principatu)(Reg. 10, f. 41).”. Per questo dcumento il Filangieri postillava: “Fonti: Sicula, l.c., Chiarito, l.c.”Sempre il Filangieri, vol. VI, a p. 339, nel registro XXII, citava il documento n. 1834, dove è scritto: “1834. – Egidius de Blemur receptus est de hospitio Regis) (ibidem).”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. E’ interessante ciò che scrive l’Ebner (…), su ‘Gil de Blemur’ nella sua nota (16) a p. 582 del vol. I postillava: “(16) Reg. 13, f 244 t = vol. VIII, p. 40, n. 26. I compilatori del vol. VIII misero in dubbio l’ubicazione nel Principato del castello, uno di quelli occupati da Guglielmo nel principato (v. a S. Nicandro). Cfr. Reg. 1272, f 121, X ind. = vol. VIII p. 183, n. 164: “Egidio de Balemur pro castro Camerote et Melope et pro castri sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue.”. Dello stesso documento di cui parla l’Ebner nella sua nota (16), ne parla la studiosa Sylvie Pollastri (…), sulla scorta di Enrico Pispisa (…), ‘Il Regno di Manfredi etc…’. Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc…”. Dunque, la Pollastri (…), cita Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, che a p. …, cita alcuni documenti tratti dalla Cancelleria Angioina e pubblicati dal Filangieri (…). In particolare il Pispisa (…), cita i documenti angioini pubblicati dal Filangieri (…), nel vol. VIII, da p. 183 a p. 193, dove a pp. 182 e 183 troviamo il documento del Registro XXXVII, che il Filangieri postilla essere tratto da “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668”, e dove troviamo tra i feudatari oggetti di donazioni da parte di Carlo I d’Angiò il: “; Edigius de Blemur pro castro Camerote et Melope et pro castro Sancti Nicandri.”. Lo stesso documento citato da Ebner lo troviamo nel vol. VIII dei Registri Angioini pubblicati da Riccardo Filangieri, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) dove a p. 182, leggiamo il documento integralmente trascritto n. 464 del Registro della Cancelleria Angioina n. XXXVII, dove nella nota a tergo a p. 183, leggiamo tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668.”. Nelle pagine seguenti la Donsì Gentile pubblica anche altri documenti sempre tratti dal Registro n. XXXVII. La Jolanda Donsì Gentile, a p. 112, scriveva che: “XXXVIII. – REGISTRUM CANCELLARIE – E’ questo il quarto ed ultimo registro del Cancelliere Simon De Paris, ed è il più importante perchè oltre a contenere le ‘Extravagantes’ comprendeva ‘Privilegia’ e varie rubriche minori.”. Nel documento integralmente trascritto leggiamo: “…, Comes Rogerius de Sancto Severino pro ipsa baronia Sancti Severini; Jacobus de Brussono pro terra habet in Nuceria ecc…; Egidius de Blemur pro castro Camerote et Malope et pro castro Sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue; ecc..ecc..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (17) postillava che:  ” (17) Reg. 27, f 70 t = vol. XIV, p. 171, n. 240: (“Mentio Egidius de Blemur mil., qui queritur quod, possidens castrum Camarote in Jusritiariatu Principatus, habet de castro ipso nonnula descripta et confinata bona alienata”). Cfr. Reg. 8, f 81 t = vol. XXII, p. 122, n. 91.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel vol. I, a p. 582, parlando di ‘Camerota’, parlando di Camerota all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nello stesso anno (1269) re Carlo I concesse a “Gille de Blemur (Gilles de Blèmur) castel Molope (Molpa), castel Camarote et casal Sant Gregor” (10). Nel 1270 re Carlo ordinò di elencare al milite Egidio di Blemur tutti i diritti e le rendite da vantare sui feudi di Camerota e Molpa (Malope) nel Principato, concessogli (11). Nel medesimo registro è notizia pure che il re accolse tra i suoi familiari il signore di Camerota (12). Da altri registri notizie di un ribelle locale (13) e della nomina a giudici di Camerota del magnifico Tancredi di Messina e Guglielmo Savarese (14) nonchè dell’ordine all’università di versare al fisco once 19 e tarì sette e mezzo per aver occultati 77 nuclei familiari (15). Vi è pure poi notizia (ad. a. 1271-1272) del dono a Giovanna, moglie di Egidio di Blemur, del castello di S. Nicandro (16), concessione resa esecutiva con successiva disposizione, confermata ancora in seguito (17).”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (10) postillava che:  “(10) Reg. ang., 4, f 148 t = vol. I, Napoli 1950, p. 294, n. 407. “Datum in obsitione Luceriae, XX julie, XII ind. “Castel Macopa” = Malopa = Molpa. Cfr. Reg. 14, f 148 = vol. X, Napoli, 1958, p. 10, n. 36. Cfr. pure ‘Liber donationum’, Reg. 7, f 107 t = vol. II, Napoli, 1951, p. 270, n. 141. Ma vedi ancora ‘ad a. 1271, et Melope in Principatu’ a Egidio di Blemur.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (11) postillava che:  ” (11) Reg. 10, f 41 = vol. VI, p. 132, n. 644. Anno 1270-1271.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (12) postillava che:  “(12) Receptus est de hospitio Regis: Reg. 10, f 186 t = vol. VI, p. 389, 618.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (13) postillava che:  ” (13) Anni 1269-1272. Reg. 6, ff 151-154 = vol. VII, P. 260.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (14) postillava che:  “(14) Reg. 10, f 41 = vol. VII, p. 15, n. 89.”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (15) postillava che:  “(15) Camerota pro focul. XXXVII, unc. XIX, tar. VII et mentium: vol. VIII, p. 239. Cfr. ad Agropoli.”. Di ‘Gil de Blemur’ è interessante ciò che Ebner (…), nella sua nota (16) a p. 582 del vol. I postillava: “(16) Reg. 13, f 244 t = vol. VIII, p. 40, n. 26. I compilatori del vol. VIII misero in dubbio l’ubicazione nel Principato del castello, uno di quelli occupati da Guglielmo nel principato (v. a S. Nicandro). Cfr. Reg. 1272, f 121, X ind. = vol. VIII p. 183, n. 164: “Egidio de Balemur pro castro Camerote et Melope et pro castri sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue.”. Dello stesso documento di cui parla l’Ebner nella sua nota (16), ne parla la studiosa Sylvie Pollastri (…), sulla scorta di Enrico Pispisa (…), ‘Il Regno di Manfredi etc…’. Riguardo i documenti che possono testimoniare a quali feudatari, tra cui quelli delle nostre zone, re Carlo I d’Angiò sequestrò i beni perchè avevano patteggiato con Manfredi, Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc…”. Nel vol. VIII, a cura di Jolanda Donsì Gentile (…) a p. 182, leggiamo il documento integralmente trascritto n. 464 del Registro della Cancelleria Angioina n. XXXVII, dove nella nota a tergo a p. 183, leggiamo tratto da: “Fonti: De Lellis, l. c. n. 668.”. Nelle pagine seguenti la Donsì Gentile pubblica anche altri documenti sempre tratti dal Registro n. XXXVII. La Jolanda Donsì Gentile, a p. 112, scriveva che: “XXXVIII. – REGISTRUM CANCELLARIE – E’ questo il quarto ed ultimo registro del Cancelliere Simon De Paris, ed è il più importante perchè oltre a contenere le ‘Extravagantes’ comprendeva ‘Privilegia’ e varie rubriche minori.”. Nel documento integralmente trascritto leggiamo: “…, Comes Rogerius de Sancto Severino pro ipsa baronia Sancti Severini; Jacobus de Brussono pro terra habet in Nuceria ecc…; Egidius de Blemur pro castro Camerote et Malope et pro castro Sancti Nicandri, quod tenet pro parte uxoris sue; ecc..ecc..”. Ebner (…), a p. 582, vol. I, nella sua nota (17) postillava che:  ” (17) Reg. 27, f 70 t = vol. XIV, p. 171, n. 240: (“Mentio Egidius de Blemur mil., qui queritur quod, possidens castrum Camarote in Jusritiariatu Principatus, habet de castro ipso nonnula descripta et confinata bona alienata”). Cfr. Reg. 8, f 81 t = vol. XXII, p. 122, n. 91.”. Dunque l’Ebner riporta i riferimenti bibliografici di un certo Egidio de Blemur a Camerota all’epoca angioina e il castello di Molpa. Ciò che scrive l’Ebner non coincide con la nota (I) di Antonini (…) a p. 366. Devo far notare però che ciò che scrive l’Ebner e i studiosi coevi Pollastri e Pispisa (…), riguardo il milite e feudatario Gibel (…) ne parlò Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania – Discorsi’, dove, a p. 366, parlando della Molpa, in proposito, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Malope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Vittorio Bracco (…), nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Laurito distrutta da Belisario inventore delle Moline Teberine sopra le Barche, quando scacciò da Roma i Goti, delle cui Reliquie fu edificata Cammerota di Marchesi (24), etc…”. Vittorio Bracco (…), che, nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 39-40, nella nota (24) postillava che: “(24)…..il luogo di Molpa, lungo il profilo della costa accidentata, è da riconoscere nei pressi di Capo Palinuro verso Camerota, e questo paese è generalmente indicato dalla tradizione come sopravvivenza del centro scomparso……Compresa probabilmente in età romana con Palinuro nel territorio di Velia, Molpa sarebbe stata distrutta nel Medioevo: già nel sesto secolo, come qui vuole l’Eterni o più tardi dai Saraceni, come ripetono altri. Ma un villaggio dello stesso nome dové risorgere e durare per un certo tempo in unione col paese di Camerota: ne abbiamo testimonianze precise per gli anni immediatamente successivi alla battaglia di Benevento (del 1266): cfr. Ebner, Economia e società, I, p. 272 e II, p. 102.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Economia e società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 272 parlando degli “Statuti di Camerota”, in proposito scriveva che: “Con Camerota (v.) il casale venne concesso nel 1271 da re Carlo a Egidio di Blemur.”. Sempre Ebner, a p. 102, vol. II, in proposito scriveva pure che: “Dai Registri angioini (1266-1267) si rileva la concessione di re Carlo “a Gilé de Belmur (di) casal Melope, castel Camerote e casal Sant Gregore”. Nell’archivio cavense una pergamena (ined. ABC, LV 110) del gennaio 1269, XI, segnala la compra-vendita di una vigna effettuata da Guido di Camerota. Nel 1271 il casale era ancora in possesso di Egidio di Blemur.”.

Nel 1459, il casale di S. Sergio (S. Serio), Sigismondo de Sangro, suo barone e la lite con Giacomo Morra, barone di Sanseverino

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”, p. 86, in proposito scriveva che: “Già all’epoca della signoria dei Morra i rapporti dei feudatari con i vassalli non risultarono sempre felici, come pure non mancarono controversie, giurisdizinali e di confini, con i feudatari vicini. Abbiamo ad esempio notizia di una controversia insorta nel 1459 tra Sigismondo de Sangro, barone di S. Sergio, e Giacomo Morra, barone di Sanseverino, a proposito di alcuni abitanti di S. Sergio che desideravano trasferirsi a Centola (20).”. Il Barra, a p. 86, nella nota (20) postillava che: “(20) “Atti del magnifico Gismondo de Sangro, possessore del casale di Sergio (sic), con lo magnifico Iacomo Morra, possessore della Terra di Sanseverino, e casale di Camerota, sopra la petizione di certi vassalli che habiano da rehabitare nel detto casale di Centola – 1459″ (ASN, Processi antichi della Sommaria, f 72, n. 5731).”.

Nel 1464, Camerota origina dalla scomparsa della città della Molpa secondo Scipione Mazzella

Secondo alcuni, l’origine del borgo di Camerota sia dovuta alla distruzione della città della Molpa. Infatti, nel 1601, Scipione Mazzella Napolitano (….), parlando di Camerota e di altri luoghi nel “Principato Citra”, a p. 79, del suo “Descrittione del Regno di Napoli”, in proposito scriveva che: “Scorgesi poi sopra un’alto monte Cammerota picciol terra, edificata (come dicono alcuni) dalle reliquie dell’antica città della Molpa, che poco discosto li stà.”. Sulle parole del Mazzella ha opinato Onofrio Pasanisi. Intanto questo passaggio del Mazzella è interessante perchè ci parla anche della “città” scomparsa della “Molpa” che sappiamo sia esistita. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Dunque, il Pasanisi ci fa notare e opinava che la notizia del Mazzella di una probabile origine del casale di Camerota dovuta alla fuga degli abitanti di Molpa non abbia fondamento in quanto l’ultima distruzione della Molpa avvenne nel 1464, quando le cronache registrano l’incursione barbaresca di Dragut Pascià. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”. Ciociano e prima ancora il Pasanisi facevano notare che nel 1464 Camerota contava diverse famiglie originarie del luogo e l’indagine focatica condotta su documenti anteriori al 1464 dimostra l’esistenza di Camerota da molti secoli prima. Può darsi, coe io credo che la distruzione della città di Molpa, che pure esisteva ed era fiorente, un città sorta alle falde del fiume Mingardo ed in parte sulla collina del promontorio, fece si che i casali vicini come Lentiscosa, Camerota e Licusati fossero scelti dai pochi scampati alla distruzione della Molpa. Sappiamo anche di Centola che si ingrandì proprio in seguito alle prime distruzioni della Molpa. 

Nell’11 giugno 1464, una incursione dei Saraceni d’Africa e la distruzione della Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 375-376-377, in proposito scriveva che: “…ultima sua ruina, poichè non essendo più tale, che potesse in quei confusi, scelerati tempi sicura mantenervisi la gente, cominciò pian piano a mancar di abitatori; e quei casali (I) ch’erano della Città dipendenti, pure cominciarono a fare lo stesso, in modo che nella final sua ruina del MCDLXIV pochi abitati ve ne erano. Finalmente toccolle vedere l’ultima sua desolazione, poichè essendo la notte degli undeci di Giugno MCDLXIV. sbarcati nel porto di Palinuro molti Saraceni d’Africa, sollecitamente e col dovuto silenzio s’avviarono alla Molpa….

Antonini, p. 375

Antonini, p. 376

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”. L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”Sulla distruzione della Molpa e di Pisciotta nel 1474 ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta, nella sua nota (7) postillava che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che fu saccheggiata: “…dai saraceni a più riprese (680-705-802-828-931-1113),…..ed infine dai pirati saraceni nel 1464, quando anche Pisciotta, apparteneva alla Molpa.”. Anche Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”. Su questa distruzione della Molpa, di Camerota ecc.., ha scritto anche Onofrio Pasanisi (…), nel suo saggio ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII. Questa notizia viene riportata pure dal sacerdote Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, dove, a p. 165 parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Alla fine, nel 1464, in occasione del saccheggio da essa subito per mano degli Arabi del Barbarossa, che nella notte dell’11 giugno l’assalirono violentemente, scacciandone gli abitanti e traendone prigionieri altri, i superstiti, dimoranti dapprima in “pagliare”, si ritirarono, come abbiamo detto innanzi, nel casale di Pisciotta (14).”. Il Vassalluzzo, a p. 165, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Silvestri A., La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956, pag. XII.”. E’ strano che il Vassalluzzo chiami questo corsaro d’Africa “Barbarossa”. Il Vassalluzzo, sempre in riferimento a questa notizia, a p. 152, parlando di Pisciotta, in proposito scriveva che: “Il suo sviluppo, questo borgo, lo ebbe verso la seconda metà del XV secolo, quando, nell’anno 1464, assalito e distrutto dai corsari musulmani il castello della Molpa, gli abitanti superstiti si rifugiarono su queste balze e ingrossarono il numero della popolazione già ivi esistente (4).”. Il Vassalluzzo, a p. 152, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cirelli F., op. cit., pag. 64. Giustiniani L., op. cit., t. VII, p. 205.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, a p. 206, del vol. VII, in proposito scriveva che: “Nel territorio di ‘Pisciotta’ non vi è nessun segno di antico, e si vuole dall’accennato Antonini essere stato dapprima un picciol casale della ‘Molpa’ secondo appare da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2), ed avea pochi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della ‘Molpa’. Quando questa città si distrusse nel 1464, da corsari di Affrica accrebbe poi di popolo la suddivisata ‘Pisciotta’. Nel catalogo dè Baroni sotto Guglielmo II si fa menzione di un tal Niel de ‘Pissocta’.”. Il Giustiniani, a p. 206, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Questa Relazione è negli atti del Duca di ‘Montelione’ nel S.R.C. in banca di ‘Litto’, presso lo scrivano Santelia.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 72, in proposito scriveva che: “I Saraceni, carichi di preda e seguiti da una lunga fila di schiavi, fecero ritorno nel porto di Palinuro e, prima che la notizia della loro feroce aggressione si diffondesse nei luoghi vicini, salparono alla volta dell’Africa (17). Gli abitanti scampati alla loro rapace avidità si diedero precipitosamente alla macchia e, dopo aver dimorato dapprima in “pagliare”, si rifugiarono in vari centri del circondario. La maggior parte di essi andò ad accrescere Pisciotta; altri si stabilirono nella vicina Centola; altri ancora nel piccolo casale di Castelluccio, a Camerota ed altri luoghi ancora (18). Il Re Ferrante (Ferdinando I d’Aragona) mosse lamentele a Maometto II, in Costantinopoli, per la distruzione della Molpa, ma tutto fu inutile, in quanto Maometto si scusò adducendo a discolpa la sua insufficiente autorità a punire che egli aveva nei confronti delle popolazioni dell’Africa (quali erano appunto i Saraceni)(19).”. Il Guzzo, a p. 72, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cirelli F., Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato – Napoli – 1835- p. 64”. Il Guzzo, a p. 72, nella sua nota (19) postillava che: “(19) G. Antonini – Op. cit., Vol. I – pag. 377; Archivio di Stato di Napoli – Sommaria Partium – 21 – c. 151.”. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”. Interessante, a questo proposito è ciò che scrisse il barone Giuseppe Antonini nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 376, dove in proposito scriveva che: “Altri andarono alla vicina Centola; parte n’andò in Cuccaro nove miglia lontano, e ‘l rimanente ne’ vicini altri luoghi (siccome a ciascuno meglio tornò grado) si disperde. Non dispiaccia nuovamente riferire le parole di ‘Merola’ su di questa distruzione: “Post Palinuri promontorium, in monte, qui mari imminet, ruinae conspiciuntur Oppidi Molpae a praedonibus subversi ad Melphin fluvium praeterfluentem”. Ci lasciò la stessa notizia ‘Leandro Alberti’, che cominciò a scrivere dell’Italia nel MDXXV., onde fresca era allora la memoria di sua ruina. Fece Re Ferrante alte doglianze di questo fatto in Costantinopoli con Maometto II, ma per allora gli fù risposto: che non avendo ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 319, parlando di ‘Pisciotta’ scriveva che: “Sia Cirelli (17) che il Giustiniani (18) ritengono che dopo la distruzione di Molpa ad opera dei corsari d’Africa (1464) si cercasse di rinforzare il più difendibile villaggio di Pisciotta che nel ‘400 faceva parte dei feudi dei Sanseverino, ecc..”.

Nel 1464, Pisciotta, casale di Molpa, distrutto dai corsari d’Africa

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Ebner (…), a p. 318, nella sua nota (7) scriveva che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Riguardo l’antico documento citato da Ebner nella sua nota (7), ovvero il ms. del notaio G.A. Ferillo o Ferrigno, un cronicon sull’origine di Pisciotta, ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”.

Nel 1464, Pisciotta e la Molpa nella ‘Cronaca’ (o Relazione) del notaio Giovanni Antonio Ferrigno o Ferrillo

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Ebner (…), a p. 318, nella sua nota (7) scriveva che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Riguardo l’antico documento citato da Ebner nella sua nota (7), ovvero il ms. del notaio G.A. Ferillo o Ferrigno, un cronicon sull’origine di Pisciotta, ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Il Barone Antonini (…), infatti, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc..”. Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 330 parlando di “Pisciotta”, in proposito scriveva che: “Due miglia poi sul mare, è la grossa Terra di Pisciotta (I), con un Monistero di Frati Francescani….ed a’ giardini danno, malamente dal Signor Gatta allogata nel ‘Vallo di Novi’ al fol. 300 della sua ‘Lucania Illustrata’. Tutte le frutta, e l’oglio sopra tutto, che in quantità grande produce, io lo ripongo fra i più belli del Regno. Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV fu da Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora Pisciotta un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno suo Cittadino (2), avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Ecc... L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “L’Antonini (37) contesta al Gatta ecc…e le rovine di Molpa distrutta nel 1494 dai “Corsari d’Africa”. Allora Pisciotta era, secondo il Ferrigno, casale della Molpa e contava pochi abitanti.”. Riguardo la relazione del Ferrino (….) citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Riguardo questo manoscritto, Pietro Ebner (…), a p. 172, parafrasando l’Antonini, nella sua nota (12), postillava sulla ‘Cronaca di S. Mercurio’, scriveva che: L’Antonini (p. 375) attribuisce a Molpa tre casali (S. Serio, Boregana e Castelluccio) e forse ancora un altro (Trivento), di cui non vi è altra notizia che quella citata dall’Antonini del 1546 (tavola Valente, f. 215, del processo innanzi al SRC tra Anonio Caracciolo e i suoi Creditori).”.

Postille di Antonini, p. 375

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’

L’Antonini (…), a p. 375, riguardo questi luoghi, nella sua nota (2), postillava che: “Questi casali erano S. Serio, Busagano, Castelluccio, siccome vedesi dalla relazione che ne fa nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”. Dunque, riepilogando, se nella sua nota (2), a p. 330, l’Antonini postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”, sempre l’Antonini, a p. 375, nella sua nota (2) postillava che: nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”, ovvero che l’Antonini ci dice che il manoscritto del Notaio originario di Pisciotta Giovanni Antonio Ferrigno doveva essere allegato in un Processo del Sacro Consiglio per Don Antonio Caracciolo…….

Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, a p. 206, del vol. VII, in proposito scriveva che: “Nel territorio di ‘Pisciotta’ non vi è nessun segno di antico, e si vuole dall’accennato Antonini essere stato dapprima un picciol casale della ‘Molpa’ secondo appare da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2), ed avea pochi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della ‘Molpa’. Quando questa città si distrusse nel 1464, da corsari di Affrica accrebbe poi di popolo la suddivisata ‘Pisciotta’. Nel catalogo dè Baroni sotto Guglielmo II si fa menzione di un tal Niel de ‘Pissocta’.”. Il Giustiniani, a p. 206, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Questa Relazione è negli atti del Duca di ‘Montelione’ nel S.R.C. in banca di ‘Litto’, presso lo scrivano Santelia.”.

Nel 1484, S. Serio (S. Sergio), casale vicino la Molpa, viene proposto al re per l’esenzione fiscale per la peste, mortalità e povertà

Su S. Serio ha scritto anche Vittorio Bracco (…), che, nel suo “La descrizione seicentesca della “Valle di Diana” di Paolo Eterni”, a pp. 39-40, nella nota (24) postillava che: “(24)…..il luogo di Molpa, lungo il profilo della costa accidentata, è da riconoscere nei pressi di Capo Palinuro verso Camerota, e questo paese è generalmente indicato dalla tradizione come sopravvivenza del centro scomparso……Compresa probabilmente in età romana con Palinuro nel territorio di Velia, Molpa sarebbe stata distrutta nel Medioevo: già nel sesto secolo, come qui vuole l’Eterni o più tardi dai Saraceni, come ripetono altri. Ma un villaggio dello stesso nome dové risorgere e durare per un certo tempo in unione col paese di Camerota: ne abbiamo testimonianze precise per gli anni immediatamente successivi alla battaglia di Benevento (del 1266): cfr. Ebner, Economia e società, I, p. 272 e II, p. 102.”. E quì il Bracco ci dice di Gillé de Blemur e della guerra del Vespro nel periodo Angioino di cui ho già detto. Inoltre, sempre accennando al casale di S. Serio, Bracco scriveva pure che: “Leggo poi che nel 1484 “i 6 fuochi di San Serio, già abitanti in Molpa distrutta dai mori e dimoranti in ‘pagliare’, per la loro estrema povertà venivano proposti al re…. per l’esenzione da ogni pagamento” (A. Silvestri, La popolazione del Cilento nel 1489, a cura della Camera di Commercio, Salerno, 1956, p. XII). Quanto alla famiglia Marchese, insignorita su Camerota, su di essa si diffonderà nel Settecento il Gatta (cfr. Gatta, Memorie, pp. 292-294).”. Dunque, Bracco scriveva che, nel 1484, in seguito alla distruzione dei casali ad opera dei Saraceni d’Africa ed in occasione del Censimento dei fuochi del 1488 (“ultima numerazione generale dei fuochi, effettuata sotto il dominio degli aragonesi”), i preposti proponevano il casale di S. Serio per l’esenzione della tassazione del casale per i gravi danni subiti.  Bracco citava il testo di Alfonso Silvestri (….), il suo “La popolazione del Cilento nel 1489”, dove, a p. XII, in proposito è scritto: “I 6 fuochi di San Serio, già abitanti di Molpa distrutta dai mori e dimoranti in “pagliare”, per la loro estrema povertà venivano proposti al re, nel 1484, per l’esenzione da ogni pagamento (17).”. Silvestri, a p. XII, nella nota (17) postillava: “(17) Sommaria, Partium, vol. 21, c. 151”. Devo però precisare che Silvestri, a p. XII aggiungeva che: “Ed una supplica tendente ad ottenere un simile privilegio inoltrava al re, nel medesimo anno, il casale di Alfano a causa della peste “per la quale ‘nce morèro più de sptanta dui homini, adeo che poco ‘ncende so’ remasi, et quilli poco remasi sono tanto poveri che ad pena possono vivere, per el che possono pagare il pagamenti fiscali”, aggiungendo che per “la penuria grande de dicto casale so’ morti di fame”.”. Pietro Ebner (…), a p. 172, parafrasando l’Antonini, nella sua nota (12), postillava sulla ‘Cronaca di S. Mercurio’, scriveva che: L’Antonini (p. 375) attribuisce a Molpa tre casali (S. Serio, Boregana e Castelluccio) e forse ancora un altro (Trivento), di cui non vi è altra notizia che quella citata dall’Antonini del 1546 (tavola Valente, f. 215, del processo innanzi al SRC tra Anonio Caracciolo e i suoi Creditori).”.

Postille di Antonini, p. 375

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’

L’Antonini (…), a p. 375, riguardo questi luoghi, nella sua nota (2), postillava che: “Questi casali erano S. Serio, Busagano, Castelluccio, siccome vedesi dalla relazione che ne fa nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”. Dunque, riepilogando, se nella sua nota (2), a p. 330, l’Antonini postillava che: (2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”, sempre l’Antonini, a p. 375, nella sua nota (2) postillava che: nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”, ovvero che l’Antonini ci dice che il manoscritto del Notaio originario di Pisciotta Giovanni Antonio Ferrigno doveva essere allegato in un Processo del Sacro Consiglio per Don Antonio Caracciolo.

Nel 20 maggio 1504, Pisciotta, la Molpa ecc….vengono cedute a Bernardo di Villammare

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 319, parlando di ‘Pisciotta’ scriveva che: “…. (il) villaggio di Pisciotta che nel ‘400 faceva parte dei feudi dei Sanseverino, ai quali anche Pisciotta venne avocato al fisco al tempo della congiura dei Baroni. Feudo, come è noto, poi restituito, ma avocato ancora quando Guglielmo Sanseverino aderì alla frazione francese (19), poi restituiti e di nuovo avocati. Infatti, il 20 marzo 1504 il re donò Pisciotta a Bernardo di Villammare “in remuneratione de suoi servitii”. Il villaggio fu poi venduto nel 1515 ad Alfonso Caracciolo, cui successe (1517) il figlio Baldassarre. Ecc..”. Su questa notizia ha scritto pure Guglielmo Passarelli (….), nel suo saggio su Cuccaro e Pisciotta (in Rassegna Storica Salernitana, II, anno ………), a pp. 180-181, in proposito scriveva che: “Seconchè dopo pochi anni il conte Guglielmo ricadde nel medesimo errore, ed allora lo stesso Re, il 20 maggio 1504, ne riprese tutto il patrimonio e lo donò a Don Bernardo da Villammari in ‘remuneratione de suoi servitii’, comprendendovi anche le dette terre di Pisciotta, ‘pro se suisque et successoribus ex suo corpore legittimi discendentibus etc’ (1).”. Il Passarelli (….), a p. 181, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pandetta Principato Citra”.

Nel 1516, Gianalfonso di Sangro vendette il feudo della Molpa a Giannicola Origlia

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 83 e s., in proposito scriveva che: “Diverse furono le vicende feudali della Molpa. Dopo vari passaggi di mano, Gianalfonso de Sangro vendè nel 1516 il feudo a Giannicola Origlia, per poi ritornare per ragioni ereditarie ai de Sangro, signori di Camerota (9).”. Il Barra, a p. 83, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. ‘L’Historia dell’Illustrissima Famiglia Di Sangro scritta dal Signor Filippo Campanile’, nella Stamperia di Tarquinio Longo, Napoli 1615, pp. 66-67.”. Di Giannicola Origlia ne parla Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I parlando di Camerota, a p….., in proposito scriveva che: “…….

Nel 1532, Sigismondo de Sangro ed i casali di Molpa e Pisciotta

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 83 e s., in proposito scriveva che: “Diverse furono le vicende feudali della Molpa. Dopo vari passaggi di mano, …….per poi ritornare per ragioni ereditarie ai de Sangro, signori di Camerota (9). Sequestrato nel 1528, il feudo fu concesso a un dignitario fiammingo di Carlo V, Stefano Croppen (10). Nel 1539 i de Sangro vendettero per 9600 ducati la Molpa e Pisciotta al nobile italo-spagnolo Ferrante Bisbal, il quale aveva effettuato l’acquisto per conto di suo nipote Antonio Caracciolo.”. Il Barra, a p. 83, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. ‘L’Historia dell’Illustrissima Famiglia Di Sangro scritta dal Signor Filippo Campanile’, nella Stamperia di Tarquinio Longo, Napoli 1615, pp. 66-67.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1532 il re investì Sigismondo di Sangro, per la morte del padre Alfonso, dei suddetti casali, con tutti i loro diritti, giurisdizioni, mero e misto imperio e cognizione delle prime cause. Il compilatore dei Quinternioni (5) tenne a segnalare che i predetti casali vivevano “iure Langobardorum”. Nel ‘Cedolario’ Capizzo, Casaletto e Centola risultavano tassati per l’adoa a Ippolita di Sangro (6).”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Quint. 4, f 268: ‘cum omnibus eorum iuribus, et iurisdictionibus, mero etc. cognitione primarum causarum et cum integro eorum statu in quibus vivitur iure Longobardorum”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (6) postillava che: “(6) Il Cedulare (f 50 e 16) Adohae taxatur Ippolita de Sangro pro Casaletto Capizzo et Centula.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (7) postillava che: “(7) Quint., 30, f 248”. Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Ecc…”.

Nel 1546, Boregana e S. Serio, casali della Molpa, nella carta inedita e nel Tavolario Valente

Sempre nella carta in questione (…), sotto il casale di Centola posta più in alto, si possono vedere i casali, posti più in basso, di “Buragano”, che doveva essere un piccolo casale di Molpa o di Centola. Forse il toponimo Buragano, vorrebbe indicare un luogo abitato (si vedono disegnate edifici, con il colore rosso). Su questo toponimo, segnato nella carta in questione, possiamo dire che l’Antonini (…), lo cita, chiamandolo a p. 375: “Boregana”. Riguardo il casale di S. Serio, casale della Molpa, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 42, parlando della diminuzione focatica (delle famiglie), nel basso Cilento, e dai primi censimenti Aragonesi, nella sua nota (22), postillava che: “V. a p. XI sg., sempre il Silvestri, sulla diminuzione della popolazione dei casal di S. Marina di Policastro (a. 1480), di S. Giovanni a Piro (a. 1482) e S. Serio (a. 1484), cioè l’antica Molpa, che chiedeva al re la completa  esenzione essendosi il casale ridotto ad appena 6 famiglie viventi in “pagliare”.”. Ebner (…), nella sua nota (22) di p. 42, si riferiva ad Alfonso Silvestri (…), La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956. Alcuni dei toponimi che ivi possiamo leggervi e che sono ivi riportati, sono stati citati dall’Antonini e dal Gatta, quando ci parlano della Molpa ed infatti, Pietro Ebner (…), a p. 172, parafrasando l’Antonini, nella sua nota (12), postillava sulla ‘Cronaca di S. Mercurio’, scriveva che: L’Antonini (p. 375) attribuisce a Molpa tre casali (S. Serio, Boregana e Castelluccio) e forse ancora un altro (Trivento), di cui non vi è altra notizia che quella citata dall’Antonini del 1546 (tavola Valente, f. 215, del processo innanzi al SRC tra Anonio Caracciolo e i suoi Creditori).”.

Postille di Antonini, p. 375

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’

L’Antonini (…), a p. 375, riguardo questi luoghi, nella sua nota (2), postillava che: “Questi casali erano S. Serio, Busagano, Castelluccio, siccome vedesi dalla relazione che ne fa nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”. Sul Tavolario Valente, citato dall’Antonini, si veda la nostra nota (…). Anche il toponimo indicato “ruine di Melpi”, è indicato con un gruppo di edifici, disegnati con il colore rosso. Inoltre, questo toponimo è posto tra i due fiumi che poi vanno a sfociare verso l’attuale sito chiamato Arco Naturale che si trova sulla vicina fascia costiera del Mingardo. I due fiumi indicati nella carta, vengono indicati con i nomi di “Fiume Mingardo”, a oriente, mentre vicino ad Occidente, vediamo il fiume che scende da Centola e da “Buragano”: il fiume detto “la Melpa f.”, che stà per fiume Melpa. Il fiume Melpa, l’attuale fiume Lambro, nella carta illustrata, costeggia la collina di “Trivento”, che si estende con il suo promontorio verso l’attuale “Piano Faracchio”, ovvero verso la punta del promontorio che si conclude oggi con la Stazione Meteorologica di Palinuro.E’ da notare che nella carta in questione, lo scoglio del Coniglio è chiamato “la Gaisella”, mentre il seno dove sfociano i due fiumi Lambro e Mingaro è detto: “Il Porto di Molpa”. Riguardo questo fiume, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, a p. 353, in proposito scriveva che: “Ma per andar da Centola al porto di Palinuro, che n’è lontano presso a tre miglia, convien passare il fiume Melpi, che oltre di questo nome, e quello di Rubicante, n’ebbe ancora altri simili, come si può vedere nell”Italia antica’ di Cluverio, il quale scrive: Post Palinurum sequitur Melphes flumen, vulgo nunc Molfa, & Melfa (I), & idem Molpa, & Malpa adcolis dictum; oggi ritiene solamente quello di Molpa, affatto non conosciuti gli altri. Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII, Maugerio fa al Monistero di Montecassino della Chiesa di Sossio. Ha questo fiume, siccome si disse nel ‘Discorso precedente’, sua prima, e maggiore origine nella montagna di Lagorosso; ed accresciuto coll’acque, che calano dall’Antilia, e dalle colline degli Eremiti, e S. Nazario, mettendosi al piano, va ad Occidente della Molpa nel suo seno a scaricarli. “. L’Antonini, a p. 353, nella sua nota (I), postillava che di questo fiume ne parlava anche Plinio (…), Mario Nigro (…) e, il Gatta (…). Nella carta in questione, possiamo leggere sul promontorio della Molpa, un toponimo interessante, scritto “Sepolchro” o “Sepolcreto”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Francesco Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, dopo aver parlato e descritto alcune cale e grotte poste lungo la costa del promontorio della Molpa, a p. 365, ci parla di essa ed in proposito scriveva che: “Lontano dal già descritto basso porto di Palinuro, verso mezzogiorno per terra camminando quasi un miglio (poichè per mare è due volte tanto) sta il seno del mare, detto della ‘Molpa’, posto fra due fiumi, il Melpi, o Rubicante ad occidente, da ‘Plinio’ nel cap. 5. nel lib. 3 chiamato Melphes (I), e Mengardo, o Menicardo ad oriente, che nel seno stesso si scaricano: seno, che nè remoti secoli sicurissimo porto esser dovea; e così da Strabone nel ‘principio’ del 6 lib. è chiamato. Fassi qui abbondantissima pesca di alici ecc…che ne prischi secoli fosse stato uno dè porti Velini.”.  

Nel 1552, la leggenda di Isabella Villamarino, moglie dello sfortunato Ferrante Sanseverino che si gettò dalla Molpa dove, secondo la leggenda aleggia ancora il suo fantasma

Da Wikipedia leggiamo che la più nota è la storia di donna Isabella Villamarino, aristocratica e, secondo la leggenda, bellissima fanciulla (anche se in realtà pare fosse di statura non molto alta e neanche troppo graziosa). All’età di soli dieci anni, per volere del padre Bernardo, conte di Capaccio, ammiraglio e luogotenente del regno, Isabella sposò il coetaneo Ferrante Sanseverino, principe di Salerno e discendente dei Sanseverino, la prima delle sette grandi Case del Regno di Napoli. Da questo matrimonio di interessi nacque però una splendida storia d’amore, che si interruppe bruscamente nel 1552 quando Ferrante litigò col viceré don Pedro de Toledo, che lo accusò di infedeltà all’imperatore Carlo V. Lo sposo, condannato a morte e alla confisca dei beni, fu costretto ad abbandonare il Regno di Napoli, non riuscendo a tornare dalla moglie, la quale privata del suo amore si gettò dalla collina della Molpa. La leggenda vuole che il fantasma di donna Isabella continui ad aggirarsi sulla Molpa in cerca del suo perduto amore. Isabella Villamarina, o Villamarino (1503 – Madrid, 14 ottobre 1559), è stata una letterata e nobile italiana, ultima principessa di Salerno. Figlia di Isabella di Cardona e del catalano Bernardo Villamarino, grande ammiraglio del Regno di Napoli e conte di Capaccio, dopo la morte di lui, avvenuta nel 1512, ereditò il feudo di Capaccio e Altavilla. Insieme a Ferrante Sanseverino, principe di Salerno, giovane orfano affidato da Ferdinando II alla famiglia Villamarino, fu educata dai migliori istitutori dell’epoca, fra cui l’umanista Pomponio Gaurico. Nel 1552, la coppia dovette separarsi: Ferrante, caduto in disgrazia presso il Viceré Don Pedro de Toledo, accusato di eresia, di sodomia, di furto e di aver tramato contro la Spagna, fu condannato a morte: scappò e trovò appoggio presso la corte di Francia, mentre Isabella, spogliata di tutti i suoi beni, si rifugiò dapprima presso sua nipote, Maria de Cardona, al castello di Avellino, e poi a Castel Nuovo di Napoli. Conservate in parte presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, sono giunte a noi lettere poetiche in cui Isabella canta il dolore per la separazione e la lontananza, in particolar modo in una fitta corrispondenza tenuta con l’arcivescovo di Salerno Girolamo Seripando. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 8, a p. 176 in proposito al Periodo del Viceregno Spagnolo, riferendosi alla consorte di Ferrante Sanseverino, ultimo dei Sanseverino, la bella Isabella Villamarino dei Conti di Capaccio che dopo la morte del marito era caduta in disgrazia, piena di debiti si era recata da Carlo V a madrid a chiedere protezione, scriveva che: “La triste novella della sua morte fu accolta con grande dolore in Napoli, in Salerno ed in tutti ifeudi della nobile gentildonna, di cui tutti ricordavano le grazie del volto, l’amabilità dell’animo e i larghi benefizi. X.”. Il Mazziotti, racconta della sfortunata donna, moglie di Ferrante Sanseverino, ultimo principe di Salerno caduto in disgrazia a causa dell’odio del vicerè spagnolo che lo perseguitò. Su donna Isabella moglie di Ferrante Sanseverino, ultimo della nobile famiglia, ha scritto anche Carlo Pesce, sulla scorta del Racioppi (…) e due scrittori locali, il Alessandro Falcone (…) ed il Tortorella (…) che scrissero due manoscritti inediti. Il manoscritto del Falcone fu pubblicato recentemente in una edizione di Zaccara. Carlo Pesce riferendosi alla successione del Saragusio e della figlia Giovanna, nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 221, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “Così è riportata negli Atti del Grande Archivio di Napoli la serie dei Feudatari di Lagonegro; tuttavia è duopo far osservare – secondo quanto riferisce il Tortorella – che in un istrumento rogato nel 1515 dal Notar Nicola De Pierri e dal Giudice a contratti Ruggiero Grisolia, per la revisione di certi confini tra le Unità di Lagonegro, Montesano e Tortorella – interviene un certo ‘Francesco Celso’, il quale si asserisce utile padrone di Lagonegro. Inoltre, in un altro istrumento in pergamena, rogato dal Notar Berardino Rossano nel 14 Gennaio 1518 – secondo riferisce il Falcone – interviene il Magnifico ‘Francesco De Munchis’ – ed anche questi s’asserisce utile padrone di Lagonegro – insieme con Donna Isabella (3) di Cordova, Contessa di Capaccio, per dirimere un’altra controversia insorta tra le Unità di Lagonegro e di Lauria per un territorio alla contrada Serra della Giumenta, e per ratificare e confermare altro istrumento stipulato nell’anno antecedente dal Notar d’Itri di Napoli. Potrebbero forse essere questi due signori Celso e De Munchis essere successivi mariti di Giovanna Saragusio, ma null’altro c’è dato conoscere su ciò. Le notizie riferite trovano pure riscontro nel ‘Dizionario Geografico del Regno di Napoli’, di Lorenzo Giustiniani, il quale nel vol. V, discorrendo di Lagonegro, scrive in succinto per la parte feudale: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 ecc…ecc..”. Il Pesce (…), a p. 221, nella sua nota (3) postillava di Donna Isabella di Cordoba” e si riferiva a Isabella Villamarino, la moglie dell’infelice Ferrante Sanseverino a cui furono tolti tutti i numerosi feudi e beni del marito dal Vicerè spagnolo. Il Pesce postilava che: “(3) A proposito di ‘Donna Isabella’ corrono ancora nel nostro popolo i seguenti versi, che han fatto ritenere che ella fosse stata moglie del nostro Feudatario espulso: “Num mi chiamati cchiù Ronna Sabella, Chiamatimi Sabella a svinturata, Ch’aggiu perduti trentasei castella. La puglia e tutta la Basilicata.”. Ma quei versi sono ripetuti in molti luoghi, ed il Racioppi (Op. cit. Vol. II, p. 394) ritiene che la Donna Sabella, così miseramente travagliata dalla fortuna, fosse la Regina Isabella d’Aragona, moglie di Renato d’Angiò, che, vinta da Alfonso I, perdè tutto e si ritrasse in esilio.”. Dunque, il Pesce (…), riportando le strofe della nota novella cantata in diversi luoghi del Cilento si riferiva, sulla scorta del Racioppi alla Regina Isabella d’Aragona moglie di Roberto d’Angiò che perse il Reame di Napoli conquistato da Alfonso I d’Aragona. Io invece credo si tratti di due prestanome di Ferrante di Sanseverino, marito di Isabella di Villamarino e contessa di Capaccio che insieme al marito caddero in disgrazia a causa delle continue controversie sorte proprio in quegli anni con il Vicerè Spagnolo don Parafan De Ribera. La Villamarino era la principessa di Salerno, coltissima, bellissima e ricchissima, oggi definita “la principessa del Rinascimento”. Isabella, da poco aveva perso tutti i suoi beni per ribellione toltigli dal Vicerè Spagnolo e di cui ha scritto il Mazziotti (…).

Nel 1626, il cabreo redatto dai Cavalieri di Malta per Pisciotta e S. Mauro la Bruca

Germana Ottati (….), nel suo “Caprioli – Storia e storie di una piccola comunità”, a pp. 40-41 in proposito scriveva che: “Di lì a qualche anno, nel 1626, anche i titolari del limitrofo feudo di San Mauro la Bruca, i Cavalieri di Malta, elaborano il loro cabreo, segnando con precisione i confini (45).”. La Ottati, a p. 40, nella sua nota (45) postillava che: “(45) A. Pellettieri, Le città dei cavalieri. San Mauro la Bruca e Rodio, Ed. Altrimedia, Roma, 2007, pp. 71 ss.”. La Ottati, a p. 40 scriveva pure che: “….come anche il cabreo del 1626 da parte dei Cavalieri giovanniti, siano stati fatti per definire i propri limiti territoriali, ecc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi” parlando di S. Mauro La Bruca, a pp. 566-567, parlando del casale di S. Mauro, in proposito scriveva che: L’Antonini (p. 333) nel confermare l’appartenenza di S. Mauro la Bruca all’Ordine di Malta, così affermava: ecc….”. Ebner, a p. 567 cita il Volpi (….) a p. 211. Ebner scriveva  “Le prime notizie sicure del casale risalgono al XIII secolo, quando cioè troviamo S. Mauro già unito con Rodio come feudi di Commenda dell’Ordine di Malta dipendenti dal baliaggio di S. Eufemia, come conferma anche il Volpi, p. 211.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia dei Vescovi de Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, del 1770, che forniva la notizia a p. 211 dell’appartenenza di S. Mauro e di Rodio al Sovrano Ordine di Malta, già Ordine dei Giovanniti. Giuseppe Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 333, in proposito a S. Mauro la Bruca scriveva che: “Lontano dal corso di questo fiume (Melpi e Rubicante) sulla dritta due miglia, e quattro da Pisciotta, su di un’ennesima collina, trovasi S. Mauro della Bruca, chiamato così a differenza d’altri, che vi sono di questo stesso nome. Appartiene la Terra con Rodio alla Religion di Malta ecc…”.

Nel 1666, la ‘Platea dei beni e del feudo della Molpa’

La Greca e Di Rienzo (…), sulla cui scorta Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., nella sua nota (13) a p. 67 parlando del piccolo casale di S. Nicola di Centola postillava che: “(13) La platea del feudo della Molpa del 1666 ricorda la “Chiesa di Santo Nicola nuovo” reddente alla camera feudale per la concessione enfiteutica di una terra alla “Tempa del Curcio”, da sopra via pubblica, da sotto fiume corrente”.”. Dunque, il Barra (…) a  p. 67 cita una Platea del 1666, senza dare ulteriori indicazioni, dice solo che si tratta della “Platea del feudo della Molpa”. Si tratta di una documentazione conservata all’Archivio di Stato di Salerno – Notaio Tommaso del Gaudio di Cuccaro del 1666, 25 febbraio – “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”. Pare che questa interessantissima notizia il Barra l’avesse tratta dalla “Platea del feudo della Molpa del 1666, pubblicata dal Prof. Massimino Iannone. Riguardo questa Platea dei beni del 1666 ha scritto Massimino Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’ – Elementi documentati di storia’, pubblicato nel 2016. Proprio Massimino Iannone (…) a p. 215 parlando della Cappella di S. Antonio di Palinuro, in proposito a questa “Platea dei beni del 1666” scriveva che: “La cappella, situata in prossimità del porto di Palinuro, era stata costruita, sicuramente prima del 1666, per comodità dei naviganti e per devozione da d. Francesco Buglios, Segretario di Guerra presso la Corte del Regno di Napoli, “al tempo che capitò qui una galera, con la quale corse tempesta di mare e si ricoverò nel porto…” (197).”. Iannone a p. 215, nella sua nota (197) postillava che: “(197) ASS, Atto del notaio Tommaso del Gaudio del 25 febbraio 1666.”. Sempre il Barra (…) riguardo a questa Platea dei beni del 1666, scriveva che:  “Non ci dice molto sul paesaggio agrario di Palinuro, perchè da essa risulta che la difesa di Palinuro era stata presa nel 1636 a censo perpetuo – come si è detto – “da molti particolari cittadini di Centola”, che versavano annualmente a titolo di canone 250 ducati al feudatario.”. Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 178 e s., parlando del ripopolamento del piccolo centro marittimo di Palinuro scriveva che: “Il centro religioso sorgeva poco più in alto, ai margini dell’abitato, ed era costituito da un antica laura basiliana, che dipendeva dall’abbazia di S. Nicola di Bosco. In seguito all’interdizione e semi-cancellazione delle tracce del rito greco. la chiesa assunse nei primi anni del ‘600, in sostituzione dell’originaria intitolazione basiliana, il titolo di S. Maria di Loreto. Lì accanto il feudatario possedeva “un giardino sito accanto alla chiesa intitolata a Santa Maria, con varie specie di alberi per la maggior parte gelsi”, che in tempi remoti gli era stato censuato per il canone di due ducati annui dall’abbazia del Bosco.”.

Nel 1666, la “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”

Francesco Barra (….), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a p. 178 scriveva che a Palinuro vi era un’antica laura basiliana dal titolo originario “S. Maria di Loreto”, poi secoli dopo, nel 1600 cambiato in “S. Maria Laurentana”, come si evince da una platea dei beni del 1666. Pare che questa interessantissima notizia il Barra l’avesse tratta dalla “Platea del feudo della Molpa del 1666”, pubblicata dal Prof. Massimino Iannone. infatti sempre il Barra (…) riguardo a questa Platea dei beni del 1666, scriveva che:  “Non ci dice molto sul paesaggio agrario di Palinuro, perchè da essa risulta che la difesa di Palinuro era stata presa nel 1636 a censo perpetuo – come si è detto – “da molti particolari cittadini di Centola”, che versavano annualmente a titolo di canone 250 ducati al feudatario.”. Dunque, secondo la Platea del 1666 dei beni di Centola e Pisciotta, a Palinuro vi era un piccolo eremo, in origine basiliano, “un’antica laura” (come scrive il Barra) che dipendeva dall’Abbazia di S. Nicola a Bosco. Il Barra (…), a pp. 181-182, in proposito scriveva che: “L’Avvocato fiscale della R. Udienza di Salerno. Questi così riferì il 28 agosto 1792: …” e quindi, il Barra, a p. 182 pubblica la risposta della R. Camera di S. Chiara trasmessa al sovrano: “Che vi esiste una Cappella sotto il titolo di S. M. Lauretana eretta in un fondo della Badia del Bosco soggetta al Capitolo di S. Pietro di Roma, con due altari, senza che però vi fosse custodita per conservarsi il SS. Sacramento dell’Eucarestia, e senza che vi fosse luogo destinato per la conservazione dell’Oglio Santo, nè fonte battesimale. Che in tal Cappella nè giorni festivi si celegra una Messa, quando però la stagione e il buon tempo lo permettono, dal Cappuccino residente nel Convento di Centola, con licenza e permesso del Vicario del Bosco, dal quale niente se li corrisponde per detta celegrazione di Messa, ma quei poveri abitatori, per quanto le loro debolezze le comportano, l’uniscono ecc…” Riguardo a questa ‘Platea di Beni’ del 1666 pubblicata dal Prof. Massimino Iannone (….) di Pisciotta, Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 67 e s., nella sua nota (13) a p. 67 parlando del piccolo casale di S. Nicola di Centola postillava che: “(13) La platea del feudo della Molpa del 1666 ricorda la “Chiesa di Santo Nicola nuovo” reddente alla camera feudale per la concessione enfiteutica di una terra alla “Tempa del Curcio”, da sopra via pubblica, da sotto fiume corrente”.”. Dunque, il Barra (…) a  p. 67 cita una ‘Platea di beni’ del 1666, senza dare ulteriori indicazioni, dice solo che si tratta della “Platea del feudo della Molpa”. Si tratta di una documentazione conservata all’Archivio di Stato di Salerno – Notaio Tommaso del Gaudio di Cuccaro del 1666, 25 febbraio – “Platea o rinnovo degli affitti del feudo della Molpa ed a Centola da parte di Domenico Pappacoda, marchese di Pisciotta e del detto feudo e signore della terra di Centola”. Riguardo questa Platea dei beni del 1666 ha scritto Massimino Iannone (…), nel suo ‘Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX’ – Elementi documentati di storia’, pubblicato nel 2016. Proprio Massimino Iannone (…) a p. 215 parlando della Cappella di S. Antonio di Palinuro, in proposito a questa “Platea dei beni del 1666” scriveva che: “La cappella, situata in prossimità del porto di Palinuro, era stata costruita, sicuramente prima del 1666, per comodità dei naviganti e per devozione da d. Francesco Buglios, Segretario di Guerra presso la Corte del Regno di Napoli, “al tempo che capitò qui una galera, con la quale corse tempesta di mare e si ricoverò nel porto…” (197).”. Iannone a p. 215, nella sua nota (197) postillava che: “(197) ASS, Atto del notaio Tommaso del Gaudio del 25 febbraio 1666.”

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2. Forse una delle carte originali viste dal Galiani a Parigi.

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

La Greca e Vladimiro

(…) La Greca Fernando e Vladimiro Valerio, Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano. Le terre del Principato Citra, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 2013; in questo testo si parla delle carte conservate alla Bibilioteca Nazionale di Francia, molto simili a quella da me scoperta e pubblicata

(…) Blanc Antonio Carlo, Industrie Musteriane e Paleolitico superiori nelle due fossili e nelle dune fossili e nelle grotte litoranee del Capo Palinuro, in Atti della Reale Accademia d’Italia. Rendiconti, fasc. 10, Roma, 1940, pp. 602-16

(…) Cammarano Giovanni, Storia di Centola, La Badia di S. Maria, vol. II, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 1993 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Visconti Pietro, Paesaggi Salernitani, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1954

(…) Litta Pompeo, Famiglie celebri italiane, fascicolo unico, Basadonna, Torino

(…) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.

(…) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

(….) Trattasi del già citato portolano pubblicato da B. R. MOTZO sotto il titolo: Il Compasso da Navigare, opera italiana detta metà del secolo XIII, stà in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, Cagliari, voI. VIII, 1947, pag. 166; la pagina del testo originale del 1296, quì riportata e tradotta da Debanne A., Lo Compasso de navegare, Edizione del Codice Hamilton 396, Editore Peter Lang Gmbh, Internationaler Verlag Der W, 2011, pag. 48. la pagina del testo originale del 1296, quì riportata e tradotta da Deban- ne è la pagina n. 17 r (Fig. 4).

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(…) De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, pag. 193. Del ‘Compasso de navegare’ (….), ne parlano anche le insigne studiose francesi Monique De La Ronciere e Michel Mollat du Jourdin che, nel loro libro per i tipi di Bramante (…), riferendosi al navigante del XIII secolo, così scrivono in proposito: “Egli dispone tra l’altro di un libro del mare, una specie di manuale nautico che risale ai peripli dell’Antichità. Il più antico attualmente esistente, il Compasso da navigare, è custodito alla Biblioteca municipale di Berlino ( Ms Hamilton 397) per il marinaio di allora esso era ciò che il “portolano” era per il navigatore dei nostri giorni. Porta la data di gennaio 1296 e sarebbe dello stesso periodo della ‘Carta pisana’. Secondo il professor Motzo, proprio quella stessa carta (o una simile) gli era aggiunta. Nonostante siano complementari, il manuale e la carta avranno fortune diverse; attualmente il manuale antico è molto più raro della carta nautica di cui contiamo , per il XIV e XV secolo, un centinaio di esemplari.”. 

(…) ( Fig….) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in Monumenta Italia Cartographica, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Appendice I, I – Coste liguri e tirreniche della penisola, p. 68.

(…) ibidem, questa carta riprodotta nel testo di Almagià R., op. cit., tav. III, p. 3, crediamo fosse riportato ‘Sapra‘ e non Saprì. Noi pubblichiamo quella tratta dal testo di De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, Tav. 1.

(…) (Figg…..) tratta da Brotton J., Le grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, pagg. 52, 53

(…) (Fig….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia.

Luca Mannelli

Luca Mannelli, manoscritto

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (…) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926; dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Attanasio).

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(….) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio), p….

(…) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; vedi pure Vassalluzzo M., Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p. 39; vedi pure Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p…..

(…) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117.

(…) De Giorgi, Guida dell’Italia.

(…) Cavalcanti P.L., ‘Guida del Pilota ecc..‘, a p. 43 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972, tav. XVII .

(…) Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79;

(…) Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ com- pilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition. Il testo di Amari e Schiapparelli, può essere scaricato dal sito: https://ia802604.us.archive. org/16/items/litaliadescritta00idrsuoft/litaliadescritta00idrsuoft.pdf. , che resta un’ottima traduzione del testo arabo scritto da Edrisi. Si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(…) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, dattiloscritto inedito, 1973 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(…) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 120 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Giannone P., Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Venezia, 1766, ed. Pasquali, …………

(…) ‘Ottone da San Biase’, Cronaca, stà in Muratori A.L. (…), Antiquitate Italiae Medii Aevi. In effetti, l’Antonini (…), riporta le notizie sulla Molpa e su Policastro, fornisce anche un interessante riferimento bibliografico, citando e scrivendo “….e secondo come scrive ‘Ottone da S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal Sig. Muratori fra gli ‘Scrittori Medii Aevi’”. A chi si riferiva l’Antonini nel citare la ‘Chronaca’ scritta da un certo Ottone da S. Biase ?.

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Cattur

Ottone di San Biagio, continuò la ‘Chronica’ di Ottone di Frisinga. Di Ottone di Frisinga, meglio conosciuta è l’opera di Ottone Gesta Friderici imperatoris’ (Imprese dell’Imperatore Federico), scritta per desiderio di Federico I detto il Barbarossa, e introdotta da una lettera dell’Imperatore stesso all’autore. Le Gesta sono composte da quattro libri, dei quali i primi due furono scritti dallo stesso Ottone. Il secondo libro si apre con l’elezione di Federico I nel 1152, e si sviluppa con la storia, abbastanza dettagliata, dei suoi primi cinque anni di regno, soprattutto per quel che riguarda le vicende in Italia. Da questo punto in poi (1156) il suo lavoro viene proseguito da Ragewin. Il latino di Ottone è eccellente, e nonostante una certa partigianeria a favore della casata Hohenstaufen e alcune piccole inesattezze, le Gesta sono state giustamente descritte come un buon modello di composizione storica. Codesta ‘Chronaca’ fu continuata fino all’anno 1210 da Ottone abbate di San Biagio. Su Ottone Abate di San Biagio, ha scritto il Tramontana (…), a p. 59, nel suo  ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc..,postillava su Ottone di San Biagio, alla sua nota (16), scriveva: “Ottone di San Biagio, Chronica, a cura di A. Hofmeister, MGH, Scriptores Rerum Germanicarum in usum scholarum, Hannover-Leipzig, 1912, c. 45, p. 71.”. Il Di Meo, scriveva che il Pappebrochio, scriveva coll’autorità di Ottone di S. Biase. Nel Tomo X della Nuova Enciclopedia popolare del 1848, si scrive di Toone da San Biase che egli scrisse una ‘Chronaca’, continuando l’opera di un altro prelato dell’epoca Ottone da Frisenga.

Muratori, Rerum ..., vol. VI, p. 861.JPG

Il Muratori in ‘Rerum Italicarum Scriptores, vol. VI, p. 863 e sgg., pubblicava la Chronaca di Ottone Abate di San Biagio, in particolare la notizia citata dall’Antonini è  nel Cap. XXXIX (39), si legge dell’anno MCXCIII (1197). 

(…) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, a cura di Francesco Volpe, ed. E.S.I., Napoli, 2003; si veda pure dello stesso autore: Ventimiglia F.A., Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.

(…) Bruni Ettore, I fatti e le Idee, ed. Signorelli, Milano, 1967, vol. I, p. 67.

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

(…) Annales Cassinenses o ‘Chronicon Anonimo Casinensis’, di Domenico ALberico, pubblicato dal Muratori A.L. (…), in ‘Rerum Italicarum Scriptores, Tomo V, p. 135 e sgg., è un’opera tra le più importanti della storiografia medievale italiana, la ‘Chronica monasterii Casinensis’ di Leone Marsicano o Leone Ostiense. Nella sua prima stesura risale agli anni immediatamente successivi al 1099, opera di Leone Marsicanus, noto anche con lo pseudonimo di Leone Ostiense è stato un monaco bibliotecario, cronista e storico dell’Abazia di Montecassino. Di questo ‘Chronicon’ (…), si veda p. 143 del Muratori (…), anni MCXCIII e sgg., nell’immagine ivi:

(…) Pietro da Eboli (in latino Petrus de Ebulo; nato ad Eboli, 1150 e morto intorno al 1220, è stato un poeta e cronista, vissuto a cavallo del XII e XIII e vicino alla corte sveva. Fedele alla politica di Enrico VI, gli dedicò il Liber ad honorem Augusti (noto anche come Carmen de Rebus Siculis o Carmen de motibus Siculis), opera in distici e in tre libri, nella quale celebrò la conquista del Regno di Sicilia, tessendo le lodi dell’Imperatore. Con Pietro da Eboli ha inizio il processo di mitizzazione  della figura di Federico II di Svevia: già Liber ad honorem Augusti, attraverso i ‘presagia’ che scandiscono la nascita dell’erede Hohenstaufen, iniziano a prendere corpo letterario e cronachistico le attese escatologiche che si concentrarono sull’agire storico di Federico II, e ne accompagnarono la figura ben oltre la morte. Nell’opera sembra presente anche un’allusione a un doppio nome ricevuto dello svevo, Federico Ruggero, una circostanza riportata dagli Annali di Montecassino ma negletta in genere dalle altre fonti. Si veda Fulvio Delle Donne, Pietro da Eboli, Enciclopedia Federiciana, Vol. II, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani.

(…) ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’ . Il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto‘. Scrive lo scrittore Salvatore Tramontana (…), che, in questa ‘Chronaca’ del tempo, si fa menzione dei fatti storici che riguardano l’Imperatore Enrico VI di Svevia e Tancredi di Lecce: “In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia.” . Su questo manoscritto, lo scrittore Tramontana (… si veda pp. 56 e ssg.), parlando di Tancredi di Lecce, al tempo dell’Imperatore Enrico VI, scriveva che: “Le miniature di Pietro da Eboli e un passo del Chronicon Sancti Bartolomei de Carpineto, farebbero invece pensare ecc.…”. Sul finire del XII secolo, Alessandro, monaco Benedettino del cenobio di San Bartolomeo di Carpineto, ogg in Provincia di Pescara, si accinse a raccogliere in un’opera la storia del suo monastero ed a trascrivere, in forma estesa e abbreviata, i documenti regi, pontifici e privati, che costituivano la base giuridica delle proprietà e delle prerogative del Monastero stesso. Su questo manoscritto, si veda Alexandri Monachi, Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei De Carpineto, a cura di Berardo Pio, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Roma, 2001. Bernardo Pio, nella sua prefazione al testo (…), scriveva che: “L’opera del monaco è costituita da n. 6 libri di cronaca che narrano gli eventi dal 962 al 1194, anno in cui muore Tancredi di Lecce (IV re di Sicilia) e prende l’avvento l’Imperatore Enrico VI di Svevia. Poiché il 6° libro si conclude con la benedizione pontificia dell’abate Gualtiero di Civitaquana, avvenuta il 28 settembre 1194, è evidente che i sei libri delle chronache furono completati poco dopo tale data. Comunque, la parte narrativa fu sicuramente completata prima del mese di Aprile dell’anno 1195, perché nell’ultimo libro della ‘Chronaca’ non si fa alcun riferimento alla lettera con la quale Enrico VI, imperatore tedesco e re di Sicilia, accordava la sua protezione al monastero (28).”.

(…) Alessandro Telesino (…), a cui probabilmente si rifà l’Ughelli (…), Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136), fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico dell’epoca Normanna. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia che copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. Fu scritta su commissione della sorella del sovrano, Matilda, moglie di Rainulfo di Alife, e si tratta senz’altro di propaganda a favore del re normanno, anche se Rainulfo era il peggior nemico di Ruggero. Si abbina bene con la cronaca del suo contemporaneo Falcone Beneventano, che si oppone invece a Ruggero. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”, il Muratori, dice di pubblicare nel suo libro IV, il manoscritto del Telesino, le gesta del re Ruggero di Sicilia, a p. 607. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Rebus Gestis Rogerii Siciliae Regis e Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium in: ‘Rerum Italicarum Scriptores’ a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, pp. 609–645. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. “Alexandri Telesini De rebus gestis Rogerii Siciliae regis”, è stato pubblicato in Giuseppe Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, vol. I, Napoli 1845, pp. 82–156. Per Alessandro di Telese, Storia di Ruggero II, I, 2 (si dovrebbe trattare del Del Re).

(…) Del Re Giuseppe, Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol. I, si veda da p. 90.

(…) Sigonio Carlo, Historiarum del Regno Italiae, Tip. Bonon., 1580

(…) L’Antonini (…), nella sua nota (2), citava il ‘Tavolario Valente’. Il ‘Tavolario Valente’, citato dall’Antonini (…), abbiamo trovato in un testo ‘Allegazioni’ di Giuseppe Pasquale Cirillo (…), Tomo VI, p. 112, che si parla del ‘Tavolario Vecchione’, dove si parla di una causa del 1755, vertente tra i Conti di Policastro e il Principe Palazzuolo, su cui dovremo indagare ulteriormente. In buona sostanza si tratta di una sorta di Registro Catastale, utilizzato anche nella Causa citata dall’Antonini e che riguardava il territorio e la proprietà della Molpa “vedesi dalla relazione che ne fa nel MDXLVI (1546) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del ‘S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia’, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”.

Cirillo, tomo 6, p. 112

Sui tavolari, si scrive nella rivista Napoli Nobilissima, diretta da Raffaele Mormone, che dice: “Il corpo dei tavolari creato in età aragonese, comprendeva esperti nell’apprezzo dei beni burgensatici o feudali e nella … tra il ‘600 e il ‘700, si annoverano i tavolari Onofrio Tango, Giuseppe Parascandolo, Pietro Vinaccia e Luca Vecchione.”. Scrive Giovanni Brancaccio (…) che: “Nato come ufficio della Gran Corte della Vicaria, il Collegio dei Tavolari dopo la fondazione del Sacro Regio Consiglio fu … Il 21 febbraio 1739, gli Eletti del Tribunale di San Lorenzo nominavano l’ingegnere regio Luca Vecchione tavolario di …”. Da Wikipedia leggiamo che Tavolario era il nome che veniva dato a un corpo di tecnici (ingegneri e architetti), nominati dalla Città di Napoli ma dipendenti dal Sacro regio consiglio, che nel Regno di Napoli erano incaricati di redigere perizie, apprezzi, mappe accurate del territorio. Essi possono essere considerati i padri del catasto. La competenza dei tavolari in una materia così tecnica era indiscussa. Anche quando subentrò la legislazione napoleonica l’autore di un testo sulle servitù prediali mise in copertina la sua cessata carica di tavolario. Il gran numero di atti redatti dai tavolari, che si qualificano con tale loro carica, e tuttora reperibili permette anche allo storico contemporaneo di accedere ad un grande numero di notizie. Erano riuniti in un Collegium tabulariorum e la loro attività era regolata da una serie di prammatiche che disciplinavano la loro elezione, i loro compiti, minacciava sospensioni e ammende. In altri testi compaiono le suppliche alle autorità.

(…) Brancaccio G., Geografia, cartografia e storia del Mezzogiorno, Napoli, p. 241.

(…) Alberto di Aix, Alberto di Aquisgrana ((LA) Albericus o Albertus Aquensis; fine dell’XI secolo – post 1120) fu un cronachista della Prima Crociata. Era canonico e custode della chiesa di Aquisgrana. Non si conosce altro della sua vita, tranne che fu l’autore della ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, chiamata anche ‘Chronicon Hierosolymitanum’ de bello sacro o ‘Liber Christianae expeditionis pro ereptione, emundatione, restitutione sanctae Hierosolymitanae ecclesia’. Un’opera in latino, costituita da dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150, che inizia con l’Appello di Clermont, racconta le fortune della Prima Crociata e l’inizio della storia del Regno di Gerusalemme e termina piuttosto bruscamente nel 1121. Era ben conosciuta durante il Medioevo, e fu largamente usata da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, per i primi sei libri della sua “Belli sacri historia”. In epoca moderna è stata accettata senza riserve per molti anni dalla maggior parte degli storici, incluso Edward Gibbon. Più recentemente, il suo valore storico è stata impugnata seriamente, ma il verdetto dei maggiori accademici sembra essere che in generale esso costituisce un registrazione veritiera degli eventi della Prima Crociata, sebbene contenga qualche materiale leggendario. Alberto non visitò mai la Terra Santa, ma sembra aver avuto una considerevole quantità di colloqui con i crociati di ritorno dalla Terra Santa, ed aver avuto accesso ad una notevole corrispondenza. La prima edizione della cronaca fu pubblicata ad Helmstedt nel 1584; una buona edizione è in Recueil des historiens des croisades, tomo IV, Parigi 1879.

(…) Annalista Salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

(…) Pratilli F. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Santoro Paolo Emilio, Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, che racconta la storia del Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). Del Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. E’ molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”. Interessantissima la ricostruzione storica che fa il Santoro, che possiamo leggere nella traduzione di Marcello Spena (42), parlando della storia del Monastero del Carbone, ci narra di S. Nilo da Rossano e di S. Luca e di S. Bartolomeo da Rossano, poi ci parla dei Normanni, del Guiscardo ecc.. In questo testo, si parla delle donazioni dei principi normanni, di Tancredi di Lecce e di Enrico VI (Arrigo).

(…) Spena Marcello, Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859 (Archivio Storico Attanasio da Google libri), che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”.

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. A dispetto del nome che la tradizione ci ha consegnato, non c’è materiale sufficiente per stabilire una sua origine pugliese(longobarda; Guglielmo non cela mai un certo astio invece nei confronti dei bizantini) o normanna, né tanto meno per affermare che egli fosse un uomo di Chiesa. L’opera, dedicata al figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, che ne fu il committente, ha come protagonista proprio il Guiscardo e si concentra su vicende pugliesi e sui rapporti dei Normanni con l’impero bizantino: proprio in ambiente pugliese, dunque, forse fu composta, come pure fa pensare il silenzio riguardo a fatti calabresi e campani. Guglielmo fa apparire la vicenda del Guiscardo come la naturale prosecuzione della secolare lotta compiuta dai Longobardi (visti come i “legittimi” signori del territorio) contro i Greci (signori dispotici ed “effeminati”) per il controllo dell’Italia meridionale. In sostanza Guglielmo cerca in questo modo di legittimare la conquista del Mezzogiorno da parte dei Normanni, rappresentando questi ultimi come continuatori del ruolo che era stato dei Longobardi (quello cioè, nella sua visione, di liberare il territorio dai Greci unificandolo sotto un unico dominio), come gli eredi della loro politica e della loro ideologia, e in definitiva della loro funzione storica. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso.

(…) Cusa S., I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicato nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, p. 558 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Il Chronicon Cassinese o ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense o Leone Marsicano. La Chronica sacri monasterii casinensis (“Cronaca del sacro monastero cassinese”), anche conosciuta come Chronica monasterii casinensis (“Cronaca del monastero cassinese”) o semplicemente Chronicon casinense (“Cronaca cassinese”), è una cronaca medievale redatta da Leone Marsicano (1046-1115) e poi “continuata” da Pietro Diacono (1107/1110-1159). Il testo tratta della storia dell’Abbazia di Montecassino dalla fondazione, ad opera di Benedetto da Norcia nel 529, fino al XII secolo, nonché delle vicende del territorio sottoposto all’Abbazia, ovvero lo stato feudale medievale della Terra Sancti Benedicti. La Chronica è suddivisa in quattro libri, l’ultimo dei quali venne redatto da Pietro Diacono diversi anni dopo la morte di Leone Marsicano. Per la redazione di questa cronaca medievale, Leone Marsicano, si servì della Chronaca di Romualdo Guarna Salernitano (…). L’originale in latino: “Chronica sacri monasterii casinensis”, Lutatiae Parisiorum, Ex Officina Ludovici Billaine 1668. Il Chronicon Cassinese, di Leone Ostiense, La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata dal Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, pp. 135.

(…) Il Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum è una cronaca di fatti occorsi nel Mezzogiorno d’Italia dall‘anno 855 al 1102 attribuita a Lupo Protospada: gli eventi più antichi furono attinti certamente dagli ‘Annales Barenses’, mentre maggiori dettagli si riscontrano per il periodo dal 1082 al 1102, in quanto contemporanei allo scrittore, in particolare, Lupo riporta con una certa attenzione, oltre a calamità e curiosità astronomiche (terremoto del 1087, cometa del 1098), gli eventi storici che portarono alla conquista normanna del sud e fatti di rilevanza religiosa (il terzo Sinodo di Melfi del 1089 e quello tenutosi a Bari nel 1099). Il Chronicon di Lupo fu poi utilizzato dall’Anonimo Barese per la stesura della sua Cronaca. Il Chronico di Lupo Protospada, fu una delle principali fonti storiografiche che utilizzò il cronista dell’epoca Romualdo Guarna Salernitano, nella stesura del suo ‘Chronicon sive Annales’. Romualdo Guarna, fu la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata da Antonio Caracciolo, Antiqui chronologi quatuor Herempertus Langobardus, Lupus Protospata, Anonymus Cassinensis, Falco Beneventanus cum appendicibus historicis, Napoli 1626, e dal Muratori, “Lupi Protospatae Rerum in Regno neapolitano gestarum ab anno sal. 860 usque ad 1102 Breve Chronicon“, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, p. 145.

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(Fig….) Motzo B. R., Il Compasso da navegare, Cagliari, Università, 1947 (…).

(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

Tancredi di Lecce (IV re di Sicilia) e l’Imperatore Enrico VI di Svevia e re di Sicilia

Quando, Guglielmo II il Buono morì il 16 novembre 1189, a soli 36 anni di cui 25 di regno, non essendovi figli o discendenti diretti, si pose il problema della successione. Enrico VI di Svevia, Imperatore, re dei Romani e di Sicilia, figlio secondogenito dell’imperatore Federico I Barbarossa e di Beatrice di Borgogna e fratello maggiore Federico, duca di Svevia, morto nel 1169, fu escluso dalla successione a causa della debole costituzione fisica. Dal 1174 al 1178 il giovane Enrico, partecipò alla quinta spedizione del padre Federico Barbarossa in Italia. Enrico VI era figlio di Federico Barbarossa e della seconda moglie Beatrice di Borgogna. Il 29 ottobre 1184 ad Augusta fu accordato tra il padre e il sovrano di Sicilia Guglielmo II di Sicilia il suo fidanzamento con Costanza, figlia di re Ruggero II d’Altavilla e zia di Guglielmo II di Sicilia. Nel dicembre del 1193, all’età di 19 anni, morì re Ruggero III di Sicilia, amatissimo primogenito del re siciliano Tancredi di Lecce (IV re di Sicilia), che lo aveva da un anno associato al regno come suo futuro erede. Tancredi designò come futuro re di Sicilia l’altro figlio, il secondogenito Guglielmo III, di soli 9 anni, affidando la reggenza alla moglie Sibilla. Lo stesso Tancredi, che non riuscì a sopportare a lungo il dolore cagionatogli dalla perdita del figlio primogenito, si ammalò e morì poco dopo, il 20 febbraio del 1194 a 55 anni. In virtù del suo matrimonio con Costanza d’Altavilla, Enrico rivendicava per sé il trono di Sicilia. Liberatosi dei Guelfi e favorito dalle luttuose circostanze, Enrico VI calò nuovamente in Italia quattro mesi dopo, nel giugno del 1194 con un poderoso esercito, sicuro questa volta di non incontrare nessuna resistenza nel regno normanno. Col sostegno delle flotte genovesi e pisane e con la forza delle armi, dopo essersi garantito la neutralità dei Comuni lombardi col Trattato di Vercelli del 12 gennaio 1194, l’imperatore sottomise gran parte del regno di Sicilia. Nell’autunno del 1194, ricevette a Troia il giuramento di fedeltà dei feudatari rimasti fedeli agli Altavilla. In quella sede l’imperatore nominò Cancelliere del regno di Sicilia e Puglia il vescovo Gualtiero di Pagliara. Temendo che, mentre lui logorava le sue forze sotto le mura del castello di Caltabellotta, il regno così conquistato si ribellasse, Enrico VI ricorse al tradimento e fece sapere alla regina Sibilla che, se avesse deposte le armi e la corona, lui avrebbe restituito a Guglielmo la paterna contea di Lecce e gli avrebbe concesso il principato di Taranto. Sibilla si recò così con il figlio a Palermo, fece atto di sottomissione e depose la corona. La notte di Natale del 1194 Enrico VI fu incoronato Re di Sicilia e poté annettere il regno al Sacro Romano Impero. La moglie Costanza, trattenuta a Jesi dalla gravidanza, il giorno dopo l’incoronazione di Enrico partorì l’attesissimo erede, il futuro Federico II, al quale fu imposto il nome di Federico Ruggero in onore dei due illustri nonni: Federico Barbarossa di Hohenstaufen e Ruggero II d’Altavilla. L’atto indegno perpetrato da Enrico nel dicembre 1194 a Palermo, comunque, in alcuni nobili siciliani risvegliò un senso di ribellione, ed era proprio quello che si aspettava l’imperatore per scoprire tutti coloro che gli erano contro, per eliminarli e metterli in prigione. Così dopo due anni, nel 1196 scoppiò un’insurrezione generale in Italia meridionale, quando l’imperatore era in Germania. Enrico tornò in Sicilia la sua risposta fu tremenda: il giorno di Natale del 1196, di ritorno dalla Germania, tenne una solenne corte in Capua, nella quale, secondo una prassi antica, dette alcuni esempi di Schrecklichkeit (terribilità): Riccardo di Acquino, catturato da Diopoldo, dopo essere stato trascinato a coda di cavallo per tutte le vie di Capua, fu appeso alla forca per i piedi. Soltanto dopo tre giorni, un buffone dell’imperatore, ne ebbe pietà e ne affrettò la fine. E’ proprio a questo periodo e a questi fatti che si riferiscono alcune notizie storiche sulle nostre terre ed in particolare sulla ennesima distruzione di una città scomparsa chiamata ‘Molpa’ e forse su Policastro, citata dall’Antonini, di cui parlerò. Scrive lo storico Salvatore Tramontana, a p. 57 del suo ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi’ (…): “Dopo i primi rapidi risultati Enrico VI, a causa di taluni disordini in Germania e di una sua malattia, era però costretto a rinviare l’offensiva che riprendeva solo alla morte di Tancredi d’Altavilla, avvenuta a Palermo il 10 febbraio 1194. In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia. Il 28 ottobre era già in Messina e la notte di Natale del 1194 cingeva la corona del Regno di Puglia e di Sicilia nella cattedrale di Palermo.”. Scrive Berardo Pio, nella sua prefazione al ‘Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei De Carpineto’ (…), una cronaca del tempo scritta dal monaco Alexandro del Cenobio pescarese, che: “Questi eventi, si svolsero nel pieno della lotta per la successione fra Enrico VI di Svevia e Tancredi d’Altavilla. Dopo un primo momento di sbandamento, Tancredi, riuscì a prendere il controllo di tutto il regno, e verso la fine del 1191, raggiunse l’Abruzzo dove sottomise il conte Rainaldo che era uno dei principali fautori di Enrico e Costanza.”. Tancredi morì di una malattia non meglio precisata nel febbraio del 1194, mentre era impegnato in una campagna nella parte peninsulare del regno per ridurre all’obbedienza i suoi vassalli di fede imperiale. La sua successione fu molto travagliata: il primogenito Ruggero era morto nel 1193 e al suo posto venne designato re di Sicilia il fratello minore Guglielmo III, di nove anni, con la reggenza della madre Sibilla di Medania sino alla maggiore età. L’Imperatore tedesco Enrico VI, nel frattempo, col sostegno delle flotte genovesi e pisane e con la forza delle armi, dopo essersi garantito la neutralità dei Comuni lombardi col Trattato di Vercelli del 12 gennaio 1194, sottometteva la Sicilia. Nell’autunno del 1194, ricevette, a Troia, il giuramento di fedeltà dei feudatari rimasti fedeli agli Altavilla. Enrico riuscì a salire al trono di Sicilia insieme alla moglie Costanza, con un sanguinoso intervento armato nel dicembre 1194, destituendo il giovane Guglielmo III, ponendo così fine all’esistenza autonoma del Regno di Sicilia. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. L’Ebner, a p. 227, alla sua nota (55), riguardo Policastro, postillava: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Scriveva Infante (…), che: “intanto nel 1186, l’Italia Meridionale, con il matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio di Barbarossa, non era più soggetta al dominio Normanno ma diventava Sveva. In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale”. Il Cataldo (…), parlando di Policastro, scriveva che: “L’Italia meridionale nel 1186, col matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio del Barbarossa (Federico I di Svevia), usciva dal dominio Normanno e passava definitivamente a quello degli Svevi.”. Scrive sempre il Cataldo (…), sulla scorta del Laudisio (…), che: “Policastro restò sempre Contea e i suoi vescovi furono sempre insigniti del titolo baronale: ‘N.N. Episcopus Polycastrensis terrarum Turris Ursajae et Castri Rogerii atque feudis Seleucii utilis Dominus ac Baro’“. Il Cataldo (…), scrivendo del Campanile della Cattedrale di Policastro, sulla scorta del Laudisio (…), scriveva a p. 18 del suo dattiloscritto inedito: “La data di erezione è del 1167, sotto il vescovado di Giovanni, III vescovo di Policastro, e il dominio del re Normanno Guglielmo II il Magnifico, come si legge dalla lapide, ancora esistente, incassata nel parapetto sottostante alla scalea che conduce alla porta laterale della sagrestia. Detta lapide s’interpreta così: “Nel tempo del Re Guglielmo II il Magnifico, Giovanni III (Vescovo di Policastro) fece fare quest’opera (dedicandola) a Maria nel 1167. Mons. Laudisio ne spiega la dicitura: “Tempore Magnifici W (lielmi) secundi regis Joannes III Episcopus Domino et Beatae Mariae) hoc opus fieri fecit MCLXVII anno Incarnationis Christi m(ense) aprili XV ind (ictione) II.”.

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Scrive Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, che: “Soprattutto sotto il regno di Costanza d’Altavilla, sposa e vedova di dell’Imperatore Enrico VI, i feudatari normanni avevano usurpato molti titoli e proprietà, specie a danno del demanio regio e della Badia di Cava.”.

(…) Mons. Nicolaio,

(…) Corcia Nicola, Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789, Napoli, p…..(Archivio Storico Attanasio)

(…) Romanelli Domenico, ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, Napoli, 1815, p…, stà in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di Ferdinando La Greca, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 2000 (Archivio Storico Attanasio)

Holstenio,

(…) Holstenius (Olstenio) Lucas, (Note  all’Italia antiqua di Cluverio (18)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22  e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’. Si veda pu- re: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942.

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(Fig….) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199.

(…) Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII, p. 199. L’antico testo di Mario Nigro o Dominicus Marius Niger, Veneto, commenta il libro XI della Geografia di Strabone

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(…) Cluverio Filippo, Italia antiqua, 1624, Lugduni Batavorum, Elsevier, 1624, II, p. 1263, parla di Porto de Sapri e di Blanda. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca.

Pomponio Mela mappamondo xilografia veneziana 1482

(…) Pomponio Mela, De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV. Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione dall’originale del testo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Monaco in Austria. Il geografo latino Pomponio Mela (…), secondo il Cluverio (…), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc.., ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2007 (Archivio Storico Attanasio)

Camera

(…) Camera Matteo, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20; di questa edizione lo Schwarz (…) a p. 24 del saggio tradotto da Vitolo scriveva che: “Una ristampa eseguita a Cava dè Tirreni nel 1955 presenta diversità nella numerazione delle pagine e delle note). Per la bibliografia e le pubblicazioni del Camera vedi G. Del Giudice, ‘Della vita e dele opere di Matteo Camera’, in ‘Memoria di Camera’, pp. 3-24. Sempre lo Schwarz nel suo saggio a p. 24 in proposito ai testi del Camera scriveva che: “La sua opera principale sono tuttavia le ‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi cronologicamente ordinate e continuate fino al XVIII secolo’, che egli pubblicò in due volumi negli ultimi anni della sua vita (35), facendovi confluire una gran massa di materiale inedito (36).”.

La Greca e Vladimiro

(…) La Greca Ferdinando Valerio Vladimiro, Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra, ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 2008 (Archivio Attanasio)

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Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso. Il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli –  in questo primo suo studio (…), fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Il Gaetani, aveva pubblicato altri suoi studi teologici. E’ stato Bibliotecario dell’Archicio Diocesano di Policastro Bussentino al tempo del Vescovo Cione. In seguito pubblicherà altri scritti sulla storia di Torraca e quindi di Sapri: “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca” (…), nel 1906 e poi nel  1914, il saggio su “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” (…), ambedue ristampati a cura della nipote Rossella Gaetani. Buona lettura.

(….) Cassese Leopoldo, La Tabule de Amalpha, ed. Di Mauro, Ente Provinciale per il Turismo di Salerno, 1965 (Archivio Attanasio)

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(…) Schwarz Ulrich, Amalfi nell’alto Medioevo, ristampa a cura del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, con introduzione di Giovanni Vitolo, Amalfi, 2002 (Archivio Attanasio)

(…) AA.VV., Istituzioni civili e organizzazione ecclesiastica nello stato medievale Amalfitano, Atti del Congresso Internazionale di Studi Amalfitani (Amalfi, 3-5 luglio 1981), Amalfi, ed. Presso la sede del Centro, 1986

(…) Berza Michail, ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, in “Studii italiani”, 6, (1940), pp. 6 s.; si veda il testo di Schwarz

Marino Freccia

(…) Freccia Marino, De Subfeudis Baronum, & Inuestituris Feudorum, 1579

Collenuccio e Mambrino Roseo 

(…) Collenuccio Pandolfo, Compendio dell’Historia del Regno di Napoli composta da M. Pandolfo Collenutio Iuriconsulto in Pesaro, con la giunta di M. Mambrino Roseo da Fabriano ecc…,

(…) Maffei Raffaele detto il ‘Volaterrano’, Commentariorum vrbanorum Raphaelis Volaterrani, octo et triginta libri, accuratius quam antehac excusi, praemissis eorundem indicibus secundum tomos ut ab autore conscripti fuerunt: quibus accessit nouus, res ac uoces in philologia explicatas demonstrans, quo superiores editiones carebant hactenus. Item Oeconomicus Xenophontis, ab eodem Latio donatus’, Basilea,………

(….) Capaccio Giulio Cesare, ‘Historiae Neapolitanae‘, ed. Gravier, 1771; la prima edizione di questo libro è intorno al 1609. Fra le sue varie attività, si occupò anche di antiquariato, ma il suo apice lavorativo lo ottenne nel 1607: venne nominato da don Juan Alonso Pimentel de Herrera, viceré del regno di Napoli, Segretario della città di Napoli, con il compito, tra le varie mansioni, di distribuire olio e grano alla popolazione. Durante il suo incarico pubblicò numerose opere di storia e geografia riguardanti l’area partenopea, fra cui Neapolitana Historia, la sua principale opera, infatti è considerato lo storico più accreditato della città di Napoli, dagli inizi fino all’epoca Barocca, e fu il primo ad iniziare gli scavi archeologici nella Magna Grecia di Pesto, oggi Paestum, sito archeologico ubicato sul territorio del Comune di Capaccio (SA).

(…) Barra Francesco, ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: “Ferdinando Galiani e la Badia di S. Maria degli Angeli di Centola” stà in “Il Picentino”, a. CX, nn. 1-2, gennaio-giugno 1975, pp. 13-19

Scotti A.A., Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824, vol. I,

Origini del Cristianesimo, chiese, diocesi e vescovi nel Cilento

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli.

Introduzione

La diffusione dell’opera di cristianizzazione, con la venuta, dopo il suo ultimo viaggio dell’Apostolo S. Paolo, la diffusione, verso l’VII e VIII secolo dell’anacoratismo ascetico e dei primi monaci basiliani, scampati alle persecuzioni iconoclaste degli Imperatori d’Oriente, l’opera di costituzione e restaurazione delle prime Diocesi ed enclavi cattolici con l’opera di papa Stefano IX, che scriveva al vescovo di Paestum Felice (di Agropoli), la costituzione dei primi calogerati italo-greci e la diffusione dei monasteri italo-greci, in un territorio solo in parte bizantino, ma quasi totalmente Longobardo (il Ducato di Benevento prima e poi Principato di Salerno), la diffusione della baronia dell’Abbazia benedittina di Cava dè Tirreni con la venuta dei Normanni d’Altavilla, e la ricostruzione di alcune Diocesi come quella di Bussento che diventa Paleocastrense (di Policastro), sono tutti fenomeni che hanno caratterizzato e condizionato, sin dal I secolo d. C., la storia di queste terre. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulle origini e la diffusione dell’opera di Cristianizzazione nel basso Cilento, le prime comunità cristiane ed i primi enclavi cattolici e cristiani nell’area, la nascita delle prime diocesi di Velia, Bussento, Blanda, Talao. In questo saggio cercherò di fare il punto delle notizie su queste città ma non della loro localizzazione geografica di cui mi sono occupato in altri singoli saggi ma vorrei chiarire gli aspetti legati alla nascita delle loro comunità cristiane che la tradizione attribuisce a S. Paolo.

FONTI

Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive dellaRegione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”:

Lanzoni, p. 319

Lanzoni, p. 320

lANZONI, P. 329

Pietro Ebner (…, nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a p. 26 nella sua nota (114) postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) postillava e citava “Jaffé-Ewald”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) cita l’opera di Jaffé-Ewald (…), ma si tratta della stessa opera a cui si riferiva Francesco Lanzoni (…) nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323. Il Lanzoni (…) – come pure l’Ebner (…) – come scrive Orazio Campagna (…) a p. 257, nella nota (64) scriveva che: : “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Infatti, il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. L’opera citata è ‘Regesta Pontificum Romanorum’ che è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198, pubblicata la prima volta a Berlino nel 1851, dallo storico e filologo tedesco Philipp Jaffé. Il titolo completo dell’opera è ‘Regesta pontificum romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, a cura di Philipp Jaffé, Berlino 1851. Il Regesta Pontificum Romanorum è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198, pubblicata la prima volta a Berlino nel 1851, dallo storico e filologo tedesco Philipp Jaffé. Il Lanzoni e l’Ebner si riferivano all’edizione del 1851 che è stata riveduta, corretta ed ampliata in due occasioni nel 1885-1888 da S. Loewenfeld, F. Kaltenbrunner e P. Ewald. Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé. L’opera riveduta e corretta a cui si riferiva l’Ebner (…) e il Lanzoni è Jaffé-Loewenfeld (…), ‘Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888.

Jaffé-Loewenfeld

Il C.I.L. Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum

Il Lanzoni (…) per il vescovo Iulianus cita (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899.”.

CIL

Il CIL raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia).

Urb.gr.82,

(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…)

La Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

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(Fig….) L’Italia nel Codice Veneziano Marciano greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…), particolare delle nostre coste e dei toponimi (Archivio digitale Attanasio)

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(Fig…..) La carta dell’Italia nel Codice greco Codex Vidobonensis (Vind-Hist), particolare delle nostre coste (…)

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(Fig….) Carta d’Italia annessa al Codice Vaticano latino 5698, manoscritto, il più antico Codice latino conosciuto. Immagine tratta dal Mazzetti (…)

Cattura

(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco

Castore e Polluce – il tempio a Bussento

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, a p. 11 parlando di Bussento, in proposito scriveva pure che: “I Bussentini del I° secolo, stanchi ormai delle patite sciagure, sfiduciati nelle istituzioni di un impero avviato al declino e quindi avversi al culto dei falsi dei Castori e Polluce, cui avevano invano affidato la protezione sul mare, accettarono con tutto il cuore la fede cristiana (133). Infatti, sulla “Porta del Mare” fecero apporre questa famosa iscrizione, in latino: “Cristus Rex venit in pace. Amen”. Questa lapide esisteva ancora nel 1700 (134).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (133) postillava: “(133) Di Luccia Pietro Marcellino: L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale, Roma, Luca Antonio Characas, 1700, p. 7”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (134) postillava: “(134) ibidem: pp. 7-8 – Documenti Antichi (A. D.P.: I – Orig. – 1400).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (135) postillava: “(135) Tradizione orale (interviste)”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a pp. 5-6-7 parlando di “Pesto”, in proposito scriveva che: “Vogliono, che questa Città fosse stata una delle quattordici colonie de’ Romani in Italia, che qui fossero vissuti Zenofonte e Parmenide celebri Filosofi, secondo il parere di Dionisio e Diodoro, che M. Tullio Cicerone vi havesse fatto una Villa, e che li suoi cittadini havessero guerreggiato con Annibale, Alarico, Gensorico, e Totila, e con gran valore havessero resistito ad Alessandro Molosso Rè degli Epiroti, & a Pirro suo figliolo. In questa città fiorì anche la Santità, mentre ebbe S. Vito Martire, che morì per la Fede di Cristo, come vuole Paolo Reggio Vescovo di Vico Equense, e dopo tante, e altre sue tralasciate glorie nell’ano 930, fu invasa da Saraceni, e da quelli abbattuta in modo che di una Città sì bella tenuta inespugnabile per molti secoli, e del suo circuito di quattro miglia, non furono lasciati, se non le mura in piedi.”. Il Di Luccia, a p. 6 parlando di Velia scriveva che: “Tra l’altre città della Lucania veniva annoverata Bussento…..Velia era la terza città detta Veleia, & in Greco detta Eleia,…..Haveva questa Città bellissimi porti, mentre ‘Virgilio nel lib. 6 dell’Enead. dice ‘Portusque require Velinos’.”. Ancora, il Di luccia, a p. 7 parlando di Bussento scriveva che:E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”. Dunque, la notizia del tempio dedicato ai due Dioscuri adorati a Bussento proviene dal Di Luccia. Sulla rete troviamo scritto che la mitologia classica descrive i due gemelli come inseparabili, guerrieri intrepidi e abili domatori di cavalli. Sia i Greci che i Romani considerano i Dioscuri i protettori degli uomini da ogni pericolo e in ogni difficoltà, sulla terra e sul mare. Eroi spartani per eccellenza, Castore e Polluce vissero poco prima della guerra di Troia. Angelina Montefusco (….), nel suo “La Cattedrale nella Storia e nell’Arte” (in AA.VV., Chiesa Cattedrale di Policastro- La Storia e Restauri)”, a p. 25, in proposito scriveva che: “C’è ancora chi, trascinato dal fascino dei resti dell’antichissima cittadina, che tra le sue mura “ciclopiche” accolse Greci e Romani, vuole la chiesa eretta sul tempio pagano di Castore e Polluce e la sede vescovile di Policastro fondata dall’apostolo Paolo nel I secolo, durante il suo viaggio da Reggio a Pozzuoli. In realtà del tempio pagano di non si ha alcun ricordo e per quanto riguarda una primitiva chiesa cristiana il più antico documento esistente risale al 501 e ricorda la presenza del vescovo Rustico al III sinodo romano. A quell’epoca la comunità religiosa di Bussento doveva incontrarsi in una “domus ecclesiae”, privata o pubblica, che era luogo abituale di riunione dei primi secoli del cristianesimo ed è documentata in altre zone d’Italia. Etc…”. 

Prime Diocesi e Chiese contermini

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “2. Le prime notizie sulla presenza di cristiani nel territorio sono rintracciabili solo nella seconda metà del III secolo. Esse si collegano al movimento religioso avviato dall’apostolo Paolo (11) e diffusosi in Italia, particolarmente a Roma. La critica moderna, cioè, tende a focalizzare il Cristianesimo come fenomeno conosciuto soltanto a Roma intorno agli anni 49-51 e cioè quando Claudio, secondo la testimonianza di Svetonio (12), con provvedimento di polizia, motivato da tumulti scoppiati nella sinagoga palestinese, ordinò l’espulsione dei giudei di Roma. E’ solo nel 54 (18-19 luglio) a proposito dell’incendio di Roma che s’infittiscono le notizie, quando si ritiene che anche Pietro venisse crocefisso (13). Notizie più precise sull’esistenza di nuclei cristiani nel territorio risalgono al rescritto costantiniano del 319 (14), nel quale si fa esplicitamente menzione di chiese organizzate nel Mezzogiorno. Ciò trova conferma anche negli ‘Acta sanctorum’ (15) a proposito del siciliano Vito, detto ‘Vitus lucanus’, decollato sulle rive del Sele il 15 giugno 304-305. La presenza di cristiani a Paestum, a Velia e a Bussento intorno al IV secolo si desume non solo dalla tradizione che evoca appunto riunioni di credenti nel tempio di Athena, cosiddetto di Cerere, e dai resti di una primitiva basilica pestana (17), ma anche dalla presenza, già nel 501, di un vescovo a Bussento e dei resti di una basilica di Velia eretta su un originario oratorio cristiano. Anche nella Valle del Tanagro dovevano esservi cristiani se papa Marcello (308-310) elevò un borgo di Consilina a sede di diocesi che prese appunto il nome di Marcellianum….I vescovi in questo contesto si avvalevano di ampi margini di autonomia (18) entro cui si adoperavano per far convivere, senza ledere la sostanza del loro mandato, abitudini  mentalità cristiane. Ciò evidentemente non solo per ottenere il confronto tra le due culture, la pagana e l’incipiente cultura cristiana, ma anche per fronteggiare e deviare le persecuzioni contro la nuova fede, frequentissime nei primi due secoli (19). Ciò fino alla’avvento dell’editto di Costantino (a. 313) che, come è noto, rovesciò il rapporto tra professione di fede cristiana e realtà socio-politica del tempo, con una netta prevalenza della prima sulla seconda.. Ebner, a p. 15, nella nota (11) postillava: “(11) Paolo (inizi I secolo – 65 o 67 Roma) giunse a Roma nella primavera del 61, quando venne prosciolto dalle accuse mosse in Oriente contro di lui (Atti, 27-28).”. Ebner, a p. 15, nella nota (12) postillava: “(13) ….lettera ai Corinzi di papa Clemente (76-83) da Roma. Vi è ricordo del martirio di Pietro e di Paolo. Il Cristianesimo si diffuse di più da Traiano a Commodo. Ai tempi di quest’ultimo i cristiani avevano già un distinto cimitero con la tolleranza della polizia. Con Diocleziano il Cristianesimo si diffuse ovunque prima del capovolgimento della sua politica.”. Ebner, a p. 16, nella nota (14) postillava: “(14) Il rescritto del 21 otobre 319 è diretto al ‘Corrector Lucania et Bruttiorum’. Si tenga presente che solo tra il 211-249 (la lunga pace) venne acquistato un terreno a Roma per edificarvi una chiesa. Ma già alla fine del II- primi del III si costruivano a Roma cimiteri cristiani.”. Ebner, a p. 17, nella nota (18) postillava: “(18) S. Paolino da Nola, ad esempio, fece riprendere il suono delle campane per chiamare alla ‘plebs’ i fedeli…”. Ebner, a p. 17, nella nota (19) postillava: “(19) Di Teodosio è il famoso editto (27 febbraio 380): “vogliamo che tutti i popoli sottoposti al nostro governo professino la religione che l’apostolo Pietro ha trasmesso ai roani”, Cod. Theodos., XVI, I, 2. Cfr. Nelle ‘Novellae’ (A. Perez, Commento al Codice di Giustiniano, Amsterdam, 1653) di Giustiniano, il quale affermava etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a pp. 16-17, scriveva che: “La tradizione insiste nel ritenere che le locali diocesi furono tra le prime ad essere costituite in Italia. Cosa che non meraviglia se si pensa che proprio tra le popolazioni greche delle antiche ‘poleis’ della Penisola si diffuse per prima il cristianesimo, soprattutto nelle città greche del Mezzogiorno, di cui alcune, come Velia (70), costituivano tappe obbligate per coloro che giungevano dalla Sicilia e dall’Oriente. Ciò si spiega con il fatto che i primi tempi, almeno fino a quelli dell’africano papa Vittore I (a. 185), la predicazione del Vangelo e le pratiche di culto venivano celebrate in greco. Si spiega perciò il persistente ricordo della fondazione della dicesi di Velia e di Bussento da parte di San Paolo, e di quelle di Marcellianum e di Paestum ad opera dello stesso principe degli apostoli (71). Ma poichè le diocesi vennero senz’altro fondate dai loro discepoli (72) e quella di Marcellianum da papa Marcello I (308-319), evidente è il tentativo della tradizione di nobilitarle con l’attribuirne ad esse il crisma dell’ “apostolicità” (73).”. Ebner (…), nella sua nota (70), postillava che:  “(70) Cfr., nelle lettere a Trebazio, ecc..”. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che:  “(71) Ughelli, op. cit., c. 465.”. Ebner (…), nella sua nota (72), postillava che:  “(72) Ebner, Storia, cit., p. 271 e sgg.”. Ebner, citava le lettere all’amico Trebazio che scrisse Marco Tullio Cicerone. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che: “(71) Ughelli, op. cit., p. 465.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nella sua nota (71), si riferiva all’“Italia Sacra” di Ferdinando Ughelli (…), ma alla seconda edizione, Coleti, vol. VII, che a p. 465, ci parla del “Caputaquenses Episcopi”, interno al Capitolo dedicato a “Campanienses Episcopi”, in cui parlava delle prime Diocesi Veline e Policastrensi. Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, tra le prime diocesi conosciute in Campania e chiese contermini erano conosciute le seguenti: “1) – Acerra; 2) – Alife; 3) – Ariano Irpino; 4) – Avellino; 5) – Benevento; 6) – Calvi; 7) – Teano; 8) – Capua; 9) – Napoli; 10) – Nocera de’ Pagani; 11) – Nola; 12) Bussento (Policastro). Fondata da S. Paolo nel I secolo (66), se ne ricordano solo due vescovi: Rustico (501) e Sabbazio (649)(70); 13) – Pozzuoli; 15) Salerno; 16) – Sessa Aurunca;”. Sempre il Cataldo, nello stesso opuscolo nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, in proposito scriveva che: “Passiamo in rassegna, brevemente, alcune località dove la religione cristiana arrivò per prima e delle quali abbiamo qualche ricordo. Esse sono: paestum, Agropoli, Capaccio, Velia, Bussento (Policastro B.), Roccagloriosa, Teggiano, Atena Lucana, Sala Consilina, Lagonegro e Blanda. Gli ultimi cinque nuclei, essendo limitrofi al Cilento, ebbero rapporti immediati con le nostre zone.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, trascorsero molti anni prima che i vescovi venissero riconosciuti privilegi e prerogative tra cui la loro inclusione negli organi dello stato che avviò quel movimento di unificazione degli usi e di coordinamento della dottrina affermatisi sotto il pontefice d’Innocenzo III (1198-1216). I vescovi abusarono ben presto della loro autonomia tanto che diversi concili dovettero intervenire per ridimensionare gli abusi di potere.”Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26). La costruzione di regolari diocesi si forma in Italia Meridionale soltanto un secolo più tardi. Il vescovo Elia (27) partecipa al Concilio di Calcedonia, nel 451: non è Blanda, ma dev’essere di Bleandro, in Asia Minore (28), come osserva argutamente Francesco Russo. In questo periodo la Magna Grecia è già provincia di scarsa importanza. Nel 592 il Papa S. Gregorio Magno deve intervenire per provocare l’elezione di vescovi nelle gloriose città di Velia, Buxentum e Blanda, ormai ridotte a pochi abitanti, alla miseria, ad una scarsa vita spirituale e culturale (29). L’incaricato di Gregorio Magno è il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: ” (27) Ibidem”. Il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”.

PAOLO DI TARSO (S. PAOLO) 

Paolo di Tarso, nato con il nome di Saulo e noto come san Paolo per il culto tributatogli (Tarso, 4[Nota 2] – Roma, 64 o 67[Nota 3]), è stato uno degli apostoli. È stato l’«apostolo dei Gentili», ἐθνῶν ἀπόστολος,[1] ovvero il principale (secondo gli Atti degli Apostoli non il primo) missionario del Vangelo di Gesù tra i pagani greci e romani. Secondo i testi biblici, Paolo era un ebreo ellenizzato, che godeva della cittadinanza romana. Non conobbe direttamente Gesù, e, come tanti connazionali, avversava la neo-istituita Chiesa cristiana, arrivando a perseguitarla direttamente. Sempre secondo la narrazione biblica, Paolo si convertì al cristianesimo mentre, recandosi da Gerusalemme a Damasco per organizzare la repressione dei cristiani della città, fu improvvisamente avvolto da una luce fortissima e udì la voce di Gesù che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Reso cieco da quella luce divina, vagò per tre giorni a Damasco, dove fu poi guarito dal capo della piccola comunità cristiana di quella città, Anania. L’episodio, noto come “conversione di Paolo”, diede l’inizio all’opera di evangelizzazione di Paolo.  Come gli altri primi missionari cristiani, rivolse inizialmente la sua predicazione agli ebrei, ma in seguito si dedicò prevalentemente ai «Gentili». I territori da lui toccati nella predicazione itinerante furono in principio l’Arabia (attuale Giordania), poi soprattutto l’Acaia (attuale Grecia) e l’Asia minore (attuale Turchia). Il successo di questa predicazione lo spinse a scontrarsi con alcuni cristiani di origine ebraica, che volevano imporre ai pagani convertiti l’osservanza dell’intera legge religiosa ebraica, in primis la circoncisione. Paolo si oppose fortemente a questa richiesta e, con il suo carattere energico e appassionato, ne uscì vittorioso. Fu fatto imprigionare dagli ebrei a Gerusalemme con l’accusa di turbare l’ordine pubblico. Appellatosi al giudizio dell’imperatore – come era suo diritto, in quanto cittadino romano – Paolo fu condotto a Roma, dove fu costretto per alcuni anni agli arresti domiciliari, riuscendo però a continuare la sua predicazione. Morì vittima della Persecuzione di Nerone e venne decapitato nel 64 o nel 67 d.C.. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38): – “A proposito dell’apostolo Paolo, quanto tempo fu legato alla catena a Roma dal centurione che lo vigilava? Per ben due anni, riprende Pesiliano; però in questo frattempo egli andava dove voleva, predicava l’Evangelo dinanzi il Pantheon come presso il Palazzo di Cesare e la catena impostagli accresceva splendore alla sua parola. Egli vuolsi, che dopo, assoluto da Cesare, si fosse recato in Ispagna e di là passando per le Gallie fosse ritornato in Oriente. Egli predicò in molte città Orientali ed infine da Nicopoli*) riprese il viaggio per l’Italia ove fondò molte chiese tra le quali quella di Vibone (l’odierno Monteleone = Vibo Valentia) nel Bruzio, di Bussento e di Velia sul litorale lucano”. Etc…….Il passo di S. Epifanio, Padre della Chiesa Orientale, è generico e non scende a tanti particolari; ma è la chiave di volta di tutta una tradizione, indubbiamente autorevole. Etc…”. Dunque, secondo il Cataldo, il Curzio si rifece ad alcuni passi di S. Epifanio. Non esistono riferimenti archeologici diretti (come epigrafi) o testimonianze di autori extra-cristiani che si riferiscano direttamente alla vita e all’operato di Paolo. Le fonti storiche sono sostanzialmente di quattro tipi. Gli Atti degli Apostoli, parte del Nuovo Testamento, tradizionalmente attribuiti a Luca, ritenuto, secondo la dottrina, autore anche dell’omonimo vangelo. Da Wikipedia leggiamo che Epifanio di Salamina, o anche Epifanio di Costanza di Cipro (Eleuteropoli, 315 circa – 403), è stato un vescovo e scrittore greco antico venerato dalle Chiese cattolica, ortodossa e ortodossi orientali come santo e Padre della chiesa. Condusse per trent’anni vita monastica nel suo paese natale e nel 367 fu eletto metropolita di Cipro e vescovo di Salamina. Fu contrario all’adorazione dei santi e lasciò scritto che non si devono onorare i santi oltre il loro merito perché soltanto Dio è colui cui dobbiamo adorazione. Di grande importanza è Ancoratus, ovvero l’uomo ben ancorato, tradotto in italiano con L’ancora della fede, un buono e solido catechismo dell’epoca, scritto nel 374. Subito dopo (374-377) scrisse la sua opera più nota, il Panarion (tradotto in latino con il titolo: Adversus omnes haereses), dove sono considerate e combattute circa 80 eresie diverse. Il titolo Panarion indica la cassetta di pronto soccorso con le medicine contro il veleno dei serpenti. Fu un enorme compendio delle eresie diffuse al suo tempo, ricco di citazioni di opere pervenute in frammenti e altrimenti andate perdute. Era fortemente contrario all’uso delle immagini sacre nella Chiesa. Nei primi capitoli, fornisce accesso ai lavori contro le eresie, del martire Giustino, del greco Ireneo Contro le eresie, e il Syntagma di Ippolito Il Panarion è stato tradotto in inglese per la prima volta tra il 1987 e il 1990. Epifanio fece notare che quando viaggiava in Palestina entrò in una Chiesa per pregare e vide una tenda con un’immagine di Cristo o di un Santo che egli strappò. Egli disse al vescovo Giovanni che tali immagini erano “opposte… alla nostra religione” (vedi sotto). Questo evento fece germogliare i semi del conflitto che generarono la disputa tra, da una parte, Rufino e Giovanni contro, dall’altra, San Girolamo ed Epifanio. Epifanio alimentava questo conflitto, ordinando presbitero il fratello di Girolamo a Betlemme, sconfinando quindi nella giurisdizione di Giovanni. Questa disputa continuò durante il 390, in particolare nelle opere letterarie di Rufino e Girolamo, attaccandosi l’un l’altro. Infatti, Sofronio Eusebio Girolamo invece riferisce, verso la fine del IV secolo, che Paolo di Tarso o S. Paolo era originario di “Giscala di Giudea” (attuale Jish in arabo, Gush Halav in ebraico, nell’attuale Galilea) ed emigrò a Tarso con i parentes (genitori o nonni) quando la città fu conquistata dai Romani. Non è chiara la fonte (“favola”) dalla quale attinge Girolamo. Il dettaglio della conquista romana della città è verosimilmente un anacronismo: vere e proprie operazioni militari romane in Giudea sono testimoniate sotto Gneo Pompeo Magno (63 a.C.) e soprattutto durante la prima guerra giudaica (66-74), che vide la cattura di Giscala nel 67 per resa all’allora generale Tito. Per questo gli studiosi contemporanei rigettano l’ipotesi della nascita a Giscala, sebbene rimanga possibile un’origine galilaica dei suoi antenati, probabilmente nonni, poi trasferitisi a Tarso.[senza fonte]. 

BLANDA E BACCHILO, VESCOVO DI MESSINA

Oltre al Gagliardo (…), citato dal Laudisio e dal Tancredi, un’altra notizia simile che riguarda l’apostolo San Paolo che, fonderà la Diocesi di Bussento, la conosciamo da Nicola Curzio (…) che, nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, edito nel 1910, parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo (…), primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo la tradizione, la diocesi sarebbe stata eretta da san Paolo di Tarso che ordinò il primo vescovo della diocesi di Messina, san Bacchilo. Secondo il Curzio (…), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…).

Riguardo Bacchilo, primo vescovo di Messina che si recò a Blanda, in Wikipedia leggiamo che l’arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela (in latino: Archidioecesis Messanensis-Liparensis-Sanctae Luciae) è una sede metropolitana della Chiesa cattolica in Italia appartenente alla regione ecclesiastica Sicilia. Secondo la tradizione, la diocesi sarebbe stata eretta da san Paolo che ordinò il primo vescovo, san Bacchilo. Tuttavia, si hanno notizie storicamente documentabili solo dal V secolo: il primo vescovo noto è Eucarpo I presente al sinodo romano del 502. Dalle lettere dei papi Pelagio I e Gregorio Magno si conoscono i nomi di altri vescovi: Eucarpo II, Felice e Dono. Altri vescovi messinesi sono presenti ai concili ecumenici celebrati in Oriente: Benedetto, Gaudioso e Gregorio. Sempre in Wikipedia, nella nota (23) postillava che, nella cronostassi dei Vescovi di Messina, il primo a comparire è Bacchilo, dove è scritto che: “Protovescovo della diocesi messinese, la prima menzione della sua memoria liturgica appare in: G. Buonfiglio e Costanzo, Messina Città Nobilissima, Venezia, 1606, p. 79: «…a’ venticinque dell’istesso [gennaio] della conversione di S. Paolo, in memoria della sua predicatione, et elettione di Barchirio primo Vescovo della Città» (Mellusi, Dalla Lettera della Madonna alla Madonna della Lettera, p. 257). Alcuni storici hanno fatto di Bacchilo e Barchirio due vescovi distinti (D’Avino, Cenni storici…, p. 335). Inoltre, nella nota (24) postillava che: “Secondo la tradizione Barchirio fu il primo vescovo consacrato da san Paolo prima di subire il martirio a Roma: Filippo Giacomo d’Arrigo (abate), La verità svelata nel dritto restituito a chi si deve, overo Prerogative, e privilegj della nobile,, Venezia, Domenico Tobacco, 6 gennaio 1733, p. 124. URL consultato il 2 maggio 2019 (archiviato il 2 maggio 2019).. Titolo esteso: “La verità svelata nel dritto restituito a chi si deve, overo Prerogative, e privilegj della nobile, esemplare città di Messina capitale del Regno di Sicilia. Opera dell’abbate d. Filippo Giacomo d’Arrigo dottore di sagra teologia, dedicata all’eccellentiss. signor d. Michele Ardonio… per Michele Ardoino, con licenza dei superiori”.

I due autori, nel loro “Messina, Città Nobilissima”, a p. 79, lo chiamavano “Barchirio”. In un blog sulla città di Messina leggiamo però che Barchirio fu successore di Bacchilo nella sede di Messina, dove fu consacrato vescovo nell’anno 68 d.C.. Il blog dice che il nome di Barchirio si trova citato in un manoscritto greco conservato nel Monastero basiliano di Santa Maria a Reggio. In Wikipedia leggiamo che a Messina, secondo la tradizione cattolica, San Paolo, nel corso delle sue peregrinazioni per il Mediterraneo alla volta di Roma per diffondere la Buona Novella, sarebbe approdato nell’anno 41 d. C. a Messina, città già allora molto fiorente dal punto di vista economico grazie al suo porto. Qui egli, predicando la dottrina cristiana, avrebbe infiammato subito i cuori di molti messinesi e, tra essi, dei Senatori cittadini del tempo, i quali, saputo dall’Apostolo delle Genti dell’esistenza, a Gerusalemme, della Madre del Signore, decisero subito di recarvisi per chiedere la sua benedizione sulla Città. In un altro blog leggiamo che Bacchilo fu discepolo dell’Apostolo San Paolo, Bacchilo fu dallo stesso consacrato vescovo di Messina nel 42 d.C. Secondo la tradizione fu lui ad inviare l’ambasciata alla Vergine Maria, per annunziarle la conversione della Città, a cui la Vergine rispose con una lettera chiusa fra i suoi capelli in cui fra l’altro diceva: Benediciamo voi e la vostra città (come si legge sul monumento posto nel mare dello stretto). Rimase a capo della Chiesa messinese per molti anni e morì vecchio nella seconda metà del I secolo. Barchirio, fu successore di Bacchilo nella Sede di Messina, fu consacrato vescovo circa nel 68 d.C. Il nome si ritrova in un manoscritto greco conservato nel Monastero basiliano di Santa Maria a Reggio. Morì alla fine del I secolo, dopo circa 20 anni di episcopato.

Nel 62 d.C. (I sec. d.C.), S. Paolo, le prime comunità Cristiane e le prime diocesi

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 116, traendo il passo dagli “Atti degli Apostoli: c. 28°: 11-15”, riportava il passo “A) – Viaggio di S. Paolo Apostolo e suo approdo alle coste tirreniche nel febbraio del 60 d.C.”, scriveva che:  “Fu dopo tre mesi che c’imbarcammo su una nave alessandrina all’arme dei Dioscuri, che aveva svernato nell’isola. Approdati a Siracusa, vi facemmo una sosta di tre giorno: poi da lì, con una traversa ad arco, arrivammo a Reggio Levatosi dopo un giorno un vento dal sud, giungemmo l’indomani a Pozzuoli, dove trovammo dei fratelli e avemmo la consolazione di trattenerci presso di loro una settimana; e finalmente arrivammo a Roma.”. Sempre il Cataldo (…), nel 1973, a p. 15, scriveva in proposito che: “Anche nelle nostre terre si diffuse la religione nuova. La portarono i più grandi Apostoli: S. Pietro, giunto a Roma nel 42 e S. Paolo, sbarcato a Pozzuoli ed entrato a Roma nel febbraio del 61 d.C. L’Apostolo delle Genti, approdato nella Campania Felix dopo il viaggio di un giorno da Reggio Calabria (Atti degli Apostoli: XXVIII, 11-16), in seguito all’appello dell’Imperatore Nerone, si recò a Roma, dove era stato inviato da Festo per ulteriore inchiesta su di lui. S. Paolo, fiero della cittadinanza romana e molto più ancora della sua missione divina, sofferta una prima prigionia a Roma (61-64), esercitò il suo apostolato per le varie regioni, sia dell’Italia (Lazio, Campania, ecc..), sia dell’Occidente (Spagna), come dell’oriente (Creta, Efeso, Macedonia, Nicopoli: 64-66 d.C.). Dopo una seconda prigionia, fu decapitato sulla via Ostiense nel 67, il 29 giugno. S. Pietro fu crocefisso lo stesso giorno. Del viaggio in Oriente parlano le ‘Lettere a Timoteo’ e a Tito (I-II Tim: passim; i, 5 e 3, 12). Dei viaggi nelle nostre regioni parla la tradizione. Secondo un anticihissimo documento, risalente al IV secolo (Haereses di Epifanio, Vescovo di Costanza, in  Cipro, Cap. XXVII), sappiamo che i due Apostoli, fissata la loro sede in Roma, viaggiarono per l’Italia per predicare; fondarono le prime comunità cristiane (ecclesiae), i cui centri furono certamente le prime Diocesi, alcune ancora esistenti. S. Paolo, tornato da Nicopoli nel 66 d.C., fondò, tra le varie chiese o diocesi, VIBONE (Vibo Valentia o Monteleone del Bruzio), VELIA e BUSSENTO. Dunque, la fondazione (scrive il Cataldo), la fondazione della sede Vescovile di Bussento, risale al 66 d.C. per opera di S. Paolo, al ritorno da Nicopoli, dopo l’ultimo viaggio in Oriente, l’anno prima della sua morte. Detta notizia, conservata nell’opera classica di Carlo Gagliardi di Bella (Pz), ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 273, parlando delle Diocesi Caputaquensi, scriveva che: “La tradizione narra che ad Agropoli fosse approdato S. Paolo dove vi convertì due fanciulli, poi lapidati, e che nel 1222 vi sbarcasse anche S. Francesco d’Assisi cui fu dedicato poi un monastero (12).”. Ebner a p. 273 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazziotti, cit., p. 28.”. Ebner si riferiva all’opera di Matteo Mazziotti, ‘La Baronia del Cilento etc…’, p. 28. Infatti, Matteo Mazziotti (…), nella sua opera citata, a p. 28, parlando della fondazione di Agropoli e delle leggende intorno ad essa, in proposito scriveva che: “Una leggenda popolare racconta che in Agropoli approdò l’apostolo San Paolo nel recarsi da Reggio a Pozzuoli per diffondere la nuova fede, e che due fanciulli da lui convertiti furono lapidati in un luogo, che anche ora porta il nome del santo (2). Essi sarebbero stati dipoi sepolti da alcuni pietosi in un posto detto Santa Maria dell’Acqua nel comune di Laurana ove, a ricordo dei martiri, sorse dipoi una chiesa con tale titolo. Narra anche la leggenda che in Agropoli, nel 1222, predicò San Francesco d’Assisi e che nel luogo ove egli predicava fu innalzato il monastero tuttora esistente a lui dedicato. Ecc…”. Il Mazziotti, a p. 28, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Gian Nicola Del Mercato, ‘Commento a gli Statuti del Cilento’, opera inedita esistente presso i discendenti di lui.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a pp. 16-17, scriveva che: “La tradizione insiste nel ritenere che le locali diocesi furono tra le prime ad essere costituite in Italia. Cosa che non meraviglia se si pensa che proprio tra le popolazioni greche delle antiche ‘poleis’ della Penisola si diffuse per prima il cristianesimo, soprattutto nelle città greche del Mezzogiorno, di cui alcune, come Velia (70), costituivano tappe obbligate per coloro che giungevano dalla Sicilia e dall’Oriente. Ciò si spiega con il fatto che i primi tempi, almeno fino a quelli dell’africano papa Vittore I (a. 185), la predicazione del Vangelo e le pratiche di culto venivano celebrate in greco. Si spiega perciò il persistente ricordo della fondazione della dicesi di Velia e di Bussento da parte di San Paolo, e di quelle di Marcellianum e di Paestum ad opera dello stesso principe degli apostoli (71). Ma poichè le diocesi vennero senz’altro fondate dai loro discepoli (72) e quella di Marcellianum da papa Marcello I (308-319), evidente è il tentativo della tradizione di nobilitarle con l’attribuirne ad esse il crisma dell’ “apostolicità” (73).”. Ebner (…), nella sua nota (70), postillava che:  “(70) Cfr., nelle lettere a Trebazio, ecc..”. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che:  “(71) Ughelli, op. cit., c. 465.”. Ebner (…), nella sua nota (72), postillava che:  “(72) Ebner, Storia, cit., p. 271 e sgg.”. Ebner, citava le lettere all’amico Trebazio che scrisse Marco Tullio Cicerone. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che: “(71) Ughelli, op. cit., p. 465.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nella sua nota (71), si riferiva all’“Italia Sacra” di Ferdinando Ughelli (…), ma alla seconda edizione, Coleti, vol. VII, che a p. 465, ci parla del “Caputaquenses Episcopi”, interno al Capitolo dedicato a “Campanienses Episcopi”, in cui parlava delle prime Diocesi Veline e Policastrensi. Ebner (…), nella sua nota (72), postillava che: “(72) Ebner, Storia di un feudo ecc.., op. cit., p. 271.”. Tuttavia, pur trattando lo stesso argomento, a p. 271, Ebner, ci parla di Paestum ma dice quasi niente sulle nostre diocesi. Invece, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 13 del vol. I, scriveva che: “La tradizione attribuisce agli apostoli la fondazione di alcune diocesi del Mezzogiorno della Penisola. S. Paolo, nel suo viaggio da Reggio a Pozzuoli (1) ne avrebbe erette due: quella di Velia e di Bussento (Policastro) e addirittura S. Pietro avrebbe fondata la diocesi di Paestum (2).”. Ebner (…), a p. 13, nella sua nota (1), postillava che: “(1) L’Agostiniano Luca Mandelli (La Lucania sconosciuta, ms. seicentesco già nella libreria del convento agostiniano di Salerno e poi nella BNN, ms. n. X D, I, f. 78) confuta l’arrivo nel luogo di S. Paolo, perchè “non può pensarsi che la nave, giunta al promontorio Leucosio, gonfia di un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia (Agropoli) dove alcun porto non fu mai”.”. Ebner (..), nella nota (2), postillava che: “(2) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc…, p. 271.”. Sull’Apostolo di Gesù, San Paolo di Tarso, gli storici credono che, dopo la sua conversione al Cristianesimo, Paolo, fu condotto a Roma, dove fu costretto per alcuni anni agli arresti domiciliari. Prima di morire probabilmente decapitato tra l’anno 64 d.C. al 67 d. C. a causa delle persecuzioni dell’Imperatore Nerone, Paolo (e anche Pietro), riuscirono a continuare la loro predicazione, tanto che, come scriveva il Laudisio (…): “Fissata la loro sede a Roma, i due principi degli apostoli, dopo aver pregato Lino e Cleto di fare le loro veci, incominciarono a percorrere diverse regioni, e fra queste anche la nostra Lucania in Magna Grecia. Pietro, infatti, fondò le chiese di Napoli, di Benevento, di Pozzuoli ed anche altre; Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”Un’altra notizia che riguarda l’apostolo San Paolo che fonderà la Diocesi di Bussento, la conosciamo da Nicola Curzio (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38): – “A proposito dell’apostolo Paolo, quanto tempo fu legato alla catena a Roma dal centurione che lo vigilava? Per ben due anni, riprende Pesiliano; però in questo frattempo egli andava dove voleva, predicava l’Evangelo dinanzi il Pantheon come presso il Palazzo di Cesare e la catena impostagli accresceva splendore alla sua parola. Egli vuolsi, che dopo, assoluto da Cesare, si fosse recato in Ispagna e di là passando per le Gallie fosse ritornato in Oriente. Egli predicò in molte città Orientali ed infine da Nicopoli*) riprese il viaggio per l’Italia ove fondò molte chiese tra le quali quella di Vibone (l’odierno Monteleone = Vibo Valentia) nel Bruzio, di Bussento e di Velia sul litorale lucano”. Questo racconto, in 24 capitoletti, narra la storia di due fidanzati: Melania di Blanda e Pesiliano, novella leva dell’esercito imperiale di Nerone. Essi hanno abbracciato con gioia la nuova religione di Cristo, grazie alla missione degli Apostoli Pietro e Paolo. L’autore, versato nelle discipline classiche e nelle ricerche storiche all’inizio del sec. XX, mette in luce una delle tante testimonianze della nostra fede. Il passo di S. Epifanio, Padre della Chiesa Orientale, è generico e non scende a tanti particolari; ma è la chiave di volta di tutta una tradizione, indubbiamente autorevole. Questa tradizione è bene illustrata dall‘insigne canonista Carlo Gagliardo, il quale, sulla scorta di innumerevoli documenti e fonti, apre profondi spiragli in un panorama che lascia intravvedere fin dal primo momento la fitta e minuziosa rete delle istituzioni apostoliche, nonostante l’azione deleteria del tempo abbia travolto gran parte del materiale storico nell’oblio. La chiesa di Bussento non è espressamente menzionata; ma il Laudisio e il Curzio la sottolineano (il che è provato da un altro documento valido perciò a mettere in evidenza la sua antica istituzione.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (*), postillava che: “(*) La data è l’anno 66, secondo la cronologia di G. Racciotti, Paolo Apostolo, ed. Coletti, Roma, 1957, pag. 146.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a pp. 15-16, a poposito della notizia della sede episcopale a Vibona, riferisce e parla delle stesse notizie citate dal Tancredi (…), circa una Diocesi di Vibone, fondata dall’Apostolo S. Paolo e, scriveva che: “S. Paolo, tornato da Napoli nel 66 d.C., fondò, tra le varie chiese o diocesi, VIBONE (Vibo Valentia o Monteleone del Bruzio), VELIA (Velia-Scavi) e BUSSENTO (Policastro Bussentino). Dunque la fondazione della chiesa e della sede vescovile di Bussento risale al 66 per opera di S. Paolo, al ritorno da Nicopoli, dopo l’ultimo viaggio in Oriente, l’anno prima della sua morte. Detta notizia, conservata nell’opera classica di Carlo Gagliardi di Bella (PZ)(1710-1778), Vescovo di Muro Lucano: Institutionum Juris Canonici (lib. I, tit. 18, Noap. 1848), è citata nella ‘Synopsis di Monsignor Nicola Laudisio.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: “Per dare un quadro completo delle notizie su Vibona, dobbiamo ancora riferire una voce che ci lascia un pò perplessi. Vibona sarebbe stata sede di Diocesi. Lo riferisce Carlo Gagliardo, il quale afferma che il fondatore della diocesi sia stato l’apostolo S. Paolo in persona (7). Su questa circostanza esiste un documento che non si dovrebbe ignorare, perchè ognuno di noi l’ha a portata di mano: negli Atti degli Apostoli (8) S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelizzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15.”.  Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Tancredi (…), oltre a citare il Laudisio (…), citava Carlo Gagliardo (…), che nel 1848, nel suo ‘Institutiones Juris Canonici, Napoli’, nel suo Tomo I, tit. 18, da p. 173 e s., nel Tit. XVIII, “de Episcopis (7)”, a pp. 177-178, scriveva in proposito che: “Episcopi permultis in urbibus ordinando. Medanae, Vibonae, Veliae. A divo Marco Evangelista Aulalium in Ecclesia S. Marci, ecc…”. Sarà il Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, che indicherà il giusto riferimento bibliografico del Gagliardo (…): “Ad signum ancorae, 1848, Tomo I, tit. XVIII: De Episcpis, n. IV, pag. 177-178”, dove troviamo scritto che: “Cristo Signore mandò gli Apostoli non a governare determinate Chiese, ma in tutto il mondo (Marco, XVI: v. 15 e 20: “Andate nel mondo intero a predicare il Vangelo e tutte le creature…Ed essi se ne andarono a predicare dappertuto, colla cooperazione del Signore…) – Tuttavia ciascuno di essi, non avendo potuto predicare il Vangelo dovunque, percorsero separatamente le varie regioni, nelle quali ordinarono i Vescovi con podestà di ordinare altri (l’Apostolo Paolo, scrivendo a Tito, Vescovo di Creta, (c.I, v. 5) disse: “poichè tu dia l’ultima mano a ciò che resta da fare e faccia in modo che in ogni città ci sia qualche presbitero, secondo le disposizioni che ti ho dato”) e fondarono le Sedi Vescovili. I Santi Pietro e Paolo approdarono ambedue disintamente due volte in Italia (Atti degli Apostoli, XXVIII: 11-14); essi stessi furono soliti penetrare in moltissime province specialmente in questo Regno di Napoli (S. Epifanio: Haereses, 27 tramanda : “S. Pietro e S. Paolo, eretta la sede vescovile in Roma, di là costumarono percorrere le varie regioni del mondo e, affinchè Roma non restasse priva di vescovo, affidarono il loro ufficio a Lino e a Cleto”), ordinando moltissimi vescovi nelle città: principalmente: Brindisi, Otranto, Bari, Trani, Oria, Andria, Conversano, Siponto, Reggio Calabria, Crotone, Napoli, Pozzuoli, Capua, Sessa Aurunca, Atina, Benevento, fra le rimanenti città in mezzo alle predette regioni. Infatti, una antica tradizione dice che dallo stesso S. Pietro fu dato ai Napoletani il primo vescovo S. Aspreno, ai Resinesi vicino Napoli Ampellone, ai Pozzolani S. Patroba, ai Capuani S. Prisco, ai Suessani S. Simisio, agli Atinesi S. Marco, ai Beneventani S. Fotino, od altri, i cui nomi andarono perduti per i travolgimenti dei tempi. Parimenti da S. Paolo, nella Puglia Peucezia, che si chiama anche Calabria, che si estende da Brindisi fino a Taranto, si dice che fu annunziata la fede evangelica e che ivi stesso furono ordinati molti vescovi: particolarmente S. Stefano Niceno a Reggio Calabria, il B. Sveda a Locri, altri a Gerace, e i manenti dei quali non si sa il nome, a Taurianova, a Metauro, a Medana, a Vibona (“Vibonae”) e a Velia (‘Veliae’). Da S. Marco Evangelista u ordinato Aulalio nella chiesa di S. Marco Argentano, e Amasiano a Taranto (4).”. (Cfr. P. Fiore: Della Calabria illustrata, e Bartolomeo Chioccarelli, de Episcopis et Archiepiscopis Neapolitanis).”. Dunque, il Gagliardo (…), sulla scorta di S. Epifanio (…), citava le due Diocesi di Vibone e di Velia, ovvero le due diocesi fondate da S. Paolo. Il Gagliardo (…), a p. 178, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Videndi ad id Ughellius in Italia sacra, P. Io: Fiore Capuccinus tom. 2 della Calabria illustrata, Auberius Miraeus in ‘notitie episcopat. Orbis Christiani, Philipp. Ferrarius in cathalogo Sanctorum Italiae, Petr. de Natalibus in cathalogo, B. Chioccarell. de Episcop. et Archiep. Neap.”. Il Gagliardo, nella sua nota, postillava i suoi riferimenti bibliografici e cita l’Italia Sacra dell’Ughelli, il tomo II della “Della Calabria Illustrata” del Fiore (…), Filippo Ferrario (…) e, il Bartolomeo Chioccarelli (…). Il Gagliardo (…), citava Vibona e Velia fra le diocesi fondate dall’Apostolo San Paolo di Tarso. Il Gagliardo (…), nel suo racconto a p. 178, cita il passa tratto da S. Epifanio: “…(S. Epifanio: Haereses, 27 tramanda : “S. Pietro e S. Paolo, eretta la sede vescovile in Roma, di là costumarono percorrere le varie regioni del mondo e, affinchè Roma non restasse priva di vescovo, affidarono il loro ufficio a Lino e a Cleto”), ordinando moltissimi vescovi nelle città:…”. Il Gagliardo (…), traeva il passo dal “Adversus Haereses” (παναριον), di S. Epifanio, Vescovo di Costanza in Cipro dal 367 al 403: “Adversus Haereses” (παναριον):, Lib. I°, tomo II: haeresis VII, vel XXVII Contra Carpocrasios (Patrologiae Cursus Completus: serius graeca, tomus XLI: J.P. Migne, Parisiorum, 1858: col. 376-374, n. 107-A”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, leggiamo che: “Il primo autore è S. Epifanio, Vescovo di Costanza in Cipro (367-403). Nella sua famosa opera “Contro le eresie” del IV secolo (cap. 27°), dice che i Santi Pietro e Paolo, eretta la sede vescovile di Roma, di là costumarono percorrere le varie regioni del mondo e, affinchè Roma non restasse priva di vescovo, affidarono parte del loro ufficio a Lino e Cleto (30). Infatti S. Lino fu il primo collaboratore di S. Pietro dal 56 e primo successore del pontificato (67-76), cui seguirono s. Cleto (Anacleto)(76-88) e S. Clemente (88-97) (31).”, poi il Cataldo, prosegue il suo racconto e sulla scorta del Gagliardo (…), scriveva che: “Paolo, invece, fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, e così pure quella di Bussento, che è confinante con esse” (33).”. Il Cataldo (…), nella sua nota (30), postillava che:  “(30) S. Epifanio, Adv Haereses, 27; Gagliardi C.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (31), postillava che:  “(31) AA.VV., Storie della Chiesa e si veda anche Annuario Pontificio, ed. Vaticana, 1986”. Il Cataldo (…), nella sua nota (33), postillava che:  “(33) Laudisio N.M., op. cit., p. 20”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, proseguendo il suo racconto, scriveva che: “Mons. Nicola Curzio, scrittore locale di Lauria nel suo prezioso opuscolo “Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai Sette Colli” – Racconto storico del primo secolo dell’Era Cristiana (estr. dal “Pensiero Cattolico – inizio del sec. XX – ) sostiene: “….a proposito dell’Apostolo Paolo…egli andava dove voleva, predicava l’Evangelo dinanzi al Pantheon come presso il Palazzo di Cesare e la catena impostagli accresceva splendore alla sua parola….predicò in molte città orientali ed infine da Nicopoli, riprese il viaggio per l’Italia ove fondò molte chiese e tra le quali quella di Vibone (l’odierna Monteleone = Vibo Valentia) nel Bruzio, di Bussento e di Velia sul litorale lucano” (34). La data della fondazione, secondo la cronologia di Ricciotti, che nota il viaggio da Nicopoli, è l’anno 66 d.C. (35).”. Il Cataldo (…), nella sua nota (34), postillava che:  “(34) Curzio Nicola, ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai Sette Colli- Racconto storico del I secolo dell’Era Cristiana’ , estratto dal “Pensiero Cattolico”, Manduria, 1910, Cap. XIV, p. 38.” e, nella sua nota (35), postillava che:  “(35) Ricciotti Giuseppe, ‘Paolo Apostolo’, Roma, ed. Coletti, 1957, p. 146; si veda pure Curzio N., op. cit., p. 38.”. Diciamo subito che nella nota (33), il Cataldo, postillava che si trattava di una notizia tratta dal Gagliardi (…). Ma il Gagliardi non parlerà della fondazione di Vibo Valentia ma egli ci parla della fondazione di Vibone. Il Laudisio (…), nel 1838, nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis’,  a p. 7 (si veda la versione della ‘Synopsi’, curata dal Visconti), scriveva che: “…ibique sede fixa partibus suis suis Lino et Cleto domandatis, varias inde Apostolorum principes peragrarunt regiones (13); quas inter nostram Lucaniam, in Magna Graecia. Fundavere enim Petrus Neapolitanam, Beneventuanam, Puteolanam, aliasque, Paulus vero, inter coeteras, Vibonensem, Velinam, et sic ipsis finitimam, Buxentinam, Ecclesias.”. Il Laudisio a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.” e, nella sua nota (14, la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, p. 238.”. Il Laudisio (…), sulla scorta del Gagliardi (…) nella versione curata dal Visconti (…), rifrendosi ai due apostoli S. Piero e S. Paolo, scriveva che: “Fissata la loro sede a Roma, i due principi degli apostoli, dopo aver pregato Lino e Cleto di fare le loro veci, incominciarono a percorrere diverse regioni, e fra queste anche la nostra Lucania in Magna Grecia. Pietro, infatti, fondò le chiese di Napoli, di Benevento, di Pozzuoli ed anche altre; Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”. Dunque, secondo il Laudisio (…), San Paolo (insieme a San Pietro), dopo aver affidato a Lino e Cleto, le loro veci in loro assenza e, prima di essere fatti decapitare dall’Imperatore romano Nerone, nell’anno 66 d.C.,  si allontanarono da Roma e iniziarono la loro opera di evangelizzazione in diverse regioni d’Italia, tra cui anche la nostra Lucania, dove si dice che San Paolo fondò le Diocesi di Velia, Bussento e Vibona. Nel suo viaggio in Sicilia, San Paolo, ordinò Bacchilo, Vescovo di Messina, che, secondo il Curzio (…), nell’anno 68 d.C., qualche anno dopo la fondazione di Blanda, ivi, lo inviò per visitarla.  A lungo gli storici hanno dibattuto sulla ‘Vibonem’ episcopio fondata da S. Paolo apostolo, al rientro da un viaggio a Nicopoli, nel lontano Oriente. Sulla fondazione delle Diocesi di Velia, Bussento e di ‘Vibonem’, ha dunque scritto Mons. Carlo Gagliardo (…), Vescovo di Muro Lucano che, nel 1848, nel suo ‘Institutiones Juris Canonici’, nel suo Tomo I, tit. 18, da p. 173 e s., nel Tit. XVIII,“de Episcopis (7)”, a p. 178, scriveva in proposito che: “Episcopi permultis in urbibus ordinando. Medanae, Vibonae, Veliae. A divo Marco Evangelista Aulalium in Ecclesia S. Marci, ecc…” e, veniva citato dal Laudisio (…), a p. 7 (v. Visconti), della sua nota (f)(si veda nota (49) della versione curata dal Visconti). Il Gagliardo (…), scriveva che S. Paolo, ordinò Vescovi in diverse città, anche della nostra antica Lucania: a Velia, Bussento e a Vibone (diceva Laudisio: confinante con le altre due di Bussento e Velia). Dunque, il Gagliardo (…), citava Vibona e Velia fra le diocesi esistenti. Il Tancredi (…), però, dubitando della notizia, scriveva che bisognava analizzare gli Atti degli Apostoli (…), dove “S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelazzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. L’Avv. Pesce Carlo (…), nel suo ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, nel cap. IV, a p. 191, in proposito alle diocesi fondate dall’apostolo San Paolo di Tarso, scriveva che: “La pia tradizione vuole i due grandi Apostoli Pietro e Paolo, approdati dall’Oriente a Brindisi o a Reggio, abbiano attraversato tutta la regione fino al Tevere diffondendo i primi germi della parola del Vangelo…..Benchè di questi primi Cristiani, di questi anacoreti non sia traccia nella nostra Città, ci pare riferire quello che lasciò scritto il Falcone sul proposito: “Un’antica tradizione, continuata e non interrotta, corre in questa patria tramandata dai padri ai figli, che la Grotta di Cervaro, dove sono molte stanze ecc…ecc…”. Il Pesce (…), cita un manoscritto di Mons. Carmelo Nicola Falcone (…), che fu citato anche dal Laudisio (…). Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””. Infatti il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi etc..‘ a p. 101 (vedi versione del Visconti) in proposito scriveva che: “Ma anche in altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Felice, S. Teodoro e S. Donato.”.

Nel 64 d. C. (I sec. d.C.), LETONIA di Blanda, vedova del patrizio romano Novio ritornò a Velia

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini” parlando di Velia, a p. 9, in proposito scriveva che: “Il Curzio, nella sua “Melania di Blanda”, parla di Letonia, oriunda di Blanda e vedova del patrizio Novio, morto in prigione per tradimenti politici. Letonia, trascorsi alcuni anni a Roma, avendo saputo che San Pietro vi predicava una religione nuova, capace di lenire il dolore, volle ascoltarne la voce e si fece cristiana. Continuò ad abitare in Roma fino al tempo di Nerone, ma, inorridita dalle crudeltà di costui, ritornò a Velia, dove visse in meditazione ed in preghiera, liberò gli schiavi ed istruì nella fede la giovane Melissa (110). La fede cristiana aveva messo radici sante e salde nel cuore di Letonia che, alla visita di cari ospiti che le consigliavano sacrifici agli dei per il suo defunto marito, potè rispondere: “Oh!…..non profferite più questi nomi di dei falsi e bugiardi. Nella mia casa non vi sono più dei Mani, come non vi sono più Lari e Penati. V’è semplicemente il timore di un Dio Eterno, Giusto, Onnipotente” (111).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (110) postillava: “(110) Curzio, op. cit. p. 18”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (111) postillava: “(111) Curzio, op. cit. p. 19”. Il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”.

Nel 65 d.C. (I sec. d.C.), VELIA (l’antica colonia magno-greca di Elea) che, S. Paolo la eresse sede Vescovile

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, tra le prime diocesi conosciute in Campania e chiese contermini erano conosciute le seguenti: “1) – Acerra; 2) – Alife; 3) – Ariano Irpino; 4) – Avellino; 5) – Benevento; 6) – Calvi; 7) – Teano; 8) – Capua; 9) – Napoli; 10) – Nocera de’ Pagani; 11) – Nola; 12) Bussento (Policastro). Fondata da S. Paolo nel I secolo (66), se ne ricordano solo due vescovi: Rustico (501) e Sabbazio (649)(70); 13) – Pozzuoli; 15) Salerno; 16) – Sessa Aurunca;”. Sempre il Cataldo, nello stesso opuscolo nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, in proposito scriveva che: “Passiamo in rassegna, brevemente, alcune località dove la religione cristiana arrivò per prima e delle quali abbiamo qualche ricordo. Esse sono: paestum, Agropoli, Capaccio, Velia, Bussento (Policastro B.), Roccagloriosa, Teggiano, Atena Lucana, Sala Consilina, Lagonegro e Blanda. Gli ultimi cinque nuclei, essendo limitrofi al Cilento, ebbero rapporti immediati con le nostre zone.”. Il Cataldo, parlando di Velia scriveva pure che: “4) – VELIA. Città celebre edificata dai Focesi al tempo di Servio Tullio, 6° re di Roma, rinomata per la scuola filosofica (Eleatica), fiorita per merito di illustri pensatori, come Senofane, Parmenide, Zenone e Leucippo, e patria di Papinio, padre di Stazio (101), e di Trebazio, amico di Cicerone, fu centro di villeggiatura, e tappa obbligata, col suo porto, per i mercanti d’Oriente e d’Occidente (102). Evangelizzata da S. Pietro nel 55 al tempo di Nerone, ebbe i primi testimoni della fede (103). Dieci anni dopo vi passò S. Paolo e vi eresse la sede Vescovile (104). Sono ricordati almeno due presuli: Agnello (sec. V) ed un ignoto (592), già defunto al tempo di papa S. Gregorio Magno (105).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (105) postillava che: “(108) Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. I, pp. 14 e 25”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 730 parlando di Velia, in proposito scriveva che: “L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d.C. (scomparsa della basilica paleo-cristiana e della villa della famiglia Gavinio).”.  Inoltre, Ebner, a p. 724, in proposito scriveva che: “Certo è che Velia era diocesi già nel 500 d.C., come è certo che in età longobarda (30) (lo si desume da un diploma del 950) il luogo era noto solo per la chiesa “ai due fiumi”, l’Alento e il Palistro, alle cui foci, poi congiunte erano i due porti settentrionali di Velia, come conferma l’aereofotografia. Del resto una chiesa cattedrale fu sempre poi a Velia: ne rimane traccia nei tre scalini e nel tronetto di quella attuale (verrà adibita a museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo) su un’altra più antica, come testimoniano due magnifici capitelli medioevali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicata a divinità femminile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, etc…”. Ebner, a p. 724, nella nota (30) postillava che: “(30) P. Ebner, Storia cit., ID. ID., Economia e società cit.”. Ebner, a p. 724, nella nota (31) postillava che: “(31) P. Ebner, Agricoltura e pastorizia, cit., p. 69”. Ebner, a p. 724, nella nota (32) postillava che: “(32) CDC, I, 179, novembre a. 950, Salerno: ecclesia sanctae dei genitricis virginis marie. Cfr. Ebner, Agricoltura, cit., p. 62 sg.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, a pp. 5-6-7 parlando di “Pesto”, in proposito scriveva che: “Vogliono, che questa Città fosse stata una delle quattordici colonie de’ Romani in Italia, che qui fossero vissuti Zenofonte e Parmenide celebri Filosofi, secondo il parere di Dionisio e Diodoro, che M. Tullio Cicerone vi havesse fatto una Villa, e che li suoi cittadini havessero guerreggiato con Annibale, Alarico, Gensorico, e Totila, e con gran valore havessero resistito ad Alessandro Molosso Rè degli Epiroti, & a Pirro suo figliolo. In questa città fiorì anche la Santità, mentre ebbe S. Vito Martire, che morì per la Fede di Cristo, come vuole Paolo Reggio Vescovo di Vico Equense, e dopo tante, e altre sue tralasciate glorie nell’ano 930, fu invasa da Saraceni, e da quelli abbattuta in modo che di una Città sì bella tenuta inespugnabile per molti secoli, e del suo circuito di quattro miglia, non furono lasciati, se non le mura in piedi.”. Il Di Luccia, a p. 6 parlando di Velia scriveva che: “Tra l’altre città della Lucania veniva annoverata Bussento…..Velia era la terza città detta Veleia, & in Greco detta Eleia,…..Haveva questa Città bellissimi porti, mentre ‘Virgilio nel lib. 6 dell’Enead.dice ‘Portusque require Velinos’.”. Ancora, il Di luccia, a p. 7 parlando di Bussento scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.

Nel ’41 e nel ’68 d. C. (I sec. d.C.), TILENO a Blanda e BACCHILO a Bussento (su ordine di S. Paolo si recò a Bussento e poi a Blanda)

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, scriveva in proposito che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo  ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Pubblicato nel 1910, scriveva che il luogo di Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (…), il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “Bussento”, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: Sempre dal Curzio, si apprende che dell’esistenza di Bussento (Ecco là Bussento come primeggia sul Golfo. Che ridente posizione! (Cap. III, p. 10), la quale, con i ridenti centri marittimi della Magna Grecia, forma “una ghirlanda di gemme, la cui greca bellezza è ammirata nel mondo intero!…” (p. 11), offrendo ai naviganti una incantevole veduta (131). Questa cittadina fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina (mandatovi da S. Paolo nell’anno 41 ed ivi vissuto fino al 68), assieme alle altre comunità costiere. Bacchilo, partito da Blanda, attraversando le falde del monte Coccovello su un cavallo grigio, raggiunse Bussento, dove parlò in nome dell’Apostolo Paolo, esercitando sugli animi un fascino indicibile ed inebriandoli delle divine bellezze della fede cristiana (p. 29 e 30). Da Bussento il venerando presule passò a visitare la comunità vicina di Vibone ad Sicam (132).”. Sempre il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Il Curzio, nel citato racconto del I° secolo dell’era cristiana (Melania di Blanda), ne parla spesso, accennando alla comunità cristiana guidata dal Presbiterio Tileno e visitata da Bacchilo, Arcivescovo di Messina, mandatovi da S. Paolo qualche anno dopo la fondazione, nel 68: – “Il dì seguente a notte inoltrata giunse a Blanda il venerando Bacchilo. La notizia del suo arrivo si sparse in breve per tutta la città, appena che l’alba ebbe nella dimane fugate le tenebre della notte, tanto che in poco d’ora s’erano già radunati nell’atrio della casa di Tileno i pochi fedeli di Blanda. Il vescovo incomincia la sua evangelica allocuzione. Il suo dire esercita ugli animi un fascino indicibile. Tutti pendono dal suo labbro. Egli parla in nome dell’Apostolo Paolo, e dopo aver descritte le dolcezze della vita mistica al lume della fede, incoraggia i fedeli a star sempre in guardia acciocchè non fossero assaliti dal principe delle tenebre. Fa loro comprendere che la vita dell’uomo sulla terra è una milizia e che il vessillo sotto cui militano i cristiani è l’insegna di nostra redenzione. Operato quindi il sacrificio incruento e distribuito ai fedeli il pane eucaristico, il venerando vescovo si accinge a partire per Bussento”(195)”. Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (131), postillava che:  “(131) Curzio N., op. cit., pp. 10-11”. Il Cataldo (…), nella sua nota (132), postillava che:  “(132) Curzio N., op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (132) postillava che: “(132) Curzio, op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo a p. 22, nella nota (195) postillava: “(195) Russo Francesco: Storia della Diocesi di Cassano al Jonio, Laurenziana, Napoli, 1968, vol. III, pp. 17-19”. Il Cataldo (…), nella sua nota (193), postillava che:  “(193) Curzio N., op. cit., pp. 30.”. Il Cataldo (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”.

L’antica “Bibo” (“Vibonem”) di Velleio Patercolo

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’,del 1978, pp. 64-65 parlando della “Vibone Lucana”, in proposito scriveva che: “Aveva anche perduto la sua ragione di vita, perchè la nuova formazione del terreno la fece inusabile come porto e il nuovo porto (del quale parleremo) risentiva della desolata decadenza della regione. Che un’altra città, ribattezzata dai Romani col nome di “Potentia”, sia da identificare con Vibona Lucana, riteniamo improbabile, questa Potentia (della quale non sappiamo proprio nulla, fuorchè del nome) doveva trovarsi più a sud; ed è anche questa Potentia ha creato un mondo di confusioni: si cercava il porto marino di Blanda, perchè era vicino a Potenza, capoluogo della Lucania, fondata pure dai Romani (15).“. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (15), postillava che:  “(15) Velleio Patercolo, Historiae Romane, libro I, 15 (Da una colonna si legge: “Potentia Romanorum huc nos relegavit”). Fu colonia romana dal 189 a.C.”. Il Tancredi, continuando il suo racconto a p. 64, in proposito scriveva pure che: “Nel sec. XVII Vibona Lucana è già un ricordo lontano, citato come ‘Bibo’ (16) ed al suo posto si trova un villaggio, detto ‘Petrasia’ (17), che poco dopo scompare e rimase col nome di ‘Villammare’ (Marina di Vibonati).”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Cfr. nota n. 13. Ferraro Filippo (cit. dal Troyli, Tomo I, P. II, p. 178 in “Additions ad Calepinum” la dice “Bibone”.”. Il Tancredi, a p. 64, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Cfr. nota n. 13.”. Sulla “Vibone” (lucana), antica sede Episcopale ha scritto anche il Tancredi che faceva interessanti ipotesi. Il Tancredi (…), però, dubitando della notizia, scriveva che bisognava analizzare gli Atti degli Apostoli (…), dove “S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelazzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Gaetani (…), nel suo introvabile libretto sull’antica diocesi di Bussento, a riguardo scriveva che a Buxentum, nel 501, appare un Vescovo chiamato Rustico. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”.

Nel 66 d. C., PESILIANO, centurione che vigilava su S. Paolo e fidanzato con MELANIA di Blanda, si convertirono al cristianesimo

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38): Etc…..Questo racconto, in 24 capitoletti, narra la storia di due fidanzati: Melania di Blanda e Pesiliano, novella leva dell’esercito imperiale di Nerone. Essi hanno abbracciato con gioia la nuova religione di Cristo, grazie alla missione degli Apostoli Pietro e Paolo. L’autore, versato nelle discipline classiche e nelle ricerche storiche all’inizio del sec. XX, mette in luce una delle tante testimonianze della nostra fede. Il passo di S. Epifanio, Padre della Chiesa Orientale, è generico e non scende a tanti particolari; ma è la chiave di volta di tutta una tradizione, indubbiamente autorevole. Etc…”.  Dunque, secondo il Cataldo, che scrive sulla scorta del sacerdote Nicola Curzio, il centurione di Nerone che, vigilava sulle catene a S. Paolo, insieme alla fidanzata Melania di Blanda, si convertirono al Cristianesimo.

Nel ’41 e nel ’68 d. C. (I sec. d.C.), TILENO a Blanda e BACCHILO a Bussento (su ordine di S. Paolo si recò a Bussento e poi a Blanda)

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, scriveva in proposito che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo  ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Pubblicato nel 1910, scriveva che il luogo di Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (…), il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “Bussento”, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: Sempre dal Curzio, si apprende che dell’esistenza di Bussento (Ecco là Bussento come primeggia sul Golfo. Che ridente posizione! (Cap. III, p. 10), la quale, con i ridenti centri marittimi della Magna Grecia, forma “una ghirlanda di gemme, la cui greca bellezza è ammirata nel mondo intero!…” (p. 11), offrendo ai naviganti una incantevole veduta (131). Questa cittadina fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina (mandatovi da S. Paolo nell’anno 41 ed ivi vissuto fino al 68), assieme alle altre comunità costiere. Bacchilo, partito da Blanda, attraversando le falde del monte Coccovello su un cavallo grigio, raggiunse Bussento, dove parlò in nome dell’Apostolo Paolo, esercitando sugli animi un fascino indicibile ed inebriandoli delle divine bellezze della fede cristiana (p. 29 e 30). Da Bussento il venerando presule passò a visitare la comunità vicina di Vibone ad Sicam (132).”. Sempre il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Il Curzio, nel citato racconto del I° secolo dell’era cristiana (Melania di Blanda), ne parla spesso, accennando alla comunità cristiana guidata dal Presbiterio Tileno e visitata da Bacchilo, Arcivescovo di Messina, mandatovi da S. Paolo qualche anno dopo la fondazione, nel 68: – “Il dì seguente a notte inoltrata giunse a Blanda il venerando Bacchilo. La notizia del suo arrivo si sparse in breve per tutta la città, appena che l’alba ebbe nella dimane fugate le tenebre della notte, tanto che in poco d’ora s’erano già radunati nell’atrio della casa di Tileno i pochi fedeli di Blanda. Il vescovo incomincia la sua evangelica allocuzione. Il suo dire esercita ugli animi un fascino indicibile. Tutti pendono dal suo labbro. Egli parla in nome dell’Apostolo Paolo, e dopo aver descritte le dolcezze della vita mistica al lume della fede, incoraggia i fedeli a star sempre in guardia acciocchè non fossero assaliti dal principe delle tenebre. Fa loro comprendere che la vita dell’uomo sulla terra è una milizia e che il vessillo sotto cui militano i cristiani è l’insegna di nostra redenzione. Operato quindi il sacrificio incruento e distribuito ai fedeli il pane eucaristico, il venerando vescovo si accinge a partire per Bussento”(195)”. Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (131), postillava che:  “(131) Curzio N., op. cit., pp. 10-11”. Il Cataldo (…), nella sua nota (132), postillava che:  “(132) Curzio N., op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (132) postillava che: “(132) Curzio, op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo a p. 22, nella nota (195) postillava: “(195) Russo Francesco: Storia della Diocesi di Cassano al Jonio, Laurenziana, Napoli, 1968, vol. III, pp. 17-19”. Il Cataldo (…), nella sua nota (193), postillava che:  “(193) Curzio N., op. cit., pp. 30.”. Il Cataldo (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”.

Nel 66 d.C. (I sec. d.C.), S. Paolo fonda le prime diocesi, tra cui quella di ‘VIBONA’

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa una sede Episcopale a Vibona. Come ho detto, le vicende della fondazione di una diocesi a Vibona (forse “Vibone Lucana”), sono legate al viaggio di San Paolo, che fondò anche altre diocesi: Velia, Bussento e Blanda. Le notizie intorno ad una diocesi di Vibona, si possono legare a quelle di Bussento e di Blanda. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1838, nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis’,  a p. 7 (si veda la versione della ‘Synopsi’, curata dal Visconti), scriveva che: “…ibique sede fixa partibus suis suis Lino et Cleto domandatis, varias inde Apostolorum principes peragrarunt regiones (13); quas inter nostram Lucaniam, in Magna Graecia. Fundavere enim Petrus Neapolitanam, Beneventuanam, Puteolanam, aliasque, Paulus vero, inter coeteras, Vibonensem, Velinam, et sic ipsis finitimam, Buxentinam, Ecclesias.”. Il Laudisio a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.” e, nella sua nota (14, la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, p. 238.”. Il Laudisio (…), sulla scorta del Gagliardi (…) e tradotto dal Visconti, rifrendosi ai due apostoli S. Piero e S. Paolo, scriveva che: “Fissata la loro sede a Roma, i due principi degli apostoli, dopo aver pregato Lino e Cleto di fare le loro veci, incominciarono a percorrere diverse regioni, e fra queste anche la nostra Lucania in Magna Grecia. Pietro, infatti, fondò le chiese di Napoli, di Benevento, di Pozzuoli ed anche altre; Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”. Dunque, secondo il Laudisio (…), San Paolo (insieme a San Pietro), dopo aver affidato a Lino e Cleto, le loro veci in loro assenza e, prima di essere fatti decapitare dall’Imperatore romano Nerone, nell’anno 66 d.C.,  si allontanarono da Roma e iniziarono la loro opera di evangelizzazione in diverse regioni d’Italia, tra cui anche la nostra Lucania, dove si dice che San Paolo fondò le Diocesi di Velia, Bussento e Vibona. A lungo gli storici hanno dibattuto sulla ‘Vibonem’ episcopio fondata da S. Paolo apostolo, al rientro da un viaggio a Nicopoli, nel lontano Oriente. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: “Per dare un quadro completo delle notizie su Vibona, dobbiamo ancora riferire una voce che ci lascia un pò perplessi. Vibona sarebbe stata sede di Diocesi. Lo riferisce Carlo Gagliardo, il quale afferma che il fondatore della diocesi sia stato l’apostolo S. Paolo in persona (7). Su questa circostanza esiste un documento che non si dovrebbe ignorare, perchè ognuno di noi l’ha a portata di mano: negli Atti degli Apostoli (8) S. Paolo stesso descrive con parole inequivocabili il suo viaggio ed è fuor di dubbio che egli sbarcato a Pozzuoli soltanto e in nessun porto del Golfo. In più sappiamo che l’evangelizzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona. Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15.”.  Il Tancredi (…), scriveva che: “Per dare un quadro completo delle notizie su Vibona, dobbiamo ancora riferire una voce che ci lascia un pò perplessi. Vibona sarebbe stata sede di Diocesi. Lo riferisce Carlo Gagliardo, il quale afferma che il fondatore della diocesi sia stato l’apostolo S. Paolo in persona (7).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a pp. 15-16, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino e a poposito della notizia della sede episcopale a Vibona, riferisce e parla delle stesse notizie citate dal Tancredi (…), circa una Diocesi di Vibone, fondata dall’Apostolo S. Paolo e, scriveva che: “S. Paolo, tornato da Napoli nel 66 d.C., fondò, tra le varie chiese o diocesi, VIBONE (Vibo Valentia o Monteleone del Bruzio), VELIA (Velia-Scavi) e BUSSENTO (Policastro Bussentino). Dunque la fondazione della chiesa e della sede vescovile di Bussento risale al 66 per opera di S. Paolo, al ritorno da Nicopoli, dopo l’ultimo viaggio in Oriente, l’anno prima della sua morte. Detta notizia, conservata nell’opera classica di Carlo Gagliardi di Bella (PZ)(1710-1778), Vescovo di Muro Lucano: Institutionum Juris Canonici (lib. I, tit. 18, Noap. 1848), è citata nella ‘Synopsis di Monsignor Nicola Laudisio.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, che indicherà il giusto riferimento bibliografico del Gagliardo (…): “Ad signum ancorae, 1848, Tomo I, tit. XVIII: De Episcopis, n. IV, pag. 177-178”, dove troviamo scritto che: I Santi Pietro e Paolo approdarono ambedue distintamente due volte in Italia (Atti degli Apostoli, XXVIII: 11-14); essi stessi furono soliti penetrare in moltissime province specialmente in questo Regno di Napoli (S. Epifanio: Haereses, 27 tramanda: ….Parimenti da S. Paolo, nella Puglia Peucezia, che si chiama anche Calabria, che si estende da Brindisi fino a Taranto, si dice che fu annunziata la fede evangelica e che ivi stesso furono ordinati molti vescovi: particolarmente S. Stefano Niceno a Reggio Calabria, il B. Sveda a Locri, altri a Gerace, e i manenti dei quali non si sa il nome, a Taurianova, a Metauro, a Medana, a Vibona (“Vibonae”) e a Velia (‘Veliae’)”. Il Cataldo, aggiunge (Cfr. P. Fiore: Della Calabria illustrata, e Bartolomeo Chioccarelli, de Episcopis et Archiepiscopis Neapolitanis).”. Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15.”.  Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Anche il Cataldo (…), citava le notizie tratte da Carlo Gagliardo (…) e, riportate per la prima volta dal Laudisio (…). Tuttavia, sebbene il Cataldo, riportasse la notizia di S. Paolo, riferita dal Laudisio (…), non parlava di una “Vibone Lucana”, che il Tancredi credeva doversi riferire a Vibonati, ma parlava di una Vibo Valentia. Dunque, sulla base di ciò che riportava il Laudisio (…), anzi ciò che scriveva il Gagliardo (vedi le note (14)), ci chiediamo se il documento trascritto dal Gagliardo (…), si possa riferire ad una Vibo Valentia, anzicchè a Vibonati, essendo una sede episcopale prossima alle altre due Velia e Bussento. Sulla fondazione delle Diocesi di Velia, Bussento e di ‘Vibonem’ ha scritto Mons. Carlo Gagliardo (…), Vescovo di Muro Lucano che, nel 1848, nel suo ‘Institutiones Juris Canonici’, nel suo Tomo I, tit. 18, da p. 173 e s., nel Tit. XVIII,“De Episcopis (7)”, a p. 178, scriveva in proposito che: “Episcopi permultis in urbibus ordinando. Medanae, Vibonae, Veliae. A divo Marco Evangelista Aulalium in Ecclesia S. Marci, ecc…” e, veniva citato dal Laudisio (…), a p. 7 (v. Visconti), della sua nota (f)(si veda nota (49) della versione curata dal Visconti). Secondo la traduzione del Visconti (..), nella versione curata della ‘Synopsi’ del Laudisio, , il Gagliardo scriveva che: Paolo, invece fondò, fra le altre, le chiese di Vibo Valentia e di Velia, è così pure quella di Bussento, che è confinante con esse.”. Il Laudisio, il Cataldo ed il Tancredi citavano Carlo Gagliardi (….). Il Tancredi, a p. 73, nella sua nota (7), postillava che: “(7) Gagliardo Carlo, Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; cfr. Laudisio, op. cit.,  p. 20, nota (f).”. Il Laudisio (….), nella sua ‘Sinopsi’ a p. 7, nella sua nota (14), vedi versione a cura del Visconti, nella sua nota ((14), la nota (f), citata dal Tancredi), postillava che: “(14) Gagl., Inst. Can., lib. 1, tit. 18, (Caroli Gagliardi, Institutionum Iuris Canonici Communis et Neapolitani libri, Neapoli, 1766, lib. I, p. 238: “Divi Petrus et Paulus bis in Italiam uterque seiunctim appulere plurimasque huius potissimum regni Neapolitani provincias peragrare ipsi consueverunt, episcopos permultis in urbibus ordinando”).”, la cui traduzione è “S. Pietro e Paolo giunsero in Italia due volte, uno dopo l’altro, ed essi stessi erano soliti percorrere molte province, specialmente di questo regno di Napoli, ordinando vescovi in ​​moltissime città ecc..”. Secondo la tradizione dunque, S. Pietro e S. Paolo ordinarono Vescovi in diverse città della Campania e Lucania. Il Tancredi, circa la notizia di una sede episcopale a Vibona, oltre a citare il Laudisio (…), citava Carlo Gagliardo (…), che nel 1848, nel suo ‘Institutiones Juris Canonici, Napoli’, nel suo Tomo I, tit. 18, da p. 173 e s., nel Tit. XVIII, “Tit. XVIII. De Episcopis (7)”, a p. 178, riferendosi a S. Paolo scriveva in proposito che: “A Divo item Paulo in Peucetia, quae modo Calabria vocitatur, a Brundusio usque ad Tarentum patens, Fidem evangelii annunciatam, et Episcopos inibi plures ordinatus ferunt: et praecique S. Stephanum Nicaenum Rhegii, B. Svedam Locride, alios Hieracii, cetero ignotos Taurinae, Metauri, Medanae, Vobonae, Veliae. A divo Marco Evangelista Aulalium in Ecclesia S. Marci, alias Argentani, et Amasianum Tarenti (4).”, ovvero che: “Anche da San Paolo in Peucezia, che ora si chiama Calabria, estendendosi da Brundusium a Taranto, fu annunziata la fede del vangelo, e si dice che in essa furono ordinati diversi vescovi: Metauro, Medana, Vobona, Velia. Da San Marco Evangelista, Sala dei Santi nella Chiesa di San Marco, alias Argentino e Amasiano di Taranto. (4).”.

Gagliardo, p. 178

(Fig….) Gagliardo Carlo, Institutionum Iuris Canonici Communis et Neapolitani libri, Neapoli, 1766, lib. I, p. 178 (Archivio Attanasio)

Il Gagliardo citava Vibona e Velia fra le diocesi esistenti. Carlo Gagliardo (….), sulla scorta di S. Epifanio, scriveva di Vibone e di Velia, ovvero le due diocesi create da S. Paolo. Il Gagliardo (…), a p. 178, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Videndi ad id Ughellius in Italia sacra, P. Io: Fiore Capuccinus tom. 2 della Calabria illustrata, Auberius Miraeus in ‘notitie episcopat. Orbis Christiani, Philipp. Ferrarius in cathalogo Sanctorum Italiae, Petr. de Natalibus in cathalogo, B. Chioccarell. de Episcop. et Archiep. Neap.”. Dunque, il Gagliardo, nella sua nota, postillava i suoi riferimenti bibliografici e cita l’“Italia Sacra” dell’Ughelli, il tomo II della “Della Calabria Illustrata” del Fiore (…), Filippo Ferrario (…) e, il Bartolomeo Chioccarelli (…). Carlo Gagliardo a p. 178, nella sua nota (4) postillava di Ughelli, di Fiore (….), Filippo Ferrarius in “Cathalogo Sanctorum Italiae” e del Cioccarelli: “De Episcop. et Archiep. Neapol.”. Si riferiva all’opera di Cioccarelli. Il Gagliardo (…), citava Vibona e Velia fra le diocesi fondate dall’Apostolo San Paolo di Tarso. Il Gagliardo (…), scriveva che S. Paolo, ordinò Vescovi in diverse città, anche della nostra antica Lucania: a Velia, Bussento e a Vibone (diceva Laudisio: confinante con le altre due di Bussento e Velia). Dunque, il Gagliardo (…), fra le città esistenti nei Bruzi (Calabria), che all’epoca era una parte della Lucania romana, citava ‘Vibona’ e ‘Velia’. Il Gagliardo (….) scriveva che S. Paolo, nel suo viaggio di ritorno da “Nicopoli” si fermò sulle nostre coste ed ordinò vescovi anche nella città della Calabria di “Vibonae” e “Veliae”, città poste molto vicine subito dopo la città di “Medanae”. Dunque doveva trattarsi non della città di Vibo Valentia. Come vedremo, Gagliardo, non parla di ‘Vibo Valentia’ ma, cita un documento tratto da S. Epifanio (…), che cita un Vibonae”. Riguardo il Carlo Gagliardo di Bella (….), il Laudisio (…), nel 1838, nella sua ‘Paleocastren Dioeceseos historico-chronologica synopsis’, a p. 7, nella sua nota (13), postillava che “(13) Epigh., Haer. 27.”. Dunque, il Laudisio citava S. Epifanio (…) e la sua opera “Haer., 27”. Di cosa si tratta ?. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, che indicherà il giusto riferimento bibliografico del Gagliardo (…): “Ad signum ancorae, 1848, Tomo I, tit. XVIII: De Episcopis, n. IV, pag. 177-178”, dove troviamo scritto che: I Santi Pietro e Paolo approdarono ambedue distintamente due volte in Italia (Atti degli Apostoli, XXVIII: 11-14); essi stessi furono soliti penetrare in moltissime province specialmente in questo Regno di Napoli (S. Epifanio: Haereses, 27 tramanda:….ecc…”. Dunque, il sacerdote Cataldo (…), scriveva che il Gagliardo traeva queste notizie da un passo di S. Epifanio: “(S. Epifanio: Haereses, 27)”. Il Cataldo scriveva che S. Epifanio: “tramanda: ….Parimenti da S. Paolo, nella Puglia Peucezia, che si chiama anche Calabria, che si estende da Brindisi fino a Taranto, si dice che fu annunziata la fede evangelica e che ivi stesso furono ordinati molti vescovi: particolarmente S. Stefano Niceno a Reggio Calabria, il B. Sveda a Locri, altri a Gerace, e i manenti dei quali non si sa il nome, a Taurianova, a Metauro, a Medana, a Vibona (“Vibonae”) e a Velia (‘Veliae’)”. Dunque, il Cataldo aggiunge in più a ciò che aveva postillato il Laudisio che il Gagliardo traeva alcune notizie su S. Paolo dal testo di S. Epifanio e che S. Epifanio (…), nella sua opera “Haereses”, al n. 27 tramandava che S. Paolo giunto in “Peucezia”, che si chiamava anche Calabria, continuò la sua opera di evangelizzazione delle genti e ordinò diversi Vescovi, tra cui quelli a Taurianova, a Metauro, a Medana, a Vibona (“Vibonae”) e a Velia (‘Veliae’). A quale opera di S. Epifanio si riferivano il Curzio (…), il Laudisio (….) e gli storici locali come il Tancredi ed il Cataldo ?. Essi si riferivano all’opera chiamata “Haereses”. L’opera in questione è attribuita a Sant’Epifanio Vescovo di Salamina e di Cipro. Epifanio di Salamina, o anche Epifanio di Costanza di Cipro (Eleuteropoli, 315 circa – 403), è stato un vescovo e scrittore greco antico venerato dalle Chiese cattolica, ortodossa e ortodossi orientali come santo e Padre della chiesa. Di grande importanza è Ancoratus, ovvero l’uomo ben ancorato, tradotto in italiano con L’ancora della fede, un buono e solido catechismo dell’epoca, scritto nel 374. Subito dopo (374-377) scrisse la sua opera più nota, il Panarion (tradotto in latino con il titolo: Adversus omnes haereses), dove sono considerate e combattute circa 80 eresie diverse. Il titolo Panarion indica la cassetta di pronto soccorso con le medicine contro il veleno dei serpenti. Fu un enorme compendio delle eresie diffuse al suo tempo, ricco di citazioni di opere pervenute in frammenti e altrimenti andate perdute. Era fortemente contrario all’uso delle immagini sacre nella Chiesa. Nei primi capitoli, fornisce accesso ai lavori contro le eresie, del martire Giustino, del greco Ireneo Contro le eresie, e il Syntagma di Ippolito. Il Panarion è stato tradotto in inglese per la prima volta tra il 1987 e il 1990. In totale, elenca e confuta 80 diverse eresie, molte delle quali nominate soltanto nella sua opera. È una importante risorsa di informazioni sulla Chiesa del IV secolo, e sul cosiddetto Vangelo degli Ebrei, che circolava tra gli Ebioniti e Nazareni, e fra i seguaci di Cerinto. Il Panarion è un trattato fondamentale per conoscere la Storia della Chiesa e delle prime comunità cristiane. Panarion adversus omnes haereses è il capolavoro di Epifanio di Salamina (310/20-403) scritto contro tutte le eresie dell’epoca. L’Autore si propone di confutare le eresie che attecchivano allora all’interno delle comunità cristiane e ne considera e combatte nel testo circa 80 eresie diverse. Ad ogni eresia associa l’immagine di un serpente velenoso per il quale suggerisce un siero, da cui il titolo dell’opera “Panarion” ovvero “cassetta dei medicinali” da utilizzare nella lotta “contro il veleno dell’errore”. Anche se è stato molto discusso dai posteri per la faziosità che talora l’attraversa, è un trattato prezioso per la quantità di notizie e documenti che riporta.

Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Alle anzidette tradizioni vanno aggiunti altri indizi che confermano l’esistenza di nuclei cristiani in Lucania (Lucania Augustea). Dal rescritto di Costantino del 21 ottobre 219 al ‘corrector Lucania et Bruttiorum’ (77) si rileva l’esistenza di chiese organizzate nella regione da collegare con quanto si afferma negli ‘Acta Sanctorum’ (78) sul siciliano Vito, detto però “Vitus lucanus”, decollato sulle rive del Sele il 15 giugno 304-5 etc..”. Ebner, a p. 18, nella nota (77) postillava: “(77) Lanzoni, cit., p. 319. Va ricordato che con la dominazione normanna l’antica lucania scomparve definitivamente.”.

La nascita dei PAGI e dei VICI o VICUS

Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “4- Origini di Comunità Cristiane e sedi vescovili antiche”, a p. 5, in proposito scriveva che: “L’ascolto della parola di Dio ed il battesimo costituivano la nascita dei cristiani; l’accrescimento del loro numero faceva sorgere la “comunità cristiana” in ogni paese (55). I centri abitati di facile accesso (porti, punti strategici, scali commerciali) erano evangelizzati per primi; le località interne del retroterra, dei monti o di difficile accesso, a motivo del ritardo o dell’attaccamento ai culti antichi, erano nuclei rurali detti “pagi”, e perciò “pagani”, o anche “vici” (es. Sapri – Vicum Saprinum)(56).”. Il Cataldo, a p. 18, nella nota (56) postillava: “(56) Ebner, op. cit., I, pp. 18-19”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Nelle diocesi di Paestum, di Velia, di Bussento e di Marcellianum agivano fin dai primi tempi, come abbiamo accennato, oltre ai vescovi anche nuclei di “presbiteri” e di “diaconi”(20) con un rapporto centrato sostanzialmente nel ruolo del vescovo quale perno e fuoco della Chiesa locale (21), così come insegnavano Ignazio di Antiochia (22), Cipriano, vescovo di Cartagine (200-258), Agostino (350-430) e tanti altri minori. La figura del vescovo costituiva quindi il fuoco intorno a cui ruotavano le prime comunità cristiane. La cattedrale, chiesa ‘baptismalis’, rappresentava l’unico spazio sacro entro cui confluivano non solo i cristaini delle antiche città costituenti il territorio episcopale (paronoicheia), ma anche i fedeli dei suburbi e dei ‘vici’. E nella cattedrale che il vescovo celebrava i sacri riti assistito dai presbiteri. L’incremento demografico delle comunità cristiane rese necessario, nel tempo, la creazione di altri luoghi di riunione. Etc…3. La configurazione delle prime comunità cristiane risulta chiaramente delineata in alcune parti degli ‘Atti’ degli Apostoli (IV, 32) etc…Nel II secolo esse cominciarono però ad assumere sembianze più istituzionalizzate con assemblee giudate da ecclesiastici, presbiteri e vescovi, con poteri che tendevano a dilatarsi verso comunità limitrofe sia della ‘civitas’ che dei ‘vici’ da essa dipendenti.”.

BLANDA SITA NEL PORTO DI SAPRI ?

Mario Nigro, il Cluverio, l’Holstenio e Costantino Gatta ritenevano che l’antico sito della città di Blanda fosse nel ‘Porto di Sapri’

Nel 1557, Mario Nigro su Safri e su Blanda

Alcuni studiosi della bibliografia antiquaria come il Volpe (41), il Volpi (42) e, l’Antonini (27), si basarono e trassero molte notizie alcuni eruditi e studiosi del ‘500, come ad esempio Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII che, nel 1557, a p. 199, indica nell’indice del testo la pagina in cui parla di Blanda.  Infatti, nell’antico testo di Mario Nigro, del 1557, nelle sue note, alla voce Sapri, lo chiama ‘Safri castellum’ (33) e a p. 199 scrive: “Mox Talaus urbis fuit Sybaritarum colonia paululum à mari semota, prope cuius locum in litore maris castellu est quod iuniores Paleocastrum uocant, Talao finui imminens, ubi & ammis Talaus Dianius nunc in radicibus Apenini exortus apud Masecum castellum: ad leva penes se alterum Sallam nomine relinques penetratos suterraneis speluncis monte in mare it. Inde Safri: Malatia castella. Postea Laus amnis in mare uadit, Laino modo nomine in quo ager Lucanius terminatur. In mediterraneo aut haec habentur, Ulci Compsas antiqua oppida. Item aliud Potentia no in celebre cui nomen ad hoc tepus restat, non procul à fonte Pyxi cui adiacent. Inde Blanda oppidum fuit situ ualidum.”, che tradotto dal latino sarebbe: Poco dopo la città di Talau fu colonia de’ Sibariti, un po’ discosta dal mare, presso il cui luogo è un forte in riva al mare, che i più giovani chiamano Paleocastrum, che sovrasta l’estremità di Talau, dove e sulle rive di Talau Dianius, che ora sorge nelle radici dell’Appennino presso il forte di Masecum, penetrata nelle caverne sotterranee, la montagna andò nel mare. Poi Safri: i forti di Malatia. Successivamente il fiume Laus sfocia nel mare, sotto il nome di Lainus, dove finisce il campo di Lucanius. Nell’interno ci sono questi, gli antichi borghi di Ulci Compsas. Allo stesso modo, non c’è altra Potentia nel famoso il cui nome rimanga in questo luogo, non lontano dalla fonte di Pyxis, a cui sono adiacenti. Da quel momento in poi Blanda fu una città in una posizione forte”. Le interessantissime notizie riportate da scrittori testimoni del loro tempo andrebbero ulteriormente indagate.

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(Figg. ……) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199 (33)

Nel 1600, Blanda secondo Filippo Cluverio

Un altro erudito del tempo che a metà del ‘600 scrisse un’opera rimasta immemorabile è Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italia antiqua”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (35). Filippo Cluveri, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di ‘Blanda opidum’. Ciò che scrive il Cluverio su Blanda a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (35), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg. 6-7).

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(Figg. 6-7) Filippo Cluveri(o), ‘Italia antiqua’, 1624, p. 1263 (35).

Anche Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studii storico-Archeologici”, ed. Ercolano, Rionero, 1888, a pp. 12-13 del vol. II, in proposito scriveva che: “Blandae, oppidum. Secondo il Cluverio questa città era sita sul Tirreno alla dritta del fiume Noce sull’altura un miglio sopra Maratea. Ecc..”. Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italiae antiquae”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (…). Filippo Cluveri (…) (o Philppi Clvveri), nel cap. XIV, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di Blanda opidum’. Ciò che scrive il Cluverio su Blanda a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (…), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg…..). Infatti, il noto umanista Filippo Cluverio o Philipp Cluver (…), nella sua “Italiae Antiquae”, nel vol. II, Lib. IIII (IV), a p. 1263 parla di “Blanda oppidum” dove scriveva che: “BLANDA ‘oppidum’ ridiculè Barrius facit ‘Belvedere’ (ni sorsan ‘Maratéa’!) Praeter Tabulam, Melae quoque & Plinio memoratur; & plurali numero Livio BLANDAE; ut infrà videre est in Ancis, post Grumentum. In Lucanorum Blandas suisse finibus, cis Laum amnem, etiam ex Tabula pater. Falsus igitur heic quoque, ut saepè in aedem Lucanià posteà, Plinius, qui Brutiis adscripsit, dicto lib. III, cap. V. ‘Oppidum’, inquit, ‘Buxentum’; Gracè Pyxùs. Laùs amnis. fuit & opidum eodem nomine. Ab eo Brutium litus; opidum Blanda; flumen Batum’. Mela, lib. II, cap. IV, litus hoc in Lucanorum & Brutiorum nomina non distinguit. Adverso itinere incedens: ‘Hippo’, inquit, ‘nunc Vibon, Temesa, Clampesia, Blanda, Buxentum, Velia’. Ecc…”:

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(Figg…..) Filippo Cluveri (o), ‘Italia antiqua’, 1624, Libro III, p. 1263 (…)

Il Cluverio (…), parla della città di Blanda e del porto di Sapri nel Libro IIII (IV), Cap. XIV, a p. 1263. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (…), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (…). Il Cluverio scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Il Cluverio (…) nella sua opera geografica si rifece ad alcune carte geografiche pubblicate dal cartografo Abramo Ortellio (…), ed in particolare all’atlante “Theatrum Orbis terrarum” del ……..Il Theatrum Orbis Terrarum (“Teatro del mondo”) è considerato il primo vero atlante moderno; redatto da Abramo Ortelio, consisteva in una raccolta di mappe con testi a supporto, che formavano un libro impreziosito dall’aggiunta di lamine di rame incise specificatamente. Il Theatrum Orbis Terrarum di Abramo Ortelio venne dato alle stampe per la prima volta il 20 maggio 1570, da Gilles Coppens de Diest, ad Anversa. Tre edizioni in latino, oltre a una in olandese, una in francese e una in tedesco, fecero la loro comparsa prima della fine del 1572; ben 25 edizioni furono pubblicate prima della morte di Ortelius avvenuta nel 1598 e molte altre furono pubblicate dopo la sua scomparsa tanto che l’atlante continuò ad essere richiesto fino al 1612.

Filippo Cluverio

(Fig….) Filipp Cluver (Cluverio), carta d’Italia per la prima volta pubblicata nel 1630

Cluverio, p. 1209, cap. X, la mappa dell'Ortellio

(Fig….) Filippo Cluverio (…), op. cit., p. 1209 stralcio della carta geografica di Ortellio

Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, a pp. 438-439 parlando di Maratea superiore, riferendosi al Barrio che fu ripreso dal Cluverio in proposito scrivea che: “E dell’averla descritta oltre al Lao, siccome ne fu da ‘Cluverio’ ripreso, così noi pigliammo poco sopra la libertà di darne la verace lezione in questa maniera: “Oppidum Buxentum, graece Pixus, Oppidum Blanda, Flumen Batum, Laus amnis; fuit, & Oppidum eiusdem nominis. Ab eo Brutium litus &. Ecc..”.

Nel 1666, Luca Holstenio

Un altro erudito del tempo che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (28) (Figg. ). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, ‘Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii’, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (35)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (28), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (35). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (35)(Figg. 6-7), l’Holstenio (28), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, e a p. 288, scrive le note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (35) dice in proposito: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. L’Holstenio, sempre a p. 288, nelle note alla pagina 1263 dell”Italia antiqua’ di Cluverio e dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”In seguito, nella sua prima edizione del 1745 della sua ‘Lucania’, curata da Guglielmo Goesio, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (27), disserta su ciò che aveva scritto l’Holstenio (28) che, abbiamo integralmente riportato in latino e, scrive in proposito: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti a- vea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.” (27). L’Antonini, nella sua nota (1) aggiunge che: L’accuratissimo Olstenio (28)… ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. In buona sostanza, l’Antonini, restò un pò basito delle parole dell’Holstenio sul ‘Porto de Sapri‘ e sulla collocazione del sito di Blanda, ma non riteniamo – come dicono alcuni – che non fosse totalmente d’accordo con l’Holstenio, il quale aveva fatto dissertato sul libro più antico del Cluverio (18)(Fig. 6-7). Intanto la notazione di pagina 22 dell’Holstenio che il Cluverio, indicava: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. E’ il Cluverio (35) che lo denomina ‘Porto de Sapri’ e, questo ci deve far riflettere. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli (11); gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine.. ….dunque Blanda non fu una città dell’entroterra come invece comunemente si crede”. Il Visconti (18), nelle sue note (nota 10, p. 88) al testo del Laudisio (17), parlando di Blanda, riferisce: Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio (4), che afferma che fu espugnata dai Romani, durante la seconda guerra punica (ex Lucanis Blanda et Apolorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età Augustea prese il nome di Blanda Julia (C.I.L., X, 125).”.

Nel 1624, Luca Holstenio, Blanda e il Porto di Sapri

Giuseppe Antonini nella sua ‘Lucania’ (27) riporta alcune notizie tratte da alcuni eruditi del tempo, che meritano un maggiore approfondimento. Sono interessanti le notizie storiche e bibliografiche riferiteci dall’Antonini (27) che, parlando di Sapri e di Blanda (Fig. 2), riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella sua ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (27), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ curata da Guglielmo Goesio, parlando di Sapri, riferisce degli autori a lui precedenti che avevano scritto e collocato l’antica città di Blanda a Sapri, come ad esempio Luca Holstenio (28) che voleva che le vestigia di Blanda erano quelle che si vedevano nel porto di Sapri: “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, ‘Blandae vestigia eius apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire’, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: (I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. Sempre l’Antonini (…) a p. 439 parlando di Maratea e di Blanda in proposito scriveva che: Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e cn esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Ecc…”. L’Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439 postillava che: Questo stesso autore nelle ‘note a Carlo di S. Paolo’, dimenticatosi di quanto si dice, scrisse, che Blanda era al porto di Sapri; e nelle ‘note ad Ortelio, fol. 32. dove questo dice: ‘Blandam Lucanis fuisse ad scriptum’, egli soggiunse: ‘Recte, nam X. M.P. disiabat Buxento. Vestigia eius maxima apparent ad portum Sapri.”. Un altro erudito del tempo che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (28) (Figg. ). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geografi- cum ortelii, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (35)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (28), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (35). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (35)(Figg. 6-7), l’Holstenio (28), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, e a p. 288, scrive le note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (35) dice in proposito: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. L’Holstenio, sempre a p. 288, nelle note alla pagina 1263 dell”Italia antiqua’ di Cluverio e dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”In seguito, nella sua prima edizione del 1745 della sua ‘Lucania’, curata da Guglielmo Goesio, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (27), disserta su ciò che aveva scritto l’Holstenio (28) che, abbiamo integralmente riportato in latino e, scrive in proposito: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti a- vea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.” (27). L’Antonini, nella sua nota (1) ag- giunge: “L’accuratissimo Olstenio (28)… ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. In buona sostanza, l’Antonini, restò un pò basito delle parole dell’Holstenio sul ‘Porto de Sapri‘ e sulla collocazione del sito di Blanda, ma non riteniamo – come dicono alcuni – che non fosse totalmente d’accordo con l’Holstenio, il quale aveva fatto dissertato sul libro più antico del Cluverio (18)(Fig. 6-7). Intanto la notazione di pagina 22 dell’Holstenio che il Cluverio, indicava: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. E’ il Cluverio (35) che lo denomina ‘Porto de Sapri’ e, questo ci deve far riflettere. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli (11); gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine.. ….dunque Blanda non fu una città dell’entroterra come invece comunemente si crede”. Il Visconti (18), nelle sue note (nota 10, p. 88) al testo del Laudisio (17), parlando di Blanda, riferisce: Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio (4), che afferma che fu espugnata dai Romani, durante la seconda guerra punica (ex Lucanis Blanda et Apolorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età Augustea prese il nome di Blanda Julia (C.I.L., X, 125).”.

Nel 1723, Costantino Gatta: nel mare di Sapri fu ingoiata l’antica sede vescovile di Blanda

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Sapri”, a pp. 590-591, in proposito scriceva che: “….e del Gatta (5) che ubica Blanda a Sapri. Egli insiste sulle “sue ruine” e dei “grandi avanzi di fabbriche (6) che asserisce di aver visto personalmente. Il Laudisio (7), però, dopo aver detto della chiesa di Sapri fu elevata a parrocchia nel 1725 (8), continua richiamando anch’egli l’opinioe dell’Holstenius che ivi “fuisse olim sitam antiquam Blandam, urbem episcopalem”, affermando pure lui l’esistenza di resti archeologici (9), tra cui, “nella piazza di Sapri”, l’epigrafe di Lucio o Sempronio Prisco (10), trascritta dall’Antonini nelle lettere a Matteo Egizio e nella Lucania, p. 434. Il Laudisio mostra di essere dell’opinione di dell’Holstenius esclamando “non ergo mediterranea civitas, ut contra opinatur”. Ivi era perciò, conclude il Laudisio, l’antica città di Blanda (11), sede vescovile, di cui è detto nella nota lettera di Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, residente ad Agropoli.”. Ebner, a p. 590, nella nota (5) postillava che: “(5) Gatta, cit., p. 305 sg. “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”. Ebner, a p. 590, nella nota (6) postillava che: “(6) Antonini cit., I, p. 431: “due augusti acquedotti (….), una lunga strada larga circa nove palmi (….) una continuata muraglia d’opera reticolata (….), molte piccole stanze rovinate (….), chiarissimi indizi di pitture etc….”Ebner, a p. 590, nella nota (7) postillava che: “(7) Laudisio cit., p. 33 sg.”. Ebner a p. 590, nella nota (8) postillava che: “(8) Laudisio, ibidem, Ecclesiam Portus Saprorum anno 1725 in Parochialem erexerat, ma un documento dell’Adp ANTICIPA L’EREZIONE AL 1719.”. Ebner, a p. 590, nella nota (9) postillava che: “(9) Laudisio, ibid., Enim vero extant adhuc hodie moenium ruinae lepidibus que vere antiquitatem praeseferunt et praedicant vetustam.”. Infatti, il Visconti (….), nelle sue note alla ‘Synopsi’ del Laudisio (17), riferiva che Blanda era stata citata dal Costantino Gatta (….) che, la identifica con Sapri. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie istorico-topografiche della Provincia di Lucania”, a p. 306, in proposito scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”.

Gatta, p. 306

Costantino Gatta (….), a p. 306, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Il Gatta si riferisce a Lucas Holstenio (….) ed alla sua note all’Italia antica di Cluverio”. Il Gatta, parlando di Blanda, riferisce due notizie interessanti. La prima è quella che Blanda era da lui creduta a Sapri che a quel tempo, si chiamava ‘Porto de Sapri’ . Infatti, risulta sui documenti notarili ed ecclesiastici che nel ‘600 e ‘700, il piccolo centro costiero di Sapri, veniva denominato con il toponimo di ‘Porto di Sapri’ , come ad esempio i cartigli della Principessa Carafa, oppure sui documenti notarili del Barone Palamolla. Il Gatta, parlandoci di Blanda, riferisce anche una seconda notizia, ovvero, riferendosi alla città di Blanda:  Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare”. Si tratta della notizia di una catastrofe naturale o un maremoto accaduto nell’antichità che vine raccontato dalla tradizione orale popolare.

Nel 64 d.C. (I sec. d.C.), LETONIA di Blanda e vedova del patrizio romano Novio ritornò a Velia

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini” parlando di Velia, a p. 9, in proposito scriveva che: “Il Curzio, nella sua “Melania di Blanda”, parla di Letonia, oriunda di Blanda e vedova del patrizio Novio, morto in prigione per tradimenti politici. Letonia, trascorsi alcuni anni a Roma, avendo saputo che San Pietro vi predicava una religione nuova, capace di lenire il dolore, volle ascoltarne la voce e si fece cristiana. Continuò ad abitare in Roma fino al tempo di Nerone, ma, inorridita dalle crudeltà di costui, ritornò a Velia, dove visse in meditazione ed in preghiera, liberò gli schiavi ed istruì nella fede la giovane Melissa (110). La fede cristiana aveva messo radici sante e salde nel cuore di Letonia che, alla visita di cari ospiti che le consigliavano sacrifici agli dei per il suo defunto marito, potè rispondere: “Oh!…..non profferite più questi nomi di dei falsi e bugiardi. Nella mia casa non vi sono più dei Mani, come non vi sono più Lari e Penati. V’è semplicemente il timore di un Dio Eterno, Giusto, Onnipotente” (111).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (110) postillava: “(110) Curzio, op. cit. p. 18”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (111) postillava: “(111) Curzio, op. cit. p. 19”. Il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”.

Nel 66 d.C., PESILIANO, centurione che vigilava su San Paolo, fidanzato con MELANIA di Blanda, si convertirono al cristianesimo

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro Bussentino, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38): – “A proposito dell’apostolo Paolo, quanto tempo fu legato alla catena a Roma dal centurione che lo vigilava? Per ben due anni, riprende Pesiliano; però in questo frattempo egli andava dove voleva, predicava l’Evangelo dinanzi il Pantheon come presso il Palazzo di Cesare e la catena impostagli accresceva splendore alla sua parola. Egli vuolsi, che dopo, assoluto da Cesare, si fosse recato in Ispagna e di là passando per le Gallie fosse ritornato in Oriente. Egli predicò in molte città Orientali ed infine da Nicopoli*) riprese il viaggio per l’Italia ove fondò molte chiese tra le quali quella di Vibone (l’odierno Monteleone = Vibo Valentia) nel Bruzio, di Bussento e di Velia sul litorale lucano”. Questo racconto, in 24 capitoletti, narra la storia di due fidanzati: Melania di Blanda e Pesiliano, novella leva dell’esercito imperiale di Nerone. Essi hanno abbracciato con gioia la nuova religione di Cristo, grazie alla missione degli Apostoli Pietro e Paolo. L’autore, versato nelle discipline classiche e nelle ricerche storiche all’inizio del sec. XX, mette in luce una delle tante testimonianze della nostra fede. Il passo di S. Epifanio, Padre della Chiesa Orientale, è generico e non scende a tanti particolari; ma è la chiave di volta di tutta una tradizione, indubbiamente autorevole. Etc…”. Il Cataldo (…), nella sua nota (*), postillava che: “(*) La data è l’anno 66, secondo la cronologia di G. Racciotti, Paolo Apostolo, ed. Coletti, Roma, 1957, pag. 146.”. Dunque, secondo il Cataldo, che scrive sulla scorta del sacerdote Nicola Curzio, il centurione di Nerone che, vigilava sulle catene a S. Paolo, insieme alla fidanzata Melania di Blanda, si convertirono al Cristianesimo. Il Curzio racconta che S. Paolo, apostolo di Gesù, quando per due anni fu legato alla catena a Roma dal centurione Pesialiano. Scrive il Curzio che però S. Paolo andava dove voleva predicando il Vangelo davanti al Pantheon o nei pressi del Palazzo di Cesare Nerone: e la catena impostagli accresceva splendore alla sua parola”.    Nella cronologia della vita di S. Paolo, in Wikipedia leggiamo che verso la fine, ovvero, secondo la voce “San Paolo” nell’Enciclopedia Cattolica, egli, nel 60-62 d.C., a Roma fu agli arresti domiciliari per almeno due anni.  Ciò si evince anche dalla lettera ai Colossesi, Efesini e Filemone, negli Atti degli Apostoli 28,17-31. Poi, nell’anno 62-66 vi fu la libertà e predicazione a Roma, il viaggio in Spagna (vedi lettera a Tito in Macedonia nel 65 d.C.).

Colossesi, Efesini, Filemone?

Nel ’41 e nel ’68 d.C. (I sec. d.C.), TILENO a Blanda e BACCHILO a Bussento (su ordine di S. Paolo si recò a Bussento e poi a Blanda)

Oltre al Gagliardo (…), citato dal Laudisio e dal Tancredi, un’altra notizia simile che riguarda l’apostolo San Paolo che, fonderà la Diocesi di Bussento, la conosciamo da Nicola Curzio (…) che, nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, edito nel 1910, parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo (…), primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo la tradizione, la diocesi sarebbe stata eretta da san Paolo di Tarso che ordinò il primo vescovo della diocesi di Messina, san Bacchilo. Secondo il Curzio (…), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Discepolo dell’Apostolo San Paolo, Bacchilo fu dallo stesso consacrato vescovo di Messina nel 42 d.C. Secondo la tradizione fu lui ad inviare l’ambasciata alla Vergine Maria, per annunziarle la conversione della Città, a cui la Vergine rispose con una lettera chiusa fra i suoi capelli in cui fra l’altro diceva: “Benediciamo voi e la vostra città” (come si legge sul monumento posto nel mare dello stretto). Rimase a capo della Chiesa messinese per molti anni e morì vecchio nella seconda metà del I secolo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) e, scriveva in proposito che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo  ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Pubblicato nel 1910, scriveva che il luogo di Vibone ad Sicam’, fu visitato da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (…), il Vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse ‘Buxentum’ e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “Bussento”, a pp. 10-11, in proposito scriveva che: Sempre dal Curzio, si apprende che dell’esistenza di Bussento (Ecco là Bussento come primeggia sul Golfo. Che ridente posizione! (Cap. III, p. 10), la quale, con i ridenti centri marittimi della Magna Grecia, forma “una ghirlanda di gemme, la cui greca bellezza è ammirata nel mondo intero!…” (p. 11), offrendo ai naviganti una incantevole veduta (131). Questa cittadina fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina (mandatovi da S. Paolo nell’anno 41 ed ivi vissuto fino al 68), assieme alle altre comunità costiere. Bacchilo, partito da Blanda, attraversando le falde del monte Coccovello su un cavallo grigio, raggiunse Bussento, dove parlò in nome dell’Apostolo Paolo, esercitando sugli animi un fascino indicibile ed inebriandoli delle divine bellezze della fede cristiana (p. 29 e 30). Da Bussento il venerando presule passò a visitare la comunità vicina di Vibone ad Sicam (132).”. Sempre il Cataldo, a p. 15 parlando di Blanda, in proposito scriveva pure che: “Il Curzio, nel citato racconto del I° secolo dell’era cristiana (Melania di Blanda), ne parla spesso, accennando alla comunità cristiana guidata dal Presbiterio Tileno e visitata da Bacchilo, Arcivescovo di Messina, mandatovi da S. Paolo qualche anno dopo la fondazione, nel 68: – “Il dì seguente a notte inoltrata giunse a Blanda il venerando Bacchilo. La notizia del suo arrivo si sparse in breve per tutta la città, appena che l’alba ebbe nella dimane fugate le tenebre della notte, tanto che in poco d’ora s’erano già radunati nell’atrio della casa di Tileno i pochi fedeli di Blanda. Il vescovo incomincia la sua evangelica allocuzione. Il suo dire esercita ugli animi un fascino indicibile. Tutti pendono dal suo labbro. Egli parla in nome dell’Apostolo Paolo, e dopo aver descritte le dolcezze della vita mistica al lume della fede, incoraggia i fedeli a star sempre in guardia acciocchè non fossero assaliti dal principe delle tenebre. Fa loro comprendere che la vita dell’uomo sulla terra è una milizia e che il vessillo sotto cui militano i cristiani è l’insegna di nostra redenzione. Operato quindi il sacrificio incruento e distribuito ai fedeli il pane eucaristico, il venerando vescovo si accinge a partire per Bussento”(195).”. Altra persona, oriunda di Blanda, era Letonia, di cui si è detto parlando di Velia.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (131), postillava che:  “(131) Curzio N., op. cit., pp. 10-11”. Il Cataldo (…), nella sua nota (132), postillava che:  “(132) Curzio N., op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (132) postillava che: “(132) Curzio, op. cit., pp. 29-30”. Il Cataldo a p. 22, nella nota (195) postillava: “(195) Russo Francesco: Storia della Diocesi di Cassano al Jonio, Laurenziana, Napoli, 1968, vol. III, pp. 17-19”. Il Cataldo (…), nella sua nota (193), postillava che:  “(193) Curzio N., op. cit., pp. 30.”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”.

Nel ’72 (I sec. d.C.), il ‘VICUM SAPRINUM’ nelDe Coloniis libellus’ di Giulio Sesto Frontino

Assume particolare importanza la citazione di un ‘Vicum Saprinum’ in Frontino (….) nel suo de ‘Coloniis’ (…). E’ l’Antonini (…) che, parlando di Sapri, riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: Nel 72 d.C., Frontino (67), riferisce di un “Vicum Saprinum” in una non meglio precisata “Mappa Albanensium”: “In mappa Albanensium invenientur haec: praeterea Vicum Saprinum et Clinivatium.”. Etc…”. Nella mia nota (67) postillavo che: “(67) Frontino, De Coloniis (citato dall’Antonini, op. cit.)”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucaniadiscorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427,428. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella ‘Lucania’, per i tipi di Gessari (….)(1745), a p. 430 riferisce: “In ‘Frontino de Coloniis’, leggiamo che Sapri fosse stato solamente un Vico:  “IN MAPPA ALBANENSIUM INVENIENTUR HAEC: PRAETEREA VICUM SAPRINUM ET CLINIVATIUM. In terra voratos, e Sardiatos testimoniis dividi, ripis, rivis &c.”, etc…”. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio.  Il significato letterale di questa frase contenuta (secondo l’Antonini) nel testo di Giulio Sesto Frontino (….) è il seguente: “Questi luoghi: il Vicum Saprinum ed il Vicum Clinivatium, si trovano segnati nella Mappa Albanense. Nella terra dei divorati, divisa dalle testimonianze dei Sardi, da sponde e torrenti ecc…”.

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Nel 72 d.C., Frontino (1 bis), riferisce di un “Vicum Saprinum” in una non meglio precisata “Mappa Albanensium: “In mappa Albanensium invenientur haec: praeterea Vicum Saprinum et Clinivatium.. Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, in proposito scrivevo che: Guglielmo Goesio, curatore dell’edizione seicentesca della “Lucania” dell’Antonini (68), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibi factam nescio mentionem”. Nella mia nota (68) postillavo che: “(68) Antonini G., op. cit., parte II, disc. XI, p. 430.”. Preciso che in questo passaggio vi è un errore di trascrittura. Si tratta di Guglielmo Goesio che non è il curatore dell’edizione seicentesca della “Lucania” dell’Antonini, la cui edizione del barone Antonini è del 1745. La stessa notizia, in precedenza era stata pubblicata dal prof. Felice Cesarino (….), in uno dei suoi saggi pubblicati sui bollettini del Gruppo Archeologico di Sapri, di cui facevo parte. Il Cesarino (…), nel suo saggio “Contributo ad una ricostruzione della Storia antica di Sapri”, in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro”, (anno 1979), a pp. 25-35, senza fornire alcun riferimento bibliografico come si era solito fare all’epoca, in proposito scriveva che: “L’informazione di Frontino (‘De Coloniis’ – 1° sec. a.C.), relativa ad un ‘vicum saprinum’ citato in una non meglio precisata ‘mappa Albanensium’, non ci consente alcuna illazione, laddove lo stesso curatore dell’edizione seicentesca postilla al riguardo: “cuius alibi factam nescio mentionem”.”. Devo però precisare che correttamente il Cesarino riferendosi a Guglielmo Goesio (…) scriveva che era il “curatore dell’edizione seicentesca” del testo “De Coloniis” di Giulio Sesto Frontino (…) e non come ho scritto  curatore dell’edizione seicentesca della “Lucania” dell’Antonini”. Nel 1560 Guglielmo Goesio (….), pubblicò il testo in cui si riporta il testo di Giulio Sesto Frontino. Dopo la pubblicazione di Guglielmo Goesio (…), molti intrapresero a studiare il testo di Frontino. Dunque, l’informazione dell’Antonini è interessante. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella ‘Lucania’, per i tipi di Gessari (….)(1745), a p. 430 riferisce: “….e come non si trova, che altri avesse mai parlato di Sapri, perciò Guglielmo Goesio scrisse: “cuius alibi factam nescio mentionem.”. Dunque, l’Antonini cita il testo di Giulio Sesto Frontino e poi cita Guglielmo Goesio e scrive che Goesio (….), nella sua opera, in proposito scriveva che la menzione di un “Vicum Saprinum” era stato per la prima volta menzionato da Frontino. Guglielmo Goesio (…), curatore dell’edizione seicentesca del testo “De Coloniis libellum” di Giulio Sesto Frontino (….), secondo l’Antonini (….), postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta: “cuius alibi factam nescio mentionem”. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri – giovane e antica” parlando del “Vicus Saprinus” menzionato da Frontino, a p. 25, in proposito scriveva che: “Circa il “Vicus saprinus”, menzionato nel 72 a.C., non si hanno notizie precise; si suppone che abbia avuto un certo ruolo, perché spesso citato. Ne parla Frontino nell’opera ‘De coloniis’ “In mappa Albanensium invenientur haec: praeter Vicum Saprinum et Clinivatium”. Precedentemente tale nome non era apparso, stando a quel che asserisce Goesio: “Cuius alibi factam nescio mentionem”. Nel 75 a.C. Marco Tullio Cicerone, noto oratore e filosofo romano, passando per le coste tirreniche, durante il viaggio di andata nella Sicilia Occidentale, per svolgere il suo compito di Questore, si fermò al “Saprinus” e di qui scrisse al suo amico Caio Testa Trebazio, di Velia appellando il Vicus ‘Parva gemma maris inferi’, “Piccola gemma dei mari del Sud”.”. Sempre il Tancredi, sul “Vicus saprinus”, a p. 24, in proposito scriveva pure che: “Ecco perché non possiamo recepire quanto affermato da un ignoto autore in una ‘Critica dello sviluppo della civiltà italica dalla colonizzazione greca all’età imperiale’, conservata nell’Archivio storico di Napoli: “Vicus Saprinus, nel Sinus Buxentum, ospitò i Sibariti sfuggiti alla distruzione della loro città”. Dunque, il Tancredi, citando la frase di Guglielmo Goesio (….) citato dall’Antonini, che postillando “Cuius alibi factam nescio mentionem”, ovvero Non conosco la menzione di cui è stata fatta altrove” che come scrive il Tancredi, “Precedentemente tale nome non era apparso, stando a quel che asserisce Goesio”. Infatti, io stesso scrissi, “Guglielmo Goesio, …..postillava al riguardo che questo nome appariva per la prima volta”, riferndomi al nome di “Vicum Saprinum” apparso su Frontino. Antonini sulla scorta di Guglielmo Goesio (….) cita il “Vicum Saprinum”, cita Giulio Sesto Frontino e, cita l’opera di Frontino “De Coloniis” che cita un “Vicum Saprinum”. Chi era Frontino?. Giulio Sesto Frontino (….), De Coloniis (I secolo d.C.). Leggiamo da Wikipedia che Giulio Sesto Frontino (in latino: Sextus Iulius Frontinus; 40 circa – 103/104) è stato un politico, funzionario e scrittore romano. Tra le maggiori sue opere vi è gli Strategemata sono commentari di una sua opera perduta, il De re militari, e consistono in quattro libri di stratagemmi militari. Poi anche il De aquaeductu urbis Romae è un trattato sugli acquedotti ed è l’opera più importante di Frontino, una buona e concreta trattazione, svolta in due libri, dei problemi di approvvigionamento idrico a Roma. Frontino era stato curatore delle acque, cioè il responsabile degli acquedotti e dei servizi connessi, e il trattato riflette la serietà e lo scrupolo del suo impegno. L’opera contiene notizie storiche, tecniche, amministrativo-legislative e topografiche sui nove acquedotti esistenti all’epoca, visti come elemento di grandezza dell’Impero Romano e paragonati, per la loro magnificenza, alle piramidi o alle opere architettoniche greche. L’opera si è conservata nel codice Cassinensis 361 di mano di Pietro Diacono (XII secolo), ritrovato nell’Abbazia di Montecassino da Poggio Bracciolini nel 1429. Tra le opere di Frontino troviamo quella citata da Antonini (…), il ‘De Coloniis libellus’. Sex. Iulius Frontini De coloniis libellus, un testo latino presumibilmente pubblicato postumo nel 1560.

Frontino, De Coloniis

Il significato letterale di questa frase contenuta (secondo l’Antonini) nel testo di Giulio Sesto Frontino (….) è il seguente: “Questi luoghi: il Vicum Saprinum ed il Vicum Clinivatium, si trovano segnati nella Mappa Albanense. Nella terra dei divorati, divisa dalle testimonianze dei Sardi, da sponde e torrenti ecc…”. A quale passo di Frontino contenuto nel testo pubblicato da Guglielmo Goesio si riferiva l’Antonini ?. Vediamo ora l’opera di Guglielmo Goesio (….) a cui si riferiva Giuseppe Antonini. Si tratta di Guglielmo Goesio. Guglielmo Goesio nella Prefazione alla Raccolta “Rei agraria Auctores , legesque varia” . Ediz. di Amsterdam del 1674. Egli è citato nel prodromo nelle “Memorie etc..” di Francesco Antonio Ventimiglia (….). Guglielmo Goesio, nel 1674, insieme ad altri testi pubblicò il “De Coloniis libellus” che egli attribuì a Giulio Sesto Frontino (…). Il testo del Goesio è il  “Rei agraria Auctores, legesque varia”. Vediamo il testo di Guglielmo Goesio (….) del 1674, in cui riportava il “De Coloniis libellum”.

Goesio Guglielmo

Nell’edizione di Guglielmo Goesio (….), a p. 102 fu plubblicato il “De Coloniis libellus – ex commentario Claudio Cesaris subsequitur” e a pp. 145-146-146-147 troviamo il passo di Giulio Sesto Frontino sul “Vicum Saprinum” che fu citato dall’Antonini. Il Goesio (….), a p. 145 riportando il passo di Frontino scriveva che: “IN MAPPA e ALBANENSIUM INVENIENTUR HAEC. – Ager ecc…”, ovvero “Questi saranno trovati sulla Mappa di Albanensium” : infatti, a pp. 146-147, dopo aver parlato della “Provincia Calabra”, nella “Provincia Dalmatiarum” scrive che: “d. F. Interpolatos. vel, internotatos. PRAETEREA VICUM SAPRINUM & Clinivatium. d In terra voratos & sardiatas testimoniis dividi, ripis, rivis, arboribus antemissis ut supra dixi, loca, pali sacrificales, tumor terrae, in effigiem limitis constitutus. aliquotiens enim petras quadratas inscriptas. non enim omnis titulus inscriptionibus indutus est, nam & ipsi montes sic terminantur. Alia subseciva sunt, quae in mensura non venerunt, si convenerit inter possessores, possident: si non convenerit remanent potestati. Alia loca sunt praefectoria quae, ad publicum ius pertinent.” che, tradotto significa: “Oltre le strade di Saprina e più pendente. d. Nella terra divorata e inaridita da testimonianze divise, argini, ruscelli e alberi, come ho detto sopra, luoghi, pali sacrificali, il rigonfiamento della terra, stabilito a somiglianza del confine poichè a volte sono inscritte rocce quadrate poiché non tutti i titoli sono rivestiti di iscrizioni, poiché le montagne stesse sono così delimitate. Ci sono altre cose successive che non sono venute nella misura, se è concordato tra i possessori, lo possiedono: se non è concordato, rimangono in potere. Altri luoghi sono prefetture che appartengono al diritto pubblico”. Il termine “Clinivatium” significa: “pendenza”.

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(Fig….) Giulio Frontino tratto da Guglielmo Goesio (….), p. 146-147

Dunque, nell’edizione di Guglielmo Goesio del De Coloniis di Frontino troviamo confermato ciò che scriveva Frontino. Frontino scriveva che nella mappa “Albanensium”, dopo aver elencato i luoghi della “Provincia Calabra” (che all’epoca doveva corrispondere alla Puglia), scriveva che nella “Provincia della Dalmazia” vi era il “Vicum Saprinum“, del quale scriveva che: “D. F. Interpolato. o, internato. OLTRE LE STRADE DI SAPRINA E CLINIVATIUS. d Nella terra divorata e inaridita da testimonianze divise, argini, ruscelli e alberi, come ho detto sopra, luoghi, pali sacrificali, il rigonfiamento della terra, stabilito a somiglianza del confine. poiché a volte sono inscritte rocce quadrate. poiché non tutti i titoli sono rivestiti di iscrizioni, poiché le montagne stesse sono così delimitate. Ci sono altre cose successive che non sono venute nella misura, se è concordato tra i possessori, lo possiedono: se non è concordato, rimangono in potere. Altri luoghi sono prefetture che appartengono al diritto pubblico.“. Riguardo la citazione di Frontino (…), l’Antonini lo cita pure quando a p. 423 ci parla della città scomparsa di “Vibone”. Giuseppe Antonini, ne parla nella sua ‘Lucania’, parte II, disc. XI, pp. 423, 424, 425, 426, 427, 428. Antonini (…), a p. 424, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) parlando di “Vibone”, in proposito scriveva che: “…e per quanto ne scrisse Strabone ci pare avere bastantemente soddisfatto alla verità, chiaramente comprovata, ed autenticata dal nome ch’ancor oggi il luogo conserva di Vibonati. Ma perchè altri non abbia motivo di caricarci di presunzione, e di autorità, vi aggiugneremo, che ‘Frontino’ lo mette unitamente con Bussento così: AGER VIBONENSIS ACTUS. N.X. G.P. XXV. E sebben ponga Bussento ne’ Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia….”. La citazione di Frontino che fa l’Antonini la confermo in Guglielmo Goesio a p. 91. L’Antonini scrive a riguardo che: E sebben ponga Bussento nè Bruzj; come l’è indubitato, che sempre fu della Lucania per incontrastabile sicurezza, così fu dimostrato già, che questo dovette essere inavvertenza di qualche sciocco Copista; e che così sia. Ecc..”. Proseguendo il suo racconto l’Antonini aggiunge che: “In terra voratos, e Sardiatos testimoniis dividi, ripis, rivis ecc., ecc…”. Dunque, Frontino pone Bussento nei Bruzi. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro” parlando dei “Documenti sull’antichità che riguardano il sito di Pixous”, a p. 48 in proposito scriveva che: “F) Frontino: ‘De Coloniis’: “In provincia Brittinorum centuriae quadrate in jugera CC. et caetera in laciniis sunt praecisa post demortuos milites. Ager Buxentinus sextertianus est assignatus in cancellationem limitibus maritimis”. = Nella provincia dei Bruzii dopo la strage dei soldati le centurie quadrate furono divise per 200 iugeri di terreno e il resto rimase ai margini in pezzi non assegnati. L’agro bussentino preso a sesterzi fu destinato come barriera nei confini marittimi.”. Dalla Treccani leggiamo che è “falsa è l’attribuzione a F. del De coloniis, dove si nomina Adriano, mentre F. visse prima.”. Roberto Almagià (….), nella sua “Monumenta Italiae Cartographica” pubblicò (tav. VI, 3) una “Carta d’Italia”  di Jacques Signot, del 1515. La carta del Signot (….) fu stampata a Parigi, è annessa al ‘La totalle et vraye description des tous les passaiges qui sont de Gaules en Italie’.  Questa carta è stata pubblicata da Andrea Borri (….), Carta 17, p. 33. Pare che in questa carta fosse segnato un Bibone ed un Vicus, forse il Vicus Saprinum di Frontino in de Coloniis.

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(Fig……) Carta d’Italia di Jacques Signot, del 1515, dove è segnato un Bibone ed un Vicus, forse il Vicus Saprinum nel ‘de Coloniis’ di Frontino di cui ci parlava l’Antonini (….)

La via San Paolo che collega Vibonati, Sapri e Policastro

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(Fig…) Via S. Paolo, veduta della via sopra le campagne sapresi

Da secoli esiste un collegamento stradale che, nell’antichità, univa alcuni centri della corolla collinosa a ridosso della fascia costiera. Si tratta di una strada interpoderale che corre lungo la dorsale costiera, chiamata via S. Paolo. Nel territorio saprese, un tempo facente parte del feudo dei Palamolla di Torraca, si imbocca all’altezza dell’attuale locale ‘Capannelle’, che si può ritrovare lungo la SS. che da Sapri corre verso Torraca. Come si può vedere dalla vista del satellite di google maps, la via S. Paolo, corre lungo la dorsale costiera e collega le campagne Sapresi, con Vibonati e da lì porta a S. Marina. L’attuale località vicino il locale ‘le Capannelle’, denominata ‘Torrette Tempe’, molto vicina alla contrada dei ‘Codici’, è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri.

la via s. paolo da vibonati cimitero alle capannelle

(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arriva oltre Vibonati, fino a S. Marina

Nel 185 d.C. (II sec. d.C.) , papa Vittore I ed il rito greco

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a pp. 16-17, scriveva che: Ciò si spiega con il fatto che i primi tempi, almeno fino a quelli dell’africano papa Vittore I (a. 185), la predicazione del Vangelo e le pratiche di culto venivano celebrate in greco.. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che:  “(71) Ughelli, op. cit., c. 465.”.

Nel 214 d.C. (III sec. d.C.), secondo Tito Livio, ‘BLANDA’ ai tempi della 2° guerra Punica contro Annibale

Bisognerebbe ulteriormente indagare intorno ad alcune notizie circa l’antica città di Blanda, città Lucana citata da Mela (…), Plinio e, Tito Livio (…). Da Tito Livio si evince che Blanda era una città lucana e che durante la II° Guerra Punica tra i Romani e i Lucani essa fu espugnata da Fabio insieme a Telesia, Cossa, Melae, Fuisulae, Orbitania ecc…Il sacerdote Nicola Curzio (…) che, nel 1934, nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, a p. 7, in proposito scriveva che: “Le città più antiche e più vicine al sito di Lauria che avessero coniate monete proprie furono Laino ed Hipponium (o Vibo ad Sicam) sul mare della Lucania occidentale, la quale ultima si ebbe per distintivo sulle monete di argento una prua di nave. Dopo il periodo delle piccole repubbliche della Magna Grecia si eclissò Laino, in seguito a sconvolgimenti politici e tellurici ed emerse Blanda, città ricordata da Livio, la quale fin dai primi secoli dell’Era Cristiana divenne città vescovile.”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Ecc…”. Dunque, Mons. Curzio scriveva che Tito Livio (….) ricordava l’antica città di “Blanda”, “la quale fin dai primi secoli dell’Era Cristiana divenne città vescovile.”. Secondo il Curzio (…), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (…). Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Ecc..”. Mons. Laudisio (…), nella sua ‘Sinopsi’ parlando di Sapri a p. 88 (vedi versione a cura del Visconti) in proposito scriveva che: “; dopo Policastro c’è Sapri, dove si dice che fosse la città di Blanda. Dunque Blanda non fu una città dell’entroterra, come invece comunemente si crede (10).”. Il Laudisio, a p. 88, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio, che afferma che fu espugnata dai Romani durante la seconda guerra punica (‘ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età augustea prese il nome di ‘Blanda Iulia’ (C.I.L., X 125). Anche Costantino Gatta (op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306) la identifica con Sapri: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e frà di lui vescovi vi è memoria di Pasquale ecc..ecc..”. Nel testo della ‘Sinopsi’ del Laudisio, nella versione a cura del Visconti, nella nota (10) egli postillava che: “Essa sorgeva più a sud di Sapri, su uno dei colli lungo la strada che da Praia a Mare conduce a Tortora (si veda la ‘Treccani’ e la ‘Cattolica, ad vocem)(n.d.T.)“. Ma a noi interessa ciò che scriveva il Laudisio. Il Laudisio, riferendosi alla città di Blanda scriveva che Tito Livio “afferma che fu espugnata dai Romani durante la seconda guerra punica (‘ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età augustea prese il nome di ‘Blanda Iulia’ (C.I.L., X 125). Anche Costantino Gatta (op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306) la identifica con Sapri: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e frà di lui vescovi vi è memoria di Pasquale ecc..ecc..”. Nel testo della ‘Sinopsi’ del Laudisio, nella versione a cura del Visconti, nella nota (10) egli postillava che: “Essa sorgeva più a sud di Sapri, su uno dei colli lungo la strada che da Praia a Mare conduce a Tortora (si veda la ‘Treccani’ e la ‘Cattolica, ad vocem)(n.d.T.)“. Ma a noi interessa ciò che scriveva il Laudisio. Il Laudisio scriveva che Tito Livio ‘ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6″. Il passo di Tito Livio su Blanda espugnata dai Romani nel libro XXIV (24), 20, 5-6 è riportato anche da Pietro Ebner e prima ancora dal barone Antonini (…), nella sua Lucania. Il barone Giuseppe Antonini (…), a pp. 439-440, parlando di Maratea e di Blanda scriveva che: “‘Livio’ nel ‘lib. 24. dice, che Fabio prese le seguenti Città, e pur mette Blanda frà i Lucani: ”Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Cossa, Melae, Fuisulae, & Orbitanium. Ex Lucanis Blandae, & Ancae oppugnatae'”. Tito Livio (…), nel XXIV (libro 24), 20, 5-6 narra che ex Lucanis Blanda est Apolorum Accae oppugnatae’.”  e l’Antonini scrive che “‘Livio’ nel ‘lib. 24. dice, che Fabio prese le seguenti Città, e pur mette Blanda frà i Lucani: ”Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Cossa, Melae, Fuisulae, & Orbitanium. Ex Lucanis Blandae, & Ancae oppugnatae'”  (Ebner Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, cap. 20, 5-6), ovvero che durante la seconda Guerra Punica fu espugnata insieme ad Anxia da Fabio Massimo. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 590 e 591 parlando di Sapri e riferendosi al Laudisio, in proposito scriveva che: “Il Laudisio mostra di essere dell’opinione dell’Holstenius esclamando “non ergo mediterranea civitas, ut contra opinatur”. Ivi era perciò, conclude il Laudisio, l’antica città di Blanda (11), sede vescovile ecc….Opinioni respinte dalla critica moderna che ubica Blanda (12) nei pressi di Maratea e Scidro (13) oltre Policastro.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (11) a p. 590 postillava che: “(11) Livio, XXIV 20, 5-6: ‘ex Lucanis Blanda est Apolorum Accae oppugnatae’.”. Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studii storico-Archeologici”, ed. Ercolano, Rionero, 1888, a pp. 12-13 del vol. II, in proposito scriveva che: “Blandae, oppidum. E’ nominata come città lucana da Livio, Mela, Plinio ed altri scrittori. Livio narra che nella seconda Punica fu oppugna con Anxia da Fabio Massimo. L’antica città, come opina l’Antonini, era alquanto entro terra nel sito detto ‘S. Venere’, ove s’incontrano molti ruderi e sepolcri con vasi, monete ed altre cose antiche; ecc…”. La seconda guerra punica (chiamata anche, fin dall’antichità, guerra annibalica) fu combattuta tra Roma e Cartagine nel III secolo a.C., dal 218 a.C. al 202 a.C., prima in Europa (per sedici anni) e successivamente in Africa. La guerra cominciò per iniziativa dei Cartaginesi, che intendevano recuperare la potenza militare e l’influenza politica perduta dopo la sconfitta subita nella prima guerra punica; è stata considerata anche dagli storici antichi il conflitto armato più importante dell’antichità per il numero delle popolazioni coinvolte, per i suoi costi economici e umani, soprattutto per le decisive conseguenze sul piano storico, politico e quindi sociale dell’intero mondo mediterraneo. Evento decisivo per la guerra in Italia fu la conquista di Taranto (213-212 a.C.). Annibale, con l’aiuto di un traditore, prese la città ma non la rocca che bloccava il porto, che, rimasta in mani romane, poteva essere rifornita dal mare. Così Annibale non poteva usare lo scalo, più capiente di quello di Locri (già in suo possesso) per ricevere i necessari aiuti da Cartagine. Nel 209 a.C. Quinto Fabio Massimo in persona marciò su Taranto e la riconquistò, grazie anche all’aiuto dell’esercito proveniente dalla Sicilia, che era sbarcato a Brundisium, e a un tradimento, prima che il Cartaginese potesse arrivare in suo soccorso; i Romani si comportarono brutalmente e 30.000 abitanti furono venduti come schiavi. Asdrubale condusse con abilità la marcia del suo esercito verso l’Italia; dopo avere attraversato senza grandi difficoltà i Pirenei e le Alpi giunse in Gallia cisalpina agli inizi del 207 a.C. con 20.000 armati, dove poté rafforzare il suo esercito con mercenari galli (per un totale ora di 30.000 armati), ma perse tempo prezioso assediando inutilmente Placentia; la situazione di Roma appariva molto grave, il console Marco Livio Salinatore si diresse a nord per fermare la marcia di Asdrubale, mentre l’altro console Gaio Claudio Nerone cercava di bloccare Annibale nel Bruzio, ma il condottiero cartaginese riuscì a muovere verso l’Apulia, respingendo i Romani nella battaglia di Grumento, e con una marcia laterale raggiunse prima Venosa e poi Canosa, dove si fermò attendendo notizie sui piani del fratello Asdrubale. Scullard aggiunge che con quattro legioni di fronte (Claudio Nerone) e due alle sue spalle a Taranto, Annibale non poteva avanzare oltre Canosa senza correre seri pericoli. Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, pubblicato nel 1976, a p. 16, parlando di Blanda, in proposito a Tito Livio scriveva che: “Ma notizie più interessanti fornisce lo storico Tito Livio (14) (59 a.C. – 17 d.C.) nel rievocare le imprese compiute dal console Quinto Fabio Massimo nella seconda guerra punica (219-201 a.C.): “Fabius………………………………………” “Fabio mosse in territorio sannita a devastare i campi e a piegare con la forza delle armi le città che erano passate dalla parte dei Cartaginesi. Il territorio dei Sanniti di Caudio fu devastato in modo disastroso: i campi furono incendiati per vasto tratto, si fece gran botino di bestiame e d’uomini. Furon conquistate con la forza le città fortificate Compulteria, Telesia (presso i Caudini), quindi Compsa (degli Irpini), Fagifulae e Orbitanium; fra le città lucane fu espugnata Blanda, tra quelle apule Aecae. In queste città furon fatti prigionieri o uccisi 25.000 nemici e ne furono presi 370 che s’eran dati alla fuga. Costoro, mandati a Roma dal console, furono tutti fustigati a sangue alla presenza del popolo e precipitati da una rupe. Queste le imprese compiute da Q. Fabio nello spazio di pochi giorni”. Questo dice il Fulco traducendo Tito Livio. Il Fulco a p. 16 scriveva ancora che: “Dalla testimonianza di Livio – valutata nel contesto di tutto il XXIV libro – si desume: 1) che Blanda era centro lucano di primaria importanza se viene citata tra le città che nella seconda guerra punica si schierarono dalla parte di Annibale; 2) che nel 214 a.C. fu espugnata da unità del Console Quinto Fabio Massimo, lo stesso che aveva conquistato Taranto (15), per essersi alleata con i Cartaginesi al fine di contrastare l’espansione romana nell’Italia meridionale; 3) che anche i Blandani subirono la sorte degli abitanti di altre città lucane, espugnate per non aver rispettato gli accordi sanciti nell’alleanza con Roma stipulata nel 298 a.C. (16). Blanda è inoltre citata da Claudio Tolomeo (179, cosmografo del II sec. d.C., come città lucana nel seguente ordine: Compsa, Potentia, Blanda, Grumentum, ed è considerata città mediterranea della Lucania. Ciò s’accorda con la testimonianza di Livio e non contrasta con quella di Pompeo Mela, che la vuole città rivierasca.”. Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26). La costruzione di regolari diocesi si forma in Italia Meridionale soltanto un secolo più tardi.”.  Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: ” (27) Ibidem”.

BLANDA JVLIA

Nel ‘250-320 d.C. (III sec. d.C.), BLANDA e GIULIANO (“Iulianus”), suo Vescovo in una stele di Aieta

Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che,  parlando di Blanda in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); “Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il Cristianesimo si diffonde molto più tardi che sul Jonio e, verso il 300 d.C. Blanda è sede, o piuttosto, dimora d’un vescovo, ‘Giuliano’ (26).”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18. Il Tancredi (…), riguardo l’antica sede vescovile di Blanda Iulia, citava il testo di padre Francesco Russo (…), ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, il Tancredi citava il vol. III a p. 18 dove infatti il Russo parla dei vescovi di Blanda Iulia. Francesco Russo (…), nel vol. III a p. 18 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito scriveva che: “Blanda Julia, cittadina del litorale tirrenico della Calabria (1), al confine con la Lucania, ha il privilegio – insieme con Tauriano – di aver conservato il titolo più antico, che si ricordi un Vescovo di Bruzio. 1) GIULIANO (sec. III-IV). Risulta dalla seguente epigrafe, trovata nell’agro di Aieta, in cui si crede ubicata l’antica Blanda: “: 

                                                                                   IN DD. ET. SPIRITU. SANCTO. IVLIANO.

                                                                                 EPP. C. QVI. VIXIT. ANNIS. L . MENSIBVS.

                                                                                       III. D. II. FELICIANE. CONIVGI. BENE

                                                                                   MERENTI. FECIT. JVLIANO. IN PACE (2)

Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a p. 326, in proposito scriveva che: Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora…….Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). Ecc..”. Il Magaldi (…) a p. 327, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Si ricordi che nel volume del ‘Corpus’ che a noi interessa sono riportate le iscrizioni latine anteriori al VII sec., salvo qualche eccezione……Cfr. C.I.L., X, 458 (addit., p. 964) (= Diehl, 1010): In D(omino) D(eo) et spirito Santo Iuliano ep(isco) p (u)s / qui vixit annis L mensibus / III d(iebus) II Feliciane coiugi bene/merenti ecc…..Pure cristiano è il frammento C.I.L., X, 177 da Potenzia, da cui non si ricava quasi nulla. Ma che l’iscrizione sia cristiana si ricava dal segno della croce, che è ben chiaro.”. Riguardo la notizia di un primo Vescovo dell’antica sede vescovile di Buxentum, chiamato Giuliano (“Iulianus”) anche il Lanzoni (…) a p. 323, in proposito scriveva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458)..

C.I.L., vol. X, p. 964

Dunque, il Lanzoni per il vescovo ‘Iulianus’ cita (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899.”. Il CIL raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia). Francesco Russo (…), a p. 18, continuando il suo racconto scriveva che: “Si tratta, come si vede, di un Vescovo coniugato, la cui età è assegnabile all’epoca immediatamente precostantiniana, presumibilmente tra il 250 e il 320. Ci troviamo perciò di fronte ad una veneranda antichità: e non è detto che Giuliano sia il primo o uno dei primi Vescovi di Blanda. Il fatto poi che sia un ‘Julianus’ di Blanda che il ‘Leucosius’ di Tauriano appartengano a cittadine della costa – conferma – ancora una volta – che il Cristianesimo, venuto dall’Oriente via.mare, ha raggiunto prima le zone marittime e poi, ma solo dopo, le zone interne.”. Il Russo a p. 17 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Viene ubicata nell’agro di Tortora, in contrada “Piarelli”, presso l’imboccatura del fiume Noce. Cfr. M. Lacava, ‘Blanda, Lao e Tebe Lucana, Napoli 1891; ‘Notizie degli Scavi’, 1897, p. 176.”. Il Russo, a p. 18, nella sua nota (2) postillava che: “(2) T. Momsen, ‘Corpus Inscriptionum Latinarum’, XI, 458; ‘Bull. d’Archeologia Cristiana, 1876, p. 92; A. Crispo, ‘Antichità Cristiane della Calabria prebizantina, in A.S.C.L., XIV, 16; Fulco, ‘Memorie St. di Tortora, 44.”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 69, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: “Nel corso del IV o V secolo si diffuse il cristianesimo nel territorio e Blanda divenne cristiana e sede vescovile. Si fa risalire a quest’epoca una lapide funeraria rinvenuta ad Aieta, riportata dal Momsen nel ‘Corp. Inscr. Lat.’ dedicata al vescovo Iulianus. Nonostante il nome latino, il vescovo sembra di rito greco-bizantino poichè nell’iscrizione si nominava la moglie ‘Feliciana’ e si accennava ai figli. Nel rito greco-bizantino infatti presbiteri ed episcopi potevano essere, e in maggioranza lo erano, sposati. Nel rito latino, invece, era già prassi che i vescovi e i presbiteri fossero scelti tra celibi. La crisi politica e militare dell’Impero d’Oriente determinò un graduale passaggio di poteri civili e giudiziari nelle mani del vescovo.”. Alcune notizie sul vescovo di Blanda Iulia, Giuliano (“Iulianus”) provengono dal sacerdote Francesco Lanzoni (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

Lanzoni.PNG

(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Un antichissimo edificio religioso a Tortorella

Riguardo Tortorella, in un blog curato dal Comune di Tortorella, tratto dalla rete, troviamo la Chiesa della Sacra Famiglia, troviamo scritto “Il sacro edificio, semplice nell’armonia delle linee e delle tinte, delle luci e delle ombre, è di epoca molto remota. Già nel  XV secolo era aperto al culto e definito Ecclesia et hospitale S. Marie Annunciata (a Porta Suctana). Topograficamente è disposto sul versante Sud-Est dell’abitato, a quota di 550 metri s. l. m. Ubicato lungo le antiche mura di cinta del paese, è prossimo all’entrata detta Porta Suctana, da cui il suo antico nome e quello del quartiere al quale essa appartiene. La Chiesa, di modeste dimensioni, è a pianta rettangolare, ad unica navata con porta principale contrapposta all’abside, porta di servizio laterale, una piccola finestrella verso il mare. Complessivamente la struttura riecheggia lo stile romanico. L’antico portale d’ingresso, in muratura intonacata, non presentava particolari degni di interesse. La copertura era a due falde poggiante su capriate lignee. La disposizione eliotermica dell’edificio, i resti di un affresco monocromo a tinte povere raffigurante il Cristo Redentore, sito nell’abside semicircolare, la povertà costruttiva della struttura e dell’ambiente, privo di qualsiasi elemento di valore artistico-architettonico, confermano l’origine basiliana del tempio. L’indicazione quattrocentesca “Ecclesia et hospitale” lascia presumere che esistesse un piccolo ricovero per anziani ed infermi costituente parte dell’attuale Chiesa.”

chiesa della sacra famiglia a Tortorella

(Fig….) Tortorella – Chiesa della Sacra Famiglia

Nel……., Nerulum (Lagonegro)

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “Lagonegro”, a p. 14, in proposito scriveva che: “10) – Lagonegro. Questo centro lucano, immediatamente confinante col Vallo di Diano e colla Campania, chiamato dagli antichi scrittori “Nerulum”, fu conquistato dai Romani nel 317 a.C. (181). Nel vecchio castello fu rinvenuta la memoria del culto di Giano, Giunone e Venere. Gli abitanti videro la luce della fede verso l’inizio del secolo IV, nell’ultima persecuzione di Diocleziano e Massimiano (182). Un’antica e non interrotta tradizione afferma che la grotta del M. Cervaro sia stata rifugio ed asilo ai cristiani, dopo il martirio di S. Vito presso il fiume Sele (183). Negli antichi templi pagani passò il culto cristiano: in quello di Venere fu eretta la chiesa di S. Michele Arcangelo ed in quello di Giunone il tempio di S. Cataldo (184). La località S. Venere, oltre a ricordare la dea, menziona la “martire Parasceve” del 140 sotto l’Imperatore Antonino (185). Quando dal secolo VII in poi i popoli iniziarono a praticare la devozione ai Santi Protettori, i Lagonegresi (detti così per l’esistenza di un oscuro lago sotto i boschi: Lacus Niger) scelsero come patroni prima San Vito, nei primi anni, S. Cataldo, dopo il VI secolo, e S. Nicola di Bari, nel secolo XI (186).”. Il Cataldo, a p. 22, nelle sue note postillava di Raele Raffaele, La città di Lagonegro nella sua vita religiosa, Buonos Aires, 1944, p….. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 189-190 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Sonosi pure rinvenute, scolpite rozzamente su pietra, varie iscrizioni di carattere greco, che fanno ritenere che i Greci abbiano avuto stanza in Lagonegro come in molti altri luoghi della regione. Questi popoli non s’hanno da confondere con gli antichi Elleni delle fiorenti città della Magna Grecia; essi furono dei Greci Bizantini, venuti per lo più in abiti di frati dall’Oriente donde emigrarono, principalmente dopo le persecuzioni iconoclaste del secolo VIII, e continuarono a parlare e a scrivere la lingua greca in mezzo a popolazioni che parlavano l’italico od il basso latino. Gli storici patrii surriferiti riportano qualche breve iscrizione greca, desunta qua e là da antiche lapidi, che sono andate disperse. In una lapide ‘affissa nel frontespizio dell’Ospedale di S. Maria delle Grazie’ – che fu diroccato dal terremoto del 1836 – il Falcone riferisce che era scolpita una strana epigrafe, che da alcuni ‘virtuosi’ era ritenuta di ‘caratteri negromantici (?) usati per rendere oscura l’èra’, ma che dallo stesso Mons. Falcone fu interpretata per greco latina così: ‘Crux Iusu – λυσον την δουλην χριστου libera servam Christi’. “.   

La Grotta e la Madonna a Praia a Mare

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a pp. 226-227, in proposito scriveva che: “Con la diffusione del Cristianesimo, che sulla costa ebbe certamente origine apostolica, il culto della Gran Madre fu sostituito da quello cristiano di S. Maria. Fu sostituzione lenta, e con adattamento al passato e tolleranza, almeno nella forma, da parte della nuova religione (134). Il simulacro ligneo della Madonna, che era stato sbarcato da un “bastimento raguseo” nel 1326 (135), fu rinvenuto da un pastorello ajetano sulla pietra levigata della Grotta. L’episodio è pervaso di alone leggendario. L’introduzione in Calabria di Madonne di fattura orientale, esempio classico ne è l’Hodigitria, è da collegarsi a diaspore monastiche basiliane dall’Athos, dall’Illyria e dall’Epiro, a causa delle persecuzioni iconoclastiche di Leone III Isaurico, 726, che si concludevano col massacro degli iconolatri (basso clero), con la chiusura dei monasteri e la confisca dei beni, con l’esilio delle comunità disciolte. La politica iconoclastica, in Oriente, si protrasse fino alla metà del IX secolo (136). E’ certa la presenza di basiliani nei pressi del Santuario della Grotta (137), forse già dai primordi del basilianesimo, in epoca pacomiana. Furono questi monaci eremiti che vivificarono il culto di S. Maria su vetuste reliquie d’un paganesimo, che non esauriva più le esigenze di genti perseguitate e indifese. Nonostante l’influenza di fedeli al Santuario, la “Piana”, soprattutto a causa delle incursioni saracene, ma anche per gli acquitrini che ne ammorbavano l’aria non è stata mai eccessivamente popolata, difatti come nara il Marafioti, agli occhi del padrone del bastimento, in quel lontano 1326, si presentò uno spettacolo desolante: un lido deserto, poche capanne ed una barchetta da pesca. Tre anni dopo, però ritornandovi, vide nella Grotta una cappella con altare, e, al piano, tuguri con numerosi abitanti. Come tutte le marine, anche quella di Praia aveva subito lo spopolamento a causa delle incursioni saracene, ad iniziare dalla metà del IX secolo, e, ripetutesi a singhiozzo, fino alle conquiste normanne. Etc…“. Il Campagna, a p. 226, nella nota (135) postillava che: “(135) Così afferma il Marafioti (Sacra Iconologia, etc., op. cit.) L’episodio è riportato da V. Lomonaco e dagli storici successivi. La statua della Madonna è stata trafugata dal Santuario della Grotta nella primavera del 1079.”. Il Campagna, a p. 226, nella nota (136) postillava che: “(136) Monaci basiliani che avevano lasciato l’Epiro nel 750, cacciati da Costantino Capronimo, fondarono il cenobio, nullius dioceseos, di S. Joannis ab Epyro, fiorentissimo fino al XVI secolo (P.M. Di Luccia, l’Abbazia di S. Giovani a Piro, etc., Roma (Stamp. L.A. Chracas), 1700; F. Palazzo, Il Cenobio Basiliano di S. Giovanni a Piro, etc., Salerno 1960. Su Madonne greche nel Sud, G. Schirò, Vita di S. Luca, etc., Palermo, 1954; B. Cappelli, Iconografie bizantine della Madonna in Calabria, op. cit.; Idem, Madonne in Calabria, in “Almanacco calabrese”, 1962. Cessate le persecuzioni iconoclastiche, l’Illyria divenne esportatrice di icone, soprattutto in Calabria. G. Arcieri, Il Regno delle Due Sicilie, etc., II ediz. (Tip. Nobile), Napoli, 1853; A. Campolongo, Il culto della Schiavonea nella Valle del Mercure-Lao, in “CL”, a. XXIV, n. 1-2-3; F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, I, Napoli (Ed. Laurenziana), 1964.”. Il Campagna, a p. 226, nella nota (137) postillava che: “(137) V. Lomonaco, Monografia di Nostra Donna della Grotta, etc., op. cit.; D.L. Mattei Cerasoli, La Badia di Cava e i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, a. VIII (1938).”.

La chiesa monastica di S. Vito a Maratea

Una delle sue particolarità è il fatto di essere stata costruita sopra un grosso masso. Capitava a volte che gli edifici sacri, chiese o cappelle, venissero edificate sopra grossi sassi, o comunque nei pressi, per un ben preciso motivo; strutturalmente la costruzione richiedeva più impegno architettonico e non si faceva fatica per nulla. I “sassi” scelti da preti o vescovi come luogo idoneo per costruirvi le chiese, erano sempre oggetti di culti pagani, espressioni dell’energia della terra che affiorava attraverso questi enormi massi. A volte “l’utilizzo magico della pietra” era semplice e consisteva ad esempio nell’appoggiarvi la schiena per ricevere benefici dalla terra, sia per la salute che per la fecondità. In altre occasioni i culti potevano essere più complessi laddove le pietre erano posizionate secondo una disposizione astronomica o per accogliere corpi di defunti importanti. E’ proprio vero il detto “Se queste pietre potessero parlare…”. I nuovi cristiani edificavano le chiese sopra questi luoghi per prendere possesso, inscatolare come in uno scrigno l’energia e magari assorbirla direttamente sostituendosi ad essa. Anche San Vito risulta costruita su un masso, ben visibile all’esterno e all’interno in prossimità del muro destro, riferimento dunque al fatto che questo era un luogo sacro ben prima della venuta del Cristianesimo. Attorno alla costruzione esistono grotte, sorgenti sotterranee che affiorano in un pozzo poco distante e grandi massi emergenti dal terreno.

Il Martirologio romano e la storia di beati, anacoreti e i martiri della chiesa

Il Martirologio Romano è un libro liturgico e costituisce la base dei calendari liturgici che ogni anno determinano le feste religiose del cattolicesimo. La prima edizione ufficiale, risalente al XVI secolo, fu approvata da papa Gregorio XIII nel 1584. Nei primi tempi della storia del Cristianesimo si prese uso di conservare memoria di coloro che morirono per causa della loro fede: i martiri. Ogni chiesa particolare aveva un suo martirologio, cioè un elenco di martiri; ben presto si diede importanza al giorno della loro morte, intesa come passaggio-nascita alla “nuova” vita eterna (detto per questo dies natalis), e si prese a commemorare il giorno della loro morte per celebrare la loro memoria, particolarmente nel luogo ove riposavano le loro spoglie. Nel XVI secolo si decise di unificare i vari martirologi in un solo elenco nel quale trovassero posto tutti i santi e i beati riconosciuti come tali dall’autorità della Chiesa cattolica: la grande opera di revisione fu affidata da papa Gregorio XIII e dal cardinale Guglielmo Sirleto al cardinale Cesare Baronio che la completò nel 1586: venne allora pubblicato il primo Martyrologium Romanum (1). Successivamente vi furono apportate aggiunte e modifiche (le prime già nel 1593, 1602 e poi nel 1613) e furono realizzate nuove edizioni: fondamentali le revisioni volute dai papi Urbano VIII (1630), Clemente X (1673) e Benedetto XIV (1749). Nella nota (1) si postilla del seguente testo del Baronio: Martyrologium Romanum ad novam kalendarii rationem, et ecclesiasticae historiae veritatem restitutum. Gregorii XIII pontificis maximi iussu editum. Accesserunt notationes atque tractatio de Martyrologio Romano. Auctore Caesare Baronio Sorano, ex typographia Dominici Basae, Romae 1586; poi anche apud Petrum Dusinellum, Venetiis 1587. Edizioni simili erano già uscite a stampa nel 1583.

Reliquie di santi e di martiri nel basso Cilento

Nicola Maria Laudisio (…), nella sua Sinossi della Diocesi di Policastro”, (si veda edizione curata da GG. Visconti), a pp. 98-99, in proposito scriveva che: “Oltre le sacre reliquie che in tutta la diocesi sono venerate anche come le insegne della diocesi stessa, a Lagonegro è pure venerata con grande pietà una delle spine della corona di Cristo e preso i frati minori cappuccini di S. Maria degli Angeli il corpo di S. Placido martire; inoltre il sacro corpo di Celestino martire, di cui abbiamo già parlato, è conservato nella chiesa parrocchiale ed è esposto alla venerazione dei fedeli proprio come il corpo del già citato S. Giocondo martire coservato nella cattedrale di Policastro. Ma anche altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Flelice, S. Teodoro e S. Donato.”. Il Laudisio, a p. 45, scriveva pure che: “I corpi di queste sette santi ‘sono sepolti in pace, e i loro nomi vivranno in eterno; agli occhi degli stolti parve che essi morissero, ma essi, sono nella pace'”. Infatti, il Laudisio (v. versione a cura del Visconti), a p. 45, in proposito scriveva che: “Septem corpora Sanctorum ‘in pace sepulta sunt, et vivent nomina eorum in aeternum; visi sunt oculis insipientium mori, illi autem sunt in pace (154).”. Il Laudisio, a p. 45, nella nota (154) postillava che: “(154) ‘Sapient.’, 3, 2, 3 (Visi sunt oculis insipientium mori’, et aestimata est afflictio exitus illorum. Et quod a nobis est iter, exterminium; ‘illi autem sunt in pace’.”. Il Laudisio, a p. 45, postillava “Sapient.”. Sui martiri e le reliquie, il Laudisio (….), a p. 100, ci dice che: “Anche a Lauria c’era un’abbazia benedetina, quella di S. Filippo; ma, essendo nei secoli scorsi andato in rovina il monastero, è divenuta di patronato regio sin dal 1400. Ne rimane soltanto la cappella, ma è ora priva di beni, e la reliquia del Santo è stata portata nella chiesa di S. Giacomo della stessa città di Lauria.”. Il Visconti nella versione curata della Sinossi del Laudisio, nell’Indice dei nomi, a pp. 138-139, in proposito scriveva: “Regione, località del basso Cilento, 71: reliquie: di S. Nicola nella Chiesa Madre di Rivello, 84; di S. Giocondo nella cattedrale di Policastro, 93, 98; di S. Celestino nella Chiesa madre di Lagonegro, 93, 98; una delle spine della corona di Cristo a Lagonegro, 98; di S. Placido nella Chiesa di S. Maria degli Angeli dei frati Minori Capuccini di Lagonegro, 98; di S. Mansueto nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello, 98; di S. Felice nella Chiesa di Tortorella, 98-99; di S. Teodoro nella chiesa di Sicilì, 99; di S. Donato nella chiesa di Torre Orsaia, 99; di S. Filippo nella chiesa di S. Giacomo a Lauria, 100.”. Infatti, il Laudisio, a p. 93, in proposito scriveva che: “Lo stesso vescovo Ludovici ottenne dalla Santa Sede il santo corpo del martire Giocondo che stava nelle catacombe, ed ora queste sacre reliquie, coperte da una veste mirabilmente ricamata in oro, sono venerate nella Cattedrale. La sedonda domenica dopo Pasqua si celebra la festa di questo santo a cui accorre un gran numero di abitanti dei paesi vicini. Portò con sé da Roma anche un altro corpo di un santo martire, chiuso in una teca munita di sigilli che ne attestavano l’autenticità, e che donò al clero di Lagonegro. Il 26 luglio 1819 nella Chiesa Madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo del reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora pro-vicario generale ed ora degnissimo vicario dell’abbazia nullius* di S. Pietro di Licusati. Nella teca fu trovato ed uffcicialmente riconosciuto il corpo di S. Celestino martire, e a parte, in una ampolla di vetro, rappreso, il suo sacro sangue. Le ossa di questo sacro corpo furono subito offerte alla venerazione dei fedeli e ancora oggi non sono state anatomicamente ricomposte.”. Il Laudisio, a p. 84, in proposito scriveva che: “Sotto l’edificio della Chiesa Madre, di cui abbiamo già fatto cenno, vi è un ipogeo davvero meraviglioso sorretto, con una magnifica realizzazione architettonica, da due ordini di diciotto colonne ciascuno. Nell’ipogeo si innalza un altare consacrato a S. Nicola di Mira, patrono della città, e alla destra dell’altare vi è sulla parete, a testimonianza perenne per i posteri, una lapide, con la data 8 ottobre 1752, che tramanda che in quell’ipogeo parecchie volte è sgorgato da ogni parte quell’umore soprannaturale che ogni giorno sgorga dalle ossa del Santo nella basilica di Bari (6); perciò il clero ed il popolo, dopo aver raccolto il denaro, hanno ornato più splendidamente di prima l’ipogeo che, già da tempo consacrato a S. Nicola strenuo difensore della fede (7), era poi caduto in uno stato di squallore e di abbandono. Questo attesta don Nicola Woli, avvocato del foro ecclesiastico di Napoli e in quel tempo prefetto dell’Urbe. Infine, nell’ipogeo è conservata una reliquia autentica del Santo. Una fonte d’acqua non molto distante oggi comunemente fontana dei Longobardi, mentre un’altra, posta sul declivio su cui s’innalza l’abitato, è invece chiamata da tutti fontana dei Greci in base ad un’antica tradizione. “. Il Laudisio, a p. 84, nella nota (6) postillava: “(6) E’ un liquido oleoso, detto “manna di S. Nicola”, che quotidianamente emana dalle ossa del Santo conservate nella basilica di Bari (n.d.T.).”. Il Laudisio, a p. 84, nella nota (7) postillava: “(7) L’Autore allude probabilmente alla leggenda secondo la quae, nel Concilio di Nicea del 325 d.C., S. Nicola avrebbe schiaffeggiato l’eretico Ario (n.d.T.).”.

A Sicilì (o a Morigerati ? sono conservate le reliquie di S. Teodoro

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: “Anche Sicilì non è compreso tra i villaggi inclusi nella ricostruita diocesi di Policastro dall’arcivescovo Alfano di Salerno. Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””. Infatti il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua Sinossi della Diocesi di Policastro”, (si veda edizione curata da GG. Visconti), a pp. 98-99, in proposito scriveva che: Ma anche altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Flelice, S. Teodoro e S. Donato.”. Il Visconti nella versione curata della Sinossi del Laudisio, nell’Indice dei nomi, a pp. 138-139, in proposito scriveva: “Regione, località del basso Cilento, 71: reliquie:….di S. Teodoro nella chiesa di Sicilì, 99; di S. Donato nella chiesa di Torre Orsaia, 99; di S. Filippo nella chiesa di S. Giacomo a Lauria, 100.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 59, del Discorso V, in proposito scriveva che: “Considerando alcune circostanze di fatto, ci è paruto meglio seguitar la sentenza di Antioco, che l’altra di Ellanico; e la più rimarchevole si è quella che due miglia, vicino al paese de’ Morgeti, e dove oggi l’accennata terricciuola, detta Morgerati, conserva ancora l’antichissima memoria de’ suoi Avoli, evvi un’altra terra chiamata Sicilì, la quale saldamente conferma la nostra opinione etc…”. Dunque, nella chiesa di Sicilì sono conservate alcune reliquie del corpo di S. Teodoro. Secondo il Laudisio, le reliquie dei corpi di alcuni Santi, come ad esempio quello di Teodoro furono traslate dai sacelli che si trovavano nelle catacombe. Essi, tra cui Teodoro erano dei martiri. Da Wikipedia leggiamo che San Teodoro di Amasea, Martire m. Amasea (Turchia) tra il 306 e il 311. Leggendaria e controversa la storia della sua vita, anche se vi sono prove attendibili dell’esistenza di un martire di nome Teodoro, ucciso ad Amasea. É considerato il terzo “soldato santo” dell’Oriente dopo san Giorgio e san Demetrio. Si arruola nell’esercito romano. Sotto l’imperatore Galerio Massimiano, viene trasferito con la sua legione nei quartieri invernali ad Amasea.Viene imposto a tutti i soldati di fare sacrifici agli dèi pagani. Teodoro, essendo cristiano, si rifiuta nonostante che i suoi commilitoni cerchino con insistenza di convincerlo a cedere. Gli vengono concessi dei giorni per ripensarci: non solo non torna indietro nel suo proposito, ma ne approfitta per incendiare il tempio della madre degli dèi, Cibele, che si trova al centro di Amasea, vicino al fiume Iris. Viene sottoposto alla tortura del cavalletto e poi messo in carcere a morire di fame: è confortato da visioni celesti. Alla fine viene arso vivo. Fino al XII secolo è patrono di Venezia, poi sostituito con san Marco. Secondo la tradizione il suo corpo è venerato nella cattedrale di Brindisi. Tuttavia devo precisare che le reliquie del santo si trovano in una chiesa a Morigerati, la Chiesa della SS. Annunziata costruita agli inizi del XVI sec. nel quale si conservano le reliquie di San Teodoro e di San Biagio Martiri.

A Rivello, il corpo di S. Mansueto venerato nella chiesa di S. Maria del Poggio

Il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi etc..’ a p. 101 (vedi versione del Visconti) in proposito scriveva che: “Ma anche in altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Felice, S. Teodoro e S. Donato.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””.

Nel 15 giugno 304 d.C. (III sec. d.C.), S. Vito ed il suo martirio

Aveva sui sette anni, quando cominciò a fare prodigi e quando nel 303 scoppiò in tutto l’impero romano, la persecuzione di Diocleziano contro i cristiani, Vito era già molto noto nella zona di Mazara. Il padre non riuscendo a farlo abiurare, si crede che fosse ormai un’adolescente, lo denunziò al preside Valeriano, che ordinò di arrestarlo; che un padre convinto pagano, facesse arrestare un suo figlio o figlia divenuto cristiano, pur sapendo delle torture e morte a cui sarebbe andato incontro, è figura molto comune nei Martirologi dell’età delle persecuzioni, che come si sa, sotto vari titoli furono scritti secoli dopo e con l’enfasi della leggenda eroica. Il preside Valeriano con minacce e lusinghe, tentò di farlo abiurare, anche con l’aiuto degli accorati appelli del padre, ma senza riuscirci; il ragazzo aveva come sostegno, con il loro esempio di coraggio e fedeltà a Cristo, la nutrice Crescenzia e il maestro Modesto, anche loro arrestati. Visto l’inutilità dell’arresto, il preside lo rimandò a casa, allora il padre tentò di farlo sedurre da alcune donne compiacenti, ma Vito fu incorruttibile e quando Valeriano stava per farlo arrestare di nuovo, un angelo apparve a Modesto, ordinandogli di partire su una barca con il ragazzo e la nutrice. Durante il viaggio per mare, un’aquila portò loro acqua e cibo, finché sbarcarono alla foce del Sele sulle coste del Cilento, inoltrandosi poi in Lucania (antico nome della Basilicata, ripristinato anche dal 1932 al 1945). Vito continuò ad operare miracoli tanto da essere considerato un vero e proprio taumaturgo, testimoniando insieme ai due suoi accompagnatori, la sua fede con la parola e con i prodigi, finché non venne rintracciato dai soldati di Diocleziano, che lo condussero a Roma dall’imperatore, il quale saputo della fama di guaritore del ragazzo, l’aveva fatto cercare per mostrargli il figlio coetaneo di Vito, ammalato di epilessia, malattia che all’epoca era molto impressionante, tale da considerare l’ammalato un indemoniato. Vito guarì il ragazzo e come ricompensa Diocleziano ordinò di torturarlo, perché si rifiutò di sacrificare agli dei; qui si inserisce la parte leggendaria della ‘Passio’ che poi non è dissimile nella sostanza, da quelle di altri martiri del tempo. Venne immerso in un calderone di pece bollente, da cui ne uscì illeso; poi lo gettarono fra i leoni che invece di assalirlo, diventarono improvvisamente mansueti e gli leccarono i piedi. Continua la leggenda, che i torturatori non si arresero e appesero Vito, Modesto e Crescenzia ad un cavalletto, ma mentre le loro ossa venivano straziate, la terra cominciò a tremare e gli idoli caddero a terra; lo stesso Diocleziano fuggì spaventato. Comparvero degli angeli che li liberarono e trasportarono presso il fiume Sele allora in Lucania, oggi dopo le definizioni territoriali successive, scorre in Campania, dove essi ormai sfiniti dalle torture subite, morirono il 15 giugno 303; non si è riusciti a definire bene l’età di Vito quando morì, alcuni studiosi dicono 12 anni, altri 15 e altri 17. Vito continuò ad operare miracoli tanto da essere considerato un vero e proprio taumaturgo, testimoniando insieme ai due suoi accompagnatori, la sua fede con la parola e con i prodigi, finché non venne rintracciato dai soldati di Diocleziano, che lo condussero a Roma dall’imperatore, il quale saputo della fama di guaritore del ragazzo, l’aveva fatto cercare per mostrargli il figlio coetaneo di Vito, ammalato di epilessia, malattia che all’epoca era molto impressionante, tale da considerare l’ammalato un indemoniato. Vito guarì il ragazzo e come ricompensa Diocleziano ordinò di torturarlo, perché si rifiutò di sacrificare agli dei; qui si inserisce la parte leggendaria della ‘Passio’ che poi non è dissimile nella sostanza, da quelle di altri martiri del tempo. Venne immerso in un calderone di pece bollente, da cui ne uscì illeso; poi lo gettarono fra i leoni che invece di assalirlo, diventarono improvvisamente mansueti e gli leccarono i piedi. Continua la leggenda, che i torturatori non si arresero e appesero Vito, Modesto e Crescenzia ad un cavalletto, ma mentre le loro ossa venivano straziate, la terra cominciò a tremare e gli idoli caddero a terra; lo stesso Diocleziano fuggì spaventato. Comparvero degli angeli che li liberarono e trasportarono presso il fiume Sele allora in Lucania, oggi dopo le definizioni territoriali successive, scorre in Campania, dove essi ormai sfiniti dalle torture subite, morirono il 15 giugno 303; non si è riusciti a definire bene l’età di Vito quando morì, alcuni studiosi dicono 12 anni, altri 15 e altri 17. La leggenda racconta che Vito, da bambino, abbia guarito il figlio dell’Imperatore romano Diocleziano, suo coetaneo, ammalato di epilessia. Purtroppo bisogna dire che il martirio in Lucania è l’unica notizia attendibile su S. Vito, mentre per tutto il resto si finisce nella leggenda. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo inedito dattiloscritto ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, del 1973, anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), parlando dei “Primi Martiri locali”, scriveva che: “Fra i martiri locali, solo quattordici appaiono nella storia. I primi due furono dei giovanetti evangelizzati da S. Paolo a Laureana Cilento (75). Seguirono altri undici: S. Vito, Modesto e Crescenza, presso il fiume Sele, assieme ai compagni: ecc.. Il più noto è S. Vito. Di origine siciliana, era già cristiano ed operava molti miracoli, quando fu carcerato e torturato dal preside Valeriano. Liberato da un Angelo, si recò in Lucania con i suoi educatori, Modesto e Crescenza. Conosciuto da Diocleziano per far liberare il proprio figlio dal demonio, fu fatto torturare, perché si era rifiutato di sacrificare agli dei. Liberato di nuovo dall’angelo, ritornò presso il fiume Sele, in Campania, dove subì il martirio il 15 giugno del 304, e qualche giorno dopo i suoi compagni. Una pia donna, Florenza, seppellì i loro corpi nel luogo detto “Mariano” (78).”. Il Cataldo (…), nella sua nota (75), postillava che:  “(75) Ebner P., op. cit., p. vol II, p. 68.”. Il Cataldo (…), nella sua nota (78), postillava che:  “(78) Ebner P., op. cit., vol. I, p. 16; si veda pure: ‘Acta Sanctorum’, Venezia, 1742, p. 1015”. Infatti, sul martirio di San Vito, il ragazzo siciliano, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 17, scriveva che: “Tuttavia va ricordato che le vessazioni contro i cristiani si protrassero ancora dopo il 313 (Milano: decreto di tolleranza di Costantino) e fino al 375, quando Graziano, primo tra gli imperatori, rifiutò il titolo di pontefice massimo.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. I, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Alle anzidette tradizioni vanno aggiunti altri indizi che confermano l’esistenza di nuclei cristiani in Lucania (Lucania Augustea). Del rescritto di Costantino del 21 ottobre 219 al ‘corrector Lucania et Bruttiorum’ (77) si rileva l’esistenza di chiese organizzate nella regione da collegare con quanto si afferma negli ‘Acta Sanctorum’ (78) sul siciliano Vito, detto però “Vitus lucanus”, decollato sulle rive del Sele il 15 giugno 304-305 con i suoi istruttori Modesto e Crescenzia, i cui corpi vennero raccolti secondo la tradizione da una pia donna (“Florentia”) mentre passeggiava lungo il fiume. Sepolti “in loco qui dicitur Marianus” (79), ivi fu eretta una cappella di cui tutt’ora esistono i resti in un’abside a doppia struttura esterna (preromanica) dedicata appunto a San Vito sul Sele, poi protettore di Capaccio.”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (77), postillava che: “(77) Lanzoni, op. cit., p. 319. Va ricordato che con la dominazione normanna l’antica Lucania scomparve definitivamente.”. Pietro Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Venezia, 1742, p. 319.”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Diverse le trascrizioni, ‘Malianus, Marianus, Cfr. Natella, cit. p. 12 anche per la cappella preromanica.”.

San Vito Martire o S. Vito “Lucano”

Non si conosce la sua origine, anche se secondo una “Passio” nacque in Sicilia da padre pagano e fu incarcerato a sette anni, su denuncia del genitore, perché cristiano. L’unica notizia attendibile su di lui si trova nel Martirologio Gerominiano (…), da cui risulta che Vito visse in Lucania. Popolarissimo nel medioevo, egli fu inserito nel gruppo degli Ausiliatori, i santi la cui intercessione veniva considerata molto efficace in particolare occasioni e per sanare determinate malattie. È invocato per scongiurare la lettargia, il morso di bestie velenose o idrofobe e il “ballo di San Vito”. San Vito, protegge i muti, i sordi e singolarmente anche i ballerini, per la somiglianza nella gestualità agli epilettici. Per il grande calderone in cui fu immerso, è anche patrono dei calderai, ramai e bottai. San Vito fa parte dei 14 Santi Ausiliatori, molto venerati nel Medioevo, la cui intercessione veniva considerata particolarmente efficace nelle malattie o specifiche necessità. Gli altri tredici Ausiliatori sono: Acacio, Barbara, Biagio, Caterina d’Alessandria, Ciriaco, Cristoforo, Dionigi, Egidio, Erasmo, Eustachio, Giorgio, Margherita, Pantaleone. Il suo culto si diffuse in tutta la Cristianità, colpiva soprattutto la giovane età del martire e le sue doti taumaturgiche, è invocato contro l’epilessia e la corea, che è una malattia nervosa che dà movimenti incontrollabili, per questo è detta pure “ballo di san Vito”; poi è invocato contro il bisogno eccessivo di sonno e la catalessi, ma anche contro l’insonnia ed i morsi dei cani rabbiosi e l’ossessione demoniaca. Per secoli la figura di san Vito ha alimentato ed esaltato la fede popolare: si pensi per esempio alla protezione per la quale veniva invocato, in modo particolare nella speranza di ottenere guarigione da patologie quali la Corea di Sydenham, una forma di encefalite nota come ballo di San Vito (in quanto può presentare postumi come tic, tremori, etc.), dall’idrofobia, da malattie degli occhi (in slavo la parola Vid = vista fu associata al suo nome, e in quelle terre il culto di san Vito pare avesse sostituito l’antico culto di Svetovit), dalla letargia. Tuttavia la nascita del suo culto e la relativa tradizione agiografica non sono stati ancora studiati in maniera ampia e approfondita.

Il culto di San Vito

Il culto per S. Vito è attestato dalla fine del V secolo, ma le notizie sulla sua vita sono poche e scarsamente attendibili. Alcuni antichi testi lo dicono lucano, ma la ‘Passio’ leggendaria del VII secolo, lo dice siciliano; nato secondo la tradizione a Mazara del Vallo in una ricca famiglia, rimasto orfano della madre, fu affidato ad una nutrice Crescenzia e poi al pedagogo Modesto, che essendo cristiani lo convertirono alla loro fede. San Vito, venerato anche come san Vito martire o san Vito di Lucania (Mazara, III secolo – Lucania, 15 giugno 303), fu un giovane cristiano che subì il martirio per la fede nel 303 ed è venerato come santo da tutte le chiese che ammettono il culto dei santi. La memoria liturgica è da ricordare nei giorni 15 giugno e 20 marzo. Quasi al centro della Piana del Sele, nella contrada S. Cecilia, sorge la chiesa di S. Vito, ricordata tra le più antiche del territorio. Essa venne edificata per raccogliere, custodire e venerare le spoglie mortali dei Santi Vito, Modesto e Crescenza, martirizzati a Roma sotto Diocleziano. La notizia più antica sulla chiesa di S. Vito al Sele è del 1042 ove è riportata tra i beni della Chiesa Salernitana. Nel 1067, Guglielmo d’Altavilla, usurpatore dei beni della Chiesa Salernitana, già scomunicato da Papa Alessandro II, dovette sottomettersi al Pontefice, di passaggio per Salerno, restituendo all’Arcivescovo di Salerno, insieme ad altri beni, anche la Chiesa ed i beni di S. Vito al Sele. Nel 1080, Roberto il Guiscardo, principe di Salerno, per intercessione della moglie Sichelgaita, confermò all’Arcivescovo Alfano i beni che la chiesa Salernitana possedeva in territorio di Eboli: “ecclesiam S. Viti de Silare cum corte et silvis et pertinentiis ipsorum. Nel 1090 è menzionata dal Paesano (…) “…cum curte sua et teri in eadem loco (fluvio Syleris esistentibus); nel 1168 risulta nella Bolla “Licet nobis” di Papa Alessandro III; nell’anno 1221, Federico II di Svevia emanò un privilegio a favore della Chiesa Salernitana, col quale confermò tutte le concessioni che i principi suoi predecessori avevano fatto. In tale privilegio sono compresi territori siti nella terra d’Eboli e nel 1255 Alessandro IV conferma la sua appartenenza alla Chiesa Salernitana. Vi era una cappella dedicata a San Vito Martire anche a Felitto, un casale del Cilento, ed era situata ai confini tra il territorio di Felitto e quello di Bellosguardo, nei pressi del fiume Pietra molto probabilmente per ricordare il luogo del martirio, ricompensa per avere liberato il figlio dell’imperatore Diocleziano dal demonio, che alcuni individuato alla foce del Sele. L’originaria cappella non esiste più perché fu distrutta da una inondazione, quella che possiamo vedere oggi risale al 1850 ed è stata edificata grazie all’aiuto di una signora Italo-americana. Il Cataldo (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), parlando dei “Primi Martiri locali”, scriveva che: “Fra i martiri locali, solo quattordici appaiono nella storia. I primi due furono dei giovanetti evangelizzati da S. Paolo a Laureana Cilento (75). Seguirono altri undici: S. Vito, Modesto e Crescenza”. Il Cataldo (…), nella sua nota (75), postillava che:  “(75) Ebner P., op. cit., p. vol II, p. 68.”. Presso il fiume Sele sorge un’antica chiesa dedicata al santo, nel luogo dove fu sepolto presso Eboli. Ancora oggi, presso il luogo del martirio indicato dalla tradizione, sorge la chiesa di San Vito al Sele. Molti comuni della Valle del Sele (Caposele, Calabritto, Quaglietta, Senerchia, Oliveto Citra, Colliano, ecc.) hanno, in memoria del martire, o conservano toponimi e luoghi di culto dedicati a san Vito, testimonianza del primitivo culto che Vito ebbe in queste zone e che poi si diffuse in tutta la Cristianità. A Capaccio Scalo in provincia di Salerno, si svolgono annualmente i “Solenni Festeggiamenti in onore di San Vito Martire” nella Chiesa madre del paese, a lui dedicata. La tradizione narra che proprio quel luogo sia stato fondamentale nella predicazione del martire. I riti iniziano la sera del 14 giugno con i solenni “primi vespri” per concludersi ai “secondi vespri” con la Grande concelebrazione Eucaristica e la grandiosa processione alla presenza di numerose autorità civili e religiose. Purtroppo bisogna dire che il martirio in Lucania è l’unica notizia attendibile su s. Vito, mentre per tutto il resto si finisce nella leggenda. Il suo culto si diffuse in tutta la Cristianità, colpiva soprattutto la giovane età del martire e le sue doti taumaturgiche, è invocato contro l’epilessia e la corea, che è una malattia nervosa che dà movimenti incontrollabili, per questo è detta pure “ballo di san Vito”; poi è invocato contro il bisogno eccessivo di sonno e la catalessi, ma anche contro l’insonnia ed i morsi dei cani rabbiosi e l’ossessione demoniaca. Protegge i muti, i sordi e singolarmente anche i ballerini, per la somiglianza nella gestualità agli epilettici. Per il grande calderone in cui fu immerso, è anche patrono dei calderai, ramai e bottai. Secondo una versione tedesca della leggenda, nel 756 l’abate Fulrad di Saint-Denis, avrebbe fatto trasportare le reliquie di san Vito nel suo monastero di Parigi; poi nell’836 l’abate Ilduino le avrebbe donate al monastero di Korway nel Weser, che divenne un centro importante nel Medioevo, della devozione del giovane martire. Durante la guerra dei Trent’anni (1618-48), le reliquie scomparvero da Korwey e raggiunsero nella stessa epoca Praga in Boemia, dove la cattedrale costruita nel X secolo, era dedicata al santo; a lui è consacrata una splendida cappella. Bisogna dire che delle reliquie di san Vito, è piena l’Europa; circa 150 cittadine, vantano di possedere sue reliquie o frammenti, compreso Mazara del Vallo, che conserva un braccio, un osso della gamba e altri più piccoli. Nella città ritenuta suo luogo di nascita, san Vito è festeggiato ogni anno con una solenne e tipica processione, che si svolge fra la terza e la quarta domenica d’agosto. Il “fistinu” in onore del santo patrono, ricorda la traslazione delle suddette reliquie, avvenuta nel 1742 ad opera del vescovo Giuseppe Stella. La processione, indicata come la più mattiniera d’Italia, inizia alle quattro del mattino, con il trasporto della statua d’argento del santo, posta sul Carro trionfale, trainato a braccia dai pescatori, fino alla chiesetta di San Vito a Mare, accompagnato da una suggestiva fiaccolata e da fuochi d’artificio; da questo luogo si crede sia partito con la barca per sfuggire al padre e al preside Valeriano. Una seconda processione è quella celebre storica-ideale a quadri viventi, è una serie di carri, su cui sono rappresentate da fedeli con gli abiti dell’epoca, scene della sua vita e del suo martirio, chiude la processione il già citato carro trionfale. “U fistinu” si conclude nell’ultima domenica d’agosto, con un’ultima processione del carro trionfale diretto al porto-canale e da lì il simulacro di s. Vito, viene issato su uno dei pescherecci e seguito da un centinaio di altri pescherecci e barche, giunge fino all’altezza della Chiesetta di S. Vito al Mare, per ritornare infine al porto. A Roma esiste la chiesa dei santi Vito e Modesto, dove in un affresco oltre il giovanetto, compaiono anche Modesto con il mantello da maestro e Crescenzia in aspetto matronale con il velo. Nell’area germanica s. Vito è rappresentato come un ragazzo sporgente da un grosso paiolo, con il fuoco acceso sotto. Il santuario in cui è venerato nell’allora Lucania, oggi nel Comune di Eboli in Campania, denominato S. Vito al Sele, era detto “Alecterius Locus” cioè “luogo del gallo bianco”; nella vicina città di Capaccio, nella chiesa di S. Pietro, è custodita una reliquia del santo, mentre nella frazione Capaccio Scalo, è sorta un’altra chiesa parrocchiale dedicata anch’essa a S. Vito; la diocesi di questi Comuni in cui il culto di S. Vito è così forte, perché qui morì con i suoi compagni di martirio, si chiama tuttora Vallo della Lucania, pur essendo in provincia di Salerno. Il santo è anche patrono di Recanati e di Mascalucia (CT) e nella sola Italia, ben 11 Comuni portano il suo nome. Nella Chiesa Madre dei Santi Apostoli Pietro e Paolo in Pisciotta, si venera una insigne reliquia del sangue di San Vito, custodito in un’ampolla di vetro. Detto sangue si liquefa ogni anno in occasione della festività del martire, solitamente durante la processione in suo onore. Secondo la tradizione la reliquia proverrebbe dalla chiesa abbaziale di Taranto e sarebbe stata traslata per opera del vescovo di Lecce mons. Luigi Pappacoda, nativo di Pisciotta. Infatti sul reliquiario che custodisce il sangue di San Vito è inciso lo stemma della famiglia Pappaccoda, marchesi di Pisciotta. I Pappacoda, è stata anche una famiglia che aveva come feudo quello di Torraca, ed è questo forse uno dei motivi della venerazione di S. Vito a Sapri. Io credo vi sia un legame tra il culto di S. Vito martire, Capaccio, Pisciotta, i Pappacoda, i Palamolla e Sapri. Pisciotta, apparteneva alla Diocesi di Capaccio e a Capaccio S. Vito martire pure viene venerato.Se non mi sbaglio, i Pappacoda erano imparentati con i Palamolla di Torraca e di Scalea. Orazio Campagna (…), a p. 219, parlando di Aieta, un piccolo ma antichissimo borgo sulla costa Tirrenica della Calabria e non lontana da Praja a mare, in proposito scriveva che: “Antichissimo culto è quello del patrono S. Vito, lucano di Paestum, martirizzato con dieci compagni presso il fiume Sele il 15 giugno del 305 d.C.”. Sempre lo studioso Orazio Campagna (…), a p. 236, parlando di Tortora, un piccolo ma antichissimo borgo sulla costa Tirrenica della Calabria e non lontana da Praja a mare, in proposito scriveva che: “le cappelle di S. Vito martire, ecc…, costituiscono, anche se con con differenze cronolocighe enormi, testimonianze del mondo basiliano” che poi come scrive sempre il Campagna, a p. 243 “i frati minori assorbirono le ultime reliquie del monachesimo basiliano, S. Vito, ecc..ecc..”. Sempre il Campagna (…), a p. 249, parlando di Maratea, ci informa che: “A queste diaspore si deve il ripopolamento di Maratea-Castello, l’insediamento eremitico nella grotta di S. Michele, la successiva costruzione della chiesa di S. Basilio, demolita nel 1836 (24), l’insediamento delle grotte di S. Vito”. Il Campagna, a p. 249, nella sua nota (24), postillava che: “(24) D. Damiano, Maratea nella storia, etc, op. cit., p. 131.”. Sempre Orazio Campagna, a p. 253, parlando di Sapri, del “Portus”, in proposito scriveva che: “Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), a p. 219, parlando di Aieta, un piccolo ma antichissimo borgo sulla costa Tirrenica della Calabria e non lontana da Praja a mare, in proposito scriveva che: “Antichissimo culto è quello del patrono S. Vito, lucano di Paestum, martirizzato con dieci compagni presso il fiume Sele il 15 giugno del 305 d.C.”.

Nel 308-319 d.C. (I sec. d.C.) , la fondazione della sede episcopale di Marcellianum da papa Marcello I

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a pp. 16-17, scriveva che: Ciò si spiega con il fatto che i primi tempi, almeno fino a quelli dell’africano papa Vittore I (a. 185), la predicazione del Vangelo e le pratiche di culto venivano celebrate in greco. Si spiega perciò il persistente ricordo della fondazione della diocesi di Velia e di Bussento da parte di San Paolo, e di quelle di Marcellianum e di Paestum ad opera dello stesso principe degli apostoli (71). Ma poichè le diocesi vennero senz’altro fondate dai loro discepoli (72) e quella di Marcellianum da papa Marcello I (308-319), evidente è il tentativo della tradizione di nobilitarle con l’attribuirne ad esse il crisma dell’ “apostolicità” (73).”. Ebner (…), nella sua nota (70), postillava che:  “(70) Cfr., nelle lettere a Trebazio, ecc..”. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che:  “(71) Ughelli, op. cit., c. 465.”. Ebner (…), nella sua nota (72), postillava che:  “(72) Ebner, Storia, cit., p. 271 e sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Polla, a p. 347, in proposito scriveva che: “Il murato (2) abitato di Polla, …..Nei pressi del forum, fiorente ancora ai tempi di Cassiodoro, era ‘Marcellianum’, sede di diocesi,….Del ‘forum’ è notizia dal famoso ‘lapis Pollae, l’elogium (6) inciso su un cippo posto davanti la “Taverna del passo” e ancora in sito.”. Ebner, a p. 347, nella nota (5) postillava: “(5) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV, 1958, p. 193 sgg. e Polla cit., p. 41 sg. e p. 79. Sugli affreschi del battistero, poi cappella, simili a quelli di S. Angelo in Formis, v. Bracco, Polla, lineee di una storia, Salerno, 1976, p. 79 e 550 (n. 165).”. Ebner, a p. 347, nella nota (7) postillava: “(7) E. Magaldi, Lucania romana, Roma, 1948, p. 179 sgg.”. Da Wikipidia leggiamo che Papa Marcello I (Roma, … – 16 gennaio 309) è stato il 30º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica dal 27 maggio 308 al 16 gennaio 309. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalle Chiese ortodosse. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “7- Polla – Sala Consilina”, a p. 13, in proposito scriveva che: Papa S. Marcello, verso il 310, poichè la Valle del Tanagro era piena di Cristiani, elevò Marcellianum, borgo di Consilina, e sede vescovile, vi eresse l’Episcopio e la Basilica e benedisse una ventina di battisteri nelle aree paleocristiane (167).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, parlando di “7- Polla – Sala Consilina”, a p. 13, in proposito scriveva che: “Antico centro romano del 153 a.C., all’inizio della Valle del Tanagro e di Diano, era noto per il suo mercato e per le locande (162). Al tempo di Cassiodoro aveva il Foro, di cui oggi resta l’Elogium inciso su un cippo davanti alla “Taverna del passo” (163). Presso il foro sorgeva “Marcellianum”, sede vescovile dove si vedono i resti del Battistero paleocristiano (164). Nelle acque del Marcellianum, suburbio di “Consilinum”,….Accanto al battistero sorsero il “Castrum di Polla” e di Consilina. Papa S. Marcello, verso il 310, poichè la Valle del Tanagro era piena di Cristiani, elevò Marcellianum, borgo di Consilina, e sede vescovile, vi eresse l’Episcopio e la Basilica e benedisse una ventina di battisteri nelle aree paleocristiane (167). Recenti studi archeologici hanno permesso la ricostruzione plastica del Battistero di S. Giovanni: esso era formato da un vasto ambiente absidato costruito da quattro arcate, con una vasca quadrangolare al centro coperta da una cupola. Della basilica cattedrale e dell’episcopio non si sa ancora nulla (168).”. Il Cataldo, a p. 21, nelle note postillava di Pietro Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 472-475. Il Cataldo, a p. 21, nelle note postillava di Pietro Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 472-475.  Il Cataldo, a p. 21, nella nota (162) postillava: “(162) Ebner P., op. cit., vol. II, p. 347.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (163) postillava: “(163) C.I.L., X, 6950 – Ebner P., op. cit., p. 347.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (164) postillava: “(164) Bracco Vittorio: Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di Archeologia Cristiana”, Città del Vaticano, XXXIV, 1958, p. 193.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (165) postillava: “(165) Bihlm – Tuechle, op. cit., pp. 259 e 308.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (166) postillava: “(166) Bracco V., Mondo Archeologico.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (167) postillava: “(167) Ebner P., op. cit., vol. I, p. 16.”. Nel 1928, infatti, venne alla luce un’epigrafe in seguito al crollo di un muro: l’epigrafe era parte di una tomba imperiale recante la scritta D(is) M(anibus)/ MARC/ELLIN/O FILIO /PARENT(es) / FECER(unt). Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 473 ci parla di “Marcelliana” parlando di Sala Consilina e non di Padula. Ebner, a p. 473, in proposito scriveva che: “Di Marcelliana e del battistero di S. Giovanni in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol.. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede sia stata un borgo di Sala. Anche il Gatta (59) scrive che ect…”. Ebner, a p. 473, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Antonini, cit., II, p. 113”. Ebner, sull’iscrizione, a p. 472 scriveva che: “Il Patroni (43) nel 1899 rinvenne un frammento di epigrafe di cui fu poi messa a luce la parte mancante, etc…”. Ebner, a p. 472, nella sua nota (43) postillava che: “(43) G. Patroni, “Atti R. Acc. Lincei, S. V., Scienze morali e storiche, III, Roma, 1910”. Ebner, nel vol. II, a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65). Su S. Giovanni in Fonte e sulla destinazione dell’edificio ivi esistente a battesimo, v. gli scritti di Vittorio Bracco.”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Nel 1852 Ferdinando di Borbone lì donò alla Certosa di S. Stefano del Bosco amministrati dalla Certosa di Padula per la lontananza della Certosa calabra. ‘Contra’ il Gatta, p. 72, che afferma che ai suoi tempi la commenda apparteneva ai Cavalieri di Malta. Scrive Vittorio Bracco (‘Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di Archeologia cristiana”, n. 1,4, Città del Vaticano, 1958, p. 17 estr.) “sappiamo che S. Giovanni in Fonte era ormai commenda, passata dai Templari ai Cavalieri di Malta”. Cfr. pure Sacco, cit., I, p. 209 sg.”. Riguardo la citazione di “Sacco” si tratta di Antonio Sacco (….) e la sua “La Certosa di Padula”. Riguardo invece la citazione di Vittorio Bracco (….) si tratta della sua opera “Marcellianum e il suo battistero”, in la rivista “Archeologia cristiana”, n. 1, 4, Città del Vaticano, 1958 (credo sia il testo vol. I di P. Testini, ed. Desclee & C.). Pietro Ebner, a p. 475, nella sua nota (66) postillava che: “(66) ‘Bona Ecclesiae sancti Joanni de Fontibus’ è detto nell’istrumento di vendita del feudo di S. Angelo di Sala (25 marzo 1508) di Roberto Sanseverino alla Certosa di Padula.”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini, a pp. 106-108, in proposito scriveva che:  “Proprio per la sua posizione baricentrica questa parte de Vallo è stata fin dai secoli tardo-antichi sede privilegiata di mercati e fiere annuali. Tra l’alveo del Tanagro e le pendici occidentali di Padula, doveva estendersi ‘Marcellianum’, il suburbio dell’antica ‘Cosilinum’ romana identificata nei resti ancora visibili sulla collina della ‘Civita’, alle spalle dell’abitato odierno. E in stretta relazione con il suburbio di ‘Marcellianum’ si devono verosimilmente interpretare gli avanzi, rinvenuti negli anni Cinquanta del secolo scorso, di un importante complesso paleocristiano edificato sulle strutture di una preesistente villa romana di età imperiale (3).”. La Alaggio, a p. 106, nella nota (3) postillava: “(3) M. Romito, Un nuovo documento della cristianizzazione nella valle del Tanagro, in “Apollo”, XII (1966), pp. 10-17.”.

Nel 325, il Concilio di Nicea I

Da Wikipedia leggiamo che il concilio di Nicea, tenutosi nel 325, è stato il primo concilio ecumenico cristiano. Venne convocato e presieduto dall’imperatore Costantino I, il quale intendeva ristabilire la pace religiosa e raggiungere l’unità dogmatica, minata da varie dispute, in particolare sull’arianesimo; il suo intento era anche politico, dal momento che i forti contrasti tra i cristiani indebolivano anche la società e, con essa, lo Stato romano. Con queste premesse, il concilio ebbe inizio il 20 maggio del 325. Data la posizione geografica di Nicea, la maggior parte dei vescovi partecipanti proveniva dalla parte orientale dell’Impero. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, dove, l’alto prelato, già Vescovo della Diocesi di Policastro, a p. 68 (si veda il testo a cura di G. G. Visconti, v. p. 9 in latino), scriveva che: “Perciò nel Concilio di Nicea del 325, che stabilì con le disposizioni canoniche XV, XVI e XVII i confini di ciascuna diocesi, partecipò assieme ad altri 318 vescovi anche Marco, vescovo di Calabria (22) – allora la Lucania e la Calabria costituivano una provincia sola (23) Etc..”.  Il Laudisio (v. versione di Visconti), a p. 9, nella nota (22) postillava che: “(22) Gagl. cit., lib. I, tit. 18, num. 9 (p. 242, nota b: Nicaenae I synodo subscripsit Marcus Calabriae episcopus).”. Il Laudisio, a p. 9, nella nota (23) postillava che: “(23) Troyl. tomo I, part. 2, cap. 8, num 3 (Abate Placido Troyli, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, p. 190: (Reggio Calabria) fu capo di tutto il paese de’ Bruzj, quando in tempo degli Imperatori romani i Lucani ed i Bruzj una provincia unita faceano, risedendo in Salerno il comun correttore quando nella Lucania dimorava (….), ed in Reggio allorache nel paese de’ Bruzj ritrovavasi)”.

Nel 380 e 392 (editto di Costantinopoli), con Teodosio la religione cristiana divenne religione di Stato

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, dattiloscritto inedito del 1986 parlando di “7- Polla – Sala Consilina”, a p. 13, in proposito scriveva che: “…la religione cristiana era diventata con Teodosio, nel 380, ufficiale di stato (165). Ecc... Il Cataldo, a p. 21, nella nota (165) postillava: “(165) Bihlm – Tuechle, op. cit., pp. 259 e 308.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, trascorsero molti anni prima che i vescovi venissero riconosciuti privilegi e prerogative tra cui la loro inclusione negli organi dello stato che avviò quel movimento di unificazione degli usi e di coordinamento della dottrina affermatisi sotto il pontefice d’Innocenzo III (1198-1216). I vescovi abusarono ben presto della loro autonomia tanto che diversi concili dovettero intervenire per ridimensionare gli abusi di potere.”.

Nel 380 (Valentiniano II) e 445 (IV sec. d.C.), il decreto dell’Imperatore Valentiniano III

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 16, in proposito scriveva che: “Successivamente il decreto di Valentiniano (a. 445) ricompose sotto un’unica autorità, precisamente quella romana, tutta la Chiesa occidentale, con una ulteriore affermazione di prestigio della sede apostolica. Di ciò evidentemente si avvalsero i vescovi meridionali con punte a volte eccedenti gli ambiti spirituali delle loro diocesi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Da Wikipedia leggiamo che l’editto di Tessalonìca, conosciuto anche come Cunctos populos, venne emesso il 27 febbraio 380 dagli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II (quest’ultimo all’epoca aveva solo nove anni). Il decreto dichiara il cristianesimo secondo i canoni del credo niceno la religione ufficiale dell’impero, proibisce in primo luogo l’arianesimo e secondariamente anche i culti pagani. Per combattere l’eresia si esige da tutti i cristiani la confessione di fede conforme alle deliberazioni del concilio di Nicea. Il testo venne preparato dalla cancelleria di Teodosio I e successivamente venne incluso nel Codice teodosiano da Teodosio II. La nuova legge riconobbe alle due sedi episcopali di Roma e Alessandria d’Egitto il primato in materia di teologia. L’editto, pur proclamando il Cristianesimo religione di Stato dell’impero romano, non stabiliva alcuna direttiva specifica a proposito. Bisognerà attendere i cosiddetti decreti teodosiani, promulgati dallo stesso Teodosio I, che tra il 391-392 normarono l’attuazione pratica dell’editto di Tessalonica. Flavio Valentiniano (latino: Flavius Valentinianus), meglio conosciuto come Valentiniano II (Treviri, 371 – Vienne, 15 maggio 392) è stato un imperatore romano, dal 375 fino alla sua morte. Successivamente, l’imperatore Valentiniano III emanò (17 luglio 445) un editto che contribuì in maniera determinante all’affermazione dell’autorità e del primato della sede vescovile di Roma in Occidente. Questo editto, che non era valido nella parte orientale dell’Impero, riconosceva pienamente il primato giurisdizionale del papato, perché «Nulla deve essere fatto contro o senza l’autorità della Chiesa romana».

Le origini della Chiesa di Buxentum (BUSSENTO)

Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 97, in proposito scriveva che: “Le Decretali dei Pontefici Innocenzo I e Gelasio I mostrano chiaramente che nel Bruzio esisteva un’organizzazione ecclesiastica fin dal secolo V e che questa era alla diretta dipendenza del Papa. Questo risulta ancor meglio dall’Epistolario di S. Gregorio Magno, etc…”. Sempre il Russo, a p. 115, in proposito scriveva che: “L’assenza di vestigia di cimeli cristiani e la scarsissima suppellettile paleocristiana, affiorata nella zona, avvalorano l’ipotesi che il Cristianesimo vi si è affermato in epoca tardiva e che, probabilmente, vi erano ancora dei pagani, specie nell’interno, alla caduta dell’Impero Romano. Nè ciò deve far meraviglia, se S. Benedetto ne trovò ancora a Montecassino più di mezzo secolo dopo. Se ne può avere conferma negli inconvenienti denunziati dai Papi Innocenzo I e Gelasio I nel V secolo (1). Ma, durante le dominazioni barbariche, non affiora nulla del genere, nemmeno nella vasta produzione cassiodoriana. Solo nel secolo IX, Cassano e Laino vengono ricordati come sedi di Castaldi longobardi, senza tuttavia che si spenda una sola parola sulla loro attività spirituale.”. Il Russo, a p. 115, nella nota (1) postillava: “(1) Taccone-Gallucci, Regesti, p. 3 ss.”.  Si tratta del testo di Domenico Taccone-Gallucci (….), Regesti dei romani pontefici per la chiesa della Calabria fino al secolo XII, Roma, 1901.  Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, dattiloscritto inedito del 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, a p. 11 parlando di Bussento, in proposito scriveva pure che: “I Bussentini del I° secolo, stanchi ormai delle patite sciagure, sfiduciati nelle istituzioni di un impero avviato al declino e quindi avversi al culto dei falsi dei Castori e Polluce, cui avevano invano affidato la protezione sul mare, accettarono con tutto il cuore la fede cristiana (133). Infatti, sulla “Porta del Mare” fecero apporre questa famosa iscrizione, in latino: “Cristus Rex venit in pace. Amen”. Questa lapide esisteva ancora nel 1700 (134). Altri cimeli sono alcune monete costantiniane, colla figura della Croce a bracci uguali e quattro fiammelle agli angoli, trovate fra gli scavi in Piazza Duomo, presso la fontana di Pescefritto; come anche resti di lucerne battesimali di terracotta, fittili, di forma caratteristica ed istoriate nella parte superiore, con frasi greche, rinvenute negli scavi fatti in occasione di lavori pubblici (strada e ferrovia) (135). Esiste un cipo battesimale tronco, con frase: A Ω INI (tium et finis)”. Del secondo periodo (sec. VI-X) restano le memorie dei primi vescovi storici (Rustico e Sabbazio), degli effetti funesti delle invasioni barbariche, sia pre incompleti, della Chiesa primitiva di fattura bizantina (136).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (133) postillava: “(133) Di Luccia Pietro Marcellino: L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale, Roma, Luca Antonio Characas, 1700, p. 7”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (134) postillava: “(134) ibidem: pp. 7-8 – Documenti Antichi (A. D.P.: I – Orig. – 1400).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (135) postillava: “(135) Tradizione orale (interviste)”.

Kehr, Italia pontificia, vol. VIII, p. 371

(Fig….) Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371

Dunque, Wikipidia ci dice che Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, ci parla del vescovo Arnaldo, che figura nell’anno 1111. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122 ecc..”. Dunque, per il Gams, il secondo vescovo della rinata Diocesi di Policastro (che successe a Pietro Pappacarbone) è: 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211;” dunque, nel 1110 e morto nel 1211. Secondo il Gams (….), Arnaldo fu vescovo della Diocesi di Policastro dal 1110 e morì nel 1211.

Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, in proposito scriveva che: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231) adnotantur Petrus et Oto Paleocastrenses episcopi et in Necrologio eiusdem ecclesiae sub die iul. 25 a. 1139 depositio Goffridi Paleocastrensis ep. et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74). Etc..”. Dunque, il Kehr citava il vescovo Giovanni e scriveva che nel testo: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231)” veniva annotato da C. A. Garufi (vedi fig….) che: “……et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74).”, che tradotto significa: “e il giorno di agosto 1 a. 1172 La morte di Giovanni di Polecastro ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), la cui iscrizione ne conserva la memoria sul campanile della chiesa cattedrale (ed. Laudisio p. 74).”. Dunque, il Kehr rimanda al testo di Carlo Alberto Garufi ed al suo ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI)’ :

Garufi, p. 230-231

(Fig…..) Garufi C.A., ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, pp. 230

Riguardo la citazione del Garufi si tratta di Carlo Alberto Garufi (….), ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI) a cura di’, stà in‘Fonti per la storia d’Italia’, LVI, anno 1922, p. 231. Il Garufi ci parla del “Diptychon o Liber Vitae (dei secoli XI-XII)”, un antico codice membranaceo conservato nel Capitolo della Cattedrale di S. Matteo a Salerno. Il Garufi (….), nel suo ‘Necrologio del Liber Confratrum di S. Matteo di Salerno (sec. X-XVI)’, a p. 100, in proposito scriveva che: “Luglio 23. X K. A……..A.D.I….MC. nonagesimo .II. .ob. Manso Depositio Iohannis cler. indizione XIIa. magistri (d) et presbiteri”. A p. 104, invece leggiamo: “Agosto I. K. A. Depositio//Malfride Fasanelle a.D.   MCIII – Anni D.  MCXXXIIII. Indictione .XII. depositio domini Iohannis de Guarna Archidiaconus (…) Salernitanus. A. D.  MCLX Floresia ob.    A.D.I.   MCLXIII ob. Iohannes Policastrensis episcopus.”. Il Garufi (….), nei “Nomi non identificati”, a p. 401 riporta un “Iahannis Policastrensis episcopi. ( + 1172), 104 27.”. Si veda Fig….. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122; Giovanni di Castellomata 1221 ecc..”. Dunque, il Gams, nella serie dei Vescovi di Policastro si ferma a Guglielmo de Licio per saltare a Giovanni Castellomata. Nel 2004, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel testo “Visibile latente – Il Patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro”, nel suo “L’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino”, a p. 52, in proposito scriveva che: “Altri eventi memorabili furono: l’erezione della chiesa paleocristiana ad opera dei Bizantini nel secolo VI (14), oggi visibile nella Cripta; etc..”. Il Cataldo, a p….., nella nota (14) postillava: “(14)……………

Nel 352 (IV sec. d.C.), o 370, o 390 ?, GAVINIO (GAVINUS), Praefectus classis dell’Imperatore Valentiniano III

Da Wikipedia leggiamo che a metà del quinto secolo, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. Qui il corpo San Matteo, a cura dei fedeli, fu custodito in un oratorio appositamente costruito, nella casa di un uomo molto autorevole, forse lo stesso Gavinio. Qui restò per lungo tempo, costantemente venerato. Passano quattrocento anni circa. Vandali, Goti, Bizantini, Saraceni, in ultimo i Longobardi devastano le nostre contrade. Distruggono a Velia quanto era sfuggito alla furia delle alluvioni, spargendovi morte e desolazione, e si perde perfino il ricordo della presenza delle sacre reliquie dell’Apostolo. Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet). Per ospitare le reliquie del santo, in questo luogo venne costruito un monastero. Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. In questo luogo rimasero per circa quattro secoli. Nella villa della famiglia Gavinio, fra Pestum e Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati, molti secoli dopo dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento. Da Wikipedia leggiamo che nel 370 d.C. un pestàno, Gavinio, vi portò il corpo dell’apostolo San Matteo. Sempre da Wikipedia leggiamo che per Praefectus classis (dal latino Classis = flotta) si intendeva il comandante in capo di una delle tante flotte dislocate nel Mediterraneo o nel Ponto Eusino o lungo i grandi fiumi europei, facente parte dell’esercito romano. Apparteneva all’ordine equestre e faceva parte delle prefetture romane. Il suo più stretto collaboratore, ed in casi particolari suo sostituto era il subpraefectus classis. Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet). Per ospitare le reliquie del santo, in questo luogo venne costruito un monastero. Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. In questo luogo rimasero per circa quattro secoli. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo. L’Atenolfi, a p. 43, in proposito scriveva che: “Un Gabinio, ci riferisce il “Sermo”, “praeerat navibus” il che non pare voglia dire che era specialmente il “praefectus classis”, ma soltanto che aveva il comando della spedizione, così come il centurione romano che appare poco più avanti nella narrazione, non era necessariamente un centurione “classarius”, cioè soltanto comandante con quel titolo di una delle navi (188). Forse anche per questo motivo non s’incontra il nome di Gabinio nelle pur numerevoli iscrizioni misenati o portuensi relative a gente di mare (189). Dall’altra parte è certa che la gente Gabinia, sebbene, come sembra, originaria del Lazio, era diramata nella Campania e nella Lucania. Uno stabile “Gabinianum” si trova a Pompei (190) ed una moneta di Paestum con l’effige della Dea Mente Bona, recante sul verso l’epigrafe attribuita ad un Numerio Gavinio duumviro della città, è stata pubblicata (191). Anche qesti elementi concorrono a confermare il carattere storico dello scritto paoliniano, che sebbene con le distorsioni ed alterazioni con cui fu adoperato, concorse a formare le fonti della tradizione brètone.”. L’Atenolfi, a p. 43, nella nota (189) postillava: “(189) cfr. Ermanno Ferrero “L’ordinamento delle armate romane”. L’Atenolfi, a p. 43, nella nota (190) postillava: “(190) cfr. Fiorelli “Descrizione di Pompei”, Napoli, 1875″. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentato con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia.”. Su Gavinio scrisse anche Giuseppe Antonini (…., nel suo “La Lucania – Discorsi”, edito nel 1745, ed in quella edita dal nipote, Mazzarella Farao, seconda edizione del 1795, sia nella Parte II che nell’altro testo che raccoglie la Parte III. L’Antonini, a p. 247, in proposito scriveva che: “Fra gli Uomini ragguardevoli, che in appresso ebbe Pesto, potrebbe riporsi (I) Gavinio, che trovandosi Generale dell’Imperador Valentiniano, ebbe la forte (seondo che ‘l volgo crede) di avere i Bretagna il corpo del glorioso S. Matteo, e trasportarlo in Lucania verso gli anni di Cristo CCCLXX.”. l’Antonini, a p. 247, nella nota (I) postillava: “(I) Trovasi nei bassi secoli memoria di questa famiglia Gavinia, poichè Reinesio nei Monumenti Cristiani nel CCCVIII. riporta la seguente D. GAVIN. VAL. SCOLASTICE. E. INNOCENTISSIME. Q. V. ANN. P. VAL. SCOLASTICVS. ET. GAVINIA. X. PARENTES FILIAE. DVLCISSIMAE. E la se fosse la stessa, che la Gabinia (siccome io credo essendo frequente la mutazione in B. in V. e dell’V in B) mille volte nella Storia Romana, in Cicerone, ed in altri autori Uomini di questa antichissima Famiglia si fa menzione.”. L’Antonini, a p. 248, in proposito scriveva: “La sciocca volgar gente crede, che in Pesto fosse stato trovato il corpo dell’Apostolo S. Matteo, dove Gavinio il condusse di Bretagna, come s’è detto. Accreditò questa voce l’Arcivescovo Marsilio Colonna, che scrisse della traslazione di quella in Salerno.”. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a p. 226, in proposito scriveva che: “Era (dice l’Arcivescovo nel capo 6 della ‘Vita’ del Santo) Re di Brettagna (dove da Etiopia era stato trasportato il corpo di S. Matteo) Salomone (I), il quale aveva in moglie la figlia di Flavio Patrizio. Ed essendo stato da proprj Vassalli ucciso, Flavio, che per la propria dignità e per l’amicizia con l’Imperador Valentiniano assai potente era, lo spinse a pigliarne vendetta. Ordinato dunque pr l’Imperial volere numerosa armata da Puglia, Calabria, e Lucania, e dall’altre marittime città d’Italia, tosto carica di bravi soldati, sotto fedeli sperimentati Capitani (fra quali era Gavinio) in Brettagna mandolla. Etc…”. L’Antonini continua il racconto che fa l’Arcivescovo di Salerno, Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, ….(14).“. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna, etc..”. Dunque, il Di Ruocco, ci informa che nel testo dell’arcivescovo Marsilio Colonna, Gavinus è detto “Prefetto dei Bruzi di Bretagna”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “….Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna …(15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 65, in proposito scriveva che: Conservavasi nel rispettabile Archivio della SS. Trinità dela Cava la seguente manoscritta notizia: “In territorio Cilenti etc….ex seguenti Epigraphi marmoreo in mausoleo sculpta legitur: ‘Divus Apostolus et Aevangelista Matthaeus in Ethiopia praedicans, jussu Hirtai Tyranni Regis martyr exstitit, et montibus in parte sepultus Gavinus Eques Lucanus, Veliae Civis, Valentini Imperatoris militiae Praefectus Generalis, etc…”, che tradotto è: “…e di Gavino Eques Lucanus, cittadino di Velia, comandante in capo delle milizie dell’imperatore Valentino, che fu deposto nel versante dei monti, già conquistato dalla Britannia, trasferì qui il corpo del grande apostolo Matteo nell’anno del signore 352.”. Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Il Magnoni, a p. 66 prosegue: “Il solo Michele Zappulli pensò prima, che questo sacro deposito fusse stato trovato in Pesto, ove lo volle trasportato da Bretagna dallo stesso Gavinio, che ej fece Cavalier Pestano. Non vi è dubbio che fuvvi in Pesto questa famiglia Gavinia, e che onorati posti occupò. Ho presso di me una bellissima monetuccia di Pesto colla effige della Dea Mente Bona, ed in essa dall’altra parte si legge l’epigrafe di ‘Nummerio Gavinio Duumviro’.”. Dunque, secondo il Magnoni, la famiglia Gavinia o la ‘gens’ Gavinia era originaria di Paestum. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “..traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (1), postillava che: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351); Cfr. pure Antonini, cit., p. 166., n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia nelle epigrafi, etc…”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Gavinio, comandante della spedizione (praefectis classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale?).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA…..Nel 370 Gavinio di Velia, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, ….(106). Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Dunque, il Cataldo, sulla scorta dell’Ebner, scriveva che nel 370 Gavinio di Velia, prefetto dell’Imperatore “Valentino” traslò le spoglie del Santo. Dunque, il Cataldo non scrive “al tempo dell’Imperatore Valentiniano III” ma scrive che Gavinio era prefetto dell’Imperatore “Valentino”. Il Cataldo scrive che solo in seguito, “…sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”, è il periodo a cui è ascrivibile la basilica paleocristiana rinvenuta in occasione degli scavi condotti dal Sestieri e di cui parla Ebner. Infatti, la basilica paleocristiana è postuma all’oratorio sito nella villa d’epoca romana di Gavinio, appartenuta alla sua gente, la gens Gavinia. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso IV, a p. 205, in proposito a Pelagia ed Attanasio scriveva che: “Per dilucidare alcuni dubj, che su’l’epoca dello scovrimento di detto Sacro Deposito insorgono, stimo necessario descrivere sommariamente la Storia di tale scovrimento, come lo leggiamo nelle antichissime ‘Lezioni dell’Offizio divino della vita del Santo’, che nella Cattedrale di Salerno si recita…..Liegi…somma venerazione fu da quel Re Salomone ricevuto, e drizzatogli un magnifico Tempio. Fu venerato in essa Città sino all’anno 370, quando essendo stata la Città da Gavinio Generale dell’Imp. Valentiniano destrutta, per aver i suoi Cittadini ammazzato detto Re, ripigliò egli il Gavinio detto Sacro Corpo, per rivelazione fattane dal sacerdote Emilio Britannico colà priggioniero, e ne caricò la sua Nave, la quale data alle vele, e giunta nel porto romano, nell’esserne precorsa la fama, mosso da invidia, il Prefetto di Cesare, si dispose ad invadere l’Armata navale di Gavinio, per togliergli quel Sagro Tesoro.”.

Nel 352 (IV sec. d.C.), o 370, o 390 ?, GAVINIO (GAVINUS), Praefectus classis dell’Imperatore Valentiniano III ed il corpo di San Matteo martire, apostolo di Gesù

Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, spostò dalla Bretagna a Paestum il Corpo dell’Apostolo S. Matteo, deponendolo in una Cappella, sita nel luogo detto “ad duo flumina” (14).“. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna, etc..”. Dunque, il Di Ruocco, ci informa che nel testo dell’arcivescovo Marsilio Colonna, Gavinus è detto “Prefetto dei Bruzi di Bretagna”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna – itinere terrestri proficiscitur – e poco dopo: ut credamus, in Ecclesia quapsiam regionis maritimae collocatur” (15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Infatti, il canonico Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 65, in proposito scriveva che: “Conservavasi nel rispettabile Archivio della SS. Trinità dela Cava la seguente manoscritta notizia: “In territorio Cilenti etc….ex seguenti Epigraphi marmoreo in mausoleo sculpta legitur: ‘Divus Apostolus et Aevangelista Matthaeus in Ethiopia praedicans, jussu Hirtai Tyranni Regis martyr exstitit, et montibus in parte sepultus Gavinus Eques Lucanus, Veliae Civis, Valentini Imperatoris militiae Praefectus Generalis, a Britannia jam expugnata, divi Mathei Apostoli corpus huc transtulit anno domini 352. Anno vero Christi Domini 412 a Barbaris invasis Lucanis, aliisqui Provinciis penitus dextructis, habitatoribus mortuis, et fugatis, ignotum hoc in loco Casalitii etc…”, che tradotto è: “Matteo, il grande apostolo ed evangelista, predicando in Etiopia, fu martirizzato per ordine del re tiranno Hirtai, e di Gavino Eques Lucanus, cittadino di Velia, comandante in capo delle milizie dell’imperatore Valentino, che fu deposto nel versante dei monti, già conquistato dalla Britannia, trasferì qui il corpo del grande apostolo Matteo nell’anno del signore 352. Ma nell’anno del signore di Cristo 412 i barbari invasero la Lucania ed altre Province furono completamente distrutte, gli abitanti morti, e scacciati, il corpo del divino Apostolo rimase sconosciuto in questo luogo di Casalicchio per seicento anni.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (1), postillava che: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351); Cfr. pure Antonini, cit., p. 166., n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia nelle epigrafi, etc…”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britanniam” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia, p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (praefectis classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale?).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA…..Nel 370 Gavinio di Velia, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, fece spostare dalla Bretagna a Paestum il corpo di S. Matteo, deponendolo in una cappella sita nel luogo detto “Ad duo flumina”, cioè ai due fiumi, l’Alento e il Palistro (106). Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Dunque, il Cataldo, sulla scorta dell’Ebner, scriveva che nel 370 Gavinio di Velia, prefetto dell’Imperatore “Valentino” traslò le spoglie del Santo.Dunque, il Cataldo non scrive “al tempo dell’Imperatore Valentiniano III” ma scrive che Gavinio era prefetto dell’Imperatore Valentino. Il Cataldo scrive che solo in seguito, “…sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”, è il periodo a cui è ascrivibile la basilica paleocristiana rinvenuta in occasione degli scavi condotti dal Sestieri e di cui parla Ebner. Infatti, la basilica paleocristiana è postuma all’oratorio sito nella villa d’epoca romana di Gavinio, appartenuta alla sua gente, la gens Gavinia. Dunque, è corretto l’anno 352. Il Cataldo scrive ancora che:  “Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, il quale, rinvenute le reliquie, le nascose nella predetta chiesa sita “ai due fiumi” (108). Infatti, ritrovate le reliquie, fra le rovine di Paestum, dopo breve sosta a Capaccio, per volere di Gisulfo I nella Cattedrale di Salerno il 6 maggio 954 furono definitivamente collocate (109).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (108) postillava che: “(108) Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 514-515″. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a pp. 229-230, discorrendo sulle notizie tratte dal testo del Cardinale Colonna, in proposito scriveva che: “Questa storia che dall’Arcivescovo Marsilio,…..Primieramente gli anni di Valentiniano del IV secolo non s’accordano affatto col Salomone Re, o Duca di Brettagna, che fu nel cadere del IX. In oltre per relazione del Cronista di S. Matteo presso il Labbè nel tomo primo della Bibliot. sappiamo che nel 857 appunto al tempo di questo Salomone fu il corpo del Santo dall’Etiopia in Brettagna portato; sichè non v’era, nè vi poteva essere a tempo di Valentiniano. General opinione è stata, e forse ancor dura in Cilento, che il Corpo di S. Matteo fosse stato in Pesto ritrovato, dapoichè bruciata la Città nel CMXV da Saraceni di Agropoli etc…”. L’Antonini, nelle seguenti pagine discorre dei dubbi che egli ha sul periodo di arrivo a Pesto o a Velia delle sacre spoglie di S. Matteo, ovvero quando Gavinio, dalla Bretagna li trasportò in Lucania.

Nel V sec. d.C., (epoca di Valentiniano III 419-455 d.C.), GAVINIO traslò nella sua villa a Velia, i resti di S. Matteo

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo.L’Atenolfi, a p. 37, in proposito scriveva che: “Lo scritto paoliniano ci narra l’uccisione del “rex” Salomone nella cattedrale di Legio, negli anni di Valentino Cesare, essendo nelle Gallie il “patrizio Flavio”. Cesare di quel nome nel V° secolo non può essere che Valentiniano III°, che nato nel 419 tenne l’impero dal 425, prima nominalmente sotto la tutela della madre Galla Placidia, poi, forse dopo il 435, da solo fino al 455, anno della sua morte. Quanto a Flavio, è certo etc…Ora, non si comprende come chi ha preso a considerare la vicenda narrata da Paolino, non abbia portato, per quanto sembra, la propria attenzione sul maggior personaggio di quell’epoca che ebbe nome Flavio: su Flavio Ezio, ultimo difensore dell’impero d’Occidente e della romanità delle Gallie. Nondimeno è proprio nei fatti di Ezio che si avrebbe una conferma di quelli narrati nel “Sermo”.”. Da alcuni codici manoscritti leggiamo che Gavinio, traslò le sacre spoglie di S. Matteo nell’anno 352 (IV sec. d.C.), mentre in altri e con altri autori, questi fatti vengono fatti risalire al V secolo all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III che inviò il Prefetto Gavinio a sedare una rivolta in Bretagna. Se i fatti si riferiscono all’anno 352 non può trattarsi di una spedizione fatta all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III, il quale, Flavio Placido Valentiniano, meglio noto come Valentiniano III (in latino: Flavius Placidus Valentinianus; Ravenna, 2 luglio 419 – Roma, 16 marzo 455), è stato imperatore romano d’Occidente dal 425 alla sua morte. Come imperatore appartenente alla dinastia teodosiana e a quella valentiniana, Valentiniano III fu il simbolo dell’unità dell’impero, la figura attorno alla quale si coagula la lealtà dei sudditi; in realtà, però, il potere fu esercitato da Flavio Ezio, il magister militum (comandante in capo dell’esercito), al quale va ascritta la politica che tenne unito l’impero malgrado le forze centrifughe che lo sconquassavano. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A stare allo scritto paoliniano la reliquia dell’Evangelista sarebbe giunta in Lucania intorno o almeno non molto oltre il 446, cioè durante l’ultimo tormentato periodo, dell’impero di Valentiniano III° dominato dal terrore delle invasioni unniche e dal decadimento dello Stato e della società romana.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “Sia per queste circostanze, sia perchè la reliquia sottratta ad un altro popolo cristiano era stata oggetto, come narra Paolino, di un tentativo di trasferirla nella città di Roma, l’avvenimento sembra essersi svolto tacitamente né pare trovarsene traccia contemporanea…..E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “. Riguardo le fonti per la storia delle ossa sacre del martire S. Matteo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, riferendosi ai resti d’epoca romana di una villa e di una basilica paleocristiana a Velia, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, pp. 385-389: ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste (386, sgg.), ‘Sermo venerabili Paulini (385). Ma cfr. pure ‘Passio’ dello pseudo Abia (VI sec.) che tratta della predicazione di S. Matteo nell’Etiopia del primo sec. d.C. regione dell’Asia settentrionale lambita dal mar Nero. Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Pare difficile ammettere interpolazioni o manipolazioni dato che i codici vennero cercati e usati ai fini agiografici e liturgici dopo il trasferimento a Salerno.”. Dunque, l’Ebner scriveva in proposito e citava i sermoni di Paulino contenuti nel Codice Cassinese, come vedremo innanzi ed anche il ‘Sermo’ di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (fine IX secolo) che racconta che i resti dell’apostolo di Gesù, S. Matteo, furono portati dall’Etiopia in Bretagna e dalla Bretagna furono portate in Lucania, da Gavinio, nella sua villa d’epoca romana, dalla sua flotta di navi inviata in Bretagna dall’Imperatore Valentiniano III per sconfiggere i Bretoni che si erano ribellati. Dunque, secondo il Codice Cassinese (…), 101, la traslazione delle ossa di S. Matteo, dalla Bretagna a Velia accadde all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi” e, riferendosi alla testimonianza tratta, questa volta dal “Chronicon salernitanum”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Però, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 514, in proposito scriveva che: “Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (‘praefectus classis’?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351). Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “S. Mattero ad duo flumina”, a p. 514, in proposito scriveva che: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (‘praefectus classis’ ?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca. Etc…”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351). Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Ebner, a p. 514, nella nota (2) postillava: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicata ‘sancte dei genitricis virginis marie’, di cui nel diploma di Gisulfo I (CDC, I, 179, novembre a. 950 – o 951 ? – , IX, Salerno), sita nella “hiscla”, nell’isola di terreni – la golena donata era estesa quattro miglia di lato e perciò comprendeva gli stessi ruderi di Velia – donata dal principe al suo confessore (“padri nostro”) Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto e probabilmente da lui ricostruita (nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 “. Nella villa della famiglia Gavinio, a Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento.  Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia dal monaco Attanasio e poi traslati a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Ebner, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britanniam” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia cit., p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (‘praefectus classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale ?). La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi” e, riferendosi alla testimonianza tratta, questa volta dal “Chronicon salernitanum”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 27, vol. I, in proposito alla villa della gens Gavinia scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Della chiesa cristiana risalente molto propabilmente al V sec. d.C., parlerò innanzi. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Pietro Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: (52) ….Naturalmente ve ne dovettero essere anche della gens Gavinia (v. PdP 1970, fasc. 130-133; p. 265).”. Riguardo la citazione di “PdP” si tratta della “La parola del Passato”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 27, in proposito scriveva: “Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima portate in Bretagna, a seguito di una concatenazione di eventi pare fossero state traslate da Gavinio (70), comandante della spedizione (‘praefectus classic ?) romana contro i Bretoni, in Lucania e a Velia.”. Ebner, a p. 27, nella nota (70) postillava: “(70) E’ notizia di una gens Gabinia originaria del Lazio, sparsasi poi in Campania e Lucania (CIL, X 351). Cfr. G. Antonini, La Lucania, Napoli, 1795, p. 166 no. 2 e p. 167; v. pure P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66. Per Velia, v. PdP, XXV, 1970, p. 265, sulla grande lastra di marmo perlaceo ivi rinvenuta che ricorda questa famiglia.”. Della villa romana di Gavinio, ne parla meglio l’Ebner (…), del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 29, dove cita il passo dell’autore della ‘Traslatio’ (77), per averlo constatato di persona, che in “Lucania partibus”, e cioè nel territorio circostante la chiesa anzidetta. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) ….e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos’, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Dunque, secondo il Magnoni, la famiglia Gavinia o la ‘gens’ Gavinia era originaria di Paestum. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”.

Nel 446, l’oratorio cristiano a Velia, nella villa della gens Gavinio

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A stare allo scritto paoliniano la reliquia dell’Evangelista sarebbe giunta in Lucania intorno o almeno non molto oltre il 446, cioè durante l’ultimo tormentato periodo, dell’impero di Valentiniano III° dominato dal terrore delle invasioni unniche e dal decadimento dello Stato e della società romana.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A starne allo scritto paoliniano….Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avvenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentato con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia. Secondo l’uso frequente della Chiesa antica, nella casa stessa venne eretto un oratorio, quello i cui resti vedremo particolareggiatamente descritti nella “Translatio” al momento del ritrovamento della reliquia in Velia. E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “. Dunque, l’Atenolfi, sulla scorta del racconto paoliniano ci dice che la reliquia di S. Matteo fu deposta da Gavinio a Velia, forse nella villa della sua gente e lì sorse, un oratorio, pratica comune per i primi cristiani a quei tempi. Scrive l’Atenolfi che, stando al racconto paoliniano le spoglie del santo arrivarono a Velia, in questo oratorio appositamente allestito, intorno all’anno 446. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…..mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio. E precisamente quando Velia era ancora una via obbligata di transito per coloro che giugevano dall’Oriente e vi si parlava e si scriveva in greco, come documentano le epigrafi (54). Se poi dovesse risultare vero quanto supposto da Mario Napoli circa la trasformazione di un ambiente dell’attiguo complesso termale in un’aula per catecumeni, in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, etc…”. Ebner, a p. 28, nella nota (54) postillava che: “(54) P. Ebner, Nuove epigrafi di Velia, “PdP” 1966, fasc. 108-110, p. 336 sg. Id Id., Nuove iscrizioni di Velia, “PdP” 1970, fasc. 130-133, p. 262 sgg. Id. Id., Altre iscrizioni e monete di Velia, “PdP” 1978, fasc. 178 p. 61 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, etc…”. Ebner, a p. 27, scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Della chiesa cristiana risalente molto propabilmente al V sec. d.C., parlerò innanzi. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Pietro Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Sempre Ebner, a p. p. 27-28, scriveva pure che: “I caratteri più ignificati del predetto edificio sono stati evidenziati ancor meglio dalla successiva ricostruzione in pianta. La basilica era a navata unica e a forma rettangolare. Si presume che in fondo all’ampio catino absidale vi si innalzasse la cattedra del vescovo, affiancata a sinistra da sedili in pietra per i presbiteri, mentre i diaconi, come si sa, assistevano in piedi ai sacri riti. Davanti la cattedra si elevava l’altare che onorava i resti dell’evangelista, al cui nome fu dedicata la basilica come si soleva fare per consuetudine. Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia. Egli infatti così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”. Ebner, a p. 724, scriveva pure che: “Certo è che Velia era diocesi già nel 500 d.C., …….Del resto, una chiesa cattedrale fu sempre poi a Velia (verrà adibita a Museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo), su un’altra più antica, come tstimoniano due magnifici capitelli medievali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicato a divinità femminile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, ecc…”. Ebner, a p. 724, nella nota (30) postillava che: “(30) P. Ebner, Storia cit., ID. ID., Economia e società cit.”. Ebner, a p. 724, nella nota (31) postillava che: “(31) P. Ebner, Agricoltura e pastorizia, cit., p. 69”. Ebner, a p. 724, nella nota (32) postillava che: “(32) CDC, I, 179, novembre a. 950, Salerno: ecclesia sanctae dei genitricis virginis marie. Cfr. Ebner, Agricoltura, cit., p. 62 sg.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA….Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″.

Nel 445 (IV sec. d.C.), il decreto dell’Imperatore Valentiniano III

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 16, in proposito scriveva che: “Successivamente il decreto di Valentiniano (a. 445) ricompose sotto un’unica autorità, precisamente quella romana, tutta la Chiesa occidentale, con una ulteriore affermazione di prestigio della sede apostolica. Di ciò evidentemente si avvalsero i vescovi meridionali con punte a volte eccedenti gli ambiti spirituali delle loro diocesi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”.

Nel IV sec. d.C., Macrobio nei suoi “Saturnali” cita lo scrittore antico “Pestano” cittadino di Vibone

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua ‘Lucaniadiscorsi’, ed. Tomberli, Napoli, 1795, Parte II, disc. XI, p. 428, del Discorso XI, nella sua prima edizione del 1745 (ed. Gessari) parlando di ‘Vibone’ scriveva che: Fu cittadino di ‘Vibone’, Pestano, antico scrittore, di cui ‘Macrobio’ nè ‘Saturnali’ al lib. 6 fa menzione. Verisimilmente il porto dè Vibonesi doveva esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi ed antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, ecc…”. Dunque, l’Antonini scriveva che Macrobio (…), nella sua opera “Saturnali” (libro 6) citava lo scrittore antico “Pestano” che fu cittadino di Vibone. Antonini non dice nulla di più. E’ una notizia interessante che dobbiamo ulteriormente indagare. Su questo cittadino di “Vibone” detto “Pestano” e citato dall’Antonini ha scritto Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico ecc…”, alla voce “BONATI, o Libonati”, a pp. 313-314-315, vol II, in proposito scriveva che: “Ne’ Quinternioni ella è detta ‘Bonati’, seu ‘Bonatorum’, e li ‘Bonati’, o Libonati’, come nelle situazioni del 1648 e 1669, e mai ‘Vibonati’ secondo si vuole appellare da ‘Giuseppe Antonini’, e che in latino detta si fosse nell’antichità ‘Vibo ad Sicam’, o ‘Siccam’, da un’unisoletta, che le sta all’incontro poche miglia all’oriente di ‘Maratea’, anche addì nostri chiamata ‘Sicca’ a differenza di ‘Vibo Valentia’, ch’è ‘Monteleone’, detto già ‘Ipponium’, o ‘Hypponium’ (1). ‘Pasquale Magnoni’ (2), e l’eruditissimo ab. D. Francescantonio Soria’ (3) rilevarono però questa svista dell’Antonini, poichè siccome per passo di ‘Cicerone’ (4), che prima della correzione ‘Granoviana’ corrottamente leggeasi in ‘Macrobio’ (5), il dotto ‘Barrio’ (6) dè golfi ‘Pestano’, e ‘Vibonese’ coniò uno scrittore col nome di ‘Pestanus Vibonensis’, che poi fu seguito da tutti gli altri scrittori ‘Calabresi’, a segno, che il P. Amato (7) avvisò che questo personificato golfo fosse stato poeta, oratore, ed anche filosofo per aver scritto un trattato ‘de ventis’ (8), per cui con molta lepidezza il suddivisato ‘Soria’ gli dice che ecc..ecc…”. Insomma, il Soria dà torto all’Antonini. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Magnoni, letera critica al Barone Antonini, p. 22”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Soria, Lettera intorno alle sviste di alcuni autori, nel vol. LXXV, del Giornale Letterati di Napoli “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Ciceron. Ad Atticum, l. 16, epist. 6”. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Macrobio, Saturnali, lib. 6, cap. 4 “.  Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Barrio, De antiquit. de situ Calabrie, lib. 2, cap. 12 “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (7) postillava che: “(7) Amato nella sua ‘Pantopologia Calabra’ “. Il Giustiniani a p. 313, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Si legga la lettera del mio dotto amico D. Michelangelo Macrì nel vol. LIX, del citato Giornale dei Letterati di Napoli “

giustiniani, p. 313

giustiniani, su vibonati, 314

(Figg…) Lorenzo Giustiniani (…), su ‘Bonati’, vol. II, pp. 313-314-315

Riguardo ai ‘Saturnalia‘ di Macrobio vorrei citare una citazione del sacerdote Luigi Tancredi (….), che nel 1978, nel suo “Le città sepolte nel Golfo di Policastro”, a p. 47 parlando dei passi di Diodoro Siculo (nel Libro XI, pp. 471-72) che parlava di Micito, signore di Reggio e di Zancle che si dice avesse fondato la città di Pixunte (Pyxous), il Tancredi scriveva che: “Conferma la proibità di Micito la Macrobio in “Saturnal. 11: “Anaxilas Messenus, qui Messanam in Sicilia condidit, fuit Reginorum tyrannus. Is quum parvulos relinqueret liberos, Micytho servo suo commendasse contentus est ecc.. Anassilao messeno, che fondò Messina di Sicilia, fu tirannodi Reggio. Egli, allorchè lasiò i figliuoli piccoli, chiese istantaneamente che fossero affidati al suo servo Micito. Questi ne curò coscienziosamente la tutela: e con tanta clemenza ottenne il governo, che i Regini non disdegnavano (di essere comandati) da un servo del Re. Quando i fanciulli ebbero raggiunta l’età, affidò loro il supremo comando e i beni; ed egli raccolse le poche cose occorrenti per il viaggio, partì e con somma tranquillità invecchiò in Olimpia.”. Il passo di Macrobio citato da Tancredi è interessante ma a me pare strano che egli abbia scritto “Saturnal. 11”, in quanto i libri contenuti nei Saturnalia di Macrobio sono 7 e non 11. Tuttavia, se la notizia e la citazione del Tancredi è veritiera è la riprova che nei ‘Saturnalia’ Macrobio raccontava anche dell’antichissima città di “Pixunte” che gli storici dicono essere fondata da Micito di Reggio e, quindi la citazione dell’Antonini può essere corretta.

Nel  IV sec. d.C., la S. Elena o “S. Eliena” (Consalvo) che viveva in una grotta a Laurino e che a volte si recava nel cenobio di S. Maria di Rofrano

Su Wikipedia alla voce monumenti di Laurino troviamo scritto la chiesa di Santa Elena Consalvo, vergine ed anacoreta di Laurino, che visse nella grotta di Pruno. Elena Consalvo (Laurino, 509 – Pruno, 530) è stata una santa italiana. Vergine anacoreta, è la santa patrona di Laurino. Nonostante nel paese natale sia venerata il 22 maggio, il martirologio romano prevede la sua ricorrenza il 20 aprile (1). La nascita della giovane è tradizionalmente collocata agli inizi del VI secolo, più precisamente nel 509; tuttavia nuovi studi la ricollocherebbero tra l’VIII e il IX secolo. Secondo la tradizione proveniva da una famiglia molto devota e di umili origini. Costretta da maldicenze locali ad allontanarsi dal paese natale, intraprese una vita di ascetismo e preghiera in una grotta di Pruno (frazione di Laurino), luogo in cui morì all’età di 21 anni. Inizialmente le reliquie della santa erano conservate nella città di Ariano, dove erano state portate, secondo la tradizione, da sant’Elzearo da Sabrano; tuttavia, l’urna con la statua distesa di Sant’Elena e le stesse ossa furono trasferite a Laurino nel 1882 dal vescovo di Ariano. In Wikipedia alla nota (1) si postilla un blog dove si può scaricare il Martirologio Romano di Cesare Baronio (….). Amedeo ed Emilio La Greca con Antonio Di Rienzo (…..), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 200, in proposito scrivevano che: “Rofrano. Quivi fin dall’VIII-IX secolo vi dimoravano monaci orientali, nelle loro “laure”. La pia tradizione popolare ricorda Sant’Elena, la donna-eremita del Monte Pruno, che spesso si recava, alla badia per servire ai monaci, in cambio di un pò di cibo.”. I tre autori, a p. 204 parlando di Laurino scrivevano che: “Laurino…..La tradizione rimase tanto a lungo che le grotte continuarono ad essere il rifugio di eremiti. Tra questi la leggenda ascrive anche una donna, Santa Elena, che visse per molti anni in una grotta del Monte Pruno. La patrona di Laurino è Sant’Elena (dialetto: Santa Lena) che si festeggia il 18 agosto. La tradizione vuole che la Santa per conservare la sua verginità si fosse rifugiata fino alla morte in una grotta. Quando dopo molto tempo dalla sua morte fu trovato il corpo della Santa, i contadini lo posero su un carro trainato da due buoi non appoggiati, in modo che le bestie potessero andare a Teggiano, a piaggine o a Laurino liberamente. E così “Santa Lena”, quando fu sera e le bestie contavano la stanchezza del girovagare, giunse a Laurino dove ancora oggi è venerata come patrona.”. Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, a proposito di Rofrano, è il secondo a parlare, dopo il Muratori (…), scriveva: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofrano vetere, e molte ruine ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. Vi si ridusse ancora quella gente, che abitava fra certe balze fra Laurito, e Rofrano, chiamate Fugento, onde la terraaccresciuta di abitatori venuti a stabilirvisi da i due testè nominati luoghi, motivi ebbero i Padri d’esserne contenti.”.

Antonini, p. 388

Dunque, l’Antonini scriveva che il nuovo Rofrano, quello dell’abbazia di S. Maria, era cresciuto di popolazione grazie a due siti abbandonati ma esistenti in origine: “Rofrano Vetere” dove si stanziarono genti provenienti dalle vicine “balze fra Laurito e Rofrano”, ovvero dal vicino “Fugenti”. Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario Historico-ragionato del Regno‘, nel vol. VIII, pp. 61-62, scriveva su Rofrano: “Questa terra fu edificata dagli abitanti di Rofrano Vecchio, vedendosi tuttavia gli avanzi nel luogo, ove chiamano ‘Rofrano-vetere’. Non saprei la ragione di sua distruzione. Si avvisa l’Antonini (2), p. 388, che l’avessero fatta edificare i PP. Basiliani, i quali vi avevano un Romitorio, richiamandovi ad abitare anche taluni che erano in certe balze fra ‘Laurito’, e Rofrano detto ‘Fugento’. Etc…. Domenicantonio Ronsini (…..), nel 1873, nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano” parlando di Rofrano Vetere, a p. 13, in proposito scriveva che: “Questo era sito circa quattro miglia al Nord-ovest del Nuovo, sotto il monte Rotondo. Era in piedi almeno il suo Cenobio, a’ tempi di Teodosio, ed Onorio, e forse anche a tempi di S. Benedetto, come può raccogliersi dalla vieta di S. Eliena. ‘Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’. Ne avanza il nome conservato nel linguaggio comune, ed in molti antichi documenti, e sul luogo i ruderi del Cenobio, e della Chiesa, e sparsi rottami di mattoni, embrici, e creta cotta. Gli diedero un tal nome per quel naturale pendio, che hanno le nazioni migranti a’ novelli luoghi da essi posseduti un qualche nome, che loro rammenti quelli che furono abbandonati, e dove pur tante memorie carissime lasciarono.”. Proseguendo il suo racconto il Ronsini ci parla di Rofrano nuovo che sorse in un altro luogo, ovvero dove si trova ora. Il Ronsini riteneva che ai piedi del monte Rotondo, un tempo vi fosse un luogo, che all’epoca fosse già da secoli abbandonato chiamato “Rofranovetere”. Il Ronsini scrive che in Rofranovetere, un casale posto ai piedi del monte Rotondo, nel IV secolo, ai tempi di Teodosio e dell’Imperatore Onorio “Era in piedi almeno il suo Cenobio”. Sempre secondo il Ronsini, “….e forse anche a tempi di S. Benedetto, come può raccogliersi dalla vieta di S. Eliena. ‘Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’…vi sono sparsi ruderi e rottami”. Dunque, il Ronsini, forse sulla scorta dell’Antonini scriveva che dal ‘Bios’ di S. Elena si desumono alcune notizie, oltre che sulla Santa che sull’origine di questo antico eremo o cenobio basiliano ai tempi di S. Benedetto da Norcia. Secondo il Ronsini, sul Bios di S. Elena è scritto: “Nunc seges est ubi fuit’: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta Santa è chiamato ‘Horreum Rofrani’. Dunque, il Ronsini scriveva che nella “vita” della Santa “Eliena” di Laurino l’antico paese di Rofrano vetere era detto “Horreum Rofrani”. Domenicantonio Ronsini, nel 1873, a p. 14 scriveva sulle origini di Rofrano nuovo: “Egli è naturale che Rofrano nuovo sia derivato dall’antico. Esso si formò intorno ad un Cenobio di Basiliani sito presso la Chiesa di Grotta Ferrata, dove ora torreggia il palazzo Baronale. Quivi si ridussero gli abitanti di Rofrano Vetere, e vi si formarono una mediocre agglomerazione con altre avveniticci di un paese, sito su di una balza tra Rofrano, e Laurino che vien chiamato Fugento in ‘Diploma di Ruggiero (Antonini, Lucania). Etc…”. Dunque, secondo il Ronsini, “Rofranovetere” dovrebbe corrispondere ad un casale il cui antico toponimo sarebbe “Fujenti”, come si evince dal “Crisobollo di re Ruggero II”. Sempre il Ronsini, a p. 14, in proposito scriveva pure che: “Quindi le antichità di Rofrano Nuovo si riduce a quella del Basiliano Cenobio. Or in qual’anno questo fu fondato ? Ruggero II primo Re di Sicilia con suo Diploma etc….(Documento A) etc…Dunque il Cenobio di Rofrano esisteva già nella seconda metà del Secolo XI.”. Il Ronsini, a pp. 17-18, in proposito scriveva che: “In Rofrano Vetere esistono i ruderi di un Monastero, che è ricordato nella vita di S. Elena, o Eliena di Laurino. Secondo la leggenda del suo Uffizio visse in una Grotta sopra Rofrano Vetere: il pio Abate di quel Cenobio offriva qualche cibo alla parca mensa dell’austera Anacoreta, che lo retribuiva cucendo o rattoppando le tonache de’ Monaci nell’ore che risecava alle sue sante occupazioni. Morì in quella Grotta or convertita in Oratorio sacro al suo nome. Il corpo fu deposto nella Chiesa di Laurito sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. ‘Ibique tandiu quievit, donec varios post casus Autisiodorum translatum, uti ex Martyrologio R. 11 Kal: Junii: La traslazione delle reliquie secondo il Volpi (Cronologia dei Vescovi Pestani p. 234)(1) avvenne circa l’anno 534. Or sottratti gli anni necessarii allo sviluppo delle molte vicende accennate nella leggenda, e sottratti gli anni, che la Santa passò presso quel Cenobio, deve conchiudersi, che quel Cenobio di Rofrano Vetere esisteva già prima del 480, in cui nacque S. Benedetto. Dunque, il Cenobio non era ancora dei Benedettini, la culla de’ quali fu Montecassino fondato nel 529, ma sibbene di Basiliani, che dall’Oriente ben presto si diffusero in queste Meridionali Provincie allor soggette al Greco Imperatore. Anzi il Baronio nelle note al Martirologio R. scrive che S. Elena fiorì ai tempi di Teodorico il Grande, e di Onorio 379 a 423. ‘De eadem Helene Virgine item hac die Beda Vsuardus, Ado, et Petrus in Catalogo’ L. II. Mentio habetur de eadem in rebus gestis S. Amatoris. Vixit temporibus Theodosii Senioris, et Honorii ejus filii, ut ex iisdem actis colligitur’. Etc…”.

Cattura

Cattura 7

(Fig…..) Ronsini Domenicantonio, pp.

Il Ronsini, proseguendo il suo ragionamento sulle origini del monastero di Rofrano Vetere, a p. 18, in propsito aggiunge che:  Ho qui contraria la leggenda dell’Uffizio, e molti valenti scrittori di Laurino, tra i quali Niccolò Politi, che attribuiscono a’ Benedettini quel Cenobio. Non amo di cozzare se non come i flutti, che ricadono congiunti etc…”. Il Ronsini prosegue il suo racconto dissertando sull’origine del Cenobio di Laurino e adducendo che non credeva fosse stato un monastero Benedettino, come invece adduceva Niccolò Politi (….) che egli stessa cita e per avvalorare la sua tesi cita il Mabillon (….). Inoltre, il Ronsini, a p. 17, nella nota (1) postillava: “(1) Di questa Santa parlan pure Monsignor D’Asti, Note al Martirologio R….L’Abate Pacicchelli, il Regno in Prospett. P. I. pag. 219, Costantino Gatta Lucania Illustrata P. II. c. I Niccolò Politi Fortezza Trionfante. Girolamo Bascapè Efemeridi sacre. Rosario Riccio Pepoli, Pratica Curiale, Ottavio Beltrano in verbo Laurino. P. Sisto delle Piaggine. Officio, e lezioni in Pergamena, con anfone, Capitolo, Versiculi, Respensioni, ed orazione. Sinodi Diocesani di Ariano.”.  Sempre il Ronsini, a p. 18, in proposito scriveva che: “Mabillon nella Prefazione agli annali Benedettini assicura “che sino a San Benedetto, nel secolo VI, spesso ad arbitrio del superiore si adottava una nuova Regola, e spesso nello stesso Cenobio erano in vigore più regole, e si aggiungeva, e toglieva ciò che richiedevano le diverse circostanzedi tempo, e di luogo. Quindi era facile, e promiscuo il passaggio da un Cenobio all’altro non solo de’ Latini fra loro, ma anche tra Latini, e Greci”. Anzi mi pare  che il costume vigeva anche dopo S. Benedetto; altrimenti non può spiegarsi quel che narra lo stesso Mabillon, cioè che verso l’anno 720 in Montecassino ‘officium faciebant Graeci, et Latini, cioè Basiliani e Benedettini. E neppure può spiegarsi la dimora di S. Nilo Basiliano tra Benedettini di Rocca Gloriosa, di S. Nazario di Montecassino e di Casaluce. Può dunque dirsi, che i Cenobiti di Rofrano Vetere erano Basiliani in origine, ma all’apparir del Celebre S. Benedetto o ne adotarono per qualche tempo la Regola, o l’unirono all’altra di S. Basilio. O se assolutamente si vogliono Benedettini di origine, potrà dirsi, che un maggior numero di Basiliani lor si contrappose nel Cenobio. Etc..”.  Sempre il Ronsini, a pp. 18-19 concludendo scriveva che: “Adunque senza moltiplicar Cenobii, può senza grave ostacolo ammettersi che i medesimi Basiliani di Rofrano Vetere migrarono col popolo nel Nuovo, spinti da motivi, che non si sanno con precisione, ma che spinsero tanti altri abitanti di luoghi piani, come Rofrano Vetere, a ridursi in Rocce per arte o per natura inaccessibili, qual’è Rofrano Nuovo. Nei secoli VII. VIII, e IX, in cui cader dovrebbe la migrazione, i paesi della Lucania furono schermo infelice de’ Greci, de’ Longobardi, e de’ Saraceni: presi or dagli uni, or dagli altri, per sottrarsi al ferro nemico cercavano asilo, come le acquile sulle creste de’ monti, ed in luoghi inaccessibili. Ma non sappiamo determinar l’anno con precisione: l’orma del sandalo impresse sul nostro suolo da’ Basiliani furon cancellate dal tempo: e si avvera qui pur una volta, che un mistero avvolge come la generazione, così tutte le origini.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432, in proposito scriveva che: “Mancano altre notizie su Rofrano vetere, eccetto il cenno nella leggendaria vita di S. Elena di Laurino. La santa anacoreta in cambio del poco cibo offerto dai monaci avrebbe loro rattoppato le tonache. Rofrano nuovo sorse intorno alla chiesa di S. Maria. Alle famiglie che lo costituirono si unirono quelle di Rofrano e quelle dello scomparso Fugento, un abitato esistente tra Rofrano e Laurino e di cui è cenno nell’anzidetto diploma di re Ruggiero.”. Dunque, Ebner scriveva che un cenno del vecchio abitato di Rofrano vetere si trova nella leggendaria vita dell’anacoreta e Santa Elena di Laurino che rattoppò le tonache o sai dei monaci di Rofrano che gli offrivano del cibo. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Laurino”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Il Volpi ricorda pure la “romitella S. Elena (47) di Laurino”, i cui resti dapprima vennero trasportati in Francia, “intorno all’anno 1310″, da S. Elisario della famiglia Sabrana, conti di Ariano. Il vescovo di Ariano Giacinto della Calce, donò una reliquia della santa al suo vicario Rosario Riccio Pepoli di Piaggine, il quale l’offrì alla chiesa di S. Maria Maggiore di Laurino, dove si celebra annualmente la sua vestività il 22 maggio.”. Ebner si riferiva a Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”. Ebner, a p. 88, nella sua nota (47) postillava che: “(47) ‘Beata Eliana non de eximia prosapia sed de infimis parentibus Laurini orta est’ si ritirò in una grotta del monte Pruno a 8 miglia da Laurino, sopra Rofrano vetere, un miglio più in su del cenobio italo-greco, di cui vi erano ancora ruderi nel 1890, a dire di G. Pecori, in una ‘criptam quae vocatur specus iuxta horreum veteris Rofrani propinqui monasterii’. Va ricordato che per le incursioni saraceniche il primo cenobio già nell’XI secolo era stato abbandonato dai monaci italo-greci, i quali si ritirarono su un colle fortificandovivisi (Rofrano nuovo). Etc…”. Dunque, Ebner, sulla scorta di Giustino Pecori scriveva che la grotta o l’eremo di S. Elena i trovava ad 8 miglia da Laurino, sopra il paese, oggi scomparso, di Rofrano Vetere, in una ‘criptam quae vocatur specus iuxta horreum veteris Rofrani propinqui monasterii'”. Inoltre, Ebner scrive di Rofrano Vetere, un casale oggi scomparso e dice che questo casale si trovava sotto la grotta sul monte Pruno e pure  un miglio più in su del cenobio italo-greco, di cui vi erano ancora ruderi nel 1890″. Ebner scrivendo del cenobio italo-greco di cui si vedevano i ruderi ancora nel 1890 si riferiva alla Relazione di Giustino Pecori. Inoltre, Ebner scriveva del cenobio italo-greco anche che: Va ricordato che per le incursioni saraceniche il primo cenobio già nell’XI secolo era stato abbandonato dai monaci italo-greci, i quali si ritirarono su un colle fortificandovivisi (Rofrano nuovo). Etc…”. Dunque, non molto distante da Rofrano Vetere vi era un primitivo cenobio basiliano di cui però Ebner scrive solo che se ne vedevano i ruderi ancora nel 1890. Forse Ebner (….), parlando di Laurino, si riferiva al cenobio italo-greco quando a pp. 85-86 scriveva che: “Va ricordato pure che a sinistra del fiume Calore, a oltre due miglia da Laurino, erano ruderi, ancora nel ‘700, di un cenobio (41) benedettino dedicato a S. Simeone. Nella bolla (42) di Eugenio III, all’abate Marino, viene confermata alla Badia anche “Ecclesiam S. Symeonis in Laurino”, poi usurpata dai vescovi di Capaccio e riconosciuta soggetta alla Badia cavense con diploma di Tommaso di Santomagno nel 1362 (43).”. Ebner, a p. 85, nella nota (41) postillava che: “(41) Guillaume, cit., p. LXXXVIII: segnala il priorato di “S. Simeon de Laurino (fondazione) 1093 (di cui è notizia nel) De Blasi, Add. 678 a t (di cui non è più notizia nel) 1501”. Giustino Pecori (….), “Attestato giurato su Sant’Elena da Laurino” del 1891 che Pecori, Real Ispettore alle Antichità per la Provincia di Salerno redisse nel 1891. La sua relazione la troviamo sul blog “Zadalampe”. Sul sito o blog troviamo scritto che: “L’anno milleottocentonovantuno, addì del mese di Settembre. Il sottoscritto, preso ad esame i monumenti relativi alla vita ed al culto della Beata Eliena od Elena Vergine anacoreta e concittadina di Laurino, sotto la santità del giuramento, o per la verità Attesta Notizie Biografiche della Beata Eliena. Che la leggenda dell’Uffizio di detta Beata, ed i numerosi biografi della sua vita, umanimi concordano: Che Ella nacque in Laurino da umili ma onesti parenti, nei primordi del secolo VI° II° che giovinetta prese stanza negli orrori d’una spelonga del monte e Bosco di Pruno, 16 chilom. da Laurino, 2 da Rofrano Vetere e dal quel Cenobio di P.P. Benedettini, ove visse da Anacoreta, ed ove santamente mori. III° Che in quel tempo il Cenobio era abitato dai P.P. Benedettini, i quali offrivano qualche cibo alla scarsa mensa dell’austera anacoreta che li retribuiva cucendo o rattoppando le loro tonache.  IV° Che il Suo Santo corpo tumolato in pria nella detta spelonga e di poi esumato dal Vescovo Pestano nel 534 veniva trasportato nella sua Chiesa Cattedrale.  Che nel luogo detto Gorgonero sul fiume Calore, ove l’aria con la salma della Beata veniva formata, il detto Vescovo ordinava in quel sito la costruzione d’una Cappella sacra in suo nome VI° Che mano ignota rapiva dalla Cattedrale di Pesto e trasportava in Auxerre il santo corpo, e che nel 1310 S. Elgiario Conte di Ariano riportatolo nel regno ne arricchiva quella sua chiesa (Volpi Cron. Vesc. Pest. P. 234; Garrasi Abate Luigi, vicende storiche della Beata Gatta Lucania illustrata p. 78 De Stefano Lucido di Valle di Fasanella in verba Laurini m.s.) VII° Che in Ariano, in occasione della consacrazione di quella cattedrale, ai tempi di Monsignor Giacinto della Calce 1714 furono le sue reliquie scoperte con l’autentica, logora dal tempo portante la scritta S. ELENA VERGINE CONCITTADINA DI LAURINO, come rilevasi dalla relazione manoscritta contemporanea del detto antiquario Reginaldo Mazzei del 1714 (v. la relaz. Giurata del sottoscritto 12 dicembre 1890 Ricci Pepoli, pratica Ecclesiastica p.) VIII° Che finalmente il Vescovo d’Ariano D. Francesco Trotta, alle insistenti premure della cittadinanza Laurinese e del zelante e dotto abate Chiesa Collegiata di S. Maria, D. Luigi Garrasi, permise che le reliquie ritornassero nella sua patria diletta, ove addì 8 ottobre del 1882 fecero il loro solenne ingresso.”. Sempre in “Zadalanpe” vi è scritto che il Pecori parla dei seguenti documenti antichi: “10 Dall’Ufficio della Beata in carta membranacea. 11 Da due frammenti della sua vita in carattere longobardo. 12 Da tre incisione in rame. 13 Dal Cenobio di Rofrano Vetere, ove dimorarono ai tempi della Beata Eliena i P.P. Benedettini, ricordati dall’Ufficio già detto, e dai suoi numerosi biografi.”. Il Pecori scriveva pure che: “MONUMENTI PALEOGRAFICI. Presi in esame primieramente i monumenti scritti. I più vetusti codici sono i due antichi frammenti della leggenda della sua vita in carattere longobardo, ed il suo ufficio in carta membranacea con antifone, capitoli, versicoli respensori ed orazioni in carattere romano bastardo. Un minuto esame paleografico dei codici suddetti può menare alla conclusione della lor epoca, quantunque la scrittura longobarda ha durata con si poco cambiamento per vari secoli, che spesso la paleografia è costretta a limitarsi ad alcune congetture. Esaminati e messi a confronto detti frammenti con le tavole di Bernard, e di Norton uno di essi sembra più antico del secolo IX° mentre l’altro ha già le lettere che cominciano a presentare quella specie di angoli che indicano un avviamento alla forma gotico, e che non può appartenere che alla fine del secolo XI°. L’Ufficio poi della Beta Eliena, quantunque copia di altro più antico, non va oltre il secolo XV°.”. Su Giustino Pecori, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. II , a p. 211, in proposito scriveva che: “Il Mezzacane dice che la copia manoscritta conservata nel Comune era da attribuirsi a Giustino Pecori che nel 1890 scrisse 227 pp. su ‘Laurino e l’omonimo suo stato’ (copia dattiloscritta nella Biblioteca del museo provinciale di Salerno che non contiene però gli Statuti), dal quale trasse le notizie su Laurino (generiche le note sugli statuti). La copia del Foglia ecc…”. Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, sulla scorta del Ronsini, scriveva sui Cenobi e monasteri sorti nell’area, a p. 10 e ssg. , in proposito scriveva che: “Fin dal 400 d.C. l’area che va da Laurino a Rofrano fu all’avanguardia del Cristianesimo: vi si innalzarono numerosi templi: sotto Gisulfo, in una grotta del monte ‘Costa della Salvia’ fu innalzato un altarino in legno a S. Michele, a devozione del Santo protettore dei Longobardi. In quell’epoca si levò la voce e l’esempio di S. Eliena (detta comunemente Elena) da Laurino, “Beata Eliena non de eximia prosapia sed de infimis parentibus Laurini orta est”, la quale consacratasi all’amore di Dio, della penitenza di una grotta in località ‘Pruno’ nei pressi di Rofrano Vetere, non lontano da un Cenobio di monaci Basiliani, soffrì e pregò per i peccatori fino al giorno della morte. “L’Abate di quel Cenobio offriva qualche cibo alla parca mensa dell’austera Anacoreta, che lo retribuiva cucendo e rattoppando le tonache de’ monaci nell’ore che risecava alle sue sante occupazioni” Morì nella sua grotta nel territorio di Rofrano Vetere ed il corpo fu poi deposto nella chiesa di Laurino sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. La traslazione avvenne circa l’anno 534. Il Baronio nelle note del Martirologio Romano scrive che S. Eliena nacque ai tempi di Teodosio il Grande e di Onorio cioè ta il 379 e il 423 (8).”. Il Barra, a p. 11, nella nota (8) postillava che:  “(8) Ronsini, pp. 17-18. Molti storici riportano che il Cenobio di Laurino era dei Benedettini. Ciò non è possibile perchè San Benedetto è nato nel 480 e Montecassino, patria del monachesimo Benedettino, è stato fondato nel 529, quando Eliena era già morta. Uno dei tanti che ha commesso questo errore è stato Bruno, p. 11. Consecutivamente il cenobio Basiliano di Rofrano Vetere passò all’ordine dei Benedettini. Quando erano in uso i cenobi italo-greci ed essi vi stanziavano dei Benedettini, questi potevano liberamente celebrare in latino come accadeva anche per i Basiliani quando andavano dai Benedettini. Un monastero poteva cambiare ordine se i superiori lo ritenevano necessario e questo è accaduto fino all’inizio del XVI secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 308 riferendosi al Vescovo della Diocesi di Capaccio-Vallo, mons. Siciliani, in proposito scriveva che: “Né, afferma è possibile fare “appello alla pietà degli abitanti, perché quasi tutti indigenti”. Il vescovo riferì da Capaccio (13 giugno 1867) pure sul culto di S. Elena a Laurino. Il 12 novembre 1868, poi, nel richiamare la sua prima e “satis accuratam relationem de statu Caputaquensi ac Vallensis ecclesiae”, osservava che non “sine ingenti animo dolore cognitum est, quanto cum furore tempestas quae nunc universam concutit Italiam, in istam dioecesim, incubuerit”.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 108, in proposito scriveva che: “Tra i castelli elencati, vi è quello di Laurino (“castrum Lorini”)(6) sede della contea ai tempi di Gisulfo I che l’assegnò a Landolfo, figlio dell’omonimo principe spodestato da Capua (7). Casale racchiuso in poterose mura, tuttora ben individuabili, nonostante le insidie del tempo.”. Ebner, a p. 108, nella nota (6) postillava che: “(6) CDS, I, pp. 157-158: “Castrum Lorini (anche Laurini) debet reparari per homines baronie Fasanella (nel 1294, Faxanella), per homines Corveti (il Carucci l’ubica a Corleto Monforte, ma Corneto – sulla collina, etc…”. Riguardo la Santa ha scritto anche l’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 329 e ssg., dove parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Giuseppe Volpe nella ‘Cronologia de’ Vesc. di Capaccio’, pag. 40 e 50.”. Egli a pp. 332-333 scriveva pure che: “E’ stato per verità questa Terra un Seminario di Uomini illustri. Sua Cittadina fu Santa Eilena, o Elena Vergine Romita. Ella in un’aspra Spelonca distante da Laurino miglia otto, ch’è appunto nel Bosco deto ‘Pruno’, santamente visse, e giovanetta morì nell’anno di nostra Salute 530. Fu il suo Corpo circa gli anni 534, o 536 trasferito in Isiodoro di Francia. Da colà poi S. Elizario Sabrana Conte di Ariano circa l’anno 1310 lo riportò, e riposelo nella Cattedrale di quella Città, ove in un Urna si venerano sett’ossa del suo Corpo, e riposta su l’Altare maggiore a 3 ottobre 1713 da Mons. Simone Viglino Vescovo di Trevico allorche quella Cattedrale consacrò, come si legge nella Sinodo Diocesana di Ariano, celebrata nel 1714 sotto Mons. della Calce, da cui ne fu uno di detti Ossi donato all’Insigne Collegiata di S. Maria Maggiore, con celebrarsi il dilui dì festivo a 21 di maggio. Le gloriose gesta di questa Santa, oltre gli altri Autori, le scrisse in un Drama, o sia opera sacra il P. Generale da Laurino, stampato in Napoli presso il Pace nel 1721.”. Forse il testo consigliato è Alessandro Vimercati, Vita de’ gloriosissimi santi Elzeario, e Delfina conti d’Ariano, a cura di Pietro Antonio Sapiente, Torino, Santo Officio, 1736. La congiuntura con Ariano, attuale Comune di Ariano Irpino credo sia dovuta al fatto che nel 1495 la contea è comprata da Alberico Carafa, il quale tre anni più tardi otterrà da re Ferdinando II di Napoli il titolo di duca di Ariano e che nel frattempo aveva acqistato il feudo o lo Stato di Laurino. Il Di Stefano, sulla scorta del Volpe (….) scriveva che le reliquie della Santa, settanta ossa, furono traslate nell’anno 534 o 536 trasferiti in Isidoro di Francia.  Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, sulla scorta del Ronsini, scriveva sui Cenobi e monasteri sorti nell’area, a p. 10 e ssg. , in proposito scriveva che: Morì nella sua grotta nel territorio di Rofrano Vetere ed il corpo fu poi deposto nella chiesa di Laurino sua patria, e dopo varie vicende traslato in Auxerre. La traslazione avvenne circa l’anno 534. Il Baronio nelle note del Martirologio Romano scrive che S. Eliena nacque ai tempi di Teodosio il Grande e di Onorio cioè ta il 379 e il 423 (8).”. Dunque, le reliquie della santa anacoreta, intorno al 530 furono traslate in Auxerre in Francia. Auxerre (pron. /o’sɛʁ/) è una città francese di 38.791 abitanti capoluogo del dipartimento della Yonne nella regione della Borgogna-Franca Contea. Scrive il Di Stefano ed il Ronsini che “Da colà poi S. Elizario Sabrana Conte di Ariano circa l’anno 1310 lo riportò, e riposelo nella Cattedrale di quella Città”. Da Auxerre, in Francia, nel 1310, il Conte di Ariano li fece riportare ad Ariano nella chiesa di S. Elizario Sabrana. Da Wikipedia leggiamo che la Cattedrale di Maria Assunta ad Ariano è stata dedicata a sant’Elzeario da Sabrano (compatrono), le cui statue troneggiano sui portali, mentre gli interni sono ricchi di opere d’arte di varia epoca. Antonio Tortorella (….), laureatosi a Salerno con il Prof. Paolo Peduto: “Padula – un insediamento medievale nella Lucania bizantina” che pubblicò nel 1983. Il Tortorella, nel capitolo quarto: “Nasce Padula”, a p. 42, in proposito scriveva che: “Nei pressi di ‘San Luca’ l’indicazione di ‘Santèrna’ (112), e precisamente alla Cupa soprana (“Cupa soprana seu santerna), può suggerire che il luogo riferisca d’un ormai dimenticato e lontano culto tributato a Sant’Elena, la madre dell’imperatore Costantino, se s’accetta l’evoluzione di ‘Elena’ in ‘Elna’ e, quind, in ‘Erna’, per fenomeno tipico della fonetica dialettale locale (113). Gli onori assegnati dai Greci alla Santa insieme con San Costantino (114) già negli anni dell’impero di questi, con un incremento nell’avanzare del quarto secolo, quando si diffondono le storie dell’Invenzione della Santa Croce per interessamento di Elena – ragion per cui si legano al suo nome anche dedicazioni alla Santa Croce, come quella, detta in Gerusalemme, a Roma (115) – troviamo riscontro in due contrade fra i tenimenti di Polla e di Brienza, nella provincia potentina, Sant’Elena e San Costantino, vicine tra loro e con avanzi di fabbriche e iscrizione d’età imperiale (116): volgarmente la prima è detta ‘Sandèlla’ – con un’evoluzione simile e parallela a quella considerata di Padula – , cosa che attribuisce vigore alla congettura relativa al toponimo padulese. E’ questo un interessante indizio della comunità del grecismo nelle contrade meridionali, a cui già s’è fatto riferimento, a partire dalla suaprima diffusione, con punte di maggiore intensità negli anni ‘d’oro’ che segnarono la storia dell’Impero orientale. Nel medesimo luogo, a oriente di ‘Santerna’, sui primi rilievi del monte Romito, era una Santa Maria dell’Alvanéta (117), inserita nel quadro d’insediamenti religiosi di cui s’è detto, particolarmente se il toponimo testimonia la presenza d’estnie slave (118).”. Il Tortorella, a p. 57, nella nota (113) postillava: “(113) Si tratta della caduta della vocale interconsonantica davanti a liquida e della confusione della consonante laterale con la vibrante: vedi il mio ‘A l’us’ andicu cit. (“I dialetti”), p. 300.”. Il Ronsini, a p. 17, in proposito a S. Elena di Conversano scriveva che: “La traslazione delle reliquie secondo il Volpi (Cronologia dei Vescovi Pestani, p., 234)(1) avvenne circa l’anno 534.”. Il Ronsini si riferiva al testo di Giuseppe Volpi (….) ed al suo “Cronologia de’ Vescovi Pestani ora detti di Capaccio”, a p. 234.  Il Ronsini, a p. 17, nella nota (1) postillava: “(1) Di questa Santa parlan pure Monsignor D’Asti, Note al Martirologio R….L’Abate Pacicchelli, il Regno in Prospett. P. I. pag. 219, Costantino Gatta Lucania Illustrata P. II. c. I Niccolò Politi Fortezza Trionfante. Girolamo Bascapè Efemeridi sacre. Rosario Riccio Pepoli, Pratica Curiale, Ottavio Beltrano in verbo Laurino. P. Sisto delle Piaggine. Officio, e lezioni in Pergamena, con anfone, Capitolo, Versiculi, Respensioni, ed orazione. Sinodi Diocesani di Ariano.”. Costantino Gatta (….), nel suo “Lucania illustrata”, a p….., cap. II, in proposito scriveva che: “…………

Nel 412, gli abitanti di Patrizia si spostarono verso la Rocca

Romaniello Agatangelo (….) parla della fondazione del nuovo casale di Roccagloriosa, nell’anno 410, ai tempi di Alarico, ovvero 14 anni dopo la venuta di Stilicone. Agatangelo Romaniello (…), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nel 1986, nel loro capitolo “Fondazione della città di Rocca”, a p. 25 in proposito scriveva che: “Intanto gli abitanti di Patrizia e i vari nuclei di Stilicona pensarono di riparare in un luogo più sicuro e più adatto alla difesa contro eventuali nemici. Avevano già ricevuto la religione cristiana probabilmente per il buono esempio di alcuni soldati dell’esercito di Stilicone: e, nell’anno 412, sulla cima del monte roccioso che stà a guardia delle vallate del Mingardo e del Bussento, poco distante da Patrizia, costruirono una chiesetta che dedicarono alla “Gloriosa Madre di Dio benedetto”: si raggrupparono intorno ad essa e costituirono la nuova città chiamata Rocca (30).”. L’Agatangelo, a p. 25, nella sua nota (30) postillava dell’appellativo di “Gloriosa”. Gli abitanti di Patrizia, in seguito ai saccheggi perpretati dalle truppe del generale Stilicone furono costretti a fondersi col nucleo originario: da questa unione nacque un nuovo insediamento, intorno ad una chiesetta del 412 dedicata alla Madonna, zona ancora oggi chiamata Rocca. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini” parlando di “Roccagloriosa”, a pp. 11-12, in proposito scriveva che : “…..; Patrizia (fino al 396 d.C.); Stiliconia (inizio sec. V)(145). Trascorsi ormai cinque secoli di pace, Stilicone, generale dell’imperatore Onorio, dop di avere inseguito i Goti della Grecia, fu obbligato a ritornare in Italia e sbarcò nel Golfo di Policastro (146). Accampatosi nella Valle del Mingardo colle sue truppe, consentì ai soldati di rifarsi con le sostanze che si trovavano, per cui in pochi mesi il luogo rimase in precarie condizioni per le continue depredazioni. (147). Gli abitanti di Patrizia, già in opposizione, sopravvissuti e uniti ai pochi di Stiliconia, ripararono in luogo più sicuro e difeso contro possibili nemici. Essi avevano ricevuto la religione cristiana per il buon esempio dei soldati di Stilicone, che avevano fatto parte dell’esercito di Teodosio e del figlio Onorio, imperatori cristiani (148); perciò, nell’anno 412 sulla cima della roccia, tra i fiumi Mingardo e Bussento, costruirono una cappella intitolata alla “Gloriosa Madre di Dio”, l’Assunta (149).”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (149) postillava: “(149) Muratori Ludovico Antonio, Annali d’Italia, Napoli, 1758, IV, (a. 296).”.

Nel 451 d.C. (V sec.), BLANDA ed ELIA, suo Vescovo che partecipa al Concilio di Calcedonia

Il sacerdote Nicola Curzio (…) che, nel 1934, nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, a p…., in proposito a Blanda scriveva che: “Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); Ecc…”Le prime notizie risalenti all’età alto-medievale riguarda l’antica sede vescovile di Blanda: nell’anno 451, un vescovo di BLanda Iulia era presente al Concilio di Calcedonia. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 18 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito scriveva che: “2) ELIA (451). – Un ‘Elias, episcopus Blandanensis’, figura al Concilio Ecumenico di Calcedonia del 451 (3). E’ vero che a quel Concilio parteciparono anche Vescovi italiani, quali quelli di Palermo, di Ascoli ecc…; ma l’assegnazione di Elia a ‘Blanda Julia’ non sembra giustificata. Nell’edizione degli atti conciliari presso il Mansi, si trova indicato come “Bleandri civitatis episcopus” (4). Si tratterebbe perciò di un Vescovo orientale. Difatti soscrive tra quelli della provincia di Lidia.”. Il Russo (…), nella sua nota (3) a p. 18 postillava che: “(3) Labbe, IV, 1247-1248, 1330.”. Il Russo (…), nella sua nota (4) a p. 18 postillava che: “(4) Mansi, VI, 574”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi……Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ….”Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “Il vescovo Elia (27) partecipa al Concilio di Calcedonia, nel 451: non è Blanda, ma dev’essere di Bleandro, in Asia Minore (28), come osserva argutamente Francesco Russo. In questo periodo la Magna Grecia è già provincia di scarsa importanza. Ecc..”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: “(27) Ibidem”. Il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”. Il Lanzoni (…), parlando di ‘Blanda Iulia’ non citava affatto questo vescovo, Elia, presente al Concilio Ecumenico di Clacedonia. Il Tancredi (…), riguardo al vescovo Elia presente al Concilio Ecumenico di Clacedonia, citava il testo di padre Francesco Russo (…), ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, il Tancredi citava il vol. III a p. 18 dove infatti il Russo parla dei vescovi di Blanda Iulia. Nel testo di Jaffé-Loewenfeld (…), dove, nell’indice dei papi nel vol. II a p. VII-VIII, per l’anno 451, si riferisce a papa “S. Leo” a p. VIII scriveva che: “…………………. Nel vol. I a p. 67 del testo di Jeffé-Loewenfeld (…), per l’anno 451 troviamo un Rustico ravennate:

Jaffé-Loewenfeld, vol. I, p. 67, anno 451

(Fig…) Jaffé-Loewenfeld (…), op. cit., p. 67, vol. I sull’anno 451

Riguardo la notizia di un vescovo Elia di ‘Blanda Iulia’, il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”, dove, alla colonna 574 parla del Concilio di Nicea del 451:

Mansi J., vol. IV, col. 574

Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: La costruzione di regolari diocesi si forma in Italia Meridionale soltanto un secolo più tardi. Il vescovo Elia (27) partecipa al Concilio di Calcedonia, nel 451: non è Blanda, ma dev’essere di Bleandro, in Asia Minore (28), come osserva argutamente Francesco Russo. In questo periodo la Magna Grecia è già provincia di scarsa importanza. Etc…”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: ” (27) Ibidem”. Il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”.

Nel 492-496 d.C. (V sec. d.C.), i Vescovi in Lucania all’epoca di papa Gelasio

Giacomo Racioppi (…) nel vol. II del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Le prime notizie sicure degli ordinamenti gerarchici della Chiesa nella nostra regione sono del secolo V e del VI. Un arcidiacono della chiesa grumentina è ricordato in una lettera di papa Gelasio (492-496) del secolo V; un’altra di papa Pelagio del secolo VI, ci dà notizia di vescovi a Potenza, a Grumento e a Marcelliana o Consilino: nei primi anni del secolo stesso intervengono ai concilii di Roma vescovi di Acerenza, di Venosa, di Potenza; Ecc………Da questi sparsi dati di fatto si può trarre argomento che nel primo e più buio periodo della storia ecclesiastica della regione, tutte le antiche città lucane di qualche importanza, con ambito intorno di vici o villaggi dipendenti, ebbero a capo della propria chiesa un vescovo, ma con giurisdizione più estesa della propria città e contado.”. Il Racioppi a p. 213 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Epist. 29, lib. II, di papa Gregorio del 599, che dice: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine, ecc..’ – Le lettere di papa Pelagio (il primo di tal nome pontificò dal 555 al 560, il secondo dal 578 al 590) sono nel ‘Decret. Gratiani’, parte I, distin. 76, can. 12; e distin. 63, can. 14 – Le lettere di papa Gelasio, ‘Ibid., parte II, ‘Causa’ XII, questio I, e causa XIII.”. Il Racioppi a p. 214, nella sua nota (1) postillava che: “‘Pascalis Blandanus, Sabatus Buxentinus, Johannes Paestanus….Nel Mansi, ‘Ampla Collect.”. Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 97, in proposito scriveva che: “Le Decretali dei Pontefici Innocenzo I e Gelasio I mostrano chiaramente che nel Bruzio esisteva un’organizzazione ecclesiastica fin dal secolo V e che questa era alla diretta dipendenza del Papa. Questo risulta ancor meglio dall’Epistolario di S. Gregorio Magno, etc…”.

VELIA, BUXENTUM, BLANDA, VIBONE, TALAO, SEDI EPISCOPALI

Nel V secolo, a Velia, l’interramento dell’area e la scomparsa della villa della gens Gavinio e della basilica paleocristiana

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 729 parlando di Velia, in proposito scriveva che: Così, il succedersi di non comuni fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III sec. a.C. e nella seconda metà del I sec. (62 d.C.), travolsero il quartiere meridionale ripetutamente seppellendolo. Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico d’un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un’erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell’irruente fiumara sempre più verso l’odierno. L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, secondo l’Ebner, la villa della famiglia Gavinio si ebbe con l’ultimo sensibile interramento del quartiere meridionale della città che si ebbe alla fine del V secolo d.C..Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, in proposito scriveva che: “Un organismo dissoltosi a Velia nel VI secolo per carenza demografica e per la morte del vescovo, forse ucciso dagli invasori longobardi etc…”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Su Velia dopo i lavori ben noti del Munter, Luynes, Schlemming, Lenormant, oggi parla la diretta ricerca archeologica. Etc..”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “.

Nel VI sec., le rinate diocesi e sedi episcopali: Paestum, Bussento, Blanda

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, trascorsero molti anni prima che i vescovi venissero riconosciuti privilegi e prerogative tra cui la loro inclusione negli organi dello stato che avviò quel movimento di unificazione degli usi e di coordinamento della dottrina affermatisi sotto il pontefice d’Innocenzo III (1198-1216). I vescovi abusarono ben presto della loro autonomia tanto che diversi concili dovettero intervenire per ridimensionare gli abusi di potere.”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento per aver partecipato al Concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653). Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellianum (92).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Il Gaetani (9), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”.

Nel 499 d.C. (V sec. d.C.), FIORENTINO vescovo di Paestum

Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 54 e ssg, in proposito scriveva che: “Il porto dell’antica e florida Poseidonia andava, ormai inutilizzato, sempre più sprofondato dal mare, segnando per sempre la fine dell’importanza politica e strategica della città alle soglie della Lucania classica (1); il suo vescovo Fiorentino, il primo di cui abbiamo notizia (2) partecipò a Roma sia al Concilio del 1 marzo 499, sia al Sinodo Palmare del 23 ottobre  501, sinodo a cui era presente anche Rustico, vescovo di Bussento, ma la città, di cui un tempo i poeti cantavano i roseti della doppia fioritura, entrava in agonia ai principi di quel secolo VI. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), ecc… (91)…”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’.”.

Nel V sec. d.C., il Vescovo Agnello della Diocesi di Velia

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, in proposito scriveva che: Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, il vescovo Agnello, citato nella lettera di papa Gregorio I a Cipriano, potrebbe essere stato un Vescovo della Diocesi di Velia nel V secolo, ovvero precedentemente all’invasione Longobarda. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Ecc…”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”. Sul Vescovo Agnello aveva scritto anche il Gaetani (….). Sul Vescovo Agnello ha scritto anche il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a p. 19, in proposito scriveva che: “Dunque, nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione S. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accettarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, solo potremmo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e il IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato riconoscere le poche lieti fasi della Chiesa Bussentina. Ecc…”. E subito dopo a seguire il racconto del Gaetani sulla lettera di papa Gregorio I a Felice. Il Gaetani, a p….., nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lib. 4, Ep. VI.”. Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini” parlando di Velia scriveva pure che: “4) – VELIA. Sono ricordati almeno due presuli: Agnello (sec. V) ed un ignoto (592), già defunto al tempo di papa S. Gregorio Magno (105).”.  

Nel V secolo d.C., Vescovi e Vescovadi nel basso Cilento

Con la progressiva e definitiva dissoluzione dell’Impero romano e, la caduta degli ultimi Imperatori romani, tutta l’Italia fu interessata da continue guerre ed invasioni di popolazioni ‘barbariche’. Le invasioni degli Unni, Ostrogoti, Visigoti, i Vandali di Genserico, gli Arabi, produssero sulle popolazioni già stremate, devastazione, pestilenze e, carestie. In questi secoli, anni bui del medioevo, i pochi centri costieri del ‘Cilento’ si desertificarono, restando dei piccoli villaggi di pescatori e ove talvolta, come è il caso di Sapri e Policastro, avevano un porto. E’ dubbia la notizia secondo cui i Vandali stabilitisi nell’Africa settentrionale nel 429 con Genserico dopo avere occupato Lilibeo in Sicilia, invasero i nostri mari e nel 440 sbarcarono a Policastro e la saccheggiarono. A tal proposito ci conviene ricordare che sulla scorta del Paolo Diacono (che scrisse la biografia di Carlo Magno e di cui esiste una Cronistoria allegata), il Troyli afferma che i Visigoti o Goti scesero in Italia nel 401 d.C. con il loro capo Alarico e che attraverso il Cilento, devastando e saccheggiando, si diresse in Africa (1). A quell’epoca, durante la Guerra Gota, nel 553, Narsete portò con sè gruppi di Bulgari che si servirono delle grotte del Monte Bulgheria (cellae, cellarum) (…). Le invasioni barbariche, tra cui quelle dei Vandali con Genserico nel 440 d.C., ne distrussero le memorie (….). Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che tra il 440 ed il 460 i Vandali di Genserico saccheggiarono Licosa, Erculam, Sapri, Velia e Bussento e che si salvarono dalla distruzione solo Velia e Bussento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, riferendosi alla prima lettera del 592 di papa Gregorio I indirizzata a Cipriano, in proposito scriveva che: del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, il vescovo Agnello, citato nella lettera di papa Gregorio I a Cipriano, potrebbe essere un Vescovo della Diocesi di Velia. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Ecc…”. Ebner continuando il suo racconto e riferendosi al VI secolo con l’invasione Longobarda, in proposito scriveva che: “Capaccio rimase a lungo sede diocesana nonostante che i vescovi continuassero a risiedere in altri centri (Agropoli, Sala Consilina (8), Diano-Teggiano, Novi, Vallo) ecc….”. Ebner, a p. 15, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Sala venne scelta per fruire più facilmente dal servizio postale”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia.”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius ad fuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen‘.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (…), a p. 21 riguardo l’Ughelli (…) e il Vescovo Landus di Marcellianum nella sua nota (92), postillava che: “(92) Vol. X., p. 127 sgg. Cfr. Bracco, ‘Antiquitates’, cit., p. 338.”. Dunque, l’Ebner scriveva che per il V secolo si hanno solo i Vescovi Sabino per Marcellianum, o Sala Consilina, forse Florentino per Paestum ed il vescovo Agnello di Velia. Anche il sacerdote Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli anticihi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1).. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che, sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento.”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Le origini del Cristianesimo nella regione sono oscure, per riconoscimento del miglior conoscitore della storia della Lucania (4). Nulla si sa di concreto, ove si eccettui la zona venusina che, per quest’epoca, rimane fuori della nostra trattazione, dell’esistenza di quei nuclei giudaici, che furono i centri propulsori della nuova fede, che essi accolsero per i primi (1). E’ soltanto con la fine del sec. V, che si hanno le prime notizie sicure intorno agli ordinamenti ecclesiastici in Lucania. Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). Ecc…”. Poi il Magaldi aggiunge che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Dunque, il Magaldi citava come l’Ebner il Lanzoni che scriveva che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Ecc..”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”.

Nel V sec. d.C, le prime diocesi: Paestum, Bussento, Blanda

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento per aver partecipato al Concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653). Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellianum (92).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Ecc..”. Il Gaetani (9), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”.

Ms.V F 32 07

(Fig….) Tav. VII, Europe tabula sexta Sexta Europa tabula Italiam continent et Cyrnum insulam cum ceteris adiacentibus insulis, tratta dalla Cosmographia di Nicolò Germanico (…)

Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che tra il 440 ed il 460 i Vandali di Genserico saccheggiarono Licosa, Erculam, Sapri, Velia e Bussento e che si salvarono dalla distruzione solo Velia e Bussento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, riferendosi alla prima lettera del 592 di papa Gregorio I indirizzata a Cipriano, in proposito scriveva che: del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, il vescovo Agnello, citato nella lettera di papa Gregorio I a Cipriano, potrebbe essere un Vescovo della Diocesi di Velia. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Ecc…”. Ebner continuando il suo racconto e riferendosi al VI secolo con l’invasione Longobarda, in proposito scriveva che: “Capaccio rimase a lungo sede diocesana nonostante che i vescovi continuassero a risiedere in altri centri (Agropoli, Sala Consilina (8), Diano-Teggiano, Novi, Vallo) ecc….”. Ebner, a p. 15, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Sala venne scelta per fruire più facilmente dal servizio postale”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia.”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius ad fuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen‘.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (…), a p. 21 riguardo l’Ughelli (…) e il Vescovo Landus di Marcellianum nella sua nota (92), postillava che: “(92) Vol. X., p. 127 sgg. Cfr. Bracco, ‘Antiquitates’, cit., p. 338.”. Dunque, l’Ebner scriveva che per il V secolo si hanno solo i Vescovi Sabino per Marcellianum, o Sala Consilina, forse Florentino per Paestum ed il vescovo Agnello di Velia. Anche il sacerdote Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli anticihi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1).. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che, sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento.”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Le origini del Cristianesimo nella regione sono oscure, per riconoscimento del miglior conoscitore della storia della Lucania (4). Nulla si sa di concreto, ove si eccettui la zona venusina che, per quest’epoca, rimane fuori della nostra trattazione, dell’esistenza di quei nuclei giudaici, che furono i centri propulsori della nuova fede, che essi accolsero per i primi (1). E’ soltanto con la fine del sec. V, che si hanno le prime notizie sicure intorno agli ordinamenti ecclesiastici in Lucania. Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). Ecc…”. Poi il Magaldi aggiunge che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Dunque, il Magaldi citava come l’Ebner il Lanzoni che scriveva che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Ecc..”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a pp. 60-61 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa constatazione, di per sé quasi ovvia, è suffragata dall’unica fonte che ci parli della Lucania in questi anni, l’epistolario di Gregorio Magno. Gli effetti dell’invasione dei Longobardi su alcune diocesi del Mezzogiorno sembrano essere stati desolanti: nel luglio del 592, infatti, il pontefice doveva incaricare Felice vescovo di Agropoli di compiere una visita pastorale con ampi poteri di intervento “quoniam Velina, Buxentina et Biandana ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine” (29). Si tratta delle diocesi di ‘Velia’ (identificata con Castellammare della Bruca, presso Pisciotta), ‘Buxentum’ (Capo della Foresta, presso Policastro, o Pisciotta nella Valle di Novi) e ‘Blanda Iulia’ (probabilmente Porto di Sapri), tutte nel Cilento, e quindi nei confini della Lucania tardo-antica (30): e la mancanza di vescovi e sacerdoti, per quanto non necessariamente collegata a vicende militari recenti, è un indizio abbastanza chiaro della situazione difficile della regione, senza dubbio connessa con i torbidi seguiti all’occupazione longobarda.”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (29) postillava che: “(29) Gregorio Magno, Registrum epistolarum, II, 35, vol. I, p. 120”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (30) postillava che: “(30) Cfr. F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604, “Studi e testi”, 35, Faenza, 1935, pp. 322-23″.

Il battistero paleocristiano di “Marcellianum”, oggi detto di S. Giovanni in Fonte a Padula

Cattura

Il Battistero paleocristiano di San Giovanni in Fonte fu eretto nel IV secolo d. C. ed è situato a Padula, a poca distanza dalla Certosa di San Lorenzo. E’ uno dei più antichi battisteri cristiani di tutto l’occidente. Esso anticamente faceva parte del borgo di Marcellianum, suburbio dalla Civita di Cosilinum (oggi Padula e non Sala Consilina come si potrebbe credere) nella regione della Lucania e dei Bruzii. Inoltre Marcellanium era sede di una importante fiera che si svolgeva ogni anno il 14 o il 16 di settembre, in occasione della festa di San Cipriano e che richiamava gente da tutta la Lucania ed oltre. Fu chiamato così in onore di Papa Marcello che nel corso del suo breve pontificato (308-309) riprese il difficile programma di dare una organica sistemazione religiosa al territorio, interrotta dalla feroce persecuzione di Diocleziano. Papa Marcello nel quadro di una estensione dell’organizzazione della chiesa cattolica istituì nuove diocesi, nominò altri vescovi e favorì la costruzione di un battistero per ogni diocesi. L’unicum di questo monumento è rappresentato dal fatto che la vasca battesimale, anzichè essere riempita artificialmente come di solito avveniva negli altri edifici, riceveva l’acqua in maniera naturale perchè realizzata su una sorgente perenne, permettendo il battesimo per immersione. Questo rende il Battistero paleocristiano di San Giovanni di Marcellianum unico nel mondo della cristianità. Il fatto, già singolare, diveniva miracoloso quando ogni anno puntualmente, durante la notte di Pasqua, riservata ai battesimi, la sorgente si gonfiava e l’acqua riempiva la vasca. Il prodigio richiamava folle di fedeli sempre più numerosi, desiderosi di assistere al miracolo delle acque. Proprio questo prodigio faceva di Marcellianum un luogo santo, meta di pellegrini in cerca di segni divini. Il borgo di Marcellianum fu abbandonato probabilmente intorno al VI secolo a causa della guerra greco-gotica e la successiva invasione longobarda, oppure, secondo un’altra ipotesi, nel IX secolo a seguito delle incursioni saracene. Il battistero passò ai benedettini, che gli diedero l’attuale nome e poi ai cavalieri dell’ordine dei Templari. L’edificio originario è a pianta quadrata con arcate in mattoni e corrisponde all’ambiente in cui si trova la grande vasca battesimale fiancheggiata da due ambulacri, mentre le altre strutture, come la cappella ed il portico, sono di epoca posteriore. Nella cappella si possono vedere i resti di affreschi raffiguranti gli apostoli, probabilmente di matrice bizantina. A Padula vi è un’antica fonte battesimale d’epoca paleocristiana chiamato “Battistero di S. Giovanni alla Fonte”, posto nei pressi della Certosa di Padula. Pur in assenza di fonti storiche, si può supporre che l’edificazione del Battistero risalga al V secolo e che sia da considerarsi legata all’evangelizzazione della zona operata da S. Prisco e da S. Paolino. La prima menzione dell’edificio, come Commenda di S. Giovanni in Fonte, compare per la prima volta nel periodo normanno, quando fu concesso da Ruggero II ai Cavalieri Templari, protettori dei luoghi sacri della Terra Santa. Stranamente questo edificio a Padula, non è menzionato neanche nei documenti della certosa di S. Lorenzo, la più autorevole istituzione religiosa della regione. Non vi sono  fonti storiche che ne attestino l’origine ma è presumibile che la costruzione del Battistero sia da collocare nel V secolo e che sia legata all’evangelizzazione dei santi Prisco e Paolino nel territorio valdianese. La “Commenda di San Giovanni in Fonte” è in assoluto la sua prima menzione e risale al periodo normanno quando Ruggero II affidò la cura dell’edificio ai Cavalieri Templari, già protettori dei luoghi di culto in Terra Santa. Costantino Gatta (….), “Memorie storiche topografiche della Provincia di Lucania – opera postuma messa in luce dal figlio Giuseppe Gatta”, Napoli, 1743 (che posseggo) parlando di “Marcelliana”, a p. 68 leggiamo che: “Non altrove che quivi vi era sì famoso Tempio con il Fonte prodigioso, perchè quivi appunto erano i suborghi della città di Marcelliana, come a sufficienza provato abbiamo nella nostra ‘Lucania illustrata (b), e nelle ‘memorie Topografiche-storiche (c), ed al presente vi è una Chiesa consegrata a S. Gio: Battista entro cui sorge un Fonte di cristalline, ed abbondanti acque, che è celebre Commenda dè Cavalieri Gerosolomitani, e chiamasi S. Giovanni in Fonte.”. Giuseppe Gatta, a p. 68, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Lucania illust. cap. 3.”. Gatta a p. 68, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Mem. Topograf. della Prov. di Luc. par. I. cap. 9.”. Costantino Gatta (….), nel 1723, nel suo “Memorie storico topografiche della Provincia di Lucania”, parte I, cap. IX, a p. 72, in proposito scriveva che: “ma quivi è assai manifesto, sendovi uno meraviglioso Fonte di freddissime e limpidissime acque in uno Tempio al presente consegrato al Precursore di Cristo, e già famosa Commenda dè Cavalieri di Gerosolomitani”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (a) postillava che: “(a) lib. Variar., VI I, cap. 33.”. Gatta a p. 52, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Giulio Sesto Frontino nel lib. de colon.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Filip. Clu. Ital. antica, tomo 2, fol. 1190, e fol. 1304.”. Gatta, a p. 52, nella sua nota (d) postillava che: “(d) Cassiodor. lib. variar.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda…Ricorda inoltre che la località era allietata da un fonte d’acqua “nimio candore perspicua”, per la cui “habeat et Lucania Jordanem suum”, il battistero paleocristiano di Marcellianum.”. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco cit., p. 8”. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso IV, a p. 206 parlando di Capaccio e della sua Cattedrale, in proposito scriveva che: “…….”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “Dal ‘Liber pontificalis’ (cronache del papato) si apprende che S. Marcello nei due anni del suo pontificato consacrò ventuno vescovi e benedisse altrettanti battisteri, tra cui quello “in acqua corrente” di Marcellianum per cui “habeat in Lucania Jordanum suum” in una località dove sorge “aemulabatur serenum diem acqua subtilissima” ricca di pesci vietati alla pesca “pro reverentia loci”. Da una puntuale ricostruzione in plastica del battistero risulta che esso era formato da un vasto ambiente absidato (“naturalis antri apsidis fabricata concavitas”) composto di quattro arcate con al centro una vasca quadrangolare (“lacum quem non dubitas esse plenissimum”) sovrastata da una cupola poggiante su arcate. Fino ad oggi non si sa nulla dell’episcopio nè della chiesa cattedrale, presumibilmente attigui al battistero.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, senza dubbio tra i più interessanti esempi di architettura paleocristiana pervenutici, complesso scoperto due decenni fa da Vittorio Bracco. Del sacro fonte parla anche Cassiodoro nella lettera inviata a Teoderico (primi del VI secolo) perché facesse predisporre un servizio d’ordine in Lucania (rozzi villani derubavano i ‘negotiationes’), in occasione della famosa fiera annuale di fine settembre (26, S. Cipriano). Cassiodoro descrive, con singolare vivezza, l’accorrere festoso di gente che “industriosa mittit Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”. Il potente ministro di due re si riferisce a Marcellianum “suburbanum quoddam consolinatis antiquissimae civitatis”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Polla, a p. 347, in proposito scriveva che: “Il murato (2) abitato di Polla, …..Nei pressi del forum, fiorente ancora ai tempi di Cassiodoro, era ‘Marcellianum’, sede di diocesi, di cui sono ancora visibili i resti del paleocristiano battistero (5) ad acqua corrente, di cui scrisse anche il potente ministro di due re. Acque ricche di pesci, intoccabili “pro reverentia loci”, che rendono più suggestivo il luogo che rivisse l’antica mistica grandezza qualche decennio fa, quando venne scoperto e illustrato da v. Bracco.”. Ebner, a p. 347, nella nota (5) postillava: “(5) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV, 1958, p. 193 sgg. e Polla cit., p. 41 sg. e p. 79. Sugli affreschi del battistero, poi cappella, simili a quelli di S. Angelo in Formis, v. Bracco, Polla, lineee di una storia, Salerno, 1976, p. 79 e 550 (n. 165).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 473 ci parla di “Marcelliana” parlando di Sala Consilina e non di Padula. Ebner, a p. 473, in proposito scriveva che: “Di Marcelliana e del battistero di S. Giovanni in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol.. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede sia stata un borgo di Sala. Anche il Gatta (59) scrive che ect…”. Ebner, a p. 473, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Antonini, cit., II, p. 113”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel suo capitolo “a) prime Diocesi e chiese contermini”, dattiloscritto inedito del 1986 parlando di “7- Polla – Sala Consilina”, a p. 13, in proposito scriveva che: “Presso il foro sorgeva “Marcellianum”, sede vescovile dove si vedono i resti del Battistero paleocristiano (164). Questo fonte ad acqua corrente era ricco di pesci, mai pescati per riverenza al luogo che rende bello l’ambiente e ne rievoca la mistica meravigliosa grandezza. Nelle acque del Marcellianum, suburbio di “Consilinum”, ricevevano il battesimo le nuove famiglie convertite dal paganesimo, sull’esempio di altre già praticanti, dopochè la religione cristiana era diventata con Teodosio, nel 380, ufficiale di stato (165). Questo battistero di Polla era singolare, perchè, fondato sopra una sorgente perenne, sulla via Annia, vi scendevano direttamente i catecumeni per rivevere il sacramento (166). Accanto al battistero sorsero il “Castrum di Polla” e di Consilina. Il battistero prese il nome di “S. Giovanni in Fonte”, in memoria di S. Giovanni Battista, etc…. Il Cataldo, a p. 21, nelle note postillava di Pietro Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 472-475.  Il Cataldo, a p. 21, nella nota (162) postillava: “(162) Ebner P., op. cit., vol. II, p. 347.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (163) postillava: “(163) C.I.L., X, 6950 – Ebner P., op. cit., p. 347.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (164) postillava: “(164) Bracco Vittorio: Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di Archeologia Cristiana”, Città del Vaticano, XXXIV, 1958, p. 193.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (165) postillava: “(165) Bihlm – Tuechle, op. cit., pp. 259 e 308.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (166) postillava: “(166) Bracco V., Mondo Archeologico.”. Il Cataldo, a p. 21, nella nota (167) postillava: “(167) Ebner P., op. cit., vol. I, p. 16.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), è menzionata ancora nella lettera con la quale nel 527 il re dei Goti, Atalarico, ordina a Severo, ‘corrector’ della Lucania e del Bruzio, di garantire l’incolumità dei mercanti che ogni anno, in occasione della festa di S. Cipriano (14 settembre), accorrevano alla fiera che si teneva in un ‘suburbanum quoddam Consilinatis antiquissime civitatis’, vale a dire a ‘Marcellianum (7). In questa località, chiamata oggi S. Giovanni in Fonte, c’era anche una fonte, su cui era stata costruita una vasca con sette gradini, alla qule la notte del Sabato Santo o, come propone F. Bulgarella, nella veglia dell’Epifania (8), i catecumeni affluivano per ricevervi il battesimo. In quell’occasione, narra Cassiodoro (9), avveniva anche un miracolo: appena il sacerdote pronunciava le prime parole del rito battesimale, l’acqua cresceva di volume fino a ricoprire tutti i gradini della vasca, per poi ritornare all’altezza di prima, per cui lo scrittore, riferendosi al fiumicello che scaturiva da quella miracolosa sorgente, esclama: “Habet et Lucania Iordanem suum” (10).”. Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (7) postillava: “(7) Cassidori, Variarum liber VIII, epistola 33, in Monumenta Germaniae historica, Auctore antiquissimi, XII, p. 262.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. in questo volume F. Bulgarella, Tardo antico e alto Medioevo bizantino e longobardo.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (9) postillava: “(9) Cassidori, op. cit., pag. 263: “Nam cum die sacratae noctis precem baptismatis coeperit sacerdos effundere et de ore sancto sermonum fontes emanare, mox in altum unda prosiliens aquas suas non per meatus solitos dirigit, sed in alti tudinem cumulunque transmittit. erigitur brutum elementum sponte sua et quadam devotione solemni praeparat se miraculis, ut sanctificatio maiestatis possit ostendi. nam cum fons ipse quinque gradus tegat eosque tantum sub tranquillitate possideat, aliis duobus cernitur crescere, quos numquam fluenta labentia sic ad humanos sermones vel star vel crescere, ut eis credas audiendi studium minime defuisse”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (10) postillava: “(10) Ivi. Su S. Giovanni n Fonte v. V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, 34 (1958), pp. 193-207; A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, pp. 558 ss.”. Vitolo, a p. 129, nella nota (12) postillava: “(12) V. sopra, p. 49, n. 34”. Vitolo, a p. 129, nella nota (13) postillava: “(13) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del sec. VII (a. 604)(Studi e Testi, 35), Faenza 1927, p. 323; IP VIII, p. 370.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini, a pp. 106-108, in proposito scriveva che:  “Proprio per la sua posizione baricentrica questa parte de Vallo è stata fin dai secoli tardo-antichi sede privilegiata di mercati e fiere annuali. Tra l’alveo del Tanagro e le pendici occidentali di Padula, doveva estendersi ‘Marcellianum’, il suburbio dell’antica ‘Cosilinum’ romana identificata nei resti ancora visibili sulla collina della ‘Civita’, alle spalle dell’abitato odierno. E in stretta relazione con il suburbio di ‘Marcellianum’ si devono verosimilmente interpretare gli avanzi, rinvenuti negli anni Cinquanta del secolo scorso, di un importante complesso paleocristiano edificato sulle strutture di una preesistente villa romana di età imperiale (3).”. La Alaggio, a p. 106, nella nota (3) postillava: “(3) M. Romito, Un nuovo documento della cristianizzazione nella valle del Tanagro, in “Apollo”, XII (1966), pp. 10-17.”.

Nel 494-5 (V sec. d.C.), la sede episcopale di MARCELLIANA (Marcellianum) ed il vescovo Sabino

Nel 1928, infatti, venne alla luce un’epigrafe in seguito al crollo di un muro: l’epigrafe era parte di una tomba imperiale recante la scritta D(is) M(anibus)/ MARC/ELLIN/O FILIO /PARENT(es) / FECER(unt). Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 127 e ssg., in proposito scriveva che: “Anche per il Vallo di Diano, come per tante altre regioni del Mezzogiorno e dell’Occidente in generale, non sono note le prime fasi di penetrazione del Cristianesimo, anche se non è difficile congetturare che essa sia avvenuta lentamente; e ciò a causa della resistenza che la diffusione della nuova religione incontrò tra i contadini, legati agli antichi culti pagani ed ai riti propriziatori ad essi connessi (1). Quello che è certo è che nell’ultimo decennio del sec. V è documentato un ‘Marcellianensis sive Consilinatis urbem antistitem’ nella persona di Sabino, il quale è menzionato in quattro lettere di papa Gelasio I scritte tra il 492 ed il 496 (2). Dopo di lui la carica vescovile fu ricoperta da Latino etc..”. Vitolo, a p. 127, nella nota (2) postillava: “(2) IP VIII, nr. 1-4, pp. 486 s.”. Il Vitolo, per “IP” intendeva il testo di (v. nota: “IP – P.F. Kehr, Italia Pontificia. VIII. Regnum Normannorum-Campania’, Berolini 1935.”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), etc..”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “2…. Anche nella Valle del Tanagro dovevano esservi cristiani se papa Marcello (308-310) elevò un borgo di Consilina a sede di diocesi che prese appunto il nome di Marcellianum….I vescovi in questo contesto si avvalevano di ampi margini di autonomia (18) entro cui si adoperavano per far convivere, senza ledere la sostanza del loro mandato, abitudini  mentalità cristiane. Ciò evidentemente non solo per ottenere il confronto tra le due culture, la pagana e l’incipiente cultura cristiana, ma anche per fronteggiare e deviare le persecuzioni contro la nuova fede, frequentissime nei primi due secoli (19). Ciò fino alla’avvento dell’editto di Costantino (a. 313) che, come è noto, rovesciò il rapporto tra professione di fede cristiana e realtà socio-politica del tempo, con una netta prevalenza della prima sulla seconda.. Ebner, a p. 17, nella nota (18) postillava: “(18) S. Paolino da Nola, ad esempio, fece riprendere il suono delle campane per chiamare alla ‘plebs’ i fedeli…”. Ebner, a p. 17, nella nota (19) postillava: “(19) Di Teodosio è il famoso editto (27 febbraio 380): “vogliamo che tutti i popoli sottoposti al nostro governo professino la religione che l’apostolo Pietro ha trasmesso ai roani”, Cod. Theodos., XVI, I, 2. Cfr. Nelle ‘Novellae’ (A. Perez, Commento al Codice di Giustiniano, Amsterdam, 1653) di Giustiniano, il quale affermava etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a pp. 16-17, scriveva che: Si spiega perciò il persistente ricordo della fondazione della dicesi di Velia e di Bussento da parte di San Paolo, e di quelle di Marcellianum e di Paestum ad opera dello stesso principe degli apostoli (71). Ma poichè le diocesi vennero senz’altro fondate dai loro discepoli (72) e quella di Marcellianum da papa Marcello I (308-319), evidente è il tentativo della tradizione di nobilitarle con l’attribuirne ad esse il crisma dell’ “apostolicità” (73).”. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che:  “(71) Ughelli, op. cit., c. 465.”. Ebner (…), nella sua nota (72), postillava che:  “(72) Ebner, Storia, cit., p. 271 e sgg.”. Ebner, citava le lettere all’amico Trebazio che scrisse Marco Tullio Cicerone. Ebner (…), nella sua nota (71), postillava che: “(71) Ughelli, op. cit., p. 465.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nella sua nota (71), si riferiva all’“Italia Sacra” di Ferdinando Ughelli (…), ma alla seconda edizione, Coleti, vol. VII, che a p. 465, ci parla del “Caputaquenses Episcopi”, interno al Capitolo dedicato a “Campanienses Episcopi”, in cui parlava delle prime Diocesi Veline e Policastrensi. Ebner (…), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) ………………….”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 scrive sostanzialmente le stesse cose. L’Ebner però a p. 21, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), etc…”. Ebner, a p. 25, vol. I, aggiunge che: “…soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Ebner, ci dice che nella sede episcopale di Marcellianum, nel V secolo e precisamente nell’anno 494-5, risultava (egli dice “è cenno”) un vescovo “Sabino”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 21, in proposito scriveva che: “Del territorio in oggetto non si sa quasi nulla. Abiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-5), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (90) (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabazio di Bussento per aver partecipato al concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653). Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellinum (92).”. Ebner, a p. 21, nella nota (92) postillava: “(92) Vol. X, p. 127 sgg. Cfr. Bracco, Antiquitates cit., p. 338.”. Si tratta del testo di Vittorio Bracco (…) e del suo “Antiquitates nuper repertae. Stabianam perforasti et patefecisti scaenam“, “Latinitas”, 17, IV 1969, pp. 67-70; oppure il suo “Marcellianum e il suo battistero”, in “Rivista di Archeologia cristiana”, 1958, estratto. Ebner, a p. 21, nella nota (90) postillava: “(90) Il Kehr, cit., p. 297, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla Diocesi di Plesta (Umbria).. Su Sabino, vescovo di Marcellianum, Ebner scrive ancora nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, postillava nella nota (90) che: “F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Infatti, mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive dellaRegione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 324, in proposito scriveva che: “Consilinum, Marcellianum (Sala Consilina in Val di Tamagro ?). 1. Sabinus: 494-5 (J.L. 653); 495 (?)(J.L. 678); 496 (?) (J.L., 710; 727). 2. Latinus, electus (558-60)(J.L., 1015; 1017). – Nelle ‘Gesta S. Laverii’ di Grumentum (BHL 4801) vien detto: “Latinus de Theodora, custos sacrae aedis sanctissimi martyris Laverii”; ma ignorasi per quale ragione Latino così venga appellato.”. Dunque, il Lanzoni ci parla anche dell’altro Vescovo di Marcellianum nell’anno 558-560, Latino di Teodora). Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico, riferendosi aghli Eruli di Odoacre scriveva che: In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo  e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). Ecc..”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (2) postillava che: “(2)Vedi n. 2, p. 43”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (3) postillava che: “(3)  Cassiodoro (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto Vivarium”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Casiodoro, è nelle ‘Variarum: I, 3”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. ROMANO / SOLMI, op. cit., pp. 167-68”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula, continuò negli ultimi tempi del basso Impero romano la città di CONSILINUM, che già nel I secolo d.C. appariva spopolata (PLINIO, N.H., III, 5, 70) e che fu probabilmente distrutta dai Visigoti. Marcelliana, indicata anche nell’Itinerario della Tabula Peuntingeriana, è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a p. 58 e ssg., in proposito scriveva che: “In Lucania, pochi anni dopo la fine della guerra, viene eletto un nuovo vescovo. Papa Pelagio I scrive infatti a Pietro, vescovo di Potenza, di inviare a Roma il diacono Latino, vescovo eletto di Marcellianum (presso l’attuale Padula, nel Vallo di Diano), per ricevere l’ordinazione: siamo nel 559, e la notizia, per quanto isolata, è un indizio dell’esistenza di condizioni normali di vita. Ma non c’è altro.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Sala Consilina e quindi di “Cosilinum” ci parla di “Marcelianum”, (egli dice “Marcelliana”), a pp. 473-474 ed in proposito scriveva che: “Di Marcelliana e del battistero di S. Giovanni in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede che sia stato un borgo di Sala. Il borgo era menzionato (XXIX) nell’Itinerario dell’Imperatore Antonino (53). Ricordato dal Baudrand (54), il Lenormant (55) l’ubica in località Civita, per opinione comune sede di ‘Consilinum’. La collocazione è respinta dal Riccio (56) che pone Marcelliana nella valle del Calore sulla collina Pruno tra Bellosguardo e Roscigno. Il Racioppi (57) l’ubica da Cassiodoro “come prossima anzi suburbana alla città di Consilino”, non lontano al ponte detto di “Siglia” sul Tanagro (dagli eruditi del passato detto di Silla) in località “Cozzo di Civita”. L’Antonini, che parla del mercato di cui dice Cassiodoro a Licosa, non nei pressi di Marcelliana, venne ripreso dal Magnoni (58) che affermò che era “il luogo sobborgo di Consilino. Anche il Gatta (59) scrive che “in questa vaga e amena Pianura (Valle del Tanagro) era situata ‘Marcelliana’ celebre città, per essere stata sede Vescovile (….) come per essere Ella surta dalle rovine dell’antichissima ‘Consilina’, come si ha per testimonio Cassiodoro”(59). Dalla lettera di papa Pelagio (60) si apprende che dal vescovo Latino di Teodora (61) noto per essere stato custode del tempio di S. Laviere. Il Corcia (62) designa Marcelliana una “grossa borgata anziché città, come qualche topografo scrive, e non più antica de’ tempi in cui la Lucania ormai obbediva a’ Romani. Tralasciamo l’origine del nome che Cassiodoro attribuiva al fondatore del fonte di S. Giovanni (S. Giovanni in Fonte), detto pure “aja Marciliana” (63), e che fu appunto papa Marcello, egli l’ubica nei pressi di Sala. Suglia altri vescovi di Marcelliana, di cui è notizia, v. quanto ne ho detto altrove (64). Dagli “Atti” dei martiri è notizia di Marcelliana nel viaggio dei prigionieri Hadrumentini da Cosenza per Squillace, Grumento “et die altero Marcellianum properantes ad civitatem Potentia”.”. Ebner, a p. 473, nella nota (52) postillava che: “(52) Antonini, op. cit., II, p. 117”. Ebner, a p. 473, nella nota (53) postillava che: “(53) Vetra romanorum itineraria, sive Antonini augusti itinerarium, Amsterdal 1725, p. 110”. Ebner, a p. 473, nella nota (54) postillava che: “(54) M. A. Baudrand, Lexicon Geogr.: ‘Marcelliano locus est Lucaniae apud Atinam oppidum, teste Celso cittadino, inter Calorem et Caesariam.”. Ebner, a p. 473, nella nota (55) postillava che: “(55) Lenormant, op. cit., II, p. 113″. Ebner, a p. 473, nella nota (56) postillava che: “(56) Riccio cit., Osservazioni ecc., p. 34 sgg.”. Ebner, a p. 473, nella nota (57) postillava che: “(57) Racioppi, cit., ibiden”. Ebner, a p. 473, nella nota (58) postillava che: “(58) Magnoni, cit., p. 63”. Ebner, a p. 473, nella nota (59) postillava che: “(59) Cassiodoro, Variar. VIII, e p. 33: ‘Est cum locus ipse camporum amoenitate distensus, suburbanus quoddam consolinatis antiquissimae civitatis, qui a conditore sanctorum fontium Marcilianum nomen accepit”. Ebner, a p. 473, nella nota (60) postillava che: “(60) Decretum Gratiani, I, 72.12: ‘Pietro episcopo potentino (…) Latinum ecclesiae Grumentinae diaconum ad episcopatum Marcellianensis (….) ecclesiae electum.”. Ebner, a p. 474, nella nota (61) postillava che: “(61) Ibid. I, 63.14 è detto ancora: ‘Latinum diaconum tuum ad episcopatum ecclesiae Marcellianensis a Clero et omnibus qui illi conveniunt postulari’ era stato posto.”. Ebner, a p. 474, nella nota (62) postillava che: “(62) Corcia, cit., III, p. 103.”. Ebner, a p. 474, nella nota (63) postillava che: “(63) Gatta, Lucania illust., p. 55 segnala che Sala era anche detta ‘Laterina’, p. 103 n. 7, per le rovinate fabbriche laterizie.”. Ebner, a p. 474, nella nota (64) postillava che: “(64) Ebner P., Economia e Società cit., I, p. 21; v. Ebner, Aree geografiche, culturali e religiose dell’antica lucania, relazione in “Società e religione in Basilicata”, I, Roma, 1978, p. 350; v. pure Ebner, L’assistenza religiosa nel gastaldato di Lucania, in “Studi di storia sociale e religiosa, scritti in onore di Gabriele De Rosa”, Napoli, 1980, p. 950.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Sala Consilina e quindi di “Cosilinum” ci parla di “Marcelianum”, (egli dice “Marcelliana”), a pp. 473-474 ed in proposito scriveva che: Di Marcelliana e del battistero di S. Giovanni in Fonte abbiamo detto a lungo nel I vol. La “città” era sita tra Sala e Padula, ma l’Antonini (52) non crede che sia stato un borgo di Sala…... Ebner, a p. 473, nella nota (52) postillava che: “(52) Antonini, op. cit., II, p. 117”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania- Discorsi”, nel Discorso VIII parla della Valle di Diano e a pp. 113-114, in proposito scriveva che: “Fra la Sala e la Padula era la città di Consilina, ed ivi stesso (mancata questa) forse Marcelliana, o sia Marcelliano, ch’ebbero ambedue il loro Vescovo, etc…Luca Olstenio, nelle ‘Note a Carlo di S. Paolo’, così ne scrive: “Consilina, antiquissima Lucaniae Civitas,  sive Marcellianum, unde Marcellianensis Episcopus, et Consilinas promisque dicebatur: Latinum eius Episcopum suisse electum docent rescripta Pelagii Papae apud Ivonem decret. par. 6 cap. 112, et Gratian. distin. 76 cap. 12, et apud Anselmun lib. 7 cap. 57. Io però, con buona pace di un tant’uomo, non vuò credere, che Marcelliano fosse stato subborgo di Consilina, mentre Etico nella sua ‘Cosmografia’, ragionando delle Città ragguardevoli d’Europa dice: etc…e finisce: ‘Corsinios, Lupias, Marcellianum, Idrunto, Canusium, Salernum’, onde si scorge che Marcelliana, non era tanto da poco, quanto egli ce la descrive; e quindi m’uniformo al sentimento d’Ughellio, che crede essere state queste due Città una cosa sola. Anzi, questo chiarissimo autore ha preso diversi altri abbagli, intorno a Consilina e Marcelliana, da noi notati al fol. 483.”. Ebner, vol. II, a p. 473, scriveva a riguardo che: “L’Antonini, che parla del mercato di cui dice Cassiodoro a Licosa, non nei pressi di Marcelliana, venne ripreso dal Magnoni (58) che affermò che era “il luogo sobborgo di Consilino.”. Ebner, a p. 473, nella nota (58) postillava che: “(58) Magnoni, cit., p. 63”. L’Antonini, fu ripreso da Pasquale Magnoni (….) e l’Ebner si riferiva agli “Opuscoli” di Pasquale Magnoni. In questa lettera indirizzata all’Antonini il Magnoni confuta alcune cose che l’Antonini aveva scritto intorno alla chiesetta di “S. Matteo ad duo flumina” (che egli pone a Casalicchio) e dove nel 974 pare che il monaco Attanasio avesse traslato e deposto le sacre spoglie di S. Matteo. Il Magnoni, per argomentare il suo discorso parla delle origini di Paestum (di “Pesto”) e ci parla di ciò che l’Antonini diceva sull’isolotto di Licosa e su un mercato che si teneva nel luogo. Il Magnoni argomentava su ciò che aveva scritto l’Antonini a p. 348. L’Antonini aveva criticato monsignor Marsilio Colonna. Ebner, a p. 473, nella nota (58) postillava che: “(58) Magnoni, cit., p. 63”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna…. e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Ebner, a p. 473, continuando il suo discorso scriveva pure che: “Anche il Gatta (59) scrive che “in questa vaga e amena Pianura (Valle del Tanagro) era situata ‘Marcelliana’ celebre città, per essere stata sede Vescovile (….) come per essere Ella surta dalle rovine dell’antichissima ‘Consilina’, come si ha per testimonio Cassiodoro” (59).”. Ebner, a p. 473, nella nota (59) postillava che: “(59) Cassiodoro, Variar. VIII, e p. 33: ‘Est cum locus ipse camporum amoenitate distensus, suburbanus quoddam consolinatis antiquissimae civitatis, qui a conditore sanctorum fontium Marcilianum nomen accepit”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (a) postillava che: “(a) lib. Variar., VI I, cap. 33.”. Gatta a p. 52, nella sua nota (b) postillava che: “(b) Giulio Sesto Frontino nel lib. de colon.”. Giuseppe Gatta, a p. 52, nella sua nota (c) postillava che: “(c) Filip. Clu. Ital. antica, tomo 2, fol. 1190, e fol. 1304.”. Gatta, a p. 52, nella sua nota (d) postillava che: “(d) Cassiodor. lib. variar.”. Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, nel 1974 pubblicava un rapporto del 1903 di monsignor Luis Duchesne (…), ovvero il suo I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde). (L’opera del Duchesne si trova in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365–399 (cfr. p. 367)). Il Barni la pubblica a p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370. L’opera del Duchesne riprendeva in parte anche lo studio di Monsignor Laudisio, vescovo di Policastro (…). Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “L’antica Regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia (Potenza, Grumentum (che riteneva essere Grumento Nova) e Consilinum (Marcelliana = che riteneva essere l’odierna Civita, presso Padula); sulla costa tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia ( che ritiene essere attualmente la zona archeologica presso Marina di Casalvelino), etc…Sul sito web “Monaci in cammino” leggiamo che il battistero si trovava a Marcellianum soburbio dell’antica città di Cosilinum, lungo uno snodo viario particolarmente importante. In questo punto, sull’antica via Popilia, si innestava un percorso trasversale che raggiungeva la Valle dell’Agri, confluendo nella via Erculea, altra importante arteria che garantiva i collegamenti tra il golfo di Taranto e la Basilicata settentrionale.  Proprio per questa collocazione strategica Marcellianum  era sede di una fiera annuale che si teneva il giorno della festività di S. Cipriano (26 settembre). Il fonte battesimale di S. Giovanni in Fonte fu chiamato così in onore di Papa Marcello che nel corso del suo breve pontificato (308-309) riprese il difficile programma di dare una organica sistemazione religiosa al territorio, interrotta dalla feroce persecuzione di Diocleziano. Papa Marcello nel quadro di una estensione dell’organizzazione della chiesa cattolica istituì nuove diocesi, nominò altri vescovi e favorì la costruzione di un battistero per ogni diocesi. Il borgo di Marcellianum fu abbandonato probabilmente intorno al VI secolo a causa della guerra greco-gotica e la successiva invasione longobarda, oppure, secondo un’altra ipotesi, nel IX secolo a seguito delle incursioni saracene. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: Così nel Vallo di Diano gli unici centri abitati nell’alto Medioevo furono i ‘castra’ preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala che, se nell’appellativo di Consilina, assunto nel 1863, si richiama alla ‘Consilinum’ romana, era in realtà un centro nuovo, sorto a poca distanza da essa, ma in luogo più elevato. Spariscono invece gli insediamenti sorti lungo la strada Capua-Reggio, fra cui il ‘Forum’, nei pressi di Polla, e ‘Marcellianium’, presso Sala Consilina (3). Etc…”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1).”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (1) postillava che: “(1)………….

Il Vitolo, a p. 44, scriveva pure che: “….la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”. Nicola Cilento (….), nell’Introduzione al testo di “Storia del Vallo di Diano”, vol. II (ed. Laveglia, 1982), a p. 6, in proposito scriveva che: “Nel corso della guerra gotica e prima della riconquista bizantina, attraverso l’episodio cassiodoreo della fiera di Marcellianum presso la chiesa battesimale di S. Giovanni in Fonte, si delinea il processo di isolamento della regione con lo spopolamento degli antichi centri abitati……nell’Alto Medioevo gli unici abitati del Vallo sono i castra preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala in zona elevata, mentre scompaiono gli insediamenti lungo la strada Capua-Reggio fra cui Forum (Polla) e Marcellianum; l’abbandono della piana per le alture è anch’esso un fenomeno che caratterizza quasi dovunque l’alto Medioevo.”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1).”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (1) postillava che: “(1)…….”.

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini, a pp. 106-108, in proposito scriveva che:  “Proprio per la sua posizione baricentrica questa parte de Vallo è stata fin dai secoli tardo-antichi sede privilegiata di mercati e fiere annuali. Tra l’alveo del Tanagro e le pendici occidentali di Padula, doveva estendersi ‘Marcellianum’, il suburbio dell’antica ‘Cosilinum’ romana identificata nei resti ancora visibili sulla collina della ‘Civita’, alle spalle dell’abitato odierno. E in stretta relazione con il suburbio di ‘Marcellianum’ si devono verosimilmente interpretare gli avanzi, rinvenuti negli anni Cinquanta del secolo scorso, di un importante complesso paleocristiano edificato sulle strutture di una preesistente villa romana di età imperiale (3).”. La Alaggio, a p. 106, nella nota (3) postillava: “(3) M. Romito, Un nuovo documento della cristianizzazione nella valle del Tanagro, in “Apollo”, XII (1966), pp. 10-17.”.

VELIA, BUXENTUM, BLANDA, VIBONE, TALAO, SEDI EPISCOPALI

L’EPISCOPATO DI BUXENTUM o BUSSENTO

Il sacerdote Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo X (edizione Coleti), a p. 32 parlava dell’antica diocesi scomparsa di Buxentum (Bussento):

Ughelli, Buxentum, p. 32, tomo X

Il Cappelletti (…), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che:

Il Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli antichi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1). III. Sabbazio, che nel 649 trovavasi al concilio romano del papa Martino I contro i monoteliti. Nè di più se ne sa.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (….), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum, vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. La studiosa Clara Bencivenga Trillmich, nel suo ‘Pyxous-Buxentum’, a p. 704, parlando di Bussento, scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501, i vescovi Rustico e per il 542 il vescovo Agnello (10).”. La Trillmich (…), nella sua nota (9), postillava che: “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.e, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Gaetani Rocco, L’Antica Bussento, oggi Policastro Bussentino’, in Gli studi in Italia’, Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 376.”. La Trillmich (…), dunque sulla scorta del Gaetani (…), citava Stefano Bizantino (…): “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.. In epoca Bizantina, in base a notizie fornite da Stefano di Bisanzio, si sa che il centro rimase attivo anche in epoca bizantina: alla dominazione di Bisanzio si deve il nome di Palaiokastron, e la fortificazione sommitale che residuano tutt’oggi nel castello medievale. Scavi condotti negli anni 2010-2012, sotto la direzione dell’archeologa Elena Santoro, hanno iniziato a portare alla luce gli strati archeologici di epoca Romana. Il sacerdote Rocco  Gaetani (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, parlando di Bussento e di Policastro leggiamo in proposito scriveva che “Ritrovasi mentionata ancora questa città nella Lucania da …Stefano Bizantino disse sia città di Sicilia (2 – si veda nota Stef. de Urbihus), havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”.

Nel 501, papa Simmaco ed il Concilio Romano

Da Wikipedia leggiamo che Papa Simmaco (Sardegna, … – Roma, 19 luglio 514) è stato il 51º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo. Il suo papato durò dal 22 novembre 498 alla sua morte. È noto in particolare per lo scisma causato dalla sua lotta contro Lorenzo, considerato antipapa. Il Synodus Palmaris. Tuttavia, il partito bizantino, guidato dai due senatori Festo e Probino, rimase ostile a Simmaco e continuava a coltivare la speranza di rovesciare il papa e guadagnare la sede di Roma a Lorenzo. L’occasione si presentò l’anno seguente, il 501. Simmaco celebrò la Pasqua il 25 marzo, secondo l’antica usanza romana, mentre i bizantini osservavano la festività il 22 aprile, secondo il nuovo conteggio. La fazione di Lorenzo si appellò a Teodorico contro Simmaco, aggiungendo altre accuse oltre a questa sulla celebrazione della Pasqua. Teodorico convocò Simmaco che partì per incontrarlo; a Rimini, però, venne a conoscenza che le vere accuse erano ben altre (rapporti con donne e sperpero delle proprietà della Chiesa) e, rifiutando di riconoscere il re quale suo giudice, tornò a Roma. Il partito avversario si rinforzò ed occupò il Palazzo Laterano. Simmaco fu costretto a trasferirsi nei pressi della basilica di san Pietro in Vaticano, fuori dalle mura cittadine. I suoi oppositori invitarono il re a convocare un sinodo per indagare sulle accuse e a nominare un reggente per la sede di Roma. Simmaco acconsentì alla convocazione del sinodo, ma protestò contro l’invio di un reggente, che Teodorico, tuttavia, scelse nella persona di Pietro, vescovo di Altinum, ed inviò a Roma per amministrare la Chiesa al posto del papa incriminato. Pietro giunse a Roma e, contravvenendo alle disposizioni del re, prese posizione in favore di Lorenzo e confiscò le proprietà pontificie. Nel maggio 501 il sinodo si riunì nella basilica Giuliana (Basilica di Santa Maria in Trastevere). Il papa dichiarò di fronte all’assemblea che si era presentato di sua spontanea volontà e che era pronto a rispondere alle accuse di fronte al sinodo, a condizione che il reggente fosse rimosso e lui fosse ristabilito come amministratore dei beni della Chiesa confiscati. La maggior parte dei vescovi acconsentì a queste richieste, ma Teodorico rifiutò e richiese, in primo luogo, un’indagine sulle accuse contro il papa. Una seconda sessione del sinodo, si riunì il 1º settembre nella basilica Sessoriana (Basilica di Santa Croce in Gerusalemme), dove fu letto, dalla minoranza, l’atto d’accusa redatto dalla fazione laurenziana.

Nel 501-502 d.C. (VI sec. d.C.), BUSSENTO e RUSTICO (“RUSLICUS”), suo Vescovo, presente al Concilio romano di papa Simmaco

La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda Policastro: nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (Bussento) (…). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Cassiodoro, ‘Variae’, p. 400, 407, 435, 454 (ed. Mommsen) presso Lanzoni, o. c., p. 4.”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che, sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento.”. Il Gaetani (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, scriveva che : Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani (…), nel suo introvabile libretto sull’antica diocesi di Bussento, a riguardo scriveva che a Buxentum, nel 501, appare un Vescovo chiamato Rustico. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Ecco due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: Rustico sulla fine del V secolo e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi Rusticus Episcopus Buxentinus;…. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel Vescovo Agnello di cui fa menzione S. Gregorio nel suo ‘Libro 4, ep. VI’, scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo di Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro, scriveva: Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus.. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 64, così scriveva di ‘Bussento’: “Fiorente era tuttavia ‘Bussento’ almeno sino alla metà del VI secolo, quando era decorata da sede vescovile (1); ma non ne rimane ricordanza più oltre del tempo del Pontefice S. Gregorio, quando la chiesa bussentina era priva del suo pastore (2); Ecc…”. Il Corcia (…) a p. 64, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nel III sinodo romano celebrato nel 501 da Simmaco soscrisse Rustico, vescovo di ‘Bussento’; e nel ecc….”. Il Corcia (…) a p. 64, nella sua nota (2) postillava che: “(2) S. Gregorio, Epist. II, 29.

Corcia, p. 64

(Figg….) Corcia Nicola (…), p. 64

Uno studioso che ha parlato del Vescovo Rustico dell’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Buxentum’ è il sacerdote Francesco Lanzoni (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

Lanzoni.PNG

(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 74 scriveva che: “In più sappiamo che l’evangelizzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona.. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 su Pyxous.”. Il Tancredi (…) a p. 18 nella sua nota (33), parlando di Pyxous postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale’, in “Gli studi in Italia”, Roma, an. V, vol. I, p. 376″. Sempre il Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “Nel 501 c’è un vescovo a Buxentum: ‘Rustico’, che partecipava ad un sinodo romano (33). Alla fine dello stesso secolo, non c’è vescovo nella città. Ecc..”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (33), postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale, in gli “Studi in Italia”, Roma, 1882, an. V., vol. I, p. 376.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Tancredi, a p. 19, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Russo Francesco, ‘Storia della Diocesi di Cassano’, vol. III, Laurenziana, Napoli, 1968, pp. 17-19.”. Il Tancredi, nella sua nota (36) a p. 19, postillava che:  “(36) Gaetani R., op. cit., p. 376.”. Il sacerdote Rocco Gaetani è il primo che ci parla in modo organico dell’origine della sede episcopale di Bussento (“Buxentum”) prima della ricostruzione che fece Alfano I.  Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro, scriveva: Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’.. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando di ‘Buxentum’ credeva fosse “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?).”. Il Lanzoni (…), per ‘Buxentum’ (Bussento’) citava un primo vescovo chiamato “Rusticus e scriveva che:  “1. Rusticus: 501; 502.”. Il Lanzoni, dunque, poneva questo primo vescovo di ‘Bussento’ negli anni 501-502 ma senza dare dei riferimenti bibliografici. Almeno io credo non si riferisca al testo di Jaffé-Loewenfeld (…), dove, nell’indice dei papi nel vol. II a p. VII-VIII, per l’anno 501-502, si riferisce a papa “Symmachus” a p. VIII scriveva che: “Symmachus (498-514) I., 96; II, 736.”. Infatti, apparirà proprio nel III Concilio Lateranense dell’anno 501-502 di papa Simmaco che appare un vescovo di Buxentum, Rustico. Nel vol. I a pp. 97-98 del testo di Jeffé-Loewenfeld (…), troviamo papa Simmaco.

Jaffé-Loewenfeld, p. 97, vol. I

Jaffé-Loewenfeld, vol. I, p. 98

(Fig….) Jaffé-Loewenfeld (…), op. cit., vol. I, pp. 97-98

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), ecc… (91)…”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Il sacerdote Rocco Gaetani, a pp. 19-20, nel suo introvabile ed in mio possesso: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ‘Rustico’ sulla fine del V e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus; e ‘Sabbazio’, che nella metà del secolo VII governava il Bussento, e nel 649 sedeva nel Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro i monoteliti, trovandosi sottoscritto: ‘Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi’. Dunque nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia e di Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, non potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato riconoscere le poche fasi della Chiesa Bussentina, ecc…”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando di Policastro riferiscono che: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco ecc…. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 74 scriveva che: “In più sappiamo che l’evangelizzazione del Golfo iniziò nel III secolo e che nel 501 c’era un vescovo a Buxentum, Rustico (9), proprio alle porte di Vibona.. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 su Pyxous.”. Il Tancredi (…) a p. 18 nella sua nota (33), parlando di Pyxous postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale’, in “Gli studi in Italia”, Roma, an. V, vol. I, p. 376″. In effetti il sacerdote Rocco Gaetani è il primo che ci parla in modo organico dell’origine della sede episcopale di Bussento (“Buxentum”) prima della ricostruzione che fece Alfano I°. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “Nel 501 c’è un vescovo a Buxentum: ‘Rustico’, che partecipava ad un sinodo romano (33). Alla fine dello stesso secolo, non c’è vescovo nella città. Ecc…”. Il Tancredi (…), nella nota (33) postillava che: “(33) Rocco Gaetani, L’antica Bussento e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, Roma, 1882, an. V, vol. I, p. 376.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71).. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, op. cit.”. La studiosa Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo ‘Pyxous-Buxentum’, a p. 704, parlando di Bussento, scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501, i vescovi Rustico e per il 542 il vescovo Agnello (10).”. La Trillmich (…), nella sua nota (9), postillava che: “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς. e, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Gaetani Rocco, L’Antica Bussento, oggi Policastro Bussentino’, in Gli studi in Italia’, Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 376.”. La Trillmich (…), dunque sulla scorta del Gaetani (…), citava Stefano Bizantino (…): “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.. Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a pp. 60-61 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa constatazione, di per sé quasi ovvia, è suffragata dall’unica fonte che ci parli della Lucania in questi anni, l’epistolario di Gregorio Magno. Gli effetti dell’invasione dei Longobardi su alcune diocesi del Mezzogiorno sembrano essere stati desolanti: nel luglio del 592, infatti, il pontefice doveva incaricare Felice vescovo di Agropoli di compiere una visita pastorale con ampi poteri di intervento “quoniam Velina, Buxentina et Biandana ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine” (29). Si tratta delle diocesi di ‘Velia’ (identificata con Castellammare della Bruca, presso Pisciotta), ‘Buxentum’ (Capo della Foresta, presso Policastro, o Pisciotta nella Valle di Novi) e ‘Blanda Iulia’ (probabilmente Porto di Sapri), tutte nel Cilento, e quindi nei confini della Lucania tardo-antica (30): e la mancanza di vescovi e sacerdoti, per quanto non necessariamente collegata a vicende militari recenti, è un indizio abbastanza chiaro della situazione difficile della regione, senza dubbio connessa con i torbidi seguiti all’occupazione longobarda.”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (29) postillava che: “(29) Gregorio Magno, Registrum epistolarum, II, 35, vol. I, p. 120”. Il Breccia, a p. 61, nella nota (30) postillava che: “(30) Cfr. F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604, “Studi e testi”, 35, Faenza, 1935, pp. 322-23″.

Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Brevi notizie Storiche sulla Diocesi di Policastro” (in AA.VV., Chiesa Cattedrale di Policastro – La Storia e i Restauri”, a p. 19, in proposito scriveva che: “Bussento vide fiorire le prime comunità cristiane, mentre sorgevano altre sedi vescovili vicine, come Velia, nel Cilento, e Vibo Valentia, in Calabria. Non conosciamo il primo Vescovo, nè la patria sua, nè la prima serie dei presuli bussentini, perchè le invasioni barbariche, tra cui quella dei Vandali con Genserico nel 440, ne distrussero le memorie (7). Il vescovado, restaurato la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (8), ebbe poca fortuna perchè i Longobardi, tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo la città (9). ..Della seconda serie dei Vescovi conosciamo: Rustico, presente al Concilio Romano III nel 502, e Sabbazio, presente al Concilio Lateranense nel 649 (11). La sede restaurata, succeduta a Buxentum e suffraganea di Salerno, fu chiamata per la prima volta “Polycastrum” (da Polis-Castrum=città fortificata)(12). Oggi se ne vedono i resti monumentali nella Chiesa Paleocristiana del VI secolo, etc…”. Il Cataldo, a p. 22, nella nota (7) postillava: “(7) Ghisleri Arcangelo: Testo-Atlante di geografia storica, Bergamo, 1952, I, 14”. Il Cataldo, a p. 22, nella nota (8) postillava che: “(8) Moroni Gaetano: Dizionario di erudizione stor. eccl., Venezia, 1852, LIV, 26”. Il Cataldo a p. 23, nella nota (9) postillava che: “(9) Volpe G., Notizie storiche etc…”. Il Cataldo, a p. 23, nella nota (11) postillava che: “(11) Binius Severino, Concilia generalia et provincialia etc.., Colonia, 1606, Vol. IV, 736.”. ll Cataldo, a p. 23, nella nota (12) postillava: “(12) Laudisio, op. cit., pag. 25-26”. Angelina Montefusco (….), nel suo “La Cattedrale nella Storia e nell’Arte” (in AA.VV., Chiesa Cattedrale di Policastro- La Storia e Restauri)”, a p. 25, in proposito scriveva che: “La storia più antica della cattedrale, che, nonostante i rimaneggiamenti barocchi, denuncia chiaramente l’originario carattere romanico della costruzione adattata ad una predente fabbrica altomedioevale, affonda le sue radici nella leggenda, frutto com’è di tradizioni antiche e incontrolate etc….C’è ancora chi, trascinato dal fascino dei resti dell’antichissima cittadina, che tra le sue mura “ciclopiche” accolse Greci e Romani, vuole la chiesa eretta sul tempio pagano di Castore e Polluce e la sede vescovile di Policastro fondata dall’apostolo Paolo nel I secolo, durante il suo viaggio da Reggio a Pozzuoli. In realtà del tempio pagano di non si ha alcun ricordo e per quanto riguarda una primitiva chiesa cristiana il più antico documento esistente risale al 501 e ricorda la presenza del vescovo Rustico al III sinodo romano. A quell’epoca la comunità religiosa di Bussento doveva incontrarsi in una “domus ecclesiae”, privata o pubblica, che era luogo abituale di riunione dei primi secoli del cristianesimo ed è documentata in altre zone d’Italia. Molto probabilmente la situazione era la stessa anche quando, di lì a mezzo secolo, sopraggiunsero i Bizantini, che occuparono la romana bussento dandole il nome di Policastro e innalzarono, oltre al castello, una cella triabsidata chiamata tricora, utilizzata, per lo meno all’inizio, per la celebrazione dei soli riti funerari. Questa tricora, la cui forma è chiaramente visibile sia all’interno che all’esterno dell’attuale presbiterio, è indicata da A. Venditti (1) come la iniziale costruzione della cattedrale e si può, approssimativamente ascrivere alla fine del VI secolo, epoca della maggiore diffusione di tale tipologia in Italia, oppure alla prima metà del secolo successivo. La tricora sorse nelle zona del foro romano e venne a chiudere il decumano massimo corrispondente, almeno in parte, all’attuale via Vescovado.”. La Mntefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Campania, Lucania, Calabria, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous-Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII – n. 3 – 1973.”.

Nel 501, FIORENTINO, vescovo di Agropoli e RUSTICO, vescovo di Bussento al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco prima della guerra Gotica

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, dove, l’alto prelato, già Vescovo della Diocesi di Policastro, a p. 68 (si veda il testo a cura di G. G. Visconti, v. p. 9 in latino), scriveva che: “Perciò nel Concilio di Nicea del 325, che stabilì con le disposizioni canoniche XV, XVI e XVII i confini di ciascuna diocesi, partecipò assieme ad altri 318 vescovi anche Marco, vescovo di Calabria (22) – allora la Lucania e la Calabria costituivano una provincia sola (23) – Così pure Rustico, vescovo di Bussento, partecipò al III Concilio Romano indetto nel 502 dal pontefice S. Simmaco (24); e successivamente Sabbazio, vescovo di Bussento, partecipò al Concilio Lateranense dei centoquattro vescovi, che al tempo del pontefice S. Martino condannarono nel 649 i monoteliti *, come risulta dal Binnio (tomo IV, p. 736.).”. Il Laudisio (v. versione di Visconti), a p. 9, nella nota (22) postillava che: “(22) Gagl. cit., lib. I, tit. 18, num. 9 (p. 242, nota b: Nicaenae I synodo subscripsit Marcus Calabriae episcopus).”. Il Laudisio, a p. 9, nella nota (23) postillava che: “(23) Troyl. tomo I, part. 2, cap. 8, num 3 (Abate Placido Troyli, Istoria Generale del Reame di Napoli, Napoli, 1747, p. 190: (Reggio Calabria) fu capo di tutto il paese de’ Bruzj, quando in tempo degli Imperatori romani i Lucani ed i Bruzj una provincia unita faceano, risedendo in Salerno il comun correttore quando nella Lucania dimorava (….), ed in Reggio allorache nel paese de’ Bruzj ritrovavasi)”. Il Laudisio, a p. 9, nella nota (24) postillava che: “(24) Const. Gatt., Mem. Luc., cap. 2, pag. 34 (parte III, capo VI, p. 303, nota a : Rusticus, episcopus Buxentinus, subscripsit tert. syn. Rom. sub Symmaco.”. Il Laudisio citava Costantino Gatta (…..) e l’Abate Placido Troyli (….). Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania”, a p. 303, in proposito scriveva che: “(a) ….& Carlo di S. Paolo, p. 60 ‘Rusticus Episcopus Buxentinus subscripsit tert. syn. Rom. sub Symmaco.”. Il Gatta riferiva la notizia del vescovo Rustico da “Carlo di S. Paolo, p. 60”.

Gatta, p. 306

Il Gatta si riferiva a Luca Olstenio (…), o Holstenius (Olstenio) Lucas, (Note  all’Italia antiqua di Cluverio (18)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624. Luca Olstenio, in questo libro parla e commenta le pagine del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’.  La notizia dovrebbe essere in “Annotationes” della “Annotationes in Geographia Sacram Caroli a’ S. Pavlo” di Filippo Cluverio.

Troyli, p. 135.PNG

(Fig…) Troyli (…), vol. I, parte II , p. 135

Il Laudisio (…), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (…), dalle ‘Memorie Lucane’, Cap. II, p. 34 del Gatta (…), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (…), e dal Barrio (…), a p. 72 (si veda versione curata dal Visconti), nel 1831, in proposito che: Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.

Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a pp. 19-20, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ‘Rustico’ sulla fine del V e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus; etc….Dunque, nel secolo VII, ed anche prima nel secolo V, esisteva la sede bussentina. Se poi quel vescovo Agnello di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Busseno, ovvero di Velia o Blanda, è incerto né si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accertarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, solo potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e il IV secolo;  ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato di conoscere le poche lieti fasi della Chiesa Bussentina poichè per buona sorte abbiamo il documento importantissimo della lettera di S. Gregorio Magno etc…”.    

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Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, etc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”.  Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 54 parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “Il porto dell’antica ed una volta florida Posidonia andava, ormai inutilizzato, sempre più sprofondando nel mare, segnando per sempre la fine dell’importanza politica e strategica della città alle soglie della lucania classica (1); il suo vescovo Fiorentino, il primo di cui abbiamo notizia (2), partecipò a Roma sia al Concilio del 1 marzo 499, sia al Sinodo Palamare del 23 ottobre 501, sinodo a cui era presente anche Rustico, vescovo di Bussento, ma la città, di cui un tempo i poeti cantavano i roseti dalla doppia fioritura, entrava in agonia ai principi di quel secolo VI.”. Il Cantalupo, a p. 54, nella nota (2) postillava che: “(2) Il DE ROSA (op. cit., p. 191, n. 3) ed il MELLO (op. cit., p. 167), sulla scia del LANZONI, (Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII, Faenza, 1927, I, p. 323), credono che Fiorentino, menzionato come: Florentinus episcopus Plestanus’, sia stato piuttosto vescovo di ‘Plestia’ (od. Colfiorito, in Umbria); essi però non hanno considerato che i toponimi in -ia (cfr. Bant-ia, Nucer-ia, Sign-ia, Florent-ia, Aeser-ia, Placent-ia, etc…) formano l’aggettivo (e l’etnico) in -inus oppure in -iensis, mai in -anus (Bant-inus, Nucer-inus, Sign-inus, etc..). Pertanto, se in corrispondenza del toponimo Plestia possiamo avere solo Plestinus, Plestanus, non è altro che un’erronea trascrizione di ‘Paestanus’. “. Il Cantalupo, a p. 46, nella nota (2) postillava di: “(2) Gabriele De Rosa (La Chiesa della SS. Annunziata a Paestum’, in G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 189-201), il quale, dopo aver precisato (p. 190) che: “…l’anica basilica, risalente agli inizi del V secolo, era del tipo “basilica aperta”, trasformata in “basilica chiusa” a fine del V secolo e inizi del VI,” (?!), fa voti (p. 201) affinché etc…”. Gabriele De Rosa (….), nel suo “Vescovi, popolo e magia nel Sud”, a pp. 190-191, in proposito scriveva su Fiorentino e sul passaggio dalla Chiesa Pestana alla Diocesi di Capaccio: “Intanto possiamo dire che l’antica basilica, risalente agli inizi del V secolo, era del tipo “basilica aperta”, trasformata in “basilica chiusa” a fine V secolo e inizi del VI, che è la forma che noni oggi conosciamo. La basilica fu costruita in un luogo molto vicino all’antico tempio di Cerere. Paestum etc….Capaccio etc…Una cronologia dei vescovi pestani fu scritta da don Giuseppe Volpi nel 1720, a richiesta di mons. Francesco de Niccolò (o de Nicolai, come trovo scritto negli atti della Congregazione del S. Concilio), già vescovo di Capaccio e poi arcivescovo di Conza (2), ma da essa non si ricava molto che possa aiutarci a ricostruire la storia di questa chiesa. Il Volpi riporta quanto ai suoi tempi si diceva attorno ai vescovi di Paestum: che il primo, di cui si ricordi il nome, sarebbe stato certo Fiorentino, che avrebbe partecipato al terzo sinodo romano convocato nell’anno 501, ma la notizia, come sappiamo è erronea (3). Aggiunge il Volpi che ancora all’epoca di Gregorio Magno, come si deduce da una lettera del 599 del papa a Felice, vescovo di Agropoli, la diocesi di Pesto era distinta da quella di Bussento, Velia e Agropoli; che nel concilio ordinato nel 652 dal povero Martino I, il papa che pagò per l’esilio a Cherson l’avere lottato contro il monotelismo e il crudele Imperatore d’Oriente Costante II, si annovera tra i partecipanti Giovanni, vescovo pestano: “Quindi a molti secoli dopo – aggiunge il Volpi – non trovavo alcun pastore di questa città; perchè distrutta la città di Pesto dalle barbarie dei Saraceni etc…”. Il De Rosa, a p. 191, nella nota (3) postillava che: “(3) P. F. Kehr, Regesta pontificum romanorum. Italia pontificia, vol. VIII, p. 367. Non ‘postanus’ ma ‘plestanus’ (Plestia in Umbria) fu il Fiorentino. Cfr. Lanzoni, p. 322.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Licosa, Erculam, Sapri, Velia, Bussento furono saccheggiate tra il 440 e il 460; le prime non si ripresero più, mentre i sopravvissuti di Velia e Bussento, stretti attorno all’unica autorità capace di coordinare la vita sociale, il vescovo cristiano, continuarono la loro esistenza ai margini della sopravvivenza.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che tra il 440 ed il 460 i Vandali di Genserico saccheggiarono Licosa, Erculam, Sapri, Velia e Bussento e che si salvarono dalla distruzione solo Velia e Bussento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, riferendosi alla prima lettera del 592 di papa Gregorio I indirizzata a Cipriano, in proposito scriveva che: del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, il vescovo Agnello, citato nella lettera di papa Gregorio I a Cipriano, potrebbe essere un Vescovo della Diocesi di Velia. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Ecc…”. Ebner continuando il suo racconto e riferendosi al VI secolo con l’invasione Longobarda, in proposito scriveva che: “Capaccio rimase a lungo sede diocesana nonostante che i vescovi continuassero a risiedere in altri centri (Agropoli, Sala Consilina (8), Diano-Teggiano, Novi, Vallo) ecc….”. Ebner, a p. 15, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Sala venne scelta per fruire più facilmente dal servizio postale”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia.”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius ad fuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen‘.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (…), a p. 21 riguardo l’Ughelli (…) e il Vescovo Landus di Marcellianum nella sua nota (92), postillava che: “(92) Vol. X., p. 127 sgg. Cfr. Bracco, ‘Antiquitates’, cit., p. 338.”. Dunque, l’Ebner scriveva che per il V secolo si hanno solo i Vescovi Sabino per Marcellianum, o Sala Consilina, forse Florentino per Paestum ed il vescovo Agnello di Velia. Anche il sacerdote Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli anticihi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1).. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che, sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento.”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Le origini del Cristianesimo nella regione sono oscure, per riconoscimento del miglior conoscitore della storia della Lucania (4). Nulla si sa di concreto, ove si eccettui la zona venusina che, per quest’epoca, rimane fuori della nostra trattazione, dell’esistenza di quei nuclei giudaici, che furono i centri propulsori della nuova fede, che essi accolsero per i primi (1). E’ soltanto con la fine del sec. V, che si hanno le prime notizie sicure intorno agli ordinamenti ecclesiastici in Lucania. Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). Ecc…”. Poi il Magaldi aggiunge che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Dunque, il Magaldi citava come l’Ebner il Lanzoni che scriveva che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Ecc..”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), ecc..”. Il Campagna (…), nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, op. cit.”. Dunque, il Campagna (…), a p. 75, sulla scorta di Francesco Russo (…), scriveva che il monachesimo nelle nostre terre era molto diffuso al tempo di papa Pelagio I. Pelagio I, è stato il 60º vescovo di Roma e Papa della chiesa cattolica dal 16 aprile 556 alla sua morte. Dunque, durante il pontificato di papa Pelagio I, a metà del secolo VI, secondo il Russo (…), il monachesimo era molto diffuso. Il Campagna (…), scriveva pure che dopo il pontificato di Pelagio I (dopo l’anno 556), il monachesimo che, nelle nostre terre, in occasione della calata del longobardo Zotone, al tempo di papa Gregorio Magno subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, op. cit.”. A parlarci degli anni di papa Pelagio I, è il Duchesne (…) che dice che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Il Duchesne (…), sulla scorta delle epistole di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese.”. Dunque, il Duchesne (…), ci infoma che le tre Diocesi di Paestum, Velia e Buxentum, sono menzionate nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017). Papa Pelagio I, verso l’anno 560, scrisse una serie di epistole (lettere), indirizzate ad alcuni vescovi. Il 17 dicembre 546 Totila riuscì ad entrare nella città, Pelagio lo incontrò in San Pietro e lo convinse a risparmiare la vita della popolazione, benché la città venne sistematicamente saccheggiata. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, riferendosi alle lotte iconoclaste ed ai monaci che provenivano dall’Oriente, in proposito scriveva che: “……si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche. Ecc…”.

Nel 559 d. C., le prime diocesi: Paestum, Velia, Bussento e Blanda e Marcellianum

Gastone Breccia (….), nel suo “Goti, Bizantini e Longobardi” (in “Storia della Basilicata. 2. Medioevo a cura di Cosimo Damiano Fonseca”, ed. Laterza), a p. 58 e ssg., in proposito scriveva che: “In Lucania, pochi anni dopo la fine della guerra, viene eletto un nuovo vescovo. Papa Pelagio I scrive infatti a Pietro, vescovo di Potenza, di inviare a Roma il diacono Latino, vescovo eletto di Marcellianum (presso l’attuale Padula, nel Vallo di Diano), per ricevere l’ordinazione: siamo nel 559, e la notizia, per quanto isolata, è un indizio dell’esistenza di condizioni normali di vita. Ma non c’è altro.”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), a p. 19, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ‘Rustico’ sulla fine del V e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus; e Sabbazio’, che nella metà del secolo VII governava il Bussento, e nel 649 sedeva nel Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro i Monoteliti, trovandosi sottoscritto: ‘Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi’. Dunque, nel secolo VII, ed anche prima nel secolo V, esisteva la sede bussentina. Se poi quel vescovo Agnello di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto né si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accertarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, solo potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e il IV secolo;  ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato di conoscere le poche lieti fasi della Chiesa Bussentina poichè per buona sorte abbiamo il documento importantissimo della lettera di S. Gregorio Magno etc…”.    

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(Fig….) Gaetani Rocco, op. cit., p. 19

Il Gaetani (….), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (….), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpe (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfiriola chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, a p. 73 scriveva che: “Blanda o Blandae è ricordata da Tito Livio (XXIV, 20) nelle guerre dei Romani in Lucania (2), ed un altro titolo epigrafico (Corp. I L. X, n. 125) l’indica come colonia romana dè tempi Augustei. E’ ricordata fino al sec. VI, come sede di vescovo. Nell’anno 649 ‘Pascalis episcopus S. Ecclesiae Blandanae’ prende parte al concilio Lateranense.”. Il Dito (…), a p. 73, nella sua nota (2) postillava che: “(2) E’ ricordata pure da Tolomeo (II, 1, 70), da Plinio (III, X), dal Mela (II, IV).”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 126, in proposito scriveva dell’epoca dei primi Longobardi nella regione, verso l’anno 590, scriveva che: “All’epoca, dunque, il territorio situato tra i Monti Alburni, Agropoli e Maratea (l’attuale Cilento), rimase saldamente nelle mani dei Bizantini, che controllavano anche altri centri ben fortificati, tali Magliano, Molpa e Capaccio che si stava formando a ridosso della insalubre piana e fatiscente Paestum. Ma la regione rimaneva sempre isolata; e furono i vescovi le uniche autorità che ancora una volta dovettero provvedere a riorganizzarla, coordinati dall’energico papa Gregorio Magno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che…..: Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli. Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore. Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Il Gaetani (….), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (….), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpe (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense(…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfiriola chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, a p. 73 scriveva che: “Blanda o Blandae è ricordata da Tito Livio (XXIV, 20) nelle guerre dei Romani in Lucania (2), ed un altro titolo epigrafico (Corp. I L. X, n. 125) l’indica come colonia romana dè tempi Augustei. E’ ricordata fino al sec. VI, come sede di vescovo. Nell’anno 649 ‘Pascalis episcopus S. Ecclesiae Blandanae’ prende parte al concilio Lateranense.”. Il Dito (…), a p. 73, nella sua nota (2) postillava che: “(2) E’ ricordata pure da Tolomeo (II, 1, 70), da Plinio (III, X), dal Mela (II, IV).”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 126, in proposito scriveva dell’epoca dei primi Longobardi nella regione, verso l’anno 590, scriveva che: “All’epoca, dunque, il territorio situato tra i Monti Alburni, Agropoli e Maratea (l’attuale Cilento), rimase saldamente nelle mani dei Bizantini, che controllavano anche altri centri ben fortificati, tali Magliano, Molpa e Capaccio che si stava formando a ridosso della insalubre piana e fatiscente Paestum. Ma la regione rimaneva sempre isolata; e furono i vescovi le uniche autorità che ancora una volta dovettero provvedere a riorganizzarla, coordinati dall’energico papa Gregorio Magno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”.  Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che…..: Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli. Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore. Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Nel 507 (VI sec. d.C.)(ogni 26 settembre), la festa di San Cipriano tra Sala Consilina e Padula

Il Vallo di Diano, crocevia di traffici mercantili. Cassiodoro, uno storico del tempo che proprio sotto Teodorico aveva ricoperto la carica di correttore della Lucania e dei Bruzii, narra che a quei tempi si svolgeva tra Padula e Montesano uno dei più importanti mercati del sud. Era la fiera di San Cipriano, che aveva luogo ogni anno il 6 di Settembre e richiamava mercanti e mercanzie da tutte le regioni limitrofe. Cassiodoro racconta come ancora in questo mercato si vendessero giovani ragazzi come schiavi! Un fatto molto interessante, che indica la permanenza della schiavitù, nonostante essa non fosse più l’asse portante dei modelli economici – come era stata ad esempio in epoca tardo repubblicana ed imperiale, quando grandi masse di uomini/merce affluivano dall’Europa e dal Mediterraneo per essere utilizzati nei latifondi, nell’allevamento e nelle industrie manifatturiere, nonchè nei cantieri imperiali e nelle economie domestiche cittadine. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…in Lucania (rozzi villani derubavano i ‘negotiationes’), in occasione della famosa fiera annuale di fine settembre (26, S. Cipriano). Cassiodoro descrive, con singolare vivezza, l’accorrere festoso di gente che “industriosa mittit Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”. Il potente ministro di due re si riferisce a Marcellianum “suburbanum quoddam consolinatis antiquissimae civitatis”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) etc..”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Già nel primo medioevo, nella zona, le fiere erano diffuse, come quella di S. Cipriano (26 settembre) che si teneva tra Sala Consilina e Padula (67) in “locus ipse camporum amoenitate distensus”. Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda l’accorrere festoso di gente dalla “industriosa Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”, e segnala a Teodorico l’esigenza d’impedire che la fiera venisse turbata da “rozzi villani” che derubavano i ‘negoziatores’ (68).. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco, op. cit., p. 8.”. L’opera del Bracco citatata da Ebner è Vittorio Bracco (…) ed il suo “Inscriptiones Italiae”, Roma, 1974. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (68) postillava: “(68) Fin dai tempi della repubblica romana, come oggi, i mercanti concludevano i loro negozi nelle fiere con la consueta stretta di mano (sulle mani strette, le rispttive altre due una sull’altra) che i documenti segnalano con la formula “manu fidem facere”, “manum facere”. * O. Bartolini, I papi e le relazioni politiche di Roma con i ducati longobardi di Spoleto e di Benevento, etc… “. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Nei casali, nodi viari obbligati, si tenevano mercati periodici (‘nundinae’) o permanenti (‘fora’) nei centri più grandi. La loro importanza non è solo di carattere economico ma anche sociale e culturale in quanto rappresentavano un’occasione di incontro e di scambio di idee nonché di aggiornamenti tecnici. Essi, normamente si svolgevano di domenica, malgrado le proibizioni che lo Stato e la Chiesa sovente imponevano. Lo stesso Carlo Magno fu costretto a consentire che “ubi antiquitus fuit” il mercato continuasse a tenersi “in die dominico” (66).”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), è menzionata ancora nella lettera con la quale nel 527 il re dei Goti, Atalarico, ordina a Severo, ‘corrector’ della Lucania e del Bruzio, di garantire l’incolumità dei mercanti che ogni anno, in occasione della festa di S. Cipriano (14 settembre), accorrevano alla fiea che si teneva in un ‘suburbanum quoddam Consilinatis antiquissime civitatis’, vale a dire a ‘Marcellianum (7).”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (7) postillava: “(7) Cassidori, Variarum liber VIII, epistola 33, in Monumenta Germaniae historica, Auctore antiquissimi, XII, p. 262.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. in questo volume F. Bulgarella, Tardo antico e alto Medioevo bizantino e longobardo.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (9) postillava: “(9) Cassidori, op. cit., pag. 263: “Nam cum die sacratae noctis precem baptismatis coeperit sacerdos effundere et de ore sancto sermonum fontes emanare, mox in altum unda prosiliens aquas suas non per meatus solitos dirigit, sed in alti tudinem cumulunque transmittit. erigitur brutum elementum sponte sua et quadam devotione solemni praeparat se miraculis, ut sanctificatio maiestatis possit ostendi. nam cum fons ipse quinque gradus tegat eosque tantum sub tranquillitate possideat, aliis duobus cernitur crescere, quos numquam fluenta labentia sic ad humanos sermones vel star vel crescere, ut eis credas audiendi studium minime defuisse”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (10) postillava: “(10) Ivi. Su S. Giovanni n Fonte v. V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, 34 (1958), pp. 193-207; A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, pp. 558 ss.”. Vitolo, a p. 129, nella nota (12) postillava: “(12) V. sopra, p. 49, n. 34”. Vitolo, a p. 129, nella nota (13) postillava: “(13) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del sec. VII (a. 604)(Studi e Testi, 35), Faenza 1927, p. 323; IP VIII, p. 370.”. Vitolo, a p. 129, scriveva pure che: “Furono proprio la presenza della fonte miracolosa e la rinomanza della fiera, alla quale si conveniva oltre che dalla Lucania anche dalla Campania, dal Bruzio e dall’Apulia, unite alla posizione dell’abitato, più vicino alla strada Capua-Reggio, a determinare il maggiore sviluppo di ‘Marcellianum’ rispetto al centro antico da cui aveva avuto origine: infatti nelle lettere papali la sede vescovile è definita quasi sempre ‘episcopatum Marcellianensis ecclesiae sive Consilinatis’, dove, come si vede, il primo nome alla diocesi è dato da ‘Marcellianum’, ed una volta, nella prima lettera di Pelagio I, si parla soltanto di ‘episcopatum ecclesiae Marcellianensis’.”. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a pp. 13-14, in proposito scriveva che:  “1. La fiera di ‘Marcellianum’ e l’epilogo della dominazione gotica……Già ‘corrector Lucaniae et Brittorium’ (507-511 circa) – provincia di cui era originario e in cui la sua famiglia aveva cospicui interessi patrimoniali e politico-clientalari (6) – , Cassiodoro ha indubbiamente una conoscenza diretta della fiera, del luogo in cui essa si svolge e della peculiare situazione economica e sociale della regione. Perciò indulge nei particolari topografici, che hano trovato puntuale conferma nei dati dell’archeologia, come provano i recenti studi sul battistero di ‘Marcellianum’ (7). E rievoca il suggestivo portento delle acque che spontaneamente crescono nel fonte – vero Giordano della Lucania – mentr vi si celebra il rito battesimale durante la veglia dell’Epifania (8). Ci traccia, inoltre, una colorita descrizione del mercato che è “l’ultimo esempio di fiera dell’Italia antica”(9): in mezzo alla distesa dei campi coltivati, i padiglioni provvisori con tetti di fronde d’albero formano una vera e propria città che, pur non essendo in muratura, ricalca tuttavia un modulo urbanistico preodinato ed ospita la moltitudine avventizia di gente eterogenea e festeggiante (10).”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (7) postillava: “(7) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in Rivista di Archeologia cristiana, XXXIV (1958), pp. 193-207. Cfr. A. Ventitti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, p. 55 ss.”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (8) postillava: “(8) Escludo decisamente che il ‘dies sacrate noctis’ corrisponda al Natale, come suppone Th. Mommsen nella sua edizione delle ‘Variae’ (M.G.H., Auctorum Antiquissimorum XII, p. 535, s.v. ‘dies festi’). Infatti, la storia della liiturgia offre due soluzioni possibili: l’Epifania e la pasqua, entrambe festività con veglia liturgica e con riti battesimali etc..”. Bulgarella, a p. 15, nella nota (9) postillava: “(9) E. Gabba, art. cit., p. 159.”. Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, edito nel 2004, parlando delle ‘Origini, a pp. 106-108, in proposito scriveva che:  “Proprio per la sua posizione baricentrica questa parte de Vallo è stata fin dai secoli tardo-antichi sede privilegiata di mercati e fiere annuali.”. La Alaggio, a p. 108, in proposito scriveva pure che: “In questa stessa area, non lontano dal battistero di San Giovanni in Fonte, descritto in una lettera di Cassiodoro, si teneva la fiera annuale di ‘Marcellianum’, frequentata da Camapni, Lucani, Apuli, Bruzzi; un evento la cui importanza ribadisce “quel ruolo e quella funzione di mercato interno ricoperti dal Vallo di Diano fin dall’antichità” (4). Funzione che sembra confermata anche per i secoli medievali quando, presso il ponte dell”Altomuzio’, verosimilmente crocevia dei flussi appena descritti, risulta ancora documentato lo svolgimento di un altro importante evento fieristico (5).”. La Alaggio, a p. 108, nella nota (4) postillava: “(4) M. Romito, Un nuovo documento della cristianizzazione nella valle del Tanagro, in “Apollo”, XII (1966), Ibidem, p. 16. La Lettera di Cassiodoro che descrive sia lo svolgimento della fiera che il battistero di San Giovanni in Fonte si data al 527 d.C. (‘Variarum’, VIII). Sullo stesso complesso si veda l’articolo di Vittorio Bracco che per primo ne individuò i resti (Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di Archeologia Cristiana”, XXIV (1958), pp. 193-207); i lavori di P. Peduto, Insediamenti altomedievali e ricerca archeologica, in Guida alla Storia di Salerno e alla sua provincia, a cura di A. Leone e G. Vitolo, II, Salerno, 1982, p. 461; e di F. Bulgarella, Tardo antico e alto medioevo, cit. pp. 13-41.”. La Alaggio, a p. 108, nella nota (5) postillava: “(5) Per la fiera presso il ponte dell’Altomuzio si veda A. Tortorella, A’ l’us andi’cu…’ Le tradizioni nel Vallo di Diano, Salerno, 1992, in particolare p. 93.”.

Nel 527, Atalarico re,  (figlio di Teodorico) ordinò a Severo, correttore della Lucania invitandolo a prendere iniziative di ordine pubblico per la fiera di S. Cipriano a Marcellianum 

Da Wikipidia, alla voce “Cassiodoro” leggiamo che tra le fonti vi è una lettera indirizzata dallo statista ed erudito lucano Cassiodoro al re Atalarico nel 527 per chiedere l’intervento dell’autorità pubblica al fine di ristabilire l’ordine, poichè in occasione della fiera di quell’anno si erano verificati gravi disordini che avevano impedito il regolare svolgimento delle negotiationes con danno degli abitanti della regione e dei negotiatiores colà convenuti dalla Campania, dall’Apulia, dal Bruzio e dalla Calabria, Cassiodoro stesso dà una descrizione del posto e accenna al miracolo delle acque che crescevano miracolosamente durante la veglia pasquale. Filippo Bulgarella (….), nel suo “Tardo Antico e Alto medioevo bizantino e Longobardo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a pp. 13-14, in proposito scriveva che:  “1. La fiera di ‘Marcellianum’ e l’epilogo della dominazione gotica. Dobbiamo a Cassiodoro Senatore una preziosa testimonianza su un particolare aspetto della vita economica del Vallo di Diano – allora parte integrante della provincia ‘Lucaniae et Bruttiorum’ – all’epilogo dell’età gotica (2). Nel 527, Atalarico, che regnava sotto la reggenza della madre Amalasunta, ordinò a Severo, ‘corrector’ di quella provincia (3), di garantire l’ordinato svolgimento della fiera che aveva luogo ogni anno a ‘Marcellianum’ – suburbanum quoddam Consilinatis antiquissimae civitatis’ -, l’odierno San Giovanni in Fonte, nella ricorrenza della festa di San Cipriano (14 o16 settembre)(14). Poiché i contadini (‘rustici’) ed i pastori indigeni con atti di brigantaggio attentavano alla sicurezza e ai beni dei numerosi mercanti lì convenuti, al ‘corrector’ è fatto obbligo di tutelare l’ordine pubblico con adeguate misure di polizia e in collaborazione con i possessori e gli affittuari (‘conductores’) delle grandi ‘massae’ private e regie della zona. Probabilmente sollecitate e redatte da Cassiodoro – che allora ‘magister officiorum’ (523-527) dei sovrani ostrogoti, dei quali sarà, poi, ‘praefectus praetorio’ (523-527) – , tali disposizioni ci sono pervenute in un’epistola che egli stesso inserì – certo dopo averne rifinito la forma letteraria – nella raccolta delle ‘Variae’, pubblicata nel 537/38 mentrela sua vicenda politica ed il regno ostrogoto volgevano all’epilogo (5).. Bulgarella, a p. 14, nella nota (6) postillava: “(6) Var., XI, 39. A. Russi, art. cit., p. 1940. Anche il padre, in precedenza, aveva ricoperto quella carica: ivi, p. 1939”. Bulgarella, a p. 13, nella nota (2) postillava: “(2) Magni Aurelii Cassidori, Variarum libri XII, ed. A. J. Fridh, Turnholti, 1973 (Corpus Christianorum, Series Latina XCVI), VIII, 33 (da ora in poi per le ‘Variae’ abbr. Var.)”. Bulgarella, a p. 13, nella nota (3) postillava: “(3) Su Severo: ‘Var., 31, 32 e 33; J.R. Martindale, The Prosopography of the Later Roman Empire, II, A. D. 395-527, Cambridge, 1980, p. 1004 (Severus n. 16)”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (4) postillava: “(4) Il luogo della fiera era stato in tempi pagani sede del culto di Leucothea, divinità conessa con le acque, ed ora la fiera coincideva con il giorno del martirio di San Cipriano (14 o 16 settembre). La festività cristiana continuava molto probabilmente quella pagana e si può supporre che anche la fiera risalisse a tempi molto più antichi”: E. Gabba, Mercati e fiere nell’Italia romana, in Studi classici e orientali, XXIV (1975), pp. 160-1 “. Bulgarella, a p. 14, nella nota (5) postillava: “(5) Su Cassiodoro: A. Momigliano, s.v. Cassiodoro, in Dizionario Biografico degli Italiani, XXI, pp. 494-504, in part. pp. 495-6; J.R. Martindale, op. cit., pp. 265-8. Sulla data di pubblicazione delle ‘Variae’: A. J. Fridh, Indroductio’ all’ed. cit., p. X”. Bulgarella, a p. 14, nella nota (6) postillava: “(6) Var., XI, 39. A. Russi, art. cit., p. 1940. Anche il padre, in precedenza, aveva ricoperto quella carica: ivi, p. 1939”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: Del sacro fonte parla anche Cassiodoro nella lettera inviata a Teoderico (primi del VI secolo) perché facesse predisporre un servizio d’ordine in Lucania (rozzi villani derubavano i ‘negotiationes’), in occasione della famosa fiera annuale di fine settembre (26, S. Cipriano). Cassiodoro descrive, con singolare vivezza, l’accorrere festoso di gente che “industriosa mittit Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”. Il potente ministro di due re si riferisce a Marcellianum “suburbanum quoddam consolinatis antiquissimae civitatis”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 390, in proposito scriveva che: “Pietro riteneva, dimostrando poi le spiccate sue capacità d’imprenditore agricolo come abate di Cava, che l’opera ‘in agris’ (44), etc…”. Ebner, a p. 390, nella nota (44) postillava: “(44) La regola non è certo una carta economica, ma un programma di perfezione spirituale (v. La bonifica Benedettina, Roma, s.d. passim.), tuttavia Cassiodoro (Instit., I, 28, ed. Mynors, p. 71) dice: ‘Nec ipsum est a monachis alienum ortos colere, agros exercere et pomorum fecunditate granulari’.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 12, in proposito scriveva che: “Si abbandonarono così le terre, un tempo verdi e fiorenti poi coperte di pruni selvatici, di spine (13). Un editto di Teodorico (14), verso la fine del V secolo, informa di centinaia di migliaia di iugeri di terre incolte nella sola Campania. Il sovrano ostrogoto (493-526) intervenne per ovviare a tanta iattura con sgravi d’imposte e concessioni di terre che stimolarono, anche per il trentennale periodo di pace, una certa ripresa agricola. Né è conferma (15) l’ordine ai “navicularii” lucani di far affluire grano nella Gallia affamata. Evidentemente a Velia doveva essere vissuto qualcuno degli antichi “Collegia” di mercanti e padroni di navi che per l'”Annona” eseguivano trasporti di derrate, la cui produzione e raccolta doveva essere curata dagli stessi proprietari se Atalarico (526-533) scriveva a Severo (16), forse il “Correttor Lucania et Bruttiorum”, di ordinare a “possessores et curiales” (17) di lasciare le campagne per gli agglomerati urbani.”. Ebner a p. 12, nella sua nota (15) postillava che: “(15) Cassiodoro, Variar., VI 5: anni 508-511”. Ebner, a p. 12, nella sua nota (16) postillava che: “(16) Cassiodoro, Variar., VIII, 31: anno 527 circa. Diversamente da quanto faranno i Longobardi, i sovrani ostrogoti, in quanto federati dell’Impero, continuarono a fruire dell’hospitalitas, cioè dell’uso di un terzo delle case e dei terreni della regione dove giungevano con le loro truppe, per alloggi e provviste.”.  Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 48, in proposito scriveva che: “Eppure, a salvaguardia delle vie erano sorti posti fortificati, per ordine di Teodorico (41) ricostruite le mura delle antiche città e per volere di ‘stratigoi’ bizantini fortificati alcuni villaggi (42).”. Ebner, a p. 48, nella nota (41) postillava: “(41) Cassiodoro, cit., I, 28.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Polla, a p. 347, in proposito scriveva che: “Il murato (2) abitato di Polla, …..Nei pressi del forum, fiorente ancora ai tempi di Cassiodoro, era ‘Marcellianum’, sede di diocesi, di cui sono ancora visibili i resti del paleocristiano battistero (5) ad acqua corrente, di cui scrisse anche il potente ministro di due re. Acque ricche di pesci, intoccabili “pro reverentia loci”, che rendono più suggestivo il luogo che rivisse l’antica mistica grandezza qualche decennio fa, quando venne scoperto e illustrato da v. Bracco. Del ‘forum’ è notizia dal famoso ‘lapis Pollae, l’elogium (6) inciso su un cippo posto davanti la “Taverna del passo” e ancora in sito.”. Ebner, a p. 347, nella nota (5) postillava: “(5) V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero’, “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV, 1958, p. 193 sgg. e Polla cit., p. 41 sg. e p. 79. Sugli affreschi del battistero, poi cappella, simili a quelli di S. Angelo in Formis, v. Bracco, Polla, lineee di una storia, Salerno, 1976, p. 79 e 550 (n. 165).”. Ebner, a p. 347, nella nota (7) postillava: “(7) E. Magaldi, Lucania romana, Roma, 1948, p. 179 sgg.”. Il barone Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti….Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc... Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a pp. 378-379 continuando il suo racconto su Bussento e sull’Imperatore Libio Severo e le sue origini Lucane scriveva che: “Quando, e come Severo fosse stato fatto Imperadore, puossi veder in vari storici; bastando ciò che noi accenneremo nella sottoposta nota (I) e qui diremo solamente che secondo vuole ‘Cassiodoro in chron.’ seguì la di lui elezione nel Consolato di Severino, e Degalaiso: “His Cost. Majoranus immissione Recimeris extinguitur, cui Severum, natione Lucanarum Ravennae succedere fecit in regno”. Ecc…”. Dunque, l’Antonini cita Cassiodoro (…). Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a p. 97, in proposito scriveva che: “Costituito il dominio dei Goti con Teodorico nell’anno 489 dopo Cristo, venne dato un nuovo ordinamento alle provincie, e la Lucania formò con i Bruzii la terza provincia del regno che ebbe la fortuna di avere al suo governo, tra i correttori che si succedessero durante quel regno, il celebre Cassiodoro, uno dei più importanti personaggi dell’epoca (2) e che vuolsi nativo di Pesto.”. Mazziotti, a p. 97, nella nota (2) postillava: “(2) Giannone, vol. I, pag. 469.”. Da Wikipedia leggiamo che al padre di Cassiodoro furono indirizzate alcune lettere delle Variae, il che ci offre più dati su di lui; ricoprì il ruolo di comes rerum privatarum e successivamente di comes sacrarum largitionum nel governo di Odoacre, mantenne la propria posizione di funzionario d’amministrazione anche sotto Teodorico, tanto da diventare governatore provinciale. Attorno al 490 lo si ritrova governatore della Sicilia, e dopo essere entrato nelle grazie di Teodorico, governatore della Calabria[“Calabria” in senso moderno o nel significato antico di Salento?] fino al 507, quando si ritirerà a vita privata. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie dell’antico etc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…” pubblicato nel 1743, nel suo cap. I, a p. 17, parlando della Lucania, in proposito scriveva che: “Passata poi ella come altre Provincie d’Italia sotto il Regno de’ Goti non vi fu mutazione, ma il Governo amministravasi nell’antica forma, come in tempo de’ Romani, eleggevansi i Consoli, e nelle Provincie reggevano i Correttori (b), come notò Cassiodoro.”. Il Gatta figlio, a p. 17, nella nota (b) postillava che: “(b) Furono Correttori della Lucania, e Bruzj in tempo del Regno de’ Goti specialmente Venanzio, e Cassiodoro, come questo medemo avvisa al lib. varar. lection.”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; era questa città della Lucania, come attesta Cassiodoro (a), situata in un a amena, spaziosa pianura (b) quasi nella di lei subborghi miravasi il celebratissimo fonte del Tempio di S. Cipriano, (c) le di cui copiose….per testimonianza del citato Cassiodoro, e perchè non v’è memoria di scrittori, che i altro luogo della Lucania tal Città stata fusse, & all’incontro della campagna della Sala si verificano le circostanze tutte riferite da Cassiodoro, (d) come divisaremo, perchè quivi, e non altrove tal Città stata fusse.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “E fu poi la volta degli Ostrogoti di Teodorico. La Lucania (in unione col Bruzio) divenne la XV provincia del nuovo regno, governata da un supremo magistrato detto ‘correttore’. Il nome di uno di questi è rimasto nella storia della letteratura latina: Magno Aurelio Cassiodoro (485-580). Ecc..”. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg, riferendosi agli Eruli di Odoacre, nella sua nota (3) postillava di Cassiodoro e scriveva che: “(3) CASSIODORO (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto ‘Vivarium’.”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Cassiodoro, è nelle ‘Variarum’, I, 3.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico, riferendosi aghli Eruli di Odoacre scriveva che: Restò immutato l’ordinamento delle province; tra queste la lucania, sempre in unione col Bruzio, costituì la XV del nuovo regno (2) e conservò la suprema magistratura dei ‘Correttori’, fra i quali vengono ricordati Venanzio ed il famoso Magno Aurelio Cassiodoro (3), segretario di Teodorico e da questi inviato a governare per un certo tempo la nostra provincia, come apprendiamo da una lettera dello stesso re: “Lucaniae et Bruttiorum tibi dedimus mores regendos,….” (4).”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (3) postillava che: “(3)  Cassiodoro (480-575), nativo di Squillace, aveva nel Bruzio vasti possedimenti, nei quali si ritirò dopo la fine del regno dei Goti, edificandovi il celebre monastero detto Vivarium”. Il Cantalupo a p. 52, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La lettera, conservataci dallo stesso Casiodoro, è nelle ‘Variarum: I, 3”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (2) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula….è ricordata da Cassiodoro (‘Variarium’, VIII, 33) per un grande mercato che vi si teneva nei pressi. Fu sede vescovile nel V secolo, come si desume da una lettera inviata da papa Gelasio I (492-496) al suo vescovo Sabino (v. Antonini, op. cit., p. 484”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VIII, 33”.  Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Cassiodoro, Variarum, VI, 5.”. Il Cantalupo, a p. 50, nella sua nota (3) postillava che: “(3) MARCINA è da identificarsi con Vietri sul Mare, …..Sulla distruzione di Marcina vedi CASSIODORO, Chronica, II, 156”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 5, in proposito scriveva che: “Il territorio, che è ricco di acque per i numerosi torrenti precipiti da un groviglio di monti (11) e colline, manca di grandi fiumi etc…”. Ebner, a p. 5, nella nota (11) postillava: “(11) Sull’interno montuoso etc..; Cassiodoro, Var., XI, 3. 9”. Ebner, a p. 13, in proposito scriveva: “Sotto i sovrani ostrogoti, dopo la distruzione di Alarico e dei Vandali di Genserico, si ebbe una certa ripresa produttiva dovuta, forse, anche al ritorno dei proprietari nelle campagne. …..Cassiodoro riferisce dell’ordine di Atalarico a “possessores et curiales” del vicino Bruzzio (57) di lasciare le campagne per far ritorno nelle città.”. Ebner, a p. 13, nella nota (57) postillava: “(57) Cassiod., Var., VIII, 31: a. 527 circa. L’editto è indirizzato a Severo, ‘vir spectabilis’, forse il ‘Corrector Lucaniae et Bruttiorum’, Cfr. pure Var., 1, 16, dopo il 10 aprile 580; VII, 31 e 33 anno 527; XII, 5. 15 aa. 533 e 537.”. Ebner, a p. 13, nella nota (56) postillava: “(56) Cassiod., Var., IV, 5: aa. 508-511”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, a p. 15, in proposito scriveva che: “Già nel primo medioevo, nella zona, le fiere erano diffuse, come quella di S. Cipriano (26 settembre) che si teneva tra Sala Consilina e Padula (67) in “locus ipse camporum amoenitate distensus”. Cassiodoro nelle ‘Variae’ ricorda l’accorrere festoso di gente dalla “industriosa Campania aut opulenti Brutii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei”, e segnala a Teodorico l’esigenza d’impedire che la fiera venisse turbata da “rozzi villani” che derubavano i ‘negoziatores’ (68). Ricorda inoltre che la località era allietata da un fonte d’acqua “nimio candore perspicua”, per la cui “habeat et Lucania Jordanem suum”, il battistero paleocristiano di Marcellianum.”. Ebner, a p. 15, vol. I, nella nota (67) postillava: “(67) Bracco cit., p. 8”. Ebner, a p. 41, in proposito scriveva che: “…i monaci erano tenuti in base ai precetti di S. Basilio di Cesarea (154).”. Ebner, a p. 41, nella nota (154) postillava: “(154) In Oriente alcuni monaci univano la preghiera al lavoro: Cassiodoro, Collectiones, X, 7.”. Ebner, a p. 44, in proposito scriveva che: “Non i complessi nel significato moderno del termine o il ‘Vivarium’ di Cassiodoro, da considerare come un efficiente istituto universitario, ma il rustico “monasterio villanu de monaci greci” dei documenti (165).”. Sempre l’Ebner, a p. 117, in proposito scriveva: “Naturalmente tutti costoro (149), anche se non avevano nulla a che vedere con il tabellionato romano (150), ripetevano nei loro atti formule che richiamavano quelle romane del basso impero (‘notarii civitatis et ecclesiarum’) (151). Formule (152) che i notai ecclesiastici, etc…”. Ebner, a p. 117, nella nota (152) postillava: “(152) Raccolte di formule (‘ars dictandi’), precetti ed esempi si leggono negli scritti del monaco, francese Marculfo (seconda metà del VII secolo, nelle ‘Variae’ di Cassiodoro, etc…”. Ebner, a p. 391, in proposito scriveva: “La loro nota dominante fu la coltivazione dei campi (43) (“monasterio villano de monachi greci”), etc..”. Ebner, a p. 391, nella nota (43) postillava: “(43) ….e Cassiodoro (Instit., I, 28) che prescriveva ai suoi monaci del ‘Vivarium’: Nec ipsum est a monachi alienum hortis colere, agros exercere et pomarum fecunditate gratulari”. Ebner, a p. 397, nella nota (63) postillava: “(63) L’impianto di un mulino…..Sul mulino ad acqua, Vitruvio, X, 257, e Plinio XVIII, 23, e Cassiodoro, De insitutione’, c 29”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “1. Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica nell’Alto Medioevo”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, vol. II, a p. 128 e ssg., in proposito scriveva che: “Ma dopo il 559 mancano notizie anche dei centri di ‘Consilinum’ e ‘Marcellianum’. Il primo, localizzato con certezza su una altura in località detta ora la Civita, a sud di Padula (6), è menzionata ancora nella lettera con la quale nel 527 il re dei Goti, Atalarico, ordina a Severo, ‘corrector’ della Lucania e del Bruzio, di garantire l’incolumità dei mercanti che ogni anno, in occasione della festa di S. Cipriano (14 settembre), accorrevano alla fiea che si teneva in un ‘suburbanum quoddam Consilinatis antiquissime civitatis’, vale a dire a ‘Marcellianum (7).”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (6) postillava: “(6) G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, rist. an. Roma, 1970, vol. I, p. 498; H. Nissen, Italische Landeskunde, Berlin, 1902, vol. II, p. 904.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (7) postillava: “(7) Cassidori, Variarum liber VIII, epistola 33, in Monumenta Germaniae historica, Auctore antiquissimi, XII, p. 262.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (8) postillava: “(8) Cfr. in questo volume F. Bulgarella, Tardo antico e alto Medioevo bizantino e longobardo.”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (9) postillava: “(9) Cassidori, op. cit., pag. 263: “Nam cum die sacratae noctis precem baptismatis coeperit sacerdos effundere et de ore sancto sermonum fontes emanare, mox in altum unda prosiliens aquas suas non per meatus solitos dirigit, sed in alti tudinem cumulunque transmittit. erigitur brutum elementum sponte sua et quadam devotione solemni praeparat se miraculis, ut sanctificatio maiestatis possit ostendi. nam cum fons ipse quinque gradus tegat eosque tantum sub tranquillitate possideat, aliis duobus cernitur crescere, quos numquam fluenta labentia sic ad humanos sermones vel star vel crescere, ut eis credas audiendi studium minime defuisse”. Il Vitolo, a p. 128, nella nota (10) postillava: “(10) Ivi. Su S. Giovanni n Fonte v. V. Bracco, Marcellianum e il suo battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, 34 (1958), pp. 193-207; A. Venditti, Architettura bizantina nell’Italia meridionale, Napoli, 1967, pp. 558 ss.”. Vitolo, a p. 129, nella nota (12) postillava: “(12) V. sopra, p. 49, n. 34”. Vitolo, a p. 129, nella nota (13) postillava: “(13) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del sec. VII (a. 604)(Studi e Testi, 35), Faenza 1927, p. 323; IP VIII, p. 370.”. Vitolo, a p. 129, scriveva pure che: “Furono proprio la presenza della fonte miracolosa e la rinomanza della fiera, alla quale si conveniva oltre che dalla Lucania anche dalla Campania, dal Bruzio e dall’Apulia, unite alla posizione dell’abitato, più vicino alla strada Capua-Reggio, a determinare il maggiore sviluppo di ‘Marcellianum’ rispetto al centro antico da cui aveva avuto origine: infatti nelle lettere papali la sede vescovile è definita quasi sempre ‘episcopatum Marcellianensis ecclesiae sive Consilinatis’, dove, come si vede, il primo nome alla diocesi è dato da ‘Marcellianum’, ed una volta, nella prima lettera di Pelagio I, si parla soltanto di ‘episcopatum ecclesiae Marcellianensis’.”.

Nel……, i Goti di Totila conquistano la città di Marcelliana

Lucido Di Stefano (….), nel suo manoscritto “Della Valle di Fasanella nella Lucania – Discorsi del dott. Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Lib. I, a p. 167 cita Totila ed il Gatta ed in proposito scriveva che: “Costantino Gatta nella sua ‘Lucania’ cap. 3 parlando della destruzione della Città di Marcelliana anche Vescovile, così scrive: “Detta Città creder si può essere stata destrutta nella commune desolazione d’Italia da Totila re dè Goti, sotto la cui barbara condotta devastante furono quasi che tutte le nobili Contrade d’Italia, come riferisce Procopio, quale desolazione cominciò da Roma, ove quel Barbaro cagionò rovine tali, e ne publici, e privati edificii, che la miserevol Città ne restò affatto disabitata; indi piegando le vittoriose bandiere alla volta della Lucania, e del Paese dè Bruzj, qual improvviso fulmine, …..devastò molte Città di dette Provincie, etc…”….Io però credo, che detta Città di Marcelliana, piuttosto da’ Saraceni fu destrutta, che da Totila perchè esisteva regnando Pelagio I Som. Pontef., che reggè la Cattedra di S. Pietro, secondo il Platina, dall’anno 556 sino a marzo 567, *** e Totila regnò in Italia prima come dalle sue ‘Decretali scritte’, la prima ‘Can. Literas Charitatis’, Dist. 63 diretta a Giulio Vescovo di Grumento, e la seconda nel Can. Dilectionis tuae’, Dist. 66 drizzata al Vescovo di Potenza Pietro dall’Ughellio, e dallo stesso Gatta citate, ove si fa menzione di Latino Teodoro, Diacono di Grumento etc…”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie dell’antico etc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicato nel 1743, nel suo cap. I, a p. 17, parlando della Lucania, in proposito scriveva che: “Passata poi ella come altre Provincie d’Italia sotto il Regno de’ Goti non vi fu mutazione, ma il Governo amministravasi nell’antica forma, come in tempo de’ Romani, eleggevansi i Consoli, e nelle Provincie reggevano i Correttori (b), come notò Cassiodoro.”. Il Gatta figlio, a p. 17, nella nota (b) postillava che: “(b) Furono Correttori della Lucania, e Bruzj in tempo del Regno de’ Goti specialmente Venanzio, e Cassiodoro, come questo medemo avvisa al lib. varar. lection.”. Costantino Gatta (….), nel suo “La Lucania illustrata”, pubblicata nel 1723, nel cap. III, a p. 52-57 ci parla della città di Sala Consilina, ed in propsito scriveva che: “Città di COSILINA, detta poi Marciliana; …..Detta Città creder si può esser stata distrutta nella comune desolazione d’Italia da Totila Rè de Goti, sotto la cui barbara condotta devastate furono quasi, che tutte le nobili contrade d’Italia, come riferisce Procopio, qual desolazione cominciò da Roma, ove quel Barbaro cagionò rovine tali, e ne pubblici, e privati edificij, che la miserevol Città ne restò affatto disabitata; indi piegando le vittoriose bandiere alla volta della Lucania, e del Paese dè Bruzj, qual improvviso fulmine, …..devastò molte Città di dette Provincie, etc…”. Sulla notizia di Gatta che Marcelliana fu distrutta dai Goti, posso solo aggiungere che Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p. 25, in proposito scriveva che: “Come pure la distruzione di Consilinum sulla “civita”, nei cui pressi sorse la ‘sala’ di un aristocratico longobardo, e l’incendio a Velia, etc..”. Ebner, a p. 25, nella nota (112) postillava che: “(112) Oltre Benevento e Conza possedevano efficienti difese solo Napoli e Cuma. La stessa Capua era diventata una borgata aperta. In Lucania solo Acerenza era una piazzaforte. Fortificata però doveva essere anche Agropoli se le bande di Zottone non l’espugnarono. Nel Bruzio era fortificata solo Rossano. Più in giù Crotone e Reggio. Lo Hirsh ricorda pure le rovine per la guerra Gotica e quelle dei franchi ed alemanni condotti da Butilino e Leutari che devastarono la Penisola “fino agli estremi confini”. Riguardo Cassiodoro, Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni etc…”, vol. II, a p. 473, nella nota (59) postillava: “(59) Cassiodoro, Variar. VIII, e p. 33: Est etc…”. Giovanni Vitolo (….), nel suo “Organizzazione dello spazio e vicende del popolamento*”, nel testo “Storia del Vallo di Diano”, a p. 43 e ssg., in proposito scriveva che: Così nel Vallo di Diano gli unici centri abitati nell’alto Medioevo furono i ‘castra’ preromani di Teggiano e di Atena e quello di Sala che, se nell’appellativo di Consilina, assunto nel 1863, si richiama alla ‘Consilinum’ romana, era in realtà un centro nuovo, sorto a poca distanza da essa, ma in luogo più elevato. Spariscono invece gli insediamenti sorti lungo la strada Capua-Reggio, fra cui il ‘Forum’, nei pressi di Polla, e ‘Marcellianium’, presso Sala Consilina (3). A sconvolgere l’assetto della Valle, quale si era venuto formando nel corso dell’età romana, contribuirono certamente le invasioni barbariche, soprattutto dei Visigoti, dei Vandali e, dopo gli orrori della guerra greco-gotica, dei Longobardi…..etc…..Tuttavia se i dati finora noti, presi singolarmente, non permettono di giungere a conclusioni sicure circa il passaggio dei Saraceni per il Vallo di Diano, nel loro insieme mi sembra che lo rendano alquanto probabile, per cui non è da escludere che anch’essi abbiano potuto avere la loro parte nel provocare la degradazione del paesaggio agrario della valle e la profonda decadenza della sua struttura urbana, i cui episodi più significativi furono la scomparsa di Marcellianum, ancora esistente come sede vescovile verso la metà del sec. VI (12), e di ‘Consilinum’, di cui Cassiodoro attesta ancora l’esistenza nel secolo VI (13); a ciò bisogna aggiungere che l’Atena medievale occupò solo una ristretta area di quella che era stata una delle più importanti città lucane, cioè quella adiacente all’antica cittadella (14).”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (3) postillava che: “(3) G. Vitolo, S. Pietro di Polla nei secoli XI-XV, cit., pp. 7 sgg.”. Il Vitolo, a p. 44, nella nota (4) postillava: “(4) C. Gatta, La Lucania illustrata, Napoli, 1723, p. 57; F. Lenormant, A’ travers l’Apulie et la lucanie, Paris, 1883, vol. II, p. 70.”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (12) postillava che: “(12) V. più avanti, p. 127”. Il Vitolo, a p. 46, nella nota (13) postillava: “(13) Citazione in V. Bracco, Marcellianum e il suo Battistero, in “Rivista di archeologia cristiana”, XXXIV (1958), pp. 169 sg.”.  Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a p. 52 continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico scriveva che: In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo  e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). La regione comunque godette di un lungo periodo di sicurezza, che, dopo le distruzioni dei Vandali, il pauroso spopolamento e la desolazione delle campagne (4), favorì una notevole ripresa economica, specie nel Vallo di Diano (5), sicchè ai principi del VI secolo i ‘navicularii’ lucani erano in grado di trasportare grano nella gallia afflitta dalla carestia (6). Ecc..”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. ROMANO / SOLMI, op. cit., pp. 167-68”. Il Cantalupo a p. 53, nella sua nota (1) postillava che: “(2) MARCELLIANA (Marcellianum), da ubicarsi nella località La Civita, presso Padula, continuò negli ultimi tempi del basso Impero romano la città di CONSILINUM, che già nel I secolo d.C. appariva spopolata (PLINIO, N.H., III, 5, 70) e che fu probabilmente distrutta dai Visigoti. Marcelliana,…..(v. Antonini, op. cit., p. 484”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Su Magliano e Molpe, vedi nn. 1 e 2, p. 57”.

Nel 529 (VI sec. d.C.), S. Benedetto da Norcia e la fondazione del monastero benedettino di Montecassino

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “8. S. Benedetto”, a pp. 46-47, in proposito scriveva che: “Le principali notizie sulla vita di S. Benedetto sono tratte dal II libro dei ‘Dialoghi’ di S. Gregorio Magno. Nacque a Norcia attorno al 480 da nobile famiglia. Giovane, fu inviato dai genitori a Roma per seguire gli studi letterari, ma “appena posto il piede sulla soglia del mondo, si accorse che molti correvano pei dirupi dei vizi”. Abbandonò Roma, gli studi e il patrimonio paterno, e si ritirò ad Affile, un borgo sui colli della Sabina. Ma il luogo non gli sembrò ancora adatto a quel bisogno di raccoglimento in Dio, che lo aveva spinto a lasciare il mondo della città. Si nascose a Subiaco, dove incontrò un monaco di nome Romano, che gli impose l’abito monastico e l’aiutò a vivere nascosto in uno speco, come uno di quei monaci orientali che per i sacrifici a cui sottoponevano il fisico finivano per assomigliare nell’aspetto a bestie selvatiche. Così lo scoprirono alcuni pastori: “l’avevano intravveduto vestito di pelli in mezzo ai cespugli e lo avevano preso per una bestia selvatica; ma riconosciutolo poi per servo di Dio, molti di loro, ch’eran quasi bestiole, mutati dalla grazia, si diedero a santa vita”. Uscito dalla fase anacoretica, Benedetto si diede, come scrive San Gregorio, a custodire i “i vasi sacri”, cioè le anime dei fedeli. Fu invitato a dirigere una comunità di monaci a Vicovaro, dove vanamente tentò di imporre una regola e una disciplina. Avendo i monaci tentato di avvelenarlo, se ne tornò nel suo rifugio a Subiaco, ma questa volta non rimase solo, perchè attorno a lui si riunirono altri giovani monaci di estrazione anche nobile. Divise i suoi discepoli in gruppi, secondo il modello offertogli da S. Pancomio: a ciascun gruppo assegnò un abbate. Il successo che accompagnava la fondazione monastica creata da Benedetto fece ingelosire un prete sublacense, tale Fiorenzo, che cercò di combatterlo con odio. Anche Fiorenzo, tentò di avvelenare Benedetto, il quale, per una seconda volta, abbandonò il luogo. Benedetto intraprese a cercare un nuovo luogo dove continuare la sua opera. Questo luogo fu Cassino, sul cui monte sorgeva “un vetustissimo tempio, dove la superstizione del popolo campagnolo praticava il culto di Apolllo, per inveterata consuetudine pagana. Era l’anno 529. Benedetto distrusse l’antico tempio e al suo posto “edificò un oratorio dedicato a San Martino, e all’ara di Apollo sostituì un altare dedicato a San Giovanni. Edificò infine il celebre monastero, dove andò a trovarlo Totila (542), che si raccomandò alle sue preghiere. Vicino a questo è l’altro monastero, femminile, della sorella di lui, Scolastica. Benedetto impose ai suoi monaci una ‘Regola’ concepita come un codice di vita e di lavoro per la sua comunità religiosa, ecc…”.

ASCETERI E LAURE IN EPOCA BIZANTINA

Nel VI secolo d.C., i monaci d’Oriente, le persecuzioni Iconoclaste e le origini delle cittadelle ascetiche del ‘Mercurion’ e del basso Cilento

Cattura...........

(Fig…) Monte Pittari a Caselle in Pittari

Nel 535 d.C. (VI sec.), le origini del monachesimo nelle nostre contrade

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc..”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave ginta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Ancora l’Ebner (….), in un altro suo testo ci parla di quel periodo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 34 parlando dei monaci provenienti dall’Oriente, in proposito scriveva che: “I monaci (68) d’Oriente conoscevano questa zona essendovi arrivati soprattutto al seguito delle truppe di Belisario e Narsete e che potremmo definire i primi cappellani militari. Furono essi a trasmettere ai loro correligionari d’Oriente informazioni e impressioni sulle località del Mezzogiorno climaticamente simili a quelle orientali, idonee quindi alla vita ascetica e alle consuetudini loro proprie. Fu a Velia, infatti, che sbarcarono i primi religiosi bizantini sfuggiti alle persecuzioni di Leone III Isaurico ecc…ecc..”. Dunque, Ebner scriveva che già prima dell’anno 726, i monaci d’Oriente conobbero le nostre contrade nel 535, allorquando, in qualità di cappellani militari delle truppe del generale bizantino Belisario si dovettero recare per prestare servizio presso l’esercito bizantino dell’Imperatore Giustiniano. Ebner ripete questo concetto anche nell’altra sua opera: “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, dove a p. 18 parlando dell’antichissima colonia focea di Velia (l’antica Helea), in proposito scriveva che: “La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete.”. Sebbene la tradizione e le fonti attribuiscano il ritrovamento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, attribuito al monaco Attanasio, all’anno 927, già all’epoca della venuta dell’esercito bizantino di Giustiniano a Velia esisteva una basilica Paleocristiana che attesta la frequentazione del sacello dell’apostolo Matteo. Dunque, la nostra zona ricca di testimonianze dell’antichità era conosciuta dai monaci d’Oriente che vi si recavano in pellegrinaggio e in seguito vi si fermarono allorquando questi monaci vennero al seguito degli esercti bizantini di Giustiniano. Ebner a p. 34, vol. I, nella sua nota (68) postillava che: “(68) ‘Monachus’ = eremita, anacoreta. Il fondatore del primo monastero fu Pancomio (tra il 315-320). Il vero fondatore del monachesimo greco fu S. Basilio, il legislatore della vita monastica, e si deve a S. Atanasio la diffusione della vita monastica in Occidente (a. 339), come a S. Eusebio, vescovo di Vercelli, si deve la diffusione degli stati clericlali e monastici (a. 370) Ecc…”. Sempre Pietro Ebner (…), in un suo pregevole saggio su Velia, in Rassegna Storica Salernitana del 1965, a p. 60, in proposito scriveva che: “A Velia si continuava a parlare il greco ancora nel III secolo come mostrano le iscrizioni e le epigrafi…..Ma il greco forse non sparì mai da Velia se è vero vi si fossero fermato monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete, i quali aprirono la via alle diverse ondate che si riversarono nell’odierno Cilento nell’VIII, IX e X secolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, riferendosi alle orde Longobarde di Zotone parlava di Agropoli all’epoca di Narsete e scriveva che: “…..era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Pietro Ebner, nel suo Vol. I,  a p. 26, nella sua nota (115) postillava che: “(115) Bell. Goth., I, 14.”. L’Ebner si riferiva all’opera De Bello Gothico (ossia “La guerra gotica” o “La guerra dei Goti”) è un poema epico latino ad opera del poeta Claudio Claudiano (…). Il poemetto è incentrato sulla vittoria di Stilicone su Alarico nella battaglia di Pollenzo. Sempre l’Ebner nello stesso scritto a p. 62, in proposito scriveva che: “Il Mezzogiorno, nel frattempo, cominciava ad essere percorso da monaci d’Oriente giunti in Italia (VI secolo) con le armate di Belisario e Narsete (Cappelli, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, Napoli, 1963, p. 15 sgg.; non nel Gay, It. merid. e imp. bizant., Firenze, 1917, p. 125 ss). Ecc…”. Riguardo al citazione di Julius Gay (….), egli tratta il periodo dell’invasione bizantina al tempo dei Longobardi, ovvero al temp del secolo VIII che in questo caso no interessa. Biagio Cappelli, nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini Calabro- Lucani”, a pp. 15-16, in proposito scriveva che: “Il primo afflusso ascetico basiliano penso che abbia seguito di pari passo le armate condotte da Belisario e da Narsete contro i goti ariani in una guerra che, come tutte le altre imprese militari intraprese dall’impero di Oriente, aveva senza dubbio un carattere religioso (8). In seguito probabilmente altri nuclei monastici affluirono nel mezzogiorno italiano dalla penisola balcanica, sconvolta alla fine del VI secolo dall’invasione avara, mentre nella metà del secolo seguente si aveva un più vasto movimento immigratorio (9). Il quale era costituito da quei monaci costretti ad abbandonare le regioni nel medio Oriente e l’Egitto, su cui si abbatteva la conquista araba, e nello stesso tempo a sfuggire la politica religiosa inaugurata dall’imperatore Eraclio, fautore dell’eresia monotelita. Nella prima metà del secolo VIII era ancora la politica religiosa bizantina a spingere altre ondate monastiche verso i porti italiani: verosimilmente dell’Italia longobarda. Ecc…”. Il Cappelli, a p….., nella sua nota (8) postillava che: “(8) Ch. DIEHL, I grandi problemi della storia bizantina, Bari, 1957, p. 124; M. Schipa, op. cit., p. 17.”. Riguardo il citato testo di Michelangelo Schipa (…), il Cappelli intendeva “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Bari, 1923, passim.”. Infatti, Michelagelo Schipa, nel suo “Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia”, a pp. 17-18 riferendosi alla città di Napoli, in proposito scriveva che: “Già, stando alla tradizione, che, trasmessa oralmente, fu scritta nel IX secolo, per tempo la città ne ebbe come rinforzato e sviluppato il corpo così accresciuta e modificata la popolazione. Si narrò infatti che Belisario, rampognato a Roma dal Pontefice Silverio per gli eccidi commessi nella città espugnata, vi ritornasse pentito a farne ammenda; che, trovatevi spopolate e vuote le case, le riempisse d’uomini e donne, chiamatevi da Cuma, da Pozzuoli, da Sorrento, da Stabia, da Nola ecc..e da altri luoghi meno vicini; che vi erigesse sette torri, parte quadrate, parte esagonali; che, dopo di lui, Narsete prolungasse la città fino al mare, aggiungendo nuove fortezze a difesa del porto. Certo è che da allora cominciò qui un afflusso continuo di greci, laici ed ecclesiastici; i quali nella nuova patria  poterono rinvenire tracce della lingua e delle usanze loro. Certo è che, dopo qualche tempo, la popolazione di Napoli riapparve bilingue come altra volta; che chiese e monasteri greci sorsero accanto alle chiese e ai monasteri latini; che nei luoghi sacri e per le pubbliche vie si udì salmodiare nell’una e nell’altra lingua. Ecc…”. Dunque, immagino che il Cappelli citando questo passo dello Schipa volesse intendere che stesse sorti subirono le popolazioni del Cilento allorquando vi si stabilirono, soprattutto nella fascia costiera, i bizantini di Giustiniano. Anche qui nacquero chiese ed eremi greci e come scrive lo stesso Cappelli, nel Cilento e nell’area del Bulgheria sorsero diversi eremi e laure cenobitiche, luoghi questi scelti dai monaci d’Oriente che vi si stabilirono.

La grotta e la cappella rupestre di S. Biagio a Camerota in contrada San Vito

La “grotta” di San Biagio si nasconde su una maestosa terrazza appoggiata su l’altissima rupe dell’Armu, sottostante l’antica chiesa di rito greco di San Daniele. La cappella rupestre, è particolarmente impressionante e unica dal punto di vista architettonico, perché è scolpita artificialmente dentro un vena di morbido e delicato tufo, rarissimo in questa parte della Campania. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”.

La cappella votiva in una grotta a Camerota.PNG

Il dott: Michael Shano, segnalava che:
“Mi fa piacere segnalare un sito archeologico negato a Camerota nel Cilento per il progetto del T.C.I. Diversi studiosi della storia d’arte, competenti per il periodo dell’alto medioevo, affermano che la struttura rappresenta un rarissimo esempio di cappella rupestre Campana. Scolpita con raffinatezza in una vena di tufo, dentro un cubo con 5 nicchie e fuori una facciata decorata in rilievo, la struttura potrebbe risalire a più di mille anni fa, quando il territorio di Camerota era nell’orbita culturale bizantina. Durante gli ultimi 40 anni la facciata ha subito un grave degrado, come si nota da una foto scattata circa 40 anni fa. Posso spedire questa foto in uno secondo tempo. Adesso un cancello la protegge dal vandalismo ma ne impedisce la visita. Sarebbe necessario un sopralluogo e uno studio approfondito. Il Comune di Camerota certamente assisterebbe in un tentativo di valorizzazione per capire meglio il suo significato e il valore culturale. Si trova adesso fra due edifici scolatici al Rione San Vito al di sotto della collina un monastero del seicento. Questa “cappella”, che non era una grotta, è stata realizzata scavando nel costone tufaceo che si trova in località San Vito, presso Camerota. Sopra il costone si trova il monastero dei Cappuccini; vicino vi è la scuola elementaree media. In questa zona, ove prevale la roccia calcarea, il tufo è rarissimo.”. Nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 63, si scriveva che: “In realtà non abbiamo testimonianze dirette di ‘basiliani’ o comunque di monaci greci qui nel nostro territorio se non a partire da qualche secolo più tardi, a meno che non si ipotizzi in precedenza una loro presenza nelle grotte di Camerota (San Biagio, San Vito, San Cono). Queste, apparendo molto simili a quelle della Cappadocia dove trovarono riparo i primi anacoreti, forse, nell’immaginario collettivo indussero a pensare ad un simile fenomeno di insediamenti che in realtà si concretizzarono a partire dal VI secolo, per radicalizzarsi poi nel IX.”. Poi, nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 65, scrivevano che: “Forse, per quanto ci riguarda più da vicino, non è da escludere che la grotta di S. Biagio a Camerota con l’omonima chiesa rupestre nonchè quelle di S. Vito e di San Conone possano essere state in origine rifugi di taluni dei suddetti anacoreti.”. La “grotta” di San Biagio si nasconde su una maestosa terrazza appoggiata su l’altissima rupe dell’Armu, sottostante l’antica chiesa di rito greco di San Daniele. La cappella rupestre, è particolarmente impressionante e unica dal punto di vista architettonico, perché è scolpita artificialmente dentro un vena di morbido e delicato tufo, rarissimo in questa parte della Campania. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79, apprendiamo che in un non precisato periodo (nel seguito del racconto si parla del periodo di Guglielmo il Buono), il duca di Camerota, di cui non si conosce il nome, fa delle donazioni alla chiesa di Camerota e le dota di alcuni beni e dipendenze: “Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”. In ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78, nella nota (71), si postillava che: “(71) A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”.

Nel 540 (VI sec. d.C.), Cassiodoro e la fondazione del monastero “Vivarium” a Squillace in Calabria

Gabriele De Rosa (….), nel suo “Le dominazioni barbariche Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, del 1970 parlando della “7. Boezio e Cassiodoro”, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: Quando Vitige fu sconfitto da Belisario nel 540 e il sogno di un regno romanizzato fu definitivamente infranto, Cassiodoro, non dimentichiamolo, contemporaneo di S. Benedetto, si ritirò nella sua Calabria, dove fondò nei pressi di Squillace il monastero di ‘Vivarium’, che egli organizzò come comunità economicamente autosufficiente, dedita non tanto alla contemplazione, quanto alla conservazione e trascrizione dei libri antichi, nello scrupolo di sottrarre alla violenza barbarica le testimonianze della cultura antica. Alla base di questa attività monastica sono le ‘Institutiones divinarum lectionum’ e le ‘Institutiones humanorum lectiorum’, dove la concezione cassiodoriana del monastero come “saecularis eruditio” e non solo come “salus animae” emerge chiaramente. Tale concezione della vita monastica rientra anch’essa in una forma di esercitazione della pietà in senso lato, pietà che avrebbe dato in seguito frutti prodigiosi. Si pensi ai tanti maestri che chiusi nelle loro celle trascrivevano, correggevano e diffondevano la scienza antica in quegli anni di sconvolgimento, che andarono dalla guerra greco-gotica alla dominazione longobarda. Questo lavoro silenzioso ebbe un’iportanza fondamentale nella formazione della cultura medievale dell’Occidente. La differenza pertanto del monachesimo cassiodoriano da quello di S. Benedetto fu notevole: la spiritualità benedettina ecc…Vivarium è un centro, una scuola di erudizione, prima che un monastero in senso proprio. Vivarium, dunque, divenne uno dei più grandi e benemeriti centri di erudizione che la storia conosca. Anche quando nel secolo IX fu distrutto, i segni della sua presenza nella cultura cristiana e umanistica dell’Occidente continuarono a vivere nei suoi codici disseminati nelle biblioteche di mezza Europa.”. Da Wikipedia leggiamo che al termine della guerra gotica si stabilì in via definitiva presso la nativa Squillace, dove fondò il monastero di Vivarium con la sua biblioteca. Il periodo di fondazione di Vivarium non è certo, benché si tenda a considerare il 544 come una probabile datazione, coincidente con il ritorno di Cassiodoro da Costantinopoli. Inoltre esiste la possibilità che un primo abbozzo di ciò che sarebbe diventato il monastero esistesse già da tempo, presente nei territori di Squillace da una data sconosciuta e utilizzato come residenza da Cassiodoro solo al ritorno in patria dopo la guerra gotica. A ogni modo non aiuta nelle varie ipotesi il silenzio delle fonti, poiché le Variae erano state già pubblicate e nessuna delle opere dell’ormai ex politico trattò di questa fondazione; nulla si conosce sul parto di questo progetto, né quando quest’idea fosse stata concepita. Nonostante si intuisca dalle ultime opere di Cassiodoro un avvicinamento potente alla fede cristiana (si pensi al De anima e all’Expositio Psalmorum), il monastero di Vivarium nacque con uno scopo differente dal celebre Ora et labora: l’obiettivo principale del nucleo monastico fu infatti la copiatura, la conservazione, scrittura e studio dei volumi contenenti testi dei classici e della patristica occidentale. La caratteristica di Vivarium era quindi la sua forma di scriptorium, con le annesse problematiche di rifornimento materiali, studio delle tecniche di scrittura e fatiche economiche; i codici e manoscritti prodotti nel monastero raggiunsero una certa popolarità e furono molto richiesti. Le forme entro cui si espresse invece l’organizzazione monastica dal punto di vista religioso sono ben poco chiare, né aiuta l’assenza di riferimenti alla vicina esperienza di Benedetto da Norcia; forse Cassiodoro non ne conobbe neppure l’esistenza, o potrebbe averne parlato in opere non giunteci. Alcuni storici avanzano l’ipotesi che la Regula magistri, su cui si basa la Regola benedettina, sia addirittura opera dello stesso Cassiodoro; questo presunto rapporto tra i due è però generalmente rigettato dagli studiosi, anche alla luce di alcune citazioni provenienti dalle Institutiones che chiariscono le norme monastiche adottate da Vivarium.

Nel 552, Buxentum viene conquistata dai Bizantini e diventa la bizantina Policastro

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. Il termine, a volte toponimo ‘kastrum’, in greco bizantino vuol significare ‘Fortezza’. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), parlando di Policastro, a p. 187, scriveva in proposito che: “Alcuni vogliono derivare il nome della città medievale, Policastro, da Castore e Polluce; altri dalla catena dei castelli che cingevano la città; altri invece, forse più semplicisticamente, da una etimologia che pensiamo non possa essere accolta ‘Polis’, (città) e ‘castrum’ (fortezza) = città-fortezza) per il fatto che il termine ‘Polis’ si trova sempre posposto al primo nome. Nè si può ricorrere all’ipotesi di molte fortezze, perchè è stato archeologicamente accertato che i castelli di epoca greca, romana e medievale sono sorti sempre sulla base della vecchia fortificazione risalente ad epoca Italica. Perciò noi, seguendo una ipotesi più probabile, perchè basata su elementi archeologici e sull’aleternanza vocalica, riteniamo che Policastro debba derivarsi da ‘palaion’ = antico, e ‘castron’ = castello. Quindi, ‘Policastro’ = antica fortezza.“. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando dei ruderi del ‘Kastrum’ di Castrocucco, nell’antica Lucania, a p. 245, in proposito scriveva che: “intorno a un castello fu costruito il nucleo bizantino di Castrocucco. A parte l’etimo, che come abbiamo visto, è un composto, dal bizantino “Kastron” e dall’arcaico “Cucco”, l’agglomerato-fortezza è di epoca medievale (4)…..L’agglomerato fuori le mura fu di chiara estrazione bizantina, forse databile al periodo della riconquista, tra la fine del IX secolo e i primi del X.”. Il Campagna, a p. 245, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Da “Caico”, il fiume microasiatico sulle rive è posta, alla confluenza col Mysius, la città di Pergamo.”.

La “trichorae” della cattedrale di Policastro Bussentino

Trichora abside

(Fig….) Policastro Bussentino – Cattedrale – Abside e navate laterali – esterno (foto Attanasio)

Nel VI-VII sec. d. C., i Bizantini, dopo la sconfitta dei Goti costruirono la chiesa ‘trichora martyrium’ corrispondente all’abside del duomo di Policastro 

A Policastro (da Polis-Castrum) Bussentino ( ex colonia marittima greca detta Pyxous e poi colonia marittima romana detta Buxentum o Bussento), toponimo di derivazione bizantina, vi è una ‘Triphora’, chiesa di architettura bizantina, individuata nella parte absidale del Duomo di Policastro, forse risalente al VI sec. d.C. Da Wikipedia, alla voce “La cattedrale di Santa Maria Assunta (Policastro Bussentino)” leggiamo che “incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. Etc…La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig…..). L’interno della cattedrale era a tre navate fino ai rifacimenti settecenteschi. Oggi si presenta con un’unica navata con altari laterali e la cappella del Santissimo Sacramento (1627); il presbiterio è rialzato per la cripta sottostante. Da ricordare, infine, le lapidi sepolcrali dei tre vescovi Giacomo Lancellotto di Tropea, Nicola e del nobile Giacinto Camillo Maradei di Laino. La cripta, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. Il duomo di Policastro, aggiunto all’antica Trichorae, etc…”.  In Wikipidia leggiamo che la cattedrale “Incerte sono le origini della chiesa. La sua parte più antica è la cripta, edificata nel VI secolo su preesistenze di epoca romana. L’attuale chiesa invece è dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo e consacrata dal vescovo di Salerno Alfano I nel 1079. La costruzione romanica subì importanti interventi di restauro in senso barocco nel Settecento (tra il 1709 ed il 1716), interventi che riguardarono soprattutto gli interni. “. Sempre in Wikipidia leggiamo che “La cripta, come si presenta oggi, risale all’epoca di Roberto il Guiscardo; il soffitto a crociera è sorretto da quattordici colonne di marmo e granito. All’entrata un affresco raffigurante la Pietà (del Trecento).”. Il titolo di ‘Odeghitria’, dato alla Chiesa madre di Policastro, doveva la sua denominazione ai monaci iconoduli fuggiaschi da Costantinopoli, che ne diffusero il culto nell’Italia meridionale (22) e tale rimase il titolo dell’abside della Cattedrale del Bussento fino al 1848. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense, sebbene il Porfirio (18) sia convinto che il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina (4) “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco“. Nel testo di autori vari della Soprintendenza Per i Beni Ambientali Architettonici, Artistici e Storici di Salerno e Avellino (….), “Chiesa cattedrale di Policastro – La Storia e i restauri”, che, nel saggio di Angelina Montefusco (….), “La Cattedrale nella storia e nell’arte”, a p. 25 e ssg., in proposito scriveva che: “Questa tricora, la cui forma è chiaramente visibile sia all’interno che all’esterno dell’attuale presbiterio, è indicata da A. Venditti (1) come la iniziale costruzione della cattedrale e si può, approssimativamente, ascrivere alla fine del VI secolo, epoca della maggiore diffusione di tale tipologia in Italia, oppure alla prima metà del secolo successivo. La tricora sorse nella zona del foro romano e venne a chiudere il decumano massimo corrispondente, almeno in parte, all’attuale via Vescovado. Etc..”. La Montefusco, a p. 38, nella nota (1) postillava che: “(1) A. Venditti “Architettura bizantina nell’Italia Meridionale, Campania, Lucania, Calabria”, Napoli, 1967, II, pp. 541-542; della stessa convinzione P. Natella e P. Peduto in “Pixous Policastro” estratto da “l’Universo” anno LIII  n. 3 – 1973.”. Silvia Pellecchi (….), nel suo “Pixus-Buxentum – Policastro Bussentino, dalle prime frequentazioni al XVI secolo”, a p.  15, in proposito scriveva che: “Le fonti ricordano che nel 592 la città era rimasta priva del vescovo (28). La situazione non dovette, però, protrarsi a lungo se già nel 649, un vescovo di Policastro, Sabazio, è attestato tra i partecipanti al concilio Lateranense (29). Al periodo compreso tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo d.C. risale, forse, l’impianto di un fortilizio sulla sommità del colle, cui vengono ipoteticamente riferiti i resti di una muratura – poi inglobata nelle strutture del castello – datata sulla base del rinvenimento di una seriedi monete neo-greche (30). Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32). Più sicure appaiono le notizie secondo le quali, dopo un periodo di vacanza, nel 1079 a Policastro fu ripristinato l’episcopio e venne consacrato il duomo che, nel frattempo, era stato annesso alla vecchia trichora (33).”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (31) postillava che: “(30) Panebianco 1964, p. 364. Cfr. Natella, Peduto 1973, pp. 494 e 520.” e nella nota (31) postillava: “(31) Ibid., p. 508.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Punto della questione in Ibid., p. 512, con bibliografia precedente.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Ibid., p. 512 con bibliografia.”. La Pellecchi, a p. 15, nella sua nota (34) postillava che: “(34) Ibid., p. 505, fig. 21″. Dunque, la Pellecchi riferendosi al VII secolo d. C. scriveva che: “Negli stessi anni fu, forse, edificata anche una prima trichora nell’area dove, poi, sorse la cattedrale della città (31). Secondo alcuni autori – ma la notizia è fortemente sospetta – Policastro fu distrutta nel 1069 ad opera di Roberto il Guiscardo, allora duca di Puglia, Calabria e Sicilia, e fu ricostruita solo alcuni anni più tardi, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ad opera di Ruggero II, che la donò al figlio, eleggendola a contea (32).”. Dunque, la Pellecchi citava Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 508, in proposito scrivevano che: “La datazione della Cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ del mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. Infatti, i due autori, a p. 508, nella nota (59) postilleranno che:  “(59) Moroni, cit.; Gaetani, cit., Alla fine del VI sec. , S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (Epistulae, II, 29), la mancanza di titolare nelle sede bussentina.”.  Dunque, sulla scorta della lettera di papa San Gregorio Magno al Vescovo pestano Felice del 601 (VII sec. d.C.), di cui abbiamo ampiamente detto in altri saggi, i due autori fanno rialire la costruzione della ‘trichorae’ (chiesa con sottostante cripta che ritroviamo costruita alla fine del decumano maggiore (attuale via Vescovado) e, quindi costruzione avvenuta evidentemente dopo il 601 d.C…E’ probabile che l’attuale cripta era l’antica “domus ecclesiae” del VII secolo d.C. e che in seguito, nel VII sec. d.C. è stata costruita la trichora, corrispondente nell’impianto all’attuale presbiterio rialzato per la presenza della cripta.  Sul macellum di Buxentum scrisse Vittorio Bracco (…..), nel suo “Il macellum di Buxentum”, in ‘Epigraphica’, XLV, 1983, PP. 109-115. Nel 1988, Clara Bencivenga Trillmich, Pyxous-Buxentum approfondì mirabilmente sul ‘kastra’ bizantino di Policastro. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (…). La Trillmich, a p. 704, in proposito scriveva che: “La città è ancora menzionata nel VI sec. d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10). Passata, al termine della guerra greco-gotica, sotto il dominio dei bizantini, ai quali si deve il nuovo nome greco di Παλλιοκαστρον, la città fu munita di un fortilizio sul punto più elevato della collina – cui si è avanti accennato e la cui datazione è stata recentemente (1961- 62) confermata dal rinvenimento di monete neo-greche di VI-VII secolo in saggi esplorativi condotti da V. Panebianco all’interno del castello (11) – e di una chiesa, sotto forma di ‘trichora’ (12), inglobata nell’attuale duomo trecentesco, che ha peraltro conservato fino al 1848 il bel nome greco di S. Maria di Hodeghitria.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (10) postillava che: “(10) Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino in gli ‘Studi in Italia. Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 386.”. La Trillmich, a p. 704, nella nota (11) postillava che:  “(11) Natella Peduto, op. cit., p. 494 e 520.”. Riguardo la nota (11) su Venturino Panebianco, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. I due autori, a p. 494, in proposito scrivevano che: “Recenti scavi nel castello (1961-62), promossi da Venturino Panebiaco, direttore dei Musei Provinciali del Salernitano, erano stati deliberati per riconoscere in questo sito altre tracce di murazione antica. I risultati, però, furono negativi; delle fosse escavate al di sotto e ai fianchi della torre trecentesca e degli ambienti comitali vicino alla cappella vennero alla luce le basi del castello stesso, con una cronologia quindi del tutto medioevale. Al di fuori delle mura castellane si reperirono, inoltre, monete d’età bizantina, attribuibile alla prima occupazione neo-greca.”. I due autori, a p. 507, nella nota (57) postillava che: “(57) Cfr. rispettivamente V. Panebianco, Policastro di S. Marina, in “Apollo” (Salerno), III-IV, 1963-1964, pp. 191-192; id. Policastro di S. Marina, Saggi esplorativi, in “Bolettino d’arte d. Ministero d. P. I.”, s. IV, XLIX, 1964, IV, p. 364 (rifer. in “Fasti Archeologici”, XVIII-XIX, 1968, p. 517″. La Trillmich, a p. 704, nella nota (12) postillava che:  “(12) Per la datazione della primitiva chiesa bizantina al VI-VII secolo, si vedano oltre a Natella-Peduto, p. 508, I. G. Kalby, Contributi e note su nuova documentazioni paleocristiane nella Camapnia meridionale, in Atti del II Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Matera, 1969, Roma, 1971, p. 252 e A. Venditti, Architettura Bizantina nell’Italia Meridionale, Torino, 1967, p. 541.”. Riguardo la nota (12), i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….) ed il loro “Pixous-Policastro”, pubblicato nel 1973. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 494 in proposito scrivevano che: “….com’è riscontrabile nella planimetria storica, al retro della trichora. Quest’ultima, infine, espressione della fase tardo-romana della città, venne a chiudere il decumano massimo solo quando i bizantini del VI secolo d.C. pensarono di ricondurre Buxentum al primitivo ruolo di città fortificata, rinforzando le mura e iniziando un castello sul monte che fin dalla toponomastica (o Παλνιοκαστρον), doveva ricordare una funzione vitale, anche ai fini della sicurezza religiosa, per l’intera zona del golfo tirrenico. La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”. I due autori, a p. 516, in proposito scriveva pure che: “Duomo di Policastro. Si è accennato alle vicende del contesto urbano, e come in esso la primitiva sede ecclesiastica fosse stata creata sulla linea del decumano maggiore. Il dato protobizantino del duomo di Policastro risulta dal presbiterio sollevato che un dì, alla fine del VI sec., doveva rappresentare, insieme con una elementare aula, sull’esempio di simili risultati architettonici campani (Cimitile), la sola costruzione culturale del complesso oggi visibile. Il presbiterio è, infatti, una ‘trichora martyrium’, che si presenta all’interno con una larga cupola il cui estradosso è nascosto da un cubo poggiante sui pennacchi delle ‘chorae’.”. Quello che, a mio parere, non viene detto in questi scritti, che la forma della ‘trichora’, ovvero tre lobi, tre chore, molto probabilmente doveva essere quadrilobata cioè con un impianto a croce greca, e così rimase fino all’epoca della latinizazzione in cui l’impianto si allungò in facciata aggiungendo tre navate, una centrale più larga e le altre due più strette. Natella e Peduto, a p. 520, in proposito aggiungevano pure che: “Nel secolo XI il duomo ricevette altra struttura: alla piccola aula risultante dallo spazio interno della ‘trichora’ fu aggiunta, secondo la prassi romanica del tempo, una lunga navata unica centrale, affiancata da altre due navatelle, che tuttavi a nulla servirono se non ad accentuare, dietro una parvenza di voluta romanicità di gusto corrente, la preminenza ancora in fondo bizantina dell’aula allungata e della terminazione trichorense tardo antica.”. I due autori, a p. 520, in proposito scrivono pure che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d.C.. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato, non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di esso si può vedere la presenza di un muro di quella età.”. Orazio Campagna, a p. 257, ancora scriveva che:  “Un lungo silenzio avvolge la storia di Policastro, ad iniziare dalla seconda metà del VII secolo. Oltre alla sostituzione del toponimo (66), coi Bizantini avvenne la grecizzazione della lingua e del rito. Aveva subito distruzioni vandaliche, ma non così atroci come le longobarde (67). Non da meno furono le incursioni saracene, anzi nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”. Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (66), postillava che: “(66) Pyxous, il nome era passato dal fiume all’agglomerato, divenne Buxentum coi Romani, Polis-Kastrum (città-fortezza) o, meno probabilmente, Paleocastrum (antica fortezza) coi Bizantini.”. Dunque, il Campagna (…), riteneva che, il vecchio nome di Pixo o Pyxous,   con i Bizantini, mutasse in “Polis-Kastrum’ = città-fortezza”, o in “Paleocastrum”.  Il Campagna, a p. 257, nella sua nota (67), postillava che:  “(67) Già dalla guerra gotica, la terza regione d’Italia, Lucania e Bruzi, era stata paurosamente spopolata, in Procopio, ‘Guerra Gotica’, III, 18 (J. Haury, Procopii Caesareensis opera omnia, I-III, Lipsiae, 1905-1913, ed. rec., Leipzig, 1962-64). I Longobardi distrussero del tutto le colonie per dare l’avvio a quel particolarismo pre-feudale, che avrà per emblema il castello.”. Orazio Campagna (…), a p. 257, dopo aver parlato delle distruzioni vandaliche subite da Policastro, citava quelle dei Saraceni e, in proposito scriveva che: nuclei saraceni si stanziarono definitivamente a Policastro, in qualità di predoni mercenari, ora al servizio d’un duca campano, ora dell’altro.”, senza però darci il riferimento bibliografico. Il Campagna (…) a p. 257, nella nota (64), faceva citava il Lanzoni (…) e scriveva: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”.

Nel 16 aprile 556, Papa Pelagio I

Pelagio I, nato Pelagio Vicariani (Roma, … – 4 marzo 561), è stato il 60º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica dal 16 aprile 556 alla sua morte. Pelagio morì il 4 marzo 561, dopo quattro anni, dieci mesi e diciotto giorni di pontificato. Fu sepolto nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Il suo epitaffio lo celebra come rector apostolicae fidei, che in un secolo terribile si è preso cura della Chiesa, si è adoperato per rendere chiare le decisioni dei Padri, ha risolto molte povertà sociali. Di papa Pelagio I e del suo tempo ha scritto Ferdinand Gregorovius (…). La Prammatica Sanzione (Pragmatica sanctio pro petitione Vigilii) da poco promulgata da Giustiniano, conferiva al papa quelle funzioni civili di amministratore delle finanze e della giustizia anche laica che, in mancanza di un potere centrale visibile, gli consentirono di limitare le sofferenze della popolazione.

Nel 555-560 e 578-590 d.C. (VI sec. d.C.), Vescovi e vescovadi in Lucania all’epoca di papa Pelagio I

Notizie di Vescovi e di Vescovadi nella nostra regione si iniziano ad avere anche nel periodo che riguarda il papato di Pelagio I. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “Ma l’incalzare della guerra gotica (535-553), che precedette appena di pochi anni l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. Ecc…. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Del territorio in oggetto non si sa quasi nulla. Le fonti (cronache e documenti), quelle poche che esistono, sono prevalentemente di provenienza ecclesiastica. Malgrado ciò, nulla o quasi nulla si conosce sulle abitudini, sulla pratica morale e sulle pratiche devozionali delle popolazioni locali nei primi secoli. Poco si sa dei vescovi, di cui ci è pervenuto solo qualche nome. Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (490-5), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (90) (a. 499) e Agnello di Velia. Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Dunque, Pietro Ebner ci parla di Latino di Teodora, consacrato Vescovo da papa Pelagio I (555-560). L’Ebner a p. 21, nella sua nota (90) postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Florentius invece di ‘Florentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia, 1722, c. 156) ‘Florentius adfiut Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polistin. pro Paestanen”. Credo che qui l’Ebner si riferisca a Paul Fredolin Kehr (….) ed al suo ‘Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935. Sempre l’Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni, cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Riguardo i vescovi ai tempi di papa Pelagio I, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 25 scrive sostanzialmente le stesse cose. L’Ebner però a p. 21, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Nel V secolo è cenno di Sabino di Marcellianum (a. 494-5), non di Experantius ma forse di Florentino di Paestum e Agnello di Velia. Contrariamente  all’Ughelli che ha Lorenzo come primo vescovo pestano, il Volpi (p. 2) insiste su Florentino, soprattutto da notizie del Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concili’, p. 685. Cfr. Ebner, Economia e società, cit., I, p. 21 e n. 90 anche per F. Lanzoni, ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604), I, Faenza, 1927, p. 322.”. Dunque, l’Ebner cita di nuovo Francesco Lanzoni (….), ed il suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (604)’. Riguardo invece la citazione del “Bivio” credo vi sia un errore di trascrizione perchè si tratta del Severino Binio (….) e del suo ‘Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc….’, del 1606. Ebner cita il vol. III, p. 685. Sul Vescovo Agnello aveva scritto anche il Gaetani (….). Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: “Le origini del Cristianesimo nella regione sono oscure, per riconoscimento del miglior conoscitore della storia della Lucania (4). Nulla si sa di concreto, ove si eccettui la zona venusina che, per quest’epoca, rimane fuori della nostra trattazione, dell’esistenza di quei nuclei giudaici, che furono i centri propulsori della nuova fede, che essi accolsero per i primi (1). E’ soltanto con la fine del sec. V, che si hanno le prime notizie sicure intorno agli ordinamenti ecclesiastici in Lucania. Per il tempo di papa Gelasio I (492-496), troviamo genericamente ricordati gli episcopi ‘per Lucaniam’, in particolare, quelli di Potenza e di Grumento (5). Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). Ecc…”. Poi il Magaldi aggiunge che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Altre tracce del Cristianesimo in Lucania ci sono serbate dall’epigrafia (6). L’iscrizione di Blanda, già accennata, ricorda un vescovo Giuliano (1). In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Dunque, il Magaldi citava come l’Ebner il Lanzoni che scriveva che: “E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5). Ecc..”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Anche Angelo Bozza (…) nel suo “La Lucania – Studi Storici-Archeologici“, parte II, p. 140, parlando di “Celle di Bulgheria”, in proposito scriveva che: “Celle di Bulgheria, villaggio ecc………….V’era dal VI secolo il monastero di S. Arcangelo della regola di S. Benedetto; e dalle celle di esso ebbe il nome il villaggio forse coevo, poichè se ne fa menzione nel 1086 in una donazione di S. Maria di Centola. Ecc..”. Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a p. 326, in proposito scriveva che: Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1).”. Il Magaldi (…), a p. 326, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213, 237, 248 e I, p. 499. Cfr. dello stesso ‘L’agiografia di S. Laverio del MCLXII, Roma, 1881, p. 36 e ssg.”. Infatti Giacomo Racioppi (…) nel vol. II del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Le prime notizie sicure degli ordinamenti gerarchici della Chiesa nella nostra regione sono del secolo V e del VI. Un arcidiacono della chiesa grumentina è ricordato in una lettera di papa Gelasio (492-496) del secolo V; un’altra di papa Pelagio del secolo VI, ci dà notizia di vescovi a Potenza, a Grumento e a Marcelliana o Consilino: nei primi anni del secolo stesso intervengono ai concilii di Roma vescovi di Acerenza, di Venosa, di Potenza; Ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 75, riferiva delle sottomissioni ai nuovi conquistatori: i Longobardi ed in proposito scriveva che: Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70) postillava che: “(70) F. Russo, Regesto Vaticano, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71) postillava che: “(71) F. Russo, Regesto Vaticano, op. cit.”. Il Campagna si riferiva all’opera di Francesco Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. Mons. Luis Duchesne (….), nel 1903 (Duchesne Luis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni Gianluigi, op. cit. (8), da pagg. 361 a 390 (a noi interessa p. 383: Duchesne Luis, I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, stà in Barni Gianluigi,  I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383, parlando della Regione III, in proposito scriveva che: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello diPaestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. Iprimi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Ecc…”. La citazione di Gianluigi Barni di verso il 560 (J., 969, 1015, 1017)”, riguarda il testo di Jaffé-Loewenfeld (….), Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888. Dunque, il Barni (….) postillava che in questo testo si veda la n. 969, 1015, 1017. Mons. Duchesne scriveva che al tempo di Papa Pelagio I, intorno al 560, sulla costa Tirrenica, Paestum, Velia, Buxentum e Blanda, figurano nella corrispondenza di Papa Pelagio I, come unici Vescovadi esistenti sulla costa Tirrenica. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, parlando delle stragi dei primi Longobardi scriveva che: Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Ecc…”Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, op. cit.”. Sempre il Campagna, a p. 75, scriveva che: “Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato, tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) Reg. Epist., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (75), postillava che:“(75) Reg. Epist., IX, 127.”. Il Campagna postillava dell’opera di Francesco Russo (….). Si tratta del suo “Regesto Vaticano per la Calabria”, I, Roma, 1974.

Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 97, in proposito scriveva che: “Le Decretali dei Pontefici Innocenzo I e Gelasio I mostrano chiaramente che nel Bruzio esisteva un’organizzazione ecclesiastica fin dal secolo V e che questa era alla diretta dipendenza del Papa. Questo risulta ancor meglio dall’Epistolario di S. Gregorio Magno, il quale interviene direttamente nelle questioni locali e provvede alla visita e, a volte, anche alla provviste di Chiese vacanti. Al suo tempo il Bruzio era sotto il dominio dei Bizantini da diversi anni; nondimeno nulla dimostra che se ne fosse iniziata l’ellenizzazione sia nella lingua che nella liturgia. Dopo la morte di S. Gregorio (603), le cose incominciarono a prendere una nuova piega. Le sottoscrizioni ai Concili del tempo mostrano chiaramente che il Bruzio, ormai divenuto Calabria, si era avviato alla riellenizzazione e che questa era gia quasi completa alla fine del secolo VII. Difatti, mentre al Sinodo di Papa Martino del 649 figurano promiscuamente vescovi del Bruzio greci e latini, a quello di Papa Agatone del 679 la prevalenza dei greci è notevole. Che anzi, quelli fra questi, che nell’anno successivo si recarono a Costantinopoli, erano tutti greci e firmarono solo in greco. La partecipazione dell’episcopato calabrese sia al Concilio Romano del 679 sia a quello Ecumenico di Costantinopoli dell’anno seguente, dimostra ancora che fino a quel tempo non era stata introdotta nessuna novità nella posizione della gerarchia calabrese: i vescovi – sia greci sia latini – sono ancora alla diretta dipendenza del Papa e si muovono su di un piede di assoluta parità, senza l’ombra di un qualsiasi diritto di precedenza o di supremazia da parte di qualcuno di essi.”. 

Il Campanile del Duomo di Policastro è bizantino

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: Il campanile a torre, nel XI secolo (80), contribuiva alla difesa del centro (81).. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (80), postillava che: “(80) E’ nota una iscrizione del 1167, in G. Cataldo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(81) O. Siviero, Relazione sulla Chiesa cattedrale di Policastro, Napoli, 1925. Il colonnato della cripta fa risalire il tempio originario ad epoca costantiniana.”. La chiesa è affiancata da un campanile a tre ordini, costruito nella seconda metà del XII secolo: la parte più antica è l’ordine inferiore, dove sono murate due lapidi d’epoca romana (I secolo d.C.). Il campanile che, prima del recente restauro, dimostrava nella fabbrica l’inconfondibile gusto bizantino (Fig….). Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, edito nel 1969 e poi ristampato nel 1975, a p. 191, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Castello, però, fu voluto dai bizantini nel VI-VII sec. d.C. (17).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 191, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Natella P. Peduto P., op. cit.,  pag. 520.”. Infatti, nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pubblicarono ‘Pixous – Policastro’, un interessantissimo studio su Policastro Bussentino e a p. 520, parlando del Castello di Policastro, in proposito scrivevano che: “Alla sommità della collina di Policastro, a q. 79, la fortezza fu voluta dai bizantini nel VI-VII sec. d. C. Il reperimento di monete neogreche, cui si è accennato non è stato accompagnato da conferme nelle strutture attuali che potessero garantirci della bizantinità del castello: solo in una parte di essa si può vedere la presenza di un muro di quell’età, preesistente all’altro che nel secolo XIV si eresse all’altro a maggiore rinforzo della primitiva costruzione. Come oggi il castello appare è opera trecentesca.”.

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(Fig….) Policastro – campanile della Cattedrale prima del restauro

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(Fig…) Policastro Bussentino – Torre campanaria dopo il restauro

Nel VI sec. d.C., le prime diocesi: Paestum, Velia, Bussento e Blanda

Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (….), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpe (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Luigi Tancredi (…) che, in un suo scritto su Sapri affermava: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio “la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, a p. 73 scriveva che: “Blanda o Blandae è ricordata da Tito Livio (XXIV, 20) nelle guerre dei Romani in Lucania (2), ed un altro titolo epigrafico (Corp. I L. X, n. 125) l’indica come colonia romana dè tempi Augustei. E’ ricordata fino al sec. VI, come sede di vescovo. Nell’anno 649 ‘Pascalis episcopus S. Ecclesiae Blandanae’ prende parte al concilio Lateranense.”. Il Dito (…), a p. 73, nella sua nota (2) postillava che: “(2) E’ ricordata pure da Tolomeo (II, 1, 70), da Plinio (III, X), dal Mela (II, IV).”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”.

Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 126, in proposito scriveva dell’epoca dei primi Longobardi nella regione, verso l’anno 590, scriveva che: “All’epoca, dunque, il territorio situato tra i Monti Alburni, Agropoli e Maratea (l’attuale Cilento), rimase saldamente nelle mani dei Bizantini, che controllavano anche altri centri ben fortificati, tali Magliano, Molpa e Capaccio che si stava formando a ridosso della insalubre piana e fatiscente Paestum. Ma la regione rimaneva sempre isolata; e furono i vescovi le uniche autorità che ancora una volta dovettero provvedere a riorganizzarla, coordinati dall’energico papa Gregorio Magno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 19, scriveva che: “Nonostante che nel 392 Teodosio avesse vietato (editto di Costantinopoli) il culto pagano, ecc..“Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Rustico di Bussento (a. 501), Latino di Teodora, come ovunque eletto dal popolo (tra il 558 e il 560) e consacrato vescovo da Pelagio I (555-560) e Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc... Pietro Ebner a p. 21, nella sua nota (91) postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Ma vediamo ora in particolare i singoli vescovi e le singole diocesi. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Il vescovo di Bussento interviene ai concili tenuti a Roma sotto papa Simmaco, tra il 499 e il 502 (6). In quelli del 501 e 502, fra i sottoscrittori, troviamo un vescovo di Potenza; ma non si può stabilire di quale Potenzia si tratti, se della lucana o della picena (7). Per l’epoca di papa Pelagio, – ve ne sono due di questo nome (555-560 e 578-590), e non si sa di quale dei due tratti – troviamo ricordate le sedi episcopali di Potenzia, di Grumento e di Cosilino, la quale ultima, poco dopo, pare si trasferisse a Marcelliana (1). Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2). Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3). Per Blanda, si ha notizia di un episcopo, da un’iscrizione, non datata, ne databile, di cui diremo or ora. In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano. Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). Ecc…”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Calabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”.  Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che…..: Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli. Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore. Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 420 in proposito scrivevano che: La città medioevale e moderna. La sede vescovile rappresenta la prima notizia altomedioevale di Policastro: nel III sinodo romano, del 501, è ricordato Rustico, vescovo di Bussento (58). Dopo mezzo secolo, in seguito alla sconfitta gota, i bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome civile della città (divenuto Policastro), ed edificando la chiesa principale, sotto forma di ‘trichora’, forse alla fine del VI secolo, quando già nel 592 è ricordato un altro vescovo, oppure nella prima metà del VII, vescovo Sabazio nel 640 (59). La datazione della cattedrale ci pare possa ricadere più nel VI sec., epoca di costruzione delle maggiori ‘trichorae’ nel mondo cristiano, avendo anche il sostegno d’una documentazione storica di rilievo.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (58) postillavano che: “(58) G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29; R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli studi in Italia”, V (1882), pp. 366-385.”. Sempre i due studiosi, a p. 508, nella loro nota (59) postillavano che: “G. Moroni, cit.; Gaetani, cit…..Alla fine del VI sec. S. Gregorio Magno ricorderà in una sua epistola (‘Epistulae’, II, 29), la mancanza di titolare della sede Bussentina.”.

Nel ‘542 d.C. (VI sec. d.C.), AGNELLO, vescovo di Bussento (?)

Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, riferendosi al pontefice Gregorio Magno, in proposito scriveva che: Dello stesso pontefice è ricordato pure un vescovo Agnello, che, forse, è della Lucania (3).”. Il Magaldi (…) a p. 326, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Cfr. Lanzoni, o. c., p. 4”. Riguardo questo Vescovo chiamato Agnello ne ha parlato Pietro Ebner (…), che però lo pone a Velia. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Abbiamo nel V secolo Sabino di Marcellianum (494-95), forse Florentino (non Exuperantius) di Paestum (a. 499) e Agnello di Velia. Ecc..”. Dunque l’Ebner pone Agnello come Vescovo di Velia e non da alcun riferimento bibliografico. Ebner (…), vol. I a p. 21 parlando del vescovo Florentino di Paestum (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florntius adfuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen’.”. La studiosa Clara Bencivenga Trillmich (…), nel suo ‘Pyxous-Buxentum’, a p. 704, parlando di Bussento, scriveva che: “La città è menzionata …..per il 542 il vescovo Agnello (10).”. La Trillmich (…), nella sua nota (9), postillava che: “(9) Steph. Byz., s.v. Πυξούς.” e, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Gaetani Rocco, L’Antica Bussento, oggi Policastro Bussentino’, in Gli studi in Italia’, Periodico didattico, scientifico e letterario, a. V, vol. I, Roma, 1882, p. 376.”. Infatti, il sacerdote Rocco Gaetani, a pp. 19-20, nel suo introvabile ed in mio possesso: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 in proposito scriveva che: “Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia e di Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo. Ecc..”. Il Gaetani (…), nella sua nota (18) a p. 29 postillava che: “(18) Lib. 4, Epist. VI. In questo passo il Gaetani ci parla di un Vescovo chiamato Agnello che verrà menzionato in una lettera di papa San Gregorio Magno (…) che, nell’anno 592 d.C. (VII sec. d.C.), scrive al Diacono e Rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia. La lettera che il Gaetani cita è l’Epistola n. VI contenuta nel Libro 4. Si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Aleesandro Di Meo (…), nel suo “Annali Critico-Diplomatici del Regno di Napoli”, a p. 135 del vol. I, in proposito scriveva che:

Annali, p. 135

Di Meo, su Agnello, p. 136

(Fig…) Di Meo Alessandro (…), Annali etc., vol. I, pp. 135-136

Nel 568 d.C. (VI secolo d.C.), la “Vibonem” in Lucania donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino

Il barone Giuseppe Antonini (….) che nella sua “Lucania”, a p. 428 dissertando sull’antica “Vibone ad Siccam” in proposito scriveva che: “Vorressimo pertanto, che siccome i Lucani non invidiando il lor Vibone à Bruzj, gliel lasciano, come fu illustre, nobile Municipio, e prima Colonia, così i Bruzj, contendandosi del lor ‘Vibo Valentia’, lasciassero à Lucani il ‘Vibone ad Siccam’; tanto più volentieri, quanto che sin nei secoli bassi c’è notizia esser Vibone stato dentro la Lucania: Nell”Epitoma della Cronaca Cassinese’ data in luce dal chiarissimo ‘Sig. Muratori, Rer. Ital. tomo 2, par. I, fol. 353 si legge tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: IN LUCANIA MARCELLIANAM, VIBONEM; nome che ancor ritiene in quello di Vibonati. Or questo Vibone, qualunque si fosse nei trasandati secoli, non sappiamo da chi fosse fondato. Ecc..“. Dunque, l’Antonini cita l’Epitoma della cronaca Cassinese che lui dice essere stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori (…), nel suo “Rerum Italicarum Scriptores” (tomo 2°, parte I, pag. 353). Nel testo della Chronaca Cassinese pubblicato dal Muratori troviamo scritto che: “tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: ….” che: “In Calabria, Grumentum, Summuranum, Nicoteram. In Lucania, Marcellianum, Vibone, & medietatem Laci Lucrini ecc..”. Dunque, nel passo della cronaca Cassinese si legge che fra le donazioni fatte dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia benedettina di Montecassino, il Lucania vi sono Marcellianam e “Vibonam”. Dunque secondo questo passo della cronaca Cassinese, “Vibonam” era il Lucania e fu donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino. Questa notizia è interessante perchè ci conferma che nel XII secolo, al tempo in cui scriveva Pietro Diacono, monaco benedettino di Montecassino, la città di “Vibone” esisteva in Lucania, ovvero nella nostra zona e non solo ci conferma che essa esistesse al tempo dell’Imperatore Giustino II. Dalla citazione dell’Antonini trae la stessa notizia. Infatti, Fernando La Greca (….), nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’ parlando delle “carte del Cilento” (quelle parigine) e del toponimo di “Bibo ad Sicam odie ruin (ato)”, nella sua nota (41) postillava pure che: ” (41)…..‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’).”. Dunque, il La Greca scrive che nell’opera ‘Epitome chronicorum Casinensium’ a p. 353 viene citata “Vibonam”. A quale versione di quest’opera si riferivano l’Antonini ed il La Greca ?. L’’Epitome chronicorum Casinensium’ da Pietro Diacono fu fatta passare come opera di Anastasio Bibliotecario (L.A. Muratori, RIS, II, Mediolani 1723, coll. 351-370). L’opera, il codice Cassinense è invece ascritta da Erich Caspar (….) al monaco di Montecassino Pietro (Diacono) (Petrus Diaconus, 1909, pp. 111-121). Già agli anni del soggiorno ad Atina risale la sua prima produzione letteraria rappresentata dalla Passio beatissimi Marci et sociorum eius, corrispondente a quella attribuita ad Adenulfo vescovo di Capua (Bloch, 1998, pp. 139-155), che Erich Caspar (Petrus Diaconus, 1909, pp. 128 s., 134-138), sulla base del testo edito da Ferdinando Ughelli (Italia Sacra, VI, Venetiis 1720, pp. 408-417), dimostrò essere appunto opera di Pietro Diacono, al quale è da ascrivere pure, come seguito della prima, la Passio sanctorum martyrum Marci, Passicratis, Nicandri et Marciani (ibid., pp. 419-422; Bloch, 1998, pp. 189-214). Particolarmente assidua fu da parte di Pietro Diacono la frequentazione dei classici, se solo si pensi all’influsso determinante di Livio (Bloch, 1984, pp. 69-79) in un’opera come il Catalogus regum, consulum, dictatorum, tribunorum, patriciorum ac imperatorum gentis Troianae (cod. Casin. 257, pp. 1-21). Nel codice Casinense 361 Pietro ha inoltre lasciato la trascrizione dell’Epitoma rei militaris di Vegezio (libri I-IV), del De aquaeductu urbis Romae di Frontino, capostipite dell’intera tradizione di quest’opera, e di un frammento del De lingua latina di Varrone. ‘Epitome chronicorum Casinensium’, auctore, ut fertur, Anastasio Bibliothecario (…), nunc primum edita e MStis Codicibus, pp. 345-370. Anastasius Bibliothecarius, Charolus. Infatti, il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio, nella sua “Synopsis etc…” (Sinossi)(vedi versione a cura di Gian Galeazzo Visconti), citava Anastasio Bibliotecario (…) e a p. 10, in proposito nella sua nota (28) postillava che: “(28) ‘Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Historia haer., tomo 2, saec. 8, pag. 399 (Domenico Bernino, ‘Historia di tutte l’eresie’, Venezia 1711: ecc…”. Il breve chronicon medioevale oltre ad essere stato pubblicato dal Muratori (….) può essere letto anche nel testo di Bernino (….). Troviamo l’opera di Anastasio Bibliotecario in Domenico Bernino (….), “Historia di tutte l’eresie etc…”, pubblicato a Venezia nel 1711.  Il Laudisio cita Anastàsio quando a p. 68 e 69, riferendosi alla conquista dei Longobardi che assoggettarono in Lucania ed in Campania molti territori che erano sotto il dominio degli Imperatori Bizantini, come Giustino II. Il Laudisio cita Anastàsio anche per la Diocesi di “Bussento” all’epoca in cui papa Gregorio Magno scrive al vescovo di Agropoli Felice per la calata dei Longobardi. Questo passaggio storico è stato da me analizzato in altri miei saggi. Dunque, Il Laudisio riferisce di alcune notizie storiche tratte da Anastàsio ma riguardano il VII e VIII secolo e non riguardano la notizia citata dall’Antonini che risale al VI secolo d.C., epoca dell’Imperatore bizantino Giustino II. Concludendo, credo che la notizia di un luogo chiamato “Vibonem” e donato al monastero di Montecassino, insieme alla cittadina di ‘Marcellianam’ dall’Imperatore Giustino II nel VI secolo d. C., potrebbe rimandare ai due saggi successivi. Io credo che le notizie intorno a delle sedi religiose o addirittura vescovili di “Vibonem” e di “Marcellianam” attengano alle notizie che riguardano l’opera di evangelizzazione nelle nostre terre che, secondo alcuni scrittori risalgono proprio al I sec. d.C.., epoca della venuta di S. Pietro e S. Paolo.

Nel 582 (VI sec. d.C.), morì un Vescovo della Diocesi di Grumento (“Agromonte”)

Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli antichi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1). Ecc….. Dunque, il Cappelletti, a p. 368 (vol. XX), scriveva che a Buxentum, nell’anno 582 troviamo un vescovo i cui non si conosce il nome e che esso era morto nell’anno 582. Scrive senpre il Cappelletti che per questo vescovo di Bussento, papa Gregorio I raccomandava al Vescovo di “Agromento” (forse Grumento), di visitare la diocesi di Bussento e poi cita la lettera di papa S. Gregorio Magno, dicendo di cui sopra (1). Il Cappelletti, a p. 368, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Pag. 328”. Vediamo questa lettera che ci presenta il Cappelletti. A p. 328, il Cappelletti, riporta il testo della lettera di papa S. Gregorio Magno (Gregorio I): “Gregorius Felici Episcopi de Acropoli”: “Quoniam Velina, Buxentina et Blandana ecclesiae, quae tibi etc….”, tratta dal Libro 2, Epistola n. 42. Tuttavia, sebbene il Cappelletti, nella sua nota (1) avesse postillato di questa lettera, egli a p. 367, in proposito scriveva che: “Ma ne assicura una lettera del metropolita Alfano, scritta al clero di Bussento, l’anno XXII del suo pastorale governo; il qual anno corrisponderebbe al 1079: e con questa lettera l’arcivescovo da notizia al clero di quella chiesa di avere consacrato vescovo di Policastro il celebre Pietro Pappacarbone, monaco del monastero di Cava.”. Dunque, riepilogano ciò che affermava il Cappelletti che, secondo lui, nell’anno 582, era morto il vescovo di Policastro, di cui non si conosce il nome e, che, alla morte di questo vescovo, essendo la sede vescovile di Bussento vacante, nell’anno 582, papa S. Gregorio Magno raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1).”. In primo luogo devo precisare che la nota lettera di papa Gregorio I non è del 582 ma è stata scritta nell’anno 592; in secondo luogo, la lettera non fu indirizzata al vescovo di Agromento o Grumento ma è una lettera indirizzata al vescovo di Capaccio (che si era rifugiato ad Agropoli), Felice. In terzo luogo, la lettera di Alfano I, Arcivescovo di Salerno, non centra nulla con la lettera di papa S. Gregorio Magno al vescovo Felice. Infatti, padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parlando di Blanda, e non di Bussento, in proposito scriveva che: “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Ecc…”. Dunque, anche il Russo faceva riferimento alla lettera “Quoniam Velinae, Buxentina et Blandana ecclesiae, quae tibi etc….”, tratta dal Libro 2, Epistola n. 42.

S. Sofia

(Fig…) S. Sofia

S. Sofia

Secondo la Passio, il cui manoscritto più antico, conservato a Londra, è in siriaco e risalirebbe al V secolo ed il cui originale greco potrebbe essere del IV secolo, Sofia era una illustre matrona di origine italica, forse milanese, sposa di un senatore di nome Filandro e madre di tre figlie, a cui aveva dato i nomi delle tre virtù teologali: Pistis, Elpis, Agape. Traducendo in italiano questi nomi di origine greca, si può dire che la madre si chiamasse Sapienza e le figlie si chiamassero Fede, Speranza e Carità. Questo ha fatto nascere in alcuni studiosi il sospetto che non siano figure storiche, ma allegoriche; tuttavia le testimonianze del culto sono molto antiche e sembrerebbero smentire l’ipotesi allegorica. Sofia, dopo la morte del marito Filandro, da lei convertito al cristianesimo, soccorse con i suoi beni i poveri e svolse opera di proselitismo a Roma dove viveva con le figlie di 12, 10 e 9 anni. Denunciata dal prefetto di Roma, Antioco, all’imperatore Adriano, perché con la sua predicazione aveva indotto alcune donne sposate a vivere castamente, confessò davanti a lui la sua fede cristiana e rifiutatasi di adorare gli idoli, egli le fece imprimere sulla fronte il marchio d’infamia e la fece fustigare. Sperando di costringerla a rinnegare Cristo, Adriano fece torturare e decapitare una dopo l’altra le sue figlie sotto gli occhi della madre, che le esortava a restare salde nella fede cristiana, nella speranza della vita eterna. Compiuto il martirio delle figlie, le furono consegnati i loro corpi, che lei seppellì al diciottesimo miglio sulla Via Aurelia, dove morì tre giorni dopo, mentre pregava e piangeva sulla loro tomba, nella quale fu sepolta anche lei. L’anno del martirio fu il 122 d. C., durante il pontificato del papa San Sisto I. Gli Itinerari per pellegrini altomedievali segnalano la tomba di Sofia e delle figlie in un cubicolo (antro) della catacomba di San Pancrazio sulla via Aurelia, dove è tuttora visibile. Le prime notizie del loro culto finora conosciute risalgono al VI secolo e sono contenute nell’Index oleorum del presbitero Giovanni, che per incarico di San Gregorio Magno (590-604) prelevò gli olei dalle lampade che ardevano sulle tombe dei martiri da inviare alla regina Teodolinda a Monza. Nell’elenco figurano anche Santa Sofia e le sue tre figlie sulla Via Aurelia. La loro memoria fu inserita in vari Martirologi in due date diverse: le figlie al 1º agosto e la madre al 30 settembre. Tali date furono recepite anche dal Baronio nella sua edizione del Martirologio Romano. Nel Medioevo la memoria di Santa Sofia era celebrata nella chiesa romana di San Martino ai Monti il 15 maggio. Le Chiese Orientali, invece, celebrano la madre e le figlie in un’unica memoria, il 17 settembre.

Il culto di S. Sofia nel basso Cilento

In diverse località del Cilento, il 15 maggio si festeggia Santa Sofia. La vergine e martire è protettrice dei centri di Celle di Bulgheria (frazione Poderia), Alfano ed Albanella e si venere anche a Terradura (Ascea) e Piano Vetrale (Orria). A caratterizzare queste festività è la processione in stile cilentano che si snodo lungo le principali vie del paese. Talvolta in concomitanza si tiene anche una fiera, come accade ad Alfano. In serata, invece, i rituali religiosi cedono il posto alle programmazioni civili, con concerti musicali. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”.

Il culto di S. Sofia a Poderia, a Roccagloriosa e a Torraca

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Il Natella e Peduto scrivono: ”Il Gaetani (18), ricorda come esistessero nella Diocesi di Policastro, a Poderia, a Roccagloriosa e a Torraca, chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia.”.  Il Gaetani (…), in un suo pregevole saggio sulla storia di Policastro, scriveva: “è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, …si disputa fra gli storici. La S. Sofia celebrata da tutti è tradizionalmente legata a memorie greche, ….che la S. Sofia di provenienza greca altra non fosse che quella medesima, a cui l’imperatore Giustiniano dedicò il celeberrimo tempio di Costantinopoli ecc..E’ tutt’ora in Torraca un luogo che chiamasi di S. Sofia, ove la santa in un tempietto a lei inalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto dalle scarsissime carte del nostro Archivio, che al 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso, che mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine de’ Cortici, a S. Rocco ed a S. Sofia, di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.” . In seguito, il Falco (…), hanno scritto sulle reliquie bizantine in Roccagloriosa (con tarde pitture di quello stile)”,……….Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, op. cit., pp. 24-25.”. Infatti, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica Bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 (v. Fig….), che posseggo. Parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, a pp. 24-25, scriveva che: “La seconda cosa degna di molto studio per gli agiografi è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, che ha un culto così esteso nelle chiese occidentali d’Italia, ed in modo particolare…….Checchè sia delle varie opinioni sulla santa Sofia, nella Diocesi di Policastro, precipuamente in Poderia, in Roccagloriosa ed in Torraca è celebre il culto di una santa Sofia. Fattisi i nostri ad indagare chi Ella fosse, a niuno meglio potevano rivolgersi che al dottissimo ellenista ed agiografo, il chiarissimo abate di Grottaferrata D. Giuseppe Cozza Luzi, il quale soddisfece ampiamente alla richiesta dell’illustre arciprete canonico Giovanni De Sanctis, facendo conoscere la memoria di una insigne s. Sofia greca, della quale benchè gli atti non esistano, pure il nome è celebratissimo, ed attesa la moltitudine dei prodigi nel restituire la sanità gl’infermi fu distinta col nome di ‘Sofia’ ………(curatrice), il perchè si disse dai greci ‘Thaumaturga’. (24).”. Il Gaetani, nella sua nota (24), a p. 29, postillava che: “(24) Cf. l’Officia recitanda in civit. et dioec. Polycastrensi. Die XV Maij. In festo s. Sofiae. Monitum ad futuram rei memoriam. – E’ tuttora in Torraca un luogo che chiamasi s. Sofia, ove la Santa in un tempietto a lei innalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto delle scarsissime carte del nostro Archivio, che ai 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso che crudelmente mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine dè Cortici, a s. Rocco ed a s. Sofia di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto, scrivendo che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….”. Il Gaetani (…), cita il Cozza Luzi Giuseppe (…), che, nel 1880, scrisse ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ovvero scrisse la storia delle vite dei due santi Macario e Saba, che passarono nel Cilento e da cui si possono trarre interessanti notizie sui monaci basiliani come S. Fantino e S. Nilo, qui nel basso Cilento. Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso.

Nel 590 (VI sec. d.C.), papa GREGORIO MAGNO e i Longobardi di Zottone

Pietro Giannone (…), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, scriveva che: “Una eco delle scorrerie di Zottone nel Mezzogiorno, si rintraccia anche negli scritti di Gregorio Magno, il quale appunto con la sua lettera “Quoniam velina” (a. 592) sollecitava il vescovo pestano Felice, rifugiatosi nella vicina Agropoli (114), a visitare le diocesi di Velia, Bussento e Blanda (presso Maratea) prive di pastori, probabilmenti sorpresi dalle orde longobarde come propendono gli storici. L’esplicito ed esclusivo riferimento del papa al vescovo Felice perchè riorganizzasse l’assistenza religiosa nelle predette diocesi e non in quella pestana lascia appunto presumere che il vescovo Felice era sfuggito a Zottone in quanto era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (114) postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) postillava e citava “Jaffé-Ewald”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (115) postillava che: “(115) ‘Bell’ Goth.’, I, 14.”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (116) postillava che: “(116) Epist., II, 14. 50”. Pietro Ebner (…), per questo travagliato periodo, cita il Lanzoni (…), e ne consiglia la lettura di pp. 316-329 sulla diffusione del Cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana. La tesi potrebbe essere quella che in un certo periodo, come afferma il Lanzoni (…): «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti, Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, scriveva che: “I vescovi per l’alternarsi di invasioni e incursioni cui erano esposte le città, finirono col non avere una residenza stabile, come afferma il Lanzoni là dove dice (p. 323) che “si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome”. Le uniche testimonianze sicure pervenuteci sono le lettere del ‘Consul Dei’, di Gregorio Magno (590-604) in cui appunto si fa cenno dell’invasione longobarda (105) e riferiscono con accenti drammatici gli eventi occorsi nel Mezzogiorno dopo la calata delle orde di Zottone, il più pagano tra i Longobardi e primo duca di Benevento (571-591). Le sue efferate schiere pare abbiano infierito più sulle chiese e sugli ecclesiastici (106) che sulle popolazioni civili. Ciò spiega il lungo silenzio ( circa un secolo per lo Hirsch) che per molti anni avolse vescovi e vescovadi locali (107).”. Ebner (…), a p. 25, nella sua nota (107), scriveva che lo Hirsch (…), affermava di non aver rinvenuto altre notizie sul Mezzogiorno dal 601 al 604 (morte di Gregorio Magno) e che solo nell’anno 625 è notizia della presa di Salerno per accordi con il vescovo Grazioso. Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, scriveva che: “Una eco delle scorrerie di Zottone nel Mezzogiorno, si rintraccia anche negli scritti di Gregorio Magno, il quale appunto con la sua lettera “Quoniam velina” (a. 592) sollecitava il vescovo pestano Felice, rifugiatosi nella vicina Agropoli (114), a visitare le diocesi di Velia, Bussento e Blanda (presso Maratea) prive di pastori, probabilmenti sorpresi dalle orde longobarde come propendono gli storici. L’esplicito ed esclusivo riferimento del papa al vescovo Felice perchè riorganizzasse l’assistenza religiosa nelle predette diocesi e non in quella pestana lascia appunto presumere che il vescovo Felice era sfuggito a Zottone in quanto era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Blanda ed al vescovo Felice, così scriveva: “…..La “vacatio sedis” di tre diocesi rispecchia quale era la situazione italiana con le guerre gotiche prima e le bizantino-longobarde dopo; d’altra parte così viene esplicitamente evidenziata dallo stesso Gregorio Magno: “Le città sono spopolate, i villaggi travolti, le chiese bruciate, i monasteri di uomini e di donne distrutti, i campi abbandonati dagli uomini sono privi di chi li coltivi, la terra è deserta nella solitudine, e nessun proprietario la abita…la fine del mondo non solo si annunzia, ma già si mostra in atto” (Dial., III, 38).”. Poi il Campagna, postillava che: “(Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Barni (…), scriveva che i Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro. Zottone fu il duca Longobardo che guidò la prima fase dell’occupazione longobarda nel Mezzogiorno d’Italia, negli anni immediatamente successivi all’invasione della Penisola (a. 568). Fu il fondatore del ducato di Benevento nel 571 e primo duca di Benevento, secondo quanto riportato da Paolo Diacono (…). Con le sue truppe, penetrò in Campania nell’agosto del 570, affrontando i Bizantini e sconfiggendoli ripetutamente. Si accampò a Benevento, che diventò la capitale del nuovo ducato. Provò a conquistare Napoli, ma fallì e dovette togliere l’assedio nel 581. Come duca era semi-indipendente, mentre il nord della Penisola era sotto il controllo del re longobardo Autari, che aveva poca influenza nel sud. Si piegò all’autorità reale nel 589. Morì nel 591 circa e gli successe Arechi I. Paolo Diacono, ‘Historia Longobardorum’ (‘Storia dei Longobardi’, cura e commento di Lidia Capo, Lorenzo Valla/Mondadori, Milano 1992). Si veda pure: Sergio Rovagnati, I Longobardi, Milano, Xenia, 2003. Del VII secolo, il L. Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905, attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (….), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: “I Longobardi trovarono le nostre regioni semideserte (dal 566 infuriava la peste)(63), anche se Paolo Diacono menziona lungo “il corno destro dell’Italia”, in Lucania e Brettia, le città di “Pesto, Laino, Cassiano, Cosenza e Reggio” (64), ma di città dovevano conservare soltanto il nome; forse un agglomerato di casupole a ridosso dei ruderi di antichi edifici romani. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Popolazioni già sottomesse seguivano i Longobardi (66). Longobardi, la cittadina della costa tirrenica cosentina, rivela nel toponimo la presenza longobarda nell’estremo Mezzogiorno, dando così, una certa concretezza storica alla leggenda della “colonia di Autari” (67). Nell’estate del 596, la stessa Crotone era caduta sotto il potere longobardo (68). Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato , tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 63, nella sua nota (…), postillava che: “(63) P. Diacono, H.L., II, 4”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (64), postillava che: “(64) P. Diacono, H.L., II, 17; N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, in Rassegna Storica Salernitana, 1962.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (65), postillava che: “(65) P. Diacono, H.L., II, 26; Procopio, Goth., IV, 33.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (66), postillava che: “(66) P. Diacono, ibidem”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (67), postillava che: “(67) P. Diacono, H.L., III, 32.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (68), postillava che: “(68) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (69), postillava che: “(69) P. Diacono, H.L., II, 32”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (72), postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le Diocesi d’Italia, op. cit..”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (73), postillava che: “(73) P. Diacono, H.L., IV, 9.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) Reg. Epist., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (75), postillava che: “(75) Reg. Epist., IX, 127.”. Il Nicolaio (…), scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”Pietro Giannone (…), in proposito, scriveva che: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Il Gaetani (…), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (…), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (…), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(…), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Interessante è ciò che scrisse il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a p. 22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, per modo che le chiese ne restarono abbandonate e deserte, il clero ed il popolo ne fuggirono e i sacri vasi furono occultati; lo che trova riscontro nell’altra lettera di Cipriano, di sopra citata, in cui s’allude a così fatte invasioni fatte nella Lucania, come pare, dai Longobardi, e precisamente da Zottone duca di Benevento per estendere i suoi domini nella Campania, nella Lucania, nella Calabria e nelle Puglie. Nè mancano altri riscontrii di simili scorrerie su quei littorali a quel tempo, ed il medesimo S. Gregorio ricorda quelle fatte sui lidi campani nella sua lettera ad Adeodato abate del monastero di s. Sebastiano di Napoli, ove dice che i monaci del Falcidio di Pozzuoli, e quelli del Cratere di Napoli non erano sicuri per le incursioni che i barbari facevano su questa spiaggia (20). Ordina però s. Gregorio ad Adeodato di raccogliere con sè nel suo monastero di s. Sebastiano i monaci Falcidiesi e i Crateresi, soggiungendogli che quando i lidi fossero sgombri dal pericolo delle incursioni barbariche rimandasse di tratto in tratto nei rispettivi monasteri quei monaci a mantenervi il culto divino. Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Il Gaetani a p. 29, nella sua nota (20) postillava che: “(20) I monaci Falcidiesi abitavano l’antico pretorio di Falcidio, ove era la basilica di s. Stefano o di s. Procolo detta pure del Trivio. di cui tuttora si vedono i ruderi all’estremo della via Campana. I Crateresi poi avevano il loro cenobio ove oggi è la Villa di Napoli, il quale negli ultimi tempi si disse di s. Leonardo a Chiaja; ora è interamente distrutto.”. Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Mons. Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (…). Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro, scriveva: sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’..

Nei primi del VII sec. d.C., la ‘Bricia’ (parte del basso Cilento) amministrata dai Vescovi dipendenti dal Ducato bizantino di Napoli

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, ci parla della Lucania e della Bricia ed in proposito scriveva che: Questa riorganizzazione che allora dovette sembrare temporanea, ma che era destinata a conservarsi a lungo, deteminò, stando ai dati che si possono rilevare solo da posteriori condizioni effettuali, una lenta serie di modifiche nelle ripartizioni e nelle denominazioni territoriali. La Lucania romana, che nel frattempo era caduta quasi interamente sotto il dominio dei Longobardi, perchè il suo nome (5), esso si restrinse ad indicare soltanto quella sua parte occidentale che si affaccia sul Tirreno e che è possibile circoscrivere, in modo approssimativo, entro i confini costituiti: a Nord-ovest da Agropoli, a Nord e ad Est dai corsi superiori dei fiumi Calore ed Alento ed a Sud da Velia ed il suo entroterra. Questa regione che noi possiamo chiamare Lucania Occidentale o Minore, per distinguerla dall’antica, e maggiore, Lucania romana, subì in seguito alcune modifiche territoriali (1), ma conservò sempre il nome di ‘Lucania’ fino all’XI secolo, per poi assumere quello odierno di Cilento (2). La conquista longobarda, costituendo un caposaldo a Laino, aveva fra l’altro scisso le terre intorno a Blanda da quelle restanti del Bruzio (3); queste però mantennero il nome di Bruzio, nome che, nella forma: ‘Britia’, e successivamente ‘Bricia (4), si estese gradualmente a comprendere prima le terre nel golfo di Policastro, poi quelle fino all’Alento (5). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 65, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Sul problema cfr. G. Racioppi, Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1899, II, p. 11.”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. p. 75 e carta geografica, I”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. pp. 126-127.”. In queste pagine il Cantalupo parla dei toponimi ‘Cilento’ e di ‘Lucania’ che si alternavano soprattutto dopo i Longobardi in epoca Normanna.

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(Fig…) Il grafico è tratto da Piero Cantalupo, op. cit. ,vol. I, p. 75

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. In tale periodo si attuava nel nostro Meridione un processo di “bizantinizzazione” in base la quale le popolazioni ancora dipendenti dall’Impero Romano d’Oriente divennero profondamente grecizzate nella lingua, negli usi, nei costumi e nel rito religioso; esso iniziò nella seconda metà del VI sec. d. C., quando l’Italia meridionale servì come rifugio delle genti elleniche della penisola balcanica e della Grecia ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, parlando del Bruzio e ‘Britia’, a p. 66, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il Bruzio antico, i larga parte assorbito dai Longobardi che ne occuparono il territorio fra Laino e Cosenza, conservò il suo nome fino all’epca dell’imperatore bizantino Costante II (641-663); riassettandosi allora i territori bizantini, ad esso fu dato il nome di Calabria, che fino a quel tempo aveva indicato la penisola Salentina, la quale, a sua volta, incominciò a chiamarsi ‘Longobardia’ in concomitanza con la penetrazione longobarda in quelle terre. (Cfr. M. Schipa, ‘La migrazione del nome “Calabria”, estr. dall’Archivio Storico della Calabria, I, 1912.“. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La forma: BRITIA (VIII sec.) è riportata da Paolo Diacono (‘Historia Longobardorum’, II, p. 17: ecc..; la forma BRICIA (XI sec.) è registrata da Romualdo Guarna (‘Chonicon, in RR. II., SS. (2), VII, P. I ecc…”. Il Cantalupo (…),  p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Il Cantalupo (…), a p. 99, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Policastro non è che l’antica Bussento (v. n. 1, p. 50), a cui i Bizantini, dopo averla occupata nell’ultimo quarto del secolo IX, diedero il nome di ‘Polis-Kàstron, città-fortezza, città fortificata. Essa ebbe una importantissima funzione strategico-militare, come il porto e la piazzaforte più settentrionale sul Tirreno direttamente controllata dai funzionari greci.”. Dunque, secondo il Cantalupo, Buxentum (Bussento) mutò il suo nome in Policastro solo dopo l’occupazione Bizantina del IX secolo dell’Imperatore Niceforo Foca.

Carlo Carucci (…), nel suo ‘La provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna’, Salerno, 1923, nel suo capitolo “Costituzione del principato longobardo di Salerno”, a pp. 119-120, in proposito scriveva che: “Quando nel 640 il duca Arechi di Benevento tolse ai Greci, sul Tirreno, il territorio da Cuma ad Agropoli, la regione salernitana, la quale pure aveva sofferto non poco dalle prime incursioni dei Longobardi (1), ben presto ebbe ad avvantaggiarsi del nuovo dominio e soprattutto Salerno, che Arechi desiderò divenisse il porto del suo stato. Fatta allora oggetto di speciali cure, Salerno divenne la più cospicua città del Ducato (2) e la sua importanza si accrebbe poi di molto, quando il duca Arechi II, genero del re Desiderio, si proclamò principe di Benevento, e per prepararsi a resistere contro una probabile invasione franca (3), rese più sicure le mura e le torri di Salerno (1) e vi costruì un palazzo (2). Nell’840 poi, morto il pricipe Sicardo di Benevento, gli Amalfitani insorsero, si ordinarono in repubblica, e incitarono ecc…”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (1) postillava che: “(1) HERCHEMP., in R.I.S.T. vedi cap. 24, ricorda i saccheggi delle terre da Nocera a Sorrento e tali saccheggi son pure ricordati da Gregorio Magno, Epist. XI, 72”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lo studio più pregevole su questo periodo della storia salernitana è ‘Il principato longobardo di Salerno’ di M. Schipa, pubblicato nell’Archivio Stor. per le prov. nap. l’anno 1887. L’opera fu fatta sulla scorta sorattutto dei documenti dell’archivio della SS. Trinità di Cava.”. Il Carucci, a p. 119, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Herchemp., op. cit., cap. III: “Francorum territus metu, inter Lucaniam et Nuceriam, (Salernum) urbem munitissimam et praexcelsam in modum tutissimi castri, idem Arechis opere munifico munivit, et nova fabrica reparavit.”. Il Carucci, a p. 120, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Dice GREGOROVIUS – ‘Storia di Roma, trad. it. II, 426 – che Arechi, quando seppe che Carlo era presso Capua, si rifugiò a Salerno e la fortificò. Invece dal passo citato di Erchemperto, come pure per altri documenti del tempo (V. pure Eginardo, M.G.H., SS. 1, 169) rilevasi che la città era già fortificata e che Arechi dovè soltanto riparare e migliorare le fortificazioni esistenti.”. Sul dominio di Arechi I, su Wikipedia leggiamo che prese Salerno nell’anno 620, mentre il Crucci scrive che Arechi (riferendosi ad Arechi I) “Quando nel 640 il duca Arechi di Benevento tolse ai Greci, sul Tirreno, il territorio da Cuma ad Agropoli, ecc…”. Dunque, nell’anno 640, almeno Agropoli e credo anche altre città marittime come Velia (che nel frattempo avevano perso di importanza) e Bussento restarono sotto il controllo giuridico-amministrativo dei Vescovi che erano direttamente collegati attraverso il Papato al Ducato bizantino di Napoli. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) riferendosi al Cilento scriveva in proposito che: “….verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Ecc..”. Dunque, nel VII secolo e fino alla fine del VII secolo, buona parte dei territori, escluso l’area salernitana, rimmasero saldamente in mano ai Bizantini, soprattutto la fascia costiera che va da Agropoli fino a Salerno. Nel 1898, monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974), a p. 384, in proposito scriveva che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno“. Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. E’ interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 330, dove, parlando di Buxentum e della lettera di papa Gregorio Magno che invitava il Vescovo Felice di Paestum a recarsi presso le sedi vacanti di vescovi a Velia, a Buxentum e a Blanda, in proposito scriveva che: “Ne è manzione nella lettera “Quod Velina” di papa Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, rifugiatosi, come si è detto, nella bizantina Agropoli (v.) per sfuggire all’irrompere delle orde longobarde di Zotone. Con essa il grande papa invitava il vescovo a visitare Velia, Policastro e Blanda prive di pastori, a ripristinarvi il culto e a tenerle in amministrazione apostolica, giurisdisdizione che, dopo l’ultimo vescovo Sabbazio (a. 640) continuò ad essere mantenuta salvo un brevissimo periodo nell’XI secolo (14), dai vescovi pestani fino ai primi del XII secolo (15).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. il mio ‘Pietro da Salerno'”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. Monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne Louis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), riferendosi ai fatti accaduti negli anni successivi la venuta delle orde longobarde di Zottone,  in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. I due studiosi si riferivano all’opera di Giuseppe Volpe (….), Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes). Il Volpe, continuando il suo racconto a p. 117, dopo aver detto di Bussento nel VI secolo scriveva pure del Mannelli (….): “Il che mi fa inferire come Bussento non solo riteneva in quel tempo antico e primiero suo nome, ma era esente dalle sventure, cui soggiacquero le città interne per opera principalmente dè goti e dei longobardi, i quali, come scrive il Mannelli (18), “essendo venuti dai paesi settentrionali, non havevano alcuna peritia dell’arte marittima; sicchè tutta la barbarie dei loro sforzi si sfogò contro le città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali, tanto più che potevano ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’impero greco, che haveva nel mare potente armata”. Ma nè tempi successivi dilatandosi le invasioni barbariche ancora nè luoghi littorani, non poche città incontrarono lacrimevole e totale sterminio: soprattutte Bussento subendo gli effetti così delle prospere come delle avverse vicende, provatasi invano di porre forte argine all’irrompente invasione, s’ebbe pur essa la sorte di essere intieramente eguagliata al suolo e ridotta ad un mucchio di rovine, e non si riebbe se non assai dopo col nome di ‘Policastro-Paleocastrum’ e ‘Pellicastrum’ (19). Più tardi, nè primi del decimo secolo ecc…”. Il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli citato dal Volpe (….), parlando di Policastro non dice nulla della probabile distruzione da parte forse dei Longobardi nell’anno 640. Come vedremo, riporto qui il passo integrale del Mannelli che per la parte di Policastro fu integralmente trascritto dal Gaetani. Il manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (….), per la parte che riguarda Policastro fu integralmente trascritta da Rocco Gaetani, nel suo “Notizie di Policastro Bussentino nella storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel Sac. Rocco Gaetani”,  del 1880, Napoli, a pp. 20-21-22 scriveva che: “…; nè da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tanti altri di questi paesi trovasi scritto. Ne ciò sarà difficile a credersi, se ricordarci vogliamo, quel che altre volte accennai, che essendo queste fiere Nationi venute dai paesi settentrionali, non haveano alcuna peritia dell’arte maritima, sicchè tutta la barbarie dè loro sforzi si sfogò contro le Città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali; tanto più che potevan ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’imperio Greco, che havea nel mare potente armata. Laonde questa città maritima e tanto fuor di mano da essi non fu assalita, ma fu posseduta da Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Il monaco Luca Mandelli (…), nel suo manoscritto che stà alla Biblioteca Nazionale di Napoli, è l’unico autore che riferisce notizie circostanziate circa la presenza bizantina nella nostra area. Il Mandelli è chiaro. Egli parlando di Policastro scrive che i Bizantini, che chiama “Greci”, possedettero Policastro, anchi per la precisione egli scrive che non solo Policastro non fu conquistata dai longobardi e che all’epoca fu difesa dalle foze marittime dei Bizantini: ma fu posseduta da Greci Monarchi.”. Riguardo quell’epoca, riguardo il VII secolo d.C., il Mandelli o Mannelli scrive che Policastro, che nel frattempo aveva già mutato il suo nuovo nome, ebbe le prime sciagure solo grazie alle incursioni dei Saraceni. Il Mandelli forse si riferiva ai Saraceni che assoldò più tardi il principe Longobardo Arechi II. Il Mandelli scriveva che: Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia, perchè questi al contrario prevalendo più di forze maritime che terrestri, così come le città mediterranee facean contro di essi gagliarda difesa, così le maritime restavano esposte a colpi del lor furore, languendo homai fuor di misura l’imperio Greco.”. Pare che il duca longobardo di Benevento Arechi I si sia servito di Saraceni e di Bulgari per conquistare una parte dei ducati Amalfitani e delle temata Bizantina da Salerno ad Agropoli. Il Mannelli, continuando il suo racconto sui Saraceni d’Africa, a pp. 22-23, in proposito scriveva che (vedi Gaetani): “Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia ch’havevano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono ed abbatterono quasi tutte le maritime di questo e dell’altro lido del mare Ionio, e particolarmente questa di Buxento, restando nelle sue rovine anche sepolto il nome. Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Sarraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo dè Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere particolarmente avendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute 1079 ecc…. Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), citato dai due studiosi Natella e Peduto, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento’, del 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc….Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.”. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, quot quot reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc…..Il Volpe, a p. 117, citava anche il testo di Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini),  del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Il Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 9 (si veda versione a cura del Visconti), ruarda il Gatta e Policastro, postillava che: “(24) Constant. Gatta, Memor. Luc., cap. 2, pag. 34 (parte III, capo VI, p. 303, nota (a): Rusticus, episcopus Buxentinus, subscripsit tert. syn. Rom. sub Symmaco).”. Il Visconti che curò la nota riedizione del Laudisio si riferiva a Costantino Gatta (….), “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini), alla nota (a), p. 304, del cap. VI, dove il Gatta, postillava che: “(a) Livio nel lib. 34…….Livio lib. 39. Utrumque littus Italiae desertas Colonias, Sipontum Supero, Buxentum Infero mari in venisse &c. Carlo di San Paolo pag. 60 Rusticus Episcopus Buxentinus subscripsit tert. Syn. Rom. sub Symmaco.”. Dunque, nella sua nota (a) a p. 304 il Gatta postillava che Bussento è citato in “Carlo di San Paolo pag. 60″, dove scrive che: “Rusticus Episcopus Buxentinus subscripsit tert. Syn. Rom. sub Symmaco.”, riferendosi al testo di Luca Holstenio (….), “Note alll’Italia Antiqua” del Cluverio (….), di cui ho già parlato in un altro mio saggio. Il testo di Luca Holstenio è “Annotationes in geographiam sacram Caroli à S. Paulo Italiam Antiquam Cluverii etc….”. Si tratta delle riflessioni postume al lessico geografico di Ortelio, alla Geografia Sacra di Carlo da S. Paolo e le riflesioni sull’Italia antica del Cluverio. L’Holstenio, nell’edizione del 1666, non scrive a p. 60, ma troviamo scritto su Buxentum a p. 22, parlando della Lucania scrive: “Buxentium &c. vulgo) Policastro…….Blanda &c. hodie ) Porto de Sapri”, mentre nelle sue riflessioni all’Ortellio: “Thesaurum Geographicum Annotationes a…”, a p. 60 non leggiamo ciò che postillava il Visconti. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania colle notizie etcc…opera postuma di Costantino Gatta data in luce da Giuseppe di lui figlio etc…”, pubblicata nel 1743 (un pò prima dell’Antonini), a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“. Anche se riguarda gli anni sul finire del VI secolo è interessante l’analisi del Cantalupo. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 62-63, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: “Insediatisi nelle terre del golfo di Salerno, dove a Nord, la stessa Salerno resterà imprendibile per altri quarant’anni ed a Sud, Agropoli non sarà mai occupata, i Longobardi avanzarono lungo la solita via Annia nel vallo di Diano; lasciate momentaneamente tranquille le località a ridosso dei Monti Alburni e distrutta Marcelliana (4), si condussero tra il 590 ed il 591 nell’entroterra del golfo detto oggi di Policastro. Le scorrerie portate allora nei territori di Velia, Bussento e di Blanda, probabilmente col solo scopo di fare incetta di vettovaglie (5), determinarono l’abbandono dei vescovadi di questa città da parte del clero, rifugiatosi altrove, forse in Sicilia, dove avevano trovato scampo allo stesso pericolo anche molte monache della Lucania, come ricorda san Gregorio Magno in una sua lettera del 593 (1).”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V., n. 2, p. 53. Dell’abitato di Marcelliana (‘Marcellianum’) non si hanno notizie dopo il VI secolo, per cui è lecito mettere in relazione la sua scomparsa con la conquista longobarda.”. Il Cantalupo, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Zottone (o Zotto; … – 591 circa) è stato un condottiero e duca longobardo, primo duca di Benevento dal 571 circa al 591 circa. Dunque, Zottone regnò fino a il 591 circa ed il Cantalupo, in proposito citando il testo di Hirsch (….), “Il ducato di Benevento” (in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67), ricorda che Hirsch scriveva che: “dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, secondo il Cantalupo che citava Hirsch, nella nostra zona, durante tutto il VII secolo (da sul finire del VI secolo), per circa cento anni, di tutta la chiesa cattolica o l’ordinamento ecclesiastico non si hanno più notizie.

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Riguardo la Diocesi di Velia, papa Gregorio I, scrivendo la seconda lettera al Vescovo Felice, nell’anno 593, ci parla anche di Velia. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, in proposito scriveva che: “…..Più importante la seconda che informa della crisi demografica (21), che già verso la fine del VI secolo travagliava Velia. Il papa invitava il vescovo pestano Felice (22), rifugiatosi nel castello di Agropoli bizantina per l’incombente minaccia longobarda, a visitare le diocesi di Velia, Bussento (Policastro) e Blanda (Maratea) prive di Vescovi. Ma, se la partecipazione a successivi Concili dei vescovi di queste ultime due diocesi informa della loro ricostituzione, il silenzio dei vescovi di Velia mostra la scomparsa di questo organismo diocesano. Evento che fu determinato anche dalle rovinose alluvioni che, distruggendo i terreni resi già fecondi dagli uomini, sconvolsero ancora una volta l’abitato cittadino (VIII secolo). La furia delle acque, che travolse il quartiere meridionale (23), seppellì, sotto masse di limo, la stessa basilica. “. Sulla diocesi di Velia al tempo di papa Gregorio I, Pietro Ebner a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…..ordinava a “Felici Episcopo de Acropoli” di visitare le tre chiese abbandonate dal clero, il che conferma l’occupazione di Velia e del territorio da parte dei Longobardi di Zottone, ecc…“. Sul Vescovo Agnello, Pietro Ebner ne parla anche nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 14 e p. 25, dove in propositoscriveva che: “A tutt’oggi dalla successione episcopale mancano comunque oltre 30 vescovi pestani, tutti quelli velini, tranne forse uno degli ultimi, Agnello, e qualcuno della diocesi di Marcellianum; oltre quelli di Bussento prima della ricostituzione della Diocesi, temporanea nel 1066 e definitiva nel 1110 (6). Per ciò che attiene alla sede della diocesi, si può senz’altro convenire che nel VI secolo essa da Paestum venne trasferita ad Agropoli, fondata dai bizantini negli anni seguenti il 533, epoca dell’arrivo di Belisario in Italia. In questa ben fortificata testa di ponte bizanina si rifugiarono i vescovi pestani per sfuggire all’orrore dell’invasione delle bande di Zotone, primo duca di Benevento (571-591) e il più pagano tra i Longobardi. Non sappiamo con precisione quando i vescovi ritornarno a Paestum……Capaccio rimase a lungo sede diocesana nonostante che i vescovi continuassero a risiedere in altri centri (Agropoli, Sala Consilina (8), Diano-Teggiano, Novi, Vallo) ecc….”. Ebner, a p. 15, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Sala venne scelta per fruire più facilmente dal servizio postale”. Sempre l’Ebner a p. 14, in proposito ai Vescovi in proposito scriveva che: “Il Gams (5) ci offre un elenco piuttosto scarno dei vescovi, con vuoti che intervallano interi periodi.”. Ebner a p. 14, nella sua nota (5) postillava che: “(5) B. Gams, Series episcop. eccles. cathol., Graz, 1957, p. 286 sg. col. 1 sg. In effetti il Gams ne enumer 60, compreso il primo vescovo della diocesi di Diano-Teggiano. Cfr. Regesta pontificum romanorum di P. F. Kehr, Italia pontificia, Berlino, 1836, pp. 367-370. F. Ughelli, Italia Sacra, VII, Venezia, 1721, coll. 465-496. L’Ughelli scrive che la ‘sati ampla’ diocesi aveva ai suoi tempi, un circuito di 150 miglia; vedi specialmente G. Volpi, Cronologia dei vescovi pestani, Napoli, 1752 ecc…”.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, scriveva che: “Una eco delle scorrerie di Zottone nel Mezzogiorno, si rintraccia anche negli scritti di Gregorio Magno, il quale appunto con la sua lettera “Quoniam velina” (a. 592) sollecitava il vescovo pestano Felice, rifugiatosi nella vicina Agropoli (114), a visitare le diocesi di Velia, Bussento e Blanda (presso Maratea) prive di pastori, probabilmenti sorpresi dalle orde longobarde come propendono gli storici. L’esplicito ed esclusivo riferimento del papa al vescovo Felice perchè riorganizzasse l’assistenza religiosa nelle predette diocesi e non in quella pestana lascia appunto presumere che il vescovo Felice era sfuggito a Zottone in quanto era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (114) postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus”. Nella sua nota si faceva riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) postillava e citava “Jaffé-Ewald”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (115) postillava che: “(115) ‘Bell’ Goth.’, I, 14.”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (116) postillava che: “(116) Epist., II, 14. 50”.

Pietro Ebner (…), nella sua “Storia, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 272 parlando della Diocesi di Paestum-Capaccio, in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda la sede della diocesi si può senz’altro convenire che fosse stata trasferita nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo. Certamente da qualche predecessore del vescovo Felice per sfuggire all’invasione (anni sgg. il 568) dei Longobardi di Zottone. Ipotesi che fornisce una più soddisfacente spegazione della nota lettera “Quod Velina” che papa Gregorio I inviò “a Felice che risiede, sta ad Agropoli”. Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno. Non pochi documenti, però mostrano che i vescovi tornassero spesso ad Agropoli, non perchè sede di circoscrizione ecclesiastica, di cui sarebbe ben difficile stabilire i confini data la vicinanza con le più antiche di Paestum e di Velia, ma perchè Agropoli, con i suoi casali, costituiva il feudo dei vescovi di Capaccio. Anche il Kehr (pp. 367 e 370) conviene sul temporaneo trasferimento ad Agropoli del vescovo pestano, aggiungendo solo ch’è difficile stabilire l’epoca del ritorno a Paestum. Dello stesso parere il Duchésne. Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”. Ebner a p. 272, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Mazziotti, La baronia, p. 27 sgg.”. Ebner a p. 272, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Anche il Mandelli cit. (f. 99) la dice fondata (a. 578) dai Bizantini, confutando l’arrivo colà di S. Paolo (f. 98) perchè “non può pensarsi che la nave giunta al promontorio Leucosio gonfia d’un Austro impetuoso, potesse piegarsi verso quell’arenosa spiaggia, dove alcun porto non fu mai”.”. Dunque, Ebner segnalava che alcune notizie su Agropoli Bizantina erano date da Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, e dal monaco Agostianiano Luca Mandelli (…). Dunque, Pietro Ebner scriveva che nel VI secolo ad Agropoli, dove si erano arroccati i Bizantini verso la metà di quel secolo”. Ebner scriveva pure che “Del resto lo stesso Mazziotti (6), che riassume l’opinione comune, afferma che il paese fosse stato edificato dai Bizantini negli anni seguenti al 535, epoca della venuta di Belisario in Italia. Di Agropoli bizantina (8) si sa ben poco sia prima che dopo l’invio (a. 592) della suddetta epistola di Gregorio Magno.”. Ebner scriveva pure che: Una cosa sembra certa: in età bizantina i vescovi continuarono a risiedere ad Agropoli che abbandonarono soltanto quando vi giunsero i Saraceni che si stabilirono (a. 882) nel luogo tutt’ora ecc…”.

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 63-64, in proposito scriveva che: “In questa prima fase espansionistica i Longobardi Beneventani……La regione così individuata, venutasi a trovare separata dai restanti domini greci d’Italia, ebbe l’immediata necessità di organizzarsi; a questo dovettero però provvedere i Vescovi, perchè i Bizantini erano allora impossibilitati ad occuparsi concretamente dei problemi della Penisola (1). Sedeva sul soglio pontificio, dal settembre del 590, Gregorio Magno, l’uomo energico che giustamente si preoccupò, nel generale sfacelo, di arginare in qualche modo la situazione, coodinando l’azione dei Vescovi onde evitare maggiori danni alle popolazioni, ai beni della Chiesa e, soprattutto, ostacolare l’estendersi del dominio longobardo a spese dei residui possedimenti italici di Costantinopoli. Poichè l’unico vescovo presente nell’area ancora bizantina tra i golfi di Salerno e di Policastro, era quello della diocesi pestana, Felice (2), allora residente ad Agropoli (‘episcopus de Agropoli’), a lui il Papa inviò nel luglio del 592 un lettera, in cui lo sollecitava a prendersi cura dei vescovati di Velia, Bussento e Blanda, rimasti privi della guida di presuli, affidandogli il personale ancora in sede di quelle diocesi e raccomandandogli le suppellettili sacre delle stesse chiese: “Gregorio a Felice, vescovo di Agropoli. Poichè si sa che le Chiese di Velia, Bussento e Blanda, che si trovano nelle tue vicinanze, sono prive della guida di un Vescovo, ti incarichiamo fraternamente di visitarle secondo l’usanza; avvertendoti soprattutto di questo, che, ove tu trovassi diaconi e religiosi di dette Chiese o delle loro diocesi, ti preoccupi di ammonirli a vivere sotto ogni rapporto con rigore ed in modo conforme alla regola. Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 64, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Dalla metà alla fine del VI secolo la penisola balcanica e la Grecia furono invase a più riprese dalle popolazioni barbare degli Slavi e degli Avari; ai principi del secolo VII esse riuscirono anche a sfondare la linea del Danubio e, insediatesi nella prima metà dello stesso secolo sia nel Peloponneso che in parte della Grecia, nel 626 assediarono Costantinopoli. La città fu salvata allora dall’intervento della flotta bizantina, nonostante la minacciosa presenza dell’esercito persiano intervenuto in quell’assedio (cfr. OBOLENSKY, Il Commonwealth bizantino, Bari, 1974, pp. 72-74)”. Il Cantalupo, vol. I, a p. 64, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Dato il breve lasso di tempo intercorrente fra l’occupazione longobarda di Paestum (590 c.) e la lettera del Papa a Felice (592), quest’ultimo è quasi sicuramente il vescovo sfollato di quella città”. Il Cantalupo, a p. 64, nella sua nota (3) postillava che: “(3) GREGORII M., Reg., II, 42 (= II, XLIII in Migne, Patrol. Lat., LXXVII, col. 581): Gregorius Felici Episcopi de Acropoli. Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi etc…”. Dunque, il Cantalupo, a p. 63 scriveva che: “Restava così al di fuori dalla conquista longobarda il vasto territorio situato tra Agropoli, i Monti Alburni e Blanda, dove, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi pp. 93 sgg.”. Il Cantalupo, a p. 93, in proposito scriveva che: “Il “Castellum Caputaquensis”. Cap. V, il Cantalupo ci parla di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (4) postillava che: “(4) V. pp. 69 sgg.”. Il Cantalupo, a p. 69 e ssg., in proposito scriveva ed argomentava intorno ad un’antica città di Lucania sorta all’epoca dei primi Longobardi, di cui aveva argomentato lo studioso Emilio Guariglia (….), ed in parte Nicola Acocella (….) con alcune varianti. Il Cantalupo, a p. 63, nella sua nota (5) postillava che: “(5) V. n. 2, p. 110.”. Riguardo lo studio di Emilio Guariglia (….), si tratta dell’articolo o saggio “La città di Lucania” apparso sulla rivista ‘Rassegna Storica Salernitana’, anno V (1944).  Il Cantalupo, a p. 110, stessa cosa il Cantalupo argomentava sul nome di Cilento di cui qui non voglio dilungarmi. Sempre il Cantalupo (….), nel suo vol. I, a pp. 65-66, in proposito scriveva che: “Enorme fu l’importanza rivestita da Agropoli in quel frangente, quando pochissime erano le città in grado di tener testa ai barbari sempre minacciosi; le sue fortificaioni avevano stabilito la nuova sede alla classe dirigente pestana, i cui membri allora probabilmente tentarono di ridare ordine alle terre circostanti, ricostruendovi una qualche forma di amministrazione, coadiuvati in ciò dalla presenza di un funzionario bizantino (forse un ufficiale inferiore, detto ‘tribuno’)(1), che, come capo della guarnigione ivi stanziata, si occupava dei problemi strettamente militari. Su tutti esercitava la sua sorveglianza il Vescovo, trasformato dalla legislazione di Giustiniano in un prestigioso rappresentante del potere civile (2).”. Il Cantalupo, a p. 65, nella sua nota (1) postillava che: “Cfr. Romano/Solmi, op. cit., pp. 253 e 345.”. Il Cantalupo si riferiva al testo di Romano Giacinto e Solmi A., ‘Le dominazioni barbariche in Italia (395 = 888)’, ed. Vallardi, Milano, 1940. Infatti, i due autori, Solmi e Romano, nel capitolo IV: “L’Italia bizantina e la controversia monotelitica”, a p. 342, in proposito scrivevano che: “f) Ducato di Napoli. Era costituito dal resto della Campania non aggregato al ducato di Roma,……….g) Sparsi frammenti di dominio bizantino erano ancora nella Lucania, nel Bruzio, nell’Apulia e nella Calabria. Nella Lucania i Greci conservarono solo Agropoli. Più solidamente invece si mantennero nel Bruzio, dove le conquiste longobarde non andarono più in là di Cosenza (680). Ecc…”. Il Cantalupo, a p. 66, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. pp. 126-127”.

Riguardo questa importante lettera di papa Gregorio I (S. Gregrio Magno), il Russo (….) a p. 18, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Registrum Epistolarum’, II, 42; Labbe, VI, 801; Mansi, IX, 1099; Migne, P.L. LXXVII, 581; Ughelli-Coleti, X, 29; M.G.H., ‘Epist.’, I, 141; J.L., n. 1195; Fulco, op. cit., 38, 39.”. Riguardo i vescovi di Blanda Julia il Russo (…) citava Joseph (Giuseppe) Mansi (…), ovvero la sua opera ‘Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio’, pubblicata a Firenze nel 1759-98 e citava il vol. IX p. 1099, la lettera n° 43a:

Pietro Ebner (…), per questo travagliato periodo, cita il Lanzoni (…), e ne consiglia la lettura di pp. 316-329 sulla diffusione del Cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana. La tesi potrebbe essere quella che in un certo periodo, come afferma il Lanzoni (…): «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, scriveva che: “I vescovi per l’alternarsi di invasioni e incursioni cui erano esposte le città, finirono col non avere una residenza stabile, come afferma il Lanzoni là dove dice (p. 323) che “si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome”. Le uniche testimonianze sicure pervenuteci sono le lettere del ‘Consul Dei’, di Gregorio Magno (590-604) in cui appunto si fa cenno dell’invasione longobarda (105) e riferiscono con accenti drammatici gli eventi occorsi nel Mezzogiorno dopo la calata delle orde di Zottone, il più pagano tra i Longobardi e primo duca di Benevento (571-591). Le sue efferate schiere pare abbiano infierito più sulle chiese e sugli ecclesiastici (106) che sulle popolazioni civili. Ciò spiega il lungo silenzio ( circa un secolo per lo Hirsch) che per molti anni avolse vescovi e vescovadi locali (107).”. Ebner (…), a p. 25, nella sua nota (107), scriveva che lo Hirsch (…), affermava di non aver rinvenuto altre notizie sul Mezzogiorno dal 601 al 604 (morte di Gregorio Magno) e che solo nell’anno 625 è notizia della presa di Salerno per accordi con il vescovo Grazioso. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Blanda ed al vescovo Felice, così scriveva: “…..La “vacatio sedis” di tre diocesi rispecchia quale era la situazione italiana con le guerre gotiche prima e le bizantino-longobarde dopo; d’altra parte così viene esplicitamente evidenziata dallo stesso Gregorio Magno: “Le città sono spopolate, i villaggi travolti, le chiese bruciate, i monasteri di uomini e di donne distrutti, i campi abbandonati dagli uomini sono privi di chi li coltivi, la terra è deserta nella solitudine, e nessun proprietario la abita…la fine del mondo non solo si annunzia, ma già si mostra in atto” (Dial., III, 38).”. Poi il Campagna, postillava che: “(Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Barni (…), scriveva che i Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro.

Del VII secolo, il L. Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905, attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (….), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese.

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: “I Longobardi trovarono le nostre regioni semideserte (dal 566 infuriava la peste)(63), anche se Paolo Diacono menziona lungo “il corno destro dell’Italia”, in Lucania e Brettia, le città di “Pesto, Laino, Cassiano, Cosenza e Reggio” (64), ma di città dovevano conservare soltanto il nome; forse un agglomerato di casupole a ridosso dei ruderi di antichi edifici romani. I Longobardi di Alboino si impossessarono della gran parte d’Italia con atroci massacri, favoriti da pestilenza e fame (65). Popolazioni già sottomesse seguivano i Longobardi (66). Longobarda, la cittadina della costa tirrenica cosentina, rivela nel toponimo la presenza longobarda nell’estremo Mezzogiorno, dando così, una certa concretezza storica alla leggenda della “colonia di Autari” (67). Nell’estate del 596, la stessa Crotone era caduta sotto il potere longobardo (68). Tutte le conquiste avvenivano con stragi inaudite, soprattutto quelle demandate ai duchi (69). Così il monachesimo del Mezzogiorno, numeroso sotto il pontificato di Pelagio I (70), subì le più dure conseguenze e fu disperso, tanto che, nel 591, sotto papa Gregorio Magno, monaci bruzi vagavano per la Sicilia, in cerca di un rifugio sicuro (71). Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato, tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 63, nella sua nota (…), postillava che: “(63) P. Diacono, H.L., II, 4”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (64), postillava che: “(64) P. Diacono, H.L., II, 17; N. Acocella, Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, in Rassegna Storica Salernitana, 1962.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (65), postillava che: “(65) P. Diacono, H.L., II, 26; Procopio, Goth., IV, 33.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (66), postillava che: “(66) P. Diacono, ibidem”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (67), postillava che: “(67) P. Diacono, H.L., III, 32.”. Il Campagna (…), a p. 74, nella sua nota (68), postillava che: “(68) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974; G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale, Caserta, 1930.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (69), postillava che: “(69) P. Diacono, H.L., II, 32”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (70), postillava che: “(70) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (71), postillava che: “(71) F. Russo, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (72), postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le Diocesi d’Italia, op. cit..”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (73), postillava che: “(73) P. Diacono, H.L., IV, 9.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) Reg. Epist., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (75), postillava che: “(75) Reg. Epist., IX, 127.”.

Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”.

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (…), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (…), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(…), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum, vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, per modo che le chiese ne restarono abbandonate e deserte, il clero ed il popolo ne fuggirono e i sacri vasi furono occultati; lo che trova riscontro nell’altra lettera di Cipriano, di sopra citata, in cui s’allude a così fatte invasioni fatte nella Lucania, come pare, dai Longobardi, e precisamente da Zottone duca di Benevento per estendere i suoi domini nella Campania, nella Lucania, nella Calabria e nelle Puglie. Nè mancano altri riscontrii di simili scorrerie su quei littorali a quel tempo, ed il medesimo S. Gregorio ricorda quelle fatte sui lidi campani nella sua lettera ad Adeodato abate del monastero di s. Sebastiano di Napoli, ove dice che i monaci del Falcidio di Pozzuoli, e quelli del Cratere di Napoli non erano sicuri per le incursioni che i barbari facevano su questa spiaggia (20). Ordina però s. Gregorio ad Adeodato di raccogliere con sè nel suo monastero di s. Sebastiano i monaci Falcidiesi e i Crateresi, soggiungendogli che quando i lidi fossero sgombri dal pericolo delle incursioni barbariche rimandasse di tratto in tratto nei rispettivi monasteri quei monaci a mantenervi il culto divino. Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Il Gaetani a p. 29, nella sua nota (20) postillava che: “(20) I monaci Falcidiesi abitavano l’antico pretorio di Falcidio, ove era la basilica di s. Stefano o di s. Procolo detta pure del Trivio. di cui tuttora si vedono i ruderi all’estremo della via Campana. I Crateresi poi avevano il loro cenobio ove oggi è la Villa di Napoli, il quale negli ultimi tempi si disse di s. Leonardo a Chiaja; ora è interamente distrutto.”.

Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Il Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (…). Il sacerdote Rocco Gaetani (…), riferendosi a Policastro, scriveva: sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’.. E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (10), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo, oppure nella prima metà del VII secolo d.C., quando ritroviamo a Policastro il Vescovo Sabazio nel 640 (8-9). Infatti, il Romanelli (25) ed il Troyli (6), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(11), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11). Andrebbe ulteriormente indagata la notizia della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune genti Bulgare a seguito del quale, nacquero o si popolarono alcuni centri posti intorno al Monte Bulgheria.

Il Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (?) (…). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (…) che, nel 1831, pubblicò (…) Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (…). Il Laudisio (…), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (…), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (…) ed il Gatta (…) e, poi in seguito citate da Ebner (…) e Acocella (…). La principale notizia che il Laudisio (…) e poi il Duchesne (…) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (…). L’interessantissima lettera del papa Gregorio Magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (…). Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe di informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia,…”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Ecc…”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous”. Il Tancredi nella nota n. 34 di Pyxous a p. 18 postillava che: “(34) Migne J.P., ‘Patologiae Corsus compl.’, Tomo 78, Libro II, Ep. 43a, c. 581, Paris 1849.”. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parlando di Blanda, e non di Bussento, in proposito scriveva che: “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Ecc…”. Dunque, anche il Russo faceva riferimento alla lettera “Quoniam Velinae, Buxentum e Blanda etc…”, continuando il suo racconto scriveva che: “Come si vede, le Chiese di Agropoli, Velia (Vallo della Lucania), Buxentum (Policastrum Bussentino) e Blanda sono tutte città che si susseguono in ordine topografico – da nord a sud – lungo il litorale tirrenico meridionale. Per questo il compito della Visita, affidato al Vescovo Felice, non doveva presentare grandi difficoltà, trattandosi di Chiese, “quae tibi in vicino sunt constitutae”. Nessun indizio sul nome del Vescovo blandano defunto. Conosciamo invece il nome del Vescovo, che dovette essere eletto con l’intervento di Felice.”. Il Russo a p. 18, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Registrum Epistolarum’, II, 42; Labbe, VI, 801; Mansi, IX, 1099; Migne, P.L. LXXVII, 581; Ughelli-Coleti, X, 29; M.G.H., ‘Epist.’, I, 141; J.L., n. 1195; Fulco, op. cit., 38, 39.”. Riguardo i vescovi di Blanda Julia il Russo (…) citava Joseph (Giuseppe) Mansi (…), ovvero la sua opera ‘Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio’, pubblicata a Firenze nel 1759-98 e citava il vol. IX p. 1099:

Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro, parlando dei Longobardi, Gianluigi Barni (…), nel suo “I Longobardi in Italia”, a pp. 366 e ssg. pubblicò il testo di Monsignor Luois Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…). Del VII secolo, il Louis Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905.  Monsignor Duchesne (….)(vedi il testo di Barni, a pp. 382-383, parlando della Regione II (Napoletano), in proposito scriveva che: “In effetti non è possibile dimostrare che, nelle località di questa regione, rimaste fino al VII secolo più o meno inoltrato sotto il dominio dei Bizantini, si sia conservato un solo Vescovado. Al declino del VII secolo quello di Benevento fu ricostruito; più tardi si vedono riapparire quelli di Lucera, Conza, Canosa, Acerenza. Il primo fu assorbito da quello di Benevento. Quelli di Benevento, Canosa (Bari), Conza, Acerenza, si conservarono e diventarono persino, in seguito alla suddivisione della diocesi, delle metropoli ecclesiastiche.”. Continuando il suo racconto sulla “Regione III”, il Duchesne a p. 383 in proposito scriveva che: “L’antica regione III comprendeva la lucania ed il ‘Brutium’. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che ‘Potentia’, ‘Grumentum’ e ‘Consilinum’ (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia (4), Buxentum (5) (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (6) (il Duchesne la pone a Maratea)Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (7). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di ‘Grumentum’ viveva ritirato in Sicilia (nota 8 = Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (9), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come ‘Episcopus de Acropoli’. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata d’Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (….). Nel Barni (….), a p. 383, nella sua nota (7) postillava che: “(7) J. , 969, 1015, 1017).”. Con questa nota il Barni postillava di R. Jaffé (….) ed il suo “Regesta pontificum romanorum”, Lipsia, 1885. Oppure Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888. Dunque, il Barni postillava che in questo testo si veda la n. 969, 1015, 1017.  Nel Barni, a p. 383, nella nota (8) postillava che: “(8) Ep., IX, 209, luglio 599”. Nel Barni, a p. 383, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Ep., II, 42, luglio 592.”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…). Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323 in proposito scriveva che: “1. Felix: 592 (J-L, 1195) – Questa lettera su scritta “Felici Episcopi de Acropoli visitatori provinciae Lucaniae”, cui il papa ingiunse la “visitatio Velinae, Buxentinae, et Blandanae ecclesiarum”, le quali “sacerdotis regimine vacabant”. Il Crivellucci (“Studi Storici”, an. 1897, p. 591, credette che la diocesi di Paestum fosse distinta da quella ‘de Acropoli’, ma io penso con Mons. Duchesne (Les evéchés d’Italie ec., II, 367) che Felix fosse il vescovo stesso di Paestum, rifugiatosi causa l’invasione longobarda, con il presidio greco, nell’Acropolis. Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della diocesi e da questa seconda residenza presero il nome.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di……. e Felice di Paestum nel 592 (91).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius adfuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen’.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Si tratta di due lettere (“epistole”) scritte da papa San Gregorio Magno (…) a Felice, Vescovo di Paestum e rifugiatosi ad Agropoli. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, scriveva che: “Le uniche testimonianze sicure pervenuteci sono le lettere del ‘Consul Dei’, di Gregorio Magno (590-604) in cui appunto si fa cenno dell’invasione longobarda (105) e riferiscono con accenti drammatici gli eventi occorsi nel Mezzogiorno dopo la calata delle orde di Zottone, il più pagano tra i Longobardi ecc…”. Si tratta di due lettere di papa Gregorio Magno (…), contenute nel ‘Registro Episcopale’, scritto tra il 590 e il 604. Si tratta dell’epistola  n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona. Si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982. Si veda Epistola 2, 42 o 43′ (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Pietro Ebner, op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando della città di Buxentum (Bussento) si riferivano alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…).

Del VII secolo, il L. Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905, attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (….), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che, dopo di lui non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Ebner Pietro, op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…).

Nel 592 Blanda subì un’incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal Vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio Magno. La notizia è tratta da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (17-18) e poi dal Duchesne (14). La città viene infine ricordata in alcune epistole di papa Gregorio Magno. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Il Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (?) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) ed il Gatta (…) e, poi in seguito citate da Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). L’interessantissima lettera del papa Gregorio Magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe di informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia,…”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11).

Nel ‘592 (VI sec. d.C.), Sapri

E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel VII secolo, come ricorda il Cappelletti (12) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda, affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (11). Nicola Acocella (22), affermava in proposito: “La Velina ecclesia era già, all’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti”, faceva riferimento alla nota lettera di Papa Gregorio Magno a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (‘Epistulae, II, 29′)(11), la mancanza di titolare della sede bussentina. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (13). Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Aggiunge Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) la Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) e, poi in seguito pubblicate da studiosi locali come Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) Duchesne L. (…), ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne’, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde).  Il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14). Scrive la Bencivenga –  Trimllich (40), sulla scorta del Gaetani (9), a proposito di Bussento che “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10).”. Sempre dal Gaetani (9), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (19), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, leggiamo in proposito che “Ritrovasi mentionata ancora questa città nella Lucania da …Stefano Bizantino disse sia città di Sicilia (2 – si veda nota Stef. de Urbihus), havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”. Il Gaetani (….), proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani (9), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, a pp. 19-20, in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: Rustico sulla fine del V secolo e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus’; e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel Vescovo Agnello di cui fa menzione S. Gregorio nel suo ‘Libro 4, ep. VI’, scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo di Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo.”. Sempre il Gaetani (9), nello stesso saggio, scriveva: “Giuseppe Volpi (10), fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimondi, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : ‘Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus’”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi di Giuseppe Volpi (10), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(42), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum, vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”Il Laudisio (17-18), sulla scorta di Pietro Giannone (41), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Pietro Giannone (41), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Il Laudisio (17-18), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (19), dalle ‘Memorie Lucane’, Cap. II, p. 34 del Gatta (3), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (6), e dal Barrio (21), scriveva nel 1831 in proposito: Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.

Nel ‘592 (VI sec. d.C.), Sapri

E’ proprio in quest’epoca che incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Sul nostro territorio nel VII secolo, come ricorda il Cappelletti (12) già in Rivello, la chiesa greca, vi dimostrò forza, per cui, anche per questi motivi, Papa S. Gregorio decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda, affidandole al Vescovo Felice di Agropoli (11). Nicola Acocella (22), affermava in proposito: “La Velina ecclesia era già, all’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti”, faceva riferimento alla nota lettera di Papa Gregorio Magno a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (‘Epistulae, II, 29′)(11), la mancanza di titolare della sede bussentina. I Longobardi , tra il 568 e il 578, devastarono di nuovo Policastro (13). Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (15). Aggiunge Lanzoni (16) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (Maratea) (14). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (13), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (14): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (14) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (17) che, nel 1831, pubblicò (17) la Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (18). Il Laudisio (17), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (19), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (20) e, poi in seguito pubblicate da studiosi locali come Ebner (21) e Acocella (22). La principale notizia che il Laudisio (17-18) e poi il Duchesne (14) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (11). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (11). Paolo Cammarosano (24), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (11). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) Duchesne L. (…), ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne’, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde). Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, nel 1974 pubblicava un rapporto del 1903 di monsignor Luis Duchesne (…), ovvero il suo I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde). (L’opera del Duchesne si trova in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365–399 (cfr. p. 367)). Il Barni la pubblica a p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370. L’opera del Duchesne riprendeva in parte anche lo studio di Monsignor Laudisio, vescovo di Policastro (…). Il Duchesne (14), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: “L’antica Regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia (Potenza, Grumentum (che riteneva essere Grumento Nova) e Consilinum (Marcelliana = che riteneva essere l’odierna Civita, presso Padula); sulla costa tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia ( che ritiene essere attualmente la zona archeologica presso Marina di Casalvelino), etc…Il Duchesne continuando il suo racconto scriveva pure che: “…, sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea). Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14).

Scrive la Bencivenga –  Trimllich (40), sulla scorta del Gaetani (9), a proposito di Bussento che “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (9), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (10).”. Sempre dal Gaetani (9), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (19), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, leggiamo in proposito che “Ritrovasi mentionata ancora questa città nella Lucania da …Stefano Bizantino disse sia città di Sicilia (2 – si veda nota Stef. de Urbihus), havendo scritto bene Stefano che fusse Città di Sicilia, ancorchè nella Lucania, poichè anticamente questa provincia fu detta Sicilia, e così puote anco dirsi hoggigiorno il Regno tutto.”. Il Gaetani (….), proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva: “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: si che non soggiacesse alla barbarie de’ Gothi, nè de’ Longobardi, ancorchè Alarico, predata Roma, ponesse a sangue e fuoco tutta questa regione fino a Reggio, e poi…Autari, Re de’ Longobardi…penetra con egual barbarie e fierezza. Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Così nell’anno 501, regnando in Italia Teodorico re Gotho, leggesi nella 3° Sinodo sotto Simmaco sottoscritto, ‘Ruslicus Episcopus Buxentinus’. “. Il Gaetani (9), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, a pp. 19-20, in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: Rustico sulla fine del V secolo e sui principi del VI secolo, di cui sappiamo che nel 501 intervenne al Concilio Romano sotto papa s. Simmaco, sottoscrivendosi ‘Rusticus Episcopus Buxentinus’; e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel Vescovo Agnello di cui fa menzione S. Gregorio nel suo ‘Libro 4, ep. VI’, scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, fosse vescovo di Bussento, ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo.”. Sempre il Gaetani (9), nello stesso saggio, scriveva: “Giuseppe Volpi (10), fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimondi, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : ‘Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus’”. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi di Giuseppe Volpi (10), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio)(42), si parla della Diocesi di Capaccio e di Buxentum e Policastro. Il Nicolao, scriveva: Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum, vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”Il Laudisio (17-18), sulla scorta di Pietro Giannone (41), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Pietro Giannone (41), scriveva in proposito: “Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine a Cosenza con tutte le altre terre mediterranee furono a’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi, come passarono nel correre degli anni tutte l’altre città mediterranee del Regno (…), se due ragioni non l’avessero impedito. Ciò sono, il non essere i Longobardi forniti di armate di mare, nè molto esperti degli assedj di piazze marittime; e l’aver i Napoletani, per ragione anche de’ loro siti, ben fortificata Napoli e le altre piazze marittime a loro soggette.”. Il Laudisio (17-18), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (19), dalle ‘Memorie Lucane’, Cap. II, p. 34 del Gatta (3), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (6), e dal Barrio (21), scriveva nel 1831 in proposito: Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”.

Nel VII sec. d.C., i monaci Bulgari fuggiaschi ed il rito d’Oriente

Anche attraverso dall’indagine glottologica provengono ulteriori conferme della presenza di grecismi e di ellenismi nella nostra area che fanno ritenere un’influsso poderoso all’epoca bizantina.  Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) riferendosi al Cilento scriveva in proposito che: “….verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 116, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…) parlando dei grecismi nella nostra zona e la presenza di termini e voci Bulgare, in proposito scriveva che: Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohfls (….), a p. 116, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lo storico longobardo Paolo Diacono racconta in proposito: “Per haec tempora Vulgarum dux Alzeco nomine….cum omni suo ducatus exsercitu ad regem Grimuald venit, ei se serviturum atque in eius patria habitaturum promittens. Quem ille ad Romualdum filium Beneventum dirigens, ut ei cum suo populo loca ad habitandum concedere deberet, praecepit. Quos Romualdus dux gratanter excipiens, eiusdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempus deserta erant, contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum et Iserniam et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem, mutato dignitas nomine, de duce gastaldium vocitari praecepit. Qui usque hodie in his ut diximus locis habitantes, quamquam et Latine loquantur, linguae tamen propriae usum minime amiserunt (‘Historia Langobardarum’, ediz. degli ‘Script. rer. Germ., VII, 5, 29).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Rohlfs citava Giacomo Racioppi ed il suo “Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata”, ma io a p. 100 del vol. II non trovo nulla sui Bulgari. Il Racioppi, nel suo cap. IV del vol. II, “genti e razze che costituirono la popolazione della Regione”, a pp. 139-140-141, in proposito ai Bulgari scriveva che: Se fra tante ragioni d’incertezza è lecita una congettura (1), dirò che questi Bulgari, onde venne il nome alla montagna presso Rocca-Gloriosa, siano di quelle numerose famiglie di monaci, greci di lingua e di rito, che si sparsero, come abbiamo visto, per le terre del Cilento. Erano Greci di lingua e di rito, ma Bulgari di nazione, anche essa sottoposta agli imperatori di Costantinopoli. Quella montagna sulle cui pendici ha paesi e villaggi, che tuttora sono detti Celle, Poderia e San Costantino, con nomi che è testimonio parlare di grecismo e di monachismo. Nella vita di S. Nilo il giovane, che fu il grande abate di Rossano del secolo X, è riferito l’aneddoto, che alcuni monelli per deridere lui che veniva in città in vesti succinte e avvolto il capo da una pelle di volpe, gli gridarono dietro a scherno: Ohè, bulgaro Calogero! Il monachismo adunque di codesti Bulgari medievali per le nostre terre non è una stranezza: la loro dimora, le loro celle, le loro ‘laure’ sparse per la montagna di Policastro poterono ben essere il dato di fatto, onde venne il nome al monte che abitarono.”. Il Racioppi, a p. 140, vol. II, nella sua nota (1) postillava di Rodotà (….), ‘Del rito greco etc…’, vol. III, p. 58: “Lungo tempo dopo che l’Albania fu sottoposta a Maometto II, passarono in Italia quegli Albanesi che adottato avevano le massime dei Bulgari nella Dibra superiore; ed altri ancora…Gli uni e gli altri si sparsero nella provincia di Benevento, e forse in qualche altra diocesi; ma non nella Calabria citeriore, o nella Sicilia, popolata da soli Albanesi sempre cattolici….”. E’ invece in un altro testo che il Gaetani (…), ci parla di questo periodo storico. Si tratta del testo manoscritto del padre Agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Notizie di Policastro Bussentino dalla storia Lucana del Mannelli pubblicate la prima volta dal manoscritto pel il sacerdote Rocco Gaetani”, che pubblicò a Napoli nel 1880. Il Gaetani, a p. 21 così trascrive un passo del Mannelli: “a credersi, se ricordarci vogliamo, quel che altre volte accennai, che essendo queste fiere Nationi venute dai paesi settentrionali, non haveano alcuna peritia dell’arte marittima, si che tutta la barbarie dè loro sforzi si sfogò contro le Città situate fra terra, lasciando d’attaccare le littorali; tanto più che potean ricevere soccorsi e rinfreschi di continuo dall’imperio Greco, che havea nel mare potente armata. Laonde questa città marittima e tanto fuor di mano da essa non fu assalita, ma fu posseduta dà Greci Monarchi. Non però così gli avvenne nei secoli susseguenti, quando i Saraceni vennero a danni d’Italia ecc…”. Dunque, il monaco Agostiniano Mannelli scriveva addirittura che Policastro fu posseduta dagli Imperatori d’Oriente (Greci-Bizantini).

Nel 592 (VI sec. d.C.), la lettera di papa Gregorio I (S. Gregorio Magno) a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “Ma l’incalzare della guerra gotica (535-553), che precedette appena di pochi anni l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. Nella prima indirizzata a Cipriano, diacono e rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia, è cenno oltre che delle incursioni longobarde di Zottone, anche di un certo vescovo Agnello, che potrebbe essere stato di Velia. Ecc..”. Ebner, a p. 13, nella sua nota (20) postillava che: “(20) V. in Procopio (‘Bell. Goth., II, 20) sulla desolazione delle contrade italiane. V. pure L. Fabiani (‘La terra di S. Benedetto’, I, Badia di Montecassino, 1968, p. 123), il quale ricorda che ad Aquino fu impossibile nominare un successore al vescovo Giovino.”. Sulla lettera di papa Gregorio I (papa San Gregorio Magno), ha scritto anche il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: “Dunque a tempo di San Gregorio era successa una invasione barbarica sul littorale della Lucania, per modo che le chiese ne restarono abbandonate e deserte, il clero ed il popolo ne fuggirono e i sacri vasi furono occultati; lo che trova riscontro nell’altra lettera di Cipriano, di sopra citata, in cui s’allude a così fatte invasioni fatte nella Lucania, come pare, dai Longobardi, e precisamente da Zottone duca di Benevento per estendere i suoi domini nella Campania, nella Lucania, nella Calabria e nelle Puglie. Ecc…”. Di questo passo del Gaetani ho già scritto parlando dell’invazione dei Longobardi del duca Zottone nel 568. Il Gaetani fa rilevare che è proprio da una delle prime lettere di papa Gregorio I (S. Gregorio Magno) del 592 a Cipriano, rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia che si rileva delle terribili stragi fatte dai Longobardi di Zottone nel 568. Sulla lettera a Cipriano (….), il sacerdore Rocco Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a p. 19, in proposito scriveva che: “Dunque, nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione S. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia o Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengono ad accettarlo.”. E subito dopo a seguire il racconto del Gaetani sulla lettera di papa Gregorio I a Felice. Il Gaetani, a p….., nella sua nota (18) postillava che: “(18) Lib. 4, Ep. VI.”.

Nel 593 (VI sec. d.C.), Cipriano, rettore del Patrimonio di S. Pietro in Sicilia al tempo di papa Gregorio I

Dalla Treccani on-line leggiamo che “Cipriano” non si conosce nulla della famiglia di C., diacono, rettore del Patrimonio di Sicilia dal 593 al 598, ed è possibile ricostruire la sua biografia solo per gli anni in cui.ricopre questa carica. La sua attività, è documentata dal Registro di Gregorio Magno, in cui sono conservate le lettere che il papa gli invia durante il suo incarico, e dalla Vita dello stesso Gregorio, scritta da Giovanni Diacono, nella quale C. è ricordato nell’elenco dei rettori dei patrimoni ecclesiastici. Nel luglio del 593 è nominato per la prima volta nel Registro di Gregorio Magno, già con il titolo di rettore del riunificato Patrimonio di Sicilia. A questa carica doveva essere stato appena eletto, se, nell’agosto dello stesso anno, non aveva ancora occupato la sede a cui era stato destinato. C. come rettore non è soltanto l’amministratore dei beni della Chiesa, nel territorio affidatogli, ma è anche il rappresentante e l’intermediario ufficiale del papa. La sua autorità è riconosciuta dai vescovi della regione. Per la salvaguardia degli interessi economici della Chiesa si occupa nell’ottobre del 593 della raccolta, presso i singoli vescovi, dei vasi e arredi sacri portati in Sicilia dai sacerdoti fuggiti dalla penisola a causa dell’invasione longobarda, che per la morte. o l’incuria di questi andavano dispersi. Nel febbraio del 595 opera un controllo sul testamento di Teodoro, vescovo di Lilibeo, affinché non depauperi le ricchezze dei suo vescovato. Sempre nel febbraio del 595 riceve da Gregorio istruzioni, estremamente precise, anche se non ufficiali, sul candidato più idoneo alla successione di Mariniano, vescovo di Siracusa. Infatti nell’ottobre dello stesso anno darà tutto il suo appoggio e aiuto al nuovo vescovo di questa diocesi. Più volte deve far rispettare le decisioni disciplinari che riguardano la vita interna della Chiesa e la sua organizzazione. Ma si preoccupa anche di mantenere i migliori rapporti con il pretore bizantino, massima autorità amministrativa dell’isola, in modo che questi permetta ai vescovi della regione di recarsi a Roma ogni cinque anni. Fin dai primi mesi del suo incarico s’únpegna in un’opera di apostolato per la conversione di manichei ed ebrei, in modo speciale di quelli che si trovano nei possedimenti ecclesiastici, e per il soccorso di coloro che versano in disagiate condizioni economiche o di quelli che hanno subito soprusi e violenze. Resta a capo del Patrimonio di Sicilia fino all’ottobre del 598 quando ritorna a Roma. Dopo di lui il Patrimonio siciliano sarà definitivamente diviso in due parti, una che comprendeva la zona di Siracusa, Catania, Milazzo e Agrigento, l’altra con il suo centro a Palermo che comprendeva la Sicilia occidentale. Dopo la fine del suo mandato Cipriano sarà nominato ancora in tre lettere datate tra l’ottobre e il dicembre del 598. Trascorso questo periodo non si ha più nessuna notizia su di lui. Fonti e Bibl.: Gregorii I Papae Registrum Epistolarum, in Mon. Germ. Histor., Epistolae, I, 2, a cura di P. Ewald-L. M. Hartmann, Berolini 1887-1891, pp. 214-217, 237 s., 248, 288 s., 302-304, 308 s., 312-314, 383, 392, 398 s., 412-414, 462 s., 487, 489; II, a cura di L. M. Hartinann, ibid. 1893-1899, pp. 9 s., 51, 70, 74 s., 85; Sancti Gregorii Magni Vita a Ioanne diacono scripta libris quattuor, in Migne, Patrol. lat., LXXV, col. 110 A.

Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 97, in proposito scriveva che: “Le Decretali dei Pontefici Innocenzo I e Gelasio I mostrano chiaramente che nel Bruzio esisteva un’organizzazione ecclesiastica fin dal secolo V e che questa era alla diretta dipendenza del Papa. Questo risulta ancor meglio dall’Epistolario di S. Gregorio Magno, il quale interviene direttamente nelle questioni locali e provvede alla visita e, a volte, anche alla provvista di Chiese vacanti. Al suo tempo il Bruzio era sotto il dominio dei Bizantini da diversi anni; nondimeno nulla dimostra che se ne fosse iniziata l’ellenizzazzione sia nella lingua che nella liturgia.”. Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “In questo periodo la Magna Grecia è già provincia di scarsa importanza. Nel 592 il Papa S. Gregorio Magno deve intervenire per provocare l’elezione di vescovi nelle gloriose città di Velia, Buxentum e Blanda, ormai ridotte a pochi abitanti, alla miseria, ad una scarsa vita spirituale e culturale (29). L’incaricato di Gregorio Magno è il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (26) a p. 82, postillava che: “(26) Russo F., op. cit., vol. III, p. 18”. Il Tancredi, nella sua nota (27) a p. 82, postillava che: ” (27) Ibidem”. Il Tancredi, nella sua nota (28) a p. 82, postillava che: “(28) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”.

Nel luglio del ‘593 (VI sec. d.C.), papa Gregorio Magno scrive e ordina a Felice, vescovo di Paestum di visitare le antiche Diocesi vacanti (senza Vescovo) di Velia, Bussento e Blanda

Andrebbero ulteriormente indagate le notizie della venuta nelle nostre terre, nel VI secolo, di alcune orde barbariche e di alcune diocesi abbandonate, tratte soprattutto da alcune testimonianze come le lettere di papa San Gregorio Magno che indirizzerà al vescovo di Paestum. In particolare bisognerebbe meglio indagare sulla figura di Felice, Vescovo di Paestum che a quei tempi si rifugiò nella vicina Agropoli. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda Policastro: nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (Bussento) (…). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di Buxentum in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo. Nel 592 Blanda subì un’incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal Vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio Magno. La notizia è tratta da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (…) e poi dal Duchesne (…). La città viene infine ricordata in alcune epistole di papa Gregorio Magno. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). La principale notizia che il Laudisio (…) e, in seguito anche il Duchesne (…), è la citazione della  lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (…). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (…). Papa Gregorio I, detto papa Gregorio Magno ovvero ‘il Grande’ (Roma, 540 circa – Roma, 12 marzo 604), è stato il 64º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica, dal 3 settembre 590 fino alla sua morte. Papa Gregorio Magno. Sebbene il suo pontificato si sia svolto in uno dei periodi più bui della storia italiana, conservò una incrollabile fiducia nella forza del Cristianesimo; una delle anime più luminose del Medioevo europeo svolse il suo ministero racchiusa in un corpo minuto e sempre malato, ma dotato di una grandissima forza morale. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…).

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a pp. 13-14, in proposito scriveva che: “….. l’invasione longobarda, finì per essere esiziale per la regione (20). Si ha notizia di ciò in due lettere del “Consul Dei” Gregorio Magno (590-604), una del 592, del 593 l’altra. …..Più importante la seconda che informa della crisi demografica (21), che già verso la fine del VI secolo travagliava Velia. Il papa invitava il vescovo pestano Felice (22), rifugiatosi nel castello di Agropoli bizantina per l’incombente minaccia longobarda, a visitare le diocesi di Velia, Bussento (Policastro) e Blanda (Maratea) prive di Vescovi. Ma, se la partecipazione a successivi Concili dei vescovi di queste ultime due diocesi informa della loro ricostituzione, il silenzio dei vescovi di Velia mostra la scomparsa di questo organismo diocesano. Evento che fu determinato anche dalle rovinose alluvioni che, distruggendo i terreni resi già fecondi dagli uomini, sconvolsero ancora una volta l’abitato cittadino (VIII secolo). La furia delle acque, che travolse il quartiere meridionale (23), seppellì, sotto masse di limo, la stessa basilica…..3. Ma fu l’occupazione longobarda del territorio che segnò la fine della città. Nessun dubbio sull’arrivo del luogo di quelle genti che, lasciata la Pannonia il 2 aprile del 568 s’incamminarono verso l’Italia con le loro famiglie (‘farae’), le antiche ‘sippe’ germaniche, non per una temporanea scorreria, ma per stanziarvi. Lo intuì subito Gregorio Magno: “Io non so ciò che accade altrove, ma so che in questa parte della terra da noi abitata, la fine del mondo si annuncia chiaramente”. Della fine del vecchio mondo, anche in questa parte del Mezzogiorno, è cenno nelle lettere del grande pontefice, come si è visto, e nella scomparsa della diocesi.”. Ebner, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21) La diminuzione del numero dei fedeli bisognosi di assistenza spirituale rendeva inutile la presenza di un vescovo. S. Gregorio Magno (Reg., II, 42: “Quoniam Velina; Buxentina et Blandina Ecclesiae sibi in vicino constitutae Sacerdotis noscuntur vacare regimine, propterea fraternitati tuae earum sollemniter operam visitationis ingiungimus”; Jaffe-Ewald, Regesta pontif. Roman., n. 1195) ordinava a “Felici Episcopo de Acropoli” di visitare le tre chiese abbandonate dal clero, il che conferma l’occupazione di Velia e del territorio da parte dei Longobardi di Zottone, uno dei 36 duci longobardi d’Italia, al quale Alboino aveva concesso il ducato di Benevento. A questo duca seguì Arechi, nobile longobardo del Friuli, che tenne il ducato per 50 anni. Il “Felici episcopo de Acropoli” non indica, come vedremo, una locale sede vescovile. Ecc…. Nelle altre due diocesi menzionate nella lettera al vescovo Felice, i Longobardi non si trattennero se i due vescovi, con quello di Paestum ma non di Agropoli, parteciparono al Concilio romano del 649 (Martino I).. Ebner, a p. 13, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Gregorio Magno, Epist., VI, 6”.

Nel luglio del ‘592 (VII sec. d.C.), papa Gregorio Magno scrive e ordina a Felice, vescovo di Paestum di visitare le antiche Diocesi vacanti (senza Vescovo) di Velia, Bussento e Blanda

Andrebbero ulteriormente indagate le notizie della venuta nelle nostre terre, nel VII secolo, di alcune orde barbariche e di alcune diocesi abbandonate, tratte soprattutto da alcune testimonianze come le lettere di papa San Gregorio Magno che indirizzerà al vescovo di Paestum. In particolare bisognerebbe meglio indagare sulla figura di Felice, Vescovo di Paestum che a quei tempi si rifugiò nella vicina Agropoli. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda (forse Maratea), ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). La prima notizia risalente all’età alto-medievale riguarda Policastro: nel terzo Sinodo romano, nel 501 è ricordato Rustico, Vescovo di Buxentum (Bussento) (…). Restaurato il vescovado la prima volta all’inizio del secolo VI, nell’anno 500 (…). E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di Buxentum in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo. Nel 592 Blanda subì un’incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal Vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio Magno. La notizia è tratta da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (…) e poi dal Duchesne (…). La città viene infine ricordata in alcune epistole di papa Gregorio Magno. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). La principale notizia che il Laudisio (…) e, in seguito anche il Duchesne (…), è la citazione della  lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (…). Questa interessantissima lettera del papa Gregorio magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (…). Papa Gregorio I, detto papa Gregorio Magno ovvero ‘il Grande’ (Roma, 540 circa – Roma, 12 marzo 604), è stato il 64º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica, dal 3 settembre 590 fino alla sua morte. Papa Gregorio Magno. Sebbene il suo pontificato si sia svolto in uno dei periodi più bui della storia italiana, conservò una incrollabile fiducia nella forza del Cristianesimo; una delle anime più luminose del Medioevo europeo svolse il suo ministero racchiusa in un corpo minuto e sempre malato, ma dotato di una grandissima forza morale. Nel 592 papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), vedendo desolata la diocesi e sconvolto il gregge, ne affidò la cura al Vescovo Felice di Agropoli, incaricandolo di compiere le visite pastorali alle sedi vicine di Velia (Ascea), Buxentum (Bussento) e Blanda, ormai vacanti da alcuni anni e bisognose di aiuti spirituali (…). Il Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Infatti in questo sembra essere l’atto di decesso dei Vescovadi di Velia (Velia), Buxentum (Bussento) e Blanda (?) (…). Intorno a quelle vicende storiche che riguardano il Golfo di Policastro e, le vessazioni dei Longobardi, il Barni (…), in un suo studio, pubblicò il testo di Monsignor Duchesne (…): ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde) (…) che, aveva attinto alcune notizie da un libro scritto ed edito dal Vescovo di Policastro Monsignor Nicola Maria Laudisio (…) che, nel 1831, pubblicò (…) Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), in seguito ripubblicata e tradotta dallo storico Gian Galeazzo Visconti (…). Il Laudisio (…), trasse moltissime sue notizie da un manoscritto inedito ed introvabile del Mannelli (…), in parte riportate nel 1600 dall’abate Ughelli (…) ed il Gatta (…) e, poi in seguito citate da Ebner (…) e Acocella (…). La principale notizia che il Laudisio (…) e poi il Duchesne (…) riportarono è la lettera (epistola) di papa Gregorio Magno (Gregorio I) che scrisse a Felice, Vescovo di Agropoli (…). L’interessantissima lettera del papa Gregorio Magno è tratta dal grande epistolario (raccolta di lettere) del papa che si lamentava dell’invasione Longobarda (…). Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe di informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia,…”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a pp. 73-74, scriveva in proposito che: Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Ecc…”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous”. Il Tancredi nella nota n. 34 di Pyxous a p. 18 postillava che: “(34) Migne J.P., ‘Patologiae Corsus compl.’, Tomo 78, Libro II, Ep. 43a, c. 581, Paris 1849.”. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Come si vede, le Chiese di Agropoli, Velia (Vallo della Lucania), Buxentum (Policastrum Bussentino) e Blanda sono tutte città che si susseguono in ordine topografico – da nord a sud – lungo il litorale tirrenico meridionale. Per questo il compito della Visita, affidato al Vescovo Felice, non doveva presentare grandi difficoltà, trattandosi di Chiese, “quae tibi in vicino sunt constitutae”. Nessun indizio sul nome del Vescovo blandano defunto. Conosciamo invece il nome del Vescovo, che dovette essere eletto con l’intervento di Felice.”. Il Russo a p. 18, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Registrum Epistolarum’, II, 42; Labbe, VI, 801; Mansi, IX, 1099; Migne, P.L. LXXVII, 581; Ughelli-Coleti, X, 29; M.G.H., ‘Epist.’, I, 141; J.L., n. 1195; Fulco, Op. cit., 38, 39.”. Riguardo i vescovi di Blanda Julia il Russo (…) citava Joseph (Giuseppe) Mansi (…), ovvero la sua opera ‘Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio’, pubblicata a Firenze nel 1759-98 e citava il vol. IX p. 1099:

Mansi J., op. cit., vol. IX, p. 1099

Mons. Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno, scriveva in proposito: “L’antica regione III comprendeva la Lucania ed il Brutium. In Lucania non ci fu, nel periodo di dominazione bizantina, che un esiguo numero di Vescovadi. All’interno non posso citare che Potentia, Grumentum e Consilinum (Marcelliana); sulla costa Tirrenica si conoscono quelli di Paestum, Velia, Buxentum (l’odierna Policastro Bussentina) e Blanda (il Duchesne la pone a Maratea)Uno solo, quello di Paestum, sopravvisse all’invasione longobarda, fino alla quale tutti si erano conservati. I primi tre sono menzionati nella corrispondenza di Pelagio I, verso il 560 (J., 969, 1015, 1017 ). Al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599). Dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (11), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono comple- tamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (….). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), riferiscono di Policastro: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Rustico vescovo bussentino soscrisse il Concilio romano raccolto nel 501, sotto il pontefice Simmaco e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…). Paolo Cammarosano (…), ci parla del registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, il dente longobardo non sembra avere affatto dilaniato la geografia diocesana d’Italia”, riferendosi a ciò che affermava papa Gregorio in una delle sue tante epistole (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323 in proposito scriveva che: “1. Felix: 592 (J-L, 1195) – Questa lettera su scritta “Felici Episcopi de Acropoli visitatori provinciae Lucaniae”, cui il papa ingiunse la “visitatio Velinae, Buxentinae, et Blandanae ecclesiarum”, le quali “sacerdotis regimine vacabant”. Il Crivellucci (“Studi Storici”, an. 1897, p. 591, credette che la diocesi di Paestum fosse distinta da quella ‘de Acropoli’, ma io penso con Mons. Duchesne (Les evéchés d’Italie ec., II, 367) che Felix fosse il vescovo stesso di Paestum, rifugiatosi causa l’invasione longobarda, con il presidio greco, nell’Acropolis. Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della diocesi e da questa seconda residenza presero il nome.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di……. e Felice di Paestum nel 592 (91).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius adfuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen’.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Si tratta di due lettere (“epistole”) scritte da papa San Gregorio Magno (…) a Felice, Vescovo di Paestum e rifugiatosi ad Agropoli. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, scriveva che: “Le uniche testimonianze sicure pervenuteci sono le lettere del ‘Consul Dei’, di Gregorio Magno (590-604) in cui appunto si fa cenno dell’invasione longobarda (105) e riferiscono con accenti drammatici gli eventi occorsi nel Mezzogiorno dopo la calata delle orde di Zottone, il più pagano tra i Longobardi ecc…”. Si tratta di due lettere di papa Gregorio Magno (…), contenute nel ‘Registro Episcopale’, scritto tra il 590 e il 604. Si tratta dell’epistola  n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona. Si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982. Si veda Epistola 2, 42 o 43′ (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Pietro Ebner, op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando della città di Buxentum (Bussento) si riferivano alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…). Del VII secolo, il L. Duchesne (…), nel suo ‘I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde)’, pubblicato a Roma nel 1905, attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (….), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 26, scriveva che: “Una eco delle scorrerie di Zottone nel Mezzogiorno, si rintraccia anche negli scritti di Gregorio Magno, il quale appunto con la sua lettera “Quoniam velina” (a. 592) sollecitava il vescovo pestano Felice, rifugiatosi nella vicina Agropoli (114), a visitare le diocesi di Velia, Bussento e Blanda (presso Maratea) prive di pastori, probabilmenti sorpresi dalle orde longobarde come propendono gli storici. L’esplicito ed esclusivo riferimento del papa al vescovo Felice perchè riorganizzasse l’assistenza religiosa nelle predette diocesi e non in quella pestana lascia appunto presumere che il vescovo Felice era sfuggito a Zottone in quanto era riuscito a rifugiarsi ad Agropoli. Una località ben munita (‘castrum’)(115) forse da Belisario o Narsete. Proprio per la sua posizione i longobardi rinunciarono ad assediare Agropoli, diversamente dai villaggi e dalle città del ducato che furono invece soggetti a incendi e saccheggi, cui seguirono uccisioni e mutilazioni di persone. Gregorio Magno.”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (114) postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (115) postillava che: “(115) ‘Bell’ Goth.’, I, 14.”. Ebner (…) a p. 26 nella sua nota (116) postillava che: “(116) Epist., II, 14. 50”.

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(Fig….) Epistola n. 43 di Papa Gregorio Magno, immagine tratta da Pietro Ebner (…)

Ebner (…), nella sua nota (114), postillava che: “(114) Reg. II, 42, n. 1195, Jaffè-Ewald: “Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdoti noscuntur vacare regimine, propterea earum solemniter operam visitationis injungimus.”. Nicola Acocella (…), affermava in proposito: La Velina ecclesia era già, all’epoca di Gregorio Magno (a. 592), deserta di sacerdoti”, faceva riferimento alla nota lettera di Papa Gregorio Magno a Felice, Vescovo di Agropoli (…). Alla fine del VI secolo, Papa S. Gregorio Magno (Gregorio I), ricorderà in una sua lettera (‘Epistulae, II, 29′)(…), la mancanza di titolare della sede bussentina. Il Duchesne (…), sulla scorta delle epistole di papa Gregorio Magno, riferendosi alle Diocesi costiere delle nostre terre, scriveva che: “In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio, nel 592 (…), sembra l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda. Sono completamente disorganizzati. Il Papa affida al Vescovo di Paestum il loro mobilio sacro e la cura del loro personale. Lo stesso Vescovo di Paestum viene qualificato come Episcopus di Agropoli. E’ stato costretto a lasciare la sua città episcopale per rifugiarsi nella località costiera e fortificata di Agropoli, come nel IX secolo sarà costretto a trasferirsi nell’interno di Capaccio.” (14). Scrive la Bencivenga –  Trimllich (…), sulla scorta del Gaetani (…), a proposito di Bussento che “La città è ancora menzionata nel VI secolo d.C. da Stefano Bizantino (…), quando era già fiorente sede vescovile, essendoci noti per l’anno 501 il vescovo Rustico e per il 592 il vescovo Agnello (…).”. Il sacerdote Rocco Gaetani, a pp. 19-20, nel suo introvabile ed in mio possesso: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 in proposito scriveva che: “Dunque nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Se poi quel vescovo ‘Agnello’ di cui fa menzione s. Gregorio (18) nella lettera scritta il 592 a Cipriano diacono e rettore del Patrimonio di s. Pietro in Sicilia, fosse vescovo del Bussento ovvero di Velia e di Blanda, è incerto, nè si potrà decidere finchè nuovi documenti non vengano ad accertarlo. Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, non potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato riconoscere le poche fasi della Chiesa Bussentina, poichè per buona sorte abbiamo il documento importantissimo della lettera di s. Gregorio Magno, la quale ci mostra la nostra Chiesa a somiglianza di altre finitime prive di pastori e desolata come una tempestosa incursione barbarica……gli raccomanda di usare con moderazione delle sue facoltà, perchè in nessuna guisa potesse essere ripreso ed incolpato, di far perseverare i diaconi e le altre religiose persone nelle proprie costumanze, ed esercizi, ‘ne passim eis in qualibet ecc…’: gli concede la facoltà di ordinare presbiteri e diaconi coloro che ne fossero stimati degni, ‘presbyteros quoque vel diaconos, si in aliquibus ecc…’: ed infine assai caldamente gli raccomanda di ricercare le sacre suppellettili, necessarie alla celebrazione dei santi misteri, e rinvenutele, gliele dia tosto relazione per lettere, per vedere che dovesse farsi, ‘ministeria vero Ecclesiarum (i vasi sacri) ubi sint recondita ecc…’ (19).”. Il Gaetani a p. 29, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Lib. 2, Epist. XLIII”Il Gaetani a p. 22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda. Il Gaetani (…) a p. 22 in proposito scriveva che: “…..Ricaviamo da ciò che nel V e nel VI secolo le chiese messe sul littorale del mare Tirreno, e quindi anche la Bussentina, venivano infestate dai barbari; ne questi erano solo i Longobardi, ma anche prima di essi quelli che muovevano dall’Africa, come i Vandali. Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. . Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Blanda ed al vescovo Felice, così scriveva: “Con l’avvento del Cristianesimo, divenne sede vescovile. Difatti, viene ricordata in una lettera di Gregorio Magno, luglio 592, diretta a Felice, vescovo di Agropoli, affinchè visiti le diocesi, temporaneamente vacanti, di Velia, di Bussento e di Blanda, in F. Russo, Regesto, etc., cit. I, pag. 37. Ecc..”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (72), postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le Diocesi d’Italia, op. cit..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 74 scriveva che: Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…) a p. 18 nella sua nota (34), parlando di Pyxous postillava che: “(34) Migne J. P., Patrologiae Cursus compl., Tom. 78, Libro II, Ep. 43a, c. 581, Paris 1849”. Il Tancredi parlando delle lettere di papa S. Gregorio Magno, cita il Migne (….) che nel 1849 raccolse buona parte delle antiche epistole (lettere) dei papi al tempo dell’avvento dei Longobardi. Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, sempre a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”. Il Lanzoni però, pur credendo la Diocesi Lucana di Blanda Iulia nel porto di Sapri cita un primo vescovo chiamato ‘Iulianus’ (Giuliano), ponendolo in “età incerta (secolo V-VI)” e riferendosi a “CIL, XI, 1 e 3)”. Il Lanzoni (…), riguardo la Diocesi di Blanda Iulia, ci parla anche del vescovo Romano nell’anno 595 e, poi per egli aggiunge: “L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando di ‘Buxentum’ credeva fosse “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?).”. Riguardo l’antica sede vescovile di ‘Buxentum’, Mons. Francesco Lanzoni (…), a p. 323 in proposito scriveva che: “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). Dunque, i Lanzoni scriveva che a ‘Buxentum’: Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Il Lanzoni (…), dunque citava il riferimento bibliografico  del documento n. 1195 nel testo di Jaffé-Loewenfeld (…), dove leggiamo che nell’anno 592 la Chiesa vacante ovvero nell’anno 592 d.C., la sede vescovile di Bussento, secondo il documento n. 1195 in Jaffé-Loewenfeld (…) era vacante e non vi era alcun vescovo. Il Lanzoni, nelle sue note si riferisce all’anno 1195 della citata opera. Il Jaffé-Loewenfeld (…), si occupa del documento n. 1195 a p. 153 del vol. I, parlando di papa Gregorio I (“S. GREGORIUS I. 590-604”):

Jaffé-Loewenfeld, vol. I, p. 153

(Fig…) Jaffé-Loewenfeld (…), op. cit., vol. I, p. 153

Il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. Il Lanzoni (…) – come pure l’Ebner (…) – come scrive Orazio Campagna (…) a p. 257, nella nota (64) scriveva che: : “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Infatti, il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. L’opera citata è ‘Regesta Pontificum Romanorum’ che è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198. Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé. L’opera riveduta e corretta a cui si riferiva l’Ebner (…) e il Lanzoni è Jaffé-Loewenfeld (…), ‘Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888. Aleardo Dino Fulco (…), nel suo ‘Blanda, sul Paleocastro di Tortora’, a p. 19, scriveva che: “Si sa, inoltre, che Blanda fu sede vescovile  fin dai primi secoli del Cristianesimo. Nel 592 S. Gregorio Magno (23) indirizzò una lettera a Felice, Vescovo di Agropoli, per ingiungergli di visitare la comunità di fedeli blandani (di Blanda) temporaneamente privi di Pastore. “Quoniam – scrive S. Gregorio nella lettera – Velina, Buxentina, et Blandana ecclesia, quae tibiin vicino sunt constitutae, Sacerdotes noscuntur vacare regimine: propterea fraternitate tuae earum solemniter operam visitationis iniunximus…”. “Poichè si sà che le Chiese di Velia, Bussento, e Blanda, che si trovano nei tuoi paraggi, sono prive di Pastori, t’ingiungiamo formalmente di visitarle…”. Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due Sinodi svoltisi negli anni 595 e 601 (24). Nel 649 continuava ad essere sede vescovile, come dimostra un documento dell’epoca. In quell’anno, infatti, si svolse il Sinodo romano indetto da papa Martino, in cui si ripudiò l”Ecclesia’ di Eraclio e il ‘Typos’ di Costante II. Al Sinodo partecipò il Vescovo Pasquale, che si sottoscrisse ‘Pascalis Episcopus Sanctae Ecclesiae Blandanae’ (25). Un altro Sinodo indetto da Papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da ‘Gaudiosus Blandarum Episcopus’ (26). Da allora le vicende storiche di Blanda restano avvolte nelle tenebre dei secoli.”. Il Fulco (…), nella sua nota (24) a p. 54, postillava che: “(24) F. Labbe, Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343.”. Il Fulco, a p. 19, nella sua nota (25), a p. 54, postillava che: “(25) F. Labbe, Sacrosanta Concilia, 79, 381.”. Riguardo la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: Nel 592 il Papa S. Gregorio Magno deve intervenire per provocare l’elezione di vescovi nelle gloriose città di Velia, Buxentum e Blanda, ormai ridotte a pochi abitanti, alla miseria, ad una scarsa vita spirituale e culturale (29). L’incaricato di Gregorio Magno è il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, ecc…”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a pp. 590 e 591 parlando di Sapri e riferendosi al Laudisio, in proposito scriveva che: “Il Laudisio mostra di essere dell’opinione dell’Holstenius esclamando “non ergo mediterranea civitas, ut contra opinatur”. Ivi era perciò, conclude il Laudisio, l’antica città di Blanda (11), sede vescovile, di cui è detto nella nota lettera di Gregorio Magno al vescovo pestano Felice, residente ad Agropoli. Il ‘Consul Dei’ invitava Felice a visitare quella diocesi priva di pastore, quasi certamente ucciso dalle orde Longobarde di Zotone. Opinioni respinte dalla critica moderna che ubica Blanda (12) nei pressi di Maratea e Scidro (13) oltre Policastro.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (11) a p. 590 postillava che: “(11) Livio, XXIV 20, 5-6: ‘ex Lucanis Blanda est Apolorum Accae oppugnatae’. Prese il nome di ‘Blanda Juilia’ (CLIL, X, 125).”. Riguardo la citazione di Tito Livio (…), l’Ebner (…), a p. 591 nella sua nota (13) parlando di Scidro, in proposito postillava che: “Innanzi tutto Sapri non ha nulla a che vedere con il Sapriporto di Livio, XXVI, 39, 1-19 che scrive della sconfitta della quadra romana al comando di Decio Quinzio (scortava un convoglio di grano dalla Sicilia al presidio di Taranto) ad opera della squadra tarantina al comando di Democara. G. Lugli, (Il sistema del sistema stradale della Magna Grecia, “Atti 2° Convegno intern. di Taranto”, 1962, Napoli, 1963) attribuisce la fondazione di Scidro ai Sibariti che per via terra raggiunsero il Tirreno, mentre A. Adamesteanu ecc…”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (12) A P. 591 postillava che: “(12) Blanda, stazione XVI nella Tavola Peuntingeriana’ tra Vibona ‘Valentia’ e Salernum’ ha scritto anche M. Lacava, ‘Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana. Ecc..”. Lo studioso Emilio Magaldi (…), nella sua, ‘Lucania Romana’, parte I, pubblicato nel 1917, nel vol. I a pp. 324-325-326, in proposito scriveva che: Da una lettera di Gregorio Magno, degli ultimi anni del sec. VI, abbiamo notizie, per quell’epoca, degli episcopati di Agropoli, Velia, Bussento e Blanda (2)…….In complesso, le chiese esistenti nella regione, anteriormente all’invasione dei Longobardi, erano Pesto, Acropoli, Velia, Bussento, Blanda, Cosilino, Grumento, Potenzia (4). E concluderemo sui vescovati antichi della Lucania con le parole del Lanzoni: “Quantunque le memorie di vescovi Lucani non risalgano che alla fine del secolo V, tuttavia deve credersi che le diocesi rimontino, almeno in parte, al secolo IV, e probabilmente più in sù. Ciò si deduce dai martiri, che hanno avuto luogo nella Lucania” (5)……In quanto al luogo di provenienza del Cristianesimo in Lucania e nel Bruzio, il Lanzoni pensa che esso sia arrivato, non solo da Roma e dalla Campania, seguendo principalmente la via Popilia, ma, specie nelle città marittime, ancora imbevute di ellenismo, direttamente dall’Oriente (2).”. Il Magaldi (…), a p. 324, nella nota (4) postillava che: “(4) Cfr. Racioppi, op. cit., II, p. 210 segg. Sull’argomento si veda pure F. Lanzoni, ‘La prima introduzione dell’episcopato e del cristianesimo nella Lucania e nei Bruzzii’, in “Archivio storico della Clabria”, a. V (1917), p. 3 segg. (precedentemente pubblicato in “Apulia”, a. II, (1911), p. 164 segg.).”. Il Magaldi (…), a p. 325, nella nota (5) postillava che: “(5) Cfr. Mansi, ‘Concilior. collectio, VIII, 85, 138, 142 presso Lanzoni, o. c., p. 4; Cfr. Racioppi, o. c., II, p. 213.”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: “Sul declinare del secolo VI, dalle lettere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli. Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore.”. Giacomo Racioppi (…) nel vol. II del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: “Le prime notizie sicure degli ordinamenti gerarchici della Chiesa nella nostra regione sono del secolo V e del VI. Un arcidiacono della chiesa grumentina è ricordato in una lettera di papa Gelasio (492-496) del secolo V; un’altra di papa Pelagio del secolo VI, ci dà notizia di vescovi a Potenza, a Grumento e a Marcelliana o Consilino: nei primi anni del secolo stesso intervengono ai concilii di Roma vescovi di Acerenza, di Venosa, di Potenza; e dalle lettere di papa Gregorio Magno, al declinare del secolo VI, si ha notizia delle chiese episcopali di Blanda, di Velia e di Bussento, le quali orbe di pastore, il gran Pontefice dà incarico di visitarle a Felice, vescovo di Agropoli (1). Infine i vescovi di Blanda, di Velia e di Pesto intervengono al Concilio lateranese del 648 contro i Monoteliti (1). Da questi sparsi dati di fatto si può trarre argomento che nel primo e più buio periodo della storia ecclesiastica della regione, tutte le antiche città lucane di qualche importanza, con ambito intorno di vici o villaggi dipendenti, ebbero a capo della propria chiesa un vescovo, ma con giurisdizione più estesa della propria città e contado.”. Il Racioppi a p. 213 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Epist. 29, lib. II, di papa Gregorio del 599, che dice: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine, ecc..’ – Le lettere di papa Pelagio (il primo di tal nome pontificò dal 555 al 560, il secondo dal 578 al 590) sono nel ‘Decret. Gratiani’, parte I, distin. 76, can. 12; e distin. 63, can. 14 – Le lettere di papa Gelasio, ‘Ibid., parte II, ‘Causa’ XII, questio I, e causa XIII.”.

Nel ‘592 d.C. (VI sec. d.C.), FELICE, vescovo di Paestum, esegue l’ordine di Papa S. Gregorio Magno e si reca a visitare le comunità cristiane e le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda

E’ solo dopo mezzo secolo, – a cui si riferisce la notizia che ci perviene quando, in seguito alla sconfitta Gota, i Bizantini entrarono in possesso del territorio bussentino, trasformando il nome di ‘Buxentum’ in Policastro ove vi edificarono la chiesa principale, sotto forma di ‘Trichorae’ (…), quasi certamente alla fine del VI secolo d.C., quando già nel 592 è ricordato un altro Vescovo.  Il Vescovo di Paestum, Felice, rifugiatosi ad Agropoli a causa delle frequenti scorrerie dei Longobardi, nell’anno 592 d.C. ricevette da papa Gregorio Magno delle lettere in cui veniva invitato a visitare le sedi vescovili di Velia, Bussento e di Blanda, allora vacanti. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 18 scriveva che: “3) N.N. (+592). – Dopo la menzione del Vescovo Giuliano, passarono più di tre secoli prima che si parli di Blanda. E’ difatti solo nel luglio del 592 che S. Gregorio Magno affida a Felice, Vescovo di Agropoli, la visita delle Chiese di Velia, Bussento e Blanda, “vacanti per la morte del loro pastore” (5). Come si vede, le Chiese di Agropoli, Velia (Vallo della Lucania), Buxentum (Policastrum Bussentino) e Blanda sono tutte città che si susseguono in ordine topografico – da nord a sud – lungo il litorale tirrenico meridionale. Per questo il compito della Visita, affidato al Vescovo Felice, non doveva presentare grandi difficoltà, trattandosi di Chiese, “quae tibi in vicino sunt constitutae”. Nessun indizio sul nome del Vescovo blandano defunto. Conosciamo invece il nome del Vescovo, che dovette essere eletto con l’intervento di Felice.”. Il Russo a p. 18, nella sua nota (5) postillava che: “(5) ‘Registrum Epistolarum’, II, 42; Labbe, VI, 801; Mansi, IX, 1099; Migne, P.L. LXXVII, 581; Ughelli-Coleti, X, 29; M.G.H., ‘Epist.’, I, 141; J.L., n. 1195; Fulco, Op. cit., 38, 39.”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando della città di Buxentum (Bussento) in proposito scrivevano che: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile”. Ecc….e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(…). Il sacerdote Nicola Curzio (…), in proposito di ‘Blanda Iulia’ scriveva che: “ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Ecc…”Il sacerdote Rocco Gaetani, a pp. 19-20, nel suo introvabile ed in mio possesso: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 in proposito scriveva che: Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, non potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato riconoscere le poche fasi della Chiesa Bussentina, poichè per buona sorte abbiamo il documento importantissimo della lettera di s. Gregorio Magno, la quale ci mostra la nostra Chiesa a somiglianza di altre finitime prive di pastori e desolata come una tempestosa incursione barbarica. Il santo Pontefice scrive a Felice vescovo di Agropoli di visitare le chiese vicine di Velia, di Bussento, e di Blanda situate successivamente dopo Agropoli, di richiamarvi il disperso clero ed i fedeli, e di ristabilirvi il culto, e la regolare vita. ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesia, quae ecc…’:

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Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Blanda ed al vescovo Felice, così scriveva: “Con l’avvento del Cristianesimo, divenne sede vescovile. Difatti, viene ricordata in una lettera di Gregorio Magno, luglio 592, diretta a Felice, vescovo di Agropoli, affinchè visiti le diocesi, temporaneamente vacanti, di Velia, di Bussento e di Blanda, in F. Russo, Regesto, etc., cit. I, pag. 37. La “vacatio sedis” di tre diocesi rispecchia quale era la situazione italiana con le guerre gotiche prima e le bizantino-longobarde dopo; d’altra parte così viene esplicitamente evidenziata dallo stesso Gregorio Magno: “Le città sono spopolate, i villaggi travolti, le chiese bruciate, i monasteri di uomini e di donne distrutti, i campi abbandonati dagli uomini sono privi di chi li coltivi, la terra è deserta nella solitudine, e nessun proprietario la abita…la fine del mondo non solo si annunzia, ma già si mostra in atto” (Dial., III, 38).”. Poi il Campagna, postillava che: “(Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Nel VI secolo abbiamo solo i nomi di Felice di Paestum nel 592 (91). Ecc..”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando di ‘Blanda Iulia’ in proposito scriveva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): …..Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195).; Ecc…. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi……ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli;”Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 74 scriveva che: Al tempo di S. Gregorio Magno non esisteva nessun vescovo in nessuna città del Golfo, bensì due sedi vacanti: Buxentum e Blanda (10). Un vescovado a Vibona poteva esistere soltanto dal VII al X secolo, però noi non conosciamo documenti sul fatto.”. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…) a p. 18 nella sua nota (34), parlando di Pyxous postillava che: “(34) Migne J. P., Patrologiae Cursus compl., Tom. 78, Libro II, Ep. 43a, c. 581, Paris 1849. Qui il Tancredi parlando delle lettere di papa S. Gregorio Magno, cita il Migne (….) che nel 1849 raccolse buona parte delle antiche epistole (lettere) dei papi al tempo dell’avvento dei Longobardi. Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “Alla fine dello stesso secolo, non c’è vescovo nella città. Felice esegue l’incarico (a. 592) e, poco dopo, vediamo apparire una fila secolare di vescovi a ‘Blanda’ (35), nei sinodi romani. Ecc..”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Tancredi, a p. 19, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Russo Francesco, ‘Storia della Diocesi di Cassano’, vol. III, Laurenziana, Napoli, 1968, pp. 17-19.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a pp. 74-75, riferiva che: Il sopravvento fu totale ed investì anche il clero latino, difatti lo stesso Pontefice, nel luglio del 592, “ingiungeva” a Felice, vescovo di Agropoli, di visitare le diocesi vacanti di Velia, Bussento e Blanda (72). Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, mercè Teodolinda (73), i rapporti con i Romània-Longobardia si ispirarono a tolleranza reciproca, spesso a buon vicinato, anche se la conversione non fu generale. Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato , tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (72), postillava che: “(72) Reg. Epist., II, 42; F. Lanzoni, Le Diocesi d’Italia, op. cit..”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (73), postillava che: “(73) P. Diacono, H.L., IV, 9.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) Reg. Epist., IX, 126; P. Diacono, H.L., IV, 19.”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (75), postillava che: “(75) Reg. Epist., IX, 127.”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “…..Felice esegue l’incarico (a. 592) e, poco dopo, vediamo apparire una fila secolare di vescovi a ‘Blanda’ (35), nei sinodi romani. Possiamo immaginare che Felice trovò una Blanda molto ridotta dalla sua passata gloria, ma ancora esistente e quindi possibile, come sede vescovile. Buxentum, invece, non dava la possibilità d’un insediamento vescovile e Felice andò oltre, meditando sulla caducità delle cose umane.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (33), postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale, in gli “Studi in Italia”, Roma, 1882, an. V., vol. I, p. 376.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Tancredi, a p. 19, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Russo Francesco, ‘Storia della Diocesi di Cassano’, vol. III, Laurenziana, Napoli, 1968, pp. 17-19.”. Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda…… Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (…).

VIBONEM AD SICCAM

Nel 568 d.C. (VI secolo d.C.), la “Vibonem” in Lucania donata dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia di Montecassino

Fernando La Greca (….), nel suo libro scritto insieme a Vladimiro Valerio (…), ‘Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra’ parlando delle “carte del Cilento” (quelle parigine) e del toponimo di “Bibo ad Sicam odie ruin (ato)”, nella sua nota (41) postillava pure che: ” (41)…..‘Chronicorum Casinensium Epitome’, p. 353 (‘Vibonam’).”. Dunque, il La Greca scrive che nell’opera ‘Epitome chronicorum Casinensium’ a p. 353 viene citata “Vibonam”. La citazione del La Greca è tratta dall’Antonini (….) che nella sua “Lucania”, a p. 428 dissertando sull’antica “Vibone ad Siccam” in proposito scriveva che: “Vorressimo pertanto, che siccome i Lucani non invidiando il lor Vibone à Bruzj, gliel lasciano, come fu illustre, nobile Municipio, e prima Colonia, così i Bruzj, contendandosi del lor ‘Vibo Valentia’, lasciassero à Lucani il ‘Vibone ad Siccam’; tanto più volentieri, quanto che sin nei secoli bassi c’è notizia esser Vibone stato dentro la Lucania: Nell”Epitoma della Cronaca Cassinese’ data in luce dal chiarissimo ‘Sig. Muratori, Rer. Ital. tomo 2, par. I, fol. 353 si legge tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: IN LUCANIA MARCELLIANAM, VIBONEM; nome che ancor ritiene in quello di Vibonati. Or questo Vibone, qualunque si fosse nei trasandati secoli, non sappiamo da chi fosse fondato. Ecc..“. A quale versione di quest’opera si riferivano l’Antonini ed il La Greca ?. L’’Epitome chronicorum Casinensium’ da Pietro Diacono fu fatta passare come opera di Anastasio Bibliotecario (L.A. Muratori, RIS, II, Mediolani 1723, coll. 351-370). L’opera, il codice Cassinense è invece ascritta da Erich Caspar (….) al monaco di Montecassino Pietro (Diacono) (Petrus Diaconus, 1909, pp. 111-121). Già agli anni del soggiorno ad Atina risale la sua prima produzione letteraria rappresentata dalla Passio beatissimi Marci et sociorum eius, corrispondente a quella attribuita ad Adenulfo vescovo di Capua (Bloch, 1998, pp. 139-155), che Erich Caspar (Petrus Diaconus, 1909, pp. 128 s., 134-138), sulla base del testo edito da Ferdinando Ughelli (Italia Sacra, VI, Venetiis 1720, pp. 408-417), dimostrò essere appunto opera di Pietro Diacono, al quale è da ascrivere pure, come seguito della prima, la Passio sanctorum martyrum Marci, Passicratis, Nicandri et Marciani (ibid., pp. 419-422; Bloch, 1998, pp. 189-214). Particolarmente assidua fu da parte di Pietro Diacono la frequentazione dei classici, se solo si pensi all’influsso determinante di Livio (Bloch, 1984, pp. 69-79) in un’opera come il Catalogus regum, consulum, dictatorum, tribunorum, patriciorum ac imperatorum gentis Troianae (cod. Casin. 257, pp. 1-21). Nel codice Casinense 361 Pietro ha inoltre lasciato la trascrizione dell’Epitoma rei militaris di Vegezio (libri I-IV), del De aquaeductu urbis Romae di Frontino, capostipite dell’intera tradizione di quest’opera, e di un frammento del De lingua latina di Varrone. ‘Epitome chronicorum Casinensium’, auctore, ut fertur, Anastasio Bibliothecario (…), nunc primum edita e MStis Codicibus, pp. 345-370. Anastasius Bibliothecarius, Charolus. Infatti, il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio, nella sua “Synopsis etc…” (Sinossi)(vedi versione a cura di Gian Galeazzo Visconti), citava Anastasio Bibliotecario (…) e a p. 10, in proposito nella sua nota (28) postillava che: “(28) ‘Anast. Bibl., in papa Paulo, apud Bern., Historia haer., tomo 2, saec. 8, pag. 399 (Domenico Bernino, ‘Historia di tutte l’eresie’, Venezia 1711: ecc…”. Il breve chronicon medioevale oltre ad essere stato pubblicato dal Muratori (….) può essere letto anche nel testo di Bernino (….). Dunque, l’Antonini cita l’Epitoma della cronaca Cassinese che lui dice essere stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori (…), nel suo “Rerum Italicarum Scriptores” (tomo 2°, parte I, pag. 353). Nel testo della Chronaca Cassinese pubblicato dal Muratori troviamo scritto che: “tra le donazioni fatte dall’Imperador Giustino II. al Monistero di Montecasino: ….” che: “In Calabria, Grumentum, Summuranum, Nicoteram. In Lucania, Marcellianum, Vibone, & medietatem Laci Lucrini ecc..”. Dunque, nel passo della cronaca Cassinese si legge che fra le donazioni fatte dall’Imperatore Giustino II all’Abbazia benedettina di Montecassino, il Lucania vi sono “Marcellianam” e “Vibonam”. Dunque secondo questo passo della cronaca Cassinese, “Vibonam” era il Lucania e fu donata dall’Imperatore Giustino II° all’Abbazia di Montecassino. Questa notizia è interessante perchè ci conferma che nel XII secolo, al tempo in cui scriveva Pietro Diacono, monaco benedettino di Montecassino, la città di “Vibone” esisteva in Lucania, ovvero nella nostra zona e non solo ci conferma che essa esistesse al tempo dell’Imperatore Giustino II. Dalla Treccani leggiamo che Giustino II imperatore d’Oriente. – Nipote (m. 578) di Giustiniano, cui successe nel 565. Rimase del tutto inerte di fronte all’invasione dell’Italia da parte dei Longobardi (568); fu vinto anche dagli Avari e dai Persiani sino a quando gli insuccessi ripetuti gli fecero perdere la ragione. Così nel 574 il governo fu affidato a Tiberio, capo della guardia palatina, da Giustino adottato come figlio e nominato Cesare: e a Tiberio passò il potere imperiale pochi giorni prima della morte di Giustino. La notizia andrebbe ulteriormente indagata. Dunque, esisteva in Lucania una città chiamata “Vibonem” che l’Antonini chiama “Vibonem ad Siccam” dalle note epistole di Cicerone ad Attico. E’ la storia delle nostre terre ad essere stata poco indagata per il periodo della caduta dell’Impero Romano e la dominazione Bizantina fino all’epoca Longobarda. Giustino II (520 – 5 ottobre 578) è stato un imperatore bizantino dal 565 al 578. Fu nipote e successore di Giustiniano I. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia. L’Impero di Giustino II segna l’ingresso della dominazione Longobarda in Italia, ne parla Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. La notizia di una donazione all’epoca Bizantina al Monastero potrebbe avere un fondamento. Fondata nel 529 da San Benedetto da Norcia sul luogo di un’antica torre e di un tempio dedicato ad Apollo, situato a 516 metri sul livello del mare, ha subito nel corso della sua storia un’alterna vicenda di distruzioni, saccheggi, terremoti e successive ricostruzioni.Sulle sue origini ne ha parlato papa S. Gregorio Magno. Attorno al 580, durante l’invasione dei Longobardi, il monastero venne distrutto per la prima volta dai longobardi di Zetone e la comunità dei monaci, con le spoglie del santo fondatore, dovette riparare a Roma, trovando ospitalità presso il Palazzo del Laterano. Ricostruita intorno al 718 sotto l’impulso di Petronace di Montecassino. Ne ha parlato il monaco Paolo Diacono nella sua “Historia Longobardorum”. Dal Chronicon cassinese di Leone Marsicano sappiamo che l’abate Desiderio impiegò sforzi e capitali notevoli per la ricostruzione della chiesa abbaziale, compiuta nei soli cinque anni dal 1066 al 1071, utilizzando materiali lapidei provenienti da Roma e facendo venire da Costantinopoli anche mosaicisti e artefici vari. La maggior parte delle decorazioni – della chiesa e dei nuovi ambienti del monastero successivamente riedificati – erano costituite da pitture, in maggior parte perdute e delle quali conosciamo soltanto alcuni soggetti, come le Storie dell’Antico e Nuovo Testamento nell’atrio, di cui si conservano interamente i tituli scritti dall’arcivescovo di Salerno Alfano.

L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, da p. 419 e s., dedica molte pagine a Vibonati ed al suo toponimo e, disserta sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva e confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco (…) e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di Vibone’, dà torto a Barrio (…) e cita anche Pomponio Mela. L’Antonini, però, non fa alcuno accenno alle notizie storiche che abbiamo riferito e, riguardo all’origine greca ci parla solo di Trecchina. Oltre a Plutarco, di Vibone parlò anche Tito Livio e poi ancora Cicerone che, scappando dall’Imperatore Ottaviano e scrivendo al suo amico Attico, riferiva che da Velia in barca raggiunse ‘Vibone ad Sicam’. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, alla pagina 424, disserta sul toponimo di  ‘Vibone‘, credendo che si riferiva a Sapri, il Questore romano Marco Tullio Cicerone, quando scriveva e citava nelle sue Epistole il toponimo di ‘Vibonem ad Sicam‘ e, dedica molte pagine a Vibonati, dissertando sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva essere la Vibo Valenzia in Calabria e, confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di ‘Vibone’, dava torto a Barrio e cita anche Pomponio Mela (…), Tito Livio (…) e Plinio (…). L’Antonini (…), a p. 428, iniziando a parlare di Sapri e del suo porto, scriveva che: “Verisimilmente il porto dei Vibonesi dovea esser quello di ‘Sapri’, lontano dalla terra circa un miglio, e mezzo, ed i grandi antichissimi avanzi di fabbriche, che in esso sono, mostrano, che non potevano essere per gente di poco conto, siccome diremo.”. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, da p. 419 e s., dedica molte pagine a Vibonati ed al suo toponimo e, disserta sull’origine del toponimo ‘Vibone’, spiegando e sostenendo e confutando le tesi del Barrio (…) che, nel suo ‘De antiquitate et Situ Calabriae’ (…), sosteneva e confutava quanto aveva sostenuto Plutarco (…), il quale, al contrario parlava di una Vibonem in Lucania’ . Il Barrio (…), bistrattava Plutarco (…) e, scriveva: “Nec solus Strabo Calabriam cum Lucania confuntit, Plutarchus, ut infra vedebimus, Vibonem in Lucania esse dicit.”. Antonini, parlando di Vibone’, dà torto a Barrio (…) e cita anche Pomponio Mela. Nel 1975, lo studioso  Giulio Schmiedt (…), pubblicò un interessantissimo studio per i tipi dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel suo studio, sugli ‘Antichi porti d’Italia’ (…), (Fig…), lo Schmiedt (…), riferiva che: “Dopo il porto di Policastro il Portolano del Mediterraneo (172), elenca nel Sinus Laus gli scali di Marina di Vibonati, di Sapri e di Maratea, ma non si hanno elementi che documentino se in epoca greca fossero frequentati. Per quanto riguarda il primo (Vibonati) si può solo dire che fu probabilmente uno scalo lucano chiamato ‘Vibo ad Sicam’ che il secondo (Sapri) fu sicuramente uno scalo romano, di cui rimarrebbero semisommerse alcune strutture sulla costa immediatamente a nord di Punta del Fortino”. Ma, dal punto di vista strettamente bibliografico e, storiografico, il primo a riferire del toponimo “Bibo ad Sicam”, è stato il Barone di S. Biase (natio di Cuccaro Vetere), Giuseppe Antonini, nella sua ‘Lucania’ (2). Nel 1745 e in seguito, nel 1795, il nipote Matteo Egizio, pubblicò la “Lucania – I Discorsi”, Giuseppe Antonini che, ci parla per la prima volta di un Bibo ad Sicam o ‘Siccam’ (…), citata da Cicerone (…). Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, parlando di Vibonati, scriveva che: “Chiama il volgo questo paese ‘Libonati’, mutando la lettera V in L, ciò che per latro non di rado nella lingua Italiana accade. Fu dà Latini detto ‘Vibo ad Sicam’, e ‘Siccam’ da una Isoletta, che gli sta all’incontro, poche miglia all’oriente di Maratea, anche oggi chiamata ‘Sicca’ a differenza del ‘Vibo Valentia’, ch’è Monteleone, detto già ‘Ipponium, & Hipponium. Gabriel Barrio nella, per altro, eruditissima opera ‘de situ Calabrie’, al lib. 2, per tirar tutto a quella regione, non solo volle darci a credere, che questo ‘Vibo ad Sicam’ fosse lo stesso, che ‘Vibo Valentia’, cioè l’Hipponium, ma nel principio dello stesso libro con franchezza indicibile dice, che ‘Plutarco’ siasi altamente ingannato col porlo in Lucania: ‘Ut Plutarchus’, qui Vibonem in Lucania esse scribit; ed a sede di lui standone l”Abbate Aceti’ nelle note ultimamente fatte allo stesso Barrio, ha purtroppo malmenato il medesimo Plutarco, perchè aveva posto Vibone in Lucania; tutto perchè non han saputo, o non han voluto sapere, che c’era un altro ‘Vibone’, chiamato ‘ad Siccam’, per distinguerlo dal ‘Vibo Valentia: Nec solus Strabo, ecc..”.

Nel 592 d.C. (VI sec. d.C.), RUFINO e VENANZIO, vescovi dell’antica diocesi di VIBONE (per Barrio, Laudisio, Lanzoni, ecc..)

Andrebbero ulteriormente indagate le notizie sulle origini e la localizzazione di un vescovado a Vibona o Vibone o ‘Hipponion’ (?). La notizia, tratta dall’epistola di papa Gregorio magno (papa Gregorio I°), secondo cui nel 592 d.C. papa Gregorio Magno scrive (Epistola n. 49 ed epistola n. 18), scrisse a due Vescovi di Vibone o Vibona (“Vibonem”): RUFINO e VENANZIO. Gli studiosi del passato si sono arrovellati intorno a questo antico toponimo ed hanno cercato di avanzare delle ipotesi plausibili intorno alla localizzazione dell’antica sede vescovile ma anco prima al sito dell’antica colonia o città di origine greca. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, pubblicato nel 1831 e in seguito nel 1976 ristampato da Gian Galeazzo Visconti (…), citava un’altra notizia che suffragava l’ipotesi di una sede Episcopale a Vibone e, scriveva che:  “…antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, ecc…” e, nella sua nota (49), il Laudisio (…), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Il Laudisio (…), citava due lettere (epistole) di Papa Gregorio Magno. Si tratta di due lettere che papa Gregorio Magno, scrisse ad alcuni Vescovi della Lucania. Ritornando al Tancredi (…), egli, a p. 74, nelle sue note, citava il sacerdote Rocco Gaetani, che pure, sulla scorta del Laudisio (…), parlava e citava queste due lettere di papa Gregorio Magno. Il Tancredi (…), a p. 74, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Cfr. nota n. 33 di Pyxous.”. Il Tancredi, a p. 74, nella sua nota (10), postillava che: “(10) Cfr. nota n. 34 di Pyxous.”. Il Tancredi (…), nella sua nota (33) a p. 18, postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sede episcopale, ecc.., p. 376.”. Il Tancredi (…), a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Dunque, il Tancredi, riguardo la notizia di un vescovado a Vibona, postillava nella sua nota (7), del Gagliardo (…) e, del Laudisio (…), a p. 20. Dunque, cerchiamo di analizzare ciò che scriveva il Laudisio (…), tradotto in seguito dal Visconti (…). Sulla notizia della sede vescovile di Vibona, il Laudisio a p. 73 (p. 17, versione latino della versione curata dal Visconti): “…a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città ecc..”. Il Visconti (…), nella traduzione alla ‘Synopsi’ del Laudisio (….), nella sua nota (49), fa riferimento alle epistole (lettere) di papa S. Gregorio Magno: Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′. Il Laudisio (…), riportando la notizia “…sorte sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati.”, il Laudisio (…), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”, egli citava due epistole (lettere) di Papa Gregorio Magno (papa Gregorio I) e, aggiungeva: “l’antica Vibona (Vibonam)….che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati.”. Dunque, il Laudisio (…), crede ed avanza l’ipotesi che l’antica sede Vescovile di Vibonem sia da porsi a Vibonati piccolo borgo medievale non lontano da Policastro. L’ipotesi del Laudisio è fatta sulla base etimologica del toponimo di Vibonati. Dal punto di vista storiografico però la notizia non viene dal Laudisio (…), ma proviene dal Barrio (…) nel suo “De Antiquitate et Situ Calabriae etc..”. Rileggendo il testo di Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73, apprendiamo che: “…l’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità  fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), una volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti (…), a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, nella sua nota (48), postillava che: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, nella nota (49), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.. A proposito di questa notizia, ne parla anche il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…), affermava: ”Da qui l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi in grazia dell’etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco esse si ebbero alcune di queste ancorate famiglie.” . Il Porfirio (…), nella sua nota (2), trae la notizia dall’epistola di Papa S. Gregorio Magno: “Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18”. Gaetano Porfirio (…), nel 1848, parlando della Diocesi di ‘Policastro’, a pp. 537-538, forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Laudisio (…), scriveva che:

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Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (2), si riferiva alle origini di alcuni nostri centri, come ad esempio Vibonati (li Bonati): “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, ……altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio Magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Il Porfirio si riferiva alle epistole papali ed è la stessa identica nota riportata dal Laudisio (…). La notizia citata dal Laudisio (…) e dal Volpe (…), è tratta dal Binio (…) e dal Gatta (…). Secondo il Laudisio (…), l’epistola (lettera) è la Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′ (…), dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi dell’antica sede vescovile di ‘Vibona’. Sulle epistole (lettere) di papa Gregorio Magno, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona. Secondo il Laudisio (…), l’epistola (lettera) è la Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi a Venanzio, vescovi dell’antica sede vescovile di ‘Vibona’La nota (f), del Laudisio (…), a cui si riferiva il Tancredi (…), è la nota (48), della versione della ‘Synopsi’ del Laudisio, curata dal Visconti, e stà in detta versione a p. 73, che corrisponde alla p. 17 della verione scritta in latino.Per le due Epistole di papa S. Gregorio Magno I° si veda pure Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Il Laudisio (…) e il Porfirio citavano le due Epistole di Gregorio I°: Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′. Il testo di Binius Severino (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia etc…’, pubblicato a Colonia nell’anno 1606 (I° edizione)(forse si tratta del  tomo II, cap. III, p. 736). Il Laudisio (…), nella sua nota (49) postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Dunque si tratta delle due Epistole di papa S. Gregorio Magno I°: l’epistola n° 49 nel Libro VIII e, l’epistola n° 18. Per queste due epistole (lettere papali) di papa S. Gregorio Magno I° si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Binius Severino (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia’, Colonia, 1606. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.. Dunque, si tratta dell’epistola n° 49 nel Libro III (come scrive il Porfirio) o il Libro VIII come scrive il Laudisio ?. A questa vi è pure l’epistola n° 18 nel Libro XI.

Nel 599 (VI sec. d.C.), Venerio di Vibo

Riguardo Vibona, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 75, riferisce  che: “Gregorio Magno, nel febbraio-aprile 599, scrisse ad Arigi, duca di Benevento, affinchè si fosse adoperato, tramite i rappresentanti del potere longobardo in Calabria, regione che il Papato considerava, come al tempo di Pelagio I, “patimonio Brutium” o “Calabricum”, nel favorire il trasporto al mare di travi per la costruzione della chiesa di S. Pietro e Paolo (74). L’impresa venne affidata al suddiacono Sabino e alla collaborazione, per il trasporto e l’imbarco, dei vescovi Stefano di Tempsa e Venerio di Vibo (75).”. Il Campagna (…), a p. 75, nella sua nota (74), postillava che: “(74) …………………”. Il Campagna (…), nella sua nota (75), postillava che: “(75) Reg. Epist., IX, 127.”.

Nel 5 luglio ‘595-‘601 d.C. (VII sec. d.C.), BLANDA IULIA ed il suo vescovo ROMANO presente al Concilio Romano

Il sacerdote Nicola Curzio (…) che, nel 1934, nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, a p…., in proposito a Blanda scriveva che: “Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: ……Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Ecc…”Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 19 scriveva che: “4) ROMANO (592-640 ) ?. – Nel Concilio Romano del 5 luglio 595 sottoscrive ‘Romanus episcopus civitatis Blentanae (6). L’edizione maurina del ‘Registrum’ di S. Gregorio Magno, al posto di ‘Blentanae’, porta ‘Bleranae’, cioè di Blera-Bieda in Provincia di Viterbo. La variante è stata accertata dall’Ughelli-Coleti. Tuttavia questa sembra piuttosto arbitraria, perchè nel Sinodo Romano del 601, ritorna lo stesso Romano, come “Episcopus ecclesiae Blantanae” (7). Non sappiamo quanto tempo Romano abbia governato; ma non ci sarebbe da meravigliarsi chesia pervenuto fino a verso il 640, probabile anno del suo successore.”. Il Russo a p. 19 nella sua nota (6) postillava che: “(6) Labbe, VI, 917; Ughelli-Coleti, X, 30.”. Il Russo a p. 19 nella sua nota (7) postillava che: “(7) Labbe, VI, 1343.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Blanda Iulia, in proposito così scriveva: “Con l’avvento del Cristianesimo, divenne sede vescovile. Difatti, viene ricordata in una lettera di Gregorio Magno, luglio 592, diretta a Felice, vescovo di Agropoli, affinchè visiti le diocesi, temporaneamente vacanti, di Velia, di Bussento e di Blanda, in F. Russo, Regesto, etc., cit. I, pag. 37.”. Il Campagna (…), continua il suo racconto su Blanda e, scrive che:  “Tre anni dopo però, nel 595, viene ricordato Romano, nel 649 Pasquale, e nel 743 Gaudioso, vescovi blondani (Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Campagna (…) citava Francesco Russo (…), ovvero il suo…………..Ma, le notizie intorno all’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Blanda Iulia’, sono state citate dal sacerdote Francesco Lanzoni. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, sempre a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. Il Lanzoni (…) – come pure l’Ebner (…) – come scrive Orazio Campagna (…) a p. 257, nella nota (64) scriveva che: : “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Infatti, il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. L’opera citata è ‘Regesta Pontificum Romanorum’ che è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198. Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé. L’opera riveduta e corretta a cui si riferiva l’Ebner (…) e il Lanzoni è Jaffé-Loewenfeld (…), ‘Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888. Il Lanzoni, nelle sue note si riferisce all’anno 1195 della citata opera. Il Jaffé-Loewenfeld (…), si occupa dei documenti n. 1195 da pp. 610 e s.  Riguardo la notizia di un Vescovo Rustico (“Rusticus”) a Buxentum, Mons. Francesco Lanzoni (…), a p. 323 in proposito scriveva che: “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Dunque, i Lanzoni scriveva che a ‘Buxentum’ credeva fosse “Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?”. Poi aggiungeva che a ‘Buxentum’ (Bussento) il primo vescovo fosse: 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Il Lanzoni scriveva che da un documento n. 1195 in Jafé-Loewenfeld (…), troviamo nell’anno 592 la Chiesa vacante ovvero nessun Vescovo. Del VII secolo, il Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (…), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Scrive sempre il Duchesne (…) che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: ” c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi…..; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601;….”Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due sinodi svolti nel 595 e 601 (24).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (24) postillava che: “(24) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343”.

Nel 640-649 (?) (VII sec. d.C.), la bizantina Policastro e la sua probabile prima distruzione da parte dei Longobardi

Nel 1973, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a p. 508 in proposito scrivevano che: “Una prima distruzione da parte dei Longobardi (60), dovrebbe essere avvenuta soltando dopo tale ultima data (640), e comunque tra la fine del VII e la prima metà dell’VIII sec. Ecc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (60) postillavano che:  “(60) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”, che vedremo. Da una qualche parte avevo erroneamente scritto che il Duchesne (si veda Barni a pp. 383-384) in proposito alla Regione III scriveva che: “Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (….).”, ma forse non si tratta di Duchesne ma si tratta di Natella e Peduto. In seguito vedremo ciò che scrisse Mons. Duchesne (….), trascritto nel testo di Gianluigi Barni. Sull’affermazione che: “…ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII, ecc..”, che leggo da qualche parte dei miei scritti aver copiato dal Duchesne, ma ciò non è così, è interessante la notizia secondo cui Policastro o l’antica Buxentum avesse subito una prima distruzione nell’anno 640, forse ad opera dei primi Longobardi che cercarono di impossessarsi di un territorio ancora controllato dai Bizantini. E’ interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 330, dove, parlando di Buxentum e della lettera di papa Gregorio Magno che invitava il Vescovo Felice di Paestum a recarsi presso le sedi vacanti di vescovi a Velia, a Buxentum e a Blanda, in proposito scriveva che: …..che, dopo l’ultimo vescovo Sabbazio (a. 640) continuò ad essere mantenuta salvo un brevissimo periodo nell’XI secolo (14), dai vescovi pestani fino ai primi del XII secolo (15).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Cfr. il mio ‘Pietro da Salerno’”. Dunque, in questo passaggio, l’Ebner ricorda che dopo la lettera di papa Gregorio Magno, Policastro avrebbe avuto un ultimo vescovo nell’anno 640: il vescovo Sabbazio. E’ forse da questo fatto che i due studiosi Natella e Peduto ci dicono che: “Una prima distruzione da parte dei Longobardi (60), dovrebbe essere avvenuta soltando dopo tale ultima data (640), e comunque tra la fine del VII e la prima metà dell’VIII sec. Ecc…”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (60) postillavano che:  “(60) G. Volpe, Notizie storiche, cit.”, ma come vedremo Giuseppe Volpe, riferendosi al manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (….), no dice nulla dell’eventuale distruzione di Policastro nell’anno 640. Insomma, si fa ritenere che una probabile prima distruzione di Policastro sia avvenuta nell’anno 640 in quanto l’ultimo Vescovo di Policastro di cui siamo a conoscenza (prima della restaurazione della rinata Diocesi), sia Sabbazio. Nel 1898, monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo in Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974), a p. 384, in proposito scriveva che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno“. Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “……nel 649 al concilio romano,……..A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Dunque, secondo il Duchesne, il Vescovo di ‘Buxentum’, “Sabbazio”, partecipò e figura al Concilio dei Vescovi Romani del 649. La figura di Sabbazio l’analizzeremo in seguito. Il Duchesne (….), scrive pure che “nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Dunque, secondo il Duchesne, dopo il 679, ed in particolare dopo l’anno 649, con Sabbazio non si sa più nulla di Policastro, forse ancora chiamata Buxentum. Il Mannelli, continuando il suo racconto sui Saraceni d’Africa, a pp. 22-23, in proposito scriveva che (vedi Gaetani): “Potendo quei sacrileghi Barbari con grande agevolezza far vela dall’Africa, anzi dalla vicina Sicilia ch’havevano occupata a danni d’Italia: et in diverse volte, hor assalendo una hor un’altra Città, espugnarono ed abbatterono quasi tutte le maritime di questo e dell’altro lido del mare Ionio, e particolarmente questa di Buxento, restando nelle sue rovine anche sepolto il nome. Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi; sol puotesi dire di certo che fu dai Sarraceni diroccata. Discacciati finalmente quei Cani dall’Italia, dove in qualche parte eransi annidati; et affrenati dallo sforzo dè Cristiani, si che non potessero come prima a lor voglia venire a danneggiar queste riviere particolarmente avendogli i fratelli Normanni tolta la Sicilia; cominciò a rihabitarsi il già rovinato Bussento sotto nuovo nome di Policastro; et intorno all’anno di nostra salute 1079 ecc…“. Dunque, il Mannelli nel suo manoscritto inedito arriva all’anno 1079 quando dice che Policastro, col suo nuovo nome e già in mano ai Normanni fu elevata a Diocesi per la seconda volta. Dunque, è proprio questo il passaggio a cui si riferiva il Volpe (…). Il Mannelli attribuisce ai Vandali d’Africa, “anzi della vicina Sicilia che avevano occupata”, le frequenti incursioni sulle nostre coste del Tirreno e del mare Ionio, e dice pure “e, particolarmente la città marittima di Buxento”. Forse si riferiva ai Vandali d’Africa di Genserico ma se così fosse non si tratta dell’anno 640, ma ciò accadde al tempo di Genserico ovvero verso il VI secolo. Tuttavia il Mannelli scrive:  “Non ho ritrovato in qual’anno preciso ciò avvenisse, restando molto oscura la notitia di quei tempi;”. Dunque, il Mannelli scrive che Buxentum (ancora non era Policastro) fu di sicuro distrutta dai Saraceni d’Africa ma non sa dire quando questo avvenne. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, proseguendo il suo racconto sui Bizantini e Longobardi, a p. 39 scriveva che: “I rappresentanti dell’Imperatore d’Oriente rimasero ancora per anni nel Golfo di Policastro anche dopo la venuta di Arechi (640) che tolse loro i territori da Agropoli in su. Mentre Salerno risorgeva per opera di Arechi II che la fortificava e l’abbelliva il territorio del Golfo veniva ancora tormentato, questa volta, dalle reiterate incursioni dei Saraceni.”.

Nel 641 d.C. (VII sec. d.C.), l’Imperatore Eraclio divise l’Impero bizantino in ‘themata’

Nel 641, la perdita delle province meridionali in favore degli Arabi, rese più forte l’ortodossia nelle province rimanenti. Eraclio divise l’impero in un sistema di province militari chiamate themata per fronteggiare gli assalti permanenti, con la vita urbana che declinava al di fuori della capitale, mentre Costantinopoli continuava a crescere consolidando la sua posizione di città più grande (e civilizzata) del mondo. I tentativi arabi di conquistare Costantinopoli fallirono di fronte alla superiorità della marina bizantina e al suo monopolio di una tuttora misteriosa arma incendiaria, il fuoco greco. Dopo aver respinto gli iniziali assalti arabi, l’Impero iniziò un progressivo e parziale recupero delle sue posizioni. Costantino Gatta (…), il suo “Memorie topografico-storiche della provincia della Lucania”, del 1743, cap. II, p. 34 dove parlava però dell’anno 1008, alla venuta dei Normanni. Il Gatta ci parla di Totila e dei Barbari ma nel capitolo precedente, cap. I. Egli a p. 34 scrive che: “Era in quel tempo questo Regno (che fu nè giorni del pontificato di Sergio Quarto) sotto l’imperio di Michele Catalaico, e di Errigo Primo, regnanti quello nella Francia, e quello in Germania, sotto il dominio, anzi tirannide di varie Nazioni; imperocchè i Greci dopo la divisione fatta da Carlo Magno tenevano la Puglia, Calabria, e Lucania; gli altri luoghi occupati egli erano da alcuni Principi ultima vampa del sangue Longobardo; ne vi mancavano Saracini che molti paesi teneano, e fra essi regnavano continue discordie ecc…“.

NEL 649, PAPA MARTINO I ED IL CONCILIO LATERANENSE

Nel 649 d.C. (VII sec. d.C.), papa Martino I ed il Concilio (Sinodo) Lateranense

Giacomo Racioppi (…) nel vol. II del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a pp. 213-214, in proposito scriveva che: Infine i vescovi di Blanda, di Velia e di Pesto intervengono al Concilio lateranese del 648 contro i Monoteliti (1). Da questi sparsi dati di fatto si può trarre argomento che nel primo e più buio periodo della storia ecclesiastica della regione, tutte le antiche città lucane di qualche importanza, con ambito intorno di vici o villaggi dipendenti, ebbero a capo della propria chiesa un vescovo, ma con giurisdizione più estesa della propria città e contado.”. Il Racioppi a p. 213 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Epist. 29, lib. II, di papa Gregorio del 599, che dice: ‘Quoniam Velina, Buxentina et Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae, sacerdotis noscuntur vacare regimine, ecc..’ – Le lettere di papa Pelagio (il primo di tal nome pontificò dal 555 al 560, il secondo dal 578 al 590) sono nel ‘Decret. Gratiani’, parte I, distin. 76, can. 12; e distin. 63, can. 14 – Le lettere di papa Gelasio, ‘Ibid., parte II, ‘Causa’ XII, questio I, e causa XIII.”. Il Racioppi a p. 214, nella sua nota (1) postillava che: “‘Pascalis Blandanus, Sabatus Buxentinus, Johannes Paestanus….Nel Mansi, ‘Ampla Collect.”. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., parlando della sede di Velia in proposito scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che,………Quando poi i Saraceni occuparono quest’ultima città, la Sede cessò e fu incorporata con Velia a quella di Paestum; ciò che ne accrebbe lo splendore. Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Papa Martino I, nell’anno 649, senza aspettare il benestare dell’autorità Imperiale Bizantina di Costante II, fu consacrato papa, un paio di mesi dopo la morte del suo predecessore, papa Teodoro I, che lo aveva tenuto in grande considerazione.  Uno dei primissimi atti ufficiali di Martino fu la convocazione, tra il 5 e il 31 ottobre dopo la sua elezione, di un sinodo (il primo concilio Lateranense, il primo anche ad essere stato indetto senza l’autorizzazione dell’imperatore), per contrastare l’eresia monotelita. I 150 vescovi convenuti condannarono sia l’Ekthesis, il documento promulgato nel 638 dall’imperatore Eraclio I con il quale si approvava il monotelismo e, per mettere a tacere le tante posizioni pro o contro, si proibivano ulteriori discussioni sull’argomento, sia il Typos, un altro editto emanato dallo stesso Costante II. Quest’ultimo proibiva in tutto l’impero (e quindi anche a Roma) la discussione su questioni riguardanti l’interpretazione di definizioni controverse, pena gravissime sanzioni. Il Typos si configurava di fatto come una proibizione, rivolta soprattutto al papa, di intervenire su opinioni teologiche diverse da quelle della Chiesa di Roma. La condanna dei due documenti aveva, implicitamente, anche il valore di una condanna rivolta allo stesso imperatore. In seguito, Martino I, dopo aver sofferto una prigionia devastante e il dileggio pubblico fino al marzo del 655, venne infine esiliato a Cherson in Crimea, dove morì il 16 settembre dello stesso anno. Il concilio, causato dal conflitto che opponeva Costante II alla Chiesa di Roma in merito all’eresia monotelita, si riunì nella chiesa del Laterano e vi presero parte 105 vescovi (principalmente provenienti da Italia, Sicilia e Sardegna, più alcuni dall’Africa e da altre aree), si svolse in cinque sessioni, dette secretarii, dal 5 ottobre al 31 ottobre 649. Il sinodo produsse venti canoni di condanna dell’eresia monotelita, dei suoi autori, e degli scritti che questa aveva promulgato. Nella condanna erano incluse non solo le Ectesi, ovvero le esposizioni di fede del patriarca Sergio I, delle quali si era fatto sostenitore l’imperatore Eraclio, ma anche il Tipo del patriarca Paolo II (641-653) – successore di Pirro I (638-641), successore di Sergio – che godeva del supporto dell’imperatore regnante; inoltre «sancì l’esistenza in Cristo di due volontà e di due capacità operative». Anche se il concilio si opponeva agli atti imperiali si ebbe «cura di usare espressioni del più grande rispetto verso le persone degli imperatori e di contenere il dissenso nell’ambito più spiccatamente religioso». Al concilio Lateranense del 649 d.C., fra i 150 vescovi intervenuti, figurano anche alcuni vescovi delle nostre diocesi. Al concilio furono presenti, oltre al papa, 105 vescovi. Il seguente elenco è quello che appare nella prima sessione conciliare, secondo l’edizione critica edita da Rudolf Riedinger nel 1984 (si veda: ‘Concilium Lateranense a. 649 celebratum’, pp. 3-7). Risultano presenti i vescovi: 38 – Luminoso di Salerno; 39 – Sabbazio di Bussento; 52 – Pasquale di Blanda; 23 – Romano di Cirella. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Per l’anno 649 d.C., il Lanzoni (…) non cita nessun Vescovo ma, nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323, parlando del vescovo Felice (“Felix”) di Agropoli e, riferendosi all’anno 649, in proposito scriveva che: Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della diocesi e da questa seconda residenza presero il nome.”. Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie ecc….Nel 649 continuava ad essere sede vescovile, come dimostra un documento dell’epoca. In quell’anno, infatti, si svolse il Sinodo romano indetto da papa Martino, in cui si ripudiò l”Ecclesia’ di Eraclio e il ‘Typos’ di Costante II. Al Sinodo partecipò il Vescovo Pasquale, che si sottoscrisse ‘Pascalis Episcopus Sanctae Ecclesiae Blandanae’ (25).”Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (25) postillava che: “(25) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia’, 79, 381”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a pp. 18-19, in proposito scriveva che: “Alle anzidette tradizioni vanno aggiunti altri indizi che confermano l’esistenza di nuclei cristiani in Lucania (Lucania Augustea). Del rescritto di Costantino del 21 ottobre 219 al ‘corrector Lucania et Bruttiorum’ (77) si rileva l’esistenza di chiese organizzate nella regione da collegare con quanto si afferma negli ‘Acta Sanctorum’ (78) sul siciliano Vito, detto però “Vitus lucanus”, ecc…”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (77), postillava che: “(77) Lanzoni, op. cit., p. 319. Va ricordato che con la dominazione normanna l’antica Lucania scomparve definitivamente.”. Riguardo alla nota (77) di Ebner in cui citava il Lanzoni (…): “(77) Lanzoni, op. cit., p. 319″, devo citare anche lo studioso Orazio Campagna (…) che a p. 257, nella nota (64), lo citava ed in proposito scriveva che: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Il testo del Lanzoni (…) è ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604)’. Forse è a questa citazione che, nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, si riferiva affermando che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. La notizia è interessantissima perchè ci fa ritornare agli albori della storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla a riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. Biagio Tarantini (…), di Maratea, nel suo ‘Blanda e Maratea – saggio di monografia storica’, a p. 26, citava il Fimiani (…) e, scriveva che: “poichè il Fimiani dice: “Episcopales Lucaniae urbes sunt Potentia Buxentum, Paestum, Agropolis, Blanda, Velia etc (11). S. Gregorio istesso più volte parla del vescovado di Blanda nell’epistola 29 lib. 2 che leggesi negli atti del concilio Lateranense, tenuto sotto il Papa Martino nell’anno 1549, nel quale intervenne Pasquale vescovo di Blanda. E Fimiani, nel capo III dice di Paschalis Blandanus epscopus intervenne al concilio Lateranense.”. Il Tarantini (…), a p. 26, nella sua nota (11), postillava che:  “(11) Fimiani, De Ortu et Progressus metropoleon Ecclesiasticorum, Napoli.”.

Fimiani, pp. xl-xli

Dobbiamo precisare che in Tarantini (…), è scritto che il Concilio Lateranense sotto Papa Martino I°, fu nell’anno 1549, è un evidente errore, in quanto esso è avvenuto nell’anno 649. La notizia ci viene confermata poi in seguito dal Duchesne (…) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (11) e, aggiunge: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (14). Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria).”. Il Duchesne, scriveva pure che: “Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (14) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (14).”. Non riesco a capire a quale autore si riferisca la nota (14). Ancora il Duchesne scriveva pure che: “Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blando. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte…..di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’ eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (14).”. Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 24, parlando delle orde barbariche del Longobardo Zotone, scriveva che: Ciò spiega il lungo silenzio ( circa un secolo per lo Hirsch) che per molti anni avolse vescovi e vescovadi locali (107).”. Ebner (…), a p. 25, nella sua nota (107), scriveva che lo Hirsch (…), affermava di non aver rinvenuto altre notizie sul Mezzogiorno dal 601 al 604 (morte di Gregorio Magno) e che solo nell’anno 625 è notizia della presa di Salerno per accordi con il vescovo Grazioso. Dunque, sappiamo da Hirsch (…) che, si hanno notizie delle nostre terre solo dopo la presa Longobarda di Salerno, nel 625.

Nel ‘649 (VII sec. d.C.), per Lanzoni l’ubicazione di “BLANDA JULIA”, nel Porto di Sapri, che aveva una comunità cristiana

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dal sacerdote Luigi Tancredi (2) che, nel suo “Sapri – giovane e antica”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (….), riguardo questa notizia che ci riporta di secoli indietro nella ricostruzione storiografica di Sapri, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Certamente, la notizia che nell’anno 649, esistesse a Sapri una ‘comunità cristiana’, fa ritornare di molti secoli prima la datazione di un centro abitato saprese. Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Vorrei invece approfondire la notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando delle antiche Diocesi crisiane, oltre a citare quella di “Buxentum”, cita quella di “Blanda Julia (Porto di Sapri)”. La notizia citata dal Tancredi (….) è tratta dal Lanzoni (…..). Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Vorrei invece approfondire la notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Le notizie intorno all’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Blanda Iulia’, sono state citate dal sacerdote Francesco Lanzoni. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, sempre a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. Il Lanzoni (…) – come pure l’Ebner (…) – come scrive Orazio Campagna (…) a p. 257, nella nota (64) scriveva che: : “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”. Orazio Campagna (…) che a p. 257, nella nota (64), lo citava ed in proposito scriveva che: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).”Riguardo Sapri, il Lanzoni, a p. 323, in proposito scrive che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195).; 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanne” : 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse Bleranae (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”. Infatti, il Lanzoni (…), scrivendo nelle sue note ai vescovi Lucani scrivendo “(J-L. ecc..)” si riferiva all’opera di “J-L = Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888”. L’opera citata è ‘Regesta Pontificum Romanorum’ che è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198. Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé. L’opera riveduta e corretta a cui si riferiva l’Ebner (…) e il Lanzoni è Jaffé-Loewenfeld (…), ‘Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII’, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888. Il Lanzoni, nelle sue note si riferisce all’anno 1195 della citata opera. Il Jaffé-Loewenfeld (…), si occupa dei documenti n. 1195 da pp. 610 e s.  Riguardo la notizia di un Vescovo Rustico (“Rusticus”) a Buxentum, Mons. Francesco Lanzoni (…), a p. 323 in proposito scriveva che: “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Dunque, i Lanzoni scriveva che a ‘Buxentum’ credeva fosse “Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?”. Poi aggiungeva che a ‘Buxentum’ (Bussento) il primo vescovo fosse: 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)”. Il Lanzoni scriveva che da un documento n. 1195 in Jafé-Loewenfeld (…), troviamo nell’anno 592 la Chiesa vacante ovvero nessun Vescovo. Del VII secolo, il Duchesne (…), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (…), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Scrive sempre il Duchesne (…) che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi…..; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601;….”Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due sinodi svolti nel 595 e 601 (24).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (24) postillava che: “(24) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343”. Come abbiamo visto nella pagina 323, il Lanzoni (…), a p. 323, sebbene scrivesse “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): ecc..ecc.., non riporta vescovi nell’anno 640 o 649. Il Lanzoni, scrive di Blanda Iulia, e di un suo vescovo chiamato Romano, presente il 5 luglio al sinono romano dell’anno 595, ma non dice nulla del sinodo romano dell’anno 640 o 649 a cui invece partecipò un altro vescovo di Blanda Iulia. Nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (2), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, affermava che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. La notizia è interessantissima perchè ci fa ritornare agli albori della storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla a riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. La notizia di un vescovo di Blanda Julia, che nell’anno 640-649, partecipò al sinodo romano, è del sacerdote Nicola Curzio (…), che nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, pubblicato nel 1910, in proposito scriveva che: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Dunque, riepilogando, secondo il Curzio (…), nell’anno 640-649 (secolo VII d.C., epoca Longobarda), a Blanda Iulia, forse il “Portus” di Sapri, come credeva il Lanzoni (…), vi erano due vescovi: il primo chiamato “Pasquale”, presente al Sinodo romano di papa Martino, e nell’anno 743, l’altro vescovo chiamato “Gaudioso” presente al Sinodo romano di papa “Zaccaria”. Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (15) che, sulla scorta del Duchesne (14), in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). La notizia, era stata confermata dal Duchesne (14) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (11). Il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Il Duchesne (…), nel suo studio, parlando della ‘Regione III’ dice in proposito: In quanto a quelle della costa, una lettera di San Gregorio nel 592 (Ep., II, 42, luglio 592), sembra essere l’atto di decesso dei vescovadi di Velia, Buxentum e Blanda…… Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostituirsi. Si trovano i loro Vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e di Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in quelle località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, di Conza e di Brutium. Ma sia che fossero o non fossero Longobarde, nel 649, le cose cambiarono poco dopo.” (…). Dunque, alla citazione che faceva il Curzio (…), che nell’anno 640-649, vi fosse un vescovo di Blanda Iulia al Sinodo romano, il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Riguardo la citazione del Mansi (…), si tratta di Giovanni Domenico Mansi, Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, vol. X, Florentiae 1764, coll. 863-1188. Del VII secolo, il Duchesne (14), attingendo dalle lettere di papa Gregorio Magno (11), scriveva in proposito che, al tempo di San Gregorio, uno dei servitori della chiesa di Grumentum viveva ritirato in Sicilia (Ep., IX, 209, Luglio 599) e che dopo di lui, non si trovano più tracce attendibili di queste chiese. Scrive sempre il Duchesne (14) che di quegli anni (VII secolo), il registro episcopale di papa Gregorio Magno, scritto tra il 590 e il 604: “ci offre la sua copiosa messe d’informazioni sulla situazione episcopale di quegli anni in Italia, ecc..”. Dal punto di vista storiografico, ci chiediamo quale fosse l’origine dell’interessantissima notizia riferitaci dal Tancredi (2), secondo cui: “Sapri, aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (2), riguardo questa notizia, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Da quale autore il Tancredi traeva l’interessantissima notizia ?. Domenico Romanelli (….) ed l’abbate Troyli (….) parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649. (….). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa me-moria il Laudisio (6) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: ” …e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino ( che si svolse nell’anno 649). Riguardo questa notizia, il Laudisio la trae da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736”. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo (di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò G.G. Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio – 18) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice ‘S. Martino’, vi partecipò il suo vescovo Sabbazio, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Notizia che confermiamo avendo scaricato il testo scritto in latino del 1600. Da Wikipedia, riguardo Blanda, sede vescovile leggiamo che:  La diocesi è ancora attestata nel 649, quando il vescovo Pasquale prese parte al sinodo indetto in quell’anno da papa Martino I. Un altro sinodo indetto da papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da Gaudeosus Blandas, chiamato anche Gaudioso Blaudero; la «presenza di questo vescovo testimonierebbe il passaggio della Calabria settentrionale al dominio longobardo, poiché in quel periodo ai vescovi bizantini del resto della regione era impedita la partecipazione ai consessi indetti dai pontefici». Sono stati sollevati dubbi sull’appartenenza di tutti questi vescovi a Blanda. Ferdinando Ughelli, per esempio, e gli autori che ne dipendono (Gams e Cappelletti) attribuiscono i vescovi Romano e Gaudioso alla diocesi di Blera nella Tuscia. Alcuni storici poi ipotizzano che, distrutta Blanda, i vescovi si siano trasferiti a Cirella, il cui vescovo Romano avrebbe preso parte al sinodo romano del 649.  Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. Ecc…”. Il Cantalupo (…),  p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Dunque, il Cantalupo, ci dice che risultano al Concilio Romano dell’anno 649, troviamo Pasquale Vescovo di Blanda e Sabazio vescovo di Bussento, insieme al Vescovo Pestano Giovanni. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. La notizia, era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Sempre il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”.  Un altro erudito, Nicola Curzio (….), parlando dell’antica città di Blanda, ci ricorda che essa fu visitata da Bacchilo, primo Arcivescovo di Messina, ivi mandato qualche anno dopo la fondazione, nel ’68 d.C. dall’Apostolo S. Paolo, a visitare le prime comunità cristiane costiere. Secondo il Curzio (43), il vescovo Bacchilo, partito da Blanda, attraversate le falde del Monte Coccovello, raggiunse Buxentum e poi passò a visitare ‘Vibone ad Sicam’ (43). Il Curzio, dice in proposito di Blanda: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “.

Nel 649 (VII sec. d.C.), il Concilio Lateranense sotto Papa Martino I, i vescovi PASQUALE, vescovo di Blanda e SABBAZIO, vescovo di Bussento

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiono – La Baronia di Novi”, a p. 13, nella nota (21) postillava che: “(21)…..Nelle altre due diocesi menzionate nella lettera al vescovo Felice, i Longobardi non si trattennero se i due vescovi, con quello di Paestum ma non di Agropoli, parteciparono al Concilio romano del 649 (Martino I).. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). Il Concilio Lateranense di Papa Martino I, riguardo le notizie sulla nostra zona fu citato anche da Mons. Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, dove, l’alto prelato, già Vescovo della Diocesi di Policastro, a p. 68 (si veda il testo a cura di G. G. Visconti), scriveva che: “Perciò nel Concilio di Nicea del 325, che stabilì con le disposizioni canoniche XV, XVI e XVII i confini di ciascuna diocesi, partecipò assieme ad altri 318 vescovi anche Marco, vescovo di Calabria – allora la Lucania e la Calabria costituivano una provincia sola – Così pure Rustico, vescovo di Bussento, partecipò al III Concilio Romano indetto nel 502 dal pontefice S. Simmaco; e successivamente Sabbazio, vescovo di Bussento, partecipò al Concilio Lateranense dei centoquattro vescovi, che al tempo del pontefice S. Martino condannarono nel 649 i monoteliti *, come risulta dal Binnio (tomo IV, p. 736.).”. Dunque, il Laudisio (….) scriveva che, secondo il Binnio (….) il vescovo di Bussento, Sabbazio, nell’anno 649 partecipò insieme ad altri 104 vescovi al Concilio Lateranense indetto da Papa Martino I. Dunque, il Laudisio si riferiva al testo di Severino Binio (….), “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt”, vol. IV, p. 736, del 1606. Ma come vediamo in questa pagina è molto probabile che non sia corretta la postilla del Laudisio. Il concilio Lateranense fu tenuto dal 5 all’31 ottobre 649 nella Basilica lateranense sotto la presidenza di Papa Martino I. Il concilio, causato dal conflitto che opponeva Costante II alla Chiesa di Roma in merito all’eresia monotelita, si riunì nella chiesa del Laterano e vi presero parte 105 vescovi (principalmente provenienti da Italia, Sicilia e Sardegna, più alcuni dall’Africa e da altre aree), si svolse in cinque sessioni, dette secretarii, dal 5 ottobre al 31 ottobre 649. Il sinodo produsse venti canoni di condanna dell’eresia monotelita, dei suoi autori, e degli scritti che questa aveva promulgato. Nella condanna erano incluse non solo le Ectesi, ovvero le esposizioni di fede del patriarca Sergio I, delle quali si era fatto sostenitore l’imperatore Eraclio, ma anche il Tipo del patriarca Paolo II (641-653) – successore di Pirro I (638-641), successore di Sergio – che godeva del supporto dell’imperatore regnante; inoltre «sancì l’esistenza in Cristo di due volontà e di due capacità operative». Anche se il concilio si opponeva agli atti imperiali si ebbe «cura di usare espressioni del più grande rispetto verso le persone degli imperatori e di contenere il dissenso nell’ambito più spiccatamente religioso». Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò il Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio (18) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Mons. Curzio (….), dice in proposito di Blanda: Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Domenico Romanelli (….) ed il Troyli (….), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”. Nel 1898 sarà il Duchesne (….) a confermare la notizia di una probabile prima distruzione dell’area di Policastro da parte (forse) dei Longobardi del Ducato di Benevento. La notizia, era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne Louis, Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni G., op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, pp. 378), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: “Questa zona rimase bizantina. Salerno lo era al tempo di Papa Honorius (6) (625-638). Non saprei dire se era diventata longobarda, nel momento in cui il suo Vescovo assistette nel 649 al concilio romano, ma penserei piuttosto il contrario. A questo concilio assistettero, con quello di Salerno, i Vescovi di tre città della costa lucana, quelli di ‘Paestum’, Buxentum e ‘Blanda; nessuno dei quattro figura al concilio del 679. Sembra proprio che nell’intervallo sia accaduto qualcosa.”. Sempre il Duchesne (vedi il Barni, p. 384), in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno. Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalla loro situazione marittima, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di ‘Bruttium’ (Calabria). Ma sia che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a pp. 65-66-67, dopo aver detto delle orde di Zottone scriveva che: Al principio del secolo VII anche la Britia, come la Lucania ‘Occidentale’, dipendeva dal ducato bizantino di Napoli (6), sebbene in queste regioni fossero i Vescovi ad assolvere le funzioni giuridico-amministrative più importanti; mentre la Lucania ‘Minore’ gravitava intorno ad Agropoli ed al suo vescovo, che continuò ad esercitare la sua autorità almeno fino a Velia, la Britia si riorganizzò intorno ai vescovi di Blanda e di Bussento. Sicchè nel Concilio Romano del 649, tra i numerosi altri intervenuti, troviamo Pasquale vescovo di Blanda, Sabazio vescovo di Bussento (1) e Giovanni vescovo “pestano” (2) residente ad Agropoli. Ecc…”. Il Cantalupo (…),  p. 66, nella sua nota (6) postillava che: “(6) La circostanza è indirettamente confermata dal fatto che questi territori non appaiono elencati fra quelli della Calabria greca, circa la quale siamo maggiormente informati (v. F. HIRSCH, op. cit., p. 18, n. 30).”. Il Cantalupo, a p. 67, nella sua nota (1) postillava che: “(1) E’ evidentemente un errore l’affermazione di Natella e del Peduto (Pixous-Policastro, in “L’Universo”, Anno 53°, n. 3 (1973), p. 508, che Bussento cambiasse il nome in ‘Policastro’ dopo la guerra greco-gotica. Vedi quì, n. 6, a p. 99; cfr. anche P. F. Kehr, Regesta Pontificum Rom, in Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, 1935, p. 367).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 62, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Lo HIRSCH (‘Il Ducato di Benevento’, in F. HIRSCH/M. SCHIPA, La Longobardia Meridionale, Roma, 1968, p. 29, n. 67) dopo aver supposto una conquista e un successivo (ma immotivato) abbandono, nel 592, di questi territori da parte dei Longobardi, poi (‘ibidem, p. 37), contraddicendosi (cfr. ibidem, pp. 29 e 30), afferma che nel 649 Blanda e Bussento facevano parte del ducato di Benevento. Invece, tenuto per fermo che nel 592 questi territori erano dei Bizantini, perchè visitati da un Vescovo (v. qui, a p. 64) che il Papa non avrebbe inviato in missione, se gli stessi fossero stati sottoposti alle violenze dei Longobardi, e stabilito che lo erano ancora nel 649, perchè i vescovi di Blanda e di Bussento parteciparono in tale anno al Concilio Romano, cosa che sarebbe stata impossibile se dette città fossero state longobarde, visti i rapporti intercorrenti allora tra la Chiesa ed i nuovi conquistatori (e vista anche l’improbabilità di una restaurazione dei Vescovadi nel ducato Beneventano in un’epoca circa la quale lo stesso HIRSCH afferma (ibidem, p. 30) che dopo Zottone: “Tacque, dunque, per circa cento anni in queste terre, se non ogni vita ecclesiastica, almeno l’ordinamento ecclesiastico….”) si può solo concludere che sul finire del VI secolo i Longobardi effettuarono in quelle zone semplicemente delle incursioni, sufficienti però a disertare i vescovadi suddetti; Blanda e Bussento rimasero sicuramente bizantine fin verso la metà del secolo VIII (v. p. 74), Velia, probabilmente, fino ai principi del secolo IX (v. p. 77).”. Dunque, il Cantalupo, ci dice che risultano al Concilio Romano dell’anno 649, troviamo Pasquale Vescovo di Blanda e Sabazio vescovo di Bussento, insieme al Vescovo Pestano Giovanni. Domenico Romanelli (….) ed l’abbate Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (….)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa memoria il Laudisio (….) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: “…e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino ( che si svolse nell’anno 649). Il Laudisio, trae questa notizia da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736″. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che collaborò con il Visconti (….) alla stesura del testo del Laudisio (….) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino (….), “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt etc…”, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Giuseppe Volpe (….), citato dai due studiosi Natella e Peduto, nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento’, del 1888 (si veda ristampa a cura di Ripostes), a p. 120, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Cons. Op. cit., vol. II, pag. 148.”. Il Binnio a p. 148, del vol. II scrive del Quinto Concilio Romano. Il Volpe citava il testo di Severino Binnio, il vol. II, p. 148. Dunque, il Volpe ci parla di Bussento nel VI secolo sede di diocesi con un vescovo. Il Volpe (….), a pp. 117, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Cons. Binio, dei Concili, vol. IV, pag. 736 – Costantino Gatta, Memorie della Lucania, cap. II, pag. 34.. Il Volpe (…) si riferiva all’opera di Severino Binio (….), alla sua “Generalia, et Provincialia, graeca et latina quae cunque reperiri, protuerunt”, vol. IV, del 1606. Egli a p. 736 del vol. IV parlava dei vescovi di Bussento, Sabazio ecc…Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, a pp. 21-22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale, papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda: Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Dunque, anche il Gaetani scriveva che nel VII secolo, dopo il vescovo di Bussento, Sabbazio, non troviamo notizie della Diocesi per un certo periodo. Anche il sacerdote Cappelletti (….), nel suo “Le chiese d’Italia”, nel vol. XX, a p. 368 in prosito a Bussento scriveva che: “Di molta importanza fu la città di Bussento, nei tempi romani. Dicevasi ‘Buxentum’. Due volte vi mandò colonie il senato; ed è ricordata dagli anticihi scrittori. Fu città vescovile: ma non se ne conoscono che tre vescovi del VI e del VII secolo; e furono: I. Rustico, il quale nel 501 fu al concilio romano del papa Simmaco. II. Un anonimo, ch’era morto nel 582; per lo che il papa S. Gregorio I raccomandava al vescovo di Agromento la visita della diocesi Bussentina: se n’è venuta la lettera sopra (1). III. Sabbazio, che nel 649 trovavasi al concilio romano del papa Martino I contro i monoteliti. Nè di più se ne sa.”.

Nel 679 (VII sec. d.C.), la scomparsa delle prime Diocesi cristiane di Velia, Bussento e Blanda

Dopo la metà del VII secolo non si hanno più notizie della diocesi, che fu probabilmente soppressa al tempo delle guerre iconoclaste, che a partire dall’VIII secolo hanno sottratto parte dell’Italia meridionale alla giurisdizione ecclesiastica di Roma per unirla a quella del patriarcato di Costantinopoli. Questo determinò, almeno nel Cilento, la scomparsa delle antiche diocesi sostituite da eparchie monastiche, tra cui si ricordano quelle del Mercurion, del Latinianon e del Lagonegro. Due cenobi monastici, San Pietro e San Giovanni Battista, furono eretti a Policastro dal patriarca Polieucte di Costantinopoli e molti furono i monasteri greci che sorsero nella regione, tra cui quelli di San Giovanni a Piro e San Cono di Camerota. Scrive Gianluigi Barni (8), dopo aver parlato della Diocesi di Bussento al tempo del vescovo Felice di Agropoli (di Capaccio), in proposito che: “….ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (7). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (….). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 69, dopo aver detto delle conquiste del territorio salernitano da parte dei Longobardi Beneventani, in proposito scriveva che: “I Bizantini erano in gravissime difficoltà in Oriente (1) ed avevano praticamente abbandonata a se stessa l’Italia; forse fu allora la flotta di Napoli, presente nelle acque della Lucania ‘Occidentale’, a garantire strettamente la sopravvivenza di Agropoli, a non fu in grado di arginare la penetrazione beneventana del massiccio del Cilento. La regione, unitamente alla limitrofa Britia, costituivano gli ultimi baluardi greci frapposti tra i possedimenti longobardi della Campania e quelli di Calabria, sicchè vennero investiti negli anni tra il 671 ed il 677, al tempo del duca Romualdo, lo stesso che strappò ai Bizantini vasti territori della Puglia (2), dando al Ducato Beneventano quell’estensione che, con poche variazioni, avrebbe conservata anche in seguito. La precaria situazione delle due regioni è documentata dal fatto ce nel Concilio Romano del 679 furono assenti non solo il vescovo “pestano” di Agropoli, ma anche quelli di Blanda e di Bussento. La conquista ebbe un assetto definitivo solo nei primi tempi del ducato di Arechi II, ecc…”. La notizia era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni Gianluigi, op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, p. 384), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Sulla Diocesi di Bussento, il Laudisio scrive pure che in quel periodo in cui arrivarono i monaci italo-greci dall’Oriente, “la chiesa di Bussento, benchè ancora affidata alla reggenza del vescovo di Agropoli e con la diocesi quasi spopolata, rimase fedelmente soggetta alla Santa Sede Apostolica di Roma (28). Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; ecc…”Sempre il Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro” a p. 537, continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: In mezzo a tutte queste peripezie, Bussento, ora Policastro (4), che tutte aveva provate le sventure di questo avvicendamento di signoria, ebbe a sperimentarne delle nuove, ma di questa natura: il cielo, se pure è il cielo quello che manda la distruzione sulla terra, o non piùttosto il malvagio talento degli ambiziosi, vollero con nuovi guai travagliarla. Ecc... Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Pare incontestabile l’opinione di quelli che riportano a quest’epoca il mutameno del nome di ‘Bussento’ in quello di ‘Policastro’ quasi ‘Paleocastro’ che in greco non suona altro che vecchio castello, come ‘Neocastro’ significa nuovo.”. A quell’epoca, in un territorio ancora sotto le mire espansionistiche dei Greci-bizantini ed in piena guerra iconoclasta, ‘i frati basiliani’ che avevano contribuito a formare nelle nostre terre vere e proprie cittadelle ascetiche. Ferdinando Palazzo (….), nel suo “Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro”, a p….., sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (….), in proposito scriveva che: cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’ Imperatore Costantino Copronimo che succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove, essendo stati reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Ecc…”.

Nel 649 d.C. (VII sec. d.C.), SABBAZIO, Vescovo di Bussento, presente al Sinodo Lateranense di papa Martino I

Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (…), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p…., in proposito scriveva che: Anche durante il Concilio Lateranense del 652, voluto dal pontefice Martino I° contro Paolo, Patriarca di Costantinopoli, tra i 150 Vescovi presenti vi furono Giovanni, Vescovo di Paestum, Pasquale, Vescovo di Blanda e Sabato, Vescovo del Bussento.”. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 64, così scriveva di ‘Bussento’: “Fiorente era tuttavia ‘Bussento’ almeno sino alla metà del VI secolo, quando era decorata da sede vescovile (1); ma non ne rimane ricordanza più oltre del tempo del Pontefice S. Gregorio, quando la chiesa bussentina era priva del suo pastore (2); Ecc…”. Il Corcia (…) a p. 64, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nel III sinodo romano celebrato nel 501 da Simmaco soscrisse Rustico, vescovo di ‘Bussento’; e nel 649 nell’altro romano Concilio raccolto da Martino I intervenne Sabazio, vescovo della città istessa.”. Il Corcia (…) a p. 64, nella sua nota (2) postillava che: “(2) S. Gregorio, Epist. II, 29”.

Corcia, p. 64

(Figg….) Corcia Nicola (…), p. 64

Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (…) che, sulla scorta del Duchesne (…), in proposito riteneva Sabazio Vescovo di Bussento che intervenne al Concilio Latranense di papa Martino I° nel 649 e non come dice il Curzio (…) – come vedremo. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo – di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò il Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio (…) che, parlando della sede vescovile di Buxentum, afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. La notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649, ne fa memoria il Nicola Maria Laudisio (…) nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 che, parlando della Diocesi di Policastro a p. 68 (vedi versione curata dal Visconti che corrisponde a p. 9 del Laudisio) scriveva che: “; e successivamente Sabbazio, vescovo di Bussento, partecipò al Concilio Lateranense dei centoquattro vescovi, che al tempo del pontefice S. Martino condannarono nel 649 i monoteliti *, come risulta dal Binnio (tomo IV, p. 736).”. Infatti, su questo punto a p. 9 del Laudisio è scritto: “contra monotelitas, an. 649 ut ex Binnio ‘tom.’ IV, pag. 736.” Il Laudisio (…), parlando del vescovo di Bussento, “Sabbazio” e del Concilio Lateranense di papa Martino I (dove vennero condannati i Monoteliti), trae questa notizia da: “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736″. Il Laudisio (…) a p. 9 della sua ‘Synopsis etc…’, si riferiva all’opera di Binius Severino (…), Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 oppure il Binii Severini (Severin Binius; Severino Bini) ‘Concilia Generalia et Prouincialia (Provincialia) graece et latine quae reperiri portuerunt omnia. Etc..’.

Binio Severino, tomo IV, p. 736 su Sabbazio ed il Concilio Latranense di papa Martino I

(Fig….) Binius Severini, op. cit., tomo IV, p. 736 su Sabbazio ed il Concilio di papa Martino I

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: “Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento per aver partecipato al Concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653). Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellianum (92).”. Pietro Ebner (…), a p. 21, nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che: “(90) Il Kehr, cit., p. 267, riporta anche l’opinione del Lanzoni (cit., I, p. 322), il quale attribuì il vescovo Fiorentino alla diocesi di Plesta (Umbria). L’Ughelli, però nel VII, ha ‘Laurentius’ invece di ‘Fiorentius’. Ma ricorda però nel X (Venezia 1722, c. 156) ‘Florentius adfuit Romano Concilio Symmachi Papae a. 501 in quo in aliis codicibus dicitur Polestin. pro Paestanen’.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. La notizia, era stata confermata dal Duchesne (…) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (….). Il sacerdote Rocco Gaetani (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Ecco due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ……e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Ecc…”. Il sacerdote Rocco Gaetani, a pp. 19-20, nel suo introvabile ed in mio possesso: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 in proposito scriveva che: “Ecco nondimeno due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ………..e ‘Sabbazio’, che nella metà del secolo VII governava il Bussento, e nel 649 sedeva nel Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro i monoteliti, trovandosi sottoscritto: ‘Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi’. Dunque nel secolo VII, ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. …….Dei tempi anteriori al V secolo nulla possiamo dire di particolare, non potremo investigare sulle generali notizie della storia dei Lucani e dei Bruzii tra il V e IV secolo; ma nel tempo che decorse tra Rustico e Sabbazio ci è dato riconoscere le poche fasi della Chiesa Bussentina, ….”. Il Gaetani (….), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Ecco due nomi della primitiva serie, anteriore al mille: ……..e Sabbazio, che nel 649 sedeva al Concilio Lateranense sotto papa s. Martino I contro Monoteliti, trovandosi sottoscritto: Sabbatius Episcopus Buxentinus subscripsi. Dunque nel secolo VII,  ed anche prima, nel secolo V, esisteva la sede Bussentina. Ecc….”. Il  sacerdote Rocco Gaetani (…) a p. 21 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda. Il Gaetani (…) a p. 21 in proposito scriveva che: Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. La notizia, era stata confermata dal Duchesne (…) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (…) e, aggiunge: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (…). Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (…). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blando. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte….di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (…). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando della città di Buxentum (Bussento) in proposito scrivevano che: “…..e dal papa S. Gregorio si commise la visita della chiesa bussentina a Felice vescovo di Agropoli”, riferendosi alla lettera del papa (S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43)(11), riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Cristianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Il Gaetani a p. 21 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “A Buxentum niente, salvo un isolato ‘Sabbazio’, nel 649 (36). Possiamo immaginare che Felice trovò una Blanda molto ridotta dalla sua passata gloria, ma ancora esistente e quindi possibile, come sede vescovile. Buxentum, invece, non dava la possibilità d’un insediamento vescovile e Felice andò oltre, meditando sulla caducità delle cose umane.”. Il Tancredi, nella sua nota (36) a p. 19, postillava che:  “(36) Gaetani R., op. cit., p. 376.”. Il Gaetani (…) a p. 22 in proposito scriveva che: Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “….(a. 592) e, poco dopo, vediamo apparire una fila secolare di vescovi a ‘Blanda’ (35), nei sinodi romani. A Buxentum niente, salvo un isolato ‘Sabbazio’, nel 649 (36). Ecc…”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (33), postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale, in gli “Studi in Italia”, Roma, 1882, an. V., vol. I, p. 376.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Tancredi, a p. 19, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Russo Francesco, ‘Storia della Diocesi di Cassano’, vol. III, Laurenziana, Napoli, 1968, pp. 17-19.”. Il Tancredi, nella sua nota (36) a p. 19, postillava che:  “(36) Gaetani R., op. cit., p. 376.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento per aver partecipato al Concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (90), postillava che l’Ughelli (…), nel suo vol. X, col. 156, ricorda Simmaco. Il Gaetani (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, riferendosi a Bussento, scriveva Nell’ anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”.

Nel 649 d.C. (VII sec.), PASQUALE, Vescovo di BLANDA IVLIA (nel Porto di Sapri per alcuni), presente al Sinodo Lateranense di papa Martino I

Il sacerdote Nicola Curzio (…) che, nel 1934, nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, a p…., in proposito a Blanda scriveva che: “Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: …..Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e….”Nel 649, anno in cui si svolse il Sinodo romano, Blanda continuò ad essere sede vescovile, come dimostra la presenza del suo vescovo Pasquale. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a p. 19 scriveva che: “5) PASQUALE (640) ?. – Ricorre nel Sinodo Romano di Papa Martino del 649, in cui si sottoscrive: “Paschalis episcopus ecclesiae blandanae” (8). Non conosciamo altro.”. Il Russo a p. 19 nella sua nota (8) postillava che: “(8) Labbe, VII, 79, 381; Harduin, III, 690, 928; Mansi, X, 866. Cfr. anche Ughelli-Coleti, X, 29”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi……Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino ecc…”Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Blanda Iulia, in proposito così scriveva: “Con l’avvento del Cristianesimo, divenne sede vescovile. Difatti, viene ricordata in una lettera di Gregorio Magno, luglio 592, diretta a Felice, vescovo di Agropoli, affinchè visiti le diocesi, temporaneamente vacanti, di Velia, di Bussento e di Blanda, in F. Russo, Regesto, etc., cit. I, pag. 37.”. Il Campagna (…), continua il suo racconto su Blanda e, scrive che:  “Tre anni dopo però, nel 595, viene ricordato Romano, nel 649 Pasquale, e nel 743 Gaudioso, vescovi blondani (Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Campagna (…) citava Francesco Russo (…), ovvero nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a pp. 17-18-19. Ma, le notizie intorno all’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Blanda Iulia’, sono state citate dal sacerdote Francesco Lanzoni. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323, parlando del vescovo Felice (“Felix”) di Agropoli e, riferendosi all’anno 649, in proposito scriveva che: “1. Felix: …..io penso con Mons. Duchesne (Les evéchés d’Italie ec., II, 367) che Felix fosse il vescovo stesso di Paestum, rifugiatosi causa l’invasione longobarda, con il presidio greco, nell’Acropolis. Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della diocesi e da questa seconda residenza presero il nome.”. Come dice il Lanzoni (…), a causa delle continue incursioni Longobarde, nel VII secolo, alcune città lucane preesistenti (di cui parla Tito Livio), che intorno al V e VI secolo d.C., iniziarono a costituirsi giovani nascenti comunità cristiane, come l’antica città di Blanda che, a causa delle frequenti incursioni longobarde, dovettero trasferirsi in luoghi vicini ma più sicuri come poteva essere il Porto di Sapri’ e ad indurre il papa S. Gregorio Magno (…) ad affidarne la cura al Vescovo Felice di Paestum (trasferitosi ad Agropoli fortificata). Devo però precisare che il Lanzoni (…), poneva Blanda nel porto di Sapri ma con il dubitativo. E’ solo un’ipotesi. Ma come abbiamo visto nella pagina 323, il Lanzoni (…), a p. 323, scriveva che “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): ecc..ecc….Inoltre, il Lanzoni (…), non riporta vescovi di Blanda per gli anni 640 e 649. Il Lanzoni, scrive di ‘Blanda Iulia’, e di un suo vescovo chiamato Romano, presente il 5 luglio al sinodo romano dell’anno 595, ma non dice nulla del sinodo romano dell’anno 640 o 649 a cui invece partecipò un altro vescovo di Blanda Iulia. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “A Buxentum niente, salvo un isolato ‘Sabbazio’, nel 649 (36). Possiamo immaginare che Felice trovò una Blanda molto ridotta dalla sua passata gloria, ma ancora esistente e quindi possibile, come sede vescovile. Buxentum, invece, non dava la possibilità d’un insediamento vescovile e Felice andò oltre, meditando sulla caducità delle cose umane.”. Il Tancredi, nella sua nota (36) a p. 19, postillava che:  “(36) Gaetani R., op. cit., p. 376.”. Nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, affermava che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Dunque, il Tancredi (…) scrive che nel VII secolo d.C., e precisamente nell’anno 649, a Sapri vi era un porto “chiaramente menzionato nel ‘649” e vi era una comunità Cristiana. Il Tancredi (…), riguardo questa notevolissima notizia che ci riporta di secoli indietro nella ricostruzione storiografica di Sapri, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Certamente, la notizia che nell’anno 649, esistesse a Sapri una ‘comunità cristiana’, fa ritornare di molti secoli prima la datazione di un centro abitato saprese. La notizia è interessantissima perchè fa risalire la storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. La notizia dataci dal Tancredi (…), senza riferimenti bibliografici, l’abbiamo ritrovata nel Lanzoni (…) che credeva e poneva l’antica diocesi (sede vacante nell’anno 592) di Blanda Iulia nel porto di Sapri. Riguardo l’anno 649 di cui alla notizia del Tancredi (…), il Lanzoni, sulla scorta del Crivellucci (….) e del Duchesne (…) scriveva che: “Nel 649 ricomparirà il vescovo di Paestum a un concilio romano. In quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi, come vedremo, si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome.”. Un altro erudito, il Curzio (….), ci parlò dell’antica città di Blanda.  Il sacerdote Nicola Curzio (…), parlando di ‘Blanda Iulia’, in proposito scriveva che: “….; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino ecc…”La notizia di un vescovo di Blanda Julia, che nell’anno 640-649, partecipò al sinodo romano, è del sacerdote Nicola Curzio (…), che nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, pubblicato nel 1910, parlando di ‘Blanda Iulia’, in proposito scriveva che: “…. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Dunque, riguardo gli anni 640 e 649, il Curzio scrive che a ‘Blanda Julia’ vi era un vescovo chiamato Pasquale presente al Sinodo romano di papa Martino e. ecc…”. Dunque, riepilogando, secondo il Curzio (…), nell’anno 640-649 (secolo VII d.C., epoca Longobarda), a Blanda Iulia, forse il “Portus” di Sapri, come credeva il Lanzoni (…), vi erano due vescovi: il primo chiamato “Pasquale”, presente al Sinodo romano di papa Martino. Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (…) che, sulla scorta del Duchesne (…), in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). La notizia, era stata confermata dal Duchesne (…) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno(…). Angelo Bozza (…), nel suo “La Lucania – Studii storico-Archeologici”, ed. Ercolano, Rionero, 1888, a pp. 12-13 del vol. II, in proposito scriveva che: “Blandae, oppidum…..L’antica città, come opina l’Antonini, era alquanto entro terra nel sito detto ‘S. Venere’, ove s’incontrano molti ruderi e sepolcri con vasi, monete ed altre cose antiche; ricorda inoltre che questa città esistesse il 649 dell’era, poichè un vescovo di Blanda intervenne al Concilio Lateranense convocato da Papa Martino I. La storia di Blanda è del tutto ignota.”. Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie ecc….Nel 649 continuava ad essere sede vescovile, come dimostra un documento dell’epoca. In quell’anno, infatti, si svolse il Sinodo romano indetto da papa Martino, in cui si ripudiò l”Ecclesia’ di Eraclio e il ‘Typos’ di Costante II. Al Sinodo partecipò il Vescovo Pasquale, che si sottoscrisse ‘Pascalis Episcopus Sanctae Ecclesiae Blandanae’ (25).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (25) postillava che: “(25) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia’, 79, 381”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 73, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: Longobardi, o ad essi graditi, infatti furono, quasi sicuramente, i vescovi di Blanda del periodo successivo, come sembra attestato sia dai nomi sia dalla partecipazione dei vescovi blandani di rito latino Pasquale al concilio latranense del 649 d.C. ecc…La presenza di un vescovo a Blanda fa ragionevolmente supporre che essa fosse un centro cospicuo, seppur sparso, se consideriamo il VI canone del sinodo di Sardica (342 o 343 d.C.) che vietava l’erezione di vescovadi ‘in vico aliquo, at in modica civitate, cui sufficit unus presbiter,…’, o in una modesta città ecc…Canone non ignorato da Gregorio Magno e al quale egli certamente si attenne nel sollecitare nel 592, d.C. la nomina del vescovo di Blanda (1).”. Il Pucci (…) a p. 74, nella sua nota (1) postillava che:“(1) G. Fiaccadori, Storia della Calabria Antica – Età Italica e Romana – Gangemi editore, 1994, p. 713.”. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Queste tante ruine m’ han posto in dubbio, che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si volgia credere, che fosse Maratea più presso al mare.”. L’Antonini a p. 441 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Nè libri dè battezzati della Parrocchia di S. Maria del Poggio dopo il vol. 13. si trova una ricevuta, che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati di ducati nove, e tre terreni al Clero di Rivello per otto Preti Greci”. Dal punto di vista storiografico, ci chiediamo quale fosse l’origine dell’interessantissima notizia riferitaci dal Tancredi (…), secondo cui: “Sapri, aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (…), riguardo questa notizia, non cita nessuna fonte storica o archivistica ma io credo che il Tancredi, tragga l’interessante notizia da una delle lettere del papa Gregorio Magno citate dal Laudisio (…) e poi dal Duchesne (…). Infatti, il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (…)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Sempre riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa memoria Nicola Maria Laudisio (…) nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 che, parlando della Diocesi di Policastro a p. 88 (vedi versione curata dal Visconti che corrisponde a p. 33 del Laudisio) parlando di Blanda in proposito scriveva che:  “Luca Holstenius sostiene che dove c’è ora la suddetta Sapri vi fu nel passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. E difatti ancora oggi sono visibili a Sapri i resti di mura costruiti da grossi massi squadrati che veramente ne confermano l’antichità e che dimostrano che Sapri ha origini lontane nel tempo. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli; gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine. Del resto sul medesimo litorale, dopo Agropoli – andando a Sud – sorgeva Velia presso il promontorio di Palinuro, come già abbiamo detto; dopo Velia c’era Bussento, che è ora Policastro; dopo Policastro c’è Sapri, dove si dice che fosse la città di Blanda. Dunque Blanda non fu una città dell’entroterra, come invece comunemente si crede (10).”. Nella ‘Synopsis etc…’, il Laudisio a p. 33 (vedi la versione curata dal Visconti) nella sua nota (106) postillava dell’Olstenio (…) e citava il Cluverio (…), ovvero postillava che: “(106) ‘Annot. in Ital’, pag. 22.”. Il Laudisio (…) nella sua nota (106) si riferiva all’opera di Filippo Cluverio (…) al suo “Annotazione all’Italia Antiqua di Filippo Cluverio.”, di cui parlerò. Nella ‘Synopsis etc..’ in latino a p. 88 (che corrisponde alla p. 33 in latino) a cura del Visconti si legge nella sua nota (10) che: “(10) Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio, che afferma che fu espugnata dai Romani durante la seconda guerra punica (“ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnatae” XXIV 20, 5-6); nell’età augustea prese il nome di ‘Blanda Iulia’ (C.I.L., X, 125). Anche Costantino Gatta (‘op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306) la identificava con Sapri: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e frà di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi ‘Il Porto di Sapri’. Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifizi sommersi entro il mare”.”. Sempre nella sua nota (10), il Visconti continuando a postillare scriveva che: “Ma la identificazione di Blanda con Sapri (o anche con Maratea, come suggerisce una nota a matita aggiunta sul testo della ‘Synopsis’ che abbiamo sotto mano) non è esatta. Essa sorgeva più a sud di Sapri, su uno dei colli lungo la strada che da Praia a Mare conduce a Tortora (si veda la ‘Treccani’ e la ‘Cattolica’, ad vocem (n.d.T.).”. Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla Biagio Cataldo (di cui possediamo un suo scritto inedito e che aiutò G.G. Visconti alla stesura del suo libro sul Laudisio –…), afferma che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo Pasquale, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino (…). Nell’ VIII secolo, Blanda passò in mano ai Longobardi. Il Lanzoni, riferendosi alla stessa lettera del papa quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: “e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Aggiunge Lanzoni (…) che «in quel tempo, causa l’invasione dei Longobardi, altri vescovi si traslocarono da uno ad altro luogo della loro diocesi, e da questa seconda residenza presero il nome». Il sacerdote Tancredi (…), nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 18, nel suo “7- Buxentum sede Vescovile”, scriveva in proposito che: “…..(a. 592) e, poco dopo, vediamo apparire una fila secolare di vescovi a ‘Blanda’ (35), nei sinodi romani….. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (33), postillava che: “(33) Gaetani Rocco, L’antica Bussento e la sua sede episcopale, in gli “Studi in Italia”, Roma, 1882, an. V., vol. I, p. 376.”. Il Tancredi, a p. 18, nella sua nota (34), postillava che: “(34) Migne J.P., Patrologiae Cursus compl., Tomo 78, Libro II, Epistola n. 43a, c. 581, Paris, 1849.”. Il Tancredi, a p. 19, nella sua nota (35), postillava che: “(35) Russo Francesco, ‘Storia della Diocesi di Cassano’, vol. III, Laurenziana, Napoli, 1968, pp. 17-19.”. Il Tancredi, nella sua nota (36) a p. 19, postillava che:  “(36) Gaetani R., op. cit., p. 376.”. Biagio Tarantini (…), a p. 26, del suo ‘Blanda e Maratea, saggi di monografia storica’, scriveva su Blanda che: “..sia stata città vescovile; nè menomamente possiamo noi dubitare del ‘vescovado di Blanda’, poichè Fimiani, dice: “Episcopales Lucaniae urbes sunt Potentia Buxentum, Paestum, Agropolis, Blanda, Velia etc.” (11). S. Gregorio spesso parla del vescovado di Blanda nell’epistola 29 lib. 2 che leggesi negli atti del concilio Lateranense, tenuto sotto il papa Martino nell’anno 549, nel quale intervenne Pasquale vescovo di Blanda. E Fimiani (op. cit.), nel capo III dice che ‘Paschalis Blandanus episcopus’ intervenne al concilio Lateranense. Ma Barrio mentisce anche nel citar Plinio, il quale situò Blanda tra Lao e Bato fra i quali è distanza di tre miglia, mentre il Bato, dista circa 10 miglia dal Belvedere, dando uno smacco a Tolomeo e Ligorio.”. Il Tarantini (…), a p. 26, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Fimiani. De Ortu et Progressus metropoleon Ecclesiasticorum, Napoli.”. Si tratta del testo di Carmine Fimiani (…), De Ortu et Progressus metropoleon Ecclesiasticorum, Napoli. Dobbiamo precisare che in Tarantini (…), è scritto che il Concilio Lateranense sotto Papa Martino I, fu nell’anno 1549, è un evidente errore, in quanto esso è avvenuto nell’anno 649.

Fimiani, pp. xl-xli

(Fig…) Fimiani (…), op. cit., cap. III, pp. XL, XLI

Il Fimiani (…), nel suo cap. III, a pp. XL e XLI scriveva che: “Curam sullecitudinemque universae provinciae gerere, & suffraganeorum negligentiam arguere atque supplere, metropoliticum munus est. Gregorius M. (21) Rufino Vibonensi episcopo permittit in ecclesia Massae Nicoteranae presbyterum ordinare, qui episcopi in poenitentiam deputati vice baptizet, Missasque celebret. Iohanni Scyllaceno episcopo (22) praecipit, ut Castelliensis monasterii ecc…”. Il Fimiani (…) a p. XLI, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Libro VI, Ep. XLI”. Il Fimiani (…) a p. XLI, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Libro VIII, Ep. XXXIV.”Dunque il Fimiani parla di un Rufino vescovo di Vibone nella chiesa di Nicotera, credo sulla scorta del Barrio (…). Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Si sa, inoltre, che Blanda fu sede vescovile fin dai primi secoli del Cristianesimo. Nel 592 S. Gregorio Magno (23) indirizzò una lettera a Felice, Vescovo di Agropoli, per ingiungergli di visitare la comunità di fedeli blandani temporaneamente priva di Pastore. “Quoniam – scrive S. Gregorio nella lettera – Velina, Buxentina, et Blandana ecclesia, quae tibi in vicino sunt constitutae, Sacerdotes noscuntur vacare regimine: propterea fraternitate tuae earum solmniter operam visitationis iniunximus…”. “Poichè si sa che le Chiese di Velia, Bussento e Blanda, che si trovano nei tuoi paraggi, sono prive di Pastori, t’ingiungiamo formalmente di visitarle…”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Reg. II, 42”. Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due sinodi svolti nel 595 e 601 (24).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (24) postillava che: “(24) F. Labbe, ‘Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 73, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: “La supposizione ad opera dei Saraceni, corrente prima delle indagini archeologiche, non è più sostenibile poichè in questo secolo i Saraceni ancora non esistevano. L’era islamica ebbe inizio in Arabia nel 622 d.C., ….Con le risultanze degli scavi coincidono le conclusioni che si deducono dalla lettera di Gregorio Magno (592 d.C.), nella quale il papa prega il vescovo di Agropoli Felice di intervenire a sostegno dei fedeli di Blanda privi di clero, che, essendo di origine e rito bizantino, aveva abbandonato la zona per sfuggire alle persecuzioni dei Longobardi (1). A questo periodo risalgono lo spostamento dell’abitato a San Brancato, nei pianori adiacenti, forse anche Julitta, e nelle zone agricole montane dell’attuale Tortora, di Ajeta, di Massa di Maratea, e in quelle collinari di Santo Nicola, di Santo Stefano, di piano delle Vigne, della Foresta in territorio dell’attuale Praia a Mare, di Vennefora ecc….”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania- I Discorsi”, a pp. 438 parlando di Maratea superiore in proposito scrivea che: “Questa Terra in così elevato luogo posta, (quando non sia la Città inferiore) fu creduta esser la ‘Blanda’ (3) ecc..”. L’Antonini a p. 438 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Dalle parole che si leggono nella tante volte citata ‘pistola di S. Gregorio’ indirizzata a Felice Vescovo di Agropoli, commettendogli la visita delle Chiese di Velia, di Bussento, e di Blanda chiaramente si scorge che per questi contorni Blanda fosse: ‘Quoniam Velina, Buxentina, & Blandana Ecclesiae, quae tibi in vicino sunt constitutae’.”. L’Antonini (…) a pp. 440-441, riguardo ciò che scriveva il Barrio di Blanda scriveva che: Se mai Blanda fosse stata quella, che oggi chiamasi Belvedere, avrebbe dovuto ‘Barrio’ dire ancora, che sia stata Città Vescovile; ed i paesani alcuna memoria, o tradizione almeno ne consevarebbero; giacchè non si mette in dubbio, che Blanda avesse avuto il suo Vescovo, mostrandocelo la più volte citata ‘epistola 29. lib. 2. di S. Gregorio’, e ‘l leggersi negli atti del Concilio Lateranense sotto il Papa Martino nell’anno DCXLIX. intervenirvi Pascale Vescovo di Blanda (2). All’incontro qualch’ uomo di conto di Maratea ha sempre tenuto, che vi fosse stata la Sede Vescovile, e sebben queste tradizioni spesso sian fallaci, e volgari, pure talvolta sono state tenute in considerazione (I).”. L’Antonini a p. 440 nella sua nota (1) postillava che: “(I) su Barrio.”. L’Antonini a p. 440 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Quest’intervento di Pasquale Vescovo di Blanda nel Concilio fa vedere, che Blanda (come altrove si disse) era al Pontefice Romano soggetta, anche in vigore del Canone VI. del Concilio Niceno, e per quanto Zonara, e lo stesso Balsamone ci han confermato.”.

Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.“. L’Antonini a p. 441 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Nè libri dè battezzati della Parrocchia di S. Maria del Poggio dopo il vol. 13. si trova una ricevuta, che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati di ducati nove, e tre terreni al Clero di Rivello per otto Preti Greci”.

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, a p. 442, nella sua nota (I), postillava in proposito che: “(I) Fu Conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II, conosciuto da Corrado, per uomo di gran senno e di consumata prudenza, fu destinato per la riformazione del Regno. Il ‘Collenuccio lo chiama erroneamente Enrico  e nel lib. 4 di sua ‘Storia’, dice che fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”.

Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: Nel 592 il Papa S. Gregorio Magno deve intervenire per provocare l’elezione di vescovi nelle gloriose città di Velia, Buxentum e Blanda, ormai ridotte a pochi abitanti, alla miseria, ad una scarsa vita spirituale e culturale (29). L’incaricato di Gregorio Magno è il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Giovanni Di Ruocco (…), nel suo, ‘Le Sedi Vescovili del Cilento’, del 1975, a p. 2, in proposito così scriveva che: “L’autore della “Cronologia dei Vescovi Pestani”, don Giuseppe Volpi, ci informa che sotto i Goti, Paestum e Bussento erano già sedi Vescovili, ed essendo stato indetto a Roma un Concilio verso l’anno 500, tra gli intervenuti si trovarono Fiorentino, Vescovo di Paestum e Rustico, Vescovo di Bussento. Sul declinare del secolo VI, dalle letere di S. Gregorio Magno, si hanno le prime notizie delle Sedi Vescovili di Blanda e di Velia, le quali prive di Pastore, furono per incarico del Pontefice Romano visitate da Felice, Vescovo di Agropoli.”Il Gaetani (…), nel suo L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc.., parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito: “Giuseppe Volpi, fu il primo che fece arrogare senza verum fondamento di Policastro dovuto per giustizia (dice Costantino Gatta, Memorie Topografico-Storiche della Provincia di Lucania pag. 34-35 nota) tanto è improprio ed impertinente a quello di Capaccio) avvenuta il 27 agosto 1741, fu eletto Vescovo di quella Sede Pietro Antonio Raimoni, che ben conoscendo l’uso improprio fatto da’ suoi antecessori del titolo Episcopus Buxentinus, si scrisse : Petrus Antonius Raymondi Episcopus Caputaquensis, Paestanus, Velinus, Agropolitanus”. Il Gaetani (…), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527). Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (…)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: “sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (…). Il Romanelli (…) ed il Troyli (…), parlando di Blanda riferendosi alla lettera del papa Gregorio Magno (…)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), affermano essere: sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (….). Riguardo la notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa memoria il Laudisio (…) che, parlando di Blanda (Visconti, op. cit. , nota 10, p. 88-89), dice: “…e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino (che si svolse nell’anno 649). Il Laudisio (….), nella sua ‘Synopsis etc..’ a p. 88 (versione curata dal Visconti) in proposito scriveva che: “….dopo Policastro c’è Sapri, dove si dice che fosse la città di Blanda. Dunque Blanda non fu una città dell’entroterra, come invece comunemente si crede (10).”. Nella ‘Synopsis etc..’ in latino a p. 88 (che corrisponde alla p. 33 in latino) a cura del Visconti si legge nella sua nota (10) che: “(10) Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio, che afferma che fu espugnata dai Romani durante la seconda guerra punica (“ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnatae” XXIV 20, 5-6); nell’età augustea prese il nome di ‘Blanda Iulia’ (C.I.L., X, 125). Anche Costantino Gatta (‘op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306) la identificava con Sapri: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e frà di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi ‘Il Porto di Sapri’. Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifizi sommersi entro il mare”.”. Sempre nella sua nota (10), il Visconti continuando a postillare scriveva che: “Ma la identificazione di Blanda con Sapri (o anche con Maratea, come suggerisce una nota a matita aggiunta sul testo della ‘Synopsis’ che abbiamo sotto mano) non è esatta. Essa sorgeva più a sud di Sapri, su uno dei colli lungo la strada che da Praia a Mare conduce a Tortora (si veda la ‘Treccani’ e la ‘Cattolica’, ad vocem (n.d.T.).”. Della notizia del Concilio Lateranense tenuto nell’anno 649, ne parla il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo  ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, un dattoliscritto del 1973, inedito che posseggo. Il Cataldo (…), Archivista della Diocesi di Policastro, è stato citato da Gian Galeazzo Visconti (…), nell’edizione da lui curata della ‘Sinopsi’ del Laudisio (…). Il Cataldo, collaborò molto con Visconti, sulla stesura delle note al testo del Laudisio. Il Cataldo, sulla scorta del Laudisio (…), parlando della sede vescovile di ‘Buxentum’, affermava che al Concilio Lateranense dell’anno 649, al tempo del pontefice S. Martino, vi partecipò il suo vescovo ‘Sabbazio’, riferendo nelle sue note bibliografiche dice di aver tratto la notizia da Binius Severino (…), nel suo ‘Concilia Generalia et Provincialia’, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736. Pietro Ebner (…), in proposito, scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653)“. La notizia, era stata confermata dal Duchesne (…) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (…) e, aggiunge: “Tuttavia, passata la tempesta, Buxentum e Blanda riuscirono a ricostruirsi. Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (…). Suppongo che le autorità bizantine riuscirono a reinsediarsi in queste località protette sia dalle loro situazioni marittime, sia dalle guarnigioni di Salerno, Conza e di Brutium (Calabria). Il Papa S. Gregorio Magno affidò la Diocesi di Bussento al vescovo Felice di Agropoli (…) ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (…). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco dopo. Non si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blando. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte….di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (…). Il Gaetani (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino ecc.., op. cit., a p. 17, proseguendo il suo racconto e riferendosi a Policastro, scriveva “sembra che questa da quelle comuni sventure stesse esente: …Di ciò puote darcene congettura il ritrovarsi che in que’ tempi calamitosi i Vescovi di Bussento intervennero in alcuni Concili celebrati in Roma. Nell’anno 649 dominando quivi i Longobardi nel Concilio sotto il Papa Martino, pur si legge ‘Sabbatius Episcopus S. Buxentinae Ecclesiae subscripsi: segno manifesto che la città era in buono stato; ne da Barbari Gothi, o Longobardi stata distrutta come di tante altre di questi paesi ritrovasi scritto.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, scriveva che: ” Nel VII è notizia solo di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento per aver partecipato al Concilio romano del 649 che costò l’esilio a Martino I (649-653).”. Aleardo Dino Fulco (…), nel suo ‘Blanda, sul Paleocastro di Tortora’, a p. 19, scriveva che: Ma la ‘vacatio sedis’ fu di non lunga durata se abbiamo notizie di un ‘Romanus Episcopus Ecclesiae Blandanae’, che sottoscrisse gli atti di due Sinodi svoltisi negli anni 595 e 601 (24). Nel 649 continuava ad essere sede vescovile, come dimostra un documento dell’epoca. In quell’anno, infatti, si svolse il Sinodo romano indetto da papa Martino, in cui si ripudiò l”Ecclesia’ di Eraclio e il ‘Typos’ di Costante II. Al Sinodo partecipò il Vescovo Pasquale, che si sottoscrisse ‘Pascalis Episcopus Sanctae Ecclesiae Blandanae’ (25). Un altro Sinodo indetto da Papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da ‘Gaudiosus Blandarum Episcopus’ (26). Da allora le vicende storiche di Blanda restano avvolte nelle tenebre dei secoli.”. Il Fulco (…), nella sua nota (24) a p. 54, postillava che: “(24) F. Labbe, Sacrosanta Concilia, VI, 917, 1343.”. Il Fulco, a p. 19, nella sua nota (25), a p. 54, postillava che: “(25) F. Labbe, Sacrosanta Concilia, 79, 381.”. Il Fulco (…), nella sua nota (26), postillava che: “(26) ……………………..”. Il testo citato dal Fulco, è il testo di Labbe (…), …………………………………….

Nel ‘649 d.C. (VII sec. d.C.), ‘Blanda’, sede vescovile nel porto di Sapri (secondo Luca Holstenio che corresse Filippo Cluverio)

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dal Tancredi (…) che, in un suo scritto su Sapri affermava: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Le giovani nascenti comunità cristiane, come l’antica città di Blanda che, a causa delle frequenti incursioni longobarde, dovettero trasferirsi in luoghi vicini ma più sicuri come poteva essere il ‘Porto di Sapri’ e ad indurre il papa S. Gregorio Magno (…) ad affidarne la cura al Vescovo Felice di Paestum (trasferitosi ad Agropoli fortificata). Dal punto di vista storiografico e bibliografico il primo a citare un “Safri castellum” in riferimento ad un’antica città di Blanda è Mario Nigro (o Dominicus Marius Niger, Veneto)(…), nel suo ‘Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII, p. 199. L’antico testo di Mario Nigro o Dominicus Marius Niger, Veneto, commenta il libro XI della Geografia di Strabone. Mario Nigro (…), nel 1557, nelle sue note, alla voce Sapri, lo chiama Safri castellum’ (…) e a p. 199 scrive: “Mox Talaus urbis fuit Sybaritarum colonia paululum à mari semota, prope cuius locum in litore maris castellu est quod iuniores Paleocastrum uocant, Talao finui imminens, ubi & ammis Talaus Dianius nunc in radicibus Apenini exortus apud Masecum castellum: ad leva penes se alterum Sallam nomine relinques penetratos suterraneis speluncis monte in mare it. Inde Safri: Malatia castella. Postea Laus amnis in mare uadit, Laino modo nomine in quo ager Lucanius terminatur. In mediterraneo aut haec habentur, Ulci Compsas antiqua oppida. Item aliud Potentia no in celebre cui nomen ad hoc tepus restat, non procul à fonte Pyxi cui adiacent. Inde Blanda oppidum fuit situ ualidum.”. Che tradotto dal latino sarebbe: Poco dopo, Talon della città era un sibarita, una colonia un po ‘dal mare diminuisce con l’altezza, nei pressi del luogo di cui ci, sulla riva del mare, villaggio è che il giovane Paleocastrum sono chiamati, di Talaus i seni della, che si affaccia sul, e dove ha animis Talon Dianius ora ai piedi delle piste della sorto tra Masecum il villaggio, alla mano sinistra è nelle mani di lui c’era un altro Sallam il nome del sarà per la penetrare grotte auterra montagna al mare. Poi castelli (i villaggi) Safri, Malatia. Dopo questo, la lode del fiume sfocia nel mare, ‘va’, il campo di ‘Laino Lucanius’, del modo in cui termina nel nome del. Queste parole si trovano al suo interno, o, punizione dell’iniquità: Compsam antiche città. Famosa anche per nessun altra forza il cui nome rimane a questo momento, non lontano dalla fonte Pyxi cui è adiacente. Dopo Blanda questo è liscia dalla lingua è stata la città la situazione del soggiorno.”. Le interessantissime notizie riportate da scrittori testimoni del loro tempo andrebbero ulteriormente indagate.

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(Fig….) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199 (…).

Mi chiedo quale fosse l’origine dell’interessantissima notizia riferitaci dal sacerdote Luigi Tancredi (…) che, nel suo ‘Sapri giovane e antica’, ed. a p. 34, in proposito scriveva che: Sapri, aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. E’ dalla citazione che faceva il Curzio (…), che nell’anno 640-649, vi fosse un vescovo di ‘Blanda Iulia’ al Sinodo romano, il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. Il Tancredi (…) non solo scriveva che il “porto” di Sapri, nel VII secolo e precisamente nell’anno ‘649, veniva menzionato e diceva pure che il porto di Sapri aveva una comunità cristiana. Ovviamente detto così è come dire tutto e niente. La notizia è interessantissima per la storia di Sapri, risalendo essa all’anno ‘649 d.C. (VII secolo d.C.), ovvero alle notizie storiche che riguardano il Concilio Lateranense di papa Martino I° di cui ho già parlato. Ma di Sapri non mi sembrava che – tranne queste due righe riportate dal Tancredi, non mi sembrava esserci altro. Il Tancredi (…), riguardo questa notizia che ci riporta di secoli indietro nella ricostruzione storiografica di Sapri, non cita nessuna fonte storica o archivistica. Certamente, la notizia che nell’anno 649, esistesse a Sapri una ‘comunità cristiana’, fa ritornare di molti secoli prima la datazione di un centro abitato saprese. Il Tancredi (…), riguardo questa notizia, non cita nessuna fonte storica o archivistica ma come io credo la notizia ha un suo fondamento e origine bibliografica. Indagando ulteriormente invece ho trovato i giusti e corretti riferimenti biblografici. La notizia come vedremo fu riportata dall’Antonini (…), dal Gatta (…) e dal Lanzoni (…). La notizia riguardo a una città sede vescovile chiamata Blanda situata nel porto di Sapri fu citata dal Barone Giuseppe Antonini (…). Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di Sapri e del suo porto cita Filippo Cluverio o Philpp Cluver (…): “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae ecc…. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Ecc... Dunque, l’Antonini (…), e poi in seguito pure il Laudisio citavano Luca Holstenio e la sua opera geografica “Note all’Italia Antiqua del Cluverio”. Infatti, dal punto di vista storiografico e bibliografico il primo che riferisce questa interessante notizia è Luca Holstenio (Olstenio) (…), nella sua “note sull”Italia Antiqua’ del Cluverio etc…”.

Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di Sapri e del suo porto riporta alcune notizie tratte da alcuni eruditi del tempo, che meritano un maggiore approfondimento. Sono interessanti le notizie storiche e bibliografiche riferiteci dall’Antonini (….) che, parlando di Sapri e di Blanda (….), riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella sua ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (…), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ curata da Guglielmo Goesio, parlando di Sapri, riferisce degli autori a lui precedenti che avevano scritto e collocato l’antica città di Blanda a Sapri, come ad esempio Luca Holstenio (…) che voleva che le vestigia di Blanda erano quelle che si vedevano nel porto di Sapri a p….. scriveva che: “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, ‘Blandae vestigia eius apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire’, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.”. L’Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439, riferendosi a Luca Holstenio (o Olstenio) postillava che: Questo stesso autore nelle ‘note a Carlo di S. Paolo’, dimenticatosi di quanto si dice, scrisse, che Blanda era al porto di Sapri; ecc…..

Antonini, p. 439 su maratea ecc

(Fig….) Antonini (…), p. 439

Dunque, l’Antonini (…), scriveva che Luca Holstenio (…), nelle sue “note a Carlo di S. Paolo”, scriveva che: Blanda &c. hodie: Porto de Sapri”, ovvero “Blanda è oggi il porto di Sapri“. L’Antonini si riferiva all’opera di Luca Holstenio (Olstenio) (…), ovvero alla sua: ‘Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..’, (Note all’Italia antiqua di Cluverio (…)), pubblicato del 1666. Luca Olstenio (…), annotò il testo di Filippo Cluverio (…), ovvero al suo ‘Italia antiqua’, pubblicato nel  1624, Lugduni Batavorum, Elsevier. Infatti, il primo erudito che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (…). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geografi- cum ortelii, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (…)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come “Theatrum Orbis Terrarum”, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (…), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (…). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (…), l’Holstenio (…), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, ovvero “Blanda è oggi nel porto di Sapri. Dunque, secondo l’Holstenio (o Olstenio) l’antichissima città sede vescovile di Blanda (scomparsa) era sita nel porto di Sapri.

Holstenio, annotazioni a S. Paolo, p. 22

(Fig….) Holstenio (…), op. cit., p. 22

Holstenio, p. 288

(Fig…) Holstenio, op. cit., p. 288

Tra le opere di Olstenio effettivamente pubblicate sono le sue note sull’Italia antiqua di Filippo Cluverio (1624); un’edizione dei frammenti di Porfirio con una dissertazione sulla sua vita e le sue opere (1630). Dopo la sua morte, tra le sue carte furono trovate e pubblicate le collezioni di sinodi e monumenti ecclesiastici, la Collectio romana bipartita (1662), oltre agli Atti di Perpetua e Felicita, di Bonifacio, di Taraco, Probo e Andronico (1663) e le Notae et castigationes in Stephani Byzantini ethnica (1684). Luca Olstenio (…), a p. 288, riferendosi alla pagina 1263 delle note dell”Italia antiqua’ del Cluverio, in proposito scriveva che: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”. Il barone Giuseppe ‘Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439, riferendosi a Luca Holstenio (o Olstenio) postillava che: “….e nelle ‘note ad Ortelio, fol. 32. dove questo dice: ‘Blandam Lucanis fuisse ad scriptum’, egli soggiunse: ‘Recte, nam X. mill. pass. distabat Buxento. Vestigia eius maxima apparent ad portum Sapri.”. Infatti, come si può vedere nell’immagine in basso (pag. 32), l’Holstenio nelle sue “Annotationes” a p. 32 scriveva che: “‘Blanda, &. at Lucanis adscribit Belvedere) Rectè, nam. x. mil. pass. distabat Buxento. Vestigia ejus maxima apparent ad portum Sapri.”.

Holstenio, op. cit., p. 32 su Ortellio

(Fig…) Holstenio (…), op. cit., p. 32 delle note (“Annotationes”) al Cluverio (…)

Anche in questo caso l’Holstenio (…), ci parla di Blanda nel porto di Sapri: “Molto bene, perché 10 mila passi è la distanza Buxentum. Le orme del suo più grande appaiono nel porto di Sapri.”. Dunque, la notizia di una città vescovile di Blanda nel porto di Sapri è dell’Holstenio: Blanda &c. hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. L’Holstenio (…), sempre nella sua opera delle note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (…) a p. 288 scriveva che: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. Riguardo l’autorità di Holstein o Olstenio ha scritto il Corcia. Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 65, parlando di Scidro citava l’Holstenio ed in proposito scriveva che: “Senza investigarne veramente il sito, sospettava il Mazzocchi che sorgese nelle vicinanze di ‘Lao’ (3); nè prima di quel celebre archeologo ne determinava meglio la posizione l’Holstein, il quale situava a ‘Cetraro’, all’oriente del fiume ‘Lao’ o ‘Laino’ (4), senza considerare ch’esser doveva una città marittima, al pari dell’altra città vicina, anche colonia dei ‘Sibariti’. Perciò con più di verisimiglianza avvisavasi l’Antonini che sorgesse nel porto di Sapri ecc..”. Dunque, il Corcia dava ragione all’Antonini che voleva essere nel porto di Sapri la città di Scidro e dava per sbagliato l’Olstenio che voleva nel porto di Sapri la città di Blanda. Infatti, l’Antonini (…), confutava e dissertava su ciò che aveva scritto l’Holstenio sul porto di Sapri dove credeva si trovasse l’antica sede vescovile di Blanda. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: (I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. Sempre l’Antonini (…) a p. 439 parlando di Maratea e di Blanda in proposito scriveva che: Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse anche dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana‘, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e con esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Ecc…”. L’Antonini (…), dunque, non credeva alla tesi dell’Holstenio secondo cui la città vescovile di Blanda fosse da ubicare nel porto di Sapri e cercò di confutare questa tesi parlando dei riferimenti cartografici a cui si era rifatto l’Holstenio e prima ancora il Cluverio (…) che invece collocava Blanda a Maratea. Anche Nicola Maria Laudisio (…) riporta la notizia dell’Olstenio (…) che aveva confutato la tesi del Cluverio che a sua volta molto tempo prima aveva confutato la tesi del Barrio (…). La notizia del Concilio Lateranense dell’anno 649 (a cui faceva riferimento il Tancredi), ne fa memoria Nicola Maria Laudisio (…) nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 che, parlando della Diocesi di Policastro a p. 88 (vedi versione curata dal Visconti che corrisponde a p. 33 del Laudisio) parlando di Blanda in proposito scriveva che“Luca Holstenius (106) sostiene che dove c’è ora la suddetta Sapri vi fu nel passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. E difatti ancora oggi sono visibili a Sapri i resti di mura costruiti da grossi massi squadrati che veramente ne confermano l’antichità e che dimostrano che Sapri ha origini lontane nel tempo. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli; gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine. Del resto sul medesimo litorale, dopo Agropoli – andando a Sud – sorgeva Velia presso il promontorio di Palinuro, come già abbiamo detto; dopo Velia c’era Bussento, che è ora Policastro; dopo Policastro c’è Sapri, dove si dice che fosse la città di Blanda. Dunque Blanda non fu una città dell’entroterra, come invece comunemente si crede (10).”. Nella ‘Synopsis etc…’, il Laudisio a p. 33 (vedi la versione curata dal Visconti) nella sua nota (106) postillava dell’Olstenio (…) e citava il Cluverio (…), ovvero postillava che: “(106) ‘Annot. in Ital’, pag. 22.”. Il Laudisio (…) nella sua nota (106) si riferiva all’opera di Luca Holstenio (Olstenio) (…) al suo “Annotazione all’Italia Antiqua di Filippo Cluverio.”. Nella ‘Synopsis etc..’ in latino a p. 88 (che corrisponde alla p. 33 in latino) a cura del Visconti si legge nella sua nota (10) che: “(10) Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio, che afferma che fu espugnata dai Romani durante la seconda guerra punica (“ex Lucanis Blanda et Apulorum Aecae oppugnatae” XXIV 20, 5-6); nell’età augustea prese il nome di ‘Blanda Iulia’ (C.I.L., X, 125). Anche Costantino Gatta (‘op. cit., parte III, capo VI, pp. 305-306) la identificava con Sapri: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e frà di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi ‘Il Porto di Sapri’. Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifizi sommersi entro il mare“.”. Sebbene il Laudisio (…) avesse riportato correttamente la tesi dell’Holstenio e quella del Gatta (…) che vedremo, nella sua nota (10), il Visconti (…) continuando a postillare scriveva che: Ma la identificazione di Blanda con Sapri (o anche con Maratea, come suggerisce una nota a matita aggiunta sul testo della ‘Synopsis’ che abbiamo sotto mano) non è esatta. Essa sorgeva più a sud di Sapri, su uno dei colli lungo la strada che da Praia a Mare conduce a Tortora (si veda la ‘Treccani’ e la ‘Cattolica’, ad vocem (n.d.T.).”. Dunque, il Visconti opina su ciò che aveva scritto il Laudisio (…) sulla scorta di Filippo Cluverio e dell’Olstenio (…) e riportava alcune scellerate notizie circa l’ubicazione di Blanda nel Comune di Tortora. La notizia del Laudisio (…), viene più tardi ripresa dal Lanzoni (…). Alcune notizie sul vescovo di ‘Blanda Iulia‘, Giuliano (“Iulianus”) provengono dal sacerdote Francesco Lanzoni (…). Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a p. 323 in proposito scriveva che: “Velia (Castellamare della Bruca presso Pisciotta ?). Chiesa vacante: 592 (J-L-, 1195).”, poi a p. 323 aggiungeva su “Buxentum (Capo della Foresta vicino a Policastrum o Pisciotta nella Valle di Novi ?). 1. Rusticus: 501; 502. Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195)” e, ancora a p. 323 aggiungeva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195). 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanae”: 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse ‘Bleranae’ (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”.

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(Fig….) Lanzoni (…), vol. I, p. 323

Riguardo la notizia di un primo Vescovo dell’antica sede vescovile di Buxentum, chiamato Giuliano (“Iulianus”) provengono dal Lanzoni (…) che a p. 323 scriveva che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?). 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Dunque, il Lanzoni per il vescovo ‘Iulianus’ cita (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, voll. XV, Berlino, 1863-1899.”. Il ‘CIL’ raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia). Ma l’autore che insieme a Mario Nigro e, all’Olstenio ci parlò di una città vescovile di Blanda scomparsa nelle acque del Porto di Sapri è Costantino Gatta (…). Il Laudisio (…) riguardo l’antica città vescovile di Blanda e del porto di Sapri citava Costantino Gatta (…). Il Visconti (…), nelle sue note alla ‘Synopsis etc…’ del Laudisio (…), riferiva che Blanda era stata citata dal Costantino Gatta (….) che, la identifica con Sapri ed in proposito  – il Laudisio- scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il Porto di Sapri. Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare. Infatti, Costantino Gatta (…), nel suo “Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania”, a p. 306 nel cap. VI, in proposito scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la Città di ‘Blanda’ anche Sede Vescovile, e frà di lui Vescovi vi è memoria di ‘Pasquale’, che intervenne al concilio Lateranense sotto il Pontificato di Martino: Era situata detta Città in quel seno di Mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggosi i di lei Edifizj sommersi entro il mare.”.

Gatta, p. 306

La notizia più importante che riporta il Gatta (…) parlando di Sapri è quella secondo cui a Sapri vi era l’antica sede vescovile di Blanda. Costantino Gatta (…), nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Dunque anche Costantino Gatta si riferiva all’opera geografica di Luca Olstenio (…), ovvero alla sua  ‘Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..’, Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Costantino Gatta (…), nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Dunque, anche il Gatta (…) parlando di Blanda si riferiva a ciò che nel 1624 aveva scritto Luca Holstenio (…) e cioè che l’antica sede vescovile di Blanda – scomparsa – era situata nel porto di Sapri e che questa era scomparsa perchè: Era situata detta Città in quel seno di Mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggosi i di lei Edifizj sommersi entro il mare.”. Costantino Gatta (…), parlando di Blanda, riferisce due notizie interessanti. La prima è quella che Blanda era situata a Sapri ed esattamente “in quel seno di mare chiamato il Porto de Sapri’ . Ma, rispetto all’Holstenio il Gatta (…), riferendosi al Porto di Sapri aggiungeva che: “(a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggosi i di lei Edifizj sommersi entro il mare.”. La notizia della città di Blanda nel porto di Sapri è dell’Olstenio ma la notizia che questa antichissima città fosse stata ingoiata dal mare non è dell’Olstenio ma è stata riportata dal Gatta che scriveva che: “Ella fu ingojata dalle onde marine”. La notizia di ciò che segnalava Costantino Gatta potrebbe collegarsi alla notizia di una catastrofe naturale o un maremoto avvenuto in tempi remotissimi e che viene raccontato dalla tradizione orale popolare ma riferita all’antica città scomparsa di Avenia, a cui ho ivi pubblicato un mio saggio e a cui rinvio per gli opportuni approfondimenti. L’antica sede vescovile di Blanda (citata dal papa S. Gregorio Magno (…), che nell’anno ‘649 aveva il vescovo Pasquale al Concilio Lateranense) nel VII-VIII secolo d.C., sia da riconnettersi ad una catastrofe naturale. Costantino Gatta (…) sul porto di Sapri e, riferendosi alla città vescovile di Blanda, aggiunge l’ulteriore notizia che: Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare. Sull’evento di un maremoto o un fenomeno naturale come il bradisismo e su un’antica città sepolta dalle acque, Felice Cesarino (…), in un suo saggio in “L’attività archeologica nel Golfo di Policastro” a p. 49, dopo aver lodato il pessimo – dico io – intervento voluto dall’allora Sovrintendente da Werner Johannoswkj (…) del “restauro” delle Camerelle “effettuato in tufo che ha restituito alle costruzioni romane il loro aspetto originario” e, al contrario – dico io – modificandone irrimediabilmente il suo aspetto originario, parlando dell’ipotesi di una città scomparsa sotto l’acqua, scriveva che: “Il mare di Sapri è sempre stato ostile all’opera dell’uomo: una leggenda locale vuole che il centro d’età romana sia sommerso sotto le acque. Alcuni anni orsono il prof. Mario Napoli ha accertato nella zona la presenza in mare di strutture non portuali: un fenomeno di bradisismo avrebbe cancellato le tracce di un antico insediamento. E ci ha confidato di aver visto sul fondo, a pochi metri dalla riva, il pavimento in mattoni di una casa. Testimonianze di sub locali parlano di un rudere sommerso al largo di Punta del Fortino. La fotografia area potrebbe sicuramente chiarire questa situazione se, come dice lo Schmiedt, essa “ha portato contributi decisivi ecc…”. Il Loppel, un fotogiornalista genovese, in una ricerca subacquea sul posto, riferisce: “ripulendo per un tratto il fondo dalle alghe, ho liberato un pezzo di fondazione che doveva appartenere ad una piccola costruzione eretta a ridosso del molo. Probabilmente un posto di guardia (15). Sergio Loppel (…), fotogiornalista e documentarista, genovese di adozione, in proposito a delle immersioni subacquee nel 1976, pubblicò ‘Ricerche subacquee – Sapri archeologica, stà in ‘Mondo Archeologico’, 1976, pp. 24-25, n° 7, in proposito scriveva che: “iniziai così le mie ricerche a Sapri. Le esplorazioni del fondale, ormai abbondantemente insabbiato, portarono al ritrovamento soltanto di rari cocci tra il groviglio delle radici delle posidonie. Le tracce più evidenti sono invece visibili all’interno, nella parte occidentale della baia, al limite della spiaggia ove oggi vengono tirate in secco le barche dei pescatori. Ecc…Ripulendo per un tratto il fondo dalle alghe ho liberato un pezzo di fondazione che doveva appartenere ad una piccola costruzione eretta a ridosso del molo. Pobabilmente un posto di guardia. E’ l’unica traccia di fondamenta appartenenti ad abitazione trovata immersa. Nel rimuovere la sabbia, è stata rinvenuta una pietra rotonda di granito bianco, del diametro di circa 35 centimetri, molto levigata, con incisa diagonalmente la parola LIVIO, recante le tracce di due supporti bronzei tronchi alla base e cementati in essa. Data anche la sua pesantezza, dovrebbe trattarsi della base di una statuetta. Mi risulta, infatti, da informazioni avute sul posto, che dei sub, poche settimane prima, fossero stati visti uscire dall’acqua, nei pressi e, assai furtivamente, scomparire con una non meglio identificata statuetta. Proseguendo in immersione verso il molo, il fondale poco profondo e sabbioso non ha rilevato la presenza di alcun reperto.”. Strano che il Cesarino non abbia fatto cenno della base di granito di 35 centimetri di diametro trovata sotto la sabbia dal Loppel e che non si sappia più nulla della eventuale statuetta di bronzo. Sempre il Loppel (…), a p. 27 del n. 7, aggiungeva una cronologia sull’origine del toponimo interessante ed alquanto discutibile, egli scriveva che: “Ricercando nella storia, vediamo che la città di Sapri affonda le sue radici nel VII secolo a.C. quando, fondata dai Sibariti, divenne una delle prime colonie della Magna Grecia sulle rive del Tirreno con il nome di Sapros. Più tardi, conquistata dai Lucani, si trasformò in Scidrus, nome derivato dal greco che significa “pantano”, come Erodoto ci tramanda nel suo Nono Libro delle Storie. Sottomessi questi alla storia di Roma, il suo nome cambiò ancora e divenne Vicus Saprinum; ne dà testimonianza una Epistola di Cicerone, attualmente custodita presso la Biblioteca Vaticana. Da questo nome, infine, per ovvio neologismo, ne deriva quello attuale della città.”. Riguardo il nome di “Scidrus” e di “Vicus Saprinum” posso confermare ma è discutibile il Loppel quando scrive che: “Ricercando nella storia, vediamo che la città di Sapri affonda le sue radici nel VII secolo a.C. quando, fondata dai Sibariti, divenne una delle prime colonie della Magna Grecia sulle rive del Tirreno con il nome di Sapros.”. Dunque, le preesistenze segalateci dal Loppel rilevate nel corso di alcune immersioni nel braccio di mare antistante il molo detto …………….., si aggiungono alle esigue testimonianze di resti di costruzioni  forse d’epoca romana sotto il mare e insabbiati che potrebbero confermare un’evento catastrofico di tipo naturale che in epoca remota sconvolse i litorali ed ingoiò – come vuole la tradizione – la città dei Romani – di origine etrusca – come diceva il Tancredi. Di testimonianze del passato che suffragassero questa ipotesi alle confidenze dello scomparso Mario Napoli (…), aggiungo anche ciò che in proposito scriveva il dott. Nicola Gallotti (…), nel suo “Sapri nella storia e nella tradizione popolare”, pubblicato nel 1899. ………………………………..

L’ipotesi di un’evento naturale e catastrofico che abbia sepolto l’antichissima città di Avenia – raccontata e tramandata dalla tradizione orale degli anziani – la “leggenda” come la chiama giustamente il Cesarino, trova conforto anche nelle parole di Antonio Scarfone che nella sua nota (9) in proposito postillava che: “(8) Un indizio relativo all’evento naturale potrebbe trovarsi nella narrazione delle cronache del “terremoto che accompagnò il sollevamento del Mare Novo presso Pozzuoli, il 5 settembre del 1538″ quando a seguito degli effetti sismici “il mare si ritirò, così che l’intero Golfo di Baia rimase per qualche tempo all’asciutto, quindi ritornò, tutto rovinando” (Gatta, 1984) verosimilmente con effetti anche lungo le coste del Golfo di Policastro.”. Dunque, per molti storici ed archeologi si era delineata l’idea che il porto di Sapri custodisse un’antichissima città – per Gatta era Blanda città vescovile – e, l’antichissima città di Velia per altri.

Nel 679 (VII sec. d.C.), la scomparsa delle prime Diocesi cristiane di Velia, Bussento e Blanda

Dopo la metà del VII secolo non si hanno più notizie della diocesi, che fu probabilmente soppressa al tempo delle guerre iconoclaste, che a partire dall’VIII secolo hanno sottratto parte dell’Italia meridionale alla giurisdizione ecclesiastica di Roma per unirla a quella del patriarcato di Costantinopoli. Questo determinò, almeno nel Cilento, la scomparsa delle antiche diocesi sostituite da eparchie monastiche, tra cui si ricordano quelle del Mercurion, del Latinianon e del Lagonegro. Due cenobi monastici, San Pietro e San Giovanni Battista, furono eretti a Policastro dal patriarca Polieucte di Costantinopoli e molti furono i monasteri greci che sorsero nella regione, tra cui quelli di San Giovanni a Piro e San Cono di Camerota. Scrive Gianluigi Barni (8), dopo aver parlato della Diocesi di Bussento al tempo del vescovo Felice di Agropoli (di Capaccio), in proposito che: “….ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (7). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (….). Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo cap. III, sui Longobardi, a p. 69, dopo aver detto delle conquiste del territorio salernitano da parte dei Longobardi Beneventani, in proposito scriveva che: “I Bizantini erano in gravissime difficoltà in Oriente (1) ed avevano praticamente abbandonata a se stessa l’Italia; forse fu allora la flotta di Napoli, presente nelle acque della Lucania ‘Occidentale’, a garantire strettamente la sopravvivenza di Agropoli, a non fu in grado di arginare la penetrazione beneventana del massiccio del Cilento. La regione, unitamente alla limitrofa Britia, costituivano gli ultimi baluardi greci frapposti tra i possedimenti longobardi della Campania e quelli di Calabria, sicchè vennero investiti negli anni tra il 671 ed il 677, al tempo del duca Romualdo, lo stesso che strappò ai Bizantini vasti territori della Puglia (2), dando al Ducato Beneventano quell’estensione che, con poche variazioni, avrebbe conservata anche in seguito. La precaria situazione delle due regioni è documentata dal fatto ce nel Concilio Romano del 679 furono assenti non solo il vescovo “pestano” di Agropoli, ma anche quelli di Blanda e di Bussento. La conquista ebbe un assetto definitivo solo nei primi tempi del ducato di Arechi II, ecc…”. La notizia era stata confermata da monsignor Luis Marie Olivier Duchesne (….), nel suo “I Vescovadi Italiani durante l’invasione longobarda di monsignor Duchesne” (che ritoviamo i Gianluigi Barni (….), nel suo “I Longobardi in Italia”, ed. De Agostini, Parigi, 1974). Il Barni (….), a p. 449, nelle sue note postillava che: “Duchesne (L.), – Les  premiers temps de l’Etat pontifical, Parigi, 1898”. In un’altra mia nota avevo scritto: Duchesne L., Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde , in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365– 399 (cfr. p. 367); stà in Barni Gianluigi, op. cit. (….). Il Duchesne (….), (si veda il testo di Barni, p. 384), parlando dei primi Vescovi della Regione III scriveva che: Non si parla più, in seguito, dei Vescovi di ‘Buxentum’ e di ‘Blando’. ‘Paestum’, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte lucana di questa regione, i Vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo una eccezione quella di ‘Paestum’; benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di ‘Paestum’ trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi.”. Sulla Diocesi di Bussento, il Laudisio scrive pure che in quel periodo in cui arrivarono i monaci italo-greci dall’Oriente, “la chiesa di Bussento, benchè ancora affidata alla reggenza del vescovo di Agropoli e con la diocesi quasi spopolata, rimase fedelmente soggetta alla Santa Sede Apostolica di Roma (28). Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; ecc…”Sempre il Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro” a p. 537, continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: In mezzo a tutte queste peripezie, Bussento, ora Policastro (4), che tutte aveva provate le sventure di questo avvicendamento di signoria, ebbe a sperimentarne delle nuove, ma di questa natura: il cielo, se pure è il cielo quello che manda la distruzione sulla terra, o non piùttosto il malvagio talento degli ambiziosi, vollero con nuovi guai travagliarla. Ecc... Il Porfirio (…) a p. 537 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Pare incontestabile l’opinione di quelli che riportano a quest’epoca il mutameno del nome di ‘Bussento’ in quello di ‘Policastro’ quasi ‘Paleocastro’ che in greco non suona altro che vecchio castello, come ‘Neocastro’ significa nuovo.”. A quell’epoca, in un territorio ancora sotto le mire espansionistiche dei Greci-bizantini ed in piena guerra iconoclasta, ‘i frati basiliani’ che avevano contribuito a formare nelle nostre terre vere e proprie cittadelle ascetiche. Ferdinando Palazzo (….), nel suo “Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro”, a p….., sulla scorta di Pietro Marcellino Di Luccia (….), in proposito scriveva che: cacciati dall’Epiro, nell’anno 750, dall’ Imperatore Costantino Copronimo che succeduto al padre Leone III Isaurico, nel 741, continuò con inaudita ferocia, la lotta iconoclasta, vennero in Italia, dove, essendo stati reintegrati nel loro ministero dal valore della spada Normanna, come dice il Di Luccia, fra gli anni 827 e 990, crearono molti monasteri (“Cenobi”), tra i quali quello di S. Giovanni a Piro..”. Silvano Borsari (…), sosteneva che i monaci basiliani: “in seguito alla lunga e feroce lotta iconoclasta che gli Imperatori bizantini d’Oriente condussero negli anni compresi tra il 726 e l’842 d.C., sbarcarono sulle nostre coste, provenienti dall’Epiro, ove conducevano severa vita claustrale, numerose schiere di monaci di S. Basilio. Ecc…”.

L’antica città d’Avenia secondo alcuni città etrusca inghiottita dal mare

Dalla notizia della scomparsa di un’antica città di Velia sul nostro territorio si connette un’altra notizia di una città scomparsa chiamata “Avenia”.  Ma da dove nasce questa ulteriore notizia di una città ingoiata dal mare o del porto di Sapri – che il Gatta sulla scorta dell’Holstenio voleva essere l’antica sede vescovile di Blanda ? Di sicuro non nasce dall’Holstenio (o Olstenio) perchè l’Olstenio non scriveva che l’antica città di Blanda fosse ingoiata dal mare. La notizia riferita da Costantino Gatta (…) viene citata per la prima volta da Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas. La notizia storica riferita da Costantino Gatta di una città ingoiata dalle acque, è la stessa leggenda di cui ho parlato nel mio saggio ivi pubblicato “La città d’Avenia e il maremoto che l’inghiottì” dove parlo della Città d’Avenia, leggenda di cui si parla nella “Platea dei beni etc…” dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e riferita anche dal Di Luccia (…), nella sua opera sul Cenobio Basiliano. Si tratta del documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, che fu redatto nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano (…), 1695-96, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro e a cui abbiamo dedicato uno studio ivi pubblicato e a cui rinviamo per gli opportuni approfondimenti (Fig…..)(…). L’originale di questo importantissimo documento conservato nell’Archivio della Diocesi di Policastro (….) era inedito ed è stato da me pubblicato per la prima volta. Il documento fu citato per la prima volta da Pietro Marcellino di Luccia (…), nel suo “Trattato historico ecc…”, ma fu poi esainato anche da Rocco Gaetani (…), di cui parlerò. Il documento redatto nel 1695-96 è importantissimo per la storia di Sapri in quanto riporta alcuni beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che si trovavano nel tenimento “Terra” di Torraca, ma in sostanza si trovavano nel territorio Saprese, all’epoca sotto la baronia dei Palamolla di Torraca. Nel documento che sicuramente fu visto e citato dal Di Luccia (…), si parla di una Città di Velia” e del porto di Sapri.

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Il documento (…), citato dal Gaetani (…), scritto nel 1695-96, dal notaio Domenico Magliano, che censiva i  beni e le rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni Battista di San Giovanni a Piro, dopo aver descritto lo stato di conservazione della ‘Cappella di San Infantino’, ubicata nel territorio Saprese — allora facente parte ed appartenente a Torraca – parlando della ‘Grancia di San Fantino’ (posta nel territorio Saprese), ne descrive limiti e confini e dice che doveva appartenere alla Badia di San Giovanni a Piro e che “tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia. Il Gaetani (…), pubblicando la trascrizione dell’antico documento (…), scriveva correttamente e, come si vede nel particolare del documento originale: “La Venerabile Cappella di S. Infantini sita et posita in Terra Torracae……Nota sul Porto di Sapri, scriveva: “….stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare: la detta cappella era diruta, senza tetto, ecc.. ecc…“. Il Gaetani (…), non parla di ‘Avenia’ – come ha voluto scrivere il Tancredi (…), ma parla della città di Velia’.

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, particolare in cui si parla della Cappella di S. Fantino.

Prima ancora del Guzzo e del Tancredi il sacerdote Rocco Gaetani (…), pubblicando la trascrizione dell’antico documento (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, parlando della storia di Torraca e di Sapri e della “ricca Granciadi S. Fantino”, a pp. 152-153 (vedi nuova edizione) scriveva correttamente come si vede nel particolare del documento originale: “La Venerabile Cappella di S. Infantini sita et posita in Terra Torracae……Nota sul Porto di Sapri, scriveva: “….stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare: la detta cappella era diruta, senza tetto, ecc.. ecc…”. Il Gaetani (…), non parla di ‘Avenia’ – come ha voluto scrivere il Tancredi (…), ma parla della città di Velia’. Infatti, nel 1906, il sacerdote Rocco Gaetani (…), in un suo pregevole studio sulla storia di Torraca e del territorio Saprese, sulla scorta del Di Luccia (…), parlando dell’antica Cappella di San Fantino nel territorio Saprese, cita la città di ‘Velia’, citata in un antico documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96(…), redatto dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il Gaetani (…), che pubblicò alcuni passi del documento del Notaio Magliano, non parla di ‘Avenia’ ma parla della città di ‘Velia’, mentre invece il Tancredi (…) che, nel pubblicare il documento notarile al posto di Velia, riporta “Avenia (…). Il Tancredi (…), nel pubblicare la trascrizione di un antico documento notarile del Notaio Magliano, parlando della Cappella di S. Fantino e del Porto di Sapri, al posto di Velia, riporta “Avenia (…). Il documento (…) – di cui ivi ho riportato la trascrizione del Gaetani (…) e che sicuramente vide il Di Luccia (…) dalle cui notizie trasse il Gatta (…) , non parla della “città d’Avenia” ma parla di Velia e dice che la città di Velia “…distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri. Dunque, dal punto di vista bibliografico e storiografico il primo documento in nostro possesso che riporti e parli della notizia secondo cui – la città di Velia – non la città di Blanda – e, non la città di Avenia – fu distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, fu il documento redatto per la curia vescovile di Policastro dal notaio Domenico Magliano nel 1695-96 (vedi Fig….). Dunque, secondo la curia vescovile di Policastro che la commissionò nel 1695-96 al notaio Magliano, nel porto di Sapri fu distrutta ed ingoiata dal mare l’antica diocesi vescovile di Velia. Il documento, in quegli anni fu certamente conosciuto da Pietro Marcellino Di Luccia (…) il quale nel 1700 diede alle stampe la sua opera  ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’’ dove, come vedremo citava la “Platea dei beni etc…” da cui si potranno ricavare diverse notizie storiche molto interessanti anche sulla storia di Sapri. Credo che sarà proprio l’opera del Di Luccia (…), data alle stampe nel 1700 da cui, Costantino Gatta (…), nella sua prima edizione della sua ‘La Lucania illustrata ecc..’, pubblicata nel 1723, oltre a ricavare alcune notizie su Blanda antica sede vescovile secondo l’Olstenio (…) affermò pure che essa era stata ingoiata dalle onde del mare. Però vi sono delle differenze che devo far notare. La ‘Platea dei beni etc…’ – a cui probabilmente attingeva il Di Luccia (…) – non parlava di “città d’Avenia” ma parlava della “città di Velia”. Come vedremo, la notizia dell’antica città scomparsa di ‘Avenia’, non deriva dal documento notarile del Magliano dell’anno 1695-95, ma è una esclusiva illazione del sacerdote Luigi Tancredi (…) che, sulla scorta della tradizione popolare orale – di cui parleremo e che tramanda l’esistenza di una antichissima ‘città di Avenia’, trasformava ‘Velia’ (citata nel documento Notarile del Magliano), in ‘Avenia’. Ritorniamo ora alla ‘Platea dei beni etc…’ del notaio Magliano e al Di Luccia (… che sicuramente la lesse. In effetti, queste notizie intorno ad una città di Velia a Policastro o nel porto di Vibona – come vedremo – forse il porto di Sapri – sono state alimentate da alcuni scrittori del ‘500 e più tardi da altri. Sulla scomparsa dell’antica città di Velia secondo la nostra tradizione orale scomparsa ed inghiottita nel mare del porto di Sapri ha scritto pure l’Abbate Pacichelli (…), nel 1703 a p. 288, nel suo “Regno di Napoli in prospettiva” che, parlando di Maratea diceva che: “Al Porto di ‘Sapri’, che aperto è fama inghiottisse la celebre ‘Velia’, raccordata dal Poeta dopo ‘Palinuro’, nel Golfo di ‘Policastro’, à dodeci miglia nè confini del ‘Superior Principato’ prende nome, la Marina, e piccola Spiaggia di ‘Maratea’, ecc…”.

Pacichelli, Maratea, p.

Sulla città scomparsa di “Avenia” secondo una leggenda che si narra che essa “venne inghiottita dalle acque” ed il riferimento a “Velia” o i “porti Velini” di cui accennava il poeta Vigilio nella sua Enedide, ne ha parlato anche l’abate Pacichelli (…) nel 1703, prima del Gatta (…), da cui molto probabilmente il Gatta (…), nel 1723 trasse la notizia. L’abbate Pacichelli (…) che nel 1703, nel suo ‘Regno di Napoli in Prospettiva’ , parlando di Maratea, aveva scritto (forse sempre sulla scorta del Di Luccia) a p. 288, che: “credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia”. E poi ancora a p. 288, il Pacichelli (…) scrive: “Al Porto di Sapri, che è aperto è fama inghiottisse la celebre Velia, raccordata dal Poeta dopo Palinuro, nel Golfo di Policastro, à dodici miglia nè confini del Superior Principato ecc..ecc..”. Il Pacichelli cita il “Poeta” in riferimento alla posizione di Palinuro “raccordata dal Poeta, dopo Palinuro ecc..”. L’Antonini (…), a p. 432 nella sua nota (2) accenna al Pacichelli ed in proposito scriveva che: “Vedasi se può leggersi senza stomaco quello che dice l’Abate Pacicchelli nel suo Regno in prospettiva dove parlando di Maratea scrive ‘Dal porto di Sapri, ch’è aperto, è fama che inghiottisse la celebre Velia: Quanti spropositi in due parole; e tanto più grandi, quanto parlando di Acerno, Città mediterranea, e fuori della Lucania dice: ‘ecc…ecc..”. Dunque l’Antonini riguardo la notizia di Blanda, di Velia e del Porto di Sapri cita il Pacichelli dicendo che parlava a sproposito. Anche l’Alfano (…), nel suo ‘Istorica descrizione del Regno di Napoli’, del 1823, a proposito di Sapri dice: “Credono alcuni che sia stata l’antica città di Velia; ma è più probabile che avendo i Crotoniati distrutta la città di Sibari nella Calabria, alcuni Sibariti fuggiti andarono a edificarvi un castello col nome di Sibaron, poi Sipron, e finalmente Sapri, nominato anche Safri.”. Riguardo ciò che scriveva il Pacichelli (…), nel 1703 sul porto di Sapri che inghiottiva la celebre città di Velia, sempre il Pacichelli (…), a p…., parlando di Policastro citava Leandro Alberti (…) ed in proposito scriveva che: “…la giudica sostituita all’antica Pissunta vicina a Palinuro: il P. Alberti s’ingegna provare, che sia sorto dalla cadenza di Velia, Colonia famosa dè Sibariti.”. Dunque il Pacichelli nel 1703 scriveva sulla scorta del geografo Leandro Alberti. Dunque dovremo vedere cosa scrivesse il geografo Leandro Alberti (…) nella sua descrizione dell’Italia. Leandro Alberti (…), nella sua opera, “Descrittione di tutta l’Italia, et isole pertinenti ad essa. Di fra Leandro Alberti bolognese. Nella quale si contiene il sito di essa, l’origine, & le signorie delle citta, & de’ castelli; co’ nomi antichi, & moderni; i costumi de popoli, & le conditioni de paesi”; Stampatore: Paolo Ugolino; Venezia, nel 1596, secondo il Di Luccia (…), a p. 7 scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione dell’Italia, vuole che Policastro fosse stata edificata usando le rovine della suddetta Velia; ecc..”. Anche il Di Luccia (…) che scriveva nel 1700 – a cui probabilmente si riferirono il Pacichelli prima – nel 1703 – e dopo il Gatta – nel 1723, si riferiva al geografo Leandro Alberti. Sul testo del Di Luccia (…), a p. 7 in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione dell’Italia, vuole che Policastro fosse stata edificata usando le rovine della suddetta Velia; e benchè tra gli antichi Scrittori vi sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, oppure nei Bruzi, tuttavia io aderendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che senza dubbio fosse edificata nella Lucania, e che venisse dagli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua “Italia” dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “……………..”, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone ‘libro 6’ e così narra Ferdinando Ughelli nella “Italia Sacra”; e che ciò sia possibile, si corrobora anche da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possa essere quello di Velia, secondo come dice Virgilio: “Portusque require Velinos”.”, che tradotto significa “e cercherai i porti Velini..” (traduzione del Fariello). Leandro Alberti, nel suo testo a p. 199 in proposito scriveva che:

Alberti, p. 196 su Policastro

(Fig…) Leandro Alberti, op. cit., p. 199

Sempre l’Alberti a p. 199, in riferimento a Policastro cita “Rafael Voleterrano”. L’Alberti si riferiva al libro 6 dei ‘Commentari Urbani’ di Raffaele Maffei (…) detto da alcuni il Volterrano. Si tratta dell’opera: “Commentariorum Urbanorum Raphaelis Volaterrani, octo & triginta libri’, pubblicato nel 1544 a Basilea. Il Maffei (…), parlando di Policastro e di questa parte della Lucania a p. 70 scriveva che:

Maffei (Volterrano), p. 70 su Policastro

Il Di Luccia, sulla scorta dell’Alberti citava il passo del poeta Virgilio (…) e sempre a p. 7 scriveva che: “Velia era la terza città della Veleia……Aveva questa città bellissimi porti mentre Virgilio nel libro 6 dell’Eneide dice: …aut tu mihi terram inice// namque potes, Portusquee require Velinos.”. Dunque secondo il Di Luccia, il Porto di Sapri possa essere uno dei “porti Velini” lo farebbe derivare dalla frase del libro VI dell’Eneide di Virgilio. Il Di Luccia cita il Burdonio (…), Alfonso Bonacciuoli (…) e Ferdinando Ughelli e la sua “Italia Sacra”. Il Di Luccia (…) a p. 7 scriveva che: “...che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possa essere quello di Velia, secondo come dice Virgilio: “Portusque require Velinos”.”. Il sacerdote Ferdinando Ughelli (…), nella sua “Italia Sacra”, nel tomo X (edizione Coleti), a p. 29 parlava dell’antica diocesi scomparsa di Blanda:

Ughelli su Blanda, p. 29, tomo X

Dell’esistenza di una città antichissima nel sito attuale di Sapri è dimostrata da alcuni riferimenti oltre che da alcune fonti storiche. Secondo alcuni, nel luogo detto ‘Marina di Torraca, sarebbe sorta in tempi remoti un grande  centro popolato di nome ‘AVENIA’, di origine etrusca. Narra una locale leggenda tramandata oralmente dalla tradizione locale, che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda con gli etruschi di Avenia ma, questa città, fu travolta da un violento maremoto tanto che scomparse definitivamente e nessuno dei due popoli che se la contendevano riusci a sottometterla. Inoltre, dell’esistenza di un’antica città scomparsa ce ne parlano gli anziani del luogo che, attraverso la tradizione orale popolare vuole che, in seguito ad un violento maremoto, fosse stata inghiottita la celebre ‘città d’Avenia. Fu allora, a seguito di questo violento cataclisma, che il nome mutò in Saprì (si aprì) e poi in Sapri. Lo studioso locale, Josè Magaldi (…) che, nel 1928, su incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, in occasione in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, scrisse un libretto rimasto indedito e di cui possediamo la copia originale donataci dall’autore: “Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni”. Il Magaldi (…), riprendendo il Gallotti (…), disserta – fra le numerose notizie – sulle origini di Sapri e, scriveva in proposito alla città d’Avenia, di cui ha sempre parlato la tradizione orale popolare:  “La collina rocciosa che da Santa Domenica a Santo Martino scende al mare e si estende fino al Faro ‘Pisacane’ e alla ridotta del Fortino era segnalata dai vecchi del luogo, fino al secolo scorso, come il punto dove in antichi tempi, sorgeva una città antica che impropriamente essi chiamavano l’antica città di Avenia, ma che giustamente ritenevano sommersa, giacchè la denominavano anche “la città dei romani. Il Magaldi (…) anche sulla scorta del Gallotti (…) accenna alla notizia tramandata oralmente – forse una leggenda – di un’antichissima città romana scomparsa a seguito di un maremoto. Questa città scomparsa veniva chiamata anticamente “città d’Avenia”. Secondo la tradizione orale locale che ancora si tramanda e secondo alcuni studiosi della bibliografia antiquaria, pare che nel nostro territorio vi fosse una città chiamata ‘Avenia’ e che essa fosse scomparsa in seguito ad un maremoto. Sulla città di “Avenia” ha scritto anche Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri etc…”, a p. 220 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Secondo una notizia poco nota e di assai scarsa attendibilità, su tutta la fascia costiera saprese compresa tra gli odierni rioni di “Santa Croce” e della “Marinella”, sarebbe sorto, in tempi remoti, un grande centro popolato di nome “Avenia”, di origine etrusca. Quando i romani vollero conquistarla, divampò una guerra furibonda tra i due popoli, ma la città contesa non rimase in possesso nè degli uni nè degli altri in quanto un triste giorno colpitada un terribilesisma, venne inghiottita dal mare con tutti i suoi abitanti (8). Col passare del tempo, della catastrofe si perse ogni notizia e, quando il mare si ritrasse e le paludi si andarono prosciugando, solo pochi ruderi apparvero della antichissima città. In seguito, i numerosi pastori dei monti circonvicini ecc..”. Il Guzzo a p. 220 nella sua nota (8) postillava che: “(8) L. Tancredi  – Il Golfo di Policastro -Napoli – 1976 – pag. 58”. Il Guzzo sempre a p. 220 sciveva che: “Così, sulle rovine dell’antica “Avenia”, cominciò a rinascere la vita e si venne pian piano formando un nuovo centro.”. Dunque la notizia è stata scritta dal Guzzo e prima ancora dal Tancredi nel 1976. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Il Golfo di Policastro’, Napoli, 1976, e si veda pure ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, pp. 19 e 23. Secondo Scarfone il Tancredi ne parla in “Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.. Il Tancredi, nel pubblicare il documento notarile (…) al posto di “Velia”, erroneamente riporta “Avenia”, p. 23. Il Tancredi (…), poi rimanda alla sua nota (1 – Cfr. Platea della Badia di S. Giovanni a Piro, pag. 137 MS.). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 23, in proposito scriveva che: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimane in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare. Col passare del tempo, quando il mare si ritrasse e le paludi si andarono prosciugando, apparvero i relitti della città scomparsa. Non è possibile precisare il sito della città di ‘Avenia’, che sarebbe poi, diventata la marina di Torraca e, quindi, Sapri; è certo che un’antica famiglia romana portava il nome di Avenia e questo cognome esiste tutt’ora a Torraca.”. Il Tancredi ed il Guzzo (…), non riportano alcun riferimento bibliografico sull’origine di questa notizia. Il Tancredi (…), nel 1978 nel suo “Le città sepolte del Golfo di Policastro” non cita affatto la città di “Avenia” ma parla del porto di Sapri “Vibona”. Il Tancredi (…), continuando il suo racconto e la sua ricostruzione della storia di Sapri faceva delle ipotesi sui Sibariti, sull’antico porto di ‘Pyxous’ e affemava che il porto di Sapri poteva essere il porto dell’antica Vibona. Il Tancredi riferiva dell’antica leggenda che si narra oralmente a Sapri e di cui ho scritto ivi in un altro mio saggio. Il Tancredi (…), nella sua nota (4) si riferiva alla “Platea dei beni e delle rendite etc…” del 1695-96 di cui ho parlato che però non parla della città di Avenia come scrive il Tancredi ma cita la “città di Velia”. Recentemente lo studioso Antonio Scarfone (…), nel suo “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, sulla scorta del Tancredi cita la stessa notizia riportata dal Tancredi (…) che, non riporta solo la leggenda tramandata oralmente ma aggiunge delle notizie sulla città di Avenia di cui la tradizione orale non dice. La tradizione orale parla di un violento cataclisma, anzi parla di un “Maremoto” che ingiottì la città antica di “Avenia”, ma non dice nulla sulla città di Avenia se non il suo toponimo. Scarfone (…), a p. 448, parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Una ulteriore ipotesi lega Sapri ad un centro etrusco, ‘Avenia’, per il cui importante strategico possesso si scatenò una furiosa quanto vana lotta tra Etruschi e Romani. Narra una locale legenda (6) (Tancredi, 1985) che un giorno, sconvolto da un terrificante sisma, l’abitato fu inghiottito dalla terra e successivamente travolto dal mare. L’origine di questo cataclisma generatosi all’improvviso rimane misteriosa (7). Con il passare dei secoli, quando i suoi effetti sismici, probabilmente seguiti da una coseguente ingressione marina, si rarebbero lentamente attenuati, sarebbe rimasta un’area costiera paludosa, putrida e melmosa, in seguito asciugatasi e poi bonificata.”. Scarfone a p. 448, nella sue note (6 e 7) postillava che:

Scarfone, note 6 e 7

Recentemente, Scarfone (…), a proposito di ‘Avenia’, cita il Tancredi (…) e nella sua nota (6), scrive: “L’origine di questa antica leggenda locale si perde nella notte dei tempi. Nonostante ciò, è stata spesso ricordata non solo a Sapri ma anche nel territorio circostante. È il caso di una resoconto trascritto, nel 1695, dal notaio Domenico Magliano al fine di un censimento dei beni e delle rendite appartenenti all’Abbadia di San Giovanni a Piro ubicata nell’omonimo centro urbano di San Giovanni a Piro (SA) distante circa 20 km da Sapri (SA). Lo stesso, dopo aver descritto lo stato di conservazione della cappella di San Infantino ubicata questa nel territorio di Torraca (SA) avanza anche un probabile periodo di costruzione affermando che […] tale edificio sia stato costruito in tempo dell’opulenza dell’antica città di Avenia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina et Porto di Sapri, perché s’aprì il monte et entrò il mare […]. Il documento viene riportato da TANCREDI L., in Sapri giovane e antica 1985, pp. 353: 280.. Il documento a cui rimanda Scarfone (….), non è stato riportato dal sacerdote Luigi Tancredi che peraltro ne ha malamente trascritto un passo che peraltro non riguarda la “città d’Avenia”, come scrive il Tancredi ma come si può vedere nel documento che noi abbiamo tratto dagli Archivi Diocesani e che abbiamo pubblicato vi è scritto “citta di Velia”. Il documento a cui rimanda il Tancredi (…) – da cui probabilmente trae queste notizie sulle origini dell’antica città di ‘Avenia’, è l’antico documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…). Il Tancredi (…) a p. 280 riporta il documento n. 2 ovvero la trascrizione della pagina che riguarda Torraca (vedi Fig…) e la cappella di S. Fantino nella “Platea dei beni e delle rendite etc…” del Notaio Magliano del 1695-96 ma sbaglia a trascriverlo perchè non è scritto “città d’Avenia” ma è scritto “città di Velia”. Il documento è stato da me pubblicato per la prima volta. L’antico documento del notaio Magliano non parla della “città di Avenia” ma dice “città di Velia distrutta et ingoiata dal mare,, che hoggi vien detta la marina et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte et entrò il mare.”.

S.Fantino2

(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, particolare in cui si parla della Cappella di S. Fantino

Scarfone (…) in proposito così si esprimeva: Poco valida è l’intepretazione ‘Saprì’, cioè si aprì: la terra si sarebbe aperta ed avrebbe inghiottito, appunto per evento sismico,  il primitivo agglomerato (1)”Il Tancredi (…), continua il suo racconto sulla città d’Avenia sempre sulla scorta dell’antico documento (…) del 1595-96. Dunque, da ciò che ho scritto si evince due cose: 1 – la prima è quella che nel XVIII secolo si delineò – forse nella Curia Paleocastrense e in alcuni eruditi la notizia di una città di Velia scomparsa tra le acque e l’altra che ancora oggi è raccontata oralmente è quella di una città di Avenia o dei romani sepolta tra le acque nel porto di Sapri a seguito di un violento maremoto. Certo è che la tesi sostenuta da alcuni come l’Holstenio (…) e Costantino Gatta (…) che credevano l’antica città di Blanda (di cui parla anche il papa S. Gregorio Magno (…)), fosse ubicata nel paese chiamato ai primi del ‘600 Porto di Sapri’, è sostenuta da alcune testimonianza storiche. Non sono riuscito a saperne di più circa le notizie su Avenia tratte dal Tancredi (…) che il Guzzo dice averne parlato nel 1975 nel suo “Golfo di Policastro” a p. 58. Oggi, oltre a rimandare all’altro mio saggio ivi sulla città di Avenia posso dire che tutte le notizie riferite dal Tancredi (…) nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 23, in proposito scriveva che: “La leggenda narra che lungo la fascia costiera esistesse un borgo consistente, che aveva nome Avenia, fondato dagli Etruschi (4). Volendosene impadronire i Romani, arse la guerra fra i due popoli, ma la città non rimane in possesso nè degli uni nè degli altri, perchè un triste giorno venne inghiottita dal mare. Ecc..”, non saprei da dove provenga. L’Holstenio riferiva della città scomparsa di Blanda nel porto di Sapri. Il Gatta riferiva della città di Blanda ingoiata dalle onde marine. Ma la notizia di un centro etrusco chiamato città di Avenia dataci dal Tancredi da dove proviene ?. Antonio Scarfone (…) a p. 449, nel suo studio sulle origini della città di Avenia aggiungeva  che:

Cataldo,,,

Dunque, Antonio Scarfone (…), in proposito aggiungeva che: “L’unico dato certo è che una ‘Gens Avenia’ era presente a Roma nel I secolo d.C. e che il cognome ‘Avenia’ è esistito nei secoli scorsi nel vicino centro rurale di Torraca (SA), oggi a pochi chilomeri da Sapri.”. Dunque, Scarfone parla di ‘Gens Avenia’. Antonio Scarfone cita il sacerdote Biagio Cataldo (…) e lo studioso Felice Cesarino (…) , riferendosi a due loro studi. Lo studio di Cataldo (…) a cui si riferiva Scarfone è del 1976.

Dal punto di vista storiografico l’unico riferimento ad una città di origine etrusca – notizia citata dal Tancredi – è l’iscrizione riportata dall’Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” a p. 435. L’iscrizione, si trova oggi esposta a Sapri in Piazza del Plebiscito. Di quella iscrizione scritta in caratteri latini, ci parla Nicola Corcia (…), nel suo ‘Storia delle due Sicilie etc…’, pubblicato nel 1847, nel vol. III, a p. 66, che parlando di ‘Scidro’ sulla scorta dell’Antonini scriveva che: “Notabile nella prima di queste iscrizioni è il pronome di ‘LARTIA’, il quale, corrisponde a ‘domina’, si legge in molti titoli sepolcrali etruschi, nè so se s’incontra in altre epigrafi latine: certo è che i due titoli dimostrano il luogo abitato nè tempi romani; ma che la città fosse abbandonata o distrutta ai primi tempi dell’impero si può raccogliere dal non  essere ricordata nè da Strabone nè dà geografi posteriori.”.

Corcia, su Scidro, p. 66, cap. III

Dunque, secondo il Corcia (…) vol. III, a p. 66, l’iscrizione latina riportata dall’Antonini vista a Sapri, riguarda una testimonianza etrusca. Sulla storia di Sapri ha scritto anche il dottor Nicola Gallotti nel 1899 che pubblicò “Sapri nella storia e nella tradizione popolare – brevi cenni”, e sebbene parlasse delle origini di Sapri anche sulla scorta di studiosi come Nicola Corcia, il Curcio-Rubertini (…) e il Tropea (…), in “Storia dei Lucani”, non si accenna mai alla città di Avenia ed al racconto della tradizione orale locale di una città inghiottita dalle acque a seguito di un “maremoto”. Lo stesso Corcia (…) accenna a origini etrusche e ad una “città dei Romani” riferendosi al pronome latino di “Lartia” che si trova nell’iscrizione lapidea – la stele marmorea – che oggi si trova in Piazza del Plebiscito. Lo stesso barone Giuseppe Antonini (…) che ne parla a p….. e che aveva visto prima della sua prima edizione nel 1745. Vedi immagine sotto.

marmor

(Fig…) Stele marmorea con epigrafe latina scolpita, oggi in Piazza del Plebiscito a Sapri (Foto Attanasio)

Una delle testimonianze storiche sull’ubicazione di Blanda nel ‘Porto di Sapri’, potrebbe essere rappresentata dalle origini del barone di Torraca Decio Palamolla che era originario di Scalea. ‘Porto di Sapri’, era la denominazione di Sapri negli antichi documenti notarili dell’epoca come ad esempio un documento del 1719 pubblicato dal Gaetani (…), sulle decime versate dalla popolazione per la Madonna dei Cordici. Il fatto che Decio Palamolla fosse di Scalea e che su un prospetto dell’insigne studioso Almagià (….), su una delle più antiche carte nautiche fino a noi giunte, la carta nautica di Pietro Vesconte del 1311 (….), alla voce del toponimo di Maratea, risulta un ‘nome cancellato’, mentre troviamo un ‘Porto de La Scalea’, subito dopo il toponimo di ‘Saprà’. Oppure, sulla più antica carta nautica conosciuta, la ‘Carta Pisana’ (….), come si può vedere chiaramente e confermata nel prospetto dell’Almagià (….), non si legge alcun toponimo scritto di Blanda o di Maratea ma, subito dopo il toponimo di “Saprà” si legge il toponimo di un ‘Porto de La Scalea’.

Nel ‘743-745 d.C. (VIII sec. d.C.), BLANDA e GAUDIOSO (“Gaudiosus”), suo Vescovo al Sinodo romano

Il sacerdote Nicola Curzio (…) che, nel 1934, nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, a p…., in proposito a Blanda scriveva che: “Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: …….e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa alcuni Vescovi di alcune diocesi delle nostre terre presenti ad alcuni Concili romani come quello tenutosi nell’anno 745 d.C. di cui si ha notizia nelle cronache locali di un vescovo Gaudioso Vescovo della diocesi di Blanda. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a pp. 19-20 scriveva che: “6) GAUDIOSO (743)- – Nel Sinodo Romano di Papa Zaccaria del 743, accanto ad Anteramo di Bisignano e Pelagio di Cosenza, figura anche un ‘Gaudiosus Blandas episcopus (9). In quel tempo la Calabria era soggetta a Bisanzio e perciò i suoi Vescovi, sottomessi al Patriarca di Costantinopoli, non potevano intervenire ai Sinodi Romani. Ma le Chiese della Valle del Crati mantenevano ancora la loro soggezione a Roma, perchè era occupata dai longobardi, che vi avevano eretto dei gastaldati. Ciò spiega perchè i suddetti Vescovi poterono presenziare al Sinodo del 743, mentre non vi figura nessun altro Prelato della Calabria. Questo Gaudioso però è l’ultimo Vescovo di Blanda, di cui affiori la memoria. Dopo di lui di Blanda si perdono le tracce e sembra più che probabile che sia stata distrutta nella seconda metà del sec. VIII. Non conosciamo le vicende posteriori della sua Chiesa; ma abbiamo ritenuto che, verosimilmente, i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano. Se ciò non si fosse verificato, noi non sapremmo specificare a quale Pastore fosse stata affidata la cura di tutto il litorale tirrenico, che si estendeva da Belvedere a Maratea (10). L’esistenza della chiesa di ‘S. Maria de Episcopio’ in Scalea, consacrata nel 1167, potrebbe costituirne una conferma, perchè il titolo non potrebbe aver altro riferimento all’infuori dell’antica residenza vescovile. Questo titolo infatti non dovette spuntare all’atto della sua consacrazione del 1167, ma, con molta probabilità, dovette provenire dalla vecchia costruzione preesistente, la quale doveva essere adiacente o incorporata all’antico vescovado di Blanda, funzionante in Scalea. Era infatti nella prassi dei Normanni di ingrandire o di restaurare le vecchie chiesette bizantine, dotandole anche con grande generosità  “. Il Russo a p. 19 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Mansi, XII, 369; Ughelli-Coleti, X, 30, che l’assegna a Blera “. Il Russo a p. 20 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. Russo, Storia della Diocesi di Cassano, I, p. 81.”. Riguardo la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “……perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82 postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”, dunque citava la stessa citazione del Russo, ovvero il Mansi (…).

Mansi J., vol. XII, p. 369

(Fig….) Mansi J.D., op, cit., vol. XII, p. 369 parla di Gaudioso e di Blanda

Dunque, il Tancredi (…) riguardo Gaudioso, Vescovo di Blanda, citava il Mansi (…), ovvero l’opera di Giuseppe Domenico Mansi (…) e la sua…………, dove nel cap…. del vol. XII a p. 369 parlava del Concilio tenuto da papa Zaccaria. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di ‘Blanda Iulia’, in proposito così scriveva: “Con l’avvento del Cristianesimo, divenne sede vescovile. Difatti, viene ricordata in una lettera di Gregorio Magno, luglio 592, diretta a Felice, vescovo di Agropoli, affinchè visiti le diocesi, temporaneamente vacanti, di Velia, di Bussento e di Blanda, in F. Russo, Regesto, etc., cit. I, pag. 37.”. Il Campagna (…), continua il suo racconto su Blanda e, scrive che:  “Tre anni dopo però, nel 595, viene ricordato Romano, nel 649 Pasquale, e nel 743 Gaudioso, vescovi blondani (Ph. Labbe, Sacrosanta Concilia, Venetiis, 1725; J. Harduin, Acta conciliorum et Epistulae decretales et Constitutiones Summorum Pontificum, 11, v. Parisiis, 1715; G. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-1798, XII).”. Il Campagna (…) citava Francesco Russo (…), ovvero il suo……………..Ma, le notizie intorno all’antica sede vescovile – sede vacante nell’anno 592 – di ‘Blanda Iulia’, sono state citate dal sacerdote Francesco Lanzoni. Mons. Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, ecco cosa scrive della “Regione III” che comprendeva la “I. Lucania – II. Bruzi”, a pp. 322-323. Il Concilio di Roma (Concilium Romanum) è un sinodo locale che si è tenuto a Roma nell’ottobre 745, con la partecipazione di sette tra vescovi, presbiteri e diaconi, presieduti da Papa Zaccaria. Il concilio ha condannato l’irlandese vescovo Clemente, in quanto padre di figli adulterini e l’arcivescovo Adalberto di Magdeburgo, accusato di compiere opere di magia tramite l’invocazione di angeli. Edward H. Landon, A Manual of Councils of the Holy Catholic Church, John Grant, Edimburgo 1909, vol. 2, p. 97. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 119, parlando della Diocesi di Policastro, citava Mons. Nicola Curzio (…) che, parlando di Blanda sede vescovile in proposito scriveva che: “c) – Mons. Nicola Curzio (1877-1942), Arciprete di Lauria Superiore (Pz), nel suo opuscolo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, racconto storico della prima era Cristiana (Estratto dal “Pensiero Cattolico”): Manduria, Taranto, 1910, afferma quanto segue (Cap. XIV: pag. 38).”. Il Curzio (…), dice in proposito di Blanda: “…..Blanda Jiulia ebbe sei vescovi……Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743).”Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, in proposito scriveva che: Un’altro Sinodo indetto da Papa Zaccaria nel 743 fu sottoscritto da ‘Gaudiosus Blandarum Episcopus (26).”. Il Fulco (…), a p. 54, nella sua nota (26) postillava che: “(26) G. Mansi, ‘SS. Conciliorum nova apmplissima collectio, XII, 369”. Michelangelo Angelo Pucci (….) nel suo “Tortora – Natura Storia Cultura” a p. 73, in proposito a ‘Blanda Cristiana’, scriveva che: Longobardi, o ad essi graditi, infatti furono, quasi sicuramente, i vescovi di Blanda del periodo successivo, come sembra attestato sia dai nomi sia dalla partecipazione dei vescovi blandani di rito latino Pasquale al concilio latranense del 649 d.C. e Gaudioso al sinodo romano del 745.”. Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: “….perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (29) a p. 82, postillava che: “(29) Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di Pyxous).”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, del 1979, vol. I, a p. 21, parlando delle origini delle diocesi nelle nostre terre, scriveva che: Al concilio romano del 743 l’Ughelli ricorda Landus di Marcellianum (92).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (91) a p. 21 postillava che: “(91) Nel Lanzoni cfr. le pp. 316-329 sulla diffusione del cristianesimo in Lucania, già in età precostantiniana.”. Pietro Ebner (…), a p. 21 riguardo l’Ughelli (…) e il Vescovo Landus di Marcellianum nella sua nota (92), postillava che: “(92) Vol. X., p. 127 sgg. Cfr. Bracco, ‘Antiquitates’, cit., p. 338.”.

Lande Edward, p. 97

Nel VIII sec., la scomparsa della Diocesi di Blanda Julia e del suo ultimo vescovo Gaudioso

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa alcuni Vescovi di alcune diocesi delle nostre terre presenti ad alcuni Concili romani come quello tenutosi nell’anno 745 d.C. di cui poi in seguito non si ha più notizia come ad esempio la diocesi di Blanda Iulia dopo la scomparsa dell’ultimo suo Vescovo Gudioso.  Riguardo poi la diocesi di Blanda, Luigi Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, scriveva che: L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III, a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a pp. 19-20 scriveva che: “6) GAUDIOSO (743)- – Questo Gaudioso però è l’ultimo Vescovo di Blanda, di cui affiori la memoria. Dopo di lui di Blanda si perdono le tracce e sembra più che probabile che sia stata distrutta nella seconda metà del sec. VIII. Non conosciamo le vicende posteriori della sua Chiesa; ma abbiamo ritenuto che, verosimilmente, i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano. Se ciò non si fosse verificato, noi non sapremmo specificare a quale Pastore fosse stata affidata la cura di tutto il litorale tirrenico, che si estendeva da Belvedere a Maratea (10). L’esistenza della chiesa di ‘S. Maria de Episcopio’ in Scalea, consacrata nel 1167, potrebbe costituirne una conferma, perchè il titolo non potrebbe aver altro riferimento all’infuori dell’antica residenza vescovile. Questo titolo infatti non dovette spuntare all’atto della sua consacrazione del 1167, ma, con molta probabilità, dovette provenire dalla vecchia costruzione preesistente, la quale doveva essere adiacente o incorporata all’antico vescovado di Blanda, funzionante in Scalea. Era infatti nella prassi dei Normanni di ingrandire o di restaurare le vecchie chiesette bizantine, dotandole anche con grande generosità. “. Il Russo a p. 19 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Mansi, XII, 369; Ughelli-Coleti, X, 30, che l’assegna a Blera “. Il Russo a p. 20 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. Russo, Storia della Diocesi di Cassano, I, p. 81.”. Dunque, secondo gli studi di Francesco Russo, l’antica diocesi di Blanda – di cui non si hanno più notizie posteriori al 743 dell’ultimo (?) suo Vescovo Gudioso, forse diventava Diocesi di Scalea che a sua volta scomparve per diventare Diocesi di Cassano Jonico. Il  sacerdote Rocco Gaetani (…) a p. 22 racconta dell’invasione barbarica a seguito del quale papa S. Gregorio Magno decise di riattivare le sedi vacanti di Velia, Bussento e Blanda. Il Gaetani (…) a p. 22 in proposito scriveva che: Ed ora a riflettere che ritrovando nel secolo VI notizie di Sabazio vescovo Bussentino, dobbiamo conchiudere che la Chiesa Bussentina fu solamente per alcun tempo desolata, ma non distrutta. Dopo Sabbazio si riapre una maggior lacuna, e profondo silenzio e folta caligine copre gli annali della nostra Chiesa.”. Sempre il Gaetani (…) a p. 22, racconta che: “Alcuni patrii scrittori si credettero avventurosi di segnare nei fasti della Chiesa nostra una memoria ricavata dai dialoghi di s. Gregorio, ove il santo Pontefice racconta il miracolo accaduto a suoi tempi di un morto ritornato a vita per intercessione di un monaco, che ogni anno dal monte Argentaro, luogo di una sua dimora, attraversando la regione Aurelia, per recarsi alla basilica del Principe degli Apostoli, si fermava ad ospitare presso un certo Quadragesimo suddiacono ‘Ecclesiae Buxentinae’, che nell’Aurelia guardava il suo gregge (21). Confesso che ancor io mi conpiacqui di vedere tra le scorse memorie della Chiesa mia questo fatto, e quasi mi doleva che non avessi avuto io per primo la ventura di riconoscerlo; ma invece mi dovetti disingannare, quando invano ricercando nel territorio Bussentino la regione Aurelia, ritrovava nelle dotte note dell’Holstenio al Cluverio, che il nome ‘Buxentinae’ fosse per errore detto invece di ‘Bulcentinae’ o ‘Vulcentinae’ ch’è è l’antica Vulceja città dell’Enotria, a cui s’appartiene l’intera narrazione, perchè ivi colla regione Aurelia è il monte Argentaro (22). La correzione fu riconosciuta dal Campanari nelle sue notizie di Vulceja e dal Gerhard negli Annali dell’Istituto di Corrispondenza archeologica (23).. Il Gaetani a p. 29 nella sua nota (21) postillava che: “(21) Dial. 1. 3, c. 17”.

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Dopo la metà del VII secolo non si hanno più notizie della diocesi, che fu probabilmente soppressa al tempo delle guerre iconoclaste, che a partire dall’VIII secolo hanno sottratto parte dell’Italia meridionale alla giurisdizione ecclesiastica di Roma per unirla a quella del patriarcato di Costantinopoli. Questo determinò, almeno nel Cilento, la scomparsa delle antiche diocesi sostituite da eparchie monastiche, tra cui si ricordano quelle del Mercurion, del Latinianon e del Lagonegro. Due cenobi monastici, San Pietro e San Giovanni Battista, furono eretti a Policastro dal patriarca Polieucte di Costantinopoli e molti furono i monasteri greci che sorsero nella regione, tra cui quelli di San Giovanni a Piro e San Cono di Camerota. Scrive il Barni (…), dopo aver parlato della Diocesi di Bussento al tempo del vescovo Felice di Agropoli (di Capaccio), in proposito che: “….ma è probabile che una prima devastazione del territorio bussentino sia avvenuta intorno al 640 e comunque tra la fine del VII e la prima metà del secolo VIII (7). Ma che fossero o non fossero Longobardi nel 649, le cose cambiarono poco. Ma si parla più in seguito dei vescovi di Buxentum e di Blanda. Paestum, invece riuscì a conservarsi. Così, nella parte……di questa regione i vescovadi raggiunti dall’invasione longobarda spariscono tutti, salvo un’eccezione quella di Paestum, benchè anche questa eccezione sia dovuta al fatto che il Vescovo di Paestum trovò rifugio nella parte bizantina della sua Diocesi” (…). Il Barni (…), a p…., nella sua nota (7), postillava che: “(7)………………………..”. Lo studioso Aleardo Dino Fulco (…), nel suo “Blanda sul Paleocastro di Tortora”, ed. Grafiche Moderne, Scalea, 1976, a p. 19, dopo aver parlato del Sinodo romano dell’anno 743 e del Vescovo di Blanda Gaudioso, in proposito scriveva che: Da allora le vicende storiche di Blanda restano avvolte nelle tenebre dei secoli. E’ tuttavia convinzione comune degli studiosi che Blanda, come quasi tutte le città costiere dell’Italia meridionale, fu saccheggiata e distrutta dalle frequenti incursioni dei Saraceni.”.

Nel 1624, Luca Holstenio, Blanda e il Porto di Sapri

Giuseppe Antonini nella sua ‘Lucania’ (27) riporta alcune notizie tratte da alcuni eruditi del tempo, che meritano un maggiore approfondimento. Sono interessanti le notizie storiche e bibliografiche riferiteci dall’Antonini (27) che, parlando di Sapri e di Blanda (Fig. 2), riferisce alcune interessanti notizie che andrebbero ulteriormente indagate. Giuseppe Antonini, Barone di S. Biase nella sua ‘Lucania’, per i tipi di Tomberli (27), nel 1745, nella sua prima edizione della ‘Lucania’ curata da Guglielmo Goesio, parlando di Sapri, riferisce degli autori a lui precedenti che avevano scritto e collocato l’antica città di Blanda a Sapri, come ad esempio Luca Holstenio (28) che voleva che le vestigia di Blanda erano quelle che si vedevano nel porto di Sapri: “‘Luca Olstenio’ nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia eius apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.”. L’Antonini (…) a p. 430 nella sua nota (I) postillava che: (I) L’accuratissimo ‘Olstenio’ vorrebbe che quel Ceserma si leggesse ‘Casae Caesaris’, e che fosse la Cesariana, ‘ubi nunc Casalnuovo’, ma non badò che l”Anonimo di Ravenna’ scrivendo al libro 4 e 5 così: ‘Laminium’, Blandas, Cesermia, Buxentum, ragiona dei luoghi posti sul mare, onde non si può saltare a Casalnuovo, paese dò più mediterranei della regione.”. Sempre l’Antonini (…) a p. 439 parlando di Maratea e di Blanda in proposito scriveva che: Luca (I) Olstenio nelle ‘note all’Italia antica’ dello stesso ‘Cluverio’, mosso forse ance dalle già da noi addotte ragioni, e tirato dalla ‘Tavola Peuntingeriana’, che dice: CESERMA. BLANDA M. P. VII. LAVINIUM M. P. XVI. CERELIS M. P. VIII. scrisse, e cn esattissima misura, e giustizia: ‘Unde colligo Blandam fuisse, ubi nunc Maratea; nam inde sunt XVI. M.P. ad Lainum fluvium. Ecc…”. L’Antonini sull’Olstenio nella sua nota (I) a p. 439 postillava che: Questo stesso autore nelle ‘note a Carlo di S. Paolo’, dimenticatosi di quanto si dice, scrisse, che Blanda era al porto di Sapri; e nelle ‘note ad Ortelio, fol. 32. dove questo dice: ‘Blandam Lucanis fuisse ad scriptum’, egli soggiunse: ‘Recte, nam X. M.P. disiabat Buxento. Vestigia eius maxima apparent ad portum Sapri.”. Un altro erudito del tempo che ci parla di Sapri e di Blanda è Luca Holstenio (28) (Figg. ). Lucas o Luca Holstenius (Olstenio), nel suo libro del 1666, Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geografi- cum ortelii, ecc.., (Note all’Italia antiqua di Cluverio (35)), scrive questo libro sulla scorta delle recenti pubblicazioni del grande cartografo Abram Ortelius (Abramo Ortellio), che nel XVI secolo aveva pubblicato interessantissimi libri di geografia e cartografia come Theatrum Orbis Terrarum, pubblicato nel 1570. Già il Cluverio aveva attinto alcune informazioni geografiche dall’Ortellio (che rivedeva in parte alcune carte di origine tolemaiche), ed in seguito l’Holstenio (28), disserta con delle note (annotaziones) al testo di Cluverio (35). Nelle sue note all”Italia antiqua’ di Cluverio (35)(Figg. 6-7), l’Holstenio (28), nel 1666, scrive a p. 22, parlando della ‘Lucania’, dice: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, e a p. 288, scrive le note (annotationes) alla pagina 1262 del libro ‘Italia antiqua’ di Filippo Cliuverio (35) dice in proposito: “Pag. 1262. lin. 31. Sybarita ec Laum Scridum incolebant) Scridrum quoque ad idem mare fuisse existimo, forte ubi nunc est Citrano. Lin. 42. Ceserma, ec.) Hoc est divertigium viae Appiae sive Aquileia ad Casas Cesarianas, pro quibus hic corrupte Ceserma legitur versus mare inferum. Unde colligo Blandam suisse, ubi nunc Marathea, nam inde XVI. sunt m. p. ad Lainum flumen.”. L’Holstenio, sempre a p. 288, nelle note alla pagina 1263 dell”Italia antiqua’ di Cluverio e dice: “Pag. 1263. lin. 3. Blanda) Vestigia eius apparent portum Sapri, cui imminet Turris Buon dormire: ut accuratissime observavit Philippus Carafa Vicarius Boschi & Canonicus Buxentinus.”In seguito, nella sua prima edizione del 1745 della sua ‘Lucania’, curata da Guglielmo Goesio, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (27), disserta su ciò che aveva scritto l’Holstenio (28) che, abbiamo integralmente riportato in latino e, scrive in proposito: “Luca Olstenio nelle note all’Italia antica di Cluverio pag. 1263. dice che, Blandae vestigia apparent ad portum Sapri, cui imminet turris Buondormire, e vuol che sia Blanda, in tempo che una pagina avanti a- vea detto, che Blanda fosse dove oggi è Maratea.” (27). L’Antonini, nella sua nota (1) ag- giunge: “L’accuratissimo Olstenio (28)… ma non badò che l’Anonimo di Ravenna scrivendo nel libro 4 e 5 così: Laminium, Blandas , Cesermia, Buxentum, ragiona de’ luoghi posti sul mare, ecc…”. In buona sostanza, l’Antonini, restò un pò basito delle parole dell’Holstenio sul ‘Porto de Sapri‘ e sulla collocazione del sito di Blanda, ma non riteniamo – come dicono alcuni – che non fosse totalmente d’accordo con l’Holstenio, il quale aveva fatto dissertato sul libro più antico del Cluverio (18)(Fig. 6-7). Intanto la notazione di pagina 22 dell’Holstenio che il Cluverio, indicava: Blanda ec hodie: Porto de Sapri”, è la conferma che Sapri veniva denominato sugli antichi e coevi (‘500) documenti con il toponimo di ‘Porto de Sapri’. E’ il Cluverio (35) che lo denomina ‘Porto de Sapri’ e, questo ci deve far riflettere. In seguito, nel 1831, la notizia dell’Holstenio (28), veniva riportata anche nella Synopsi del Laudisio (17) che, parlando di Blanda, diceva: Luca Hulstenius (28) sostiene che dove c’è ora la suddetta Blanda vi fu in passato l’antica città di Blanda, sede vescovile. Conferma questa tesi anche la già citata lettera di S. Gregorio Magno al vescovo di Agropoli (11); gli raccomanda infatti le chiese di Velia, di Bussento e di Blanda proprio perchè erano vicine.. ….dunque Blanda non fu una città dell’entroterra come invece comunemente si crede”. Il Visconti (18), nelle sue note (nota 10, p. 88) al testo del Laudisio (17), parlando di Blanda, riferisce: Blanda, abitata dagli antichi Lucani, è citata per la prima volta da Livio (4), che afferma che fu espugnata dai Romani, durante la seconda guerra punica (ex Lucanis Blanda et Apolorum Aecae oppugnate. XXIV 20, 5-6); nell’età Augustea prese il nome di Blanda Julia (C.I.L., X, 125).”.

Nel 1723, Costantino Gatta: nel mare di Sapri fu ingoiata l’antica sede vescovile di Blanda

Il Visconti (….), nelle sue note alla ‘Synopsi’ del Laudisio (17), riferiva che Blanda era stata citata dal Costantino Gatta (….) che, la identifica con Sapri. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie istorico-topografiche della Provincia di Lucania”, a p. 306, in proposito scriveva che: “Più oltre di Policastro eravi la città di Blanda anche sede vescovile, e fra di lui vescovi vi è memoria di Pasquale, che intervenne al Concilio Lateranense sotto il pontificato di Martino. Era situata detta città in quel seno di mare che chiamasi il ‘Porto di Sapri’ (a): Ella fu ingojata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei Edifizj sommersi entro il Mare”. Costantino Gatta (….), a p. 306, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Luca Olstennio Geografia Sacra”. Il Gatta si riferisce a Lucas Holstenio (….) ed alla sua note all’Italia antica di Cluverio”.

Gatta, p. 306

Il Gatta, parlando di Blanda, riferisce due notizie interessanti. La prima è quella che Blanda era da lui creduta a Sapri che a quel tempo, si chiamava ‘Porto de Sapri’ . Infatti, risulta sui documenti notarili ed ecclesiastici che nel ‘600 e ‘700, il piccolo centro costiero di Sapri, veniva denominato con il toponimo di ‘Porto di Sapri’ , come ad esempio i cartigli della Principessa Carafa, oppure sui documenti notarili del Barone Palamolla. Il Gatta, parlandoci di Blanda, riferisce anche una seconda notizia, ovvero, riferendosi alla città di Blanda:  Ella fu ingoiata dalle onde marine, e anco al presente veggonsi i di lei edifici sommersi entro il mare”. Si tratta della notizia di una catastrofe naturale o un maremoto accaduto nell’antichità che vine raccontato dalla tradizione orale popolare.

Nell’VIII sec. d.C., la Chiesa e le Diocesi della Calabria

Padre Francesco Russo (…..), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 98, in proposito scriveva che: “Le cose però presero una piega differente el secolo VIII. L’eresia iconoclasta, sostenuta tenacemente dagli imperatori bizantini Leone III Isaurico e Costantino Copronimo, se trovò delle facili acquiescenze in Oriente, incontrò invece una tenace resistenza in Occidente, specie nei Papi Gregorio II (715-731) e Gregorio III (731-741), l’ultimo dei quali scomunicò gli Iconoclasti nel Sinodo Romano del 731. Leone Isaurico allora, per rappresaglia, confiscò il patrimonio immobiliare della Chiesa Romana in Calabria e Sicilia, aggregandolo al demanio imperiale (1). Il suo successore andò anche oltre, sottraendo le Chiese della Calabria e della Sicilia alla soggezione di Roma e aggregandole a quella del Patriarcato di Costantinopoli (2). Tale aggregazione comportava con sè l’adozione delle istituzioni, della lingua e del rito di Bisanzio. Difatti, nella seconda metà del secolo VIII tutte le Chiese della Calabria risultano ellenizzate, ad eccezione di quelle della Valle del Crati, che mantengono la lingua e il rito latino, perchè sotto il dominio dei Longobardi. Un altro passo fu compiuto alla fine dello stesso secolo. Il Basileus o il Patriarca di Costantinopoli, constatando la difficoltà della nomina e della consacrazione dei Vescovi, che erano tanto lontani dalla Capitale, istituì la Provincia ecclesiastica della Calabria, elevando Reggio alla dignità di Metropoli con giurisdizione su tutte le Diocesi allora esistenti nella regione. Le cose restarono così per un secolo. Avutasi una nuova riorganizzazione amministrativa e religiosa verso la fine del secolo IX, le Metropoli divennero due (Reggio e Santa Severina) e le Diocesi si moltiplicarono sensibilmente, con l’aggiunta di una decina di Chiese di nuova erezione. In questo duplice assetto non figurano Chiese autonome in Calabria e non ne figureranno durante tutta la dominazione bizantina: l’autonomia invece (diretta soggezione alla . Sede) si avrà con l’avvento dei Normanni e sarà applicata su larga scala. E’ perciò un dato di fatto che anche la Chiesa di Cassano fu costituita, fin dalla fondazione, quale suffraganea di Reggio, alla stessa maniera di Rossano, di Nicastro, di Bisignano e di Amantea.”.

Nel……., le Diocesi di Talao (Scalea) e di di Cassano Ionico

Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), continuando a scrivere sull’attribuzione delle 15 località alla Diocesi di Cassano Jonico diceva pure che: “Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti (37). Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi a sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Dunque, secondo il Laudisio, l’antica “Didascalea”, toponimo che appare sulla “bolla di Alfano I” è Scalea, località non molto distante dall’Isola di Dino. Poi, il Laudisio aggiunge pure che non molto distante da Scalea vi era l’antica città di “la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti (37)”. Il Visconti (…), nell’edizione curata della ‘Synopsi’ del Laudisio (…), a p. 14, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. Antiq (Gabriello Barrio, ‘Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: ‘Scalea, Talaus olim dicta. De qua Strabo: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”. Ma, il Laudisio, sulla scorta del Barrio (…) parlava di Scalea che una volta si chiamava “Talao”. Il Laudisio si riferiva a Gabriele Barrio (….) ed al suo “De antiquitate et situ Calabrie”, libro 2, Roma, 1571.

Barrio, p. 83

(Fig….) Barrio, op, cit., p. 837

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “….papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, Cassano Jonico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. Ecc…”. La notizia dell’aggregazione di alcune nuove sedi vescovili, tutte suffraganee a quella Metropolita di Salerno, tra cui pure la sede “suffraganea” di Cassano Ionico. Il Campagna a p. 241, nella sua nota (187), postillava che: “(187) ……Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”. Il Campagna riporta altre notizie di quel periodo storico sempre sulla scorta del Russo. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, in proposito scriveva che: “Difatti, nel 1079, e per poco meno di un ventennio, la parrocchia di Tortora fece parte della diocesi di Policastro, restaurata; probabilmente fino al 1098, quando fu aggregata a Cassano. La diocesi latinizzata di Policastro doveva, così, procedere alla reintegrazione del rito latino, certamente col beneplacido di Ruggero Borsa (187).”. Il Campagna, a p. 241, nella sua nota (187), postillava che: “(187) ……Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”. Dunque, il Campagna (…), affermava, forse sulla scorta del Guillou (…) che Tortora fu aggregata alla Diocesi di Cassano Ionico nel 1098. Infatti, secondo Andree Guillou (…), nel suo ‘Geografia amministrativa del Katepanato, etc.’, il catepanato di Basilicata o di Lucania fu istituito intorno al 968-970. Dunque, se la ricostruzione storica del Campagna è corretta significa che le ultime quindici località citate nella ‘Bolla di Alfano I’, aggregate solo in un primo momento, nel 1079 alla Diocesi di Policastro, in seguito, nel 1098 saranno aggregate alla Diocesi di Cassano. Dunque, Orazio Campagna (…), a p. 91, sulla scorta del sacerdote Francesco Russo in proposito scriveva che: “…..nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).” e, nella sua nota (59) postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro (96).”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Dunque, secondo il sacerdote Francesco Russo (…), l’antica Diocesi di Cassano Jonico, fu aggregata nel 1058 da papa Stefano IX alla “Metropolia” di Salerno ed in seguito, nel 1098, le 15 località assegnate al vescovo di Policastro dal primate Alfano I furono di nuovo assegnate al vescovo di Cassano Jonico. Riguardo il toponimo di “Talao”, Angelo Bozza (…), nella sua “La Lucania etc…”, a p. 215 del vol. II, parlando di Scalea scrive che: “Si vuole che quì sia stata l’antica città di Lao, o Talao; ed avvalora un tal sospetto l’esservi rinvenute fuor delle mura dell’attuale edifizio, molti ruderi di acquedotti, di mura, di ipogei, ed un tempietto con un titolo di marmo, fatto spezzare da un’arciprete intollerante, con altre anticaglie.”. Secondo l’antica tradizione tramandatasi oralmente a Scalea, riferitaci da Gabriello Barrio (….), appena nata la Diocesi di Talao, fu soppressa perchè il primo vescovo fu ucciso e accadde pure che le 15 località invece di tornare all’altra antica Diocesi di Policastro, “….ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico”. Il Laudisio, riferisce pure della Diocesi di Cassano Ionico, la quale secondo il racconto di Gabriele Barrio, “quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica.”. Dunque, Gabriele Barrio, riferisce che la Diocesi di Cassano Ionico, per espresso volere del papa dipendeva direttamente dalla Santa Sede Apostolica di Roma e, questo, come abbiamo visto accadde nel 1098. Sulla Diocesi di Cassano Jonico, abbiamo già visto in precedenza che questa Diocesi, insieme ad altre diocesi fu aggregata alla “Metropolia” di Salerno, retta da Alfano I e direttamente dipendente dalla Santa Sede Apostolica. Infatti, Orazio Campagna (….), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Dunque, il Campagna trae la notizia da Francesco Russo (….). Sulla Diocesi di Cassano Jonico, il sacerdote Francesco Russo (….), nel suo vol. I, a p. 37 nel cap. I, del suo testo: “La Diocesi di Cassano al Jonio” scriveva che: “Le Diocesi confinanti sono quelle di Rossano, di Bisignano e di San Marco a mezzogiorno, di Anglona e Tursi e di Policastro a settentrione. Il territorio della Diocesi Cassanese è l’unico in Italia, che si estende da un mare all’altro; per cui è stata definita “La Diocesi dei due mari”. Fino al principio del secolo XX, era uno dei più vasti di tutta la Calabria, perchè comprendeva anche il territorio di Maratea, poco a sud di Sapri, e la massima parte dell’attuale Eparchia o Diocesi bizantina di Lungro. Pur così mutilata, conserva tuttavia un’entità notevole, estendendo la sua giurisdizione anche su alcuni paesi della limitrofa Lucania, in Provincia di Potenza; al contrario, diversi paesi della Calabria, che fanno parte civilmente della Provincia di Cosenza, sono aggregati alla limitrofa Diocesi di Anglona e Tursi: incongruenza questa, che si perpetua da secoli e che non si è voluto mai eliminare, malgrado i considerevoli vantaggi, che ne deriverebbero ecc…”. Dunque, in questo passo introduttivo il Russo (…), chiarisce la stratificazione dei confini e delle relative sedi aggregate nei secoli e trasmigrate da una Diocesi all’altra.

A Scalea l’Episcopio o casa del Vescovo non distante dalla chiesa di S. Maria d’Episcopio

Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano al Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a pp. 19-20 riferendosi al vescovo di Blanda “Gaudioso”, nell’anno 743, in proposito scriveva che: “6) Dopo di lui di Blanda si perdono le tracce e sembra più che probabile che sia stata distrutta nella seconda metà del sec. VIII. Non conosciamo le vicende posteriori della sua Chiesa; ma abbiamo ritenuto che, verosimilmente, i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano. Ecc..“. Dunque, secondo il sacerdote Francesco Russo, i vescovi di Blanda, dopo l’ultimo vescovo chiamato Gaudioso (anno 743), si sarebbero rifugiati nell’antica diocesi di Scalea, che altri studiosi hanno scritto fosse quella di Talao. Come abbiamo già visto in altri miei saggi, l’antica città di Blanda, antichissima sede vescovile, poi da ricostruire secondo le lettere di papa Gregorio Magno, sarebbe stata individuata da alcuni non lontana da Maratea e da Tortora. Forse ad Ajeta. Dunque, il Russo, a proposito dell’antica sede vescovile di Blanda scriveva che non si conoscevano le vicende posteriori della sua Chiesa dopo l’VIII secolo. Russo ipotizzava che dopo l’VIII secolo, “i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano”. Dunque, secondo Russo, dopo l’VIII secolo è probabile che le località che erano amministrate dai vescovi di Blanda siano state assegnate ai vescovi di Talao (Scalea) e poi in seguito alla Diocesi di Cassano Jonico. Infatti, scrive sempre il Russo che: “Se ciò non si fosse verificato, noi non sapremmo specificare a quale Pastore fosse stata affidata la cura di tutto il litorale tirrenico, che si estendeva da Belvedere a Maratea (10).”. Il Russo, si chiedava cosa fosse accaduto alle diocesi scomparse e vacanti di Bussento e di Blanda dopo l’VIII secolo e scrive che l’unica spiegazione è quella secondo cui i vescovadi si spostarono in sedi più sicure come ad esempio nel caso di Blanda, i suoi vescovi, si spostarono a Scalea. Infatti, il Russo aggiunge che: “L’esistenza della chiesa di ‘S. Maria de Episcopio’ in Scalea, consacrata nel 1167, potrebbe costituirne una conferma, perchè il titolo non potrebbe aver altro riferimento all’infuori dell’antica residenza vescovile. Questo titolo infatti non dovette spuntare all’atto della sua consacrazione del 1167, ma, con molta probabilità, dovette provenire dalla vecchia costruzione preesistente, la quale doveva essere adiacente o incorporata all’antico vescovado di Blanda, funzionante in Scalea. Era infatti nella prassi dei Normanni di ingrandire o di restaurare le vecchie chiesette bizantine, dotandole anche con grande generosità. “. Il Russo a p. 19 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Mansi, XII, 369; Ughelli-Coleti, X, 30, che l’assegna a Blera “. Il Russo a p. 20 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. Russo, Storia della Diocesi di Cassano, I, p. 81.”. Dunque, secondo gli studi di Francesco Russo, l’antica diocesi di Blanda – di cui non si hanno più notizie posteriori al 743 dell’ultimo (?) suo Vescovo Gudioso, forse diventava Diocesi di Scalea che a sua volta scomparve per diventare Diocesi di Cassano Jonico.

Le due epigrafi sul campanile della chiesa di S. Maria d’Episcopio di Scalea, provenienti da Lavinium e simili a quelle del campanile di Policastro

Padre Francesco Russo (….), nel suo “Storia della Diocesi di Cassano al Jonio”, vol. I, a p. 48, in proposito scriveva che: “Nella vallata del Lao, poco a sud di Laino, doveva trovarsi la città di ‘Skidros’, che insieme con Laos accolse i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. Era certamente nel golfo del Lao, oggi detto di Policastro, e a breve distanza dal mare. Al tempo dell’Impero forse non esisteva più o aveva più o aveva perduto la sua importanza.”. Riguardo la città di Laos, il Russo, a p. 49, in proposito specificava che: “Sembra invece accertato che, presso la foce del Lao, poco più a sud di Scalea, era la città magno-greca di Laos, colonia di Sibari e importantissimo emporio commerciale sul Tirreno. Questa città sopravvisse alla metropoli; ma con la conquista romana decadde e fu sostituita da ‘Lavinium Bruttiorum’, che era a 16 miglia da Blanda e ad 8 da Cirella. Il suo sito è stato recentemente identificato in contrada “Marcellina”, nei pressi della stazione ferroviaria di Verbicaro-Orsomarso (44).”. Il Russo, a p. 49, nella nota (44) postillava che: “(44) O. Dito, Notizie di storia antica per servire d’introduzione alla storia dei Bruzi, Roma, 1882, u. 78 ss.; E. Galli, Livinium Bruttiorum, in “Notizie di Scavi”, VIII, S.  VI, f.7-9, pp. 328-363; B. Cappelli, Gli Statuti di Laino, in A.S.C.L., I., 405-410; Dito, La Calabria, 167-168″. Padre Russo, a p. 49, in proposito scriveva pure che: “E’ probabile che da ‘Laos’ provengano le due iscrizioni, di epoca imperiale, che furono impiegate nella costruzione del campanile normanno di S. Maria de Episcopio in Scalea. Le riporto per la loro rarità e perchè possano servire di base ad ulteriore ricerche e deduzioni sulla latinizzazione della celebre colonia di Sibari:

                                                                                                          GERMANICO. CESARI

                                                                                                             TI. AVC. F. DIVI. AUG.

                                                                                                          DIVI. IVLI. PRO II A. V. C.

                                                                                                          COS. II. IMPERATORI. II

                                                                                                                 AVGUSTAE – IVLIA

                                                                                                                              DRVSI. F.

                                                                                                                      DIVI – AVGVSTI 

Dunque, padre Russo citava le due iscrizioni o epigrafi latine d’epoca imperiale che egli dice “furono impiegate nella costruzione del campanile normanno di S. Maria de Episcopio in Scalea”. La notizia è molto interessante, non solo perchè padre Russo dice che le due iscrizioni provenissero dall’antica Laos, colonia magno greca colegata con Sibari, ma anche perchè le due iscrizioni da egli riportate sono simili alle due iscrizioni o epigrafi latine che ritroviamo murate sul campanile della cattedrale di Policastro Bussentino. Dunque due iscrizioni simili murate sui due campanili, quello “normanno” della chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea e quello bizantino della chiesa di S. Maria a Policastro Bussentino.

La notizia di padre Russo è interessante perchè ci dice che nella chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea vi era murata una epigrafe, forse scritta in caratteri gotici, molto simile alla epigrafe che oggi si trova murata su una scaletta adiacente al campanile della cattedrale di Policastro Bussentino. Padre Francesco Russo (….), nel vol. I, a p. 291, in proposito scriveva che: “Scalea ha due chiese di origine medievale: S. Maria de Episcopio e S. Nicola de Platea. ‘S. Maria de Episcopio’ fu costruita o, quanto meno consacrata, nel 1167. E’ andata però soggetta a vari rifacimenti; per cui conserva ben poco della struttura originale. Si è tuttavia salvata l’abside con una magnifica finestra gotica, divisa in due da una colonnina, con trabeazione sormontata da decorazione multilobata, di bellissimo effetto, messa in luce dall’Arch. Gisberto Martelli nel 1950. Notevole anche il campanile, in cui lo stesso Martelli ha scoperto dei conci, con iscrizioni romane del I secolo dell’E. V. L’architettura di questa chiesa, come quella “del presumibile Episcopio con pseudo-loggia normanna”, che vi è adiacente, viene collegata alle correnti artistiche campane del secolo XII-XIII (33).”. Padre Russo, nel vol. I, a p. 291, nella nota (33) postillava: “(33) G. Martelli, Architetture Campane in Calabria, in “Atti del Congresso di Storia dell’Architettura di Caserta”, Roma 1956, pp. 296-300; Martelli, Chiese monumentali di Calabria, in “Calabria nobilissima”, X, 37-88″. La notizia del ritrovamento di alcune epigrafi latine murate sulla chiesa di S. Maria de Episcopio a Scalea, molto simili alle epigrafe di Policastro che annuncia la costruzione del Campanile della Cattedrale, ci vengono confermate da Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo – cenni storici”, dove, a p. 24 parlando di Ruggero I d’Altavilla, in proposito scriveva che: “Promosse una serie di costruzioni atte a migliorare l’efficienza e l’estetica del paese. Vennero completate, ampliate, abbellite le chiese di S. Maria d’Episcopio e la parte inferiore della chiesa di S. Nicola in Plateis, che prendevano grosso modo l’aspetto di oggi. Venne tra l’altro costruito il papazzo con pseudo loggiato, ancora visibile in via S. Maria, probabilmente sede di pubblici uffici. Venne istituito lo “spedale”, i cui resti sono ancora in via Ospedale. Morto Ruggero i suoi domini, compreso Scalea, andarono a suo figlio Ruggero II, che regnò da Palermo, capitale del nuovo stato formato dai ducati di Puglia, Calabria, Sicilia. Dopo la morte di Ruggero II, a cui succedettero Guglielmo I il Malo e Guglielmo II il Buono.”. Altro autore locale ci parla della chiesa di S. Maria dell’Episcopio. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea antica e moderna”, a p. 70 e ssg., in proposito scriveva che: “Si può supporre, infatti che nella seconda metà del secolo X, cioè dopo la costituzione della diocesi di Cassano, nel sito urbano di Scalea, a poca distanza dal cenobio dei Siracusani, sia sorto un terzo monastero greco, che successivamente diede origine alla chiesa matrice di Santa Maria, detta un tempo “della Scala”, “dell’Ospedale” o “dell’Annunziata”, oggi chiesa parrocchiale con il titolo di Santa Maria ‘de Episcopio’. Al momento, però, il documento più antico sul luogo sacro rimane una bolla dell’antipapa Anacleto II, collocabile fra il 1130 e il 1137, che confermava a Simeone, abbate della S.ma Trinità di Cava ‘apud Scaleam monasterium Sancti Petri et ecclesiam Sanctae Mariae cum hospitali’, mentre la più antica attestazione del titolo ‘de Episcopio’, a quanto ci risulta, risale al 1545. Di conseguenza la chiesa è stata generalmente considerata una nuova fondazione di epoca normanna, sorta cioè per iniziativa dei nuovi conquistatori, che ne avrebbero affidato la costruzione e il possesso all’Ordo Cavensis. Proprio la nascita come monastero, però, lascia perplessi: è davvero sostenibile l’ipotesi che i benedettini abbiano creato ‘ex novo’ la chiesa e l’annesso monastero ? Pare poco verosimile. I Normanni, infatti, secondo una prassi ben documentata, il più delle volte assegnavano ai religiosi latini istituzioni bizantine preesistenti abbandonate dai monaci, di cui si erano impadroniti per diritto di conquista.”.  Amito Vacchiano, a p. 92 ci parlava del palazzo con il pseudo-loggiato. Egli, in proposito scriveva: “All’epoca normanna va ascritto poi un palazzo, i cui resti ormai fatiscenti sono ancora visibli di fronte alla chiesa di Santa Maria ‘de Episcopio’. Caratterizzato da un rustico peseudo-loggiato dai rilievi ad archi intrecciati ricavati con muratura di frammenti laterizi, è un edificio di grande interesse perchè, come afferma Gisberto Martelli, “costituisce la più cospicua testimonianza superstite di architettura ciile normanna in Calabria e forse si tratta del Palazzo Episcopale ricordato nella dedicazione della Chiesa (S. Maria d’Episcopio). Queste strutture non trovano riferimento alcuno in Calabria etc….”.  Barbara Visentin (…..), nel suo “Fondazioni Cavensi nell’Italia Meridionale (secoli XI-XV)”, a p. 336, in proposito scriveva che: “3. Santa Maria. Sanctae Mariae (96). Le vicende della chiesa di Santa Maria di Scalea incrociano quelle della SS. Trinità di Cava in una data imprecisata prima del maggio 1149, quando compare tra i beni confermati al monastero dal pontefice Eugenio III, munita di un ricovero per pellegrini, poveri e sofferenti (97). Nel 1168 però si rintraccia il secondo ed ultimo atto che la menzione, è la bolla di Alessandro III che, nel gennaio di quell’anno, la esenta dalla giurisdizione vescovile (98). Le tracce materiali di questa cappella sembra si possano riconoscere nel cuore del centro antico di Scalea, dove svetta il campanile della cosidetta chiesa di sopra, dedicata a Santa Maria d’Episcopio, il cui nucleo originario risalirebbe addirittura all’VIII secolo. Lungo il lato meridionale della chiesa si conserva un edificio caratterizzato da un elegante loggiato riferibile al XII secolo e, per tradizione, indicato come il “palazzo del Vescovo”. La Visentin, a p. 336, nella nota (97) postillava: “(97) AC, H 7: apud Diascaleam….ecclesiam sanctae Mariae cum ospitali’, edito da Guillaume, Essai, Appendice, pp. XXXII-XXXV; Kehr, IP VII, p. 325, nr. 23”. La Visentin, a p. 336, nella nota (98) postillava che: “(98) Apud Diascoleam…ecclesiam Sanctae Mariae’, la menzione dell’ospedale è scomparsa, cfr. AC, H 50 falso e P. 24: transunto del marzo 1399 – H 51: transunto – I 1: transunto, per la genuinità del testo di questo documento si veda Kehr, IP VIII, p. 326.”.

TALAO (SCALEA), antichissima Diocesi (che, secondo il Bozza ebbe solo un Vescovo)

Angelo Bozza (…), nella sua “La Lucania etc…”, a p. 215 del vol. II, parlando di Scalea scrive che: “Si vuole che quì sia stata l’antica città di Lao, o Talao; ed avvalora un tal sospetto l’esservi rinvenute fuor delle mura dell’attuale edifizio, molti ruderi di acquedotti, di mura, di ipogei, ed un tempietto con un titolo di marmo, fatto spezzare da un’arciprete intollerante, con altre anticaglie.”. Nicola Maria Laudisio (4), traendo alcune notizie dal manoscritto del Mannelli (17), dalle “Memorie Lucane”, cap. II, p. 34 del Gatta (14), dal Tomo I, part. II, Cap. VI, parag. I, n. XIII, pag. 135 del  Troyli (16), e dal Barrio (31), scriveva nel 1831 in proposito: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Ionico. Vi è un’antica tradizione del paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, di cui Strabone ci tramanda queste notizie: Vi è il fiume Talao e il piccolo Golfo di Talao; vi è poi la città di Talao, poco lontana dal mare, ultima città della Lucania e colonia dei Sibariti. Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia riferitaci dal Laudisio (…) e tratta dal Barrio (…), secondo cui quindici località citate nella nota lettera pastorale o ‘Bolla di Alfano I’, nel 1831, al tempo in cui scriveva il Laudisio, appartenevano alla Diocesi di Cassano Ionico, ma che, secondo un’antica tradizione che si narra a Scalea, nella vicina Calabria, un tempo le quindici località, fossero appartenute all’antichissima diocesi di Talao, citata anche da Strabone, e che secondo la tradizione locale, in questa Diocesi, il primo suo vescovo fu ucciso, la sede vescovile su subito soppressa e le quindici località non furono più restituite alla Diocesi di Policastro. Il Laudisio, aggiungeva e citava la leggenda che si narra a Scalea sull’antica diocesi di Talao. Dunque, il Laudisio (…), continuando il suo racconto cita un’antica tradizione che si narra a Scalea secondo la quale: “la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località;”. Dunque, secondo questa leggenda orale, a Scalea si dice che le ultime quindici località elencate nella ‘Bolla di Alfano I°’, nell’antichità facessero parte dell’anticihissima diocesi cristiana di Talao che però – sempre secondo la leggenda – ebbe solo un vescovo il quale fu ucciso. Vediamo quali sono queste quindici località che poi in seguito furono tolte alla Diocesi di Policastro. Nella ‘Bolla di Alfano’ le ultime quindici località in ordine sono le seguenti: 15) Latronicum – 16) Agrimonte – 17) S. Athanasium – 18) Vimanellum – 19) Rotunda – 20) Languenum – 21) Rosolinum – 22) Avena – 23) Regione – 24) Abb. Marcu – 25) Mercuri – 26) Ursimarcu – 27) Didascalea – 28) Castrocucco – 29) Turtura – 30) Laeta Marathia. Dunque, secondo la leggenda citata dal Laudisio, queste 15 località facevano parte della diocesi di Talao e poi furono aggregate nel 1079 alla restaurata diocesi di Policastro. Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71, nel Laudisio (…) la traduzione della ‘Bolla di Alfano I°’ si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Dunque, nella ‘Bolla di Alfano I°’ i limiti ed i confini della restaurata Diocesi Paleocastrense sono: “Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro”. Tutte le località che si trovano a sud del fiume Fuienti (era un piccolo fiume ancora esistente tra gli attuali borghi di Rofrano e Alfano, forse corrisponde all’attuale fiume Alento). Inoltre, lungo il corso del fiume Alento sale sino alla località dove sorse il villaggio di Fujenti (un piccolo borgo oggi scomparso i cui abitanti secondo il Ronsini (…) andarono a fondare Rofrano Vetere e che nel 1079, come dice la ‘Bolla di Alfano’ “oggi è detto le Petrocelle”. Sul borgo delle “Petrocelle” io credo che si riferisca all’attuale Torre Orsaia, antica “Petrasia”. Inoltre, dice: dalle Petrocelle sino al castello che fu costruito sul ‘Monte Tufolo’. Si sviluppa poi verso Oriente e comprende oltre Bussento, che in quel momento si chiama Policastro con tutte le altre trenta località : “Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea“.

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(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)

Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a p. 8 in proposito scriveva che: “L’originale della lettera di Alfano è andato perduto nel corso dei secoli, ma se ne conosce ugualmente il contenuto attraverso alcune riproduzioni, la più antica delle quali è conservata nella Biblioteca Vaticana. Eccone il testo (10).”. Il Moliterni a p. 8 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Si è cercato di riprodurre il testo che segue nel modo più fedele possibile, conservando l’uso delle ecc..”. Il Moliterni si riferisce alla trascrizione della Bolla di Policastro’, come la chiama lui, conservata in un codice latino conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Il Moliterni a p. 10 scrive che: “Il documento è inserito nei fogli 30r – 32r del cosiddetto “Manoscritto Patetta 1621″, un codice membranaceo di ridotte dimensioni (mm. 175 x 105) ecc..”. Nel testo trascritto dal Moliterni le 30 località citate nella ‘Bolla di Policastro’ sono: “….Scilicet castellum quod dicitur de Madelmo, Cammarota, Arriuso, Caselle, Turturella, Turracca, Portu, Lacunigru. Revellu. Triclina. Ylice (12). Soluci. Latronicu. Agrimonte. Sanctum Athanasium. Vimanellum. Rotunda. Laguenum. Trolotinum. Avena. Regione. Abbatemarcu. Mercuri. Ursimarcu. Didascalea. Castrucuccu. Turtura. Laita. Marathia. cum ecc…”. Queste le trenta località elencate nella trascrizione della ‘bolla di Policastro’ in Biagio Moliterni tratta dal “Manoscritto Patetta”. Tuttavia ritengo che alcuni centri o località così elencate dal Moliterni non corrispondono a quelli effettivamente elencati nel “Manoscritto Patetta” e ritengo pure che molti dei toponimi elencati nel “Manoscritto Patetta 1621” non corrispondono ad altre ‘bolle di Alfano I°’ descritte da altri autori. Tuttavia, ritornando agli ultimi quindici centri elencati essi sono: “Sanctum Athanasium. Vimanellum. Rotunda. Laguenum. Trolotinum. Avena. Regione. Abbatemarcu. Mercuri. Ursimarcu. Didascalea. Castrucuccu. Turtura. Laita. Marathia“. Queste quindici località, nel 1079 dipendevano dalla Diocesi di Policastro restaurata nell’anno 1079, come dice la lettera pastorale detta ‘Bolla di Alfano I’ e nel 1098 secondo il Campagna, come vedremo entreranno a far parte della Diocesi di Cassano Ionico. Il Visconti (…), nell’edizione curata della ‘Synopsi’ del Laudisio (…), a p. 14, nella sua nota (37), postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. Antiq (Gabriello Barrio, ‘Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: ‘Scalea, Talaus olim dicta. De qua Strabo: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”.

Barrio, p. 83

(Fig….) Barrio, op, cit., p. 837

Dunque anche il Laudisio, vescovo di Policastro, si chiedeva quali fossero gli esatti confini in antichità della rinata diocesi Paleocastrense e afferma che le località, quasi tutte calabresi, che nel 1888, erano 15 e non facevano più parte della diocesi di Policastro ma di quella di Cassano Jonico. Il Laudisio scrive che il reale motivo per cui nel 1067 quindici località facessero parte della diocesi di Policastrosi perdeva nella notte dei tempi. Dunque, il Laudisio, sulla scorta di un’antica leggenda che si narrava a Scalea, voleva che le ultime quindici località passarono alle dipendenze della Diocesi di Cassano Ionico. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: Talaus amnis et Talaus tenuis sinus et urbs Talaus, paululum a mari semota, Lucaniae postrema, Sybaritarum colonia).”. Ma il Laudisio sulla scorta del Barrio (…) parlava dell’origine sibaritica di Scalea.  Sulla questione ci viene incontro lo studioso Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro (96).”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (96) postillava che: “(96) Nei primi dell’inverno del 1067-1068 (non nel 1070- o 1079 come si crede) Benedetto Alfano, arcivescovo di Salerno, nominò vescovo di Policastro il benedettino cavense Pietro da Salerno ecc..”. Dunque, il Campagna, anche sulla scorta di Ebner scriveva che con la Restaurazione della Diocesi di Policastro di cui venne nominato vescovo Pietro Pappacarbone, anche Laeta figura nei toponimi elencati nella “Bolla di Alfano I°”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, parlando di Tortora, a pp. 241-242, in proposito scriveva che: “Difatti, nel 1079, e per poco meno di un ventennio, la parrocchia di Tortora fece parte della diocesi di Policastro, restaurata; probabilmente fino al 1098, quando fu aggregata a Cassano. La diocesi latinizzata di Policastro doveva, così, procedere alla reintegrazione del rito latino, certamente col beneplacido di Ruggero Borsa (187).”. Il Campagna, a p. 241, nella sua nota (187), postillava che: “(187) ……Vedi L. Pennacchini, ‘Pergamene salernitane’, Salerno, 1941; N. Acocella, ‘La figura e l’opera di Alfano I di Salerno’, in “RSS, XIX, 1958. Ancora intorno al 1572 il vescovo di Policastro, Ferdinando Spinelli, ingiungeva ai sacerdoti greci della diocesi di conformarsi al rito latino, in N.M. Laudisio. Il vescovado di Cassano, per A. Guillou (Geografia amministrativa del Katepanato, etc., op. cit), fu istituito intorno al 968-970.”. Dunque, il Campagna (…), affermava, forse sulla scorta del Guillou (…) che Tortora fu aggregata alla Diocesi di Cassano Ionico nel 1098. Infatti, secondo Andree Guillou (…), nel suo ‘Geografia amministrativa del Katepanato, etc.’, il catepanato di Basilicata o di Lucania fu istituito intorno al 968-970. Dunque, se la ricostruzione storica del Campagna è corretta significa che le ultime quindici località citate nella ‘Bolla di Alfano I°’, aggregate solo in un primo momento, nel 1079 alla Diocesi di Policastro, in seguito, nel 1098 saranno aggregate alla Diocesi di Cassano. Dunque, Orazio Campagna (…), a p. 91, sulla scorta del sacerdote Francesco Russo in proposito scriveva che: “…..nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).” e, nella sua nota (59) postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Dunque, secondo il sacerdote Francesco Russo (…), l’antica Diocesi di Talao (individuata oggi nel territorio di Scalea) nell’anno 1058 papa Stefano IX l’aggregava alla più recente Diocesi di Cassano Jonico o allo Jonio. Il Campagna, forse sulla scorta del Russo (…) scriveva che nell’anno 1058 papa Stefano IX aggregava la nuova restaurata Diocesi di Cassano Ionico a quella metropolita di Salerno e aggiunge che solo dopo l’anno 1098 alcune di queste località come Tortora furono assegnate alla Diocesi di Cassano Ionico. Il Campagna (…), nella sua nota (59) citava Francesco Russo (…) che, nel vol. I, a p. 37 nel cap. I: “La Diocesi di Cassano al Jonio” scriveva che: “Le Diocesi confinanti sono quelle di Rossano, di Bisignano e di San Marco a mezzogiorno, di Anglona e Tursi e di Policastro a settentrione. Il territorio della Diocesi Cassanese è l’unico in Italia, che si estende da un mare all’altro; per cui è stata definita “La Diocesi dei due mari”. Fino al principio del secolo XX, era uno dei più vasti di tutta la Calabria, perchè comprendeva anche il territorio di Maratea, poco a sud di Sapri, e la massima parte dell’attuale Eparchia o Diocesi bizantina di Lungro. Pur così mutilata, conserva tuttavia un’entità notevole, estendendo la sua giurisdizione anche su alcuni paesi della limitrofa Lucania, in Provincia di Potenza; al contrario, diversi paesi della Calabria, che fanno parte civilmente della Provincia di Cosenza, sono aggregati alla limitrofa Diocesi di Anglona e Tursi: incongruenza questa, che si perpetua da secoli e che non si è voluto mai eliminare, malgrado i considerevoli vantaggi, che ne deriverebbero ecc…”.Dunque, in questo passo introduttivo il Russo (…), chiarisce la stratificazione dei confini e delle relative sedi aggregate nei secoli e trasmigrate da una Diocesi all’altra. La notizia dell’aggregazione di alcune nuove sedi vescovili, tutte suffraganee a quella Metropolita di Salerno, tra cui pure la sede restaurata di Cassano Ionico, si aggiunge a ciò che scriveva il vescovo Nicola Maria Laudisio (…), quando raccontava che: “Dunque questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo venne ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del Pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. In questo passo il Laudisio (…), chiedendosi il perchè dell’aggiunta delle ultime 15 località alla restaurata sede vescovile di Policastro, raccontava che un’antica tradizione narra dell’antica sede vescovile della città di “Talao” (Scalea) fu eretta nei tempi antichi e sede vescovile e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località”. Dunque, secondo il Laudisio, nell’antichità le ultime 15 località tra cui pure quelle di Tortora e di Castrocucco, vennero assegnate all’antica sede vescovile di Talao poi soppressa dopo che il primo vescovo fu ucciso non vennero più restituite all’antica sede vescovile di Buxentum. Dunque, secondo ciò che scrive il Laudisio, all’antica sede vescovile di Buxentum (…) vi erano aggregate ache le località di: …………………………..In seguito, fu creata la sede vescovile di Talao a cui furono aggregate le 15 località, ma essa fu subito soppressa perchè il vescovo fu ucciso. Nel 1079, con la creazione della restaurata sede vescovile di Policastro (ex “Buxentum”), le 15 località vennero aggregate alla sede di Policastro ma queste, restarono dipendenti dalla sede di Policastro fino a quando, nell’anno 1098 furono aggregate alla sede vescovile di Cassano Ionico, restaurata nel 1058. Dell’antica sede episcopale Bussentina ho parlato in un altro mio saggio. Ad un certo punto però con la venuta dei primi Longobardi le prime sedi diocesane fondate da S. Paolo scomparvero. Ma cosa accadde nelle nostre terre nei tre secoli successivi fino all’arrivo dei Normanni nel X secolo ?. Le notizie intorno alle prime sedi diocesane, si anno con le lettere di Papa Gregorio Magno. Ma dopo cosa accadde ?. Padre Francesco Russo (…), nella sua ‘Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968, nel vol. III a p. 17 parla di “I Vescovi di Blanda Julia” ed in proposito a pp. 19-20 scriveva che: “6) GAUDIOSO (743)- – Questo Gaudioso però è l’ultimo Vescovo di Blanda, di cui affiori la memoria. Dopo di lui di Blanda si perdono le tracce e sembra più che probabile che sia stata distrutta nella seconda metà del sec. VIII. Non conosciamo le vicende posteriori della sua Chiesa; ma abbiamo ritenuto che, verosimilmente, i suoi vescovi abbiano trovato rifugio a Scalea, per circa un secolo, cioè fino alla costituzione della Diocesi di Cassano. Se ciò non si fosse verificato, noi non sapremmo specificare a quale Pastore fosse stata affidata la cura di tutto il litorale tirrenico, che si estendeva da Belvedere a Maratea (10). L’esistenza della chiesa di ‘S. Maria de Episcopio’ in Scalea, consacrata nel 1167, potrebbe costituirne una conferma, perchè il titolo non potrebbe aver altro riferimento all’infuori dell’antica residenza vescovile. Questo titolo infatti non dovette spuntare all’atto della sua consacrazione del 1167, ma, con molta probabilità, dovette provenire dalla vecchia costruzione preesistente, la quale doveva essere adiacente o incorporata all’antico vescovado di Blanda, funzionante in Scalea. Era infatti nella prassi dei Normanni di ingrandire o di restaurare le vecchie chiesette bizantine, dotandole anche con grande generosità. “. Il Russo a p. 19 nella sua nota (9) postillava che: “(9) Mansi, XII, 369; Ughelli-Coleti, X, 30, che l’assegna a Blera “. Il Russo a p. 20 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. Russo, Storia della Diocesi di Cassano, I, p. 81.”. Dunque, secondo gli studi di Francesco Russo, l’antica diocesi di Blanda – di cui non si hanno più notizie posteriori al 743 dell’ultimo (?) suo Vescovo Gudioso, forse diventava Diocesi di Scalea che a sua volta scomparve per diventare Diocesi di Cassano Jonico.

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fosse stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

L’origine di alcuni centri del basso Cilento che la tradizione vuole dovuta alla fuga dei superstiti della distruzione della città di Velia, l’antica Elea che fuggirono nei luoghi interni della Lucania come Rivello

Da Wikipedia, alla voce di “Rivello” leggiamo che a differenza di quanto si possa pensare, l’attuale borgo sorge di fronte il nucleo insediativo originario che si era sviluppato alcuni secoli prima sulla collina di Serra Città. Quest’ultimo, dice la leggenda, sarebbe scomparso a causa di un’invasione di formiche giganti e l’odierno abitato si sarebbe costituito tra il VI e VIIII secolo d.C. Più o meno nello stesso periodo era stata distrutta sulla costa campana, ad opera dei pirati saraceni, la città di Velia, la vecchia Elea greca dove era sorta la scuola filosofica di Parmenide che da essa aveva preso il nome. Osservando lo stemma del paese si legge la scritta: “Iterum Velia Renovata Rivellum” (VeIia di nuovo ricostruita è Rivello), nonché sul frontespizio della chiesa di San Nicola un’altra iscrizione riporta: “Olim Velia, Nunc Renovata Rivellum”. Questi fatti fanno dunque pensare che i Velini fuggiaschi avrebbero fondato “Re-Velia”, come risulta chiamato il paese nel primo documento ufficiale risalente all’XI secolo (Bolla di Alfano I arcivescovo di Salerno – 1079, atto costitutivo della diocesi di Policastro). Resistono ancora nella toponomastica (“Fonte dei Lombardi” e “Piazza dei Greci”), riferimenti alle due etnie contrapposte, che diedero vita alla città: longobardi, sicuramente stanziatisi a seguito delle invasioni barbariche, e greci, probabilmente provenienti, a seguito della sua distruzione da parte dei Saraceni, dalla vicina Velia da cui si dice derivi il nome moderno (Rivello ovvero Re-Velia). Difatti, il motto del comune recita ancor oggi “Iterum Velia renovata Revellum” (Una volta Velia, rinnovata in Rivello). Un’altra probabile origine etimologica del nome, va ricercata in una formazione del tipo iterativo “Re + Vallare” cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo Revallo; dall’analogia con “ripa”, “riva” (che darebbe la forma intermedia Rivallo) potrebbe aver portato, per metafonia A>E, alla forma Rivello. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc... Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.“.

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, proseguendo il suo racconto sulla visita a Rivello, parla di antiche e numerose rovine tanto da fargli dubitare che l’antica città di Blanda non fosse a Maratea da ubicarsi ma a Rivello. l’Antonini (…), a p. 441, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ne libri dè battezzati della Parocchia di S. Maria del Poggio, dopo il fol. 13, si trova una ricevuta che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati nove, e tre tareni al Clero di Rivello per otto Preti Greci.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, (nel 1700, dunque, molto prima dell’Antonini e del Laudisio), a p. 6 parlando di Policastro ai tempi dell’antica romana Buxentum (Bussento), a p. 7, in proposito  scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) (Figg. 1) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

(…) (Figg….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (Archivio digitale Attanasio)

(…) Troyli P. P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53

(…) Plinio il vecchio, Historia naturalis, libro III, 72. Gaio Plinio Secondo (Gaius Plinius Secundus), conosciuto come Plinio il Vecchio. Si veda anche: Plinio il Vecchio, Historia naturalis, 70 d.C., circa, Napoli, Biblioteca Nazionale, MS, V. A.,3., ristampato a Firenze nel 1465.

(…) Tolomeo Claudio, ‘Geographia’, tab. VI Europa (III, 1, 70)

(…) Tito Livio, Ad urbe condita libri, libro XXIV, cap. 20, 5-6. L’Ebner dice che Livio parla di un ‘Sapriporto’ in, XXVI, 39, 1-19

(…) Alberti Leandro, “Descrittione di tutta l’Italia, et isole pertinenti ad essa. Di fra Leandro Alberti bolognese. Nella quale si contiene il sito di essa,l’origine, & le signorie delle citta, & de’ castelli; co’ nomi antichi, & moderni; i costumi de popoli, & le conditioni de paesi”; Stampatore: Paolo Ugolino; Venezia, 1596

Jaffé-Loewenfeld

(…) Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2° ediz., II vol., Lipsia, 1888 (Archivio digitale Attanasio)

(….) BINII, SEVERINI (SEVERIN BINIUS; SEVERINO BINI)
Concilia Generalia et Prouincialia (Provincialia) graece et latine quae reperiri portuerunt omnia. Item epistolae decretales, et Romanorum Pontificum vitae.Opera et studio… Codicibus inter se collatis aucta & recognita, notis illustrata, et historia methodo disposita. Opus nunc primum in Gallia diligentius quam antea & accuratis editum… in tomus nonus distributum; Indicibus item suis locupletatum: uno Rerum verborum & Pontificum, Epistol. decretalium & Conciliorum, ordine alphabetico dispositorum; altero locorum Sacrae Scripturae.
(…) Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 Laudisio trae la notizia da:  “an. 649 ex Binnio, tomo IV, pag. 736”

(…) Jaffé-Ewald. Pietro Ebner (…), nella sua nota (114) postillava e citava “Jaffé-Ewald”. Il Regesta Pontificum Romanorum è un’opera che raccoglie migliaia di documenti del papato emessi dagli inizi della Chiesa cattolica fino al 1198, pubblicata la prima volta a Berlino nel 1851, dallo storico e filologo tedesco Philipp Jaffé. L’edizione del 1851 è stata riveduta, corretta ed ampliata in due occasioni:

  • nel 1885-1888 da S. Loewenfeld, F. Kaltenbrunner e P. Ewald
  • recentemente da Klaus Herbers in un’opera di cui, finora, sono usciti i primi tre volumi, che coprono il periodo dagli inizi fino al 1024.

Tra il 1874 e il 1895 uscirono due volumi, editi da August Potthast, con l’edizione del Regesta pontificum romanorum per il periodo compreso tra il 1198 e il 1304, in continuazione dell’opera di Philipp Jaffé.

(….) CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899. Il Lanzoni per il vescovo Iulianus cita (CIL, XI, 1 e 3, 458).”. Il Lanzoni (…) con questa sigla “CIL” si riferiva all’opera: “CIL = Corpus inscriptionum latinarum consilio et, auctoritate academiae litterarum regiae Borussicae editum, Voll. XV, Berlino, 1863-1899.”. Il CIL raccoglie e cataloga tutte le iscrizioni epigrafiche latine dall’intero territorio dell’Impero romano, ordinate geograficamente e secondo una numerazione progressiva per ogni volume. I primi volumi hanno raccolto e pubblicato versioni autorevoli di tutte le iscrizioni precedentemente pubblicate e continua ad essere aggiornato nelle nuove edizioni e nei supplementi. Fu fondato nel 1847 a Berlino presso l’Accademia delle Scienze allo scopo di pubblicare una collezione organizzata delle iscrizioni latine, che precedentemente erano state descritte frammentariamente da centinaia di eruditi durante i secoli precedenti. Alla guida del comitato costituito allo scopo fu Theodor Mommsen (che scrisse vari volumi sull’Italia).

(…) Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 ( rist.), pp. 371-372, oppure ed. Berolini, 1935, p. 371. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (2), sulla scorta del Keher (vedi nota 70 che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I).

(…) Baumund P.M., Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385

(…) Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581.

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888; Tip. Buona Stampa, 1888, Cimitile (Archivio Attanasio).

(…) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

(…) Lenormant Francois, La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant, Vol. I, Cosenza, ed. ‘Casa del Libro’, dott. Gustavo Brenner, 1961 (citato da Gay J., op. cit., a p. 270, si veda p. 308 (Archivio Attanasio)

(…) Anastasi Bibliotecarii, De Vitis Romanorum Pontificum a B. Petro Apostolo, ad Nicolaum I. Romae, Salvioni, M DCC XVIII in 4.

(…) Bernino Domenico, L’Historia di tutte l’Heresie descritta da Domenico Bernino, Roma, Stamperia Bernabò, 1719 (Archivio Storico Attanasio), si veda vol. II, secolo 8, pag. 399 (noi però abbiamo trovato il paragrafo che parla di Papa Paolo I, nel vol. II, secolo VIII, p. 191).

(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (…), p. 136 nota (c); Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di ‘Paleocastren’. Il Cappelletti (…), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.

(…) Romanelli Domenico, Antica topografia istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815, p…

(….) Antonini Giuseppe, La Lucania – discorsi, discorso XI, parte II, ed. Tomberli, Napoli, 1797.

(…) Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII, p. 199. L’antico testo di Mario Nigro o Dominicus Marius Niger, Veneto, commenta il libro XI della Geografia di Strabone (Archivio digitale Attanasio)

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(Figg…..) Filippo Cluveri(o), ‘Italia antiqua’, 1624, p. 1263 (…)

(…) Filippo Cluverio, Italia antiqua, 1624, Lugduni Batavorum, Elsevier, 1624, II, p. 1263, parla di Porto de Sapri e di Blanda. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca.

(…) Holstenius (Olstenio) Lucas, (Note  all’Italia antiqua di Cluverio (18)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22  e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’. Si veda pu- re: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942.

(…) Michele Lacava, Del sito di Blanda, Lao e Tebe Lucana, 1891, pag. 17.

(…) Duchesne Louis, I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, stà in Barni Gianluigi,  I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383 (Archivio Attanasio)

(…) Ravegnani G., I bizantini in Italia, Ed. il Mulino, 2004, pp. 146 (Archivio Attanasio)

(…) Ostrogorsky G., Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, 1968 (Archivio Attanasio)

Lanzoni Giuseppe, Le origini delle Diocesi d'Italia

(…) Lanzoni Francesco, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323 (Archivio digitale Attanasio)

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, 12 voll. Roma, ed. G. Gesualdi, 1974-1993; Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, 1974, si veda I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.

(…) Russo P. Francesco, Storia della Diocesi di Cassano allo Jonio, ed. Laurenziana, Napoli, 1968 (Archivio Attanasio, vol. III)

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Attanasio).

(…) Magaldi Emilio, Lucania Romana, ed. Istiituto di Studi Romani, Roma, 1917, vol. I-II (Archivio Attanasio)

(…) Duchesne Louis, I Vescovadi italiani durante l’invasione longobarda secondo Monsignor Duchesne, (Les eveches d’Italie et l’invasion Lombarde), in Mélanges d’archéologie et d’historique publies par l’ecole francais de Rome, XXIII, 1903, p. 88 e 25 (1905), pp 365–399 (cfr. p. 367), stà in Barni G., I longobardi in Italia, ed. De Agostini, 1974, p. 383-384; Si veda pure: Paul Fridolin Kehr, Italia Pontificia, vol. VIII, Berlino, p. 370.

(…) Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581; su Migne, op. cit., Ep. XLIII, c. 1. 2° (cfr. nota 34 di ‘Pyxous’, in Tancredi, p. 18)

(…) Gregorio Magno papa, Registro Episcopale, scritto tra il 590 e il 604; si veda anche: Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; si veda pure nota (18) del Gaetani: ‘Libro 4, ep. VI‘, sul vescovo Agnello e pure Libro 2, ep. XLIII (citate dal Gaetani, op. cit., note (18) e (19)). Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(…) Gregorio Magno papa, Epistola n. 49, Lib. 8, ep. 49, lib. 11, ep. 18′, dove il Vescovo di Roma, scriveva a Rufino e poi Venanzio, vescovi di Vibona; Si veda pure: Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606: forse Tomo II, cap. III, p. 736. Si veda pure: Papa Gregorio Magno, Epistole, V, 41, edizione critica di Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri I-VII, ‘Corpus Christianorum’, Series Latina 140, Brepols, Turnhout, 1982 – Dag Norberg, S. Gregorii Magni registrum epistularum libri VII-XIV, Corpus Christianorum, Series Latina 140 A, Brepols, Turnhout, 1982.

(…) Gregorio Magno papa, Epistola 2, 42 o 43 (?), datata Luglio 592, stà in ‘Monumenta Germanica Historica, stà in Gregorii I papae Registrum epistolarum;  oppure si veda pure: Ebner P., op. cit. che dice essere l’epistola (Epistulae, II, 29); oppure si veda: Epistulae XLIII, 1, 2, Ind. X, stà in Migne J. P., Patrologiae Cursus completus, Tomo 78, Paris, 1849, Tomo 18° S. Gregorio Magno T. 3°, Libro 2°, lettera 43°, Ind. 10, col. 581. L’Ebner, op. cit. (15), nelle sue note a p. 25, scrive che si veda il Bivio, nel III vol. dei suoi ‘Concilii ecc.?, p. 685, ma non si tratta di Bivio ma di Binius Severino, Concilia Generalia et Provincialia, Colonia, 1606, vol. IV, p. 736 (…)

(…), Gagliardo Carlo, (…) Institutiones Juris Canonici, Napoli, 1848, T. I, tit. 18; “cfr. Laudisio (vedi versione a cura del Visconti), op. cit.,  p. 20, nota (f)”.

(…) Atti degli Apostoli, cap. XXVII, 11-15

(…) Fimiani, De Ortu et Progressus metropoleon Ecclesiasticorum, Napoli,

(…) Mansi Joseph, Sacrorum Conciliarorum nova et amplissima collectio, Firenze-Venezia, 1759-98, vol. IV, 574; Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”.

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Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso. Il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli –  in questo primo suo studio (…), fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Il Gaetani, aveva pubblicato altri suoi studi teologici. E’ stato Bibliotecario dell’Archicio Diocesano di Policastro Bussentino al tempo del Vescovo Cione. In seguito pubblicherà altri scritti sulla storia di Torraca e quindi di Sapri: “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca” (…), nel 1906 e poi nel  1914, il saggio su “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” (…), ambedue ristampati a cura della nipote Rossella Gaetani. Buona lettura. Il Gaetani (…), nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico ecc..’, parlando della Diocesi di Bussento, scriveva in proposito:

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Traducendo il testo del manoscritto del Mannelli (…), le cui pagine inedite, ho pubblicato ivi, in un altro mio saggio, in originale, il Gaetani (…), da p. 17, inizia a parlare della bolla di Alfano I, citando l’Antonini (…), dove parlava della rinata Diocesi Paleocastrense. Il Mannelli (…), a p. 17, secondo il Gaetani, scriveva che: “Basta leggere la lettera di Alfano, anzi la sola intitolazione, ecc…” (si veda fig….).

(…) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, 1906; sulla scorta di questa notizia, il Tancredi (Tancredi L., Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e pure in ‘Sapri giovane e antica’. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); e, Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (6) che ricopiò da un’esemplare di Scipione Volpicella; in particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano I (…), la cita allo stesso modo del Mannelli (…), riportandone solo l’intestazione.

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Attanasio)

d'avino-porfirio

(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848,  a p. 538 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

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(…) De Rosa Gabriele, Vescovi popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174 (Archivio Attanasio)

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Attanasio)

(…) Bernino Domenico, Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino, Roma, 1709

(…) Delahaye M., Synax Costantinopolitani della Vergine, (scrive Ebner a p. 587, vol. I) si veda col. 511, 5 marzo: “ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron. Martire 4 marzo, col. 509: O aghios.”.

Di Luccia

(…) Di Luccia Pietro Marcellino, L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, pp. 8 e 3 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

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(…) Tancredi Luigi, Sapri giovane e antica, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, pp. 19, 23 e 34 (Archivio Attanasio); si veda pure Tancredi Luigi, Il Golfo di Policastro, Napoli, 1976, e si veda pure Tancredi Luigi, nel pubblicare il documento notarile (2) al posto di Velia, riporta “Avenia, p. 23.

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

(…) De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963

Pomponio Mela mappamondo xilografia veneziana 1482

(…) Pomponio Mela, De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (35), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV. Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione dall’originale del testo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Monaco in Austria.

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(…) Beguinot Corrado, Il Cilento, problemi urbanistici, (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cilento Nicola, Le incursioni saraceniche in Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, …….; dello stesso autore si veda pure: ‘I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X’ – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.

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(…) Carucci Carlo, La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato, Storia diplomatica, Subiaco, ed. Tipografia dei Monasteri, 1934 XII (Archivio Attanasio)

(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Attanasio).

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’, ed. G. Caldo, Napoli, 1964, p. 7; dello stesso autore si veda pure: ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ITEA, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, a. XII (1951), 1-4, pp. 93-108; dello stesso autore si veda pure: ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro’, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, IV, 1934 (Archivio Attanasio).

(…) D’Auria A., L’omicidio di mons. Marchese dei feudatari di Camerota, stà in “Annali Cilentani”, a. XIII, n. 2, Luglio-Dicembre 2001, pp. 179-208 (Archivio Attanasio)

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della Memoria, luoghi e leggende, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2007, p. 234 (Archivio Attanasio

(…) Cardinale Sirleti (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Il Sirleti (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177 (vedi nota (51), di Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’.

(…) Cappelletti Giuseppe, Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp…….

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi“, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

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(…) Acocella Nicola, La traslazione di San Matteo, stà in ‘Documenti e testimonianze’, ed. Di Giacomo, Salerno, 1954 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, Ente per le Antichità e i Monumenti della Provincia di Salerno, Salerno, 1963 (Archivio Storico Attanasio), Parte II, p. 7 (su S. Matteo). Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”

(…) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i ‘Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(Fig…) La ‘Lucania Sconosciuta’, Capo XI, manoscritto inedito di Luca Mannelli (…).

(…) (Fig….) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine dell’ordine di S. Agostino, inedito conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. Frammenti del manoscritto intitolato la ‘Lucania sconosciuta’ del P. Maestro Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine è conservato a Napoli, alla Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Il manoscritto inedito di Luca Mannelli, ‘Lucania sconosciuta’ ( di cui pubblichiamo una delle pagine del Capo XI, illustrato in Fig. 4), ci parla della storia della Lucania ed in particolare al Capo XI del Libro II, ci parla di Camerota e della storia dell’antica Bussento e di Policastro. Recentemente abbiamo ottenuto la fotoriproduzione digitale delle dieci pagine contenute nel Libro II del Capo XI del manoscritto ‘Lucania Sconosciuta’ del Mannelli, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli con la seguente collocazione: BNN, Ms. XVIII.24, che abbiamo pubblicato integralmente su un altro nostro studio ivi: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli” e a cui rimandiamo per gli opportuni approfondimenti. L’Ebner (5), nel suo saggio  Pietro da Salerno e il monachesimo Italo-greco nel Cilento, a p. 92, nella nota (4), afferma che nel manoscritto del Mannelli, si parla e si cita la bolla di Alfano I, nei ff. 23 e 42 è ripetuto ricordo della bolla e nel II (v. Policastro): “Per lo che Alfano concedendo alle preghiere di quel Popolo per primo Vescovo Pietro Pappacarbone come nella sua bolla, che dianzi accennai si legge.”. Il manoscritto del Mannelli, è stato trascritto sia dal Gatta (14) che dal Gaetani (9). Nel Gaetani (9), troviamo il passo del Mannelli, citato dall’Ebner (5), a p. 23.

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(…) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, (cap. XIV, p. 29; si veda pure dello stesso autore: ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, Lauria, Tip. Editrice Francesco Rossi & figli, 1934 (Archivio Attanasio)

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(…) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’ ( a cura di A. La Greca, A. Capano, D. Chieffallo, G. Chirichiello), ed. Cento di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2013, p. 42 (Archivio Attanasio).

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Attanasio)

(…) Crisci G. e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.

(…) Mosca Gaspare, De Salernitanae Ecclesiae Episcopis et Archiepiscopis catalogus, Neapoli, 1591

(…) Scandone Francesco, Documenti per la storia dei Comuni dell’Irpinia, vol. I, Avellino, 1956

(….) Chioccarelli Bartlomeo, ‘de Episcopis et Archiepiscopis Neapolitanis’

(….) Crispo Anna, ‘Antichità Cristiane della Calabria prebizantina, in A.S.C.L., XIV, 16

(…) Di Luccia P. M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (23) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(…) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA

(…) (Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (22) e dal Cataldo (23). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (24) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (2), a p. 154, alla nota 4 (nota 1) e, pare che trae questo antico documento dal Canonico Giuseppe Menta, che troviamo citato su un antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Riguardo poi al documento in questione, ne parla anche il Cataldo (23), che, nelle sue note (p. 19, nota n. 71) in proposito scrive che il documento è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Infatti, per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, si veda pure Cataldo (16). Il documento è citato anche dal Tancredi in Sapri giovane e antica (3), p. 19, che nella sua nota (1) dice: (1 – Cfr. Platea della Badia di S. Giovanni a Piro, pag. 137 MS.). Il Cataldi (…) affermava che l’antico documento notarile manoscritto del 1695-96 (5), è conservato all’Archivio diocesano di Policastro (…) e, pare che il Gaetani (…), l’abbia tratto dal Canonico Giuseppe Menta – suo carissimo amico – ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”. Il Laudisio non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: “ come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “.

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(…) Magaldi Josè, Cennno storico Archeologico della città di Sapri, e descrizione dei ruderi ivi esistenti e preesistenti illustrati da rilievi e disegni, Incarico della Regia Soprintendenza alle Antichitità e Scavi della Campania, Sapri, Marzo 1928, Anno VI; questo scritto di cui noi possediamo una copia donataci dall’autore, è inedita ma depositata a Salerno. Il Magaldi scrisse detta relazione a seguito dei lavori di scavo per conto della Regia Soprintentenza che si tennero a S. Croce nel 1928. Nello scritto, il Magaldi racconta che i rinvenimenti maggiori si ebbero nel 1884, in occasione delle opere e lavori che portavano a  compimento il tronco di strada provinciale oggi S.S. 18, in località denonominata S. Croce, con Sindaco il dott. Nicola Gallotti che nel 1899, scrisse diversi libretti.

(…) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Autore (Archivio Attanasio), p. 29; si veda pure: Cataldo Giuseppe, Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (2), si veda p. 19, nota 71.

(…) Scarfone Antonio, “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in “Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia”, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA

(…) Loppel Sergio, Ricerche subacquee -Sapri archeologica, stà in ‘Mondo Archeologico’, 1976, pp. 24-25, n° 7 (Archivio Attanasio)

(…) Fulco Aleardo Dino ‘Blanda sul Paleocastro di Tortora’, edizioni Grafiche Moderne, Scalea, 1976 (Archivio Attanasio)

(…) Nissel Heinrich, Italianische landeskunde, vol. II, ed. Weidmannsche Buchhandlung, Berlino, 1902; Ebner parlando di Scidro lo cita e dice vol. II ed. 1899-1902, p. 898, ecc..ma sarà una diversa edizione perchè p. 898 non c’è nel mio testo che arriva fino a p. 480; nella mia Relazione (1) nella nota (42) postillavo che: “Nissen, op. cit., vol. II, p. 899, n.8, e vedi anche Karhsted U., Die Wirtschaftlissche Lage Grossgriechenlands in der Kaiserzeit, Wiesbaden, 1960, p. 22 e, (43) Mommsen, CIL, X, 461; questo stesso cippo è dato come proveniente da Buxentum da Russi A. in Dizionario Epigrafico De Ruggiero, s.v. Lucania,

Rivello ed i suoi monasteri italo-greci di S. Pietro e quello di S. Gaudioso

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare sui cenobi italo-greci e basiliani, i monasteri e le Abbazie sorte a Rivello, le loro origini ed altro. Il presente saggio, vuole rappresentare la ricerca di testimonianze del passato, che siano scritti, documenti originali ed altro utile a poter ricostruire un quadro sintetico e storiografico.

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(Fig….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…)

Carta del Cilento

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Attanasio)

Da Wikipedia, alla voce di “Rivello” leggiamo che le origini della città si fanno risalire all’Alto Medioevo; tuttavia, i numerosi reperti archeologici (rinvenuti nella contrada detta, appunto, “Città”) fanno supporre che Rivello sia l’erede della città lucana – esistente già dal periodo preromano – di Sirinos. Notoria è la divisione, a partire dal medioevo, della città in due distinti quartieri, quello superiore, i cui abitanti, detti bardàv’ti, erano legati uno alla chiesa di rito latino (San Nicola di Bari) e quello inferiore, i cui abitanti, bardàsci, erano fautori della parrocchia di rito greco (Santa Maria del Poggio). Leggiamo pure che a differenza di quanto si possa pensare, l’attuale borgo sorge di fronte il nucleo insediativo originario che si era sviluppato alcuni secoli prima sulla collina di Serra Città. Quest’ultimo, dice la leggenda, sarebbe scomparso a causa di un’invasione di formiche giganti e l’odierno abitato si sarebbe costituito tra il VI e VIIII secolo d.C. Più o meno nello stesso periodo era stata distrutta sulla costa campana, ad opera dei pirati saraceni, la città di Velia, la vecchia Elea greca dove era sorta la scuola filosofica di Parmenide che da essa aveva preso il nome. Osservando lo stemma del paese si legge la scritta: “Iterum Velia Renovata Rivellum” (VeIia di nuovo ricostruita è Rivello), nonché sul frontespizio della chiesa di San Nicola un’altra iscrizione riporta: “Olim Velia, Nunc Renovata Rivellum”. Questi fatti fanno dunque pensare che i Velini fuggiaschi avrebbero fondato “Re-Velia”, come risulta chiamato il paese nel primo documento ufficiale risalente all’XI secolo (Bolla di Alfano I arcivescovo di Salerno – 1079, atto costitutivo della diocesi di Policastro). Resistono ancora nella toponomastica (“Fonte dei Lombardi” e “Piazza dei Greci”), riferimenti alle due etnie contrapposte, che diedero vita alla città: longobardi, sicuramente stanziatisi a seguito delle invasioni barbariche, e greci, probabilmente provenienti, a seguito della sua distruzione da parte dei Saraceni, dalla vicina Velia da cui si dice derivi il nome moderno (Rivello ovvero Re-Velia). Difatti, il motto del comune recita ancor oggi “Iterum Velia renovata Revellum” (Una volta Velia, rinnovata in Rivello). Un’altra probabile origine etimologica del nome, va ricercata in una formazione del tipo iterativo “Re + Vallare” cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo Revallo; dall’analogia con “ripa”, “riva” (che darebbe la forma intermedia Rivallo) potrebbe aver portato, per metafonia A>E, alla forma Rivello. A testimoniare la presenza di queste popolazioni rimangono ancora visibili i resti di due fontane, quella dei Longobardi e quella dei Greci costruite nelle zone da essi rispettivamente occupate, dove le donne dell’epoca andavano ad attingere acqua e a lavare quando non avevano grossi carichi da portare al fiume e che servivano anche per abbeverare gli animali. Alla scissione del Ducato di Benevento, Rivello fu incorporato nel Principato di Salerno. Quando i Normanni conquistarono l’Italia meridionale, gli abitanti del paese si schierarono con essi, poi passò nelle mani degli Angioini ed infine fu feudo dei Sanseverino, dei Ravaschiero e dei Pinelli. Queste terre rivestono un’importanza fondamentale per lo studio dell’anacoretismo dell’Italia meridionale tanto da indurre alcuni studiosi, a credere che quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (…) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (…).

Nel 560 a.C., il popolo dei SIRINI e la città di SIRINO e Siruci (oggi Seluci), popolo che darà origine ai LUCANI

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a p. 1, in proposito scriveva che: Di seguito si proporrà un breve excursus sulle città più importanti. Siri La città di Siri sorgeva nella regione nord occidentale dell’arco del golfo di Taranto, tra la foce del fiume omonimo (Sinni) e quella dell’Akiris (attuale Angri), in una vasta e fertile pianura chiamata Siritide, in una posizione favorevole ai rapporti sia con le popolazioni della Lucania sia con quelle dell’area tirrenica. Alcune fonti ne assegnano la fondazione ad un gruppo di profughi di Troia; altre testimonianze indicano come città madre la ionica Colofone, da cui si sarebbe allontanato un gruppo di esuli all’epoca dell’invasione di Gige, re della Lidia (ca. 675 a.C.). In seguito la regione risulta abitata dai Coni, popolazione di stirpe enotrica. I Sirini avanzarono ad ovest lungo la valle del Sinni fino al lago e al monte Sirino, presso Lagonegro; fondarono Siruci, (oggi Seluce frazione di Lauria) e si spinsero sino al mar Tirreno, nel nostro golfo. Pixus, se proprio non fu fondata, fu da essi colonizzata e scelta come scalo marittimo e commerciale. La floridezza e la ricchezza di Siri, suscitarono l’invidia ma, soprattutto, la preoccupazione delle vicine città achee di Metaponto, Sibari e Crotone; queste ultime, infatti, non tardarono a porsi contro di essa e la espugnarono dopo il 550 a.C.”. Nel 1743, Giuseppe Gatta (…), figlio di Costantino Gatta (…), pubblicò postumo ‘La Lucania illustrata’ del padre nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania etc..’, per i tipi della Stamperia Muziana. Egli corregge alcuni errori della precedente edizione del padre ed in proposito a Lagonegro a pp. 307-308 scriveva che: “Stà Egli situato quasi nel mezzo dè smisurati Monti ‘Alburno e Sereno’, quello su le sponde del ‘Tanagro’ e ‘Silare’, questo su l’alpestre Valli ove era l’antico ‘Nerulo’ oggi detto ‘Lagonegro’; dè quali alti, precipitosi, aspri e sassosi Monti, e delle loro strabocchevoli Balze, forse favella ‘Livio (a), quando esprime che se Alessandro il Macedone avesse in questi luoghi dirizzato il corso delle sue armi, quivi con perpetua ignominia eclissato avrebbe le sue glorie, per esser quelli luoghi inaccessibili e malgevoli per condurvi uno esercito effeminato e molle, qual fu quello dè Greci sotto la condotta del gran Macedone.”. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato in parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata…….Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel litorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. Etc…”. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello…..Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante.. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Poco o niente scrive Mario Napoli (….), nel suo “Civiltà della Magna Grecia”, dove a p. 236 parlando della Sibaritide, di Eraclea dopo la distruzione di Siris, in proposito scriveva che: ‘’Tutto cio ci fa comprendere ciò che dovette essere la Siritide, sia dopo la distruzione di Siris che dopo la fondazione di Eraclea, e qualche problema speifico, come quello della moneta collegata con Pixunte, può trovare migliore inquadramento, e l’altro della popolazione indigena dei Sirini, ricordata da Plinio (N.H., III, 10, 98) e dei vari toponimi affini può suggerirci stimolanti sospetti.”. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “In prosieguo, nel secolo VIII avanti l’era volgare, quivi approdarono le prime colonie Elleniche, che fondarono fiorenti e rinomate città sulle spiagge del Ionio: Sibari, Turii, Siri, Eraclea, Pandosia e Metaponto; e sulle rive del Tirreno: Posidonia, Velia, Palinuro, Molpa, Pixo e Lao, onde la regione fu denominata nobilmente Magna Grecia…….e ricordare che altri popoli, degni di nota nella storia cittadina, furono i popoli Sirini, o figli dell’antica Siri, la bella città italiota che fior’ alla destra del Sinni fra Novasiri e Rotondella, e che vuolsi fondata da alcuni profughi Troiani. Già s’è riferito nel cap. XV che la città di Siri abbia preso il nome dal fiume Siris o Sinni, e che l’etimologia originaria di questo sia derivata dalla radice snscrita, sar, fluere, scorrere. Quando poi la città di Siri nel secolo V a.C. fu vinta e distrutta dai Tarantini, gli abitatori, cacciati dal loro territorio detto Siritide, furono costretti ad emigrare, e risalendo il corso del fiume Siri, o Sinni, vennero a chiedere ai barbari dell’Enotria qualche lembo di terra, che la fraterna gente dell”Ellade aveva loro negato…..e dal nome della madre patria furono detti Popoli Sirini, e diedero, alla loro volta, il nome al monte Sirino, attorno a cui avevano preso stanza. D’essi fa pure menzione Plinio noverandoli fra gli undici popoli Lucani. A tal proposito scrive il Corcia nella Storia delle due Sicilie (Vol. III, p. 310): “Poichè di Siri appena rimanevano le rovine ai tempi di Plinio, i Popoli Sirini, di cui parla il geografo e che dal fiume stesso si nominarono, nei primi tempi dell’Impero sono da supporre nella parte superiore del suo corso, dove forse abitarono spicciolati in villaggi, come rimane tuttavia l’antico suo nome al monte Sirino sopra di Lagonegro, nella cui parte orientale ha le fonti”.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che era una città dell’Italia antica, di cui si è argomentato l’esistenza, mettendo in relazione la leggenda ΣΙΡΙΝΟΣ delle monete incuse generalmente attribuite a Siri sullo Ionio (v. siri), con i Sirini, menzionati da Plinio (Nat. hist., iii, 15, 97) fra i popoli della Lucania interna, e col toponimo ancora vivo per tutto il massiccio appenninico, che culmina nel Monte del Papa ed a Lagonegro (Potenza) sulle sue pendici occidentali. Si è proposto di identificarla nei ruderi di un vasto abitato sopra uno sperone roccioso, che dai contrafforti del Sirino si protende nella valle di Lauria presso Rivello e ch’è ancora chiamato “La Città”. Popolata presumibilmente da indigeni, fu in rapporti con Siri per la diretta via del fiume omonimo (oggi Sinni) ed alla caduta di questa (560 a. C. circa) si trovò nel territorio dominato da Sibari. Gli stateri d’argento, emessi nella seconda metà del VI sec. in alleanza con Pixunte (v.), mostrano chiaramente l’influsso sibaritico così nel tipo del toro retrospicente, come nel peso. Questi caratteri achei e quelli cronologici delle monete mal si conciliano con le tradizioni ioniche e con la precoce fine di Siri, la cui distanza ne fa per giunta un’alleata poco probabile di Pixunte. Per la sua posizione sulla principale via (che fu poi la Popilia o l’Annia) verso il settentrione e sulla diramazione verso la vicina baia sul Tirreno, “La Città” dové prosperare fino ad età tarda: lo provano i resti tuttora visibili e, meglio, l’abbondante materiale scoperto e disperso nei secoli scorsi. Statuette di bronzo, difficilmente apprezzabili per la corrosione, e monete si recuperano anche oggi, più spesso trascinati a valle dalle acque. Ma soltanto cauti e metodici scavi potranno accertare se l’ipotesi del nome risponde al vero e restituire i documenti della civiltà fiorita in quest’area. Bibl.: Per l’identificazione di S.: P. Zancani Montuoro, in Arch. Stor. Calabria e Lucania, XVIII, 1949, p. 11 ss. Per le monete: J. Perret, Siris, Parigi 1941, p. 21 ss.; L. Breglia, in Annali Ist. It. Numism., I, 1954, p. i ss. Per i rinvenimenti: G. Antonini, La Lucania, Napoli 1795-77, p. 442; G. Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, p. 372; M. Lacava, Del sito di Blanda, Lao ecc., Napoli 1891, p. 20; Not. Scavi, 1952, p. 50 ss.

La città sepolta di Irie

Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda. In seguito, per distinguerlo dall’altro Lauro che trovasi in provincia di Avellino e che anche faceva parte del principato di Salerno, lo chiamarono Laurum Iriae, come Saponara Grumenti, per ricordare ai posteri l’antica origine, senonchè il nome Iraiae venne incorporato a Lauro e si formò una sola parola Lauria. Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. Quando venne poi distrutto Siluci questo castello di Lauro aveva già assunto il nome di Lauria come nota lo stesso storico Placido Troilo, il quale così si esprime: “Essendo stata sopra Lauria la terra di Siruci che in lingua del paese si addimanda presentemente Siluci, questa fu poi distrutta e gli abitanti andarono ad abitare a Lauria. In feudo nobile il luogo si permutò ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.” Troilo Abbate Placido libro 1 pag. 171. Colla distruzione di Seleucio venne dunque d ingrandirsi il territorio di Lauria Superiore il cui abitato era limitato alle antiche case dei cosiddetti Cafari Pinti e di S. Veneranda ed aveva una cinta di mura presso la cui porta trovavasi la chiesetta di S. Giovanni, oltre alla porta di S. Antonio Abate nell’altra cinta dei Cafari Pinti. I cittadini di Lauria Superiore accolsero gli abitanti di Seleucio (corrotto Siluci) e così formarono un sol dialetto. I cittadini di Lauria inferiore oriundi da Blanda ebbero un altro dialetto che anche attualmente porta le desinenze dei verbi simili a quelle di Tortora e di Maratea, paesi che accolsero anche parte dei profughi di Blanda. Lauria dunque fu primariamente detta Laurum oppidum ex lauro arbore, dice un antico manoscritto della storia degli Abati del Sagittario che a tempo del Vescovo Leonasi conservavasi nella curia vescovile di Tursi. Lo conferma la carta geografica dei Longobardi del seolo IX – lo conferma ancora lo stemma di Lauria su cui risalta il verde alloro al quale si accoppia un uccello favoloso, il basilisco, ciò che dimostra che Lauro si chiamò Lauria quando questo lembo dell’antica Lucania aveva perduto il suo nome ed aveva assunto il nome di Basilicata, onde molti paesi adottarono nella regione sullo stemma il basilisco. La leggenda dei capitani greci che avessero fondato Lauria non resiste alla severa critica di un oculato archeologo. Questa leggenda fu inventata di sana pianta da un presunto erudito che trovavasi di passaggio per Lauria interpellato da alcune persone. Così rilevasi da un antico opuscolo del dott. Gugliotti. La popolazione del castello di Lauria attrasse i primi abitanti a fortificarsi sulle pendici dei siti detti di poi di S. Giovanni, di S. Veneranda e di S. Maria alla Porta. Fo qui notare che tutte le più antiche bolle pontificie, comprese quelle riguardanti il Rogerius de Lauria, segnano Lauria e non Laurea, come in seguito hanno voluto latinizzarla. In un antico manoscritto che mi viene fatto osservare da D. Gennaro Megali di Rivello, lessi che Rivello chiamavasi anticamente Iriello ‘modo Rivellum diclum’ e Lauria Castrum Laurum Iriae. Ciò conferma la mia asserzione. Nei dipressi di Irie sorse nell’epoca Cristiana un castello che si disse Castel Nuovo (come tuttora di appella, sebbene ridotto in pochi ruderi) e ciò per distinguerlo dall’antico castello d’Irie distrutto, che pur essendo di origine Fenicia, appartenne alla repubblica di Velia. Come sotto il Lago Sirino sia esistita una città lo dimostra un idolo rinvenuto in quel luogo. In esso, si notano ancora i caratteri cuneiformi. Uno identico è descritto con figura nel libro di Van De Berg quando parla delle stele Fenicie. E’ in questo libro che si nota come i Fenici furono i primi navigatori ed i primi commercianti dell’antichità. Non vi è paese nel bacino del Mediterraneo, egli dice, dove i Fenici non tentarono fondare una colonia ed avere un emporio industriale affine di mantenersi in relazione cogli abitanti della contrada. La fabbricazione del bronzo con miscuglio di rame e di stagno fu tra le loro industrie più attive. Essi conoscevano miniere d’oro nell’Asia, di argento nella Spagna e mantenevano segreto il luogo di queste miniere. Il Montesquieù dice che l’industria li rendeva necessarii a tutte le nazioni del mondo. Nel itorale del bacino del Mediterraneo e nei siti attigui fecero commercio d’idoli e di amuleti. Fino ai nostri giorni sono esistite fabbriche per la lavorazione del rame lungo il corso del Sonante sotto Castelnuovo ed in quei dipressi si rinvengono idoli ed amuleti di rame e di bronzo ciò che fa pensare di essere stata impiantata fin dal tempo dei Fenici in detti luoghi qualche officina per la lavorazione di idoli, di amuleti e di altri oggetti di bronzo e di rame nonchè di altro metallo più prezioso, come ricordasi per tradizione anche da qualche persona del luogo. La lavorazione del rame e di altro metallo tradizionalmente continuò dunque colà nell’epoca delle repubbliche della Magna Grecia, nell’epoca dell’impero romano fino ai nostri giorni, ciò dimostra che i popoli di questa contrada avevan fatto progresso fin dai tempi più remoti. I figli di Iria (detta in latino Uria) i figli di Blanda e gli abitanti di Seluci, riunitisi in queste balze per difendersi da elementi ostili, edificarono una cappella che dedicarono alla Madonna delle Armi come prima di ingrandirsi col rione inferiore ne avevan costruita un’altra dedicata a S. Maria alla Porta (1). Quest’ultima dimostra infatti che l’antico Lauro incominciava proprio da questa cappella ove era una delle porte delle mura di cinta dell’abitato e che in poco tempo venne accresciuto della grossa borgata di Lauria Inferiore, ciò che non poteva avvenire senza una nuova colonizzazione.”.

Nel 560 a.C., PIXUNTE e SIRIS (?) o la città di SIRINO, la lega Achea e le monete con la leggenda “SIRINO-PIXUS”

Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. V – Metaponto, Siri e Lagaria”, a pp. 138-139 parlando di Pixunte, in proposito scriveva che: “I due termini fondamentali della questione stanno invece nella tradizione letteraria riguardante l’origine della città e nella documentazione delle monete. Devesi, anzi, cominciare dal prendere in esame questo secondo punto, il quale è più interessante in quanto concerne un dato di fatto. Poichè, infatti, stateri d’argento di Siri, di circa l’anno 560 a.C. (4) che portano il nome suo con quello della città di Pixunte, della costa occidentale, non solo sono per ogni rispetto simili alle più antiche monete dell’achea Sibari, ma hanno in caratteri achei la leggenda Σιρινος, s’è chiesto a ragione come mai ciò avvenisse in una città di stirpe ionica. E la risposta è stata suggerita dalla constatazione che in quel tempo v’era una monetazione uniforme e federale di pezzi d’argento detti incusi, che attesta l’esistenza della cosiddetta lega achea, della quale appunto faceva parte Siri in quanto sarebbe stata di già soggiogata dalla potente Sibari, con questo di più e di singolare che Siri e Pixunte nel seno della lega stessa avevano un’alleanza più stretta e più particolare, del genere di quelle che ci risulta esservi state fra Metaponto e Posidonia, Sibari e Crotone, Crotone e Pandosia, Crotone e Temesa: alleanza la quale prova indirettamente l’esistenza d’una strada commerciale assai frequentata, che poneva in comunicazione le due città da un mare all’altro attraverso la penisola, molto ristretta in quel punto, risalendo dalla costa orientale il fiume Siri sino alle sorgenti e discendendo di là sul litorale occidentale ove stava Pixunte (1). Per quanto oggi si ignori lo svolgimento storico dei fatti, è lecito supporre che la potente Sibari abbia costretta Siri a riconoscere la sua egemonia per non essere danneggiata nei suoi interessi commerciali, una volta che Siri comunicando con il litorale occidentale veniva ad annullare l’influenza che un’altra città, Scidro, avrebbe potuto esercitare a vantaggio della stessa Sibari, di cui era colonia, e che trovavasi su quella via di comunicazione non lungi da Pixunte (2).”. Il Ciaceri, a p. 138, nella nota (4) postillava che: “(4) v. Head (2) p. 83”. Il Ciaceri, a p. 139, nella nota (1) postillava che: “(1) v. Lenormant I p. 207 sg. “. Il Ciaceri, a p. 139, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di  Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Sempre il Ciaceri, a p. 140 aggiungeva che: E v’è anche da pensare che ad un tentativo di riscossa da parte di Siri, per sottrarsi a codesta forma di egemonia, si dovesse poi l’origine del conflitto con le città achee, le quali avrebbero finito con l’assaltarla e distruggerla. Tutto ciò, infine, varrebbe a spiegare come mai Siri per quanto città ionica avesse monete di tipo e caratteri achei. Nè, d’altra parte il fatto ch’essa era ancora fiorente intorno al 560, come viene attestato dalle monete, e che finiva di esistere prima del 510 a.C., come si deduce dal sapere che intorno a questo anno era distrutta Sibari, etc…”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…), a p. 95, in proposito scriveva che: Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”.

Cattura,,,,

(Fig….) Da Romanelli (…), p. 97: “Statere di Siri e Pyxous con leggenda EIPINOE, 550-530 a.C. (da P.R. Franke – M. Hirmer)”.

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(Fig…) Da Romanelli (…), p. 98: statere (moneta del tempo, incusa) di Pyxoes e Sirinos, il bue con le due epigrafi

Riguardo le bellissime monete, tra le poche testimonianze rimasteci di quel tempo, Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 98 (vedi ristampa a cura di La Greca), in proposito scriveva che: “La moneta incusa col tipo del bue rilevato da una parte, e collepigrafe ΓV+ΟΕΜ, cioè ‘Pyxoes’, e dall’altra la cavità del medesimo bue coll’epigrafe retrograda ΜΟΗΞqsΜ, cioè ‘Sirinos’ (vedi Tav. II, n. 6). Si argomenta da queste epigrafi una federazione, che ripassava tra Bussento, e Siri, siccome da un altra moneta si argomenta altra federazione tra Crotone, e Pandosia.”. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 275 parlando di Pixunte (attuale Policastro Bussentino scriveva che: “Quando al tempo delle origini di Pixunte, gli stateri stessi, dei quali abbiamo fatto menzione, ne attestano già l’esistenza intorno alla metà del sec. VI; onde puossi ritenere che fosse sorta qualche decennio innanzi;……Nè Sibari, d’altra parte, godè a lungo delle ingenti ricchezze tratte da codesta politica commerciale, che nel Tirreno faceva estendere la sua influenza sino a posidonia, la più autorevole delle sue colonie.”. Emanuele Ciaceri, a p. 274, nella sua nota (4) cita anche Ettore Pais (…). Il Carucci a p. 274, nella sua nota (4) postillava che: “(4) v. PAIS, op. cit., II, p. 128.”. Il Ciaceri citava l’altra opera del Pais ma io possesso la “Storia dell’Italia Antica” del Pais. Infatti, nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. II, nel suo “Relazioni commerciali degli Etruschi con i Greci dell’Italia meridionale, particolarmente con i Sibariti e con i Milesi etc…”, a pp. 200 e sgg, riferendosi alla città greca e Ionica di Sibari in proposito scriveva che: Quivi essa aveva stretto rapporti con gli Etruschi mediante gli scali delle sue colonie di LAOS e di SKIDROS situate nell’altro versante dell’Appennino sulle coste del Tirreno; da qui le merci giungevano fino a Posidonia, ossia a Pesto. Posidonia giovava ai Sibariti per accentrarvi lo scambio di commerci fra Etruschi e Greci reso difficile dai coloni delle città di Regio e di Messane, gelose dominatrici dello Stretto.”. Nel 1925, Ettore Pais (…), nel suo “Storia dell’Italia antica”, vol. I, Libro II, cap. V, nel suo “Le vicende di Sibari e di Crotone”, a pp. 255 e sgg e sgg, in proposito scriveva che: “Nel non lungo periodo del suo fiorire Siris si alleò con Pixous (Buxentum) posta sul Tirreno allo sbocco dell’omonimo fiume, e con essa battè moneta federale. Colonia dei Colofoni, Siris era l’esponente del commercio Ionico. Destò quindi la gelosia degli Achei, i quali deliberarono di cacciare d’Italia tutti gli altri Greci, che non fossero della medesima stirpe. Non era soltanto odio di razza, ma anche rivalità di commerci internazionali. Verso il 550 a.C. i Sirini furono sconfitti dai Metapontini, dai Sibariti e dai Crotoniati. Siris non fu, a quanto, pare distrutta, ma, come par dimostrato dale monete, fu occupata dagli Achei o per lo meno obligata a far parte della loro federazione…etc…..Seguivano SKIDROS e Laos, colonie di Sibari, di cui abbiamo già avuto modo di discorrere. Teneva lor dietro Pixous, la Buxentum dei Romani. Quest’ultima, come provano i suoi stateri incusi, era alleata sin dal VI secolo con la colofonia Siris, di cui abbiamo pur fatto parola……(p. 295) Locri mediante le colonie di Ipponio e di Messana raggiungeva i medesimi fini e gli abitatori di Siris sino dal VI secolo, risalendo il fiume omonimo, giungevano presso ai monti ed alle marine di Pyxous o Bussento. Questa rivalità aveva destata la gelosia delle vicine città Achee di Sibari e Metaponto. Non è chiaro se le monete incise della fine del VI secolo o del principio del seguente, in cui figurano i nomi di PYXOUS e di SIRIS, accennino ad accordi anteriori con la lega Achea od a sottomissione posteriore dell’età in cui Siris fu da questa conquistata. In pari modo non sappiamo quali conclusioni cronologiche e storiche sia lecito ricavare da analoghe monete federali, ossia dagli stateri incusi delle due città a noi ignote, in cui sono segnate le sigle “PAL” e “MOL”. Si è pensato che tali nummi vadano riferiti a Palinuro ed a Melphes (Amalfi ?). Siamo purtroppo nel campo delle ipotesi che, come nel caso di Siris e di Pyxous, le monete federali appartengano a città che tentavano analoghi commerci di trasbordo fra l’Ionio ed il Tirreno. Il fatto che di queste due città non vien fatto più tardi memoria suggerisce il pensiero che la loro attività sia stata ben presto soffocata o distrutta da quella delle più potenti città Achee, che non tollerava rivalità commerciali e politiche.”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. I, a p. 191, in proposito scriveva che: “Diodoro Siculo lasciò scritto (1) che “Micito di Reggi e di Zancle, fondò la città di Pixo” nel secolo V, verso l’anno 470 a.C. Invece, la numismatica dà argomento che Pixo sia fondazione più antica: perchè esiste una moneta antichissima, incusa, che, con l’impronta del bue, comune tipo alle città di gente acha, ha la greca leggenda di “Pyxoes – Syrinos”; onde s’inferisce un legame di alleanza tra la città di Siri sul Jonio e di questa Pixo sul Tirreno: e ne abbiamo parlato più innanzi. Le monete incuse sono del sesto secolo (2). Or se, a ricordo dello stesso Diodoro, la città di Siri sul Jonio fu distrutta nel 433 a.C. è lecito concludere che la colonizzazione di micito a Pixo etc…”.

SCIDRO, LAO, PIXUNTE E PESTO ERANO CITTA’ CONQUISTATE DAI LUCANI

Marta Del Prete, nel suo “Santa Marina –  Policastro Bussentino. Un itinerario tra storia fede e cultura”, a pp. 3-4, in proposito scriveva che: La colonia di Micito non durò a lungo: nel V e IV secolo si moltiplicarono le invasioni barbariche che minacciarono seriamente la civiltà greca. Alcune tribù appenniniche (Sanniti, Irpini, Japigi, Lucani, Messapi, Frentani ecc.) migrarono a più riprese a sud e si estesero fino alla Puglia e alla Calabria. In Calabria i Bruzii insorsero contro i Lucani dominatori, e, con l’aiuto di Alessandro d’Epiro, li sconfissero nella grande battaglia di Paestum nel 330 a.C. Di certo in questo anno i fuggitivi di Paestum ripararono a Pixunte. Da questo momento i lucani si ritirarono definitivamente nella regione situata tra i quattro fiumi principali (Sele, Lao, Crati e Bradano), cioè la Lucania.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 24-25, in proposito scriveva che: “4. Il mondo indigeno enotro-lucano, pur arretrando inizialmente a seguito della crescente presenza greca sulla costa, è comunque ben presente nell’area tra V e IV sec., con il significativo insediamento di Roccagloriosa, e con una serie di insediamenti minori “disposti quasi a corolla all’interno del golfo di Policastro” (34), prendendo alla fine il sopravvento anche sulle città costiere. Dal V secolo a. C. fino agli inizi del III fiorisce il frurion o fortezza lucana di Roccagloriosa, poi abbandonata con l’arrivo dei Romani. Gli scavi archeologici (35) hanno restituito mura, strade, edifici d’abitazione e sacri, iscrizioni, tombe a camera principesche con ori e vasi diproduzione pestana. Importante è un frammento bronzeo con iscrizione osca, datata al 300 a.C., relativa a una legge della città, e con riferimento a magistrati chiamati meddices. Il sito di Roccagloriosa è legato ad un mercato o centro di raccolta e scambio di beni, e ad uno sfruttamento intensivo dello spazio agrario nel IV e nel III sec.; le indagini archeologiche hanno attestato una economia agricola basata sulla policoltura, con un ruolo preminente occupato dalla coltivazione della vite. Inoltre, l’analisi dei dati faunistici su un campione di ossa presenta un panorama articolato, con un 30% di bovini e un 16% di suini (36). Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V / prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V sec., vasi a vernice nera tra cui un frammento figurato di cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (37). Tutto ciò evidenzia “una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec. organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa e occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte” (38). Di fine IV – inizi III sec. è una tomba a camera monumentale in località Laurelli di Caselle in Pittari: la camera, rettangolare e alta oltre quattro metri, è preceduta da un lungo dromos o corridoio tagliato nel pendio collinare e dotato di canalette per il drenaggio; la porta era decorata con capitelli dorici; del corredo sono stati recuperati solo frammenti di vasi a vernice nera e un balsamario (39). Da quest’area provengono anche moltissimi frammenti di ceramica di IV-III sec., pesi da telaio, macine (40). Altri insediamenti indigeni sono attestati a Morigerati ed a Tortorella (41)”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (34) postillava che: “(34) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (35) postillava che: “(35) GUALTIERI – FRACCHIA 1990; GUALTIERI – FRACCHIA 2001; GUALTIERI 2001”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (36) postillava che: “(36) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 56”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (37) postillava che: “(37) JOHANNOWSKY 1983a.”. Il La Greca, a p. 24, nella nota (38) postillava che: “(38) GRECO G. 1990b, p. 18”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (39) postillava che: “(39) JOHANNOWSKY 1983b; GIUDICE 2005”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (40) postillava che: “(40) FRACCHIA – GUALTIERI 1990, p. 53”. Il La Greca, a p. 25, nella nota (41) postillava che: “(41) Vd. GRECO G. 1990b, p. 18; FIAMMENGHI – MAFFETTONE 1990, p. 32”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (…).. L’archeologa Giovanna Greco (….): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (…) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (….) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Si tratta del testo di autori vari: Greco Giovanna, Dall’Alento al Mingardo, stà in “A Sud di Velia-I-ricognizioni e ricerche 1982- -1988“, Istituto per la Storia e l’Archeologia della Magna Grecia, Taranto, 1990, p. 17; Si veda pure Greco G., 1990 b, p. 18; Fiammenghi-Maffettone 1990, p. 32 e p. 38. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Ettore Pais (…), nel suo “Italia Antica“, vol II, nel capitolo “La spedizione di Alessandro il Molosso in Italia”, a pp. 170-171 e ssg., in proposito scriveva che: “Un illustre storico moderno afferma infatti che Alessandro attraversò per via di terra tutto quanto il territorio dei Lucani, e che in tal modo si spinse fino a Pesto (1) (p. 171). Ma questa affermazione riposa su un semplice equivoco, o, per meglio dire, su una falsa interpretazione di un passo di Livio. Da Livio, non meno da un passo di uno storico pressochè contemporaneo, Lico Regino, che, per quanto io noto, è stato finora trascurato, si apprende invece che Alessandro costeggiò tutte quante le Calabrie e che a Pesto giunse per via di mare (2).”. Questo dunque è il passaggio chiarificatore della notizia ripetuta più volte su Scidro e su Alessandro il Molosso. Infatti, il Pais, a p. 171, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, griech. Geschicthe, II, p. 594.”. Il Beloch è l’autore moderno citato dal Pais, che credeva che Alessandro il Molosso avesse attraversato con le sue armate per via terra. Il Pais, a p. 171, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Livio, VII 17, 9: “Ceterum Samnites etc…….”; Lyc. apud Steph. Byz. s. v.  “Σχιδρος etc…..”. Questo passo risolve anche il dubbio di quei critici che, come il ………………..Che Scidro fosse sulle coste del Tirreno non si ricava nè da Erodoto, VI 21, nè da Stefano. Tutto però fa credere, come generalmente si ammette, che essa non fosse sulle coste dell’Ionio aperta agli assalti dei Crotoniati, bensì non molto lungi da Laos, ove del pari che in essa trovarono riparo i Sibariti, dopo la distruzione della loro città. v. Herodoto l. c. Anche il Nissen, Italische Landeskunde, II, p. 898, registra l’ipotesi che Scidro fosse dove ora è Sapri.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 269, parlando di Palinuro, in proposito scriveva che: “Ho già detto (vedi a Molpa) del contrario avviso di M. Napoli circa l’evento prodigioso. Pertanto solo gli scavi potranno portare ulteriori elementi atti a chiarire in via definitiva l’affascinante problema.”. Significativo in proposito è quanto scrive l’Archeologa Giovanna Greco (19): “Indicativi in tal senso sono due elementi, entrambi da ritrovamenti significativi sono le tombe recuperate a Torraca (19) in località “Madonna dei Cordici” (tra Sapri e Torraca), i cui corredi si dispongono tra la fine del V ed il IV sec. a.C. e dove la presenza di armi, tra cui un bel frammento di cinturone di tipo sannitico, associato a materiale figurato (20) e, per i corredi più antichi, a ceramica attica della fine del V secolo, evidenziano una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V sec., organizzano forme articolate di sfruttamento del territorio usufruendo attivamente dei traffici coloniali lungo la costa ed occupando quelli che erano i territori delle città coloniali di Scidro e Pixunte.”. Fernando La Greca (…), più tardi, scriverà: “Molto significativi sono i ritrovamenti di Torraca: in località Madonna dei Cordici, collina con vista su Sapri, nel 1982 durante lavori stradali furono scoperte e purtroppo in gran parte distrutte alcune tombe a cassa in tegole di fine V/prima metà del IV secolo; fra i materiali recuperati, una cuspide di lancia, un coltello, una kylix attica di fine V secolo, vasi a vernice nera, tra cui un frammento figurato di un cratere, frammenti di un cinturone di bronzo di tipo sannitico (20). Tutto ciò evidenzia una diffusa occupazione del territorio da parte di comunità lucane che, già negli anni finali del V secolo, organizzando forme articolate di sfruttamento del territorio ecc.. (19).. Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 177 e ssg. riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: All’immigrazione degli Enotri, degli Elleni, e degli altri popoli minori, tenne dietro, nel VI secolo a.C. quella più numerosa e forte dei Lucani. Appartenevano questi alla razza Sabellica o Sannita o Sabina, e provenivano dal Sannio, o meglio dalle vicine sponde del Silaro o Sele. Nel distaccarsi , per cresiuta popolazione, dai padri Sanniti, presero allora il nome di Lucani, o dal loro duce Lucio o Lucilio, come riferisce Plinio, o dal vocabolo greco ………lupo, col poco leggiadro significato di terra di lupi, o dal vocabolo latino lucus, bosco, quasi terra di boschi, o, infine dall’altra parola sabellica o latina lux, luce, cioè terra posta verso la plaga del cielo, onde loro veniva la luce, o terra orientale, perchè, scrive il Racioppi, “i Lucani, mossi dalle regioni abitate dalle stirpi osco-sabelliche, per occupare le terre poste alla sinistra del fiume Silaro, vennero in un paese, che è posto appunto all’oriente delle sedi originarie, onde essi uscirono”. (Vol. I pag. 14). Di qui il motto fatidico di Strabone, quasi simbolo di civiltà e di progresso: ‘Non a Lucio, sed a luce!’. “Allorchè i Sanniti – scrive il barone Antonini nell’opera succitata – per alleggerire di gente il loro paese mandarono i propri figliuoli in questa regione, la trovarono abitata dagli Enotri, da altri Greci e dai Coni, onde furon costretti, con lunga guerra, da essa cacciarli”. E infatti, come gli Enotri avevano respinto a sud i Siculi, sovrapponendosi ad essi, come i lucani, più valorosi, forti e audaci, soggiogarono e respinsero gli Enotri, estendendo rapidamente le loro conquiste fino all’estremo della penisola, fin nel paese dei Bruzii, donde, in seguito dovettero ritirarsi.”. Parlando del toponimo “Scidro”, Carlo Battisti (…), nel suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento” scriveva che: “….consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana….Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. Etc…” Dunque, il Battisti, riguardo il toponimo di “Scidro” scriveva che detto toponimo non solo era “pre-italiano” ma è probabile che il toponimo “Scidros” possa essere un toponimo “traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano”. Nella mia Relazione sull’“Analisi dell’evoluzione storico-Urbanistica di Sapri”, del 1998, redatta per il P.R.G. di Sapri, nella mia nota (32) postillavo che: “(32)  Battisti C., Penombre della toponomastica preromana del Cilento, stà in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, Firenze, 1964.”. Si tratta di Carlo Battisti (….) e del suo “Penombre della toponomastica preromana del Cilento”, in “Studi Etruschi”, vol. XXXII, 1964. Sul periodo pre-lucano vi sono delle evidenze archeologiche ed altro. Lo studioso locale Felice Cesarino (….), in proposito scriveva che: “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”.  Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, e riferendosi alla costa di Sapri, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “5. La Lucania viene occupata dai Romani successivamente alla guerra contro Taranto e Pirro, ma la loro presenza era già consistente durante le guerre sannitiche. Poseidonia diventa colonia latina con il nome di Paestum nel 273 a.C.; etc…”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, ritorna più volte sull’ipotesi di una città chiamata “Vibo” e, a pp. 30-31, in proposito scriveva che: “7….La nuova città latina dovette sorgere sul sito della greca Scidro, antica colonia sibarita che, dopo il passaggio di Alessandro il Molosso, probabilmente venne travolta dalle popolazioni sannitiche dell’interno.. Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, a p. 273 continuando il suo racconto sulla colonia Sibaritica di Scidro scriveva pure che: “Non ebbe vera importanza, ma non è da credere che sia scomparsa assai presto, come è stato affermato (1), se lo storico Lico la menzionava a proposito della spedizione di Alessandro (probabilmente il re di Epiro), e cioè d’un fatto avvenuto nella seconda metà del sec. IV (2). Molto si è discusso nel passato sul vero sito di Scidro; (3) ….ecc…”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Beloch, Griech. Gesch. Ià 1, p. 238, n. 1”. Il Ciaceri, a p. 273, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Lyc. Rheg., apd Steph. B.. s.v. Σχιδρος : – το εθνιχον Σχιδρανος, ως Λνχος εν τφ περι ‘Αλεξανδρον = fr. 1 in F. H. G., II, p. 370″. Emanuele Ciaceri (…), nel suo vol. III, della sua “Storia della Magna Grecia”, a pp. 289-299, in proposito scriveva che: Trattavasi invece di Alessandro d’Epiro o il Molosso, ch’era venuto in Italia (3) alla difesa delle città italiote minacciate dai Bruzzi e Lucani (a. 334-31); etc…”. Il Ciaceri, a p. 299, nella sua nota (3) postillava che: “(3) E, questa, del resto, la vecchia opinione del Mueller”. Interessantissimo è ciò che scrisse Emanuele Ciaceri (…), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. III, nel capitolo “Cap. I – Lotte tra le popolazioni indigene ed intervento straniero”, a p. 11, dopo aver detto del tentativo dei Tarantini di richiesta di intervento a Sparta, tentativo andato vano, scriveva pure che: La vittoria così poteva dirsi completa; ed al Molosso non restava che far ritorno alle spiagge dell’Ionio percorrendo la via più agevole, la litoranea, lungo la quale avrebbe avuto modo di far dimostrazione di forza dinanzi alle cittadine italiote che da lungo tempo eran state occupate dai Lucani, Pissunte, cioè, Scidro e Lao (3). E forse di là risalendo alle sorgenti del Laino e quindi prendendo il corso del Sinno veniva a posare in Eraclea. Etc…”. Dunque, in questo passaggio, il Ciaceri, sulla scorta del Pais (….) dice che le piccole città italiote di Pissunte, Scidro e Lao, “da lungo tempo eran state occupate dai Lucani”. Il Ciaceri (…), a p. 11, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il particolare che lo storico Lico reggino narrando le gesta di Alessandro ricordava Scidro (Stepha. B. s. v.) deve, a nostro giudizio, riferirsi al viaggio di ritorno del re da Pesto.”. Il Ciaceri, a p. 11, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Liv. VIII 24, 4-6. Certo, con esagerazione Livio parlava di 300 famiglie illustri prese come ostaggi.”. Dunque, Pixunte, poi in seguito Bussento, Scidro e Lao erano già città soggette ai Lucani. Da Wikipedia leggiamo che Paestum, fino al 1926 Pesto, è un’antica città della Magna Grecia, chiamata dai Greci Poseidonia in onore di Poseidone, ma devotissima ad Atena ed Era. Dopo la sua conquista da parte dei Lucani venne chiamata Paistom, per poi assumere, sotto i Romani, il nome di Paestum. L’estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura greche, così come modificate in epoca lucana e poi romana. In una data collocabile tra il 420 a.C. e 410 a.C., i Lucani presero il sopravvento nella città, mutandone il nome in Paistom. A parte sporadici riferimenti nelle fonti, non si conoscono i particolari bellici della conquista lucana, probabilmente perché non dovette trattarsi di una conquista repentina. È un processo che è possibile riscontrare in altre località (ad esempio nella non distante Neapolis), dove vi fu una lenta, graduale, ma costante infiltrazione dell’elemento italico, dapprima richiamato dagli stessi Greci per i lavori più umili e servili, per poi divenir parte della compagine sociale mediante il commercio e la partecipazione alla vita cittadina, fino a prevalere e a sostituirsi nel potere politico della città. Sebbene letterati e poeti greci riportino il rimpianto dei Poseidoniati per la perduta libertà e per la decadenza della città, l’archeologia testimonia che il periodo di splendore proseguì ben oltre la “conquista” lucana, con la produzione di vasi dipinti (talora firmati da artisti di prim’ordine quali Assteas, Python e il Pittore di Afrodite), con sepolture copiosamente affrescate e preziosi corredi tombali. Tale ricchezza doveva derivare in larga misura dalla fertilità della piana del Sele, ma anche dalla produzione stessa di oggetti di grande qualità, parte cospicua di quei commerci instauratisi durante il periodo precedente. Neanche il carattere greco della città scomparve del tutto, come attestano, oltre la produzione dei vasi dipinti, anche la costruzione del bouleuterion e la monetazione, che preservò le sue prerogative elleniche. Breve parentesi fu aperta nel 332 a.C., quando Alessandro il Molosso, re dell’Epiro – giunto in Italia su richiesta di Taranto in difesa contro Bruzi e Lucani – dopo aver riconquistato Eraclea, Thurii, Cosentia, giunse a Paistom. Qui si scontrò con i Lucani, sconfiggendoli e costringendoli a cedergli degli ostaggi. Ma il sogno del Molosso di conquistare l’Italia meridionale ebbe breve durata: la parentesi si chiuse nel 331 a.C., con la sua morte in battaglia presso Pandosia. Paistom ritornò così sotto il dominio lucano.

La via Popilia

Riguardo le vie di comunicazione, le strade dell’epoca, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando delle strade in epoca romana, a pp. 43-44, nella sua nota (14), postillava che: “Tralasciando la viabilità minore tra la Puglia e la Campania ricordiamo che i collegamenti di queste regioni con la Calabria e la Sicilia avvenivano attraverso la strada costiera da Taranto a Reggio Calabriae la ‘via Popilia’. Quest’ultima partiva da Napoli proseguendo da Pompei, Nocera, Salerno, Auletta, Rotonda, Morano, Tarsia, Cosenza, Nicastro, Monteleone, (ora Vibo Valentia), Nicotera, Regio. Da Salerno c’era il raccordo (per Paestum, Policastro, Sapri) attraverso il Cilento fino alla ‘Popilia’, mentre su questa (presso Rotonda) esisteva il bivio con la strada (per Laino, Cirella, Amantea) che si ricollegava alla ‘Popilia’ a sud di Nicastro. Ecc…”. La Via Capua – Regium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia o Via Popilia Lenate , è un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno infatti la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. La strada si staccava dalla via Appia a Capua e raggiungeva Nola, Nuceria Alfaterna (Nocera Superiore) e poi Salernum (Salerno) sul mare Tirreno. Da qui la strada si dirigeva verso la piana del Sele attraversando la città di Eburum, l’odierna Eboli. Dopo aver toccato la confluenza tra il fiume Sele e il Tanagro, la via Popilia puntava a sud risalendo il percorso di quest’ultimo fino a raggiungere il Vallo di Diano, un altopiano dove all’epoca erano situate le città romane di Atina (Atena Lucana), Tegianum (Teggiano), Consilinum (Padula), Sontia (Sanza) e i pagi di Marcellianum e Forum Anni, poi Forum Popilii. Molti di questi insediamenti furono devastati da Alarico nel 410 e solo alcuni sono stati ricostruiti in epoca medievale, come per esempio Forum Popilii ricostruita in posizione più difendibile con il nome usato anche modernamente di Polla. Lasciato il Vallo di Diano, la strada si dirigeva a sud verso la antica città, ora scomparsa, di Nerulum e da qui Muranum, l’odierna Morano Calabro. Nel percorso fino a Regium, la strada attraversava il territorio di Interamnium (San Lorenzo del Vallo) e le città di Caprasia, individuata nella posizione della C.da Ciparsia del Comune di Castrovillari, Consentia (Cosenza) e Mamertum, la città oggi conosciuta come Martirano e nota nelle cronache romane per la resistenza dei suoi abitanti alleati di Roma contro Pirro nelle guerre dette guerre pirriche e per aver dato origine al nome di Mamertini, soldati mercenari famosi soprattutto per aver giocato un ruolo di primo piano nello scoppio della Prima guerra punica. Da Mamertum, percorrendo la via Popilia continuando verso sud, si raggiungeva l’importante nodo fluviale di Ad Sabatum Flumen, un passaggio obbligato e di importanza strategica per i collegamenti nella zona e per raggiungere l’antica Vibona, ora Vibo Valentia. Proseguendo lungo l’antica strada romana, si raggiungeva Hipponium, città ribattezzata dopo le guerre pirriche Valentia e unita con Vibo nel comune moderno di Vibo Valentia. Prima di raggiungere la sua città di arrivo, la via Capua-Regium toccava Nicotera e l’importante porto di Scyllaeum (Scilla).

Nel III sec. d.C., “CESERMAE” (Sapri ?) nell’Itinerario Antonino

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Altri studiosi precedenti prendono in considerazione l’Itinerario Antonino (uno stradario del III secolo in forma di testo) e molte altre rielaborazioni di una carta stradale antica dell’impero romano. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”.

A Rivello o a Sapri, CESARIANA per il Racioppi

Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……Nel suo territorio si scavano molto antichi ruderi ed anticaglie varie, onde è tenuto paese antico, succeduto secondo taluni a Velia, quindi detto Ri-vello, quasi Rivelia; altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; M.G. Racioppi mette Cesariana nel sito della ‘civitas’. Si conserva ancora nelle sue vicinanze un antico tempietto od eroo, e vi si veggono le vestigia di un anfiteatro. Fu uno dei molti paesi del regno occupati dai Saraceni nel corso del nono secolo.”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. I, a pp. 476-477 riferendosi alla stazione di “ad Tanarum” citata nell’Itinerario Antonino, in proposito scriveva che: ” ….( o come in altro codice) ‘Canarum’. Questa stazione era, a mio avviso, presso alla fiumana che anche oggi è detta “Sammaro” accosto al paese odierno di Sacco; dessa è uno dei corsi originarii del Calore; e da questa stazione ‘ad Samarum’ giungeva a Marrcelliana, che indubbiamente era nello estremo superiore orientale del bacino o pianoro di Tegiano; e da Marcelliana piegava a destra per a Cesariana (non ancora di sicuro allogata) sia a Rivello, sia a Sapri o Acqua-fredda (1). Forse il tronco della strada per la valle del Calore a Marcelliana sostituì la strada per la valle del Tanagro a Marcelliana e Nerulo, sia perchè parve di più breve e diretto percorso, sia per le ricorrenti inondazioni della pianura Pollana.”.

Nel III-IV sec. d.C., l’“Itinerario Antonino” 

Assume ulteriore importanza la citazione di una città chiamata ‘Cesermae’ citata nell’Itinerario Antonino e nella Tavola Peuntingheriana (….). Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, non ho mai parlato di uno dei monumenti della geo-storia: il cosiddetto “Itinerario Antonino”. L’Itinerario antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’alto. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano. L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo. Oreste Dito (….), nel suo “Notizie di Storia Antica per servire d’introduzione alla storia dei Brezzi”, Roma, 1892, nella ristampa anastatica ed. Brenner, Cosenza, a p. 72 parlando di Caesariana, in proposito scriveva che: Altri collocano ‘Caesariana’ a Casalnuovo, a Rivello, a Montesano, a Buonabitacolo, senza considerare che essa comparisce negli ‘Itinerarii’ come luogo marittimo, a cui faceva capo, sul Tirreno, un intero braccio di strada che, seguendo l’antica via che da Pixus portava a Siri, s’allacciava alla via Popilia, fino a Nerulo, mettendo in comunicazione il Mar Tirreno coll’Ionio (2). (p. 72) La sua fondazione in onore di qualche Cesare, che fece costruire il braccio di via dal vico ‘Mendicoleo’ a ‘Caesariana’, non va oltre quel tempo che passa tra l’Itinerario d’Antonino e la ‘tab. Peuntingeriana o teodosiana’ (sec. IV). in questa essa si trova tra Pesto e Blanda, mentre nel ‘geografo Ravennate’ (sec. VII ?) è collocata con più precisione tra Buxentum e l’Aedes Veneris (ora ‘Capo S. Venere’) innanzi Blanda.”. Fernando La Greca (….), nel suo “L’area del Golfo di Policastro in epoca greco-romana” parlando di “Buxentum”, a pp. 36-37, in proposito scriveva che: 9. Bussento e le altre città del Golfo di Policastro sono elencate anche negli itinerari antichi, e in particolare negli itinerari costieri lungo il Tirreno da Reggio a Roma. Questi itinerari, risalenti all’epoca imperiale romana, e ritrascritti da autori medioevali, ci tramandano anche il nome di centri minori. Nell’Anonimo Ravennate (VII sec.), le città costiere dell’area che ci interessa sono, da sud a nord, Blandas (Blanda, ossia Paleocastro di Tortora), Cessernia, Buxentum (Bussento), Bellias (Velia); un secondo elenco, con qualche variante di trascrizione, aggiunge il sito di Veneris (Blandas, Cesernia, Veneris, Boxonia, Bellias) (89). Gli stessi toponimi del Ravennate sono riportati identici da Guido Pisano (XII sec.) (90). Dunque, fra Blanda (presso Praia a mare) e Bussento vi erano altri due insediamenti costieri antichi, Cesernia e Veneris, sui quali sono state fatte varie ipotesi. Per Veneris, si è pensato ad un piccolo insediamento portuale (Scario?) una volta controllato dai Focesi di Elea-Velia, e da Plinio chiamato Portus Parthenius Phocensium (91). Cesernia dovrebbe corrispondere al sito di Sapri-Vibo; si è anche proposto di correggere Cesernia con Caesariana, centro riportato negli Antonini Augusti Itineraria (III sec. d.C.), lungo la via Capua-Reggio, fra Marcelliana nel Vallo di Diano e Nerulo in Calabria (92). La colonia di Vibo dunque, forse in seguito a nuove deduzioni di coloni, i veterani di Cesare o di Augusto, dovette cambiare nome in Caesariana, successivamente mutato in Cesernia, località riportata anche nella Tabula Peutingeriana, una copia medioevale della mappa dei percorsi stradali romani di epoca imperiale.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (89) postillava che: “(89) Anonimo Ravennate, Cosmogr., IV, 32; V, 2.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (90) postillava che: “(90) Guido da Pisa, Geographica, 32; 74.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (91) postillava che: “(91) Plinio il Vecchio, Nat. hist., III, 5, 72.”. Il La Greca, a p. 38, nella nota (92) postillava che: “(92) Antonini Aug. Itiner., 110, 2-4.”. Da Wikipedia leggiamo che l’Itinerarium Antonini (in latino, Itinerarium provinciarum Antonini Augusti) è un itinerarium, un registro delle stazioni e delle distanze tra le località poste sulle diverse strade dell’Impero romano, con quali direzioni prendere da un insediamento romano all’altro. La redazione che ci è stata tramandata risalirebbe al periodo di Diocleziano (fine del III secolo-inizi del IV), ma la sua versione originale viene solitamente datata agli inizi dello stesso III secolo (probabilmente sotto l’imperatore Caracalla, da cui avrebbe ripreso il nome), sebbene data e autore non siano stati definitivamente accertati. Si ritiene che possa trattarsi di un lavoro basato su fonti ufficiali, forse un’indagine organizzata da Cesare e proseguita da Ottaviano.[senza fonte] L’itinerarium si compone di due sezioni indipendenti, che prendono il nome di Itinerarium provinciarum, che descrive un insieme di itinerari terrestri, e di Itinerarium maritimum, che descrive alcune rotte marittime del Mediterraneo.

Nell’863 (Antonini), 868 (Porfirogenita), i Saraceni occuparono Rivello, Camerota ed Agropoli, che divennero un loro avamposto

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da p. 129 parlando dei Saraceni in Lucania, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. Dunque, da ciò che leggiamo, sembrerebbe che l’Antonini, a p. 129 si riferisse ai Longobardi ma egli si riferiva ai Saraceni che, provenienti dalla Sicilia da loro occupata, si erano man mano trasferiti anche nella vicina Calabria, dove, spesso guerreggiarono con i dominatori dell’epoca che erano i Bizantini. Infatti, l’Antonini scrive che “Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. La Calabria era sotto il dominio ed il controllo dei Bizantini. I Saraceni però riuscrirono a crearsi dei loro stabili avamposti a Rivello, a Camerota e ad Agropoli. Dunque, lo stabilimento dei Saraceni a Rivello avvenne in epoca longobarda e Bizantina, e secondo l’opinione di Antonini ciò accadde nell’anno 863 o addirittura molti anni prima. L’Antonini scriveva che ciò accadde in seguito all’occupazione Araba della Sicilia. Mons. Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’. leggonsi le seguenti parole: ‘Inter caetera oppida (parlando dei Saraceni) ‘occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolim, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudies, & Saracenicos mores conservant.’. Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., etc…”. Nel manoscritto del marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito ?) è scritto: “Fra le altre città (parlando del dio saraceno) occuparono Camerota sopra il mare in luogo alto e sicuro, e neppure vicino al mare Agropolis, ed i suoi cittadini sono ancora rozzi ai nostri tempi, e conservano i costumi del Saraceni.”:

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Dunque, secondo l’Antonini, nel manoscritto del Marchese di S. Giovanni Bonito (…), pagina 87 è scritto che: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant” che tradotto e riferendosi ai Saraceni dovrebbe significare: “Tra gli altri paesi occuparono Camerota al di sopra del mare in luogo alto e sicuro, e neppure al mare di Agropolis;…”. Dunque, l’Antonini cita un passo tratto dal manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito”. Si tratta di un manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. L’Antonini scriveva che questo manoscritto, nel 1745 apparteneva “oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote etc….”. Antonini cita la pagina 87 del manoscritto. Di questo autore e del suo manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia di Amalfi”. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del Marchese Marcello Bonito. Sul manoscritto di Marcello Bonito (….), il “marchese di San Giovanni”, come lo chiama l’Antonini, ho già scritto. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “E mentre i capi Longobardi costituiscono dei ducati, che tendono a distaccarsi dalla sfera del potere regio, i Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantesette anni il tempo del malessere. Ecc…”. Forse in questo passaggio il Ciociano trae le notizie dall’Anonimo Salernitano e dalla sua cronaca che cita subito dopo. Sulla notizia che: Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Ecc..”, aveva scritto Antonini, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “Doveva forse così Camerota esser uno dei cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua storia al num. 55. scrive esser in Italia in mano de’ Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc..”. Antonini, a p. 412, nella nota (I) postillava: “(I) L’autorità di Porirogenneta non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt’. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1). Ciò non impedì peraltro, secondo ritenne, sulla scorta di un antico manoscritto, l’Antonini, che non fosse non occupata dai saraceni quando nel secolo IX sbarcarono dalla Sicilia occupando più punti del continente. Doveva essere anzi, egli aggiunse, uno dei 150 ‘munita castra’ che Porfirogeneta nella sua Storia al numero 55, scrive essere nel 868 nelle loro mani, luoghi che poi lasciarono dopo la loro strage, nel 915, al Garigliano (2).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Il Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A riprova della loro permanenza a Camerota, con illazione arbitraria, nel manoscritto si afferma che “adhuc ad nostra tempora huius cives et saracenicos mores conservant”. G. Antonini, op. cit., vol. I, pag. 412.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno.”, e poi aggiunge che: “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Dunque, il Campagna, oltre ad Amantea e Agropoli aggiunge anche Policastro. Orazio Campagna, a p. 77, nella nota (86) postillava: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Orazio Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolato (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella nota (85) postillava: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Cod. Cript. β α, XX (395).”.

L’origine di alcuni centri del basso Cilento che la tradizione vuole dovuta alla fuga dei superstiti della distruzione della città di Velia, l’antica Elea che fuggirono nei luoghi interni della Lucania come Rivello

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), sulla scorta di Pietro Giannone (…), a p. 84 (vedi la versione a cura del Visconti), scriveva in proposito di Rivello che: “Infine più a sud si scorge un altro castello antico che si innalza sulla cima di un colle, dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Ecc... Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Dunque, il Laudisio scriveva che, quando nel 915, quando i Saraceni di Camerota e di Agropoli, per ritorsione alla strage del Garigliano e, prima di fuggire in Calabria, incendiarono e distrussero Velia e Policastro, i cittadini di Velia, in fuga andarono a rifugiarsi nel castello Longobardo di Rivello, dove esisteva già dai tempi dei Longobardi del VI secolo, un castra munitissimo e fortificato. Il Laudisio, sempre a p. 84, in proposito aggiungeva che: Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Il Laudisio, a p. 84, aggiunge che: “Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia, e la Sacra Congregazione del Concilio nei suoi decreti emanati il 22 gennaio e il 28 maggio 1746 chiama, pur essa, Rivelia questa città.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio parla di un magnifico ipogeo che si trova come fondamenta della chiesa di S. Nicola di Mira a Rivello. Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parlando di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a pp. 441-442, parlava di Rivello, ed in proposito scriveva che: “Più in su anche a tramontana è la Terra di Rivello posta in una collina. Questa sino all’anno MDLXXXI (2) è stata con una Parrocchia e col Clero di rito Greco; onde malamente scrive l”Abbate Ughellio’ che anche a suo tempo, cioè circa MDCLVI, durasse. Io vi ho veduto due Menologj manoscritti di molto antico carattere. Qual fosse il suo primiero nome a me non è riuscito sapere dà paesani, ne trovarlo in autore alcuno e molto meno se antica sua fondazione fosse. Qualcuno del paese voleami dare ad intendere che essendo stato il luogo edificato dalla gente fuggita da Velia, ne aveva portato il nome di Rivello, quasi ‘de Velia’. Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Credo bene però, che non sia troppo moderna, dal trovarsi nelle sue campagne, e ne i luoghi d’attorno, specialmente dove dicesi la Città, molte medaglie, e statuette di bronzo. Io vi ebbi un Ercole assai ben fatto, e diversi Idoletti antichissimi dello stesso metallo, che in Roma con altri pezzi donai al Cardinal Salerno, il quale mostrossene invogliato. In questo stesso luogo veggonsi ancora vestigj d’antiche fabbriche laterizie, e chiaramente vi s’osserva la ruinata figura d’un Circo. Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potess’essere stata l’antica Blanda, quando non si voglia credere, che fosse Maratea più presso al mare. Quindi palora la Lagaria di Plinio fosse Lagonegro, i celebrati vini Lagarini appunto sarebbero questi di Rivello, che poche miglia n’è distante..

Antonini, p. 441 su Maratea

L’Antonini, proseguendo il suo racconto sulla visita a Rivello, parla di antiche e numerose rovine tanto da fargli dubitare che l’antica città di Blanda non fosse a Maratea da ubicarsi ma a Rivello. l’Antonini (…), a p. 441, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ne libri dè battezzati della Parocchia di S. Maria del Poggio, dopo il fol. 13, si trova una ricevuta che fa in detto anno il procuratore del Vescovo di Policastro di ducati nove, e tre tareni al Clero di Rivello per otto Preti Greci.”. Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro – Trattato historico-legale”, (nel 1700, dunque, molto prima dell’Antonini e del Laudisio), a p. 6 parlando di Policastro ai tempi dell’antica romana Buxentum (Bussento), a p. 7, in proposito  scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che, Policastro fosse stata edificata per le sue ruine della suddetta Velia; E benché tra l’antichi Scrittori, sia controversia se Policastro sia nella Lucania, o pure ne’ Bruzij, nientedimeno io aderendo all’opinione del sudetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avvicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: “E’ Policastro città della Lucania, nobile Città, ornata della dignità Ducale, la qual passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus termine della Lucania, così dice Alfonso Bonaccioli nella prima parte della Geografia di Strabone nel lib. 6 e tanto narra Ferdinando Vghelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il Porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo dice Virgilio “Portusque require Velinos”. E dunque Policastro Città detta in Latino Palecastrum figlia dell’antica Velia edificata secoli avanti la venuta di Cristo, essendo che nella sua porta, quale conduce al mare si è vista a tempi nostri l’adorabile iscrittione, ‘Christus Rex venit in pace, Amen’; E perciò alcuni dicono, che venuto il Verbo Incarnato lì Policastresi, abbattuti gli Idoli di Polluce, e Castore, ò Poli e Castro, havessero dato il nome alla Città di Policastro, etc….”.

Alberti Leandro, p. 198

Alberti Leandro, p. 199

(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 180 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Il nostro Falcone riferisce che “tuttochè siano trascorsi più di due mila anni, a questi abitatori di Nerulo è rimasta fissa la tradizione continuata e non interrotta, che i fondatori di questa patria furono alcuni fuggitivi o banditi” – che egli suppone provenienti dalla distrutta Velia, ovvero dai Coni, i quali erano pure quivi accasati assieme con gli Enotri. Noi non possiamo andare tanto oltre, poichè, fuori della sufferita ragione filologica, nessuna altra guida abbiamo nel tenebroso cammino circa la fondazione e la denominazione dell’antico Nerulo.”. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; etc…”.

Nel ‘914, Blanda, secondo il Troyli fu distrutta dai Saraceni

Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello…..– L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; etc…”. L’identificazione di Blanda con il sito di Maratea, fu ripresa nel secolo successivo da Placido Troyli (10), dall’Antonini (27) e più tardi da Domenico Romanelli (25): « Non in altro sito adunque convien riporre Blanda, che a Maratea, un miglio distante dal mare, siccome opinò saggiamente l’Olsteino, esatto dal detto di si degno amico a credere che Maratea fusse l’antica Blanda, non potrà persuadermelo altri, per il motivo di anzi accennato ». Il Romanelli (25) ed il Troyli (10), credono il sito di Blanda sia quello di Maratea, riferendosi alla lettera del papa (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile…e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11). Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 9-10 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,….Lo storico Troilo dice che i Saraceni fierissimi nemici dei Cristiani, dopo di aver devastate le marine del regno, distrussero anche nella Lucania, Grumento, Blanda, Tebe, Pandosia nel 914 dell’Era Cristiana. Il coro di Blanda, in legno di noce, venne trasportato a Tortora ove si conservò fino a 28 anni or sono, ma attualmente si trova nel museo di Budapest, come opera preziosa venduta inconsciamente da un incompetente ecclesiastico agli stranieri.…..Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. …..(scrive a p. 12): Troilo Abate Placido libro 1 pag. 171.”. Il Curzio si riferiva all’opera dell’abate Placido Troyli (….), “Historia generale del Reame di Napoli”, vol. I, parte II, dove a p. 171 ci parla dei popoli Sirini, Orsentani, Sontini e Volcentani e sempre a p. 171 parlando dei popoli “Sirini” egli scriveva che: “..( o Sirino come altri lo chiamano) abitavano e sorsi sovra Lauria, vicino alle foci del Fiume Siri detto in oggi corrottamente ‘Sinno’. Essendo ivi stata anticamente la Terra di Siruci, che in lingua del paese presentemente si addimanda ‘Siluci’. Quale poi distrutta, e gli Abitatori giti ad abitare in Lauria; in Feudo nobile il Luogo si permutò, ed alla mensa vescovile di Policastro si ascrisse.. Dunque, la citazione del Curzio non ha senso perchè il Troyli si riferisce alla distrutta e antica città di Siluci ed a Lauria non alla distruzione dei Saraceni. Il Troyli parla di Blanda a pp. 162 e ssg., ma non dice nulla della distruzione dei Saraceni. Monsignor Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934 scrisse la stessa notizia di Lauria, ed in proposito a p. 11 scriveva che: ‘’Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro.…..(scrive a p. 12): Troilo Abate Placido libro 1 pag. 171.”. L’identificazione di Blanda con il sito di Maratea, fu ripresa nel secolo successivo da Placido Troyli (10), dall’Antonini (27) e più tardi da Domenico Romanelli (25): « Non in altro sito adunque convien riporre Blanda, che a Maratea, un miglio distante dal mare, siccome opinò saggiamente l’Olsteino, esatto dal detto di si degno amico a credere che Maratea fusse l’antica Blanda, non potrà persuadermelo altri, per il motivo di anzi accennato ». Il Romanelli (25) ed il Troyli (10), credono il sito di Blanda sia quello di Maratea, riferendosi alla lettera del papa (11)(S. Gregorio, lib. II, epist. 29 – II, 43), quando parla di Blanda, sede vescovile nei primi secoli del Critianesimo: Di questa città troviamo memoria sino a’ primi secoli del cristianesimo, come decorata di sede vescovile…e dalla soscrizione di Pasquale vescovo di Blanda negli atti del Concilio Lateranense sotto papa Martino nel 649.” (25-11).

Nel 1577, Leandro Alberti voleva che Policastro avesse origine da Velia

Nel 1973, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e popolo nel Cilento”, vol. II , a p. 345, parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (82) ripete dall’Antonini che Policastro, nel Medioevo nota come ‘Paleocastrum, Policastrum, Pollicastrum, è sita su una collina bagnata dal mare, e che è città vescovile suffraganea di Salerno, dalla quale dista 76 miglia. Respinge l’opinione dell’Ughelli e del di Luccia che “la vogliono figlia dell’antica Velia”, che ubica a Castellammare della Bruca; riporta il brano di Goffredo Malaterra (83) sulla distruzione da parte di Guglielmo il Guiscardo e dice che il vescovo e i canonici se ne vanno a maggio a Torre Orsaia, tornandovi a dicembre. Ecc…”. Ebner, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. VII, p. 224 parlando di Policastro, scriveva: “L’Abate ‘Ferdinando Ughelli’ e, poi il dott. Pietro Marcellino di Luccia, la vogliono figlia dell’antica Velia (2); ma figlia di Velia è certamente Castellammare della Bruca (3), posto in dubbio, non senza meraviglia dall’Egizio, nella lettera diretta all’Abbate Langhet colla quale gli va correggendo gli errori presi nella sua geografia toccante il nostro Regno”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Vedi il suo articolo, t. 3, pag. 302.”. Il Giustiniani, a p. 224, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Vedi la sua scrittura intitolata: L’Abadia di S. Gio a Piro, stampata in Roma nel 1700, in 4 pag. 4 seg.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro unita alla sa. maestà ……Trattato historico-legale etc…”, nel 1700, a p. 7, in proposito scriveva che: “Leandro Alberti nella descrizione d’Italia, vuole, che Policastro fosse stata edificata per le ruine della suddetta Velia; E benchè trà l’antichi Scrittori sia controversia, se Policastro sia nella Lucania, o pure ne Brutij, nientedimeno io adherendo all’opinione del suddetto Leandro, dico che nella Lucania senza dubbio fosse edificata, e che venisse dalli avanzi di Velia, a simile parere s’avicina il Burdonio nella sua Italia dicendo Policastro essere vicino Palinuro, le parole di Leandro sono le seguenti: ‘E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania’, così dice Alfonso Bonacciuoli nella prima parte della Geografia di Strabone lib. 6 e tanto narra Ferdinando Ughelli nella sua eruditissima Italia Sacra; E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’. Ecc…”. Dunque, Pietro Marcellino di Luccia scriveva che Leandro Alberti (…..), nella sua “Descrittione di tutta l’Italia & Isole pertinenti ad essa”, del 1577, parlando di Policastro scriveva che vuole, che Policastro fose stata edificata per le ruine della suddetta Velia”e che scriveva anche che: E’ Policastro Città della Lucania nobile Città, ornata della dignità Ducale, la quale passata vedesi il fiume Cocco, così dalli habitatori nominato, dalli Latini Talauus, ò Lauus Termine della Lucania”. Sempre su Policastro, il Di Luccia scrive che ne aveva parlato anche il Burdonio (….), il quale, nella sua “Italia” scriveva che Policastro essere vicino Palinuro”. Il Di Luccia, a p. 7 aggiunge pure che: E che ciò sia probabile, si corrobora anco da questo, che il porto di Sapri sia vicino Policastro, e questo possi essere quello di Velia, secondo Virgilio, ‘Portusque require Velinos’.”. Il Di Luccia citava pure il Burdonio (….). Questo autore non sono riuscito a capire chi fosse. E’ citato anche da Ottavio Beltrano (….), nella sua “Breve descrizione del Regno di Napoli”, a p. 251 dove parla di Policastro ed anche da altri autori. Il Di Luccia cita anche l’Abate Ferdinando Ughelli (….) e la sua “Italia Sacra”.

Di Luccia, p. 7 su Policastro

Reliquie di santi e di martiri nel basso Cilento

Nicola Maria Laudisio (…), nella sua Sinossi della Diocesi di Policastro”, (si veda edizione curata da GG. Visconti), a pp. 98-99, in proposito scriveva che: “Oltre le sacre reliquie che in tutta la diocesi sono venerate anche come le insegne della diocesi stessa, a Lagonegro è pure venerata con grande pietà una delle spine della corona di Cristo e preso i frati minori cappuccini di S. Maria degli Angeli il corpo di S. Placido martire; inoltre il sacro corpo di Celestino martire, di cui abbiamo già parlato, è conservato nella chiesa parrocchiale ed è esposto alla venerazione dei fedeli proprio come il corpo del già citato S. Giocondo martire coservato nella cattedrale di Policastro. Ma anche altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Flelice, S. Teodoro e S. Donato.”. Il Laudisio, a p. 45, scriveva pure che: “I corpi di queste sette santi ‘sono sepolti in pace, e i loro nomi vivranno in eterno; agli occhi degli stolti parve che essi morissero, ma essi, sono nella pace'”. Infatti, il Laudisio (v. versione a cura del Visconti), a p. 45, in proposito scriveva che: “Septem corpora Sanctorum ‘in pace sepulta sunt, et vivent nomina eorum in aeternum; visi sunt oculis insipientium mori, illi autem sunt in pace (154).”. Il Laudisio, a p. 45, nella nota (154) postillava che: “(154) ‘Sapient.’, 3, 2, 3 (Visi sunt oculis insipientium mori’, et aestimata est afflictio exitus illorum. Et quod a nobis est iter, exterminium; ‘illi autem sunt in pace’.”. Il Laudisio, a p. 45, postillava “Sapient.”. Sui martiri e le reliquie, il Laudisio (….), a p. 100, ci dice che: “Anche a Lauria c’era un’abbazia benedetina, quella di S. Filippo; ma, essendo nei secoli scorsi andato in rovina il monastero, è divenuta di patronato regio sin dal 1400. Ne rimane soltanto la cappella, ma è ora priva di beni, e la reliquia del Santo è stata portata nella chiesa di S. Giacomo della stessa città di Lauria.”. Il Visconti nella versione curata della Sinossi del Laudisio, nell’Indice dei nomi, a pp. 138-139, in proposito scriveva: “Regione, località del basso Cilento, 71: reliquie: di S. Nicola nella Chiesa Madre di Rivello, 84; di S. Giocondo nella cattedrale di Policastro, 93, 98; di S. Celestino nella Chiesa madre di Lagonegro, 93, 98; una delle spine della corona di Cristo a Lagonegro, 98; di S. Placido nella Chiesa di S. Maria degli Angeli dei frati Minori Capuccini di Lagonegro, 98; di S. Mansueto nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello, 98; di S. Felice nella Chiesa di Tortorella, 98-99; di S. Teodoro nella chiesa di Sicilì, 99; di S. Donato nella chiesa di Torre Orsaia, 99; di S. Filippo nella chiesa di S. Giacomo a Lauria, 100.”. Infatti, il Laudisio, a p. 93, in proposito scriveva che: “Lo stesso vescovo Ludovici ottenne dalla Santa Sede il santo corpo del martire Giocondo che stava nelle catacombe, ed ora queste sacre reliquie, coperte da una veste mirabilmente ricamata in oro, sono venerate nella Cattedrale. La sedonda domenica dopo Pasqua si celebra la festa di questo santo a cui accorre un gran numero di abitanti dei paesi vicini. Portò con sé da Roma anche un altro corpo di un santo martire, chiuso in una teca munita di sigilli che ne attestavano l’autenticità, e che donò al clero di Lagonegro. Il 26 luglio 1819 nella Chiesa Madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo del reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora pro-vicario generale ed ora degnissimo vicario dell’abbazia nullius* di S. Pietro di Licusati. Nella teca fu trovato ed uffcicialmente riconosciuto il corpo di S. Celestino martire, e a parte, in una ampolla di vetro, rappreso, il suo sacro sangue. Le ossa di questo sacro corpo furono subito offerte alla venerazione dei fedeli e ancora oggi non sono state anatomicamente ricomposte.”. Il Laudisio, a p. 84, in proposito scriveva che: “Sotto l’edificio della Chiesa Madre, di cui abbiamo già fatto cenno, vi è un ipogeo davvero meraviglioso sorretto, con una magnifica realizzazione architettonica, da due ordini di diciotto colonne ciascuno. Nell’ipogeo si innalza un altare consacrato a S. Nicola di Mira, patrono della città, e alla destra dell’altare vi è sulla parete, a testimonianza perenne per i posteri, una lapide, con la data 8 ottobre 1752, che tramanda che in quell’ipogeo parecchie volte è sgorgato da ogni parte quell’umore soprannaturale che ogni giorno sgorga dalle ossa del Santo nella basilica di Bari (6); perciò il clero ed il popolo, dopo aver raccolto il denaro, hanno ornato più splendidamente di prima l’ipogeo che, già da tempo consacrato a S. Nicola strenuo difensore della fede (7), era poi caduto in uno stato di squallore e di abbandono. Questo attesta don Nicola Woli, avvocato del foro ecclesiastico di Napoli e in quel tempo prefetto dell’Urbe. Infine, nell’ipogeo è conservata una reliquia autentica del Santo. Una fonte d’acqua non molto distante oggi comunemente fontana dei Longobardi, mentre un’altra, posta sul declivio su cui s’innalza l’abitato, è invece chiamata da tutti fontana dei Greci in base ad un’antica tradizione. “. Il Laudisio, a p. 84, nella nota (6) postillava: “(6) E’ un liquido oleoso, detto “manna di S. Nicola”, che quotidianamente emana dalle ossa del Santo conservate nella basilica di Bari (n.d.T.).”. Il Laudisio, a p. 84, nella nota (7) postillava: “(7) L’Autore allude probabilmente alla leggenda secondo la quae, nel Concilio di Nicea del 325 d.C., S. Nicola avrebbe schiaffeggiato l’eretico Ario (n.d.T.).”.

A Rivello, il corpo di S. Mansueto venerato nella chiesa di S. Maria del Poggio

Il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi etc..’ a p. 101 (vedi versione del Visconti) in proposito scriveva che: “Ma anche in altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Felice, S. Teodoro e S. Donato.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””.

Nel VII-VIII sec. d.C., i Longobardi a Rivello ed il castello della Motta

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a pp. 188-189 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Nessuna traccia troviamo, nella nostra città, del dominio dei Longobardi, i quali in molti paesi ebbero stabile sede ed imperio. Nel vicino Comune di Rivello i Longobardi occuparono la parte superiore attorno al Castello, detto tuttora Motta – nome che nel Medio Evo era dato ad ogni fortezza – mentre contemporaneamente i Greci occupavano il rione inferiore; ed è strano che i due popoli, differenti di razza, d’indole, di tradizioni, di linguaggio e d’istinti, abbiano potuto così vivere a contatto, benchè in continuo antagonismo fra di loro. Colà tutt’ora si conservano queste tradizioni, come permangono i nomi di piazza e di fontana dei Longobardi, nonchè d’altra parte piazza e fontana dei Greci.. Da Wikipedia leggiamo che  resistono ancora nella toponomastica (“Fonte dei Lombardi” e “Piazza dei Greci”), riferimenti alle due etnie contrapposte, che diedero vita alla città: longobardi, sicuramente stanziatisi a seguito delle invasioni barbariche, e greci, probabilmente provenienti, a seguito della sua distruzione da parte dei Saraceni, dalla vicina Velia da cui si dice derivi il nome moderno (Rivello ovvero Re-Velia). Difatti, il motto del comune recita ancor oggi “Iterum Velia renovata Revellum” (Una volta Velia, rinnovata in Rivello). Un’altra probabile origine etimologica del nome, va ricercata in una formazione del tipo iterativo “Re + Vallare” cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo Revallo; dall’analogia con “ripa”, “riva” (che darebbe la forma intermedia Rivallo) potrebbe aver portato, per metafonia A>E, alla forma Rivello. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), (vedi la versione a cura di Visconti), sulla scorta di Pietro Giannone (…), scriveva in proposito di Rivello: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati. Gli abitanti di Velia, esuli della loro città, chiamarono Rivelia, quasi Velia rinata, la nuova località in cui si fissarono, e sopra i battenti dell’ingresso centrale della Chiesa Madre, che è dentro le mura del paese, posero una lapide che ricordasse la loro patria d’origine, e vi aggiunsero lo stemma di marmo dell’antica Velia che portava incise nel cerchio che lo chiudeva queste parole: Velia di nuovo rinata è Rivello ricordo perenne. Anche la spesso citata pastorale del Metropolita di Salerno chiama questa località col nome di Revelia ecc..”. Dunque, Mons. Laudisio (…), a p. 29 (v. versione a cura di Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Jann., Historia Civile Neap., tomo I, lib. 4, cap. 4 (P. Giannone, Istoria Civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, pp. 331-332: Non molto dapoi stesero i Longobardi i confini del Ducato Beneventano infino a Salerno; e molte altre città verso Oriente infine Cosenza con tutte le altre mediterranee furono da’ Greci tolte. Ed anche questo Ducato Napoletano sarebbe passato sotto il dominio de’ Longobardi etc…”. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), sulla scorta di Pietro Giannone (….), riferendosi alle città di Velia e di Rivello, cita alcune notizie riguardo la dominazione bizantina e poi Longobarda e, in proposito scriveva che: “dov’è ora la città di Rivello, i cui cittadini si vantano di discendere dall’antica Velia che sorse presso il capo Palinuro. Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. Difatti i Longobardi estesero il loro ducato di Benevento sino ai Bruzi e, attraverso l’entroterra, sino a Cosenza, ma non conquistarono le coste, dove i bizantini dominavano indisturbati.”. Ma in questo passaggio il Giannone ci parla dell’epoca Longobarda. Tuttavia, il Laudisio scriveva che a Rivello, i suoi cittadini si vantano di discendere dall’antica città di Velia, però poi aggiunge che: “Poichè Velia fu distrutta nel 915 dai Saraceni, i superstiti si rifugiarono in questo castello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi.”. Secondo il Laudisio, gli abitanti dell’antica città di Velia, posta sul promontorio di Palinuro, a seguito della sua distruzione avvenuta nell’anno 915 ad opera dei Saraceni, si rifugiarono nel castello longobardo di Rivello, dove vi fondarono la nuova Revelia. Il Laudisio (…), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), credeva l’antica città di Velia, sorta sul promontorio di Palinuro (forse confondendola con l’antica città della Molpa). Secondo il Laudisio (…), dopo la distruzione saracena dell’anno 915 (anno che cita pure il Volpe (…)), gli abitanti superstiti di Velia (Molpa?), si rifugiarono nel castello di Rivello che era stato ben fortificato dai Longobardi nel VI secolo al tempo del loro quarto re Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi”. Dunque, secondo il Laudisio, il castello di Rivello, fu fortificato nel VI secolo dai Longobardi al tempo di Agilulfo e del secondo duca di Benevento Arechi. La notizia di un castello fortificato dai Longobardi nel VI secolo, è di enorme importanza per queste terre. Ricordiamo tutte le notizie che abbiamo intorno al VI secolo e la nascita di alcuni enclavi cattolici, come Paestum, Velia e Buxentum. Dal punto di vista strettamente storiografico, la prima notizia di un’origine Eleatica dell’antica Rivello, non viene solo dal Laudisio (…) che, oltre a trarla dagli antichi documenti esistenti nella stessa sua Diocesi, l’aveva presa da Scipione Mazzella Napolitano e dallo stesso Antonini (…), che parlarono pure della ‘Lucania’. Scipione Mazzella Napolitano (…), ed il suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, edito nel 1601, a p. 124, descriveva del promontorio di Palinuro e poi a p. 130, in proposito alla voce ‘Riviello’, scriveva che: “fuochi 546”. Mons. Nicola Curzio (….), nel suo “Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa”, Lauria, Tipografia editrice Francesco Rossi e Figli, 1934, a pp. 11 e ssg., in proposito scriveva che: ‘’Conferenza tenuta nell’aula municipale di Lauria nel 1933 – Signori,……Sotto il lago Sirino nello spazio ora franato i parte, che si estende da Castelnuovo sulle coste di S. Brancato fino al Torbido eravi una città di origine Fenicia, chiamata Irie, acennata anche dalla Sinopsi di Policastro. La distruzione di questa città dovette avvenire prima , altrimenti Troilo l’avrebbe citata. Gli abitanti di essa si rifugiarono sul castello che chiamarono Lauro per la gran quantità di lauro che vegetava sulle pendici del medesimo, fortificandolo alla meglio sebbene fosse per se stesso fortificato dall’inaccessibile roccia su cui l’eressero. Questo castello fu così detto fino a che si formò il principato di Salerno, come risulta dalla carta geografica della dominazione Longobarda. In seguito, per distinguerlo dall’altro Lauro che trovasi in provincia di Avellino e che anche faceva parte del principato di Salerno, lo chiamarono Laurum Iriae, come Saponara Grumenti, per ricordare ai posteri l’antica origine, senonchè il nome Iraiae venne incorporato a Lauro e si formò una sola parola Lauria. Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, come anzi ho riferito, i profughi si rifugiarono anch’essi nel Castello di Lauro. Etc..”. Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 64-65, in proposito scriveva che: “53. Lagonegro. Un tempo fu creduto che l’antico Nerulun fosse a Lagonegro, onde la vecchia opinione che questo nome derivasse direttamente da quello. Ma ragioni di distanze itinerarie sospingendo il posto di Nerulum assai più lontano dall’odierno Lagonegro, è forza ritenere questo nome di origine relativamente moderne. A due miglia, o poco più dal paese è un lago perenne di una ceta estensione: non è impossibile che la zona di terra, su cui ebbe oriine il paese, fosse stata un latifondo, una massa, un dominio feudale, di un gasindo longobardo o franco, o normanno, e che avesse tolto il suo complessivo nome dal lago. Un’antica tradizione paesana ricorderebbe un lago o stagno non lontano dal castello che è a cavaliere della città; e il lago, dalle ombre degli abeti che li circondavano, prendeva la qualifica di nero. Ma la topografia attuale del castello non consente alla tradizione.”. Non si capisce bene se la tradizine si riferisca al Lago Sirino o al Lago Laudemio o al Lago Remmo, non molto distanti dal monteSirino e da Lagonegro. Giacomo Racioppi (….), nella sua ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, Roma 1889, nel vol. II, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “89. Rivello. – Si trova nel m. e anche ‘riballus’ per ‘rivellus, rivulus,’. Ma più probabilmente è derivato da ‘racina’ (fr. rovine), racinello, ravello; e “ravina” è identico a Gravina. I Gravi o Gravine indicano, in certi dialetti, luoghi scoscesi e dirupati; e ‘grava’, medievale, è dal tedesco ‘graven’, ‘fodere’. Mutazione dell’a in i, per distinguerla da Ravello sulla costa di Amalfi.  – L’antica assurda etimologia che traeva le origini e il nome dell’ellenica Velia distrutta, si legge incisa sulla porta della sua chiesa maggiore, ove è uno stemma, e intorno scrittovi: “Iterum. Velia. Renovata. Rivelium Constans. Monumentum.” Nel territorio due fontane, l’una detta dei Lombardi; l’altra dei Greci: notevoli testimonianze storiche. Del grecismo di Rivello vedi appresso….. – Rotale della stessa origine che ‘Ruoti’.”. Angelo Bozza (….), nel suo “La Lucania – Studii Storico-Archeologici”, vol. II, a p. 194, in proposito scriveva di Rivello che: “Rivello……Nel suo territorio si scavano molto antichi ruderi ed anticaglie varie, onde è tenuto paese antico, succeduto secondo taluni a Velia, quindi detto Ri-vello, quasi Rivelia; altri con l’Antonini pensano che sia surto dalle ruine di Blanda; M.G. Racioppi mette Cesariana nel sito della ‘civitas’. Si conserva ancora nelle sue vicinanze un antico tempietto od eroo, e vi si veggono le vestigia di un anfiteatro. Fu uno dei molti paesi del regno occupati dai Saraceni nel corso del nono secolo.”. Da Wikipedia leggiamo che le origini di Rivello si fanno risalire all’Alto Medioevo; tuttavia, i numerosi reperti archeologici (rinvenuti nella contrada detta, appunto, “Città”) fanno supporre che Rivello sia l’erede della città lucana – esistente già dal periodo preromano – di Sirinos. Notoria è la divisione, a partire dal medioevo, della città in due distinti quartieri, quello superiore, i cui abitanti, detti bardàv’ti, erano legati uno alla chiesa di rito latino (San Nicola di Bari) e quello inferiore, i cui abitanti, bardàsci, erano fautori della parrocchia di rito greco (Santa Maria del Poggio). Resistono ancora nella toponomastica (“Fonte dei Lombardi” e “Piazza dei Greci”), riferimenti alle due etnie contrapposte, che diedero vita alla città: longobardi, sicuramente stanziatisi a seguito delle invasioni barbariche, e greci, probabilmente provenienti, a seguito della sua distruzione da parte dei Saraceni, dalla vicina Velia da cui si dice derivi il nome moderno (Rivello ovvero Re-Velia). Difatti, il motto del comune recita ancor oggi “Iterum Velia renovata Revellum” (Una volta Velia, rinnovata in Rivello). Un’altra probabile origine etimologica del nome, va ricercata in una formazione del tipo iterativo “Re + Vallare” cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo Revallo; dall’analogia con “ripa”, “riva” (che darebbe la forma intermedia Rivallo) potrebbe aver portato, per metafonia A>E, alla forma Rivello. Da Wikipedia leggiamo che San Costantino è una frazione del Comune di Rivello. Situata in collina ad un’altitudine media di 400 m. s. l. m., la frazione comprende, sul versante orientale, anche il rione Medichetta dal quale è separata da un lungo e profondo canale che, partendo da un’altitudine di 613 m. s. l. m. al bivio del Palazzo, ne delimita la parte sud-orientale e raggiunge la costa tirrenica dell’abitato di Sapri. La particolare posizione geografica consente un’ampia veduta del golfo di Policastro. San Costantino ha una popolazione di circa 150 abitanti, distribuita in diversi rioni (Ariola, Vallinoto, Girone, Roccazzo, Carpineta, San Giuseppe, Timpone, Calanghe, Palazzo, Medichetta); il nucleo abitativo più compatto è formato da diversi palazzi signorili, edificati nella prima metà del secolo scorso grazie soprattutto alle rimesse degli emigrati del Brasile, dell’Argentina, del Venezuela e della Spagna. Circondato da boschi e in posizione baricentrica rispetto al golfo di Policastro e al massiccio del Sirino e del monte Coccovello.

Nel X secolo, Rivello e la sua chiesa di rito greco

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ughel.,  cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra sive etc…”, vol. VII, ed. Coleti, a p. 542 parlando della “Dioecesis Polycastrensis”, in proposito scriveva che: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….”, che tradotto significa che: “La Diocesi di Policastro (…) è composta da ventiquattro comuni, di cui due primari, Lauria con collegiata (…), l’altro è Rivellus con due parrocchie. amministrare i riti con il clero, secondo l’usanza della loro nazione etc…”. Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (1), immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da quì l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Dunque, anche il sacerdote Gaetano Porfirio, sulla scorta del Laudisio scriveva che: “Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”.

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia….Nè men degna di ricordanza è quella benedetina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio VI unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2). Ed abbenchè, per ragion di unione avvenuta dopo il concilio di Trento, il vescovo di Policastro non possa accedere alla visita delle parrocchie, pure il vicario dell’abbazia non può istituire concorso di parrocchie senza l’intervento di quegli esaminatori che sono stati adoperati nel concilio sinodale di Policastro (3), e di riceversi dal vescovo suddettosì gli oli santi come gli esemplari della bolla della crociata (3), per apostolico indulto di papa Pio VI agli abitanti di questo regno per la prima volta concessa. Dopo il detto fin quì (il tutto che si è venuto fatto di raccogliere sulla Chiesa policastrense) chiuderemo questo articolo notando i luoghi su i quali si estende la giurisdizione episcopale. Essi sono: ‘Acqua della Vena’, Bosco, Battaglia, Camerota, Capitello, Celle, Casaletto, Lentiscosa, Lauria, Latronico, Lagonegro, Morigerati, Poderia, Policastro, Roccagloriosa, Rocchetta, Rivello, Spani Sicilì, Sapri, S. Costantino, S. Cristoforo, Santa Marina, S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Trecchiena, Torraca, Tortorella, Vibonati'”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Concilio Tridentino, Sessione 24, Capitolo 18, ‘de Reformat’.”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex Bull., 21 novem. anno 1777.”.

Porfirio, p. 539 (in D'Avino)

(Fig…) Porfirio G., op. cit., p. 539

Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 367-377, dove ci parla della Diocesi di Policastro. Il Cappelletti, a p. 375, continuando il suo racconto sulla Diocesi di Policastro, ci parla della chiesa greca di Rivello e scriveva che: “Noterò da ultimo, che circa il IX secolo fu introdotto in Rivello, città di questa diocesi, il rito greco. Ivi anzi sorsero due insigni collegiate: una di santa Maria del Poggio, numerosa di clero greco e presieduta da un arciprete, e l’altra di san Nicolò uffiziata da clero latino. Nei primi tempi i parrochi dei due riti vivevano in buona armonia tra loro. I greci, non avendo vescovo del loro rito, ricevevano le sacre ordinazioni dal diocesano. Ma nei primi anni del secolo XVI il rito greco andò in decadenza per le molestie, che gli ecclesiastici ne soffrivano dai latini; cosicchè andando in lungo di troppo questo disordine, i greci nel 1572 domandarono di passare al rito latino. Ecc... I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 508, in proposito, scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (61), postillavano che: (61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, ecc.., op. cit., pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62), postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri Bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda, p. 2.”.

Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola

Germano Giovannelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).”. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”.

Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102, ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata.

Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: “…tori Leone Isaurico e Costantino Capronimo, acerrimi distruttori di immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, delle quali non ultima al certo fu quella con cui Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime Chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò, e non ostante fondazione di due abbazie, addimandata una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (‘ab Epyro’), levatevi dà Calogeri orientali, quivi dalla persecuzione cacciati, pure dalla Chiesa bussentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua sede di Roma (3). Ma non ebbero qui termine i duri travagli in chè traboccò l’infelice regione Lucana. Leone detto il sapiente (a. 887) confermò l’atto di violenza, nel secolo anteriore dal patriarca Anastasio consumato, e fece che le chiese strappate alla devozione di Roma alla costantinopolitana sede fosse in perpetua soggette.”. Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Anast. Bibl. in papa Paulo, apud Bern. hist.haer. tom. 2. seculo 8, pag. 399.”. Il Porfirio (…), nella sua nota (3), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Porfirio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. (si veda p. 191).

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A Rivello, il corpo di S. Mansueto venerato nella chiesa di S. Maria del Poggio

Il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi etc..’ a p. 101 (vedi versione del Visconti) in proposito scriveva che: “Ma anche in altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Felice, S. Teodoro e S. Donato.”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””.

L’indagine glottologica, conferma la presenza di monasteri italo-greci nell’area

Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia,  “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e “nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano diversi Registri di dimissione rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 ed una del 1608″ (Volpe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132).”. Giuseppe Volpi (…) in proposito dice che “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes).  Il Volpi (…), ci parla della notizia citata dal Racioppi, quando a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100. Il Gaetani (22), sempre nel suo saggio sul manoscritto del Mannelli (…), a pp. 24-25, riporta il passo del Mannelli, quando l’Agostiniano analizza la notizia tratta dal libro III, Cap. VIII del Malaterra (…), in cui si parla degli Africani che distruggono la città calabrese di Nicotera: “Africani Saraceni e familia Regis Punicis ex ejus edicto navibus per naves Piratarum more vela ventis committentes maritima litora versus Siciliam, et Calabriam insidiatum vadunt; sique Junio mense in vigilia B. Petri apud Nicotrum ecc..”. 

Nel 1079, ‘Revelia’ fra le trenta parrocchie nella ‘Bolla di Alfano I’

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(Fig….) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (…), copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio Attanasio)

La seconda ricostituzione della sede Episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’Ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. Il Cappelli (25), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), così scriveva in proposito: mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (…), si citavano quelli di: Fujenti (Mingardo o Rofrano in origine), Castrum (Roccagloriosa), Laeta (Aieta), Castellum de Mandelmo (Castello di Licusati), Languenum (Laino borgo), Porto o Portu (Sapri), Turraca o Turracca (Torraca), Ulia (Lauria), Vimanellum (Viggianello), Abbatemarcu (Abbatemarco fiume) Mercuri (fiume affl. Lao), Triclina (Trecchina), Revelia (Rivello), ecc..

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(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…).

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(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…).

L’Abbazia minore basiliana di San Giovanni Battista a Rivello posta sotto la giurisdizione di S. Giovanni a Piro

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ne rimanevano sino a poco tempo fa solo i pubblici oratori aperti a tutti, e che oggi sono ridotti quasi a un mucchio di rovine, invece i beni di queste due abbazie furono assegnate alla Chiesa Madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa. (51)”. Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che a Camerota e a Rivello vi erano due abbazie minori di basiliani. Quali erano queste due abbazie poste una a Camerota e l’altra a Rivello. Il Laudisio scriveva che a Camerota quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, da come leggiamo, secondo il Laudisio l’abbazia minore basiliana a Rivello deve essere “….e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ecc..”. Dunque, secondo il Laudisio (….), a Rivello vi era un’abbazia minore basialiana dal titolo di S. Giovanni Battista. Sempre secondo il Laudisio l’abbazia minore di basiliani dal titolo di S. Giovanni Battista era stata posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro.”. Non è proprio così come vedremo. A Rivello vi era un antico monastero che poi diventerà grangia dell’antico monastero di S. Giovanni a Piro e che quindi dipenderà dall’archimandrita del monastero o Abbazia di S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro. Si tratta del monastero di S. Pietro a Rivello. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Il Laudisio, alla sua nota (50) a p. 17 postillava che: “(50) Ughel., cit. loc., tom. 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: Diocesesis Polycastrensis (…) quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Dunque, il Visconti, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) postillava e citava l’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli, II° ed., ed. Coleti, tomo VII, p. 542. Il Laudisio (…), nella sua nota (50), a p. si riferiva alla seconda edizione, edizione Coleti, 1721,  vol. VII, dell’‘Italia Sacra’ di Ughelli (…), che a p. 542, ci parla dei Vescovi della Diocesi di Policastro “Episcopi Polycastrensi”. Ma di queste citazioni e autori parlerò in seguito. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento cita i: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”Domenico Martire (…), dopo aver parlato dei Monasteri soggetti al monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (…), citava ben due monasteri a Rivello: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano, donata dal Re Ruggero al Monastero di Grotta Ferrata, con le seguenti Grangie, come dirassi nella Vita di S. Nilo di Rossano: 7. S. Pietro di Rivello.”. Dunque, secondo Domenico Martire, la grangia dipendente dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, a Rofrano, era il monatero di S. Pietro di Rivello. Il Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemento 8° alla basilica, cioè: ecc..”. La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di ….

La chiesa ed i monasteri italo-greci a Rivello

Nel 1982, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, in proposito a Rivello, a p. 205, scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, la contea di Lauria, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29)”. Il Campagna, a p. 205, nella sua nota (29), postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 222.”. Infatti il Pesce (…), forse anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 222, scriveva della Contea di Lauria, e di notizie tratte dal Giustiniani (…), circa la terra vicina di Lagonegro, posseduta dalla famiglia Sanseverino, nel 1463, quando Vincislao, ammogliò la figlia, dandogli in dote la contea di Lauria, consistente anche in Rivello. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102, ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel vol. II, a pp. 99-100, in proposito scriveva che: “qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia,  “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, ecc..”. I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio “Pyxous-Policastro”, a p. 508, in proposito, scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (61), postillavano che: (61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, ecc.., op. cit., pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62), postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri Bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda, p. 2.”. I due studiosi si riferivano a Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 367-377, dove ci parla della Diocesi di Policastro. I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio “Pyxous-Policastro”, a p. 508, in proposito, scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (61), postillavano che: (61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, ecc.., op. cit., pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62), postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri Bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda, p. 2.”. I due studiosi si riferivano a Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 367-377, dove ci parla della Diocesi di Policastro. Il Cappelletti (…), a p. 375, continuando il suo racconto sulla Diocesi di Policastro, ci parla della chiesa greca di Rivello e scriveva che: “Noterò da ultimo, che circa il IX secolo fu introdotto in Rivello, città di questa diocesi, il rito greco. Ivi anzi sorsero due insigni collegiate: una di santa Maria del Poggio, numerosa di clero greco e presieduta da un arciprete, e l’altra di san Nicolò uffiziata da clero latino.”. Come giustamente ritenevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…).

Il monastero italo-greco di San Gaudioso a Rivello, grangia dipendenza dell’Abbazia di San Giovanni a Piro

Il sacerdote Rocco Gaetani (….), sulla scorta del Laudisio (….), a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina, com’oggi si osserva involta di erbe e roveti. Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni. La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza ecc…”. Dunque, è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Dunque, il Gaetani parlando dell’Abbazia italo-greca di S. Giovanni a Piro dice che essa possedeva il Monastero o la Grancia di San Gaudioso a Rivello. Biagio Cappelli (…), citava anche Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti,…”:

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(Figg…) Martire D. (…), pp. 150-151

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, secondo Domenico Martire, la grangia dipendente dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro, a Rivello, era il monatero di S. Gaudioso. Il Martire (…), nel suddetto elenco, aggiunge che vi erano: “11. Monastero di S. Giovanni a Pera, con le seguenti Grangie unita alla Basilica del Presepio di Roma: 15. S. Gaudioso a Rivello.”. Il Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemento 8° alla basilica, cioè: ecc…”. Il Martire (…), prendeva queste notizie da Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo Trattato Historico-Legale sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Infatti, anche Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 305, in proposito all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, scriveva che: “il cenobio di S. Giovanni da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, …..di S. Gaudioso di Rivello ecc…”. Anche il Cappelli (…), le notizie sull’antica Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, le traeva dal ‘Trattato Historico-legale di Pietro Marcellino Di Luccia (…), che scrisse nel 1700. Il Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, ecc..”:

Di Luccia, p....(Fig…) Di Luccia (…), p. 3

La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di ….

Nel 1131, la Terra di “Rebellum” posseduta dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano e poi da quella di Grottaferrata nel Tuscolano

Il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parla di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a p. 442, così parlava di Rivello, scrivendo che avesse visto tantissime ruine e resti di edifici, in proposito scriveva che: “Queste tante ruine m’han posto in dubbio che quì potes’essere stata l’antica Blanda.”. Su Rivello, l’Antonini, continuando il suo racconto scriveva che: “Nella carta di Ruggiero del MXXXI, riportata dove s’è ragionato di Rofrano, questa Terra è chiamata ‘Rebellum’ (I).”. Soffermiamoci sul passo dell’Antonini, dove a proposito di Rivello, ci parla della carta di Re Ruggero II d’Altavilla, del 1131, a cui ho dedicato il saggio: “Il Crisobollo di Re Ruggero II del 1131”, ivi pubblicato nel mese di Aprile 2018. In questa antichissima pergamena datata anno 1131, il nome di Rivello appare col toponimo di ‘Rebellum’, forse perchè, come scrive l’Antonini, si riferisse alla ribellione del suo concittadino, il Conte Guglielmo di Rivello, su cui indagheremo meglio. Secondo l’antico documento Normanno del 1131, re Ruggero II, confermò alla terra di Rofrano ed alla sua Abbazia (o a quella di Tuscolo), i precedenti privilegi dei suoi parenti Normanni, gli Altavilla. L’Antonini (….), parlando di Rofrano, citava l’antichissimo documento Normanno che la Follieri (…), chiamerà “Crisobollo” di Re Ruggero II. L’Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, dell’antichissimo documento Normanno e, in proposito scriveva che: “La grossa terra di Rofrano. Questa era prima colà dove oggi si dice Rofranovetere, e molte rovini ancora ivi si veggono, ma fu ridotta nel presente luogo dai PP. Basiliani, che una Chiesa, o Romitorio vi avevano. A tempo poi di Re Ruggieri fu la stessa terra con la sua amplissima giurisdizione (I), e molte grancie, donata a medesimi PP. Basiliani, essendo Abate di Grotta Ferrata, (dal quale Monistero quello di Rofrano dipendeva) Leonzio, confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.. L’Antonini (…), a p. 388, della sua ‘Lucania’ (si veda la prima edizione del 1745), in proposito scriveva che: “confermatosi la donazione fatta per prima da Ruggieri suo cugino, e da Guglielmo figlio di questo.”. L’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) A tempo di Guglielmo il Buono l’Abate di Rofrano era anche il padrone di Casella, vedendosi dal Registro pubblicato dal P. Borrelli, che per essa, e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Poi nell’altra nota, l’Antonini, disserta sulla datazione dell’antico documento. Pietro Ebner (…), a proposito del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, dell’aprile 1131, scriveva in proposito: Prime notizie sicure al diploma di Re Ruggero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (5) – che fu pubblicato dal Ronsini (5), “Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (…). Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Germano Giovanelli (…), nel suo  ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, del 1955, a p. 133 (vedi ristampa), ci parlava del ‘Crisobollo di Re Ruggero’, a cui ho dedicato ivi un mio saggio. L’elenco o inventario dei beni, è di estremo interesse per le nostre terre e per i possedimenti che in esso vengono elencati, per la toponomastica dei luoghi. Dal privilegio del Re Ruggero II, e dalla Platea dei beni, il ‘Regestum Bessarionis’,  apprendiamo che l’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, aveva possedimenti e tenute e grange disseminate sul nostro territorio. Risultano monasteri, Abbazie e grange a Salerno e Benevento, a Policastro, a Rofrano, a Laurito, a Diano, a Sassano, a Montesano, nel tenimento di Campora, nel tenimento di Rivello, a Scalea e a Sanza. Enrica Follieri (…), scrive che nell’antico documento illustrato in Figg…..: Aggiunge, per precisare l’estensione del feudo, un dettagliato περιορισμδς (restrizione) dei terreni appartenenti alla chiesa di Rofrano, nonchè l’elenco delle nove grange (…) e delle abitazioni civili (…) di sua proprietà, per lo più collocate nel Cilento. Concede inoltre alla chiesa e al monastero il diritto di asilo e di giurisdizione criminale. La ‘sanctio’ minaccia ‘l’indignatio’ del sovrano, e fissa la pena pecuniaria in mille once d’oro, da versare per metà al monastero, per metà all’erario regio. Segue l’indicazione della data (aprile, ind. IX, a.m. 6639) e la ‘subscriptio grossioribus litteris’ (come nota il transunto del 1465), la cui versione è ‘Rogerius Pius et Potens in Christo Deo Rex et Christianorum adiutor’.”. Il Giovannelli (…), fa notare che nell’antico documento dell’anno 1131, è citata la “Grangia di S. Pietro in terra di Rivello”. In questo antichissimo documento, vengono elencate i beni e le proprietà confermare da Re Ruggiero II d’Altavilla, all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. I beni che vengono confermati all’Abbate Leonzio, sono quelli che il monastero o Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, già possedeva. Fra i beni posseduti dal monastero di Rofrano, vi era anche la grangia di S. Pietro in terra di Rivello:

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(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata.

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(Figg…..) ‘Crisobollo di Ruggero II’, dell’Aprile 1131 (…), pubblicato dal Ronsini (…), nell’appendice al suo testo: ‘Documento A’, p. 69 e s.

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 57, continuando il suo racconto sulla Platea del Bessarione in proposito scriveva che: “Per quanto riguarda le grange dell’Italia meridionale, non è inutile ricordare che esse entrarono presto a far parte del patrimonio della Badia  e furono incrementate nel 1131 quando la Badia ottenne da Ruggero II il baronato di Rofrano (110). Nel 1462 appaiono ormai scarsamente redditizie, fiaccate forse da una politica di mantenimento, piuttosto che di sviluppo, che alla lunga le aveva fatte divenire possedimenti se non del tutto passivi certo non troppo redditizi. Dal 1131 di esse non abbiamo praticamente notizie fino al tempo dell’abate Francesco Mellini, cioè nel XV secolo, quando questi si recò per rinnovare alcune locazioni (111). Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di….ecc….quello di Santa Maria ‘de Vitis’ nel territorio di Laurino che nell’ottobre del 1443 venne concesso in enfiteusi a tal ‘Jacobo Rivellense’ di Montesano (c. 58r9); quello di San Pietro di Thimusso in Montesano, che pure nell’ottobre del 1443 venne locato ad un tal ‘Petro Revellense’ (c. 60r). Ecc..”. Loredana Pera (…) a p. 57 nella sua nota (111) postillava che: “(111) Nel mese di ottobre del 1426, come viene ricordato nella ‘Platea’, c. 56r, ‘ivit personaliter'”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, risulta costituito da un insieme di beni dotato di una notevole continuità, la cui origine si può ricostruire attraverso la documentazione del regno di Sicilia a partire almeno dal XII secolo. Situati nel Cilento sono i territori di Laurino con il ‘monasterium sive grangia’ di Santa Maria de Vita, di Diano con la chiesa di San Zaccaria (Sassano), di Montesano con la chiesa di San Pietro al Tamusso, di Campora con la chiesa di Sant’Angelo, di Policastro con la chiesa di San Matteo e infine di Sanza con la chiesa di Santa Maria di Siripi (tutti in provincia di Salerno). Tra il Cilento e la Lucania si localizza invece la grangia di San Pietro in territorio di Rivello (oggi in provincia di Potenza), mentre nella Calabria settentrionale è Scalea con la chiesa di San Nicola di Siracusa (oggi in provincia di Cosenza). La grancia di San Nicola si trova invece a Benevento (1). Del feudo facevano parte anche alcune case di Salerno, ubicate presso la Porta Nova e presso la Giudaica, poste quindi sotto la giurisdizione dell’abate di Rofrano. Queste ultime sono documentate sin dal X secolo, in quanto localizzate nella “Judaica, tra il muro e il muricino” (2). Il feudo, confermato nel 1131 dal re Ruggero II all’abbazia di Grottaferrata, andava ad arricchire un complesso patrimoniale già attestato nel 1116. L’accrescimento dei beni in Italia meridionale, in seguito alla donazione di Ruggero II, seguirà un andamento a macchia di leopardo fino a Salerno (3). Rofrano. Anche la storia civile ed ecclesiatica di Rofrano si identifica con la storia della badia, della quale i normanni furono investiti per circa quattrocento anni. Quando, nell’aprile del 1131, il re Ruggero II di Sicilia concedeva a Leonzio, l’abate basiliano che si era appositamente recato a Palermo, la badia e il feudo di Rofrano, tale possesso doveva già figurare fra i beni di Grottaferrata.”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (1) postillava che: “(1) La chiesa di S. Nicola di Benevento è ricordata nel privilegio di Innocenzo III (‘Documenta’, 2 c. 41v).”. Susanna Passigli a p. 379 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Marongiu, 1937.”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Follieri 1988, in particolare le pp. 71-81. Il crisobollo elenca puntualmente tutti i beni che poi figureranno nella Platea, con il seguente ordine: “Sancta Maria de Rofrano in partibus Policastri (con elenco di confini), grangia Sancta maria de Vite in tenimento seu territorio Laurini, grangia Sanctae Zaccariae in territori Diani, grangia Sancti Petri de Tomusso in territorio Montis Sani, grangia Sancti Arcangeli in territorio Campore, grangia Sancti Mathei in territorio Policastri, grangia Sancti Petri de Ribelli, grangia Sancta Mariae de Scripti in territorio Sanse”; concludono l’elenco le case presso Porta Nuova e Judaica in Salerno. La studiosa analizza il documento per provarne l’autenticità, anche se con qualche riserva sull’efettivo ruolo di abate ricoperto dal citato Leonzio. Nel privilegio del 1116 è invece menzionato un altro complesso di beni, in seguito non più attestato. Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo ‘in Calabria’, esentati dalla giurisdizione vescovile, con le loro dipendenze site ‘bisianensis et roscianensis parrochia’, cioè nei territori di Bisignano e Rossano Calabro nella Sila Greca, verso il mare Ionio: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni nella ‘Villa S. Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (ASV, Reg. Lat. 498, c. 196r.).”.

Nel 1253, Guglielmo, Conte di Rivello, al tempo di Corrado di Svevia

Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parla di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a p. 442, continuando il suo racconto su Rivello, a p. 442, nella sua nota (I), posillava in proposito che: “(I) Fu Conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II, conosciuto da Corrado, per uomo di gran senno e di consumata prudenza, fu destinato per la riformazione del Regno. Il ‘Collenuccio lo chiama erroneamente Enrico  e nel lib. 4 di sua ‘Storia’, dice che fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”Per i fatti, di cui ha parlato anche l’Antonini a p. 443 della sua ‘Lucania’, prendendo le mosse dal racconto che fece lo storico della fine del ‘600, Pandolfo Collenuccio (…), nel libro IV del suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’, edito nel 1591. Il Colenuccio (…), nel suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’ (ed. del 1613), nel cap. IV, a p. 57 a, parla di ‘Guglielmo, ribelle di Federico II’. Il Collenuccio (…), ci parla del ribelle Guglielmo, Conte di Lauria (dice l’Antonini), che secondo l’Antonini “…fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Il Collenuccio, nel cap. IV a p. 57, in proposito alla ‘Congiura di Capaccio’, scriveva di questo Guglielmo: “Capi del trattato erano Pandolfo da Fasanella, & Giacomo da Morra; Compagni nel tradimento erano Tebaldo, Guglielmo, & Francesco da S. Severino, ecc..”. Federico II di Svevia, morì a Ferentino di Puglia, nel 1250. Ma chi era questo Corrado di cui parla l’Antonini, dove dice che egli, dopo la morte di Federico II di Svevia, conosciuto Guglielmo Conte di Rivello, gli lascio la restaurazione del Regno. Il Collenuccio, a p. 60, in proposito scriveva che: “Lasciò erede universale nel Regno di Napoli, et in tutto l’Imperio di Roma, suo figlio Corrado Re d’Alemagna. Ad Enrico, minor figliuolo ancora legittimo, lasciò il Regno di Sicilia: oltra il Faro, il qual però havesse a tenere secondo la volontà di Corrado predetto, et lasciolli centomila once d’oro. ecc…ecc…”. Il Collenuccio (…), a p. 62, in proposito scriveva che: “Avuto adunque Napoli in questo modo Corrado, fu  Re universale del Regno senza alcuna contradittione, et la riformatione di esso, commise ad Enrico, vecchio Conte di Rivello, et il governo di Napoli. Stando adunque in istato pacifico volto ai piaceri, Enrico fanciullo suo fratello, figliuolo della Regina Isabella, partì di Sicilia, à chi Federico l’havea lasciata, per venire a far riverenza al Re. In sua compagnia vi era un Capitano Saracino detto Giovanni Moro, ecc…ecc..”. Dunque, l’Antonini (…), riguardo a Rivello, sulla scorta del Collenuccio, in proposito scrive che Guglielmo, Conte di Rivello, fu conosciuto da Corradino di Svevia, come uomo di gran senno e di consumata prudenza, destinandolo alla riformazione del Regno. L’Antonini (…), scrive pure che il Collenuccio, l’aveva chiamato erroneamente Enrico, il quale (secondo il Collenuccio), era stato uno dei primi a ribellarsi durante la Congiura dei Baroni contro Federico II di Svevia. Intanto l’Antonini, ci parla di Lagonegro, l’antica ‘Nerulo’, ‘Lagonegro e sue montagne’, p. 183, Parte II, Discorso I. Corrado IV di Svevia, alla morte del padre l’Imperatore Federico II, insieme a suo fratello Manfredi, ereditò gran parte dei Regni del padre. La successione al trono del Regno di Sicilia, avvenuta dopo la morte dell’Imperatore Federico II, nel 1250, di cui venne a conoscenza probabilmente in gennaio, procurò a Corrado la successione in tre Regni ma peggiorò anche notevolmente la sua posizione. Corrado, scomunicato dal papa il 13 aprile 1251, decise di partire per l’Italia per trasferire la sua base nel Regno di Sicilia, del quale rivendicava l’eredità. Corrado, per punire la ribellione di Napoli ne trasferì l’Università a Salerno. Corrado, ridusse i diritti di sovranità al fratello Manfredi, restandogli il principato di Taranto e, negò il proprio consenso ad alcuni provvedimenti di governo di Manfredi, in primo luogo i ricchi infeudamenti dei Lancia, suoi parenti per parte di madre. Nell’estate del 1252, Corrado, diede inizio all’offensiva contro i ribelli e, nel 1253, bandì i Lancia dal Regno minacciandoli di punizioni, con la sola esclusione di Bertoldo di Hohenburg, marito di Isotta Lancia. Ricordiamo che, dopo la ‘Congiura di Capaccio’, contro l’Imperatore Federico II di Svevai, e lo sterminio dei Sanseverino – fatto prigioniero ed esule alla corte del Papa, il piccolo Ruggero unico sopravvissuto – Galvano Lancia, fu investito della Contea del Cilento dall’Imperatore Federico II, di cui abbiamo già parlato ivi in un altro saggio dedicato alle nostre terre al tempo di Federico II di Svevia. Corrado IV, morì il 21 maggio 1254, e si disse che fosse stato avvelenato da Manfredi. A quel tempo, scrive Pietro Ebner nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), parlandoci di Policastro, in proposito scriveva che: Nel 1254, come vedremo in seguito, vi fu mandato il vescovo salernitano Giovanni Castellomata, che restò a capo della diocesi per un paio di anni, e dopo, per tutto il secolo XIII, si ricordano i nomi di Mario, Fabiano e Bartolomeo. Quest’ultimo è ricordato per l’anno 1278, e dopo di lui, fino al 1358, non si hanno documenti attestanti che nomine si sian fatte.”. L’Ebner, continuando il suo racconto, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 274), scriveva che: Il 13 ottobre 1254 Innocenzo IV, da Anagni, ordinò a Guglielmo di S. Eustachio, cardinale diacono e legato del Capitolo di Policastro per la nomina a vescovo di quella diocesi di Giovanni Castellomata medico e canonico salernitano. Nell’informare il cardinale che si attendeva una nomina immediata si augurava che quel canonico, con i suoi amici e parenti, gli fossero utili in un affare impreso a trattare a Salerno.. Nelle sue disposizioni testamentarie, Corrado IV, prima di morire, nominava come proprio successore il figlio Corradino di Svevia, nato in Baviera il 25 marzo 1252 dopo la sua partenza per l’Italia. Il Collenuccio e l’Antonini, si riferivano a Corrado IV, o si riferivano forse a Corradino di Svevia figlio di Corrado IV di Svevia ?. Nell’anno 1266, dopo la morte di Re Manfredi, nel settembre del 1267 discese in Italia il giovane Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, ultimo degli Hohenstaufen, chiamato dai partigiani dell’Impero. In seguito a lunghe trattative con i papi Urbano IV e Clemente IV, quest’ultimo nel 1265 scelse come nuovo re di Sicilia Carlo I d’Angiò. Il 22 febbraio 1266 Manfredi fu sconfitto e ucciso nella battaglia di Benevento. I suoi sostenitori meridionali si rivolsero quindi a Corradino che decise di scendere in Italia e rivendicare il trono di Sicilia. Accolto trionfalmente a Roma, ma il 23 agosto 1268, presso Scurcula Marsicana (Fucino), Corradino venne sconfitto da re Carlo d’Angiò. Scampato alla battaglia venne poi catturato presso la Torre di Astura e consegnato a Carlo, che lo fece condannare a morte (Napoli, piazza del Mercato, 29 ottobre 1268). In una lettera inviata al giustiziere di Principato e Terra Beneventana nel 1279, Re Carlo I evoca eventi ignoti verificatisi nell’odierno basso Cilento in quel tempo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, nel suo vol. II, a p. 676, in proposito citava una lettera di Carlo I d’Angiò del 1279 (7). Ebner, in proposito alla citata lettera, postillava nella sua nota (7) e, in proposito scriveva che: “ricorda una pagina minore, ma non meno importante, delle attese che si ripromettevano i partigiani dell’Impero dalla venuta di Corradino di Svevia in Italia.”. Poi l’Ebner, continuando il suo racconto a proposito della lettera di Carlo d’Agiò, scriveva che: “Da questa lettera si apprende di cavalieri con predicato locale, Carlo d’Angiò segnala nella sua lettera che il milite Roberto de Bertanoni, il milite Guglielmo Marchisio il vecchio, Marchisello suo nipote, Nicodemo suo fratello, Ugotto Mezzacanna, Giovanni di Aldo e Anselmo de Offiza della Terra di Tortorella, al tempo delle ultime irruzioni nemiche nel Regno presero le parti di Corradino. Anzi all’approssimarsi delle galee condotte da Federico Lancia e da Riccardo Filangieri al litorale di Policastro, i predetti si recarono a incontrare il vascello imperiale. Ricevuti i sopravvenuti come capitani, questi furono condotti nel feudo di Tortorella e venne affidato nelle loro mani l’amministrazione e il governo dell’università. Alla venuta di Corradino fecero poi solenni e pubbliche feste. Dopo la sconfitta di Corradino, re Carlo ordinò a Ruggiero Sanseverino, conte di Marsico, di fare arrestare i traditori di Tortorella, i quali si erano già messi in salvo con la fuga. Carlo I d’Angiò, ordinò di distruggere le loro case, svellere le loro vigne, distruggere i raccolti e dare i loro beni in amministrazione, prima ad un certo Arduino, e poi a Giovanni Gallina, i quali se ne erano già impadroniti. Il Re pertanto ordinò al giustiziere di estromettere costoro prendendo in consegna tali beni. Vi è pure notizia che Margherita Guarna, vedova del fu Matteo di Padula, concesse l’annua “previsione” di once XX sui beni del ribelle Giovanni da Procida, in cambio dei casali di Tortorella e di Casalnuovo quae tenebat pro dodario (8). È del 1289 un ordine perentorio di Re Carlo II ai salernitani Riccardo de Ruggiero e Riccardo D’Aiello di recarsi immediatamente, sotto pena di confisca dei loro beni, rispettivamente al castello di Tortorella e a quello di Sanza, di cui erano possessori, per custodirli diligentemente “ne gravetur ab hostibus” (9)”. Ebner, a p. 676, nella sua nota (7), postillava che il documento è “(7) Reg. 33, f. 93 = vol. XX, p. 141, n. 324, a. 1279.”. Sempre l’Ebner, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Reg. 1272, XV ind. f. 88 = vol. VIII, p. 163, n. 312.”. Ancora Ebner, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Reg. 46, f. 314 t., 1298, settembre, Napoli = Carucci cit., II, p. 204, n. 97.”.

Tra il 1308-1310, il ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

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Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.

Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)

  • Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
  • Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV

Foglio 250 (v)

  • Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
  • Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV

Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. La Follieri (…), op. cit., a p. 450 inproposito scriveva che: “La chiesa di S. Maria di Rofrano è registrata come grangia del monastero di ‘Gripte Ferrate de Urbe’ ” cum duabus grangiis suis” delle Decime papali degli anni 1308-1310 per le diocesi di Salerno e di Capaccio (100)”. Riguardo la chiesa di Rofrano si veda Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di) (…), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’– Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948. La Follieri (…), nella sua op. cit., a p. 450 nella sua nota (100) postillava: “(100) stessa opera, Città del Vaticano, 1942 (Studi e testi, 97), p. 385, num. 5533; p. 461, num. 6607.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “(25) Regno di Napoli…Dal 1583 la badia di Rofrano fu annessa alla Diocesi di Capaccio, mentre in precedenza essa aveva fatto parte di quella di Salerno. Ne sono testimonianza le decime versate negli anni 1308-1310 dalla grangia di Santa Maria di Grottaferrata in Rofrano, insieme a quelle richieste alle chiese del ‘castrum Dyani’ (oltre alla chiesa arcipresbiteriale, Sant’Eustachio, Santa Maria de Castro, San Pietro, S. Nicola), a quelle del ‘castrum Montissani’ (San Nicola, Sant’Andrea, Santa Maria de Cadossa), a quelle del ‘castrum Sanso’ (Santa Maria, San Pietro) e a quelle del ‘castrum Laurini’ (Santa Maria, San Pietro, San Matteo, Ognissanti). Il territorio di Campora era compreso nella diocesi di Capaccio, mentre ricadeva in quella di Policastro il ‘castrum Rivelli’ (12). Nel XVIII secolo il patronato delle chiese di Rofrano, Santa Maria di Grottaferrata, San Nicola de Mira, San Giovanni Battista e Santa Maria dei Martiri, fu attribuito al comune stesso, a cura del quale vennero attuati successivi interventi di restauro (13).”. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (12) postillava che: “(12) ‘Rationes decimarum’ 1939, pp. 383-385, 460-461.”. Susanna Passigli a p. 387 nella sua nota (13) postillava che: “(13) Sulle chiese Ronsini 1873, p. 76 ss.”. Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a p. 153, in proposito scriveva che: “I secoli XIII e XIV sono scarsamente documentati. Sono noti i documenti pubblicati da Nicola Barone nel 1905 tratti dai Registri angioini dell’Archivio di Stato di Napoli in cui è manifesta la protezione dei re angioini a favore del monastero di Rofrano contro altri baroni che occupavano con prepotenza alcune grange (208). Nei registri vaticani delle Collettorie risultano, per gli anni 1308-1310, le decime assegnate alla chiesa di Rofrano pari a 40 once: “grangia Gricte Ferrate de Urbe cum duabus grangiis suis”, “valent unc. XL” (209). Non compaiono, invece, le grange indipendenti.”. Falcone, a p. 153, nella nota (208) postillava: “(208) N. Barone, La badia di Grottaferrata sotto la protezione dei re angioini di Napoli, im “Archivio della Società di Storia patria”, XXVII (1905), pp. 217-222.”. Falcone, a p. 154, nella nota (209) postillava che: “(209) Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Campania, a cura di M. Inguanez, L. Mattei-Cerasoli, P. Sella, 1942, p. 461”.

Nel 1341 o 1345 (?), la pergamena o istrumento in cui i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Licusati (il Laudisio scrive “di Camerota”) e di S. Giovanni a Piro passano alla chiesa madre di  Rivello

Ferdinando Ughelli parlando della Diocesi di Policastro e delle chiese di rito greco parlava di una pergamena del 1341 conservata presso la chiesa di Rivello. Forse un istrumento o un atto con cui i beni di due importanti abbazie in origine monasteri italo-greci passarono alla Chiesa Madre di Rivello. Si tratta dei monasteri italo-greci di S. Pietro di Licusati e quello di S. Giovanni a Piro. La notizia fu riferita anche dal Laudisio.  Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nel suo ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, ristampato a cura del Visconti (…), riferendosi al periodo che seguì la conquista normanna delle nostre terre e delle distruzioni di Policastro da parte di Roberto il Guiscardo, a p. 73 (vedi versione del Visconti) scriveva in proposito: “Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50). Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’archimandrita di S. Giovanni a Piro. Ne rimanevano sino a poco tempo fa solo i pubblici oratori aperti a tutti, e che oggi sono ridotti quasi a un mucchio di rovine, invece i beni di queste due abbazie furono assegnate alla Chiesa Madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa. (51).”. Dunque, il Laudisio scriveva che “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro”. Il Laudisio scriveva che vi erano due abbazie minori di basiliani: quella di “S. Pietro a Camerota” e quella di Rivello. Dunque, secondo il Laudisio, a Camerota vi era l’abbazia minore dei padri Basiliani detta di “S. Pietro” di Camerota. Mi chiedo se il Laudisio si riferiva ad un’altra abbazia o monastero di S. Pietro “a Camerota”, un ulteriore monastero o abbazia italo-greca a Camerota (oltre a quello di S. Iconio o S. Cono) oppure, il Laudisio si riferiva al monastero italo-greco di S. Pietro di Licusati ponendolo impropriamente a Camerota ?. A questa domanda ha scritto Onofrio Pasanisi (….). Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe. Di esse non esistono che ruderi.”. Proseguendo il suo racconto il Laudisio riporta anche un altra interessante notizia. L’antica abbazia basiliana o italo-greca detta dal Laudisio di “S. Pietro di Camerota”, in epoca Nomanna era stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma ecc..” e poi in seguito  I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa.”. Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Il Laudisio, alla sua nota (50) a p. 17 postillava che: “(50) Ughel., cit. loc., tom. 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: Diocesesis Polycastrensis (…(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Dunque, il Visconti, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) postillava e citava l’‘Italia Sacra’ di Ferdinando Ughelli, II° ed., ed. Coleti, tomo VII, p. 542. Il Laudisio (…), nella sua nota (50), a p. si riferiva alla seconda edizione, edizione Coleti, 1721,  vol. VII, dell’‘Italia Sacra’ di Ughelli (…), che a p. 542, ci parla dei Vescovi della Diocesi di Policastro “Episcopi Polycastrensi”:

Ughelli, vol. VII, p. 541-542.PNG

(Fig….) Ferdinando Ughelli (…), ‘Italia Sacra’, I° ed., vol. VII, p. 542

Il Visconti (….), nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (50) a p. 17 postillava e scriveva che l’Ughelli scriveva che: “…..(quatuor et viginti oppidis continentur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archipresbyer Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….” e, il Visconti, nella sua nota (50), aggiungeva pure che: (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popoli e magia nel sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”Dunque, l’abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua ‘Italia Sacra‘ parlando dei monasteri e delle chiese della Diocesi di Policastro con rito greco ed amministrate da sacerdoti che seguivano il rito greco scriveva che: “sono contenute nelle ventiquattro città, la principale delle quali due, Lauria On. una Collegiata (…), e le altre due avevano Parrocchia Rivellia, in quella latina della Bibbia archipresbyer, la lingua greca ad altre persone con clericale amministra i loro riti di Nazione ….”. Il Visconti (….), a p. 17, nell’edizione del Laudisio, nella sua nota (51) (vedi versione del Visconti) postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Bibl. Vat., num. 2101, pag. 177.”. Dunque, il Laudisio per queste notizie intorno alla chiesa madre di Rivello ed i suoi monasteri associati citava il card. Sirleti ovvero il codice Vaticano Latino n. 2101, pag. 177 conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. Lo storico locale, Biagio Ferrari (…), nel suo ‘Ipotesi etimologiche su Rivello, e sugli altri paesi della Valle del Noce’, edito da Rizieri di Lauria, a p. 15, scriveva che: Dai documenti esistenti nelle due chiese parrocchiali, il più antico è una pergamena del 1345, che trovasi presso la chiesa di S. Nicola, risulta sempre ‘Rivellum’; in un resto di volume indice (mancano gli altri undici volumi), che trovasi presso la Diocesi di Policastro, si legge: “Indic. dei monasteri, e delle chiese, e delle Celle….che si contengono negli undici precedenti volumi – Rivello in Diocesi di Policastro, in Principato citro Pandolfo di Revello è in Palermo, 1089.”. Il Porfirio (…), a p. 539, in proposito scriveva pure che: “La Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini in Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello ecc..”. Il Porfirio (…), parlando della Diocesi di Policastro a p. 538, col. dx, parlando della Diocesi di Policastro, scriveva che: “Non è tanto da passare sotto silenzio, come quivi a questi tempi, esistessero due badie, dette minori, dell’ordine basiliano, uno di S. Pietro e l’altra di S. Giovanbattista; con soggezione la prima all’archimandrita dell’Abbadia di Grotta-Ferrata nel Tuscolano, e la seconda a quello di S. Giovanni a Piro. Poscia, non ne avanzarono che gli oratori, de quali al presente non si veggono che poche vestigia: quanto a’ beni, essi furono devoluti a beneficio della chiesa madre di Rivello, giusta un istrumento in pergamena a gotici caratteri dell’anno 1341, ed un altro del 1685, che nell’archivio della suddetta chiesa tuttora si conservano.  Un così fatto rimescolamento facendo nascere il giusto timore del greco scisma, fu dalla santa sede opporunamente giudicato di permettere che i chierici greci potessero essere agli ordini sacri promossi dal vescovo di Policastro, quantunque di rito latino (3). Così fu preclusa ogni sorta di comunione coll’eresia venuta di Costantinopoli….”. Il Porfirio (…), sulla scorta dell’Ughelli parlando della Diocesi di Policastro a p. 538, col. dx, parlando della Diocesi di Policastro, scriveva che: “….quanto a’ beni, essi furono devoluti a beneficio della chiesa madre di Rivello, giusta un istrumento in pergamena a gotici caratteri dell’anno 1341, ed un altro del 1685, che nell’archivio della suddetta chiesa tuttora si conservano. Ecc..“. Dunque, il Porfirio, sulla scorta dell’Ughelli e del Laudisio scriveva che i beni delle due abbazie minori basiliane di S. Pietro di Licusati e di S. Giovanni a Piro secondo l’istrumento del 1341 (scritto a caratteri gotici) furono assegnate alla chiesa madre di Rivello. Il Porfirio (…), nella sua nota (3), postillava che:  “(3) Apud. Card. Sirleti, in biblioteca Vat. n. 2101, pag. 177.”. Il Porfirio, citava la stessa notizia del Laudisio sul Cardinale Sirleti. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), nella sua nota (51), postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Biblioteca Vaticana, num. 2101, pag. 177.”. Secondo il Laudisio, sulla scorta del Cardinale Sirleto o Sirleto (…) e, sulla scorta di due Atti notarili, del 1341 e, l’altro del 1685, che dice conservati nella Chiesa di Rivello, i beni delle due Abbazie di S. Pietro di Licusati (che dice dipendesse dall’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo) ed i beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, “furono assegnati alla chiesa madre di Rivello”. Il Laudisio (…), nella sua nota (51), ed il Porfirio (…), postillavano che la notizia proveniva dal testo del Cardinale Sirleti (…), e rimanda al codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Da Wikipedia leggiamo che il Cardinale Guglielmo i chiamava Sirleto. Guglielmo Sirleto (Guardavalle, 1514 – Roma, 6 ottobre 1585) è stato un cardinale italiano. Il Cardinale Guglielmo Sirleto, il 16 settembre 1566 fu nominato vescovo di S. Marco nella Calabria Citeriore. Trasferito a Squillace il 27 febbraio 1568, governò quel vescovato per mezzo del nipote Marcello sino al 15 aprile 1573, quando vi rinunciò in favore di lui. Nel 1569 fu chiamato a far parte della commissione preposta da Pio V all’edizione della ‘Vulgata’, e cooperò all’edizione della Bibbia greca dei Settanta e alla Poliglotta di Anversa. Il Cervini, divenuto papa, lo nominò custode della Biblioteca Apostolica Vaticana e gli affidò l’educazione dei nipoti. Da custode della biblioteca apostolica, Sirleto compilò uno dei primi cataloghi descrittivi, con un indice descrittivo completo dei manoscritti in lingua greca e portò a termine una nuova edizione della Vulgata. Da custode della biblioteca apostolica, Sirleto (…) compilò uno dei primi cataloghi descrittivi, con un indice descrittivo completo dei manoscritti in lingua greca e portò a termine una nuova edizione della ‘Vulgata’. Presso la Biblioteca Apostolica Vaticana dopo un’iniziale dispersione, è conservata la sua ricca raccolta di manoscritti, e la corrispondenza che il cardinale tenne con i più illustri personaggi del suo tempo. Nelle more della nomina di Cervini a cardinale bibliotecario (28 ottobre 1548), Paolo III affidò la cura della Biblioteca Vaticana al cardinale Bernardino Maffei, il quale incaricò Sirleto del riordino del patrimonio librario, impoverito da furti e prestiti non restituiti, del restauro e dell’inventariazione, mai terminata, dei codici della Biblioteca. Nel contempo egli si prodigò nell’acquisto di manoscritti per Cervini e per la Biblioteca e nell’aiuto a studiosi, quali Pietro Vettori, Gentian Hervet, Nicola Maiorano e altri che a lui ricorrevano in vista della stampa di opere patristiche e bibliche. Inoltre, in assenza di Cervini da Roma curava la formazione dei nipoti Riccardo ed Erennio. Il Cardinale Guglielmo Sirleto (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177, scriveva che: “…………”. Questo codice è intitolato “Aristotelis Ethicorum ad Nicomachum libri X atque Politicorum libri VIII nec non pseudo-Aristotelis Oeconomicorum libri I, III in Latinum sermonem per Leonardum Brunum Aretinum translati. Eiusdem Leonardi commentum in praedictos libros Oeconomicorum. sec. XV” :

Cod. Vat. Lat. 2101

(Fig….) Codice Vaticano Latino 2101, p…..

La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Camerota, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), potrebbe essere confermata da ciò che scriveva Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’ e riferendosi al cenobio italo-greco di S. Giovanni a Piro scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Anche Biagio Cappelli (…), sulla scorta del Di Luccia e del Martire (…), scriveva che dal “Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie” come quella di ‘S. Gaudioso a Rivello’. Dunque il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Dunque, il Cappelli (…), citava Pietro Marcellino Di Luccia (….), citava Teodoro Minisci (….) e citava  il Martire (…) che, a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè:…”. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”.

Martire D., p. 150

(Figg…) Martire D. (…), pp. 150-151

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, al n. 31, tra i monasteri della Basilicata è citato un monastero basiliano, che lui chiama “Monastero di S. Pietro di Camerata. Monastero di S. Croce di detta Terra di Camerata”. Ora posto che in Basilicata esistesse un casale detto ‘Camerata’, io credo che il Martire (…), sebbene abbia scritto impropriamente “di detta Terra di Camerata”, riferendosi al casale di Camerota, si riferiva al nostro monastero in origine italo-greco e poi in seguito divenuto benedettino detto di S. Pietro di Licusati. Il Martire (…), cita anche Pietro di Lucca e la suaHistoria del Monastero di S. Giovanni a Pero’. Tuttavia queste notizie andranno ulteriormente indagate. Dunque il Cappelli (…), sulla scorta del Di Luccia (…) e del Martire (…), scriveva che dal “Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie” come quella di ‘S. Gaudioso a Rivello’. La notizia dataci dal Laudisio (…), ovvero che i beni dell’Abbazia di S. Pietro di Camerota, insieme a quelli dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, furono assegnate alla chiesa madre di Rivello (come risulta da un Atto pergamenaceo del 1341), vengono confermate dunque da Teodoro Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopilo ad alcune Abbazie del nostro territorio. Gli Atti delle visite apostoliche di Attanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco (40)”. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci).

Nel 25 aprile 1346, viene alienato il possesso di Rivello

Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II ed in particolare ai possedimenti dell’Abbazia Tuscolana di Grottaferrata che possedeva Rofrano aggiungeva che: Una prima alienazione di parte dei beni del feudo dovette avvenire nel XIV secolo. Infatti il 25 aprile 1346 l’abate cedette i possessi di Rivello, ad eccezione della chiesa di S. Pietro, in permuta all’arciprete Tommaso Rossani della stessa terra, dal quale ricevette in cambio vigne e terre in località Castel de Paoli, località assai più vicina agli altri possessi della badia di Grottaferrata (9)”. Susanna Passigli a p. 381 nella sua nota (9) postillava che: “(9) ‘Instrumenta, 1, cc. 222r-224v.”.

L’indagine demografica ed i primi censimenti della popolazione in epoca Aragonese

Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino. Il figlio del povero Gaspare, Francesco, che si era schierato apertamente con Alfonso d’Aragona, riuscì a recuperare la maggior parte delle terre tolte dai D’Angiò-Durazzo al padre. Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

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Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza.

Liber Focorum ...

(Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova

Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che  il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle numerazioni dei fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori,  le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: “Oggi per nostra fortuna, se siamo in possesso di dati demografici per il sessantennio aragonese e per il primo censimento vicereale, lo dobbiamo alla pazienza e alla solerzia di Alfonso Silvestri (…), il quale raccogliendo in volume le carte risparmiate dalla distruzione che subì l’Archivio di Stato di Napoli nell’ultima guerra, ha messo alla portata di tutti la ‘Numeratio terre Castris Abbatis Casalibus’, dalla quale attingiamo le notizie dei fuochi del periodo Aragonese e del primo censimento vicereale, limitatamente ai Casali dipendenti al Castello dell’Abate, e la ‘Numerazione Rocce Cilenti cum Casalibus’”.

I Quinternioni feudali del Regno di Napoli

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…... Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava  “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage,  enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.

Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo

Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].

1414 –  GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli

Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio[9]. “Barone ricco”[10], più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). opo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”.

Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna I d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria

Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….

Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”

Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria

Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…,  donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.

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Di Luccia, p. 77

(Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s.

Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo. – Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa.

Nel 1430, Benedetto de Principato e Nicola Principato Vescovo di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.

Nel 1443, l’abate Pietro Vitali di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano affitta due grange a Iacobus Revellese

Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “Le grange elencate nel privilegio di Ruggero II sono adesso censite per località, come tutti i beni descritti nel resto della platea: “In civitate Salernitana (….), In civitate Beneventi (….). In civitate Policastri (….). In castro Rofrani (….). In terra Laurini (….), In terra Diani (….). In tenimento Montissani (….). In tenimento Campore (….). In tenimento Rivelli (….). In tenimento Scalee (…..). In tenimento Sanse (….)”(215).”. Falcone, a p. 155, nella nota (215) postillava: “(215) AMNG, Monastero di Santa Maria di Grottaferrata, Platee, 1, c. 56r.-63r. Edizione in ‘Regestum Bessarionis’, cit. pp. 155-158. Osserviamo che, da Rofrano in poi, l’ordine geografico seguito corrisponde a quello del crisobollo, coe si legge nella versione latina del 1465. Da questa osservazione ne deriverebbe che la Platea del Bessarione, o almeno le ultime pagine dedicate ai beni di Rofrano, potrebbe essere stata redatta dopo la traduzione latina del crisobollo, cioè dal 1465 in poi. Tuttavia considerata la conoscenza della lingua greca sia del Bessarione che del suo segretario e vicario Niccolò Perotti, autore della platea, si può anche presumere la loro capacità di tradurre il privilegio greco indipendentemente dalla versione autentica del vescovo Domenico.”. La Falcone, a p. 156, in proposito scriveva pure: “Per alcune di esse Niccolò Perotti annota anche interessanti informazioni risalenti a due abati precedenti, Francesco Mellini e Pietro Vitali che, rispettivamente nel 1426 e nel 1443 si recarono presso quelle dipendenze e rinnovarono i contratti di affitto. In particolare l’abate Pietro affitta le grange di Laurino e Montesano ad una persona di montesano, Iacobus Revellese, con l’incarico di curarle nello spirituale e nel temporale (216).”. Falcone, a p. 156, nella nota (216) postillava: “(216) AMNG, Monastero di Santa Maria di Grottaferrata, Platee, 1, c. 56r.-63r. Edizione in Regestum Bessarionis’, cit., pp. 156-158.”.

Nel 24 dicembre 1461, il monaco fratel Nilo, nominato rettore e governatore di Rofrano dall’abate Pietro Vitali (‘dominus utilis‘ procuratore dell’abbazia di Grottaferrata) risiedeva per lunghi periodi nel monastero di S. Pietro de Tumusso a Montesano

Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a pp. 154, in proposito scriveva pure: “La documentazione di fa più cospicua nel sec. XV. Alcuni documenti, in copia semplice coeva, risalgono al 1461 e al 1463 e sono conservati presso l’Archivio Segreto Vaticano (210). Riguardano l’Abate Pietro Vitali, ultimo superiore monastico prima che venisse introdotto a Grottaferrata il regime della commenda (211). L’abate Pietro, in qualità di ‘dominus utilis’ del castello di Rofrano, dopo un periodo di cattiva amministrazione affidata ad un laico, nomina il 24 dicembre 1461 fratel Nilo, monaco professo di Grottaferrata, ‘rectorem et gubernatorem’ del castello affidandogli piena potestà in ‘spiritualibus et temporalibus’ ordinario al giudice ed al sindaco dell’università di Rofrano ed ai procuratori presso tutte le grange di assicurargli la loro obbedienza (212). Seguono due lettere indirizzate all’abate Pietro dal maestro massaro di Rofrano (213), ricevute di denari riscossi da fratel Nilo, quindi istruzioni impartite dal cardinale Bessarione all’arciprete ed ai preti di Rofrano nel maggio 1463.”. Falcone, a p. 154, nella nota (210) postillava: “(210) ASV, Armadio XXXIV, 7, ff. 146r-149v.”. Falcone, a p. 154, nella nota (211) postillava: “(211) M. Mandalari, Pietro Vitali ed un documento inedito riguardante la storia di Roma (secolo XV), 1887. L. Pera, Un patrimonio ricomposto, in Santa Maria di Grottaferrata e il cardinale Bessarione…cit…, pp. 35-39”. Falcone, a p. 154, nella nota (212) postillava: “(212) ASV, Arm. XXXIV, t. 7, c. 146r.”. Falcone, a p. 154, nella nota (213) postillava: “(213) Ibid., ff. 147r e 148r.”. Falcone, a p. 156, in proposito scriveva che: “Ma dopo un periodo di affidamento dei beni a persone del luogo, come attestano i documenti dell’Archivio Vaticano, lo stesso abate Pietro Vitali decise di mantenere all’abbazia la gestione diretta di quelle dipendenze nominando fratel Nilo procuratore ed inviandolo a risiedere presso il monastero di Rofrano. Il cardinale Bessarione……Per Rofrano il 4 settembre 1462 conferma l’amministrazione di fratel Nilo affidandogli la podestà di stitulare contratti, agire in giudizio, compiere tutti gli atti legali ritenuti necessari, in particolare potrà confermare o rimuovere gli ufficiali esistenti, rivedere i conti di tutti coloro che hanno amministrato i beni, in particolare quelli di ‘Giovanni de Ribulutio’, ultimo amministratore (217).”. Falcone, a p. 156, nella nota (217) postillava: “(217) ANMG, Monastero di Santa Maria di Grottaferrata, Instrumenta, 1, cc. 47r-48v. Edizione di G. Falcone, Le abbreviature dei notai Stephanus Thegliatius, Nicolaus Iodici e Iohannes de Heesboem, in Santa Maria di Grottaferrata, cit., p. 166-168. Documento in ‘Atti e carteggio dei procuratori, (1).”. Giovanna Falcone (….), nel suo “Le dipendenze dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Regno di Napoli”, in “Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica – Inventari a cura di Giuseppe Aromando e Giovanna Falcone”, edizioni Zaccara, 2017, in “L’Archivio della Grangia di S. Pietro de Tumusso (1131-1728) – Inventario a cura di Giovanna Falcone”, a p. 161, in proposito scriveva che: “La documentazione prodotta a Montesano dall’amministrazione dei procuratori e pervenuta in possesso dell’abbazia di Grottaferrata subito dopo la vendita dei beni nel 1728, ha richiesto un minuzioso lavoro etc…La prima serie è denominata “Atti e carteggio dei procuratori” e comprende il ricco materiale di carte sciolte formato da atti notarili, scritture contabili etc…a cominciare da fratel Nilo nominato nel lontano 1461 dall’abate Pietro Vitali.”. Falcone, a p. 161, in proposito scriveva pure che: “Come già detto, l’amministrazione delle chiese un tempo dipendenti da S. Maria di Rofrano, risulta affidata dall’abate di Grottaferrata, già nel 1461, ad un monaco procuratore incaricato di curare l’amministrazione economica dei beni e di agire in giudizio, se necessario, inviato a risiedere stabilmente presso quei luoghi, prima a Rofrano poi presso la grangia di S. Pietro del Tumusso nella terra di Montesano, anche per lunghi periodi. I procuratori erano monaci sacerdoti laici. La ricerca di notizie biografiche sugli stessi è stata nella maggior parte dei casi impossibile a causa della esiguità della documentazione riguardante la comunità monastica, soprattutto anteriormente al sec. XVIII. Solo per 12 dei 30 procuratori riscontrati è stato possibile rinvenire notizie o conoscere l’attività, perché titolari di un ufficio nel monastero. In particolare nove di essi avevano rivestito la carica di procuratore o cellerario a Grottaferrata, come attestato nei “Libri dell’introito ed esito” del monastero. I loro nomi sono: Luca Felici, etc…”

Nell’ottobre del 1443, Pietro Vitali, abate di S. Maria di Grottaferrata affittava la grangia del Monastero di S. Pietro de Thimusso “in Tenimento Montissani”

Loredana Pera, Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, a p. 37, in proposito scriveva che: “Pietro Vitali continuò l’opera del Mellini e sembra che anch’egli si recasse nei lontani possedimenti calabresi perchè leggiamo nella ‘Platea’ che l’8 ottobre del 1443 locava il monastero di S. Maria de Vitis nella terra di Laurino e che, nello stesso mese, l’abate affittava alle medesime condizioni la grangia del monastero di S. Pietro de Thimusso “in tenimento Montissani” (14).”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Per le due notazioni vedi ‘Platea’, c. 58r e c. 60r.”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (13) postillava che: “(13) ‘Platea’, c. 56r.”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Per le due notazioni vedi ‘Platea’, c. 58r e c. 60r.”. Infatti Loredana Pera (…),  a p. 57, continuando il suo racconto sulla Platea del Bessarione in proposito scriveva che: “Queste grange fanno capo quasi tutte a monasteri basiliani: quello di S. Nicola a Benevento (112); quello di Santa Maria ‘de Vitis’ nel territorio di Laurino che nell’ottobre del 1443 venne concesso in enfiteusi a tal ‘Jacobo Rivellense’ di Montesano (c. 58r); quello di San Pietro di Thimusso in Montesano, che pure nell’ottobre del 1443 venne locato ad un tal ‘Petro Revellense’ (c. 60r).”. Loredana Pera (…) a p. 37 nella sua nota (14) postillava che: “(14) Per le due notazioni vedi ‘Platea’, c. 58r e c. 60r.”. Loredana Pera (…), nel suo, ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’, a pp. 156-157 e s. in proposito trascriveva alcune pagine del Codice Z.d.XII, riportava il documento pagina “c. 60r” che: “In tenimento Montissani. Monasterium predictum habet infrascripta bona videlicet monasterium sive grangiam quod vocatur Sanctus Petrus de Thimusso, ordinis Sancti Basilii, cum omnibus iuribus et pertinentiis suis. Anno Domini Mccccxliii de mense octobris, vii indictioe, Petrus abbas locavit dictam grangiam domino Petro Revellense cum eiusdem conditionibus cum quibus supra apparet locatam esse grangiam in terra Laurini.”.

Il Cenobio basiliano di S. Iconio o S. Conore o S. Conone o S. Cono a Camerota

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcuni monasteri italo-greci, sorti nel basso Cilento, come quello di San Conone o San Cono a Camerota.

Urb.gr.82,

(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…).

Camerota

Costantino Gatta (…), nella sua ‘Lucania illustrata’ e nell’opera postuma scritta dal figlio ‘Mamorie topografico-storico della Provincia di Lucania’ (vedi ristampa di Forni Editore, Bologna), a p. 292, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Questa Terra col titolo di Marchesato, si possiede della Famiglia ‘Marchese’, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine dà Principi Normanni, (a) dalla qual generosa prosapia, ne fun sorti uomini valorosi, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: frà militari fu celebre ‘Tancredi’, figlio di Gio: ‘Marchese’, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) nè fu minore nella virtù militare ‘Astone marchese’, che sconfisse nella Puglia una schiera di 4000 Saraceni. Ecc..”. Giuseppe Gatta figlio ed anche il padre Costantino Gatta (…), parlando di Camerota, ed io penso sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (vedi nella nota (a), dove egli postillava (‘Nel Registro della Regia Zecca di Napoli’), citava Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, noto per la partecipazione alla I Crociata in Terra Santa. Credo che il Gatta, si riferisca a Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo I d’Antiochia, che si imbarcarono con un grande esercito per la conquista di Gerusalemme. Chi fosse il Tancredi che il Gatta chiama Giovanni, ne ho parlato nel mio saggio “I Marchisio e i Florio”, ivi pubblicato. Il Gatta (…), ci dà anche un’altra importante notizia sulla Crociata e di personaggi legati a Camerota, quando nella sua nota (b), postillava che: “(b) L’Arcivescovo di Tiro nella Guerra Sacra”. Il Gatta, nella sua nota (b), si riferiva ad una cronaca del tempo scritta dall’Arcivescovo di Tiro (…). Guglielmo Arcivescovo di Tiro ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme’, “Belli sacri historia”, dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562, dove si può leggere dell’origine della famiglia Marchisio e di Tancredi figlio di Emma e di Odo. Guglielmo di Tiro, utilizzò largamente un’altra cronaca del tempo ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, di Alberto di Aix o di Aquisgrana (…). E’ forse da questa opera, da questo ‘Chronicon’ che proviene la notizia secondo cui i Crociati sostavano al monastero di S. Cono di Camerota e al monastero di S. Pietro di Licusati di Camerota, per poi imbarcarsi per la I Crociata organizzata da Boemondo d’Altavilla e Ruggero Borsa, fratellastri e figli di Roberto il Guiscardo, portando con se anche il nipote Tancredi d’Altavilla? O forse la notizia riguardava un’altra Crociata organizzata anni dopo. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. II, a pp. 580-581 parlando di Camerota scriveva che: “E’ probabile, perciò, che il toponimo “Camerota” sia derivato appunto dalla presenza di tali grotte adibite a camere (‘Kamarotos’ = fatto a volte) e magazzini (2). Il villaggio ubicato su una collina era da tre lati difeso da aspri dirupi. A ovest del castello era il monastero di S. Cono che mostra l’esistenza nel luogo di monaci italo-greci. E’ più che probabile che i primi monaci bizantini giunti nel luogo avessero preso dimora nei diversi ambienti (‘Kamarotos’) delle grotte (I fase, asceteri).”. Ebner, a p. 580, nella sua nota (2) postillava che: “(2) O. Pasanisi (Camerota e i suoi casali, Napoli, 1964, p. 7) lo deriva dagli archi e grotte esistenti sulle pendici rocciose della collina. Il Gatta (cit., p. 292) origina il villaggio da Velia. Guzzo (cit. p. 78) ne colloca l’impianto nel V secolo, a seguito delle incursioni barbariche. Ecc..”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “Ignote ne sono le origini, (greco però è il nome), ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1). Ecc…”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Καμαρωτον, tutto ciò che è fatto ad archi, a volta. Non si esclude, con questo nome, un riferimento alle numerose grotte della contrada. Ecc…”.

La grotta o “chiesa”, anzi ‘cappella‘ di S. Vito a Camerota

La cappella votiva in una grotta a Camerota

Dunque, Ebner, sulla scorta del Pasanisi parlando delle grotte e asceteri a Camerota cita il Pasanisi, il Gatta ed il Guzzo. Ma procediamo per ordine. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. II, a p. 586 parlando di Camerota scriveva che: “Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più in giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, ecc…”. Dunque, Ebner scriveva che a Camerota vi era il Castello (il castello marchesale) e poco più giù, nella contrada o rione di S. Vito vi era la “chiesa” di S. Vito di cui alla lettera del papa di cui parlerò in seguito. Ebner scriveva che nel rione di S. Vito a Camerota vi erano diversi artigiani che lavoravano i vasi di terracotta (“vasai”). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 162-163 riferendosi alla lettera o bolla di papa Giovanni XXI, del 1317, in cui si evince di “Matteo di Camerota” (forse un discendente di Florio di Camerota, signore di Corbella) e, Abbate nel 1317 dell’Abbazia benedettina di S. Cono di Camerota che, avrebbe avuto: “…il possesso della chiesa di S. Vito di Camerota (v.) fondata dalla locale università e la cui provvista era pertinenza papale.”. In questo passaggio, Ebner riferisce due notizie interessanti. La prima è quella della bolla papale e di un abbate dell’Abbazia di S. Cono a cui scrisse il pontefice da Avignone, Giovanni XXI, nel secondo anno del suo pontificato e poi l’altra notizia secondo cui la chiesa di S. Vito a Camerota fu fondata dalla Università di Camerota di cui la sua  “provvista era pertinenza papale”.

La “grotta” di San Biagio si nasconde su una maestosa terrazza appoggiata su l’altissima rupe dell’Armu, sottostante l’antica chiesa di rito greco di San Daniele. La cappella rupestre, è particolarmente impressionante e unica dal punto di vista architettonico, perché è scolpita artificialmente dentro un vena di morbido e delicato tufo, rarissimo in questa parte della Campania.

Il dott: Michael Shano, segnalava che:
“Mi fa piacere segnalare un sito archeologico negato a Camerota nel Cilento per il progetto del T.C.I. Diversi studiosi della storia d’arte, competenti per il periodo dell’alto medioevo, affermano che la struttura rappresenta un rarissimo esempio di cappella rupestre Campana. Scolpita con raffinatezza in una vena di tufo, dentro un cubo con 5 nicchie e fuori una facciata decorata in rilievo, la struttura potrebbe risalire a più di mille anni fa, quando il territorio di Camerota era nell’orbita culturale bizantina. Durante gli ultimi 40 anni la facciata ha subito un grave degrado, come si nota da una foto scattata circa 40 anni fa. Posso spedire questa foto in uno secondo tempo. Adesso un cancello la protegge dal vandalismo ma ne impedisce la visita. Sarebbe necessario un sopralluogo e uno studio approfondito. Il Comune di Camerota certamente assisterebbe in un tentativo di valorizzazione per capire meglio il suo significato e il valore culturale. Si trova adesso fra due edifici scolatici al Rione San Vito al di sotto della collina un monastero del seicento. Questa “cappella”, che non era una grotta, è stata realizzata scavando nel costone tufaceo che si trova in località San Vito, presso Camerota. Sopra il costone si trova il monastero dei Cappuccini; vicino vi è la scuola elementaree media. In questa zona, ove prevale la roccia calcarea, il tufo è rarissimo.”. Nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 63, si scriveva che: “In realtà non abbiamo testimonianze dirette di ‘basiliani’ o comunque di monaci greci qui nel nostro territorio se non a partire da qualche secolo più tardi, a meno che non si ipotizzi in precedenza una loro presenza nelle grotte di Camerota (San Biagio, San Vito, San Cono). Queste, apparendo molto simili a quelle della Cappadocia dove trovarono riparo i primi anacoreti, forse, nell’immaginario collettivo indussero a pensare ad un simile fenomeno di insediamenti che in realtà si concretizzarono a partire dal VI secolo, per radicalizzarsi poi nel IX.”. Poi, nella parte II, di ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 65, scrivevano che: “Forse, per quanto ci riguarda più da vicino, non è da escludere che la grotta di S. Biagio a Camerota con l’omonima chiesa rupestre nonchè quelle di S. Vito e di San Conone possano essere state in origine rifugi di taluni dei suddetti anacoreti.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, parlando dei ‘Monasteri e Badie di Camerota, riferendosi all’antica Abbazia di S. Pietro di Licusati, scriveva in proposito che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”

I Monasteri italo-greci del ‘basso Cilento’

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79, apprendiamo che in un non precisato periodo (nel seguito del racconto si parla del periodo di Guglielmo il Buono), il duca di Camerota, di cui non si conosce il nome, fa delle donazioni alla chiesa di Camerota e le dota di alcuni beni e dipendenze: “Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”. In ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78, nella nota (71), si postillava che: “(71) A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…). Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicata nel 1831 (si veda l’edizione curata dal Visconti), a pp. 67-68, dopo aver parlato della rinata Diocesi di Bussento e del Vescovo Felice, in proposito scriveva che: “Quante sofferenze d’allora in poi, quante angosce nei secoli del medio evo, particolarmente nell’ottavo in questo nostro regno, quando in numero stragande i bizantini furono costretti a cercarsi rifugio perchè Leone l’Isaurico e suo figlio Costantino Copronimo infierivano contro i cultori delle sacre immagini! Quando il patriarca Anastasio, forte del sostegno dell’autorità imperiale, si impadronì di moltissime nostre chiese ponendole impudentemente sotto la sua giurisdizione! Ma anche se alcuni venerabili monaci orientali, per sfuggire alle persecuzioni, giunsero pure nella diocesi di Bussento e fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerota e su uno sperone a picco sul mare l’abbazia di S. Giovanni che fu chiamata ab Epyro perchè S. Giovanni era il santo protettore della loro patria, ecc….ecc…(28).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (28), postillava che: “(28) Anast. Bibl. in papa Paulo, apud Bern. hist.haer. tom. 2. seculo 8, pag. 399 (Domenico Bernino, Historia di tutte le l’heresie, Venezia, 1711: (Paulus pontifex) monachorum congregationem construens et Grecae modulationis psalmodiam, coenobium esse decrevit atque Domino nostro omnipotenti sedule ac indesinenter laudes statuit persolvendas).”. Il Laudisio (….), nella sua nota (28), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Laudisio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. e p. 198, cap. IX su Leone Isaurico. Secondo il Laudisio (…), nella nota (28), curata dal Visconti, scriveva che il Bernino (…), parlando di papa Paolo I, scriveva che: monachorum congregationem construens et Grecae modulationis psalmodiam, coenobium esse decrevit atque Domino nostro omnipotenti sedule ac indesinenter laudes statuit persolvendas).” che, tradotto è: fondò una congregazione di monaci, e ottimamente qualificati e la modulazione dei salmi che cantano, le lodi al monastero ha deciso di effettuare un decreto, e senza cessare di Dio, e tu sei stato attento a recitare il nostro Dio onnipotente. Il Laudisio (…), a p. 10, sulla scorta del Bernino (…), scriveva che il monastero (lui le chiama Abbazie) di San Cono a Camerota e quello di S. Giovanni a Piro, sorsero ad opera di alcuni “venerabili” monaci orientali, scampati alle persecuzioni iconoclaste degli Imperatori d’Oriente (bizantini) Leone Isaurico e Costantino Copronimo, giunsero nella Diocesi di Bussento. Era l’VIII secolo, nel periodo della lettera del vescovo Felice di Agropoli. Papa Paolo I, si adoperò quindi nel sostegno dei perseguitati, accogliendone molti a Roma; mise inoltre a disposizione dei monaci greci esiliati da Costantino V il monastero dei Santi Stefano e Silvestro.

Il monastero di San Cono a Camerota

Abbiamo detto del monastero dei padri Cappuccini a Camerota e del luogo dove esso sorgeva. Sorgeva nel rione S. Vito, non lontano dal Castello Marchesale di Camerota e su di un terrazzamento che si trovava quasi sopra un banco tufaceo dove era stata ricavata una scaletta e una grotta, la “Cappella di S. Vito”. Ma questo luogo aveva un legame con l’antichissimo cenobio e poi Abbazia benedettina di S. Cono a Camerota, forse dipendente dall’Abbazia benedettina di S. Pietro a Licusati ?. Cerchiamo di capire. Dove si trovava l’antico monastero di S. Cono o S. Conone ?. Il luogo dove esso sorgeva corrisponde allo stesso terrazzamento dove nel 1602 fu eretto il Monastero dei Cappuccini ?. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 410 e ssg. ci parla di Camerota ed in proposito scriveva che a Camerota, vi era un Monastero che sorse prima del Monastero dei Cappuccini, infatti scrive che: “…..e prima vi fu l’altro bastantemente celebrato di Benedettini col titolo di S. Cono, siccome apparisce da una Bolla d’Innocenzo VI. data in Avignone: ‘IV. ‘Idibus Octobris Pontificatos nostri anno II, ridotto oggi in Commenda.”. Dunque, l’Antonini, nel 1745, nella sua prima edizione scriveva che a Camerota vi era pure un altro Monastero “bastantemente celebrato di Benedettini col titolo di S. Cono,….”. Dunque, Antonini scriveva che a Camerota prima del monastero dei Cappuccini vi era sorto il più antico e celebrato Monastero Benedettino di S. Cono che, all’epoca sua (anno 1745) era ridotto in Commenda. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. II, a pp. 580-581 riferendosi al villaggio di Camerota scriveva che: “A ovest del castello era il monastero di S. Cono che mostra l’esistenza nel luogo di monaci italo-greci. Pare che ancora nel secolo scorso si scorgessero i ruderi del cenobio (4) sorto più tardi (III fase, cenobitica).”. Ebner, a p. 581, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Cirelli, cit., p. 138.”. Riguardo alla citazione del Cirelli, Ebner a p. 581, nella sua nota (….), si riferiva a Filippo Cirelli (….), ed al suo “Il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato”, Napoli, 1855, si veda vol. V. Principato Citeriore. Ebner scrive di guardare p. 138. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, parlando dei “Monasteri’ di Camerota, in proposito scriveva che: “Sul monastero di S. Conore (49), comunemente detto di S. Cono, quanto ho detto innanzi cap. V, 5. Il monastero Italo-greco venne visitato dall’archimandrita Atanasio Calkeopilo nel 1458. Ecc..”. Pietro Ebner, nel vol. I, parlando di Camerota e del monastero di S. Cono, a p. 587, nella sua nota (49) postillava che: “(49) ‘Sinax. Costantinopol. (Delehaye), col. 511, 5 marzo: ‘ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron’. Martire 4 marzo, col. 509: ‘O aghios’.”. Dunque, Ebner cita il testo di H. Dalahaye (….). Ebner, a p. 758, nell’indice del vol. II scrive: “Delahaye H., p. 26, p. 587”. Dunque si tratta di DELAHAYE H. Infatti, Ebner, nel vol. I, a p. 26, nella sua nota (52), parlando di S. Matteo postillava che: “(52) H. Delehaye (Les legéndes hagiography, Bruxelles, 1927.”. Dunque, Ebner postillava di Hippolyte Delehaye (….), e del suo “Les legéndes hagiography”. Joseph Hippolyte Marie Delehaye, S.J. (Anversa, 19 agosto 1859 – Bruxelles, 1º aprile 1941), è stato un gesuita e storico belga. Dal 1901 fece parte della Società dei bollandisti, di cui fu anche presidente dal 1912. Minisci (…), in proposito postillava che il termine “Conore”, deriva dal testo di Martine (?) Delahaye (…) nel suo ‘Synax Costantinopolitani della Vergine’. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe…..Cominciato intanto il declino, perduta la data, secondo si usava allora, assieme a quella di S. Nazzaro in Cuccaro, al Cardinale Alessandro Farnese che la rassegnò poco dopo al papa. Dovendo intanto la Santa Sede restituire delle somme al Capitolo di S. Pietro, avute in occasione del sacco di Roma, Pio IV con bolla del 12 luglio 1564, assegnò dette due badie, in uno alle loro rendite, al menzionato capitolo che trasferì la chiesa abaziale delle due badie in Bosco. Nel 1818 la badia di S. Pietro di Licusati fu messa alla dipendenza del vescovo di Policastro. La metà dei beni passò al Comune di Camerota in seguito alla divisione dei demani. Anche la badia di S. Iconio, col passar degli anni decadde, i frati si allontanarono, ed i beni seguirono la stessa sorte della prima. Di essa è rimasta il nome alla contrada, detta comunemente di S. Cono.”. Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, nel 1975, a p. 174, scriveva in proposito che: “Nell’VIII secolo, ad ovest di Camerota, a circa due chilometri, esisteva un monastero dei Basiliani, dedicato a S. Cono (4).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 174, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Cessata la vita di quel Cenobio, i beni passarono al seminario di Policastro.”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, sull’Abbazia di San Pietro di Licusati, a p. 234, non dice delle donazioni ma parla delle chiese a lui soggette e dice: “Affermatosi economicamente e culturalmente, il monastero era esarchico pechè sottratto alla giurisdizione vescovile. Alla badia erano soggette le chiese di San Pietro e San Nicola a Licusati, le cappelle di S. Maria Maddalena, di S. Biagio, di S. Vito con annesso ospedale in Camerota, di San Giuliano e Sant’Antonio a Lentiscosa, di Santa Maria nel porto di Palinuro, di San Nicola a Bosco..

Camerota origina dalla scomparsa della città della Molpa secondo Scipione Mazzella

Secondo alcuni, l’origine del borgo di Camerota sia dovuta alla distruzione della città della Molpa. Infatti, nel 1601, Scipione Mazzella Napolitano (….), parlando di Camerota e di altri luoghi nel “Principato Citra”, a p. 79, del suo “Descrittione del Regno di Napoli”, in proposito scriveva che: “Scorgesi poi sopra un’alto monte Cammerota picciol terra, edificata (come dicono alcuni) dalle reliquie dell’antica città della Molpa, che poco discosto li stà.”. Sulle parole del Mazzella ha opinato Onofrio Pasanisi. Intanto questo passaggio del Mazzella è interessante perchè ci parla anche della “città” scomparsa della “Molpa” che sappiamo sia esistita. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Dunque, il Pasanisi ci fa notare e opinava che la notizia del Mazzella di una probabile origine del casale di Camerota dovuta alla fuga degli abitanti di Molpa non abbia fondamento in quanto l’ultima distruzione della Molpa avvenne nel 1464, quando le cronache registrano l’incursione barbaresca di Dragut Pascià. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464. E lo scrittore Scipione Mazzella mette in riferimento l’estrema fine di Molpa, all’origine di Camerota, “che poco discosta le sta”. Riferimento immaginario: Camerota, nel 1464, ha già molti fuochi.”. Ciociano e prima ancora il Pasanisi facevano notare che nel 1464 Camerota contava diverse famiglie originarie del luogo e l’indagine focatica condotta su documenti anteriori al 1464 dimostra l’esistenza di Camerota da molti secoli prima. Può darsi, coe io credo che la distruzione della città di Molpa, che pure esisteva ed era fiorente, un città sorta alle falde del fiume Mingardo ed in parte sulla collina del promontorio, fece si che i casali vicini come Lentiscosa, Camerota e Licusati fossero scelti dai pochi scampati alla distruzione della Molpa. Sappiamo anche di Centola che si ingrandì proprio in seguito alle prime distruzioni della Molpa.

Il manoscritto del Marchese di S. Giovanni (Marcello Bonito, Principe di Casapesenna)

Il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87′. leggonsi le seguenti parole: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant”.”. Su questo manoscritto ha scritto Giuseppe Antonini (….), nel 1745 che, nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’.”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella. Sempre l’Antonini, riporta un’altra notizia tratta dal “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”. Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”. Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915………”. E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano ecc…”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Antonini scriveva che il “manoscritto del Marchese di S. Giovanni”, alla sua epoca (anno 1745) apparteneva al nipote del Marchese, ovvero al Principe di Casapisella.  Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Su un blog in rete leggiamo che Francesco Vargas-Machuca, nel 1757 sposò donna Vincenza Bonito, figlia di Francesco principe di Casapesenna e Maria Saluzzo Carafa, principessa di Lequile. Nel 1767 fu decorato da re Ferdinando IV di Borbone marchese di Vatolla, feudo ereditato da casa Rocca. Ricordiamo che i Rocca ospitarono Giambattista Vico nel loro palazzo a Vatolla. A Vatolla, nel Palazzo dei Vargas-Machuca (….), vi è il Museo Vichiano. Dunque, Francesco Vargas-Machuca, nel 1756 sposò una Bonito, figlia di Francesco Principe di Casapesenna. Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di marchese di S. Giovanni di Celsito. Riguardo Marcello Bonito, Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643 parlando di Casalvelino, in proposito scriveva che: “…se nel 1640 era già di proprietà della nobile famiglia amalfitana dei Bonito, tra cui Marcello (n. 16 agosto 1631)(21) e Lorenzo, signore di Torchiara. etc..”. L’Antonini cita il manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. Il manoscritto, che all’epoca dell’Antonini (a. 1745, anno della sua prima edizione) sarebbe appartenuto al nipote del marchese Marcello Bonito ovvero al Principe di “Casapisella”. Non si tratta di “Casapisella” ma di Casapesenna. Pompeo Sarnelli (….), nella sua “Guida de’ Forestieri etc…”, del 1697, a p……., in proposito scriveva che: “5. D. Marcello Bonito: Marchese di S. Giovanni, Cavaliere dell’Abito di Calatrava: La sua Libreria è molto rara per molti manoscritti, particolarmente per le cose appartenenti al Regno di Napoli da Carlo d’Angiò a quella parte; e per conseguenza difficili a ritrovarsi in un altro Museo.”. Pietro Ebner (….), a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Di questo autore, e manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I, p. 130. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del marchese Marcello Bonito. Forse l’Antonini si riferiva a Marcello Bonito, cavaliere di Calatrava, per successione casa Blanch ereditò il titolo di “Marchese di S. Giovanni di Celsito”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 332 parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad anno 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ms (18).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Giustiniani cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 sgg.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Dunque, secondo il Giustiniani in questo manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, ci parla delle incursioni dei Saraceni a p. 121. Nel testo del ……“Della Città e, del Regno di Napoli”, a p. 57, in proposito si scriveva che: “In quest’anno corrente, che si darà alle stampe questo libro, è passato a miglior vita D. Marcello Bonito, buon Cavaliere di Calatrava, il quale oltre essere virtuosissimo Cavaliere, e di forma pontualità ornato, si era con molta fatica applicato nell’Istorie di questo Regno, e nell’intelligenza dei Reali Registri, e perciò fatta radunanza de’ libri e manoscritti di Spesa, ……se ne legge la tradizione in un altro libro dato alle stampe sotto nome d’altr Autore, nacque questo virtuoso Cavaliere da…..Marchese di San Giovanni etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 643, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Camera Matteo, cit., p. 645”. Matteo Camera (…), nel suo “Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi”, a p. 645, dove ci parla di Marcello Bonito, Archivista della Real Zecca di Napoli e filantropo per l’opera postuma di Carlo De Lellis. Da una ricerca sulla rete ed in particolare su alcune annotazioni di un manoscritto di Giovanni d’Alife del 1760 conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dalla sua scheda si evince che: Il manoscritto riporta trascrizioni di documenti relativi alla storia del Regno di Napoli e della famiglia d’Alitto di Abruzzo Citra, tratti prevalentemente da manoscritti di Marcello Bonito, come si ricava da un’annotazione a c. 4r: “Da un volume grande M.S del Sig.r D. Marcello Bonito, intitolato Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Dunque secondo la scheda bibliografica di collocazione di un altro manoscritto si evince che Marcello Bonito possedeva un manoscritto di suo notamenti intitolato “Monumenta Neapolitanae Civitatis”. Marcello Bonito, marchese di S. Giovanni e cavaliere di Calatrava (Napoli 1631-1711), appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi, fu archivista del Regno; incaricò Carlo De Lellis di effettuare numerosi spogli di documenti dell’Archivio della Zecca, che furono raccolti in 30 volumi contenenti i Notamenti della Cancelleria Angioina, le scritture della Cancelleria Aragonese ed altri documenti tratti dai processi del Sacro Regio Consiglio. La collezione del Bonito fu acquistata succesivamente dal Minieri Riccio ed in seguito da una libreria antiquaria di Milano che non ne conservò l’unità. Per le fonti per Marcello Bonito: C. MINIERI RICCIO, “Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori napoletani fioriti nel sec. XVII per Camillo Minieri Riccio. Milano-Napoli, 1875, II, p. 35. Infatti, il Minieri Riccio, nella sua opera sulle biografie degli scrittori a p. 35 del vol. II, in proposito scriveva di Marcello Bonito che: “3° Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido. MS.”. Dunque, il Minieri Riccio scrive che il Marcello Bonito aveva scritto questo manoscritto dal titolo: Memorie per le ragioni per l’illustri signori Principe di Casapesella e Duca d’Isola con l’illustre Piazza del Seggio di Nido”, forse proprio il manoscritto da lui acquistato tratto dai notamenti annotati dal De Lellis e citato dall’Antonini. Per le fonti per Marcello Bonito e i manoscritti di Bonito: CONSOLI FIEGO, op. cit., pp. 96-98; per Carlo de Lellis: C. DE LELLIS, “I sunti del Registro 1271 A di Carlo I. D’Angiò…” Caserta, Premiato Stabilimento Tipografico Sociale, 1893. Sulla Treccani on-line alla voce di Carlo De Lellis leggiamo che il De Lellis si avviò agli studi giuridici e alla poesia, ma presto cominciò ad applicarsi per intero alle ricerche archivistiche, stimolato e protetto da Marcello Bonito, archivario del Regno, mentre le sue amicizie con Niccolò Toppi, ecc..Dunque, Marcello Bonito era Archivista del Regno al Grande Archivio della Zecca a Napoli. Bonito ed altri facilitarono e incentivarono le ricerche di Carlo De Lellis. Nel 1670 il De Lellis aveva pubblicato un’altra opera, il Supplimento all’Historia della famiglia Blanch scritta da D. Camillo Tutini, stampata a Napoli. Tale famiglia era quella materna di Marcello Bonito. Ancora a proposito del Tutini, il De Lellis compose una Apologia contro D. Camillo Tutino per il libro dell’Origine de’ Seggi, in due volumi manoscritti (Napoli, Bibl. naz., X. B. 25 e X. B. 26). Nell’introduzione a quest’opera è inserita una biografia del Tutini, verso il quale il D. non nasconde la sua avversione, accusandolo di ignoranza, di malignità e persino di natura depravata; narra poi il De Lellis, il quale si dimostrò sempre fedelissimo al governo spagnolo, della posizione assunta dal Tutini durante i fatti del 1647, nel corso dei quali, egli afferma, fu prima partigiano del duca di Guisa, poi lo tradì con una lettera al re di Francia nella quale il duca veniva accusato di badare ai suoi interessi e non a quelli della Corona; perseguitato – continua il De Lellis – dai Francesi, che giustiziarono i suoi complici, e dagli Spagnoli, Tutini fu costretto a fuggire a Roma. Il De Lellis, “con una costanza da sbalordire” (De Laurentiis, Manoscritti…, p. 179), eseguì lo spoglio di tutti i volumi ancora reperibili al suo tempo appartenenti alle Cancellerie angioina, aragonese e vicereale, oltre ai più importanti processi trattati innanzi al Regio Consiglio, sulle orme di quanti prima di lui, nella seconda metà del ‘500 e all’inizio del’600, si erano occupati di quel materiale ricavandone genealogie (P. Vincenti, C. Tutini, B. Chioccarelli e altri) o dedicandosi come lui agli spogli dei registri (G. Bolvito, C. Pagano, C. D’Afflitto, ecc.). Per il De Laurentis si tratta di C. De Laurentiis, Manoscritti di scrittori chietini presso l’Arch. di Stato, le biblioteche e i privati in Napoli, in La Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti, XII (1897), pp. 179, 199 s.. Il De Lellis compilò ben 28 volumi di repertori, di cui undici riguardanti la Cancelleria angioina (1266-1435); i primi sette volumi erano tratti dai quattrocentotrentasei registri esistenti a quel tempo, ai quali era stato dato un ordinamento, anche se confuso, nel 1568; i due successivi volumi riguardavano i fascicoli, mentre gli ultimi due le arche in pergamena e quelle in carta; questi ultimi due repertori vennero compilati tra il 1680 e il febbraio 1682, mentre il D. era detenuto a Castel Nuovo. I repertori rimasero, insieme ad altro materiale riunito da Marcello Bonito (e cioè i notamenti compilati da C. Pagano, C. D’Afflitto e G. G. Di Transo), per oltre un secolo e mezzo in casa Bonito, e furono acquistati nel 1850 da C. Minieri Riccio che ne pubblicò parecchi (cfr. Gli atti perduti…, a cura di R. Filangieri, pp. XVIII s.). Nel 1882 li acquistò Angelo Broccoli, che iniziò la pubblicazione dei registri nell’Archivio storico campano (I, 1889), ma si limitò al registro 1271 A della Cancelleria angioina, al secondo privilegio di re Ferrante I d’Aragona (1487-1488) della Cancelleria aragonese, e al primo privilegio del gran capitano (1503) della Cancelleria spagnola. Dagli eredi del Broccoli il materiale fu acquistato dallo Stato nel 1925, e posto nell’Archivio di Stato di Napoli. Parte di esso andò distrutta durante la seconda guerra mondiale. Il De Lellis compilò un repertorio ampio e organico solo di una parte dei registri; di tutti gli altri eseguì un repertorio parziale o relativo solo a qualche documento. Dei registri presi in considerazione, ventidue riguardavano Carlo II (1285-1309), diciannove Roberto d’Angiò (1309-1343), sette Carlo d’Angiò duca di Calabria e ventidue sua figlia Giovanna I; questi ultimi ebbero un repertorio quasi completo solo da parte del De Lellis. Si può ritenere che con questi repertori venne recuperato oltre un terzo del materiale perduto nel 1701, quando, durante i tumulti che seguirono la congiura del principe di Macchia, il popolo in rivolta penetrò in Castel Capuano e incendiò sessanta registri angioini insieme ad altro materiale ivi custodito.

Nell’863 (Antonini), 868 (Porfirogenita), i Saraceni occuparono Rivello, Camerota ed Agropoli, che divennero un loro avamposto

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nel suo “La Lucania – Discorsi”, da p. 129 parlando dei Saraceni in Lucania, in proposito scriveva che: “I Longobardi intanto (per rimetterci in via) tenevano quasi tutta l’Italia, a riserba di quella parte che si è detto, che obbediva agli Imperadori di Oriente (2), quando (3), circa gli anni di Cristo DCCCLXIII. o secondo la più vera opinione, (I) molti anni prima, grandissimo numero di Saraceni (gente che altre volte avendo servito gli Imperadori, si ribellò poi a tempo di Giuliano (2) per difetto di paghe) partito dall’Africa, poco men che tutta la Sicilia oppresse. Da quest’Isola non molto dopo passarono in Calabria, dove con varia fortuna, ora battendo i Greci, ora dai Greci battuti, altri in vari luoghi mediterranei si stabilirono; ed altri verso il mare Interno camminando, quelle terre occuparono, che loro meglio piacquero, o che poterono minor resistenza fare; giacchè dove vi erano Longobardi non era così facile l’espugnazione. Fra’ primi luoghi, che occuparono nella Lucania, furono Rivello, Castel Saraceno, Armento, La Rocchetta, Camerota ed Agropoli.”. Dunque, l’Antonini, a p. 129 scriveva che i Saraceni provenienti dalla Sicilia occupata, si erano man mano trasferiti anche nella vicina Calabria, dove, spesso guerreggiarono con i dominatori dell’epoca che erano i Bizantini. La Calabria era sotto il dominio ed il controllo dei Bizantini. I Saraceni però riuscrirono a crearsi dei loro stabili avamposti a Rivello, a Camerota e ad Agropoli. Dunque, lo stabilimento dei Saraceni a Rivello avvenne in epoca longobarda e Bizantina, e secondo l’opinione di Antonini ciò accadde nell’anno 863 o addirittura molti anni prima. L’Antonini scriveva che ciò accadde in seguito all’occupazione Araba della Sicilia. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno.”, e poi aggiunge che: “Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Dunque, il Campagna, oltre ad Amantea e Agropoli aggiunge anche Policastro. Orazio Campagna, a p. 77, nella nota (86) postillava: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse in ricordo, venera “Santo Foca”. Orazio Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Da Wikipedia leggiamo che la discesa dei Longobardi venne arrestata dai Bizantini solo con grandi difficoltà: ma Costantinopoli non poté evitare del tutto gli attacchi dei Saraceni. Nell’812 d.C. si registrò la prima incursione saracena sulle coste calabresi, che colpì Reggio, capitale del Thema; l’ultima ci sarà solo nel 1793, a danno di Pizzo e Tropea. Certo la presenza araba fu sempre limitata negli spazi e nel tempo, perlopiù consistendo, appunto, in incursioni e saccheggi. Vennero catturate in modo effimero dagli Arabi Tropea, Santa Severina e Amantea (13) dall’839 all’885. La conquista della Calabria da parte dei guerrieri normanni vassalli del papa emarginò il pericolo arabo. Sotto il dominio bizantino, tra la fine del IX e l’inizio del X secolo, la Calabria fu una delle prime regioni d’Italia a introdurre la produzione di seta in Europa. Secondo André Guillou, i gelsi per la produzione di seta grezza furono introdotti nell’Italia meridionale dai bizantini alla fine del IX secolo. Intorno al 1050, il tema della Calabria contava 24.000 gelsi coltivati per le loro foglie e il loro numero tendeva ad espandersi. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Nel 965 cadde Rametta, ultima importante testa di ponte del Cristianesimo isolato (85).”. Il Campagna, a p. 77, nella nota (85) postillava: “(85) L’episodio è tristemente ricordato da S. Nilo nel Cod. Cript. β α, XX (395).”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: “……ma da qualunque parte i primi abitatori siano venuti, è chiaro che scelsero questo luogo per sfuggire alle incursioni della costa (1). Ciò non impedì peraltro, secondo ritenne, sulla scorta di un antico manoscritto, l’Antonini, che non fosse non occupata dai saraceni quando nel secolo IX sbarcarono dalla Sicilia occupando più punti del continente. Doveva essere anzi, egli aggiunse, uno dei 150 ‘munita castra’ che Porfirogeneta nella sua Storia al numero 55, scrive essere nel 868 nelle loro mani, luoghi che poi lasciarono dopo la loro strage, nel 915, al Garigliano (2).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Il Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A riprova della loro permanenza a Camerota, con illazione arbitraria, nel manoscritto si afferma che “adhuc ad nostra tempora huius cives et saracenicos mores conservant”. G. Antonini, op. cit., vol. I, pag. 412.”. In questo passaggio il Pasanisi cita il barone Giuseppe Antonini (….), che nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412, in proposito scriveva che: “Nel manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote ‘fol. 87’. leggonsi le seguenti parole: ‘Inter caetera oppida (parlando dei Saraceni) ‘occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolim, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudies, & Saracenicos mores conservant.’. Dovea forse così Camerota esser uno dè cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua Istoria al ‘num 55.’ scrive essere in Italia in mano dè Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc…”:

Antonini, p. 411, su Camerota

(Fig….) Antonini G., La Lucania, Discorsi, vol. I, p. 412

Dunque, secondo l’Antonini, nel manoscritto del Marchese di S. Giovanni Bonito (…), pagina 87 è scritto che: “Inter caetera oppida (parlando de’ Saraceni) occupaverunt Camerotam supra mare in loco alto & tuto, nec non ad mare Agropolin, & huius Cives adhuc ad nostra tempora rudes, & Saracenicos mores conservant” che tradotto e riferendosi ai Saraceni dovrebbe significare: “Tra gli altri paesi occuparono Camerota al di sopra del mare in luogo alto e sicuro, e neppure al mare di Agropolis;…”. Dunque, l’Antonini cita un passo tratto dal manoscritto del Marchese di S. Gio: Bonito”. Si tratta di un manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni. L’Antonini scriveva che questo manoscritto, nel 1745 apparteneva “oggi del Signor Principe di Casapisella suo nipote etc….”. Antonini cita la pagina 87 del manoscritto. Di questo autore e del suo manoscritto ne parla Matteo Camera (….), nella sua “Storia di Amalfi”. Il Camera, a p……. , nella sua nota (2), postillava che: “(2) “Saraceni, nolentes amplius in Agropoli etc….”: così da un manoscritto di D. Marcello Bonito Marchese di Positano e di S. Giovanni, (erudito antiquario e gran ricercatore di cose patrie)”. Dunque si tratta del Marchese Marcello Bonito. Sul manoscritto di Marcello Bonito (….), il “marchese di San Giovanni”, come lo chiama l’Antonini, ho già scritto. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “E mentre i capi Longobardi costituiscono dei ducati, che tendono a distaccarsi dalla sfera del potere regio, i Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantesette anni il tempo del malessere. Ecc…”. Forse in questo passaggio il Ciociano si riferisce alla cronaca dell’Anonimo Salernitano che cita più avanti. Sulla notizia che: Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Ecc..”, aveva scritto Antonini, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “Doveva forse così Camerota esser uno dei cento cinquanta luoghi, che ‘Porfirogenneta’ nella sua storia al num. 55. scrive esser in Italia in mano de’ Saraceni (I) nel 868. e li chiama ‘munita Oppida’, ecc..”. Antonini, a p. 412, nella nota (I) postillava: “(I) L’autorità di Porirogenneta non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt’.

Nel 870, i ribat (“munita Oppida”) di Venosa, Matera e Canosa furono conquistati dai Bizantini

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “…..’munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che lor furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Proseguendo il suo racconto l’Antonini scrive sui “munita Oppida” di cui parlava il Porfirogenneta e dice che: “che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879 ecc…”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Dunque, la notizia riferita dal Pasanisi prima e da Ebner e dal Vassalluzzo e dal Guzzo dopo è tratta da un passo di Porfirogenita (….) che è riportato dall’Antonini. Chi era Porfirogenita citato da Antonini ?. Da Wikipedia leggiamo che Costantino VII dedicò gran parte della propria vita allo studio della letteratura classica greco-romana, redigendo personalmente quattro opere; il De cerimoniis aulae byzantinae, il De administrando imperio, il De thematibus, ed un’estesa biografia sul nonno Basilio I. Tuttavia la sua attività è considerata rilevante non perché espanse la conoscenza della civiltà bizantina nei vari campi del sapere, ma perché puramente “compilatoria”, atta cioè alla preservazione della cultura classica o greco-medievale; al fine di educarlo dedicò inoltre i propri scritti al figlio Romano II. Secondo il Porfirogenita (….), Camerota, nell’anno 868 doveva essere uno dei 150 luoghi, che chiama “munita Oppida” occupati dai Saraceni o musulmani stanziatisi pure ad Agropoli.

Nel 879, Niceforo Foca che conquistò i ribat (“munita oppida”) di Amantea, Tropea, e S. Severina

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 412 continuando il suo racconto scriveva che: “…..’munita Oppida’, che dalla ‘Cronaca’ di Farfa sappiamo poi averne molti perduti nel 870., specialmente Matera, Venosa, e Canosa, come nell’anno 879. anche Amantea, Tropea, e S. Severina, che lor furon tolte da Niceforo, Capitano dell’Imperador Basilio, per relazione dello stesso ‘Porfirogenneta’.”. Antonini, a p. 412, nella sua nota (I) postillava che: “(I) L’autorità di ‘Porfirogeneta’ non s’accorda nel tempo con Erchemperto, il quale al num. 49. scrive, che i Saraceni cacciati d’attorno il Vesuvio nel 881. ‘Acropolim castrametati sunt'”. Sulle incursioni Saracene sul nostro territorio ha scritto pure Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu il secolo delle più feroci devastazioni nel sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Tropea, Santa Severina e, a Nord di Policastro, Agropoli (86). Ecc..“. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (86) postillava che: “(86) Niceforo Foca, 885-886, liberò Amantea e Santa Severina dalla presenza saracena. Castiglione Marittimo, a sud di Temesa, e, probabilmente, fortezza della celebre città, forse un ricordo, venera “Santo Foca”.

Nel 882, i Saraceni ad Agropoli

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo “Castelli torri e borghi della costa Cilentana”, a p. 30, riferendosi ai Saraceni ed ad Agropoli, in proposito scriveva che: Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a dismisura negli anni, tanto da fare di questo centro una potente roccaforte saracena nell’anno 882 (8).”. Il Vassalluzzo, a p. 30, nella sua nota (7), riferendosi agli anni precedenti al 914 postillava che: “(7) HIRSCH F., – SCHIPA M., op. cit., pag. 109. Ecc… Negli anni precedenti i predoni avevano commesso soprusi di ogni genere. Non avevano risparmiati neppure i giovinetti, che essi rapivano come ostaggi. Ecco quanto si trova scritto in Orlando, op. cit., p. 319, citando un documento custodito nell’Archivio Cavense: “Si johanne filio meo, ecc..ec…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 31, nella sua nota (8), postillava che: “(8) Hirsch F. Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, p. 96 e 97; Cilento N., op. cit., p. 184.”. Il Vassalluzzo, nella sua nota (7) postillava di (7) Hisch F. – Schipa Michelangelo, La Longobardia meridionale (570-1077), Il Ducato di Benevento, il Principato di Salerno,  ristampa con introduzione e bibliografia di Nicola Acocella, Roma, Raccolta di Studie e testi a Cura di Gabriele De Rosa, ed. di Storia e Letteratura, 1968, pp. 100, 109 e 141.

Nel 882 o nell’892, Camerota e la roccaforte dei Saraceni

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota,  riferendosi al Guzzo ed al Cirelli scriveva che: “Si è detto poi che i saraceni di Calabria sbarcarono alla marina di Camerota e che risalendo la collina distrussero il villaggio dove “stabilirono una rocca forte”, di cui manca ogni notizia (5). Si è scritto pure (6) che i Saraceni di Agropoli e Camerota saccheggiarono Policastro nel 915.”. Ebner (…), a p. 581, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Guzzo (cit., pp. 80 e 104) malauguratamente non cita la fonte.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, etc’, a p. 80, dopo aver detto che verso la prima metà del IX secolo, i Saraceni dell’Africa settentrionale, nell’anno 845 essi avevano stabilito il loro covo alla Punta della Licosa, ecc.., scriveva che: “Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a tal punto, da fare di questo centro una potentissima roccaforte saracena nell’anno 882 (9).”. Guzzo, nella sua nota (9), postillava che la notizia era tratta da:  “(9) Hirsch F. – Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, pagg. 96-97.”. Il Guzzo, sempre a p. 80, continuando il suo racconto, scriveva che: Qualche anno dopo, altri Saraceni, provenienti dalle coste della Calabria, sbarcavano sulla spiaggia di Camerota, raggiungevano rapidamente il centro abitato e, dopo aver saccheggiato, devastato e dato alle fiamme tutto ciò che vi si trovava, causando sgomento e terrore negli abitanti sfuggiti alla morte, vi stabilivano una nuova roccaforte.”. Il Guzzo, mentre nella prima notizia dei musulmani a Licosa citava Hirsch e Schipa, in questa notizia, invece, non fornisce alcun riferimento. Il Guzzo scrive che qualche anno dopo l’anno 882, altri “Saraceni”, provenienti dalla Calabria, sbarcarono su una spiaggia di Camerota e dopo aver raggiunto il piccolo borgo lo incendiarono e lo saccheggiarono. Purtroppo il Guzzo non forniva nessul riferimento bibliografico. In proposito, devo segnalare che il Guzzo (…), riguardo questa notizia sui Saraceni a Camerota (…), nella sua nota (19), di p. 104, citava: “(17) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.”. I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, in «Archivio storico per le Province Napoletane», N.S. , XXXVIII (1958), pp. 109–122. Riedito con il titolo Le incursioni saraceniche nell’Italia meridionale, in Italia Meridionale Longobarda, c. VIII, pp. 175–189 e in Italia Meridionale Longobarda, II ed., cap. IX (I parte), pp. 135–148. Infatti, Nicola Cilento (….), nel suo cap. VIII “Le incursioni saraceniche nell’Italia meridionale”, nel suo ‘Italia Meridionale Longobarda’, prima edizione, a p. 184, in proposito scriveva che: “Una nuova lega Campana promossa dal papa li batte e li costringe a ritirarsi ad Agropoli (882). Di lì, in seguito ad altre complicazioni della politica degli stati campani e particolarmente per le lotte domestiche che dilaniano la contea di Capua, e poi ancora per la politica aggressiva del conte Pandolfo che minaccia Gaeta, i Saraceni invitati da Docibile si accampano alle foci del Garigliano (883), dove organizzano la più pericolosa delle loro colonie dalla quale per oltre 30 anni “innumerabilia circumquaque mala gesserunt, multumque Christicolarum sanguinem effunderunt”.”.

Nel 892, i Saraceni di Sicilia assalirono Paestum, secondo Ebner e l’Anonimo Salernitano

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 47, parlando della “Diocesi e clero dopo il Mille”, citava Matteo Camera (…) ed il manoscritto citato dall’Antonini scrivendo che: “Nella notte di S. Giovanni del 892 i musulmani di Sicilia pare abbiano assalito Paestum devastandolo e incendiandolo. Essi si fermarono a Licosa, secondo Erchemperto (vedi G. Diacono “Licosa latitabant”) e poi ad Agropoli, importante osservatorio geografico proiettato sul golfo Salernitano (4)”. Ebner a proposito di questa ultima notizia nella sua nota (4) a p. 47, vol. I postillava che: “(4) Ne dice M. Camera, Storia del ducato di Amalfi, I, p. 130, traendone da un manoscritto di Marcello Bonito”. Vediamo il Camera cosa dice in proposito. Dunque, si tratta di un “manoscritto” di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, cavaliere di Calatrava appartenente ad una nobile famiglia di Amalfi e Scala. Sull’attacco e la devastazione di Paestum da parte dei Saraceni del ribat di Agropoli, Ebner cita il manoscritto di Marcello Bonito e dice che questo accadde nell’anno 892, nella notte di S. Giovanni, mentre, come vedremo innanzi, Matteo Camera (…), nel suo testo sulla “Storia del Ducato di Amalfi”, vol. I., p. 130 non parla dell’anno 892 ma scrive che l’attacco a Paestum avvenne nella notte del 23 giugno 916. Il Camera, però a p. 130, introduce l’altra notizia che riguardava il ribat di Agropoli, ed i Saraceni, prima della strage del Garigliano:  I quali dopo tante gelosia, congiure, guerre ed esautorazioni scambievoli, rimasi indeboliti, fecero risoluzioni affatto disperate e barbare, con chiamare in soccorso i Saraceni, che non dovevan essere troppo viaggiare per giungere dalle coste dell’Africa o dalla Sicilia (vedi pag. 100). D’altronde, cosa poteva attendersi da quegli Infedeli che non conoscevano alcun vincolo morale…..Sempre avidi di preda e di conquista essi vi vennero assolutamente per rovir tutto: loro riuscendo di approfittarsi della debolezza dei Principi di quel tempo,…..Se si univano coi Salernitani, danneggiavano il territorio di Napoli e di Capua, e se si confederavano coi Napoletani, Benevento e Salerno erano rovinate dalle loro scorrerie: “Agareni omnia denudabunt. Et quando cum Salernitanis pacem inebant, Neapolitanos, Capuanosque graviter affligebant; et quando Neapolitanis pacem debant, urbem Salernitanam, seu Beneventanam hostiliter atterebant” (1).”. Il Camera a p. 130, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Anonymi Salernitani, Chronic., cap. 145.”.

Nel 909, Ibrahim-Ibhn-Abhmed, proveniente dalla Calabria occupò Camerota che diventò una sua roccaforte

Angelo Guzzo (…), nel suo “Da Velia a Sapri”, a p. 104, dove scriveva che: “Nell’anno 909, altri Saraceni, al seguito del potente Capo arabo Ibrahim-Ibhn-Abhmed, provenienti dalla Calabria, dopo aver saccheggiato ed incendiato Camerota, vi fondarono una nuova, munitissima roccaforte che manda nelle tenebre sinistri bagliori di fuoco, si dirigono minacciosamente su “Skarius” (20).”. Il Guzzo, a p. 105, nella sua nota (20), postillava che: “(20) F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”. Ebner, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli, cit, p. 36. Anche il Cirelli non cita la fonte.”.

Nel giugno del 915, i Saraceni abbandonarono il ribat (“munita Oppida”) di Camerota e saccheggiarono Policastro

La prima notizia della distruzione di Policastro da parte dei Saraceni, nell’anno 915, ci viene dal barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 412 parlando di Policastro, continuando il suo racconto sui Saraceni ed il ribat di Camerota, in proposito scriveva che: “Partirono poi da Camerota nel 915. quando, uniti agli Agropolitani, saccheggiarono  Policastro, ed in Africa tornaronsi.”. Sempre l’Antonini, nella sua “La Lucania – Discorsi”, Parte Seconda, e Discorso X, che, a pp. 416-417 parlando di Policastro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto’ del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: “Anno 915…………Cum proinde resciverint ex duedecim Ismaelitis, qui in parva navicula eruperant, occidionalem pugnam ad flumen Garelianum, timentes amplius in Agropoli permanere, Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae tacito pede venientes nocturno aggressu Civitatem sonnolentam (cioè Pesto) capium atque discripiunt, et discedentes, ignem submittunt. Inde coaduvatis fratis de Camerota, eodem filentio discedunt, et Pellicastrum capiunt, et depraedantur, eorum navigia de praeda onerando ad litora Africae consugerunt.”.”. L’Antonini, nella sua nota (2), a pp. 416-417 postillava riportando il brano tratto dal ‘manoscritto’ del Marchese di S. Giovanni, di cui ho parlato in un altro mio saggio. Secondo l’Antonini, il marchese Giovanni Bonito (….), Marchese di Calatrava, in un suo manoscritto, di cui ho già parlato, nel fol. 121, parlando della distruzione di Paestum da parte dei Saraceni, dopo la sconfitta subita sul Garigliano nel 915, riportava la seguente notizia: “Nell’anno 915…………. Come seppero dai dodici Ismaeliti, che si erano precipitati fuori su una piccola barca, la battaglia all’estremità occidentale del fiume Gareliano, temendo di continuare più in l’Agropoli s’impossessano della città, risuonando, e quando se ne vanno, si sottomettono al fuoco. Di là, radunati i fratelli di Camerota, si recano nello stesso silenzio, prendono Pellicastrum e lo depredano; le loro barche, cariche di bottino, si rifugiarono sulle coste dell’Africa.”. Dunque, l’Antonini, riguardo la notizia del saccheggio di Policastro nel 915 dei Saraceni di Agropoli e di Camerota traeva la notizia dal manoscritto del marchese di San Giovanni (….), di cui ho già parlato in precedenza. E’ interessante ciò che scrisse in proposito il sacerdote Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a pp. 21-22, in proposito scriveva che: “I Longobardi, che estendono l’invasione fino all’Italia meridionale non sono tanto forti da poter sostituire i Bizantini in tutta la penisola, che resta divisa tra gli uni e gli altri. I Saraceni infestano le coste. Occupano Camerota, che si conta come uno dei centocinquanta luoghi d’Italia in mano ai Saraceni nell’anno 868, detti ‘munita oppida’. Quarantasette anni: il tempo del malessere. E nel 915 i Saraceni si allontanano da Camerota ed esigono il ‘dacium’, la moderna tangente, per rendere il luogo sicuro e fuori da qualsiasi saccheggio. Lasciata Camerota, si uniscono ai “Saracenos acropolitanos” – così li dice l’Anonimo salernitano – perchè la strage dei connazionali sulle sponde del Garigliano, è orribile, nella lotta organizzata dal pontefice Giovanni X. E prima di far ritorno in Africa, depredano Paestum, Velia, Molpa e Policastro. “Sacratissima nocte S. Joannis Baptistae” dell’anno 916, saccheggiano Paestum. Dopo Velia, che subirà tante altre piraterie barbaresche, da indurre gli abitanti ad un esodo continuo, anche per l’insicurezza delle coste, l’inefficienza dei porti e l’inquinamento della zona….I Saraceni devastano Molpa, che lentamente muore nella concatenazione degli assalti, per culminare nella distruzione totale dell’11 giugno 1464…….I saccheggi dei Saraceni, quelli del 915 terminano a Policastro Bussentino, con fatti drammatici che vanno oltre il fantastico.”. Dunque, in questo passaggio il Ciociano cita l’Anonimo Salernitano. Dunque, secondo il Ciociano, il manoscritto del “marchese di S. Giovanni”, dovrebbe rifarsi alle notizie tratte dall’Anonimo Salernitano. Il “manoscritto del Marchese di S. Gio:”, come lo chiama l’Antonini, è stato citato anche da Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina….Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), ecc…”. Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario storico regionato del Regno di Napoli”, vol. VII, alla voce Policastro, a p. 226, in proposito scriveva che: “E infatti nel 915 fu saccheggiata da’ ‘Saraceni’, come si ha dal MS del ‘Marchese di S. Giovanni’ (4). ecc..”. Giustiniani (….), a p. 226, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Fol. 121”. Dunque, secondo il Giustiniani in questo manoscritto di Marcello Bonito, Marchese di San Giovanni, ci parla delle incursioni dei Saraceni a p. 121. Sul “manoscritto” del marchese di S. Giovanni ho già scritto ma non è stata approfondita la notizia del Ciociano che riteneva quel passo su Camerota fosse stato tratto dall’Anonimo Salernitano. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 69 (vedi versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: Ma tutte le calamità si avventarono con forza sempre maggiore su queste regioni nei secoli tristemente luttuosi delle scorrerie dei Saraceni. Ecc….; nel giugno del 915 i Saraceni distrussero per la prima volta Policastro; ecc..” e, proseguendo il suo racconto scriveva che: “…; nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29 di p. 10 versione Visconti). “. Infatti, per l’altra notizia, quella di Niceforo Foca, il Laudisio, a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29) postillava che: “(29) Card. de Luc., Annot. ad Concil. Trid., disc. 8, num. 25, et disc. 14, n. 21.”. Questi passaggi storici, furono poi in seguito ripetuti dal sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel suo “Policastro”, sulla scorta del Laudisio a p. 538 continuando il suo racconto sulla chiesa di Policastro, in proposito scriveva che: I Saraceni la distrusero per la prima volta da cima a fondo nel 915; mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (1).”. Il Porfirio (…) a p. 538 nella sua nota (2) postillava che: “(1) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. Nella nota (1), il Porfirio (…), cita il Cardinale De Luca (…).Ma come abbiamo visto la citazione del Cardinale De Luca (….), riguarda l’altro notizia, quella di Niceforo Foca e l’anno 968. La notizia del Laudisio (….), fu tratta dal Volpi (….), che a sua volta l’aveva tratta dal manoscritto di Luca Mannelli (…). Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “fu depredata e bruciata dai saraceni agropolitani (a. 915); mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano di quel periodo e su Policastro: ” Secondo una notizia non molto attendibile Policastro – seconda volta nella sua storia – venne incendiata e distrutta dai Saraceni (Arabi) di Agropoli nel 915 (….)“. I due studiosi nella loro nota (63) postillavano che: Volpe G., op. cit., La notizia va destituita di ogni fondamento in quanto si basa su opere spurie e falsi settecenteschi.”. Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.” che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (….), nel suo Adnotationes ad Concilium Tridentinum’disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. La notizia che Policastro fosse stato distrutta dai Saraceni di Agropoli, nell’anno 915, è una notizia riferita dal sacerdote Giuseppe Volpe (…), che la traeva dal manoscritto del Mannelli (…) che a sua volta traeva alcune interessanti notizie storiche del periodo dal Malaterra (…). Dopo il Laudisio ed il Volpe, pare che la notizia fosse stata riportata anche dal Giustiniani (….). Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio e riferendosi alla migrazione di monaci dalla Sicilia verso la Calabria e da questa regione a causa delle frequenti scorrerie dei Saraceni a p. 18 in proposito scriveva che: Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Calabria, nel corso dell’IX secolo furono costretti a spostarsi di nuovo a causa del “…succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “…………………………”.

Nel 968, l’Imperatore Niceforo Foca ed il patriarca Attanasio e la costituzione del calogerato di S. Cono a Camerota

Nel 968, l’Imperatore d’Oriente Alessio Niceforo Foca, con il patriarca Anastasio, tenta di imporre il rito greco a quello latino. I due studiosi Natella e Peduto (….), nel loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 511, in proposito, scrivevano che: “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio, si sforzò disostituire al latino il rito greco in tutta la zona (64), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.”. I due studiosi, nella loro nota (64), postillavano che la notizia era tratta dal Porfirio (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Ecc…”. L’Ebner (…), nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, oggi Policastro Bussentino e la sua sede episcopale, in “Gli Studi in Italia”, V, 1882, p. 336.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica…….Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, ……..Ecc…”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Il sacerdote Giuseppe Volpi (…), nel suo ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (anno 968), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Qui il Volpi, scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.che,  corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Il Laudisio (…), a p. 69, proseguendo il suo racconto, scriveva che: “Nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29), postillava che: “(29) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca (…), nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684), citata anche al Laudisio (…), dove si raccontava che nel 968, L’Imperatore d’Oriente (bizantino) Alessio Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), ne parla nel suo ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, p……., riferisce alcune notizie circa la fondazione dei calogerati di S. Cono a Camerota e di S. Giovanni a Piro, riferendo ciò che aveva già scritto il Laudisio (…). Pietro Ebner (…), scriveva che in età bizantina, venne costituito il calogerato di S. Cono, però mette fra parentesi che si trattava della Badia di S. Pietro. La Badia di S. Pietro, come vedremo e, di cui ho scritto in un altro saggio ivi, è l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Licusati è un paese che da sempre faceva parte dell’Università o Comune di Camerota a poi in seguito diventò Comune autonomo. Infatti, nel territorio di Camerota, esisteva anche la Badia di S. Giovanni, grangia dell’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Tuttavia, qualche notizia in più sull’antico cenobio basiliano di S. Cono o S. Iconio, possiamo ricavarla dalle ‘visitatio Episcopali’, eseguite dai vescovi di Policastro prima del ‘600. In ogni caso, centri monastici, come il Monastero di S. Cono a Camerota, soppresso, ed ormai scomparso e di cui forse rimangono pochi ruderi, esisteva ancora nel 1458, anno in cui fu toccato dalla visita apostolica di Atanasio Calkeopoulos. Biagio Cappelli (…), riferendosi al 1458, anno della visita apostolica ordinata da papa Callisto III, a p. 400, scriveva che: “Il che ci porta a considerare come, venuti meno quelli che furono gli importanti centri monastici arroccati intorno a Cerchiara e ad Oriolo e nella valle del Sarmento, ancora riuscivano a mantenersi i monasteri dell’asprissima regione di monte Mula, ecc…, nonchè gli altri del montuoso Cilento, S. Maria di Centola, S. Cono di Camerota, S. Giovanni a Piro e S. Maria di Pattano. Circostanza questa che non avrebbe potuto verificarsi se nei predetti luoghi il basilianesimo non avesse avuto lontane e robuste radici. E che inoltre ci indica come ancora nel quattrocento la regione di monte Mula veniva ad essere in relazione ed in contatto con l’altra del Cilento i cui monasteri estendevano le loro propaggini in terra calabrese: dato che a Majerà ed a Grisolia, le quali rimangono rimangono immediatamente alle spalle del luogo dove sorgeva il cenobio di S. Ciriaco, esistevano due grangie dipendenti dal monastero di S. Giovanni a Piro (8) dominante il luminoso golfo di Policastro.”. Il Cappelli (…), a p. 400, nella sua nota (8), postillava che la notizia era tratta dal Di Luccia (…), a p. 312, nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’, nel 1700. Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota.  Giovannelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” ( I monaci greci in Calabria ecc.., v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Dunque, nel 1760, il Rodotà (…), sulla scorta di padre Agresta (…), fra i monasteri di rito greco, non cita il monastero di S. Cono di Camerota.

Nel X secolo, Camerota e la sua comunità di rito greco

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ughel.,  cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”. Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra sive etc…”, vol. VII, ed. Coleti, a p. 542 parlando della “Dioecesis Polycastrensis”, in proposito scriveva che: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat….”, che tradotto significa che: “La Diocesi di Policastro (…) è composta da ventiquattro comuni, di cui due primari, Lauria con collegiata (…), l’altro è Rivellus con due parrocchie. amministrare i riti con il clero, secondo l’usanza della loro nazione etc…”. Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (1), immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da quì l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Dunque, anche il sacerdote Gaetano Porfirio, sulla scorta del Laudisio scriveva che: “Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”.

Porfirio-p.-538.png

(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia….Nè men degna di ricordanza è quella benedetina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio VI unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2). Ed abbenchè, per ragion di unione avvenuta dopo il concilio di Trento, il vescovo di Policastro non possa accedere alla visita delle parrocchie, pure il vicario dell’abbazia non può istituire concorso di parrocchie senza l’intervento di quegli esaminatori che sono stati adoperati nel concilio sinodale di Policastro (3), e di riceversi dal vescovo suddettosì gli oli santi come gli esemplari della bolla della crociata (3), per apostolico indulto di papa Pio VI agli abitanti di questo regno per la prima volta concessa. Dopo il detto fin quì (il tutto che si è venuto fatto di raccogliere sulla Chiesa policastrense) chiuderemo questo articolo notando i luoghi su i quali si estende la giurisdizione episcopale. Essi sono: ‘Acqua della Vena’, Bosco, Battaglia, Camerota, Capitello, Celle, Casaletto, Lentiscosa, Lauria, Latronico, Lagonegro, Morigerati, Poderia, Policastro, Roccagloriosa, Rocchetta, Rivello, Spani Sicilì, Sapri, S. Costantino, S. Cristoforo, Santa Marina, S. Giovanni a Piro, Torre Orsaia, Trecchiena, Torraca, Tortorella, Vibonati'”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Concilio Tridentino, Sessione 24, Capitolo 18, ‘de Reformat’.”. Il Porfirio (…) a p. 539, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ex Bull., 21 novem. anno 1777.”.

Porfirio, p. 539 (in D'Avino)

(Fig…) Porfirio G., op. cit., p. 539

I due studiosi Natella e Peduto (…), in un loro pregevole studio “Pixous-Policastro”, a p. 508, in proposito, scrivevano che: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (61), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (62).. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (61), postillavano che: (61) G. Cappelletti, Le Chiese d’Italia, ecc.., op. cit., pp. 367-377.”. I due studiosi, a p. 508, nella loro nota (62), postillavano che: “(62) S. Borsari, Monasteri Bizantini nell’Italia Meridionale Longobarda, p. 2.”.

Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, ancora oggi a distanza di molti secoli, nel dialetto o nei grecismi presenti nei toponimi di origine greca; nei titoli di molte chiese (…), nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda (…), sulle forme architettoniche di alcune delle chiese, nelle grotte e nei cenobi (…). Le carte riportano chiese di rito greco a Policastro, Roccagloriosa, Cuccaro, Morigerati (…), mentre il Racioppi (…), annovera Maratea e Sapri. Culturalmente i monaci guardavano alle tradizioni greco-siriane-palestinesi e di Alessandria della patristica orientale come San Giovanni Crisostomo, San Basilio Magno, e San Gregorio Nazienzeno. Se disponevano di un’équipe di amanuensi, come nella vicina San Giovanni a Piro, disponevano anche di loro libri scritti nella lingua greca (koinè) del medioevo. Il codice monumentale da San Giovanni a Piro dal 1020 è adesso nella Biblioteca Laurenziana di Firenze; le ‘scriptoria’ monastici del Cilento erano di alto livello artistico e in sintonia con l’arte contemporanea tanto bizantina quanto beneventana e araba. La moderna storiografia professionale ha archiviato l’opinione diffusa 50 anni fa che c’era una politica aggressiva di latinizzazione dei monasteri italo-greci nel Mezzogiorno nell’XI e XII secolo. L’importante era solo che le chiese secolari episcopali riconoscevano la giurisdizione canonica di Roma invece di Costantinopoli. Il vescovo di Policastro poteva ordinare preti latini sia greci. I candidati potevano essere sposati, come previsto dalla disciplina bizantina, ma essenziale era che il candidato sapesse leggere e scrivere. (vedi la Bolla dell’arcivescovo Alfano datato 1079 che ricostituiva la diocesi). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia) e, pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota.

Nell’XI secolo, Roberto il Guiscardo ed i monasteri del tempo Normanno

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, sulla scorta di Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in Platina (…), ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1573 (vedi sua nota (47)), a p. 16 (vedi p. 73, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che intorno al XI secolo: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati…”. Il Laudisio (…), nella versione curata dal Visconti (…), a p. 16, nella sua nota (47), postillava in proposito che: “(47) Platin. In vita Steph. papae IX.”. Il Laudisio (…), alla sua nota (47), postillava che la notizia era stata tratta da Bartolomeo Platina (…), ‘In vitae Stephano papa IX’ che,  stà in Bartolomeo Platina (…), Historia Platinae de vitis Pontificum, del 1573, dove a p. 150 parla della vita di papa Stefano IX:

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(Fig…) Bertolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1573, p. 150

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: In questo periodo di Enrico III posto il padre di Enrico era morto sostituito, e Alessio Niceforo Foca succedette a Imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo aveva conquistato i greci, una grande battaglia, e Calabria a tutti di guidare, lasciando solo il modo di Greci, ai sacerdoti, che sono venuti anche ai giorni nostri, la lingua della penna veloce a casa con il loro carattere.Il Platina (…), ci parla della conquista delle Calabrie da parte di Roberto il Guiscardo che sconfisse i greci (i bizantini) in una violenta battaglia contro l’Imperatore Niceforo Foca e, scrive pure che il Guiscardo lasciò: “….solo isacerdoti greci, che erano in fondo alla nostra lingua preservano il suo carattere. accettare di essere diminuita.”

Il cenobio basiliano di S. Iconio (S. Conore o S. Cono) a Camerota

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati e di alcuni Cenobi o monasteri italo-greci (bizantini o basiliani), del nostro entroterra. In questo saggio parlo dell’antichissimo monastero di San Cono (cosiddetto) a Camerota, dove nel suo territorio esisteva un altro monastero detto di S. Pietro (ma questo si trovava a Licusati), all’epoca casale di Camerota. Del monastero di S. Pietro di Licusati, ho già parlato in un altro mio saggio ivi pubblicato. Le rovine dell’antico monastero o “cenobio” (VIII-IX sec.). Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicata nel 1831 (si veda l’edizione curata dal Visconti), a pp. 67-68, dopo aver parlato della rinata Diocesi di Bussento e del Vescovo Felice, in proposito scriveva che: “Quante sofferenze d’allora in poi, quante angosce nei secoli del medio evo, particolarmente nell’ottavo in questo nostro regno, quando in numero stragande i bizantini furono costretti a cercarsi rifugio perchè Leone l’Isaurico e suo figlio Costantino Copronimo infierivano contro i cultori delle sacre immagini! Quando il patriarca Anastasio, forte del sostegno dell’autorità imperiale, si impadronì di moltissime nostre chiese ponendole impudentemente sotto la sua giurisdizione! Ma anche se alcuni venerabili monaci orientali, per sfuggire alle persecuzioni, giunsero pure nella diocesi di Bussento e fondarono l’abbazia di S. Cono a Camerotae su uno sperone a picco sul mare l’abbazia di S. Giovanni che fu chiamata ab Epyro perchè S. Giovanni era il santo protettore della loro patria, ecc….ecc…(28).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (28), postillava che: “(28) Anast. Bibl. in papa Paulo, apud Bern. hist.haer. tom. 2. seculo 8, pag. 399.”. Il Laudisio (….), nella sua nota (28), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Laudisio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. (si veda p. 191). Dunque, in questo passo, il Laudisio, scriveva che il monastero (lui le chiama Abbazie) di San Cono a Camerota e quello di S. Giovanni a Piro, sorsero in seguito alle persecuzioni iconoclaste degli Imperatori bizantini Leone Isaurico e Costantino Copronimo. Il Laudisio (…), a p. 69, proseguendo il suo racconto, scriveva pure che: “Nel 968 Niceforo Foca cerca con tutti i mezzi di eliminare completamente il rito latino e di sostituirvi quello bizantino (29).”. Il Laudisio (…), a p. 10 (vedi versione del Visconti), nella sua nota (29), postillava che: “(29) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”. I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (…): “Pyxous-Policastro”, a p. 511, in proposito, scrivevano che: “Nel 968 Niceforo Foca, per il tramite del patriarca greco Anastasio, si sforzò disostituire al latino il rito greco in tutta la zona (64), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono di Camerota e di S. Giovanni a Piro, le due badie basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro.”. I due studiosi, nella loro nota (64), postillavano che la notizia era tratta dal Porfirio (…), di cui parleremo. Costruito dai monaci basiliani in fuga dalla persecuzione iconoclasta, parzialmente convertito in rifugio dai pastori. Il Cenobio di Sant’Iconio fu fondato dai monaci basiliani nell’VIII sec. sfuggiti dalla regione greca dell’Epiro, dalle aspre lotte iconoclaste e trovarono rifugio nel Cilento accolti dai longobardi. L’accesso attuale al sentiero è stato spostato rispetto all’originale, ed oggi risulta molto ripido, a seguito della costruzione della strada statale che costeggia il fiume, detta Mingardina. Qui i monaci introdussero le piante di liquirizia. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, scriveva che: “Il Gatta (52) scrive del “monastero dè Cappuccini fabbricato in amenissimo sito, donde godonsi le vaghe prospettive del Mare, dè Seni, e Promontorij e nel quale vi è una ricca Libreria, colma di dotti e di eruditi volumi. depositati quivi da vari Letterati, specialmente da Monsignor Maradei. Il Gatta si diffonde poi a parlare della famiglia Marchese.”. Infatti, il figlio del Gatta (…), Costantino, nella sua opera postuma ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.….’, nel 1743, a pp. 292, scriveva su Camerota: “Nel monistero dè Cappuccini, fabbricato in amenissimo sito, donde godonsi le vaghe prospettive del Mare, dè Seni, e Promontorj, vi è una ricca Libreria, colma di dotti, ed eruditi Volumi, depositati quivi da varj Letterati, speziallmente da Monsignor ‘Maradei’.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 267, in proposito scriveva che: “Avvenuta la soppressione dei monasteri, i libri della biblioteca di Camerota furono portati a Policasto, per essere custoditi in quel vescovado (136).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(136) G. Cataldo, Notizie storiche, etc.,  op. cit.”. Dunque, il Gatta (…), parlava del monastero dei Cappuccini, costruito in un sito ameno e panoramico nel territorio di Camerota ed ivi si trovava una ricca biblioteca di dotti volumi. Il Gatta, dice che il monastero di Cappuccini, si trovava ubicato in un sito ameno da cui si poteva godere la meravigliosa vista di un meraviglioso paesaggio. Il figlio del Gatta (…), parlando del monastero dei Cappuccini a Camerota, si riferiva al cenobio basiliano di S. Cono o al monastero di S. Pietro di Licusati, che all’epoca era casale di Camerota?.

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(Fig…) Cala del Cefalo, l’Arco Naturale e la collina della Molpa nel territorio di Camerota

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 362, in proposito scriveva che: “‘A PINETA RE SANT’ANTONIO o PINETA SANT’ICONIO o PINETA ‘NCENZO, a Camerota, attestata nel 1534 in ASS notar G. Greco di Camerota, fs 28 pag. 8 (3 b/4 a/b), 150/400 slm., tutta la collina a nord della spiaggia del Mingardo fino al convento di San Cono per un’estensione di 358 ettari; i basiliani derivavano dai pini incenso (col sistema usato poi per la gomma) che trasportavano poi alla Calanca in botti di legno, pinoli per la fermentazione, ‘a zappina’, una polvere fine della corteccia per tingere i mantelli dei monaci e le reti da pesca, una bevanda fatta di fiori di pino e liquirizia, ceralacca (con incenso ed altri incredienti), legna da ardere; nel secolo scorso l’Esercito raccoglieva l’incenso da cui ricavava bombe incendiarie (C. Rocco e G. Reda), la raccolta avveniva con ‘a sciotta’ (coltello), con cui si incideva la corteccia del pino, poi si incastrava una lamina di ferro sotto il taglio ed un piccolo vaso di creta, sostenuto da un chiodo infisso sotto la lamina; i tagli procedevano verso l’alto; gli asini trasportavano le cassette di 25 kg di incenso al deposito di San Vito; ecc..”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 398-399, parlando della visita apostolica del 1458, dell’Archimandrita Atanasio Calkeopuolos, in proposito scriveva che: “; l’altro di S. Cono, del quale rimangono le rovine tra i monti di Camerota ed il mare di Palinuro, era in possesso di quattro codici compreso un Evangeliario che destò l’ammirazione dei visitatori.”. Sovrastante la spiaggia della Cala del Cefalo, è una collina ammantata da pino d’Aleppo ricoperta di euforbie, di finocchio di mare e dell’endemica(esclusiva) Primula Palinuri. Tra Capo Palinuro e Marina di Camerota, sulla costa che sovrasta la Cala del Cefalo e il letto del Fiume Mingardo, sorge una delle emergenze naturalistiche e botaniche più importanti del Cilento e di tutto il bacino del Mediterraneo: il Bosco di San Cono, uno degli ultimi boschi spontanei di Pino D’Aleppo. Superando il primo, notevole dislivello e risalendo la folta pineta, si arriva in cima al costone roccioso che sovrasta la Cala del Cefalo e la sua lunga spiaggia. Il panorama è spettacolare: il fiume Mingardo, la collina della Molpa e la Marinella, l’Arco Naturale, il promontorio di Capo Palinuro. A metà percorso, nel bosco di San Cono vero e proprio, sorge lo “iazzo” di San Cono, imponente struttura architettonica rurale, un Cenobio Basiliano, una distesa di ulivi secolari e un campo di liquirizia spontanea, particolarità botanica introdotta dagli stessi monaci basiliani cui si deve il Cenobio. Oltre lo ‘iazzo’, si arriva poi alla Cappella di Sant’Antonio, dove si apre un panorama capace di abbracciare chilometri e chilometri di costa. Sulla strada ci sono la piccola chiesa di Sant’Antonio e le rovine del monastero basiliano di San Cono che contiene alcuni resti di affreschi bizantini (nonostante non siano effettivamente visibili). Questo sentiero conduce, attraverso la “macchia”, a diversi venerabili ulivi e alla pineta di Aleppo, dal paese di Camerota fino alla foce del fiume Mingardo, seguendo il vecchio sentiero che collega Camerota con il vicino paese di Palinuro. La notizia di cui parlava il Laudisio (…), tratta dal Bartolomeo Platina (…), riguardava la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di S. Giovanni a Piro, ai tempi di Niceforo Foca (…) e, del Patriarca greco Athanasio. La stessa notizia è riferita da Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, che p. 332 che, diceva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista).”. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Gatta, cit., p. 292 egg. Il Gatta non dice di Prospero di Sangro che concorse con propri armati alla difesa del Regno contro i francesi di Lautrec.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, scriveva che: “Ai primi del ‘600 (1616) esisteva in posizione selvaggia e incantevole a Punta degli Infreschi, solo una chiesetta (S. Nicola, in località “pozzo”) e un frantoio con magazzini del feudatario di Camerota, marchese di Sangro, che aveva fatto costruire la chiesetta (46).”. Ebner, nella sua nota (46), postillava che: “(46) Pasanisi, cit., 49.”. L’opera citata da Ebner (…), a p. 586, nella sua nota (31), vol. I, era quella di Onofrio Pasanisi (…). Onofrio Pasanisi (…), ha scritto diversi saggi su Camerota ed il suo territorio, come ‘La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo’, oppure, ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI’, oppure ‘I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, oppure ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’ ma,  Pietro Ebner, a p. 584, nella sua nota (31), vol. I, si riferiva a “Pasanisi O., Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro.. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, egli, parlando delle Torri marittime e costiere, nel territorio di Camerota e, accennando alla terribile incursione del turco Dragut Rais Bassà (…), che il 12 luglio 1552, saccheggiò e bruciò Camerota ed i suoi casali di Lentiscosa e di Licusati, a p. 278, scriveva che: “Anche Camerota aveva subito il saccheggio. (1) La torre della marina era stata presa ed arsa. Il signore del luogo, don Placido de Sangro, l’aveva rifatta e riarmata a proprie spese (2) nè avevano contribuito alla prima costruzione le università convicine.”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., ci parla anche dei due monasteri esistenti a Camerota. Il Pasanisi (…), in proposito scriveva che: “Scomparse anche, e da tempo, due antiche badie, detta, l’una di S. Iconio, l’altra S. Pietro, eretta, la prima, in agro di Camerota, la seconda, nei pressi di Licusati, di origine basiliana entrambe…..Cominciato intanto il declino, perduta la data, secondo si usava allora, assieme a quella di S. Nazzaro in Cuccaro, al Cardinale Alessandro Farnese che la rassegnò poco dopo al papa. Dovendo intanto la Santa Sede restituire delle somme al Capitolo di S. Pietro, avute in occasione del sacco di Roma, Pio IV con bolla del 12 luglio 1564, assegnò dette due badie, in uno alle loro rendite, al menzionato capitolo che trasferì la chiesa abaziale delle due badie in Bosco. Nel 1818 la badia di S. Pietro di Licusati fu messa alla dipendenza del vescovo di Policastro. La metà dei beni passò al Comune di Camerota in seguito alla divisione dei demani. Anche la badia di S. Iconio, col passar degli anni decadde, i frati si allontanarono, ed i beni seguirono la stessa sorte della prima. Di essa è rimasta il nome alla contrada, detta comunemente di S. Cono.”. Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 56, apprendiamo che, Camerota, fu venduta dal marchese Di Sangro a Paolo Marchese, nel 1587. Dunque la costruzione della chiesa di S. Nicola, da parte dei De Sangro, dovette avvenire prima del 1587 ed ancora prima dell’incursione di Dragut Rais Bassà, qualche anno prima o qualche anno dopo del 1552. Dunque, l’Ebner (…), sulla scorta del Pasanisi (…), scriveva che alla fine del ‘600, il monastero era scomparso ed esisteva “in posizione selvaggia a Punta degli Infreschi”, solo la chiesetta di S. Nicola in località “pozzo” e un frantoio con magazzini di proprietà del marchese Placido de di Sangro, che aveva fatto costruire la chiesetta di S. Nicola. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, sulla scorta di Filippo Cirelli (…), scriveva pure che: “Il monastero di S. Cono era a ovest del castello, dove se vedano i resti ancora nel secolo scorso (Cirelli, cit. 138).. Ebner si riferiva all’opera di Filippo Cirelli (…), ‘Il Regno delle due Sicilie descritto e illustrato’. Ebner (…), sulla scorta del Cirelli (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota, scriveva che: “Il villaggio ubicato su una collina era da tre lati difeso da aspri dirupi. A ovest del castello era il monastero di S. Cono che mostra l’esistenza nel luogo di monaci italo-greci. E’ più probabile che i primi monaci bizantini giunti nel luogo avessero preso dimora nei diversi ambienti (‘kamarotos’) delle grotte (I fase, asceteri). Pare che ancora nel secolo scorso si scorgessero i ruderi del cenobio (4) sorto più tardi (III fase cenobitica).”. Ebner, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Cirelli, cit., p. 138.”. Dunque, Ebner, sulla scorta del Cirelli (…), scriveva che il monastero di San Cono, era sito ad ovest del castello.  Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, nel 1975, a p. 174, scriveva in proposito che: “Nell’VIII secolo, ad ovest di Camerota, a circa due chilometri, esisteva un monastero dei Basiliani, dedicato a S. Cono (4).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 174, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Cirelli F., op. cit., pag. 38. Di questo monastero, nel secolo scorso, erano in piedi le sole mura della chiesetta. Cessata la vita di quel Cenobio, i beni passarono al seminario di Policastro. Dopo l’abolizione della feudalità, nel decennio francese, metà di quei beni furono dati al Comune di Camerota che ne vantava gli usi civici. Con la soppressione, anche i Cappuccini dovettero sloggiare da Camerota e la ricca biblioteca, almeno quello che di essa era avanzato in seguito al saccheggio dei Francesi, fu portata al seminario di Policastro.”. Dunque, Pietro Ebner (…), ed anche il Vassalluzzo (…), che scrivevano sulla scorta di Filippo Cirelli (…) e, del Pasanisi (…), il monastero di San Cono era sito a due chilometri ad ovest da Camerota, dove oggi si vede solo la Chiesa di S. Nicola a Camerota, che Ebner dice essere in località “pozzo”. Inoltre, il Vassalluzzo (…), a p. 174, nella sua nota (4), cita il Pasanisi (…), Camerota e i suoi casali, Napoli, 1964, p. 7, dove l’autore ci da uno spaccato dell’incursione dei Francesi del generale Lemarque a Camerota. Di Mons. Maradei, Vescovo di Policastro, ne ha parlato anche il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, dove dice che Giacinto Camillo Maradei, fu nominato vescovo di Policastro nel 1696 e morì il 2 settembre 1705. Scrive il Laudisio (…), a p. 86 (vedi versione curata da Visconti), che: “Con un lascito testamentario donò la sua magnifica biblioteca al convento dei Cappuccini di Camerota.”, che come abbiamo appreso dal Gatta (…) “nel quale vi è una ricca Libreria, colma di dotti e di eruditi volumi. depositati quivi da vari Letterati, specialmente da Monsignor Maradei”. Dunque, nel 1705, con lascito testamentario il Convento dei Cappuccini, di Camerota, arricchiva la sua bella biblioteca di dotti volumi. Ma si trattava del monastero di San Cono ?. Il monastero di S. Cono, dopo la visita apostolica del 1458, divenne in seguito, un Convento di Cappuccini? Ritornando all’ubicazione del monastero di S. Cono a Camerota, tutti gli autori citati, il Gatta, il Cirelli, il Vassalluzzo, volevano che il monastero di S. Cono fose posto ad ovest di Camerota, a circa due chilometri, esisteva un monastero dei Basiliani, dedicato a S. Cono (4).”Guardando però la carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), illustrata nell’immagine sopra di Fig. 1, possiamo notare che fra i toponimi elencati nell’area in questione, è citato un “S.to Cono”. La carta in questione (…), è una carta corografica del Regno di Napoli, delineata molto probabilmente per motivi fiscali all’epoca della casa regnante degli Aragona, una carta inedita da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli. La toponomastica ivi segnata è di estrema importanza per le nostre zone e non solo, in quanto molti luoghi, e S. Cono è uno di questi. Il toponimo di “S.to Cono”, come possiamo leggere sulla carta in questione (…), si trova segnato ad ovest di Camerota e non verso la Cala del Cefalo o verso il Mingardo, che sono alla sinistra della carta. Guardando la carta, frontalmente troviamo il promontorio di Punta Infreschi ed un rigagnolo che risalendo arriva a Camerota paese, dove, molto più in alto a Lentiscosa che è posta sulla sua destra, troviamo il toponimo di “S.to Cono”. Ancora più su poi, troviamo sopra “Camerota”, troviamo “Cusati” e,  ancora più su, sulla stessa dorsale troviamo “Poderia”. Stranamente, sulle colline che si affacciano sul promontorio di Punta Infreschi, invece, troviamo un “li Ispani” e un “la Fenosa”.

Licusati

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Attanasio)

Anche queste notizie, intorno alle origini dei due calogerati di S. Cono e di S. Giovanni a Piro, andranno ulteriormente indagate. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, scriveva di due monasteri nel territorio di Camerota, distinguendoli nettamente fra loro. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista).”. La studiosa Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, nel suo capitolo 8, “La Regione monastica del Monte Bulgheria”, sebbene accenni ad un monastero di “Santa Maria dei Martiri a Lentiscosa”, non dice nulla sull’antico Monastero di S. Cono di Camerota, ma a p. 278, ci parla di “Caritone (Iconio, III secolo; Betlemme, 350″A lui si attribuisce la prima codificazione delle leggi monastiche che passarono nel ‘Typicon’, ossia nel formulario di San Sabae del monastero costantinopolitano di Stoudion, anche ad opera di Sant’Eutimio il Grande, di San Teodosio il Cenobriarca. Da giovane, sotto l’Imperatore Aureliano, ecc..ecc..”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, scriveva che: “Sul monastero di S. Conore (49), comunemente detto di S. Cono, quanto ho detto innanzi cap. V, 5.. Dunque, l’Ebner, qui, lo chiamava monastero di San Conore e nella sua nota (49), a p. 587, postillava che: “(49) Sinax. Costantinopol. (Delahaye), col. 511, 5 marzo: “ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron. Martire 4 marzo, col. 509: O aghios.”.

Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, scriveva che: “Sul monastero di S. Conore (49), comunemente detto di S. Cono, quanto ho detto innanzi cap. V, 5.”. Ebner (…), si riferiva al Capitolo V del vol. I “Monasteri e Chiese ricettizie”, a p. 149, dove per certi versi si riferisce al Rodotà (…). Ebner (…), a pp. 162-163, sul monastero di S. Cono, in proposito scriveva che: “A Camerota vi era un monastero dedicato a S. Conore, comunemente detto di S. Cono, da non confondere con il benedettino morto a Diano, il cui corpo, rinvenuto nel monastero di Cadossa nel 1261, venne traslato e tumulato nella chiesa di S. Maria Maggiore di Diano. S. Conore era un santo orientale dichiarato protettore da parte dei monaci bizantini anche di molti paesi calabri..

Ebner (…), forse sulla scorta del Minisci (…), postillava che il termine “Conore”, deriva dal testo di M. Delahaye (…) nel suo ‘Synax Costantinopolitani della Vergine’. Il Laudisio (…), però, ci dava anche notizie sull’Abbazia di San Cono di Camerota, scrivendo che, i moltissimi monaci, cacciati dalla Calabria e dalla Puglia da Roberto il Guiscardo (a. Mille) “…giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati…”. Dunque, secondo il Laudisio (…), l’Abbazia di S. Cono di Camerota, insieme a quella di S. Giovanni a Piro, furono fondate dai monaci basiliani che si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), continuando il suo racconto, scriveva pure che: “Vi erano, infatti, a Camerota e a Rivello anche due abbazie minori di basiliani: quella di S. Pietro posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma, e quella di S. Giovanni Battista posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Giovanni a Piro….I beni di queste due abbazie furono assegnate alla chiesa madre di Rivello, come risulta da uno strumento in pergamena del 1341 scritto a caratteri gotici, e da un altro strumento del 1685 che si trovano nell’Archivio della medesima chiesa (51).”. Il Laudisio (…), a p. 17 (vedi versione curata dal Visconti), nella sua nota (51), postillava che: “(51) Apud card. Sirleti in Biblioteca Vaticana, num. 2101, pag. 177.”. Il Laudisio (…), nella sua nota (51), postillava che la notizia proveniva dal testo del Cardinale Sirleti o Sirleto (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 46 (vedi p. 99, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro ecc….Vi erano anche le abbazie benedettine. La prima, quella di S. Pietro di Licusati, fu unita dal pontefice Pio IV alla SS. Basilica Vaticana con un’ordinaria, quasi vescovile giurisdizione e con un proprio territorio (156). ecc..”. Il Laudisio (…), a p. 46, nella sua nota (156), postillava che: “(156) Ex bull. XII Kalend. Iul. an. 1564.”Il Laudisio (…), prima parla dell’Abazia di S. Cono di Camerota e poi dice che sempre a Camerota e a Rivello, vi erano due Abazie minori di basiliani, distinguendole nettamente. Il Laudisio, scrive che una delle due Abbazie minori di basiliani che si trovava a Camerota si chiamava l’Abbazia di S. Pietro, forse proprio l’Abbazia di S. Pietro di Licusati, di cui abbiamo già scritto e, che il Laudisio dice essere stata posta sotto la giurisdizione dell’Archimandrita di S. Maria di Grottaferrata nella zona di Tuscolo presso Roma.”. Dunque, il Laudisio (…), distingue chiaramente i due monasteri di S. Cono di Camerota e quello di S. Pietro di Licusati. Alcune notizie riguardo l’antichissimo monastero di San Cono di Camerota, le ritroviamo in Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: “…tori Leone Isaurico e Costantino Capronimo, acerrimi distruttori di immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, delle quali non ultima al certo fu quella con cui Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime Chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò, e non ostante fondazione di due abbazie, addimandata una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (‘ab Epyro’), levatevi dà Calogeri orientali, quivi dalla persecuzione cacciati, pure dalla Chiesa busentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua sede di Roma (3). Ma non ebbero qui termine i duri travagli in chè traboccò l’infelice regione Lucana. Leone detto il sapiente (a. 887) confermò l’atto di violenza, nel secolo anteriore dal patriarca Anastasio consumato, e fece che le chiese strappate alla devozione di Roma alla costantinopolitana sede fosse in perpetua soggette.”. Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Anast. Bibl. in papa Paulo, apud Bern. hist.haer. tom. 2. seculo 8, pag. 399.”. Il Porfirio (…), nella sua nota (2), si riferiva all’epistola papale, ecc…Il Porfirio (…), nella sua nota (3), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Porfirio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. (si veda p. 191). Dunque, in questo passo, il Porfirio, sulla scorta del Laudisio (…), scriveva che il monastero (lui le chiama Abbazie) di San Cono a Camerota e quello di S. Giovanni a Piro, sorsero in seguito alle persecuzioni iconoclaste degli Imperatori bizantini Leone Isaurico e Costantino Copronimo.

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(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (2), si riferiva alle origini di alcuni nostri centri, come ad esempio Vibonati (li Bonati): “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da quì l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Il Porfirio (…), però, nella sua nota (2), postillava sull’Epistola papale di S. Gregorio: “(2) Lib. 3. epist. 49, lib. 11, epist. 18.”. Il Porfirio si riferiva alle epistole papali ed è la stessa identica nota riportata dal Laudisio (…). Sempre il Porfirio (…), a p. 539, in proposito scriveva pure che: “La Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini in Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non che le già menzionate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima dipoi divenne di patronato e collazione regia.”. Biagio Cappelli (…), riguardo i due monasteri di S. Cono di Camerota e quello di S. Giovanni a Piro, citava anche Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, probabilmente anche sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti,…”, e li elencava. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, scriveva che: “Pietro di Lucca nella sua moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero fol. 3. fa menzione di altri Monasteri, chiamati Badie, unite dal Papa Clemento 8° alla basilica, cioè: 35. Monastero di S. Pietro di Camerata. Monastero d Santa Croce di detta Terra di Camerata.”. Dunque, Domenico Martire, sulla scorta del Di Luccia (…), era questo l’autore chiamato “Pietro di Lucca”, scriveva ” 35. Monastero di S. Pietro di Camerata”, chiamando Camerota: ‘Camerata’. Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento, al n. 31, tra i monasteri della Basilicata è citato un monastero basiliano, che lui chiama “Monastero di S. Pietro di Camerata. Monastero di S. Croce di detta Terra di Camerata”. Posto che, in Basilicata esistesse un casale detto ‘Camerata’, io credo che il Martire (…) abbia confuso un Monastero di Camerata Picena con il monastero di S. Cono a Camerota. Ebner (…), nelle sue note (13-14), postillava che: “(13) D. Giuseppe Cataldo, Archivista della Diocesi; (14) Ughelli F., Italia Sacra, sive…, tomo VII, col. 542 si scrive che: “Abbatiae in hac Dioecesis duae omnino sunt, altera S. Nicolai de Bosco unita Capitulo Principis Apostolorum Vatic. Basilicae, altera Sancti Joannis ad Piram.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo saggio inedito (dattilografato) del 1973, citato da Ebner (…), ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, a p. 34, scriveva in proposito che: “Prima del mille sorgevano numerosi i Conventi dell’Ordine di S. Basilio e di S. Benedetto, dei quali ora ammiriamo un pò ovunque i ruderi gloriosi. Comunità basiliane furono quelle di S. Giovanni a Piro (990), di Rofrano Vetere, di Lagonegro (S. Macario), di S. Nazario, di Cersosimo, ecc…; comunità benedettine furono invece a Licusati (S. Pietro, a Bosco di S. Giovanni a Piro (S. Nicola di Bari), a Roccagloriosa (S. Mercurio), a Centola (S. Ricario), a S. Severino, a Cuccaro (S. Cecilia), a Camerota (S. Cono), ecc..”. Dunque, anche il Cataldo, distingueva nettamente le due comunità benedettine delle due Abbazie di S. Pietro di Licusati e quella del monastero o Abbazia di S. Cono di Camerota e poi poneva l’Abbazia di S. Cono a Camerota come benedettina e non basiliana. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…) che, a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, diceva che il Monastero di S. Cono di Camerota era detto: “….il Cenobio di S. Giovanni a Piro…. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;…. Dunque Biagio Cappelli (…), riguardo il monastero di S. Cono di Camerota, scriveva che fu toccato dalla visita Apostolica di Athanasio Calkeopulos, che esso era prossimo a quello di S. Giovanni a Piro, chiamandolo S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;…. Biagio Cappelli, a p……, nella sua nota (39), postillava che “(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), nella sua nota (39), si riferiva al monaco T. Minisci (…), ed al suo: ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’ e si riferiva a Pierre Batiffol (…), nel suo ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Il Cappelli (…), a p. 305, sulla scorta del Minisci (…) e, del Batiffol (…), scriveva che riguardo il monastero di S. Cono a Camerota, vi era una chiesa triabsidata (a tre absidi) e che localmente veniva detta S. Iconio. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, a p. 232, così in proposito scriveva che: “Abbadia di S. Iconio o Abatie Sancti Conj o San Cono o San Conore, a Camerota, (3 b), 346 slm, cenobio basiliano sul pendio S. Iconio, sito a sud della collina Malaspina, e a ovest del monte Sant’Antonio. I ruderi si incontrano sull’antica strada per Palinuro che parte a Sud del Ponte Sant’Angelo a Camerota e va verso occidente discendendo il Mingardo. La località è detta anche Difesa. L’Ebner parla di monastero italo-greco e di numerosi insediamenti rupestri di anacoreti basiliani, da ricondurre alla prima fase o degli asceteri (Ebner IV 581). Secondo alcuni sorge intorno all’896 insieme a San Pietro di Licusati, secondo altri la fondazione risale agli anni 750-775 ad opera di basiliani dall’Epiro (D’Angelo 12). Il vescovo di Policastro, Laudisio scrive che nel 1065 Roberto il Guiscardo espulse dalla Calabria e dalla Puglia una ‘Turba Graecorum plurima’ e si rifugiò all’abbazia di San Giovanni a Piro e ‘….ad alteram S. Coni Camerotae (Laudisio 34) dove è probabile ci fosse già un’antica laura. I Normanni donarono poi la zona denominata ‘Difesa’ ai basiliani. Alla Santa Visita del 1457/58 risulta in possesso di quattro codici miniati e di un ‘evangelario mirabile’; insieme alla chiesa di San Pietro a Licusati e alla più antica chiesa di San Giovanni a Piro compone il triangolo della Trinità, venerata nel rito greco, (Cappelli 399, Ciociano III 29, Cirelli 138, . Volpe 183). Nel 1418 è attestata come appartenente all’Ordine dei Premostratensi, nel nel 1424 passa all’Ordine di San Basilio nella diocesi di Policastro, al cui vescovo paga la tassa generale (H. Hoberg, 183), nel 1548 risulta proprietaria di un frantoio e un ‘cammarellus’ a Camerota (in ASS ‘notar G. Greco, fs 28, lib. II, pag. 50); il frantoio nel 1693 è sito presso la chiesa di S. Maria delle Grazie a Camerota come risulta dal ‘Libro delle entrate ed esiti della cappella del SS. Rosario’ (ASC SS. Rosario, 3); è attestata anche nel 1709; nel 1753 è affidata dalla Santa Sede al reverendo di Licusati Marco Crocco per la qual cosa pende giudizio innanzi alla Curia romana; ecc…I beni della Badia nel 1857 risultano intestati per metà al Seminario diocesano di Policastro e per metà al Comune per usi civici (Cirelli, 38). Ecc…”. Dunque, l’autore del saggio, Angelo Di Mauro (….), cita Biagio Cappelli (….) ed il suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro lucani” e cita pure Ciociano (….), ovvero Giovanni Ciociano (….), che nel suo “Storie Camerotane”, a p. 20, in proposito scriveva che: “La prima Badia sorge sul pendio occidentale del colle ad ovest di Camerota, riparata dalla tramontana ed aperta alla vista del mare. E’ dedicata a S. Cono o Sant’Iconio, che i fedeli invocano: – “Libera devotos et patriam a peste, fame et bello et a tiranica dominatione” – Invocazione da aggiornare…….Come la chiesa di S. Daniele Profeta, ad una sola navata con dieci cappelle, di rito greco fino al XVIII secolo. Quasi cmpletamente crollata, si riedifica, nel 1797, con rilevanti modificazioni, per la somma di ducati 1.200, ricavati dalla vendita, per decisione popolare, degli ‘ex voto’ e dal contributo, in ragione di ducati 500, del vescovo di Policastro, mons. Ludovico Ludovici. Dalle abazie basiliane si diffonde il culto in onore di santi di origine orientale: a Camerota, S. Barbara, S. Vito, S. Nicola e S. Pantaleone, il medico soprannominato ‘anargirio’, cioè senza argento, perchè non esigeva alcun compenso dai pazienti. Primo patrono della comunità camerotana, S. Pantaleone scendere al secondo posto della graduatoria devozionale, con l’avvento del santo domenicano Vincenzo Ferreri: il confratello dei padri predicatori, Tommaso e Vincenzo Malatesta da Camerota, consacrati vescovi, il primo di Vestina e Viesti nel 1580, il secondo di Betlemme nel 1589. La statua di S. Pantaleone, conservata nella cappella del castello, e donata alla parrocchia di S. Maria delle Grazie dal feudatario Ottavio Marchese ecc…”.

Nel 1057, Roberto il Guiscardo e la Molpa

Il barone Giuseppe Antonini (…), nel Discorso VII, a p. 367, della sua ‘La Lucania- Discorsi’, dove, parlando dell’antica città scomparsa della Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercadanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (2), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi dello stesso Guiscardo.”. L’Antonini, a p. 367, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Un poco più diffusamente di questa edificazione scrive ‘Mambrin Roseo’, nel lib. 7 della Storia del Regno; ma in nulla contraddice al Malaterra, ne diversamente avealo detto il Collenuccio sul principio de lib. 3.”. Dunque, in questa sua nota l’Antonini postillava di Mambrin Roseo, postillava del Malaterra e postillava del Collenuccio. Vediamo il primo: Mambrin Roseo. Da Wikipedia leggiamo che Mambrino Roseo (Fabriano, ca. 1500 – tra 1573 e 1580) è stato un notaio, letterato e traduttore italiano. Roseo fu notaio nella sua città e a Perugia e partecipò all’assedio di Firenze al servizio di Malatesta Baglioni. Riguardo il testo citato dall’Antonini, io credo che egli, nel 1745, si riferisca al testo “Del Compendio dell’Istoria del Regno di Napoli aggiunto da Mambrino Roseo da Fabriano libro settimo”, che troviamo a p. 402 e ssg. nel testo di Pandolfo Collenuccio (….), nel suo “Raccolta de piu rinomati scrittori dell’istoria generale del Regno di Napoli etc…”, pubblicato a Napoli, stamperia Gravier, nel 1770, tomo 17°, pag. 402.  L’Antonini, scrivendo di Molpa, diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (mercadanti), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa Scalea. Si tratta del Libro I, del Cap. XXVI, il Malaterra scriveva (v. Lo Curto, p. 71) che: Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto.”.

Nel 1097, Boemondo, Ruggero Borsa e la I Crociata in Terra Santa

Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont. Nel 1096 Boemondo, insieme a suo zio Ruggero I il Gran Conte di Sicilia, stava assediando Amalfi che s’era rivoltata contro il duca Ruggero, allorché bande di Crociati cominciarono ad attraversare l’Italia per dirigersi in Terra Santa. Lo zelo crociato conquistò Boemondo: è possibile che egli abbia visto nella Prima Crociata l’opportunità di realizzare la politica paterna di una espansione verso oriente e avesse sperato, in una prima fase, di ritagliare per se stesso un principato orientale. Goffredo Malaterra con schiettezza afferma che Boemondo prese la Croce con l’intenzione di razziare e conquistare terre greche. Boemondo radunò un contingente normanno, forse la miglior compagine dello stuolo crociato, nonostante i numeri modoesti (il suo contingente assommava all’incirca a 500 uomini su un totale di circa 35.000 crociati). Alla testa del suo esercito egli traversò, partendo da Trani, il Mare Adriatico e, dopo essere sbarcato a Durazzo, si diresse per la Via Egnatia alla volta di Costantinopoli percorrendo, sotto la prudente scorta di Peceneghi inviatagli incontro dall’Imperatore di Costantinopoli, la via che egli aveva tentato di seguire nel 1084. Fece grande attenzione a osservare un atteggiamento “corretto” nei confronti di Alessio e quando arrivò a Costantinopoli nell’aprile 1097 rese omaggio feudale all’Imperatore. Si recò a Gerusalemme nel Natale del 1099, quando Dagoberto da Pisa fu eletto patriarca, forse al fine di impedire la crescita di un forte potere lotaringio nella città. Tutto faceva sembrare che Boemondo fosse destinato a gettare le fondamenta di un grande principato ad Antiochia che avrebbe potuto contenere Gerusalemme. Aveva un buon territorio, una buona posizione strategica e un esercito forte. Doveva però fronteggiare due grandi forze: l’Impero bizantino, che reclamava tutti i suoi territori appoggiato nella sua pretesa da Raimondo di Tolosa, e le forti municipalità musulmane del nord-est della Siria. Contro queste forze egli fallì. Nel 1100, nella battaglia di Melitene fu catturato dai Danishmendidi di Sivas e languì in prigione fino al 1103. Il cugino Tancredi prese il suo posto ma nel frattempo Raimondo s’installava con l’aiuto di Alessio a Tripoli e riusciva così a contenere l’espansione verso sud di Antiochia. Tancredi era figlio di Oddone Bonmarchis, detto Marchisius “il Buon Marchese”, della famiglia dei signori del Monferrato, e di Emma di Altavilla sorella di Roberto il Guiscardo. – Emma era anche il nome di una sorella di Boemondo I d’Altavilla, la cui omonimia ha spesso creato confusione in alcuni autori, i quali, confondendo il grado di parentela tra i due rampolli della casa normanna, hanno erroneamente indicato Tancredi quale nipote di Boemondo principe di Antiochia, anziché suo cugino – Da: Tancredus di Rodolfo di Caen.

Nel 1104, l’Ordine degli Hospitalieri o Cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme

I Cavalieri Ospitalieri (formalmente Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche Cavalieri di Cipro, Cavalieri di Rodi e come Cavalieri di Malta), è un ordine religioso cavalleresco nato intorno alla prima metà dell’XI secolo a Geusalemme. In seguito alla I Crociata divenne un ordine religioso cavalleresco cristiano dotato di un proprio statuto, secondo il costume del tempo. Quindi, nel 1113 papa Pasquale II lo rese autonomo e sovrano con il protettorato della Santa Sede. Se fino ad allora l’Ordine seguiva la Regola benedettina, piano piano iniziò ad osservare quella agostiniana. Infine, col maestro Raymond du Puy de Provence, l’Ordine si diede una regola propria, ispirata sempre a quella agostiniana. Ciò che appare inconfutabile è che l’Ordine Ospitaliero fu fondato dal Beato Gerardo de Saxo in seguito alla I Crociata e il cui ruolo di fondatore fu confermato dalla bolla papale “Pie Postulatio Voluntatis” di papa Pasquale II del 15 febbraio 1113. Oltre questo esistono una decina di documenti coevi in cui è nominato Gerardo che acquisì terre e rendite per il suo Ordine per tutto il Regno di Gerusalemme e anche in Europa. La forza crescente dell’Islam alla fine costrinse i Cavalieri ad abbandonare i loro possedimenti storici in Gerusalemme. Dopo la caduta del regno di Gerusalemme (Gerusalemme stessa cadde nel 1187) i Cavalieri si trovarono confinati nella Contea di Tripoli (di Libano) e quando anche San Giovanni d’Acri venne catturata, nel 1291, l’Ordine cercò rifugio presso il Regno di Cipro. Assieme ai Cavalieri Templari, formatisi poco dopo nel 1119, gli Ospitalieri divennero uno dei più potenti gruppi cristiani nell’area. L’Ordine cominciò a distinguersi in battaglia contro i musulmani e i suoi soldati indossavano una sopravveste nera con una croce bianca. Dalla metà del XII secolo l’ordine era nettamente diviso tra membri militari e coloro che prestavano assistenza ai malati. Era ancora un ordine religioso e godeva di privilegi funzionali concessi dal papato, tra i quali l’indipendenza da ogni autorità che non fosse quella del papa stesso, l’esenzione dai tributi e la concessione di edifici religiosi. Paul Guillaume (…), sulla scorta di alcune fonti come Guglielmo di Tiro (…), e Ugo da Venosa (…), ed altri, sosteneva l’origine dell’Ordine Gerosolimitano di Malta, dalla fondazione del monastero di S. Maria della Latina a Gerusalemme e dell’Ospedale annesso fondati da alcuni frati neri che dipesero dall’Abazia di Cava dei Tirreni, e dal loro abate, Pietro Pappacarbone. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai Historique sur l’Abbaye de Cava etc…”, a p. 77 (si veda p. 84 edizione a cura di Ruocco), in proposito ai porti del Cilento, che dipendevano a quei tempi dall’Abbazia benedettina, parlando dell’Abbate S. Pietro Pappacarbone, scriveva che: “Gli ‘Ospidalieri di S. Giovanni di Gerusalemme’ erano appena nati in Palestina (1104). Dei pii mercanti di Amalfi avevano d’apprima fondato, nel 1084, (96) col consenso del Califfo d’Egitto, nei pressi del Santo Sepolcro, un monastero, conosciuto sotto il nome di ‘S. Maria della Latina’, come un ospizio o asilo per accogliere i poveri pellegrini. Al fine di attendere ad entrambi gli scopi, come attesta ‘Guglielmo da Tyr’, essi fecero trasferire dal loro paese a Gerusalemme dei monaci con il loro abbate. (97). Questi monaci, secondo ‘Giovanni da Vietri’, portavano l’abito nero (98). Essi seguivano, inoltre, la Regola di S. Benedetto secondo la Costituzione di Cluny; fatto che gli valse, da parte dell’abbate di Cluny, ‘Pietro il Venerabile’ (1123-56) delle lettere di felicitazione. (99) “Ora, chi non distinguerebbe, da tutti questi segni, i religiosi di Cava? Gli arditi navigatori Amalfitani, che a quell’epoca percorrevano il Mediterraneo facendo con l’Oriente un commercio così attivo, sapevano molto bene quali erano i meriti dei discepoli di Sant’Alferio Pappacarbone, la cui dimora principale non era che a qualche ora dal loro paese natale, e che, sulle stesse coste di Amalfi, avevano già molte chiese e priorati. (100)”. Così quando ebbero finito di costruire il monastero e lo spizio di ‘S. Maria della Latina’, essi si diressero, come è tradizione a Cava, dall’abate Pietro, pregandolo di voler prendere la direzione della loro istituzione…..il santo Abate il giorno in cui spedì in Palestina, accanto al sepolcro di Gesù Cristo, una colonia benedetina di Cava. (101). E non è tutto. Sempre secondo ‘Guglielmo di Tyr’, quando i Crociati si impadronirono di Gerusalemme (1099), trovarono nell’ospizio annesso al monastero di ‘Santa Maria della Latina’, un santo uomo, chiamato Gerardo, il quale, durante il tempo delle ostilità, ‘per ordine dell’abate e dei monaci’, serviva umilmente i poveri, (102) cosa che continuò a fare fino alla morte (1021). Il successore di Gerardo, ‘Raimondo du Puy’, cambiò un pò l’ordine nascente, e allo scopo di venire più efficacemente in aiuto ai pellegrini, ‘armò i frati dell’ospizio’. Da quì l’origine, insieme religiosa e militare, degli ‘Ospedalieri di S. Giovanni’ di Gerusalemme, meglio conosciuti tuttavia, a causa dei luoghi che in seguito abitarono, sotto il nome dei ‘Cavalieri di Rodi’ o ‘Cavalieri di malta’. Senza volerci occupare qui della questione, molto dibattuta, di saper se Gerardo, soprannominato Tom, fosse originario del villaggio di Scala, al di sopra di Amalfi, oppure di Marigues, in Provenza, notiamo che universalmente viene riconosciuto come il fondatore e il primo Gran Maestro dei ‘Fratelli Ospedalieri di S. Giovanni’. Ora, siccome fu ‘per ordine dell’abate e dei monaci’ di un monastero dipendente da Cava, che Gerardo cominciò la sua nobile e santa missione, non è giusto concludere, con uno dei più dotti figli di Cava, l’abate ‘Don Vittorino Manso’ (1541-1611), (103) con lo storico ‘Rodulfo’ (104) e con tanti altri ancora, (105) che è verso gli stessi religiosi di Cava che la Cristianità è debitrice dell’istituzione dei Cavalieri di Malta? Da allora partivano continuamente dal porto di Vietri, per Gerusalemme dei religiosi benedettini di Cava, che si andavano a prendere cura di Santa Maria della Latina e dell’ospizio dei pellegrini che ne dipendeva.”.

Guillaume, p. 77

(Fig…) Guillaume Paul (…), op. cit., p….

Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (96) postillava che: “(96) Sicard. Cremon., ‘Chron., p. 586.”. Qui il Guillaume cita il ‘Chronicon’ di Sicardo di Cremona (…). Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (97) postillava che: “(97) quì il Guillaume cita il passo in latino tratto dal ‘Monasterium de Latina’. Bell. Sacr. Hist. lib. XVIII, c. IV ecc..p. 427, Bolla, 1549…”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (98) postillava che: “(98) In Ecclesiis seu Monasteriis de Latina ecc…Hist. Occid., c. 28.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (99) postillava che: “(99) Epist. lib. III 44,; cfr. Mabill., Ann. O. B., t. V. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (100) postillava che: “(100) L’Abbazia di Cava possedeva, sia ad Amalfi, sia nei dintorni, oltre diciassette chiese o monasteri. Parecchi in questo numero, furono donati all’abate Pietro (1079-1122). Vd in ‘Appendice’, la Lista dei Monasteri.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (101) postillava che: “(101) Gattola, nella sua ‘Storia dell’Abbazia di Monte Cassino’ (t. I, p. 491) assicura che furono i religiosi Cassinesi ad essere incaricati della cura di S. Maria della Latina’. Ma egli non ne fornisce alcuna prova, proprio lui che d’ordinario prova tanto bene tutto il resto…..”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (102) postillava che: “(102) “…Et in xenodochia similiter (postquam Civitas fuit capta’) repertus ecc…”, Guglielmo di Tyr, op. cit., p. 429.”. Il Guillaume (…), a p….., nella sua nota (103) postillava che: “(103) “Alterum quo probatur Monachos Cavenses fuisse ecc..”, Anno Wion, Lig. Vit., p. 468. Ed. del 1595.”. Sempre riguardo alla presenza degli Ospetalieri nelle nostre zone, in proposito risulta molto interessante ciò che scrive il Guillaume su “‘Margarito’, conte di Brindisi, di Malta e di Victoria, ammiraglio della flotta reale (1192), ecc..(24).”. Il Guillaume (…), a p. 145, nella sua nota (24), postillava che: “(24) I diplomi e le pergamene originali si trovano: ‘Arca Magna, Lett., I, L, ecc…; ‘Arca’ n. XXIV-XXXIV. Essi ammontano almeno a 1300; Cfr. del resto RODUL., Ms. 61., p. 112…; De Blasi, ‘Chron’., 1271-94, passim; Trinchera, Syllab., ecc…”. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta.”, di cui il Di Mauro (…), non cita i riferimenti bibbliografici. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a p. 474, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, in proposito scriveva che: “Vasto possedimento, detto anche ‘Fonti’ o ‘la Commenda’, che apparteneva all’ordine dei Templari costituito a Gerusalemme nel 1118 (primo gran maestro fu Ugo dei Pagani) per difendere il S. Sepolcro (65).”. Ebner, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) Le loro case erano diffuse ovunque in Europa, erano dette Tempio. La degenerazione dell’Ordine indusse Filippo il Bello ad espellerli dalla Francia (1307). Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206. Nel Regno l’Ordine venne abolito da Roberto, duca di Calabria, nel 1308, per ordine del padre Carlo II che l’aveva soppresso in Provenza. I loro beni vennero avocati al demanio. Ecc..”. Dunque, Ebner citava a più riprese alcuni saggi di Vittorio Bracco (….). Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio.”. Ebner, nel vol. II, nel capitolo “S. Giovanni in Fonte”, a p. 474, nella sua nota (65) postillava che: “(65) …..Cfr. Camera Matteo, cit., I, p. 44 e II, pp. 151, 156 e 206.”. Io credo che l’Ebner si riferisca al testo di Matteo Camera (….), “Storia del Ducato di Amalfi”. Matteo Camera (….), nel suo “Istoria della città e costiera di Amalfi“, del 1836, a p. 134, nel cap. VII “Principi del militare Ordine dei Gerosolimitani”, in proposito scriveva che: “….

Nel 1116, ‘Sarolo di Cambarota’ (Camerota) presente alla stipula di un atto per Guglielmo conte del Principato

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 461 parlando del casale di Agropoli, in proposito scriveva che: “Il Di Meo afferma (39) che ad anno 1116 Guglielmo, conte del Principato, figlio del fu Roberto, “si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, i quali confermò, e seco giurò lo stesso anche Giovanni di S. Paolo (40), che in nome di esso conte Guglielmo comandava nel castello di Agropoli”. Ebner, a p. 461, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Di Meo cit., IX, Napoli, 1804, p. 50. Il documento fu redatto a Salerno nel palazzo della Chiesa di S. Massimo da Giovanni, notaio ed avvocato, presenti Guglielmo, vescovo di Troya, Roberto principe di Capua, Pietro giudice, Joel comestabulo del duca principe Guglielmo, Roberto Signa di Eboli, Giordano di Corneto, Sarolo di Cambarota, Ruggiero, figlio di Arnolfo di Gualcano, Pietro che dicesi di Sarno, e Bernardo, figlio del qu. Alferio. . D. Inc. MCXVI, mense Aprilis, IX Ind.”. Dunque, Ebner citava un documento del 1116, pubblicato da Alessandro Di Meo (….), nel 1804, nei suoi “Annali etc..”, ove figura un certo “Sarolo di Cambarota”.

Di Meo, Annali, p. 222, su Sarolo di Camerota

Scrive il Di Meo che: “Si ha quivi ancora che ‘Guglielmo’ Conte del Principato, figlio del qu. Roberto Conte del Principato, si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi, i quali conferma, e seco giurò anche …….Fu scritto in Salerno nel Palazzo della Chiesa di S. Massimo da ‘Giovanni’ Notajo, ed Avvocato, presenti…….Sarolo di Cambarota. Ecc..”. Il Di Meo scriveva che il documento fu redatto a Salerno e Sarolo fu presente alla stipula dell’atto. Chi fosse questo ‘Sarolo di Gambarota’ non ci è dato sapere ma il suo nome accompagnato a Gambarota fa pensare ad un militare o funzionario di Camerota. Ma ritorniamo alla notizia fornitaci da Ebner ed al documento del Di Meo (….), dell’anno 1116, in cui figura “Sarolus de Cammarota”. Chi era “Sarolus de Cammarota” ?. Il Di Meo scriveva che il Conte Guglielmo di Principato, figlio di Roberto del Principato “si obbligò con giuramento a difendere i beni de’ Cavesi“, ovvero si obbligò a difendere i beni ed i possedimenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni che da essa dipendevano sul suo territorio di Agropoli. Alla stipula dell’atto di non aggressione era presente anche Sarolo di Camerota, insieme al fiore degli esponenti del vertice dell’aristocrazia civile, militare ed ecclesiastica del Ducato Longobardo di Salerno al tempo dei primi Normanni. Secondo Shano, che scrive sulla scorta del Lorè (….), “troviamo il nome di Sarolo insieme con tre altri baroni che meritavano di essere identificati come testimoni in questa solenne assemblea.”. Riguardo il documento del 1116, in cui figura Sarolo di Camerota, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali del Regno di Napoli”, vol. IX, p. 50, in proposito scriveva che: Di questo personaggio ha scritto Michael Shano in un suo saggio apparso sulla rete. Shano scrive che il documento è citato in Vito Lorè, “Monasteri, Principi, Aristocrazie. La Trinita di Cava nei secoli XI e XII”, Spoleto, 2008  pp. 92-93. Il documento e redatto integralmente in Graham Loud,  “The Abbey of Cava, its Property and Benefactors in the Norman Era”, in AngloNorman Studies, IX. Proceedings of the Battle Conference, 1986, ed. R. Allen Brown. Woodbridge-Totowas, 1987, Appendix III (1116, April)  pp. 176-177. Ristampa in G. Loud,  Conquerors and Churchmen in Norman Italy, 1999. Ebner a p. 461, proseguendo il suo racconto sul documento scriveva che: “Il contesto implicherebbe una concessione feudale avvalorata da due inediti documenti cavensi (41). Nel 1135 un omonimo milite è menzionato inun documento rogato a S. Arcangelo etc..“. Ebner a p. 462, nella sua nota (41) postillava che: “(41) I, ABC, XXIII, 99, luglio a. 1135, XIII, Sant’Arcangelo: “essem ego Johannem etc…”.”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria etc….”, a p. 432, in proposito scriveva che: “1116 – Nell’indice dei luoghi di culto del Giustiniani risulta un ‘Sarolo di Cambarota (Cataldo 1).”. Il Di Mauro citava l’indice dei luoghi di culto del Giustiniani e citava il Cataldo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Ricerche storiche sulle antichità di Camerota” – Policastro, 1981/81 – inedito presso l’autore defunto. Ebner, a p. 461, nella nota (40) postillava che: “(40) Su Guglielmo di S. Paolo, v. Ebner, Economia e società, I, p. 227. A una concessione feudale pare credesse anche il Mazziotti che ne accenna (p. 31) senza citarne la fonte.”. Infatti, Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a pp. 30-31, in proposito scrivev che: “Il vescovo (di Capaccio) non restò tranquillo a lungo nei suoi possessi, poichè nell’anno 1116 il Castello di Agropoli era tenuto da un tale Giovanni di San Paolo in nome di Guglielmo conte del Principato.”. Pietro Ebner, nel suo “Economia e Società etc…”, a p. 227, vol. I, in proposito scriveva che: “La Chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo-barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54).”. Ebner, a p. 227, nella nota (54) postillava: “(54) Nel Breve chronicon monasterii cavensi’ la notizia ad a. 1092 della concessione alla Badia di Cava del dominio feudale del Cilento: Serenissimo Dux Rogerius (….) etc…”. Ebner, a p. 227 scriveva pure: “Ho mostrato altrove (53) come la vastità del territorio avesse già indotto Guglielmo d’Altavilla a scindere in feudi la contea. Etc…Più tardi il feudo di Agropoli fu concesso dai discendenti di Guglielmo a Giovanni di S. Paolo, poi passato alla diocesi di Capaccio.”.

Nel dicembre 1113, un documento che cita il casale di Oliarola

Il sacerdote Giuseppe Volpe (….), nel suo “Notizie storiche delle principali città e de’ principali luoghi del Cilento etc…”, (pubblicato a Roma, nel 1888, a p. 144, in proposito scriveva che: “Segue la ‘Marina di Ogliastro’ (Ogliastrum), poco in verità frequentata, ma d’aria balsamica e salubre tra i monti e il mare. Vi chiuse i suoi giorni, nel 1748, Francesco Maria, patrizio cosentino, padre di quel Domenico, il quale sopraffatto da grave colluvie di debiti, riserbandosi il nudo titolo di marchese, vendeè, l’anno 1768, la terra di Aieta, in provincia di Cosenza, a Domenicantonio Spinelli, principe di Scalea (5). Quivi si vuole esistesse ne’ tempi andati il ‘Casale di Oliarola, di che è parola in un documento del 1113 (6).”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (5) postillava: “(5) Cons. Monografia sul Santuario di nostra Donna della Grotta nella Praja degli Schiavi e sul Comune di Aieta ecc..per Vincenzo Lomonaco”. Il Volpe, a p. 147, nella nota (6) postillava: “(6) Ventimiglia, Notizie ecc…, pag. 73. Appendice dei monumenti, n. VI, pag. XXVI.”. Dunque, il Volpe, parlando delle marine del Cilento e riferendosi alla marina di Ogliastro (che come vedremo, insieme al Ventimiglia, dice Ebner, confonde con il casale di Ogliastro), scrive che vi è un documento del 1113 che ci parla del “Casale di Oliarola, di cui è parola in un documento del 1113.”. Di questo documento dell’anno 1113 ne parla Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando del casale di “Olearola” (Oliarola ecc..), a p. 214, in proposito scriveva che: “Prima notizia del villaggio nel diploma di Troisio di Sanseverino del dicembre 1113, dove è detto “in casali (…) Pluppis et in Pragenito et in Oliarola”. Tra le “hereditates” donate alla Badia con lo stesso diploma, i terreni che “sunt in oliarola (….), alie vero due pecie de iam dictis terris sunt in loco qui dicitur Oliarola”. La prima eredità aveva per confini la chiesa di S. Maria de Gulia (Castellabate), l’altra la chiesa di S. Lucia e la via che da Mezzogiorno giungeva “in flumen de iam dicta Oliarola”.”. Ebner, a p. 214, nella nota (1) postillava: “(1) Ventimiglia, cit., p. XXIII sgg. = ABC, E 27, dicembre a. 1113, VII, S. Mauro. Maraldo Giudice; Giovanni Notaio.”. Dunque, Ebner dice che la prima notizia di Oliarola è nel diploma di una concessione di Troisio di Sanseverino all’Abbazia della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Il piccolo casale o marina di Oliarola non deve essere confuso con Ogliastro. Infatti, Ebner, a p. 215, sempre sulla marina di Oliarola, in proposito scriveva che: “Il Ventimiglia (10) crede che Oliarola potesse essere ubicata nella marina di Olgliastro, ma il villaggio di Ogliastro, nei documenti, è detto ‘Olliastrum’ (11).”. Ebner, a p. 215, nella nota (10) postillava: “(10) Ventimiglia, cit., p. 74”. Ebner, a p. 215, nella nota (11) postillava che: “(11) Cfr. nel diploma L 21 della n. 8”. Ebner, a p. 215, nella nota (8) postillava: “(8) Ventimiglia, cit., p. XXXVI sgg. = ABC, L 21, marzo a. 1187, V, Salerno”.  Dunque, il documento citato dal Volpe, è dell’anno 1113 ed è stato pubblicato da Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e de’ suoi casali nella Lucania etc…”, d cui ci parla a p. 73. Il Ventimiglia, a p. 73 parla del casale di “Olearola” ed in proposito scriveva che: “Nel monumento già prodotto nel mese di Dicembre 1113. S. Mauro, Fiumicello, Montecorice, etc…Adunque ebbevi il Casale di Olearola dove fu un Porto, che si nomina negl’Istrumenti più, e diverse volte citati, e che noi ricorderemo altre volte ancora nel 1186 etc…Il P. Di Meo citando la carta del 1113. giustamente chiamò Olearola ‘Castello nel Cilento’ etc…”. Il documento del dicembre 1113 citato dal Volpi fu pubblicato da Domenico Ventimiglia, in “Appendice dei Monumenti”. Si tratta del documento n. VI, pag. XXVI.”. Il documento in questione inizia a p. XXIII, V, e come scrive il Ventimiglia in Epigrafe, si tratta di un privilegio che: “Assegnazione di uomini, di eredità e delle terre che furono del Sig. Torgisio ne’ Casali di S. Mauro etc…Oliarola, e per tutta la Marina del Cilento fatta al Monastero Cavense da Erberto Milite figlio di Anfredo da parte del Sig. Torgisio figliolo del quondam Signor Torgisio. Anno 1113. Mese di Dicembre Indizione VII. (Arca 63, n. 565).”. Infatti, come scriveva Ebner, si tratta di un diploma in cui “….Troisio di Sanseverino del dicembre 1113”, donava all’Abbazia di Cava i porti e le marine del Cilento.

Nel 1136, Goffredo di Camerota, “domnum de Camarota” acquistò un fondaco al porto di Oliarola

Antonio Caputo (….), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), cita una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, il Caputo scriveva che il “primo duca di Camerota”, Goffredo di Camerota, nell’anno 1136 acquistò un fondaco a “Oliarola” (Ogliastro Marina (come da documenti Cavensi – ABC, XXIII, 106, a. 1136), per l’attività che svolgeva, quella di commerciante trasportatore di carne secca in salamoia che veniva trasportata per conto dell’Abbazia di Cava dei Tirreni al porto di “Ogliarola” (Ogliastro Marina). Riguardo il villaggio di “Olearola”, Ebner, nel vol. II, a p. 214, in proposito scriveva che: “Villaggio sorto nei pressi dell’omonimo approdo, uno dei cinque “porti” del distretto di Cilento.”. Ma di questo documento Ebner non ne parla. Riguardo il dominus del Casale di Olearola, nel 1130, ha scritto Pietro Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando del casale di “Olearola” (Oliarola ecc..), a p. 214, in proposito scriveva che: “Di Oliarola è notizia ancora in due diplomi, il primo del 1121, il secondo del 1130…..etc…Il secondo etc….Con il diploma (4) del 1130, Nicola, figlio di Guglielmo, conte del Principato, concesse ai nipoti Costabile e Maddalena “totum feudum” che era stato di Milo, figlio del fu Magenolfo, sito “in pertinentiis de cilento”. Tra le terre concesse “un pezzum de terra, in loco ubi dicitur Ollarola” confinante con l’omonimo fiume, “qui dicitur de Ollarola”. Nel novembre del 1131, innanzi ai giudici Alferio e milite Giovanni, Leone “qui dicitur barbi cepulla”, figlio del fu Giovanni, Martino, figlio del fu Pietro detto Vasamonaca, e il sacerdote monaco Giovanni, detto amalfitano, attestarono (5) che quando Sergio, figlio del fu Dauferio, etc…”. Dunque, nel 1130, anno in cui ci risulta il documento cavense del 1136, in cui il primo duca di Camerota, un certo “Goffredo” acquistò un fondaco ad Oliarola, in quegli anni, il dominus del Cilento era “Nicola di Principato”, figlio di “Guglielmo di Principato, conte del Principato”.  Dunque, il Caputo (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava molto il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Sulle origini questo personaggio, forse normanna, scriveva pure Amedeo La Greca. Infatti, Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 81 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni.”. Però poi, proseguendo il La Greca fornisce notizie più dettagliate su questo personaggio e scriveva che: “Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Sempre il La Greca (….), nello stesso testo, a p. 81, in proposito a Goffredo scriveva che: “Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca, come “ipotesi di lavoro” propendeva nel credere che che il primo “duca di Camerota” sia stato “Goffredo di Camarota”, “mercante” e “domnum di Camerota”, padre di Ruggiero di Camerota che figura nel “Catalogus Baronum” (nel 1144) Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136)”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota” era il figlio di Goffredo (Ruggiero). Goffredo, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, in questo breve passaggio il La Greca scriveva che “Ruggiero di Camerota”, che compare nel “Catalogus Baronum” era “figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’, nel 1136″. Dunque, il “domnum di Camerota”, Goffredo, era padre di Ruggiero di Camerota. Antonio Caputo scriveva che Goffredo di Camerota “primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota”, Goffredo dotò l’antica Abbazia di San Pietro di Licusati dei suoi beni (La Greca scriveva “primi possedimenti”) dell’Abbazia. Il La Greca scriveva pure che il duca di Camerota, che Ebner e Caputo individuavano come il mercante “Goffredo di Camerota”, possedeva i vasti territori che dal feudo di Camerota si estendevano fino ai casali di Lentiscosa e Licusati. Infatti, il La Greca individua tra queste assegnazioni all’antica abbazia benedettina di S. Pietro, la chiesa di S. Biagio a Camerota, la chiesa di S. Martino, la chiesa di S. Nicola, verso Licusati, la chiesa di S. Giovanni de lo Colazone nei pressi del torrente omonimo, la chiesa di S. Giuliano e la chiesa di S. Maria de li Piani a Lentiscosa, la chiesa di S. Maria Maddalena e la chiesa di S. Vito a Camerota, l’ospedale ad essa annessa, la chiesa di S. Antonio a Lentiscosa e la chiesa di S. Maria del porto a Palinuro. Tutti questi beni furono tutti donati e assegnati all’abbazia di S. Pietro di Licusati. Di dette assegnazioni il La Greca non fa menzione dell’antico monastero di S. Cono a Camerota. In queste note il La Greca (….), sulla scorta di Ebner chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: ecc…”. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti.  Sulla figura di questo feudatario vi sono notizie certe dateci da Pietro Ebner (….), che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 736-737 parlando di “Corbella” in proposito scriveva che: “Prima notizia nel ‘Catalogus baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de principatuo’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio 1144 nella restituzione della parte di Cosma, etc….Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acuafredda, Orso, figlio di Martin, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169, Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo etc…”. Ebner, a p. 737, nella nota (6) postillava che: “(6) Catal. baronum, nn. 434, 437, 460, 461.”. Ebner, a p. 737, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Ebner, a p. 737, nella nota (8) postillava che: “(8) I, ABC, XXXIV, 16, 16 marzo a. 1169.”. Su “Goffredo di Corbella” ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva che:  “Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota.”. Dunque, in questo passaggio Ebner parlando di una vendita a Corbella chiarisce l’origine di Goffredo di Camerota. Ebner (….), nel vol. I, a p. 737, nella sua nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, in proposito scriveva pure che da Florio di Camerota dipendevano pure: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Dunque, Ebner, a p. 737 scriveva che da Florio di Camerota dipendeva anche: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Riguardo questa notizia Pietro Ebner (….), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737  “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”) parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato tra Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”. Dunque, Ebner cita un atto stipulato da Orso, figlio di Landolo di Acquafredda con il milite Pietro, figlio di Martino. Il contratto fu stipulato previo assenso del feudatario di Corbella che doveva essere il feudatario che diede l’assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. Dunque, Ebner scrive che da questo atto di compravendita si evince che il signore di Corbella era “Goffredo di Camerota”. Ebner ci dice pure che di “Goffredo di Camerota”, si ha notizia nel “Catalogus Baronum”. Dunque, Ebner segnalava che questo personaggio “Goffredo di Ruggiero di Camerota” figurava nel “Catalogus Baronum”, iniziatosi a compilare intorno all’anno 1144.

L’ospedale annesso alla chiesa e cappella di S. Vito a Camerota

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi alle donazioni del “duca di Camerota”, forse un certo “Goffredo di Cammarota”, all’antica abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che tra queste vi erano le: le chiese di…..e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”.. Dunque, il La Greca scriveva che il “duca di Camerota”, che ipotizza essere “Goffredo di Camerota”, intorno all’anno 1136 dotò l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati di alcuni beni nel territorio di Camerota. Il La Greca scriveva pure che tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche “assegnazione” della “chiesa” di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Dunque, il La Greca, sulla scorta del Di Mauro e del Gentile scriveva che fu il duca di Camerota a donare la chiesa di S. Vito di Camerota, che in origine era una chiesa rupestre e, che in seguito sarà dotata di ospedale, sarà donata all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Onofrio Pasanisi fu di diverso avviso. Egli scriveva che la “chiesa di S. Vito a Camerota e l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa, Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Il Pasanisi testimonia la presenza a Camerota dell’Ospedale che dipendeva dall’antico monastero di S. Pietro di Licusati. La presenza a Camerota di una istituzione Ospedaliera dipendente dal monastero (di S. Pietro di Licusati) attesta la presenza nell’area degli Ospedalieri Gerolosomitani. Rileggendo il testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79 apprendiamo che “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc..”. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca scriveva che la “chiesa” o la “cappella” di S. Vito a Camerota”, di cui ho parlato in un altro mio saggio, in origine era una chiesa rupestre, forse un eremo lauritico, ma in seguito questa cappella “sarà poi fornita anche di un ‘hospitale'”. La cappella di S. Vito a Camerota sarà dotata di un Ospedale. Infatti, il Pasanisi sebbene abbia scritto che sia l’Ospedale che la chiesa di S. Vito siano scomparse scrive pure che a Camerota esistevano “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima)”. Cosa significa tutto questo? Della chiesa o meglio ancora, della “cappella” di S. Vito di Camerota che, in origine era chiesa rupestre, ho parlato in un altro mio saggio perche si tratta di una grotta scavata nel banco tufaceo. Secondo Angelo Gentile, come vedremo innanzi scriveva che, la “cappella di S. Vito”, ai tempi del monastero dei cappuccini e poi convento di monache, doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. Sappiamo che in passato questo Ospedale e la cappella di S. Vito dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, …..istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop.”. Sempre il Di Mauro, a p. 379, in proposito scriveva che: “San Vito o Santo Vito o SANTU VITU, ‘dommula’ (piccola casa) – Chiesa di – ‘O-Spitale Sandu Vitillu o Ospedale della Chiesa di -; in un deposito c’erano botti in cui si raccoglieva l’incenso della Pineta di Sant’Iconio (vedi);”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 362, in proposito scriveva che: “‘A PINETA RE SANT’ANTONIO o PINETA SANT’ICONIO o PINETA ‘NCENZO, a Camerota,……. gli asini trasportavano le cassette di 25 kg di incenso al deposito di San Vito; ecc..”.

Nel 1136, la “chiesa” o “cappella di S. Vito” fu donata dal “duca di Camerota”, forse Goffredo di Camerota all’Abbazia di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Ma non risulta grancia di Grottaferrata che aveva nell’omonimo monastero di Rofrano il suo alter ego nelle terre dei principi longobardi: infatti, non è inserito tra le dipendenze assegnate a Santa Maria di Rofrano nel diploma di re Ruggero II all’abate Leonzio nel 1131 (70). Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che dotava il monastero di S. Pietro di Licusati quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola, etc…”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Questi monaci possedevano di fatto l’intero territorio, quasi del tutto disabitato, tanto che con lo scorrere del tempo e con l’attacco e le ruberie dei normanni ai possedimenti basiliani, dopo gli Angioini e gli aragonesi pur si trovano nelle loro mani estesi territori in tutto il Cilento come Bosco, S. Nazario, S. Mauro, Molpa, Palinuro, Centola, Celle, Roccagloriosa, Castelnuovo Cilento, Novi, oltre naturalmente Camerota e Lentiscosa. Complessivamente nel 1613 si potevano contare circa 1600 ettari di soli terreni con esclusione delle chiese, delle case, dei mulini, delle stalle, ecc…Comunque Licusati fu aggregata al feudo di Camerota, benchè fosse alle dipendenze dirette della Badia. Ecc..”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche quella di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Angelo Gentile, in proposito scriveva che: “Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota.”. Dunque, secondo Angelo Gentile, la “cappella di S. Vito” doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. Come scrive Angello Gentile su un blog in rete, la “cappella” risultava scavata nel tufo e vi si accedeva, dopo breve salita, attraverso un’apertura senza alcuna porta, all’interno si notavano sei nicchie, due a dx, due a sx e due sulla parete di fondo.”. Come ho già scritto in un altro mio saggio sulle cappelle rupestri, S. Vito di Camerota era una grotta scavata nel banco tufaceo e probabilmente un’antica cappella funeraria dove venivano seppelliti i defunti già in epoca paleocristiana. Un sacello. Infatti, Angelo Gentile, in un blog da egli curato scriveva che “alla domanda di cosa poteva essere risposi immediatamente, memore di due esperienze pregresse, una da divulgatore storico e l’altra da storico. Ricordavo, infatti, di aver visto simile struttura a nicchie in occasione di un mio intervento quale guida, richiesta, pro amici di Modena in visita ad Ischia: li accompagnai tra l’altro al Castello aragonese e poi al Convento delle Clarisse ed alla sua chiesa dell’Immacolata, fondato nel 1575 dalla vedova d’Avalos per ospitare le figlie delle famiglie napoletane nobili, destinate a non sposarsi per non disperdere il patrimonio fondiario. Sotto la struttura cristiana potei far visitare agli amici (qualche signora rimase sconvolta) il famoso locale del “putridarium” ovvero scolatoio cioè un luogo appositamente previsto dove i cadaveri delle monache venivano posti, seduti, in nicchie. Al centro della seduta un foro che serviva per il deflusso dei liquidi, raccolti in appositi vasi di argilla, in napoletano “cantarelle”, dal greco “cantharus”. Successivamente le ossa erano raccolte, pulite, esposte al sole per renderle bianche e, finalmente, sepolte negli ossari. Quindi doppia sepoltura a salma ormai essiccata. Il luogo veniva quotidianamente visitato dalle monache per riflettere sulla caducità della vita secondo il detto della Genesi (3,19) “Polvere sei e in polvere tornerai”.

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, nel 1754 in C.O. Camerota fs 4410 pag. 418 possiede 41 territori, più quattro capitali in prestito; istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop. dal santo siciliano decapitato il 15 giugno del 304/5 sul fiume Sele (Ebner III, 19); altre leggende narrano dei miracoli ed esorcismi operati dal giovane santo (M. Mello, 19/24).”.

Nel 1140/1176, Luca della Monica, feudatario di Camerota

Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a p. 7 e s., in proposito scriveva che: Ne fu possessore, molto più tardi, secondo il Giustiniani, un Luca della Monica da Salerno (3).”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Circa le origini, Scipione Mazzella afferma che Camerota sarebbe sorta sulle rovine dell’antica “città di Molpa” che poco discosta le sta”. ‘Descrizione del regno di Napoli’, Napoli, MDCI, pag. 79. Si fa riflettere intanto che detta Molpa, continuamente provata invero dalle incursioni, fu completamente distrutta solo nel 1464, quando cioè Camerota da secoli già esisteva. Vedi per questa notizia, Giuseppe Antonini. ‘La Lucania. Discorsi’, Napoli, MDCCXLV, vol. I, pag. 366.”. Il Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (2) postillava che: “(2) A riprova della loro permanenza a Camerota, con illazione arbitraria, nel manoscritto si afferma che “adhuc ad nostra tempora huius cives et saracenicos mores conservant”. G. Antonini, op. cit., vol. I, pag. 412.”. Pasanisi, a p. 7, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Lorenzo Giustiniani, Dizionario storico-geografico ragionato del regno di Napoli, Napoli, 1797, la voce.”

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 432, in proposito scriveva che: “1140/1176 – La ‘Cronaca di Romualdo’, arcivescovo di Salerno, attesta che l’amministratore locale è Luca della Monica di Salerno (Ciociano, I, p. 55), il quale edifica la cinta muraria e le tre porte d’accesso alla rocca, (Archivio Cavense Cassa H, 12 marzo, Giustiniani, tomo III pag. 47, Ebner III e D’Alessio). I Benedettini e gli Ortodossi, cresciuti in potenza economica, sono in concorrenza tra loro (Guillou 277).”. Il Di Mauro cita il Ciociano. Infatti, Giovanni Ciociano, nel suo “Storie Camerotane”, parlando di Camerota e di Ruggero II nel 1140, pp. 53-54, in proposito scriveva che: “Tra i cittadini elettori degli amministratori dell’Università di Camerota – è feudatario un certo Luca della Monica da Salerno -, si trova Riccardo Florio, gran giustiziere del Regno, nominato da Guglielmo II il Buono, nipote di Ruggero II. Enel 1196 sarà uno dei giudici che processeranno il conte Riccardo della Mandra, imputato di congiura contro il Cancelliere Asclettino.”, aggiungo io “Asclettino”. Dunque, ritornando alla notizia del feudatario di Camerota: Luca della Monica di Salerno, il Di Mauro scriveva che egli era “l’amministratore locale”, mentre il Ciociano scriveva “feudatario“. Il Di Mauro scriveva che Luca della Monica fece edificare la cinta muraria di Camerota e le tre sue porte. Il Di Mauro cita in proposito un documento tratto dall’Archivio Cavense, H, 12 marzo 1140. Il Giustiniani (….), nel suo “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli”, tomo III, a p. 47, in proposito scriveva che: “‘Luca della Monica’ di ‘Salerno’ ne fu possessore (I).”. Il Giustiniani, a p. 47, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Cassa H, mazzo 12……”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 586 parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani afferma che Camerota fu anche posseduta da Luca della Monica di Salerno (43).”. Ebner a p. 586, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Cassa H, marzo 12, n….., in Giustiniani cit., ibid.”.

Nel 1144, Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo di Camerota, signore di Corbella

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol . I, a pp. 736-737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva di Florio di Camerota e di Ruggiero di Camerota:  “Prima notizia nel ‘Catalogus Baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de Principato’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio del 1144 nella restituzione da parte di Cosma, igumeno nel monastero di Pattano, della chiesa e del monastero di S. Marina de lo Grasso (località sottostante a Vallo della Lucania) all’abate Falcone di Cava (5). Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169 Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo (Pietro Contardo di S. Mauro Cilento), terre, selve, vigne “in pertinentiis casali Cornu” e in altri luoghi. Trattasi dello stesso Ruggiero che nel 1168 vendette Stabiano all’abate Marino e nove feudi, oliveti e selve siti nel distretto di Cilento (a. 1178) all’abate Benincasa per sedici once d’oro e 800 tarì salernitani (9). Giacomo di Morra, figlio di Errico, signore di parecchi feudi nel Cilento, ebbe poi anche la Baronia di Corbella. Avendo preso parte alla congiura di Capaccio venne poi ucciso con il suo primogenito Goffredo. Un terzo figlio Ruggiero, fu accecato, ma continuò a vivere. Re Manfredi, concesse poi i loro feudi a Filippo Tornello, ma poi Carlo d’Angiò li restituì ai fratelli Giacomo e Ruggiero di Morra.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Catalogus Baronum, ed. E. Jamison cit., Roma, 1972.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ebner, Storia cit., p. 7, n. 41 ed Economia e società cit., I, p. 238, sg.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ne dice Romualdo Guarna, ad a. 1178 a proposito della ribellione dei “rustici” di Faiano. Cfr. Ebner, Economia e società, ma vedi pure pp. 208 e 309.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Catalogus Baronum, p. 439, vedi pure il n. 454.”.  Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (5), postillava che: “(5) I. ABC, XXV, 56, gennaio a. 1144, VII, Agropoli.”.  Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (7), postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (8), postillava che: “(8) I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (9), postillava che: “(9) I, ABC, XXXIV, 22, aprile a. 1172, Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc’, a pp. 238-239, nella sua nota (92), postillando, parlava dei militi e dei feudatari elencati nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamison (…) e, parlando di essi, in proposito a Ruggiero di Camerota, figlio di un Goffredo di Camerota, scriveva che: “Il Ruggiero di Camerota del successivo n. 455, è senza dubbio ‘Roggerius dominus de Camerota’ presente ad Agropoli nel gennaio 1144 – ined., ABC, XXV 56, VII – come mallevadore nell’atto di restituzione da parte dell’igumeno di Pattano, Cosma, di S. Marina de Grasso all’abate di Cava Falcone; lo stesso Ruggiero che – ined. G 50 febbraio a. 1146, X, S. Matteo ‘ad duo flumina – tradidit all’abate Marino di Cava il figliuolo del suo milite Gentecore – ipsum Johannem filium ipsius Gentecore – con tutto ciò che apparteneva al medesimo Giovanni. Il figliuolo Goffredo vendette – a. 1168 – all’abate Marino, Stabiano eben nove feudi alla Marina del Cilento – a. 1172 – all’abate Benincasa. Cfr. pure i nn. 455 – ‘Raul tenuit balium filii Rogerii Camerote’ – , 456 Ebolo di Magliano ecc…”. Dunque, dalle note postillate da Ebner, si apprende che Ruggiero di Camerota era sposato con Emma, i quali avevano un figlio, “Goffredo di Corbella”, risulta da una vendita del 1169 alla Badia di Cava de Tirreni. Pare che questo Ruggiero di Camerota (padre di Goffredo di Corbella), nel 1168 vendette Stabiano all’Abate Marino di Cava. Poi l’Ebner continua il suo racconto su Giacomo Morra e su suo figlio Enrico Morra, che divennero signori di Corbella e che furono uccisi da Federico II di Svevia per aver partecipato alla “Congiura di Capaccio”. Pietro Ebner, nel vol. I, a p. 437, ci parla del vecchio casale di ‘Acquafredda’, un casale forse sulle rive dell’Alento ed oggi scomparso come quello di Corbella, e che l’Ebner dice da non confondere con il casale vicino Maratea in Provincia di Potenza. Ebner a p. 437, in proposito scrive che: “Nell’Archivio Cavense mi è riuscito di reperire finora solo altri quattro documenti, tutti del XII secolo, che riguardano Acquafredda, villaggio che dagli atti cavensi s’induce ubicato nei pressi di Corbella, tra Corno, Musurecle e Pentamina.”. Tutti casali oggi scomparsi dalle mappe. Non sono riuscito  a capire dove fossero. Ebner (…), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737  “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”), parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato ta Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”. Dal punto di vista storiografico, sui Florio di Camerota, la prima citazione in assoluto ci proviene da un manoscritto apocrifo, inedito. Il manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…), un monaco che scrisse questo manoscritto di cui una copia era stata rinvenuta dal Volpicella (…). Luca Mannelli (…), nella sua ‘Lucania sconosciuta’, da cui molto probabilmente il Gatta (…), ha tratto la sua cronaca, ci parla di Camerota e dei Florio. Citato pure dal Laudisio nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”, citava il Mannelli (…), e dall’Antonini (…)

La chiesa di San Juliano (S. Giuliano) a Lentiscosa

Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Giuliano a Lentiscosa, cappella nel C.O. del 1754, in Gentile II 91-109, (mc 19 A); etimologia agiotopografica, vedi S. Giuliano.”. Sempre il Di Mauro (….), a p. 377, in proposito scriveva che: “San Giuliano o Santo Juliano o Joliano, a Lentiscosa, nel 1529 in ASS notar Trencia, fs 26, lib. II pag. 127, lib. IV pag. 172, e locale con olivi in C.O. 14-36-67, detto anche La Fontana nel 1766 in Santangelo 208-287; etimo estinto.”. Il Di Mauro citava il “Santangelo”. Si tratta di Rosanna Santangelo (….), e del suo “La società di Lentiscosa nella seconda metà del ‘700 attraverso gli atti del notaio Nicola Granato 1766-1770”– tesi di Laurea anno 1987/88, presso il Museo Vico Palazzo Vargas di Vatolla (Santangelo). Su questa chiesa hanno scritto anche altri autori. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti:…..Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Ecc….. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Ecc…”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“.

La chiesa di “S. Giovanni  de lo Colazone” di Camerota, grangia del monastero di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti:…….Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursus storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Ecc…. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di S. Giovanni, citata nel 1271 in ‘Regis. Perg. Montv.’, vol. III n. 2131; forse si tratta del rudere in (4e) dell’IGM, all’inizio del Collazzone, detto Cappella re San Giuvanniello, v. sopra.”. Proseguendo a p. 282, il Di Mauro scriveva: “Chiesa di San Giovanni de lo Colazone, a Camerota (4e – mc 4A), 179 slm. (Gentile II, 109), il Culazzone o Cullazzone si trova presso il Canale o Vallone delle Fornaci, sul lato opposto alla rupe sulla quale è arroccata Camerota; questa chiesa corrisponde oggi alla Cappella re San Giuvannello, (v.); et. agiot.”. In questo passaggio il Di Mauro cita Angelo. Gentile (….) ed il suo “Exursus storico etc…”, p. 109. Sempre il Di Mauro, a p. 377, in proposito scriveva che: “San Giovanni o San Janne, a Camerota, nel 1528 in ASS notar Trencia, fs 26, lib. I pag. 121,  o San Giovanni di Camerota, come terra incolta e seminatoria nel 1754 paga rendita a San Pietro di Rom in C.O. Campania, pag. 27, sem. in C.P. Camp. 1811 D, 32, e in Romano sul Collazzone; etimo cs., vedi anche Vassalli.”. Di Mauro cita il Vassalli. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 294, in proposito scriveva che: “‘O CULLAZZONE, a Camerota, o Colazone o Culazzone o Lo Collazione, nel 1527 in ASS notar Trencia, fs. 26, lib. I pag. 58, e Collazone nel 1577 in ASS notar F. Greco fs 39 pag. 117,, nel 1754 in C.O. Campania fs 4408 e 4410 pag. 562, e uliveto, macchia seminativo, vigna in C.P Campania 1811 D, 31, e in CPC 1819, 399; è indicato come luogo abitato (Sabatini, 204); (4 e – mc 4A), 211 slm, si trova dopo il Canale sulla costa del monte Grande, di fronte alla rupe sulla quale è arroccata Camerota (Gentile, II, 109); l’etimologia popolare indica la culla o incavo tra le due colline, come per Cullata; ricordo anche il toponimo del Catasto Provvisorio del 1811 ‘Massa col la zone’ (v.), che potrebbe essere un ipercorrettivo amministrativo.”.

Nel 1160, GUGLIELMO (I) di SANSEVERINO, e le nostre terre

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 130, parlando della “Actus Cilenti, poi Baronia di Cilento” continuando scriveva che: La Baronia appare, comunque, saldamente costituita nelle mani del figlio di Enrico, Guglielmo I, signore di Sanseverino e Montoro nonchè barone di Cilento, registrato nel ‘Catalogus baronum’ tra i più grandi feudatari del ducato di Puglia; infatti, oltre ad avere alle sue dipendenze un gran numero di suffeudatari, tra cui Florio di Camerota, Guglielmo di Postiglione, Guido di Trentinara, Alfano di ‘Castello ad Mare (Velia) ed Arrabito di Cuccolo, egli stesso era in grado di fornire al Re, in caso di necessità, ben 48 soldati a cavallo e 80 fanti armati (7), là dove il vescovo di Capaccio per i suoi feudi, tra cui Agropoli, poteva inviare, come vedremo, solo 8 cavalieri e 20 inservienti. Creato dal re Guglielmo II Gran giustiziere e Comestabile, fece redigere in favore della Badia di Cava, in qualità di barone di Cilento, due importantissimi documenti, l’uno nel marzo del 1186, l’altro nel marzo dell’anno successivo. Nel primo riconobbe il possesso di questo monastero sui porti di Puzzillo, S. Maria di Gulia, Oliarola, S. Primo e S. Matteo di Duoflumina (8), nel secondo vennero analiticamente descritti i confini e le tenute di tutte le chiese, i monasteri ed i casali posseduti dalla Badia nell’ambito delle pertinenze della Baronia (‘in pertinentiis Cilenti Baronie’)(1). Stando a quanto può dedursi dal contenuto generale di questi due ultimi documenti, al tempo di Guglielmo I Sanseverino aveva cominciato a qualificarsi, in sostituzione di Castellum Cilenti, quale nuovo capoluogo della Baronia, Rocca (…..via, qua itur ad Roccam ipsius Domini Guilielmi; a. 1187)(2).”.

Nel 1188, i Crociati, per la III Crociata in Terra Santa sostavano al monastero di S. Pietro di Licusati e poi si imbarcavano al porto degli Infreschi per Malta

Recentemente, alcuni studiosi locali, hanno riferito due interessantissime notizie che riguardano i due cenobi e monasteri italo-greci di S. Iconio a Camerota e di S. Pietro di Lucasati, dove secondo la notizia, avrebbero sostato i crociati in partenza per la Terra Santa, per la conquista di Gerusalemme.  Oltre alla notizia della partecipazione di Florio di Camerota, con i suoi sottoposti, avesse partecipato alla III Crociata, ai tempi di re Guglielmo II re di Sicilia, detto “il Buono”, fornendo militi, i  cronisti e gli storici locali riportano anche un’altra notizia o una leggenda (?), secondo cui i Crociati facessero sosta nel cenobio di S. Cono a Camerota e in quello di S. Pietro a Licusati e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Riguardo la notizia della ‘leggenda‘ della sosta dei Crociati in occasione della terza crociata ai tempi di re Guglielmo II detto “il Buono“, ne ha parlato, citandola anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria’, pubblicato nel 2007, parlando del monastero di S. Pietro di Licusati: “Abbazia o Badia di San Pietro, a Licusati, 303 slm, ora chiesa cimiteriale sita ad est dell’Annunziata, all’inizio della valle che raccoglie le acque di un vallone del Tozzo del Finocchio, del Marabisi e del Vallone Marino. La badia di rito greco, ecc…”, a pp. 233-234, in proposito scriveva che: “Uno studioso locale parla di documenti dell’Archivio vaticano che attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta. Forse l’itinerario era quello naturale dei cusitani e fu quello dei 63 militi e 30 inservienti offerti dal signore di Camerota nel 1188 a Riccardo Cuor di Leone, ma certo non era la via che seguivano i crociati in partenza per l’Oriente da Brindisi.”. Il Di Mauro riferisce di uno “studioso locale”. Il Di Mauro, dell’interessantissima notizia non cita la fonte bibliografica. La notizia è interessantissima ed andrebbe ulteriormente indagata. Dunque, la notizia riferita dal Di Mauro riguarda i cavalieri crociati e riguarda l’antichissima abbazia benedettina di San Pietro di Licusati. Il Di Mauro, nel riferire la notizia attribuisce la notizia a “documenti dell’Archivio vaticano”. Secondo il Di Mauro, nell’Archivio Segreto Vaticano vi sarebbero dei documenti che riguardano l’Abbazia di S. Pietro a Licusati che “attesterebbero che i crociati facessero sosta nel cenobio e poi ripartissero salendo da Lentiscosa su per il Collazzone per giungere agli Infreschi e imbarcarsi per Malta”. Nella storia di Camerota e di Licusati si parla di FLorio di Camerota e delle crociate organizzate per la conquista della Terra Santa. Notizie scarse vi sono che riguardano la prima crociata, quella del 1096. Altre notizie più dettagliate vi sono sulla crociata, la III, che fu organizzata da Guglielmo II detto il Buono. Antonio Capano (…), in un suo saggio su Licusati, nel ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), a p. 48, del Cap. III, poi ci parla di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).”. Amedeo La Greca (…), a proposito del mercante Goffredo di Camerota, fosse proprio il padre di un Ruggiero di Camerota, fratello di Florio di Camerota che compare nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. La notizia tratta dall’Ebner (…), sulla partecipazione di un “Florio di Camerota” alla III Crociata ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono”, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, che cita i personaggi in questione, Florio, Ruggiero di Camerota e il padre Goffredo, Signori di Corbella, Amedeo La Greca (…), nel suo saggio sul monastero di S. Pietro di Licusati, parte II: “Il Cenobio, poi badia di San Pietro di Licusati”, cap. II, parlando di Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo ( che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73), nella sua nota (73), postillava che:  “(73) Dal momento che Florio dipendeva a sua volta da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale. Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Dunque, Amedeo La Greca (…), parlando del cenobio basiliano di S. Pietro di Licusati e del ‘Catalogus Baronum’, a p. 81, nella sua nota (73), postillava che Florio di Camerota che figura nel ‘Catalogus Baronum’, è lo stesso che nel 1188 fornì militi a Riccardo I d’Inghilterra detto “Cuor di Leone”, allorquando si accinse a recarsi in Terra Santa in occasione della III Crociata. Secondo Amedeo La Greca, risulta che Florio di Camerota, fornì a Riccardo cuor di Leone 63 cavalieri e 50 fanti, in occasione della III Crociata. Il La Greca (…), nella sua postilla, fa riferimento a Ebner (…), vol. I, p. 737, ma non fornisce alcuna spiegazione circa la notizia bibliografica, la fonte, secondo cui i 63 cavalieri forniti da Florio in occasione della III Crociata a Riccardo Cuor di Leone. Ma come si è visto, Pietro Ebner, a p. 737, ci parla del casale o Baronia di Corbella e dei suoi feudatari secondo il ‘Catalogus Baronum’. Devo però precisare che la notizia dataci dal La Greca (…), che parla di III Crociata e di fanti forniti da Florio a re Riccardo I cuor di Leone, è diversa da ciò che scriveva l’Antonini. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, a p. 412, a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176), scriveva in proposito che: Fu questo Florio ricco di molti feudi, poichè nella famosa seconda spedizione in Terra Santa sotto Gulielmo il Buono offri per essi sessantatre soldati e cinquanta serventi, come dal ‘Registro’ del P. Borrelli.”. Amedeo La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) …..Si tratta dello stesso Florio che in occasione della III Crociata, nel 1188, fornì a Riccardo cuor di Leone ben 63 cavalieri e 50 fanti, molti dei quali forniti a loro volta dai suoi dipendenti, per cui si può argomentare che alcuni di costoro provenissero da Camerota.. Anche il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘Lucania‘, a p. 412 parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “………………………….

Come però possiamo leggere, l’Antonini (…), a p. 412, della sua ‘Lucania’, parlando di Camerota e dei Florio di Camerota, in proposito scriveva che: “la seconda spedizione in Terra Santa sotto Guglielmo il Buono offrì per essi sessantatre soldati, e cinquanta servienti, come dal ‘registro’ del Borrelli.”. Dunque, l’Antonini sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ (il ‘registro’) del Borrelli, il Catalogo dei Baroni pubblicato da Carlo Borrelli (…), nel 1600, parlava di una Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono, ma parlava della seconda spedizione e non della terza spedizione ordinata da re Guglielmo II al tempo della spedizione di re Riccardo I d’Inghilterra deto cuor di Leone come invece scriveva Amedeo La Greca (…), nel testo ‘Temi per una Storia di Licusati’. L’Antonini , a p. 412, nelle sue note (I) e (I), citerà la ‘Cronaca’ di Ceccano e non Ruggero d’Hoveden di cui parlerò in seguito. Dunque, l’Antonini (…), ci parla della II Crociata e non della III Crociata a cui partecipò Riccardo I cuor di Leone. Che si sia trattato della II Crociata e non della III Crociata, dove partecipò anche Riccardo I cuor di Leone, riferendosi al catalogo dei Baroni, pubblicato dalla Jamison, lo si rileva anche dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. L’Antonini, cita anche la ‘chronica’ del Falcando (…), Ugo Falcando, di cui parlerò in seguito e cita pure Agostino Inveges (…). Agostino Inveges (…), nel suo  ‘Annali di D. Agostino Inveges’, 1651, a p. 457, per l’anno 1188, racconta che: “Adunque il Re entrò in questa S. lega, e si segnò colla croce; e si daim fede alla Cronica di Sicilia, e al Collenucio appo Bardi (I),  egli fu il primo Prencipe, che comparve in difesa di Terra S. poichè scrivono. Guglielmo fatta una grossa armata tenne netto il mare di Giudea di corsari, che lo travagliavano essendo di gran timore à Greci.”. Dunque Agostino Inveges (…), parlando dell’anno 1188, citava il Collenuccio (…) e il Bardi (…), nella sua nota (I) e postillando scriveva che: “(I) Tomo 3, Chronol. f. 346 234 locis cis. 5 6 7 8 in ‘Chron. apud tomo 3 Italia Sacra, col. 953 apud Sigon. loc. cit. apud Cami. Pellegrin. in hist. Longobar. in Ste… in tomo I, Italia Sacra, col. 471 in ‘Annal Anglor.’ apud Baron. to 12. Anno 1189 n. 14 apud Camil. loc. cit. 12 13 14 hist. Sicardi 3 loc. cit. ecc..”. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrivendo sui Florio, in proposito diceva che: “Florio (Riccardo) di Camerota……Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Dunque anche il Bozza, sosteneva che Florio di Camerota secondo il ‘Catalogo dei Baroni’, fornì 63 militi per la crociata del 1188, la III Crociata in cui re Guglielmo II il buono intervenne in aiuto di re Riccardo I cuor di Leone per la riconquista di Gerusalemme usurpata da Saladino e non come invece scriveva l’Antonini che si trattava della II Crociata, dove re Riccardo cuor di Leone non centrava nulla. E’ interessante ciò che scrive Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 264, parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Camerota fu baronia; della stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato (128).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “Difatti, i Basiliani si erano insediati  fra componenti greche, in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità di sviluppo artigianale, soprattutto per l’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monasterio si vestì dell’abito dell’Ordine di S. Basilio, dal Bios cit. Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Campagna (…), parlando dell’episodio in cui Florio nel 1177 componeva la commissione che andò in Inghilterra citava anche il vescovo di Capaccio. Vediamo dunque cosa scriveva Giuseppe Volpe (…) che, a p. 122, in proposito scriveva che: “Ben chiara e famosa rese questa terra, al tempo dei normanni, la famiglia ‘Camerota’, detta così per antonomasia, essendo la più nobile che vi fiorisse, cui appartenne quel Florio, Gran Giustiziero di Guglielmo il Buono, ed uno dei giudici, secondo il Falcando ed altri, nella celebre causa del conte Riccardo d’Alcandra, imputato di congiura contro del gran Cancelliere e di altri delitti (5).”. Il Volpe, a p. 123, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Cons. Mannelli, Lucania sconosciuta, M.S., vol. II, pag. 144,145 – Antonini, La Lucania, part. 11, discorso X, pag. 411-412.”. Dunque il Volpe (…) citava il manoscritto (apocrifo) di Luca Mannelli o Mandelli che ivi ho pubblicato le pagine inedite che riguardano Camerota. Lo storico Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’ a p. 277, scrive sui Florio: “Florio (Riccardo) di Camerota,….Nella spedizione del 1188 in terra santa, fornì 63 uomini ‘arme e 50 militi.”. Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali etc’, da pp. 168-169, vol. X, ci parla di Florio di Camerota e Lampo di Fasanella:

Di Meo, su Florio, p. 168.PNG

Di Meo, X, p. 169, a. 1150 sui Florio.PNG

(Fig….) Di Meo Alessandro (…), op. cit., pp. 168-169, vol. X, su Florio di Camerota e Lampo di Fasanella

Forse la notizia intorno i crociati che partivano da porto Infreschi per la I o la II o addirittura per la III Crociata, riguarda le notizie su uno dei primi feudatari di Camerota e Lentiscosa, la famiglia Marchese o Marchisio, feudatari di Camerota citati anche nel ‘Catalogus Baronum’ pubblicato da Evelyn Jamison e di cui ho scritto in un mio saggio ivi: “I Marchisio e i Florio”. Infatti,  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo etc’, nel vol. II, a p. 112, parlando di Lentiscosa, in proposito scriveva che: “Il Galanti (2)….mentre l’Alfano (3), oltre a dire degli abitanti (829) ricorda anche i feudatari Marchese. Il Giustiniani (4) ubica il villaggio su un colle “non molto lontano dal mare”, attribuendo il casale quale feudo della famiglia Marchese.”. Ebner, a p. 112, vol. II, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Alfano F.M., op. cit., p. 50”, mentre nella sua nota (4), postillava che: “(4) Giustiniani, op. cit., V, Napoli, 1802, p. 254.”. Pietro Ebner alla sua nota (12) postillava diversamente la nota bibliografica per il Giustiniani e scriveva che: “(12) Giustinani, VIII, Napoli, 1802, p. 198.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo vol. VIII, del suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, a pp. 198-199, parlando del Monastero di S. Nazario e, sulla scorta di Jean Mabillon (…), nei suoi ‘Annali Benedettini’ (‘lib. 57′), scriveva anche di Licusati: “Circa lo stesso tempo vi fu edificato quel picciol paese, ed in oggi la detta Abatia serve di parrocchia agli abitanti, e trovasi commendata al Capitolo di S. Pietro di Roma, colla giurisdizione quasi vescovile, che esercita il Vicario pro tempore non solo su di essa terra, che sulle altre ancora degli Eremiti, Bosco, Cusati, e Sannicola.”.

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(Fig…) Giustiniani (…), vol. VIII, pp. 198-199

Francesco Maria Alfano (…), a p. 121, in proposito a Lentiscosa e a Licusati scriveva che: “‘Lentiscosa’ terra sopra una collina d’aria buona, diocesi di Policastro, un miglio distante dal Mar Tirreno, feudo di Marchese.”.

Nel 1238, Nicola Mariconda dona al fratello Giustino

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “Un documento sicuro è invece l’inedito M 37 dell’Archivio Cavense (21), con il quale Nicola detto Mariconda, donò al proprio fratello Giustino, monaco cavense e priore della chiesa di S. Maria de Dommo di Salerno “integram medietatem” del diritto di pesca di aguglie e delle fosse marine nel tratto Salerno-Palinuro. Del territorio furono feudatari i signori di Pisciotta (v).”. Pietro Ebner scriveva che l’Antonini parlava a p. 154 ma sbagliava perchè è p. 353, I edizione, 1745, nel cap. VII. Sempre l’Ebner a p. 271 nella sua nota (21) postillava che: “(21) I, ABC, M 37, settembre anno 1238, XII, Salerno. Nella chiesa di S. Maria de Dommo, presente l’Abate cavense Leonardo e innanzi al giudice Matteo, Nicola, detto Mariconda, figlio del fu Pietro, pure detto Mariconda, ecc…” :

Ebner, vol. II, p. 271

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 33, nella nota (47) postillava che: “(47) Sul tema delle tonnare cfr. B. Centola, Le città del mare. La pesca con le tonnare in Italia, Avagliano, Cava de’ Tirreni 1999; su quelle di Palinuro cfr. pp. 70-72. L’antichità nell’attività è attestata da un documento cavense del settembre 1238, col quale il salernitano Nicola, detto Mariconda, pentito del suo ingiusto procedere, restituiva al fratello Giustino, monaco cavense, “integram medietem de iure acnum (aguglie) et de foveis marinis, in quibus pisces qui cusi et acus vocantur, capiuntur, ab hoc Salernitanam civitate, usque Palinudum” (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. II, p. 271, n. 21.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Da un contratto in greco (20) si ha notizia di un fitto delle gabelle di Camerota, Palinuro e Melope per 23 oncie. Il villaggio continuò a subire danni dalle incursioni barbaresche.”. Ebner, a p. 173, nella nota (20) postillava che: “(20) Trinchera, Syllab. membr. ad r. Siclae pertinente, Napoli 1824, I, p. 23. Il contratto è del 22 novembre 1269.”. Credo che Ebner abbia fatto un errore postillando di Francesco Trinchera perchè il testo in questione non è del Trinchera ma è dello Scotti (…), ovvero A.A. Scotti, “Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824”, mentre il testo del Trinchera (….) è “Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae”, Napoli, ed. Cataneo, 1865.

Nel 1269, la Molpa in un documento pubblicato dal Trinchera

Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a p. 190 e ssg. parlando di “Molpa”, nella nota (2) postillava: “.. – in una carta del 29 novembre 1269 (pubblicata in sommario, nel ‘Syllab. mebran. ad r. Siclae pertinent. Napoli, 1824, vol. I, p. 23) io trovo attestata la esistenza di Molpa; poichè vi si dà atto in fitto, per oncie 22, la gabella di Camerota, di Palinuro e di Melopae’.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 172-173 parlando della “Molpa”, in proposito scriveva che: Da un contratto in greco (20) si ha notizia di un fitto delle gabelle di Camerota, Palinuro e Melope per 23 oncie. Il villaggio continuò a subire danni dalle incursioni barbaresche.”. Ebner, a p. 173, nella nota (20) postillava che: “(20) Trinchera, Syllab. membr. ad r. Siclae pertinente, Napoli 1824, I, p. 23. Il contratto è del 22 novembre 1269.”. Credo che Ebner abbia fatto un errore postillando di Francesco Trinchera perchè il testo in questione non è del Trinchera ma è dello Scotti (…), ovvero A.A. Scotti, “Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824”. Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 33, nella nota (47) postillava che: “(47) Un documento angioino del 29 novembre 1269, del quale abbiamo solo il regesto, ricorda l’aggiudicazione della “Cabellam Camarotae, Melopue (sic), et Palinuri pro uncis auri 22″ (A.A. Scotti), Syllabus Membranarum ad Regiae Siclae Archivium Pertinentium, Neapoli 1824, vol. I, n. 8, p. 23”. Angelo Antonio Scotto, a p. 23, del suo “Syllabus membranarum ad Regiae Siclae Archivum pertinentium”,  a p. 23 riportava il documento n. 8, dove è scritto: “N. 8 – Olim Arca B. Fasciculus 49 N. 5. – 1269 Novembris 29. Indictione 13. Caroli I. anno V. Camarotae – Iohannes Iudex Camerotae, ut uxsequatur mandatum Ursonis Bombae Vicesecreti Principatus, et Terrae Beneventi, quod excribitur post subhastationem, et fideiussionem locat Thomasio de Salerno, et Nicolao Murmurio, Cabellam Camerotae, Molopae, et Palinuri pro unciis auri 22 ponderis generalis. Per Riccardum Notarium Camerotae.”, il cui significato è il seguente:  “Giovanni Giudice di Camerota, per eseguire l’ordine di Ursone Bomba vicesegretario del Principato, e della Terra di Benevento, che è scritto dopo l’asta, e dà in garanzia a Thomasio de Salerno e Nicolaus Murmurius, i capelli di Camerota , Molopa, e Palinuri per once d’oro di peso complessivo 22. Di Riccardo Notaio di Camerota.”

Nel 1295, la tassa pagata dal Monastero di S. Cono di Camerota

Forse non si riferiva al monastero di S. Cono di Camerota, ma a quello di S. Pietro di Licusati, quando Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, parlando del Monastero di S. Cono di Camerota, nella sua nota (51), postillava che: “(51) Del Monastero è pure notizia della tassa in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207. Cfr. P. Batiffol, L’Abbaye de Rossano, Paris, 1891, p. 108, e B. De Montfaucon, Paleografia graeca, Paris, 1708, p. 431, sgg.”. La notizia dovrebbe essere ulteriormente indagata. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo etc…’, a p. 587, parlando dei ‘Monasteri’ di Camerota, nella sua nota (51), cita il Montfaucon de B. (…), ‘Palaeografia graeca’, Paris, 1708, p. 431. Infatti il Montfaucon (…), a p. 431, Lib. VI, in “Ex Diplomate originali RR. PP. S. Basilii”, ci parla del monastero di S. Giovanni a Piro e di S. Cono di Camerota. Il documento parla di Sisto Episcopo, diletto figlio di Francesco Abbate Monastero di Sancti Johannis ecc…Ebner (…), scriveva che del Monastero di S. Cono a Camerota, si aveva notizia sulla “Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis”. Si tratta del ‘Codice Taxarum’ o ‘Taxam’, o ‘Liber Taxam’, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (51), per questa tassa, citava tre testi: citava un testo pubblicato da “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano, 1949, p. 297; poi citava pure il testo di Pierre Batiffol (…) ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Pierre Batiffol (…), nel suo L’Abbaye de Rossano’, nel 1891, pubblicava molti documenti, e nel ‘Cap. III, a p. 108’, scriveva che: “Policastren: Johannes de piro: fl. XL.”. Ebner (…), sulla lettera papale, cita anche il B. De Montfaucon (…), che, nel suo ‘Paleographia graeca’, edito nel 1708, a Parigi, a pp. 431-432, riporta un diploma che riguarda S. Giovanni a Piro. Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Cono di Camerota: “versùs Occidentem, & miliario a Camerotta, versùs Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota confundit Codex Taxar. D. Passionari, dicitque unitam mensae Capitolari Basilica Vaticanae.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Nel 1424, e gli elementi di giudizio su fattori economici dovrebbero essere quanto mai aleatori per le istituzioni religiose, la situazione del monastero sembra più solida fra la stessa comunità civile (126). Il versamento della “decima” in sette tarì, per gli anni 1308-1310, venne effettuato dalla Chiesa di S. Severino di “Camarota” in castro “Cucculi”, mentre, per gli stessi anni, l’intero clero di “Gamarote” effettuò il versamento “in Episcopatu Policastrensi” (127).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (126), postillava che: “(126) Taxae pro communibus servitiis, etc, pag. 183.”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (127), postillava che: “(127) Rationes Decimarum, etc., Campania, cit., nn. 5538 e 6689.”.

Montfaucon, lib. VI, p. 431 e s.

Montfaucon, p. 432

Pietro Ebner,  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 117-121, parlando di Licusati, scriveva che: Il Lubin segnala tra le abbazie di fondazione di monaci greci anche la badia di S. Pietro di Cusati (li Cusati, Licusati).”, come si può vedere nell’immagine sotto tratta da p. 117 del Lubin (…):

lubin-p-117.png

(Figg….) Lubin (…), p. 117

Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Pietro di Licusati: “Abbatia tit. S. Petri de Cusato, Ord. Premonstratensis, Dioece. Policastrensis, ut refertur in Codice Taxarum Camerae Apost. apud Ughellum. 7. pag. 940 vocatur S. Petri de Licusati, & dari solita est in Commendam; vulgo ‘li Cosati’ Vicus Regni Neapolitani in Provincia Principatus Citerioris dicta, decem pass. mill. Polycastro distans, versus Occidentem, & miliario à Camerota, versus Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota consundit Codex Taxar. D. Pasionariae, dicitque unitam mensae Capitulari, Basilacae Vaticanae.”. Il Lubin (…), sulla scorta del Codice Taxar e dell’Ughelli (…), la chiama ‘Abbatia dal titolo S. Petri de Cusato’. Leggendo l’Ughelli (…), nel vol. VII, a p. 940 (come scrive il Lubin nella sua nota), non troviamo nulla sul monastero ma a p. 663-664, si parla della Diocesi di Capaccio “Caputaquense Episcopi”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 555, parlando del casale di ‘Bosco’, scrive nella sua nota (4), scrive che l’Ughelli (…), vol. VIII, p. 726, scriveva su Bosco e sul Monastero di S. Pietro di Licusati, ma anche in questo caso crediamo che le note dell’Ebner siano errate. Il Lubin (…), sulla scorta del ‘Codice Taxar’ e dell’Ughelli (…), la chiama ‘Abbatia dal titolo S. Cono de Camerota’. Il Lubin (…), nella sua nota (…), scrive che l’Ughelli (…), parla dell’Abbazia di S. Cono di Camerota, nel suo vol. VII, a p. 940. Leggendo l’Ughelli (…), nel vol. VII, a p. 940 (come scrive il Lubin nella sua nota), non troviamo nulla sul monastero ma a p. 663-664, si parla della Diocesi di Capaccio “Caputaquense Episcopi”. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 555, parlando del casale di ‘Bosco’, scrive nella sua nota (4), scrive che l’Ughelli (…), vol. VIII, p. 726, scriveva su Bosco e sul Monastero di S. Pietro di Licusati. La notizia dovrebbe essere ulteriormente indagata. Ebner (…), scriveva che del Monastero di S. Cono a Camerota, si aveva notizia sulla “Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis”. Si tratta del ‘Codice Taxarum’ o ‘Taxam’, o ‘Liber Taxam’, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo xvii – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (51), per questa tassa, citava tre testi: citava un testo pubblicato da “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano, 1949, p. 297; poi citava pure il testo di Pierre Batiffol (…) ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Pierre Batiffol (…), nel suo L’Abbaye de Rossano’, nel 1891, pubblicava molti documenti, e nel ‘Cap. III, a p. 108’, scriveva che: “Policastren: Johannes de piro: fl. XL.”. Ebner (…), sulla lettera papale, cita anche il B. De Montfaucon (…), che, nel suo ‘Paleographia graeca’, edito nel 1708, a Parigi, a pp. 431-432, riporta un diploma che riguarda S. Giovanni a Piro. Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Cono di Camerota: “versùs Occidentem, & miliario a Camerotta, versùs Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota confundit Codex Taxar. D. Passionari, dicitque unitam mensae Capitolari Basilica Vaticanae.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Nel 1424, e gli elementi di giudizio su fattori economici dovrebbero essere quanto mai aleatori per le istituzioni religiose, la situazione del monastero sembra più solida fra la stessa comunità civile (126). Il versamento della “decima” in sette tarì, per gli anni 1308-1310, venne effettuato dalla Chiesa di S. Severino di “Camarota” in castro “Cucculi”, mentre, per gli stessi anni, l’intero clero di “Gamarote” effettuò il versamento “in Episcopatu Policastrensi” (127).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (126), postillava che: “(126) Taxae pro communibus servitiis, etc, pag. 183.”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (127), postillava che: “(127) Rationes Decimarum, etc., Campania, cit., nn. 5538 e 6689.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: Camerota fu baronia; dalla stessa trasse il predicato “Florius de Camarota”, barone e regio magistrato normanno (128). Al ripristino di antichi castelli, ordinato da Federico II, la baronia di Camerota fu costretta a contribuire per il rifacimento delle fortezze di Policastro. Con gli Angioini Camerota e Molpa furono aggregate e sottoposte allo stesso barone (129). Contro le invasioni degli Almugaveri erano state rinforzate le torri intorno a Camerota e ripristinato il Castello di S. Severino (130). Ciò nonostante, la cittadina fu invasa, anche se, successivamente, insorse, cacciando gli Aragonesi. ecc..”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (128), postillava che: “(128) Catalogus baronum, in “Cronache e scritti sulla dominazione normanna”, Napoli, 1845. Il regio magistrato Floriano da Camerota, nei primi del 1176, fu inviato in Inghilterra con i Vescovi di Troia e di Capaccio per chiedere la mano di Giovanna ecc..”. Il Campagna, a p. 266, nella sua nota (129), postillava che:  “(129) Reg. Ang., VIII, n. 464.”. Il Campagna, a p. 266, nella sua nota (130), postillava che: “(130) C. Carucci, La provincia di Salerno, etc., op. cit.”. Il Campagna, a p. 267, continuando il suo racconto, scriveva che: “Avvenuta la soppressione dei monasteri, i libri della biblioteca di Camerota furono portati a Policasto, per essere custoditi in quel vescovado (136).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(136) G. Cataldo, Notizie storiche, etc.,  op. cit.”. Con la creazione del Regno normanno di Sicilia nel 1130 tutti i diritti e privilegi della baronia italo-greca di Licusati erano sotto la protezione reale del re a Palermo. Per lungo tempo, l’agente giudiziario del re era Florio di Camerota, un fatto comodo per i monaci. Non si sa se l’abate del monastero era obbligato a fornire cavalleria e fanteria alla corona in tempi di invasione come l’abate del monastero italo-greco di Rofrano. Nel periodo di crisi della dinastia normanna dopo il 1194, l’ordine Premostratense acquistava il monastero e la sua proprietà e diritti per alcuni secoli. Dopo la Riforma Protestante e la Controriforma Cattolica molti vescovi della chiesa romana insistevano sull’uniformità totale di rito e disciplina tanto da arrivare al punto che alcuni vescovi bruciavano pubblicamente i libri liturgici del rito greco come ad esempio a Cuccaro Vetere. L’aristocrazia locale riuscì a smembrare la proprietà dei monaci italo-greci.

Nel 1308-1310, nel ‘Rationes Decimarum Italiae’

Intorno al secolo XIV e su quel periodo (anni 1308-1310), Francesco Barra (…) nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, parlando di Centola, a pp. 70 e s., scriveva che: Assai scarse sono altresì le notizie dei secoli successivi. Dalle ‘Rationes Decimarum’ del 1308-10 risulta che le rendite dell’abbazia ecc…(18) ecc..”. Il Barra (…) a p. 70, nella sua nota (18) postillava che: “(18) ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’, Città del Vaticano 1942, n. 5536, p. 385.”. Infatti riguardo questo punto il Barra (…), sulla scorta dei due studiosi Laurent e Guillou (…) cita il testo del  ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Campania’La ‘Ratio Decimarum’ era il registro delle decime che venivano riscosse dagli enti ecclesiastici. Questo registro quindi permette di avere numerose informazioni sia sulle parrocchie, sia sui singoli paesi, contenendo indirettamente dati storici sull’esistenza degli stessi. La fonte ben nota della lista di chiese e di monasteri compilata per la riscossione della decima sessannale su “tutti i redditi e i proventi ecclesiastici” istituita da papa Gregorio X nel 1274, e delle successive decime triennali volute da papa Bonifacio VIII, le cosidette: “Rationes Decimarum”. Nel caso della Camapania ed in particolare della nostra zona, troviamo il registro delle decime tra il 1308 e il 1310, ovvero il secondo volume a cura di Mauro Inguanez ed altri. Anche Nicola Montesano (…), parlando di Torraca e Tortorella così scriveva in proposito: “Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel Rationes Decimarum Italiae, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”. Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. Per il testo di Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Campania’ – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1949 (Studi e testi). I documentI contenuti nel testo a cura di Mauro Inguanez ed altri sono i nn° 6688, 6689, 6690, 6691, che riguardano “XXVII – POLICASTRO”. Infatti, a p. 479 vi è trascritto l’unico foglio rimasto superstite del registro, il foglio n° 250 “In Episcopatu Policastrensi” che si trova custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana con la segnatura di: “Arch. Vat. Collect. 161, f. 250-250v”.

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(Fig….)

Nel 1317, la bolla (lettera) di papa Giovanni XXI indirizzata a Matteo di Camerota, abbate del Monastero di S. Cono a Camerota

Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 410 e ssg. parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “…..e prima vi fu l’altro bastantemente celebrato di Benedettini col titolo di S. Cono, siccome apparisce da una Bolla d’Innocenzo VI. data in Avignone: ‘IV. ‘Idibus Octobris Pontificatos nostri anno II’, ora in Commenda.”. Dunque, l’Antonini, nel 1745, nella sua prima edizione scriveva che a Camerota vi era pure un altro Monastero “bastantemente celebrato di Benedettini col titolo di S. Cono,….”. Dunque, Antonini scriveva che a Camerota prima del monastero dei Cappuccini vi era sorto il più antico e celebrato Monastero Benedettino di S. Cono che, all’epoca sua (anno 1745) era ridotto in Commenda. Scrive sempre l’Antonini che il monastero di S. Cono appare nella bolla del papa Innocenzo IV, antipapa ad Avignone, ‘IV. ‘Idibus Octobris Pontificatos nostri anno II’. Antonini si riferiva ad una lettera di papa Giovanni XXI, del 1317, indirizzata all’abate del Monastero di S. Cono, Matteo di Camerota, il quale era un discendente di Florio di Caerota. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, sulla chiesa di S. Vito, scriveva solo che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”. Dunque, in questo passo Ebner ci informa che la “chiesa” “di cui alla lettera di papa Giovanni XXI” si trovava poco più giù del castello. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 583-584, dove scriveva che: “Nel 1317 da una lettera di Papa Giovanni XXI, è notizia dell’abate del monastero di S. Cono e di un discendente di Florio, Matteo di Camerota (v. oltre).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 162-163, parlava dell’Abate di S. Cono, “Matheo di Camerota” e in proposito scriveva che: Di un abate del monastero di S. Cono è notizia nel 1317, quando papa Giovanni XXI, nel secondo anno del suo pontificato, concesse ad Avignone al “dilecto filio” Matteo di Camerota, discendente del giustiziere Florio, signore di Corbella, il possesso della chiesa di S. Vito di Camerota (v.) fondata dalla locale università e la cui provvista era pertinenza papale.”. Ebner (…), riferendosi alla lettera o bolla di papa Giovanni XXI, del 1317, in cui si evince di “Matteo di Camerota” (forse un discendente di Florio di Camerota, signore di Corbella) e, Abbate nel 1317 dell’Abbazia benedettina di S. Cono di Camerota che, avrebbe avuto: “il possesso della chiesa di S. Vito di Camerota (v.) fondata dalla locale università”. In questo passaggio, Ebner riferisce la notizia della bolla papale e di un abbate dell’Abbazia di S. Cono a cui scrisse il pontefice da Avignone, Giovanni XXI, nel secondo anno del suo pontificato. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, parlando dei “Monasteri’ di Camerota, in proposito scriveva che: “Il Mandelli (50) segnala la lettera di papa Giovanni XXI all’abate del monastero di S. Cono, di cui deve essersi perduta ogni traccia se il Laurent e il Guillou non ne hanno fatto cenno (51).”. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Mandelli, ms., cit., II, f. 145.”. Ebner (…), a p. 587, vol. I, parlando dei ‘Monasteri’ di Camerota, nella sua nota (51), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), postillava la trascrizione della lettera di papa Giovanni XXI: “(51) “Joannes episcopus, servus servorum Dei, dilectis filijs Abbati Mon. S. Coni de Camerota Policastrensis Dioc. ac…de Pisciotta, et … de Cuccaro Capuaque Dioc. Ecclesiasiarum Archipresbiteris sal. et ap. benedictionem Laudabile testimonium, quod dilecto filio Matheo de Camerota dicto Policastrensis diecesis de vita perhibetur, et moribus Nos inducunt etc.”. Ebner però non ha dato i riferimenti bibliografici del testo di M.H. Laurent e A. Guillou, dove ancora non ho trovato la citazione di cui parla l’Ebner. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Mandelli, ms., cit., II, f. 145.”. Il sacerdote Giuseppe Volpe (…), a p. 123, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Cons. Mannelli, Lucania sconosciuta, M.S., vol. II, pag. 144,145 – Antonini, La Lucania, part. 11, discorso X, pag. 411-412.”. Luca Mannelli (…), o Mandelli (come scriveva Ebner), ‘Lucania sconosciuta’, è un manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Nel manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’, di Luca Mannnelli, troviamo accenni alla storia di Camerota. Luca Mandelli (…), nel suo manoscritto sulla ‘Lucania sconosciuta’, a p. 46r, scrivevendo di Camerota, riferiva che: “Dicevano che questa famiglia, sino la 1385, fusse nella B……, poichè Giovanni XXI. conferì un beneficio a Matteo di Camerota nel secondo Anno del suo Pontificato standosi in Avignone, come dalla Bulla in cui si legge. (vedi anche nota (51) di Ebner a p. 587): dilectis filijs Abbati Monasteri S. Coni de Camerota Policastrensis Diocesis ac de Pisciotta, et de Cuccaro, Capuaque Dioc. Ecclesiasiarum Archipresbiteris sal. et ap. benedictionem Laudabile testimonium, quod dilecto filio Matheo de Camerota dicto Policastrensis diecesis de vita perhibetur, et moribus Nos inducunt etc.”.

Ebner (…) si riferiva al manoscritto dell’agostiniano Luca Mandelli (…) e, del suo manoscritto ‘Lucania sconosciuta’, di cui, ivi, ho pubblicato le pagine inedite del manoscritto che riguardano il Golfo di Policastro, in un altro nostro scritto. Dunque, secondo Pietro Ebner (…), a Camerota, vi era una chiesetta dedicata a S. Vito, sita in contrada S. Vito, fatta costruire da Matteo di Camerota (un discendente di Florio), su concessione di papa Giovanni XXI, che nel 1317, da Avignone, scriveva una lettera all’Abbate del monastero di S. Cono di Camerota, lettera citata nel manoscritto apocrifo, attribuito a Luca Mannelli o Mandelli (…) e che, in seguito è stata rintracciata dal Laurent e Guillou (…). La trascrizione del passo della lettera del 1317, di papa Giovanni XXI riportata da Ebner, non mi pare tratta dal M.H. Laurent e A. Guillou (…), che pure ne annenano, ma è riportata nel manoscritto di Luca Mannelli (…), nel fol. 46r (retro). Pietro Ebner, nella sua nota (51) a p. 587, sebbene citasse i due studiosi Laurent e Guillou (…), non dice altro in proposito. Ebner scriveva che della chiesa di S. Vito di Camerota, ne parlava oltre.

Riguardo l’opera citata da Ebner (…), di M.H. Laurent e A. Guillou (…), si tratta del testo ‘Le, ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960, dove i due studiosi hanno parlato del monastero di S. Cono nell’opera in cui pubblicarono i resoconti o i Verbali della visita apostolica di Atanasio Calceopilo. Devo pure precisare che papa Giovanni XXI è stato il 187º papa della Chiesa cattolica dal 1276 alla morte e, siccome la lettera o la bolla citata dal Mannelli è del 1317, non si può trattare di papa Giovanni XXI. Pietro Ebner, cita una lettera di papa Giovanni XXI, che da Avignone indirizzò all’Abate del monastero di S. Cono a Camerota. La notizia è estremamente importante per la storia di Camerota e non solo. Nutriamo dei dubbi su papa Giovanni XXI. Infatti, faccio notare che, papa Giovanni XXI, morì a Viterbo il 20 maggio 1277 e, non è stato mai ad Avignone. Nel Regno di Napoli, regnava Roberto D’Angiò. Credo che il Mannelli (…), si riferisca a papa Giovanni XXII, che effettivamente esercitò il suo papato ad Avignone e morì il 4 dicembre 1334. Ebbe tre nipoti Cardinali, creati da lui stesso, tra cui Giacomo De Via. E’ molto probabile che il Mannelli (…) si riferisca a papa Giovanni XXII, che è stato il 196° papa della Chiesa cattolica dal 7 agosto 1316 alla morte. Infatti, la sede papale di Papa Giovanni XXII, fu Avignone dove morì il 4 dicembre 1334. Ebbe tre nipoti cardinali, creati da lui stesso, tra cui il Cardinale Giacomo de Via (…), creato cardinali nel concistoro del 17 dicembre 1316 e, di cui ci parla anche il Di Luccia (…), nel suo trattato sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Credo che la bolla papale del 1317, abbia relazione indiretta con il Cardinale de Via o de Vivo che ebbe un ruolo al monastero di S. Giovanni a Piro.

Nel 1317, la bolla di papa Giovanni XXI, da Avignone all’Abate di S. Cono di Camerota

Riferendoci alla sua nota (49), Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 162-163, parlava dell’Abate di S. Cono, “Matheo di Camerota” e in proposito scriveva che: Di un abate del monastero di S. Cono è notizia nel 1317, quando papa Giovanni XXI, nel secondo anno del suo pontificato, concesse ad Avignone al “dilecto filio” Matteo di Camerota, discendente del giustiziere Florio, signore di Corbella, il possesso della chiesa di S. Vito di Camerota (v.) fondata dalla locale università e la cui provvista era pertinenza papale.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, scriveva che: “Il Mandelli (50) segnala la lettera di papa Giovanni XXI all’abate del monastero di S. Cono, di cui deve essersi perduta ogni traccia se il Laurent e il Guillou non ne hanno fatto cenno (51).”. Ebner però non ha dato i riferimenti bibliografici del testo di M.H. Laurent e A. Guillou, dove ancora non ho trovato la citazione di cui parla l’Ebner. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Mandelli, ms., cit., II, f. 145.”. Ebner (…) si riferiva al manoscritto dell’agostiniano Luca Mandelli (…) e, del suo manoscritto ‘Lucania sconosciuta’, di cui, ivi, ho pubblicato le pagine inedite del manoscritto che riguardano il Golfo di Policastro, in un altro nostro scritto.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

Luca Mannelli (…), o Mandelli (come scriveva Ebner), ‘Lucania sconosciuta’, è un manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, conservato nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Nel manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’, di Luca Mannnelli, troviamo accenni alla storia di Camerota e, come scriveva Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587: “Il Mandelli (50) segnala la lettera di papa Giovanni XXI all’abate del monastero di S. Cono.”. Luca Mandelli (…), nel suo manoscritto sulla ‘Lucania sconosciuta’, a p. 46r, scrivevendo di Camerota, riferiva che: “Dicevano che questa famiglia, sino la 1385, fusse nella B……, poichè Giovanni XXI. conferì un beneficio a Matteo di Camerota nel secondo Anno del suo Pontificato standosi in Avignone, come dalla Bulla in cui si legge. (vedi anche nota (51) di Ebner a p. 587): dilectis filijs Abbati Monasteri S. Coni de Camerota Policastrensis Diocesis ac        de Pisciotta, et de Cuccaro, Capuaque Dioc. Ecclesiasiarum Archipresbiteris sal. et ap. benedictionem Laudabile testimonium, quod dilecto filio Matheo de Camerota dicto Policastrensis diecesis de vita perhibetur, et moribus Nos inducunt etc.”.

1-rit[2]

(Fig….) Luca Mannelli (…), ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto, dove si parla di Camerota e dei Florio, p. 46r.

Riguardo la chiesa di S. Vito a Camerota, fondata da Matteo di Camerota, discendente del giustiziere Florio (…), ha scritto Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 583-584, dove scriveva che: “Nel 1317 da una lettera di Papa Giovanni XXI, è notizia dell’abate del monastero di S. Cono e di un discendente di Florio, Matteo di Camerota (v. oltre).”. Ebner (…), a p. 586, scriveva che: “Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più in giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, ecc…”. Dunque, secondo Pietro Ebner (…), a Camerota, vi era una chiesetta dedicata a S. Vito, sita in contrada S. Vito, fatta costruire da Matteo di Camerota (un discendente di Florio), su concessione di papa Giovanni XXI, che nel 1317, da Avignone, scriveva una lettera all’Abbate del monastero di S. Cono di Camerota, lettera citata nel manoscritto apocrifo, attribuito a Luca Mannelli o Mandelli (…) e che, in seguito è stata rintracciata dal Laurent e Guillou (…). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 587, parlando dei “Monasteri’ di Camerota, in proposito scriveva che: “Sul monastero di S. Conore (49), comunemente detto di S. Cono, quanto ho detto innanzi cap. V, 5. Il monastero Italo-greco venne visitato dall’archimandrita Atanasio Calkeopilo nel 1458. Il Mandelli (50) segnala la lettera di papa Giovanni XXI all’abate del monastero di S. Cono, di cui deve essersi perduta ogni traccia se il Laurent e il Guillou non ne hanno fatto cenno (51).”. Ebner (…), a p. 587, nella sua nota (50), postillava che: “(50) Mandelli, ms., cit., II, f. 145.”. Ebner (…), a p. 587, vol. I, parlando dei ‘Monasteri’ di Camerota, nella sua nota (51), sulla scorta del manoscritto del Mannelli (…), postillava la trascrizione della lettera di papa Giovanni XXI: “(51) “Joannes episcopus, servus servorum Dei, dilectis filijs Abbati Mon. S. Coni de Camerota Policastrensis Dioc. ac…de Pisciotta, et … de Cuccaro Capuaque Dioc. Ecclesiasiarum Archipresbiteris sal. et ap. benedictionem Laudabile testimonium, quod dilecto filio Matheo de Camerota dicto Policastrensis diecesis de vita perhibetur, et moribus Nos inducunt etc.”. La trascrizione del passo della lettera del 1317, di papa Giovanni XXI riportata da Ebner, non mi pare tratta dal M.H. Laurent e A. Guillou (…), che pure ne accennano, ma è riportata nel manoscritto di Luca Mannelli (…), nel fol. 46r (retro). Pietro Ebner, nella sua nota (51) a p. 587, sebbene citasse i due studiosi Laurent e Guillou (…), non dice altro in proposito. Ebner scriveva che della chiesa di S. Vito di Camerota, ne parlava oltre. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 586, sulla chiesa di S. Vito, scriveva solo che: Esiste ancora nel villaggio un muro merlato e i ruderi del castello; più giù, nella contrada S. Vito dov’era la chiesa di cui alla lettera di papa Giovanni XXI, sono i vasai, noti ovunque anni fa, ecc…”. Riguardo l’opera citata da Ebner (…), di M.H. Laurent e A. Guillou (…), si tratta del testo ‘Le, ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960, dove i due studiosi hanno parlato del monastero di S. Cono nell’opera in cui pubblicarono i resoconti o i Verbali della visita apostolica di Atanasio Calceopilo. Devo pure precisare che papa Giovanni XXI è stato il 187º papa della Chiesa cattolica dal 1276 alla morte e, siccome la lettera o la bolla citata dal Mannelli è del 1317, non si può trattare di papa Giovanni XXI. Pietro Ebner, cita una lettera di papa Giovanni XXI, che da Avignone indirizzò all’Abate del monastero di S. Cono a Camerota. La notizia è estremamente importante per la storia di Camerota e non solo. Nutriamo dei dubbi su papa Giovanni XXI. Infatti, faccio notare che, papa Giovanni XXI, morì a Viterbo il 20 maggio 1277 e, non è stato mai ad Avignone. Nel Regno di Napoli, regnava Roberto D’Angiò. Credo che il Mannelli (…), si riferisca a papa Giovanni XXII, che effettivamente esercitò il suo papato ad Avignone e morì il 4 dicembre 1334. Ebbe tre nipoti Cardinali, creati da lui stesso, tra cui Giacomo De Via. E’ molto probabile che il Mannelli (…) si riferisca a papa Giovanni XXII, che è stato il 196° papa della Chiesa cattolica dal 7 agosto 1316 alla morte. Infatti, la sede papale di Papa Giovanni XXII, fu Avignone dove morì il 4 dicembre 1334. Ebbe tre nipoti cardinali, creati da lui stesso, tra cui il Cardinale Giacomo de Via (…), creato cardinali nel concistoro del 17 dicembre 1316 e, di cui ci parla anche il Di Luccia (…), nel suo trattato sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro. Credo che la bolla papale del 1317, abbia relazione indiretta con il Cardinale de Via che ebbe un ruolo al monastero di S. Giovanni a Piro. Troviamo un Giacomo De Via (e non De Vio), nel 1565, quando, come scrive Ferdinando Palazzo (…), nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’, a p. 110-111, continuando la sua narrazione aggiunge che il vasto patrimonio donato dai Longobardi nell’anno 501: “…il quale (7) per incarico dell’Abate Tommaso De Tommasijs, della Commenda di San Giovanni a Piro, in data 2 ottobre 1565, veniva elencato in apposita “Platea”, dal suo Procuratore Giacomo De Vio, il cui originale deve trovarsi nell’Archivio del Vaticano o della Cappella del SS. Presepe.”. Ferdinando Palazzo (…), sempre a pp. 110-111, riferendosi sempre alla “Platea dei Beni e delle Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, compilata nel 1565 da Giacomo De Vio, nominato Procuratore della Badia, scriveva pure che l’avesse vista e consultata in casa della famiglia Carboni-Viviani di Bosco. Forse si riferiva a questo papa, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 205, parlando di Ademaro o Ademario, Romano, di Scalea, il cui mauseleo marmoreo, che porta la data del 1343, viene attribuita a scuola di Tino da Camaino (32), citava papa Giovanni XXII e, in proposito scriveva che:  “In un regesto di papa Giovanni XXII, 17 gennaio 1317, “Ademarum Romanorum de Scalea” è ricordato come viceamiratum Regni Sicilie”, sotto re Roberto (33). In documenti vaticani, viene sempre indicato “de Scalea”, e tenuto per “dilectum filium” da papa Giovanni, che, con regesto dell’11 gennaio 1330, gli concesse il diritto di patronato sulla cappella di S. Giovanni Battista, annessa alla chiesa di S. Nicola in Plateis (34).”. Il Campagna, nella sua nota (33), postillava che: “(33) F. Russo, Regesto Vaticano, etc, op. cit. I, p. 245.”. Il Campagna, nella sua nota (33), postillava che: “(34) F. Russo, Regesto Vaticano, op. cit., I, p. 388.”.

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…) che, a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, riferendosi al monastero di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva anche che: “Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco monastero di S. Demetrio Corone versava 33 fiorini e mezzo (40); volle infine passare al rito latino, cosa che venne accordata da papa Sisto IV nel 1473 (41), per poi….. “. Biagio Cappelli, a p. 312, nella sua nota (39), postillava che “(39) T. Minisci (…), Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, p. 147;  M.H. Laurent – A. Guillou, op. cit., pp. 60 s.; 245 s.; 265.”. Biagio Cappelli, a p. 312, nella sua nota (40), postillava che (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Il Cappelli (…), nella sua nota (39), citando il Minisci (…) e M.H. Laurent e A. Guillou (…) e, nella sua nota (40), citando il Batiffol (…), si riferiva all’antico monastero di S. Giovanni a Piro (…) e non a S. Cono di Camerota.  Dunque, il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (…), scriveva che a Camerota vi era un rudere di una chiesa triabsidata, denominata dalla gente del posto S. Iconio.

Infatti, Teodoro Minisci (…), nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, a p. 147, scriveva in proposito che la Visita apostolica di Atanasio toccò anche il monastero di “76. S. Cono di Camerota ….nella diocesi di Anglona.”. Riguardo l’antico monastero di S. Cono di Camerota, già nel 1891, Pierre Batiffol (…), nel suo (…) ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’, a p. 107, scriveva che non figurava nel: “Liste des monasteres basiliens de l’Italie meridionale (1) XV ssiecle” e, nella sua nota (1), postillava che: “Monasteres portes au ‘Liber taxarum S.R.E.’,”, ovvero che esso non figurava nei monasteri della Diocesi di Anglona nel ‘Liber Taxarum’ (…). Il Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI. Il Batiffol scrive che detta lista è contenuta nel ‘Codice Vaticano Latino 9239′ che è quello a cui si è rifatto L’Hoberg (…), consultabile alla Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 162-163, parlando dei “Monasteri e chiese ricettizie”, in proposito scriveva che: La commissione apostolica giunse al monastero di S. Cono, proveniente da Centola, il 20 marzo trovando nel cenobio soltanto il monaco Roberto, dell’Ordine degli eremiti di S. Agostino, il quale aveva acquistato i frutti del monastero per cinque anni dall’abate Giovanni, del vicino centro di San Severino “cum sua femina” (f. 135v);”. Una notizia simile ma che riguarda una bolla di papa Innocenzo VI, del 1354 è tratta dal Laudisio. Questa notizia è simile a quella del Mannelli, in quanto si dice, sia per papa Giovanni XXII che per papa Innocenzo VI, le due bolle sono state emesse, “nel suo secondo anno di pontificato”.

Nel 1353, la bolla del 9 gennaio di papa Innocenzo VI da Avignone a ‘S. Coni de Camerota’

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484):

Russo F., p. 463, n. 7272

Nel documento n. 7272 del 9 gennaio 1353, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362), scritto ad Avignone (sede papale) è scritto che: “Nicolaum de Camerota confirmat in abbatem monasterii S. Coni de Camerota, O.S.Bas., Polycastren. dioc., vac. per translationem Nicolai, olim abbatis eiusd. monasterii S. Coni, ad Archimandritam monasterii S. Adriani, eiusdem Ord., Rossanem. dioc. “Dat. Avignone, quarto idus januarii anno primo”.”, che tradotto è: “Nicola di Camerota abbate del monastero di S. Cono di Camerota conferma anche questo del monastero di San Nicola, O.S.Bas., Polycastren. Diocesi., Vacante con il trasferimento di Nicola, abate di quel tempo. del monastero di S. del cono, al archimandrita del monastero di S. Adriano, dello stesso Ord., Rossano. Diocesi Datato Avignone, il primo giorno di gennaio dell’anno.. Il Russo postillava che il documento in questione si trova in: “Reg. Vat. 219, f. 57, ep. 17; Reg. Vat. 244, f. 215, ep. 14; ‘Fontes Iuris Orient.’, S. III, vol. X, p. 1.”. Riguardo la bolla papale di papa Innocenzo IV, emanata ad Avignone è stata citata anche da Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che. “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria *.“.

Nel 1353, la bolla del 3 aprile di papa Innocenzo VI da Avignone a S. Coni de Camerota

Russo F., p. 465, n. 7299

Nel documento n. 7299 del 3 aprile 1353, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362), scritto ad Avignone (sede Papale) è scritto che: “Policastren. et Bisinianem episcopis ac Abbati monasterii Laurent., Policastren. dioc. Pro-visionem monasterii S. Coni de Camerota, O.S. Bas., Policastren. dioc., vivente adhuc abbate eiusdem, Clemens papa VI Sedi Apostolice reservavit. Mortuo ultimo eiusdem monasterii abbate, Pontifix Nicolaum eidem monasterio praefecit. Sed conventus monachorum eum recipere recusat; quapropter eis mandat ut eum recipere recusat; quapropter eis mandat ut eum inducant in corporalem possessionem dicti monasterii et inductum defendant.” “Dat. Avignone, tertio nonas aprilis Pont. n.ri anno primo”. “Dutum fel. rec. Clemens”, che tradotto è: “Policastren. vescovi, e l’abate del monastero e Bisignano Laurent., Policastren. Diocesi. Per il monastero di Saint-Cono circa il Camerota, Ordine di S. Basilio, Policastren. Diocesi, durante la vita di abate di papa Clemente VI  Sede Apostolica magazzino. Dopo la morte del abate del monastero, l’ultimo capitolo della stessa, pontifice Nicola, un monastero del governo allo stesso. Tuttavia, l’assemblea dei monaci per ricevere rifiuta Per questo motivo a loro, li istruì di riportarlo nega; Per questo motivo a loro, li incaricato di condurre, in possesso del corpo del detto monastero, e sono stati approvati da lui per difendere la fedeEgli dà. Avignone, celebrato aprile Pont. n.ri primo anno. veleno Dutùr. Rec. Clemente VI”. Il Russo (…) a p. 468 postillava che il documento in questione si trova in: “…………………..

Nel 1355, la bolla del 15 ottobre di papa Innocenzo VI da Avignone per S. Coni de Camerota

Russo F., p. 478, n. 7431

Nel documento n. 7431 del 15 ottobre 1355, nel Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI (1352-1362) è scritto che: “Supplicat….frater Nicolaus, archimandrita monateri S. Adriani, O.S.Bas., Rossanen. Rogerii de Camerota, presbytero Polycastren. dioc., de archipresbyteratu de Camerota aucoritate ordinaria factas, dignemini autoritate apostolica confirmare. – Fiat”.”. Questo documento del 15 ottobre 1355, contenuto nel regesto Vaticano di papa Innocenzo VI, si parla di un Rogerii de Camerota. Il Russo postillava che il documento in questione si trova in: “Reg. Suppl. 28, f. 232v; ‘Fontes Iuris Orient., S. III, vol. X, 123.”.

Nel 12 ottobre 1354, papa Innocenzo VI e la sua bolla di Avignone con la quale unisce alcuni monasteri e abbazie, tra cui quella di S. Giovanni a Piro alla basilica (Liberiana) di S. Maria Maggiore di Roma

Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo di Policastro, nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), a p. 99 (v. versione a cura di Visconti) in proposito scriveva che. “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro unita alla basilica di S. Maria del Presepe di Roma; ma in seguito questa abbazia divenne di patronato regio e di collazione straordinaria *.“. Il Laudisio (…), riferisce che l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Cono a Camerota, è citato nella bolla papale del 12 ottobre 1354, che fu emanata ad Avignone, allora sede papale, da papa Innocenzo VI. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 46 (vedi p. 99, versione curata dal Visconti), in proposito scriveva che: “Vi erano anche le abbazie basiliane di cui abbiamo già parlato: a Camerota quella di S. Cono, di cui si fa cenno nella bolla del pontefice Innocenzo VI, emanata ad Avignone il 12 ottobre 1354 nel secondo anno del suo pontificato, e che fu unita al seminario diocesano; e quella di S. Giovanni a Piro ecc….”. Secondo il Laudisio (…)(si veda la versione del Visconti), papa Innocenzo VI, nella sua bolla del 12 ottobre 1354, emessa il secondo anno del suo pontificato che iniziò nel 1352, si citava il monastero di S. Cono di Camerota. Innocenzo VI, è stato il 199º papa della chiesa cattolica dal 1352 alla morte (all’epoca della cattività avignonese). La stessa notizia la riporta Gaetano Porfirio (…) che, a p. 539, in proposito scriveva pure che: “…..non che le già menzionate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima dipoi divenne di patronato e collazione regia. Nè men degna è di ricordanza è quella benedettina di S. Pietro di Licosato, da papa Pio IV unita alla basilica vaticana; con giurisdizione ordinaria, quasi episcopale, e con proprio territorio (2).”. Il Porfirio (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Concil. Trident. Sess. 24, cap. 18, ‘de Reformat.”. Dunque, il Laudisio ed il Porfirio, dicevano che la Badia basiliana di S. Cono a Camerota, unitamente a quella di S. Giovanni a Piro, furono unite alla Basilica Liberiana da papa Innocenzo VI, nel 12 ottobre 1354. Per Basilica Liberiana si intende la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore” o “basilica Liberiana”. È la sola basilica di Roma ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana, sia pure arricchita da successive aggiunte. Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia. Ecc…”. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana.

Porfirio, p. 539 (in D'Avino)

(Fig…) Porfirio Gaetano (….), op. cit., p. 539

Dunque, il Porfirio (…), anche sulla scorta del Laudisio (…) scriveva che alcuni monasteri e Abbazie del Golfo di Policastro, nel 1354, con la bolla papale di Innocenzo VI emessa ad Avignone, questi monasteri tra cui quello di S. Giovanni a Piro venivano uniti alla “Basilica Liberiana. Cosa era la basilica Liberiana ?. La papale arcibasilica maggiore arcipretale liberiana di Santa Maria Maggiore, conosciuta semplicemente con il nome di “basilica di Santa Maria Maggiore” o “basilica Liberiana”. La notizia è interessantissima ma è strana in quanto vedremo in seguito che, nel 1354 il Monastero di San Giovanni a Piro insieme a quello di San Cono a Camerota vennero uniti alla Basilica Vaticana detta “Liberiana”. Il sacerdote Gaetano Porfirio ci parla di papa Innocenzo VI e di una sua bolla del 13 ottobre 1354. Secondo la notizia riferita dal Porfirio, con la bolla di Avignone del 12 ottobre 1354, papa Innocenzo VI univa alcuni monasteri italo-greci o di origine basiliana sorti sulla nostra terra alla ex “Basilica Liberiana” che, ai suoi tempi era la Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma. Il Porfirio scriveva che: “non chè le già mentovate badie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di S. Giovanni a Piro, le quali, abbenchè per una bolla di papa Innocenzo VI, data ad Avignone à 12 di ottobre 1354, venissero alla basilica Liberiana unite, pure quest’ultima di poi divenne di patronato e collazione regia…”. Dunque, il Porfirio scriveva che le Abbazie basiliane di S. Cono di Camerota e quella di San Giovanni a Piro venivano unite alla Basilica Liberiana. Il Porfirio scriveva pure che l’ultima ovvero l’Abbazia di San Giovanni a Piro in seguito diventò “patronato e collazione regia”. Innocenzo VI, nato Étienne Aubert è stato il 199º papa della Chiesa Cattolica dal 1352 alla morte (all’epoca della cattività avignonese), avvenuta il  Morì il 12 settembre 1362 e il suo successore fu papa Urbano V. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana.

Nel 1459, la lite tra Sigismondo di Sangro e Giacomo Morra

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”, p. 86, in proposito scriveva che: “Già all’epoca della signoria dei Morra i rapporti dei feudatari con i vassalli non risultarono sempre felici, come pure non mancarono controversie, giurisdizinali e di confini, con i feudatari vicini. Abbiamo ad esempio notizia di una controversia insorta nel 1459 tra Sigismondo de Sangro, barone di S. Sergio, e Giacomo Morra, barone di Sanseverino, a proposito di alcuni abitanti di S. Sergio che desideravano trasferirsi a Centola (20).”. Il Barra, a p. 86, nella nota (20) postillava che: “(20) “Atti del magnifico Gismondo de Sangro, possessore del casale di Sergio (sic), con lo magnifico Iacomo Morra, possessore della Terra di Sanseverino, e casale di Camerota, sopra la petizione di certi vassalli che habiano da rehabitare nel detto casale di Centola – 1459″ (ASN, Processi antichi della Sommaria, f 72, n. 5731).”.

Nel 1458, la visita apostolica di Atanasio Calceopulo (Chalkeopulos)

Gli Atti delle visite apostoliche di Attanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci).

Liber visitationis, ff...., S. Cono di Camerota.PNG

(Fig….) Codice Vaticano Latino n. 149, ‘Liber Visitationis’ (…), f. 135 r. e f. 136 v. (inedito), il Verbale della visita apostolica al monastero di S. Cono di Camerota.

Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominare Atanasio Calkeopilo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Riguardo i diari e i documeni provenienti dalla visita apostolica del Calkeopilo, può essere utile dare uno sguardo ai documenti raccolti da Pietro Menniti (…), nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (…). Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”.

Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), scriveva che a Camerota vi era l’Abbazia minore basiliana, l’Abbazia di S. Pietro che dipendeva dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata, di cui ci siamo occupati nel nostro saggio ivi pubblicato su “I possedimeni di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo”. Dipendeva attraverso un archimandrita direttamente da Roma per le cose ecclesiastiche e dal duca di Salerno e dal re per le cose civili. Silvano Borsari, nel suo ‘Monasteri bizantini dell’Italia meridionale Longobarda (sec. X e XI) (…), a p. 85-86, riferendosi alle biblioteche possedute dai tanti monasteri italo-greci del Mezzogiorno d’Italia, scriveva che:  “Gli inventari delle biblioteche cominciano a diventare numerosi con il XV secolo. Un gruppo compatto è contenuto nel ‘Liber visitationis’ dell’archimandrita Atanasio Calceopilo, dell’anno 1457 (36), in cui sono riportati gli inventari di tutte le biblioteche monastiche basiliane della Calabria, della Basilicata meridionale e del Cilento meridionale, esclusa quella di S. Maria del Patir, e delle quali quindi noi possiamo conoscere la consistenza in un’epoca anteriore alle grandi spoliazioni avvenute nel XVI secolo (37).”. Il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monasteri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominare Atanasio Calkeopilo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Riguardo i diari e i documeni provenienti dalla visita apostolica del Calkeopilo, può essere utile dare uno sguardo ai documenti raccolti da Pietro Menniti (…), nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (…). Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”. Il Breccia (…), sulla scorta del “resoconto” della visita apostolica del 1457 di Atanasio Calceopoulos, scrive che si può dedurre la condizione di abbandono di tantissimi monasteri basiliani dell’Italia meridionale. La visita della Commissione Apostolica ai Monasteri dell’Ordine di S. Basilio, ancora esistenti nel Mezzogiorno d’Italia, riveste un carattere di particolare rilievo ed importanza anche perchè grazie ad essa, subito dopo, molti monasteri furono Commendati, come ad esempio quello di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dove,  nel 1462, fu istituita la Commenda affidata al Cardinale Bessarione che a sua volta lo affidò in Commenda al grande umanista Teodoro Gaza, che la tenne fino alla morte, sopraggiunta nel 1475. Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di S. Cono di Camerota era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio. Secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 162-163, parlando dei “Monasteri e chiese ricettizie”, in proposito scriveva che: La commissione apostolica giunse al monastero di S. Cono, proveniente da Centola, il 20 marzo trovando nel cenobio soltanto il monaco Roberto, dell’Ordine degli eremiti di S. Agostino, il quale aveva acquistato i frutti del monastero per cinque anni dall’abate Giovanni, del vicino centro di San Severino “cum sua femina” (f. 135v);”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Gli Atti delle visite apostoliche di Atanasio, sono state pubblicate nel 1960 dai due studiosi Laurent e Guillou (…). Minisci (…), che nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, ci parla della visita apostolica di Atanasio Calkeopilo ad alcune Abbazie del nostro territorio. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124), anche se dalla relazione della visita di Chalkèopoulos (1457-1458) (125) il monastero di S. Cono risulta essere in uno stato di degradazione assoluta.. Il Campagna (…), a p. 264, nella sua nota (125), postillava che: “(125) Le “Liber Visitationis”, etc, pgg. 159-160 e 262.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…) che, a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, diceva che il Monastero di S. Cono di Camerota era detto: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro…. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;…”. Biagio Cappelli, a p……, nella sua nota (39), postillava che “(39) T. Minisci (…), p. 147…”. Il Cappelli (…), nella sua nota (39), si riferiva al monaco T. Minisci (…), ed al suo: ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’ e si riferiva a Pierre Batiffol (…), nel suo ‘L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane’. Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;..”. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’.

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(…) Minisci T., Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Attanasio)

L’Ebner (…), nella sua Economia e società nel Cilento medievale, a p. 496, su alcune notizie su Rofrano ed il suo Cenobio: ….nel 1458 dal visitatore apostolico dei monasteri basiliani, archimandrita, Atanasio Calceopilo, che visitò gli altri cenobi (S. Giovanni a Piro, S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano).”. Pietro Ebner (…), scriveva in proposito che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze. Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “Come si è detto, promossa dal Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, il pontefiche Callisto III (1455-1464) ordinò la visita ai monasteri italo-greci dell’Italia Meridionale (16) Il visitatore, archimandata Atanasio Calkeopoli, accompagnato dall’archimandata Macario e dal notaio Carlo Feadaci, iniziò le sante ‘Visitationes’ da Reggio (1 otobre 1457) concludendole piuttosto drammaticamente a Pattano il 5 aprile 1458. Proveniente dal monastero di S. Elia di Carbone (13 marzo 1458), la commissione apostolica giunse a Centola il 18 marzo. Ecc..”.

75 – LA VISITA APOSTOLICA AL MONASTERO DI S. CONO A CAMEROTA

Il Cappelli (…), sulla scorta del Minisci (….), dice che “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie,…Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Pairion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio;…”. Dunque, secondo il Cappelli (…) e il Minisci (…), la visita apostolica di Atanasio Calkeopilo, del 1458, interessò anche l’antico monastero basiliano di ‘S. Cono de Camero’ (v. Minisci). Teodoro Minisci (…), nel 1951, nel suo ‘Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV’, parlava della visita apostolica ordinata da papa Callisto III e, a p. 141, scriveva che “I) I monasteri visitati dal Calceopilo nel 1457 assommano a 73 nelle varie diocesi calabresi, (di cui 17 nella sola diocesi di Reggio), più di 3 nella Diocesi di Anglona-Tursi e due in quella di Policastro.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124), anche se dalla relazione della visita di Chalkèopoulos (1457-1458) (125) il monastero di S. Cono risulta essere in uno stato di degradazione assoluta.”. Il Campagna (…), a p. 264, nella sua nota (125), postillava che: “(125) Le “Liber Visitationis”, etc, pgg. 159-160 e 262.”. Dunque, il Campagna, ci fa notare che il Laurent e Guillou (…), parlano del monastero di S. Cono, a pp. 159-160 e a p. 262, nel loro testo dedicato a Le Liber Visitationis di Atanasio. Pietro Ebner (…), sulla scorta del Laudisio (…), segnalava che, nel 1458 in occasione della Visita apostolica dell’Archimandrita Atanasio Calcheopulos, il monastero di San Cono di Camerota era uno dei pochi monasteri italo-greci ancora esistenti sul nostro territorio. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, pubblicava il Verbale o resoconto redatto dalla Commissione, proveniente dalla visita effettuata al Monastero di SS. Elia di Carbone, giunse al monastero di S. Maria di Centola il 18 marzo 1458, il 20 marzo 1458, in occasione della visita apostolica al “Monasterium Sancti Coni de Camerota.” :

Ebner, vol. I, pp. 162.PNG

(Fig…) Verbale della ‘visitationis’ di Athanasio, trascritta e tratta da Ebner (…), vol. I, p. 162

“in quo invenimus bona introscripta: tetravangilon unum valde pulcrum et miniatum cum glosis circumquaque Grisostomi, quem assignavimus Matheo civi Camerote; in dono ecclesie: mineum septembris et octubris, item pars triodii, item profitico unum; item mitria cum crocea, frontale…”

Secondo il resoconto e il Verbale della Visita apostolica, la Commissione, visitò il Monastero di S. Cono a Camerota, il 20 marzo 1458. Il Minisci (…), continuando il suo racconto, scriveva a p. 147 che: “76. S. Cono di Camerota nella Diocesi di Anglona, mentre il 77. S. Giovanni a Piro e 78. S. Maria di Pactano (?), nella Diocesi di Policastro.”. In occasione della visita al Monastero di San Cono a Camerota, la Commissione apostolica, vi trovò solo un monaco, Roberto, appartenente all’ordine degli Eremitani.

indice, fine

(Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite apostoliche di Atanasio Calkeopilo ai Monasteri italo-greci della ‘Lucania’ della Diocesi di ‘Anglona’ (nn. 73-74-75) e, della Diocesi di Policastro (nn. 76-77).

L’abate di S. Cono di Camerota aveva lasciato il monastero e viveva cum sua femina nella vicina Sanseverino. Nonostante avesse retto l’abbazia da oltre vent’anni, non aveva fatto nulla per preservarne il patrimonio, anzi aveva contribuito in maniera determinante e depauperarlo, cedendone le rendite ad un frate agostiniano in cambio di un censo del tutto inadeguato. Intratteneva relazioni con diverse donne del posto, dalle quali aveva avuto anche numerosi figli. Dopo aver scacciato tutti i monaci dall’abbazia vi aveva convissuto a lungo con la sua concubina. Officiava raramente e aveva distrutto tutti i codici greci del cenobio. Era arrivato persino a ferire con il coltello due uomini e a farsi sorprendere in chiesa con una donna.

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 398-399 parlando della visita apostolica del 1458 e sulla scorta dei Verbali redatti dall’Archimandrita Atanasio Calkeopuolos, in occasione della visita, in proposito scriveva che: “; l’altro di S. Cono, del quale rimangono le rovine tra i monti di Camerota ed il mare di Palinuro, era in possesso di quattro codici compreso un Evangeliario che destò l’ammirazione dei visitatori.”.

Liber visitationis, ff...., S. Cono di Camerota

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “75 S. Coni de Cameroto” (di Camerota), tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 135 r. e f. 136 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

S. Coni de Cameroto, f. 135 r.

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “75 S. Coni de Cameroto” (di Camerota), tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 135 r., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN).

S. Cono, f. 136 v..PNG

(Fig…) Verbale della Visita Apostolica di Atanasio Calkeopilo al Monastero di “75 S. Coni de Cameroto” (di Camerota), tratto dal Le ‘Liber Visitationis’ (Ms. Lat. 149), f. 136 v., conservato nella Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (BSMN)

Nel 1532, Sigismondo de Sangro ed i casali di Molpa e Pisciotta

Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. III: “La fine dei Morra e la dissoluzione della Baronia di Sanseverino”. Barra, a p. 83 e s., in proposito scriveva che: “Diverse furono le vicende feudali della Molpa. Dopo vari passaggi di mano, Gianalfonso de Sangro vendè nel 1516 il feudo a Giannicola Origlia, per poi ritornare per ragioni ereditarie ai de Sangro, signori di Camerota (9). Sequestrato nel 1528, il feudo fu concesso a un dignitario fiammingo di Carlo V,  Stefano Croppen (10). Nel 1539 i de Sangro vendettero per 9600 ducati la Molpa e Pisciotta al nobile italo-spagnolo Ferrante Bisbal, il quale aveva effettuato l’acquisto per conto di suo nipote Antonio Caracciolo.”. Il Barra, a p. 83, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. ‘L’Historia dell’Illustrissima Famiglia Di Sangro scritta dal Signor Filippo Campanile’, nella Stamperia di Tarquinio Longo, Napoli 1615, pp. 66-67.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di Centola, a p. 713, in proposito scriveva che: “Nell’anno 1532 il re investì Sigismondo di Sangro, per la morte del padre Alfonso, dei suddetti casali, con tutti i loro diritti, giurisdizioni, mero e misto imperio e cognizione delle prime cause. Il compilatore dei Quinternioni (5) tenne a segnalare che i predetti casali vivevano “iure Langobardorum”. Nel ‘Cedolario’ Capizzo, Casaletto e Centola risultavano tassati per l’adoa a Ippolita di Sangro (6).”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (5) postillava che: “(5) Quint. 4, f 268: ‘cum omnibus eorum iuribus, et iurisdictionibus, mero etc. cognitione primarum causarum et cum integro eorum statu in quibus vivitur iure Longobardorum”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (6) postillava che: “(6) Il Cedulare (f 50 e 16) Adohae taxatur Ippolita de Sangro pro Casaletto Capizzo et Centula.”. Ebner, a p. 713, vol. I, nella nota (7) postillava che: “(7) Quint., 30, f 248”.

Su un blog tratto dalla rete “Il castello di San Sergio”, leggiamo che: “La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Ecc…”.

Nel 1602, il monastero dei padri Cappuccini a Camerota

Costruito sulla collinetta del rione San Vito a Camerota, è un complesso monastico formato da trenta vani fra celle per i frati e ambienti come il refettorio e la sala, si sviluppa su due piani con quattro corridoi. Al centro è sito il piccolo chiostro con il pozzo. Al lato nord è annessa la chiesa. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 410 e ssg. ci parla di Camerota ed in proposito scriveva che: “Vi è un ragguardevole Monistero di Cappuccini con copiosa scelta libraria, e prima vi fu…….. Sul monastero dei Padri Cappuccini a Camerota ha scritto il sacerdote Gaetano Porfirio (…), nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 539, in proposito scriveva che: “…pure la Diocesi di Policastro conserva tuttavia cinque monasteri, cioè tre dè Cappuccini di Lagonegro, in Lauria, in Camerota, e due di minori osservanti in Rivello e Battaglia, ecc…”. Il Porfirio però a p. 539 parlando della Diocesi di Policastro e dei monasteri italo-greci rimasti nella sua nota (1) colonna destra postillava che: “(1) Ex Bull. XII, Kalend, ful. anno 1564”. Il Porfirio si riferisce all’ex Bullarium della Santa Sede Apostolica Vaticana. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: “….Fu costruito, con l’annessa chiesa di S. Francesco d’Assisi nel 1602, e contribuì, come si legge dall’epigrafe che qui sotto riportiamo, con proprio danaro, alle spese della fondazione, il marchese Orazio, effigiato, assieme alla moglie Lucrezia Capece Bozzuto Carafa, in un quadro del pittore Ippolito Borghese, datato 1619, e posto alle spalle dell’altare maggiore…..In detto convento v’era, dice l’Antonini, una ricca e scelta libreria, dispersa nell’epoca francese. Allontanati i monaci in detta epoca, vi ritornarono sotto i Borboni.”. Dunque, l’ex monastero dei Cappuccini è stata la sede del Municipio di Camerota. Secondo Onofrio Pasanisi, il monastero di padri Cappuccini fu costruito a Camerota nel 1602. Ad esso fu annessa la chiesa di S. Francesco d’Assisi. Sempre secondo il Pasanisi, nel 1602, contribuì alla sua fondazione il Marchese Orazio Marchese che resta effigiato insieme a sua moglie Lucrezia Capece Bozzuto Carafa, in un dipinto del 1619 del pittore Ippolito Borghese, posto alle spalle dell’altare maggiore della chiesa di S. Francesco d’Assisi. Le coronache ci parlano del 1602. Annesso al convento dei padri Cappuccini vi era l’ospedale. E’ proprio la presenza dell’ospedale che ci fa ritenere che l’origine del luogo sia molto più antico e che questo luogo risalga in origine al XII secolo. Sul monastero dei padri Cappuccini a Camerota, da un blog sulla rete apprendiamo che: “Il feudatario di Camerota, Orazio Marchese e la moglie, donna Lucrezia Capece Bozzuto Carafa, contribuiscono alla fondazione, nel 1602, del convento e della chiesa di San Francesco d’ Assisi. La prima comunità cappuccina, che, piantata la croce di legno nel sagrato, prende possesso religioso del luogo, è formata dai padri: Sisto da Bollita Nova Siri, frate guardiano, Michele da Vallo della Lucania, Daniele da Spinosa, Francesco da Massa, Ippolito da Licusati. E da tre frati cercatori, i quali chiedono l’elemosina due volte a settimana. La biblioteca ricca di pregevoli volumi, donati, per testamento, da mons. Giacinto Camillo Materdei, vescovo di Policastro Bussentino, dal 1696 al 1705.”. Dunque, nel blog si elencano diversi monaci alcuni dei quali provenienti dalla vicina Licusati dove vi era l’antica Abbazia di S. Pietro. Sulla biblioteca ha scritto pure Orazio Campagna (….), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 267, in proposito scriveva che: “Avvenuta la soppressione dei monasteri, i libri della biblioteca di Camerota furono portati a Policasto, per essere custoditi in quel vescovado (136).”. Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(136) G. Cataldo, Notizie storiche, etc.,  op. cit.”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, inedito dattilografato in mio possesso, del 1973, in proposito scriveva che: “…………………..”. Angelo Gentile, in proposito scriveva che: “Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota.”. Dunque, secondo Angelo Gentile, nella “cappella di S. Vito a Camerota” vi doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Il monastero dei padri Cappuccini a Camerota doveva sorgere su di un “terrazzamento” posto non lontano ed al di sopra della “cappella di S. Vito”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. Il terrazzamento soprastante la ‘cappella di S. Vito’, in contrada S. Vito, dove nel 1602 fu eretto il Monastero dei padri Cappuccini a Camerota. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Nel 1818 la badia di S. Pietro di Licusati fu messa alla dipendenza del vescovo di Policastro. La metà dei beni passò al Comune di Camerota in seguito alla divisione dei demani.”. Concetta Restaino (….), in un suo saggio in “Visibile Latente- Il Patrimonio artistico dell’antica Diocesi di Policastro”, recentemente pubblicato per i tipi di Donzelli, a p. 76 e ssg. parlando del Polittico di Ippolito Borghese del 1619, commissionatogli da Orazio Marchese e la moglie, in proposito scriveva che: “Il Convento era stato fondato nel 1602 dai padri Sisto da Bollita di Nova Siri e Stefano di Camerota, provinciale dei cappuccini lucani, con l’aiuto finanziario dei feudatari Orazio Marchese e della moglie Donna Lucrezia Capece Bozzuto Carafa. Padre Stefano risulta fondatore anche di altri monasteri cappuccini, nonchè autore, nel 1599, di una relazione sullo stato dei conventi dell’intero ordine cappuccino, dalla quale risulta che esso contava nella provincia lucana ben 26 istituti, ecc…Una lapide, oggi posta davanti all’altare del Crocifisso, ricorda la fondazione del convento da parte dei feudatari nel 1602, i denari erogati per la costruzione dell’edificio e per l’esecuzione dell’ancona dell’altare maggiore, la successiva erezione di una cappella di famiglia nel 1715, ecc..”. La Restaino però, sebbene ci parli del Polittico del 1619 di Ippolito Borghese e dell’edificio costruito nel 1602, non dice nulla sul luogo dove questo Monastero e questa chiesa fu costruita nel 1602. La Restaino ci parla dei fondatori del luogo e dell’edificio. Si tratta dei due padri Cappuccini, Sisto da Bollita di Nova Siri e Stefano di Camerota. Il monastero dei Padri Cappuccini a Camerota, nel 1806 fu soppresso con il Decreto di Giuseppe Bonaparte – al tempo dell’assedio a Camerota da parte dei francesi – con decreti di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat (7 agosto 1809), fu riaperto nel 1818 per diretta richiesta – rivolta a re Ferdinando IV di Borbone – del sindaco pro-tempore di Camerota, Tommaso Cusati. Nel 1949, l’edificio fu occupato da un convento di monache francescane, che conducono ancora oggi una scuola materna e che, in seguito al terremoto dell’80 è stato oggetto di opere di consolidamento e di ristrutturazione condotte dalla Soprintendenza ai Beni Culturali di Salerno. Oggi, un’altra ala del convento è adibita ad Archivio Storico del Comune di Camerota. Nella chiesa vi era un polittico che fu restaurato con il contributo del Touring Club Italiano.

La ricca biblioteca del monastero dei Cappuccini a Camerota

Secondo le cronache del tempo e il blog consultato sulla rete, nell’ex monastero prima e poi convento delle monache francescane, vi è ancora conservata una “biblioteca ricca di pregevoli volumi, donati, per testamento, da mons. Giacinto Camillo Materdei, vescovo di Policastro Bussentino, dal 1696 al 1705.”. Il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (….), nel suo “La Lucania – Discorsi”, a p. 410 e ssg. ci parla di Camerota ed in proposito scriveva che: “Vi è un ragguardevole Monistero di Cappuccini con copiosa scelta libraria, ….”. Dunque, l’Antonini, nel 1745, nella sua prima edizione scriveva che a Camerota vi era un importante Monastero di Cappuccini, nel quale vi era una biblioteca ricca di libri. Sulla ricca biblioteca ha scritto anche Costantino Gatta (….), nel 1723, nel suo “Lucania illustrata”. Costantino Gatta (….), “Memorie storiche topografiche della Provincia di Lucania – opera postuma messa in luce dal figlio Giuseppe Gatta”, Napoli, 1743 parlando di “Marcelliana”, a p…… leggiamo che: “………………………..”. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie Topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, pubblicato nel 1743 per i tipi di Muzio a Napoli, parte III, cap. IV, a pp. 292-293, in proposito scriveva che: “Nel Monistero de’ Cappuccini, fabbricato in amenissimo sito, donde godonsi le vaghe prospettive del Mare, de’ Seni, e Promontorj, vi è una ricca Libreria, colma di dotti, ed eruditi Volumi, depositati quivi da vaj Letterati, spezialmente da Monsignor ‘Maradei’.”. Mons. Maradei fu uno dei Vescovi di Policastro.

Gatta, p. 292, sul monastero di Licusati

(Fig…) Gatta, op. cit., p…..

Giacinto Camillo Maradei (Laino, febbraio 1639 – Torre Orsaia, 2 settembre 1705) è stato un vescovo cattolico italiano, fu vescovo di Policastro. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 86 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “XLII. Giacinto Camillo Maradei, di Lavinio, nominato vescovo di Policastro nel 1696,…..Con un lascito testamentario donò la sua magnifica biblioteca al convento dei cappuccini di Camerota.”.Dunque, secondo il Laudisio la ricca biblioteca del monastero dei cappuccini a Camerota fu rimpinguata nel 1705 dal vescovo Maradei. Dunque, stando alle parole del Laudisio, ancora nel 1705, ai tempi di Maradei la ricca e antica biblioteca del “coenobio” dei cappuccini fu arricchita dalla biblioteca personale del Maradei.

Il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, nel 1975, a p. 174, scriveva in proposito che: “Nell’VIII secolo, ad ovest di Camerota, a circa due chilometri, esisteva un monastero dei Basiliani, dedicato a S. Cono (4).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 174, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Cessata la vita di quel Cenobio, i beni passarono al seminario di Policastro. Dopo l’abolizione della feudalità, nel decennio francese, metà di quei beni furono dati al Comune di Camerota che ne vantava gli usi civici. Con la soppressione, anche i Cappuccini dovettero sloggiare da Camerota e la ricca biblioteca, almeno quello che di essa era avanzato in seguito al saccheggio dei Francesi, fu portata al seminario di Policastro.”. Dunque, nel 1705, con lascito testamentario il Convento dei Cappuccini, di Camerota, arricchiva la sua bella biblioteca di dotti volumi.

La bolla di papa Pio IX

Giovanni Cappelletti (…), nel suo ‘Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, dove ci parla della Diocesi di Policastro. Il Cappelletti (…), a p. 362, scriveva che il papa Pio IX, spinto dalla lettera di Re Ferrante d’Aragona, formò la nuova Diocesi di Capaccio-Vallo, ed a Vallo, fissò il nuovo Episcopio del Vescovo. Camerota (“Camarotta”) e la sua chiesa, fu associata alla Diocesi di Capaccio-Vallo che fu assegnata al Vescovo di Diano.

Cappelletti, p. 362

(Fig…) Cappelletti (…), p. 362

Bernardino Rota, nella sua I ‘Metamorfosi’

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 580 parlando di Camerota, in proposito scriveva che: “Bernardino Rota (3) scrisse del luogo nel I delle sue ‘Metamorfosi’, immaginando che Camerota, amata da Palinuro non corrisposto, fosse stata mutata in scoglio da Venere.”. Ebner a p. 580, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Il poeta la dedicò al locale feudatario Placido di Sangro, ricordando anche l’assalto da parte dei corsari ai tempi di Carlo V. Cfr. Antonini, cit. I, p. 410. ‘Non dum forte parat scopulo, discedere, late obriguit? (….) voluit quoque, Cypris, ut alto / Aggere te paulum post temporis advena pubes / Cingeret, atque tuo dictam de nomine terram / Incoleret, populusque praedonibus esca.”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel cap. …, a p. 410, in proposito scriveva che: “‘Bernardino Rota’ innamorato di questo paese, ne fece la sua I Metamorfosi ‘Camerota’ intitololla, indirizzandola a Placido di Sangro, allora Signore del Luogo. La finse amata da Palinuro, e per poca corrispondenza al medesimo, cangiata da Venere in scoglio. ‘Nan dum forte parat scopulo, discedere, late Obriguit’, quindi abitata da sovragiunti forestieri…….volut quoque, Cypris, ut alto / Aggere te paulum post temporis advena pubes / Cingeret, atque tuo dictam de nomine terram / Incoleret, populusque praedonibus esca’; riguardando quest’ultime parole al danno fattovi da’ Corsari a tempo di Carlo V. che quantità di gente schiava ne portarono.”. L’Antonini, a p. 410, nella sua “La Lucania – Discorsi”, nel suo capitolo X parlando sempre di Centola, cita Bernardino Rota (…), che la citava spesso per i suoi vini. L’Antonini (…), postillava di Bernardino Rota (…), a proposito dell’altro luogo vicino la ‘Molpa’, che si chiamava Trivento: “Bernardino Rota, pratichissimo, ed innamorato di questi luoghi…..atque imo clamat Triventus ab antro.”. Antonini (…), scriveva che i vini di Centola erano citati da Andrea Baccio (…), nella sua “historia naturale vini, lib. 5″. Antonini (…), a p. 367, continuando il suo racconto sulla città di Molpa, scriveva che ne aveva parlato anche Bernardino Rota (…): “‘Bernardino Rota, nella sua I. Metamorfosi, scherzando chiamolla Molpis.”. Giovanni Ciociano (….), nel suo “Storie Camerotane”, a p. 15, in proposito scriveva che: “La ninfa Camerota rifiuta l’amore di Palinuro e Venere adirata la trasforma in sasso. Invenzione del letterato napoletano Bernardino Rota, che, nel “Metamorphoseon Liber”, filtra la dolente umanità del nocchiere virgiliano, attraverso il petrarchismo cinquecentesco dell’amante non rianimato. Orgoglioso don Placido de Sangro, il potente amico del Rota, dell’origine divina del suo feudo: Camerota eccc.”. Berardino (o Bernardino) Rota (Napoli, 1509 – Napoli, 26 dicembre 1574) è stato un poeta italiano. Nel 1543 sposò Porzia Capece; la coppia cinque figli maschi e due femmine. Porzia morì di parto nel 1559. Alla moglie dedicò alcuni i sonetti. Con la morte senza eredi dei fratelli maggiori divenne erede dei titoli nobiliari della famiglia. Negli ultimi anni soffriva di gotta. Fece un testamento nel novembre del 1574, in cui c’era un lascito per il Monte di pietà, da destinare ai poveri. Fu sepolto nella chiesa di San Domenico Maggiore. Bernardino Rota (….), nei suoi versi attinge da “leggende” del luogo ed anche in parte da eventi storici. Per esempio la leggenda di “Palinuro” nocchiero di Enea nel’“Eneide” di Virgilio. Le opere di Bernardino (Berardino) Rota, di nobile antica famiglia napoletana, fu cavaliere dell’Ordine di San Jacopo. Le opere poetiche di Bernardino Rota, che consistono in Epigrammi, Elegie, Selve, ovvero Metamorfosi, e Nenie, tutto in latino, ed in ‘Sonetti, Canzoni ed Egloghie Pescatorie’, in italiano, furono raccolte ed impresse a Venezia, pel Giolito, 1567 in 8° indi ristampate a Napoli, 1572, in 4°: edizioni entrambe rare, specialmente la seconda, ch’è bellissima, ma più completa di tutte è quella di Napoli, 1726, vol. 2° in 8°, con varie note di Scipione Ammirato. Nicolò Toppi (….), nel suo “Biblioteca etc…”, vol. III, a p……, in proposito scriveva che: “BERNARDINO ROTA, gentiluomo napoletano……: diede alla luce in Latino: ‘Carmina ab ipso edita. Elegiarum lib. 3. Epigrammatum liber. Sylvarum, seu Metamorphoseon liber. Nania, quae nuncupatur Portia Neap. apud Josephum Cacchium 1572, in 4.. Nella scelta delle Rime di diversi Signori Napolitani nel 1556, in Ven. in 8. etc…”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli, per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig. 1 (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

(…) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

(…) (Figg. 1) Tavola Sesta d’Europa che raffigura l”Italia, contenuta nel Codice “Urbinas Graecus 82” (Urb. gr. 82, è la pagina 71v e 72r), il più antico codice greco conosciuto della Geographia di Tolomeo (…). Questa carta è stata pubblicata da Almagià R., op. cit. (…), Tav. I., ne parla nel Capitolo Primo: “La cartografia dell’Italia anteriormente al secolo XV – 1- L’Italia nelle Carte tolemaiche dei più antichi codici”, p. 1-2-3. La carta in questione che è contenuta nel Codice Urbinate greco 82 (…). Codice Urbinate greco 82, il più antico codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana. La sua versione digitale è consultabile sul sito: https://digi.vatlib.it/search?k_f=1&k_v=Urb.gr.82; si veda in proposito: Stornajolo C., Codices urbinates graeci Bibliothecae Vaticanae descripti, Romae 1895, p. 128-129, 331. Per questo codice si veda pure: Claudii Ptolemaei Geographiae codex Urbinas Graecus 82, phototypice depictus consilio et opera curatorum Bibliothecae Vaticanae (Codices e Vaticanis selecti, 19), 4 voll., Lyon-Leipzig 1932.

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888; Tip. Buona Stampa, 1888, Cimitile (Archivio Storico Attanasio).

(…) Il Cappelli (…), a p. 45, riguardo il monastero di S. Pietro di Camerota (di Licusati, dico io), parlando del viaggio e dell’arrivo nel nostro territorio di Nicola (S. Nilo) e, parlando del Cenobio basiliano di S. Nazario, scriveva in proposito che: “l’odierno villaggio di S. Nazario…, dopo essere stato il cenobio unito all’abbazia di S. Pietro di Camerota (38). E come nell’autunno del medioevo il villaggio è uno dei casali del castello di Cuccaro, feudo di uno dei rami della potente famiglia dei Sanseverino (39), ecc…”. Il Cappelli, nella sua nota (38), a p. 52, postillava che: “(38) V. per l’ultima affermazione P.M. Baumund, Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385.”Da ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79, apprendiamo che in un non precisato periodo, il duca di Camerota, di cui non si indica il nome, fa delle donazioni alla chiesa di Camerota e le dota di alcuni beni e dipendenze: “Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”. A p. 79, si riporta la foto della Grotta di San Biagio (ricavata in una grotta), sita ad est di Camerota; l’ingresso della chiesa chiuso con un cancello.”. Ebner (…), in proposito scriveva che: “Proprio alla Cappella del Presepe, Pio V, con la Bolla del 1564, aveva aggregata la badia di Licusati con le sue grancie: l’Abbazia di S. Nicola di Bosco (v.), di S. Giovanni di Camerota (v.), e di S. Cecilia e S. Nazario, con tutte le notevoli loro dipendenze.”. Ebner (…), scrivendo dell’aggregazione della Badia di S. Pietro di Licusati, ci dice che a Camerota, vi era anche S. Giovanni di Camerota, Grangia della Badia di S. Pietro di Licasati, che, con la bolla papale di Pio V, nel 1564, veniva annesso alla Cappella del Presepe. Pietro Ebner,  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 117-121, parlando di Licusati, scriveva che: Il Lubin segnala tra le abbazie di fondazione di monaci greci anche la badia di S. Pietro di Cusati (li Cusati, Licusati).”.

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(Figg….) Lubin (…), p. 117

Agostino Lubin (…), nel 1693, nel suo ‘Abbatiarum Italiae Brevis notitia’, sulla scorta dell’Ughelli (…), a p. 117 (vedi immagine), scriveva sull’Abbazia di S. Cono di Camerota: “versùs Occidentem, & miliario a Camerotta, versùs Boream; cum Abbatia vicina S. Petri de Camerota confundit Codex Taxar. D. Passionari, dicitque unitam mensae Capitolari Basilica Vaticanae.”. Dunque, il Lubin (…), scriveva che l’ “Abbatia di S. Petri de Licosato”, era sita ad occidente ed a un miglio da “Camerotta” (Camerota), unito alla mensa del Capitolo della Cappella Sistina. Del monastero di S. Pietro di Camerota o di Licusati, ho già parlato ivi in un altro mio saggio.

(…) Baumund P.M., Monasticon Praemonstratense, I, 1960, p. 385

(…) Lenormant Francois, La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant, Vol. I, Cosenza, ed. ‘Casa del Libro’, dott. Gustavo Brenner, 1961 (citato da Gay J., op. cit., a p. 270, si veda p. 308 (Archivio Storico Attanasio)

(….) Card. de Luca G.B., Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21; si tratta del testo: “Adnotationes ad Concilium Tridentinum”. Il Laudisio (…), ed il Porfirio, postillavano che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Si tratta del testo del cardinale Giovan Battista De Luca, nel suo ‘Adnotationes ad Concilium Tridentinum’, disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21. Nacque a Venosa nel 1614 discendente della nobile famiglia dei conti di Chieti: studiò a Salerno e all’Università di Napoli, dove si addottorò in legge; apprezzato giureconsulto e canonista, esercitò la pratica forense prima a Napoli e poi a Roma, dove abbracciò lo stato ecclesiastico e venne nominato da papa Innocenzo XI uditore del Sommo Pontefice e segretario dei Memoriali (1676). Una delle sue principali opere è stata ‘Adnotationes practicae ad S. Concilium Tridentinum’ (Colonia, 1684)

(…) (Fig…) Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Calkeopilo (Ms. Lat. 149) (…), indice dei ‘Verbali‘ delle visite ai Monasteri italo-greci visitati (Archivio Storico Attanasio). Il codice manoscritto originale (Ms. Lat. 149), si trova conservato presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata (la Biblioteca dell’Abbazia di S. Nilo a Grottaferrata). Recentemente, ho fatto richiesta della fotoriproduzione digitale del  Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos, conservato alla Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di S. Nilo a Grottaferrata e mi è stato inviato l’intero diario di viaggio scansito in pdf (file digitale), in bianco e nero:  “Egregio Prof. Francesco Attanasio, Le invio, come da accordi telefonici, la copia in pdf del manoscritto Lat. 149 (Le ‘Liber Visitationis’ di Atanasio Chalkeopoulos). Mi dispiace che le immagini siano in bianco e nero ma è l’unica forma di digitalizzazione in possesso della Biblioteca. Spero di essere stata utile alla sua ricerca e la saluto distintamente. Lorella Masciangioli Assistente Amministrativo Gestionale Biblioteca Statale del Monumento Nazionale di Grottaferrata”Nel 1457, Atanasio Chalkéopoulos, studioso di monaco greco vissuto in Italia sotto la protezione del cardinale Bessarione, che è stato nominato abate di Sainte-Marie-du-Patir (nei pressi di Rossano), è stato commissionato da Callisto III ispezionare sessanta diciotto monasteri basiliani in Calabria e Campania, che in qualche modo sono sopravvissuti l’antico rito greco, vestigia della presenza bizantina sostituito nel XI secolo dal dominio normanno. Così, quattro anni dopo la caduta di Costantinopoli – ■ da dove la sua famiglia ha avuto origine – Chalkéopoulos avrebbe dovuto fare il punto del monachesimo greco in Italia meridionale, la valutazione di un altro declino, che non poteva contenere qui, il assalto dei turchi, ma principalmente per la lontananza di Bisanzio e mento grignote- esercitata dal mezzo “latino” – ■ perché c’era molto sinistra del greco calabrese in queste dure e spesso analfabeti che ha composto la del numero di monasteri basiliani. Il nostro “visitatore” noi non comunicare i sentimenti che riusciva a liberarsi durante la sua missione, ma si stabilisce con coscienza obiettività 1 “stato” di quello che trova: beni mobili ed immobili, il reddito di ogni casa, caratteristiche morali e spirituali di hegumen e monaci (quando presenti); in ogni caso, prescrive le misure da adottare per correggere la situazione, o (più raramente) esorta i religiosi esaminati a perseverare nel modo giusto. Gli “atti” della visita sono conservati oggi nel manoscritto 816 del-Italiano Greco Abbazia di Grottaferrata, vicino a Roma, e questo volume fornisce un’edizione annotata davvero esemplare. Jean Bayet ci dice, in una prefazione suggestiva, il testo è stato segnalato per André Guillou, ora segretario della Scuola Francese di Roma, da padre Rev. M. -H. Laurent, Scriptor in Vaticano. Il signor Guillou ha assunto l’arduo compito di trascrivere il documento, ed è sufficiente dare un’occhiata alle tavole III e IV per avere un’idea delle difficoltà che ha spettacoli sublimi di umanità. Antigone non lo supera. Si potranno apprezzare al Signor Pierre Tisset così come Miss Lanhers per avere l’accesso facilitato a questo famoso processo e speriamo che la pubblicazione del processo di riabilitazione e di quelli dei volumi annunciati, che contiene l’annotazione di storia e traduzione, non aspettare troppo a lungo. Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominarlo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Pietro Ebner, nelle sue note (17) e (18), di p….., postillava a riguardo che: “(17) Ebner, Storia…, p. 447 sg. I verbali delle visite sono contenuti nel Codice Z D XII dell’Archivio dell’Abbazia greca di Grottaferrata.”. Biagio Cappelli (…), parlando della visita apostolica di Athanasio Calkeopilo, un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395, scriveva in proposito che: “Quasi una conclusione a quanto ho esposto nelle pagine precedenti può essere suggerita dallo studio di un importante testo apparso di recente. Si tratta del Codice I D. III. 12 della Badia greca di Grottaferrata esemplarmente pubblicato a cura del Padre M. H. Laurent e di A. Guillou (1). Dunque il Cappelli (…), scrive che le ‘Liber visitationis’ di Atanasio non si trova contenuto nel codice ‘Z D XII’ come scrive l’Ebner ma vuole che il codice fosse “I D. III. 12” conservato all’Abbazia italo-greca di Grottaferrata (vicino Tuscolo). La Treccani, riguardo la visita apostolica ai monasteri del Calkeopilo, scriveva che il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…).

(…) M.H. Laurent – A. Guillou, Le , ‘Liber visitationis’ d’Athanase Chalkéopoulos. Contribution a l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Studi e testi 206, Città del Vaticano 1960; si veda pure degli stessi autori: M.H. Laurent – G. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Matina, Byzantion 36 (1966) pp. 304-310. Edizione dal fondo greco Aldobrandini: A. G u i l l o u , Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), stà in ‘Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1’, Città del Vaticano 1967 (4 originali dal Vat. lat. 131>89)

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211. Pietro Ebner (…), nella sua nota (51), a p. 587, del vol. I, scriveva che la notizia tratta dal ‘Codice Taxarum’, stà in Hoberg (Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207. Il Batiffol (…), a p. 107, presentava la lista dei monasteri basiliani dell’Italia meridionale del XV secolo, citati nel ‘Liber Taxarum S.R.E.’. Il Batiffol scrive che detta lista è contenuta nel ‘Codice Vaticano Latino 9239′ che è quello a cui si è rifatto L’Hoberg (…), consultabile alla Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma.

(…) Hoberg …., Taxae episcopatus et abbatiarum pro servitiis communibus solvendis (…) ab. an. 1295 ad an. 1455, “Studi e Testi” n. 144, Città del Vaticano 1949, p. 207

(…) Mercati G., ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, stà in ‘Studi e Testi’ 68, ed. Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 1935, pag. 209 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Minisci T., Un importante documento per la storia dei monasteri basiliani in Calabria e delle loro biblioteche nel sec. XV, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, n. s. V (1951), p. 147 e s. (vedi per la visita apostolica di Atanasio Calceopilo) (Archivio Storico Attanasio).

(…) Anastasi Bibliotecarii, De Vitis Romanorum Pontificum a B. Petro Apostolo, ad Nicolaum I. Romae, Salvioni, M DCC XVIII in 4.

(…) Bernino Domenico, L’Historia di tutte l’Heresie descritta da Domenico Bernino, Roma, Stamperia Bernabò, 1719 (Archivio Storico Attanasio), si veda vol. II, secolo 8, pag. 399 (noi però abbiamo trovato il paragrafo che parla di Papa Paolo I, nel vol. II, secolo VIII, p. 191).

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

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(…) Borsari Silvano, Monasteri bizantini dell’Italia Meridionale Longobarda (sec. X e XI), stà in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane’, Napoli, 1950-1951, p. 2, 1 e 16; si veda pure: Borsari S., Il Monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale prenormanne, Napoli, Sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1963 (Archivio Storico Attanasio), si veda cap. II, pp. 69-70, nota (183), parla di un documento del 1065.

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(…) Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323 (Archivio Storico Attanasio).  Della visita apostolica di Atanasio Calceopulo (…), ne ha parlato anche Biagio Cappelli (…), un un suo pregevole studio ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’. Il Cappelli (…), nel suo paragrafo XIII, ‘I Basiliani sui confini Calabro-Lucani-Campani nel secolo XV’, a p. 395.

Batiffol,

(…) Batiffol Pierre, L’abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane, Paris 1891, pp. 40-41; stà anche in in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1951 (Archivio Storico Attanasio)

(…) De Montfaucon B., Paleographia graeca, Paris, 1708, si veda p. 431 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Attanasio)

Martire Domenico

(…) Martire Domenico, La Calabria Sacra e Profana, Cosenza, 1877, s. I, pp. 150 e s.

d'avino-porfirio

(…) Porfirio Gaetano, Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1848,  a p. 538

(…) Cirelli Filippo, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835

(…) Lubin Agostino, Abbatiarum Italiae Brevis notitia, Roma, 1693, si veda p. 97 sull’Abazia di S. Maria di Centula a Centola ecc…

(…) Troccoli C., Montesacro antichissimo santuario basiliano, ed. Laurenziana, Napoli, 1986 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Attanasio)

(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

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(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Attanasio)

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(…) De Rosa Gabriele, Vescovi popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174 (Archivio Storico Attanasio)

Di Luccia

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas, p. 3; Si veda pure in proposito: Cataldo G. (…) e Fariello A., L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, del dottore Pietro Marcellino Di Luccia, Sapri, ed. Tip. S. Francesco, 2017.

(…) Nel 1448, il Cardinale Bessarione propose alla S. Sede di nominare Atanasio Calkeopilo archimandrita di S. Maria del Patire (diocesi di Rossano) al posto del titolare che si era dimesso. Così Atanasio Chalceopulos divenne il 3 apr. 1448 superiore di uno dei più importanti monasteri basiliani di Calabria. Nel 1457 fu costretto ad abbandonare Roma e a recarsi in Calabria per un importante missione. Bessarione era stato designato, da lettere successive dei papi Niccolò V e Callisto III, cardinale protettore dei monaci basiliani ed incaricato di far visitare e ispezionare i monasteri dell’Ordine nell’Italia meridionale. Con l’occasione progettò una riforma radicale. A tale scopo aveva bisogno di esaminare sui posto la condizione di questi monasteri un tempo fiorenti ed allora decaduti. Probabilmente su sua raccomandazione Callisto III incaricò di questa missione il Calkeopilo con l’aiuto di Macario, archimandrita di S. Bartolomeo di Trigona: Essi dovevano visitare settantotto fra i più importanti monasteri della Calabria e della Campania. Il diario di questo viaggio è contenuto nel prezioso ‘Liber visitationis’, conservato nel manoscritto greco 816 di Grottaferrata e pubblicato nel 1960 con un ampio commento da M. H. Laurent e André Guillou (…). La visita apostolica durò sei mesi. I due religiosi passarono in Calabria l’inverno 1457-1458 e quindi si spostarono in Campania agli inizi della primavera. Il 30 marzo 1458 visitarono S. Maria di Pattano e la missione si concluse il 5 aprile, dopo di che ritornarono a Roma. Il ‘Liber visitationis’ del Calceopulos costituisce una fonte ricchissima di informazioni sullo stato religioso, morale, finanziario dei monasteri basiliani, come pure sui libri e sui manoscritti che risultavano conservati in quell’epoca. Riguardo la visita apostolica  ‘Liber visitationis’ di Athanase Chalkéopoulos, il cui resoconto contenuto in un codice latino, fu pubblicato nel 1960 da M.-H. L a u r e n t – A. Guillou (…). Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 118, scriveva che Naturalmente prima del 1458, quando per iniziativa del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine di S. Basilio, Callisto III, affidò all’archimandrita Atanasio Calkeopilo la “visitatio” dei 78 monasteri di rito greco (7 – Laurent e Guillou), ancora esistenti nel Mezzogiorno, tra cui solo quattro nel territorio in oggetto. E cioè i Cenobi di S. Giovanni a Piro, di S. Cono di Camerota, S. Maria di Centola e S. Maria di Pattano. Si rileva dal polittico del 1613, che la proprietà soggetta all’abate di S. Pietro di Licusati, era distribuitanei tenimenti di 16 villaggi tra il Busento e l’Alento ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 162 del vol. I, parlando di Centola, accenna alla visita pastorale di Atanasio e, scrive che: “Con la perdita dei verbali delle visite pastorali disposte da Onorio III (1221), Urbano V (1371) e Martino V (1439) sui locali monasteri di rito greco sono andate perdute molte notizie sui cenobi, sulle chiese e sui villaggi del territorio. Per fortuna ci è pervenuto il ‘Liber Visitationis’ (Codice Z Δ 12 di Grottaferrata (…)), riguardante i 78 monasteri italo-greci esistenti nel Mezzogiorno, orinata da papa Callisto III su proposta del Cardinale Bessarione, alto protettore dell’Ordine basiliano. La commissione apostolica presieduta dall’Archimandata Attanasio Calkeopilo,….”. Il Borsari (…), nelle sue note (36) e (37), postillava che: “(36) Le ‘Liber visitationes’ d’Athanase Chalkeopoulos (1457-1458), ed. M.H. Laurent – Guillou A. (Città del Vaticano, 1960: Studi e Testi, 206)” e la nota (37) dice che solo pochi monateri italo-greci avevano una ricca biblioteca. Della visita Apostolica del 1457, di Atanasio Calceopulo si sono occupati i due studiosi Laurent – Guillou (…), in ‘Liber Visitationis’, che ad esempio il Breccia (…), cita per un documento proveniente dall’Abazia di San Giovanni a Piro, oggi nel: “(68) 1. Vat. lat. 13118, pergamena n. 12 (bolla di Sisto IV, 1473). (69)” (vedi immagine da noi pubblicata) e, nelle sue note (68) e (69), postillava:  “Su questo monastero cfr. supra p. 22; cfr. anche L a u r e n t – Gu i l l o u, ‘Liber Visitationis’ (cit. n. 6) pp. 160-161 e 245-246.”. Si trattava di una missione rilevante, che il Calkeopulo compì con grande zelo ed efficacia. Riguardo i diari e i documeni provenienti dalla visita apostolica del Calkeopilo, può essere utile dare uno sguardo ai documenti raccolti da Pietro Menniti (…), nel suo ‘Bullarium Basilianum’ (…). Gastone Breccia (…), scriveva a pp. 23-24, di un suo pregevole studio che: “La lettura del ‘Bullarium Basilianum’ del Menniti (28) fornisce alcune altre indicazioni interessanti. I monasteri in esso citati sono infatti – oltre naturalmente a Grottaferrata e al SS. Salvatore di Messina – i seguenti: S. Maria di Carrà (4 bolle del 1219: habetur in bullario nostri archivii […] signata littera A e littera B); (29) S. Maria del Patir (bolla del 1198: habetur transcripta infasciculo bullarum nostri archivii romani C); S. Maria di Centula.”.

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Bernino Domenico, Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino, Roma, 1709

(…) Delahaye M., Synax Costantinopolitani della Vergine, (scrive Ebner a p. 587, vol. I) si veda col. 511, 5 marzo: “ten athesis ton aghiou marturos Cononoe tou Cypouron. Martire 4 marzo, col. 509: O aghios.”.

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie……, op. cit., p. 292-293.

Gay Jules, L'Italie_méridionale_et_l'empire_byzantin,

(…) Gay Jules, L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris, ed. Albert Fontemoing, 1904, vedi p. 524 sulla distruzione di Policastro e la traduzione a Nicotera. Successivamente tradotta in Italia, Firenze, 1917, ed. Libreria della Voce, p. 491 (citato da Ebner).

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(…) Gay Giulio, L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, ristampa e presentazione a cura di Antonio Ventura, ed. Capone, Lecce, 2011, p. 253  (Archivio Storico Attanasio); riguardo la diocesi di …………….., si veda dello stesso autore Gay I., Les Diocèses de Calabre à l’epoque byzantine, in «Revue d’Histoire et Littérature Religieuse», V (1900), p. 254.

(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio Attanasio)

(…) De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963

(…) Russo Francesco, Regesto Vaticano per la Calabria, Roma, 1974, si veda I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(…) (Fig….) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (16) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (…), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata “La Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine” (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (…), op. cit., oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, op. cit. (4), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (4), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Sul manoscritto di Mannelli, abbiamo pubblicato ivi lo studio: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli”, dove abbiamo pubblicato tutte le pagine del manoscritto originale conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, recentemente acquisiti nel nostro Archivio. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v. 

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(…) Beguinot Corrado, Il Cilento, problemi urbanistici, 

(…) Cilento Nicola, Le incursioni saraceniche in Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, …….; dello stesso autore si veda pure: ‘I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X’ – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.

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(…) Carucci Carlo, La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato, Storia diplomatica, Subiaco, ed. Tipografia dei Monasteri, 1934 XII (Archivio Storico Attanasio)

(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975, pp. 6-24 e, poi si veda p. 197 e s. (Archivio Attanasio)

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(…) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Camerota e i suoi casali sino ai giorni nostri’, ed. G. Caldo, Napoli, 1964, p. 7; dello stesso autore si veda pure: ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla R. Corte di Napoli nel secolo XVI, stà in “Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa”, Napoli, ITEA, 1926 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: I Capitoli concessi dal feudatario di Camerota nel periodo della rivoluzione detta di Masaniello’, stà in “Rassegna Storica Salernitana”, a. XII (1951), 1-4, pp. 93-108; dello stesso autore si veda pure: ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le Torri marittime della Molpa e Palinuro’, in “Archivio Storico per la provincia di Salerno”, IV, 1934 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

(…) Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Abbate Paolo, Cenobi italo-greci e paesi del Basso Cilento, ed. Palladio, Salerno, giugno 1999 (Archivio Attanasio)

(…) D’Auria A., L’omicidio di mons. Marchese dei feudatari di Camerota, stà in “Annali Cilentani”, a. XIII, n. 2, Luglio-Dicembre 2001, pp. 179-208 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’ ( a cura di A. La Greca, A. Capano, D. Chieffallo, G. Chirichiello), ed. Cento di Promozione Culturale per il Cilento, Acciaroli, 2013, p. 42 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Giovanelli Germano (Ieromano), ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (…), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Padre Germano Giovanelli G., Vita di S. Bartolomeo juniore, IV egumeno e cofondatore di Grottaferrata, ed. Badia Greca di Grottaferrata, Scuola Tip. Italo-Orientale ‘S. Nilo’, Grottaferrata, 1962, no. 25 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955).

(…) Cardinale Sirleti (…), che pubblicò il codice Vaticano 2101, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana in Città del Vaticano a Roma. Il Sirleti (…), sulla scorta del Codice Vat. Lat. 2101, a p. 177 (vedi nota (51), di Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’.

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della Memoria, luoghi e leggende, ed. ‘Centro di Promozione Culturale per il Cilento’, Acciaroli, 2007, p. 234 (Archivio Attanasio)

(…) Gentile Angelo, Exursus storico, p. 109 (Archivio Attanasio)

(…) Cappelletti Giuseppe, Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, ed. Antonelli, 1866, vol. XX, pp…….

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

(…) Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal ‘Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. 

Nel ‘923 Attanasio, il monaco che rinvenne le sacre spoglie dell’apostolo San Matteo

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, che cerca di rimettere insieme le tante sparse e frammentarie fonti e notizie scritte che nel tempo dai diversi studiosi che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare intorno alla notizia del monaco Attanasio, figlio di Pelagia di Velia, che recupera i poveri resti del corpo martirizzato di San Matteo. Le sacre spoglie dell’Apostolo Matteo, ritrovate in epoca Longobarda, furono portate il 6 maggio 954 a Salerno, dove sono attualmente conservate nella cripta della cattedrale, ma ancora ad oggi non si conosce il punto in cui essi vengono conservate. Matteo apostolo ed evangelista (Cafarnao, 4/2 a. C. – Etiopia, 24 gennaio 70) fu, secondo i Vangeli, uno dei dodici apostoli di Gesù e, secondo la tradizione, l’autore del Vangelo secondo Matteo.

INCIPIT

Nel ‘923 o 954 ? , il monaco ATTANASIO e sua madre PELAGIA

Sulla figura del monaco Attanasio e della madre Pelagia si è indagato poco e poco si conosce. Da Wikipedia leggiamo che Le sue reliquie sarebbero giunte a Velia, in Lucania, intorno al V secolo, dove rimasero sepolte per circa quattro secoli. Il corpo del Santo era stato rinvenuto dal monaco Atanasio nei pressi di una fonte termale dell’antica città di Parmenide. Le spoglie furono portate dallo stesso Atanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino. Il modesto edificio dalla semplice facciata a capanna presenta, alla destra dell’altare, l’arcosolio, dove secondo tradizione furono depositate le sacre reliquie del Santo. Un’iscrizione latina piuttosto tarda (XVIII sec.), incastonata sul lato corto dell’arcosolio, ricorda l’episodio della traslazione; successivamente le ossa furono portate presso il Santuario della Madonna del Granato in Capaccio-Paestum. Ritrovate in epoca longobarda, furono portate il 6 maggio 954 a Salerno, dove sono attualmente conservate nella cripta della cattedrale. Eppure è questo monaco che scoprì a Velia, nella, probabilmente essere la villa del generale Gavinio, le sacre spoglie nascoste dell’Apostolo ed Evangelista S. Matteo. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che:  “Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, etc…(109).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “S. Mattero ad duo flumina”, a p. 514, in proposito scriveva che: “….a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca. Etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 27, scriveva che: “Narra la tradizione che il santo, apparso in sogno a una pia donna (Pelagia, avesse indicato l’ubicazione precisa del suo sepolcro nell’antico abitato di Velia inducendola a chiedere al figliolo (Atanasio) di farne diligente ricerca. Quest’ultimo, nella speranza di laute ricompense, avrebbe tentato, salpando dal porto di Velia, di trasportare in Oriente le rinvenute preziose reliquie. ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, riferendo della notizia di Attanasio, monaco di Velia, che rinvenne in una chiesetta le sacre spoglie dell’Apostolo Matteo, riferiva anche la notizia, tramandata da una certa tradizione che il monaco Attanasio “Quest’ultimo, nella speranza di vendere i sacri resti con lauti guadagni, dopo il loro rinvenimento divisò, salpando dal porto di Velia, di trasportare in Oriente, e forse addirittura a Bisanzio, le preziose reliquie. Riuscito vano ogni suo tentativo – improvvisi marosi lo respingevano sempre a riva – “in ecclesia que non longe a cella illius sita erat sacratissimum abscondit thesaurum” (2).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicato ‘sancte dei genitricis virginis marie, etc…”. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso IV, a p. 206 parlando di Capaccio e della sua Cattedrale, in proposito scriveva che: “Dominando in Salerno il Principe Gisulfo, avvenne, che il Sant’Apostolo apparve in sogno a una Donna di nome Pelagia, alla quale disse: “Surge velox, filioque tuo Athanasio nunciato, ut Balneum etc…Ma Pelagia trascurato avendo di riferire la visione, l’apparve per la seconda volta in sogno la notte seguente, e gli ripeté le stesse cose; etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, parlando della narrazione del “Chronicon Salernitanum”, in proposito scriveva che: Nell’ambito di questa villa, alcuni “religiosi homines (….) ecclesiam statuerunt” per deporvi, in un “tumulum curricula quiescens”, l’evangelista mostrava la sua presenza ai fedeli con molti miracoli, come credo possa interpretarsi la frase “multarum ibi per dei gloriam peregit signa virtutem”. Persino con l’impedire ad Attanasio di trasferire altrove le sacre spoglie e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “I nomi di Pelagia e di Atanasio non sono per altra via giunti a noi. Ma la evidente grecità dei loro nomi e la loro vita monastica in romite “celle” prossime a chiese solitarie trovano bene la loro ambientazione in una zona dove nel secolo X e anche in seguito è documentata ampiamente l’esistenza non solo di nomi e toponimi greci ma anche di “celle” monastiche basiliane e di chiese rurali (21).”. Dunque, l’Acocella scrive che i nomi di “Pelagia” e di “Atanasio” (o Attanasio, come lo chiama Ebner), non sono documentati se non nel racconto della “Translatio”, ma essi appaiono solo nel ‘Chronicon Salernitanum’. Infatti, l’Acocella, a p. 22 aggiunge pure che: “Documentati invece sono l’esistenza e il nome, in quegli anni, di Giovanni “presul sancte sedis pestane” etc…”. Acocella (…), a p. 22, nella sua nota (21), postillava che: “(21) Cfr. ad esempio D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e ssg.; G. Racioppi, op. cit., II, p. 98, 99, n. 2; G. Senatore, La cappella di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento, Salerno, 1895, p. 9 e sgg. e 24; M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, 1904, p. 43 sgg.; C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti etc., Salerno, 1923, p. 177, sgg.”. Da Wikipedia leggiamo che il nome “Pelagia” rimanda ad alcune eroine del tempo Pelagia – moglie di Bonifacio e Flavio Ezio. Ricordiamo che Flavio Ezio è il generale dell’Imperatore Valentiniano III che mandò Gavinio con la sua flotta a combattere i Bretoni. Pelagia (429 – 451) fu la moglie dei due più importanti generali romani della sua epoca, Bonifacio ed Ezio. Il nome di Pelagia è citato solo dallo storico Marcellino Comes (s.a. 432). Proveniva da una nobile famiglia di origine barbarica, forse visigota. Cristiana ariana, si convertì al cattolicesimo prima del matrimonio con l’influente generale Bonifacio (avvenuto prima del 427/429; per Bonifacio si trattava delle seconde nozze), cui diede una figlia che fece, però, battezzare da un sacerdote ariano. Nel 432 era diventata molto ricca; in quell’anno le morì il marito, ferito nella vittoriosa battaglia contro il suo rivale Ezio. Marcellino narra che, sul letto di morte, Bonifacio fece promettere a Pelagia che si sarebbe risposata solo con Ezio, cosa che avvenne puntualmente. Dal secondo marito Pelagia ebbe un figlio, Gaudenzio, nato attorno al 440; per tutelarne le aspirazioni politiche e imperiali, Pelagia convinse il marito ad ostacolare il futuro imperatore Maggioriano. Era ancora in vita nel 451, a Roma; pregò assiduamente per il ritorno del marito dalla campagna gallica contro Attila. Parlando di Pelagia e del monaco Attanasio, dobbiamo ricollegarci al periodo storico precedente ed all’enorme afflusso di monaci provenienti dall’Oriente che si trasferirono presso quello che poi in seguito diventò il Principato Longobardo di Salerno. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49, in proposito scriveva che: “La “Translatio” vi rappresenta una vecchia donna santimoniale, Pelagia, che insieme al figlio Atanasio “monacus” cioè monaco selvaggio, vive in un “habitaculum”, greci entrambi come il nome dimostra.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49, riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: La “Translatio” non dice a quale distanza dal luogo del ritrovamento fosse l'”habitaculum” ove il monaco Attanasio viveva con la madre, ed ove egli trasportò a spalle la reliquia: ma dice una “cella” di lui, non si comprende bene se lo steso “habitaculum” ovvero, come parrebbe, un altro abituro, si trovava “non longe” dalla chiesa ove egli depose la reliquia stessa, dopo che per la secolda volta era stato respinto a terra nel vano tentativo di portarla per via mare, partendo da quel porto, cioè dal porto velino nell’estuario dell’Alento.”. Dunque, l’Atenolfi, dice che l’autore del cronicon sulla “Translatio” non dice a quale distanza dal luogo del ritrovamento fosse l'”habitaculum” ove il monaco Attanasio viveva con la madre”. L’autore apocrifo della ‘Traslatio’, l’autore del Chronicon Salernitanum, così scriveva del prodigio e della madre di Attanasio (Athanasio) (v. Acocella (…), p. 21): “In Lucania, ad una vecchia donna dedicata al servizio divino, ecc..”. Dice che Pelagia, era una pia donna dedicata al servizio di Dio, dunque una donna di chiesa e poi su suo figlio Attanasio, scriveva che: “E la nasconde in una chiesa presso la “cella” dov’egli dimora.”. Dunque, lo stesso Attanasio, figlio di Pelagia, era uomo di Chiesa. Io credo che Attanasio, fosse un monaco bizantino, o italo-greco, arrivato in Italia e a Velia, come tanti dall’Oriente. Si potrebbe opinare che la storia del sogno fatto da sua madre Pelagia, fosse non vera e che servisse a giustificare il fortuito ritrovamento delle sacre spoglie, ma io credo che essendo Attanasio, uno dei tanti monaci italo-greci, forse un egumeno di un monastero bizantino, volesse proteggere le sacre spoglie di Matteo dalle continue ingerenze dell’Abbazia benedettina di Cava che in quegli anni, iniziò l’opera baronale di accentramento fondiario che portò alla quasi distruzione di gran parte dei Monasteri italo-greci presenti nel basso Cilento. Oltre al discorso che il monaco Attanasio (sicuramente di origine greco-bizantina) abitasse in un remoto abituro o laura, bisogna considerare anche il periodo storico in cui si svolsero questi fatti, ovvero gli anni in cui avvenne il rinvenimento delle spoglie sacre di S. Matteo nella probabile villa di Gavinio a Velia, che furono trasportate (translatio) in una chiesetta “ad duo flumina” dal monaco Attansio, figlio di Pelagia. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 207 riferendosi al vescovo Pestano, Giovanni, in proposito scriveva che: Marcantonio Colonna Arcivescovo di Salerno, nella ‘Vita’, che compose di questo Santo Apostolo (quale confesso non aver letta) in Napoli stampata nell’anno 1580, presso il Volpe, Cap. 8 e ‘l Sig. Magnoni, pag. 37, dopo aver scritto, che…etc….e dopo tre giorni di cammino nel ritorno, ‘dum advesperasceret’, pernottò in una chiesa in ‘medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat’, e passato il fiume ‘Malta’ (che sarebbe l’Alento) finalmente il terzo giorno dopo che si era dalla residenza partito, giunse col suddetto Suddetto deposito ‘ad Castrum, cui Caputaquae nome erat, ubi summo cum honore ingreditur, universo sane Populo occurrente, et comitante, tum Ecclesiam Dei Genitrici dicatam, in qua et Episcopalis Cathedra constructa erat, ingrediuntur, ibique beatissimum Corpus honoreficentissime collocat, singuliste diebus, Divi Apostoli solennia festa celebrat.'”, che tradotto è: “….entrarono nel Castello, che si chiamava Caputaqua, dove entrò con sommo onore, incontrando ed accompagnando tutto il Popolo, e nella Chiesa dedicata a Dio Madre, nella quale era anche edificata la Cattedra Vescovile, e quivi collocò la Corpo santissimo, ogni giorno, nelle solennità del Divin Apostolo, celebra la festa nel modo più onorevolmente».”. Dunque, il Colonna scriveva che nel viaggio di ritorno da Velia, la traslazione delle sacre spoglie dell’Apostolo durò tre giorni. Attanasio, arrivò nel luogo “ad duo fulmina” dopo un viaggio di tre giorni. Dunque, il luogo dove viveva Attanasio e la madre Pelagia era distante da Velia, tre giorni di cammino. Ma dove si trovava il luogo dove probabilmente vi era la “cella” del monaco Attanasio ?. Il Di Stefano, proseguendo il suo racconto, del libro I, a p. 208 cita l’iscrizione che si trovava nella chiesa di S. Matteo “ad duo flumina”, e scrive: “…ove, fu il Sagro Corpo da Atanasio ritrovato presso la città di Velia, un miglio da Casalicchio lontana, ivi incisa allorchè quella chiesa fu riedificata, copia della quale nell’Archivio del monistero della Trinità della Cava, si conserva come attesta il sig. Magnone, che a carte 40 la trascrive, etc…”. Dunque, il Di Stefano, sulla scorta del Magnoni scriveva che il monaco Attanasio da Velia ritornò e depositò le spoglie del santo in una chiesa di Casalicchio, la chiesa del monastero di S. Matteo “ad duo flumina” vicino il casale di Casalicchio. Il Di Stefano, a p. 210 del libro I, sulla scorta del Magnoni, scrive pure della sosta a Rutino del vescovo pestano Giovanni che si mise in viaggio per il recupero della reliquia detenuta dal monaco Attanasio. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 63, in proposito scriveva che: “Monsignor Colonna scrisse che…..Poi dice, che pervenutane la notizia a Giovanni vescovo Pestano, questi per terra “itinere terrestre proficiscitur” unito col suo Clero va a trovarne l’inventore, ch’era un monaco, chiamato Atanagio, e dopo che gli ha fatto consumee tre giorni di cammino, facendolo anche al ritorno “dum advesperasceret” pernottare in una chiesa “in medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat”; avendo dovuto passare anche il fiume Malla (questo dove essere l’Alento), finalmente il terzo giorno, dopo che si era dalla sua residenza partito, giunse con il suddetto sacro deposito “ad Castrum cui Caput quae nomen erat”. Tutto e quanto detto riferisce mentovato Arcivescovo si verifica appuntino, giudicandosi l’invenzione della mentovata chiesa di S. Matteo “ad duo flumina” presso Casalicchio. E per convincerci esamineremo il filo delle di lui parole. Era questa chiesa “in Lucania finibus” …..E’ distante cotal luogo dalla residenza del vescovo circa venti miglia, e perciò dov’è il vescovo consuarvi tre giorni di viaggio, cioè uno nell’andare, e due al ritorno. Etc…”. Devo però precisare che, il Di Stefano, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara’, in proposito scriveva che: “L’Arcivescovo di Salerno Marcantonio Marsilio Colonna nella ‘Vita di S. Matteo Apostolo’, come scrive il nostro P. Peduto, riferisce che Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda vedova di Aralfo Principe di Benevento e sorella di Gisulfo Principe di Salerno, e forsi fu quel Monaco, che rattrovò il Corpo di esso glorioso Apostolo, del quale a lungo ho parlato nel lib. I Disc. IV.”. Il De Stefano, continuando il suo racconto scriveva pure: “Scella fu sorella di Gisulfo VII Principe di Salerno, vi fu Abate circa il 920, secondo il computo dell’Abate Troyli, tomo 3 lib. 6 C. 4 par. 1 e 2, o circa il 933 secondo il Volpe nella serie de’ Conti di Capaccio; ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo, dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto in detto Disc. IV, giacche ne fu poi del Principato spogliato da Roberto il Guiscardo suo Cognato nell’anno 1076, o nel seguente.”. Riguardo il “Peduto” citato dal Di Stefano, egli a p. 210, nel Libro I, in proposito scriveva che: “Il nostro P. Ludovico Peduto Acquario Minore Osservante San Francesco, nella sua ‘Selva di varie storie’ M.S. ect…”, ovvero il suo manoscritto intitolato “Selva di varie storie”. Dunque, il Di Stefano, scrivendo del casale di “Sanpietro”, non molto distante da casale di “Aquaro” (di cui al vol. I di Ebner) scriveva anche del monastero o abbazia benedettina di “S. Petri de Aquara”, ricorda che il manoscritto del monaco francescano Peduto dice che il cardinale Marsilio Colonna scriveva che al tempo della principessa Rotilde, sorella del principe di Salerno Gisulfo (I o II?) e vedova del principe di Benevento Aralfo, il monaco Attanasio doveva essere l’Abate dell’antico monastero. Il Di Stefano, nel libro III si chiede da dove il monaco Peduto abbia tratto le notizie per il suo interessante manoscritto. Sempre il Di Stefano, nel lib. III, a p. 210 cita Michele Zappulli.  Il Di Stefano scriveva e si chiedeva se la Principessa Rotilde “ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo”, dunque si tratta di Gisulfo II. Ma se si tratta di Gisulfo II egli non aveva una sorella chiamata Rotilde. Infatti, il Di Stefano aggiunge che: dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto in detto Disc. IV, giacche ne fu poi del Principato spogliato da Roberto il Guiscardo suo Cognato nell’anno 1076, o nel seguente.”. Dunque, il Di Stefano scriveva che il cardinale Colonna, parlando del monastero di S. Pietro di Aquara credeva che: Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda, etc..”. Il cardinale Marsilio Colonna ci parla del ritrovamento delle sacre spoglie portate in Lucania e del monaco “Athanasius” da p. 52 del suo “Vita di S. Matteo Apostolo”. Egli ci parla del monaco Attanasio, della madre Pelagia e del principe di Salerno Gisulfo II.

Nel ‘923 o 954 ? , ATTANASIO che alcuni pensavano essere un monaco benedettino del tipo sarabaita

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49, in proposito scriveva che: “La “Translatio” vi rappresenta una vecchia donna santimoniale, Pelagia, che insieme al figlio Atanasio “monacus” cioè monaco selvaggio, vive in un “habitaculum”, greci entrambi come il nome dimostra. Religiosi con voti monastici individuali esistevano, pare, già nel secolo IV°, “bini aut certe singuli sine pastore”, “nulla regula approbati”, “teterrinum genus” affermò San Benedetto che li chiama sarabaìti cioè i falsi apostoli (216).”. Dunque, l’Atenolfi, sulla scorta del racconto della “Translatio” nel Chronicon, ipotizzava che il monaco Attanasio appartenesse ad un tipo di monaco Benedettino chiamato “Sarabaìta”. Questi monaci furono da alcuni mal tollerati ed odiati. Nel “Viaggio della Regola di S. Benedetto”, un sito web sulla rete troviamo che i “sarabaiti” appartenevano alla “terza categoria di monaci, veramente detestabile: molli come piombo, perché non sono stati temprati come l’oro nel crogiolo dell’esperienza di una regola e, costoro conservano ancora le abitudini mondane, mentendo a Dio con la loro tonsura.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a pp. 48-49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: “Numerosa vi era la popolazione fra la quale spiccava l’elemento greco-italiota rifluito in epoche diverse, e specialmente nel sec. VIII° dai temi bizantini nella longobardia, e tuttavia esistente in nuclei etnici frequenti nel tardo secolo XI° (215).”. L’Atenolfi (….), nella nota (215), a p. 49, postillava che: “(215) cfr. Mazziotti op. cit. pp. 99 e segg., passim: “emigrazione cominciata nella prov. di Salerno dal tempo della spedizione di Narsete in Italia, si andò diffondendo nella nostra contrada al tempo della dominazione longobarda”. Sempre l’Atenolfi, a p. 49 aggiungeva: “La “Translatio” vi rappresenta una vecchia donna donna santimoniale, Pelagia, che insieme al figlio Atanasio “monacus” cioè monaco selvaggio, vive in un “habitaculum”, greci entrambi come il nome dimostra. Religiosi con voti monastici individuali esistevano, pare, già nel secolo IV°, “bini aut certe singuli sine pastore”, “nulla regula approbati”, “teterrinum genus” affermò San Benedetto che li chiama sarabaìti cioè i falsi apostoli (216).”. L’Atenolfi (….), nella nota (216), a p. 49, postillava che: “(216) Regula, cap. I.; cfr. Borgia “Mem. ist. ecc. di Benevento”, 1763, I.354 e segg.”. L’Atenolfi proseguendo il suo racconto dice che, questi monaci: “Costoro finirono per cadere nel massimo disprezzo, ma nella regione lucana ove numerosi essi provenivano dal clero italo-greco, si erano mantenuti a lungo sparsi in celle o riuniti in laure, le cui memorie tornano spesso nell’etimo di molte località della regione e di quelle circonvicine. Non lungi da “duo flumina” sussiste una contrada dei “Lauri”, ove esistè più tardi il monachesimo benedettino di San Zaccaria. Dal testo della “Translatio” sembra peraltro trasparire l’avversione longobarda per il greco Atanasio, accusato di occultamento della reliquia e di replicati tentativi di trafugamento di essa per consegnarla per bassi fini di lucro ai nemici ereditari dei longobardi salernitani, i bizantini e gli amalfitani. Sebbene, come pure si narra, proprio lui fosse stato per volontà divina lo strumento del ritrovamento della reliquia, egli appare trattato con sospetto se non con ostilità ed anche con ingiustizia, giacché, come vedremo, una reliquia minore dell’Evangelista, che gli era stata data ed egli aveva poi spontaneamente profferito per scaricare i demoni da un invasato, gli viene ingratamente ritolta.. Sulle laure e cenobi ce ne parla Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, dove a p. 98, in proposito scriveva: “V. Una grande influenza ebbe nelle provincie meridionali della penisola e fra le altre nella provincia di Salerno la venuta dei greci al comando pria di Belisario e poi di Narsete……Il potere dei greci in molte regioni del mezzogiorno d’Italia durò, come ben nota il Racioppi, da Belisario a Roberto il Guiscardo, cioè per circa 600 anni (1). E durante questo lungo periodo fu continuo il pellegrinaggio di monaci, che, per sfuggire le persecuzioni degli imperatori d’Oriente, vennero a stabilirsi nelle nostre provincie fondandovi monasteri. Affluirono principalmente nel secolo VIII quando Leone Isaurico imperatore d’Oriente, accettando la dottrina degli Iconoclasti, intraprese le più fiere persecuzioni contro i cristiani adoratori di immagini e di reliquie di santi. I monaci basiliani fuggirono in gran parte in Italia ed accolti dai papi e dagli abitanti si diffusero anche nelle provincie napoletane, nelle quali sorsero fino a 500 monasteri di quell’ordine (2).”. Il Mazziotti, a p. 99, scriveva: “Però, se i monasteri sorti nel Cilento appartennero indubbiamente all’ordine di S. Benedetto, non credo che possa escludersi un largo concorso nella nostra contrada di monaci greci e di profughi dall’oriente. Di ciò si hanno molti e sicuri indizii. I nomi dei paesi di Larino, di Laurana, di S. Zaccaria dei Lauri, che era nei dintorni di Casalvelino, traggono certamente la loro origine dalla parola ‘Laura’ che appartiene al greco bizantino (1). Chiamavansi così le celle dei monaci poste, per lo più in luoghi aspri e montuosi e separate l’una dall’altra, intorno ad una piccola e rustica chiesa, ove i monaci si radunavano soltanto per celebrare i divini misteri e per cantare le laudi ed i salmi (2).”.

Nel 446, l’oratorio cristiano nella villa della gens GAVINIO a VELIA

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A stare allo scritto paoliniano la reliquia dell’Evangelista sarebbe giunta in Lucania intorno o almeno non molto oltre il 446, cioè durante l’ultimo tormentato periodo, dell’impero di Valentiniano III° dominato dal terrore delle invasioni unniche e dal decadimento dello Stato e della società romana.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A starne allo scritto paoliniano….Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avvenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentato con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia. Secondo l’uso frequente della Chiesa antica, nella casa stessa venne eretto un oratorio, quello i cui resti vedremo particolareggiatamente descritti nella “Translatio” al momento del ritrovamento della reliquia in Velia. E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “. Dunque, l’Atenolfi, sulla scorta del racconto paoliniano ci dice che la reliquia di S. Matteo fu deposta da Gavinio a Velia, forse nella villa della sua gente e lì sorse, un oratorio, pratica comune per i primi cristiani a quei tempi. Scrive l’Atenolfi che, stando al racconto paoliniano le spoglie del santo arrivarono a Velia, in questo oratorio appositamente allestito, intorno all’anno 446. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “…..mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio. E precisamente quando Velia era ancora una via obbligata di transito per coloro che giugevano dall’Oriente e vi si parlava e si scriveva in greco, come documentano le epigrafi (54). Se poi dovesse risultare vero quanto supposto da Mario Napoli circa la trasformazione di un ambiente dell’attiguo complesso termale in un’aula per catecumeni, in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, etc…”. Ebner, a p. 28, nella nota (54) postillava che: “(54) P. Ebner, Nuove epigrafi di Velia, “PdP” 1966, fasc. 108-110, p. 336 sg. Id Id., Nuove iscrizioni di Velia, “PdP” 1970, fasc. 130-133, p. 262 sgg. Id. Id., Altre iscrizioni e monete di Velia, “PdP” 1978, fasc. 178 p. 61 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, etc…”. Ebner, a p. 27, scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Della chiesa cristiana risalente molto propabilmente al V sec. d.C., parlerò innanzi. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Pietro Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Sempre Ebner, a p. p. 27-28, scriveva pure che: “I caratteri più ignificati del predetto edificio sono stati evidenziati ancor meglio dalla successiva ricostruzione in pianta. La basilica era a navata unica e a forma rettangolare. Si presume che in fondo all’ampio catino absidale vi si innalzasse la cattedra del vescovo, affiancata a sinistra da sedili in pietra per i presbiteri, mentre i diaconi, come si sa, assistevano in piedi ai sacri riti. Davanti la cattedra si elevava l’altare che onorava i resti dell’evangelista, al cui nome fu dedicata la basilica come si soleva fare per consuetudine. Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia. Egli infatti così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”. Ebner, a p. 724, scriveva pure che: “Certo è che Velia era diocesi già nel 500 d.C., …….Del resto, una chiesa cattedrale fu sempre poi a Velia (verrà adibita a Museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo), su un’altra più antica, come tstimoniano due magnifici capitelli medievali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicato a divinità femminile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, ecc…”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA….Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″.

Nel 380 (Valentiniano II) e 445 (IV sec. d.C.), il decreto dell’Imperatore Valentiniano III

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 16, in proposito scriveva che: “Successivamente il decreto di Valentiniano (a. 445) ricompose sotto un’unica autorità, precisamente quella romana, tutta la Chiesa occidentale, con una ulteriore affermazione di prestigio della sede apostolica. Di ciò evidentemente si avvalsero i vescovi meridionali con punte a volte eccedenti gli ambiti spirituali delle loro diocesi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 28, in proposito scriveva che: “In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Da Wikipedia leggiamo che l’editto di Tessalonìca, conosciuto anche come Cunctos populos, venne emesso il 27 febbraio 380 dagli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II (quest’ultimo all’epoca aveva solo nove anni). Il decreto dichiara il cristianesimo secondo i canoni del credo niceno la religione ufficiale dell’impero, proibisce in primo luogo l’arianesimo e secondariamente anche i culti pagani. Per combattere l’eresia si esige da tutti i cristiani la confessione di fede conforme alle deliberazioni del concilio di Nicea. Il testo venne preparato dalla cancelleria di Teodosio I e successivamente venne incluso nel Codice teodosiano da Teodosio II. La nuova legge riconobbe alle due sedi episcopali di Roma e Alessandria d’Egitto il primato in materia di teologia. L’editto, pur proclamando il Cristianesimo religione di Stato dell’impero romano, non stabiliva alcuna direttiva specifica a proposito. Bisognerà attendere i cosiddetti decreti teodosiani, promulgati dallo stesso Teodosio I, che tra il 391-392 normarono l’attuazione pratica dell’editto di Tessalonica. Flavio Valentiniano (latino: Flavius Valentinianus), meglio conosciuto come Valentiniano II (Treviri, 371 – Vienne, 15 maggio 392) è stato un imperatore romano, dal 375 fino alla sua morte. Successivamente, l’imperatore Valentiniano III emanò (17 luglio 445) un editto che contribuì in maniera determinante all’affermazione dell’autorità e del primato della sede vescovile di Roma in Occidente. Questo editto, che non era valido nella parte orientale dell’Impero, riconosceva pienamente il primato giurisdizionale del papato, perché «Nulla deve essere fatto contro o senza l’autorità della Chiesa romana».

2- TRASLAZIONE DEI SACRI RESTI DELL’APOSTOLO

Nel ‘923 o 954 ? , il rinvenimento delle sacre spoglie di San Matteo martire, Apostolo di Gesù ed Evangelista

Uno degli episodi che la storiografia medievale ci ha tramandato, tra la storia e la leggenda, con una ricchezza di particolari e di significati religiosi e politici, è il rinvenimento delle reliquie di san Matteo apostolo ed evangelista, avvenuto nel 954 in una località della Lucania, che i racconti dell’epoca non specificano esattamente, ma che studi posteriori hanno permesso di identificare con l’antica Velia romana (prima deposizione) e nella località “ad duo flumina”, oggi Marina di Casal Velino (seconda deposizione). La traslazione proseguì – dopo una brevissima sosta a Rutino – verso Capaccio (terza deposizione), la sede vescovile che prese il posto dell’antica Paestum abbandonata e, infine, verso Salerno, dove il corpo dell’Apostolo trovò la sua definitiva collocazione nella Cripta del Duomo. Alcune reliquie minori, tuttavia, sono sparpagliate in varie località tra Roma, Benevento e il nostro Santuario sul Gargano. L’Apostolo Matteo, nel III secolo a.C., insieme alle sante Archelaa (Archelaide), Tecla e Susanna, subì il martirio. San Matteo, è venerato a Salerno a Casal Velino (SA) nella frazione Marina dove le spoglie dimorarono per circa 4 secoli presso l’odierna cappella di San Matteo “ad duo flumina”. A metà del quinto secolo, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. Qui il corpo San Matteo, a cura dei fedeli, fu custodito in un oratorio appositamente costruito, nella casa di un uomo molto autorevole, forse lo stesso Gavinio. Qui restò per lungo tempo, costantemente venerato. Passano quattrocento anni circa. Vandali, Goti, Bizantini, Saraceni, in ultimo i Longobardi devastano le nostre contrade. Distruggono a Velia quanto era sfuggito alla furia delle alluvioni, spargendovi morte e desolazione, e si perde perfino il ricordo della presenza delle sacre reliquie dell’Apostolo. Ma nell’anno 954 d.C. il San Matteo appare in sogno a Pelagia, madre del monaco Atanasio, di farne accurata ricerca. nell’antico abitato di Velia. Questi infatti andò e, come nel sogno, nei pressi di una terme riconobbe l’oratorio in rovina e, nascosto da un roveto, ritrovò l’altare. Estirpati spini e pruni e rimosso il marmo che copriva l’altare, apparve il vano ricoperto di mattonelle quadrate e, nel vano, il corpo dell’Apostolo. Allora Attanasio, reverente e commosso, con mani tremanti avvolse le sacre spoglie con molta riverenza e diligenza in un mondo lenzuolo e andò a consegnarlo alla madre. Il monaco però tentò per ben due volte di trasportare per via mare le rinvenute reliquie in Oriente, ma entrambe le volte il tentativo fallì. Improvvisi marosi lo ricacciarono sulla riva. Fu allora che Attanasio depose le reliquie in una chiesa non distante dalla sua cella: era la cappella che viene detta di S. Matteo, l’unica che da documenti risulti all’epoca esistente nella zona. Ma qui la reliquia non restò per molto tempo. Avuta notizia del miracoloso ritrovamento, Giovanni il vescovo di Paestum, si mette in cammino e si fa consegnare le reliquie. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a pp. 227-228, in proposito scriveva che: “Era dice l’Arcivescovo nel capo 6 della ‘Vita’ del Santo….Parole di Marsilio al Capo 7. poi chiaramente lo stesso dice cioè non sapere a quale luogo di Lucania, nè in qual chiesa fosse stato il corpo riposto, talchè per seicento anni di esso alcuna notizia non s’ebbe. Crede solamente che in qualche marittimo luogo l’avessero collocato; e dissipata, o uccisa la gente del paese per le frequentissime incursioni de’ barbari se ne fosse la memoria perduta fino all’anno ML, essendo Gisulfo Principe di Salerno, circa seiccento anni dopo, che da Bretagna fu trasportato. Allora, per volontà divina apparendo in sogno ad una donna per nome Pelagia, e nel tempo stesso al monaco Attanasio, figlio di questa, loro rivelò il luogo ove il suo Corpo era riposto; fu subito in casa della Pelagia fu portato, etc…”. Riguardo le fonti per la storia delle ossa sacre del martire S. Matteo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, riferendosi ai resti d’epoca romana di una villa e di una basilica paleocristiana a Velia, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, pp. 385-389: ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste (386, sgg.), ‘Sermo venerabili Paulini (385). Ma cfr. pure ‘Passio’ dello pseudo Abia (VI sec.) che tratta della predicazione di S. Matteo nell’Etiopia del primo sec. d.C. regione dell’Asia settentrionale lambita dal mar Nero. Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Pare difficile ammettere interpolazioni o manipolazioni dato che i codici vennero cercati e usati ai fini agiografici e liturgici dopo il trasferimento a Salerno.”. Dunque, l’Ebner scriveva in proposito e citava i sermoni di Paulino contenuti nel Codice Cassinese 101, come vedremo innanzi ed anche il ‘Sermo’ di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (fine IX secolo) che racconta che i resti dell’apostolo di Gesù, S. Matteo, furono portati dall’Etiopia in Bretagna e dalla Bretagna furono portate in Lucania, da Gavinio, nella sua villa d’epoca romana, dalla sua flotta di navi inviata in Bretagna dall’Imperatore Valentiniano III per sconfiggere i Bretoni che si erano ribellati. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori. Ma non bisogna prenderlo per storia”, scrive H. DELAHAYE (Les légendes hagiograph.’, Bruxelles 1927 (3), p. XIV sg.) prendendone probabilmente da S. Agostino che era incredulo a proposito di certi monaci che vendevano abusivamente “membra di martiri, ammesso che si tratti di martiri”. E’ da tener presente, comunque, che in ogni leggenda vi è sempre un fondo di verità. Va pure ricordato che l’episodio del monaco Atanasio che voleva trasportare le reliquie di S. Matteo a Bisanzio somiglia a ciò che i cittadini di Pavia avevano tentato di fare con le reliquie di S. Appiano (IX secolo) etc…”. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono rirovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Tuttavia, riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954. 

Nel 352 (IV sec. d.C.), o 370, o 390 ?, GAVINIO (GAVINUS), Praefectus classis dell’Imperatore Valentiniano III

Da Wikipedia leggiamo che a metà del quinto secolo, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti. Qui il corpo San Matteo, a cura dei fedeli, fu custodito in un oratorio appositamente costruito, nella casa di un uomo molto autorevole, forse lo stesso Gavinio. Qui restò per lungo tempo, costantemente venerato. Passano quattrocento anni circa. Vandali, Goti, Bizantini, Saraceni, in ultimo i Longobardi devastano le nostre contrade. Distruggono a Velia quanto era sfuggito alla furia delle alluvioni, spargendovi morte e desolazione, e si perde perfino il ricordo della presenza delle sacre reliquie dell’Apostolo. Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet). Per ospitare le reliquie del santo, in questo luogo venne costruito un monastero. Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. In questo luogo rimasero per circa quattro secoli. Nella villa della famiglia Gavinio, fra Pestum e Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati, molti secoli dopo dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento. Da Wikipedia leggiamo che nel 370 d.C. un pestàno, Gavinio, vi portò il corpo dell’apostolo San Matteo. Sempre da Wikipedia leggiamo che per Praefectus classis (dal latino Classis = flotta) si intendeva il comandante in capo di una delle tante flotte dislocate nel Mediterraneo o nel Ponto Eusino o lungo i grandi fiumi europei, facente parte dell’esercito romano. Apparteneva all’ordine equestre e faceva parte delle prefetture romane. Il suo più stretto collaboratore, ed in casi particolari suo sostituto era il subpraefectus classis. Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet). Per ospitare le reliquie del santo, in questo luogo venne costruito un monastero. Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. In questo luogo rimasero per circa quattro secoli. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo. L’Atenolfi, a p. 43, in proposito scriveva che: “Un Gabinio, ci riferisce il “Sermo”, “praeerat navibus” il che non pare voglia dire che era specialmente il “praefectus classis”, ma soltanto che aveva il comando della spedizione, così come il centurione romano che appare poco più avanti nella narrazione, non era necessariamente un centurione “classarius”, cioè soltanto comandante con quel titolo di una delle navi (188). Forse anche per questo motivo non s’incontra il nome di Gabinio nelle pur numerevoli iscrizioni misenati o portuensi relative a gente di mare (189). Dall’altra parte è certa che la gente Gabinia, sebbene, come sembra, originaria del Lazio, era dirmata nella Campania e nella Lucania. Uno stabile “Gabinianum” si trova a Pompei (190) ed una moneta di Paestum con l’effige della Dea Mente Bona, recante sul verso l’epigrafe attribuita ad un Numerio Gavinio duumviro della città, è stata pubblicata (191). Anche questi elementi concorrono a confermare il carattere storico dello scritto paoliniano, che sebbene con le distorsioni ed alterazioni con cui fu adoperato, concorse a formare le fonti della tradizione brètone.”. L’Atenolfi, a p. 43, nella nota (189) postillava: “(189) cfr. Ermanno Ferrero “L’ordinamento delle armate romane”. L’Atenolfi, a p. 43, nella nota (190) postillava: “(190) cfr. Fiorelli “Descrizione di Pompei”, Napoli, 1875″. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentato con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia.”. Su Gavinio scrisse anche Giuseppe Antonini (…., nel suo “La Lucania – Discorsi”, edito nel 1745, ed in quella edita dal nipote, Mazzarella Farao, seconda edizione del 1795, sia nella Parte II che nell’altro testo che raccoglie la Parte III. L’Antonini, a p. 247, in proposito scriveva che: “Fra gli Uomini ragguardevoli, che in appresso ebbe Pesto, potrebbe riporsi (I) Gavinio, che trovandosi Generale dell’Imperador Valentiniano, ebbe la forte (seondo che ‘l volgo crede) di avere i Bretagna il corpo del glorioso S. Matteo, e trasportarlo in Lucania verso gli anni di Cristo CCCLXX.”. l’Antonini, a p. 247, nella nota (I) postillava: “(I) Trovasi nei bassi secoli memoria di questa famiglia Gavinia, poichè Reinesio nei Monumenti Cristiani nel CCCVIII. riporta la seguente D. GAVIN. VAL. SCOLASTICE. E. INNOCENTISSIME. Q. V. ANN. P. VAL. SCOLASTICVS. ET. GAVINIA. X. PARENTES FILIAE. DVLCISSIMAE. E la se fosse la stessa, che la Gabinia (siccome io credo essendo frequente la mutazione in B. in V. e dell’V in B) mille volte nella Storia Romana, in Cicerone, ed in altri autori Uomini di questa antichissima Famiglia si fa menzione.”. L’Antonini, a p. 248, in proposito scriveva: “La sciocca volgar gente crede, che in Pesto fosse stato trovato il corpo dell’Apostolo S. Matteo, dove Gavinio il condusse di Bretagna, come s’è detto. Accreditò questa voce l’Arcivescovo Marsilio Colonna, che scrisse della traslazione di quella in Salerno.”. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a p. 226, in proposito scriveva che: “Era (dice l’Arcivescovo nel capo 6 della ‘Vita’ del Santo) Re di Brettagna (dove da Etiopia era stato trasportato il corpo di S. Matteo) Salomone (I), il quale aveva in moglie la figlia di Flavio Patrizio. Ed essendo stato da proprj Vassalli ucciso, Flavio, che per la propria dignità e per l’amicizia con l’Imperador Valentiniano assai potente era, lo spinse a pigliarne vendetta. Ordinato dunque pr l’Imperial volere numerosa armata da Puglia, Calabria, e Lucania, e dall’altre marittime città d’Italia, tosto carica di bravi soldati, sotto fedeli sperimentati Capitani (fra quali era Gavinio) in Brettagna mandolla. Etc…”. L’Antonini continua il racconto che fa l’Arcivescovo di Salerno, Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, ….(14).“. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna, etc..”. Dunque, il Di Ruocco, ci informa che nel testo dell’arcivescovo Marsilio Colonna, Gavinus è detto “Prefetto dei Bruzi di Bretagna”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “….Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna …(15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 65, in proposito scriveva che: Conservavasi nel rispettabile Archivio della SS. Trinità dela Cava la seguente manoscritta notizia: “In territorio Cilenti etc….ex seguenti Epigraphi marmoreo in mausoleo sculpta legitur: ‘Divus Apostolus et Aevangelista Matthaeus in Ethiopia praedicans, jussu Hirtai Tyranni Regis martyr exstitit, et montibus in parte sepultus Gavinus Eques Lucanus, Veliae Civis, Valentini Imperatoris militiae Praefectus Generalis, etc…”, che tradotto è: “…e di Gavino Eques Lucanus, cittadino di Velia, comandante in capo delle milizie dell’imperatore Valentino, che fu deposto nel versante dei monti, già conquistato dalla Britannia, trasferì qui il corpo del grande apostolo Matteo nell’anno del signore 352.”. Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Il Magnoni, a p. 66 prosegue: “Il solo Michele Zappulli pensò prima, che questo sacro deposito fusse stato trovato in Pesto, ove lo volle trasportato da Bretagna dallo stesso Gavinio, che ej fece Cavalier Pestano. Non vi è dubbio che fuvvi in Pesto questa famiglia Gavinia, e che onorati posti occupò. Ho presso di me una bellissima monetuccia di Pesto colla effige della Dea Mente Bona, ed in essa dall’altra parte si legge l’epigrafe di ‘Nummerio Gavinio Duumviro’.”. Dunque, secondo il Magnoni, la famiglia Gavinia o la ‘gens’ Gavinia era originaria di Paestum. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “..traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (1), postillava che: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351); Cfr. pure Antonini, cit., p. 166., n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia nelle epigrafi, etc…”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Gavinio, comandante della spedizione (praefectis classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale?).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA…..Nel 370 Gavinio di Velia, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, ….(106). Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Dunque, il Cataldo, sulla scorta dell’Ebner, scriveva che nel 370 Gavinio di Velia, prefetto dell’Imperatore “Valentino” traslò le spoglie del Santo. Dunque, il Cataldo non scrive “al tempo dell’Imperatore Valentiniano III” ma scrive che Gavinio era prefetto dell’Imperatore “Valentino”. Il Cataldo scrive che solo in seguito, “…sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”, è il periodo a cui è ascrivibile la basilica paleocristiana rinvenuta in occasione degli scavi condotti dal Sestieri e di cui parla Ebner. Infatti, la basilica paleocristiana è postuma all’oratorio sito nella villa d’epoca romana di Gavinio, appartenuta alla sua gente, la gens Gavinia. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, Discorso IV, a p. 205, in proposito a Pelagia ed Attanasio scriveva che: “Per dilucidare alcuni dubj, che su’l’epoca dello scovrimento di detto Sacro Deposito insorgono, stimo necessario descrivere sommariamente la Storia di tale scovrimento, come lo leggiamo nelle antichissime ‘Lezioni dell’Offizio divino della vita del Santo’, che nella Cattedrale di Salerno si recita…..Liegi…somma venerazione fu da quel Re Salomone ricevuto, e drizzatogli un magnifico Tempio. Fu venerato in essa Città sino all’anno 370, quando essendo stata la Città da Gavinio Generale dell’Imp. Valentiniano destrutta, per aver i suoi Cittadini ammazzato detto Re, ripigliò egli il Gavinio detto Sacro Corpo, per rivelazione fattane dal sacerdote Emilio Britannico colà priggioniero, e ne caricò la sua Nave, la quale data alle vele, e giunta nel porto romano, nell’esserne precorsa la fama, mosso da invidia, il Prefetto di Cesare, si dispose ad invadere l’Armata navale di Gavinio, per togliergli quel Sagro Tesoro.”

Nel 62 a.C., AULO GAVINIO e la gens Gavinia a Pesto e a Velia

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Cicerone e i suoi tempi”, nel vol. II, nel cap. V, a p. 140, in proposito scriveva: “Cicerone attendeva agli studi, visitava i suoi poderi e scriveva agli amici, quali Trebazio, in Gallia, e Curione in Asia; ma sovra tutto s’interessava delle sorti di Milone, poste in giuoco nell’asprissima lotta elettorale per il consolato. Aveva Milone percorso regolarmente la carriera politica etc….Cicerone nonostante lo vedesse abbandonato da Pompeo, cui egli anche nell’interesse dell’amico aveva ceduto nella faccenda di Gabinio (5); etc…”. Il Ciaceri, a p. 141, nella nota (5) postillava: “(5) v. sopra a p. 133”. Infatti, il Ciaceri, a p. 133, in proposito scriveva: “Ma da parte di Cesare e di Pompeo, che avevano voluto l’impresa (inviando l’uno truppe a Gabinio (1) e provvedendolo l’altro di mezzi finanziari per il tramite di C. Rabirio)(2), etc…Il sentimento di odio del grande oratore verso Gabinio aveva di già tratto nuovo alimento etc…”. Il Ciaceri, a p. 133, nella nota (1) postillava: “(1) Caes. bell. civ. III 4, 4; 103, 5”. Ricordiamo che Gabinio ci collega con Velia e con Caio Testa Trebazio amico di Cicerone. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: (52) ….Naturalmente ve ne dovettero essere anche della gens Gavinia (v. PdP 1970, fasc. 130-133; p. 265).”. Riguardo la citazione di “PdP” si tratta della “La parola del Passato”. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 “. Ebner citava Antonini, ma Antonini, a p. 166 e 167 parla di Aulo Gabinio non parla del nostro Gavinio  o Gabinio delle’epoca di Valentiniano III. Infatti, Giuseppe Antonini (…), nel suo “Lucania -Discorsi”, a pp. 165-166, riferendosi all’Epistola LXXVI in Livio (….), in proposito scriveva che: “Parlasi ivi di Aulo Gabinio, il quale dopo aver presi molti luoghi della nostra Regione, fu nell’assedio de’ Lucani alloggiamenti ucciso: ‘Aulus Gabinius legatus, rebus adversum Lucanos prospere gestis, multis oppidis expugnatis, in obsidione castrorum hostilium cecidit’. Veggasi ora se da queste cose si debba dar fede a Strabone, che i Lucani fossero a nulla ridotti etc…”. Antonini ci parla di Aulo Gavinio o Gabinio. Antonini, sulla scorta di Tito Livio ci dice che Aulo Gavinio fu ucciso dai Lucani. Livio scriveva che: “Il legato Aulo Gabinio, dopo aver condotto con successo le operazioni contro i Lucani, dopo aver preso molte città, cadde nell’assedio dell’accampamento nemico”. Antonini, a p. 165, nella nota (2) postillava: “(2) ….Non abbiamo noi nei tempi susseguenti un Correttore, e quattro Consoli di questa stessa famiglia? Ciò è stato dimostrato bene a lungo nel ‘Discorso’ precedente, onde non occorre dirne altro. I Terenzi tutti, i Gabinj, .., un ramo de’ Catoni non furono essi Lucani, e non ebbero mille cariche nella Repubblica ?.”.

1- DEPOSIZIONE DEI SACRI RESTI DELL’APOSTOLO

Nel 352 (IV sec. d.C.), o 370, o 390 ?, GAVINIO (GAVINUS), Praefectus classis dell’Imperatore Valentiniano III ed il corpo di San Matteo martire, apostolo di Gesù

Il sacerdote Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, spostò dalla Bretagna a Paestum il Corpo dell’Apostolo S. Matteo, deponendolo in una Cappella, sita nel luogo detto “ad duo flumina” (14).“. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna, etc..”. Dunque, il Di Ruocco, ci informa che nel testo dell’arcivescovo Marsilio Colonna, Gavinus è detto “Prefetto dei Bruzi di Bretagna”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna – itinere terrestri proficiscitur – e poco dopo: ut credamus, in Ecclesia quapsiam regionis maritimae collocatur” (15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Infatti, il canonico Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 65, in proposito scriveva che: “Conservavasi nel rispettabile Archivio della SS. Trinità dela Cava la seguente manoscritta notizia: “In territorio Cilenti etc….ex seguenti Epigraphi marmoreo in mausoleo sculpta legitur: ‘Divus Apostolus et Aevangelista Matthaeus in Ethiopia praedicans, jussu Hirtai Tyranni Regis martyr exstitit, et montibus in parte sepultus Gavinus Eques Lucanus, Veliae Civis, Valentini Imperatoris militiae Praefectus Generalis, a Britannia jam expugnata, divi Mathei Apostoli corpus huc transtulit anno domini 352. Anno vero Christi Domini 412 a Barbaris invasis Lucanis, aliisqui Provinciis penitus dextructis, habitatoribus mortuis, et fugatis, ignotum hoc in loco Casalitii etc…”, che tradotto è: “Matteo, il grande apostolo ed evangelista, predicando in Etiopia, fu martirizzato per ordine del re tiranno Hirtai, e di Gavino Eques Lucanus, cittadino di Velia, comandante in capo delle milizie dell’imperatore Valentino, che fu deposto nel versante dei monti, già conquistato dalla Britannia, trasferì qui il corpo del grande apostolo Matteo nell’anno del signore 352. Ma nell’anno del signore di Cristo 412 i barbari invasero la Lucania ed altre Province furono completamente distrutte, gli abitanti morti, e scacciati, il corpo del divino Apostolo rimase sconosciuto in questo luogo di Casalicchio per seicento anni.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (1), postillava che: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351); Cfr. pure Antonini, cit., p. 166., n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, a p. 26, in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia nelle epigrafi, etc…”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), postillava che: “(52) Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britanniam” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia, p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (praefectis classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale?).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo opuscolo, inedito e dattiloscritto “Origini e diffusione del Cristianesimo nella Campania e nel Cilento”, nel 1986, nel capitolo “5) IL CRISTIANESIMO NEL CILENTO”, sulla scorta di Pietro Ebner, a p. 9, in proposito scriveva pure che: “4) – VELIA…..Nel 370 Gavinio di Velia, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, fece spostare dalla Bretagna a Paestum il corpo di S. Matteo, deponendolo in una cappella sita nel luogo detto “Ad duo flumina”, cioè ai due fiumi, l’Alento e il Palistro (106). Gli scavi recenti hanno messo in luce gli avanzi di una basilica paleocristiana eretta su un primitivo oratorio cristiano, risalente al sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”. Il Cataldo a p. 20, nella nota (106) postillava che: “(106) Ebner P., Nuove iscrizioni di Velia, in “La Parola del Passato”, 1970, XXV, pp. 262-265″. Il Cataldo a p. 20, nella nota (107) postillava che: “(107) Ebner, Storia di un feudo del Mezzogiorno, etc..”, pp. 18, 21 e 164″. Dunque, il Cataldo, sulla scorta dell’Ebner, scriveva che nel 370 Gavinio di Velia, prefetto dell’Imperatore “Valentino” traslò le spoglie del Santo. Dunque, il Cataldo non scrive “al tempo dell’Imperatore Valentiniano III” ma scrive che Gavinio era prefetto dell’Imperatore Valentino. Il Cataldo scrive che solo in seguito, “…sec. V, al tempo di Valentiniano III (419-455)(107).”, è il periodo a cui è ascrivibile la basilica paleocristiana rinvenuta in occasione degli scavi condotti dal Sestieri e di cui parla Ebner. Infatti, la basilica paleocristiana è postuma all’oratorio sito nella villa d’epoca romana di Gavinio, appartenuta alla sua gente, la gens Gavinia. Dunque, è corretto l’anno 352. Il Cataldo scrive ancora che:  “Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, il quale, rinvenute le reliquie, le nascose nella predetta chiesa sita “ai due fiumi” (108). Infatti, ritrovate le reliquie, fra le rovine di Paestum, dopo breve sosta a Capaccio, per volere di Gisulfo I nella Cattedrale di Salerno il 6 maggio 954 furono definitivamente collocate (109).”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (108) postillava che: “(108) Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, vol. II, pp. 514-515”. Il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a pp. 229-230, discorrendo sulle notizie tratte dal testo del Cardinale Colonna, in proposito scriveva che: “Questa storia che dall’Arcivescovo Marsilio,…..Primieramente gli anni di Valentiniano del IV secolo non s’accordano affatto col Salomone Re, o Duca di Brettagna, che fu nel cadere del IX. In oltre per relazione del Cronista di S. Matteo presso il Labbè nel tomo primo della Bibliot. sappiamo che nel 857 appunto al tempo di questo Salomone fu il corpo del Santo dall’Etiopia in Brettagna portato; sichè non v’era, nè vi poteva essere a tempo di Valentiniano. General opinione è stata, e forse ancor dura in Cilento, che il Corpo di S. Matteo fosse stato in Pesto ritrovato, dapoichè bruciata la Città nel CMXV da Saraceni di Agropoli etc…”. L’Antonini, nelle seguenti pagine discorre dei dubbi che egli ha sul periodo di arrivo a Pesto o a Velia delle sacre spoglie di S. Matteo, ovvero quando Gavinio, dalla Bretagna li trasportò in Lucania.

Nel V sec. d.C., (epoca di Valentiniano III 419-455 d.C.), GAVINIO traslò nella sua villa a Velia, i resti di S. Matteo

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo. L’Atenolfi, a p. 37, in proposito scriveva che: “Lo scritto paoliniano ci narra l’uccisione del “rex” Salomone nella cattedrale di Legio, negli anni di Valentino Cesare, essendo nelle Gallie il “patrizio Flavio”. Cesare di quel nome nel V° secolo non può essere che Valentiniano III°, che nato nel 419 tenne l’impero dal 425, prima nominalmente sotto la tutela della madre Galla Placidia, poi, forse dopo il 435, da solo fino al 455, anno della sua morte. Quanto a Flavio, è certo etc…Ora, non si comprende come chi ha preso a considerare la vicenda narrata da Paolino, non abbia portato, per quanto sembra, la propria attenzione sul maggior personaggio di quell’epoca che ebbe nome Flavio: su Flavio Ezio, ultimo difensore dell’impero d’Occidente e della romanità delle Gallie. Nondimeno è proprio nei fatti di Ezio che si avrebbe una conferma di quelli narrati nel “Sermo”.”. Da alcuni codici manoscritti leggiamo che Gavinio, traslò le sacre spoglie di S. Matteo nell’anno 352 (IV sec. d.C.), mentre in altri e con altri autori, questi fatti vengono fatti risalire al V secolo all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III che inviò il Prefetto Gavinio a sedare una rivolta in Bretagna. Se i fatti si riferiscono all’anno 352 non può trattarsi di una spedizione fatta all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III, il quale, Flavio Placido Valentiniano, meglio noto come Valentiniano III (in latino: Flavius Placidus Valentinianus; Ravenna, 2 luglio 419 – Roma, 16 marzo 455), è stato imperatore romano d’Occidente dal 425 alla sua morte. Come imperatore appartenente alla dinastia teodosiana e a quella valentiniana, Valentiniano III fu il simbolo dell’unità dell’impero, la figura attorno alla quale si coagula la lealtà dei sudditi; in realtà, però, il potere fu esercitato da Flavio Ezio, il magister militum (comandante in capo dell’esercito), al quale va ascritta la politica che tenne unito l’impero malgrado le forze centrifughe che lo sconquassavano. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “A stare allo scritto paoliniano la reliquia dell’Evangelista sarebbe giunta in Lucania intorno o almeno non molto oltre il 446, cioè durante l’ultimo tormentato periodo, dell’impero di Valentiniano III° dominato dal terrore delle invasioni unniche e dal decadimento dello Stato e della società romana.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: “Sia per queste circostanze, sia perchè la reliquia sottratta ad un altro popolo cristiano era stata oggetto, come narra Paolino, di un tentativo di trasferirla nella città di Roma, l’avvenimento sembra essersi svolto tacitamente né pare trovarsene traccia contemporanea…..E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “. Riguardo le fonti per la storia delle ossa sacre del martire S. Matteo, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, riferendosi ai resti d’epoca romana di una villa e di una basilica paleocristiana a Velia, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, pp. 385-389: ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste (386, sgg.), ‘Sermo venerabili Paulini (385). Ma cfr. pure ‘Passio’ dello pseudo Abia (VI sec.) che tratta della predicazione di S. Matteo nell’Etiopia del primo sec. d.C. regione dell’Asia settentrionale lambita dal mar Nero. Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Pare difficile ammettere interpolazioni o manipolazioni dato che i codici vennero cercati e usati ai fini agiografici e liturgici dopo il trasferimento a Salerno.”. Dunque, l’Ebner scriveva in proposito e citava i sermoni di Paulino contenuti nel Codice Cassinese, come vedremo innanzi ed anche il ‘Sermo’ di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (fine IX secolo) che racconta che i resti dell’apostolo di Gesù, S. Matteo, furono portati dall’Etiopia in Bretagna e dalla Bretagna furono portate in Lucania, da Gavinio, nella sua villa d’epoca romana, dalla sua flotta di navi inviata in Bretagna dall’Imperatore Valentiniano III per sconfiggere i Bretoni che si erano ribellati. Dunque, secondo il Codice Cassinese (…), 101, la traslazione delle ossa di S. Matteo, dalla Bretagna a Velia accadde all’epoca dell’Imperatore Valentiniano III. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi” e, riferendosi alla testimonianza tratta, questa volta dal “Chronicon salernitanum”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Però, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 514, in proposito scriveva che: “Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (‘praefectus classis’?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia.”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351). Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “S. Matteo ad duo flumina”, a p. 514, in proposito scriveva che: “Prima di dire dell’origine, dell’evoluzione e dell’abbandono del villaggio, forse è opportuno un cenno sulle fortunose vicende, non a tutti note, occorse ai sacri resti dell’apostolo Matteo anteriormente al noto loro rinvenimento. Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima traslate in Bretagna, erano state poi, a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi, traslate dal comandante della spedizione romana (‘praefectus classis’ ?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca. Etc…”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) La ‘gens’ Gabinia (Gavinia), originaria del Lazio, si era trasferita poi in Campania e Lucania (CIL, X, 351). Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Ebner, a p. 514, nella nota (2) postillava: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicata ‘sancte dei genitricis virginis marie’, di cui nel diploma di Gisulfo I (CDC, I, 179, novembre a. 950 – o 951 ? – , IX, Salerno), sita nella “hiscla”, nell’isola di terreni – la golena donata era estesa quattro miglia di lato e perciò comprendeva gli stessi ruderi di Velia – donata dal principe al suo confessore (“padri nostro”) Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto e probabilmente da lui ricostruita (nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) Cfr. pure Antonini, cit., p. 166, n. 2 e p. 167 “. Nella villa della famiglia Gavinio, a Velia, erano stati portati i sacri resti dell’apostolo Matteo, che furono ritrovati dal monaco Attanasio e da lui traslati in una chiesa che si trovava alla confluenza dei due fiumi Palistro e Alento.  Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia dal monaco Attanasio e poi traslati a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Ebner, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) Le reliquie dell’apostolo che dall’Oriente erano state portate “in Britanniam” (Bretagna), a seguito di una concatenazione di eventi prodigiosi (Ebner, Storia cit., p. 27 sgg.) vennero traslate da Gavinio, comandante della spedizione (‘praefectus classis?) romana contro i bretoni, “iterumque de Britanniam in Italiam” e in “Lucania partibus”, a Velia (sua città natale ?). La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi” e, riferendosi alla testimonianza tratta, questa volta dal “Chronicon salernitanum”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 27, vol. I, in proposito alla villa della gens Gavinia scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Della chiesa cristiana risalente molto propabilmente al V sec. d.C., parlerò innanzi. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Pietro Ebner, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, ….etc…una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 50, in proposito scriveva: “La piccola proprietà seguitava a scomparire mentre ingrandivano i latifondi, tendenza deprecata da Columella e da Plinio. Per quelli della Lucania, e più specificatamente di Velia, è notizia in Cicerone, Plutarco e Stazio (52).”. Ebner, a p. 50, nella nota (52) postillava: (52) ….Naturalmente ve ne dovettero essere anche della gens Gavinia (v. PdP 1970, fasc. 130-133; p. 265).”. Riguardo la citazione di “PdP” si tratta della “La parola del Passato”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 27, in proposito scriveva: “Le reliquie dell’evangelista, dall’Oriente dapprima portate in Bretagna, a seguito di una concatenazione di eventi pare fossero state traslate da Gavinio (70), comandante della spedizione (‘praefectus classic ?) romana contro i Bretoni, in Lucania e a Velia.”. Ebner, a p. 27, nella nota (70) postillava: “(70) E’ notizia di una gens Gabinia originaria del Lazio, sparsasi poi in Campania e Lucania (CIL, X 351). Cfr. G. Antonini, La Lucania, Napoli, 1795, p. 166 no. 2 e p. 167; v. pure P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66. Per Velia, v. PdP, XXV, 1970, p. 265, sulla grande lastra di marmo perlaceo ivi rinvenuta che ricorda questa famiglia.”. Della villa romana di Gavinio, ne parla meglio l’Ebner (…), del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 29, dove cita il passo dell’autore della ‘Traslatio’ (77), per averlo constatato di persona, che in “Lucania partibus”, e cioè nel territorio circostante la chiesa anzidetta. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) ….e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos’, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Dunque, secondo il Magnoni, la famiglia Gavinia o la ‘gens’ Gavinia era originaria di Paestum. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”.

Nel V sec. d.C., (epoca di Valentiniano III 419-455 d.C.), l’oratorio nella villa di Gavinio e la basilica paleocristiana a Velia, sepolcro dei resti di S. Matteo ritrovato dal monaco Attanasio 

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, in proposito scriveva che: “La narrazione è troppo interessante e circostanziata perché tralasci di trascrivere, sia pure in nota, i brani più significativi (5). Da essi si rileva che intorno al 978 era noto all’autore della ‘Translatio (6), per averlo certamente constatato di persona, che “in lucania partibus”, e cioè nell’omonimo gastaldato (nel Mille corrispondeva, più o meno, al territorio della diocesi pestana)(7) e propriamente “ut balneum quod in locis antiquitus extructum fuit” era, “ad sinistram partem” una “potentis viri domus”. Nell’ambito di questa villa, alcuni “religiosi homines (….) ecclesiam statuerunt” per deporvi, in un “tumulum curricula quiescens”, l’evangelista mostrava la sua presenza ai fedeli con molti miracoli, come credo possa interpretarsi la frase “multarum ibi per dei gloriam peregit signa virtutem”. Persino con l’impedire ad Attanasio di trasferire altrove le sacre spoglie e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, nella sua nota (5), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino: “(5) Cod. Casinensis 101, 386: ‘Cum gisulfus princeps salernitanum populorum regeret dicione prudentissima (….), etc…”:

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(Figg….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 515

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Circa il luogo esatto del ritrovamento, la “Translatio” non dice la direzione presa dal monaco Atanasio nella sua ricerca, ma la descrizione del rudere ove la reliquia viene scoperta è quella d’una grande villa romana, la “domus potentissimi viri” decorata di marmi e dotata d’una terma. Ora, i resti di una costruzione come quella non potevano trovarsi nella contrada se non fra le rovine di Velia, non alla periferia di essa ove era esistito qualche modesto “proàsteion”, sobborghi di artigiani e di marinai, ma proprio entro la cinta muraria ancora in gran parte intatta della città, che, come sappiamo, negli ultimi secoli dell’impero era diventata segnatamente un luogo di soggiorno e di svago. Il particolare del rivestimento interno “quadris contextus laterculis”, cioè di materiale laterizio, del loculo sotto l’altare dell’oratorio domestico ove si trovava la reliquia, si adatta perfettamente al sistema di costruzione tipico di Velia, la quale ebbe una fiorentissima industria laterizia di cui sono note le marche di fabbrica fino all’epoca greca. Sull’acropoli di fronte al mare, già doveva ergersi nel X° secolo l'”arx”, il castello che in forme medioevali più tarde tuttore sussiste e che nel corso del secolo XI° doveva prendere il nome di Castellammare della Bruca, dalla bruca di Novi che lo sovrasta; il poco che rimaneva forse di vita cittadina si raccoglieva intorno ad esso, ma il resto della città “a barbaris destructa”, secondo l’espressione della “Translatio”, presentava a quanto sembra, poco più delle vestigia che da oltre un paio di decenni gli scavi in corso in quell’importante terreno archeologico vanno restituendo. Su Velia dopo i lavori ben noti del Munter, Luynes, Schlemming, Lenormant, oggi parla la diretta ricerca archeologica. Etc... Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. Dunque, anche Nicola Acocella, sulla scorta dell’Atenolfi, scriveva che la “Translatio” riferisce delle distruzioni dei Saraceni che dominarono ad Agropoli, per oltre un trentennio, dall’882 e anche dopo il 915. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: Si direbbe che il sacro deposito in Lucania avvenisse quasi privatamente nella casa di un importante cittadino, “in domo cuiusdam potentissimi viri” non inverosimilmente della gente Gabinia o imparentata con essa, forse anche perché più facile fosse così l’opporsi ad altri tentativi di appropriazione della reliquia. Secondo l’uso frequente della Chiesa antica, nella casa stessa venne eretto un oratorio, quello i cui resti vedremo particolareggiatamente descritti dalla “Translatio” al momento del ritrovamento della reliquia in Velia.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 723, in proposito scriveva che: “Nella prima delle due insule archeologiche emersero, con marmi, sculture e parte del perimetro di una torre, un grande complesso termale (II secolo d.C.) con vie e tratti di canalizzazione, gli avanzi di una villa urbana romana e i ruderi di un edificio, nel quale per vari motivi, mi parve di riconoscere una basilica, la paleocristiana basilica di Velia dove, attestano alcuni codici, erano stati tumulati i resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 164, scriveva che: “Di un’oratorio è notizia solo a Velia, come si è visto, nella villa della ‘gens’ Gavinia, poi ampliato a basilica quando vi si tumularono i sacri resti dell’apostolo Matteo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 27 scriveva pure che: “Le accennate perplessità sembrano possano essere sufficientemente chiarite a seguito degli scavi Sestieri eseguiti nel quartiere meridionale di Velia, i cui dati mi consentirono, anni fa di identificare la ‘domus’ del “potentissimi viri” Gavinio, la “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il sacro corpo dell’evangelista “honorabiliter est collocatum”. Infatti, all’ingresso degli scavi si è subito colpiti dalla grande terma (“balneum”) i cui resti sovrastano il complesso degli edifici, con, a destra, l’Asklepieion con stele e statue dei più illustri medici velini e la nota erma di Parmenide ‘oiuliades physikos’. “Nella parte inferiore di quell’aggregato urbano – scrivevo poco dopo la scoperta – sono chiare le vestigia di una ‘domus’ romana, di cui è riconoscibile, per le colonne ancora sul terreno, il peristilio che più in là, a sinistra, incrocia i resti isolati, con direzione nord-est-sud-ovest, di un edificio che per significati caratteri ben può identificarsi come una chiesa cristiana del V secolo d.C.”. (53). Etc…”. Ebner, a p. 27, nella nota (53) postillava: “(53) Ho riportato questo brano per richiamare l’attenzione sull’antico strato avulso per necessità archeologiche, e precisamente quando il compianto amico M. Napoli procedendo negli scavi riportò alla luce gli importanti resti greci sottostanti.”. Ebner, a p. 27 proseguendo il suo racconto sulla chiesa cristiana rinvenuta nella villa di Aulo Gavinio a Velia, in proposito scriveva che: “I caratteri più significativi  del predetto edificio sono stati evidenziati ancor meglio dalla successiva ricostruzione in pianta. La basilica era a navata unica e a forma rettangolare. Si presume che in fondo all’ampio catino absidale vi si innalzasse la cattedra del vescovo, affiancata a sinistra da sedili in pietra per i presbiteri, mentre i diaconi, come si sa, assistevano in piedi ai sacri riti. Davanti la cattedra si elevava l’altare che onorava i resti dell’evangelista, al cui nome fu dedicata la basilica come si soleva fare per consuetudine. Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia. Egli, infatti, così scrive: “cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, quiescebit, apparuit” (§ 389). In base alle notizie di cui sopra la costruzione della basilica velina andrebbe collocata ai tempi di Valentiniano III (419-455), tra la prima e la seconda metà del V secolo, mentre comunità di cristiani erano già presenti in età antecedenti, come testimonia la presenza dell’oratorio. E precisamente quando Velia era ancora una via obbligata di transito per coloro che giungevano dall’Oriente e vi si parlava e scriveva in greco, come documentano le epigrafi (54). Se poi dovesse risultare vero quanto supposto da Mario Napoli circa la trasformazione di un ambiente dell’attiguo complesso termale in un’aula per catecumeni, in tal caso vi sarebbe stato a Velia un fonte battesimale senz’altro più ampio, anche se meno suggestivo, del battistero paleocristiano di S. Giovanni in fonte, tra Sala Consilina e Padula, etc…”. Ebner, a p. 27, nella nota (54) postillava: “(54) P. Ebner, Nuove apigrafi di Velia, “PdP” 1966, fasc. 108-110, p. 336 sgg. Id Id., Nuove iscrizioni di Velia, “PdP” 1970, fasc. 130-133, p. 262 sgg. Id. Id., Altre iscrizioni e monete di Velia, “Pdp”, 1978, fasc. 178 p. 61 sgg.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, in proposito scriveva che: “Fino a poco tempo fa, però, mancava ogni documentazione sull’effettiva ubicazione del sepolcro. Del rinvenimento a Paestum e sulle rive dell’odierno Casalvelino marina dissero cronisti e scrittori. A Casalvelino l’ubicarono nei pressi dell’approdo, dove i benedettini di Cava avevano costruito (o ricostruito) una chiesetta dedicandola all’apostolo (ancora nella proprietà Lista), ora piuttosto distante dal mare che continua ad arretrare. Furono poi i reperti delle ultime fortunate campagne di scavi di P.G. Sestieri a Velia che mi consentirono un felice accostamento con le notizie tradite sul rinvenimento dei sacri resti di S. Matteo in Lucania. Infatti, dietro il rilevato ferroviario, poi viadotto, degli scavi di Velia, erano stati messi allo scoperto, nel quartiere meridionale dell’antica polis, due grosse ‘insulae’. Nella prima vennero alla luce, tra l’altro i resti di un grande complesso termale, gli avanzi di una villa urbana e i ruderi di un grosso edificio i cui non si riusciva a stabilire la destinazione. Come ho detto, fu il felice accostamento di questi reperti (9) con le notizie tradite sul rinvenimento delle reliquie dell’apostolo che mi consentirono (10) la più che probabile identificazione della villa romana e di scorgere nell’edificio una basilica del V secolo d.C. (11). La “ecclesia constructa in ea”, dove “a viribus fidelis” il corpo dell’apostolo “honorabiliter est collocatum” sotto la mensa dell’altare. Chiesa che come tutte quelle di quei tempi continuiamo a chiamare basiliche e che non poteva mancare a Velia come non mancava in tutte le più antiche poleis italiote meridionali in età romana diventate circoscrizioni politico-amministrative e perciò sedi di diocesi (12). Un organismo dissoltosi a Velia nel VI secolo per carenza demografica e per la morte del vescovo, forse ucciso dagli invasori longobardi etc…Come si è detto, l’abside della chiesa, riconoscibile dalla sua semicircolarità e dalla porta laterale, spesso presente nelle absidi delle prime chiese, era a poche decine di metri dal complesso termale, di cui è esplicito cenno nella narrazione. Notizie tutte contenute nel ‘Codice cassinese 101 (14), nel quale è pure una significativa descrizione dei tipici sanguigni mattoni usati a Velia e reimpiegati nel III secolo d.C….Soprattutto sull’ubicazione del sepolcro e sulla villa romana, la cui supposta identificazione è stata confermata dalle epigrafi, di cui una edita nel 1970 (15) e un’altra di recente, nel 1978 (16).”. Ebner, a p. 516, nella nota (9) postillava: “(9) Necessità archeologiche indussero il compianto soprintendente alle antichità di Salerno, prof. Mario Napoli, ad asportare tutto lo strato medievale e romano. Sugli accostamenti di cui nel testo e sulle vestigia della villa romana, v. Ebner, I follari, cit., p. 36 sgg.”. Ebner, a p. 516, nella nota (10) postillava: “(10) Ebner, I follari, cit., p. 36 sgg.”. Ebner, a p. 516, nella nota (11) postillava: “(11) Ebner, Velia e la civiltà della Magna Grecia, “Il veltro”, Roma, 1967, p. 168.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”, 1962, p. 28 sgg.”.

Nel V secolo, a Velia, l’interramento dell’area e la scomparsa della villa della gens Gavinio e della basilica paleocristiana

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, p. 729 parlando di Velia, in proposito scriveva che: Così, il succedersi di non comuni fenomeni atmosferici fu causa delle catastrofiche alluvioni che, nel III sec. a.C. e nella seconda metà del I sec. (62 d.C.), travolsero il quartiere meridionale ripetutamente seppellendolo. Ambedue furono determinate dal diverso volume del materiale detritico d’un subito dalla Fiumarella di S. Barbara e deviato sulla città dalla contemporanea furia del mare, da un’erta barriera di onde tempestose. Da ciò la singolare ubicazione di marmi e sculture e lo spostarsi del letto dell’irruente fiumara sempre più verso l’odierno. L’ultimo interramento, e piuttosto sensibile, si ebbe alla fine del V secolo d. C. (scomparsa della basilica paleocristiana e della villa della famiglia Gavinio).”. Dunque, secondo l’Ebner, la villa della famiglia Gavinio si ebbe con l’ultimo sensibile interramento del quartiere meridionale della città che si ebbe alla fine del V secolo d.C..Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, in proposito scriveva che: “Un organismo dissoltosi a Velia nel VI secolo per carenza demografica e per la morte del vescovo, forse ucciso dagli invasori longobardi etc…”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a pp. 50-51, in proposito scriveva che: “Su Velia dopo i lavori ben noti del Munter, Luynes, Schlemming, Lenormant, oggi parla la diretta ricerca archeologica. Etc..”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 45, in proposito scriveva che: E’ possibile che quest’ultima non possedesse allora la cattedrale per non essere ancora sede della diocesi eleate, scomparsa poi sui principi del secolo VII°, della quale s’ignora la data di fondazione, probabilmente non lontana però da quella della vicina diocesi di Paestum istituita nel 490. Pare tuttavia difficile di credere che la presenza della reliquia non fosse nota allora e che non ne fosse rimasta notizia anche dopo le devastazioni vandaliche che poco appresso ad opera di Genserico sconvolsero la Campania e Bruzio fra il 455 ed il 457. “.

2- TRASLAZIONE DEI SACRI RESTI DELL’APOSTOLO

Nel 946, Gisulfo I, principe longobardo del Principato di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che Gisulfo I (maggio 930 – 977 o 978) è stato principe Longobardo del Principato di Salerno dal 946 al 977 (o 978). Maggiore dei figli di Guaimario II e della seconda moglie Gaitelgrima di Capua, fu associato al trono dal padre nel 943 e gli successe alla sua morte nel 946. In un primo momento fu posto sotto la reggenza della madre e di Prisco, tesoriere e conte di palazzo. Nel 946 il Principato fu preso d’assalto da Landolfo II di Benevento e Giovanni III di Napoli, ma il suo alleato Mastalo di Amalfi corse in suo aiuto e fece cadere in un agguato le truppe di Landolfo presso La Cava. L’anno successivo, si alleò con Landolfo e mise sotto assedio la città di Nola, presidio del ducato napoletano. Nell’ottobre del 953 cercò di rasserenare i rapporti con il dominio partenopeo emanando un diploma a favore del vescovo di Napoli, un gesto che mal si addiceva alla diplomazia senza scrupoli dei suoi vicini e che per questo non sembrò mai favorirlo. Poco dopo il 955, tuttavia, fu nominato patrizio da Mariano Argyros, strategos bizantino di Bari. Nell’autunno del 966 papa Giovanni XIII guidò un’armata di truppe romane, toscane e spoletine contro Landolfo III di Benevento e il di lui fratello Pandolfo Testadiferro, ma Gisulfo accorse in suo aiuto e lo scontro armato fu scongiurato. Il papa e il principe di Salerno firmarono un trattato di pace a Terracina. Fu questo l’atto che più avanti gli guadagnò l’aiuto del potente Testadiferro. Nel 974 Gisulfo fu detronizzato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe di Benevento e Capua, Pandolfo I Testadiferro, restaurò Gisulfo come suo vassallo, condizione in cui il principe salernitano restò fino alla morte, avvenuta tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Con lui si estinse la dinastia dei Dauferidi, insediatasi sul trono di Salerno col principe Guaiferio nell’861. Gisulfo, sposato con la principessa Gemma, non ebbe eredi e il suo trono fu ereditato proprio da Pandolfo di Benevento e Capua, che in questo modo riunificò, per la prima e ultima volta dall’851, i territori dell’antica Langobardia Minor.

Nel novembre del ‘950, il principe Gisulfo donò la chiesa di ‘S. Maria di Hodigitria’ a Capaccio, al suo confessore, Giovanni, abate del monastero di San Benedetto di Salerno

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 640 parlando del casale di Capaccio, in proposito scriveva che: “Di Capaccio, sede vescovile, è già notizia dalla traslazione (a. 953) dei sacri resti dell’evangelista Matteo da Velia alla cattedrale di Capaccio di S. Maria del granato o dell’Assunta, da parte del vescovo pestano Giovanni (4). Com sede vescovile etc..”. Ebner, a p. 640, nella nota (4) postillava che: “(4) Giovanni, ‘presul sancte sedis pestane’ (CDC, I, 253, p. 957) traslò i sacri resti nella cattedrale. Per tutte le questioni inerenti al grande evento v. Ebner, Storia, cit., p. 27 sgg., Economia e Società, cit., I, pp. 22 e sg., 40 e 220; vedi pure innanzi.”. Alessandro Di Meo (….), nel suo “Annali Critici-diplomatici del Regno di Napoli dalla mezzana età etc…”, nel vol. V parlando dell’“Anno di Cristo 950, Ind. VIII, F”, a p. 317, in proposito scriveva che: “Di quest’anno abbiamo ancora dal Muratori (Diss. 5.), un Diploma di Gisulfo Principe di Salerno, che per rogum di ‘D. Gaitelgrima dilecta matris nostra, dona tibi’, Joanni ‘Abbati padri nostro’ e per lui al Monistero da lui edificato, ‘a nuovo fundamento, intus hanc Civitatem Salernitanam’, le terre spettanti al Palazzo, ch’è d’Ischia, ove dicesi ‘a due fiumi’, nell’Atto Lucanico (di Pesto) ov’è la chiesa di S. Maria, con terre selve, acque intorno ad essa Chiesa, cioè per 4. miglia di lunghezza. Fu scritto da Pietro Notaio: ‘Actum Salerni in Palatio de anno XVIII. mense November. IX. indict. Veda chi legga qual conto debba farsi di un Diploma, ch’è nelle carte di S. Sofia dell’Ughelli etc…”. Dunque, il Diploma in questione in cui il principe Gisulfo I donava all’abate Giovanni etc.., fu pubblicato dal Muratori. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, pp. 387 riferendosi a Pietro Pappacarbone scriveva che: “4. La più antica donazione di terre del luogo a monasteri benedettini è quella di Gisulfo I del 950 (39): il principe donò al suo confessore (“patri nostri”) Giovanni, abate di un monastero benedettino di Salerno, allora fondato o allora ricostruito dalle fondamenta, una golena di terra pertinenza del fisco in vocabolo ‘due’ (sic) ‘flumina’, comprendente parte dello stesso abitato di Velia.. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo. Nel diploma è detto che il principe donò il terreno a ‘johanni abbati padri nostro et in tuo monasterio’, que a nobo fundamento intus hec civitatem salernitanam fundasti’. Tuttavia ciò non esclude che questo nuovo monastero fosse stato costruito dall’anzidetto Giovanni abate di S. Benedetto, anche perchè, in genere, erano proprio gli abati di quest’ultimo cenobio che i principi sceglievano come propri confessori.. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale, nel vol. I, p. 44, in proposito scriveva che: “La riforma monastica di orientamento cluniacense, operata da Pietro da Salerno nel cenobio di S. Arcangelo di Perdifumo, ebbe una sua influenza e risonanza nella diocesi pestana che tra l’altro proprio in quel periodo era in fase di riorganizzazione. Il governo salernitano, etc….Su tali basi si tentò di regolarizzare giuridicamente, nei confronti del fisco, le proprietà dei monasteri, le consistenti donazioni come quelle del 950 e del 994 (169). Il ruolo significativo assunto da questi cenobi, cui fa riferimento lo stesso Gisulfo I, emerge dall’importanza assunta dai molti religiosi dei posti chiave che, come abbiamo detto, riguardavano i vertici culturali e politici del Principato. Ad esempio l’autorità goduta dall’Abate Andrea di S. Magno, alla fine del X secolo, etc…”. Ebner, a p. 45, nella nota (164) postillava: “(164) CDC, I  179, novembre a. 950, IX, Salerno.”. Del vescovo pestano Giovanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 348, in proposito scriveva che: “5. Giovanni a. 954, 957 e 963. L’Ughelli lo considera vescovo pestano collocandolo, come tutti, al 954. Volpi (pp. 3-4) l’ha come III vescovo, v. pare il Di Meo cit., XI, p. 300. E’ il vescovo della traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, di cui v. sopra. Manca nel Gams. Il Kehr (p. 367) lo pone al 963 da un documento cavense (CDC I, 253, a. 957): “Iohannes, divina clementia presul sancte sedis pestane”, vende (ABC, A 8) alcune terre a Ligorio di Atrani firmando “+ Ego, qui supra Iohannes episcopus”; v. pure ABC Arca XIII 7 (a. 963): “Iohannes, Dei gratia episcopus sanctae sedis pestane” consegna “vicariationis ordine” un mulino all’episcopio, sito lungo il fiume Trabe (sotto Capaccio) ai fratelli Truppoaldo, Maione e Giacinto in cambio di alcune terre a Sorreianum di Campagna e di otto libbre di argento puro.”. Come vedremo più innanzi, Ebner confonde la cappella che si trovava a Capaccio con un altra cappella che si trovava vicino Velia, ovvero a Casalicchio dove il monaco Attanasio portò le spoglie di S. Matteo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a pp. 27-28, scriveva che: “Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “aqui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Al desiderio del principe, che era un ordine, il vescovo pestano Giovanni non avrebbe potuto opporsi. Qualche anno prima, infatti, e cioè nel novembre del 950, quel principe aveva donato a Giovanni, abate del nuovo monastero di S. Benedetto di Salerno, una golena di pertinenza del fisco in vocabolo “due (sic) flumina” nella circoscrizione demaniale di Lucania, E cioè terre, selve, corsi d’acqua e quant’altro era compreso (buona parte dell’antica ‘polis’) nell’ambito di quattro miglia intorno alla chiesa elevata alla sovrana protettrice dei monaci itineranti greci, la Vergine Maria, edicola evidentemente abbandonata se nel diploma non è cenno di abitanti (74).”. Ebner, a p. 27, nella nota (72) postillava: “(72) Giovanni, “presul sancte sedis pestane” (CDC I 253, a. 957) trasportava i sacri resti non nella basilica paleocristiana di Paestum, recentemente messa in luce (G. De Rosa “Rivista di Studi salernitani”, fasc. II, pp. 181-192), ma di “Castrum di Caput Aquis” o “aquae”, odierno Capaccio, dove i vescovi pestani, come vedremo, si trasferirono dopo l’abbandono della “città delle rose”, già meta delle orde saracene e preda della malaria.”. Di questo vescovo Giovanni, presule della diocesi Pestana a Capaccio vecchia, lo stesso Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 387, nella nota (39) postillava: “(39) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus. Qualche dubbio (A. Balducci, L’abbazia salernitana di S. Benedetto, RSS, 1968-1969) che il donatario possa essere stato lo stesso abate Giovanni, inviato dal principe a capo della missione che traslò da Capaccio a Salerno i sacri resti dell’apostolo.”. Dunque, Ebner fa notare il dubbio del Balducci (….), che pubblicò il documento cavense CDC, I, 179 del 950 in cui il principe longobardo di Salerno Gisulfo I donò a Giovanni, suo confessore, abate di “un’abbazia benedettina di Salerno”la chiesetta “una golena di terra pertinenza del fisco in vocabolo ‘due’ (sic) ‘flumina’, comprendente parte dello stesso abitato di Velia.. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: Dopo diversi vani tentativi di portare in Oriente via mare le reliquie, queste vennero trasportate dal vescovo Giovanni a Capaccio e da qui, per volere del principe Gisulfo I, a Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: Intanto Giovanni (3), “qui illo in tempore sancte sedis pestane presulatum tenebat”, venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, fattosi consegnare le reliquie le trasferì nella chiesa di Capaccio (4).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (3), postillava che: “(3) E’ il ‘presul sancte sedis pestane del CDC, I, 179, a. 957, p. 253, che trasportò i sacri resti non nella basilica di Paestum (è stata illustrata da G. De Rosa (La chiesa della SS. Annunziata a Paestum) in “Rivista di studi salernitani” (Salerno, 2, 1968), ma nella cattedrale del ‘castrum caput aquis ( o acquae), odierno Capaccio vecchio, dopo l’abbandono della città delle rose oltre che per le incursioni saraceniche per l’infierire della malaria.”. Nel 1083, il vescovo di Capaccio, diventata sede della Diocesi Pestana era Giovanni. Sulla chiesetta a Velia in questione, i diplomi di cui si parla sono citati nella nota (71), a p. 27, di Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, dove postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a pp. 114-115 riferendosi al periodo successivo alla presa di Salerno e la caduta di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “V. Il Guiscardo, impadronitosi poi del principato e spodestato il feroce Guaimario ebbe sottomesso tutto il Cilento tenendolo direttamente nel suo dominio meno Castellabate ed Agropoli, che egli aveva confermati rispettivamente alla Badia di Cava ed al vescovo di Capaccio. A suo rappresentante nel Cilento e per il governo di esso vi mandava un viceconte, che era nel 1083 un tale Boso.”. Dunque, il Mazziotti racconta che Roberto il Guiscardo aveva sottomesso tutto il Cilento, tranne Castellabate ed Agropoli che aveva concesso all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni ed al vescovo di Capaccio. Su Giovanni, vescovo Pestano, da cui dipendeva la piccola chisetta dove il monaco Attanasio aveva traslato le spoglie di S. Matteo, ha scritto Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore.”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia…..Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”. Sulla chiesetta “ad duo flumina”, che dipendeva dal vescovo pestano Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Diciamo subito che questi autori si riferiscono alla chiesetta di S. Matteo, ‘sub arce’ di Capaccio, non alla chiesetta “ad duo flumina” di Casalicchio dove furono traslate le ossa di S. Matteo. Su questa chiesetta, che riguarda anche il vescovo Giovanni, Barbara Visentin, però si esprime a riguardo ma non è esplicita nel negare la notizia di Gisulfo II. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689).”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Il Venereo la ricorda come ‘l’ecclesia parrocchialis S. Mathei ad duo flumina in Lucania….matrix oppidi Casalicii, olim etc…, cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 231, 434 e talvolta la confonde con la cappella di S. Matteo ‘sub arce’ di Capaccio, cfr. Venereo, Dict., vol. I, p. 183; vol. II, pp. 434, 491. Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi madievali degli atti di S. Matteo etc…, cit., p. 49 confonde le due cappelle di S. Matteo, scrivendo: “La chiesa (nella quale il monaco Attanasio pose la reliquia di san Matteo nel 954) era nella contrada “ad duo flumina”…..pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. Dunque, la Visentin,  fa notare che a Capaccio vi era una cappella “subarce” di S. Matteo che fu donata da Gisulfo I, come è stato scritto all’inizio, all’abate Giovanni del monastero salernitano di S. Benedetto. La Visentin scriveva che l’Atenolfi si sbagliava quando credeva che la chiesetta fosse: “…pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. La Visentin accenna alla trasformazione del titolo della cappella e scrive: “…là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. La Visentin fa notare che l’Atenolfi la confuse con la cappella dove il monaco Attanasio traslò le spoglie di S. Matteo che, non si trovava a Capaccio ma si trovava a Casalicchio. Dunque, la Visentin fa notare ciò che scrisse l’Atenolfo che confuse le due distinte cappelle. Barbara Visentin, non dice nulla di questa “…abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232).”. Questa abbazia citata dall’Atenolfi, egli a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I. 232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Dunque, l’Atenolfi scriveva del documento “(217) Codice Diplom. Cavense. (CDC), I. 232 a. 950).”, mentre il documento della donazione di Gisulfo I è dell’anno 950, ma è : “CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno: ‘cum omnia infra se habentibus.”. Del vescovo o abate di S. Benedetto, Giovanni citato nel Diploma di Gisulfo I ha scritto anche Antonio Balducci (….), “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” (in Rassegna Storica Salernitana, 1968-1969). Balducci, a p. 32, in proposito scriveva che: “Questo Giovanni non va confuso con l’omonimo abate Giovanni, fondatore di un monastero a Salerno, cui Gisulfo I nel 950 donò alcune terre “sacri palatii” in Lucania (34), che non era abate di S. Massimo, come scrisse lo Schipa (35); potrebbe invece identificarsi con l’altro Giovanni abate di S. Benedetto (forse successore del nostro) che, secondo l’arcivescovo Marsili-Colonna (36), fu a capo della delegazione inviata dal principe Gisulfo, nel 954, al vescovo di Pesto per ottenere le reliquie di S. Matteo a Salerno. Invece pare che E. Pontieri (37) confonda appunto Giovanni, autore della vita di Odone con l’altro della donazione di Gisulfo del 950.”. Balducci, a p. 32, nella nota (34) postillava: “(34) Cfr. Di Meo, op. cit., V, 317; Paesano, I, 58; CDC, I, 232.”. Balducci, a p. 32, nella nota (35) postillava: “(35) Storia del Principato Longobardo in “Archivio Storico Napol. XII (1887) doc. n. 17 e Bartoloni-Pratesi, I docum. originali dei Principi Longobardi, Roma, 1956, tav. IV”. Balducci, a p. 32, nella nota (36) postillava: “(36) M.A. Marsili-Colonna, Constitutiones, et Neapoli, 1580; A. Acocella, La Traslazione di S. Matteo, Salerno, 1954, p. 23”. Balducci, a p. 32, nella nota (37) postillava: “(37) Pontieri, op. cit., p. 67, n. 8”. Balducci si riferiva ad Ernesto Pontieri (…..), ed al suo ……Infatti, Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 23, in proposito così si esprimeva: Documentati invece sono l’esistenza e il nome, in quegli anni, di Giovanni “presul sancte sedis pestane” (22). Il vescovo di Paestum – deserta ormai l’antica città – aveva l’abituale residenza nel vicino ‘Castrum’ di “Caput Aquis” (o “Caput aquae”; Capaccio antica) dove c’era la chiesa, forse pro-cattedrale, di Santa Maria (23). Disse il Di Meo di non aver da altra fonte notizie di Giovanni, abate di san Benedetto. – Ma l’aggiunta: “di san Benedetto” è del Colonna; e pertanto l’abate Giovanni può identificarsi in quel Giovanni abate (detto, nel documento, “padre nostro”) al cui monastero, da poco fondato in Salerno, il principe Gisulfo I fece nel novembre 950 una donazione di terra demaniale, “quae est hiscla ubi due flumina dicitur acto lucaniano”, con la chiesa di santa Maria (24): proprio nei pressi della località in cui di lì a qualche anno avverrà il ritrovamento.”. L’Acocella, a p. 22, nella nota (21), postillava che: “(21) Cfr. ad esempio D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e ssg.; G. Racioppi, op. cit., II, p. 98, 99, n. 2; G. Senatore, La cappella di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento, Salerno, 1895, p. 9 e sgg. e 24; M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, 1904, p. 43 sgg.; C. Carucci, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti etc., Salerno, 1923, p. 177, sgg.”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (22), postillava che: “(22) Cod. Dipl. Cav., I, p. 253, sgg. (a. 957).”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (23), postillava che: “(23) C.D.C., II, 263 sgg. (a. 989).”. L’Acocella, a p. 23, nella nota (24), postillava che: “(24) CDC, I, 232.”. E’ interessante ciò che scrisse l’Acocella quando dice che: Disse il Di Meo di non aver da altra fonte notizie di Giovanni, abate di san Benedetto.” e aggiunge che: “Ma l’aggiunta: “di san Benedetto” è del Colonna;”. Infatti, il Di Meo, a p. 337, aggiunge che: “3. ….e di incerta fede; Si dice Abbate di S. Benedetto ‘Giovanni’. Questo non possiamo rifiutarlo, benchè altronde non ne abbiamo notizia. L’Annalista di questo Monistero ce ne diede tutti i Prepositi, e poi gli Abbati.”. Dunque, l’Acocella scriveva che il Di Meo aggiungeva nella sua frase “Giovanni, abate” di san Benedetto perchè questa cosa l’aveva scritta il cardinale Marsili-Colonna. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nel suo “Annali Critici-diplomatici del Regno di Napoli dalla mezzana età etc…”, nel vol. V parlando dell’“Anno di Cristo 950, Ind. VIII, F”, a p. 337, in proposito scriveva che: “Alla nuova alba, il Vescovo postosi sulle spalle il santo Corpo lo portò ‘ad Castrum, cui ‘Caput Aquea’ (Capaccio) nomen erat; ed accorso tutto il popolo, fu riposto nella Chiesa di S. Maria, ‘in qua et Episcopalis Cathedra constituta erat’ (quivi di già trasferita da Pesto). A tal notizia il Principe Gisolfo spedì con due lettere a Capaccio Giovanni, Abbate di S. Benedetto di Salerno, ed altri con esso, ordinando, che il S. Corpo dovesse trasferirsi a Salerno.”.

Nel novembre del ‘950, il principe Gisulfo donò la chiesa di ‘S. Maria di Hodigitria’ a Capaccio, al suo confessore, Giovanni, abate del monastero di San Benedetto di Salerno

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 514 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “SAN MATTEO ad duo flumina. Nei documenti sempre S. Matteo ad duo flumina. Università autonoma fino all’abbandono dell’abitato” e, poi a p. 514 prosegue scrivendo: “…., salpando dal porto di Velia, di trasportare in Oriente, e forse addirittura a Bisanzio, le preziose reliquie. Riuscito vano ogni suo tentativo – improvvisi marosi lo respingevano sempre a riva –  “in ecclesia que non longe a cella illius sita erat sacratissimum abscondit thesaurum” (2).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Probabilmente Attanasio era un religioso che curava la chiesa che i primi monaci giunti nel luogo avevano dedicato ‘sancte dei genitricis virginis marie’, di cui nel diploma di Gisulfo I (CDC, I, 179, novembre 950 – o 951 ? – IX, Salerno), sita nella “hiscla”, nell’isola di terreni – la golena donata era estesa quattro miglia di lato e perciò comprendeva gli stessi ruderi di Velia – donata dal principe al suo confessore (“patri nostro”) Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto e probabilmente da lui ricostruita (nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Dunque, Ebner, nella nota (2) postillava che il monaco Attanasio, probabilmente curava la chiesetta “ad duo flumina” dedicata alla ‘sancte dei genitricis virginis marie’ , chiesetta “la “ecclesia vetusta dei genitricis virginis marie”, cioè l’antica chiesa di S. Maria di Odigitria dei monaci greci costruita nel luogo alla confluenza dei due fiumi (Alento e Palistro), etc..(nel diploma si parla di ruderi della chiesa).”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: Da qui, per volere del principe Gisulfo I e con fastose cerimonie vennero poi traslate (6 maggio 954) nell’aula salernitana, allora dedicata alla Vergine Maria. La narrazione è troppo interessante e circostanziata perché tralasci di trascrivere, sia pure in nota, i brani più significativi (5). Da essi si rileva che intorno al 978 era noto all’autore della ‘Translatio’ (6), per averlo certamente constatato di persona, che “in Lucania partibus”, e cioè nell’omonimo gastaldato (nel Mille corrispondeva, più o meno, al territorio della diocesi pestana)(7) e propriamente “ut balneum quod in locis antiquitus extructum fuit” era, “ad sinistram partem” una “potentis viri domus”. Nell’ambito di quella villa, alcuni “religiosi homines (…) ecclesiam statuerunt” per deporvi, in un “tumulum” appunto le reliquie dell’apostolo Matteo. Ivi per “longa tempora curricula quiescens”, l’evangelista mostrava la sua presenza ai fedeli con molti miracoli, come credo possa interpretarsi la frase “multarum ibi per dei gloriam peregit signa virtutem”. Persino con l’impedire ad Attanasio di trasferire altrove le sacre spoglie e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 35, in proposito scriveva che: “Delle laure fondate in quei tempi è tuttora memoria nei toponimi dei paesi che colstellano il territorio (li Lauri, Laureana, Laurino, ecc…) ubicati in località dove la natura dei terreni favoriva il lavoro manuale cui i monaci erano tenuti in base ai precetti di S. Basilio di Cesarea e di S. Teodoro Studita. Di questa loro presenza nei gastaldati di Lucania e di Laino vi è traccia nella donazione (71) di Gisulfo I del 950 a “Johanni padri nostro”, confessore, dell'”hiscla ubi due (sic) flumina dicitur acto lucaniano in qua ecclesia vetusta dei genitricis virginis marie sita est”; etc…”. Ebner, vol. I, a p. 35, nella nota (71) postillava: “(71) CDC, I, 179, novembre a. 950, IX, Salerno, Si noti il “vetusta”.”. Ebner, a p. 41, in proposito scriveva pure che: “La concessione cui abbiamo accennato ‘ad duo flumina’ è importante, in quanto ci informa della presenza in quella zona di presbiteri (o monaci?) con “cura animarum”. Una parte di questa tenuta fu alienata dal vescovo Pando nel 977, etc…”. La chiesetta, probabilmente eretta dai primi monaci giunti nel luogo (di cui si è investigato più volte), fosse posta, molto probabilmente, alla confluenza dei due fiumi Alento e Palistro, non distante da un piccolo approdo. Dunque, una chiesetta esistente già ai tempi del Principe longobardo Gisulfo I. La piccola chiesetta,  nel novembre 950 (o 951 ?), quattro anni prima che accadesse il rinvenimento delle spoglie del santo, era stata donata dal Principe Gisulfo I al suo confessore, Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto di Salerno. Scrive l’Ebner che l’abate Giovanni, abate del monastero di S. Benedetto di Salerno, molto probabilmente, in seguito alla donazione del principe longobardo la fece ricostruire o ristrutturare. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 731 scriveva pure che: “Il più antico documento scritto medievale pervenutoci che dica del luogo è il diploma di Gisulfo I (a. 950) (44) a “Johanni abbati nostri”, di cui si è accennato. Il principe “pro amore omnipotentis dei et salute anime nostre per rogum domne gaitelgrime dilecte matrix nostra”, donò al suo confessore, abate di S. Benedetto di Salerno la “ecclesia vetusta dei genitricis virginis marie”, cioè l’antica chiesa di S. Maria di Odigitria dei monaci greci costruita nel luogo alla confluenza dei due fiumi (Alento e Palistro), dove poi il monaco Attanasio trasferì dalla basilica paleocristiana di Velia i sacri resti dell’apostolo ed evangelista Matteo.”. Ebner, a p. 731, nella nota (44) postillava: “(44) CDC, I, 179, novembre a. 950, XI, Salerno: ‘terras pertinentis sacri nostri palatii que est hiscla ubi due flumina dicitur acto lucaniano in qua ecclesia vetuste dei genitricis virginis marie sita est’.”. Ebner scriveva: è il diploma di Gisulfo I (a. 950) (44) a “Johanni abbati nostri”, di cui si è accennato.”. Infatti, Ebner, lo accennava a p. 724 dove scriveva che: “Del resto, una chiesa cattedrale  fu sempre poi a Velia: ne rimane traccia nei tre scalini e nel tronetto di quella attuale (verrà adibita a museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo) su altra più antica, come testimoniano due magnifici capitelli medievali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicato a divinità femmnile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, che s’irradiarono nel territorio dell’odierno Cilento (33).”. Ebner, a p. 724, nella nota (32) postillava che: “(32) CDC, I, 179, novembre a. 950, Salerno: ‘ecclesia sancte dei genitricis virginis marie’. Cfr. Ebner, Agricoltura, cit., p. 62.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: La “Translatio” non dice a quale distanza dal luogo del ritrovamento fosse l'”habitaculum” ove il monaco Attanasio viveva con la madre, ed ove egli trasportò a spalle la reliquia: ma dice una “cella” di lui, non si comprende bene se lo steso “habitaculum” ovvero, come parrebbe, un altro abituro, si trovava “non longe” dalla chiesa ove egli depose la reliquia stessa, dopo che per la secolda volta era stato respinto a terra nel vano tentativo di portarla per via mare, partendo da quel porto, cioè dal porto velino nell’estuario dell’Alento.”. L’Atenolfi (….), nella nota (216), a p. 49, postillava che: “(216) Regula, cap. I.; cfr. Borgia “Mem. ist. ecc. di Benevento”, 1763, I.354 e segg.”. Dunque, l’Atenolfi, a p. 49 prosegue scrivendo: “La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Etc…”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. L’Atenolfi scriveva che la chiesetta, detta “ad duo flumina” e “subarce”, di cui forse, scrive l’Atenolfi, doveva essere suo custode il monaco Attanasio, non si trovava molto lontana dalle proprietà concesse dal Principe longobardo all’abate Giovanni, dell’Abbazia bendettina di Santa Maria di Torricella (217) dell’Ordine di San Benedetto. Sulla chiesetta “ad duo flumina”, che dipendeva dal vescovo pestano Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Sulla chiesetta “ad duo flumina” ha scritto pure Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a pp. 155-156, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689).”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Il Venereo la ricorda come ‘l’ecclesia parrocchialis S. Mathei ad duo flumina in Lucania….matrix oppidi Casalicii, olim etc…, cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 231, 434 e talvolta la confonde con la cappella di S. Matteo ‘sub arce’ di Capaccio, cfr. Venereo, Dict., vol. I, p. 183; vol. II, pp. 434, 491. Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi madievali degli atti di S. Matteo etc…, cit., p. 49 confonde le due cappelle di S. Matteo, scrivendo: “La chiesa (nella quale il monaco Attanasio pose la reliquia di san Matteo nel 954) era nella contrada “ad duo flumina”…..pianura sotto Velia detta “subarce”, e si trova poco lontano dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di san Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola della ‘translatio’, là dove sorse più tardi l’abbazia di S. Maria di Torricella (CDC I, 232). Dal racconto della Translazio parrebbe che….etc…etc….Circa due decenni più tardi, nell’aprile 1072 (219), per disposizione di Gisulfo II° ultimo principe longobardo salernitano, la chiesa col circostante territorio fu donata alla congregazione benedettina cavense, che vi costituì l’abbazia di San Matteo “ad duo flumina”, etc…”.”. Dunque, la Visentin fa notare che a Capaccio vi era una cappella “subarce” di S. Matteo che fu donata da Gisulfo I, come è stato scritto all’inizio, all’abate Giovanni del monastero salernitano di S. Benedetto. La Visentin fa notare che l’Atenolfi la confuse con la cappella dove il monaco Attanasio traslò le spoglie di S. Matteo che, non si trovava a Capaccio ma si trovava a Casalicchio. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”, 1962, p. 28 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Certo è che Velia era diocesi già dal 500 d.C., come è certo che in età longobarda (30) (lo si desume da un diploma del 950) il luogo era noto solo per la chiesa “ai due fiumi”, etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, nel 1973, a p. 27, scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del Principe Gisulfo I del 950.. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: Del resto, una chiesa cattedrale  fu sempre poi a Velia: ne rimane traccia nei tre scalini e nel tronetto di quella attuale (verrà adibita a museo), indubbiamente ricostruita (XIX secolo) su altra più antica, come testimoniano due magnifici capitelli medievali e un’epigrafe (31); chiesa sempre attigua al tempio massimo, perciò dedicato a divinità femmnile, e intitolato alla Vergine Maria, come mi pare di poter ragionevolmente dedurre dallo stesso diploma di Gisulfo I (32). La località divenne poi meta di monaci greci, sfuggiti alla furia iconoclastica, che s’irradiarono nel territorio dell’odierno Cilento (33).”. Ebner, a p. 724, nella nota (32) postillava che: “(32) CDC, I, 179, novembre a. 950, Salerno: ‘ecclesia sancte dei genitricis virginis marie’. Cfr. Ebner, Agricoltura, cit., p. 62.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia. Almeno un anno prima della traslazione disposta dal principe Gisulfo I che volle ricordare il grande evento con un follaro (D/. S. Matteo nimbato tra le lettere S e M), ancora posto tra le incerte salernitane, ma senz’altro di quel sovrano e nel 954 (Cfr. P. Ebner, ‘Sui follari di Gisulfo I e sulla Scola Salerni’, stà in “Bollettino Circ. Numismatico Napoletano”, 1962). Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”

Nel ‘954, a Rutino, dove il clero ed il vescovo pestano Giovanni I sostò e dimorò

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, ritorna sull’argomento e scriveva in proposito che: “Prima notizia del villaggio nel leggendario racconto della traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio nel 953 (1). Narra la tradizione che alcuni di quelli che trasportavano le reliquie, superata l’erta salita di Rutino avessero manifestato il desiderio di bere e che miracolosamente fosse apparsa una fonte (2) che il Magnoni (3) dice era detta “fin’oggi il fonte di S. Matteo”. A ricordo dell’evento i locali eressero poi, come a Capaccio, una cappella dedicata all’apostolo (ora nel cimitero di Rutino).”. Ebner, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia. E’ da presumere che la traslazione dei sacri resti, dopo il rinvenimento a Velia (Sermo venerabili Paulini: Cod. Casinensis 101, 385-386 e ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste: Cod. Casinensis 101, 386-397) nella cattedrale di S. Maria di Capaccio, da parte del vescovo Giovanni, “qui in illo tempore sedis pestane presularum tenebat”, fosse avvenuta almeno nel 953. Almeno un anno prima della traslazione disposta dal principe Gisulfo I che volle ricordare il grande evento con un follaro (D/. S. Matteo nimbato tra le lettere S e M), ancora posto tra le incerte salernitane, ma senz’altro di quel sovrano e nel 954 (Cfr. P. Ebner, ‘Sui follari di Gisulfo I e sulla Scola Salerni’, stà in “Bollettino Circ. Numismatico Napoletano”, 1962). Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”. Ebner, a p. 449, nella nota (2) postillava: “(2) Ebner, Storia etc.., op. cit., p. 28, n. 73.”. Ebner, a p. 449, nella nota (3) postillava: “(3) P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, P. 69.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 51, in proposito scriveva che: “Ma soprattutto, chi dalla chiesa della deposizione della reliquia dell’Evangelista, cioè da San Matteo “ad duo flumina” risale le alture verso Rutino, località attraversata come vedremo dalla reliquia stessa, e si dirige a Capaccio, segue un percorso che è tutto in riva destra dell’Alento, né ha bisogno di passare il fiume che dal tratto di “duo flumina” non sarebbe neppure guadabile. Ora, che fin dall’età antica il percorso della via pubblica etc…”. Sempre l’Atenolfi, a p. 53, in proposito scriveva pure: “Si è insistito in questi particolari sul percorso della reliquia da “duo flumina” a Capaccio perché da essi emergono altresì la precisione e l’attendibilità della “Translatio”, le quali rimangono altresì confermate dal racconto della sosta a Rutino. Non è dubbio, infatti, e a la tradizione tuttora ne perdura, che la chiesa di San Pietro Apostolo ove la reliquia dell’Evangelista pernotta il clero Pestano, è la “ecclesia Sancti Petri in casali Rodiliani” di cui è menzione anche nel XVI° secolo (234), che fu parrocchiale del casale della Ruta, ancora così indicato quale abitato prossimo a Rutino nelle mappe dell’800 (235), ed adesso è racchiusa nel recinto del camposanto di Rutino. In commemorazione del transito della reliquia, Rutino ebbe anche una chiesa di San Matteo scomparsa, la “ecclesia Sancti Matthaei de Ruticino” che appare di collazione cavense in un atto del 1092 (236).”. L’Atenolfi, a p. 53, nella nota (236) postillava: “(236) Guillaume, op. cit., Append. LXXXVI; D. Ventimiglia, op. cit., sub vocab.”.

Nel ‘954, la chiesa di Santa Maria di Odigitria ‘ad duo flumina’, a Casalvelino

Da Wikipedia leggiamo che il corpo del santo, fu rinvenuto nei pressi di una fonte termale dell’antica città di Parmenide (Velia) e, le spoglie furono portate dallo stesso Attanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino. Il modesto edificio dalla semplice facciata a capanna presenta, alla destra dell’altare, l’arcosolio, dove secondo tradizione furono depositate le sacre reliquie del Santo. Un’iscrizione latina piuttosto tarda (XVIII sec.), incastonata sul lato corto dell’arcosolio, ricorda l’episodio della traslazione; successivamente le ossa furono portate presso il Santuario della Madonna del Granato in Capaccio-Paestum. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, nel 1973, a p. 27, scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del Principe Gisulfo I del 950.. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, in proposito scriveva che: “Fino a poco tempo fa, però, mancava ogni documentazione sull’effettiva ubicazione del sepolcro. Del rinvenimento a Paestum e sulle rive dell’odierno Casalvelino marina dissero cronisti e scrittori. A Casalvelino l’ubicarono nei pressi dell’approdo, dove i benedettini di Cava avevano costruito (o ricostruito) una chiesetta dedicandola all’apostolo (ancora nella proprietà Lista), ora piuttosto distante dal mare che continua ad arretrare.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 518-519, in proposito scriveva che: “Del territorio della chiesa e del villaggio di S. Matteo è menzione nei documenti come tenimento a sé (19), benché esso venga poi descritto unito a quello del villaggio di S. Giorgio e S. Zaccaria nel 1187, quando la Badia già aveva realizzato il disegno di riunirli in un unico complesso fondiario, essendo diventata proprietaria dei beni patrimoniali posseduti un tempo ivi da Guaimario V e dai suoi fratelli. L’ipotesi del Ventimiglia, circa il sorgere dell’abitato di Casalvelino, non chiarisce affatto l’ubicazione del villaggio che è fuorviata dal toponimo odierno S. Matteo dato per estensione al terreno dov’è l’odierna cappella. L’abitato non poteva essere qui, anche perchè la chiesa in quei tempi era ancora più vicina al mare dell’attuale, e propriamente, nei pressi dell’approdo di S. Matteo, uno dei cinque porti del distretto di Cilento di proprietà dell’Abbazia. Al mare giungeva solo il suo territorio, come si legge in un documento (v. oltre). L’esame dei documenti induce ad ammettere che la chiesa di S. Matteo doveva essere ubicata dopo la confluenza dei due fiumi e del mare.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 47, in proposito scriveva che: “La località ci è designata da Ugo di Venosa dal quale si desume essere stata a “duo flumina” nell’agro eleate la chiesa della prima deposizione della reliquia ove ai tempi dello scrittore, nel secolo XII°, già sorgevano l’abbazia ed il casale di San Matteo (207).”. L’Atenolfi, a p. 47, nella nota (207) postillava: “(207) “Vitae quatuor priorum abbatum Cavensium” RR.II.SS. VI.V p. 22 e “In vita S. Petri Abb.” ms. membr. 24 ff. 20 Arch. Caven. (Cfr. Guillaume “Abbay de Cava” 1877 p. 440): S. Pietro 3° abate cavense (1079-1122) si reca nell'”Eccl. B. Ap. et Evang. Mathei, que in Lucano litore circa vetus eius sepulcrum sita est”.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a pp. 27-28, in proposito scriveva pure: “Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): etc..”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, nella nota (72) postillava che: “(72)….La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”.”La notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Ebner scrive pure che La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina”, come, ad esempio ha scritto P. Fedele (….), nel suo “Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno”, pubblicato in “Archivio Reale della Società romana di Storia Patria”, v. XXVIII, p. 5. o, come ha scritto pure Mattei Cerasoli (….), nel suo “……………………..”, a p. 22, nota (20) e, come lo stesso Ebner fece osservare nella Rivista Storica Salernitana …………………….. Sempre l’Ebner, nella nota (72) a p. 28 postillava che: La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia dal monaco Attanasio e poi traslati a Capaccio (a. 954) da cui vennero poi con solenni cerimonie trasferiti a Salerno, nella cattedrale allora dedicata alla Vergine Maria (52).”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: “La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore.”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50, in proposito scriveva che: “”Ancor oggi giorno”, scriveva sul cadere del secolo XVIII° un mediocre storico locale, il Magnoni, “nelle festività del santo, grande concorso vi è di quei popoli circonvicini” (220) intorno alla cappella tuttora di collocazione dell’abbazia cavense che, ultimo residuo della chiesa teodoriana e del fiorente monastero, racchiude in piccolo spazio l’arcosolio sotto il quale è fama fosse deposta la reliquia dell’Evangelista, ed un’iscrizione forse settecentesca in rozzi caratteri vi ripete l’errore cronologico del Marsili Colonna. Questa, ritrovata fra i ruderi della cappella rialzata intorno al 1856 dall’Abate Cavense D. Onofrio Granata, è incisa su una pietra di evidente carattere sepolcrale, al centro della quale, è ben visibile la “fenestrella confessioni”, e dovè perciò ricoprire la sepoltura dell’Evangelista. Poco lungi è la marina, detta ora di Casalvelino, ove venne respinta dal mare la reliquia perché posasse in terra salernitana.”. L’Atenolfi scriveva che la chiesetta, detta “ad duo flumina” e “subarce”, di cui forse, scrive l’Atenolfi, doveva essere suo custode il monaco Attanasio, non si trovava molto lontana dalle proprietà concesse dal Principe longobardo all’abate Giovanni, dell’Abbazia bendettina di Santa Maria di Torricella (217) dell’Ordine di San Benedetto. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 51, in proposito scriveva pure che, in seguito alla donazione del principe di Salerno Gisulfo II, sul luogo dove sorgeva la piccola chiesetta in cui il monaco aveva traslato le ossa del Santo sorse: “….chi dalla chiesa della deposizione della reliquia dell’Evangelista, cioè da San Matteo “ad duo flumina” dunque, la chiesa di San Matteo “ad duo flumina” che si trovava proprio nel luogo dove in seguito sorgerà l’Abbazia di San Matteo “ad duo flumina”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Il Venereo la ricorda come l”ecclesia parrochialis S. Mathaei ad duo flumina in Lucania matrix oppidi Casalicii, olim matrix casalix S. Mathaei ad duo flumina, cum monasterio sun titulo prioratus et custodiae’, cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 231, 434 e talvolta la confonde con la cappella di S. Matteo ‘sub arce’ di Capaccio, cfr. Venereo, Dict., vol. I, p. 183; vol. II, pp. 434, 491. Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, …….p. 49 confonde le due cappelle di S. Matteo, scrivendo “La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (CDC I, 232). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore. Etc…”. La Visentin, a p. 157, in proposito scriveva che: “…, il cui nucleo propulsore è costituito dalla chiesa di San Matteo (696), sorta sul punto di confluenza dell’Alento con il Palistro (697) e cardine intorno al quale ruotano, probabilmente, anche le vicende delle altre due obbedienze cavensi di san Zaccaria e San Giorgio. La cappella appare circondata da un territorio etc…”. La Visentin, a p. 157, nella nota (696) postillava che: “(696) La tradizione vuole che la chiesa abbia ospitato il corpo dell’apostolo ed evangelista Matteo prima del solenne trasferimento nella basilica vescovile di Capaccio e, successivamente, all’interno della città di Salerno. Cfr. Venereo, Dict., vol. II, p. 231, ‘Lib. de vitis sanctorum patrum cavensium’ car. 20 e Domenico Ventimiglia (…), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania’, nel 1827, parlando di ‘Casalicchio’, a pp. 43-44 e sgg., scriveva in proposito che: “….dove l’Alento si unisce all’altro fiume, che da Ceraso discende, e poi si scarica verso nel mare presso Velia fu il luogo del ritrovamento del corpo di S. Matteo (e), ed ivi era il Porto di cui si parla nè più volte citati Istrumenti del 1186 e 1187, e ivi si edificò la Chiesa, il Monastero, ed il Casale, che di S. Matteo ‘ad duo Flumina’ si nominarono. Quantunque non in gran lontananza fra di loro, non però furon gli stessi, il Casale di S. Matteo e quello di Casalicchio, ma l’uno dall’altro distinti, e ben diversi, e molto meno la chiesa di quello poté divenire di questo la matrice….solo sembra potersi dire che i tenimenti di san Matteo ‘ad duo flumina’, di San Giorgio, e di san Zaccaria uniti insieme abbiano poi formato il territorio di Casalicchio”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 514 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “SAN MATTEO ad duo flumina. Nei documenti sempre S. Matteo ad duo flumina. Università autonoma fino all’abbandono dell’abitato” e, poi a p. 516 prosegue scrivendo: “Fino a poco tempo fa, però, mancava ogni documentazione sull’effettiva ubicazione del sepolcro. Del rinvenimento a Paestum e sulle rive dell’odierno Casalvelino marina dissero cronisti e scrittori. A Casalvelino l’ubicarono nei pressi dell’approdo, dove i benedettini di Cava avevano costruito (o ricostruito) una chiesetta dedicandola all’apostolo (ancora nella proprietà Lista), ora piuttosto distante dal mare che continua ad arretrare.”. Ebner, a pp. 515-516 scriveva che: “e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Inoltre, Ebner, a p. 518, nella nota (18) postillava: “(18) Forse è opportuno tentare di chiarire la vera ubicazione del territorio di S. Matteo con il suo abitato. Il Ventimiglia (c. 44) aveva avvalorati gli elementi traditi secondo cui l’abbandono da parte di alcune famiglie dei illaggi di S. Matteo, di S. Giorgio e di S. Zaccaria avevano costituito il primo nucleo del futuro abitato di Casalicchio. Egli poi aveva preso il Di Meo etc…per avere ubicato i “due fiumi” a Paestum, dove si sarebbe costtuita la “Parrocchia e Monastero di S. Matteo, matrice di Casalicchio”. D. Ventimiglia, riferendosi alle ricerche paterne (F. A. Ventimiglia, etc..) spiegò che i resti dell’Apostolo erano stati rinvenuti appunto ‘ad duo flumina’, dove “era il porto di cui si parla nei più volte citati istrumenti del 1186 e del 1187, e vi si edificò la chiesa, il Monastero ed il casale che di San Matteo ‘ad duo flumina’ si nominarono”.”. Infatti, Domenico Ventimiglia (…), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania’, nel 1827, parlando di ‘Casalicchio’, a pp. 43 e sgg., scriveva in proposito che: “….dove l’Alento si unisce all’altro fiume, che da Ceraso discende, e poi si scarica verso nel mare presso Velia fu il luogo del ritrovamento del corpo di S. Matteo (e), ed ivi era il Porto di cui si parla nè più volte citati Istrumenti del 1186 e 1187, e ivi si edificò la Chiesa, il Monastero, ed il Casale, che di S. Matteo ‘ad duo Flumina’ si nominarono. Quantunque non in gran lontananza fra di loro, non però furon gli stessi, il Casale di S. Matteo e quello di Casalicchio, ma l’uno dall’altro distinti e ben diversi.”. Inoltre, Ebner, a p. 518, nella nota (18) postillava: “(18) Forse è opportuno tentare di chiarire la vera ubicazione del territorio di S. Matteo con il suo abitato……Il Mazziotti (cit., p. 81), ….., egli scrive, “per molti anni vi furono deposte le spoglie dell’apostolo Matteo” poi trasportate a Capaccio e di là a Salerno e deposte, seguendo ancora il Ventimiglia, nella chiesa di S. Maria degli Angeli. Chiesa inesistente in quei tempi a Salerno, a meno che il Ventimiglia non abbia voluto riferirsi al titolo della cattedrale che in quel tempo era dedicata “dei genitricis virginis marie”. Chiesa poi detta “sancti matthei”, già dopo il 954 e definitivamente dopo la costruzione della monumentale cattedrale voluta da Roberto il Guiscardo.”. Infatti, il Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 81 parlando del casale di “Casalicchio”, in proposito scriveva che: “Casalvelino. Nella pianura sottostante alla borgata di questo nome e propriamente nel luogo, ove il torrente Fiumicello sbocca nell’Alento, era nel quarto secolo una chiesa rimasta celebre negli annali ecclesiastici, perchè per molti anni vi furono deposte le spoglie dell’apostolo S. Matteo…..Nell’anno 954, etc…, ….., ma il principe Gisulfo II inviò Giovanni, abate del monastero di San Benedetto, a Capaccio, e le fece con grande pompa e solennità trasportare in Salerno, riponendole in una chiesa dedicata a Santa Maria degli Angeli, da cui poi nel 1080 passarono nel Duomo di Salerno.”. Il Mazziotti, sulla scorta del Ventimiglia scriveva che, l’abate Giovanni portò le spoglie del Santo a Salerno e le depose nella chiesa di S. Maria degli Angeli, di cui, però l’Ebner dice non esistente a Salerno in quel periodo. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono rirovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Tuttavia, riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….L’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, scriveva in proposito che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto.

Nel 954 d.C., le spoglie di San Matteo, nella chiesa di Capaccio

Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73), postillava pure che: “(73)…..La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Ebner scriveva che in seguito alla prima traslazione dei sacri resti dell’apostolo, da parte del monaco Attanasio, la chiesa che ospitò le sue spoglie era stata erroneamente localizzata a Velia. Ebner scriveva che la chiesetta dedicata alla madonna non si trovava a Velia ma essa, da un documento dell’anno 1102 risultava ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”, che si trovava nella Diocesi Pestana e ipendeva da quella di Capaccio. Infatti, Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, a p. 129, parlando di Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva del monastero di: “1. San Nicola. ‘Sancti Nicolai de castello Caputaquis.”. La Visentin parlando di questo monastero, a p. 131, riferendosi ad un atto di donazione del settembre 1092, risalente all’Archivio Cavense (AC, C, 33, dicembre 1092 ecc..), in proposito scriveva che: “Vengono menzionate in questa circostanza la chiesa di San Matteo apostolo ‘in loco Caputaquis, ubi sub arci dicitur’ (524) con le terre ‘ubi ad casotta et Sanctum Ianuarium’, i vassalli di Rutino, Trentinara e Capaccio e le proprietà presenti negli stessi territori.”. La Visentin, a p. 131, nella nota (524) postillava: “(524) Nel maggio del 1096 Romualdo, ‘sacerdos et abbas’ della chiesa di proprietà di Gregorio, concede una terra con casa della chiesa di S. Matteo ‘sub arci’, dipendente da S. Nicola, nella città nuova di Capaccio, ad Erberto, ‘filius domini Gregorii’, che pone come fideiussione suo cognato Lamberto ‘ex genere Normannorum’. Il censo pattuito è di 2 tarì all’anno e sarà pagato nel giorno in cui si fa memoria della traslazione ‘beati apostoli et evangeliste Mathei’, cfr. AC, XVI 59. Per la chiesa di S. Matteo si veda anche G. Talamo Atenolfi, I resti medioevali degli atti di san Matteo Evangelista, Roma, 1958, p. 53 etc..”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 53 in proposito scriveva pure che: “Della deposizione della reliquia nella bella cattedrale di Santa Maria Assunta o “del granato”, unico edificio superstite della Capaccio “vecchia” distrutta da Federico II° nell’aprile del 1246 a castigo della rivolta guelfa che vi ebbe il suo epilogo, rimane memoria in un’epigrafe fatta apporre nel secolo XVIII° da Monsignor Nicolai vescovo Caputaquense nel transetto di destra, ove si mostra anche una vasca di pietra che come si afferma con poca verosimiglianza, avrebbe ricevuto il sacro deposito. Anche Capaccio in memoria del transito della reliquia dell’Evangelista ebbe una chiesa di San Matteo, donata nel 1092 a quel monastero di San Gregorio, da Gregorio signore del luogo, figlio di Pandolfo di Salerno e di Teodora di Tuscolo (237).”. L’Atenolfi, a p. 53, nella nota (237) postillava che: “(237) D. Ventimiglia, op. cit., p. 81”.

Nel 1052, “in finibus Salernitanis”, il territorio compreso fra l’Alento ed il Bussento

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidataun esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il ecc…”. Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc….”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”. Sempre sul “sacro Palatio”, l’Ebner ha scritto nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p…….Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi al principe di Salerno Gisulfo II, in proposito scriveva che: Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”.

Nel 1054, Teodora di Tuscolo, fattasi monaca, la bolla di Amato, vescovo di Capaccio e, la chiesa ed il monastero di “S. Matteo in duo flumina”, a Casalicchio

In Wikipedia, alla voce “Pandolfo di Capaccio” leggiamo che Pandolfo, il marito di Teodora di Tuscolo, e non Teodora, prima di essere assassinato, nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Wikipedia nella nota (8) postillava che: “(8) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest, Routledge, 2000, p. 48”Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) postillava che: “(73) A ricordare l’arrivo a Capaccio delle sacre spoglie, come si fece pure a Rutino (miracolo della fonte) perchè il vescovo Giovanni vi aveva pernottato, la vedova di Pandolfo di Capaccio (era stato ucciso per difendere il fratello principe Guaimario V: a. 1052), fattasi monaca (“Theodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.). La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Dunque, Ebner, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta del  (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.)” postillava che a ricordare l’arrivo a Capaccio, delle sacre spoglie dell’apostolo rinvenute dal monaco Atanasio, fu Teodora di Tuscolo, dopo la morte di suo marito Pandolfo di Capaccio, ucciso per difendere il principe Guaimario V, ella “fattasi monaca (“Theodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale etc…”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta di “(P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no.” postillava pure che: “(73)…..La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Infatti, la notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950. Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Etc…”. Dunque, Ebner racconta che le sacre spoglie di S. Matteo furono consegnate dal monaco Attanasio a Giovanni, vescovo della diocesi pestana, la cui sede si trovava a Capaccio. Giovanni trasportò le sacre spoglie dell’apostolo nella sua chesa (73).  Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) riferendosi a Teodora di Tuscolo e citando la “Bolla di Amato”, vescovo Pestano, postillava che: “(73) …..dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.).”. Della figura di Teodora di Capaccio e della “Bolla di Amato” ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), a. p. 5, in proposito scriveva che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (21), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Fedele, a p. 5, nella sua nota (I) postillava: (I) A. Di Meo, Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, 359, 385.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV.  Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Ferdinand Hirsch (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum) parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Infatti, Alessandro Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto. Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” . Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell’‘Annalista Salernitano’ (…), a p. 359, tomo VII parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo, in proposito scriveva che: “10. Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una Bolla di ‘Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del q. Gregorio Console, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III’. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e ‘l Monistero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni, asperger l’acqua benedetta, avervi cereo, fonte battesimale, battezzare, seppellirvi morti ec. e si prese cinque libbre di argento. Fu presente Giovanni giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII, Pr. D. n. Gisulfi gl. pr. mense Februario, VII indict. Fu poi questo Monistero dato a’ Cavesi. Vi si ha ancora (Arca 86, n. 83) un affitto, che fa Alferio, Abbate di S. Massimo di una casa in ‘Plaja Montis’ di Salerno, vicino la Chiesa di S. Massimo, a ‘Landenolfo* Blasi ha, Landolfo* figlio del q. Godeno, e a Pietro figlio del qu. Costantino: ‘Anno XIII. Pr. D. n. Gisulfi, mense Majo, VII Indict.’ Chierico, Siconolfo Prete, Pandolfo figlio di Pandone, Roffredo figlio di Atenolfo, Pietro figlio di Donneperto, Desigio figlio di Everardo, tutti parenti, unitamente edificarono la Chiesa di S. Severino in Pinnello fuor di Posterola (o sia della porta piccola di S. Benedetto) dicendo, essere stato ciò ordinato loro in una visione. Fu scritto da ‘Sicone’ Prete, e Notaro.”.

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig….) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…), p. 359, a. 1054, ind. VII

Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Theodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Al di la della questione relativa all’esatta ubicazione della chiesa di Pandolfo, che il Loud (….), scriveva che Pandolfo ne acquistò alcuni diritti versando sei libre d’oro al vescovo Amato di Pesto, come risulta anche dal documento A 35 conservato nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, pubblicato pure nel Codice Diplomatico Cavense, vol. VII, per l’anno 1054 ed in Domenicantonio Ventimiglia (….), nel suo  ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc.’, Napoli, 1827, p. VI sgg., vi è anche la questione relativa alla notizia riportata da Ebner il quale scriveva che Teodora di Tuscolo, dopo la morte del marito (a. 1052), Pandolfo di Capaccio, presumibilmente intorno al 1054 si fece monaca e fece costruire una chiesa dedicata all’apostolo Matteo.

Nel 1072, Gisulfo II donò ?, l’abbazia benedettina di S. Matteo ‘ad duo flumina’ (notizia non vera ?)

Nel 1958 da Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: Circa due decenni più tardi, nell’aprile 1072 (219), per disposizione di Gisulfo II° ultimo principe longobardo salernitano, la chiesa col circostante territorio fu donata alla congregazione benedettina cavense, che vi costituì l’abbazia di San Matteo “ad duo flumina”, la quale, congiuntamente con quelle di San Zaccaria ai Lauri e San Giorgio “ad duo flumina”, occupò un posto importante nella storia dello straordinario esperimento benedettino di società cristiana, per cui dall’XI° al XIV° secolo da quei cenobi lucani sorse nel Cilento una potente organizzazione monastica con i suoi borghi, le sue fortezze ed i suoi porti, i suoi casali rustici, le sue culture, le sue industrie, la sua regolamentazione economica e civile.”. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (219) postillava: “(219) cfr. Guillaume op. cit. Append. LXXXVI.”. Come, però, più tardi scriverà Pietro Ebner, l’Atenolfi sbaglierà come sbagliava il Mazziotti che si rifacevano ad un passo del Guillaume (….). Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 519 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, a p. 518, nella nota (19) postillava: “(19) ABC, B 8, circa 1073, Roma (?). La donazione che il Guillaume (cit. p. 36) attribuisce a Gisulfo non risulta da esplici documenti.”. Riguardo questo punto, molto discusso dalla storiografia, Ebner, a p. 519, nella nota (18) postillava pure: “(18) Il Mazziotti poi, attenendosi al Guillaume (cit. p. LXXV: “S. Mathei ad duo flumina, près Elee, 1073, Gisulfe II prince de Salerne, Perte 1392”) che aveva attribuito a Gisulfo II la donazione alla Badia della chiesa, lo confermò scrivendo che “nel maggio 1072 lo concesse all’abate di Cava”. Ma ciò non è, perchè sia nell’ABC, B 5 del maggio 1072 che nell’altro diploma ABC B 10 del maggio 1073 non è cenno all’anzidetta chiesa.”. Dunque, l’Ebner scriveva che il documento pubblicato dal Guillaume, che lo attribuisce a Gisulfo II, non risulta da espliciti documenti. Il Mazziotti, a p. 82, parlando di “Casalvelino”, in proposito scriveva che: “Presso l’antica chiesa nella pianura di Casalvelino era sorto, ignoriamo in quale epoca, ma probabilmente dopo la scoperta delle reliquie, cioè dopo il 954, un monastero che ebbe lo stesso nome di S. Matteo a due fiumi. Il principe di Salerno Gisulfo II nel lmaggio 1072 lo concesse all’abate di Cava e la concessione fu confermata da papa Gregorio VII nel’anno successivo (1).”. Il Mazziotti, a p. 82, nella nota (I) postillava: “(I) Pubblicato dal Guillaume, Doc. B., pag. III.”. Paul Guillaume (….), nel suo “Essai historique etc…”, a p. 46, in proposito scriveva che: “Si osservano, a questo riguardo, negli Archivi di Cava tre bei diplomi. Con quello del 1072, Gisulfo dona all’abate Leone il territorio di ‘Monte Giulia’ etc…Con quelli del 1073 gli concede o conferma i monasteri di S. Nicola di Serramenzana, di S. Fabiano di Casamastra, di S. Matteo ad duo flumina, etc…(29).”. Il Guillaume, a p. 47, nella nota (29) postillava: “(29) Arc. Magna, B, n. 5, 9 e 10; cfr. Murat., Antiq. Ital., V, col. 790.”. Questo dovrebbe essere il documento secondo cui l’Ebner e la Visentin, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 519 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, a p. 519, nella nota (18) postillava pure: “(18)….Ma ciò non è, perchè sia nell’ABC, B 5 del maggio 1072 che nell’altro diploma ABC B 10 del maggio 1073 non è cenno dell’anzidetta chiesa.”. Sull’abbaglio del Guillaume, che tuttavia trae la notizia dal Muratori, l’Ebner, nella nota (18) postillava pure che: “E’ da presumere che il Guillaume l’abbia ipotizzato  dal fatto che della chiesa è cenno nella bolla di Gregorio VII del 1073 circa, meglio ancora, come egli asserisce, dal ms di pd. Rodolfo e dal ‘Dizionario del Venereo. Questi avevano scritto che Guaimario di Giffoni aveva donato alla Badia  con il asale di Selofone anche il villaggio di S. Matteo ad duo flumina e quello di Massanova. Ma l’unico documento del 1110 (la data è del Mazziotti) e cioè l’ABC, E 13 nulla dice del casale.”. Barbara Visentin, però si esprime a riguardo ma non è esplicita nel negare la notizia di Gisulfo II. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 155, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689).”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi etc…, cit., p. 49. Dal racconto della Translazio parrebbe che….”Circa due decenni più tardi, nell’aprile 1072 (219), per disposizione di Gisulfo II° ultimo principe longobardo salernitano, la chiesa col circostante territorio fu donata alla congregazione benedettina cavense, che vi costituì l’abbazia di San Matteo “ad duo flumina”, etcc…”.”. Dunque, la Visentin scriveva che Ildebrando di Soana, divenuto papa Gregorio VII, si affrettò a confermare alcune importanti donazioni dell’ultimo principe Longobardo di Salerno, Gisulfo II.

Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara’, in proposito scriveva che: “L’Arcivescovo di Salerno Marcantonio Marsilio Colonna nella ‘Vita di S. Matteo Apostolo’, come scrive il nostro P. Peduto, riferisce che Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda vedova di Aralfo Principe di Benevento e sorella di Gisulfo Principe di Salerno, e forsi fu quel Monaco, che rattrovò il Corpo di esso glorioso Apostolo, del quale a lungo ho parlato nel lib. I Disc. IV.”. Il De Stefano, continuando il suo racconto scriveva pure: “Scella fu sorella di Gisulfo VII Principe di Salerno, vi fu Abate circa il 920, secondo il computo dell’Abate Troyli, tomo 3 lib. 6 C. 4 par. 1 e 2, o circa il 933 secondo il Volpe nella serie de’ Conti di Capaccio; ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo, dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto in detto Disc. IV, giacche ne fu poi del Principato spogliato da Roberto il Guiscardo suo Cognato nell’anno 1076, o nel seguente.”. Riguardo il “Peduto” citato dal Di Stefano, egli a p. 210, nel Libro I, in proposito scriveva che: “Il nostro P. Ludovico Peduto Acquario Minore Osservante San Francesco, nella sua ‘Selva di varie storie’ M.S. ect…”, ovvero il suo manoscritto intitolato “Selva di varie storie”. Dunque, il Di Stefano, scrivendo del casale di “Sanpietro”, non molto distante da casale di “Aquaro” (di cui al vol. I di Ebner) scriveva anche del monastero o abbazia benedettina di “S. Petri de Aquara”, ricorda che il manoscritto del monaco francescano Peduto dice che il cardinale Marsilio Colonna scriveva che al tempo della principessa Rotilde, sorella del principe di Salerno Gisulfo (I o II?) e vedova del principe di Benevento Aralfo, il monaco Attanasio doveva essere l’Abate dell’antico monastero. Il Di Stefano, nel libro III si chiede da dove il monaco Peduto abbia tratto le notizie per il suo interessante manoscritto. Sempre il Di Stefano, nel lib. III, a p. 210 cita Michele Zappulli.  Il Di Stefano scriveva e si chiedeva se la Principessa Rotilde “ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo”, dunque si tratta di Gisulfo II. Ma se si tratta di Gisulfo II egli non aveva una sorella chiamata Rotilde. Infatti, il Di Stefano aggiunge che: dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto in detto Disc. IV, giacche ne fu poi del Principato spogliato da Roberto il Guiscardo suo Cognato nell’anno 1076, o nel seguente.”. Dunque, il Di Stefano scriveva che il cardinale Colonna, parlando del monastero di S. Pietro di Aquara credeva che: Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda, etc..”. Il cardinale Marsilio Colonna ci parla del ritrovamento delle sacre spoglie portate in Lucania e del monaco “Athanasius” da p. 52 del suo “Vita di S. Matteo Apostolo”. Egli ci parla del monaco Attanasio, della madre Pelagia e del principe di Salerno Gisulfo II.

Nel 1073, la bolla di papa Gregorio VII e l’Abbazia benedettina di S. Matteo ‘ad duo flumina’

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 520 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “Dell’omonimo monastero è prima notizia nella bolla (19) di Gregorio VII del 1073 circa e poi nelle due (20) di Urbano II.”. Ebner, a p. 518, nella nota (19) postillava: “(19) ABC, B 8, circa 1073, Roma (?). La donazione che il Guillaume (cit. p. 36) attribuisce a Gisulfo non risulta da espliciti documenti.”. Ebner, a p. 518, nella nota (20) postillava: “(20) ABC, C, 21, settembre a. 1089 Venosa e settembre 1089 Melfi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26 e ssg., in proposito scriveva che: “Circa il primo oratorio di Velia (v.) ……ne parla indirettamente anche ….una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di una “thesaurus magnus”, i sacri resti etc….”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, a p. 155, parlando di Casal Velino, in proposito scriveva del monastero di: “3. San Matteo. ‘Sancti Mathei ad duo flumina.”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 155, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ‘ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito di fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento. La prima notizia della cappella, però, risale alla discussa ‘charta libertatis’ che Gregorio VII emana nel 1073, confermando all’abbazia cavense della SS. Trinità una serie di monasteri e chiese, ‘in cilento monte posita’, tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689). L’ingresso nel patrimonio fondiario di Cava non sembra, tuttavia, potersi considerare effettivamente avvenuto, nell’ottobre del 1089, infatti, il monastero Cilentano non compare tra i beni cilentani che il pontefice Urbano II torna a confermare alla Trinità (690) etc…”. La Visentin, a p. 155, nella nota (688) postillava: “(688) Sulla scia del Venereo anche G. Talamo Atenolfi, I testi etc…, cit., p. 49. Dal racconto della Translazio parrebbe che….”Circa due decenni più tardi, nell’aprile 1072 (219), per disposizione di Gisulfo II° ultimo principe longobardo salernitano, la chiesa col circostante territorio fu donata alla congregazione benedettina cavense, che vi costituì l’abbazia di San Matteo “ad duo flumina”, etcc…”.”. Dunque, la Visentin scriveva che Ildebrando di Soana, divenuto papa Gregorio VII, si affrettò a confermare alcune importanti donazioni dell’ultimo principe Longobardo di Salerno, Gisulfo II. La Visentin, a p. 156, nella nota (689) postillava: “(689) AC, B, 8: aprile-dicembre 1073, edito in CDC X, doc. 22, pp. 76-78.”. La Visentin, a p. 156, nella nota (691) postillava: “(691) AC, B 34”. La Visentin, a p. 157, in proposito scriveva che: “…, il cui nucleo propulsore è costituito dalla chiesa di San Matteo (696), sorta sul punto di confluenza dell’Alento con il Palistro (697) e cardine intorno al quale ruotano, probabilmente, anche le vicende delle altre due obbedienze cavensi di san Zaccaria e San Giorgio. La cappella appare circondata da un territorio etc…”. La Visentin, a p. 157, nella nota (696) postillava che: “(696) ….e Domenico Ventimiglia (…), nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania’, nel 1827, parlando di ‘Casalicchio’, a pp. 43-44 e sgg., scriveva in proposito che: “….dove l’Alento si unisce all’altro fiume, che da Ceraso discende, e poi si scarica verso nel mare presso Velia fu il luogo del ritrovamento del corpo di S. Matteo (e), ed ivi era il Porto di cui si parla nè più volte citati Istrumenti del 1186 e 1187, e ivi si edificò la Chiesa, il Monastero, ed il Casale, che di S. Matteo ‘ad duo Flumina’ si nominarono. Etc…”.

Nel 1084, il monastero e l’abazia “Obedienza” benedettina di ‘San Matteo ad duo flumina’ 

Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 156, in proposito scriveva che: “…tra i quali compare anche il cenobio ‘Sancti Mathei ad duo flumina’ (689)….nell’aprile del 1084, in occasione di una sentenza a tutela dei possessi cavensi nel Cilento, emessa ‘apud ecclesiam beati apostoli et evangeliste Mathei, que constructa est in loco ubi duo flumina dicitur’, alla presenza della duchessa Sichelgaita, la cappella non viene detta dipendente da Cava (691).”. La Visentin, a p. 156, nella nota (691) postillava: “(691) AC, B 34”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 521 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “Nell’aprile del 1084, alla presenza della duchessa Sighelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo, si definiva (23), previa una ricognizione sul terreno (il tribunale si riunì nel mese di marzo nella chiesa di S. Matteo ad duo flumina) una vertenza tra la Badia e il fisco ducale che non aveva documenti comprovanti l’appartenenza all’Abbazia di chiese e monasteri. E cioè i predetti beni erano in possesso del monastero prima dell’assedio di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo.”. Ebner, a p. 521, nella nota (23) postillava: “(23) I, ABC, B 34, aprile a. 1084, VII, Salerno. Ricognizione sul terreno e poi verbale a Salerno.”.

Nel 1092, Gregorio di Capaccio, figlio del fu Pandolfo donò diverse chiese

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a p. 449, in proposito scriveva pure che: “Nel mese di maggio del 1092, Gregorio, conte di Capaccio e figlio del fu Pandolfo, fratello di Guaimario V, donò alla chiesa di S. Nicola di Capaccio 21 chiese o parti di esse di sua proprietà e parte di un monastero. Offrì inoltre alla stessa chiesa di S. Nicola, quella di S. Matteo “ubi ruticinum dicitur” con tutte le sue pertinenze e quattro locali famiglie con tutti i loro beni (8). Nell’agosto del 1114, Gemma, figlia del fu Guido etc…”. Ebner, a p. 450, nella nota (8) postillava: “(8) I, ABC, C 34, maggio a. 1092, Salerno (vedi pure trascrizione in ABC, XV 58, Maggio a. 1092, XV, Salerno. Gregorio di Capaccio, nipote di Guaimario V donò alla chiesa di S. Nicola di Capaccio costruita dalla zia Teodora, di S. Angelo di Capaccio, di S. Biase di Solofrone, di S. Arcangelo di Acquavella, di S. Felice di Fellino, di S. Andrea di Lama, di S. Massimo di Salerno etc…e altre proprietà. Giudice Grimoaldo.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista” parlando di Rutino e della sosta per la traslazione della reliquia, a p. 53, in proposito scriveva pure: In commemorazione del transito della reliquia, Rutino ebbe anche una chiesa di San Matteo scomparsa, la “ecclesia Sancti Matthaei de Ruticino” che appare di collazione cavense in un atto del 1092 (236).”. L’Atenolfi, a p. 53, nella nota (236) postillava: “(236) Guillaume, op. cit., Append. LXXXVI; D. Ventimiglia, op. cit., sub vocab.”

Nel 1096, Guaimario II di Giffoni dona il monastero e l’Abbazia “Obedienza” benedettina di ‘San Matteo ad duo flumina’ a Casalvelino, all’Abbazia della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni

Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 155, in proposito scriveva che: “La chiesa di San Matteo ad duo flumina’ (688) sembrerebbe rientrare nel circuito delle fondazioni religiose che la famiglia dei principi longobardi di Salerno realizza, tra la fine del X e l’XI secolo, nelle terre del Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, nel 1973, a p. 27, nella sua nota (71), postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 519 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, a p. 519, nella nota (18) postillava pure: “(18) ….Notizia sicura della donazione della sola chiesa di S. Matteo ‘ad duo flumina’ è nel diploma del gennaio 1096 (ABC, D, 9, gennaio a. 1096, V, Salerno: “Etc….”….qando Guaimario di Giffoni donò alla Badia oltre la chiesa tanta terra etc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 520 parlando del casale di “SAN MATTEO ad duo flumina”, in proposito scriveva che: “Ne è più ampia nel diploma di Guaimario, signore di Giffoni e nipote di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Il predetto oltre a donare alla Badia tre chiese site nel territorio del suo feudo, offrì pure quella detta ai due fiumi. Chiesa pervenutagli per successione dal nonno Guido nella divisione del 1047 tra il principe e i fratelli di Pandolfo e Guido della proprietà posseduta “ubi proprio duo flumina dicitur” e divisa in “tres sortes” dal gromatico Romoaldo (21). Un documento del 1097 contiene la delimitazione (22) dei beni della chiesa di S. Matteo e del villaggio distante dalla chiesa, verso oriente 350 passi, e delle terre lavorativa site all’incirca tra gli odierni Lago e Pantano e tra lo Iunco e il mare.”. Ebner, a p. 520, nella nota (21) postillava: “(21) CDC, VII, 1083, giugno a. 1047, XV, Salerno. La proprietà patrimoniale dei principi ‘in finibus lucanis, ubi proprie duo flumine dicitur’ comprendeva appunto i territori di cui dianzi. Etc…”. Segue la divisione dei tenimenti a Guido, Pandolfo e Guaimario. Ebner, a p. 520, nella nota (22) postillava: “(22) I, ABC, D 13, marzo a. 1097, V, Salerno. Nel confermare la precedente donazione, Guaimario chiarisce che ‘terra namque in ipsa ecclesia sancti mathei sita est omni parte finis ipsius guaimarii, a parte meridiei etc…”. Barbara Visentin (….), nel suo “Le fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale”, parlando di Casalvelino, a p. 156, in proposito scriveva che: “L’inserimento reale nel patrimonio cavense è, dunque, da riferire al gennaio del 1096, quando Guaimario II ‘de Iufuni’ effettua in favore della Trinità un’importante donazione, il cui oggetto è composto interamente da chiese, disseminate tra le terre del ‘dominatus loci’ di Giffoni (692) e quelle che una volta erano appartenute al patrimonio principesco del Cilento. In continuità con la politica di generosa elargizione che Guaimario I, figlio di Guido conte di Conza e duca di Sorrento, aveva inaugurato nel 1091, donando all’abbazia cavense etc…., il giovane Guaimario offre le cappelle di etc…e la chiesa di San Matteo, etc…(694).”. La Visentin, a p. 156, nella nota (692) postillava: “(692) I signori di Giffoni discendono da Guido, conte di Conza e duca di Sorrento, e da Rangarda, figlia del conte Caiazzo, Landone, e si legano direttamente alla famiglia dei principi longobardi di Salerno, essendo Guido l’unico fratello di Guaimario IV sopravvissuto alla congiura del 1052. Etc…”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 82, parlando di “Casalvelino”, in proposito scriveva che: “Intorno al chiostro si era formato un casale che Guaimario duca di Giffoni nel 1110 donò alla Badia insieme con molte vigne e terre circostanti (2).”. Il Mazziotti, a p. 82, nella nota (2) postillava: “(2) Guillaume, Essai historique etc.., pagg. 47 e 48.”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 53 parlando della chiesa di Capaccio, in proposito scriveva pure che: Anche Capaccio in memoria del transito della reliquia dell’Evangelista ebbe una chiesa di San Matteo, donata nel 1092 a quel monastero di San Gregorio, da Gregorio signore del luogo, figlio di Pandolfo di Salerno e di Teodora di Tuscolo (237).”. L’Atenolfi, a p. 53, nella nota (237) postillava che: “(237) D. Ventimiglia, op. cit., p. 81”.

Nel 954 d.C., Attanasio (“Athanasio”), monaco di Velia, rinvenne le sacre spoglie di San Matteo

Le sacre spoglie di San Matteo,  sarebbero giunte a Velia, in Lucania, intorno al V secolo, dove rimasero sepolte per circa quattro secoli. Il corpo del Santo fu rinvenuto dal monaco Attanasio nei pressi di una fonte termale dell’antica città di Parmenide. Le spoglie furono portate dallo stesso Attanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino. Lo storico Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 21, così riportava il prodigio di cui parlava il ‘Chronicon Salernitanum’

Acocella, p. 21.PNG

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel 1973, in un suo inedito dattiloscritto ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, parlando della Cristianizzazione nel basso Cilento, anche sulla scorta del Rodotà (…), parlando di Velia, scriveva che: “Si tramanda che S. Matteo, apparso in sogno ad una pia donna, Pelagia, le chiese di cercare i suoi resti nella Basilica di Velia. Svegliatasi, ne parlò al figlio, il monaco Attanasio, il quale, rinvenute le reliquie, le nascose nella predetta chiesa sita “ai due fiumi” (108). Infatti, ritrovate le reliquie, fra le rovine di Paestum, dopo breve sosta a Capaccio, per volere di Gisulfo I nella Cattedrale di Salerno il 6 maggio 954 furono definitivamente collocate (109). Il Cataldo (…), nella sua nota (108), postillava che: “(108) Ebner P., Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, II, pp. 514-515”. Il Cataldo (…), nella sua nota (109), postillava che:  “(109) Stilting, Acta Sanctorum, Anversa, VI, 1757, p. 198; si veda pure Ebner P., op. cit., pp. 515.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitoloLe reliquie …..traslate dal comandante della spedizione romana (praefectus classis?) contro i bretoni, Gavinio (1), in Lucania e a Velia. Qui, secoli dopo, il santo apparve in sogno a una pia donna, Pelagia, alla quale indicò la precisa ubicazione del suo sepolcro inducendola a chiedere al figlio, Attanasio, di farne diligente ricerca.”. Ebner, a p. 26, nella sua nota (52), del suo ‘Chiesa, Baroni e popolo ecc..’, postillava che: “(52) Il santo comparso in sogno a una pia donna del luogo (Pelagia) chiese di cercare i suoi resti nella basilica paleocristiana di Velia (v. nel Volpi, p. 3, la notizia del rinvenimento non a Velia, ma fra le rovine di Paestum). Pelagia ne disse al figliolo (il monaco Attanasio) che rinvenute le reliquie le occultò nella vicina chiesa (Santa Maria di Odegitria ‘ad duo flumina’).”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 27, scriveva che: “6. Sull’incremento delle attività locali aveva influito, e in modo determinante, il rinvenimento a Velia di uno tra i più gloriosi “trofei” della cristianità, le venerate spoglie dell’evangelista Matteo. Evento che portò Salerno e lo stesso territorio di Velia all’attenzione del mondo allora conosciuto, facendo di quest’ultimo, e per lungo tempo, meta d’ininterrotto afflusso di fedeli. A partire dallo stesso compilatore del Chronicon salernitanum (a. 978), quel monaco del monastero di S. Benedetto di Salerno che, nell’accennare nel noto paragrafo 165, si riservava dei “miracula et signa et quomodo fuit repertus”, nonchè nella sua translazione, di raccontare a lungo con l’aiuto di Dio (69). Ciò che pare riuscisse a fare, dicono autorevoli filologi, anche se in modo incompleto.”. Ebner (…), a p. 27, nella sua nota (69), postillava che: “(69) Sul ‘Chronicon e suo autore, v. le recenti ricerche di N. Cilento, in op. cit., p. 67 sgg. e p. 65 sgg.”.

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, in proposito alla villa della gens Gavinia, a p. 731 scriveva pure che: Nell’ottobre del 1133 il milite Stabile acquistò (45) dalla “kuria” del monastero cavense (abate Simeone) una “pecia de terra” per 250 tarì.”. Ebner, a p. 731, nella nota (45) postillava: “(45) ABC, XXIII, 66, ottobre a. 1133, XII, Abbazia di Cava.”.

Nel 1580, Marco Antonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno

Si tratta del testo scritto nel 1580 dal Arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna (….) e del suo “De Vita et gestis beati Matthaei Apostoli et Evangelistae”, Napoli, 1580, dove il prelato raccolse diverse notizie storiche sulla vicenda. Il Cardinale Marcantonio Marsilio Colonna (….), nel suo “De vita et gestis Beati Mathaei”, pubblicato come appendice al famoso suo Sinodo Diocesano, celebrato nel 1579 e, citato anche da Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie per servire alla storia etc..”, a p. 217. Delle traslazioni di San Matteo si conosceva fino alla metà del secolo scorso soltanto quanto raccontava una monografia cinquecentesca composta, sulla base di fonti più antiche, dall’Arcivescovo Marsilio Colonna: De vita et gestis beati Matthaei apostoli et evangelistae eiusque gloriosi corporis in Salernitanam urbem translatione, Napoli 1580. Le critiche formulate al Colonna da vari autori portarono, in tempi a noi più vicini, Nicola Acocella a riesaminare tutta la problematica inerente la questione e ad analizzare tutti i documenti e le testimonianze medievali relative all’avvenimento.

Nel 1580, il monaco Athanasio, nella ‘Vita dell’Apostolo S. Matteo’ dell’arcivescovo Marsilio Colonna

Il nipote dell’Antonini (….), Mazzarella Farao, nell’edizione della “Lucania” dell’Antonini, Parte III, del 1795, a p. 225: “Dissertazione del barone di S. Biase Giuseppe Antonini – Sull’invenzione, e traslazione del Corpò di S. Matteo in Salerno”, a pp. 227-228, in proposito scriveva che: “Era dice l’Arcivescovo nel capo 6 della ‘Vita’ del Santo….Parole di Marsilio al Capo 7. …. Giovanni Di Ruocco (….), nel suo “Le Sedi Vescovili del Cilento”, a p. 34, in proposito scriveva che: “Nell’anno 370 Gavinio, Cavaliere lucano e Prefetto Generale delle milizie dell’Imperatore Valentino, spostò dalla Bretagna a Paestum il Corpo dell’Apostolo S. Matteo, deponendolo in una Cappella, sita nel luogo detto “ad duo flumina” (14).“. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (14) postillava che: “(14) Paesano – “Memorie della Chiesa Salernitana”, parte I – 65″. Il Di Ruocco, sempre a p. 34 scriveva pure: “Marcantonio Marsilio Colonna, Arcivescovo di Salerno, nella vita dell’Apostolo S. Matteo, dice: “che detto Corpo fu condotto a Paestum da Gavinio Prefetto dei Bruzi di Bretagna – itinere terrestri proficiscitur – e poco dopo: ut credamus, in Ecclesia quapsiam regionis maritimae collocatur” (15).”. Il Di Ruocco, a p. 34, nella nota (15) postillava: “(15) Vita dell’Apostolo S. Matteo stampata in Napoli nell’anno 1580”. Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara’, in proposito scriveva che: “L’Arcivescovo di Salerno Marcantonio Marsilio Colonna nella ‘Vita di S. Matteo Apostolo’, come scrive il nostro P. Peduto, riferisce che Atanasio ne fu abate in tempo della Principessa Rotilda vedova di Aralfo Principe di Benevento e sorella di Gisulfo Principe di Salerno, e forsi fu quel Monaco, che rattrovò il Corpo di esso glorioso Apostolo, del quale a lungo ho parlato nel lib. I Disc. IV. Stella fu sorella di Gisulfo VII Principe di Salerno, vi fu Abate circa il 920, secondo il computo dell’Abate Troyli, tomo 3 lib. 6 C. 4 par. 1 e 2, o circa il 933 secondo il Volpe nella serie de’ Conti di Capaccio; ma se fu sorella dell’ultimo Gisulfo, dové essere secondo il cit. Volpe circa il 1052 o prima, perche fu dal Padre associato nel Principato nel 1042, come ho detto i detto Disc. IV, etc… “. Della villa romana di Gavinio, ne parla meglio l’Ebner (…), del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, a p. 29, dove cita il passo dell’autore della ‘Traslatio’ (77), per averlo constatato di persona, che in “Lucania partibus”, e cioè nel territorio circostante la chiesa anzidetta. Pietro Ebner, a p. 514, nella nota (1) postillava: “(1) ….e P. Magnoni, Opuscoli, Napoli, 1804, p. 66.”. Infatti, Pasquale Magnoni (….), nel suo “Opuscoli etc..”, a p. 63, in proposito scriveva che: “E’ di bene però, che vi dica che, Monsignor Colonna non si sognò giammai asserire, che il corpo di S. Matteo fusse stato trovato in Pesto, e che da quì fusse stato in Salerno portato. Scrisse questo buon Prelato, che il detto Sacro Corpo fu condotto da Gavinio Prefetto dell’armata navale de’ Bruzj di Bretagna ‘ad Lucanos’, e soggiunse ‘quo loco, quave in Ecclesia fuerit reconditum, quidve de illo eraditum sit lites monumentis, prorsus ambigitur quam ……ad sexcentes circiter annos videtur delituisse, adeo ut ne mentis quidem ulla fieri de ipso valeat’; indi poco dopo: etc…”. Nella lettera pubblicata dal Magnoni, egli si riferisce all’Arcivescovo Marsilio Colonna. Il Magnoni, a p. 66 prosegue: “Il solo Michele Zappulli pensò prima, che questo sacro deposito fusse stato trovato in Pesto, ove lo volle trasportato da Bretagna dallo stesso Gavinio, che ej fece Cavalier Pestano. Non vi è dubbio che fuvvi in Pesto questa famiglia Gavinia, e che onorati posti occupò. Ho presso di me una bellissima monetuccia di Pesto colla effige della Dea Mente Bona, ed in essa dall’altra parte si legge l’epigrafe di ‘Nummerio Gavinio Duumviro’.”. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 63, in proposito scriveva che: “Monsignor Colonna scrisse che…..Poi dice, che pervenutane la notizia a Giovanni vescovo Pestano, questi per terra “itinere terrestre proficiscitur” unito col suo Clero va a trovarne l’inventore, ch’era un monaco, chiamato Atanagio, e dopo che gli ha fatto consumee tre giorni di cammino, facendolo anche al ritorno “dum advesperasceret” pernottare in una chiesa “in medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat”; avendo dovuto passare anche il fiume Malla (questo dove essere l’Alento), finalmente il terzo giorno, dopo che si era dalla sua residenza partito, giunse con il suddetto sacro deposito “ad Castrum cui Caput quae nomen erat”. Tutto e quanto detto riferisce mentovato Arcivescovo si verifica appuntino, giudicandosi l’invenzione della mentovata chiesa di S. Matteo “ad duo flumina” presso Casalicchio. E per convincerci esamineremo il filo delle di lui parole. Era questa chiesa “in Lucania finibus” …..E’ distante cotal luogo dalla residenza del vescovo circa venti miglia, e perciò dov’è il vescovo consuarvi tre giorni di viaggio, cioè uno nell’andare, e due al ritorno. Etc…”.

Nel ‘954, il monaco Athanasio, non era un malfattore ma voleva salvare le sacre spoglie

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, nutrendo dei seri dubbi, come del resto altri autori, sulla figura di Attanasio, forse un monaco italo-greco, forse un igumeno di qualche monastero di Velia, scriveva di Attanasio che: Dopo diversi vani tentativi di portare in Oriente via mare le reliquie,……..La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori. Ma non bisogna prenderlo per storia”, scrive H. Delahaye (Les legendes hagiograph., Bruxelles, 1923 (3), p. XIV sg.) prendendone probabilmente da S. Agostino che era incredulo a proposito di certi monaci che vendevano abusivamente “membra di martiri, ammesso che si tratti di martiri”. E’ da tener presente, comunque, che in ogni leggenda vi è sempre un fondo di verità. Va pure ricordato che l’episodio del monaco Attanasio che voleva trasportare le reliquie di S. Matteo a Bisanzio somigli a ciò che i cittadini i Pavia avevano tentato di fare con le reliquie di San Appiano (IX secolo): ‘Acta sanctorum, 4 marzo: “I rematori, stanchi per lo sforzo eccessivo compresero di aver perpretato un immane delitto”).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 26, nella nota (52) postillava: “(52) La leggenda è come tutte le leggende “un omaggio del popolo cristiano ai suoi protettori. Ma non bisogna prenderlo per storia”, scrive H. DELAHAYE (Les légendes hagiograph.’, Bruxelles 1927 (3), p. XIV sg.) prendendone probabilmente da S. Agostino che era incredulo a proposito di certi monaci che vendevano abusivamente “membra di martiri, ammesso che si tratti di martiri”. E’ da tener presente,comunque, che in ogni leggenda vi è sempre un fondo di verità. Va pure ricordato che l’episodio del monaco Atanasio che voleva trasportare le reliquie di S. Matteo a Bisanzio somiglia a ciò che i cittadini di Pavia avevano tentato di fare con le reliquie di S. Appiano (IX secolo) etc…”. Riguardo ciò che è stato, a mio parere, ingiustamente scritto sulla figura Attanasio, il monaco figlio di Pelagia, non dobbiamo dimenticare il periodo in cui avvenne l’evento del rinvenimento delle sacre spoglie dell’Apostolo Matteo e non dobbiamo perdere di vista ciò che accadde successivamente. Ritengo che la figura del monaco o egumeno Attanasio, figlio di Pelagia di Velia, sia stato ingiustamente bistrattato. A lui deve andare il merito del ritrovamento delle sacre spoglie del Santo e, non a caso la tradizione attribuisce ad un sogno di sua madre Pelagia, dove l’Apostolo Matteo, dopo quattro secoli dalla sua tumulazione in un luogo di Velia, ovvero nel X secolo, ai tempi del principe Longobardo Gisulfo I, venivano ritrovate proprio dal monaco Attanasio. Tutti conosciamo ciò che avvene intorno all’anno Mille, anche e soprattutto ad opera della Badia Cavense. Basti pensare a quel “Aliprando de Busentio”, citato dal Gaetani (…), che a p. 29, scrivevache: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. E poi, ciò che scriveva lo stesso Ebner, circa le usurpazioni della chiesa Benedettina, nelle nostre contrade. In Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Dopo il ritrovamento dei sacri resti dell’Apostolo Matteo, i fatti ci parlano di un immediato intervento del Vescovo di Capaccio, uomo della Badia, che afrontò un viaggio di tre giorni per recuperare i sacri resti, rinenuti a Velia dal monaco Attanasio, e portarli in una chiesetta a Capaccio. La situazione di quegli anni è stata ben rappresentata da Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a p. 18, scriveva che: “Questi romiti angoli del Principato, se da un lato non conobbero l’ingerenza dei vescovi (38), dall’altro subirono forti carenze spirituali noncè l’eco del malgoverno bizantino che altrove inaspriva le popolazioni con la “grevance, injiure, servitute, vergoigne” (39). Qui il governo operava a mezzo di funzionari costretti ad agire in contesti sociali al limite della sopravvivenza. Tali condizioni subumane e i leggendari echi delle feroci persecuzioni religiose favorirono, da parte della popolazione, quel clima di calda simpatia che accolse i monaci greci giunti a Velia in diverse ondate tra l’VIII e il X secolo. La città doveva essere ben nota al mondo monastico orientale se è vero che nella sua basilica vi si trovava custodito uno dei più grandi “trofei” della cristianità, i sacri resti dell’apostolo Matteo, e perciò visitata dai monaci al seguito delle truppe di Belisario e Narsete, durante la Guerra Gota.. Ebner (…), ancora a p. 21, scriveva in proposito che: “Solo grandi eventi, infatti, come ad esempio il rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo tra le rovine della basilica di Velia, potevano indurre anziani vescovi ad affrontare viaggi perigliosi “equitando per vias asperas et impervias”, scriveva ancora il 22 novembre 1745 il presule Raymondi nella relazione di una sua visita pastorale a un casale del territorio (47).”. Ricordiamo pure le paurose e devastanti incursoni dei Saraceni che proprio in quegli anni, secondo le cronache, devastavano gran parte dei centri costieri del basso Cilento. Lo studioso locale Nicola Curzio (…), nel suo ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, nel 1934, a p. 10, in proposito ricordava che: “Lo storico Troilo dice che i Saraceni, fierissimi nemici dei Cristiani, dopo aver devastate le marine del regno, distrussero anche nella Lucania, Grumento, Blanda, Tebe, Pandosia nel 914 dell’Era Cristiana. Il coro di Blanda, in legno di noce, venne trasportato a Tortora ove si conservò fino a 28 anni or sono ecc…Distrutta nel 914 Blanda dai Saraceni, ecc..”. Lo storico “Troilo” è Troyli (…). Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre ed in particolare quelli della Diocesi di Capaccio a cui apparteneva quella di Bussento. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Avevamo già precedentemente scritto dei Vescovi di Bussento, ma ci pare singolare questo “Pando (977-979)”che Ebner (…), scrive sia un Vescovo che riguarda i restauri per la chiesa di Capaccio. Sappiamo che, in quegli anni, l’Episcopato Bussentino, dipendeva dall’Episcopato di Capaccio, e sappiamo pure che l’opera del cosidetto ‘Annalista Salernitano’, il ‘Chronicon Cavense’, alcuni vogliono che fosse una falsificazione del Pratilli (…). Non sappiamo l’origine bibliografica della citazione di un “Pando”, che fa Ebner.

Nel ‘954, Giovanni, vescovo della diocesi Pestana, e la traslazione del corpo di S. Matteo da Casalvelino a Capaccio

Avuta notizia del miracoloso ritrovamento, Giovanni il vescovo di Paestum, si mette in cammino e si fa consegnare le reliquie. Accompagnato da un festoso corteo, dopo aver attraversato il fiume Malla, trasportò le reliquie nella sua cattedrale, la chiesa della Madonna del «Granato». Riposato la notte nella chiesa di San Pietro, raggiunge la località di Ruticinum per poi proseguire verso la sua cattedrale a Capaccio. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, a pp. 448-449, parlando del villaggio di Rutino, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia…..Nella cattedrale antica di Capaccio è ancora visibile la grande urna che aveva contenuto i sacri resti dell’apostolo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 640 parlando del casale di Capaccio, in proposito scriveva che: “Di Capaccio, sede vescovile, è già notizia dalla traslazione (a. 953) dei sacri resti dell’evangelista Matteo da Velia alla cattedrale di Capaccio di S. Maria del granato o dell’Assunta, da parte del vescovo pestano Giovanni (4). Com sede vescovile etc..”. Ebner, a p. 640, nella nota (4) postillava che: “(4) Giovanni, ‘presul sancte sedis pestane’ (CDC, I, 253, p. 957) traslò i sacri resti nella cattedrale. Per tutte le questioni inerenti al grande evento v. Ebner, Storia, cit., p. 27 sgg., Economia e Società, cit., I, pp. 22 e sg., 40 e 220; vedi pure innanzi.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, etc..’, a p. 27, scriveva che: Dopo diversi vani tentativi di portare in Oriente via mare le reliquie, queste vennero trasportate dal vescovo Giovanni a Capaccio e da qui, per volere del principe Gisulfo I, a Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 514-515, dedica il capitolo “San Matteo ad duo flumina” e, scriveva in proposito: Intanto Giovanni (3), “qui illo in tempore sancte sedis pestane presulatum tenebat”, venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, fattosi consegnare le reliquie le trasferì nella chiesa di Capaccio (4).”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (3), postillava che: “(3) E’ il ‘presul sancte sedis pestane del CDC, I, 179, a. 957, p. 253, che trasportò i sacri resti non nella basilica di Paestum (è stata illustrata da G. De Rosa (La chiesa della SS. Annunziata a Paestum) in “Rivista di studi salernitani” (Salerno, 2, 1968), ma nella cattedrale del ‘castrum caput aquis ( o acquae), odierno Capaccio vecchio, dopo l’abbandono della città delle rose oltre che per le incursioni saraceniche per l’infierire della malaria.”. Ebner (…), a p. 514, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Il vescovo Giovanni impiegò tre giorni (Magnoni, cit., p. 64), per giungere a Velia. La distanza Velia-Capaccio era di 20 miglia circa (p. 65) e per le condizioni stradali dell’epoca il vescovo non poteva impiegare meno di tre giorni (‘itinere terrestri profiscitur’, scrive mons. Marsilio Colonna). Si spiega così la sosta notturna a Rutino, di cui è notizia nella tradizione.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, la Baronia di Novi’, che nel 1973, a pp. 27-28, scriveva che: “Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “aqui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Al desiderio del principe, che era un ordine, il vescovo pestano Giovanni non avrebbe potuto opporsi. Qualche anno prima, infatti, e cioè nel novembre del 950, quel principe aveva donato a Giovanni, abate del nuovo monastero di S. Benedetto di Salerno, una golena di pertinenza del fisco in vocabolo “due (sic) flumina” nella circoscrizione demaniale di Lucania, E cioè terre, selve, corsi d’acqua e quant’altro era compreso (buona parte dell’antica ‘polis’) nell’ambito di quattro miglia intorno alla chiesa elevata alla sovrana protettrice dei monaci itineranti greci, la Vergine Maria, edicola evidentemente abbandonata se nel diploma non è cenno di abitanti (74).”. I diplomi di cui si parla sono citati nella nota (71), a p. 27, di Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno’, dove postillava che: “(71) L’odierna cappella di S. Matteo (vocabolo S. Matteo, Casalvelino Marina) venne eretta dall’Abbazia di Cava dopo il 1096, quando l’Abate Pietro (ABC, D, 9) ebbe quel territorio da Guaimario di Gifoni (erede de conti di Capaccio), il quale l’anno seguente gli donò anche il porto di Velia (ABC, d, 13).”. Sul percorso sostenuto dal vescovo Pestano Giovanni, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 207 riferendosi al vescovo Pestano, Giovanni, in proposito scriveva che: Marcantonio Colonna Arcivescovo di Salerno, nella ‘Vita’, che compose di questo Santo Apostolo (quale confesso non aver letta) in Napoli stampata nell’anno 1580, presso il Volpe, Cap. 8 e ‘l Sig. Magnoni, pag. 37, dopo aver scritto, che…etc….e dopo tre giorni di cammino nel ritorno, ‘dum advesperasceret’, pernottò in una chiesa in ‘medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat’, e passato il fiume ‘Malta’ (che sarebbe l’Alento) finalmente il terzo giorno dopo che si era dalla residenza partito, giunse col suddetto Suddetto deposito ‘ad Castrum, cui Caputaquae nome erat, ubi summo cum honore ingreditur, universo sane Populo occurrente, et comitante, tum Ecclesiam Dei Genitrici dicatam, in qua et Episcopalis Cathedra constructa erat, ingrediuntur, ibique beatissimum Corpus honoreficentissime collocat, singuliste diebus, Divi Apostoli solennia festa celebrat.'”, che tradotto è: “….entrarono nel Castello, che si chiamava Caputaqua, dove entrò con sommo onore, incontrando ed accompagnando tutto il Popolo, e nella Chiesa dedicata a Dio Madre, nella quale era anche edificata la Cattedra Vescovile, e quivi collocò la Corpo santissimo, ogni giorno, nelle solennità del Divin Apostolo, celebra la festa nel modo più onorevolmente».”. Dunque, il Colonna scriveva che nel viaggio di ritorno, la traslazione delle sacre spoglie dell’Apostolo durò tre giorni. Attanasio, arrivò nel luogo “ad duo fulmina” dopo un viaggio di tre giorni. Dunque, il luogo dove viveva Attanasio e la madre Pelagia era distante da Velia, tre giorni di cammino. Ma dove si trovava il luogo dove probabilmente vi era la “cella” del monaco Attanasio ?. Il Di Stefano, proseguendo il suo racconto, del libro I, a p. 208 cita l’iscrizione che si trovava nella chiesa di S. Matteo “ad duo flumina”, e scrive: “…ove, fu il Sagro Corpo da Atanasio ritrovato presso la città di Velia, un miglio da Casalicchio lontana, ivi incisa allorchè quella chiesa fu riedificata, copia della quale nell’Archivio del monistero della Trinità della Cava, si conserva come attesta il sig. Magnone, che a carte 40 la trascrive, etc…”. Dunque, il Di Stefano, sulla scorta del Magnoni scriveva che il monaco Attanasio da Velia ritornò e depositò le spoglie del santo in una chiesa di Casalicchio, la chiesa del monastero di S. Matteo “ad duo flumina” vicino il casale di Casalicchio. Il Di Stefano, a p. 210 del libro I, sulla scorta del Magnoni, scrive pure della sosta a Rutino del vescovo pestano Giovanni che si mise in viaggio per il recupero della reliquia detenuta dal monaco Attanasio. Giuseppe Paesano (….), nel suo “Memorie della Chiesa Salernitana”, vol. I, a p. 63, in proposito scriveva che: “Monsignor Colonna scrisse che…..Poi dice, che pervenutane la notizia a Giovanni vescovo Pestano, questi per terra “itinere terrestre proficiscitur” unito col suo Clero va a trovarne l’inventore, ch’era un monaco, chiamato Atanagio, e dopo che gli ha fatto consumee tre giorni di cammino, facendolo anche al ritorno “dum advesperasceret” pernottare in una chiesa “in medio fere itinere, quae Apostolorum Principi dicata erat”; avendo dovuto passare anche il fiume Malla (questo dove essere l’Alento), finalmente il terzo giorno, dopo che si era dalla sua residenza partito, giunse con il suddetto sacro deposito “ad Castrum cui Caput quae nomen erat”. Tutto e quanto detto riferisce mentovato Arcivescovo si verifica appuntino, giudicandosi l’invenzione della mentovata chiesa di S. Matteo “ad duo flumina” presso Casalicchio. E per convincerci esamineremo il filo delle di lui parole. Era questa chiesa “in Lucania finibus” …..E’ distante cotal luogo dalla residenza del vescovo circa venti miglia, e perciò dov’è il vescovo consuarvi tre giorni di viaggio, cioè uno nell’andare, e due al ritorno. Etc…”. Su Giovanni, vescovo Pestano, da cui dipendeva la piccola chisetta dove il monaco Attanasio aveva traslato le spoglie di S. Matteo, ha scritto Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 49 riferendosi al monaco Attanasio, in proposito scriveva che: La chiesa come s’è detto era nella contrada “ad duo flumina” così chiamata per la vicina confluenza del Palistro con l’Alento, sulla riva destra di quest’ultimo nella pianura sotto Velia detta la “subarce”, e si trovava poco lontana dai possessi del Sacro Palazzo recentemente concessi all’Ordine di San Benedetto in persona dell’abate Giovanni, forse lo stesso di cui è parola nella “Translatio”, là dove sorse più tardi l’abbazia di Santa Maria di Torricella (217). Dal racconto della “Translatio” parrebbe che la chiesa della deposizione fosse stata affidata al monaco Atanasio dal vescovo pestano Giovanni, dal quale la chiesa dipendeva, sì che questi direttamente vi si reca nel giungere in luogo e vi convoca il rettore.”. L’Atenolfi, a p. 49, nella nota (217) postillava: “(217) Codice Diplom. Cavense. I.232 a. 950; cfr. Dom. Ventimiglia “Notizie del Castello dell’Abate e dei suoi casali nella Lucania” Napoli, Reale, 1827, pp. XXXII, XXXVI; Genn. Senatore “La Cappella di S. Maria sul monte della Stella nel Cilento” Salerno, Iovene, 1895, docc. XIX, XX.”. Un altro autore che ci parla di Pesto e delle reliquie del Santo è Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche-storiche della Provincia di Lucania”, pubblicata a Napoli, per i tipi di Muzio, nel 1732. Egli parlando di Pesto al cap….., a p. 267, accenna alle sacre spoglie di S. Matteo trasportate nella cattedrale di Paestum dal vescovo Giovanni.

LE FONTI:

Nel Codice Cassinense o Cassinese 101, il Sermo di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna che racconta le vicende del corpo di S. Matteo

Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, pubblicato a Roma, per i tipi di Carlo Bestetti, nel 1958, fece una bella disamina dei tre diversi salmi liturgici da cui furono tratte le principali notizie storiche sulla vicenda delle spoglie di S. Matteo. Come scrisse Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, parlando di “Diocesi e Cenobi”, a p. 27, scriveva che: Circa il primo oratorio di Velia (v.), sorto nella ‘domus’ della ‘gens’ Gavinio, di cui è notizia dalle epigrafi, ne parla indirettamente anche il Codice Cassinese 101 e una lettera di Gregorio VII (18 settembre 1080) che appunto attesta l’esistenza a Salerno di un “thesaurus magnus”, i sacri resti dell’apostolo e primo evangelista Matteo, rinvenuti a Velia etc..”. Dunque, Ebner scriveva che molte notizie riguardo la storia delle sacre spoglie di S. Matteo sono contenute nel “Codice Cassinese 101”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 516, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, ….Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Etc…”. Dunque, Ebner scriveva che nel “Codice Cassinese 101” vi sono contenuti alcuni salmi di frate Paolino (….), risalenti, dice lui, alla fine del IX secolo, che racconta la storia e le vicende che portarono alla scoperta dei sacri resti di S. Matteo. Infatti, l’Atenolfi, a p. 3, in proposito scriveva che: “I TESTI – Alle tre fasi della leggenda corrispondenti approssimativamente agli anni: 45 (?)-68/69, 390 (?)-440 (?), e 954 e seguenti, corrispondono tre testi diversi; la “Passio Sancti Matthaei”, il “Sermo venerabilis Paulini episcopi Legionensis” e la “Translatio Salernum”. Questi testi trassero una prima ragione di silloge dal Lezionario della Chiesa Salernitana la quale nella celebrazione del 6 maggio commemorò le vicende che avevano addotta a Salerno la reliquia dell’apostolo. Ciò accedde anche prima dell’istituzione del Breviario dell’Arcivescovo salernitano Romualdo II° (1153-1181)(I), breviario ch’ebbe poi vari completamenti dagli “Officia” riformati etc..”. Infatti, come vedremo in seguito, a questi tre testi, elencati sia dall’Atenolfi che dall’Ebner, l’Acocella (….), di cui parlerò in seguito approfondirà altri testi precedenti.  In questo saggio a noi interessa sopratutto la parte contenuta nel “Codice Cassinese 101” che riguarda la seconda fase dei fatti storici che l’Atenolfi individua come: Alle tre fasi della leggenda corrispondenti approssimativamente agli anni: 390 (?)-440 (?), corrisponde al seguente momento: il “Sermo venerabilis Paulini episcopi Legionensis.. Sul testo “Sermo venerabilis Paulini episcopi Legionensis”, l’Atenolfi, a p. 24, in proposito scriveva che: “Il “Sermo venerabilis Paulini Legionensis britannicae urbis Episcopi de translatione Sancti Matthaei apostoli ab Aethiopia in Britanniam, itemque de Britannia in Italiam” si riallaccia alla “Passio” nelle premesse della propria narrazione. Si tratta come è stato detto di un testo assai raro, esistente per quanto è noto in un solo esemplare completo originale ed in una sola versione genuina fino a poco tempo fa inedita, nel Codice Cassinese 101 dell’XI° secolo qui appresso pubblicato. La redazione è di non oltre la prima metà del secolo X° giacché l’autore che fu, come si dichiara nel titolo dello scritto, vescovo di St. Pol-de-Léon, precedé il vescovo Octréon eletto nel 939 (99). E’ almeno incerto se fu lui a sottoscriversi nel 954, come ritiene il Sammartano (100), o poco prima, come hanno ritenuto altri, col nome di “Paulinianus in Britannia episcopus”, nei diplomi di Regenfredo vescovo di Chartres, intesi a ristabilire in quella diocesi i religiosi di St. Pierre-en-Vallé. Etc…”. Dunque, l’Atenolfi scriveva che il Sermo fosse firmato da un certo: “Paulinianus in Britannia episcopus”, che l’Ebner scriveva “…Il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna, etc..”. Dunque, l’Atenolfi scriveva in proposito e citava i sermoni di Paulino contenuti nel Codice Cassinese 101, come vedremo innanzi ed anche il ‘Sermo’ di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (fine IX secolo).  Una tradizione vuole che i resti del corpo dell’evangelista furono trasportati in Bretagna da alcuni marinai e mercanti bretoni provenienti dall’Etiopia. Mentre portavano il corpo di San Matteo, questi mercanti di Léon sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu ‑ Le Conquet).Da Wikipedia leggiamo che Paolo Aureliano di Leon, o Pol de Léon, oppure Paolino Aureliano (Galles, … – 573), è stato tra i sette santi fondatori della Bretagna, ed è venerato come santo dalla chiesa cattolica. La sua Vita fu completata nell’884 da un monaco di Landévennec di nome Wrmonoc. Fondò monasteri in Bretagna (in Francia) a Lampol sull’isola di Ouessant, su quella di Batz (dove poi morì) nell’odierna città di Saint-Pol-de-Léon (nel Finistère). Là fu consacrato vescovo sotto l’autorità di re Childeberto dei franchi e fu il primo vescovo della diocesi di Saint-Pol-de-Léon. Sempre riguardo la Codice Cassinese 101, Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 5, in proposito scriveva che: “Fortunatamente a questa pedita sopperiscono codici non meno antichi e pregevoli e dopo studio accurato si è ricorso ai fini dellla presente pubblicazione ai testi seguenti: per la “Passio etc….per il “Sermo” al Cod. Csinen. 101 (pp. 373-386) membran. dell’XI° secolo in carattere beneventano; etc….Per il “Sermo” e la “Translatio” il Cod. Casinen. s’impone non solo per la sua antichità, ma perché fra i vetusti esemplari superstiti esso va considerato il più perfetto, presentando completi nella loro redazione originaria i due testi posti nel loro ordine cronologico, etc…”. Riguardo il “Codice Cassinese 101”, però l’Ebner (…), a p. 27 aggiunge che: “La critica moderna, nonostante le motivate obiezioni dello STILTING e dopo di aver superato notevoli dubbi circa la veridicità delle narrazioni scritte nel Codice Cassinese, sembra ora orientata ad accogliere la versione favorevole alla tumulazione a Velia “ad duo flumina”, dice Ugo da Venosa, del corpo dell’apostolo.”. Riguardo lo STILTING, citato da Ebner, il Cataldo, a p. 20, nella nota (109) postillava: “(109) Stilting: Acta Sanctorum, Anversa VI, 1757, p. 198; Ebner, op. cit. p. 515.”. A p. 28, Ebner (…), continua e scriveva che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, in proposito scriveva che: “La narrazione è troppo interessante e circostanziata perché tralasci di trascrivere, sia pure in nota, i brani più significativi (5). Da essi si rileva che intorno al 978 era noto all’autore della ‘Translatio (6), per averlo certamente constatato di persona, che “in lucania partibus”, e cioè etc….”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, nella sua nota (5), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino: “(5) Cod. Casinensis 101, 386: ‘Cum gisulfus princeps salernitanum populorum regeret dicione prudentissima (….), etc…”:

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(Figg….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 515

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 448-449, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ebner, Storia, p. 27 sgg., anche per la bibliografia. E’ da presumere che la traslazione dei sacri resti, dopo il rinvenimento a Velia (Sermo venerabili Paulini: Cod. Casinensis 101, 385-386 e ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste: Cod. Casinensis 101, 386-397)…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 517, riferendosi ai resti d’epoca romana di una villa e di una basilica paleocristiana a Velia, in proposito scriveva che: “Fino a poco tempo fa, però, mancava ogni documentazione sull’effettiva ubicazione del sepolcro….Come si è detto, l’abside della chiesa, riconoscibile dalla sua semicircolarità e dalla porta laterale, spesso presente nelle absidi delle prime chiese, era a poche decine di metri dal complesso termale, di cui è esplicito cenno nella narrazione. Notizie tutte contenute nel ‘Codice cassinese 101 (14), nel quale è pure una significativa descrizione dei tipici sanguigni mattoni usati a Velia e reimpiegati nel III secolo d.C…”. Ebner, a p. 516, nella nota (9) postillava: “(9) Necessità archeologiche indussero il compianto soprintendente alle antichità di Salerno, prof. Mario Napoli, ad asportare tutto lo strato medievale e romano. Sugli accostamenti di cui nel testo e sulle vestigia della villa romana, v. Ebner, I follari, cit., p. 36 sgg.”. Ebner, a p. 516, nella nota (10) postillava: “(10) Ebner, I follari, cit., p. 36 sgg.”. Ebner, a p. 516, nella nota (11) postillava: “(11) Ebner, Velia e la civiltà della Magna Grecia, “Il veltro”, Roma, 1967, p. 168.”. Ebner, a p. 516, nella nota (14) postillava: “(14) Cod. Cassin. 101, pp. 385-389: ‘In traslatione sancti Mathei apostoli et evangeliste (386, sgg.), ‘Sermo venerabili Paulini (385). Ma cfr. pure ‘Passio’ dello pseudo Abia (VI sec.) che tratta della predicazione di S. Matteo nell’Etiopia del primo sec. d.C. regione dell’Asia settentrionale lambita dal mar Nero. Segue, in ordine di tempo, il ‘Sermo’ (fine IX sec.) di Paolino, vescovo di Leon in Bretagna (trasferimento dei sacri resti dall’Etiopia in Bretagna e da qui ‘ad lucanos fines’ da parte di una flottiglia inviata da Valentiniano III a sedare una rivolta in Bretagna). Pare difficile ammettere interpolazioni o manipolazioni dato che i codici vennero cercati e usati ai fini agiografici e liturgici dopo il trasferimento a Salerno.”.

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(Fig….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 517, nota (14)

Nel……, nel Chronicon Cavense o Annalista Salernitano

Riguardo il “Chronicon Cavense”, Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, a p. 259, in proposito scriveva che: “…dopo la caduta del gastaldato longobardo in potere di Niceforo Foca allorchè questi riuscì a impadronirsi nell’886 del mezzogiorno italiano (15). Conquista che secondo il molto sospetto Chronicon Cavense pubblicato dal Pratilli sarebbe avvenuta nell’896 mediante gli sforzi riuniti di Bizantini e dei Saraceni che insieme a Latiniano avrebbero anche preso altre città della Calabria tra cui Cosenza e Bisignano (16).”. Il Cappelli, a p. 272, nella nota (16) postillava che: “(16) Pratilli, Historia – principium longobardarum, Neapolis, 1754, IV, ad ann.”. Il Cappelli parlando del “Chronicon Cavense” scriveva che fu pubblicato da Pratilli (….), nel suo “Historia – principium longobardarum”, pubblicato a Napoli nel 1754. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Da Wikipedia, alla voce “Chronicon Cavense” leggiamo che il Chronicon Cavense è un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli, antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il Chronicon si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di Annalista Salernitanus, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione (1). Wikipidia, nella nota (1) postillava: “(1) Herbert Bloch, Monte Cassino in the Middle Ages, p. 223″. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense fu il frutto di un’abilissima falsificazione, che costituisce un esempio esempio eclatante di sofisticheria settecentesca: lo storico e archeologo Herbert Bloch la cita come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo».  A lungo considerato autentico, il Chronicon pratilliano ha avuto il tempo di trarre in inganno intere generazioni di studiosi e storici, causando notevoli aberrazioni sull’intera storiografia della Langobardia Minor. Fu definitivamente riconosciuto come falso solo un secolo dopo, nel 1847, per mezzo della dettagliata esegesi di Pertz e Köpke. Tuttavia, nel 1847, la cronaca aveva già dispiegato i suoi effetti dannosi e, nonostante lo smascheramento, l’influenza della falsa cronaca ha continuato a riverberare le sue conseguenze negative sulla storiografia successiva, fino al XX secolo, sviando l’opera di lettori di varia indole, compresi studiosi scrupolosi e avvertiti. La persistenza di questa pesante eredità è stigmatizzata, ad esempio, da Nicola Acocella, da Nicola Cilento e da Herbert Bloch. Questa circostanza ha portato alcuni specialisti a esprimere e a condividere l’idea del suo autore come «di un morto che non è morto abbastanza». La falsa Cronaca Cavense del Pratilli non va confusa con gli Annales Cavenses, autentica opera annalistica prodotta dalla badia di Cava de’ Tirreni. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». L’“Annalista salernitano” o “Anonimo Salernitano”Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (…), op. cit., p. 29). L‘”Annalista Salernitano”, era un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Riguardo il ‘Chronicon Cavense’, nessun valore documentale va invece attribuito al Chronicon Cavense, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto.

Il Chronicon Salernitanum detto “Anonymi Salernitani” e la ‘Traslatio’ (il trasporto) delle reliquie di S. Matteo a Salerno

Lo storico Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di San Matteo’, nel 1954, a p. 11, in proposito così si esprimeva:

Acocella, p. 12

La traslazione delle reliquie di san Matteo è una tradizione agiografica altomedievale, fiorita nel Meridione d’Italia, nell’ambiente letterario e religioso della Langobardia Minor. Tale tradizione narra del rinvenimento in Lucania delle reliquie del santo e della loro successiva solenne traslazione a Salerno, per volere del suo principe longobardo Gisulfo I. Quelle stesse reliquie furono poi trasferite nel duomo di Salerno dai principi normanni. Fu proprio il Normanno, Roberto il Guiscardo, che fece costruire la tomba del Santo nel Duomo di Salerno. La notizia del ritrovamento è intanto giunta anche a Salerno. Il principe longobardo Gisulfo I, invia a Capaccio un’autorevole delegazione di dignitari che si fa consegnare le reliquie dal vescovo locale. Il corpo di San Matteo entra così trionfalmente a Salerno ove le reliquie furono ben custodite, quale inestimabile tesoro. Dopo una collocazione provvisoria nel palazzo del principe, nel 1084 esse vennero traslate nella cattedrale di S. Maria degli Angeli, trovarono così più decorosa sistemazione nello splendido Duomo normanno, che fu detto appunto di S. Matteo, costruito, come è noto, per volontà di Roberto il Guiscardo, pare su progetto di Alfano arcivescovo di Salerno, e consacrato da Gregorio VII, profugo da Roma. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di “Velia”, a p. 724, in proposito scriveva pure che: “Tuttavia, è impossibile  non sottolineare la precisione delle notizie, in quei codici, sull’ubicazione del sepolcro dell’apostolo (la mano pietosa di una madre vi componeva poi le spoglie della sua bimba) e la descrizione dei tipici mattoni usati a Velia e del nuovo reimpiego dopo il III secolo d.C. All’autore della ‘Traslatio’ (si propende per lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’) può essere comunque ascritto il merito della prima ricognizione dei ruderi di Velia (a. 954 traslazione dei resti dell’apostolo da Velia a Capaccio e poi a Salerno)(29).”. Ebner, a p. 724, nella nota (29) postillava: “(29) P. Ebner, Dei follari di Gisulfo I e della Schola Salerni, “Bollettino Circol. numis. napol.”, 1962, p. 28 sgg.”.

Il racconto della ‘Translatio’ nel Chronicon Salernitanum di Anonimo

Il nipote Mazzarella Farao, nel 1795 pubblicò la Parte III della Lucania dello zio Giuseppe Antonini, dove a p. 234, in proposito scriveva che: “Esaminiamo ora quel che ne dice Erchemperto sul fin della sua Storia, ……, siccome dalla Cronologia di questi Principi di Camillo Pellegrino, ed in parte anche ricavasi dalla parte VII, dell’Anonimo Salernitano, che fu a Gisulfo contemporaneo.”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. I, in proposito scriveva che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, in proposito scriveva che: “La narrazione è troppo interessante e circostanziata perché tralasci di trascrivere, sia pure in nota, i brani più significativi (5). Da essi si rileva che intorno al 978 era noto all’autore della ‘Translatio (6), per averlo certamente constatato di persona, che “in lucania partibus”, e cioè nell’omonimo gastaldato (nel Mille corrispondeva, più o meno, al territorio della diocesi pestana)(7) e propriamente “ut balneum quod in locis antiquitus extructum fuit” era, “ad sinistram partem” una “potentis viri domus”. Nell’ambito di questa villa, alcuni “religiosi homines (….) ecclesiam statuerunt” per deporvi, in un “tumulum curricula quiescens”, l’evangelista mostrava la sua presenza ai fedeli con molti miracoli, come credo possa interpretarsi la frase “multarum ibi per dei gloriam peregit signa virtutem”. Persino con l’impedire ad Attanasio di trasferire altrove le sacre spoglie e di compiere ancora altri prodigi durante la traslazione a Capaccio (v. a Rutino).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, nella sua nota (5), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino: “(5) Cod. Casinensis 101, 386: ‘Cum gisulfus princeps salernitanum populorum regeret dicione prudentissima (….), etc…”:

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(Figg….) Ebner (…), ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento‘, vol. II, p. 515

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a p. 515, nella sua nota (6), postillava e riportava la trascrizione degli interessantissimi passi relativi al rinvenimento e alla traslazione dei sacri resti dell’apostolo dal Codice 101 di Montecassino: “(6) Lo stesso del ‘Chronicon salernitanum’, se è esatta l’induzione dello Stilting (Acta sanct., sept., VI, Anversa 1757, p. 198), il quale mostra una perfetta conoscenza del materiale di reimpiego usato a Velia nelle costruzioni, specialmente nel periodo imperiale, e cioè il laterizio. Si noti il significativo brano della Translatio (338): ‘Tunc cesis que supererant spinis ac sentibus, ad quo iam flagranti desiderio intendebant, ipsum etiam altare invenit, inventumque cum magna cautela reserare temptavit. (389) Et cum marmor quod idem altare erat opertum ex suo loco movisset, ilico locus quadris contextus laterculis in quo corpus sanctissimi apostoli et evangeliste, apparuit.’.”, che tradotto è: Allora, quando le restanti spine e la spina, verso la quale ora erano intenti con ardente desiderio, trovò l’altare stesso, e avendolo trovato, con grande cautela cercò di aprirlo. E quando il marmo che aveva ricoperto lo stesso altare fu stato spostato dal suo posto, apparve subito il luogo della croce, intessuta di mattoni, in cui era custodito il corpo del santissimo apostolo ed evangelista.”. Ebner riporta i brani in latino delle pagine 338 e 389 della ‘Translatio’ tratta dal Chronicon Salernitanum’. Il ‘Chronicon Salernitanum’ è la più antica testimonianza della tradizione, tra quelle sopravvissute, è, al capitolo 165, il ‘Chronicon Salernitanum’, cronaca apocrifa (anonima) della seconda metà del X secolo, scritta all’incirca nel 978. ‘Translatio sancti Mathei’. Un dettagliato racconto della traslazione è contenuto anche nella Translatio sancti Mathei apostoli et evangeliste’, un testo della latinità medievale tramandato in un codice membranaceo risalente agli anni a cavallo tra XI e XII secolo, conservato nella sala Capitolare della cattedrale di Benevento (…). Devo segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono ritrovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’ che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Dunque, l’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. L’Acocella ha potuto così ricostruire nel suo saggio La Traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, Salerno, 1954, tutto il quadro delle vicende relative ai resti mortali dell’evangelista, dimostrando la sostanziale veridicità delle fonti, che furono poi integralmente pubblicate (Giuseppe Talamo-Atenolfi, I Testi Medievali degli Atti di S. Matteo l’Evangelista, 1956) e che risalgono all’anonimo autore del “Chronicon Salernitanum” della seconda metà del X secolo, un monaco del monastero di San Benedetto di Salerno.

Nel 974, il Chronicon Salernitanum detto “Anonymi Salernitani”

Da Wikipedia leggiamo che il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia Minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il principe di Salerno Gisulfo. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, E’cole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Per il ‘Chronicon Salernitanum’, si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’, “forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. A questo proposito, dobbiamo anche segnalare, che l’evento o il prodigio a cui si fa riferimento è dell’anno 954, e che nell’anno 823, vi era un abate del monastero di S. Benedetto di Salerno che non viene menzionato dalle cronache, e si tratta di un certo “Aliprando di Bussento”, che fu citato dal sacerdote Rocco Gaetani, (…), e di cui abbiamo parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Questo “Aliprando de Busentio”, era citato in un altro Chronicon, o meglio, un ‘Chronicon’ pubblicato dal Pratilli (…), che la storiografia vuole da non confondere con il ‘Chronicon Salernitanum’, a cui fa riferimento tutta la storia del rinvenimento. L’altro ‘Chronicon’ di cui parliamo, dove si cita un certo “Aliprando de Busentio”, è la cronistoria spuria dell’ “Annalista Salernitano”, citato più volte anche da Antonini. E’ stato accertato che l’Annalista Salernitano, doveva essere un monaco o un Abate del monastero di S. Benedetto di Salerno. L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Il Chronicon Salernitanum’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto (….). Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12. L’opera ha potuto beneficiare, così, della tradizione amanuense: una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. In tempi recenti da essa hanno largamente attinto storici della Longobardia meridionale come Wilhelm von Giesebrecht, Ferdinand Hirsch (…), Michelangelo Schipa (…). Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, ………………Anche il Muratori (…), pubblicò il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, una cronaca del X secolo, da non confondere con il ‘Cronicon Cavense’, costruito (dicono) dal Pratilli. Il ‘Chronicon Salernitanum’ è la più antica testimonianza della tradizione, tra quelle sopravvissute, è, al capitolo 165, il ‘Chronicon Salernitanum’, cronaca apocrifa (anonima) della seconda metà del X secolo, scritta all’incirca nel 978. ‘Translatio sancti Mathei’. Un dettagliato racconto della traslazione è contenuto anche nella Translatio sancti Mathei apostoli et evangeliste’, un testo della latinità medievale tramandato in un codice membranaceo risalente agli anni a cavallo tra XI e XII secolo, conservato nella sala Capitolare della cattedrale di Benevento (…). Per il ‘Chronicon Beneventanum’, si veda: Alfred Poncelet (…), Catalogus codicum hagiographicorum latinorum bibliothecae Capituli ecclesiae cathedralis Beneventanae, pp. 343, 352. Il racconto della ‘translatio’ beneventana fu poi incorporato nella liturgia salernitana, forse già in età normanna, al tempo dell’arcivescovo di Salerno Alfano I: il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ la contiene interamente, fatta eccezione per una variante iniziale che Acocella tende ad attribuire a un errore nella compilazione amanuense del Breviario (…). Il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ (Breviarium officii ecclesiastici secundum usum sacre Salernitane ecclesie factum a domino Romoaldo venerabili secundo Salernitano archiepiscopo) fu forse opera di Romualdo II Guarna ed è «rimasto in uso fino al 1586 e [di esso] ancor oggi la Chiesa salernitana si serve per alcune ufficiature dei santi locali» (Massimo Oldoni, Romualdo Guarna). L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….L’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, scriveva in proposito che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. I due studiosi Crisci e Campagna (….), a p. 35, postillavano a riguardo che: “Il ‘Chronicon’ fu scritto non molto dopo il 974, perchè descrive eventi che dalla metà del 700 (747) si fermano a questa data, è, parlando della morte di Adelchi, avvenuta nell’878, dice che è passato un centinaio di anni. Fu pubblicato dal Pratilli, nella ‘Historia Principum Longobardorum, Napoli, 1750, II, 37-323. Altra pubblicazione, non completa, fu fatta da C. Pellegrino, integrata da L. A. Muratori, ‘Rerum Italicarum Scriptores, t. II, p. II. Il Pertz, seguendo il ‘Codice Vaticano Latino 5001, ha dato una edizione critica col titolo di ‘Anonimo Salernitano’ in M.G.H., ed. 1839. Ed è la migliore edizione.”. Sempre il Crisci ed il Campagna (…), a p. 52, in proposito scrivevano che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ è il primo documento che ci tramandi i nomi di alcuni vescovi (1): di quelli che ressero la diocesi nel periodo storico di cui l’autore narra gli eventi: dalla metà del 700 (747 circa) al 974.”. Il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, è un’opera raccolta nel Codice Vaticano Latino 5001, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma e, la pagina che interessa è la p. 147 r che quì pubblico:

Cod. Vat. lat. 5001, p. 147r

(Fig…) Codice Vaticano Latino n. 5001, contenente il “Chronicon Salernitanum”, p. 145r

Giuseppe Antonini (…., nel suo “La Lucania – Discorsi”, edito nel 1745, ed in quella edita dal nipote, Mazzarella Farao, seconda edizione del 1795, sia nella Parte II che nell’altro testo che raccoglie la Parte III. L’Antonini, a p. 247 parlando di Pesto e di Cassiodoro, nella nota (2) postillava: “Fornero nelle note all’Epistola n. 3. lib. I di Cassiodoro in cui si leggono le seguenti parole, che Teodorico gli scrive: ‘Sed non eo praeconiorum sine contenti, Brutiorum, et Lucaniae tibi dedimus mores regendos, ut bonum quod peregrina Provincia meruisset, genitalis soli fortuna nesciret’, così dice: ‘Dat ei Theodoricus summum Patriciatus epicem, cum tum suisset Corrector Brutiorum, et Lucaniae propriac patriae’.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, in ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Romanelli Domenico, Antica topografia istorica del Regno di Napoli, Napoli, 1815 (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 593. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Ebner P., Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982,

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(…) Acocella Nicola, La traslazione di San Matteo, stà in ‘Documenti e testimonianze’, ed. Di Giacomo, Salerno, 1954 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, Ente per le Antichità e i Monumenti della Provincia di Salerno, Salerno, 1963 (Archivio Storico Attanasio), Parte II, p. 7 (su S. Matteo). Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”

(…) Capasso Bartolomeo, La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. 

(…) Pratilli F. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B.La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Pellegrino C., Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751

(…) Stilting…., Acta Sanctorum, Anversa, VI, 1757, p. 198

(…) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(…) Mariotto A. e Magnoni Pasquale, Lettera critica al Barone Antonini, contenente alcune annotazioni critiche sui di lui Discorsi della ‘Lucania’, 

(…) Hirsh – Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(…) Fedele P., Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXVII, 1905, pp. 5-21 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fedele P., Ancora delle relazioni fra i conti di Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXIX, 1906, pp. 240-246.

(…) Cilento Nicola, Italia meridionale longobarda, Milano-Napoli, 1966

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(…) Cataldo Giuseppe (sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) Rodotà, Pietro Pompilio, Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Nell’edizione del 1760, vol. II, p. 190, il Rodotà, riprende senza cambiamenti l’elenco dei monasteri descritti da Apollinare Agresta (…), in ‘Vita del protopatriarca S. Basilio Magno’.

(…) Agresta Apollinare, Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno, Messina, 1681. Si veda p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’. Sull’opera di Apollinaire Agresta, il Breccia postillava, nella sua nota (15): “Cfr. A. Agresta, Vita del protopatriarca S. Basilio Magno, Roma 1681, pp. 360-366. L’elenco è ripreso senza cambiamenti essenziali da P. Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, Roma 1760, vol. II, p. 190 sgg.”.

d'avino-porfirio

(…) Porfirio , Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1948,  a p. 538

(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(…) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117

Guillaume P.,

(…) Guillaume Paul, L’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., ‘Essai historique sur l’abbaye de Cava’, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; ‘Acta Sanctae Sedis’, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (…), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (…), venne pubblicato dal Guillaume (…).

(…) L‘”Annalista Salernitano”, fu citato anche da Rocco Gaetani (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Köpke. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo»L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (…), op. cit., p. 29).

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc.…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(…) (Fig….) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Or- dine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (16) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Vittorio Bracco (…), poi aggiunge di Mandelli Luca o Mannelli, ‘La Lucania’, manoscritto anteriore al 1672, Napoli, Biblioteca Nazionale, X, D,1, e 2. Il Bracco, op. cit., dice nella sua nota 59 a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Pare che il manoscritto fosse conservato a Napoli, Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III, San Martino, ms. S. Mart. 371, 1601-1700. Si veda pure: Strazzullo Franco, ‘La Lucania sconosciuta in un ms. di Luca Mannelli della Biblioteca Nazionale di Napoli’, estratto da ‘Studi Lucani’, ed. Congedo, Galatina, 1976 (…). Si veda pure Padiglione C. (…), riporta in manoscritto n. 245 del Catalogo della Biblioteca del Museo di S. Martino a Napoli: Frammenti del manoscritto intitolata “La Lucania sconosciuta del P. Maestro Luca Mannelli dell’Ordine di S. Agostino cavati dall’originale che si conserva in Salerno nel convento dell’istesso Ordine” (14) (21: E’ il Ms. 371 della Nazionale di Napoli, fondo S. Martino. Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi ecc..’, (in Visconti a p. 14 nota 36), dice: “P. Manell., Note Lucane”. Sempre il Ludisio, nelle sua nota (36), afferma che il Troyli, op. cit., parte II, cap. VI, parag. I, n. XIII, p. 135, afferma che la pastorale dell’Arcivescovo Alfano è stata “da Luca Manelli nei suoi dotti manoscritti rapportata.”. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (…), op. cit., oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani, op. cit. (4), trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (23), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (4), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  Sul manoscritto di Mannelli, abbiamo pubblicato ivi lo studio: “Il manoscritto inedito di Luca Mannelli”, dove abbiamo pubblicato tutte le pagine del manoscritto originale conservato alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, recentemente acquisiti nel nostro Archivio. Recentemente abbiamo acquisito le n. 10 pagine che compongono una parte del Capo (Capitolo) IX del Libro II del manoscritto, conservato e richiesto alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, su nostra richiesta e che pubblichiamo. Come ci scrive la Dr.ssa Pinto del manoscritto collocato: Ms XVIII.24, la parte su Camerota e Policastro…., cc.47r -c.51r = 5 file. Si tratta delle pagine: 47r e 47v, 48r e 48v, 49r e 49v, 50r e 50v e pag. 51r e 51v. 

(…) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370).

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(…) Curzio N., Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli, estratto dal Pensiero Cattolico, Manduria, 1910, (cap. XIV, p. 29; si veda pure dello stesso autore: ‘Le vere origini di Lauria e dei paesi vicini con l’aggiunta di un’ode latina alla Madonna del Grappa’, Lauria, Tip. Editrice Francesco Rossi & figli, 1934 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ventimiglia Domenico, Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania (con glossario), Napoli, 1827, Appendice p. IX e sgg.

(…) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, vol. II, p. 98, 99, n. 2

(…) Senatore G., La cappella di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento, Salerno, 1895, p. 9 e sgg. e 24

(…) Mazziotti Matteo, La baronia del Cilento, Roma, 1904, p. 43 sgg. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti etc., Salerno, 1923, p. 177, sgg.

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Crisci G. e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Storico Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I, è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946;  si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure: Carlo Carucci, Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano, in ‘ASCL’, a. II.

(…) Carucci Arturo, S. Gregorio VII e Salerno, Salerno, ed. Arti Grafiche, 1954 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Giacinto, S. Gregorio 7. a Salerno : ricerche storiche / pel prof. G. Carucci, Salerno, 1885, 65, parlando del monastero di S. Benedetto di Salerno, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto

Nell’823, ‘Aleprando de Bussentio’, monaco benedettino di Policastro e abate dell’Abbazia di S. Benedetto di Salerno

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite da alcuni storici locali che hanno pubblicato interessanti notizie sulla storia delle nostre terre. Sempre a caccia di nuovi ed interessanti documenti, recentemente il mio archivio ha acquisito un libretto ormai introvabile. Si tratta del primo saggio che il sacerdote Rocco Gaetani pubblicò nel lontano 1882: ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacerdote Rocco Gaetani’ (…). Come vedremo, il Gaetani (…), oltre a fare un interessante ricostruzione storiografica dell’antica Diocesi Bussentina (Buxentum), traeva e citava un’interessante notizia circa l’anno 823 di unAliprando de Bussentio”.

Nell’’823 (?) o anno ‘827 troviamo un “Aleprand de Busentio” all’abbazia di S. Benedetto di Salerno

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia di un abate o preposto chiamato ‘Aliprando de Busentio’ che, nel secolo IX passava alla Badia di Cava dè Tirreni. Il Gaetani (…), lo chiama “Aliprando”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, op. cit., pp. 24-25.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica Bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, sulla scorta dell’Annalista Salernitano, scriveva che nel IX secolo, e precisamente nell’anno 823 d.C., vi era un certo ‘Aliprando de Bussentio’ (che crede essere un Longobardo) fu “sollevato all’Abbadia di Salerno”. Il sacerdote Rocco Gaetani (….) di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacerdote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882, riguardo i cenobi basiliani nelle nostre terre e la Diocesi di Policastro, ai tempi delle frequenti e devastanti incursioni Saracene, nell’VIII e IX secolo, a p. 22, parlando della chiesa Bussentina e della città di Bussento, scriveva che: “…, ne deploriamo la distruzione tra il secolo VII e il X per l’ira dei Saraceni, di cui le nostre spiagge furono compassionevoli teatri. Si sa che quei barbari si avanzarono fino a Ostia, che distrussero tra le altre le celebri chiese di Pozzuoli e di Miseno con tanta irreparabile rovina, che la seconda più non risorse, e la prima raccolse appena le sue monumentali reliquie in quella parte del territorio della città, che una volta ne fu semplicemente cittadella; lo squallore si sparse pure sulla vecchia Cuma, la quale, divenuta orribile covo saracinesco finì per non mai più risorgere. Gli stessi gemiti potremmo emettere sulle Chiese littorali fra il Sele ed il Bussento, e la medesima scena è d’uopo ci rappresentiamo nell’VIII o nel IX o nel X secolo della Chiesa Bussentina. Aggiungiamo solamente che l’annalista salernitano parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato dall’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”

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(Figg….) Rocco Gaetani (…), pp. 22-25

Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Buxentum al tempo del IX secolo, scriveva che secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani, sulla scorta del passo contenuto nel ‘Chronicon Cavense’, un ‘Chronicon’ scritto ed attribuito all’‘Annalista Salernitano’ citava il monaco ‘Aliprando di Bussento’ o ‘Buxento’ che al tempo di Papa Pasquale I, fu nominato Abate dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno. Dunque, il Gaetani si riferiva all’abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, ormai scomparsa. Il sacerdote Rocco Gaetani nel suo libretto introvabile, a p. 29, riguardo questo “nobile cenobita” (Aliprando de Bussentio) aggiungeva pure che: “Sarà stato forse un Longobardo di alcun cenobio basiliano del Bussento quel Aliprando (longobarda è l’inflessione del nome) il quale nel secolo IX passava all’Abbadia di Salerno?…”. Dunque, in questo passaggio, il Gaetani dice che questo “Aliprando” fosse un monaco longobardo proveniente da un cenobio basiliano del Bussento, il quale, nel IX secolo diventava Abate dell’Abbazia di Salerno. Anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), parlando di S. Marina dice a p. 32, scriveva che: “Un altro convento, fondato pure ai tempi di S. Francesco, fu quello di S. Marina, con annessa chiesa dedicata a S. Maria della Croce, che ancora esiste. Questo paese, sede del comune di cui fa parte Policastro, sorse verso il secolo VIII ed ebbe origine da alcune famiglie scampate dalla persecuzione iconoclasta durante la dominazione dei Greci, sotto gli imperatori Leone Isaurico e Costantino Capronimo (726-843).”. Il Cataldo, a p. 34, parlando dei Conventi francescani, scriveva che: “Da Policastro uscì un monaco benedettino nel ‘824, di nome ALEPRANDO DE BUXENTIO, che fu Abate nel Convento di Salerno.”. Dunque, anche il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), sulla scorta del Gaetani citava questo ‘ALEPRANDO’ e scriveva che egli uscì da Policastro quale monaco benedettino nell’anno ‘824 e diventò abate di un Convento di Salerno senza specificare quale fosse questo “Convento”. Dunque, il Cataldo, sulla scorta del Gaetani scriveva che questo “ALEPRANDO DE BUXENTIO” fosse un “monaco benedettino” che, nell’anno ‘824 fosse uscito da un qualche convento di Policastro. Cerchiamo di capire ora la provenienza della notizia dataci dal sacerdote Rocco Gaetani. Il Gaetani (…), a p. 25, parlando della Diocesi di Bussento scriveva che al tempo del IX secolo, secondo il cronista detto “Annalista Salernitano”: “….parla di un tale ‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno;..”, ovvero scriveva che il monaco benedettino “Aliprando de Bussentio”, nell’anno ‘823, “fu sollevato all’Abbazia di Salerno”, ovvero fu eletto abate all’Abbadia di Salerno. Il Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che è citato nell’‘Annalista Salernitano’. Chi è l’”Annalista Salernitano” ?. A quale autore si riferiva il Gaetani dandoci l’interessante notizia.

La notizia di ‘Aleprand de Busentio’ tratta dal Chronicon Cavense o Annalista Salernitano

Il sacerdote Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  a p. 35, del suo vol. I, che, riguardo il monastero o cenobio basiliano, in seguito diventata abbazia benedettina, di S. Benedetto a Salerno, nella sua nota (2) di p. 35, vol. I, postillava che: “(2) Le memorie relative alla fondazione ed alle vicende del detto monastero si trovano raccolte in un opera di cui si leggono in fronte queste parole: “Collectum per Petrum de Salernum Cancellarium, et Girbertum Archivarium sub. P. Abbate”. Il Pratillo la distingue col nome di cronaca cavense ma il Padre De Meo, riflettendo che quasi tutta l’opera fu combinata in esso Monastero di Salerno, pretende doversi allo scrittore della medesima darsi piuttosto la caratteristica di Annalista Salernitano.”. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710. Si tratta del “Chronicon Cavensis”, di cui ho già detto, in quanto questo è proprio il ‘Chronicon’, citato dal Gaetani (…), quando riporta la notizia di ‘Aleprand de Busentio’. Questo ‘Chronicon’ apocrifo, è detto dall’Antonini (…) e dal Di Meo (…) “Annalista Salernitano”. La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo del ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli (…). Francesco Maria Pratilli (…), nella suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali. Landulphus Gastaldus fit Comes, & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3). A. 825. Moritur Pascalis (4). Et paulo postea obiit Adulphus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemp. n. 9. to. I huius operis, & to. 2., ubi de hoc ‘Landulfo plurima’.”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (4), postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”. Il Pratilli (…), a p. 390, vol. IV, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’”.

Pratilli, p. 390

(Fig…) Camillo Pellegrino (….), vol. IV, p. 390 dove pubblica Pratilli F.M., ‘Historia Longobardorum etc.’, dove si cita un “Aleprand de Busentio”.

Dunque, la frase dell’“Annalista Salernitano”, probabile autore apocifo del “Chronicon Cavense”, dove scriveva che: A. 825. Moritur Pascalis (4). Et paulo postea obiit Adulphus prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”, che riportava la notizia di un “Aliprand de Busentio”, (pare) sulla scorta di Erchemperto (….), tradotto è: “A. 825. Pascale muore. E poco dopo morì il preposto Adulphus, il quale fu sostituito da Aleprand de Busentio (5)”. Dunque, secondo il chronicon dell”Annalista Salernitano (Cronicon Cavense), nell’anno ‘825 moriva papa Pasquale I. Poco dopo la morte di papa Pasquale I morì pure Adolfo, preposto dell’abbazia di S. Benedetto di Salerno, “al quale fu sostituito Aleprand de Busentio (5).”, ovvero che, al posto di Adolfo subentrò Aliprando di Bussento. Il Pratilli scriveva anno 825 (che era morto papa Pasquale I) e aggiungeva “subito dopo ecc..ecc..”. Come è stato già detto, questo monaco chiamato “Aliprando” secondo il “Chronicon Cavense” scritto ed attribuito al cronista ‘Annalista Salernitano’, si riporta la notizia che, riferendosi a dopo l’anno ‘825 “Et paulo postea obiit Adulphus prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Busentio (5).”, ovvero che il preposto Adolfo fu sostituito da Aliprando di Bussento. A quale abbazia di cui era abate Adolfo si riferiva l’Annalista Salernitano ? In quale abbazia l’Aliprando andò a sostituire alla sua morte l’abate ‘Adulphus’ ?. Di sicuro si tratta di un’antica abbazia di Salerno, forse un’abbazia benedettina di Salerno. Forse si tratta e ci si riferiva all’abbazia di S. Benedetto di Salerno ormai scomparsa. Mi chiedo se questo ‘Aleprando de Busentio’ o Aliprando era un vescovo o un egumeno dell’allora cenobio basiliano, poi diventato il monastero benedettino di San Benedetto a Salerno, di cui non si conosce l’esatta data di fondazione ?. Riguardo l’“Aliprando de Busentio”, segnalo che il Muratori (…), nel suo ‘Rerum scriptores etc…’, a p. 1128, nell’Indice dei nomi, indica un “Elipandi Toletani Episcopi barensio”. Come scriveva il Balducci, Andrea Sinno scriveva sulla scorta di Alessandro Di Meo (….) che, nel suo ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327, cita l’episodio citato dal Gaetani (…) ed in proposito scriveva che: “Nell’Annalista Salernitano, dopo i fatti dell’823.,  si legge: ‘An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio; e poi segue l’anno 827. Credo certo, che il Trascrittore lesse 825. per 824. Il Pratillo interpreta ‘Cosenza’ per ‘Busentio’; ma doveva sapere ameno Livio, e da Strabone la famosa Città ‘Busento’ dopo Palinuro nella Lucania, che nel 499., e 504. avea Vescovo ‘Rustico’, che nel 592.,  secondo S. Gregorio (Ep. 43., al. 29., Ind. IO.) era Chiesa Vescovile, ma allora Sede vacante; e nel 649. aveva vescovo ‘Sabbazio’.”.

Di Meo, Annali, III, p. 327

(Fig…..) Di Meo Alessandro, ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327

La notizia citata dal Gaetani, ci viene confermata dal Di Meo (…), il quale, nel suo ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327, cita l’episodio citato dal Gaetani (…) ed in proposito scriveva che: “Nell’Annalista Salernitano, dopo i fatti dell’823.,  si legge: ‘An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio; e poi segue l’anno 827. Ecc…”. Dunque, il Di Meo (…), sulla scorta del chronicon dell’‘Annalista Salernitano‘, in questo breve passaggio riferendosi all’anno di Cristo ‘824, anno in cui muore papa Pasquale I, ci dice che “Adulphus Praepositus (di S. Benedetto di Salerno)” viene sostituito da “Aliprand de Busentio”. Dunque, la notizia dataci dal Gaetani è confermata dal Di Meo (….). Dunque, secondo il chronico dell”Annalista Salernitano’ (che era stato pubblicato dal Pratilli (….), pare che dopo la morte di papa Pasquale I e pure di Adolfo che pure morì subito dopo, questo monaco chiamato “Aleprand de Busentio” lo sostituì alla giuda del monastero di S. Benedetto. Dunque, Adolfo che giudava il Monastero di S. Benedetto, alla sua morte che avvenne subito dopo la morte di papa Pasquale I° venne sostituito da “ALEPRAND DE BUSENTIO (5).”. La frase dell’‘Annalista Salernitano’, pubblicata dal Pratilli (…) e riportata dal Di Meo, si riferisce a dopo i fatti dell’anno 823. In esso si legge:  “An. 825. moritur Paschalis….Et paulo post obiit Adulphus Praepositus’ (di S. Bendetto di Salerno), ‘cui supstitutus est Aleprand de Busentio”. Dopo questa frase, scrive il Di Meo: “dopo segue l’anno 827.”.  Traducendo la frase riportata dal Di Meo (…), che è la stessa trascritta e pubblicata dal Pratilli (…), si legge che Is. 825. Pasqua …. morì poco dopo la morte Adulph Superior (S. Bendetto di Salerno), che è supstitute Aleprand di Busentio“, ovvero che, nell’anno 825, moriva il papa Pasquale I, che morì dopo poco la morte dell’Abate Adolfo (dice il Di Meo: di S. Benedetto di Salerno), che fu “supstitute” da “Aliprand di Busentio”, alla direzione del Monastero o Abbazia. Il Di Meo (….) scriveva che è l'”Aliprando de Bussentio” che sostituirà il defunto ‘Adulfhus’ preposto del papa Pasquale al governo di S. Benedetto di Salerno. Infatti, il Di Meo (…), a p. 327, scriveva “Praepositus (di S. Benedetto di Salerno). Dunque, rileggendo e traducendo correttamente la frase contenuta nel ‘Chronicon’ dell’Annalista Salernitano, nell’anno 825, moriva il papa Pasquale I e pure ‘Adulfhus Prepositus’ (Adolfo), suo preposto alla Badia di S. Benedetto di Salerno, che verrà sostituito da Aliprando de Bussentio. Cerchiamo di capire chi era questo “Adulphus” che alla sua morte fu sostituito dal monaco di Bussento Aliprando e a quale abbazia di Salerno si riferisse l’Annalista Salernitano. In primo luogo l”Annalista Salernitano’ riferendosi agli anni che vanno dall”825, in cui muore papa Pasquale I. Come abbiamo potuto leggere dall’Annalista Salernitano è chiaramente citato questo “Aleprand de Busentio” ma non è chiaro in quale monastero egli divenne Abate dopo la morte dell’abate Adulphus”. Abbiamo pure visto che, trattandosi di un chronicon medioevale che racconta la storia del monastero di S. Benedetto di Salerno, il Di Meo (…) confermava la notizia poi in seguito data dal Gaetani di un “Aliprando de Bussentio”. Ma vediamo ora tra gli autori che ci parlarono dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno vi fossero degli accenni a questi due Abati: ‘Adulphus’ e ‘Aliprando’. Si trattava del monastero ormai da secoli scomparso di S. Benedetto a Salerno ?. Vediamo ora cosa scriveva Antonio Balducci (….), nel suo “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” pubblicata in ‘Rassegna Storica Salernitana’, serie XXIX, anno 1968. Il Balducci parlando delle origini dell’abbazia di S. Benedetto di Salerno, parlando della “3. Serie cronologica degli abbati di S. Benedetto”, a p. 27, dopo aver parlato di un primo Abbate detto Guibaldo per l’anno 794, in proposito scriveva che: “Sempre sulla falsariga del Di Meo (5) Sinno pone all’anno 820 un Adolfo, preposito del nostro monastero, dicendo che a questi venne affidata l’amministrazione dei beni dati all’ospedale di S. Massimo da un tale Adelmo, arciprete di Salerno, del quale Adolfo era zio (6). E’ difficile, per non dire impossibile, accettare questa notizia data dal Pratilli e ripetuta per vera dal Di Meo e dal Sinno, quanto si abbia presente l’inoppugnabile documento del C.D.C. (7) dell’anno 868 in cui si legge ecc…”. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A. Sinno, Vicende dei Benedettini….in Salerno, in “Arch. St. Prov. di Salerno”, 1924, fasc. I-II, p. 69.”. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (5) postillava che: “(5) A. Di Meo, Annali Crit. Diplom., Napoli, 1797, III, 310, n. 5. “. Il Balducci (…), a p. 27, nella sua nota (6) postillava che: “(6) l. c., p. 65. “. Dunque, il Balducci (….) citava il saggio di Andrea Sinno (….): “Vicende dei Benedettini e di S. Massimo in Salerno”. Il Balducci opina più volte sull’assunto del Sinno affermando che egli scrisse sulla falsariga di Di Meo (….) che pure viene più volte chiamato in causa. Riguardo queste notizie riferite dal Di Meo e confermate dal Sinno, Antonio Balducci (….), nel suo “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” pubblicata in ‘Rassegna Storica Salernitana’, serie XXIX, anno 1968, a pp. 27-28, in proposito scriveva che: E’ difficile, per non dire impossibile, accettare questa notizia data dal Pratilli e ripetuta per vera dal Di Meo e dal Sinno, quando si abbia presente l’inoppugnabile documento del C.D.C. (7) dell’anno 868 in cui si legge che Guaiferio principe, figlio di Daiferio, dopo aver fondata la chiesa di S. Massimo, ecc…ecc…E’ poi assai dubbia l’affermazione che l’affermazione che l’amministrazione dei beni fosse stata affidata ad un altrimenti sconosciuto Adolfo, preposito di S. Benedetto nell’anno 820.”. Dunque il Balducci non solo negava l’esistenza dei Adelmo, Adolfo e non parla mai di Aliprando di Bussento. Pare che il Balducci abbagliato dal fatto che riteneva false le affermazioni e le notizie conteute nel ‘Chronicon Cavense’ dell”Annalista Salernitano’, non prende proprio in considerazione la notizia di un Aliprando de Busentio. Solo a p. 30, il Balducci continuando il suo racconto sulla cronologia degli Abati di S. Benedetto in proposito scriveva che: “…, ricordiamo che indubbiamente nell’868, a capo del nostro monastero vi era un vero ‘abbate’, sebbene ne ignoriamo il nome, e non un preposito, ciò che indica autonomia ed indipendenza da altro monastero.”. Dunque, il Balducci riconosce che nell’anno 868 vi era un abbate di cui però dice “ne ignoriamo il nome” eppure l”Annalista Salernitano lo dice chiaramente essere ‘Aliprando de Bussentio’. Infatti, se Aliprando diventerà Abate del Monastero di S. Benedetto nell’anno ‘824 o ‘825, alla giovane sua età, significa che nell’anno ‘868 come scrive il Balducci, Aliprando avrebbe retto il Monastero per altri 40 anni. Non mi pare improbabile che questo sia accaduto. Il Balducci, dopo aver detto di questo fantomatico abbate nell’anno ‘868 salta poi agli anni 941-954 a p. 31. Il Sinno (….), sulla scorta del Di Meo non parla di questo monaco ‘Aliprando de Bussentio’ ma parla di “Adulphus”. La figura del “Preposito” (Preposto) “Adulphus” è importante per il collegamento temporale a quella di “Aliprand de Busentio” (così detto nella traduzione del Pratilli (….), dell’Annalista Salernitano. Andrea Sinno (….), sulla scorta del Di Meo (….), a p. 65 (e non p. 69 come scrive il Balducci) parlando dell’Ospedale di S. Massimo, nel suo capitolo: “6. Ospedale di S. Massimo” e, riferendosi all’anno ‘820, in proposito scriveva che: “L’Annalista di Salerno, nell’anno su indicato, ci dice: “Adelmo Arciprete di Salerno edificò in essa Città lo Spedale di S. Massimo vicino al nostro Monastero di S. Benedetto, a cui, per mano del Giudice Rotfredo, donò tutti i suoi beni e ne diede l’amministrazione ad Adolfo Preposito del Monastero di S. Benedetto, ch’era suo zio (1).”. Dunque, viene scritto che secondo il chronicon dell”Annalista Salernitano’, nell’anno ‘820, l’Arciprete di Salerno Adelmo donò tutti i suoi beni allo zio Adolfo che era il “Preposito” del Monastero di S. Benedeto di Salerno. Dunque, il Sinno (….) parlando del Monastero di S. Benedetto scriveva di questo preosito Adolfo che era zio di Adelmo. Il Pratilli (….), a p. 390, nella trascrizione del ‘Chronicon Cavense’ dell”Annalista Salernitano’, nella sua nota (4) postillava che: “(4) A. potius 824. at Pagius, aliique evincunt.” (ma altri inconfutabili) e, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Il Gaetani (…), in proposito scriveva che: “‘Aliprando de Bussentio’, il quale nel’823 fu sollevato all’Abbadia di Salerno; così pare che nella prima metà del secolo IX il Bussento non fosse del tutto desolato, dal vederlo dichiarato patria di questo nobile cenobita.”. Inoltre, il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. at Pagius, aliique evincunt.” (ma altri inconfutabili) e, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, riguardo la notizia del Pratilli di questo ‘Aliprando de Busentio’, a p. 390, vol. IV, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’”. Il Pratilli (….), nella sua nota (5) a quale “Busentio” si riferiva ? Forse si riferiva ad un Aliprando de Busentio’ riferendosi ad un ‘Busentio’ di Cosenza cioè in Provincia di Cosenza ?. Non credo sia probabile si trattasse di un ‘Aliprando’ proveniente da Bussento di Cosenza. A questo interrogativo ci viene incontro lo stesso Di Meo (….) che, continuando il suo racconto, contraddice il Pratilli (…), che aveva pubblicato il ‘Chronicon’ dell'”Annalista Salernitano”, non solo scriveva che: “Credo certo che il Trascrittore lesse 825 a 824.”, ma, riguardo a ciò che aveva scritto il Pratilli (…) aggiungeva pure che: “Il Pratillo, interpreta ‘Cosentia’ per ‘Busentio’, ecc..ecc..”. Il Di Meo (…), aggiunge che: “ma dovea sapere almeno da Livio e, da Strabone, la famosa Città Bussento dopo Palinuro nella Lucania, che nel 499, e 504, avea Vescovo ‘Rustico’ che, nel 592 secondo S. Gregorio (Ep. 43., al. 29., Ind. IO) era Chiesa Vescovile, ma allora Sede vacante; e nel 649 avea Vescovo ‘Sabbazio’.”. Dunque, il Di Meo, contrariamente a quanto credeva il Pratilli, scriveva che l”Aliprand de Busentio‘, citato nel ‘Chronicon’ dell’“Annalista Salernitano”, non fosse Cosenza, come credeva Pratilli, ma si trattasse di Policastro Bussentino, l’antica Buxentum. Dunque, anche il Di Meo (….) opinò sulla nota (5) del Pellegrino (….) che pubblicava il ‘chronicon Cavense’ dell’Annalista Salernitano. Dunque, riguardo l’antico monastero di S. Benedetto di Salerno a cui si riferiva la citazione del Gaetani (….) confermata essere dal Di Meo (….) essere il monastero di S. Benedetto di Salerno (come vedremo). Così il Di Meo, oltre a confermare la notizia citata dal Gaetani di un “Aleprand de Busentio”, ci parla anche della sede vescovile di Policastro Bussentino (all’epoca ‘Buxentum’), e ci dice di alcuni Vescovi presenti nei diversi Concili.

Il Monastero e poi Abbazia di S. Benedetto a Salerno

La chiesa di San Benedetto si trova nell’omonima via San Benedetto a Salerno e faceva parte del monastero benedettino (ora adibito a caserma), ad esso era collegato un imponente acquedotto, le cui tracce più evidenti sono ancora visibili in via Arce e costruito, secondo la leggenda popolare, dal mago salernitano Pietro Barliario in una sola notte e con l’aiuto dei diavoli, da ciò deriva la sua denominazione di “Ponti del Diavolo”. Oggi una parte del monastero ospita il Circolo Unificato di presidio Militare e il Museo Archeologico Provinciale. La prima notizia dell’ esistenza risale all’868, quando vengono citati in un atto giuridico che attribuiva alcune terre al convento. Non si sa chi sia il fondatore: secondo alcuni la chiea era già esistente in epoca paleocristiana, ma appare più verosimile che ad edificarla fosse stato Arechi II o il figlio Grimoaldo III alla fine dell’VIII secolo. L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Nell’884 il monastero, distrutto dalle scorrerie dei Saraceni, venne ricostruito dall’abate Angelario ed in poco tempo divenne punto di riferimento per il mondo religioso dell’Italia Meridionale. Sull’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq.”. Infatti, un altro autore che ci parlò della frase dell’Annalista Salernitano, citato dal Di Meo (…), è stato il sacerdote Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  a p. 35, del suo vol. I, che, riguardo il monastero o cenobio basiliano, in seguito diventata abbazia benedettina, di S. Benedetto a Salerno, nella sua nota (2) di p. 35, vol. I, postillava che: “(2) Le memorie relative alla fondazione ed alle vicende del detto monastero si trovano raccolte in un opera di cui si leggono in fronte queste parole: “Collectum per Petrum de Salernum Cancellarium, et Girbertum Archivarium sub. P. Abbate”. Il Pratillo la distingue col nome di cronaca cavense ma il Padre De Meo, riflettendo che quasi tutta l’opera fu combinata in esso Monastero di Salerno, pretende doversi allo scrittore della medesima darsi piuttosto la caratteristica di Annalista Salernitano.”. Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana’, citato anche dal Crisci e Campagna (…), a p. 33 e sgg. del suo vol. I, ci parla del Monastero di S. Benedetto di Salerno ed in proposito, sulla scorta dell”“Annalista Salernitano”. Giuseppe Paesano (…), nel suo ‘Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana’, pubblicato nel 1852,  nel suo vol. I, a pp. 34-35 parlando delle munifiche donazioni che il figlio del fu Tatone o Tettone al tempo di Carlo Magno e di Pipino figlio di Carlo: “…, a fine di soddisfare alla Divina Giustizia per le sue peccata, fè larga donazione di beni alla chiesa di S. Benedetto edificata sotto Benevento, e largì al suddetto sacro cenobio, e per esso a Gisolfo Abbate di Montecassino e successore di Teodemaro (da cui esso Monistero di Salerno dipendeva), campi, prati, servi ed altri averi (1). Resti tuttavia qui a far notare, qual riguardo mostrasse pel sacro stabilimento di cui si parla, il suddetto Sovrano Longobardo. Si è già veduto di sopra, come di lui padre ed antecessore nel principato ornato avesse Salerno ecc… (2).”. Il Paesano (…), a p. 35, nella sua nota (1), postillava che: “(1) E’ tal donazione rapportata dal Gattola, con queste indicazioni: “Actum Benev. Anno IX. Pr. D. Grim. mens. Jan. V. Ind.”. Dunque, il Paesano (…), scriveva che le memorie e le notizie storiche sull’antica Abbazia benedettina di S. Benedetto, si trovano raccolte in un opera apocrifa che il Pratilli (…), chiamava “Chronicon Cavese”, che il Di Meo, giudicava essere più vicina all’“Annalista Salernitano”. I due studiosi Generoso Crisci e Angelo Campagna (…), nella loro ‘Salerno Sacra‘, nel capitolo dedicato ai Monasteri, a p. 387-388-389, ci parlano dell’antico monastero di S. Benedetto di Salerno, a cui si riferiva la citazione dell’“Annalista Salernitano”, che ci parlava di un ‘Aleprando de Busentio’. I due studiosi, a p. 377, in proposito scrivevano che: “S’ignora l’origine di questa celebre abbazia benedettina. Essa ha una parte importante nella storia religiosa e civile di Salerno. Fu centro luminoso di studi ai tempi dei Longobardi e dei Normanni (1). Il Cottineau (2) la dice fondata nel 793, restaurata nel sec. IX da Angelario, abate di Montecassino, alle cui dipendenze sarebbe stata messa da Gisulfo I, Principe di Salerno (946-977). Non sembra da escludersi l’ipotesi che ne sia stato fondatore Arechi II, già tanto benemerito di Salerno per l’erezione di S. Pietro a Corte (758-787). La prima notizia sicura è data dal Codice Diplomatico Cavese (3). Nell’atto costitutivo di S. Massimo dell’868, il fondatore Guaiferio prescrive che in caso di inadempienza, da parte degli eredi del Vescovo, di determinate condizioni “….volo ut veniat in potestate abbatis Sancti Benedicti” (4). E in un istrumento di vendita di terre in Salerno dello stesso anno è ancora ricordato “iuxta plateam a parte superioris monasterii S. Benedecti…” (5). Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”. L’ipotesi del Di Meo (7), che cioè fino al 931 fosse ‘prepositura’ alle dipendenze di Montecassino e in quest’anno elevata, sotto Guaimario II, ad ‘Abbazia’ indipendente, di cui, secondo il Paesano (8), primo Abbate sarebbe stato un Alfano, patrizio salernitano, non è suffragata da documenti. Pietro Diacono, nel ‘Chronicon Cassinese’ la dice “cella”, e Leone Ostiense “Abbazia” e chiama il superiore “Abate” e non “preposito” (1). Nel 938 è a capo di tutti i monasteri, chiese e celle dipendenti, del Principato di Salerno e delle Calabrie (2). Ecc…ecc..”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Kehr, 364”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, nella loro nota (2), postillavano che: “(2) Cottineau, Repertoire topo-bibliographique des Abbayes et prieures, Macon, 1939, v. 2; Di Meo, VIII, 9; Lubin, 352. G. Carucci, S. Gregorio VII, Salerno, 1885, 65, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto; A. Mazza, 65, ne fa risalire la fondazione all’anno 694 per volere di Cesario Console Patrizio Romano; A. Sinno, in “Archivio Storico per la Provincia di Salerno”, a. I, 1921, fasc. I, 30, nel 974.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (3), postillavano che: “(3) E. Giani, in “Rassegna Storica Salernitana”, 1959, 100, riporta senza citare però alcuna fonte, la seguente notizia: “21 agosto 803 Indolfo, Conte di Potenza, moriva a Salerno e prima di morire donò al Convento di S. Benedetto…il Casale di S. Donato. Nell’813 o 814 Ainolfo si recò a Roma per ottenere dal Papa la conferma del cenobio”.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (4), postillavano che: “(4) C.D.C., I, 79-82. In altro documento dell’882 si legge: “…..in praescripto loco iuxta platea a supra santo benedicto…” C.D.C., I, 110.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (5), postillavano che: “(5) Ind. Perg. Cav., 1, 63.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (6) postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (7), postillavano che: “(7) Di Meo, VIII, 9.”. I due studiosi (…), a p. 388, nella loro nota (8), postillavano che: “(8) Paesano, I, 58”. I due studiosi (…), a p. 389, nella loro nota (1), postillavano che: “(1) Chron. Casin., lib. 2, c. 69; ibid., lib. 3, c. 14; Lubin, 352; Codex Taxarum Camer. Apost.”. Dunque, i due studiosi, fanno una buona analisi sulle notizie storiche che riguardano l’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, ma della notizia di un ‘Aliprando de Busentio’, nessuna traccia. Essi ricordano che il Cottineau (…), fissò la sua fondazione nel 793 e non si esclude l’ipotesi che stia stata fondata da Arechi II. La prima notizia sicura è data dal ‘Codice Diplomatico Cavense’, in cui si fa riferimento ad una donazione avvenuta nell’803. Il ‘Chronicon Salernitanum’ riferisce che il monastero o l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Tuttavia, sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Kehr (…), citato pure dai due studiosi Crisci e Campagna (…), a pp. 364 e ssg., ci parla del Monastero  ed in proposito ci dà dei buoni riferimenti bibliografici: “Lubin, p. 352. – Lancellotti Hist. Olivet. p. 351 sq. – Gattula Hist. abb. Cassinen. p. 219. – Di Meo Annali VII, 96. VIII 165 et pass. – Paesano I 33 sq. 39 sq. 58 sq. II 258 sq. – Morcaldi una bolla di Urbano II p. 127 sq.”. Ivi riporto di seguito la p. 219 del Gattula (…), dove parla del monastero di S. Bendetto a Salerno:

Gattula, p. 219

(Fig…) Gattula (…), p. 219

Sull’antico Monastero di S. Benedetto di Salerno, il Di Meo (…), nei suoi ‘Annali etc’, VII, p. 96, ci parla ancora del Monastero di S. Benedetto a Salerno ed in proposito scriveva che: ” 2. Contemporaneamente, come ci va dicendo l’Annalista di Salerno, ‘Pandone Conte di Laurino donò al nostro Monisterio della Cava la corte di S. Elia, e sue pertinenze, un molino nel rivo in Furari, un trapezzo (forse, trappeto) in Rota con suo Oliveto, detto, ecc…Il Pr. Guaiferio (1. Guaimario) assegnò al nostro Monistero, e al B. Alferio nuovi Cenobj, e delle Celle per tutto il principato, cb’ era stati distrutti dà Saraceni. Ma Guaiferio Maione, e Megenolfo, nipoti di detto Principe, occuparono il Monistero di S. Benedetto dentro Salerno per abitarvi, e ‘l Monastero di…..fu tolto dal Principe. Così il tanto famoso Monistero di S. Benedetto, Capo di tanti Monisteri, passò, ma per poco tempo, ad esser Palazzo dè laici. * Da quest’anno in poi, fino al 1085. non vi è alcun dubbio che la Chronaca egregia, additata dal Nostro col nome di ‘Annalista Salernitano’, fu scritta nella SS. Trinità della Cava. Ecc..”.

Papa Pasquale I

Pasquale I (Roma, … – Roma, 11 febbraio 824) è stato il 98º Papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo, dal 25 gennaio 817 alla sua morte. Nato a Roma in data sconosciuta, era, secondo il Liber Pontificalis, figlio di Bonosus e di Theodora. Il Liber Censuum dice che Pasquale apparteneva alla famiglia romana dei Massimo, come il suo predecessore papa Stefano IV. Papa ‘Pascalis’ o Pasquale I, che infatti morì proprio nell’anno 824 (anno a cui si riferisce il Di Meo). Si adoperò per trovare idonea accoglienza ai monaci greci perseguitati ed esiliati perché contrari all’iconoclastia. Papa Pasquale dovette affrontare il problema delle persecuzioni iconoclaste nell’Impero bizantino, iniziate dall’imperatore Leone V, ricevendo una richiesta di aiuto da parte di Teodoro Studita, che non poté però esaudire se non scrivendo reprimende all’imperatore. Nell’823 Pasquale ricevette Lotario I, figlio di Ludovico il Pio. Come i suoi predecessori Pasquale I si preoccupò di rendere omaggio all’imperatore carolingio Ludovico il Pio e ad informarlo prontamente che la celerità della sua nomina, da lui non sollecitata, era dovuta esclusivamente all’esigenza di evitare il formarsi di fazioni in Roma. A tal fine inviò alla corte imperiale il legato pontificio Teodoro, che tornò non solo con le felicitazioni dell’imperatore, ma anche con un Pactum cum Paschali pontifice’ con il quale l’imperatore s’impegnava a riconoscere la sovranità papale sui territori dello Stato Pontificio ed a garantire ai Romani il libero svolgimento delle elezioni del papa, addirittura esentandoli dalla conferma imperiale e accontentandosi di una comunicazione a mezzo dei legati pontifici. Tale documento fu successivamente contestato da molti storiografi, che anzi lo considerano uno degli atti più falsi della storia pontificia. Nella conferma della sovranità territoriale del papa, infatti, il documento citerebbe, oltre al ducato di Roma, anche Napoli, le Calabrie, Sicilia e Sardegna, tutti territori che all’epoca erano sotto la sovranità bizantina. E poiché Ludovico aveva da poco concluso una pace con l’imperatore d’Oriente, che prevedeva anche la definizione dei territori di reciproca competenza, appare quanto meno improbabile che Ludovico rischiasse di rompere quell’equilibrio donando al papa territori che non gli appartenevano. Le relazioni tra Pasquale I e l’imperatore comunque, non furono mai molto cordiali, così come Pasquale non riuscì mai a conquistarsi le simpatie della nobiltà romana.

Il Chronicon Cavense detto anche Annalista Salernitano

L’opera pubblicata dal Pratilli fu considerata dagli studiosi un’opera spuria. Su quest’opera ha scritto Armando Schiavo (…), nel suo saggio “L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto”, dove a p. 8, nella nota (1) postillava che: “(1) Le notizie relative all’abbazia in esame, contenute nelle predette opere, sono attendibili. Lo stesso non può dirsi di quelle fornite dal ‘Chronicon Cavense’ di Franciscus Maria Pratillus (pubblicato nel tomo IV, pp. 386-451, dell’Historia Principum Longobardorum di Camillus Peregrinus, Neapoli, ex Typogr. Johannis de Simone, MDCCLIII; si estende dal 794 al 1085) perchè tale Cronaca è una completa invenzione, come ha dimostrato Michele Morcaldi, Una bolla di Urbano II e i suoi detrattori, Napoli, Morano, 1880, p. 14 e p. 131. Conseguentemente vanno accettate con riserbo, meglio respinte, le notizie riguardanti l’abbazia di S. Benedetto in Salerno contenute nelle seguenti opere: Gio Alfonso Adinolfi, Storia della Cava, Migliaccio, Salerno, 1841, p. 219 e p. 227; Giuseppe Paesano, Memorie per servire alla storia della Chiesa salernitana; 4 voll., di cui il I apparve a Napoli, Tip. Manfredi, 1844 etc…”. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Dunque, Schiavo scriveva che le notizie contenute nelle opere di Adinolfi e di Paesano vanno respinte perchè si rifacevano al Chronicon Cavense. Il Barra (…), fornisce questa notizia e cita il ‘Chronicon Cavense’ che su wikipidia leggiamo essere un falso storico confezionato da Francesco Maria Pratilli (…), antiquario ed erudito settecentesco, la cui natura è stata svelata a metà dell’Ottocento, con effetti negativi sulla storiografia della Langobardia Minor che si riflettono fino al XX secolo. Il ‘Chronicon’ si presentava come una cronaca compilata da un autore anonimo, a cui, a volte, si faceva riferimento con il nome convenzionale di ‘Annalista Salernitanus’, una nomenclatura in grado di aggiungere ulteriore confusione. L’apocrifa fonte fu pubblicata a Napoli nel 1753, quando il Pratilli la aggiunse al IV volume della nuova edizione della Historia principum Langobardorum, mescolandola alla raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. In uno scritto tratto dalla rete ho notato le seguenti parole: “Secoli dopo i monaci benedettini fondarono la Cella detta Sancti Mauri in Centulis, distrutta dai Saraceni nel 966 d. C. La ricostruzione della chiesa, sempre ad opera dei benedettini, deve collocarsi tra il 1058 (anno in cui fu presumibilmente rifondata l’antica abbazia di San Nazario) e il 1104, quando il Barone di Novi assegnò alla badia di Cava la chiesa e l’annesso villaggio rurale.”. Paul Guillaume (….), nel suo ‘Essai historique sur l’Abbaye de Cava’, a p. 21, nella nota (1) postillava: “(2) Tuttavia, se bisogna crederci il Chronicon Cavense, pubblicato per la prima volta nel 1753 da Pratilli (Hist. Princ. Lang., IV. 381-451),…..Questi dettagli tuttavia sembra che debbano essere accettati con estrema riserva, se non totalmente rigettati. Il Chronicon Cavense di Pratilli, molto preso dal Duca d’Acquara (Tav. Cronol. Napoli, 1762, in I, passim.), portato alla luce da De Meo (Ann. Criti. Dipl. III, p. 185, ecc..), sotto il nome di ‘Annalista Salernitano’, dal luogo dove gli sembrò avesse scritto, in seguito ai numerosi dubbi sollevati dal dotto D. Salvatore Maria De Blasi (Lett. famil. Rosini, Napoli, 1786, in f., pp. 33, 47, 57, 72, 78, 94, ecc..); il Chronicon Cavense, diciamo, è stato attaccato come apocrifo e falso; etc…”. Rocco Gaetani (…), riguardo l’interessante notizia di ‘Aliprando de Bussentio’, dice che esso è citato nell’Annalista Salernitano. Chi è l’Annalista Salernitano ?. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il Chronicon Cavense è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». La notizia di un ‘Aliprando de Bussentio’, nell’anno 825, citata dal Gaetani (…), trova conferma nel testo della ‘Chronicon Cavense’, pubblicato dal monaco Francesco Maria Pratilli, nel 1643, lo pubblicò. Alcuni autori, scrivono che questa è stata una falsificazione. Francesco Maria Pratilli (…),  lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Pratilli (…), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’, che contiene: “Chronicon Cavense ineditum cum notes Francesco Maria Pratilli, p. 381.”, a p. 390, scrive che: “A. 823. Leutarius Lugduici coronatur Augustus a Papa Pascali, Landulphus Gastaldus sit Comes & Sicopoles estruitur pro sui comitatus custodia (3).”. Il Pratilli, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Erchemperto, n. 9, to. I, huius operis, & to. 2. ubi de hoc ‘Landulfo’ plurima.”. Sempre il Pratilli, si legge: “A. 825. Moritur Pascalis (4). Et Paulo postea obiit Adulfhus Prepositus, cui supstitutus est Aleprand de Bussentio (5).“. Il Pratilli, nella sua nota (4) a p. 390, postillava che: “(4) A. potius 824. ut Pagius, aliique evincunt.”, e poi nella sua nota (5), postillava che: “(5) Fort. ‘Cusentia’.”. Dunque, vediamo cosa scrisse l”Annalista Salernitano’ nel suo ‘Chronicon Cavense’. Il Chronicon, riporta la notizia citata dal Gaetani che nell’anno 825, muore il papa Pascale (4). Poi nello stesso anno morì Adolfo Paolo Preposito che fu sotituito Aliprando di Bussentio (5). Infatti, il Gaetani (…), scriveva che nell’anno 823 (e non 825), Aliprando di Bussentio, fu sollevato (fu sostituito) al governo della Badia di Salerno. Di cosa si parlava nel Chronicon ?. Come ho già scritto, nel 1643, Francesco Maria Pratilli (….), nel suo ‘Historia principum Langobardorum’ pubblicò il ‘Chronicon Cavensen’, un chronicon medioevale attribuito al cosiddetto cronista chiamato ‘Annalista Salernitano’Francesco Maria Pratilli (Santa Maria Capua Vetere, 10 ottobre 1689 – Napoli, 30 novembre 1763) è stato un prete, archeologo e antiquario italiano, membro dell’Accademia Ercolanese, noto per il suo lavoro di realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Paul Fredolin Kehr (…), nel suo ‘Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania’, pubblicato nel 1935, a p. 364, del suo vol. VIII, in proposito al Monastero di S. Benedetto di Salerno scriveva che: De primis eius temporibus nihil nisi notitia quaedam exstant in Chronico Cavensi a F.M. Pratilli impudentissime conficto (ed. Pellegrini Hist. principum Langobardorum IV 386 sq.). Sed non solum, quae ibi de privilegiis Leonis III, Gregorii IV, Leonis ecc…”. Scrive sempre il Kehr (…) che: “Chronico Casinensi uberiores notitias legimus de monasterio s. Benededicto Salernitano, quod iam olim cum Casinensi coenobio coniunctum fuisse fuisse videtur; narrat enim Waimarium principem Basilio exabbati ecc..”. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Kopke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Kopke. Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolph Kopke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’“forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. Si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Dunque il Kehr (…), scriveva che ricche informazioni sul Monastero di S. Benedetto di Salerno, provengono anche dall’altro ‘Chronicon’, detto “Chronicon Cavensis”E’ un’opera spuria che alcuni ritengono costruita dal Pratilli (…). Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Fredolin Kehr (….) scriveva che le prime notizie in assoluto che arrivano per il Monastero di S. Benedetto si possono estrapolare da un antico Chronicon pubblicato dal Pratilli e poi in seguito ripubblicato dal Pellegrino nel 1710.

Le incursioni dei Saraceni ed i numerosi monasteri distrutti

Nicola Cilento (…), a p. 109, così descriveva le nostre terre a quel tempo: “Accostati in un’assurda coesistenza troviamo stati indigeni autonomi e dominazioni longobarde bizantine musulmane: nell’interno i principati longobardi di Benevento Salerno e Capua; sulle coste tirreniche i ducati autonomi di Napoli Amalfi Gaeta e Sorrento; nell’estreme punte della penisola i due temi bizantini di Calabria e di Puglia; nella Sicilia i musulmani. Si tratta dunque di una carta politica assai frammentaria, ma al tempo stesso assai ricca di vitalità storica per il contrasto delle differenti e composite civiltà. I bizantini, da lor parte, sia attraverso la tutela che esercitavano sui ducati autonomi costieri, sia attraverso i domini diretti in Puglia e in Calabria, non avevano rinunziato alla loro presenza in Italia. Infine una nuova forza storica si era inserita nel Mediterraneo rompendone il preesistente equilibrio: sulle sue coste e nele grandi isole gli arabi avevano creato un vasto impero. Essi però nella prima metà del secolo ottavo avevano dovuto segnare il passo nel loro impeto di conquista a Pointiers e sotto lemura di Costantinopoli. Tale il teatro politico nell’Italia meridionale e del mondo che la circondava.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” ecc..’, parlando dell’epoca Longobarda, a p. 77, in proposito scriveva che: “Il 900 fu l’epoca delle più feroci devastazioni nel Sud d’Italia, dove, già dalla metà del secolo precedente, si erano stanziati nuclei saraceni, costituendo, spesso, dei piccoli emirati: Amantea, Torpea, Santa Severina e, a nord di Policastro, Agropoli (86). La causa di questi stanziamenti è da ricercarsi nello sfaldamento del Ducato di Benevento, da cui si staccarono le signorie di Capua e di Salerno. Difatti, intorno all’841, Radelchi di Benevento, per combattere Siconolfo, si era servito di mercenari musulmani di Africa e Sicilia; Siconolfo di Spagna e di Creta. I mercenari, terminate le azioni belliche, non rientrarono in sede, ma furono posti alla difesa o di fortezze-cuscinetto, ai confini dei due principati, o lasciati lungo le coste (87). Alla divisione del territorio, 849, tra Radelchi e Siconolfo era presente Ludovico II, re dei Franchi, (88). La spartizione a Sud, toccava il Golfo di Policastro, seguendo una linea, Est-Ovest, che da monte Mula scendeva per la cima di “Donna Salerno” di Majerà, fino a toccare “Monte Salerno” di Cirella, sul Tirreno. Nella spartizione, a Radelchi toccò il Principato di Benevento, a Siconolfo, quello di Salerno (89). Approfittando della debolezza che caratterizzava i principati longobardi, i Saraceni, ridussero a mal partito o distrussero del tutto, 850-851, le antiche città di Bussento, Cirella, Clampezia, Temesa, Terina (90).”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (87), postillava che: “(87) parla di una località nei pressi di Praja, detta ‘Saracinello’ e cita anche il testo di Lomonaco”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Fin dal tempo di Carlo Magno, il ducato longobardo di Benevento godeva di una semi-autonomia, con impegno (formale) di sudditanza all’impero Carolingio. M. Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia, Bari, 1923, Idem, Storia del Principato Longobardo di Salerno, in Arch. Stor. Prov. Napoli, XII, 1887.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Siconolfo, coniò moneta a Salerno, senza indicazione di data. Suo è il solidus, da collocare intorno all’849; ha nel “diritto” il busto del principe, nel rovescio la croce.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (90), postillava che: “(90) G. Pochettino, I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930.”. Il Campagna, a p. 77, nella sua nota (91), postillava che: “(91) Forse, per tamponare gli attacchi saraceni dal mare, i principi longobardi fecero costruire fortezze, affidate alla tutela di esercitali, da cui i toponimi “donna”, Piano della Donna, Donna Salerno, Donnasita, etc.”. Sappiamo come è importante la Toponomastica dei luoghi, dove ancora permangono oscuri significati ed in proposito faccio notare che nei pressi di Villammare, di cui mi sono occupato per la presenza di Torre Petrosa o della Petrosa, in contrada “Carbone“, vi è una località denominata sulle carte “Piano delle Donne” o “delle Piane”. Il Chronicon Salernitanum’ riferisce che l’Abbazia di S. Benedetto di Salerno, nell’884, fu distrutta dai Saraceni e che nell’886 fu restaurata da Angelario, abate di Montecassino. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo del Cilento’, vol. I, a p. 37, ci parla dei Vescovi nelle nostre terre. Ebner scriveva che: “Se è piuttosto facile risalire all’origine e all’evolversi dei cenobi italo-greci, non altrettanto agevole è definire i periodi storici entro cui ha agito il clero diocesano. I primi documenti pervenutici risalgono all’848; di questi pochissimi riguardano le valli del Tanagro e del Bussento, molti invece i rapporti dei Benedettini cavensi con i cenobi italo-greci da cui ereditarono strutture e pertinenze. Sono proprio le pergamene di Cava che ci aiutano infatti a configurare la gerarchia ecclesiastica della diocesi tra il IX e l’XI secolo adombrata dal prevalere della presenza monastica. Del X secolo abbiamo notizia di soli cinque vescovi (73).”. Ebner (…), nella sua nota (73), a p. 37, vol. I, postillava che: “(73) Diversamente dal Volpi (uno), dall’Ughelli (uno) e dal Gams (nessuno), il Di Meo dice di quattro vescovi e il Kehr di tre. E cioè Paolo nel 932, Giovanni (954-963) che è il vescovo della transazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, Pietro (967) di cui dicono il Mandelli e il Kehr, Pando (977-979) e Lando (989) che permutò terreni per restaurare la cattedrale di Capaccio.”. Avevamo già precedentemente scritto dei Vescovi di Bussento, ma ci pare singolare questo “Pando (977-979)”che Ebner (…), scrive sia un Vescovo che riguarda i restauri per la chiesa di Capaccio. Sappiamo che, in quegli anni, l’Episcopato Bussentino, dipendeva dall’Episcopato di Capaccio, e sappiamo pure che l’opera del cosidetto ‘Annalista Salernitano’, il ‘Chronicon Cavense’, fosse una falsificazione del Pratilli (…). Non sappiamo l’origine bibliografica della citazione di un “Pando”, che fa l’Ebner.

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(Fig….) Pagina miniata di un codice che illustra l’assalto dei Saraceni al Castello (Kastron bizantino) di Agropoli

L’incursione araba ebbe echi e costernazione in queste terre tanto da essere citata nella Vita di S. Saba di Collesano e dei monaci bizantini che vivevano nel Mercurion. Pietro Ebner, nella sua nota (17), postillava che: “(17) Ricorda le incursioni tra il Tusciano e Policastro: ‘inter haec saraceni totam supradictam terram’”Ebner, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224.“. Ebner (…), dunque, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Il Giustiniani (…), nel suo vol. II, a pp. 226-227, parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ecc..”. Il Giustiniani (…), però, non parlava delle incursioni Saracene dell’VIII e IX secolo, che distrussero la già fragile Diocesi di ‘Buxentum’, ma parlava di una cruenta incursione avvenuta nell’anno 915. Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ecc…”. I due studiosi Crisci e Campagna (…), a p. 388, parlando dell’Abbazia benedettina di S. Benedetto di Salerno, in proposito citavano Il ‘Chronicon Salernitanum’ (6) riferisce che nell’884 fu “a Saracenis distructum” e che nell’886 “ab Angelario vunerabilis abbate coeptum est riedificari”.” e, nella loro nota (6), postillavano che: “(6) Chr. Sal., 145.”. Nel 1959, lo studioso Nicola Cilento (…), pubblicava l’interessante saggio sui ‘I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X’, dove diceva esattamente ciò che scrisse poi il Vassalluzzo, ma riferendosi ai secoli IX e X, epoca in cui le nostre terre erano in parte controllate dai Bizantini e per buona parte controllate dai Longobardi. I Longobardi, furono i principali protagonisti. I due studiosi, dunque, traggono dal ‘Chronicon Salernitanum’, l’interessante notizia della distruzione dei Saraceni che nell’anno 884 e 886, distrussero Salerno e l’Abbazia benedettina di S. Benedetto.

Il ‘Chronicon Salernitanum’ o ‘Anonimi Salernitani’

I due studiosi Crisci e Campagna (….), a p. 35, postillavano a riguardo che: “Il ‘Chronicon’ fu scritto non molto dopo il 974, perchè descrive eventi che dalla metà del 700 (747) si fermano a questa data, è, parlando della morte di Adelchi, avvenuta nell’878, dice che è passato un centinaio di anni. Fu pubblicato dal Pratilli, nella ‘Historia Principum Longobardorum, Napoli, 1750, II, 37-323. Altra pubblicazione, non completa, fu fatta da C. Pellegrino, integrata da L. A. Muratori, ‘Rerum Italicarum Scriptores, t. II, p. II. Il Pertz, seguendo il ‘Codice Vaticano Latino 5001, ha dato una edizione critica col titolo di ‘Anonimo Salernitano’ in M.G.H., ed. 1839. Ed è la migliore edizione.”. Sempre il Crisci ed il Campagna (…), a p. 52, in proposito scrivevano che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ è il primo documento che ci tramandi i nomi di alcuni vescovi (1): di quelli che ressero la diocesi nel periodo storico di cui l’autore narra gli eventi: dalla metà del 700 (747 circa) al 974.”. Il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, è un’opera raccolta nel Codice Vaticano Latino 5001, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma e, la pagina che interessa è la p. 147 r che quì pubblico:

Cod. Vat. lat. 5001, p. 147r

(Fig…) Codice Vaticano Latino n. 5001, contenente il “Chronicon Salernitanum”, p. 145r

Nel codice ms. Vaticano Latino n. 5001, che riporta in forma amanuense la trascrizione del ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 145, leggiamo che: “Iam fati Salernitani, qui Benevento exiliati degebant, ad Georgium patricium clanculo perrexerunt, et in hunc modum verba promserunt: ” Quid dabitis nobis, si nos munitam Salernitanam urbem sub vostra diccione commictimus? ” Ad hec patricius cum magno gaudio plurima et precipua dona promittebat. Illi vero subiunserunt: ” Statue die quam illuc clam magno exercitu pergamus, quia nos incunctanter promictimus illius civitatis fores pate esse facturos. ” Ille patricius ut talia auribus aurisset, valde gavisus est, atque ut id fieret, omnimodis gratulabatur, et sine mora per Calabrie Apulieque fines misit, et exercitus coadunavit, faciens famam, ut super Agarenos, qui illo in tempore in Gariliano degebant, ex improviso irrueret. In tempesta noctis, quando fexi gravi sopore opprimuntur, dictus ille patricius cum magno apparatu Salernum venit, licet Beneventani cum eo mixti venerunt. Sed dum non procul menia properarunt, illi vero exiliati fores urbis properarunt, et arte qua poterant porte pate fecerunt, et ocius patricius Georgio promulgarunt. Ille namque valde sese perturbavit, atque idipsum unum ex suis ad explorandam urbem iterum misit; sed dum et ille eadem verba retulisset, sagacissimus ille presul Petrus, qui sanctam Beneventanam sedem illo in tempore preerat, huiusmodi verba exorsus est: ” Pro qua re nos huc fatigasti, et minime nobis que clam in pectore gerebas enodasti? Pro certo scitote, quia si hanc urbem furtim ingredimur, omnes ibidem pariter periemus, et dum tripudiare satagis, veremur, ne veniat detrimentum. ” Dum hec et hiis similia presul predictus verba repeteret, idipsum et Beneventani exinde inter se susurrarent, patricius ille nefandiximus menu perculsus, ceterique Argivi in fugam conversi sunt. De civitate vero omnimodis nil que Greci gesserant compererunt. Illi vero conductores malorum, qui fuerant orti ex vico cui Saranianus nomen est, [duperati] dum superati essent, per eundem vicum perrexerunt, uxores liberosque suppellectileque secum gestantes, Beneventi fines abierunt.”, che tradotto più o meno è: “La sorte dei Salernitani, che furono esiliati da Benevento, andò in segreto dal patrizio Giorgio, e così parlò: “Che cosa ci darai, se abbiamo messo in imbarazzo la città fortificata di Salerno sotto la tua giurisdizione? A questo il patrizio promise con grande gioia molti doni e doni speciali, ma aggiunsero: “Decidi il giorno che dovremmo andarci con un grande esercito, perché noi senza esitazione promettiamo che le porte di quello stato saranno aperte”. “Quel patrizio fu molto contento di aver sentito tali cose nelle sue orecchie, e si congratulò con lui in ogni modo che potesse essere fatto; e senza indugio mandò attraverso i territori della Calabria e della Puglia, e radunò un esercito, facendo un rapporto, come gli Agareni, che in quel tempo abitavano in Gariliano, all’improvviso nella tempesta della notte, quando io m’ero addormentato, furono sopraffatti da un sonno profondo, e il detto patrizio venne a Salerno con una grande schiera, sebbene i Beneventani si mescolò con lui venne. e il patrizio Giorgio subito propose un proclama, perché si turbò molto, e mandò uno dei suoi seguaci a perlustrare di nuovo la città: ma mentre anche lui aveva ripetuto le stesse parole, quell’accorto vescovo Pietro, che regnò a quella volta la santa sede di Benventa, cominciò con queste parole: per qual motivo ci hai stancato fin qui, e sbrogliato le cose che non avevi affatto nel nostro petto? Tu sai per certo che se entriamo in questa città di nascosto, periremo lì tutti insieme; Mentre il predetto direttore ripeteva queste e simili parole, e di lì i beneventani sussurravano tra loro la stessa cosa, il patrizio fu sorpreso dal delitto del menù, e gli altri Argivi furono messi in fuga. che il nome è Saranianus, mentre i duperati furono sconfitti, marciarono per lo stesso villaggio e, portando con sé mogli e figli e mobili di casa, si diressero verso i territori di Benevento.”. Da Wikipedia leggiamo che il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia Minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il principe di Salerno Gisulfo. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, E’cole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Per il ‘Chronicon Salernitanum’, si veda pure Bartolomeo Capasso (…), La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855. Ebner (…), nella sua nota (77), cita l’autore della ‘Traslatio’, “forse lo stesso abate del monastero di S. Benedetto di Salerno”. A questo proposito, dobbiamo anche segnalare, che l’evento o il prodigio a cui si fa riferimento è dell’anno 954, e che nell’anno 823, vi era un abate del monastero di S. Benedetto di Salerno che non viene menzionato dalle cronache, e si tratta di un certo “Aliprando di Bussento”, che fu citato dal sacerdote Rocco Gaetani, (…), e di cui abbiamo parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Questo “Aliprando de Busentio”, era citato in un altro Chronicon, o meglio, un ‘Chronicon’ pubblicato dal Pratilli (…), che la storiografia vuole da non confondere con il ‘Chronicon Salernitanum’, a cui fa riferimento tutta la storia del rinvenimento. L’altro ‘Chronicon’ di cui parliamo, dove si cita un certo “Aliprando de Busentio”, è la cronistoria spuria dell’ “Annalista Salernitano”, citato più volte anche da Antonini. E’ stato accertato che l’Annalista Salernitano, doveva essere un monaco o un Abate del monastero di S. Benedetto di Salerno. L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile. Il Chronicon Salernitanum’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto (….). Nicola Acocella (…), nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12. L’opera ha potuto beneficiare, così, della tradizione amanuense: una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. In tempi recenti da essa hanno largamente attinto storici della Longobardia meridionale come Wilhelm von Giesebrecht, Ferdinand Hirsch (…), Michelangelo Schipa (…). Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, ………………Anche il Muratori (…), pubblicò il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani’, una cronaca del X secolo, da non confondere con il ‘Cronicon Cavense’, costruito (dicono) dal Pratilli. Il ‘Chronicon Salernitanum’ è la più antica testimonianza della tradizione, tra quelle sopravvissute, è, al capitolo 165, il ‘Chronicon Salernitanum’, cronaca apocrifa (anonima) della seconda metà del X secolo, scritta all’incirca nel 978. ‘Translatio sancti Mathei’. Un dettagliato racconto della traslazione è contenuto anche nella Translatio sancti Mathei apostoli et evangeliste’, un testo della latinità medievale tramandato in un codice membranaceo risalente agli anni a cavallo tra XI e XII secolo, conservato nella sala Capitolare della cattedrale di Benevento (…). Per il ‘Chronicon Beneventanum’, si veda: Alfred Poncelet (…), Catalogus codicum hagiographicorum latinorum bibliothecae Capituli ecclesiae cathedralis Beneventanae, pp. 343, 352. Il racconto della ‘translatio’ beneventana fu poi incorporato nella liturgia salernitana, forse già in età normanna, al tempo dell’arcivescovo di Salerno Alfano I: il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ la contiene interamente, fatta eccezione per una variante iniziale che Acocella tende ad attribuire a un errore nella compilazione amanuense del Breviario (…). Il Breviarium Salernitanae Ecclesiae’ (Breviarium officii ecclesiastici secundum usum sacre Salernitane ecclesie factum a domino Romoaldo venerabili secundo Salernitano archiepiscopo) fu forse opera di Romualdo II Guarna ed è «rimasto in uso fino al 1586 e [di esso] ancor oggi la Chiesa salernitana si serve per alcune ufficiature dei santi locali» (Massimo Oldoni, Romualdo Guarna). L’anonimo autore del Chronicon Salernitanum’ narra di un evento avvenuto qualche decennio prima della sua compilazione, del quale egli fu forse testimone diretto (…), ma del quale non precisa il dato cronologico, né per quanto riguarda il ritrovamento delle reliquie, né per quanto riguarda la traslazione (…): la tradizionale datazione di entrambi gli eventi al 954 è indicata dagli ‘Annales Cavenses’ (…) e dagli Annales Beneventani, ed è accolta dai cronisti successivi. Infatti, negli ‘Annales Cavenses’, si apprende la data 954: ‘Annales Cavenses’, p. 188: 954: «Hoc anno corpus beati Mathei apostoli translatum est apud Salernum». ‘Annales Beneventani’, p. 175: 954: «Translatum est corpus sancti Matthaei in Salernum». La data del 954 è peraltro accettata dalla critica odierna, anche sulla base di elementi testuali e cronologici impliciti nella narrazione dell’ignoto cronista salernitano. La data del 6 maggio, per celebrazione della traslazione delle reliquie, è invece attribuita per via di tradizione e da tempo immemorabile.

Tuttavia, dobbiamo pure segnalare ciò che scriveva lo studioso Nicola Acocella (…), nel suo ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, nel 1963, a p. 7: “Ad Agropoli rimasero i Saraceni per oltre un trentennio, dall’anno 882 sino a dopo il 915. Così si spiega, ad esempio, come l’invenzione delle Reliquie di S. Matteo, avvenuta durante l’anno 954 nella piana dell’Alento, si verificasse in una chiesa “a barbaris descructa” come dice l’autore della ‘Translatio’ (24).”. Acocella, nella sua nota (24) a p. 7, postillava che: “(24) G. Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.”. Acocella dunque, riferendosi al rinvenimento dei sacri resti dell’apostolo Matteo, scriveva che si trattava di “invenzione” e che essi furono rirovati in una chiesetta distrutta dai barbari. Tuttavia, riguardo la traslazione dei sacri resti dell’apostolo Matteo da Velia a Capaccio, ne ha parlato Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….L’Acocella (…), pubblicò parte del codice Vaticano Latino 5001, che riportava il ‘Chronicon Salernitano”. Pietro Ebner, riguardo il ‘Chronicon Salernitanum’, a p. 28, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, scriveva in proposito che: “Ciò, in particolare appare confermato dalla testimonianza dell’abate di S. Benedetto di Salerno, probabile autore della ‘Translatio’ e del ‘Chronicon salernitanum’, cui va anche il merito di aver avviata la prima ricognizione dei ruderi di Velia.”. Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988“I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(…) Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio);

(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana delMannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (6) che ricopiò da un’esemplare di Scipione Volpicella (7). Il Gaetani, trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (7), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: “Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.

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(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana delMannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(….) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (17) e, in particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano, la cita allo stesso modo del Mannelli (17), riportandone solo l’intestazione; si veda pure dello stesso autore: Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 2014 Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385.

(…) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (…), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831. Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda in proposito anche Visconti G.G. (a cura di), op. cit. (13)

(…) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino).

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(…) Porfirio , Diocesi di ‘Policastro’, stà in D’Avino Vincenzo, Chiese arcivescovili, vescovili, e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Stamperia Ranucci, 1948,  a p. 538

(….) Di Meo Alessandro, ‘Annali, critico diplomatici nel Regno di Napoli’, Tomo III, a p. 327

(….) Balducci Antonio, “L’Abbazia salernitana di S. Benedetto” pubblicata in ‘Rassegna Storica Salernitana’, serie XXIX, anno 1968 (Archivio Attanasio)

Sinno A., ASPS, p. 57

(….) Sinno Andrea, ‘Vicende dei Benedettini e di S. Massimo in Salerno’, in “Archivio Storico per le Provincie di Salerno”, 1924, fasc. I-II, p. 65 (il saggio parte da p. 57) (Archivio Attanasio)

(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci (Vescovo di Capaccio), “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, p. 117.

(…) Volpi Giuseppe, Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752

(…) Talamo-Atenolfi G., I resti medievali degli atti di S. Matteo l’evangelista, Roma, 1958, p. 100; cfr. pp. 46 sgg.

(…) Cottineau, Repertoire topo-bibliographique des Abbayes et prieures, Macon, 1939

(…) Crisci Giuseppe e Campagna A., ‘Salerno sacra – Ricerche storiche’, Salerno, ed. della Curia Arcivescovile, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg. (Archivio Storico Attanasio); si veda citazione di Pietro Ebner e la ‘Presentazione’ di Nicola Acocella.

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(…) Acocella Nicola, La traslazione di San Matteo, stà in ‘Documenti e testimonianze’, ed. Di Giacomo, Salerno, 1954 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: ‘Il Cilento dai Longobardi ai Normanni (secoli X e XI) – Struttura Amministrativa e agricola’, Ente per le Antichità e i Monumenti della Provincia di Salerno, Salerno, 1963 (Archivio Storico Attanasio), Parte II, p. 7 (su S. Matteo). Come ha scritto lo storico Nicola Acocella, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”

(…) Capasso Bartolomeo, La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

Camillo Pellegrino

(…) Pratilli Francesco Maria, noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B.La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Pratilli F. M., Historia principum Langobardorum’ di Camillo Peregrino (Camillo Pellegrino)

Camillo Pellegrino

(…) Pellegrino Camillo, Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751

(…) L”Annalista Salernitano”, citato dal Gaetani. Si tratta di un cronista dell’epoca Normanna, che racconta dei fatti all’epoca Longobarda. Da Wikipedia, leggiamo che nessun valore documentale va invece attribuito al ‘Chronicon Cavense’, opera del cosiddetto presunto “Annalista Salernitanus” (opera da non confondere con gli autentici ‘Annales Cavenses’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, un falso messo in piedi nel 1751 dal prete ed erudito Francesco Maria Pratilli (…), smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Ancora si legge che, gli ‘Annales Cavenses’ non vanno in alcun modo confusi con il falso storico noto come ‘Chronicon Cavense’ (noto anche come ‘Annalista Salernitanus’): a lungo considerato autentico e degno di nota, il ‘Chronicon Cavense’ è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, quale vero e proprio falso messo in opera nel 1751 dall’ecclesiastico ed erudito Francesco Maria Pratilli, smascherato solo un secolo dopo, nel 1847, dall’accurata esegesi di Pertz e Köpke. Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), col nome di “Chronicon Cavense ineditum cum notis Franc. M. Pratilli”, a p. 381. Il Pratilli, nella seconda sua edizione del 1643, mescolò nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il ‘Chronicon Cavense’, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del ‘Chronicon Cavense’ è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo»L’Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, ‘Chornicon Salernitanum’, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (…), op. cit., p. 29). Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto.

(…) Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis’, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo ‘Testa di ferro’ si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Nicola Acocella, scriveva nella sua, ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, 1954, p. 12, che il ‘Chronicon’ ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di SalernoHuguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Si veda Ulla Westerbergh, ‘Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language’ Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, Ecole francaise de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Il Muratori (…), pubblicò il ‘Chronicon Salernitanum’, o ‘Anonimi Salernitani, una cronaca del X secolo, da non confondere con il ‘Cronicon Cavense‘, costruito (dicono) dal Pratilli. Riguardo il “Chronicon Salernitanum”, lo studioso Nicola Acocella (…), nel 1954, nel suo ‘La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’ che, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, p. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”. Un altro autore che ha pubblicato i ‘Chronicon’, precedentemente pubblicati dal Pratilli (…), è stato Camillo Pellegrino, nel 1751, nel suo ‘Historia principum Longobardorum’. Infatti, Camillo Pellegrino (…), nel suo ‘Historia principum Longobardorum’, …………….Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

(….) Schiavo Armando, L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto, Milano, giugno, 1939 (Archivio Attanasio)

(…) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Attanasio)

(…) Balducci Antonio, L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Attanasio); si veda pure: ‘L’Abbazia Salernitana di S. Benedetto’, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana, anno 1924, fasc. I-II, pag. 57 e ssg. (Archivio Attanasio)

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(…) Ebner Pietro, Pietro Ebner – Studi sul Cilento, vol. I-II, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – Pietro Ebner, ed. Centro di Promozione Culturale per il Cilento (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592; si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medie-vale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II.

(…) Pellegrino Camillo, Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651. Si veda pure dello stesso autore: Historia principum Longobardorum, Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751

(…) Cappelletti G., Le chiese d’Italia dalle loro origini fino ai nostri giorni, Venezia, Antonelli, 1866, vol. XX, pp. 328-329 e 367-377. Lettera del pontefice (Quoniam Velina) riportata da Cappelletti. Posta in questi termini, l’esistenza di una diocesi ad Agropoli sarebbe «un falso storico» Paul Kehr (Italia Pontificia, VIII, p. 370).

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla Storia della Chiesa Salernitana, Salerno, ed. Migliaccio, 1852, p…..

(…) Pochettino G., I Longobardi nell’Italia meridionale (570-1080), Napoli, 1930 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Acocella Nicola, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze’, del 1954, a p. 12, nel suo cap. I “I – I Cronisti e Agiografi – ‘Chronicon Salernitanum’ (seconda metà del secolo X), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, vol. III, ed. Pertz, 1838), p. 552 e sg. – il Chronicon, pubblicato in “excerpta” dal Pellegrino, integrato delle parti mancanti (paralipomena) dal Muratori (Rerum Italicarum Scriptores, Tomo II, P. II), fu ricomposto in edizione critica dal Pertz di sul Cod. Vat. Lat. 5001, già salernitano.”.

(…) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i ‘Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (…), p. 136 nota (c); Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), a p. 533 e s. cita l’Arcivescovo di Salerno Alfano (‘9- Alphanus’) e, da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi e dei Vescovi (Episcopi) di ‘Paleocastren’. Il Cappelletti (…), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.

(…) Hirsh – Schipa, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, ristampa anastatica, Lancusi, 2002.

(…) Fedele P., Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXVII, 1905, pp. 5-21 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fedele P., Ancora delle relazioni fra i conti di Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXIX, 1906, pp. 240-246.

(…) Cilento Nicola, Italia meridionale longobarda, Milano-Napoli, 1966

(…) Paesano Giuseppe, Memorie per servire alla storia della Chiesa Salernitana, Napoli, ed. Manfredi, 1843 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mosca Gaspare, De Salernitanae Ecclesiae Episcopis et Archiepiscopis catalogus, Neapoli, 1591

(…) Scandone Francesco, Documenti per la storia dei Comuni dell’Irpinia, vol. I, Avellino, 1956

(…) Carucci Giacinto, S. Gregorio 7. a Salerno : ricerche storiche / pel prof. G. Carucci, Salerno, 1885, 65, parlando del monastero di S. Benedetto di Salerno, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), mentre il Vol. II ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Carucci Carlo,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I, è intitolato: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946;  si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994; si veda pure: Carlo Carucci, Le operazioni militari in Calabria nella guerra del Vespro Siciliano, in ‘ASCL’, a. II.

(…) Kehr P. Fridolin, Regesta Pontificum Romanorum, Italia Pontificia, vol. VIII, Regnum Normannorum- Campania, Berlin, 1935 (Archivio Attanasio)

Nel 1055, Gisulfo II, Guido e la contea longobarda di Policastro confinante con la contea del Principato del normanno Guglielmo

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la  ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta  chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ ed in particolare della vasta contea di Policastro ai tempi del Conte Guido, fratello di Gisulfo II, l’ultimo dei principi del Principato Longobardo di Salerno. Nel 1052, il nuovo ed ultimo principe longobardo, Gisulfo II, creò la contea di Policastro, con vasti possedimenti che furono retti dal Conte Guido, fratello di Gisulfo II fino alla sua morte nell’anno 1077. Nel 1077, con la conquista del Principato di Salerno da parte del normanno Roberto il Guiscardo, Policastro passò in mano a Landolfo, fratello di Guido e di Gisulfo.

Il racconto di Amato di Montecassino

Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 278, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Le guerre tra Gisolfo e i Normanni e quindi quelle tra Gisolfo e il conte di Principato ci son narrate da Amato, il quale in generale esalta i Normanni. Questi però non sempre dovettero essere vittoriosi, perchè in qualche poesia di Alfano son ricordate le vittorie riportate da Gisolfo contro di loro. Anche Malaterra riferisce queste lotte: “Gifulsu etc….(III, 2).”. Da Wikipedia leggiamo che Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Abbazia di Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della ‘Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…..Parlando del “Castellaro” di Capitello d’Ispani, i due studiosi Natella e Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, a p. 486, nella loro nota (11), postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371).”. Dunque, i due storici, credevano identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino (…) e, dunque li rapportavano ai castelli controllati da Guido, fratello di Gisulfo II, ultimo principe longobardo di Salerno. Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal ‘Chronicon Casinense’ sappiamo che fu l’autore del ‘De Gestis apostolorum Petri et Pauli’ in quattro libri, in versi esametri, e della ‘Historia Normannorum’ in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo.  Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…Dunque, i due studiosi Natella e Peduto, citando Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum’, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, si riferiscono all’anno 1077. A quale libro del racconto di Amato, si parla di Policastro ?. I due studiosi, si rifanno all’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…), e dicono a p. 371. Ho una nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi, dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘Chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto.Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino), e non si parla di castelli, come dicono i due studiosi. La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S.Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno.

I NORMANNI ARRIVANO NEI REGNI LONGOBARDI DELL’ITALIA MERIDIONALE

La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. I Normanni, al comando dello stesso suo cognato Roberto, Umfredo e Guglielmo suo fratelli del Guiscardo, tra l’anno 1053 e il 1054, occuparono moltissimi territori del Principato di Salerno. Caddero nelle loro mani le fortezze di Laurino e Novi, nonchè quasi per intero la Bricia. Resistettero per il momento Policastro, il castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola, forse detto all’epoca ‘Castel de’ Mandelmo’, sul fiume Mingardo. Pare che il territorio fu organizzato in una nuova circoscrizione detta contea di Principato’, che fu concessa da Umfredo d’Auteville, conte di Puglia, al fratello Guglielmo, col titolo di comes che tenne la sua sede amministrativa (Curia), ad Eboli e, concesse il suffeudo al miles Guglielmo de’ Mannia. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI la situazione dell’Italia meridionale si presentava, come è comunemente noto, quanto mai complessa e frastagliata: gli Arabi dominavano la Sicilia, i Bizantini (i greci) la Calabria (e quindi parte del basso Cilento) e la maggior parte della Puglia; esistevano poi i principati Longobardi di Benevento, Salerno e Capua nonchè le città (formalmente bizantine ma di fatto indipendenti) di Amalfi, Napoli e Gaeta con diversi possedimenti circostanti.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 111 e ssg., in proposito ai Normanni scriveva che: “I. Mentre la fortuna dei principi longobardi di Salerno volgeva lentamente al tramonto sorgeva luminoso l’astro dei Normanni. Verso l’anno 1016 (1), essendo principe Guaimario III, approdarono in Salerno quaranta normanni reduci da un pellegrinaggio a Gerusalemme. Venivano, come allora era in uso, al ritorno da questi pellegrinaggi, a visitare in carovana i principali santuari d’italia tra cui quelli del Monte Gargano e di Montecassino. Accolti lietamente dal principe gli furono ben presto di grande aiuto poichè, essendo sbarcata nella città per saccheggiarla una banda di saraceni, i pellegrini, prese le armi, la assaltarono con grande impeto e ne fecero strage. Nel prendere qualche tempo dopo commiato dal principe, che loro dimostrò molto grato, promisero di inviare a Salerno altri della loro gente. Tennero difatti la parola ed a varie riprese molti normanni vennero in Italia.”.

Nel 1035, TANCREDI D’ALTAVILLA (d’HAUTEVILLE)

Da Wikipedia leggiamo che Tancredi di Hauteville (Coutances, 980-990 circa – Hauteville-la-Guichard, 1041 circa) è il primo membro del Casato degli Altavilla del quale ci sono fonti documentali che ne attestino l’esistenza. La sua famiglia, gli Altavilla, secondo una tradizione tardiva, era originaria di Hialtus Villa (forse l’odierna Hauteville-la-Guichard) fondata da Hiallt, un signore norreno attivo attorno al 920. Tancredi risiedeva alla corte del suo signore, il duca Riccardo I di Normandia, come era abitudine di quei tempi. La sua importanza storica è legata ai discendenti avuti dalle due mogli (entrambe figlie non riconosciute di Riccardo I di Normandia, secondo un mito non documentato del XVI secolo), Muriella e Fresenda. Ebbe almeno dodici figli maschi, molti dei quali divennero determinanti nelle vicende politiche del Mezzogiorno d’Italia. Nel 1010 circa sposò Muriella, da cui ebbe cinque maschi e una femmina. In particolare furono i tre figli: Guglielmo, detto “braccio di ferro” divenne conte di Puglia, morto nel 1046; Drogone, conte di Puglia morto nel 1051; Umfredo, conte di Puglia morto nel 1057. Nel 1025 Muriella morì e Tancredi sposò in seconde nozze Fresenda (sorella di Muriella), che gli diede sette maschi (forse otto) e quattro femmine. In particolare ebbero i tre figli Roberto il Guiscardo, conte, poi duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia, morto nel 1085; Guglielmo, conte di varie terre nel Principato di Salerno, morto nel 1080; Ruggero, detto il Gran Conte, conte di Sicilia e Calabria, morto nel 1101; Fredesenda; sposò dopo il 1045, Riccardo Drengot, conte normanno d’Aversa (1049) e principe di Capua (1058), di cui in seguito vedremo le gesta. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: Intorno all’anno Mille i primi Normanni – secondo il cronista Leone Ostiense (32), approdarono a Salerno. Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 111 e ssg., in proposito ai Normanni scriveva che: Tennero difatti la parola ed a varie riprese molti normanni vennero in Italia. Nel 1035 una forte schiera di essi, guidata da Tancredi d’Altavilla, giunse a Salerno e si pose al servizio del principe Guaimario IV, che era succeduto a suo padre, e lo aiutarono a conquistare i Ducati di Sorrento e di Amalfi. Avendo di poi essi preso parte ad una spedizione intrapresa dall’imperatore d’Oriente nel 1038 per liberare la Sicilia dai Saraceni, contribuirono grandemente alla presa di Messina e ad una vittoria contro gli infedeli presso Siracusa. Però venuti in dissenso coi Greci, da cui si vedevano mal ricompensati dai grandi servigi loro resi, risolsero di combattere a proprio profitto. Sotto sembiante di voler fare un pellegrinaggio in Terra Santa, molti di essi, attraversato di notte lo stretto di Messina sbarcarono in Calabria muovendo quindi contro la puglia. Chiamati altri loro compagni dal paese nativo e dal contado di Aversa nel 1040 presero, profittando che erano sguarnite dai Greci, Melfi, Venosa e Lavello ed estesero il loro dominio su tutta la Puglia. Da là cominciò per quei valorosi un cammino trionfale all’acquisto di altri importanti dominii. Roberto Guiscardo figlio di Tancredi d’Altavilla si proclamò duca di Puglia e di Calabria nell’anno 1059 e ad accrescere la sua influenza chiese ed ottenne in moglie Sichelgaita figlia di Guaimario principe di Salerno.”. Nell’Italia meridionale i suoi fratelli (Guglielmo, Drogone e Umfredo) si erano distinti come abili mercenari dei signori longobardi in contrasto con l’impero di Bisanzio, ottenendo la Contea di Puglia. Umfredo aveva appena ricevuto in feudo la contea di Venosa. Da Wikipedia leggiamo che fu Guglielmo detto “braccio di ferro” il primo a partire nell’anno 1030 verso la conquista dell’Italia meridionale approfittando di alcune situazioni particolari. Infatti alcuni baroni normanni di ritorno da un pellegrinaggio in Terra santa diedero man forte a dei salernitani per difendersi dai musulmani. I normanni si fecero così notare per la loro forza e il loro valore nelle armi, tanto che i salernitani li implorarono di restare. Tornati in Normandia tali signori raccontarono che in Italia vi erano territori da conquistare e Guglielmo fu così il primo dei fratelli a partire. Si trattò di una migrazione economica, dato che Tancredi non aveva a disposizione terre e possedimenti da dividere ai figli, oltre al fatto che esisteva la legge per la quale solo il primogenito aveva diritto all’eredità. Sia Guglielmo braccio di ferro sia il fratello Drogone combatterono al servizio dei Bizantini, che tentavano invano di affermarsi nel sud Italia, lottando contro i musulmani. Nel 1042 Guglielmo s’impose come capo dei baroni normanni di Puglia. Drogone da Dreu e Umfredo (oppure Onofrio) da Onfroi, succederanno al fratello Guglielmo come Conte di Puglia rispettivamente dal 1046 al 1051 e dallo stesso anno fino al 1057. Goffredo è conosciuto per essere diventato Conte di Capitanata, un’antica provincia del nord della Puglia.

Nel 1042, HUGONE TUDEXTIFEN e ALTRUDA, genitori di RUGGERO CONTE DELL’ORIA

Attilio Pepe (….), nel suo saggio “Ruggiero di Lauria” (estratto dall”Almanacco Calabrese’ del 1955) parlando delle origini di Ruggero di Lauria, ammiraglio, a p. 95, in proposito scriveva che: “Le saghe dei Normanni, parlano di Osmondo Drengot, che offeso pubblicamente da Guglielmo Respotel e avendolo ucciso in presenza del principe Roberto, per evitarne l’ira evase da regno coi fratelli, nipoti e nipotini e trecento amici e partigiani. Tra questi vi era UGONE TUDEXTEFEN, il suo occhio destro, che nessuno superava nel maneggio della lancia, nel pugilato, nel sedurre le fanciulle. Si racconta che che, con un colpo di lancia, abbatté dieci saraceni, con un pugno un focoso destriero. Irequieti, amanti d’avventure e valorosi come tutti gli altri Normanni, essi furono tra i primi ad emigrare nell’Italia meridionale e si lasciarono lusingare per combattere saraceni e bizantini dai principi longobardi, servendo i quali, UGONE divenne signore di ORIA, PADULI, MONTEFUSCO, TERRAROSSA, APICE, col titolo di conte dell’Oria.. Dunque, Ruggiero (dell’Oria), al tempo di Ruggero II d’Altavilla era figlio di UGONE e di sua moglia “ALTRUDA” di sangue Longobardo. Dall’unione con la bella Altruda e Ugone nacque RUGGERO DELL’ORIA, il quale si sposò con BULFANARIA. Silvana Musella e Francesco Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 22-23 parlando della famiglia e delle origini di Ruggero di Lauria, in proposito scrivevano che: “La storia della famiglia di Ruggiero si riallaccia alla saga di Osmondo Drengot che per sfuggire all’ira del duca di Normandia evase con circa trecento tra parenti ed amici e partigiani. Tra questi vi era Ugone Tudextifen su cui il Summonte riporta un gustoso aneddoto: “Segue il Malaterra nel cap. 9 che essendo Guglielmo coi suoi fortificato in Melfi il Capitano dei Greci con uno esercito di 60 mila combattenti andò verso loro per discacciarli ecc…ecc…(20)”. I due studiosi a p. 22, nella nota (20) postillavano che: “(20) G.A. Summonte, op. cit., tomo I, pp. 456-457,”. I due studiosi, a p. 23 aggiungevano su Ugone Tudextifen che: “Inutile precauzione perchè il giorno successivo, pur combattendo valorosamente, i greci furono posti in fuga e i territori di Melfi, Venosa e Lavello rimasero in mano normanna. Questo dunque era il carattere di Ugone, antenato del nostro ammiraglio. Buon sangue non mente! Ugone, signore e poi conte di Oria, Paduli, Montefusco, Terrarossa e di Apice, sposò una fanciulla longobarda di nome Altruda ed ebbe come figlio il valoroso Ruggiero conte dell’Oria.. Dunque, i due studiosi scrivono che Ugone, conte dell’Oria, Padula, Montefusco ecc.., si unì in matrimonio con Altruda da cui ebbe un figlio chiamato Ruggero che diventerà conte dell’Oria. Riguardo UGONE, padre di Ruggero dell’Oria, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 241 parlando di Padula scriveva che: “Il più antico documento che riguarda Padula. esistente nell’Archivio della Badia cavense, è del 1086: Ugo di Aveva dona (3) al monastero di cavense, insieme ai monasteri di S. Giovanni di Layta, presso il castello di Mercurio, e di S. Simeone di Montesano, anche il monastero di S. Nicola di Padula, con tutte le sue dipendenze.”. Forse che questo “Ugo” citato dai due studiosi si riferisse ad “Ugone di Avena” citato nel documento cavense del 1086 ?. I due studiosi, a p. 23 scrivono pure che: “Alessandro di Telese (21), contemporaneo del re Ruggero il Normanno, nella sua ‘Cronaca’ riporta importanti notizie sulle vicende occorse a Ruggiero, conte dell’Oria, negli anni compresi tra il 1127 e il 1135.”. I due studiosi, a p. 23, nella nota (21) postillavano: “(21) Alessandro di Telese, De’ fatti di Ruggiero Re di Sicilia. Libri quattro’, in G. Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, Napoli, 1845-1868, vol. I, pp. 81-156.”. Infatti, ad esempio, a pp. 100-101 (vedi il Del Re, vol. I), nel cap. XXIII, il Telesino scriveva che: “Ruggiero conte di Oria per mitigare l’animo del Duca verso di sè esarcerbato, gli cede Padulo ed ancora Montefusco. E menato così a termine queste cose, non molto dopo con lo stesso esercito movendo si avvia alla terra di Ruggiero Conte di Oria, accampatosi lungo il castello che si chiama Apice……e perciò fa senno di cedergli spontaneamente Paduli e Montefusco.”. I due studiosi scrivono che secondo la cronaca del Telesino si evince che:  “Quando il duca Ruggero il Normanno – diventerà re nel 1180 chiese al cognato Rainulfo, conte di Alife, marito della sorella Matilde, l’atto di omaggio e sottomissione, quest’ultimo gli rispose che non avrebbe concesso nulla senza avere in cambio dei vantaggi. Alla successiva richiesta del normanno di cosa desiderasse in cambio, Rainulfo rispose di volere la contea di Oria. In un primo momento il duca Ruggero si alterò per tale richiesta, ma poi, considerando la possibilità di avere dalla propria parte un guerriero valoroso, accondiscese alla richiesta.”. Dunque, i due studiosi si riferivano a Ruggero II d’Altavilla, conosciuto come “Ruggero il Normanno”, la cui sorella, Matilde era andata in sposa a Rainulfo di Alfe. Da Wikipedia leggiamo chea Capua, nel dicembre 1127, partì una spedizione contro Ruggero, mettendo Roberto II di Capua e Rainulfo di Alife (cognato di Ruggero) contro di lui. Tuttavia questa coalizione fallì miseramente e nell’agosto 1128 il Papa Onorio II fu costretto dalla superiorità militare a nominare nella città di Benevento Ruggero II duca di Puglia. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di Padula, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula nell’età longobarda, normanna e sveva.”. Del 1213 è un solo documento: Gisulfo di Sanseverino dona al monastero di Montevergine (5) il piccolo monastero di S. Lorenzo sotto Padula.”. Dunque, Ebner, non cita affatto Ruggero dell’Oria ma ci parla di un documento del 1213 che ci parla di un Gisulfo di Sanseverino. Ritornando alla genealogia dei ORIA e dei Loria, Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: Più dettagliatamente, secondo una prassi consolidata che dal Seicento faceva risalire la genealogia familiare ai più antichi ceppi della stirpe normanna, anche l’autore (64) delle ‘Memorie’ individuava per il lignaggio dei Lauria un’origine normanna in Ugone Tudextefen (65).”. La Lamboglia a p. 33, nella sua nota (65) postillava che: (65) In proposito, si vedano invece L.-R. MÉNAGER, Inventaire des familles normandes et franques emigrées en Italie méridionale et en Sicile (XIe-XIIe siècles), in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno- sveve, Bari, 28-29 maggio 1973, Bari, Edizioni Dedalo 1991, pp. 279-410 [ovvero ristampa della prima edizione, Roma, Il centro di ricerca, 1975 (Fonti e Studi del “Corpus membranarum italicarum”, XI), pp. 260-390, saggio, questo, ristampato anche in L.-R. MÉNAGER, Hommes et institutions de l’Italie normande, London, Variorum reprints, 1981, pp. 260-390] e successiva integrazione, ID., Additions à l’inventaire des familles normandes et franques émigrées en Italie méridionale et en Sicile, ancora in ID., Hommes et institutions, pp. 1- 17; L. MUSSET, L’aristocratie normande au XIe siècle, in La noblesse au moyen age. XIe-XVe siècles. Essais à la memoire de Robert Boutruche, réunis par Ph. CONTAMINE, Presses Universitaires de France 1976, pp. 71-96.”. La Lamboglia, a p. 33 scriveva pure che UGONE TUDEXTEFEN: “Costui, a sua volta, innestava il proprio sangue a quello della stirpe longobarda, i cui principi quindi lo rendevano “signor d’Oria, di Paduli, di Montefuschi, di Terrarossa e di Apice, feudi che trasmise dietro il suo decesso a Ruggiero, che in prosieguo possedè Oria col titolo di conte (66). Tracciando poi le fila di un racconto che vagamente procedeva da una non meglio precisata edizione del Telesino, segnatamente laddove costrui veniva a parlare di un Ruggiero, conte di Ariano (67), ecc….”. La Lamboglia, a pp. 34-35, nelle sue note postillava che: (66) Memorie genealogiche, p. 4. Sulla questione del precoce innesto della nobiltà normanna con quella longobarda, si veda E. CUOZZO, La cavalleria nel Regno normanno di Sicilia, Atripalda (AV), Mephite, 2002, segnatamente, pp. 203-214. (67) Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii Regis Sicilie Calabrie atque Apulie, testo a cura di L. DE NAVA, commento storico a cura di D. CLEMENTI, Roma, ISIME, 1991 (Fonti per la Storia d’Italia, 112), l. I, c. 7, pp. 9-10, cc. 10- 12, pp. 11-13, c. 23, p. 20; l. III, c. 6, pp. 62-63. Si confrontino i sovramenzionati passi del Telesino con i frammenti citati nelle Memorie storico-genealogiche, pp. 4-6..

Nel 1045, TORGISIO NORMANNO o di ROTA, in seguito di SANSEVERINO, conte di Rota e signore di S. Severino di Camerota (oggi di Centola)

Da Wikipedia leggiamo che la casata dei Sanseverino ebbe origine dal cavaliere normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia. Turgisio di Sanseverino, conosciuto anche come Trogisio o Troisio (Normandia, … – Italia, 1081), è stato un cavaliere medievale normanno, discendente dalla stirpe reale dei duchi di Normandia. Le prime notizie su Turgisio risalgono al 1045 circa, quando giunse in Italia come cavaliere con il fratello Angerio, capostipite dei Filangieri. Per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Nel settembre 1067, al Concilio di Melfi, per intervento del vescovo di Salerno, Alfano, venne scomunicato dal Papa Alessandro II, col quale poi si riconciliò dopo un incontro a Capua. Turgisio nel 1077 fu confermato conte di Rota e investito dei nuovi possedimenti nella valle di Mercato San Severino, dove stabilì la sua dimora per cui tutti i suoi successori, dal nome del castello, assunsero il cognome dinastico de Sancto Severino. Dalla Treccani on-line alla voce ‘Cilento’ leggiamo che  Accanto alla Badia, troviamo più tardi parecchi nobili cavalieri normanni, che sostituiscono gli antichi signori feudali, ecclesiastici o secolari: tra essi, emersero Troizo o Torgisio di Rota, che in seguito si disse di San Severino, dal nome di uno dei borghi del contado di Rota, e Guglielmo detto del Principato, fratello di Roberto Guiscardo, che senza scrupoli s’industriava a formarsi una signoria fra la valle del Tanagro e il golfo di Policastro. Da Wikipedia leggiamo che Turgisio di Sanseverino per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “TURGISIO, ….e avendo favorito Roberto il Guiscardo a conquistare il Principato di Salerno, posseduto allora da Gisulfo Principe Longobardo, e dopo lungo assedio ottenuta dal Guiscardo nobile Vittoria, coll’acquisto di tale Signoria, diè ricombenza a detto Valoroso Cavaliero la menzionata Terra, da cui piucchè dal Cavallo Troiano sursero mille Eroi ad illustrare sì felicissima Casa; imperocchè da Turgisio Primo Conte di Sanseverino, nacque Ruggiero, che impalmando Sirca figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario già Principe di Salerno del Sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritirandosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente, ereditò da Errigo non meno il sangue che gli Stati paterni, Guglielmo che tolse per moglie Isabella, figlia di Silvestro Conte di Marsico. Ecc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 113, in proposito ai Normanni scriveva che: III. Tra coloro, che grandemente avevano preso parte a così avventurose conquiste, fu un guerriero di molto valore a nome Torgisio, da cui venne l’illustre famiglia dei Sanseverino. Avido di gloria e di dominio, al pari dei suoi compagni d’armi, egli avea violentemente occupate nel 1067 alcune proprietà di Alfano arcivescovo di Salerno che se ne dolse con il pontefice Alessandro II giunto nella città per tenervi un concilio. Il papa, a punirlo dell’usurpazione, inflisse la scomunica a Torgisio, che consentì a restituire i beni all’arcivescovo. In una bolla del pontefice relativa a questo fatto Torgisio vien chiamato De Rota, nome della città principale del contado di Sanseverino (1) da lui occupata sotto il dominio di Gisulfo e che poi gli venne conceduta dal Guiscardo dopo l’anno 1053, in cui Maione conte di Sanseverino e di Montoro fu ucciso dal proprio germano Paldone (2).”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (1) postillava che: “(1) De Meo, Ann., vol. 8°, pag. 70 e 71”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (2) postillava che: “(2) Id., Annali, anno 1053”. Carlo Carucci (….), e del suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”. Infatti, il Carucci, a pp. 382-383, in proposito scriveva che: “I feudi maggiori nella Provincia di Salerno – Nelle terre dell’ex principato longobardo di Salerno, aveva, come abbiamo visto, origini antiche il regime feudale, anzi ivi, da tempo, s’erano andati formando dei feudi molto estesi, tra’ quali i più notevoli erano quelli appartenenti alla mensa arcivescovile di Salerno e dell’abbazia della SS. Trinità di Cava. Col trionfo di Roberto il Guiscardo però, s’erano formate anche grosse signorie feudali non ecclesiastiche. Tra queste la più importante fu quella di Troizo o Torgisio di Rota, che in seguito si disse di S. Severino, dal nome di uno dei borghi del contado di Rota, e che, nel periodo angioino e aragonese, divenne potentissima più di ogni altra famiglia baronale dell’Italia meridionale. Troizo fu un valoroso compagno d’armi di Roberto il Guiscardo: egli usurpando terre e casali al principe Gisolfo e a chiese e abbazie, varie volte scomunicato dai papi, pur restituendo le terre usurpate (1), restò padrone di alcune di esse e specialmente di Rota. In una bolla del Papa Alessandro II, questo Troizo è detto appunto ‘De Rota’ (2), e Roberto Guiscardo lo investì di quella contea, quando fu ucciso Maione, conte di Sanseverino e Montoro (3).”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di Meo, Annali, t. VIII, pagg. 70-71”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Paesano, op. cit., I, pag. 122”. Il Carucci, a p. 382, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Di Meo, ivi, ad an. 1053”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno e altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli etc…., perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la ‘contea di Principato’ (1), occupando poi i castelli longobardi di Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3) etc….”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Alfano, I, ap. Ughelli, Italia Sacra, tomo X. “Quid quid habere prius fuerat haec vit i decoris Momento periit, fumus et umbra fuit. Non relut una lues pecorum solet omnibus agnen Aere corrupto debilitare modis, Sic gens Gallorum, numerosa clade Salerni, Principe defuncto, percotit omne solum. De Blasiis, op. cit. II, 213.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 117-118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “I Normanni si incunearono nel principato salernitano da Est, tra il 1053 ed il 1054, probabilmente seguendo la strada che da Melfi risaliva il corso del fiume Ofanto, e, dopo essere pervenuti nei dintorni di Conza, parte delle loro schiere proseguirono verso Ovest guidate da Torgisio, uno dei capitani del Guiscardo, riuscendo a raggiungere la valle del Montoro, ed ad impossessarsi di Rota, centro fra i più notevoli del territorio a cui era preposto il il longobardo Maione, conte di S. Severino e Montoro, perito nel trambusto di quegli avvenimenti (1)……..Le contrade occupate dai Normanni furono immediatamente organizzate, tolte quelle della valle di Montoro e S. Severino Rota, in una circoscrizione che fu detta CONTEA DI PRINCIPATO (3), concessa da Umfredo in qualità di Conte di Puglia (4) al fratello Guglielmo, che portava allora il titolo di Conte di S. Nicandro (5).”. Il Cantalupo, a p. 117, nella sua nota (1) postillava che: “(1) A. 1053; vedi C. Carucci, op. cit., p. 382”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075…….Guimondo dei Mulsi, Guido, fratello di Gisulfo, ecc….Guimondo, già usurpatore dei beni dell’arcivescovo Alfano insieme a Guglielmo d’Altavilla ed a Torgisio di Rota, era sceso a contesa con il fratello del principe di Salerno per il possesso della Valle di S. Severino sul Mingardo; “. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare sempre più vaste terre alla Chiesa salernitana (29), tantochè il primo agosto 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano I chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli, poi, a Salerno, e nella riunione plenaria dei Vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure del 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30).”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29)…..Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: ecc……Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”. Recentemente Angelo Corolla (….), nel suo “La terra dei Sanseverino: i castelli e l’organizzazione militare, insediativa ed economica del territorio”, a p. 41, in proposito scriveva che: In provincia di Salerno, non esistono altri nomi di luogo legati al santo in questione, a parte Mercato San Severino e San Severino di Centola, nel Cilento. Il Cilento è uno dei nuclei più antichi tra i feudi assegnati a Troisio ed è rimasto nelle mani dei Sanseverino di Marsico fino all’estinzione della famiglia. Nella sua cronaca Amato di Montecassino ricorda una battaglia, avvenuta verso la metà dell’XI secolo, tra le milizie di Gisulfo II e Roberto il Guiscardo presso la valle di San Severino nel Cilento (50). In base alla notizia, alcuni ritengono che il toponimo San Severino sia stato importato nella zona di Rota dal Cilento dove sarebbe esistito prima della occupazione normanna; quest’area della Campania meridionale sarebbe giunta in mano di Troisio qualche tempo prima della definitiva acquisizione del territorio di Mercato San Severino, costituendo perciò per il Normanno la prima dotazione territoriale e la prima fonte d’identità (51). Tuttavia, va tenuto presente che nei primi documenti (anno 1067) Troisio viene definito de loco Rota.”. Il Corolla, a p. 41, nella nota (50) postillava che: “(50) Storia dei Normanni, III, 45, VIII 12 e VIII 30.”. Il Corolla, a p. 41, nella nota (51) postillava: “(51) LORÉ 2001, pp. 99-100.”. Il Corolla si riferiva al testo di Vito Lorè (….), al suo “Monasteri, principi etc…”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a p. 113, in proposito ai Normanni scriveva che: III. Tra coloro, che grandemente avevano preso parte a così avventurose conquiste, fu un guerriero di molto valore a nome Torgisio, da cui venne l’illustre famiglia dei Sanseverino. Avido di gloria e di dominio, al pari dei suoi compagni d’armi, egli avea violentemente occupate nel 1067 alcune proprietà di Alfano arcivescovo di Salerno che se ne dolse con il pontefice Alessandro II giunto nella città per tenervi un concilio. Il papa, a punirlo dell’usurpazione, inflisse la scomunica a Torgisio, che consentì a restituire i beni all’arcivescovo. In una bolla del pontefice relativa a questo fatto Torgisio vien chiamato De Rota, nome della città principale del contado di Sanseverino (1) da lui occupata sotto il dominio di Gisulfo e che poi gli venne conceduta dal Guiscardo dopo l’anno 1053, in cui Maione conte di Sanseverino e di Montoro fu ucciso dal proprio germano Paldone (2).”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (1) postillava che: “(1) De Meo, Ann., vol. 8°, pag. 70 e 71”. Il Mazziotti, a p. 113, nella nota (2) postillava che: “(2) Id., Annali, anno 1053”. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicato postume dal nipote, a pp. 148-149 e ssg., in proposito scriveva che: “TURGISIO, ….e avendo favorito Roberto il Guiscardo a conquistare il Principato di Salerno, posseduto allora da Gisulfo Principe Longobardo, e dopo lungo assedio ottenuta dal Guiscardo nobile Vittoria, coll’acquisto di tale Signoria, diè ricombenza a detto Valoroso Cavaliero la menzionata Terra, da cui piucchè dal Cavallo Troiano sursero mille Eroi ad illustrare sì felicissima Casa; imperocchè da Turgisio Primo Conte di Sanseverino, nacque Ruggiero, che impalmando Sirca figlia di Pandolfo secondogenito di Guaimario già Principe di Salerno del Sangue Longobardo, procreò Errigo. E ritirandosi il menzionato Rugiero in Montecassino a menare vita Monastica, ove visse e morì santamente, ereditò da Errigo non meno il sangue che gli Stati paterni, Guglielmo che tolse per moglie Isabella, figlia di Silvestro Conte di Marsico. Ecc…”. Erasmo Ricca (…), nel suo ‘Discorso generale della famiglia Filangieri’, Napoli, 1863, in cui discorre dell’origine della famiglia Filangieri e dei Sanseverino, a p. 8, in proposito scriveva che: “Il mentovato Turgisio, che fu altresì valoroso Capitano, e militò seguendo le bandiere di Roberto il Guiscardo, ebbe da quest’ultimo in dono il castello di Sanseverino, donde presero il cognome i suoi figliuoli a nome Ruggiero, Silvano e Turgisio 2°. Adunque le cospicue famiglie Filangieri e Sanseverino hanno origine da’ due fratelli e Cavalieri Normanni Angerio e Turgisio (4).”. Nel 1081 Turgisio morì e gli succedette nel feudo di Sanseverino il primogenito Ruggero, che sposò la longobarda Sica, nipote di Guaimario IV di Salerno. Degli altri figli di Troisio, Silvano divenne signore di Apudmontem (Roccapiemonte), Troisio II del Cilento, di Montemiletto e di Bracigliano, mentre Diletta andò sposa al milite Eremberto. Dunque, Erasmo Ricca sostiene l’origine dei Sanseverino di Turgisio fratello di Angerio. Turgisio il Normanno ebbe tre figli: Ruggero, Silvano e Turgisio II. Come vedremo Turgisio II avrà il figlio che noi abbiamo chiamato Ruggero II Sanseverino.

Ricca Erasmo, p. 387 sullalbero geneologico dei Filangieri

Enrico Cuozzo (…), nel suo “Normanni nobiltà e cavalleria”, ed. Gentile, a p. 129, in proposito scriveva che: “Giovanni ha sei figli: Giovanni, suddiacono di S. Matteo, che muore nel giugno 1189 (107); Itta sposa di un importante esponente della feudalità salernitana del Regno di Sicilia, cioè Ruggiero figlio di Torgisio di S. Severino (108); ecc…”. Il Cuozzo a p. 129 nella sua nota (108) postillava che: “(108) M. De’ Santis, Memorie delle Famiglie nocerine, II, Napoli 1893, p. 408.”.

Nel 1046, DROGONE succede al fratello Guglielmo detto braccio di Ferro

Da Wikipedia leggiamo che durante il suo regno, Guglielmo e Guaimario diedero inizio insieme alla conquista della Calabria ed eressero il castello di Scribla, non di Squillace come riportato in vari testi sulla storia dei Normanni nel sud Italia. I suoi titoli tuttavia non vennero mai confermati dall’Imperatore del Sacro Romano Impero. Guglielmo morì nel 1046, e fu successivamente sepolto nell’Abbazia della Santissima Trinità di Venosa insieme agli altri fratelli, in un’unica arca sepolcrale. Il suo successore, il fratello Drogone, sarebbe stato giuridicamente riconosciuto come Conte dei Normanni di Puglia e Calabria (la formula fu Comes Normannorum totius Apuliae e Calabriae), titolo che si attribuisce spesso anche a Guglielmo. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a p. 29 e ssg., in proposito scriveva che: “Il Mezzogiorno in questo periodo è caratterizzato da una grande instabilità politica: Drogone, succeduto a Guglielmo Braccio di Ferro, che fino ad allora aveva governato con saggezza e senso di giustizia, viene assassinato a seguito di una congiura che avrebbe dovuto estromettere i normanni dalle Signorie occupate con la violenza.”.

Nel 1047, Riccardo I d’Aversa o Riccardo Drengot, figlio di Asclettino I e Sarulo di Genzano

Francois Lenormant (….), nel suo “A travers l’Apulie et la Lucanie” (si veda edizione e traduzione a cura di Giovanni Battista Bronzini, “Francois Lenormant – Tra le genti di Lucania – appunti di Viaggio”, nel cap. VI, a pp. 91-92 parlando di Genzano, in proposito scriveva che: “Nel 1047 era tenuto da un cavaliere di nome Sarulo, compagno d’armi ed amico di Asclettino, conte di Aversa. Quando seppe che il fratello di costui, il giovane Riccardo, venuto dalla Normandia, era stato cacciato da Aversa da suo cugino Raoul Trincanotte (che si era impadronito della contea alla morte di Ascletino) e che aveva dovuto per questo cercare ospitalità a Melfi presso il conte Umfredo, Sarulo andò a trovarlo, gli chiese amicizia e lo pregò di andare a stabilirsi con lui a Genzano. Qui radunò i suoi compagni d’armi, li presentò a Riccardo e li invitò ad obbedire a questo giovane signore come al vero padrone e legittimo erede della contea di Aversa. I soldati gli giurarono fedeltà mentre Sarulo, per discrezione, voleva lasciare Genzano, perchè fosse meglio riconosciuta l’autorità di Riccardo, il quale, tuttavia, lo pregò di rimanere, e i due vissero in buona armonia. L’unione delle loro forze fece di Genzano un paese potente per qualche tempo. Sedevano a tavola fino a cento uomini d’armi e Riccardo utilizzò queste forze per far guerra a diversi signori, e soprattutto al cugino Raoul Trincanotte, al quale non perdonava d’averlo privato del bel feudo di suo fratello. Raoul, per vincere la sua ostilità, gli restituì quanto Asclettino aveva lasciato alla sua morte e inoltre gli fece sposare sua sorella Fredesinde. Grazie a queste concessioni, Riccardo se ne stette tranquillo, finchè alla morte di Raoul diventò signore di Aversa.”. Il Lenormant si riferisce a Riccardo I d’Aversa. Da Wikipedia leggiamo che Riccardo Drengot (1024 circa – Capua, 5 aprile 1078) è stato un cavaliere medievale normanno. Fu quinto Conte di Aversa (1049-1078), primo principe normanno di Capua (1058-1078) e Duca di Gaeta (1063). Era figlio di Asclettino I, conte di Acerenza, ma era cresciuto in Normandia; giunse in Italia verso il 1045 con quaranta cavalieri normanni. Sposò Fredesenda d’Altavilla (1), figlia di Tancredi d’Altavilla e sorella di Roberto il Guiscardo, dalla quale ebbe cinque figli. Il fratello maggiore di Riccardo, Asclettino II Drengot, conte di Aversa, morì senza figli nel 1045. La Contea venne assegnata da Guaimario IV, principe di Salerno, a Rodolfo Cappello, scatenando così una contesa con gli altri membri della famiglia: Riccardo combatté a fianco di Rainulfo II Trincanotte contro Rodolfo Cappello, ma fu sconfitto e imprigionato (1046); in seguito venne liberato e riuscì a divenire il tutore del conte Ermanno (1049), figlio del Trincanotte e suo nipote, che però scomparve presto di scena; Riccardo gli poté così succedere. Da Wikipedia leggiamo che Aversa fu fondata ufficialmente nel 1029 da Rainulfo Drengot, che ne divenne primo conte, su investitura prima di Sergio IV, duca di Napoli e poi dell’imperatore Corrado II. Dodici furono i conti normanni che ressero le sorti della città di Aversa, che da piccolo borgo, grazie alla politica di asilo iniziata da Rainulfo, divenne una piccola capitale, da dove partirono le conquiste normanne dell’Italia Meridionale. Il più importante dei conti fu senza dubbio Riccardo Drengot, l’unico che seppe tener testa a Roberto il Guiscardo. E fu proprio il conte aversano a condurre, nella battaglia contro le truppe pontificie a Civitella del Fortore i normanni alla vittoria, imprigionando lo stesso papa Leone IX. L’astuto Riccardo I però non trattò il pontefice da prigioniero, ma lo scortò a Roma con tutti gli onori. Questo gesto gli valse la conciliazione con la Chiesa, la cancellazione della scomunica, e l’investitura di Aversa a Diocesi. Nel 1058 Riccardo conquistò il Principato di Capua e quindi, da quel momento il titolo di Conte d’Aversa fu ricompreso tra quelli spettanti ai Principi di Capua. 1049-1078: Riccardo I di Aversa fu anche Principe di Capua (1058-1078) e Duca di Gaeta (1063). 1045-1045: Asclettino d’Aversa, detto il Conte giovane. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “Drogone, alla morte del fratello Guglielmo Braccio di Ferro, assume il dominio della Puglia ecc…”.Da Wikipedia leggiamo che Asclettino II Drengot o Asclettino d’Aversa (… – 1046) è stato un cavaliere medievale normanno, figlio di Asclettino I conte di Acerenza e nipote di Rainulfo Drengot, a cui succedette nel titolo di conte d’Aversa e duca di Gaeta. Asclettino II succedette nel 1045 allo zio Rainulfo nel titolo di conte d’Aversa e duca di Gaeta, investito della contea dal suo signore, Guaimario IV principe di Salerno. Ma i nobili di Gaeta elessero loro duca il longobardo Atenolfo, conte d’Aquino. Guaimario, signore sia di Gaeta che di Aversa e di cui Rainulfo era stato vassallo, intervenne per conto di Asclettino II, attaccando Atenolfo che sconfisse e prese prigioniero: successivamente Guaimario liberò Atenolfo e lo confermò duca di Gaeta in cambio della liberazione di Richerio, abate di Montecassino, catturato da Landone che nel frattempo, insieme a Pandolfo il lupo degli Abruzzi, aveva attaccato le terre dell’Abbazia di Montecassino. Asclettino II governò dunque solo pochi mesi e morì prematuramente durante questi eventi del 1046. Gli successe il cugino Rainulfo Trincanotte. Successivamente suo fratello minore, Riccardo ereditò il titolo e portò alla famiglia anche il Principato di Capua. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a pp. 83-84, in proposito scriveva che: “Con l’accrescersi della potenza normanna e mentre giungevano in Francia notizie di ripetuti trionfi, il flusso dell’immigrazione era in continuo aumento; in un certo periodo, nell’anno 1046, poco più di tre anni dopo gli accordi di Melfi, apparvero nell’Italia meridionale, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, due giovani. Tutti e due, in modo diverso, avrebbero raggiunto una posizione eminente; ciascuno doveva fondare una dinastia; e uno era destinato a scuotere le fondamenta stesse della cristianità, a tenere in pugno uno dei papi più potenti della storia e a far tremare il trono dell’Impero d’Occidente come quello d’Oriente, al suono del suo nome. Questi erano Riccardo figlio di Asclettino, che in seguito divenne principe di Capua e Roberto di Altavilla che di lì a poco veniva soprannominato il Guiscardo, ossia l’Astuto (2). Ambedue questi giovani partirono avvantaggiati rispetto agli altri immigrati. Riccardo era nipote di Rainulfo di Aversa. Suo padre Asclettino, fratello minore di Rainulfo, era stato uno dei più brillanti luogotenenti di Rainulfo e alla morte di questi, avvenuta nel 1045, aveva regnato per un brevissimo periodo ad Aversa quando dopo pochi mesi morì anche lui. Riccardo era cresciuto in Normandia, ma quando giunse nella penisola con l’imponente seguito di quaranta cavalieri era fiducioso che il futuro gli avrebbe riservato fama e gloria. Le sue speranze non andarono deluse. Amato, forse non del tutto dimentico delle generose donazioni fatte in seguito da Riccardo al suo monastero, ce ne ha lasciata una garbata descrizione: “A quest’epoca giunse Riccardo figlio di Aslettino, bello di forme e di nobile statura, giovane, dal volto fresco e di bellezza radiosa, cosicché quanti lo volevano lo amavano; aveva a suo seguito molti cavalieri e popolo….(3)”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel sud – 1016-1130”, a p. 94, in proposito scriveva che: “Mentre Roberto era obbligato a far affidamento sul suo coraggio e sul suo impegno per vivere, Riccardo stava rapidamente realizzando le sue mire più ambiziose. La sua accoglienza iniziale ad Aversa era stata ancora più fredda, se possibile, di quella riservata a Roberto a Melfi; Rainulfo II nell’arrivo del fratello del suo predecessore vide una minaccia e pensava solo a liberarsene al più presto. Riccardo, intuendo la situazione, se ne partì cavalcando verso est su per le montagne e, dopo un breve periodo trascorso al servizio di Umfredo di Altavilla, si unì ad un altro barone randagio, Sarulo di Genzano. Con l’aiuto di Sarulo e adottando metodi che erano in pari tempo predatorii e privi di scrupolo, presto divenne tanto potente da poter sfidare Rainufo, il quale fu costretto a liberarsene concedendogli le terre appartenute a suo fratello Asclettino. Poi venne alle prese con Drogone, ma questa volta fu meno fortunato, perchè Drogone, catturatolo, lo gettò in prigione. La carriera di Riccardo fu così alla mercé di di Drogone; si salvò solo dopo la morte di Rainulfo, avvenuta nel 1048, il cui figlio Ermanno, un bimbo di pochi mesi, aveva biogno di un reggente che governasse in suo nome. Il primo ad essere scelto per questo incarico fu un certo barone dal nome alquanto imbarazzante di Bellebouche, che però si dimostrò inadatto al compito e la scelta cadde allora su Riccardo. Riccardo stava ancora languendo nella prigione di Drogone, ma l’intervento di Guaimaro gli ottenne la libertà. Secondo Amato, Guaimaro allora lo rivestì di seta e lo condusse ad Aversa dove, per festosa volontà di popolo, fu acclamato conte. All’inizio sembra che Riccardo abbia governato a nome di Ermanno, ma dopo un anno o due, del bimbo non si sentì più parlare. Si direbbe che, per tacito accordo, tutti i cronisti abbiano tirato un velo discreto su quanto accadde al fanciullo.”. Su Riccardo di Aversa, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 34 parlando di Gisulfo II dopo la sua liberazione e salita al trono del Principato longobardo di Salerno, in proposito scriveva che: “e così instabile che non gli riuscì di conservare quel ducato di Amalfi (un solo anno, il 1088) che gli intrighi della sorella Sighelgaita, dopo la morte del marito Roberto, erano riusciti ad assicurargli. Non meraviglia, perciò, che tracheggiasse sia nel consegnare l’oro promesso a Riccardo di Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93).”.

Nel 1051, il normanno UMFREDO D’AUTEVILLE, conte di Puglia successe al fratello DROGONE

Da Wikipedia leggiamo che Tancredi d’Altavilla ebbe alcuni figli dalla prima moglie Muriella, tra cui UMFREDO D’ALTAVILLA. Alcune fonti ritengono che Umfredo sia giunto in Italia meridionale insieme ai suoi fratelli intorno al 1035; ma, poiché il suo nome manca tra i cavalieri normanni che, a Melfi, nel 1042, si spartirono i primi territori conquistati, è ragionevole supporre che il suo arrivo risalga a qualche anno più tardi, probabilmente nel 1044, durante il regno del fratello maggiore Guglielmo. A quel tempo, prese possesso di Lavello e poi succedette, nel 1051, al fratello Drogone, come conte di Puglia e Calabria. Di sicuro l’evento più rilevante che lo vide protagonista fu la battaglia di Civitate (18 giugno 1053): Umfredo guidò le armate degli Altavilla (insieme al giovane fratellastro Roberto il Guiscardo) e dei Drengot (insieme a Riccardo, conte di Aversa) contro le forze unite del papato e dell’impero. L’esercito pontificio fu annientato e papa Leone IX fu catturato e imprigionato a Benevento. Alla morte del fratello Drogone, ne sposò la vedova Gaitelgrima, figlia di Guaimario III di Salerno, da cui nacque Umfreda, che andò sposa a Basileo Spadafora. Umfredo sposò Matilda, figlia di Asclettino I Drengot da cui ebbe due figli: Abelardo, nato dopo il 1044 e morto in Illiria nel 1081 ed Ermanno, nato dopo il 1045 e morto a Bisanzio nel 1097. Umfredo morì a Venosa nel 1057 e la sua eredità passò al fratellastro ed eroe di Civitate, Roberto il Guiscardo, al quale attribuì anche la tutela dei suoi figli minorenni, Abelardo ed Ermanno. Il Guiscardo, però, ne confiscò l’eredità: nel giro di due anni, avrebbe elevato il suo rango comitale allo status ducale. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 29-30 e ssg. riferendosi alla successione di Drogone dopo il suo assassinio, in proposito scriveva che: A lui, dopo un periodo di torbidi e di anarchia, succede Umfredo il quale, per vendicare la morte del fratello, prende l’improvvida decisione di punire tutti coloro che avevano congiurato contro i normanni, mutilando alcuni, passandone altri per le armi, impiccandone molti (54)…”. Il Credidio, a p. 30, nelle note (54) postillava che: “(54) Sembra che la crudeltà non sia stata una prerogativa dei normanni. L’imperatore d’Oriente, Diogene, per volere dei figliastri, viene fatto prigioniero ed accecato ed in seguito a ciò si fa monaco, come afferma Guglielmo di Puglia nel libro III delle Gesta.”. Piero Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (6) potillava che: “(6) Non si confonda questo Guglielmo con l’omonimo fratello, Guglielmo braccio di Ferro, 1° conte di Puglia (1043-1046), Umfredo (1051-1057) e Roberto il Guiscardo. Costui divenne poi, nel 1059, il 1° duca normanno di Puglia.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80, in proposito scriveva che: “…è evidente che il possesso di quel castello costituiva per Umfredo solo il primo atto  di un nuovo e più vasto disegno politico. L’improvvisa scomparsa di Guaimario V, ecc…., sprezzando il mirabile equilibrio politico raggiunto e mantenuto dal principe anche per la forte sua personalità, aveva creato per i capi normanni problemi nuovi che richiedevano decisioni ferme e tempestive (6)……Dopo l’assassinio di Montellaro ….di quel che fu Drogone”, (9), secondo conte di Puglia, Guaimario V, alto signore di Puglia e Calabria, si recò (a. 1051) a Melfi (10) per il riconoscimento ecc…”. Ebner, a p. 80, nella nota (6) postillava che: “(6) L’offerta normanna di far legittimare da un principe i domini conquistati in Puglia, venne accolta da Guaimario V, il quale, con l’alta sovranità sulla nuova contea di Puglia, ingrandì (a. 1043) ancor più i propri domini (Salerno, Capua, Gaeta). La morte di Guaimario annullò quei diritti per cui i Normanni non ebbero altra alternativa che diventare sovrani assoluti della Puglia dopo essersi uniti per resistere agli immancabili avversari. E’ noto che solo dopo la vittoria di Civitate (18 giugno 1053) cominciassero decisamente a imporsi. V. Alfano, ‘ad Guidonem: “Huius in imperio….”; Amato cit., XLVI sgg. e p. 54, no I; v. pure Schipa, Storia, p. 215.”. Ebner, a p. 80, nella nota (9) postillava che: “(9) Guglielmo braccio di ferro, e Drogone pure giunsero in Italia tra la fine del 1037-primi del 1038; Umfredo ai primi del 1043, dopo Guglielmo; nel 1047/7 Roberto che Ottone Di Frisinga (‘de gestis Fridr., p. 353) ricorda di “humilis conditionis viro et stremissimi” e che Anna Commeno (Alex., I 50) descrive “bello dal capo ai piedi”. La medesima Anna Commeno (I 51) narra che fosse giunto in Italia con appena cinque cavalli e trenta predoni.”. Ebner, a p. 80, nella nota (10) postillava che: “(10) “Melpe, pour ce que estoit la principale cité fu commune à touz”, scrive Amato (II, 31) nel dire della divisione delle terre di Puglia da parte dei dodici pari normanni.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80 riferendosi proprio ad Umfredo, in proposito scriveva che: ma realizzabile per guerrieri nati come i Normanni (7), e con un capo così accorto e deciso come Umfredo, le cui singolari attitudini si erano egregiamente manifestate durante l’anarchia creatasi in Puglia dopo la morte di Drogone.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: “Nell’impossibilità d’impadronirsi rapidamente con la forza dell’anzidetto territorio, per al valida resistenza capeggiata da Guido, i Normanni cercarono di toccare le mete prefisse mediante parentele e clientele, utilizzando i legami che univano il conte di Puglia alla Casa principesca salernitana. Infatti, Umfredo avendo sposato la figliuola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola di quel console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptoferrata”. Si spiega meglio così la presenza di Roberto, figliuolo di Gregorio di Capaccio e nipote di Berta, a Trentinara, il cui castello domina parte della pianura pestana e specialmente la vitale via che per Magliano e Monteforte porta da Novi a Eboli.”.

Nel 1047, il normanno ROBERTO D’ALTAVILLA detto il GUISCARDO arrivò in Italia

Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo (in latino: Robertus Guiscardus o Viscardus; Hauteville-la-Guichard, 1015 circa – Cefalonia, 17 luglio 1085), è stato un condottiero normanno. Sesto figlio di Tancredi (conte di Hauteville-la-Guichard) e primo della sua seconda moglie Fresenda (o Fressenda, figlia di Riccardo I di Normandia, detto Riccardo Senza Paura), divenne Conte di Puglia e Calabria alla morte del fratello Umfredo (1057). In seguito, nel 1059, fu investito da papa Niccolò II del titolo di Duca di Puglia e Calabria e Signore di Sicilia. Roberto il Guiscardo arriverà in Italia nel 1045 e sarà inviato dai fratelli in Calabria, arrivando a Scribla poi a San Marco Argentano dove costruì alcune fortezze militari. Succederà al fratello Umfredo, facendosi incoronare da papa Nicola II nel 1059 come Duca di Puglia, di Calabria e di Sicilia, territori peraltro ancora da conquistare. Roberto entrerà in Sicilia nel 1061 insieme a suo fratello minore Ruggero, che diventerà nel 1091 Gran Conte di Sicilia, titolo che mantenne fino alla sua morte, avvenuta nel 1101. Roberto il Guiscardo giunse nel 1047 nell’Italia meridionale, dove già i suoi fratellastri (Guglielmo, Drogone e Umfredo) si erano distinti come abili mercenari dei signori longobardi in contrasto con l’impero di Bisanzio, ottenendo la Contea di Puglia. Secondo la storica bizantina Anna Comnena, egli aveva lasciato la Normandia con un seguito di appena cinque cavalieri e trenta fanti avventurieri e, all’arrivo nell’antica Langobardia, si mise a capo di una compagnia errante di predoni. All’arrivo di Roberto le terre in Puglia scarseggiavano ed egli non poté aspettarsi grandi concessioni da parte di Drogone, il fratellastro allora regnante. D’altra parte lo stesso Umfredo aveva appena ricevuto in feudo la contea di Venosa. E così nel 1048 decise di unirsi al principe longobardo Pandolfo IV di Capua nelle sue incessanti guerre contro il principe Guaimario di Salerno, ma l’alleanza durò appena un anno: stando alle cronache di Amato di Montecassino, Pandolfo venne meno alla promessa di concedere a Roberto un castello e una figlia in sposa, al che il Normanno rispose rompendo gli accordi e abbandonando il sodalizio. Roberto fece nuovamente richiesta di un feudo al fratellastro Drogone, il quale stavolta gli concesse il comando della fortezza longobarda di Scribla (eretta nel 1044 dal Principe longobardo Guimario V), al centro della Piana di Sibari e punto strategico delle vie di transito tra Calabria, Campania e Puglia, a nord est di Cosenza. Roberto su questo avamposto fece costruire il primo castello in Calabria, durante le prime campagne militari progettate proprio da Scribla conquista quella zona e qualche tempo dopo Cariati. Da Scribla poteva controllare il tracciato dell’antica via Popilia, quindi era un punto strategico importante anche se la zona era paludosa e malsana.

Nel 1048, Roberto il Guiscardo a S. Marco Argentano

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 192-200, scriveva in proposito che: “Guiscardo, già stabile a S. Marco Argentano (287). A Roberto, i cui feroci assalti avvenivano da S. Marco Argentano, si aggiunse, dopo il 1057, Ruggero, dal castello di Scalea, e la costa divenne normanna. Nel 1058, come scrivono Amato e Malaterra (288), il Guiscardo sposò Sichelgaita, così che Cetraro divenne appannaggio, per morgengab, dell’ex principessa salernitana. Morto il Guiscardo, il 17 luglio 1085, Sichelgaita fece donazione, pro anima, di Cetraro alla badia di Montecassino (289).”. Il Campagna, a p. 192, nella nota (287) postillava che: “(287) Roberto il Guiscardo restò a S. Marco Argentano dal 1048 al 1057, J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Torino, 1974, pag. 92 e sgg.”. Il Campagna, a p. 192, nella nota (288) postillava che: “(289) E. Gattola, Accessiones ad Historiam Abbatiae Cassinensis, Venetia, 1734; E. Conti, S. Marco Argentano, Cosenza, 1976, pag. 42; L. Jozzi, Cetraro – notizie storiche, Cosenza, 1973.”. Da Wikipedia leggiamo che verso l’anno 1048, Roberto conquistò alcune delle roccaforti strategicamente più rilevanti per il controllo della Calabria Citeriore, tra queste vi era Malvito, già città fortificata di cui non sono ben chiare le origini, il Guiscardo la conquista intorno al 1049 o al 1050 (vi è la legenda del finto morto a tal proposito, ma questa diceria non è confermata da nessuna fonte), da qui poteva controllare tutta l’alta valle del Crati, successivamente prende accordi, dopo averlo rapito e aver chiesto un congruo riscatto, con Pietro di Tiro, si accaparra quindi un’alleanza con la vicina Bisignano, conquista Tarsia, sempre vicino all’antico tracciato della via Popilia e in fine, per assicurarsi delle piazzeforti conquista San Marco Argentano (in omaggio al quale, più tardi, battezzò la fortezza di San Marco d’Alunzio, il primo castello normanno in Sicilia, sito presso l’antica Aluntium) e vi edifica una fortificazione. L’opera del normanno Guiscardo, si inserisce anche in un contesto in cui parte dei nostri territori, soprattutto nella diffusione dei cenobi e dei Monasteri italo-greci o basiliani, risentivano dell’influenza della regola bizantina e della nascente regola monastica benedettina. In Calabria, l’invasione dei Longobardi ne spezzò l’unità, strappandole il Cosentino, annesso al ducato di Benevento e poi al principato di Salerno (847). La riunificazione sotto i Bizantini (con l’erezione a tema: inizio X sec.) aprì una fase di radicale ellenizzazione, appoggiata dalla diffusione del monachesimo basiliano; ma per l’inerzia e il fiscalismo del governo decadde l’agricoltura, rinacque il latifondo, sparì quasi ogni energia locale. Il Guiscardo, dunque, dopo aver distrutto, forse per la seconda volta la città di Policastro, pensò bene di tradurre molti dei superstiti e trasferirli in alcuni paesi della Calabria a lui già soggetti da tempo. Già nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 22 e ssg., in proposito scriveva che: “Drogone, alla morte del fratello Guglielmo Braccio di Ferro, assume il dominio della Puglia ed è consapevole che, se si vuole occupare la Calabria, fisicamente divisa in due parti dalla catena degli Appennini che l’attraversano da nord a sud, è necessario presidiare i luoghi di passaggio obbligati, posti lungo le vie di transito ed in prossimità delle vie istmiche. Poiché questa regione era poco fertile e abbastanza insalubre, si dovettero attribuire le nuove conquiste ai cavalieri normanni più poveri e più bisognosi. (34) Per questo motivo Drogone concede al fratellastro Roberto un castello in val di Crati di nome Scribla (35) per domare i Cosentini e tutti coloro che in Calabria erano ancora ribelli. (36) I normanni, in numero esiguo, hanno ben poco di cui cibarsi e vivono come i figli di Israele nel deserto, costretti a bere solo acqua. (37) Il saccheggio delle campagne è il solo modo che hanno di procurarsi di che nutrirsi. Pertanto Roberto deve recarsi dal fratello per chiedergli aiuto. A seguito del suo diniego, (38) fa ritorno in Calabria dove è costretto nuovamente a perpetrare scorrerie e razzie. Per l’insalubrità del posto e l’incostanza del clima su cui sorge il castello di Scribla, però, la guarnigione comincia ad ammalarsi, probabilmente di malaria, ed il Guiscardo decide allora di trasferirsi in un posto non molto distante, San Marco Argentano (40), dove intorno al 1040 Drogone aveva già presumibilmente rinforzato una torre di guardia (pyrgos), di origine romana o bizantina, (41) che egli provvede a fortificare ulteriormente. Recatosi in Puglia dal fratello, gli chiede il permesso di sposare Alberada, la zia di Gherardo di Buonalbergo, che gli porterebbe in dote duecento cavalieri, ma Drogone, geloso dei successi del fratello e temendo che possa diventare troppo potente e difficile da controllare, oppone un netto rifiuto. Soltanto a seguito dell’intervento di numerosi cavalieri normanni finalmente acconsente ed il Guiscardo sposa Alberada, che a quell’epoca doveva essere una bambina. (42) L’alleanza con Gherardo segna l’inizio della sua fortuna: accresciuta la potenza delle sue truppe, ritorna in Calabria dove occupa ville, castelli e territori. (43) Al loro arrivo, i normanni trovano a San Marco un insediamento rurale raggruppatosi intorno alla torre. Scarse, per non dire inesistenti, le notizie degli insediamenti abitativi nella città di San Marco nell’Alto Medio Evo. (46). Quando il Guiscardo occupa la torre, perciò, dell’antica e gloriosa città di San Marco non restano che poche case, sparse su tutto il territorio ed alcune arroccate, come detto, intorno ad essa. Egli trova un’altura pronunciata (48), probabilmente il nucleo dell’attuale torre, e provvede a fortificarla con una recinzione di legname, secondo l’usanza dei normanni. San Marco diventa un vero asilo di briganti (49). Dopo ogni impresa con i suoi sclavi (50) Roberto si rifugia nella torre per mettersi al sicuro dalle azioni di ritorsione degli abitanti dei borghi e dei paesi vicini saccheggiati. Un paese vicino, Bisignano, è governato da un ricchissimo cittadino, Pietro di Tira, che spesso si incontra con lui per dirimere le tante controversie che insorgono tra i loro uomini. Il Guiscardo, che cerca il modo di ottenere il dominio su Bisignano e progetta sottilmente di impadronirsi delle ricchezze del governatore, organizza furbescamente con lui un incontro in aperta campagna, al cospetto dei rispettivi schieramenti di armati. Improvvisamente, afferra Pietro e lo trascina verso i suoi soldati facendolo prigioniero. Dopo lunghe trattative, gli restituisce la libertà dietro l’esborso di una cospicua somma di denaro. Pietro di Tira è costretto a sborsare ventimila soldi d’oro che saranno utilizzati per costruire il palazzo-fortezza, oggi episcopio, di San Marco.”. Il Credidio, a p. 27, nelle note (50) postillava che: “(50) Gli sclavi erano immigrati slavi, prevalentemente della Dalmazia, che comparvero in qualità di mercenari dell’esercito bizantino; di alcuni gruppi sono attestati insediamenti in Sicilia, in Calabria e specialmente sulla costa settentrionale del Gargano.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 192-200, scriveva in proposito che: “L’intero territorio di Cetraro-Bonifati, un misto di insediamenti saraceni sulla costa, di nuclei micro-asiatici e greci sulle colline, di cenobi e chiesette, basiliani (286), è emblematico il toponimo “Foresta” che doveva indicare la platea delle comunità, ancora in auge in epoca angioina, non potevano non sollecitare la cupidigia del Guiscardo, già stabile a S. Marco Argentano (287). Precedentemente, le aristocrazie italo-longobarde della costa avevano subito le razzie di Guglielmo e di Drogone.”. Il Campagna (….), a p. 189, nella nota (286) postillava che: “(287) Roberto il Guiscardo restò a S. Marco Argentano dal 1048 al 1057, J.J. Norwich, I Normanni nel sud (1016-1130), Torino, 1974, pag. 92 e sgg.”. Il Campagna, a p. 200, in proposito scriveva che: “I Normanni erano già alle dipendenze dei principi longobardi della Campania, con cui avevano contratto o stavano per contrarre vincoli di parentela. Ai fratelli Altavilla non mancò l’ardimento, è vero, ma neppure le occasioni propizie per una facile penetrazione nel sud (13).”. Il Campagna, a p. 191, nella nota (13) postillava che: “(13) Bisanzio era in preda al lassismo. Nel 1050 si era spenta l’imperatrice Zoe, dopo aver toccato il fondo del malcostume e della corruttela, certamente motivo non trascurabile per la facile penetrazione normanna nei domini bizantini d’Italia. L’assasinio di Guaimario di Salerno, 1052, tolse ogni remora a Roberto il Guiscardo per saccheggi e conquiste. La sconfitta dell’esercito pontificio a Civitate, giugno 1053, lo scisma del Patriarcato di Bisanzio dalla Chiesa di Roma, 1054, furono occasioni determinanti per le conquiste del Guiscardo; conquiste che ebbero il crisma ufficiale di Nicolò II con l’accordo di Melfi del 1059, in J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Torino, 1974.”.

Nel 1052, l’assassinio di Guaimario V (Guaimario IV), la congiura di palazzo e l’arresto del figlio Gisulfo II, suo erede

Dalla Treccani on-line leggiamo che Guaimano poté così congiungere al principato ereditato il principato di Capua (compresavi la nuova contea normanna di Aversa) e i ducati di Amalfi, di Sorrento e di Gaeta. E, creata nel 1043 l’altra contea normanna della Puglia da Guglielmo Altavilla, anche questi riconobbe per suo signore G., che in conseguenza s’intitolò anche duca di Puglia e Calabria. Signore di tanti paesi, quantunque tenuti tutt’altro che pacificamente, nel 1046 G. era il maggiore principe nel Mezzogiorno d’Italia, imparentato col pontefice Benedetto IX, stretto in lega col potente marchese di Toscana. Ma, venutogli meno il favore imperiale con la sospetta gelosia di Enrico III, sceso nel Mezzogiorno nel 1047, e vacillante la base della forza normanna, ne prese animo una congiura di palazzo, che, favorita dagli Amalfitani, gli tolse la vita nel 1052. Il Principato tuttavia era scosso dalle continue incursioni dei Saraceni e dalle lotte interne per il potere. In uno di questi complotti, nel 1052, Guaimario venne assassinato. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Un complesso intrigo di avvenimenti contribuiva, così, a sfaldare il dominio longobardo in Campania: l’assassinio di Guaimario e di Pandolfo, conte di Capaccio, il 2 giugno 1052; etc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 116, in proposito scriveva che: “Dopo il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca, ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: Difficilmente valutabili i riflessi del territorio del Cilento della congiura che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento Medievale’, vol. I , a p. 223, in proposito scriveva che: “Poi la congiura di palazzo, sfociata nell’assassinio del principe e nell’arresto dell’erede e coreggente Gisulfo II (40), rinchiuso nella rocca con tutta la sua famiglia, pose ai normanni problemi nuovi e indifferibili (41).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento Medievale’, vol. I , a p. 223, nella sua nota (40) così postillava a riguardo: “(40) L’evento era stato preannunciato da prodigi non bene interpretati, sui quali si diffonde Amato con il candore proprio del suo animo di religioso. Benchè informato che qualcosa si tramasse contro di lui, il principe non volle umiliarsi a provvedere, scrive Amato che ricorda il 2 giugno 1052 come giorno di pianto e disperazione (Amato, III, 25, 26, 27).”. Pietro Ebner (….), a p. 224, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Ebner, Storia, cit., p. 33 sg e p. 79 sgg.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 81-82 riferendosi ad Umfredo d’Altevilla, in proposito scriveva che: “E’ proprio a quest’ultimo che aveva sollecitato aiuti il conte di Conza, Guido, unico superstite dei figliuoli di Guaimario IV. Guido era miracolosamente riuscito a sfuggire alla cattura dopo la strage seguita al mostruoso complotto ordito dagli stessi cognati di Guaimario V (14), del cui corpo era stato fatto scempio sulle rive salernitane. Lo sterminio dei più fidi del principe, tra i quali il fratello Pandolfo, conte di Capaccio e Corneto, aveva impedito ogni resistenza al preordinato svolgersi della congiura di palazzo, nel corso della quale, e in piena anarchia, fu imprigionato l’erede e co-reggente Gisulfo. Accorato e indignato per l’orribile fine di colui che poi viene detto il salernitano “pater patriae”, (15), Umfredo accorse a Salerno, liquidò la congiura e dopo il rifiuto di Guido di essere acclamato principe, rimise sul trono Gisulfo, il quale s’impegnò solennemente a corrispondere “lo salaire”, i tributi, e a donare terre e castelli ai suoi liberatori.”. Ebner, a p. 81, nella nota (14) postillava che: “(14) La congiura fu tramata dai quattro (Pandolfo, Atenolfo, Landolfo e un quarto di cui ancora s’ignora il nome) figliuoli “Landolfi comiti (di Teano) socero nostro”, perchè Guaimario ne aveva sposato la figliuola Gemma. Con costoro, “gente viperane” razza viperina li definisce Amato III, 44, capeggiarono la congiura altri parenti di Guaimario, uno o più fratelli di Alfano, poi arcivescovo di Salerno, e altri. Pare (Amato, III: 3-11 giugno 1052) che fosse stato acclamato principe Pandolfo. L’eccidio avvenne il 2 giugno (Ann. Benev., p. 179). Gisulfo, co-reggente dal 1042, venne imprigionato nella rocca con la moglie Maria, con i suoi fratelli, sorelle e cugini. La reggenza del conte Guido (ebbe poi in dono Sorrento) non durò oltre i due mesi. Sui rapporti tra Guaimario e i conti di Teano, v. Fabiani cit., I, passim., e Schipa, Il Mezzogiorno, p. 191.”. Ebner, a p. 82, nella nota (15) postillava che: “(15) Alfano, ad Guidonem, : “pater patriae et tuus”.

Nel 11 giugno 1052, la liberazione di Gisulfo II e la sua successione al Principato di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che a Guaimario V gli succedette il figlio, Gisulfo II, ma il dominio longobardo sul Meridione si avviò ormai al termine. A Guaimario V gli succedette il figlio, Gisulfo II, ma il dominio longobardo sul Meridione si avviò ormai al termine. A Guaimario V succedette Gisulfo II, il figlio avuto da Gemma, figlia del conte di Capua Laidolfo. Sappiamo da Amato di Montecassino (…), che Gisulfo II, principe di Salerno, era figlio e successore di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV) e Gemma, figlia di Landolfo di Capua. Da Wikipedia leggiamo che a Guaimario V succedette Gisulfo II, il figlio avuto da Gemma, figlia del conte di Capua Laidolfo. Ebbe almeno tre figlie: Gaitelgrima; Sichelgaita, che sposò Roberto il Guiscardo; Sicarda, il cui destino è sconosciuto. A Guaimario V succedette il figlio, Gisulfo II, ma il dominio longobardo sul Meridione si avviò ormai al termine. Ebbe almeno tre figlie: Gaitelgrima; Sichelgaita, che sposò Roberto il Guiscardo; Sicarda, il cui destino è sconosciuto. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226 del suo vol. I, nella sua nota (49) postillava che: “Infatti lo Schipa, non nasconde le sue simpatie per Gisulfo II, malvisto da Amato di Montecassino, di cui è nota la sua predilezione per i normanni – ma v. quando dice di Guaimario V e di Guido, fratello di Gisulfo. A parte le qualità negative del principe – cfr. Ebner, cit., p. 34 – è chiaro che Amato mal tollerò che Gisulfo si fosse si fosse lasciato sfuggire di tra le mani la grande eredità paterna. Ecc…. Ebner (…), cita Michelangelo Schipa (….) che, infatti, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, nel 1934, ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’, a p. 232, dopo aver parlato dell’uccisione di Guido, scriveva di Landolfo, suo fratello minore, scriveva che: Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 232, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla restaurazione della Diocesi Bussentina in Diocesi Paleocastrense (…), scriveva che: “Come ho detto altrove (2), dopo la sua restaurazione, Gisulfo II di Salerno per ringraziare i normanni di Umfredo e Guglielmo di Altavilla che, disperdendo i congiurati, lo avevano reinsediato sul trono di Salerno, oltre a investire i normanni dei castelli già in loro possesso (3), s’impegnò solennemente ad assegnar loro, con lo “salaire” (tributi) (4), altre terre e castelli.  Allo zio Guido che, reggente, aveva rifiutato il trono per il rispetto verso l’erede e che tanto aveva cooperato alla restaurazione invocando di persona l’aiuto dei normanni, il principe Gisulfo II, ecc..ecc..”Pietro Ebner (…), nella sua nota (2), a p. 540, postillava che: “(2) Ebner, op. cit., vol. I, pag. 32 e s., 81 sg., 152 sg.”. Queste notizie, però, non sono interessanti per l’argomento in quanto i riferimenti delle note citate da Ebner, riguardano la restaurazione di alcune Diocesi e la loro latinizzazione. Pietro Ebner (…), nella sua nota (3), a p. 540, postillava che: “(3) Amato di Montecassino, op. cit., III, p. 32.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Amato di Montecassino (…), in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1° marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Si veda: ristampa e traduzione a cura di G. Sperduti, 2002. Si veda pure: Torraca Francesco, Amato di Montecassino e il suo traduttore, in “Casinensia” 1929. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni (‘Northmann’, uomo del nord) di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ecc…”. Ebner, a p. 33, nella sua nota (90) postillava che: “(90) Amato cit., III, 30: “E quant Guide fu, per la misericorde Dieu, delicré de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), il s’en ala à li Normant (implorandoli ad aiutarlo ad aver ragione dei congiurati che avevano fatto scempio del corpo di Guaimario V), (31) il furent molt dolent (….), Et laissent toute choze et vont pour faire venjance de li prince”.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 82 riferendosi ad Umfredo d’Altevilla, in proposito scriveva che: Accorato e indignato per l’orribile fine di colui che poi viene detto il salernitano “pater patriae”, (15), Umfredo accorse a Salerno, liquidò la congiura e dopo il rifiuto di Guido di essere acclamato principe, rimise sul trono Gisulfo, il quale s’impegnò solennemente a corrispondere “lo salaire”, i tributi, e a donare terre e castelli ai suoi liberatori.“. Ebner, a p. 82, nella nota (15) postillava che: “(15) Alfano, ad Guidonem, : “pater patriae et tuus”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo capitolo “VIII – La conquista Normanna”, a p. 116, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca, suo fratello Guido, conte di Conza e duca di Sorrento, sfuggito ai congiurati (1), riuscì a mobilitare contro costoro con preghiere e promesse di laute ricompense sia le forze normanne di Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (2), sia quelle di Riccardo conte d’Aversa, ed a far sì che a soli pochi giorni da quell’evento fosse rovesciato il governo dell’usurpatore Pandolfo III per ristabilire sul trono avito il figlio di Guaimario, Gisulfo II. Il nuovo principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5) ed a Guaimario il Castellum Cilenti.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (1) potillava che: “(1) Lo Schipa (Storia, cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82) sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del Principe conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (2) potillava che: “(2) I Normanni tenevano la contea di Puglia, da loro strappata ai Bizantini, con investitura avuta nel 1043 da Guaimario V, che deteneva il titolo sovrano di Duca di Puglia e di Calabria”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (3) potillava che: “(3) Guido rinunciò a Sorrento perchè fosse restituita al duca Giovanni, cognato di Umfredo d’Altavilla, spodestato da Guaimario V.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (4) potillava che: “(4) I fratelli di Gisulfo II erano Landolfo, Guido, Giovanni, Guaimario, Pandolfo, Sichelgaita, Sica e Gaitelgrima. Egli aveva anche un figlio, Guaimario, menzionato una sola volta, in una carta del 1058 (Schipa, Storia…, cit., doc. 59).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (5) potillava che: “(5) L’identificazione del S. Severino menzionato da Amato (v. qui p. 123) con S. Severino sul Mingardo (‘Sanctus Severinus de Camerota; a. 1291), piuttosto che con S. Severino Rota, a nord di Salerno, è sostenuta dall’Acocella (Il Cilento, op. cit., I, p. 50) sulla scia del Lenormant. A favore di questa tesi è la maggiore vicinanza del castello del Mingardo alla città di Policastro, che era l’altro feudo di Guido.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: I normanni furono informati degli eventi salernitani da Guido, fratello del principe, il quale sfuggito miracolosamente alla cattura, si diresse a spron battuto verso Melfi per incontrarvi Umfredo d’Altavilla (41). Umfredo si accordò con Riccardo di Aversa e mosse con i suoi normanni verso Salerno che occupò prendendo prigionieri i congiurati. I normanni, nominarono reggente Guido in attesa di porlo addirittura sul trono. Guido rifiutò, per rispetto alla memoria del fratello e per riguardo verso il nipote correggente dal 1040. Sicchè Gisulfo, dopo appena due mesi venne rimesso sul trono.”. Ebner, a p. 224, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Ebner, Storia, cit., p. 33 sg. e p. 79 sgg.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: “Il conte Guido, come segno di gratitudine, donò ai liberatori normanni persino i monili d’oro e di perle della moglie e delle figlie (42). Gisulfo II nel riconoscere l’investitura ” de celle terre qu’il tenoient”, promise di dare tributi (“salaire”), terre e castelli al conte di Aversa, agli Altavilla e a quei normanni che si erano adoperati a rimetterlo sul trono. Ecc…”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Il Racioppi (cit. p. 86 sg.) nel riportare un brano del cronista Giordano (visse intorno al 1314, termine della sua cronaca) si meraviglia che il Guiscardo si fosse impadronito della Puglia e della Calabria nel recarsi in Sicilia e non “della Lucania che era in mezzo tra le due”. Cosa che avrebbe poi fatto, secondo Giodano (‘qui veniens versus Lucaniam eam subiect. Inde ivit Salerno’), al ritorno. Ma v., per la questione, anche i brani riportati di Alfano e di Romualdo salernitano.”.

Nel 1052, “in finibus Salernitanis”, il territorio compreso fra l’Alento ed il Bussento

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidataun esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il ecc…”. Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc….”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi al principe di Salerno Gisulfo II, in proposito scriveva che: Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”.

I NORMANNI INIZIANO AD OCCUPARE I TERRITORI DEL PRINCIPE LONGOBARDO GISULFO II

Nel 1052, UMFREDO D’AUTEVILLE liberò Gisulfo II ma subito dopo invase il Principato di Salerno 

Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 80, in proposito scriveva che: “…è evidente che il possesso di quel castello costituiva per Umfredo solo il primo atto  di un nuovo e più vasto disegno politico……Esistono indizi sufficienti per supporre che Umfredo avesse programmato d’impadronirsi di oltre due terzi dell’odierna provincia salernitana: cioè di quell’enorme territorio che si estende dall’Appennino lucano al mare e dal Tusciano ai confini della Calabria che pensava di unificare in una sola circoscrizione territoriale da affidare al fratello Guglielmo, previa annessione comunque ottenuta, delle contee di Capaccio, Cilento, Policastro e della circoscrizione di Novi. Una nuova contea distante da Melfi, capitale di quella Puglia, non molte decine di km. di terre che sarebbero poi naturalmente cadute in suo potere, per cui la possibilità di fare del tutto almeno un ducato. Disegno audace, ma realizzabile per guerrieri nati come i Normanni (7), e con un capo così accorto e deciso come Umfredo, le cui singolari attitudini si erano egregiamente manifestate durante l’anarchia creatasi in Puglia dopo la morte di Drogone. Di tutto ciò è già indizio in Amato, di solito tenero con i suoi Normanni, e inaspettatamente duro per le distruzioni e le rapine dei due Altavilla, che “von devorant lo Principat tout”. Lo conferma l’orgoglioso nome dato alla nuova giurisdizione territoriale, “contea del Principato” (8), corrispondente all’ecclesiastica conservata nel riordinamento normanno della diocesi. Ma vi è di più se si esamina il succedersi degli eenti che condussero alla costituzion di quella contea e della grande signoria di Novi.”. Ebner, a p. 80, nella nota (8) postillava: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169.”. Ebner, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: “Nell’impossibilità d’impadronirsi rapidamente con la forza dell’anzidetto territorio, per al valida resistenza capeggiata da Guido, i Normanni etc.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo capitolo “VIII – La conquista Normanna”, a p. 116 riferendosi al principe Gisulfo II da poco liberato ed alla sua proclamazione, in proposito scriveva che: Poco generoso si mostrò invece coi Normanni a cui era debitore del Principato, poichè, quando quelli di Puglia vennero a Salerno per ottenere le ricompense loro promesse, ne ebbero un rifiuto. Allora Umfredo e Guglielmo d’Altavilla, fratelli di Roberto il Guiscardo (6), penetrarono alla testa delle loro truppe con estrema violenza nelle terre di Gisulfo, occupandone gran parte. Alfano I lasciò in versi pieni di doloroso stupore il ricordo degli avvenimenti che immediatamente seguirono la morte di Guaimario V: “….gens Gallorum numerosa clade Salerni Principe defuncto perculit omne solum” (7).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (6) potillava che: “(6) Non si confonda questo Guglielmo con l’omonimo fratello, Guglielmo braccio di Ferro, 1° conte di Puglia (1043-1046), Umfredo (1051-1057) e Roberto il Guiscardo. Costui divenne poi, nel 1059, il 1° duca normanno di Puglia.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (7) potillava che: “(7) Alfano I, Ad Guidonem…, cit. Su questo personaggio salernitano, monaco benedettino, letterato, poeta e medico, che fu Arcivescovo di Salerno dal 1058 al 1085, anno in cui morì dopo aver visto spegnersi papa Gregorio VII e Roberto il Guiscardo, v. M. Schipa, Alfano I, in ‘Cronaca del R. Liceo Ginnasio “T. Tasso” di Salerno, 1878-79. Alfano I fu legato da grande amicizia a Gisulfo II (checchè ne dica Amato) e nutrì odio profondo per i Normanni, sebbene negli ultimi anni del suo arcivescovato dovesse adattarsi ai nuovi dominatori.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 117-118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “I Normanni si incunearono nel principato salernitano da Est, tra il 1053 ed il 1054, probabilmente seguendo la strada che da Melfi risaliva il corso del fiume Ofanto, e, dopo essere pervenuti nei dintorni di Conza, parte delle loro schiere proseguirono verso Ovest guidate da Torgisio, uno dei capitani del Guiscardo, riuscendo a raggiungere la valle del Montoro, ed ad impossessarsi di Rota, centro fra i più notevoli del territorio a cui era preposto il il longobardo Maione, conte di S. Severino e Montoro, perito nel trambusto di quegli avvenimenti (1). Le altre schiere, a seguito dei due fratelli d’Altavilla, discesero verso Sud e occuparono il bacino del medio corso del Sele e le limitrofe località poste tra Contursi, Eboli, Persano e la futura Altavilla, dopo essersi attestate, pare, nel castello di S. Licandro, presso l’attuale stazione di Sicignano (2). Più delle acque stagnanti della pianura pestana valsero certamente le fortificazioni di Capaccio e di Agropoli ad impedire che i Normanni si riversassero allora lungo le zone costiere a sud del Sele. Essi più agevolmente avanzarono, seguendo la direttiva di marcia tenuta da tutte le precedenti invasioni della regione, verso il vallo di Diano e, dopo aver soggiogato i versanti centro orientali dei monti Alburni, proseguirono per la via di Sanza e di Rofrano, raggiunsero i dintorni di Policastro e si affacciarono sul Tirreno. Distruggendo e saccheggiando, la travolgente avanzata normanna andava “divorando tutto il Principato”, come esprime Amato di Montecassino, e rendeva vana ogni resistenza organizzata, per cui le popolazioni si rinchiudevano e fortificavano nei castelli e nei borgi: “…..quant les gens des chasteaux surent ceste desstruction, il garnirent lor terres et lor chasteaux de murs et de palis (3). Anche Guido, il fratello di Gisulfo II, fu costretto a chiudersi in Policastro, lasciando che gli invasori, dopo aver occupato le terre di Laurino, di Novi e di Laurito, dilagassero in quelle della Bricia e si impadronissero di “Castello di Velia” (4). Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, mentre dall’alto del Castellum Cilenti Guaimario, che i contemporanei chiamarono, per motivi a noi ignoti, “detrattore e divoratore”, impediva che da Sud i Normanni penetrassero nella Lucania e nel Cilento. Quando questi però si fermarono, a Gisulfo II era rimasto ben poco del suo Principato: controllava ancora direttamente solo le terre comprese fra Salerno, Cetara, Nocera, qualche sparsa località nei dintorni della sua capitale ed i territori posti fra il Sele, Capaccio, Magliano e l’Alento; restavano comunque legati al suo trono i vasti possedimenti della Mensa arcivescovile di Salerno, concentrati soprattutto entro i confini costituiti dal torrente Asa, Giffoni, Olevano, il corso medio e basso del fiume Tusciano e quello inferiore del Sele, inoltre la contea di Magliano, retta dai conti longobardi Saliperto ed Erimanno Guiselgardo (1), e, nella Bricia, S. Severino e Policastro (2). Le contrade occupate dai Normanni furono immediatamente organizzate, tolte quelle della valle di Montoro e S. Severino Rota, in una circoscrizione che fu detta CONTEA DI PRINCIPATO (3), concessa da Umfredo in qualità di Conte di Puglia (4) al fratello Guglielmo, che portava allora il titolo di Conte di S. Nicandro (5). Non bastando ciò, il principe di Salerno era molestato da Riccardo d’Aversa, che chiedeva compensi per l’aiuto fornitogli nel 1052, e dagli Amalfitani, coi quali era in guerra sia per vendicare l’uccisione del padre sia per punire la loro ribellione al dominio salernitano e che, intanto, gli devastavano le coste fra Cetara e Policastro, impedendo la navigazione ai suoi sudditi (6).”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Cantalupo, a p. 118, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Bisogna distinguere il territorio del Principato di Salerno, ancora in mano a Gisulfo II, da quello della Contea di Principato, che era solo una parte del primo e fu organizzato dai normanni in Contea prima del 1057. Sull’estensione di quest’ultimo vedi il paragrafo: ‘La Contea di Principato’.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno.”. Dunque, il Cantalupo scrive che Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia concesse al fratello Guglielmo, “conte di S. Nicandro”, “le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 82 riferendosi ad Umfredo d’Altevilla, in proposito scriveva che: “….Gisulfo, il quale s’impegnò solennemente a corrispondere “lo salaire”, i tributi, e a donare terre e castelli ai suoi liberatori. Narra Amato (III, 45) che Umfredo e Guglielmo, tornati tempo dopo a Salerno, invano avessero chiesto al principe tributi e doni promessi, per cui “molt corrocienz”, indignati per l’inqualificabile comportamento del principe si fossero allontanati dalla città, incamminandosi con i Normanni verso i confini del Principato. Aggiunge il monaco di montecassino, nello stesso paragrafo 45, che i saccheggi e gli incendi di città e villaggi incontrati dai Normanni nel loro cammino avessero finito per esasperare le popolazioni che, abilmente sobillate, reagirono. Sotto la direzione di un esperto guerriero, l’acuto Guido, fratello del principe di Salerno, il quale evidentemente doveva aver subito intuito il fine ultimo cui tendevano i Normanni, le popolazioni impresero rapidamente a guarnire le “lor terres et lor chasteaux de murs et de palis”. E contro le posizioni fortificate e permanenti o campali, a nulla valeva la valentia dei catafratti Normanni e della loro addestratissima cavalleria. Comunque, l’evento se arrestò la vittoriosa marcia dei conquistatori, diede origine a quell’odio contro il prode Guido che si sarebbe poi placato soltanto con il suo assassinio”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: I normanni furono informati degli eventi salernitani da Guido, fratello del principe, il quale sfuggito miracolosamente alla cattura, si diresse a spron battuto verso Melfi per incontrarvi Umfredo d’Altavilla (41). Umfredo si accordò con Riccardo di Aversa e mosse con i suoi normanni verso Salerno che occupò prendendo prigionieri i congiurati. I normanni, nominarono reggente Guido in attesa di porlo addirittura sul trono. Guido rifiutò, per rispetto alla memoria del fratello e per riguardo verso il nipote correggente dal 1040. Sicchè Gisulfo, dopo appena due mesi venne rimesso sul trono.”. Ebner, a p. 224, nella sua nota (41) postillava che: “(41) Ebner, Storia, cit., p. 33 sg. e p. 79 sgg.”.

Nel 1052, EMMA figlia di Roberto il Guiscardo e di Alberada di Buonalbergo e sorella di Boemondo

Da Wikipedia leggiamo che Roberto il Guiscardo giunse nel 1047 nell’Italia meridionale, dove già i suoi fratellastri (Guglielmo, Drogone e Umfredo) si erano distinti come abili mercenari dei signori longobardi in contrasto con l’impero di Bisanzio, ottenendo la Contea di Puglia. Secondo la storica bizantina Anna Comnena, egli aveva lasciato la Normandia con un seguito di appena cinque cavalieri e trenta fanti avventurieri e, all’arrivo nell’antica Langobardia, si mise a capo di una compagnia errante di predoni. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 23-24 e ssg., in proposito scriveva che: “Recatosi in Puglia dal fratello, gli chiede il permesso di sposare Alberada, la zia di Gherardo di Buonalbergo, che gli porterebbe in dote duecento cavalieri, ma Drogone, geloso dei successi del fratello e temendo che possa diventare troppo potente e difficile da controllare, oppone un netto rifiuto. Soltanto a seguito dell’intervento di numerosi cavalieri normanni finalmente acconsente ed il Guiscardo sposa Alberada, che a quell’epoca doveva essere una bambina. (42).”. Il Credidio, a p. 24, nella nota (41) postillava che: “(41) Pietro Dalena, Popolamento e viabilità in tenimento Sancti Marci Vallegrati (secc. XI-XII), in P. Dalena, Minima Medievalia, Adda Editore, Bari, 2012. 42 – Chalandon, op.cit. 43 – Amato, III,11.”. Durante la sua permanenza in Calabria Roberto sposò la prima delle sue due mogli, Alberada di Buonalbergo, zia di Gerardo di Buonalbergo. Fino a che il Guiscardo, però, sarà in vita, i suoi primi figli Emma e Boemondo, avranno un ruolo, sia pur secondario ma restavano sempre i suoi primi figli. Dalle prime nozze il Guiscardo aveva avuto una figlia,  Emma sposata poi con Odone Marchisio di cui come vedremo in avanti, sarà un personaggio che ricorre spesso in alcuni documenti dell’epoca che riguardano le nostre terre. Da Wikipedia leggiamo che Emma (1052 circa – ?), sposò Oddone Bonmarchis ed ebbe per figlio Tancredi, principe di Galilea (c.1072 – 1112). Dunque, pare che dalla prima moglie Alberada di Buonalbergo, Roberto ebbe la prima figlia chiamata Emma. L’antica pergamena del 1097 (…), è un privilegio o concessione di un ‘Odo Marchisii’, un nobile personaggio Normanno che come vedremo aveva sposato Emma,  sorella di Boemondo (i due figli di Roberto il Guiscardo avuti con la prima moglie Alberada di Buonalbergo). Su wikipedia troviamo una citazione di Mario Caravale (…) che nel suo ‘Dizionario Biografico degli Italiani’, vol. LXIII. Rome, sostiene che: Emma di Hauteville (verso il 1080 a 1120 circa) era figlia di Roberto Guiscardo e Alberada di Buonalbergo. Secondo Ralph di Caen, sposò Odo il buon marchese e ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo, che parteciparono entrambi alla prima crociata. Tancredi divenne Principe di Galilea e Guglielmo morì in Terra Santa. Sua figlia Altrude sposò Riccardo del Principato e fu madre di Ruggero di Salerno. Emma era morta nel 1126, quando la seconda moglie e vedova di Odo, Sichelgaita, fece una donazione per la memoria della sua famiglia.”. Dunque, il Caravale, sulla scorta di Rodolfo di Caen (….) scriveva che “Emma di di Hauteville” o d’Altavilla (il nome dei discendenti di Tancredi il primo Normanno italianizzato), verso l’anno 1080 si sposò “Oddone Buonmarquis” da cui ebbe due figli: Tancredi e Guglielmo. Da Wikipedia leggiamo che il loro figlio Tancredi Marchese, detto impropriamente Tancredi d’Altavilla e noto come Tancredi di Galilea per il possesso del principato di Galilea (1072 – Antiochia, 1112), è stato un cavaliere medievale normanno, principe di Galilea e reggente del principato d’Antiochia, noto per essere stato uno dei capi della prima crociata in Terrasanta, nonché uno dei personaggi della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Tancredi era il figlio di Oddobuono Marchese e di Emma d’Altavilla, sorella di Boemondo, principe di Taranto[1][2][3][4]. Secondo un’altra versione, il padre di Tancredi risulta appartenente invece non alla famiglia Marchese, bensì alla famiglia degli Aleramici dei marchesi del Monferrato, a sua volta figlio di Teuto di Savona e Berta di Torino[5][6]. Inoltre talvolta il nome del padre viene riportato anche come Eude[7]. Nel 1096, ventiquattrenne, si unì allo zio Boemondo e partì alla volta di Costantinopoli insieme agli eserciti della prima crociata in Terrasanta. Giunto nella capitale bizantina, subì forti pressioni (soprattutto dal generale bizantino Giorgio Paleologo) affinché prestasse giuramento di fedeltà all’imperatore Alessio Comneno, con la promessa di rendere al sovrano qualsiasi terra conquistata durante la campagna militare. Tancredi si rifiutò di farlo, sebbene molti altri cavalieri avessero fatto giuramento senza alcuna intenzione di rispettarlo.

La CONTEA DI POLICASTRO

La Contea di Policastro fu un antico feudo nei territori circostanti il golfo di Policastro tra la Basilicata, la Calabria settentrionale e la Campania meridionale, tra la fine dell’XI secolo e la fine del XIX secolo. Come scrisse il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 25, parlando di Policastro, riportava diverse notizie interessanti sul periodo di dominazione Longobarda: “Dall’839 al 1076 Policastro appartenne al Principato Longobardo di Salerno, poichè questa città colle terre di Campania e di Lucania fu assegnata al principe Siginulfo.”. Scrive ancora il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 28, che: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli della valle di Sanseverino.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Ma, Michelangelo Schipa (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno’, edito nel 1923, non scrive molto sull’episodio citato dall’Ebner (…). Sebbene Schipa, riporti l’episodio dell’assedio logorante di Salerno e la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, non ci pare che dica molto sul fratello Guido, nominato Conte di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo la contea di Policastro, scriveva ancora che: “...ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare dell’episodio citato dall’Ebner (…), Michelangelo Schipa, ne parla nel suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, una ristampa a cura di Nicola Acocella, del 1968 (…) (vedi Cap. 12, pp. 210 e s.). Schipa, racconta dell’episodio citato da Ebner, dell’uccisione del principe Guaimario e della salita al trono di Gisulfo II, del principato Longobardo di Salerno, prima che salisse al potere Roberto il Guiscardo. Schipa, ci parla del fratello di Gisulfo II, che, alla morte del padre, rinunciò al trono a favore del fratello Gisulfo II. Come abbiamo già detto, sarà la cronaca di Amato di Montecassino che raccontò la storia dei Normanni. Schipa (…), a p. 211, scriveva che: “…; del dominio di Guaimario V, Gisulfo II raccolse solamente il Principato Salernitano. E dentro quei confini il vecchio Guido tenne la Contea di Conza; e dè fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino; e a Guaimario “detrattore e divoratore” ebbe terre e il castello (del Cilento); degli altri ignorandosi la sorte.”. Un’altro autore a cui fa spesso riferimento lo Schipa è l’Aimè (…) ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835, che in sostenza traduceva il manoscritto della cronaca di Amato di Montecassino.

Nel 1052, la Contea di Policastro, il conte longobardo Guido, fratello di Gisulfo II e la ricostruita Diocesi di Policastro da parte dell’Arcivescovo Primate di Salerno Alfano I

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli incendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Infatti, fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, asoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appaena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6). Nè i rapporti del conte di Policastro con il fratello Gisulfo erano quelli di otto anni prima. Di fronte all’aggressiva reazione dei normanni, non accontentati dal principe nelle loro giuste richieste, Guido aveva fatto sue le rimostranze del fratello stroncando le brutali e rapide loro conquiste. Ma poi aveva capito e, sulla scia dell’omonimo zio Conte di Conza, aveva mutato atteggiamento. Si era reso conto, cioè, che il fratello Gisulfo avrebbe potuto conservare il trono solo se, adattandosi alla nuova situazione, fosse tornato alla politica paterna: Guaimario V (IV) con le indispensabili investiture ai conti normanni era riuscito, oltre che a salvaguardare la propria autorità, ad accrescerne il prestigio. Il principe, però, forse per insofferenza dei continui consigli di moderazione dello zio, certamente geloso del prestigio militare goduto dal fratello Guido, forse anche perchè era giunto il tempo di una ulteriore conferma del noto vecchio adagio latino (7), persisteva nell’insano suo comportamento verso i normanni. Un modo d’agire intollerabile per Guido, specialmente per l’inconsulto tergiversare di Gisulfo circa la consegna della dote alla coraggiosa sorella Sighelgaita, la quale, seguito a Melfi Roberto il Guiscardo, lo sposava ricevendone quale “dono del mattino”, l’antico longobardo ‘morgincap’ (8), il quarto dei beni conquistati dal marito, tra cui, forse, anche castelli confinanti con la contea di Guido. E’ evidente che tutto ciò rendeva più che precaria la salvaguardia dei confini, dei settentrionali più che dei lucano-calabri. Qui era Roberto al quale, oltre che da vincoli di parentela, Guido era ormai legato da ammirata amicizia per quel suo leggendario valore che doveva suscitare la considerazione persino dell’ostile Anna Commeno. L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”.

Il longobardo GUIDO, conte di Policastro e fratello del Principe Gisulfo II

Da wikipidia, ovvero che: “Gisulfo II ebbe anche cinque figli: Pandolfo, Guaimario (V) – che fu in co-reggenza con Gisulfo -, Landolfo, Guido e Giovanni.”. Il Guido di cui parlo è  fratello di Gisulfo II e non figlio. Guido, Conte di Policastro, era figlio di Guaimario V (o Guaimario IV), e fratello di Gisulfo II, divenuto alla morte del padre suo successore e Principe di Salerno. Guido, dunque era anche fratello di Sichelgaita che sposò Roberto il Guiscardo. Sappiamo da Amato di Montecassino (…), che il fratello Gisulfo II, principe di Salerno, era figlio e successore di Guaimario IV e Gemma, figlia di Landolfo di Capua. Dunque Guido di Policastro era figlio di Guaimario IV e Gemma. Guido di Policastro era anche nipote di Guido Conte di Sorrento e di Conza, fratello di Guaimario IV.

Ebner, p. 225

Il Cataldo (…), scriveva: Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154, subiva la distruzione da parte del Barbarossa.Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla donazione che il nuovo principe Gisulfo II, suo nipote e principe del Principato di Salerno, scriveva che: Allo zio Guido che, reggente,……il principe assegnò l’importante contea di Conza e, nella politica di assicurarsi la fedeltà di altre lontane terre del Principato, assegnò ai fratelli Guido e Guaimario altre contee lungo la fascia tirrenica. Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Schipa, cit., Ibid.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 224-225-226, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: “Creò la contea di Policastro, delicata zona di confine come s’è visto, affidandola con altri castelli nella valle dei S. Severino (oggi di Centola) al “prode e bellissimo” Guido e diede Cilento, con altri castelli al fratello Guaimario.”. Scrive ancora l’Ebner che: “I normanni furono informati degli eventi salernitani da Guido, fratello del principe, il quale sfuggito miracolosamente alla cattura, si diresse a spron battuto verso Melfi per incontrarvi Umfredo d’Altavilla (41). Umfredo si accordò con Riccardo di Aversa e mosse con i suoi normanni verso Salerno che occupò prendendo prigionieri i congiurati. I normanni, nominarono reggente Guido in attesa di porlo addirittura sul trono. Guido rifiutò, per rispetto alla memoria del fratello e per riguardo verso il nipote correggente dal 1040. Sicchè Gisulfo, dopo appena due mesi venne rimesso sul trono.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “Ma quando Umfredo e Guglielmo tornarono a Salerno per ricevere ciò che era stato loro promesso, il principe cominciò a tergiversare, al punto che i normanni “molto corrocienz” (6), indignati, si allontanarono da Salerno iniziando l’occupazione di tutto quel territorio, di cui poi Umfredo investì il fratello Guglielmo con il prestigioso titolo del Principato (7) Con il suo solito tergiversare, Gisulfo aveva spazientito anche Roberto il Guiscardo, rinviando cioè, ‘sine die’ la consegna della dote della bella e virile sorella Sighelgaita, per cui Roberto, rompendo gli indugi, partì con la principessa per Melfi, dove la sposò (8). Gisulfo che già aveva tentato di recuperare la contea del Principato, sfruttando momentanei dissapori (9) sorti tra Roberto e Guglielmo, tentò ancora una volta di conseguire i suoi fini nominando arbitro della questione appunto Roberto. Il Guiscardo, però, ancora indignato per il comportamento del principe, si vendicò del cognato, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da Eboli e Sicignano al Calore e all’Alento e, per Magliano, ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (6), a p. 541, postillava che: “(6) Amato, cit., III, 45.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (7), a p. 541, postillava che:“(7) G. Malaterra, cit., p. 26: Willelmum vero in Principato “. Pietro Ebner (…), nella sua nota (8), a p. 541, postillava che: “(8) Ebner, Storia, cit. p. 88. Per altre notizie, pp. 37, 42 e 121.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (9), a p. 541, postillava che: “(9) Guglielmo rifiutava di riconoscersi vassallo di Roberto il Guiscardo”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 218, parlando dei dissapori sorti tra il Guiscardo ed il fratello Guglielmo e, riferendosi all’invidia di Guido per il matrimonio tra il Guiscardo e la sorella Sighelgaita, scriveva che: “Quindi, subito, Roberto riprese la guerra contro al fratello, mentre il vecchio Guido sfogava il dispetto provato per quelle nozze, unendosi a Guglielmo, e sposandogli la sua figliuola.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel trritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “……

Castel Mandelmo a Licusati-Castelluccio

(Fig…) Castel Mandelmo a Licusati

(Fig…) Antonini (…), pp…

S. Severino di Centola

(Fig….) Borgo medievale e Castello di Sanseverino a San Severino di Centola

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(Fig…) Antonini (…), pp…

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando della congiura “che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno”, ci parla anche di Guido ed in proposito scriveva che: “Infatti, dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni (‘northmann’, uomo del nord) di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella Valle di S. Severino”; Guimario “terre e il castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo con sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni ce diminuirono fino a parire, come vedremo dopo il matrimonio di Sichelgaita sorella del conte, con Robeto il Guiscardo, il quale era riuscito a impadronirsi della Calabri scacciandone i bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella onquista della Sicilia a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava in proposito che: “(90) Amato, cit., III, 30, ecc…”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno, cit.,  p. 168.”. Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascur di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico.

Nel 1052, GUIDO, fratello di Gisulfo II e la contea di Policastro

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli nicendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’ (un dattiloscritto inedito del 1973), a p. 28, che: “L’invasione dei Normanni nel Cilento divenne generale, quando nel Principato di Salerno, governato da Gisulfo II, il fratello Guido, baldanzoso cavaliere, aveva ottenuto Policastro e certi castelli della valle di Sanseverino.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Ma, Michelangelo Schipa (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno’, edito nel 1923, non scrive molto sull’episodio citato dall’Ebner (…). Sebbene, Schipa riporti l’episodio dell’assedio logorante di Salerno e la caduta di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, non ci pare che dica molto sul fratello Guido nominato Conte di Policastro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo la contea di Policastro, scriveva ancora che: “...ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare dell’episodio citato dall’Ebner (…), Michelangelo Schipa, ne parla nel suo ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, una ristampa a cura di Nicola Acocella, del 1968 (…) (vedi Cap. 12, pp. 210 e s.). Schipa, racconta dell’episodio citato da Ebner, dell’uccisione del principe Guaimario e della salita al trono di Gisulfo II, del principato Longobardo di Salerno, prima che salisse al potere Roberto il Guiscardo. Schipa, ci parla del fratello di Gisulfo II, che, alla morte del padre, rinunciò al trono a favore del fratello Gisulfo II. Come abbiamo già detto, sarà la cronaca di Amato di Montecassino che raccontò la storia dei Normanni. Michelangelo Schipa (…), a p. 211, scriveva che: “…; del dominio di Guaimario V, Gisulfo II raccolse solamente il Principato Salernitano. E dentro quei confini il vecchio Guido tenne la Contea di Conza; e dè fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino; e a Guaimario “detrattore e divoratore” ebbe terre e il castello (del Cilento); degli altri ignorandosi la sorte.”. Un’altro autore a cui fa spesso riferimento lo Schipa è l’Aimè (…) ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835, che in sostenza traduceva il manoscritto della cronaca di Amato di Montecassino. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle tere conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del citato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Ecc…”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Amato, IV, 33 sgg: le malefatte del principe, enumerate in questo paragrafo, vengono documentate una per una nei successivi (v. oltre).”. Ebner, a p. 84, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatasi dal fratello Guido.”. Ebner, a p. 85, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Alfano, cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residenz alta Policastri victor in aula”. Secondo Amato, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “Roberto ruppe gli indugi partendo con Sighelgaita per la Calabria dove la sposò (a 1058 assegnandole, come si è visto, quale “dono del mattino” un quarto delle terre conquistate in Calabria. Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo, il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è un documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Ecc…”.

Nel 1052, il longobardo GUIDO, fratello di Gisulfo II e la vasta contea di Policastro

Il Guido di cui si parla in questo mio saggio era fratello di Gisulfo II e non figlio. Guido, Conte di Policastro, era figlio di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV), e fratello di Gisulfo II, divenuto alla morte del padre suo successore e Principe di Salerno. Guido, dunque era anche fratello di Sichelgaita che sposò Roberto il Guiscardo. Guido, conte di Policastro era figlio di Guaimario V (comunemente detto Guaimario IV) e Gemma. Guido di Policastro era anche nipote di Guido Conte di Sorrento e di Conza, fratello di Guaimario IV. Il Conte Normanno Guido di Policastro, uno dei più accaniti sostenitori dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, restò a capo della contea di Policastro fino all’anno 1075, in cui morì a seguito di un agguato tesogli nella ‘Gola del Diavolo’ (Fig….), ai piedi del suo Castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola) (Fig. …). Da wikipidia leggiamo che: “Gisulfo II ebbe anche cinque figli: Pandolfo, Guaimario (V) – che fu in co-reggenza con Gisulfo -, Landolfo, Guido e Giovanni.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 116, in proposito scriveva che: Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; quanto ai propri fratelli, concesse a Guido la città di Policastro ed il castello di S. Severino sul fiume Mingardo (5) ed a Guaimario il Castellum Cilenti.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (3) potillava che: “(3) Guido rinunciò a Sorrento perchè fosse restituita al duca Giovanni, cognato di Umfredo d’Altavilla, spodestato da Guaimario V.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (4) potillava che: “(4) I fratelli di Gisulfo II erano Landolfo, Guido, Giovanni, Guaimario, Pandolfo, Sichelgaita, Sica e Gaitelgrima. Egli aveva anche un figlio, Guaimario, menzionato una sola volta, in una carta del 1058 (Schipa, Storia…, cit., doc. 59).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (5) potillava che: “(5) L’identificazione del S. Severino menzionato da Amato (v. qui p. 123) con S. Severino sul Mingardo (‘Sanctus Severinus de Camerota; a. 1291), piuttosto che con S. Severino Rota, a nord di Salerno, è sostenuta dall’Acocella (Il Cilento, op. cit., I, p. 50) sulla scia del Lenormant. A favore di questa tesi è la maggiore vicinanza del castello del Mingardo alla città di Policastro, che era l’altro feudo di Guido.”. Il Cantalupo, a p. 116, nella sua nota (6) potillava che: “(6) Non si confonda questo Guglielmo con l’omonimo fratello, Guglielmo braccio di Ferro, 1° conte di Puglia (1043-1046), Umfredo (1051-1057) e Roberto il Guiscardo. Costui divenne poi, nel 1059, il 1° duca normanno di Puglia.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…..Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quella di S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A Policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario V e, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita.”. Sempre Ebner, a p. 34, in proposito scriveva che: “Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), riferendosi alla donazione che il nuovo principe Gisulfo II, suo nipote e principe del Principato di Salerno, scriveva che: “Allo zio Guido che, reggente,……il principe assegnò l’importante contea di Conza e, nella politica di assicurarsi la fedeltà di altre lontane terre del Principato, assegnò ai fratelli Guido e Guaimario altre contee lungo la fascia tirrenica. Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (4), a p. 541, postillava che: “(4) M. Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc..’, p. 168.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Schipa, cit., Ibid.”. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 224-225-226, in proposito alla vasta contea longobarda di Policastro, donata da Gisulfo II allo zio Guido e, riferendosi al principe Gisulfo, scriveva che: “Creò la contea di Policastro, delicata zona di confine come s’è visto, affidandola con altri castelli nella valle dei S. Severino (oggi di Centola) al “prode e bellissimo” Guido e diede Cilento, con altri castelli al fratello Guaimario.”. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spetato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), ecc…”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (92), postillava che: “(92) …………….

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Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), scriveva: Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc…”

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), parlando del piccolo borgo medioevale, oggi abbandonato, di San Severino di Camerota in proposito scriveva che: “A chiarire le cause che determinarono il costituirsi di un feudo nella valle di S. Severino “proppe Camerotam” e la fondazione dell’imprendibile castello di S. Severino, è indispensabile ricordare una interessante pagina dell’età longobarda, del XI secolo. Risalire agli eventi, cioè, che seguirono l’assassinio del principe Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno, il “pater patriae” dell’arcivescovo e poeta Alfano I (1).”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle terre conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico.

Il castello Longobardo di Vibonati

Antonio Di Rienzo e La Greca (…), nel loro ‘Viaggio nel Cilento’, scrivevano sul vecchio castello longobardo a Vibonati, senza però specificare da dove avessero tratto questa notizia, scrivevano che: “A nostro avviso l’origine del borgo va ricercata in epoca longobarda quando colà troviamo un “Castellum” di Gisulfo, ultimo dei principi longobardi di Salerno. L’etimologia del toponimo è quindi longobarda; da “wibo” cioè “villaggio” e “Ate”, nome del ruscello che scorre poco più a valle: quindi “villaggio dell’Ate”. Le due tradizioni indicano comunque una continuità di vita in un luogo che rappresentò anche in epoca Normanna un ottimo punto di difesa….Il vecchio castello longobardo subì numerosi ampliamenti e rifacimenti e rimase centro di vita militare e sociale del borgo, che ancora oggi conserva nel centro storico quasi intatta la sua struttura medievale.”. Forse la notizia di un castello longobardo a Vibonati, citata da La Greca (…) è tratta da Angelo Guzzo (…), che nel suo ‘Da Velia a Sapri’, che, a p. 203 e, nel suo ‘Il Golfo di Policastro ecc.’, a p…. , scriveva che: “A Vibonati il castello sorse ove oggi si erge la chiesa di Sant’Antonio. Servì prima come centro di osservazione, poi divenne “casa dominicata”, cioè abitazione del signore, costituendo così il ‘castrum’. Trincee strette e lugubri univano la fortezza alla parte bassa del paese, ossia i luoghi denominati “il Ponte”, “l’Anafora” e “le Coste”. Il ponte levatoio era situato ove oggi si allarga Piazza Nicotera: da una parte era difeso dal fiume, dall’altra da una torre a guisa di bastione che, con la sua forma circolare, ancora oggi è ben visibile dietro la fontana.”. Il Guzzo (…), a p. 204, riporta una foto di Vibonati che rappresenta la “Torre e Màstio dell’antico castello”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, ecc..’, a p. 205, scrivendo di Vibonati, diceva che: “Nel IX secolo Vibonati divenne rifugio delle disgraziate popolazioni costiere del Golfo, costrette, dalle frequenti scorrerie dei pirati Saraceni, a cercare asilo e scampo nelle zone più impervie e meno facilmente accessibili. Verso la metà del secolo XI, i Normanni fecero del territorio di Vibonati un loro possesso. Gisulfo II, ultimo principe longobardo di Salerno, aveva affidato Vibonati, insieme Policastro ed altri castelli della zona, al fratello Guido, prode e bellissimo cavaliere.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri’, a p. 205, scriveva che: “il castello dominava tutta la valle sottostante ove si accentravano le abitazioni rustiche dei coloni, quasi tutte di legno e che costituivano importantissimi nuclei rurali (27). Il Guzzo, nella sua nota (27), postillava che: “(27) V. Salvioli – Storia dell’Italia nell’alto Medio Evo – Napoli – 1913, p. 217.”.

Nel 2 giugno 1053, i Normanni e la battaglia di Civitate

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Un complesso intrigo di avvenimenti contribuiva, così, a sfaldare il dominio longobardo in Campania: l’assassinio di Guaimario e di Pandolfo, conte di Capaccio, il 2 giugno 1052; la vittoria normanna di Civitate, 18 giugno dell’anno successivo; il matrimonio di Umfredo con la figlia di Guaimario; il matrimonio di Guglielmo de Magnia con Beta, secondogenita di Pandolfo di Capaccio; Ecc..”. I Longobardi, in un primo tempo vicini ai Normanni, si rivoltarono contro i loro vecchi alleati e si attirarono il favore del papa Leone IX, deciso ad espellere dalla penisola questo popolo di predoni. Lo scontro fra le armate longobardo-pontificie e le truppe normanne si consumò il 18 giugno 1053 a nord della Capitanata, dove l’esercito papalino fu duramente sconfitto nella Battaglia di Civitate. Vi presero parte Umfredo d’Altavilla e il conte Riccardo I di Aversa dei Drengot, che mise subito in fuga i soldati longobardi. A Roberto fu assegnato il comando delle truppe di riserva, che restarono ai margini della battaglia fino a che non fu evidente l’inefficacia degli attacchi sferrati dalle schiere di Umfredo: il Guiscardo si lanciò, allora, nella mischia insieme ad altri rinforzi guidati dal suocero e si distinse per il particolare valore della propria offensiva. Secondo lo storico del tempo Guglielmo di Puglia, il Normanno imperversò nella battaglia senza mai perdersi d’animo, anche se disarcionato, e poi rimontato in sella, per ben tre volte. L’esito dello scontro fu per lui un vero successo. Forte del successo ottenuto sul campo di battaglia di Civitate, Roberto reclamò per sé la successione.  Dopo i primi anni di opaca presenza nel sud Italia, Roberto il Guiscardo mise di colpo in luce il proprio carattere, così diverso da quello dei suoi familiari e degli altri potenti della regione.

Nel 1053, il normanno GUGLIELMO D’ALTAVILLA (figlio di Fresenda) occupò diversi territori di Gisulfo II

La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. I Normanni, al comando dello stesso suo cognato Roberto, Umfredo e Guglielmo suo fratelli del Guiscardo, tra l’anno 1053 e il 1054, occuparono moltissimi territori del Principato di Salerno. Caddero nelle loro mani le fortezze di Laurino e Novi, nonchè quasi per intero la Bricia. Resistettero per il momento Policastro, il castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola, forse detto all’epoca ‘Castel de’ Mandelmo’, sul fiume Mingardo. Pare che il territorio fu organizzato in una nuova circoscrizione detta contea di Principato’, che fu concessa da Umfredo d’Auteville, conte di Puglia, al fratello Guglielmo, col titolo di comes che tenne la sua sede amministrativa (Curia), ad Eboli e, concesse il suffeudo al miles Guglielmo de’ Mannia. Riguardo il Principato di Salerno di Gisulfo II, ultimo principe Longobardo, vi fu un momento in cui il Principe Gisulfo II, dovette chiamare in aiuto i Normanni di Roberto il Guiscardo che sposò la sorella Sighelgaita e gli salvò il trono che ben presto dovette cedere proprio a loro come ci racconta la cronaca del Malaterra. Riguardo Guglielmo del Principato, da Wikipedia, alla voce “Guglielmo detto Braccio di Ferro” leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, chiamato Guglielmo Braccio di Ferro (Cotentin, 1010 circa – Apulia, 1046), è stato un cavaliere normanno, il maggiore dei figli di Tancredi d’Altavilla venuti in Italia; fu nominato, nel 1043, primo conte di Puglia. Da non confondere con l’omonimo fratellastro, conte nel Principato di Salerno. Dunque, questo normanno chiamato Guglielmo conte del Principato di Salerno era fratellastro di Guglielmo Braccio di Ferro. Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, anche detto Guglielmo del Principato (1027 – 1080), è stato un condottiero e cavaliere medievale normanno; divenne Conte di molte terre all’interno del Principato di Salerno dal 1056 e in seguito governò anche la Capitanata. Nelle cronache latine è chiamato indifferentemente Willermus o Wilelmus (dal francese Guillaume). Era il fratellastro omonimo di Guglielmo d’Altavilla, detto Braccio di Ferro. Guglielmo era uno dei figli cadetti di Tancredi d’Altavilla e della sua seconda moglie Fresenda; lasciò la Normandia attorno al 1053 insieme al fratellastro più anziano Goffredo ed al fratello Malgerio. Nell’anno della sua venuta in Italia partecipò alla Battaglia di Civitate e fu accolto cordialmente da suo fratellastro Umfredo, conte di Puglia e Calabria in carica. Nel 1055, si distinse nella presa del castello di San Nicandro e di altre piazzeforti. Con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno.”. Dunque, il Cantalupo scrive che Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia concesse al fratello Guglielmo, “conte di S. Nicandro”, “le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, nel suo capitolo “VIII – La conquista Normanna”, a p. 116, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca, suo fratello Guido, conte di Conza e duca di Sorrento, sfuggito ai congiurati (1), riuscì a mobilitare contro costoro con preghiere e promesse di laute ricompense sia le forze normanne di Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (2), ecc…”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, a p. 125, ci parla della “Contea di Principato” ed in proposito scriveva che: “Occupata buona parte dei domini di Gisulfo II, Umfredo d’Altavilla, conte di Puglia (1051-1057) concesse al fratello Guglielmo, conte di S. Nicandro, le terre che gli stessi normanni dissero “di Principato” perchè coprivano una vasta area del principato longobardo di Salerno. Ecc…”. Piero Cantalupo (….), a p. 118, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Bisogna distinguere il territorio del Principato di Salerno, ancora in mano a Gisulfo II, da quello della Contea di Principato, che era solo una parte del primo e fu organizzato dai normanni in Contea prima del 1057. Sull’estensione di quest’ultimo vedi il paragrafo: ‘La Contea di Principato’.”. Sulla citazione del Cantalupo dei due studiosi Natella e Peduto, sulla “non” distruzione di Policastro da parte dei Normanni si rimanda al prossimo saggio sui Normanni di Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario V e, riferendosi ai Normanni, in proposito scriveva che: Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita.”. Sempre Ebner, a p. 34, in proposito scriveva che: Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono. Che il clima di contrasti e continue lotte avessero potuto influire sul giovanissimo sovrano sembra possibile, ma solo per esasperarne il carattere. Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spietato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), e così instabile che non gli riuscì di conservare quel ducato di Amalfi (un solo anno, il 1088) che gli intrighi della sorella Sighelgaita, dopo la morte del marito Roberto, erano riusciti ad assicurargli. Non meraviglia, perciò, che tratteggiasse già nel consegnare l’oro promesso a Riccardo d’Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di S. Nicandro e Castelvecchio e di una terra detta Facosa la Nova. Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini dell’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno, cit.,  p. 168.”. Ebner, a p. 34, nella nota (92) postillava che: “(92) I fratelli di Alfano vennero imprigionati da Gisulfo, e mai liberati, per aver preso parte alla congiura contro il padre Guaimario V.”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (93), postillava che: “(93) Terzo e sesto degli Altavilla: Guglielmo “Braccio di ferro”, Drogone, Umfredo, Goffredo, Roberto il Guiscardo, Guglielmo del Principato, Ruggiero I.”. Ebner, a p. 34, nella nota (94) postillava che: “(94) Nel ricordare la partenza (a. 981/2) di Ottone II da Salerno per Taranto, dopo la conferma a pprincipi di Salerno di Mansone di Amalfi e del figlio Giovanni I, M. Schipa (Storia del principato di Salerno, Roma, 1968, p. 172) afferma che l’imperatore “si avviò quindi alla famosa impresa al finire del verno, per Bricia, presso Capaccio, e per la Lucania”. La notizia fu tratta dal Chron. di Romualdo di Salerno ad an. 981 (“De-hinc per Brixiam – al. Briciam – et Lucaniam in Calabriam perrexit”). Ma v. Alfano (‘Ad Guidonem fratem’, in Schipa, ‘Storia’, p. 277, vv. 27-30 e 53-56: “Sunt in Lucania portus regione velini // Quo Brittiorum vallis amoena iacet”, v. pure dello stesso Schipa, ‘Il Mezzogiorno’, cit., p. 169, dove è cenno dell’occupazione di Velia.”. Ebner, a p. 35, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Schipa cit., vedi pure il Mandelli cit., f. 254, il quale rileva da G. Malaterra (I, I, 15) che “Guglielmo era comes totius Principatus (….) di questo Guglielmo figlio di Tancredi, quale, come si è detto, fu fatto da Umfredo Conte del Principato.”. Ebner a p. 35, nella sua nota (96) postillava che: “(96) M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma 1904, p. 31. Il Mazziotti dà la sola notizia senza riferimenti. In ogni caso si tratterebbe del secondo Guglielmo, uno dei due figliuoli (l’altro era Roberto) del primo conte del Principato per cui è da supporre che la contea di Adalberto e Rodelgrimo di Magliano (v.) fosse stata privata dei soli territori verso l’Alento.”. Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, dove il Carucci cita un passo di Goffredo Malaterra (….), da cui molto probabilmente aveva attinto l’Ughelli, a p. 277, in proposito scriveva che: “I Normanni invasero da ogni parte con infinito danno il territorio di Salerno (1)” (eslamava il poeta Amato). Inutilmente il papa Leone IX venne nel 1053 a Salerno, s’accordò con Gisolfo per muovere contro i Normanni: che anzi Gisolfo non potè nemmeno prender parte alla lotta, che scoppiò proprio quell’anno tra il papa e i Normanni e che finì colla sconfitta del papa a Civitate. Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto il Guiscardo per le terre usurpate a chiese e abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’Imperatore bizantino (3), perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la Contea di Principato (1), occuparono poi i castelli longobardi esistenti nella valle del Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3).”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Alfano, I, ap. Ughelli, Italia Sacra, tomo X. “Quid quid habere prius fuerat haec vit i decoris Momento periit, fumus et umbra fuit. Non relut una lues pecorum solet omnibus agnen Aere corrupto debilitare modis, Sic gens Gallorum, numerosa clade Salerni, Principe defuncto, percotit omne solum. De Blasiis, op. cit. II, 213.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX.”. Il Carucci, a p. 277, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amato, IV, 37: Gisolfe, prist lo baston et lascripe come pèrègrin et ala a Costantinople. Ebbe compagni il cardinale Bernardo e l’arcivescovo Alfano. Quello morì a Costantinopoli. Gisolfo ebbe danari e ricchi doni dall’imperatore e promise di combattere contro Roberto. Et quant etc….A Costantinopoli Gisolfo fu ospite del ricco amalfitano Pantaleone, quello che donò le porte di bronzo a S. Paolo in Roma e al duomo di Amalfi.”. Il Carucci, a p. 278, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Le terre che costituirono la contea di Principato furono per la prima volta occupate da Umfredo e date al fratello Guglielmo: ‘Guilelmo terram illam quae principatus dicitur distribuit. Malaterra, I, 15.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 79, nel suo cap. III, riferendosi alla  Signoria di Novi, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “E’ quasi certo, anzi, che il sorgere di quella signoria cada dopo la restaurazione  di quel principe (a. 1052), e cioè quando il terzo conte di Puglia, Umfredo (a. 1051-1057), con il fratello Guglielmo, stanchi delle tergiversazioni di Gisulfo s’impadronirono con la forza di alcune terre, dopo di aver atterrito con distruzioni e saccheggi le inermi popolazioni che abitavano tra il Tusciano e gli estremi confini salernitano-lucani e calabri dell’odierna provincia di Salerno. Da qui imprendevano poi la preordinata conquista di quei territori di cui Amato di Montecassino e Alfano da Salerno ci hanno tramandato nomi e limiti (3)……Lo conferma l’orgoglioso nome dato alla nuova giurisdizione territoriale, “contea di Principato” (8), corrispondente all’ecclesiastica conservata nel riordinamento normanno della diocesi.”. Ebner, a p. 79, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Alfano, cit., Amato, cit., III, 45 e p. 161 no 30.”. Ebner a p. 80, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169.”. Ebner si riferiva ai due testi di Michelangelo Schipa (….), Storia del Principato longobardo di Salerno, e Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, riguardo il vicino borgo medievale di Sanseverino di Centola (Ebner aggiunge di Camerota), scriveva che: “Ma quando Umfredo e Guglielmo tornarono a Salerno per ricevere ciò che era stato loro promesso, il principe cominciò a tergiversare, al punto che i normanni “molto corrocienz” (6), indignati, si allontanarono da Salerno iniziando l’occupazione di tutto quel territorio, di cui poi Umfredo investì il fratello Guglielmo con il prestigioso titolo del Principato (7) Con il suo solito tergiversare, Gisulfo aveva spazientito anche Roberto il Guiscardo, rinviando cioè, ‘sine die’ la consegna della dote della bella e virile sorella Sighelgaita, per cui Roberto, rompendo gli indugi, partì con la principessa per Melfi, dove la sposò (8). Gisulfo che già aveva tentato di recuperare la contea del Principato, sfruttando momentanei dissapori (9) sorti tra Roberto e Guglielmo, tentò ancora una volta di conseguire i suoi fini nominando arbitro della questione appunto Roberto. Il Guiscardo, però, ancora indignato per il comportamento del principe, si vendicò del cognato, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da Eboli e Sicignano al Calore e all’Alento e, per Magliano, ad Agropoli e al Mingardo. Cioè nella valle di S. Severino che confinava con la contea di Guido di Policastro, terre in questa valle di cui alcune concesse da Guglielmo del Principato a un suo fedele, l’irruento Guimondo dè Mulsi.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (6), a p. 541, postillava che: “(6) Amato, cit., III, 45.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (7), a p. 541, postillava che:“(7) G. Malaterra, cit., p. 26: Willelmum vero in Principato “. Pietro Ebner (…), nella sua nota (8), a p. 541, postillava che: “(8) Ebner, Storia, cit. p. 88. Per altre notizie, pp. 37, 42 e 121.”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (9), a p. 541, postillava che: “(9) Guglielmo rifiutava di riconoscersi vassallo di Roberto il Guiscardo”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 218, parlando dei dissapori sorti tra il Guiscardo ed il fratello Guglielmo e, riferendosi all’invidia di Guido per il matrimonio tra il Guiscardo e la sorella Sighelgaita, scriveva che: “Quindi, subito, Roberto riprese la guerra contro al fratello, mentre il vecchio Guido sfogava il dispetto provato per quelle nozze, unendosi a Guglielmo, e sposandogli la sua figliuola.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policasto del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, ‘Storia, cit., ed. Economia e società, cit.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel trritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: 4. Stanchi di attendere, e indignati (“molt corrocienz”, scrive Amato) per l’inqualificabile comportamento del principe, i normanni si ribellarono. Lasciata Salerno, impresero a saccheggiare e a incendiare villaggi esasperando così la popolazione (“a furore normannorum libera nos Domine”) che insorse. Sotto la direzione di un guerriero, esperto e valoroso, qual era Guido, il fratello del principe Gisulfo, le popolazioni cominciarono a guarnire le “lor terres et lor chasteaux de murs et de palis”. Contro queste posizioni fortificate s’infranse più che il coraggio dei normanni l’impeto delle loro agguerrite cavallerie.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 225, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: Ciò provocò l’insorgere di non pochi complessi nel principe (43), che cercò quasi di esorcizzarli rinviando ‘sine die’ gli impegni assunti, persino sulla consegna della dote della sorella Sighelgaita. Fu a questo punto che Roberto il Guiscardo, indignato, sposò malgrado tutto Sighelgaita (Melfi, a. 1059) assegnandole, secondo il costume longobardo, la quarta parte delle conquiste in Calabria (44), di cui alcune estorte con la frode. Margingab costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45). Ecc…”.

Ebner, p. 225

Ebner, a p. 225, nella nota (43) postillava che: “(43) Ebner, ‘Storia’, cit., pp. 34 e 84.”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (44) postillava che: “(44) Id., ibidem, p. 87 sg. Roberto il Guiscardo aveva ripudiata Alverada di Buonalbergo dalla quale aveva avuto anche il noto Boemondo.”. Pietro Ebner, in questo passaggio, riferendosi al “Marcingab”, la dote Normanna che il Guiscardo donò alla sua seconda moglie Sighelgaita, si riferiva agli avvenimenti che precedettero l’anno 1059, in cui Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo sposò la principessa longobarda Sighelgaita, sorella del principe Gisulfo II e, a cui donò, secondo il costume Normanno la quarta parte delle conquiste dei territori della Calabria, che appunto aveva conquistato precedentemente. Ebner lo chiama “Margingab” (la dote Normanna) era costituita, secondo lui costituito certamente anche di parte di quelle fatte in Basilicata, se è vera l’esistenza di distretti bizantini (‘eparchie, tumarchie’) dispersi in quel territorio un tempo dominato dai longobardi (gastaldato di Laino) e che in quei tempi pare dividessero i confini estremi del Principato di Salerno dal ‘thema tes Kalabrias’ (45).”. Ebner, a p. 225, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Il Racioppi (cit. p. 86 sg.) nel riportare un brano del cronista Giordano (visse intorno al 1314, termine della sua cronaca) si meraviglia che il Guiscardo si fosse impadronito della Puglia e della Calabria nel recarsi in Sicilia e non “della Lucania che era in mezzo tra le due”. Cosa che avrebbe poi fatto, secondo Giordano (‘qui veniens versus Lucaniam eam subiecit. Inde ivit Salerno’), al ritorno. Ma v., per la questione, anche i brani riportati di Alfano e di Romualdo salernitano.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, a p. 226, del vol. I, nel capitolo “Contee e Baronie nel territorio”, in proposito al conte Guido, fratello di Gisulfo II scriveva che: “Dopo di aver assalito e conquistato “lo chastel de Saint Nicharde”, di cui rinvengo notizia dai Registri Angioini (46), i normanni, scrive Amato, “von devorant lo Principat tout” impadronendosi pure di “Castel Viel et Facose le Nove” e spingendosi fin nella Bricia dell’arcivescovo Alfano. Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido all’usurpazione della “gens Gallorum”, Alfano informa che i normanni, penetrati in Lucania, raggiunsero anche i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre fin verso la Calabria. Le terre occupate che dovevano comprendere anche parte della pianura ebolitana, come si evince da alcune pergamene cavensi (47), ricadevano nella giurisdizione della diocesi pestana. Un territorio enorme cui Umfredo d’Altavilla prepose il fratello Guglielmo (48) con il titolo fino a quel momento “ignoto di conte del Principato”, come dice M. Schipa, ma che il territorio pare avesse già prima dell’arrivo dei normanni (49). Ecc…”. Ebner, a p. 226, nella nota (46) postillavano che: “(46) Amato, III, 45. Nel “Saint Nicharde” si è ubicato Castel Licandro nella valle del Sele, dove, per una stretta gola, si affaccia nella ferace valle del Tanagro. Delle altre due terre menzionate da Amato non si è riuscito ancora a stabilire l’ubicazione sicura (v. la mia ‘Storia’ cit., p. 82 sgg.) Di S. Nicandro si apprende anche dai Registri Angioini: ‘Sanctus Nicander pro focul. I, tar, VII, et medium, Reg. XIII, ff 186-187, a. 1269-1270. Nello stesso anno 1269 era tenuto da Rodolfo de Colant, uno dei baroni soggetti (Reg. ang., II, n. 137, p. 268) al principe Carlo d’Angiò”.

Ebner, vol. I, p. 226.PNG

Ebner, a p. 226, nella nota (48) postillava che: “(48) Il Pontieri (‘La dinamica’ cit., p. 90) assicura che “Guglielmo d’Altavilla, conte del Principato, s’era costituito nel Cilento una signoria con le terre concessegli da Gisulfo contrariamente a quanto dice Amato; ma ambizioso e inquieto s’era posto a ingrandirle a spese dello stesso Gisulfo”.”. Ebner, a p. 226, nella nota (49) postillava che: “(49) Schipa, Mezzogiorno cit., p. 169; v. pure il Mandelli cit., f 254, il quale rileva da G. Malaterra (I, 1. 15) che Guglielmo era “comes totius Principatus”, e la mia Storia, cit., p. 80. Rilevo da un nuovo esame del Chronicon, I, 15 del Malaterra che nella divisione territoriale in età normanna, Guglielmo ebbe “terram illam quae Principatus dicitur”, denominazione già nell’uso popolare, dunque, e che con la sostituzione della contea divenne ufficiale.”. E qui l’Ebner continua il suo racconto, dissertando sui territori annessi da Umfredo della Contea di Principato, che furono donati al fratello Guglielmo detto appunto conte del Principato. Ebner (…), a p. 84, nella sua nota (19), postillava in proposito che: “(19) Gisulfo, insofferente della tutela dello zio Guido, capo del partito favorevole ai Normanni, capeggiava il partito avverso. Gisulfo, però, era anche geloso della fama di valoroso conquistatisi dal fratello Guido.”. Ebner (…), a p. 85, nella sua nota (20), postillava in proposito che: “(20) Alfano cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastri victor in aula”. Secondo AMATO, VII, 12, Guido morì nel 1075.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando di Gido di Policastro, fratello della principessa Longobarda Sichelgaita, nella sua nota (28), postillava che: “(28) Guido aveva seguito il cognato Roberto il Guiscardo nella conquista della Sicilia. Amato (IV, 19) lo ricorda tra coloro che presenziarono alla riconsacrazione della cattedrale di Palermo, ecc…”. Dunque, Ebner ci ricorda che Amato di Montecassino scriveva di Guido, il cognato di Roberto il Guiscardo e fratello di Sichelgaita, sorella dell’ultimo principe Longobaro Gisulfo II di Salerno, che era un prode cavaliere, che combattè in Sicilia a fianco di Roberto il Guiscardo e Ruggero I d’Altavilla, fratello del Guiscardo.  Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 34-35, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito a p. 88, ci parla dei beni di Guido di Policastro, prima della sua barbara uccisione: “Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. Sul documento citato da Ebner, riguardo i beni assegnati a Guglielmo e tolti a Guido, nessun accenno bibliografico. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 34, riferendosi al principe Gisulfo II, in proposito scriveva che: Non meraviglia, perciò, che tratteggiasse già nel consegnare l’oro promesso a Riccardo d’Aversa che la dote della virile sorella, specialmente i beni promessi a Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di S. Nicandro e Castelvecchio e di una terra detta Facosa la Nova. Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini dell’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (93), postillava che: “(93) Terzo e sesto degli Altavilla: Guglielmo “Braccio di ferro”, Drogone, Umfredo, Goffredo, Roberto il Guiscardo, Guglielmo del Principato, Ruggiero I.”. Ebner, a p. 34, nella nota (94) postillava che: “(94) Nel ricordare la partenza (a. 981/2) di Ottone II da Salerno per Taranto, dopo la conferma a principi di Salerno di Mansone di Amalfi e del figlio Giovanni I, M. Schipa (Storia del principato di Salerno, Roma, 1968, p. 172) afferma che l’imperatore “si avviò quindi alla famosa impresa al finire del verno, per Bricia, presso Capaccio, e per la Lucania”. La notizia fu tratta dal Chron. di Romualdo di Salerno ad an. 981 (“De-hinc per Brixiam – al. Briciam – et Lucaniam in Calabriam perrexit”). Ma v. Alfano (‘Ad Guidonem fratem’, in Schipa, ‘Storia’, p. 277, vv. 27-30 e 53-56: “Sunt in Lucania portus regione velini // Quo Brittiorum vallis amoena iacet”, v. pure dello stesso Schipa, ‘Il Mezzogiorno’, cit., p. 169, dove è cenno dell’occupazione di Velia.”. Ebner, a p. 35, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Schipa cit., vedi pure il Mandelli cit., f. 254, il quale rileva da G. Malaterra (I, I, 15) che “Guglielmo era comes totius Principatus (….) di questo Guglielmo figlio di Tancredi, quale, come si è detto, fu fatto da Umfredo Conte del Principato.”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 79, nel suo cap. III, riferendosi alla  Signoria di Novi, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: Lo conferma l’orgoglioso nome dato alla nuova giurisdizione territoriale, “contea di Principato” (8), corrispondente all’ecclesiastica conservata nel riordinamento normanno della diocesi.”. Ebner a p. 80, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Schipa, Storia, e Mezzogiorno, p. 169.”. Ebner si riferiva ai due testi di Michelangelo Schipa (….), Storia del Principato longobardo di Salerno, e Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, Ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, 1923.

Nel 1054, Castel Mandelmo a Licusati, il castello di S. Severino e la contea di Policastro del conte Guido

In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. In origine, nel 1054, il castello, con il feudo di Policastro, era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 541, riguardo la vasta contea di Policastro, donata dal prinicie di Salerno Gisulfo II, al fratello Guido, scriveva che: “Così il fratello Guido ebbe la contea di Policastro che si estendeva a sud fino ai confini con l’antico perduto gastaldato di Laino e a nord con le terre che giungevano fin nella valle di S. Severino. Guaimario ebbe “terre e il castello di Cilento”, scrive M. Schipa (5).”. Pietro Ebner (…), nella sua nota (5), a p. 541, postillava che: “(5) Michelangelo Schipa, Il Mezzogiorno anteriormente alla monarchia ecc.., p. 168”. Amato di Montecassino e la sua ‘Historia Normannorum‘, che si compone di n. 8 libri, parlando dei due castelli a Policastro, l’edizione curata da Vincenzo De Bartholomaeis (…). Nella nuova traduzione di Amato di Montecassino (…), per i tipi di Francesco Ciolfi (….), dove a p. 19, si riporta l’ampia introduzione del De Bartholomaeis. In essa si parla degli otto libri del ‘chronicon’ di Amato. A p. 20, è scritto: “Il periodo di tempo di cui Amato prese a narrare le vicende, comprende sessantuno o sessantadue anni: dalla prima apparsa di quaranta pellegrini normanni a Salerno, nel 1016, sino alla morte di Riccardo di Capua, avvenuta il 5 aprile del 1078.”. Dunque, è probabibile che il Libro a cui si riferiscano i due studiosi sia il Libro VIII, cioè l’ultimo capitolo del Chronicon di Amato. Nella recente edizione edita per i tipi di Ciolfi (…), a p. 377, nel Libro VIII, cap. XXX, è scritto: “Landolfo restituì la Valle di Santa Severina e Policastro, e Guaimario restituì il Cilento. In tal modo finì ogni contrasto. Gisulfo giurò ecc..ecc…”. Il passo della narrazione di Amato, riguarda la fine dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, che dopo l’assedio di Salerno da parte del cognato Roberto il Guiscardo, dovette desistere ed arrendersi a suo cognato Roberto il Guiscardo, con cui iniziava la dominazione Normanna sull’ex Principato Longobardo di Salerno. Nel racconto di Amato, si parla di due valli, quella di Santa Severina (la valle di S. Severino di Centola) e quella di Policastro (attuale Bussentino). La narrazione di Amato, si riferisce al momento della resa di Gisulfo II che chiama il figlio Landolfo che dovette restituire al Guiscardo, le valli di “Santa Severina” (S. Severino di Centola) e di Policastro. Dei fatti e dei territori all’epoca del Guiscardo, verso la fine del secolo XI, ho scritto nel mio saggio ‘Nel 1055, la Contea Longobarda del Conte Guido di Policastro’, che verso l’anno 1077, fu restituita (era stata promessa da Gisulfo II, ma mai data al cognato Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo Normanno, che dopo l’assedio di Salerno se ne impossessò insieme a tutto l’ex Principato Longobardo di Salerno. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 380 parlando della situazione politica nell’anno 1066, ormai mutata, con la vicina “Contea del Principato” retta da Guglielmo d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e donatagli da Umfredo, l’imminente caduta del principe Gisulfo II, riferendosi al conte Guido di Policastro, in proposito scriveva che: L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”.

Nel 1056, il fenomeno migratorio di genti calabre che arrivarono nelle nostre terre

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, prima della caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. La notizia tratta dal Laudisio che alcuni paesi, sono sorti all’epoca del primo Roberto il Guiscardo che, nel 1059-60 ordinò che le famiglie scampate alla sua furia distruttrice di alcuni centri della Calabria inferiore. Da Wikipidia leggiamo che il normanno Roberto il Guiscardo, nel 1056, compì una spedizione contro il longobardo Gisulfo II di Salerno, poi conquistò Cosenza e una parte della Calabria. Raggiunse, quindi, a Melfi il fratellastro Umfredo, che era in fin di vita. Nella nostra bibliografia antiquaria però è riferita la notizia di una distruzione di Policastro da parte del Guiscardo intorno all’anno 1065 e non del 1056. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…”. Guglielmo Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». In questo passaggio il Colombaro ci parla della grande carestia che colpì la Calabria Bizantina in quegli anni e del racconto stesso del Malaterra. Il Gay (…), sempre nel suo ultimo capitolo V, avendo egli scritto nel 1917, pur non conoscendo le antiche pergamene greche dell’Archivio Aldobrandini (…), scoperte e pubblicate da Pratesi (…), nel 1958, scriveva che intorno all’anno 1058, nella Calabria conquistata dal Guiscardo “E’ per la Calabria, un’epoca di miseria e d’anarchia, che ricorda i tempi delle invasioni saracene. Nel 1058 una terribile carestia, causata da eccezionale siccità, dalle devastazioni dei Normanni e dall’abbandono delle terre, desola il paese.”. Al fenomeno migratorio di molte famiglie del golfo scampate alla furia del Guiscardo fa riferimento anche Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria. Pietro Ebner, dunque, ci parla di un fenomeno migratorio al contrario, ovvero ci parla di monaci provenienti dalle cittadelle monastiche della Calabria bizantina e sotto l’egida del Guiscardo che si recarono alle falde del “Mercurion”. Il Credidio (….), a p. 27, nelle note (50) postillava che: “(50) Gli sclavi erano immigrati slavi, prevalentemente della Dalmazia, che comparvero in qualità di mercenari dell’esercito bizantino; di alcuni gruppi sono attestati insediamenti in Sicilia, in Calabria e specialmente sulla costa settentrionale del Gargano.”.

Nel 1056, RUGGERO I D’ALTAVILLA, ultimo figlio di Tencredi e di Fresenda arriva nel mezzogiorno d’Italia

Da Wikipedia leggiamo che con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo d’Altavilla (figlio di Fresenda e conte del Principato) perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero o Pater di Ruggereo o Jarl Rogeirr (Hauteville-la-Guichard, 1031 circa – Mileto, 22 giugno 1101), figlio di Tancredi d’Altavilla e fratello di Roberto il Guiscardo della dinastia degli Altavilla, Conte di Calabria, fu il conquistatore e il primo Conte di Sicilia (1062). Da Wikipedia leggiamo che Ruggero I di Sicilia, conosciuto anche come il Gran Conte Ruggero o Pater di Ruggereo o Jarl Rogeirr (Hauteville-la-Guichard, 1031 circa – Mileto, 22 giugno 1101), figlio di Tancredi d’Altavilla e fratello di Roberto il Guiscardo della dinastia degli Altavilla, Conte di Calabria, fu il conquistatore e il primo Conte di Sicilia (1062). Ruggero giunse in Italia nel 1057 attraverso la “Via Francigena” per unirsi al fratello Roberto per il quale, alla morte del loro fratellastro Umfredo d’Altavilla, si erano aperti spiragli di predominio. I due furono insieme nella conquista dei territori di Puglia e Calabria non ancora sottomessi. Ruggero fu inizialmente vassallo del fratello Roberto, duca di Puglia e di Calabria, come conte di Calabria, e stabilì la propria corte a Mileto, in Calabria. Proprio a Mileto, nel Natale del 1061, sposò la normanna Giuditta d’Evreux, figlia del conte Guglielmo d’Évreux e di Hadvise Géré. Ancora in Calabria i fratelli Roberto e Ruggero si lanciarono alla conquista di Reggio, caduta dopo un lungo e difficoltoso assedio, al quale seguì la presa di Scilla, una cittadella fortificata in cui avevano trovato rifugio le guarnigioni reggine. A questo punto la strada verso la Sicilia era ormai spianata. Dalle roccaforti della Calabria, infatti i due pianificarono la conquista della Sicilia, allora in mano ai musulmani. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 30-31 e ssg., in proposito scriveva che: Il Guiscardo, consolidata in termini giuridici e di disponibilità di uomini e di mezzi l’eredità del fratello (61) può pianificare la conquista della Calabria. Al fine di sottomettere il paese, così come aveva fatto Drogone, individua dei punti nevralgici da cui facilmente poter controllare il territorio circostante ed effettuare scorrerie per sottomettere le città e le fortezze. In uno di questi posti invia il fratello Ruggero, il figlio minore di suo padre Tancredi e della sua seconda moglie Fresenda, che fino ad allora era stato trattenuto in patria dalla giovane età e dall’amore dei genitori. Lieto non poco del suo arrivo, il Guiscardo lo accolse con l’onore dovutogli. Ruggero era infatti un giovane bellissimo, di alta statura e di portamento elegante; assai eloquente ed accorto, sapeva agire con cautela quando si trattava di prendere delle decisioni; era allegro e affabile con tutti, fisicamente prestante, coraggioso in guerra: con queste sue doti in breve si fece amare da tutti… Il Guiscardo lo inviò in Calabria… Ruggero, … accampatosi alla sommità delle montagne di Vibona, piantò le tende in maniera che, facendosi vedere in lungo e in largo, potesse più facilmente incutere timore agli abitanti tutto intorno. Avendone avuta notizia, tutte le città e i castelli di quella contrada e di tutta la valle di Saline, in preda al terrore, mandarono messi a Roberto per chiedere pace: con l’offerte di svariati doni e servigi, senza opporre resistenza cedettero nelle sue mani munitissimi castelli e stipularono un patto di alleanza con giuramenti e ostaggi (62).”. Il Credidio, a p. 30, nelle sue note postillava: “(61) – S. Tramontana, I Normanni in Calabria, in I Normanni in finibus Calabriae, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2008; e (62) – Malaterra, I,19.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 189-191, scriveva in proposito che: “….si aggiunse, dopo il 1057, Ruggero, dal castello di Scalea, e la costa divenne normanna.”. Il Campagna, a p. 200, in proposito scriveva che: “Nel 1057, dopo un breve soggiorno a Melfi, giunse sulle nostre coste il più giovane degli Altavilla, Ruggero. La costa tirrenica, cosi’ a lungo vessata da assalti e razzie, presentava ai suoi occhi uno spettacolo insolito: fortezze e casali su dirupi inaccessibili, castelli diruti, già sedi di antiche aristocrazie longobarde, monasteri, chiese, celle, costruiti in modo che le pratiche di culto venissero alternate con l’immediata difesa. Delle antiche città restava solo il ricordo negli storici; spesso cancellato finanche il toponimo.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI……Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo ecc…”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: “Nella primavera del 1048 i Normanni, questa volta autonomamente, sferrarono una nuova offensiva contro i Bizantini in Calabria e in Puglia, ma ormai anche i territori di Guaimario V di Salerno cominciavano ad essere oggetto delle mire espansionistiche dei suoi antichi vassalli. Negli anni successivi, infatti, un altro fratello della casa d’Altavilla, Guglielmo, aveva cominciato ad occupare terre del Vallo di Diano e ad insignirsi dello strano titolo di “conte del principato”.”.

Nel 1057, la morte di Umfredo d’Altavilla e Roberto il Guiscardo capo di tutti i Normanni

Ad agosto dello stesso anno i cavalieri normanni si riunirono a Melfi e Roberto il Guiscardo assunse la tutela del giovane Abelardo, ma presto diseredò entrambi i nipoti e pretese il riconoscimento del titolo di (quarto) Conte di Puglia e Calabria. Per non insidiare i diritti acquisiti alla propria discendenza, confiscò i possedimenti del defunto fratellastro e privò i nipoti della loro legittima eredità. In alleanza col fratello minore Ruggero si lanciò alla conquista dei territori non ancora sottomessi di Puglia e Calabria, mentre Riccardo Drengot Quarrel, già Signore di Aversa, suo cognato in quanto marito della sorella Fresenda, s’impadronì del Principato di Capua. In alleanza col fratello minore Ruggero si lanciò alla conquista dei territori non ancora sottomessi di Puglia e Calabria, mentre Riccardo Drengot Quarrel, già Signore di Aversa, suo cognato in quanto marito della sorella Fresenda, s’impadronì del Principato di Capua. Per non insidiare i diritti acquisiti alla propria discendenza, confiscò i possedimenti del defunto fratellastro e privò i nipoti della loro legittima eredità. Nel 1057, morto Umfredo, Guglielmo rifiutò di prestare obbedienza al fratello Roberto il Guiscardo che aveva ereditato il titolo di Conte di Puglia che, alleatosi con Gisulfo II, debellò suo fratello Guglielmo. Morto nel 1057, il conte Umfredo lasciò i due figli minorenni, Abelardo ed Ermanno, sotto la tutela della moglie longobarda Gaitelgrima di Salerno. Forte del successo ottenuto sul campo di battaglia di Civitate, Roberto reclamò per sé la successione. Ad agosto dello stesso anno i cavalieri normanni si riunirono a Melfi e Roberto il Guiscardo assunse la tutela del giovane Abelardo, ma presto diseredò entrambi i nipoti e pretese il riconoscimento del titolo di (quarto) Conte di Puglia e Calabria. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “E’ innegabile, la morte di Umfredo (a. 1057) segnò una svolta storica decisiva e non soltanto per il Principato di Salerno. Roberto, insensibile alle pretese di Abelardo, figliuolo del defunto fratello, validamente sostenute dalla madre, si fece acclamare “conte dei Normanni” facendo poi della contea di Puglia un ducato nel 1059: “germe di discordia che minacciava mutarsi in guerra civile”, commenta M. Schipa. Senza dire della pretesa di Roberto perchè il fratello Guglielmo, come conte del Principato, rinnovasse a lui l’obbedienza prestata a Umfredo: pretesa che Guglielmo, insofferente dell’autoritarismo di Roberto, rifiutava. Del dissidio tra i due fratelli cercò di approfittare il principe Gisulfo, chiedendo a Roberto di aiutarlo a riconquistare i beni usurpati da Umfredo e Guglielmo. La richiesta venne fatta in un momento più che favorevole: Roberto aveva chiesto in sposa la bella, saggia e animosa sorella del principe, Sighelgaita, che la tradizione ricorda seguisse Roberto anche sul campo di battaglia. Ma le schiere del principe e del fratello Guido, con la cavalleria del Guiscardo, se ottenero successi in pianura furono poi arrestate dal suaccennato baluardo difensivo e dai larvati aiuti dei cugini di Capaccio del principe. Più apertamente Guglielmo del Principato e i suoi erano assistiti da Guido di Conza, il quale, indignato per l’assenso dato dal principe alle nozze di Sighelgaita senza il suo parere, cercò di controbilanciare l’evento dando in moglie una sua figliuola al conte del Principato. Il persistere da parte di quest’ultimo nel rifiuto d’obbedienza, riaccese gli scontri tra i due Altavilla. Certamente Guglielmo avrebbe perduto l’altro territorio se Gisulfo, ritenendolo più profiquo politicamente ed economicamente, non si fosse riappacificato con il conte del Principato (26) prima di cominciare a tergiversare sull’epoca delle nozze e sulla consegna della dote della sorella.”. Ebner, a p. 87, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Amato, IV 25: “Et Guillerme fu fait chevalier de Gisolfe; et lo prince Gisolfe lo fist son frere”.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 30-31 e ssg., in proposito scriveva che: “Egli concede al fratellastro Roberto di conquistare la Calabria (55). I rapporti tra i due, però, non sempre sono idilliaci tanto che Umfredo fa arrestare il Guiscardo mentre è suo ospite a pranzo e soltanto l’intervento di un cavaliere normanno presente, Gocelino, impedisce a quest’ultimo, che intanto aveva sguainato la spada, di reagire violentemente. Roberto venne quindi consegnato alle guardie, ma dopo una breve detenzione il fratello lo liberò e gli concesse le città e i castelli della regione calabra, offrendogli anche un rinforzo di cavalieri (56). Umfredo poco tempo dopo si ammala e, sentendo approssimarsi la fine, manda a chiamate il fratello, che accorre al suo capezzale, e gli chiede di essere il tutore dei suoi figli Abelardo ed Ermanno.  Ma questi, senza preoccuparsi delle promesse fatte, si appropriò dell’eredità a danno dei suoi nipoti, e nell’agosto del 1057 si fece eleggere capo dei normanni (57).”. Il Credidio, a p. 30-31, nelle sue note postillava che: “55 – Guglielmo, II, v. 287 e segg. 56 – Guglielmo, II, v.317 e segg. 57 – Chalandon, op.cit. 58 – Ibidem.”.

Nel 1057, Ruggero I d’Altavilla e SCALEA donatagli dal fratello Guglielmo, figlio di Fresenda e conte del Principato

Da Wikipedia leggiamo che con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo d’Altavilla (figlio di Fresenda e conte del Principato) perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 69, in proposito scriveva che: “Cap. XXIV. Ruggero viene accolto affettuosamente dal fratello Guglielmo, che gli concede il castello di Scalea. Sentendo ciò suo fratello Guglielmo, che era conte di tutto il Principato, ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 200, in proposito scriveva che: Ruggero inizialmente segui’ il Guiscardo nelle conquiste, fino a quando i loro rapporti non furono incrinati da interessi e gelosie. Per questo nel 1058 prestò la sua opera al fratello Guglielmo, il famigerato “Braccio di Ferro”, già padrone di vasti territori a sud di Salerno (14). Alle estreme frange meridionali del Principato la contea longobarda di Scalea costitui’ il punto logistico per le razzie di Ruggero, anche nei territori conquistati dal Guiscardo. La paurosa carestia del 1058 e l’insubordinazione dei Calabresi nei riguardi dei Normanni costrinsero il Guiscardo a chiedere l’aiuto di Ruggero. Il giovane, soddisfatto delle condizioni relative alle conquiste offerte dal fratello, dal castello di Scalea coordinò le operazioni di repressione lungo la costa.”. Qui però il Campagna confonde Guglielmo detto braccio di Ferro con il Guglielmo conte del Principato fratello di Ruggero perchè figli della stessa madre Fresenda. Il Campagna, a p. 200, nella nota (14) postillava che: “(14) Guglielmo d’Altavilla, che aveva sposato la nipote di Guaimario di Salerno, la figlia di Guido, il duca di Sorrento, avrebbe dovuto dividere i territori occupati e da occupare in tante baronie, secondo il volere del potente signore salernitano.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 69, in proposito scriveva che: “Cap. XXIV. Ruggero viene accolto affettuosamente dal fratello Guglielmo, che gli concede il castello di Scalea. Sentendo ciò suo fratello Guglielmo, che era conte di tutto il Principato, gli mandò dei messaggeri invitandolo a venire da lui: gli fece sapere che avrebbe potuto condividere con lui quello che egli aveva e gli assicurò che, eccetto la moglie e ifigli, niente egli voleva possedere che Ruggero non considerasse anche suo. Al suo arrivo costui venne accolto con il dovuto onore. Dopo essere rimasto alquanto con il fratello, infine ricevette da lui un castello in località chiamata Scalea; e quindi, facendo molte incursioni in direzione del Guiscardo, non diede tregua per tutto il territorio. Venutolo a sapere, il Guiscardo mosse l’esercito e si diresse all’assedio del castello di Scalea; devastò anche gli oliveti e vigneti, che si trovavano nei pressi della città. Guglielmo dal canto suo, …..per evitare di subire danni più gravi, e previo anche il parere dei suoi consiglieri, si allontanò da quel posto.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, nella sua introduzione, in proposito scriveva che: “All’inizio del sec. XI……Più a sud, gli Altavilla, occupavano gran parte della Calabria e della puglia, sostituendosi alla dominazione Bizantina. Nella seconda metà del sec. XI l’espansione Normanna nel Mezzogiorno raggiunge la Sicilia, la cui conquista è soprattutto opera di Ruggero I, l’ultimogenito degli Altavilla, venuto in Italia nel 1056 ad affiancare il fratello Roberto il Guiscardo (e, dopo la sua morte nel 1085, il figlio di lui Ruggero Borsa).”. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni, riferendosi agli anni 1048-1049-1050 scriveva che: “Fu proprio durante questi anni di guerre e di confusione che Scalea venne occupata dai Normanni, ma non possiamo escludere che precedentemente, forse per breve tempo, fosse stata possesso del principe di Salerno. Comunque stiano le cose, nel 1057, alla morte di Umfredo, quando Roberto il Guiscardo, calpestando i diritti dei figli del defunto, assunse il titolo di conte di Puglia e di Calabria, Scalea non apparteneva direttamente a lui, ma proprio il fratello Guglielmo, conte del Principato. Ciò si desume dal fatto che, forse con l’intenzione di stringere con lui un’alleanza matrimoniale dandogli in moglie una figlia, Guglielmo cedette il castello di Scalea a Ruggiero, uno degli ultimi degli Altavilla a giungere in Italia, ma anche uno dei più capaci e valorosi, tanto che suo fratello Roberto lo aveva voluto al suo fianco nella conquista della Calabria: ma proprio nella spartizione del frutto dei saccheggi Ruggiero, sentendosi trascurato e defraudato della sua parte di bottino e di conquiste, ruppe con il fratello e si rifugiò a Scalea, cedutagli da Guglielmo. Da questa base cominciò ad insediare i possedimenti del Guiscardo, ecc..”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo – cenni storici”, a p. 22, in proposito scriveva che: “I nuovi conquistatori arrivarono nella seconda metà dell’XI secolo: erano i Normanni capeggiati dai fratelli Altavilla. Roberto il Guiscardo e Ruggero, con le loro truppe normanne, avevano da tempo iniziato l’invasione della Calabria. Mentre continuava sistematica e progressiva la conquista della regione, improvvisamente i due fratelli litigarono e si divisero. Roberto andò verso il sud della Calabria, Ruggero si rifugiò a Scalea, già conquistata e donatagli, da suo fratello Guglielmo ‘braccio di Ferro’. Come primo atto di governo a Scalea Ruggero fece abbattere, in cima al paese, la rocca longobarda e nello stesso tempo fece costruire un castello. Fece inoltre rinforzare le mura di difesa e le porte di entrata al paese: a nord la porta Marina e a sud quella ponte. Il castello, costruito rapidamente secondo la tecnica e le esigenze del tempo , comprendeva due torrioni a pianta rettangolare e tre torri d’angolo a pianta cilindrica, oltre al palazzo. Per tutta l’epoca Normanna rappresentò la più importante fortezza militare del golfo di Policastro ed una delle più importanti della Calabria. Ruggero fece di Scalea una fortezza inespugnabile, a cui faceva capo anche la sua flotta, e la base di partenza delle sue azioni per la conquista della Sicilia.”. Anche Carmine Manco scrive che Scalea fu donata a Ruggero I d’Altavilla da Guglielmo detto braccio di Ferro confondendolo col fratello Guglielmo, conte del Principato, figlio della stesa madre Fresenda. Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, detto ‘braccio di Ferro’, nel 1055, si distinse nella presa del castello di San Nicandro e di altre piazzeforti. Con la morte di Umfredo (febbraio 1057), Guglielmo perdette un protettore che l’aveva sempre favorito rispetto al fratello maggiore Roberto il Guiscardo. Così invitò il fratello minore Ruggero, che non aveva ancora terre, ad unirsi a lui: gli promise metà di tutto ciò che possedeva escluso moglie e figli, gli diede il Castello di Scalea e lo aiutò contro il fratello maggiore Roberto il Guiscardo, che aveva usurpato i possedimenti di Umfredo, sottraendoli ai legittimi eredi, Abelardo d’Altavilla ed Ermanno d’Altavilla. Interessante è la notizia riportata da Orazio Campagna (….), nel suo “La “Regione Mercuriense” etc…”, a p. 115 parlando di Grisolia scriveva che: “E’ lecito presupporre che il ………………, per sfuggire le incursioni normanne, sappiamo che Ruggero d’Altavilla usò come base operativa il castello di Scalea per la conquista dei casali della costa, abbia abbandonato la grancia di S. Nicola e S. Angelo (11), in posizione vulnerabile, e si sia rifugiato alla “Cupa”, ecc…”. Il Campagna, a p. 115, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Successivamente la grancia dipese dal monastero basiliano di S. Giovanni a piro, in P.M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, etc., Roma, 1700.”. Sempre il Campagna, a p. 130 riferendosi alle istituzioni monastiche sorte nell’area del “Mercurion” e sulla costa calabra, riferendosi a Majerà scriveva che: “La gente vi trovò protezione e sicurezza, soprattutto dopo la battaglia di Civitate (giugno 1053), e dopo lo scisma della Chiesa d’Oriente (16 luglio 1054), avvenimenti che diedero la sostituzione violenta del potere bizantino col normanno, mentre il rito latino veniva imposto alle abbazie ortodosse. Le più riottose, sottoposte ad azioni belliche del Guiscardo, da S. Marco, e di Ruggero, da Scalea, scomparvero.”. Orazio Campagna, a p. 169 scriveva pure che: “ora territorio di Diamante, ove i Basiliani, nonostante reiterate incursioni saracene, sarebbero rimasti fino al 1059, quando, dopo il concilio di Melfi, fu impresa vana resistere alle razzie del Guiscardo da S. Marco Argentano, alla sanguinosa guerriglia di Ruggero I da Scalea (210).”. Il Campagna, a p. 169, nella nota (210) postillava che: “(210) J.J. Norwich, I Normanni nel Sud (1016-1130), Ed. Mursia, 1974, pag. 92 e sgg. Scalea pag. 135 e sgg.”. Guglielmo Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  “……gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Ecc…”. Dunque, il Colombaro scriveva che ad un certo punto la situazione economica in Calabria era diventata insostenibile che la povera popolazione si ribellò a Ruggero I d’Altavilla.  Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “Quando i due primi fratelli di Altavilla signoreggiavano e distendevano da Melfi i dominii per le terre di Apulia e Basilicata, Roberto e Ruggiero ultimi venuti erano a far bottino per le Calabrie, sequestrando uomini ed armenti, rubacchiando mercanti in viaggio, sorprendendo terre e castella. Roberto signoreggiava o taglieggiava per la Calabria che diremo cosentina; Ruggiero su quel di Reggio. Gara di ambizione o divisione non ecqua di bottino metteva mal animo tra i due fratelli, che erano in lotte frequenti. Quando Roberto ne venne a Melfi, quarto Conte di Puglia, Ruggiero mal disposto contro di lui, entra nel paese di Calabria che il fratello diceva suo, e prende Scalea sul Tirreno: anzi avanza tanto per la regione basilicatese che viene a mettere a saccomanno ed incendii le campagne stesse di Melfi.”. Su Scalea al tempo di Ruggero I d’Altavilla, il conte Ruggero, ha scritto pure Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia meridionale”, a p. 270, dove in proposito scriveva che: “Ad ogni modo, se l’ambizione del conte Ruggero non eguaglia la cupidigia smisurata di Roberto il Guiscardo, che spesso suol essere “in omnibus praesumptuosissimus et magnarum rerum audacissimus attentator”, talvolta essa lo costringe – e specialmente nei tempi della grama giovinezza – ad azioni, che gli fanno poco onore. Eppure il Malaterra ne racconta qualcuna. Per esempio, ci parla della vita brigantesca, che il conte condusse a Scalea, in Calabria; dei cavalli, che quivi rubò in una vicina scuderia; dei mercanti amalfitani spogliati a tradimento di tutte le mercanzie e dei denari che portavano con loro (140).”. Il Pontieri, a p. 270, nella nota (140) postillava: “(140) Idem, I, 25-26, p. 20-21: nella stessa Scalea Ruggero “plurimum penuriarum passus est, sed latrocinio armigerum suorum in multis sustentabatur”.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Ad ogni modo, agli inizi del 1058, incollerito, Ruggero abbandonò il fratello Roberto. Uno dei vantaggi che gli derivava dall’essere giunto così in ritardo in Italia era che si trovavano ora saldamente stabiliti molti suoi fratelli, ed egli poteva rivolgersi ora all’uno ora all’altro; accettò pertanto l’invito di Guglielmo conte del Principato che, a soli quattro anni dal suo giungere in Italia, si era reso padrone di quasi tutto il territorio di Salerno a sud della città e che offriva a Ruggero di condividere con lui tutto ciò che possedeva in misura uguale “ad eccezione” come Malaterra ha cura di precisare “della moglie e dei figli”. Fu così che di li a poco Ruggero si trovò installato in un castello sul mare a Scalea, posizione strategica di prim’ordine della quale effettuare lucrose incursioni, specie per razziare cavalli e fare scorrerie nei territori appartenenti al Guiscardo. Ma questo giovane era destinato a ben altro che una vita di brigantaggio e ripercorrendo all’indietro la storia ci accorgiamo che il momento decisivo per lui, dopo il suo arrivo in Italia, fu l’anno 1058, quando una terribile carestia colpì tutta la Calabria. I normanni stessi furono causa di tanto disastro; la terribile tattica, da loro impiegata, della terra bruciata fece sì che per sterminare zone non vi fosse più né un albero d’ulivo né un campo da coltivare.”. Norwich, a p. 134, nella nota (5) postillava che: “(5) Ruggero viene alle volte soprannominato Bosso; ma questo nome non viene usato di frequente, non è necessario né melodico, quindi può essere ignorato. Tende pure a confonderlo con il nipote: Ruggero Borsa, di cui faremo conoscenza più in là”.

Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 38 e ssg., in proposito scriveva che: “Ruggero porta a termine l’incarico ricevuto e rientra con un bottino abbondante, con il quale tutto l’esercito può trovare ristoro e recuperare le forze. Quando, però, chiede al fratello il denaro con cui pagare i soldati, costui, forse per gelosia per i suoi successi, gli oppone un rifiuto; allora ritorna in Puglia, dove riceve aiuto da un altro fratello, Guglielmo, che lo pone a capo della città di Scalea, da dove inizia a saccheggiare i possedimenti del Guiscardo. Nello stesso periodo continua, però, a comportarsi anche da predone: assalta dei ricchi mercanti amalfitani e con il bottino ricavato arma nuovi soldati e continua le incursioni contro le terre del fratello.”. Qui però il Credidio commette un grave errore scrivendo che Ruggero “ritorna in Puglia, dove riceve aiuto da un altro fratello, Guglielmo”. Guglielmo, conte del Principato, suo fratello perchè figlio di Fresenda non era in Puglia ma si trovava nei suoi possedimenti del Salernitano.

Nel 1057, Roberto il Guiscardo e la Molpa

Giuseppe Antonini (…), nel Discorso VII, a p. 367, della sua ‘La Lucania- Discorsi’, dove, parlando dell’antica città scomparsa della Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercadanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (2), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi dello stesso Guiscardo.”. L’Antonini, a p. 367, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Un poco più diffusamente di questa edificazione scrive ‘Mambrin Roseo’, nel lib. 7 della Storia del Regno; ma in nulla contraddice al Malaterra, ne diversamente avealo detto il Collenuccio sul principio de lib. 3.”. Dunque, in questa sua nota l’Antonini postillava di Mambrin Roseo, postillava del Malaterra e postillava del Collenuccio. Vediamo il primo: Mambrin Roseo. Da Wikipedia leggiamo che Mambrino Roseo (Fabriano, ca. 1500 – tra 1573 e 1580) è stato un notaio, letterato e traduttore italiano. Roseo fu notaio nella sua città e a Perugia e partecipò all’assedio di Firenze al servizio di Malatesta Baglioni. Riguardo il testo citato dall’Antonini, io credo che egli, nel 1745, si riferisca al testo “Del Compendio dell’Istoria del Regno di Napoli aggiunto da Mambrino Roseo da Fabriano libro settimo”, che troviamo a p. 402 e ssg. nel testo di Pandolfo Collenuccio (….), nel suo “Raccolta de piu rinomati scrittori dell’istoria generale del Regno di Napoli etc…”, pubblicato a Napoli, stamperia Gravier, nel 1770, tomo 17°, pag. 402.  L’Antonini, scrivendo di Molpa, diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (mercadanti), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Su Scalea al tempo di Ruggero I d’Altavilla, il conte Ruggero, ha scritto pure Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia meridionale”, a p. 270, dove riferendosi al Malaterra, in proposito scriveva che: Eppure il Malaterra ne racconta qualcuna. Per esempio, ci parla della vita brigantesca, che il conte condusse a Scalea, in Calabria; dei cavalli, che quivi rubò in una vicina scuderia; dei mercanti amalfitani spogliati a tradimento di tutte le mercanzie e dei denari che portavano con loro (140).”. Il Pontieri, a p. 270, nella nota (140) postillava: “(140) Idem, I, 25-26, p. 20-21: nella stessa Scalea Ruggero “plurimum penuriarum passus est, sed latrocinio armigerum suorum in multis sustentabatur”.”. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa Scalea. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 71, in proposito scriveva che: “Libro I, Cap. XXVI. Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto. Migliorata la sua posizione con questo denaro, ecc…”. Vito Lo Curto (….), a p. 71, nella nota (30) postillava che: “(30) Presumibilmente due soldati di fiducia di Ruggero”. Secondo l’Antonini, il Malaterra scriveva che: “At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit” che tradotto significa che:  “Ma mentre aspettava coloro che avevano inviato le spoglie a Scalea, un tale Bever, proveniente da Melfa, disse ai Melfi che i mercanti di Melfa passavano non lontano dal castello. Quando è stato smascherato, non era il meno serio.”. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: Questo periodo deve aver fruttato bene a Ruggero. Malaterra narra come una volta, con un sol colpo – era in agguato di un gruppo di mercanti che tornavano ad Amalfi – si assicurò un così ricco bottino sia in beni che in denaro di riscatto, che poté assoldare altri cento uomini per ingrossare le file del suo esercito.”.

Nel 1058, Guimondo de Mulsi, Guglielmo (I) d’Altavilla e la CONTEA DEL PRINCIPATO e l’usurpazione di beni della Chiesa Salernitana

Da Wikipedia leggiamo che Turgisio di Sanseverino per il suo valore in battaglia, nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo della contea di Rota, un centro popoloso già appartenuto alla famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio usurpò altre terre e casali al principe longobardo Gisulfo ed a chiese ed abbazie. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: Guimondo de Mulsi. Quest’ultimo era stato certamente milite di Guglielmo del Principato dal quale aveva ottenuto quel feudo nella Valle di S. Severino confinante con una contea liminare della Calabria, quella di Policastro residenza del prode Guido, fratello del principe Gisulfo. E appunto per una lite di confini, come vedremo, il conte di Policastro venne assassinato.”. Ebner, a p. 84, nella nota (17) postillava che:  “(17) Rainolfo Trincarote, nipote di Rainulfo I di Aversa (Amato, II, 34) e Ugo Fallacia capeggiarono, dopo il 1046, il partito normanno dissidente da Guaimario, v. in Amato cit., p. 99.”. Su Guimondo de Mulsi, Ebner, nella nota (16) postillava che:  “(16)…..Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ecc…”. Michelangelo Schipa (….), nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ecc…(38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino scriveva pure di Guimondo de Mulsi. Dunque, Guimondo de Mulsi, era usurpatore pentito dei beni della Chiesa Salernitana. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075…….Guimondo dei Mulsi, Guido, fratello di Gisulfo, ecc….Guimondo, già usurpatore dei beni dell’arcivescovo Alfano insieme a Guglielmo d’Altavilla ed a Torgisio di Rota, era sceso a contesa con il fratello del principe di Salerno per il possesso della Valle di S. Severino sul Mingardo; “. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio, il quale continuava ad ampliare la sua contea di Rota, tentavano di usurpare sempre più vaste terre alla Chiesa salernitana (29), ecc…”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29) Per le terre occupate, Schipa, Storia, p. 223. Non è da escludere che Guimondo dei Mulsi, tra le altre terre dei locali cenobi italo-greci, si fosse impadronito anche di quelle della Chiesa di Salerno esistenti a Laurito e non elencate forse per la relativa loro entità in rapporto alle altre. Delle terre di Laurito è notizia dal CDC, I, 173, anno 947 (Laurito è detto “in finibus salernitanis”, e I 445 anno 992 (Guglielmo, figlio del fu Ragiberto vende la quarta parte dei suoi beni “in loco Laurito” alla chiesa di S. Maria di Salerno di cui è abate il sacerdote Donnello per 24 tarì di oro) e I 450 anno 992 (donazione alla stessa chiesa di S. Maria di Salerno ecc…ecc…Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: S. Pietro de Toro, S. Vito al Sele, chiesa di S. Michele Arcangelo, “quae sita est in cripta Montis qui dicitur aureus”, Olevano, il Lago maggiore e le cose del Tusciano, di Lama, Rivo Alto, Asa, Picentino, Giffoni, Salsanico, Forino, Anguillaro e Prato. La vastità di queste usurpazioni lascia immaginare l’estensione delle terre di chiese e cenobi locali occupate da Guglielmo de Màgnia. Va precisato che le anzidette terre di Laurito non devono essere confuse con le selve a Laurito (zona Eboli) concesse da Roberto nel 1080 alla Chiesa salernitana, di cui v. il diploma di Balducci cit., I, p. 10. Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”.

Nel 1058, Gisulfo II e Guido, con l’aiuto di Roberto il Guiscardo riconquistano  alcuni territori che Guglielmo (I) d’Altavilla aveva usurpato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118-119, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: “Dal contrasto che nacque tra i due fratelli approfittò Gisulfo, che, versando grosse somme al Guiscardo, riuscì a farselo alleato, tirando dalla sua anche Riccardo d’Aversa, che allora portava il titolo di Principe di Capua (7). Il Principe di Salerno così, assicurato dell’appoggio dei due normanni, nel 1058 mosse contro Guglielmo di Principato, riuscendo, per merito delle nuove truppe e del personale intervento di Roberto il Guiscardo, ad avere successo sull’usurpatore, che fu costretto a restituirgli molte terre.”. Il Cantalupo, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) V. n. 1, p. 75”. Il Canttalupo, a p. 75, nella nota (1) postillava che: “(1) Il termine BRITIA venne così ad indicare, nell’ambito del gastaldato di Laino, tutti i territori costieri compresi fra Blanda ed i fiumi Alento e Palistro (v. p. 66 e, ivi, n. 4); i territori, invece, a nord del Palistro e ad est dell’Alento furono aggregati al gastaldato di Salerno (v. p. 98).”. Interessante ciò che scrive il Cantalupo su Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, che scrive che: “Si distinse in questa impresa, per particolare valore, Guido signore di Policastro, che battendosi come un leone potè riconquistare gran parte della regione Bricia, specie le aree costiere fino all’Alento (1) come ricorda nei suoi versi l’arcivescovo Alfano I “Sunt in Lucania portus regione Velini, etc… (2)”. Il Cantalupo, a p. 119, nella nota (2) postillava che: “(2) Alfano I, ‘Ad Guidonem….., cit. L’ode probabilmente del 1074 (v. M. Schipa, ibidem, p. 299 etc…”. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia etc…’, in proposito a pp. 84-85, scriveva che: “Gisulfo (18), dominato dai complessi di tutela dello zio e di gelosia del fratello (19), non trascurò di seguire con affetto ammirato l’ascesa del “molt bel et vaillant en fait d’armes” Guido, la cui triste fine l’acera al punto da fargli esclamare: “Et ensi de un colp fu mort, et estutà la lumier de tuit li Longobart”. A integrare il racconto di Amato sulle terre conquistate di Normanni tra il 1052 (restaurazione di Gisulfo) e il 1057 (morte di Umfredo), al più tardi perciò tra il 1053/4, alcuni versi del itato ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salrnitani’, che l’Arcivescovo Alfano I di Salerno inviò in Policastro all’ultimo prode longobardo poco prima del suo assassinio (20). Nell’elogiare la strenua resistenza opposta da Guido alle usurpazioni della “gens Gallorum”, Alfano informa che i Normanni, penetrati in Lucania, avessero raggiunto i noti porti velini cantati da Virgilio, e cioè le Valli dell’Alento e del Palistro, spingendosi oltre nella Valle Bricia confinante con la terra Bruttia, la Calabria.”. Ebner, a p. 85, nella nota (20) postillava che: “(20) Alfano, cit., Guido risiedeva a Policastro: “Nunc residens alta Policastrivictor in aula”. Secondo Amato, VII, 12 Guido morì nel 1075.”. Da Wikipedia leggiamo che nel 1058 o 1059, Guglielmo (I) d’Altavilla sposò Maria, principessa longobarda, figlia di Guido (duca di Sorrento e fratello di Guaimario IV principe di Salerno); Guglielmo ereditò tutti i possedimenti di Guido nel Principato di Salerno e combatté contro il successore di Guaimario, Gisulfo II, le cui terre occupò fino a lasciare ben pochi possedimenti all’effettivo Principe di Salerno. Devo precisare però che alcune cose scritte in Wikipedia sono errate perche dopo l’assassinio di Guido, fratello di Gisulfo II, da parte di Guimondo dei Mulsi, suo fidato, Guglielmo (I) non riuscì ad ottenere la vasta contea di Policastro, che fu assegnata a Landolfo, fratello di Guido e di Gisulfo II. Guglielmo entrò quindi in conflitto anche contro il fratello Roberto, quando questi venne in aiuto di Gisulfo che gli aveva promesso in moglie sua sorella Sichelgaita di Salerno. Le relazioni tra i fratelli si appianarono poi in seguito. Ereditò inoltre la Capitanata da Malgerio, che morì tra il 1054 ed il 1060. Nel 1067 fu scomunicato al Concilio di Melfi insieme a Turgisio di Sanseverino e Guimondo de Moulins, per aver rubato le proprietà della Chiesa di Alfano I, arcivescovo di Salerno. Quello stesso anno si recò a Salerno per riconciliarsi con il Papa Alessandro II. Secondo alcune fonti morì nel 1080. Alla morte lasciò i possedimenti nel Principato di Salerno al suo figlio maggiore, di nome Roberto, mentre lasciò la Capitanata al fratellastro Goffredo (secondo Malaterra in segno di amore fraterno). Fu sepolto nella chiesa della Santissima Trinità di Venosa. Il terzogenito, Riccardo, partecipò alla prima crociata e fu, dal 1104 al 1108, reggente della contea di Edessa in terrasanta. Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi a dopo la morte di Umfredo, in proposito scriveva che: Più apertamente Guglielmo del Principato e i suoi erano assistiti da Guido di Conza, il quale, indignato per l’assenso dato dal principe alle nozze di Sighelgaita senza il suo parere, cercò di controbilanciare l’evento dando in moglie una sua figliuola al conte del Principato. Il persistere da parte di quest’ultimo nel rifiuto d’obbedienza, riaccese gli scontri tra i due Altavilla. Certamente Guglielmo avrebbe perduto l’altro territorio se Gisulfo, ritenendolo più profiquo politicamente ed economicamente, non si fosse riappacificato con il conte del Principato (26) prima di cominciare a tergiversare sull’epoca delle nozze e sulla consegna della dote della sorella.”. Ebner, a p. 87, nella sua nota (26) postillava che: “(26) Amato, IV 25: “Et Guillerme fu fait chevalier de Gisolfe; et lo prince Gisolfe lo fist son frere”.”. Piero Cantalupo (….), a p. 125 scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II “Esse, dopo il 1077, si estendevano tra il fiume Tusciano ed il golfo di Policastro e confinavano con le contee di Rota, di Conza e di Marsico, ma escludevano le contrade comprese fra il Sele, Magliano e l’Alento, che erano state le ultime a venire in potere ai nuovi dominatori. Un feudo dunque, di vastissima estensione, il cui centro politico fu Eboli, e che Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1). Ecc..”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (1) postillava che: “(1) G. Paesano, Memorie per servire alla storia della chiesa salernitana, II, 18 (a. 1090). Guglielmo d’Altavilla che sposò la figlia di Guido di Conza, portò unicamente il titolo di conte di S. Nicandro (S. Nicandro di Bari) e, sebbene ricevesse in feudo dal fratello Umfredo la contea di Principato (‘Duos itaque fratres suos comites fecit: Malgerium Capitanatae, Willelmum vero Principatu; GAUFREDI MALATERRAE, op. cit., I, 16, p. 16), non ne portò il titolo comitale, come risulta da R. GUARNA (Chronicon, cit., ad an. 1075):…..Willelmus, comes de Sancto Nicandro, pater Roberti, comitis de principatu.”. Il Cantalupo, proseguendo nelle sue note ci parla degli anni seguenti che ora non si trattano. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 200, in proposito scriveva che: Ruggero inizialmente segui’ il Guiscardo nelle conquiste, fino a quando i loro rapporti non furono incrinati da interessi e gelosie. Per questo nel 1058 prestò la sua opera al fratello Guglielmo, il famigerato “Braccio di Ferro”, già padrone di vasti territori a sud di Salerno (14).”. Qui però il Campagna confonde Guglielmo detto braccio di Ferro con il Guglielmo conte del Principato fratello di Ruggero perchè figli della stessa madre Fresenda. Il Campagna, a p. 200, nella nota (14) postillava che: “(14) Guglielmo d’Altavilla, che aveva sposato la nipote di Guaimario di Salerno, la figlia di Guido, il duca di Sorrento, avrebbe dovuto dividere i territori occupati e da occupare in tante baronie, secondo il volere del potente signore salernitano.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a pp. 83-84, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: dal Tusciano all’oltre Sele, da Eboli al mare; senza enumerare quelli dipendenti direttamente dal castello di Sicignano, dove Guglielmo aveva posto la Curia.”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II.”.

Nel 1058, la terribile carestia che arrivò in Calabria

John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a p. 135, in proposito scriveva che: Ma questo giovane era destinato a ben altro che una vita di brigantaggio e ripercorrendo all’indietro la storia ci accorgiamo che il momento decisivo per lui, dopo il suo arrivo in Italia, fu l’anno 1058, quando una terribile carestia colpì tutta la Calabria. I normanni stessi furono causa di tanto disastro; la terribile tattica, da loro impiegata, della terra bruciata fece sì che per sterminare zone non vi fosse più né un albero d’ulivo né un campo da coltivare.”. Julius Gay (…), nel suo ultimo capitolo V, avendo egli scritto nel 1917, pur non conoscendo le antiche pergamene greche dell’Archivio Aldobrandini (…), scoperte e pubblicate da Pratesi (…), nel 1958, scriveva che intorno all’anno 1058, nella Calabria conquistata dal Guiscardo “E’ per la Calabria, un’epoca di miseria e d’anarchia, che ricorda i tempi delle invasioni saracene. Nel 1058 una terribile carestia, causata da eccezionale siccità, dalle devastazioni dei Normanni e dall’abbandono delle terre, desola il paese.”. La notizia viene dal cronista Goffredo Malaterra. Infatti, Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 73 (Libro I), in proposito scriveva che: “Cap. XXVII. In Calabria scoppia una terribile carestia. Nell’anno 1058 una grandissima rovina, e più precisamente, come si deve credere, il flagello dell’ira di Dio scagliato dal cielo a punizione dei peccati, devastò tutto il territorio della Calabria nello spazio di tre mesi, e cioè marzo, aprile e maggio…..Da una parte infatti infieriva la spada dei Normanni, a cui pochi riuscivano a sfuggire; dall’altra la fame, esauritesi le forze degli individui, infuriava prostandone i corpi; e infine un terzo disastro, ecc…”. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), e scrive: “Il monastero di San Nicola di Donnoso, annota Russo, «registrò un progressivo incremento dei propri beni fondiari, al punto da non risentire degli effetti delle depredazioni normanne, né della grande carestia del 1058. È questo un aspetto di non secondaria importanza che rafforza maggiormente la convinzione della potenza, anche economica, del monastero di San Nicola di Donnoso e della brama di venirne in possesso da parte dei Normanni e delle organizzazioni religiose latine. Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». Dunque, il Colombaro ci parla della grande carestia che colpì la Calabria Bizantina in quegli anni e del racconto stesso del Malaterra.

Tra il 1059 ed il 1061, Roberto il Guiscardo conquistò la Calabria bizantina

Da Wikipidia leggiamo che nei vent’anni successivi fu impegnato in una formidabile serie di conquiste e annessioni nel Sud Italia e in particolare in Calabria, per poi passare a guadagnarsi il dominio sulle terre siciliane, assieme al fratello Ruggero I. La prima campagna d’espansione di Roberto il Guiscardo era cominciata poco prima, nel giugno del 1059, in coincidenza con l’apertura dei lavori del Concilio di Melfi. Roberto si pose a capo di un esercito e marciò sulla Calabria, compiendo così il primo tentativo di sottomissione di quella provincia, ancora saldamente in mano bizantina, dai tempi della campagna di Guglielmo Braccio di Ferro e Guaimario IV di Salerno. Recatosi a Melfi per ricevere l’investitura ducale del Mezzogiorno, fece rapidamente ritorno in Calabria, dove le sue armate tenevano sotto assedio Cariati. Al suo arrivo la città si arrese e prima dell’inverno anche Rossano e Gerace caddero nelle sue mani. Quando ormai ai Bizantini non restava che la sola Reggio, Roberto tornò in Puglia, dove cercò di rimuovere le guarnigioni greche dai castelli di Taranto e Brindisi (1060). Roberto il Guiscardo e Ruggero I di Sicilia. Tornato di nuovo in Calabria, si riunì al fratello Ruggero e si lanciò alla conquista di Reggio, caduta dopo un lungo e difficoltoso assedio al quale seguì la presa di Scilla, una cittadella fortificata in cui avevano trovato rifugio le guarnigioni reggine. A questo punto la strada verso la Sicilia era ormai spianata. Il primo attacco all’isola fu sferrato a Messina, contro la quale il Guiscardo inviò inizialmente un piccolo contingente, subito respinto dalle difese saracene. Non disponendo ancora di un esercito d’invasione adatto all’impresa, Roberto decise di prepararsi al rientro in Puglia, messa sotto attacco da un nuovo contingente bizantino inviato dall’imperatore Costantino X. Nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio e Roberto in persona fu richiamato in patria. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa. L’invasione della Sicilia ebbe inizio nel 1061 con la presa di Messina, espugnata con relativa facilità dalle forze congiunte di Roberto e Ruggero. Gli uomini del Guiscardo si appostarono nottetempo nei pressi delle guarnigioni e sorpresero le guardie saracene allo spuntare del mattino: quando le sue truppe raggiunsero la città, la trovarono già abbandonata. Roberto pose lì il suo quartier generale e provvide ad innalzare nuove fortificazioni, mentre stringeva un’inedita alleanza con l’emiro musulmano di Siracusa Ibn al-Thumna, rivale dell’emiro di Castrogiovanni, Ibn al-Hawwās. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…”. Orazio Campagna (….), nel suo “La “Regione mercuriense” etc….”, a p. 91, in proposito scriveva che: “Nel 1060 l’intera Calabria non era più sotto il dominio bizantino. Con l’avvenuta occupazione di Ruggero e di Roberto il Guiscardo, continuò, lenta, ma inesorabile, anche la latinizzazione di gran parte dei monasteri basiliani.”.

Nel 1059, il Ducato di Puglia e di Calabria di Roberto il Guiscardo

Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III riferendosi a Roberto il Guiscardo dopo la morte del fratellastro Umfredo, duca di Puglia, nel 1057, in proposito scriveva che: …..si fece acclamare “conte dei Normanni” facendo poi della contea di Puglia un ducato nel 1059: “germe di discordia che minacciava mutarsi in guerra civile”, commenta M. Schipa. Ecc…”. Il Ducato di Puglia è una signoria normanna affidata per la prima volta al cavaliere Roberto il Guiscardo della famiglia Altavilla e costituita come entità territoriale come conte di Puglia, nella quale i normanni amministrano giustizia e battono moneta per privilegio pontificio nel 1059 nei territori corrispondenti alle attuali regioni Puglia, Basilicata e parte orientale e meridionale della Campania (dunque il basso Cilento). Il titolo di Duca di Puglia fu spesso unito a quello di Duca di Calabria e come tale rimase fino a quando i due ducati furono uniti alla Contea di Sicilia con Ruggero II per formare il Regno di Sicilia. Nell’estate dell’anno 1059 la Contea di Puglia si trasforma in Ducato come entità territoriale ben definita. Durante il primo concilio di Melfi, infatti, il pontefice Niccolò II, fermo restando la capitale a Melfi, nomina Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria mediante accordi presi con il Trattato di Melfi e perfezionati con il Concordato di Melfi.

Nel 1059-60, Roberto il Giuscardo distrusse POLICASTRO e portò i prigionieri a ripopolare i paesi della Calabria

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI e, prima della caduta dell’ ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. La notizia tratta dal Laudisio che alcuni paesi, sono sorti all’epoca del primo Roberto il Guiscardo che, nel 1059-60 ordinò che le famiglie scampate alla sua furia distruttrice di alcuni centri della Calabria inferiore. Da Wikipidia leggiamo che il normanno Roberto il Guiscardo, nel 1056, compì una spedizione contro il longobardo Gisulfo II di Salerno, poi conquistò Cosenza e una parte della Calabria. Raggiunse, quindi, a Melfi il fratellastro Umfredo, che era in fin di vita. Nella nostra bibliografia antiquaria però è riferita la notizia di una distruzione di Policastro da parte del Guiscardo intorno all’anno 1065 e non del 1056. ll cap. XXXVIII del libro II del cronista Goffredo Malaterra (….), ci parla dell’assedio di Rogerto il Guiscardo che, nell’anno 1065 assediò Policastro e subito dopo la località detta Aiello. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a pp. 157-158 (Libro II), in proposito scriveva che: “Cap. XXXVIII. Roberto il Guiscardo assedia Aiello. Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e qui li fece risiedere. Prima di dirigersi a Palermo, e di fissare gli accampamenti lì vicino sul “monte delle tarantole”, Roberto assieme a Ruggero aveva espugnato e costretto sotto il suo dominio il castello di Rogel (69) nel territorio di Cosenza. Nello stesso anno, sempre in quella zona, il Guiscardo decise di attaccare un castello nella località detta Aiello e per quattro mesi vi pose l’assedio. Gli abitanti peraltro, ecc……Ruggero figlio di SCOLCANDO, trafitto da un dardo, venne sbalzato da Cavallo; anche GILBERTO suo nipote, nel tentativo di aiutarlo ….e così entrambi furono uccisi. Egli dispose quindi che i loro corpi venissero seppelliti a Sant’Eufemia (70), dove da poco era stata eretta un’abbazia in onore di Maria santa madre di Dio.: alla stessa chiesa fece anche pervenire, a suffragio delle loro anime, i cavalli ecc…Il Guiscardo….ricevette inoltre il castello, da loro sgombrato, e ne dispose a suo piacimento.”. Il Lo Curto (….), a p. 159, nella nota (69) postillava che: “(69) Forse l’attuale Rogliano, in provincia di Cosenza”. Il Lo Curto, a p. 159, nella nota (70) postillava che: “(70) L’odierna Sant’Eufemia d’Aspromonte”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, in proposito scriveva che: Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc…”. Al fenomeno migratorio di molte famiglie del golfo scampate alla furia del Guiscardo fa riferimento anche Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro dopo lo scisma del 14 luglio 1054, in proposito scriveva che: …..nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Ecc…. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Dunque, secondo Pietro Ebner e “come ricorda Goffredo Malaterra”, dopo l’anno 1054, in alcuni piccoli paesi dell’entroterra e alle pendici del Monte Bulgheria, vi erano delle “tribù slave” che, sempre secondo l’Ebner, furono assoldate “come milizie” da Roberto il Guiscardo. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Tribù slave assoldate da Roberto il Guiscardo per far cosa, non è dato sapere. Sappiamo che Roberto il Guiscardo in quegli anni conquistò gran parte dei possedimenti bizantini in Calabria ed è probabile che si servì dei Bulgari che vivevano alle pendici del monte Bulgheria. Pietro Ebner, dunque, ci parla di un fenomeno migratorio al contrario, ovvero ci parla di monaci provenienti dalle cittadelle monastiche della Calabria bizantina e sotto l’egida del Guiscardo che si recarono alle falde del “Mercurion”. La prima notizia della distruzione di Policastro da parte del Guiscardo e del trasporto dei suoi abitanti a Nicotera, in Calabria, ci viene dal barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, che, a p. 416, parlando di Policastro scriveva che: “Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV, allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi Cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel lib. 2: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV (I) Policastrum destruens, incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, bospitari fecit.”. L’Antonini, a pp. 416-417 riportava il passo di Goffredo Malaterra (….). Antonini scriveva che Roberto il Guiscardo distrusse Policastro nel 1065 e trasportò i suoi abitanti a “Nicotrum”. Antonini trae la notizia dal libro 2° di Goffredo Malaterra (….), che scriveva che: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV (I) Policastrum destruens, incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, bospitari fecit.”. L’Antonini, a p. 416, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Appunto cinquant’anni prima, cioè nel 915 era stata saccheggiata la città da Saraceni d’Acropoli e da que’ di Camerota, come si ha dal citato ‘Manoscritto del Marchese di S. Gio: ove parlandosi della distruzione di Pesto nel fol. 121 si leggono le seguenti parole: ……”.Dunque, l’Antonini, riguardo la notizia del saccheggio di Policastro nel 915 dei Saraceni di Agropoli e di Camerota traeva la notizia dal manoscritto del marchese di San Giovanni (….), di cui ho già parlato in precedenza. Antonini aggiunge la notizia che le famiglie scampate alla distruzione di Policastro, dice nell’anno 1065, fosse tratta da un passo del Malaterra. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Policastro, a p. 332, nella sua nota (18), postillava che: “(18) Giustiniani, cit., VII, Napoli, 1804, p. 224 e s.”. Infatti, il Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli’, Napoli, 1802, vol. vol. VII, pp. 226-227 parlando di Policastro, scriveva: “E infatti nel 915 fu saccheggiata dà ‘Saraceni’, come si ha dal MS del Marchese di S. Giovanni (4). ‘Roberto il Normanno’ la distrusse nel 1065. Scrive ‘Goffredo Malaterra (5): Anno vero Dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit, adducens, hospitari fecit Ruggieri la riedificò poi, ma non saprei se egli ancora l’avesse tutta murata con un forte castello dalla parte superiore.”. Dunque, anche Lorenzo Giustiniani ricorda il passo del Malaterra e scrive che i cittadini di Policastro, nell’anno 1065 (mette anno 1065 perchè l’Ughelli aveva parlato della sua distruzione in quell’anno), furono trasportati a nicotera in Calabria. Dunque, l’Antonini riportava il passo del libro II della chronicon di Goffredo Malaterra, che era gia stato citato dal Mannelli. Il Malaterra scriveva che: “Nell’anno dell’Incarnazione di nostro Signore 1065 (I) distrusse Policastrum, vi condusse tutti gli abitanti presso Nicotrum, che fondò nello stesso anno, e li fece ricoverare.”. Dunque la notizia della distruzione di Policastro nell’anno 1065 e della traduzione a Nicotera degli abitanti superstiti di Policastro, fatti prigionieri dal Guicardo è tratta da un passo della cronaca del Malaterra. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto, proveniva dal cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (….).  Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (19) postillava che: “(19) I. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin depuis l’evenement de Basile I iusq’à la prise de Bari, par le Normands (867-1071), Firenze, 1917, p. 491..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli ecc…’, nel suo vol. II, a p. 332 parlando di Policastro e riferendosi e citando il “manoscritto del marchese di S. Giovanni” (….), in proposito scriveva che: “…,ricorda quella della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera) scrive il Gay (19).. Ebner, nella sua nota (19) postillando fornisce due notizie. La prima è tratta dal manoscritto del marchese di San Giovanni (…), forse il marchese di Calatrava Marcello Bonito, che riguarda la distruzione di Policastro nell’anno 915. L’altra notizia è quella che ricorda quella della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060″ , notizia tratta da Julius Gay (….), nel suo “L’ Italia meridionale e l’impero bizantino. Dall’avvento di Basilio I alla resa di Bari ai Normanni (867-1071)”, sosteneva che Roberto il Guiscardo, attaccando e distruggendo Policastro nel 1059-1060 trasportò gli abitanti a Nicotera”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (19) postillava che: “(19) I. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin depuis l’evenement de Basile I iusq’à la prise de Bari, par le Normands (867-1071), Firenze, 1917, p. 491..”. Si tratta dello storico francese Guilio Gay, che nel suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, Paris, 1904, scriveva a p. 491:

Gay, p. 524

(Fig…) Gay J., edizione francese, Paris, 1904, p. 524

Il Gay, a p. 524, in proposito scriveva che: “La ville de Policastro – sur la còte de Lucanie – est detruite, et les habitants sont transportés à Nicotera. Des prisonniers siciliens viennent former la garnison de la fortesse de Scribla, l’une des premières que les Normands aient fondées dans la vallée du Crati (3).”, che tradotto significa che: “Il paese di Policastro – sulla costa lucana – viene distrutto e gli abitanti vengono trasportati a Nicotera. I prigionieri siciliani vengono a formare il presidio della fortezza di Scribla, una delle prime che i Normanni fondarono nella valle del Crati (3).”. Il Gay, a p. 524, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Gaufred. Malaterr., II, 36, 37.”. Giulio o Jules Gay (…), nel 1917, nel cap. V, a p. 386 ‘L’Italia meridionale e l’Impero Bizantino’, presentazione a cura di Antonio Ventura, sulla scorta del cronista del tempo Goffredo Malaterra (…), parlando della conquista della Calabria da parte dei due fratelli normanni Ruggero e Roberto il Guiscardo, leggiamo che: “Per affermare il suo dominio, il duca di Calabria costituisce qua e là delle colonie militari; usando gli stessi procedimenti dei generali bizantini nelle loro campagne in Asia, trasferisce da un punto all’altro centinaia di prigionieri, e qualche volta la popolazione intera di una città ridotta in cenere. La città di Policastro sulla costa lucana è distrutta, e gli abitanti sono trasportati a Nicotera. Dei prigionieri siciliani vengono a formare la guarnigione di Scribla, una delle prime che i Normanni abbiano fondato nella Valle del Crati (16).”. Julius Gay (…), nella sua nota (16), postillava che la notizia era tratta da: “(3) Goffredo Malaterra, II, 36, 37.”. Dunque, il Gay, per questa notizia su Policastro, la sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo e la notizia che gli abitanti vennero trasportati a Nicotera in Calabria, fa riferimento alla cronaca medioevale di Goffredo Malaterra. Come vedremo innanzi, anche il monaco agostiniano Luca Mannelli trae le sue notizie su Policastro dalla cronaca di Goffredo Malaterra (….). Lo cita Pietro Ebner, nella sua nota (9), vol. II a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Infatti, il cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, scriveva che: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.” che tradotto significa: “Nell’anno dell’Incarnazione di Nostro Signore 1065, distrusse Policastro e fece alloggiare tutti gli abitanti a Nicotera, che fondò nello stesso anno prima del….”. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. Il cronista dell’epoca Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, nel suo Libro II, parla e ci racconta di Policastro , Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, p. 156 e s. Si veda pure: ‘Viene costruito un castello a Petralia’, Libro II, Cap. XXXVIII, p. 159. Il monaco benedettino, Goffredo Malaterra, nel XI secolo, scrisse il suo regesto ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’ e, secondo la traduzione curata da Vito Lo Curto (…), nel suo capitolo dedicato a “Roberto il Guiscardo assedia Aiello”, scriveva: Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit”, che tradotto significa: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e quì li fece risiedere. Prima di dirigersi a Palermo, ecc…”. Il Lo Curto (…), a p. 157, nella sua traduzione del Malaterra (…), scriveva in proposito che: “Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1065 il Guiscardo, distrutto il castello di Policastro, ne condusse tutti gli abitanti a Nicotera, che aveva fondato quell’anno, e qui li fece risiedere.”. Dunque, il Malaterra (…), parlava di una distruzione di Policasto nell’anno ‘MLXV’ (a. 1065), come pure l’Ughelli (…), mentre il Gay (…), riferisce ad una prima distruzione di Policastro, nell’anno 1059-60 (almeno così scriveva l’Ebner): La città di Policastro sulla costa lucana è distrutta, e gli abitanti sono trasportati a Nicotera.” La notizia di una prima devastazione di Policastro ci viene anche da Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel 1700, nel suo “Trattato historico-legale etc….”, che però ci parla dell’anno 1065, e non dell’anno 1055. Infatti, il Di Luccia (….), a p. 8, in proposito scriveva che: “Hebbe questa Città diverse sciagure, mentre dell’anno 1065. fù distrutta da Roberto il Giuscardo acciò li suoi habitatori fossero andati ad habitare nella Terra di Nicotro fondata da esso nel medesimo anno, ecc…”.

Di Luccia, p. 8

Dunque, anche Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel 1700, riportava la notizia della distruzione di Policastro da parte del Guiscardo e, sebbene volesse che ciò fosse accaduto nell’anno 1065, egli scriveva anche l’altra notizia che “acciò li suoi habitatori fossero andati ad habitare nella Terra di Nicotro fondata da esso nel medesimo anno”. Il Di Luccia voleva che gli abitanti di Policastro, dopo la distruzione di Policastro da parte del Guiscardo andarono a ripopolare il centro calabrese fondato dal Guiscardo. Il Di Luccia lo chiama “Nicotro”. Dunque, il Di Luccia confermava il fenomeno del movimento migratorio che dai piccoli centri della Lucania molte famiglie venivano tradotte con la forza nei piccoli paesi della Calabria, come quello di Nicotera che, secondo il Di Luccia era stato fondato dallo stesso Roberto il Guiscardo. Proprio l’esatto contrario del racconto che fece il Laudisio (…) e, prima di lui il Barrio (…). Il racconto del Malaterra (…), è affidabile in quanto egli fu diretto testimone di alcuni fatti narrati. La notizia, verrà poi citata dal Di Luccia (…), forse sulla scorta della ‘Sicilia Sacra’ del Pirro (…) affermava che ” Policastro, nell’anno 1065, fu distrutta da Roberto il Guiscardo acciò li suoi abitanti fossero andati ad abitare nella Terra di Nicotro, fondata da esso nel medesimo anno e riedificata poi in tempo di Re Ruggero ecc…”. Forse si trattava del paese di Nicastro in Calabria che, il Malaterra chiama ‘Nicotrum’, e che il Roberto il Guiscardo, nel 1065 aveva punito i suoi abitanti, ma la notizia riportata dal Laudisio (…) è esattamente opposta a quella del coevo monaco benedettino Malaterra. L’episodio della distruzione di Policastro (a. 1065), ci è narrato dal Malaterra (…), nel suo libro II, e poi ripreso più tardi dall’Ughelli (…) e citato nel manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (…), ovvero la sua “Lucania sconosciuta”. Per il Manoscritto del Mannelli, si veda pure: Rocco Gaetani (…), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (…), nel suo testo, cita la notizia di ‘Nicotro’ e, dice che la notizia è stata tratta dal Mannelli dal manoscritto del Malaterra. Rocco Gaetani (…), nel suo: ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli ecc..’, sulla scorta del Mannelli (…), riguardo la notizia della distruzione di Policastro da parte dei Normanni (tratta dal Malaterra (…) “Libro II, cap. 37″), la confuta e dice che non doveva riferirsi a Policastro il Malaterra quando riportava la notizia che il Guiscardo faceva ripopolare ‘Nicotrum’Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo ‘Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco’, a pp. 23-24 riportando il testo del Mannelli, in proposito scriveva che: “Scrive Goffredo malaterra, celebre scrittore de’ prime imprese de’ Normanni in questi paesi, che Ruberto Guiscardo nel 1065, dishabitasse Policastro, trasportandone i cittadini a popolare Nicotera, da lui edificata. Anno Dom. Incarnat. MLXV. Policastrum castrum dustruens incolas omnes Nicoteram, quod ipso anno fundavit, adducens, ibi hospitari fecit (1)“. Il Gaetani, a p. 24, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Malat. Libro 2, n. 37.”

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(Fig….) Luca Mannelli o Mandelli (….), la ‘Lucania sconosciuta’, ms.,

Il Mannelli però confutava la tesi secondo cui il “Policastro” ed il “Nicotera” del Malaterra si potesse riferire al nostro Policastro oggi Bussentino. Addirittura il Mannelli e pure il Gaetani, confuta la tesi della distruzione di Policastro nell’anno 1065 da parte del Guiscardo. Il Malaterra, nel suo manoscritto, ci parla di un ‘Policastri’. Il Gaetani, sempre riportando il testo del Mannelli, a p. 24 aggiungeva che: “Ma questo non parmi si possa intendere del nostro Policastro, ma d’un altro di simil nome, il quale hoggigiorno così vien detto nella Provincia di Calabria inferiore, dove ancora Nicotera è situata.”.

gaetani, p. 24

(Fig….) Gaetani Rocco, op. cit., pp. 24

Infatti, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento” parlando di Agropoli e del Cilento, la “bricia” longobarda in quel periodo, a p. 118, nella sua nota (2) postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro. La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Dunque, il Cantalupo, citava Carlo Carucci (….), ed il suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, p. 277. Dunque, il Cantalupo cita Carlo Carucci (….) e postillava che: “(2) C. Carucci (op. cit., p. 277) afferma erroneamente che i Normanni distrussero Policastro”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno ed altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli per sollecitare aiuti contro i Normanni dall’imperatore bizantino (3), perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la Contea di Principato (1) ecc…”. Dunque, Carlo Carucci riportava la notizia della distruzione di Policastro ma non scriveva nulla sulla traduzione dei suoi abitanti. Il Cantalupo scriveva pure che la notizia della distruzione di Policastro, data dal Carucci era errata perchè, scrive il Cantalupo, La notizia, probabilmente mal desunta da un passo del MALATERRA, come già l’Antonini (op. cit., p. 416, dove è riportato il testo) è invece da riferirsi alla distruzione avvenuta nel 1065, di Policastro in provincia di Catanzaro; cfr. P. Natella/P. Peduto, Pixous-Policastro, cit., p. 512.”. Dunque, il Cantalupo, citando la notizia dell’Antonini e del Malaterra, si riferisce a ciò che avevano scritto i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”. Infatti, i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (….), nel loro “Pixous-Policastro”, a pp. 511-512-513, in proposito ai Normanni scrivevano che: Secondo il Mannelli, nel 1065, Roberto il Guiscardo distrusse – è la terza notizia in merito – Policastro e portò i suoi abitanti superstiti ad popolare Nicotera: la notizia però non è accettata dallo stesso Mannelli (69), giacchè le cronache si riferiscono non alla nostra città ma ad una Policastro sita nel Comune di S. Donato di Ninea in Prov. di Catanzaro.”. I due studiosi, però si riferivano all’anno 1065 e non all’anno 1059 come scriveva Ebner. Inoltre, i due studiosi ricordavano il manoscritto del monaco agostiniano Luca Mannelli (….), scrivendo che la notizia secondo cui gli abitanti di Policastro furono portati prigionieri a Nicotera, paese della Calabria, era stata tratta dal manoscritto di Luca Mannelli. Infatti, i due studiosi, a p. 512, nella loro nota (69) postillavano che: “(69) L. Mannelli, Lucania sconosciuta, ms. cit.”. Dunque, i due studiosi Natella e Peduto ed il Cantalupo, in seguito, opinavano sulla notizia tratta dal Malaterra e riferita in seguito dall’Antonini e sul passo del Malaterra riportato pure dal monaco Agostiniano Luca Mannelli. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a p. 123, parlando di Policastro e, del terribile Roberto il Guiscardo, scriveva che: “…assalì le città marittime e, nell’anno 1055, per vendicarsi del cognato Gisulfo II, ultimo dei Principi Longobardi di Salerno, che aveva donato al fratello Guido, Policastro ed altri castelli della valle dei Sanseverino, devastò e rase al suolo il fiorente centro bussentino (57). Fu in questa triste circostanza che i policastrensi superstiti, sbandati e senza tetto, lasciarono il suolo natio e si rifugiarono, lontano dal mare, sulle alture circonvicine, dove costruirono le loro case e si stabilirino la definitiva dimora.”. Il Guzzo (…), a p. 123, nella sua nota (57), postillava che: “(57) F. Palazzo, op. cit., p. 150.”. Probabilmente Angelo Guzzo si sbagliava quando scriveva che fu nel 1055, e non nel 1065 che Roberto il Guiscardo distrusse Policastro. Infatti, Angelo Guzzo citava Ferdinando Palazzo che si rifaceva al testo di Pietro Marcellino Di Luccia (….). Ferdinando Palazzo (…), però, a p…, sulla scorta del ‘Trattato historico-legale’ di Pietro Marcellino Di Luccia (…), scriveva che: “…,seguì nell’anno 1065 la funesta devastazione di Policastro di Roberto il Guiscardo, il quale, con la ferocia di Attila, distrusse ‘ab imis’ la ridente Metropoli, lasciando senza tetto e senza pane i suoi infelici abitanti i quali furono costretti in gran parte a cercare rifugio sui monti circostanti (10).”. Il Palazzo (…), a p. 37 (v. nuova edizione), nella sua nota (10), postillava che: “(10) Di Luccia, op. cit., pag. 8.”. Dunque, il Palazzo (…), e poi pure il Cataldo (…), sulla scorta del Di Luccia (…), scrivevano che il Guiscardo aveva assalito e distrutto Policastro non nell’anno 1055, bensì nell’anno 1065. Il Laudisio (…), parlando delle invasioni longobarde, scriveva: “Fu allora che la città di Bussento cambiò nome e fu chiamata con un termine greco-latino Polycastrum, cioè insieme di molti castelli a causa dei numerosi castelli che le erano sorti attorno; oppure fu chiamata Polycastrum per l’imponente castello che la sovrasta, così che Paleocastrum, cioè antico castello, usando un termine che ha una certa analogia col termine Neocastrum (Nicastro), che significa nuovo castello.(…, p. 69). Forse esiste un’analogia con i due toponimi di ‘Paleocastrum’ e di ‘Nicastro’ o il ‘Nicotrum’ di cui parlava il Malaterra (…).

Il “Castellaro” a Capitello

Attaccato nel 1065 dal normanno Roberto il Guiscardo, il borgo di Policastro fu ulteriormente fortificato con l’innalzamento del vicino ‘Castellaro’ di Capitello (…). Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – discorsi’, parlando di Policastro e delle sue mura merlate, scriveva in proposito che: “Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV, allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando.”. Il Guzzo (….), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, a pp. 143-144, parlando di Capitello, accenna a questo edificio che si può intravvedere percorrendo la statale che porta a Policastro. Il Guzzo, scriveva che: “Alla sommità di una delle colline che fanno da corona al ridente centro balneare, sono i ruderi del cosiddetto “Castellaro”, un antico castello, costruito intorno al 1060, da Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero d’Apulia, figlio dello stesso Roberto (2).”. Il Guzzo, a p. 144, nella sua nota (2), postillava che: “P. Natella – P. Peduto, ‘Pixous-Policastro’, ecc.., op. cit., p. 483 e sgg.”. I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixous-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, a p. 483, ma ne parlano a p. 486, dove, parlando della posizione di Policastro, in proposito scrivono che: “In essa, presa dall’alto del castellaro di Capitello, paese poco distante (11) ci si avvede della situazione topografica del paese ecc…”. I due studiosi nella loro nota (11) postillavano che: “(11) Malgrado il toponimo, nulla ha a chè vedere con il castelliere nordico pre o protostorico. E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII. E’ ragionevolmente da identificare con uno dei castelli di Policastro presenti nella narrazione di Amato da Montecassino quando nel 1077, passarono in mano del Guiscardo (Cfr. Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, ed. V. De Bartholomalis, Roma, Fonti per la Storia d’Italia, 1935, pag. 371). Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana! Il termine ‘castellaro’, raro in Italia meridionale, è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. I due studiosi (…) che, nel 1973 pubblicarono l’interessante saggio su Policastro, influenzarono il saggio di Tancredi (…), ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, che fu dato alle stampe nel 1978, pochi anni dopo e che in copertina pubblicava la stessa identica foto del Golfo di Policastro, pubblicata dai due studiosi nel 1973, a p. 485. Il sacerdote, a quel tempo era bibliotecario della Diocesi e fu uno dei principali collaboratori dei due studiosi Natella e Peduto (…). I due studiosi, a p. 486, parlando del Castellaro di Capitello, scrivono che esso è indicato in una carta topografica della fine del 1600, esistente nell’Archivio di Stato di Napoli (Sez. Piante Topogr., carte XXXII, n. 2), carta oltremodo interessante giacchè dà con esattezza i termini del Golfo di Policastro, nomi ora perduti (vedi ad esempio il ‘Promontorio S. Maurizio’, le località ‘Romani’, Bibo ad Siccam odie ruin.’.).”. Secondo i due studiosi, la carta è del 1600. L’immagine che mostriamo è uno stralcio della carta corografica in questione e, riguarda la carta citata dai due studiosi. Non è una carta topografica come vogliono i due studiosi e non è una carta del 1600. Nella carta inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli, tra i centri di Policastro e Capitello, troviamo segnato un toponimo “Castellaro”, con l’immagine di un piccolo casale o guppetto di edifici. Questa carta, a cui ho dedicato ivi un mio saggio, è molto più antica del 1600. I caratteri utilizzati per la scrittura “gotica minuscola” ed il tipo di impaginazione della stessa, fanno ritenere che la carta in questione fosse molto più antica. Io credo che si tratti di una carta del 1400.

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(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…).

I due studiosi (…), parlando del castellaro di Capitello, scrivevano che: Pura invenzione è quella di G. Antonini (…), pp. 415-418, che indicò il Castellaro di Capitello come una costruzione romana!”. Il Barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, a p. 416, parlando delle mura di Policastro, in proposito scriveva che: “Fu situata alle radici d’una collina; e le mura, che non sono così antiche, si stendono sin presso il mare da una parte, e dalla parte superiore arrivano alla collina, sopra cui è posto un Castello, che oggi tutto in ruina, non ha in piedi altro che una Torre fatta di pietra di taglio nel MCCCXCII, da Jacopo Sanseverino, figlio del Conte di Potenza, siccome dall’Iscrizione che stà sulla porta di essa.”.

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(Fig…) Castello di Policastro – antico portale

“Un miglio fuori le mura, verso levante, si trova un avanzo di edifizio Romano, che mostra essere stato un tempio: Oggi il luogo chiamasi Castellaro. Era la città in molta considerazione nell’anno MLXV., allora che Roberto Guiscardo la distrusse, lontanissimo suoi cittadini trasportando. Goffredo Malaterra, senza dircene il motivo, così lo scrive nel libro 2: ‘Anno vero dominicae Incarnationis MLXV, ‘Policastrum’, ecc..ecc..”I due storici Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), nel loro ‘Pixus-Policastro’, parlando di Policastro in epoca medievale, citando il Mannelli (…), ed il Malaterra (…), volevano che le mura di Policastro (non del ‘Castellaro’), fossero state rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, il Gran Conte di Sicilia, fratello di Roberto il Guiscardo che, fece in modo che dopo la morte di Roberto, il suo dominio andasse al figlio Ruggero Borsa (Guzzo lo chiama Ruggero d’Apulia). Sia il Mannelli, che il Volpe (…), ritenevano la stessa notizia degna di ogni fondamento in quanto l’Ughelli (…), nel 1659, nella sua ‘Italia Sacra’, in “de Episcopi Polycastrensi”, alla sua nota (f), riguardo la Diocesi Paleocastrense, scriveva a p. 758, che: Robertus Normandus Dux, ann. Christi 1065 eam destrux, it quam Rogerius Rex magnificentius inde restituit, ac Comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit,….”, che tradotto significa: “il duca Roberto il Normanno, che nell’anno di Cristo 1065 distrusse Policastro, che ha accompagnato il titolo di Re Rogerio magnificamente restaurato e decorato Simeone diede a suo figlio un bastardo.”. Dunque, sulla scorta di Goffredo Malaterra (…), l’Ughelli prima e poi tutti gli altri, hanno giustamente scritto che, dopo la distruzione di Policastro nel 1065, da parte di Roberto il Guiscardo, in collera con il cognato Gisulfo II, le sue mura, fossero state ristorate e rinforzate da Ruggero I d’Altavilla, dopo la morte del Guiscardo, ovvero solo dopo il 1085. Le mura e le possenti fortificazioni di Policastro, importante testa di ponte e di difesa per il Regno per gli eserciti che venivano dalle Calabrie, come del resto gli stessi castelli della Valle di S. Severino e della rocca ‘Cilento’, erano sorte e furono state costruite già da molto tempo. Noi crediamo che le mura di Policastro, fossero state poderose e possenti già dal dominio dei Principi Longobardi che, dovevano contrastare i continui attacchi dei nemici Bizantini. Così pure lo stesso “Castellaro”, doveva essere una costruzione preesistente al tempo del Guiscardo. Del resto, come abbiamo visto, il cronista dell’epoca Amato di Montecassino e gl istessi versi del poeta Alfano I, Arcivescovo di Salerno, dimostrano che Gisulfo II, creando la Contea di Policastro, nel 1055, aveva donato al fratello Guido, i castelli della Valle di S. Severino. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel 1978, nel suo ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 24, parlando delle fortificazioni di Policastro, in proposito scriveva che: “Il castello bizantino aveva già quattro secoli di vita (59); forse era in cattivo stato e, per di più, non ispirava la fiducia del Guiscardo, attaccato com’era alla città, della quale doveva subire le sorti in caso di assedio. Perciò fu costruito, su una collina vicina, presso Capitello d’Ispani, un poderoso castello che dominava dall’alto tutta la contrada ed aveva fortificazioni che spingevano a 300 metri dall’ingresso. Le rovine erano imponenti e facilmente accessibili, hanno il nome di “Castellaro” (60).”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Natella-Peduto, op. cit.,  p. 508.”. Il Tancredi, a p. 24, nella sua nota (60), postillava che: “(60) Antonini G., op. cit., P. II, Disc. X, p. 416.”. Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia’, pubblicato nel 1997, a pp. 143-144, in proposito scriveva che: “Alla sommità di una delle colline che fanno da corona al ridente centro balneare, sono i ruderi del cosiddetto ‘Castellaro’, un antico castello, costruito intorno al 1060, da Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero d’Apulia, figlio dello stesso Roberto (2).”. Il Guzzo (…), a p. 144, nella sua nota (2), postillava: “(2) Natella-Peduto, op. cit, p. 483 e sgg.”. Ma come abbiamo già visto, i due studiosi scrivevano che: “E’ un castello, in parte diruto,  risalente, dalle attuali strutture, alla prima metà del XII sec. o alla fine del seolo XII.”, e non dicevano affatto ciò che sostiene il Guzzo (…), ovvero che questo castello diruto fosse fatto costruire nell’anno 1060 da Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, con il concorso di Ruggero Borsa (d’Apulia), figlio del Guiscardo.

Castello di Policastro, resti di una chiesa

(Fig…) Castello di Policastro- resti della Cappella comitale della chiesa del Castello

Nel 24 marzo 1058, la bolla di papa Stefano IX (Stefano X) e, le restaurate diocesi di Buxentum, Blanda, Marsico, Talao e Cassano Ionico

Nel 1831, mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), ristampato a cura di Gian Galeazzo Visconti, a pp. 70-71-72 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: Poi nel 1057 il pontefice Stefano X diede allo stesso Alfano, arcivescovo metropolitano, la facoltà di nominare, scegliere e consacrare dieci vescovi suffraganei, e fra questi il vescovo di Policastro (31). Ecc…”. Il Laudisio, a p. 12, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Lud. Ant. Mur., tomo I, Ant. Ital., diss. 5, col. 219 et seq.”. Dunque, il Laudisio (….), nella sua ‘Sinopsis’ citava Antonio Ludovico Muratori (…) e la sua “Antiquitates Italicae medii aevi”, tomo I, dissertazione 5, colonna 219 e seguenti. Infatti, il Muratori,

Murtori, Antiqu. , p. 219, tomo I

Biagio Moliterni (…) nel suo “Alfano, Pietro e la Diocesi di Policastro”, a pp. 5-6 riferendosi alla restaurata Diocesi di Bussento o Policastro Bussentino, in proposito scriveva che: “In quanto diocesi, essa compare per la prima volta nella bolla emanata il 24 marzo 1058 da papa Stefano IX (2), che la annoverò ta le suffraganee della metropolia di Salerno (3), mentre non figura affatto nell’analogo elenco che papa Leone IX aveva inserito nella bolla del 1051 (4). Pertanto la sua costituzione potrebbe risalire al periodo intermedio tra queste due date (5), benchè non manchi chi la ritiene già esistente in epoca anteriore (6) e chi, pur considerando suo atto fondativo la bolla papale del 1058, è del parere che la sua effettiva istituzione fosse avvenuta nel 1079. Ecc…”. Biagio Moliterni (…), a p. 5 in proposito a papa Stefano IX postillava che: “(2) Questo pontefice, eletto nel 1057 e morto nel 1058, è a volte indicato come Stefano X. La discordanza è dovuta al fatto che ad un suo predecessore, Stefano II, eletto papa nel 752 e morto prima di essere incoronato, non fu riconosciuto il titolo. Tuttavia alcuni studiosi lo considerano papa a tutti gli effetti, determinando così l’aumento della numerazione dei pontefici successivi che scelsero di chiamarsi con il suo stesso nome.”. Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (3) postillava che: “(3) P. Ebner, Chiesa baroni e popolo nel Cilento, Roma, 1982, vol. II, p. 332, nota 20, riporta uno stralcio della bolla del 1058, emanata appena nove giorni dopo la nomina di Alfano I a metropolita di Salerno, al quale il pontefice rivolse queste parole: “…..”. Infatti, Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 332-333, parlando di Policastro Bussentino, in proposito alla ricostruita Diocesi Bussentina scriveva che: “Il 22 ottobre del 1067 (20) l’arcivescovo Alfano di Salerno, con i poteri conferitigli (bolla 24 marzo 1058) da papa Stefano IX (ma X), ricostituì la diocesi di Policastro ampliandone i confini. Ecc…”. Ebner, a p. 332, nella sua nota (20) postillava che: “(20) La data è anticipata da quella riferita dal Laudisio cit., p. 14, per le mie ricerche, di cui vedi in ‘Pietro da Salerno’, cit., Nella sua bolla ad Alfano del 24 marzo 1058, il papa scrive: “Ad hoc licentiam et potestatem tuae fraternitati damus cum clero et populo etc…………………”. Ebner cita mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi della Diocesi di Polcastro”.

Nella bolla del 1058 trascritta da Pietro Ebner a p. 332 vol. II, le chiese sugfraganee della sede metropolita di Salerno sono: “Pestanensi civitate, et in civitate Consana et in civitate Acheruntina et Nolana, quoque et Cosentina, nec non in Bisianum et in Malvito, et in Policastro, et in Marsico, et in Martirano, et in Cassiano ecc..”. Dunque la bolla del 1058 citava le diocesi di Paestum, Marsico, Cassano Ionico, ecc.. Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (4) postillava che: “(4) ……

Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (5) postillava che: “(5) ………….

Il Moliterni a p. 6 nella sua nota (6) postillava che: “(6) …………..

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattoloscritto inedito “Notizie storiche su Policastro Bussentino” a pp. 16-17, parlando dell’ex ed antichissima diocesi di ‘Buxentum’ (Bussento) poi nel 1067 restaurata Diocesi di Policastro, in proposito scriveva che: “Dopo un vuoto di circa tre secoli appaiono altre notizie. Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di papa Stefano IX (Federico di Lorena). La sede vescovile di Salerno fu fondata nel 499 assieme a quella di Paestum; papa Benedetto VII nel 974, ad istanza del Principe Giovanni, la elevò a metropoli e vi designò l’Arcivescovo di nome Amato. Papa Giovanni XIV la confermò nel 984; papa Urbano II, con bolla del 1099, decorò l’Arcivescovo di Salerno col titolo di “Primate della Lucania”. Salerno ebbe molte diocesi suffraganee, tra cui Consa, Paestum, Bussento, Nola, Melfi, Lavello, Cava, Grumento, Marsico, ecc… Le più importanti (Consa e Amalfi) divennero arcivescovili nel 1087 e 987. – L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, ecc….”. Il Cataldo, a p. 124 pubblicò la trascrizione della bolla di papa Stefano IX.

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(Fig…..) Lettera di Papa Stefano IX ad Alfano I, Arcivescovo di Salerno, tratta da un dattiloscritto inedito di Biagio Cataldo (…..), p. 124, donatoci dall’autore

Come si può vedere nel documento trascritto e tratto dal dattiloscritto del Cataldo (…), papa Stefano IX, la bolla, nel 1058 scrive all’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I per la nomina dei nuovi Vescovi e la restaurazione delle nuove sedi vescovili, tra cui quella di Policastro e di Cassano Ionico. Come si può leggere nel documento trascritto da Biagio Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, a p. 124 (vedi Fig….), con la ‘bolla’ di papa Stefano IX ad Alfano I arcivescovo di Salerno, nel 1058 lo autorizzava a restaurare le antiche sedi episcopali di Paestum, Conza, Acerenza, Nola, Cosenza, Bisignano, Melfi, Policastro, Marsico e Cassano Ionico. Con la bolla del 1058, papa Stefano IX, scrive all’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I per la nomina dei nuovi Vescovi e la restaurazione delle nuove sedi vescovili, autorizzandolo a restaurare le antiche sedi episcopali di Paestum, Conza, Acerenza, Nola, Cosenza, Bisignano, Melfi, Policastro, Marsico e Cassano Ionico. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno. Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli nicendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo capitolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: ….fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica……..Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054………nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, assoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, vol. I, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ebner, Pietro da Salerno, cit., p. 11 sgg.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Ebner, a p. 376 del vol. I, nella sua nota (3) postillava che: “(3) I, 16”. Dunque, Pietro Ebner si riferiva a Paolo Diacono (….). Orazio Campagna (…) nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, che parlando della diocesi di Cassano, a p. 91 in proposito scriveva che: “Già nel giugno-ottobre 985, Benedetto VII, avea aggregato alla “Metropolia” di Salerno i vescovi suffraganei di Cosenza, Bisignano, Malvito (58); nel 1058, Stefano IX vi aggregava Cassano (59).”. Il Campagna, nella nota (59)  p. 91 postillava che: “(59) F. Russo, Storia della Diocesi di Cassano Jonio, vol. 4, Napoli, 1964-1969.”. Poi sempre il Campagna a p. 91 scriveva che: “Lo stesso Guiscardo nel sinodo riformatore di Melfi, 23 agosto 1059, prestò giuramento di fedeltà alla chiesa romana, in qualità di “duca di Puglia e di Calabria” (60). Viene, così, spiegata la sopravvivenza di molte chiesette bizantine, ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, pubblicato nel 1982, a p. 218, parlando di Aieta, in proposito scriveva che: “Il territorio di Ajeta e di Tortora, ………In fase di latinizzazione del rito greco, Salerno era stata promossa sede metropolitana fin dal giugno-ottobre del 983 da Benedetto VII, che aveva reso suffraganee del vescovo Amato ex diocesi greche dell’Italia meridionale (95), dopo il 1067-1068, “Laeta” sarebbe stata aggregata alla Diocesi di Policastro (96).”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (93) postillava che: “(93) sull’uso del diritto misto ecc…ecc..”. Il Campagna (…) a p. 218, nella sua nota (95) postillava che: “(95) F. Russo, Regesto Vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974, pag. 46.”. Il Campagna (…) a p. 219, nella sua nota (96) postillava che: “(96) Nei primi dell’inverno del 1067-1068 (non nel 1070- o 1079 come si crede) Benedetto Alfano, arcivescovo di Salerno, nominò vescovo di Policastro il benedettino cavense Pietro da Salerno ecc..”. Dunque, il Campagna, anche sulla scorta di Ebner scriveva che con la Restaurazione della Diocesi di Policastro di cui venne nominato vescovo Pietro Pappacarbone, anche Laeta figura nei toponimi elencati nella “Bolla di Alfano I”.

Nel 1061, Ruggero I d’Altavilla sposò Giuditta d’Evreux

Da Wikipedia leggiamo che Ruggero fu inizialmente vassallo del fratello Roberto, duca di Puglia e di Calabria, come conte di Calabria, e stabilì la propria corte a Mileto, in Calabria. Proprio a Mileto, nel Natale del 1061, sposò la normanna Giuditta d’Evreux, figlia del conte Guglielmo d’Évreux e di Hadvise Géré. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a pp. 169-170 e ssg., in proposito scriveva che: “Qui trascorse il Natale; e qui gli giunse notizia che la fanciulla che aveva amato in Normandia, fin dalla prima giovinezza, si trovava ora in Calabria dove lo aspettava sperando, come aveva sperato sempre, di diventare sua moglia: la sua gioia fu grande. Giuditta di Evreux era figlia di uncugino germano di Guglielmo il Conquistatore. Quando i due giovani si erano conosciuti l’idea di un possibile matrimonio tra la fanciulla così altolocata e il più giovane e il più povero degli Altavilla, famiglia relativamente oscura, era impensabile; ma da allora molte cose erano cambiate. Una violenta lite era scoppiata tra il duca Guglielmo e Roberto di Grantmesnil, fratellastro e tutore di Giuditta e abate del grande monastero normanno di St. Evroul-sur-Ouche. In seguito a tale lite Roberto era fuggito insieme a Giuditta, al fratello e alla sorella di lei e ad undici monaci rimastigli fedeli; si diresse prima a Roma dove Roberto tentò di ottenere soddisfazione dal papa, proseguendo poi per raggiungere i suoi compatrioti nel Sud. Roberto il Guiscardo aveva fatto loro buona accoglienza. Bramoso di minare l’influenza dei monasteri greci in Calabria, incoraggiava l’insediamento di monaci latini ovunque possibile e aveva immediatamente fondato, dotandola riccamente, l’abbazia di Sant’Eufemia in Calabria, dove sarebbe stato possibile perpetuare le celebri tradizioni liturgiche e musicali di St. Evreul (6). Ma anche Ruggero aveva i suoi piani.”.

Nel 1062, GUGLIELMO D’ALTAVILLA, figlio di Fresenda e Tancredi, conte del Principato e la CONTEA DI PRINCIPATO confinante con la contea di Policastro

Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “I Normanni continuarono a rosicchiare terre del Principato. Si può parlare addirittura di smembramento di questo nel 1062 (25) se, ad esempio, l’autorità del principe era riconosciuta, come indicano i documenti cavensi, solo da Tresino a Laurana, in un territorio che va da Capaccio ai confini meridionali. Assume, quindi, attendibilità la notizia del Mazziotti, p. 31, sulla cessione fatta dal conte del Principato a Giovanni di S. Paolo del castello di Agropoli, parte delle terre toccate al fratello di Gisulfo. Senza dire che in molte terre del Principato (Capaccio, Trentinara, ecc…) il riconoscimento era solo nominale perchè i cugini di Capaccio del principe mantenevano relazioni più che ottime con i locali signori normanni, come si rileva dalle dalle anzidette pergamene. Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”. Pietro Ebner, a p. 87, nella nota (25) postillava che: “(25) Per i territori del Cilento nel periodo dipendenti da Gisulfo, v. Schipa, Storia, p. 220, no. 14.”. Ebner si riferiva al testo di Michelangelo Schipa, Storia del Principato Longobardo di Salerno, tipografia Giannini, Napoli, 1887. Infatti, lo Schipa, a p. 220 presentava il documento n. 14. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 380 parlando della situazione politica nell’anno 1066, ormai mutata, con la vicina “Contea del Principato” retta da Guglielmo d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e donatagli da Umfredo, l’imminente caduta del principe Gisulfo II, riferendosi al conte Guido di Policastro, in proposito scriveva che: L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella di Guido di Policastro, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo (si riferisce al fratello del Guiscardo), il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Ecc..”. Angelo Gentile (….), nel suo “Morigerati”, pubblicato nel……per i tipi di Palladio, parlando dei “Normanni”, in proposito a p. 45 scriveva che: “Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato avendone sposato il normanno la sorella Sichelgaita, aveva destinato questa città al fratello Guido, uomo valoroso e compagno d’armi di Guiscardo.”. Il Gentile, a p……, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci C., cit. pag. 278 sub nota 1.”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna”, a p. 277, in proposito scriveva che: “Inutilmente papa Alessandro IX scomunicò in un concilio tenuto a Melfi nel 1067 Guglielmo e Roberto Guiscardo per le terre usurpate a chiese e ad abbazie nel principato di Salerno e altrove (2), inutilmente Gisolfo si recò a Costantinopoli etc…., perchè i Normanni ben presto occuparono le terre del Cilento, vi distrussero Policastro e vi fondarono la ‘contea di Principato’ (1), occupando poi i castelli longobardi di Montoro fino a Rota e vi costituirono una contea con a capo un tal Torgisio o Troiso, che fu il capostipite della nobile famiglia Sanseverino (2), restringendo il dominio di Gisolfo soltanto alle terre site tra Nocera e Cetara dalla parte di ponente e a quelle di Capaccio dal lato di levante (3) etc….”. Carucci, a p. 277, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Di queste usurpazioni abbiamo già parlato nel cap. IX”. Dunque, riepilogando riguarda alle affermazioni del Gentile che, in parte, si rifaceva al Carucci. Credo che Gentile errasse quando vuole che: “Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20), etc…”. Queste nostre terre non furono mai del tutto soggette a Umfredo d’Hauteville, fratello del Guiscardo ma esse furono assegnate dal principe longobardo Gisulfo II al fratello Guido che controllava i castelli longobardi della valle del Mingardo e la contea di Policastro. E’ molto probabile che il piccolo borgo di Morigerati, come pure tante altri della zona, fossero stati soggetti alla mensa vescovile di Salerno che in parte era sotto la diretta dipendenza dell’ultimo principe longobardo Gisulfo II. La questione relativa ai confini della “Contea di Principato”, non riguarda l’entroterra del Golfo di Policastro, la Valle del Mingardo, e l’area che risale verso il Vallo di Diano, e ancora tutta l’area che va verso la Lucania interna, ma riguardava la zona di Agropoli e di Capaccio. Umfredo nella nostra zona non ha mai avuto una sua diretta influenza. Voleva farlo con Guidemondo de Mulsi che in effetti uccise Guido nel 1077.

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo, il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui papa e Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano.”.

Nel 1062, Roberto il Guiscardo assediò Scalea ed il fratello Ruggero I d’Altavilla

Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni riferendosi a dopo la conquista della Calabria e riferendosi a Scalea, divenuta base operativa e sede di Ruggero I d’Altavilla scriveva che: Da questa base cominciò ad insediare i possedimenti del Guiscardo, che mosse contro Scalea con un grosso esercito. Assediò il fratello e, per recargli maggiori danni, cominciò a devastare gli oliveti e le vigne vicine. Proprio questo particolare ci dà un’idea della floridezza di Scalea nel primo periodo normanno. In primo luogo era già un castello fortificato in grado di offrire valida resistenza addirittura al più grande genio militare dell’epoca, Roberto il Guiscardo. Doveva, quindi, essere dotato di mura, torri e porte che in così breve tempo non potevano aver costruito i Normanni, ecc….Dalle parole di Goffredo Malaterra, quindi, possiamo desumere che Scalea già da tempo godeva di una fiorente condizione economica….Ecc..”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: Quando Roberto ne venne a Melfi, quarto Conte di Puglia, Ruggiero mal disposto contro di lui, entra nel paese di Calabria che il fratello diceva suo, e prende Scalea sul Tirreno: anzi avanza tanto per la regione basilicatese che viene a mettere a saccomanno ed incendii le campagne stesse di Melfi.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 69, in proposito scriveva che: “Cap. XXIV. Venutolo a sapere, il Guiscardo mosse l’esercito e si diresse all’assedio del castello di Scalea; devastò anche gli oliveti e vigneti, che si trovavano nei pressi della città. Guglielmo dal canto suo, …..per evitare di subire danni più gravi, e previo anche il parere dei suoi consiglieri, si allontanò da quel posto.”.

Nel 1062, Ruggero I d’Altavilla e Roberto il Guiscardo a DISKALIA (Scalea) e la firma del patto per la spartizione dei territori

Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e società nel Cilento medievale”, vol. I, a p. 142, nella nota (209) postillava che: “Ruggiero I (morto 1101) aveva già conquistato metà della Calabria quando ne ottenne il resto (a. 1052) da Roberto.”. Vito Lo Curto (…), nel suo “Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – introduzione, traduzione e note di Vito Lo Curto”, traducendo Goffredo Malaterra, a p. 75, in proposito scriveva che: “Cap. XXIX. Accordi di pace fra Roberto il Guiscardo e il fratello Ruggero. Venutone a conoscenza il Guiscardo, vedendo che stava per perdere la Calabria e che tutta la Puglia era percorsa da agitazioni, mandò emissari dal fratello Ruggero per farlo ritornare e stipulò la pace con lui concedendogli la metà di tutta la Calabria, a partire dalla cima dei monti di Nichifolo (31) e Squillace, sia per il territorio già acquisito che per quello che restava fino alla futura conquista di Reggio.”. Il Lo Curto, a p. 75, nella nota (31) postillava che: “(31) Non è possibile trovare una soddisfacente rispondenza geografica a questo nome”. Carmine Manco (…), nel suo “Scalea prima e dopo -Cenni storici”, a p. 24 scriveva che: “Nel contempo Ruggero e Roberto si riappacificarono e, nel castello di Scalea, firmarono il patto di spartizione della Calabria. In questo periodo la vita di Scalea era condizionata dagli umori e alle imprese di Ruggero e dei suoi successori”. Dunque, da Carmine Manco leggiamo che nel castello di Scalea, fatto ricostruire da Ruggero I d’Altavilla, si stipulò il nuovo patto dai due fratelli rivali ma uniti spesso nella conquista dei territori. Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riprendiamo ora il filo della narrazione e ritorniamo a Ruggiero assediato a Scalea. Dal momento che l’assedio si rivelava lungo ed estenuante, Roberto, da fine politico qual era oltre che esperto militare, comprese che se un avversario non poteva essere vinto con la forza, bisognava scendere a patti con lui. Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, che, con il titolo di conte di Scalea e Malvito, firmò alcuni documenti di cui il più antico è dell’anno 1083, ossia due anni prima della morte del Guiscardo. Comunque stiano le cose, la vecchia ‘Diskalia’, divenuta contea e ora pomposamente ribattezzata Scalea (ma si osservi che nella parlata locale ha conservato la forma ‘a Skalia’), continuò a prosperare per tutto il periodo Normanno e si trasformò nella più importante fortezza militare del Golfo di Policastro, base della flotta che controllava le rotte che collegavano il golfo di Napoli, la penisola Amalfitana e Salerno con la Calabria meridionale e soprattutto con la Sicilia. La nuova contea, dotata di territori ben più vasti di quelli dell’attuale Comune, confinava a nord-ovest con le terre degli Skulland, signori di Aieta, a sud-est con quelle dei conti di Avena, da cui in un secondo tempo si staccarono Papasidero, Orsomarso, Mercurio e Abatemarco, che più tardi si svilupparono come feudi indipendenti.”. Giacomo Racioppi (….), nel suo “Storia dei popoli della Lucania e Basilicata”, vol. II, a pp. 149 e ssg., in proposito scriveva che: Roberto che già volgeva in mente più vasti disegni, volle cedere in parte alle pretese del fratello; gli riconosce le conquiste che aveva fatte nell’estrema Calabria, e in ispecie la città di Mileto, che divenne capo del Comitato di Calabria; e così la pace è fatta tra loro. Quindi entra in nuovi accordi col principe di Salerno, che era necessario ecc…”. Sul sito del FAI leggiamo che il castello di Scalea, noto anche come ruderi del castello normanno, è un rudere di un castello costruito su uno sperone roccioso sul paese di Scalea, risalente al XI o al XII secolo. Rimangono visibili solo i muri perimetrali e una torre. Venne costruito nell’XI secolo come fortezza militare dai Normanni sui resti di una rocca longobarda e restaurato successivamente dagli Svevi, dagli Angioini e poi dagli Aragonesi. Durante la dominazione normanna, al suo interno si incontrarono i fratelli Ruggero e Roberto d’Altavilla per dividersi i territori calabresi. John Julius Norwich (….), nel suo “I Normanni nel Sud – 1016-1130”, a pp. 170-171, in proposito scriveva che: “L’anno 1062 incominciò bene, ecc…Il duca di Puglia ricominciava a farne delle sue. Sin dal 1058 si era impegnato a dividere in parti uguali le sue conquiste in Calabria con il fratello; da allora in poi però, indispettito per l’influenza sempre maggiore che andava acquistando Ruggero e temendo per la sua stessa posizione, si era rifiutato di mantenere fede alle promesse. Ruggero, per tutto il tempo che era stato impegnato in Sicilia aveva accettato, pur di mala voglia, il denaro che Roberto gli aveva offerto in cambio dei territori che gli sarebbero dovuti spettare, ma ora che si era sposato la situazione era diversa.”. Sempre il Norwich continuando il suo racconto, a p. p. 174, in proposito scriveva che: “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero dopo l’indecoroso alterco tra i fratelli. Sembra che la spartizione sia stata fatta in base ad un accordo per cui ogni città e castello veniva diviso in due zone d’influenza separate, impedendo così alle popolazioni di parteggiare per l’uno o per l’altro, qualora fossero sorte controversie. Tale sistema lascia pensare che la mutua fiducia non poggiava su basi troppo solide; ecc….Una cosa è certa: l’accordo permise a Ruggero di donare a Giuditta il ‘Morgengab’ che le spettava, e e a quelli della sua famiglia i beni terieri che si confacevano alla dignità della loro nuova posizione.”. Dunque, come scriveva il Norwich, con questo accordo  “Non è ancora ben chiarito come venne spartita la Calabria fra Roberto e Ruggero”. Secondo Amito Vacchiano (….), nel suo “Scalea Antica e Moderna – Storia e protagonisti dalle origini al settecento”, nel suo cap. II, a pp. 78-79, in proposito ai Normanni scriveva che: Riappacificatosi, dunque, con Ruggiero, gli lasciò Scalea e divise con lui le conquiste già realizzate in Calabria e quelle che si prevedeva sarebbero venute in futuro, specialmente dall’ormai matura conquista della Sicilia. Sembra, tuttavia, che con questa divisione Scalea entrasse a far parte dei possedimenti personali di Roberto il Guiscardo e poi di un suo figlio, Roberto detto Scalone o Scalione, ecc…”. E’ molto probabile che dopo la presa di Salerno da parte del fratello Roberto detto il Guiscardo, subentrarono nuovi accordi tra i due e Scalea passasse definitivamente al figlio di Roberto il Guiscardo, detto “Roberto detto Scalone o Scalione”. Infatti, le notizie che seguiranno ci fanno dubitare del possesso da parte di Roberto anche della non lontano Policastro che, pare, sia stata assegnata dal Duca Ruggero I d’Altavilla, futuro re di Sicilia al figlio Simone. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che: “Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo.”. Giovanni Credidio (….), nel suo “I Normanni in Calabria – Roberto d’Altavilla a San Marco Argentano”, a pp. 39 e ssg., in proposito scriveva che: “Intanto, una grande carestia affligge la Calabria: per le gravi difficoltà in cui versano, i calabresi cominciano a non pagare il tributo e a rifiutare il servizio militare mentre a Nicastro giungono a massacrare la guarnigione normanna. Il Guiscardo comprende che il diffondersi della rivolta rischia di vanificare quanto finora conquistato e si riappacifica con il fratello. La Calabria viene divisa in due zone di influenza e la linea di demarcazione è la via istmica che unisce i golfi di Sant’Eufemia e di Squillace: a nord della stessa è riconosciuto il dominio del Guiscardo ed a sud quello di Ruggero, che pone la sua base operativa a Mileto.”.

Nel 1065, Roberto il Giuscardo distrusse Policastro e portò i prigionieri a ripopolare i paesi della Calabria

Erano proprio gli anni in cui il normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, insieme ai suoi fratelli, iniziava ad impossessarsi di diversi territori della Calabria. Nell’anno 1058, il Guiscardo, sposerà la sorella di Gisulfo II, prinicipe longobardo di Salerno e, nel 1065, distruggerà per la seconda volta Policastro. La notizia secondo cui, alcuni paesi, nell’anno 1065, sono sorti in epoca Normanna, a seguito dell’ordine di Roberto il Guiscardo, dato ad alcune famiglie fuggitive da alcuni centri della Calabria inferiore che il Guiscardo aveva attaccato e distrutto. Rileggendo il testo di Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 (v. Visconti, p. 16 (…)), leggiamo che: “Turba graecorum plurima advenit ea tempestate in dioecesim, expulsa a duce Guiscardo ex Calabria et Apulia (47), ad abbatiam S. Johannis ab Epyro et ad alteram S. Coni Camerotae se confugiens, opera Calogerorum ecc…”, che tradotto è secondo il Visconti: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra Diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità  fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio (…), a differenza di quanto scrive il Cappelli (…), non parla di famiglie calabresi ma parla di “moltissimi monaci orientali”, cacciati da Roberto il Guiscardo. Il Visconti (…), nella versione del Laudisio (…), a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, ovvero postillava che la notizia della cacciata di molti monaci italo-greci dalla Calabria e dalla Puglia da parte del normanno Roberto il Guiscardo, era stata tratta da: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”. Bartolomeo Platina (…), nel suo capitolo: ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1593, a p. 170 parla della vita di papa Stefano IX e, sciveva che:

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(Fig…) Bartolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1593, p. 170

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: In questo periodo di Enrico III posto il padre di Enrico era morto sostituito, e Alessio Niceforo Foca succedette a Imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo aveva conquistato i greci, una grande battaglia, e Calabria a tutti di guidare, lasciando solo il modo di Greci, ai sacerdoti, che sono venuti anche ai giorni nostri, la lingua della penna veloce a casa con il loro carattere.. Stefano IX o X secondo una diversa numerazione, nato Frederic Gozzelon de Lorraine (in tedesco Friedrich von Lothringen) o Federico Gozzelon dei duchi di Lorena ed è stato il 154º papa dal 3 agosto 1057 alla sua morte avvenuta nel 1058. Il Platina (…), ci parla della conquista delle Calabrie da parte di Roberto il Guiscardo che sconfisse i greci (i bizantini) in una violenta battaglia contro l’Imperatore Niceforo Foca e, scrive pure che il Guiscardo lasciò: “….solo i sacerdoti greci, che erano in fondo alla nostra lingua preservano il suo carattere. accettare di essere diminuita.”. Nelle note del Visconti (…), vediamo che il Laudisio (…), traeva la notizia dal Platina (…), dove però si legge solo che Roberto il Guiscardo, aveva conquistato la Calabria ai greci (i bizantini) e che aveva lasciato di bizantino in Calabria solo i monaci ed i monasteri italo-greci che avrebbero preservato la lingua e le scritture greche. La notizia che alcuni paesi come Vibonati, fossero stati costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani” è del Cappelli (…), che ne parlava a p. 23 e a p. 323 del suo testo (…).  Oltre al Cappelli (…), la notizia delle famiglie calabresi, e non monaci come voleva il Laudisio (…), cacciate da Roberto il Guiscardo, è riferita nel 1848 (dopo il Laudisio), da Gaetano Porfirio (…) che, nella sua ‘Diocesi di Policastro’ (…), forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del suo coevo Laudisio (…), parlando del periodo storico che precedette la nomina di Pietro Pappacarbone primo vescovo della restaurata sede Paleocastrense, affermava che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da qui l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie.”. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), e scrive: “Al seguito dei Normanni era giunta nel Sud dell’Italia una moltitudine di monaci e abati che soppiantarono le istituzioni greche, lasciando che queste intraprendessero un irrimediabile processo di decadimento e precipitassero nel più completo abbandono. I monasteri mercuriensi finirono sotto la giurisdizione delle neo-istituzioni benedettine, le quali fecero subito man bassa dei loro possedimenti terrieri e si spartirono i codici miniati che sino ad allora avevano rappresentato il tratto distintivo e il motivo di vanto delle biblioteche monasteriali greche..

Nel 1 agosto 1067, nel sino di Melfi, Guglielmo (I) d’Altavilla, Torgisio e Guimondo dei Mulsi furono scomunicati da papa Alessandro II

Da Wikipedia leggiamo che nel 1067, Guglielmo (I) d’Altavilla, conte del Principato fu scomunicato al Concilio di Melfi insieme a Turgisio di Sanseverino e Guimondo de Moulins, per aver rubato le proprietà della Chiesa di Alfano I, arcivescovo di Salerno. Quello stesso anno si recò a Salerno per riconciliarsi con il Papa Alessandro II. In Wikipedia Guimondo dei Mulsi viene detto “Guimondo de Moulins”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 122, in proposito scriveva che: “Gregorio contro il Normanno potè solo rinnovare la scomunica nel febbraio del 1075.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc…”, a pp. 89-90, in proposito scriveva che: “Intanto Guglielmo del Principato e il suo milite Guimondo (Gismondo) dei Mulsi, come Troisio,…….tantochè il primo agosto 1067, nel sinodo di Melfi, Alfano I chiese l’intervento di Alessandro II che scomunicò gli usurpatori costringendoli, poi, a Salerno, e nella riunione plenaria dei Vescovi, abati e popolo del 9 settembre 1068, a restituire (venne emessa la nota bolla “Notum sit omnibus”) i beni usurpati. Troisio, spaventato dalle terribili censure ecclesiastiche, fece onorevole ammenda nel successivo Concilio di Capua, pure del 1067, per cui la nota bolla papale del 12 ottobre (30).”. Ebner, a p. 89, nella nota (29) postillava che: “(29) La notizia è del ‘De regno Italiae’ di C. SIGONIO (ad ann. 1067 et 1069: Concilio di Melfi): “Guilielmum Tancredi filium, quod bona ecclesiae Salernitanae per vim teneret comunione removit”; Concilio di Salerno: “Guilielmus Tancredi filius bona quae possidebat Ecclesiae reddidit”.”. Ebner a p. 89, nella nota (29) postillava pure che: “(29)…..Nella bolla “Notum sit ominibus” di Alessandro II è l’elenco dei beni usurpati da Guglielmo Normanno: ecc……Per i Concili, v. G. CRISCI e A. CAMPAGNA, Salerno Sacra, Salerno, 1962, p. 70 sgg. e 390 sgg.”. Ebner, a p. 90, nella nota (20) postillava che: “(30) Alessandro II conferma ad Alfano gli antichi privilegi concessi alla Chiesa di Salerno dai precedenti pontefici. V. L. E. PENNACCHINI, Pergamene salernitane, Salerno 1941, p. 33.”.

Nel 1067, la ricostruita Diocesi di Policastro da parte dell’Arcivescovo Primate di Salerno Alfano I

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “…..Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “La restaurazione dell’episcopato bussentino si realizzò per volontà politica. Difatti, l’antica contea di Policastro, nella metà dell’anno mille era retta da Guido, fratello di Gisulfo II di Salerno.”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 375, nel suo captolo “I Benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, riferendosi a Policastro, in proposito scriveva che: “La ricostruzione di quest’ultima diocesi, perchè la sua fondazione, come la velina e la vibonese, era attribuita dalla tradizione addirittura all’apostolo Paolo (ma legati itineranti) era stata determinata dal diffondersi in quel territorio dell’influenza delle locali abbazie italo-greche. Già nel 968, infatti, a seguito delle sollecitazioni di Niceforo Foca, tese ad ampliare la pratica del rito greco nelle regioni contermini a quelle riconquistate, il patriarca Anastasio aveva costituito i calogerati di Camerota e di S. Giovanni a Piro e le badie di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Eventi che avevano preoccupato Roma perchè dalla zona confinata di Policastro era facile l’ingresso di religiosi e famiglie di Calabria nel Principato, ritenuto dai pontefici romani baluardo e porta dell’Urbe. Infatti, fin dal 1052 quel territorio elevato a contea, era stato affidato a un gueriero intelligente, esperto e valoroso. E cioè a Guido fratello del principe e, diversamente da costui, benvoluto da tutti e dallo stesso arcivescovo Alfano che gli dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem’, fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica. Da alcuni decenni la Chiesa seguiva con vigile attenzione il diffondersi del rito orientale nel Mezzogiorno e nel Principato. Appunto perciò, piuttosto che per motivi pratici, Benedetto VII (974) aveva esteso la giurisdizione della Chiesa salernitana fino alla Valle del Crati. Alle diocesi comprovinciali (dal secolo IX suffraganee) e a quelle di Cosenza e Bisignano, ce pur conservando il rito latino vedevano eletti i loro vescovi dal patriarca di Costantinopoli, il papa unì Malvito (S. Giorgio Argentano) e Acerenza, sottratta poi alla provincia ecclesiastica salernitana da Giovanni XV, il quale, a compenso, conferì (12 luglio 989) all’arcivescovo di Salerno la facoltà di ordinare e consacrare i vescovi della sua giurisdizione ecclesiastica. Nè lattenzione di Roma si esaurì solo con questi atti, specialmente dopo il gravissimo scisma del 14 luglio 1054. Nel territorio fiorivano, nel periodo, alcune abbazie italo-greche e cioè oltre quella di S. Maria di Centola e la vicina di S. Cono di Camerota, quelladi S. Pietro di Cusati (Li Cusati, odierno Licusati), specialmente l’abbazia di S. Giovanni in mare, detta “a Piro” (‘ab Epyro’) a ricordo dei religiosi che l’avevano eretta. A policastro, poi, erano due badie che seguivano la normale liturgia greca, quella di S. Pietro, direttamente soggetta all’archimandrita di Grottaferrata, e la badia di S. Giovanni Battista, soggetta all’igumeno di S. Giovanni a Piro, le cui chiese erano assai frequentate; senza dire che la stessa chiesa madre era dedicata alla bruna Vergine ‘Hodeghitria’, la sovrana protettrice degli apostoli e dei monaci itineranti greci dopo la diaspora iconoclasta. Ciò non deve meravigliare (1) perchè nei dintorni di Policastro (2) vi erano diverse tribù slave, da cui Roberto il Guiscardo trasse, asoldandole, non poche milizie, come ricorda Goffredo Malaterra (3). Non è da escludere che il conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel teritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostituzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea. Certo è che a Roma il problema era stato affrontato e discusso dopo le cerimonie della consacrazione di Alfano, se il nuovo pontefice incluse Policastro nella bolla emanata appaena nove giorni dopo. E’ difficile, però, stabilire i fattori che concorsero al rinvio della nomina a presule bussentino, anche perchè non era facile la scelta dell’uomo da proporre per questa diocesi.”. Ebner, a p. 376, nella sua nota (2) postilava che: “(2) Celle di Bulgheria, P. Diacono, V, 29”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel territorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi.”.

Nel 1067, la Contea di Policastro, il conte longobardo Guido, fratello di Gisulfo II

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ostile ai Normanni, che esigevano dal principe Gisulfo il versamento di tributi, la consegna di terre e castelli, per ricompensa al loro intervento contro i congiurati di palazzo, che il 2 giugno 1052, avevano ucciso Guaimario V, i fedeli di corte con il fratello del principe stesso, Pandolfo, ed avevano imprigionato Gisulfo. Guido si oppose validamente alle esose richieste, alle devastazioni, agli incendi, che dalla Calabria, si erano estesi nel Cilento. Ma vana fu l’opposizione del Conte, perchè, prima del 1057, i Normanni avevano già devastato la contea di Policastro (71).”. Il Campagna (…), nella sua nota (71), a p. 258, postillava che: “(71) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a c. di V. De Bartolomeis, Roma, 1935. N. Acocella, La figura e l’opera di Alfano I di Salerno, in “RSS”, XIX, 1958; M. Schipa, Storia del Principato longobardo di Salerno, Roma, 1968.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6). Nè i rapporti del conte di Policastro con il fratello Gisulfo erano quelli di otto anni prima. Di fronte all’aggressiva reazione dei normanni, non accontentati dal principe nelle loro giuste richieste, Guido aveva fatto sue le rimostranze del fratello stroncando le brutali e rapide loro conquiste. Ma poi aveva capito e, sulla scia dell’omonimo zio Conte di Conza, aveva mutato atteggiamento. Si era reso conto, cioè, che il fratello Gisulfo avrebbe potuto conservare il trono solo se, adattandosi alla nuova situazione, fosse tornato alla politica paterna: Guaimario V (IV) con le indispensabili investiture ai conti normanni era riuscito, oltre che a salvaguardare la propria autorità, ad accrescerne il prestigio. Il principe, però, forse per insofferenza dei continui consigli di moderazione dello zio, certamente geloso del prestigio militare goduto dal fratello Guido, forse anche perchè era giunto il tempo di una ulteriore conferma del noto vecchio adagio latino (7), persisteva nell’insano suo comportamento verso i normanni. Un modo d’agire intollerabile per Guido, specialmente per l’inconsulto tergiversare di Gisulfo circa la consegna della dote alla coraggiosa sorella Sighelgaita, la quale, seguito a Melfi Roberto il Guiscardo, lo sposava ricevendone quale “dono del mattino”, l’antico longobardo ‘morgincap’ (8), il quarto dei beni conquistati dal marito, tra cui, forse, anche castelli confinanti con la contea di Guido. E’ evidente che tutto ciò rendeva più che precaria la salvaguardia dei confini, dei settentrionali più che dei lucano-calabri. Qui era Roberto al quale, oltre che da vincoli di parentela, Guido era ormai legato da ammirata amicizia per quel suo leggendario valore che doveva suscitare la considerazione persino dell’ostile Anna Commeno. L’attenzione del conte era tesa alla frontiera settentrionale, dove vegliava attento e sempre pronto a varcare i confini, il normanno Guimondo dei Mulsi nelle terre affidategli dal conte del Principato e cioè quelle di S. Severino di Camerota, l’odierno abbandonato villaggio poi detto di Centola. Sia il conte Guglielmo che Guimondo non dimenticavano che appunto Guido aveva troncate le loro conquiste anche nella Valle del Mingardo. E’ vero che le relazioni tra il conte di Policastro e il cognato Roberto, nonchè le alterne vicende dei rapporti dello stesso Guiscardo con il fratello Guglielmo del Principato, consigliavano quest’ultimo ad essere più cauto, ma l’invasione della contea, nel caso di torbidi popolari, sarebbe apparsa più che giustificata, specialmente se fossero sorti nel corso di una delle assenze di Guido, frequenti per i suoi impegni militari. E poi, vi era sempre la possibilità di mentirle come un colpo di testa dell’irruente Guimondo dei Mulsi. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, nel cap. III, a p. 88 parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, in proposito scriveva che: “Nominato poi dallo stesso Gisulfo arbitro delle sue ragioni contro Guglielmo (si riferisce al fratello del Guiscardo), il Guiscardo si vendicò del cognato, che continuava ad aizzare contro di lui il papa e i Bizantini, riconoscendo al fratello, quale proprio vassallo, il dominio di tutte le terre conquistate che si estendevano da oltre il Mingardo all’Alento e, per Magliano, al territorio di Eboli e Sicignano. Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Sullo sconfinamento, casuale o voluto a Guimondo, si era intanto accesa una controversia di cui venne nominato arbitro (Guido aveva rifiutato il fratello) il principe di Capua verso cui Guido s’incamminò. Sorpreso lungo il viaggio dagli sgherri di Guimondo, Guido venne ucciso dopo strenua resistenza (a. 1075). Poco prima Alfano aveva inviato al valoroso guerriero quel suo carme che si chiudeva con l’augurio di vederlo vincitore dei Parti (Turchi) e sovrano di Costantinopoli.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”.

Nel 1075, lo sconfinamento di Guimondo dei Mulsi nella Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, a p. 88, in proposito scriveva che: Di ciò è documento anche nella lite sorta tra Guido e Guimondo dei Mulsi. Come si è detto, il feudo assegnato da Guglielmo al suo milite confinava, nella Valle di S. Severino “prope Camerotam” (27) con i beni immobili toccati a Guido. Sullo sconfinamento, casuale o voluto a Guimondo, si era intanto accesa una controversia di cui venne nominato arbitro (Guido aveva rifiutato il fratello) il principe di Capua verso cui Guido s’incamminò.”. Ebner (…), a p. 88, nella sua nota (27), postillava che: “(27) Venne detto di Camerota per distinguere castello e casale del più noto, poi, nei pressi di Salerno.”. In origine, nel 1054, il castello di San Severino, con il feudo di Policastro (la vasta contea Longobarda), era stato attribuito al conte Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimario IV, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Fu in questo periodo che il Guiscardo sposando la Principessa Sighelgaita, sorella di Gisulfo II, Guido di Policastro potè riconquistare la sua contea, recuperando gran parte della Bricia (Calabrie), anche se la cosa non risultò gradita a Roberto il Guiscardo che nel frattempo si era riappacificato con il fratello Guglielmo che otteneva gran parte dei territori del Cilento. L’importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall’aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ucciso da sicari nel 1075, mentre si recava a Capua per rivendicare parte del proprio territorio usurpato da Guimondo (72).”. Il Campagna, nella sua nota (72), a p. 258, postillava che: “(72) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, op. cit., VII, 12.”. La morte di Guido privò il regno Longobardo di uno dei suoi migliori ingegni, “così morì la luce di tutti i Longobardi” scrisse Amato di Montecassino nella sua ‘Storia dei Normanni’. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: “Per il possesso della strategica fortezza e per ragioni di gelosie e di confini, si accese una lite sanguinosa tra il conte Guido di Policastro, cavaliere senza macchia e senza paura, figlio del principe longobardo di Salerno Guaimario IV, e l’irruento Guimondo dè Mulsi, principe normanno. Guimondo era proprietario del feudo di San Severino, avendone ricevuto in dono dal principe normanno Guglielmo d’Altavilla, quale premio per la sua fedeltà e servigi. Guido, possedeva, invece, la Contea di Policastro – che si estendeva dal fiume Mingardo al lontano e antico gastaldato di Laino – su assegnazione del fratello Gisulfo II. La definizione della spinosa vertenza fu affidata all’arbitraggio del principe di Capua, che non fece in tempo ad intervenire.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Per questioni di confini si accesero presto liti (10) tra Guido e Guimondo, finchè non si decise di affidare la definizione della vertenza all’arbitraggio del principe di Capua (Guido aveva rifiutato il fratello).”. Ebner (…), nella sua nota (10), a p. 541, postillava che: “(10) Più che probabile il disegno di Guimondo d’impadronirsi della contea di Policastro eliminando Guido che tanto si era opposto all’invasione normanna. “. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Scrive ancora l’Ebner (…), a p. 542, che: “Originariamente sulla cima del colle, dove sono i ruderi dell’imprendibile castello, doveva essere una torre sorta nell’età dell’incastellamento e perciò longobarda. L’ipotesi è suffragata dal fatto che ancora nel ‘600 il castello e l’omonimo villaggio vivevano ‘iure longobardorum’, malgrado il posteriore insediamento normanno e angioino viventi ‘iure francorum’. E’ da supporre, pertanto, che la lite tra Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi sia sorta appunto per l’occupazione da parte di quest’ultimo della torre dominante l’intera valle del Mingardo e che Guido giustamente considerava, insieme alla torre della Molpa, parti integranti e capisaldi della sua contea.”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “Era insorta lite tra il Guido e un Guimondo, che possedeva, in comune con lui, la valle di S. Severino, e ch’era, forse, quello stesso Guimondo dei Mulsi, usurpatore pentito dè beni dell’Arcivescovo Salernitano; ed avevano fatto accordo di rimettere il giudizio delle loro contese all’arbitrato del Principe Capuano, che Guido, secondo Amato asserisce, aveva preferito a quello stesso di Gisulfo, proposto dal suo emulo…..(38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”.

Nel 1075, l’assassinio di Guido, conte della vasta Contea di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 88, parlando dell’uccisione di Guido, Conte di Policastro, e fratello di Gisulfo II, dopo il matrimonio del Guiscardo con la sorella di Gisulfo II, la principessa Sichelgaita, sorella pure di Guido di Policastro, a p. 88, in proposito scriveva che: Sorpreso lungo il viaggio dagli sgherri di Guimondo, Guido venne ucciso dopo strenua resistenza (a. 1075). Poco prima Alfano aveva inviato al valoroso guerriero quel suo carme che si chiudeva con l’augurio di vederlo vincitore dei Parti (Turchi) e sovrano di Costantinopoli.”. Il Conte Normanno Guido di Policastro, uno dei più accaniti sostenitori dell’ultimo principe Longobardo Gisulfo II, restò a capo della contea di Policastro fino all’anno 1075, in cui morì a seguito di un agguato tesogli nella ‘Gola del Diavolo’ (Fig….), ai piedi del suo Castello di S. Severino (oggi S. Severino di Centola) (Fig. …). Si pensa che il mandante dell’omicidio del conte Guido fosse Guimondo dei Mulsi, che governava come feudatario di Guglielmo, fratello del Guiscardo, tutti i territori della Valle del fiume Mingardo e, confinanti con la Contea di Guido. Il rivale, voleva impossessarsi del Castello di S. Severino. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: “Guido fu ucciso da sicari nel 1075, mentre si recava a Capua per rivendicare parte del proprio territorio usurpato da Guimondo (72).”. Il Campagna, nella sua nota (72), a p. 258, postillava che: “(72) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, op. cit., VII, 12.”. La morte di Guido privò il regno Longobardo di uno dei suoi migliori ingegni, “così morì la luce di tutti i Longobardi” scrisse Amato di Montecassino nella sua ‘Storia dei Normanni’. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di San Severino di Centola e del suo castello, scriveva che: Il prode ed orgoglioso Guido, fu sorpreso con l’inganno nella orrida ‘Gola del Diavolo’, uno stretto passaggio tra le roccie e i dirupi del Mingardo, dagli sgherri di Guimondo e, nonostante l’indomito valore, fu ucciso nel feroce agguato. Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita).”.

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(Fig….) La ‘Gola del Diavolo’ del Fiume Mingardo nei pressi di San Severino di Centola

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Nell’incamminarsi verso Capua, Guido fu sorpreso appunto in una delle gole della valle di S. Severino, dagli sgherri di Guimondo. Malgrado la più strenua resistenza e il suo indomito valore, Guido fu sopraffatto dal numero dei nemici e ucciso. Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. A parlare di Guido, è Michelangelo Schipa, nel cap. 12  ‘Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi’, che pubblicò nel 1934 e che abbiamo ritrovato in Hirsch F. Schipa M., in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) ecc..’. Schipa, a p. 232, riferendosi all’episodio dell’uccisione di Guido, fratello di Gisulfo II e conte di Policastro, nell’anno 1075: “E intorno al tempo stesso venne a morte il giovane Guido, significato nei versi di Alfano, le cui gloriose speranze pur contrastavano alla costante amicizia che il fratello di Gisulfo serbò verso Roberto Guiscardo….E, al dì stabilito, il giovane Conte mosse per Capua. Ma, per via, sorpreso dà seguaci di Guimondo, per quanto strenuamente si difendesse, ferito d’un colpo di lancia, cadde esamine a terra. E l’empio tradimento parve ad Amato, che spegnesse il più onesto, e il più prode e caritatevole fra i cavalieri Longobardi, ultimo “lume” della sua gente. Nè v’è dubbio che di lui non restassero figliuoli, perchè il fratello minore, Landolfo, ne recò i domini di Policastro e quelli contrastati della Valle di S. Severino (38).”. Schipa (…), a p. 236, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Aimè, op. cit., lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256.”. Infatti, l’Aimè (…), nel suo ‘Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin’, nel 1835, sulla scorta di Amato di Montecassino e dell’Alfano (…), a p. 236, scriveva in proposito che:

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Dal 1075 al 1077-78, Landolfo, Conte di Policastro

Dopo l’efferato delitto del Conte Guido, fratello di Gisulfo II e, conte della vasta contea di Policastro, il Guiscardo concesse tutti i beni del prode conte Guido (che non aveva eredi) e la Contea di Policastro a Landolfo, fratello minore del Principe Longobardo Gisulfo II. Dopo questo fatto di sangue, l’uccisione di Guido, conte di Policastro, Guimondo occupò il piccolo borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077-78, con l’avvento dei Normanni. Landolfo tenne la Contea di Policastro fino alla caduta del Principato Longobardo di Salerno Gisulfo II. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 540-541-542, continuando il suo racconto, scriveva che: “Guimondo (11), però, non trasse i frutti sperati dall’assassinio di Guido, per l’avverso fermo avviso dello stesso Roberto che aveva avuto sempre assai caro il valoroso cognato. Pertanto i beni contestati, con la stessa contea di Policastro, vennero assegnati (Guido non aveva avuo prole) al fratello minore del principe, Landolfo, che conservò la contea fin dopo la caduta di Salerno e della rocca (a. 1077).”. Ebner (…), nella sua nota (11), a p. 542, postillava che: “(11) Troviamo poi Guimondo dei Mulsi, marito di Emma di Hale di Eboli, vedova di Rodolfo Trincarote, altro fedele di Guglielmo. Ebner, Storia, op. cit., p. 84. “. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una storia del Cilento”, che a p. 118, riferendosi a Gisulfo II, in proposito scriveva che: Fortezza isolata restava il castello di S. Severino sul Mingardo, tenuto allora probabilmente da Landolfo, uno degli altri fratelli del Principe, ecc…”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a pp. 258-259, scriveva in proposito che: La morte di Guido di Policastro addolorò sinceramente il Guiscardo, che del cognato ammirava generosità d’uomo e valore guerriero. La Contea, essendo Guido morto senza eredi, passò al fratello, Landolfo.”. Angelo Guzzo (…), nel 1997, nel suo ‘Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia’, a pp. 19-20, parlando di Roberto il Guiscardo, dopo l’uccisione di un: “Uomo probo e nobile, il prode Guido, fu pianto dai sudditi e dallo stesso cognato Roberto il Guiscardo (che aveva sposato la sorella Sighelgaita), il quale, in mancanza di eredi, diede i beni della contesa, più la contea di Policastro, al fratello minore di Guido, Landolfo, che li conservò fino all’anno 1077, cioè sin dopo la caduta di Salerno.”.

Dal 1075 al 1114, Roberto d’Altavilla, figlio di Guglielmo (I) d’Altavilla, nuovo Conte del Principato

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 125, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato” scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II “Esse, dopo il 1077, si estendevano tra il fiume Tusciano ed il golfo di Policastro e confinavano con le contee di Rota, di Conza e di Marsico, ma escludevano le contrade comprese fra il Sele, Magliano e l’Alento, che erano state le ultime a venire in potere ai nuovi dominatori. Un feudo dunque, di vastissima estensione, il cui centro politico fu Eboli, e che Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1).”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (1) postillava che: “(1) G. Paesano, Memorie per servire alla storia della chiesa salernitana, II, 18 (a. 1090). Guglielmo d’Altavilla che sposò la figlia di Guido di Conza, portò unicamente il titolo di conte di S. Nicandro (S. Nicandro di Bari) e, sebbene ricevesse in feudo dal fratello Umfredo la contea di Principato (‘Duos itaque fratres suos comites fecit: Malgerium Capitanatae, Willelmum vero Principatu; GAUFREDI MALATERRAE, op. cit., I, 16, p. 16), non ne portò il titolo comitale, come risulta da R. GUARNA (Chronicon, cit., ad an. 1075):…..Willelmus, comes de Sancto Nicandro, pater Roberti, comitis de principatu.”. Di Guglielmo detto “conte del Principato” ho parlato in altro mio saggio sui primi Normanni. In questo scritto mi occupo degli eredi del conte di Principato, gli eredi di Guglielmo (I) d’Altavilla. Dunque, il Cantalupo scrive che “Guglielmo d’Altavilla trasmise al figlio Roberto, il primo ad assumerne il titolo comitale: ‘Robertus….Comes Salernitani principatus filius quondam domini Comitis Guillelmi (1).”. Infatti il Cantalupo, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: Guglielmo (I) d’Altavilla, conte di S. Nicandro (1054-1075), da cui Roberto conte di Principato (1075-1114); Riccardo, crociato (1096-1100); Rainulfo, crociato (a. 1096). Da Roberto conte del Principato discende Guglielmo (II) conte di Principato (1107-1128), ecc…”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 378-379, in proposito scriveva che: Ma la situazione politica dell’intero Principato nel 1066, soprattutto quella di Policastro, non era più quella del 1058, quando Guido, come abbiamo accennato, aveva contribuito a far designare la sua Policastro a sede di diocesi. Già da qualche anno (a. 1062) l’autorità del principe, nel territorio dell’odierno Cilento, era riconosciuta fino a Laurana (6).”. Ebner, a p. 378, nella nota (6) postillava che: “(6) Ebner, Storia, cit., p. 87.”. Infatti, Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, in proposito scriveva che: “I Normanni continuarono a rosicchiare terre del Principato. Si può parlare addirittura di smembramento di questo nel 1062 (25) se, ad esempio, l’autorità del principe era riconosciuta, come indicano i documenti cavensi, solo da Tresino a Laurana, in un territorio che va da Capaccio ai confini meridionali. Assume, quindi, attendibilità la notizia del Mazziotti, p. 31, sulla cessione fatta dal conte del Principato a Giovanni di S. Paolo del castello di Agropoli, parte delle terre toccate al fratello di Gisulfo. Senza dire che in molte terre del Principato (Capaccio, Trentinara, ecc…) il riconoscimento era solo nominale perchè i cugini di Capaccio del principe mantenevano relazioni più che ottime con i locali signori normanni, come si rileva dalle dalle anzidette pergamene. Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”. Pietro Ebner, a p. 87, nella nota (25) postillava che: “(25) Per i territori del Cilento nel periodo dipendenti da Gisulfo, v. Schipa, Storia, p. 220, no. 14.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), dove è chiara notizia dell’estensione dei domini direttamente dipendenti da essi verso la metà del XII secolo: ecc…”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ABC, E 5 (a. 1107), E 47 (a. 1116), F 44 (a. 1128), G. 6 (a. 1131), G 7 (a. 1131), G 10 (a. 1134), G 16 (a. 1135), G 25 (a. 1137), G 26 (a. 1137) e L 38 (a. 1195). Da questi la seguente genealogia: Guglielmo, primo conte del Principato, sposa (Amato, III, 22) la figiuola di Guido, conte di Conza e fratello di Guaimario V. Dal primo Guglielmo, Roberto e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò il II………….Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati. Il B 31 (ABC) e il B 30, ottobre dello stesso anno (v. pure C 20) erano ignoti allo Schipa (anche i diplomi anzidetti) se supponeva soltanto che il Guimondo di Amato (XIII, 12) potesse essere il Girmondo usurpatore pentito, con Guglielmo di Principato, dei beni della chiesa di Salerno. Anche il De Bartolomeis (in Amato cit., p. 352, no. 3) era certo dell’esistenza di altre notizie su Guimondo (Gismondo) dei Mulsi. Ma il B 31 è assai chiaro: “Emma de Evuli, filia Joffrit, que pria fuerat uxor Radolfi qui dictus est Trincarote et postmodum uxor fuit Guimundi qui dictus est de Mulsi”.”.

Nel 1112, Ruggero d’Altavilla, detto Ruggero del Principato, principe di Antiochia, figlio di Riccardo del Principato

Da Wikipedia leggiamo che Ruggero di Salerno detto anche Ruggero del Principato o Ruggero d’Antiochia (… – Sarmada, 28 giugno 1119) è stato un cavaliere medievale normanno, reggente del Principato di Antiochia dal 1112 alla sua morte. Figlio di Riccardo di Salerno (reggente della Contea di Edessa) e lontano parente di Tancredi di Galilea, divenne reggente del Principato di Antiochia, quando Tancredi morì nel 1112, mentre il principe ereditario, Boemondo II d’Antiochia era ancora fanciullo. Così come era toccato a Tancredi prima di lui, anche Ruggero dovette trascorrere gran parte della sua reggenza difendendo il principato dai continui attacchi dei vicini stati musulmani, in particolar modo di Aleppo. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16) Trattasi di undici diplomi che abbracciano circa un secolo: ecc…..Del Riccardo, figlio di Guglielmo I, da cui Ruggero principe di Antiochia, di cui nel ‘Dizionario Enciclopedico (I, Roma, 1955, p. 318) non sono notizie nei documenti esaminati.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(…) Cataldo G., Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Storico Attanasio), p. 29, è stato citato anche dal Guzzo (…), e riporta molte notizie e riferimenti bibliografici in merito al periodo Normanno.

(…) Natella P. Peduto P., Pixus – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.; Si veda pure: Gay J. (o Giulio), L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.

(…) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383

(…) Annalista salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

(…) Pratilli F. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Troyli P. P., Istoria generale del Reame di Napoli, Napoli, 1748, Tomo III, p. 53. Vedi pure: Paolo Diacono, Historia, miscellanea, Lib. XIII; oppure Laudisio N. M., Sinossi della Daiocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Roma, edizioni di Storia e letteratura, 1976, egli sostiene che il Bussento detto Basentium dal Diacono Paolo, sia il nostro Bussento.

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(…) Schipa Michelangelo, Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia – ducato di Napoli e Principato di Salerno, Bari, ed. Laterza & figli, 1923 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Hirsch F. Schipa M., Gisulfo II, ultimo dè principi Longobardi, stà in ‘La Longobardia meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento il Principato di Salerno’, ristampa a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968 Edidioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio)

(…) Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.

(…) Giannone P., Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Venezia, 1766, ed. Pasquali, Tomo VI, Libro XVII, per la Congiura di Capaccio, si veda da p. 337 e s., oppure si veda dello stesso autore, Opere comoplete, Tomo IV, p. 87 e s.

(…) Pontieri E., si veda ‘Cilento‘, in ‘Enciclopedia Italiana’, X, 240 e si veda pure Gatta, op. cit. (…), pp. 148 sgg. 275 e s.

(…) Aimè, Ystoire de li Normand, par Aimè, moine du Mont-Cassin, ed. Champollion-Figeac, Paris, 1835; vedi lib. VIII, cap. X, XI e XXVIIII, pp. 238-240 e p. 256

(…) Chalandon F., Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907. Ed. it: Storia della dominazione normanna in Italia ed in Sicilia, trad. di Alberto Tamburrini, Cassino 2008, II, p. 307; dello stesso autore si veda: Ferdinand Chalandon, “La conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia”, cap. XIV, vol. IV (La riforma della chiesa e la lotta fra papi e imperatori) della Storia del Mondo Medievale, 1999, pp. 483–529.

(…) Amato di Montecassino, in latino Amatus Casinensis (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1° marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum’, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Si veda: ristampa e traduzione a cura di G. Sperduti, 2002. Si veda pure: Torraca F., Amato di Montecassino e il suo traduttore, in “Casinensia” 1929.

(…) Amato di Montecassino, in latino ‘Amatus Casinensis’ (Salerno, 1010 circa – Montecassino, 1º marzo 1090/1100), è stato un monaco benedettino dell’Abbazia di Montecassino, autore della Historia Normannorum, una cronaca in latino sulle vicende dei Normanni in Italia meridionale. Secondo il suo volgarizzatore francese, Amato sarebbe nato a Salerno. Concordemente si ritiene che sia stato anche vescovo, probabilmente nella sede di Pesto-Capaccio dal 1047 al 1058. Probabilmente rinunciò all’episcopato per dedicarsi all’attività letteraria nella quiete del monastero di Montecassino. Dal Chronicon Casinense sappiamo che fu l’autore del De Gestis apostolorum Petri et Pauli in quattro libri, in versi esametri, e della Historia Normannorum in otto libri, entrambi composti verso il 1080; Pietro Diacono ci informa che fu autore anche di altri due scritti: De laude eiusdem pontificis e De duodecim lapidibus et civitate caelesti Hierusalem. La Historia Normannorum’, comprendente eventi dal 1016 al 1078, è dedicata all’abate Desiderio; pur perduta nella versione originale, è sopravvissuta attraverso una traduzione francese del XIV secolo (L’Ystoire de li Normant), conservata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. È presumibile che sia stato testimone degli avvenimenti narrati nella sua cronaca, che è la fonte primaria per conoscere la storia della presenza normanna nel Mediterraneo, letta secondo il punto di vista della grande abbazia di Montecassino, uno dei centri culturali e religiosi del Cristianesimo dell’XI secolo. Amato descrive l’assedio normanno di Bari e quello di Salerno, la conquista della Sicilia e la presa del potere da parte di Roberto il Guiscardo come pure la Riforma gregoriana dal punto di vista del papato, il tutto inframmezzato da narrazioni di profezie e miracoli. Molti dettagli della storia dell’XI secolo, come la freccia che avrebbe ucciso Aroldo II d’Inghilterra nella battaglia di Hastings colpendolo a un occhio, provengono dal cronista di Montecassino. È piuttosto preciso nel riportare i fatti nonostante l’intento celebrativo per Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua. Secondo il necrologio del cod. Vat. Borgiano 211, Amato morì il 1º marzo di un anno imprecisato, probabilmente allo scadere del secolo nel monastero di Montecassino. Edizioni del suo Chronicon sono: (FR) L’ystoire de li Normant, et la chronique de Robert Viscart par Aime, moine du Mont-Cassin, publiées pour la première fois, d’apres un manuscrit francois inedit du 13. siecle pour la societe de l’histoire de France, par M. Champollion Figeac, Paris 1835; Ystoire de li Normant par Aimé, publiée avec une introduction et des notes par l’abbe O. Delarc, Rouen 1892; Storia de’ normanni di Amato di Montecassino volgarizzata in antico francese, a cura di Vincenzo De Bartholomaeis (Fonti per la storia d’Italia pubblicate dall’Istituto storico italiano; 76), Roma 1935; ecc…

(…) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio)

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(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.

(…) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.

(…) Pellegrino C., Historia principum Longobardorum, Napoli, ed. tip. de Simone, 1753, tomo IV, p…., o Tomo III, Napoli, ed. de Simone, 1751. Si veda pure dello stesso autore: Apparato alle antichità di Capua, ovvero discorso della Campania Felice, Napoli, ed. Sauio, 1651.

(…) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(…) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001

(…) Volpe Giuseppe, Notizie storiche delle antiche città e dei principali luoghi del Cilento, Salerno, 1881, p. 117.

(…) Guzzo A., Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, ed. Arti grafiche Palumbo, Cava dè Tirreni, 1978.

(….) Mannelli Luca, o Mandelli, ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (..) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

(…) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. A dispetto del nome che la tradizione ci ha consegnato, non c’è materiale sufficiente per stabilire una sua origine pugliese(longobarda; Guglielmo non cela mai un certo astio invece nei confronti dei bizantini) o normanna, né tanto meno per affermare che egli fosse un uomo di Chiesa. L’opera, dedicata al figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, che ne fu il committente, ha come protagonista proprio il Guiscardo e si concentra su vicende pugliesi e sui rapporti dei Normanni con l’impero bizantino: proprio in ambiente pugliese, dunque, forse fu composta, come pure fa pensare il silenzio riguardo a fatti calabresi e campani. Guglielmo fa apparire la vicenda del Guiscardo come la naturale prosecuzione della secolare lotta compiuta dai Longobardi (visti come i “legittimi” signori del territorio) contro i Greci (signori dispotici ed “effeminati”) per il controllo dell’Italia meridionale. In sostanza Guglielmo cerca in questo modo di legittimare la conquista del Mezzogiorno da parte dei Normanni, rappresentando questi ultimi come continuatori del ruolo che era stato dei Longobardi (quello cioè, nella sua visione, di liberare il territorio dai Greci unificandolo sotto un unico dominio), come gli eredi della loro politica e della loro ideologia, e in definitiva della loro funzione storica. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso.

(…) Cusa S., I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicato nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, p. 558 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Il Chronicon Cassinese o ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense o Leone Marsicano. La Chronica sacri monasterii casinensis (“Cronaca del sacro monastero cassinese”), anche conosciuta come Chronica monasterii casinensis (“Cronaca del monastero cassinese”) o semplicemente Chronicon casinense (“Cronaca cassinese”), è una cronaca medievale redatta da Leone Marsicano (1046-1115) e poi “continuata” da Pietro Diacono (1107/1110-1159). Il testo tratta della storia dell’Abbazia di Montecassino dalla fondazione, ad opera di Benedetto da Norcia nel 529, fino al XII secolo, nonché delle vicende del territorio sottoposto all’Abbazia, ovvero lo stato feudale medievale della Terra Sancti Benedicti. La Chronica è suddivisa in quattro libri, l’ultimo dei quali venne redatto da Pietro Diacono diversi anni dopo la morte di Leone Marsicano. Per la redazione di questa cronaca medievale, Leone Marsicano, si servì della Chronaca di Romualdo Guarna Salernitano (…). L’originale in latino: “Chronica sacri monasterii casinensis”, Lutatiae Parisiorum, Ex Officina Ludovici Billaine 1668. Il Chronicon Cassinese, di Leone Ostiense, La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata dal Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, pp. 135.

(…) Protospada Lupo. Il ‘Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum’ è una cronaca di fatti occorsi nel Mezzogiorno d’Italia dall‘anno 855 al 1102 attribuita a Lupo Protospada: gli eventi più antichi furono attinti certamente dagli ‘Annales Barenses’, mentre maggiori dettagli si riscontrano per il periodo dal 1082 al 1102, in quanto contemporanei allo scrittore, in particolare, Lupo riporta con una certa attenzione, oltre a calamità e curiosità astronomiche (terremoto del 1087, cometa del 1098), gli eventi storici che portarono alla conquista normanna del sud e fatti di rilevanza religiosa (il terzo Sinodo di Melfi del 1089 e quello tenutosi a Bari nel 1099). Il Chronicon di Lupo fu poi utilizzato dall’Anonimo Barese per la stesura della sua Cronaca. Il Chronico di Lupo Protospada, fu una delle principali fonti storiografiche che utilizzò il cronista dell’epoca Romualdo Guarna Salernitano, nella stesura del suo ‘Chronicon sive Annales’. Romualdo Guarna, fu la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata da Antonio Caracciolo, Antiqui chronologi quatuor Herempertus Langobardus, Lupus Protospata, Anonymus Cassinensis, Falco Beneventanus cum appendicibus historicis, Napoli 1626, e dal Muratori, “Lupi Protospatae Rerum in Regno neapolitano gestarum ab anno sal. 860 usque ad 1102 Breve Chronicon“, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, p. 145.

(…) Alberto di Aix, Alberto di Aquisgrana ((LA) Albericus o Albertus Aquensis; fine dell’XI secolo – post 1120) fu un cronachista della Prima Crociata. Era canonico e custode della chiesa di Aquisgrana. Non si conosce altro della sua vita, tranne che fu l’autore della ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, chiamata anche ‘Chronicon Hierosolymitanum’ de bello sacro o ‘Liber Christianae expeditionis pro ereptione, emundatione, restitutione sanctae Hierosolymitanae ecclesia’. Un’opera in latino, costituita da dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150, che inizia con l’Appello di Clermont, racconta le fortune della Prima Crociata e l’inizio della storia del Regno di Gerusalemme e termina piuttosto bruscamente nel 1121. Era ben conosciuta durante il Medioevo, e fu largamente usata da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, per i primi sei libri della sua “Belli sacri historia”. In epoca moderna è stata accettata senza riserve per molti anni dalla maggior parte degli storici, incluso Edward Gibbon. Più recentemente, il suo valore storico è stata impugnata seriamente, ma il verdetto dei maggiori accademici sembra essere che in generale esso costituisce un registrazione veritiera degli eventi della Prima Crociata, sebbene contenga qualche materiale leggendario. Alberto non visitò mai la Terra Santa, ma sembra aver avuto una considerevole quantità di colloqui con i crociati di ritorno dalla Terra Santa, ed aver avuto accesso ad una notevole corrispondenza. La prima edizione della cronaca fu pubblicata ad Helmstedt nel 1584; una buona edizione è in Recueil des historiens des croisades, tomo IV, Parigi 1879

(…) Cinnamo Johannis, stà in ‘Corpus scriptorum historiae byzantine’, ed. Bonnae, ………….

(…) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei familiares regis ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29-  Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: “Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”. 

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(…) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(…) Salvioli V., Storia dell’Italia nell’alto Medio Evo, Napoli, 1913, p. 217

(…) (Fig….) L’immagine illustra un particolare tratto dalla carta corografica manoscritta ed inedita Principato Citra – Regno di Napoli”, da me scoperta e conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione ‘Diplomatica-Politica’, tratta dalla ‘Raccolta di piante e disegni‘, C. XXXII, n. 2, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, copia, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Francia a  Parigi, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani.“. Sul retro della riproduzione in b/n, da me richiesta nel 1981 ed eseguita all’Archivio di Stato di Napoli, è impresso il timbro dell’ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16-5-81,  come dall’immagine di Fig. 4 che illustra la segnatura. Recentemente ho chiesto ed ottenuto dall’ASN, la fotoriproduzione digitale dell’originale a colori della carta in questione (Fig. 1), che volentieri pubblichiamo (Fig. 1); la segnatura della carta in questione conservata all’Archivio di Stato di Napoli è: “Raccolta di piante e disegni, (Cartella) C. XXXII, n. 2”. Recentemente abbiamo chiesto all’ASN, sulla segnatura e collocazione di questa carta da noi rintracciata nel 1981 e dall’ASN, ci è pervenuta la seguente risposta dal funzionario Dr. Palmieri: “Gent.le Prof. Attanasio, in risposta alla sua email datata 30 gennaio u.s., pervenuta allo scrivente in data 5 febbraio 2018, si comunica che la scheda riporta: ” Campo all’isola di S. Giovanni: pianta topografica fatta riprodurre dall’Abate Galiano dall’ originale francese. (sec. XVIII, 1756 ?) – Biblioteca Nazionale di Parigi.“. Sulle mappe aragonesi all’Archivio di Stato di Napoli, hanno scritto Aldo Blessich, op. cit. (4) e il Valerio, op. cit., in un suo pregevole saggio (7). Riguardo una delle quattro mappe esistenti all’ASN, il Valerio (7) scrive: Fig. 4. Gan car<ta> del<l>a Calabria meridionale: <Fa>tta lucidare sopra <se>i pergamene antiche esistenti in Francia, per <or>dine del re, dall’a<bbate> Ferdinando Galiani <segre>tario regio: <mdcc>lxvii. Ms. a inchiostro nero e carminio su piú fogli giuntati di carta leggera oleata, incollato su supporto cartaceo; 93,4 ×65,5 cm (dimensioni del supporto); scala 1:120.000 ca. Napoli, Archivio di Stato, cart. XXXI, nº 20.”. Nel suo recente saggio del 2016 di Valerio, non viene pubblicata ne viene citata la  nostra carta, mentre invece viene citata un’altra simile carta sempre conservata all’ASN, contenuto nella cart. XXXI, n° 15 e n° 20, simile alle carte e Disegni conservati nella Bibliotéque Nationale a Parigi (BNF), GE AA 1305/4. 3. Collegandoci al sito della Biblioteque National de France, consultando nel catalogo generale la collocazione GE AA 1305, leggiamo che vi sono delle carte conservate: “Partie du royaume de Naples, comprenant la Terre d’Otrante avec Brindisi, Bari, la Basilicate, la principauté citérieure avec Salerne, XVIIe s.” che non sono consultabili on-line. Esse sono conservate el Magazzino Richelieu – Tolbias – Cartes et Plans – Sala R, carte manoscritte: ‘Incommunicable pour raison de conservation’. 

(…) Devreesse R., Les manuscripts grecs de l’Italie meridionale etc., ristampa ed. Città del Vaticano, (Studi e testi 183), 1955, p. 32; si veda pure lo stesso, II le Fonds Coslin, ed. Imprimerie National, 1845

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(…) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.”, o la nota lettera episcopale detta “Bolla di Alfano I”, datata anno 1079 – lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I. L’esemplare conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, così di seguito collocata: “Sezione Documenti antichi, Cartella I, dalle origini al 1400” (secondo quanto ci ha riferito l’attuale Bibliotecario Don Pietro, che pubblichiamo per gentile concessione). L’Ebner (11), colloca l’esemplare (forse quello conservato all’Archivio Diocesano di Salerno): “bolla a. 166 /67”. L’antico documento, è citato in Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori (…), in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.”. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i ‘Fragmenta’ del Codice Amalfitano, dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno Alphanus Archieps An. 1080.“. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda anche Laudisio N.M., op. cit. (4), nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda pure Porfirio P., ‘Policastro’, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151.  Il Cataldo (…), scriveva: “Questo documento storico (di cui esistono copie manoscritte nella Curia Vescovile di Policastro, una delle quali fu autenticata dal Vescovo Andrea De Robertis, con bollo a secco e firmata da lui e dal Can. Matteo Lombardo, Cancelliere, in Lauria il 20 gennaio 1745) proviene da un’antica pergamena della Curia Arcivescovile di Salerno, donde fu tratta copia nel 1737. In calce alla copia, vistata dal De Robertis, si legge: “Ab Archivio Mensae Episcopalis Salernitanae, et signanter a quodam antiquo Regestro in carta Pergamena scripto, inibi sistente, exhacta est praesens copia & meliori & et ad fide ego Clericus MATTHAEUS Episcopus Pastor Salernitanus, Apostolica Auctoritate pubblico Notarius in Archivio Romano descriptus , et CURIA ARCHIEPISCOPALIS SALERNITANAE Ordinarius ACTORUM MAGISTER, requisitis signavi & Salerni, 14 Octobris 1737. (Adest signum Notarii praedicti).”. Recentemente B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (29), sostiene che la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621)(28) e, risale già al XVIII secolo (Fig….). Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621 (28). L’antico documento, il canonico Giuseppe Cataldo (39), lo pubblicava a pp. 129 e 130, in un suo pregevole studio rimasto inedito.

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(…) Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio);

(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, pubblica la trascrizione di diverse parti del Capo XI, del Libro II della ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (6) che ricopiò da un’esemplare di Scipione Volpicella (7). Il Gaetani, trae alcune notizie dal manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella (7), oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Il Gaetani (6), scriveva in proposito: Noi poi siamo lieti di aver veduta e consultata per cortesia del chiarissimo Commend. Scipione Volpicella la migliore storia della Lucania che serbasi nella Biblioteca Nazionale di Napoli; è dessa il celebre manoscritto dell’Agostiniano p. Luca Mannelli invano cercato dall’Antonini in Salerno, dove gli venne, non si sa se per frode o ignoranza, mostrata una copia quasi cancellata per acqua versatavi sopra; e pure il valente uomo, da due pagine, che sole potè leggicchiare, comprese l’importanza di quell’opera.”.  In particolare nella nota (10), a p. 17 e s. e, a p. 28, parla della Bolla di Alfano I, copia conservata all’ADP. Nella sua nota (10) a p. 28, scrive che trae la notizia dell’antico documento da: ” Dal Ms La Lucania sconosciuta del p. Luca Mannelli, vol. 2, pag. 136, cap. 9, Ineditor.”. Il Gaetani, a proposito della Bolla di Alfano I (…), la cita allo stesso modo del Mannelli (6), riportandone solo l’intestazione;

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(…) Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

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(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio).

Tancredi Luigi

(…) Tancredi Luigi, Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991. Si veda dello stesso autore:  Tancredi Luigi, L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 48 e 49, dove ci parla dell’origine del Cenobio e dell’etimo di “A Pyro” e, cita il Cappelli, op. cit. (…); si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”, p. 73 e s.

(…) Carucci Giacinto, S. Gregorio 7. a Salerno : ricerche storiche / pel prof. G. Carucci, Salerno, 1885, 65, parlando del monastero di S. Benedetto di Salerno, la dice fondata nel 725 dal Longobardo Guibaldo Salernitano divenuto più tardi primo abate e preposto

(…) Carucci Carlo, La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna, p. 155 (citato da Ebner), (Archivio Storico Attanasio)

Il subfeudo di Torraca

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo. Anche se oggi vi è rimasta scarsa memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ nei secoli. Il nostro vuole essere un lavoro di ricerca prettamente filologico e storiografico, cercando di rimettere insieme le tante sparse notizie scritte nel tempo dai diversi studiosi e fonti che si sono occupati di queste vicende e di questi luoghi. Il presente saggio, vuole approfondire e meglio indagare su alcune notizie sulla storia e le origini del territorio di Torraca ed il suo feudo di Sapri.

Tortorella e Torraca

(Fig…) Particolare delle nostra costa e del nostro territorio tratto dalla della carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). La carta è inedita e da me scoperta alla fine degli anni ’70 e fatta riprodurre nel 1981 dall’ASN, dove essa ancora è conservata.

Torraca

Leggiamo da Wikipedia che Torraca ha le caratteristiche di un antico borgo medievale con la presenza di un castello baronale. La costruzione di diverse chiese fa eco a una notevole religiosità avuta durante i secoli passati, tra cui spicca la chiesa madre dedicata al Santo Patrono S. Pietro Apostolo e la chiesetta situata a pochi chilometri dal paese eretta in onore di Maria SS dei Cordici. Si segnalano anche varie cappelle sparse nel piccolo centro, tra le quali la Cappella della Congrega, che affaccia nella medesima piazza della chiesa madre; la cappella di sant’Anna, poco distante; la cappella di sant’Antonio, in località san Rocco; la cappella di san Michele, nei pressi del castello baronale; la cappella dedicata alla Madonna di Loreto (ru Rito, in dialetto torrachese) in località “Salita Madonna del Rito”. Nel sito del Comune di Torraca, alla voce storia, leggiamo che: “Il termine Torraca deriva presumibilmente da Torre de Jaco, un signore vissuto a Torraca nei secoli passati. Poco conosciamo delle sue origini, che sembrano risalire al sec. X d.C. e sono da attribuire a popolazioni di matrice greca. L’ipotesi più probabile è che furono gli stessi abitanti della costa, distante circa 10 Km dal borgo, spinti dalle devastazioni dei Saraceni nel 915 a rifugiarsi sulle colline e a fondare il nuovo rustico centro abitato. Durante la guerra del Vespro fra angioini ed aragonesi (1285-1302), l’antico borgo costituì uno dei principali fortilizi angioini dell’entroterra.”. Vi sono poi, fuori dall’abitato, in località “San Fantino“, i resti di una chiesetta un tempo intitolata a San Fantino, monaco e santo basiliano che ha operato nel Cilento. La presenza di questa importante figura testimonia come radicata sia stata la presenza dei monaci di rito greco nella Lucania costiera: il Golfo di Policastro può a giusta ragione essere considerata la propaggine più estrema della regione del Mercurion, culla del monachesimo greco orientale. Testimonianza di questa influente presenza greca nella zona sono, oltre alla detta cappella, gli imponenti resti di un monastero greco che affaccia sulla baia di Sapri, a metà strada tra l’abitato di Torraca e la vicina Sapri; i resti della importante badia di San Giovanni a Piro, di cui fu abate l’illustre umanista di Tessalonica Teodoro Gaza; la chiesa della Madonna di Grottaferrata di Rofrano. Tuttavia, ciò che è scritto su Wikipedia, riguardo “gli imponenti resti di un monastero greco che si affaccia sulla baia di Sapri” non è corretto in quanto si tratta dei ruderi del Seminario “Fanuele”, in località Pietradame, costruito verso la fine del ‘700 ma mai ultimato e mai funzionante e, come scriveva il Gaetani (…) a p. 15 del suo ‘Giovan Giacomo Palamolla, ecc..’: “lasciata incompleta dal magno spirto Giuseppe De Rosa di Nocera dei Pagani (1775) e da nessuno portata a termine.”.

Per Lanzoni l’ubicazione di Blanda Iulia, nel Porto di Sapri

Vorrei invece approfondire la notizia del Lanzoni (…), secondo cui al porto di Sapri, poneva la Diocesi di Blanda Julia. Il Lanzoni (…), a p. 323, parlando delle antiche Diocesi crisiane, oltre a citare quella di “Buxentum”, cita quella di “Blanda Julia (Porto di Sapri)” , in proposito scriveva che:

Lanzoni.PNG (Fig….) Lanzoni (…), p. 323

Riguardo Sapri, il Lanzoni, a p. 323, in proposito scrive che: “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): 1. Iulianus, età incerta (secolo V-VI) (CIL, XI, 1 e 3, 458). Chiesa vacante: 592 (J-L, 1195).; 2. “Romanus episcopus civitatis Blentanne” : 595. L’edizione maurina del ‘Registrum’ lesse Bleranae (Blera nell’Etruria) da ‘Bleritanae’, invece di ‘Blentanae’. Romano intervenne al sinodo romano del 5 luglio di quell’anno. Le diocesi di Paestum, di Velia, di Buxentum e di Blanda erano sulla costa mediterranea.”. Di questi argomenti ho parlato nel mio saggio ivi: ‘La città sepolta nelle campagne sapresi’ e in ‘L’opera di cristianizzazione, le prime diocesi, l’anacoretismo ascetico ed il monachesimo nel basso Cilento’. Nei due miei saggi, cerco di fare il punto su ciò che è stato ipotizzato e scritto circa la presenza e le testimonianze di monaci iconoduli e basiliani stanziatisi nella notra terra. Ma come abbiamo visto nella pagina 323, il Lanzoni (…), a p. 323, sebbene scrivesse “Blanda Iulia (Porto di Sapri ?): ecc..ecc.., non riporta vescovi nell’anno 640 o 649. Il Lanzoni, scrive di Blanda Iulia, e di un suo vescovo chiamato Romano, presente il 5 luglio al sinono romano dell’anno 595, ma non dice nulla del sinodo romano dell’anno 640 o 649 a cui invece partecipò un altro vescovo di Blanda Iulia. Nel 1985, il sacerdote Luigi Tancredi (2), nel suo ‘Sapri giovane e antica’, a p. 34, parlando del suo Porto e della sua chiesa, affermava che: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”. La notizia è interessantissima perchè ci fa ritornare agli albori della storia di Sapri, al secolo VII, all’epoca delle incursioni vandaliche e della prima cristianizzazione dell’area. Il Tancredi (…), però non dice nulla a riguardo le fonti da cui avesse tratto l’interessante notizia. La notizia di un vescovo di Blanda Julia, che nell’anno 640-649, partecipò al sinodo romano, è del sacerdote Nicola Curzio (…), che nel suo ‘Melania di Blanda, ovvero l’Aurora del Vangelo sul litorale del Tirreno dall’Etna ai sette colli’, pubblicato nel 1910, in proposito scriveva che: “Di origine enotrica, fu Lucana, come la ricordà Tito Livio nel 214 a.C., cittadina interna secondo Tolomeo, ma sulle spiagge Tirreniche secondo Plinio. Bacchilo radunò i discepoli cristiani di Blanda nella casa di Tileno. Altra persona oriunda di Blanda era una certa Letonia di Velia. Blanda Jiulia ebbe sei vescovi dal III secolo in poi: Giuliano, con lapide (250-320); Elia, presente al Concilio Ecumenico di Calcedonia (451); ignoto (+ 592), per cui il papa S. Gregorio I Magno affida la Diocesi al Vescovo Felice di Agropoli; Romano (592 – 640), presente al Concilio Romano del 595-601; Pasquale (640-649), presente al Sinodo romano di papa Martino e, Gaudioso, presente al Sinodo romano di papa Zaccaria (743). “. Dunque, riepilogando, secondo il Curzio (…), nell’anno 640-649 (secolo VII d.C., epoca Longobarda), a Blanda Iulia, forse il “Portus” di Sapri, come credeva il Lanzoni (…), vi erano due vescovi: il primo chiamato “Pasquale”, presente al Sinodo romano di papa Martino, e nell’anno 743, l’altro vescovo chiamato “Gaudioso” presente al Sinodo romano di papa “Zaccaria”. Ma se è vero ciò che scriveva il Curzio (…), mi chiedo se si fosse tratto in inganno Pietro Ebner (15) che, sulla scorta del Duchesne (14), in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, si conoscono solo i nomi di Giovanni di Paestum e di Sabbazio di Bussento, per aver partecipato al Concilio romano nel 649 che costò poi l’esilio a Martino I (649-653). La notizia, era stata confermata dal Duchesne (14) che, parlando dei primi Vescovi di Policastro, dice in proposito: “Si trovano i loro vescovi al Concilio del 649 con quelli di Paestum e Salerno” (11). Dunque, alla citazione che faceva il Curzio (…), che nell’anno 640-649, vi fosse un vescovo di Blanda Iulia al Sinodo romano, il Tancredi (…), nel suo  ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, a p. 82, che pure aveva scritto, nel suo ‘Sapri, giovane e antica’: “Aveva un porto, chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel ‘649; aveva una comunità cristiana.”, in un altro suo passo, parlando delle diocesi tirreniche nel VII secolo d. C., epoca Longobarda, in proposito scriveva che: il vescovo Felice di Agropoli, che assolve bene il suo compito, perchè la fila dei presuli Blandani riappare nei concili romani, fino al 743, col vescovo ‘Gaudioso’ (30). L’interruzione dal 640 al 740 non è in questo connesso indicativo, perchè corrisponde all’occupazione bizantina, che include la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli, e non da Roma.”. Il Tancredi, nella sua nota (30) a p. 82, postillava che: “(30) Mansi, op. cit. vol. XII, 369.”. Vi sono delle evidenti contraddizioni in Tancredi (…), in quanto egli ha scritto che nel VII secolo d. C., a Sapri, che il Lanzoni (…), crede essere il “Portus” di Blanda Iulia, altra diocesi del Tirreno, “aveva un porto chiaramente menzionato nel VII secolo e precisamente nel 649” e, dall’altra parte, sempre parlando delle diocesi tirreniche in quel periodo, scriveva che vi era stato un silenzio di notizie storiche dagli anni 640 al 743, in quanto a suo avviso, questa zona, era occupata dai Bizantini che includeva la dipendenza del vescovado dal Patriarca di Costantinopoli e non dalla chiesa Romana.

Un documento del 1097 (epoca Normanna), parla della Cappella di S. Fantino a Torraca

Il Cappelli (…), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani”, cita un documento di estrema importanza per la collocazione temporale e la ricostruzione storica sul territorio di ciò che già il Di Luccia (…), affermava sulle due Grancie di S. Nicola e di S. Fantino ( o S. Infantino) nel territorio Saprese. Il Cappelli (…), oltre a citare importanti notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro, parlando della Grangia di S. Fantino, trae importanti notizie dal Trinchera (…) che nel 1865, pubblicava ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, dove si riportano gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo, come quello di cui parleremo. Il Cappelli (…), sulla scorta del Trinchera (…) a proposito della Cappella e della Grangia di S. Fantino, che secondo il Di Luccia (…), faceva parte dei possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, scriveva in proposito: “Nel Cilento, infatti, il culto di San Fantino è pienamente documentato dalla denominazione di S. Fantino che prima possedeva la località dove sorse l’abitato di S. Giovanni a Piro, dipendente dal monastero basiliano omonimo, dal quale dipendeva anche una chiesetta campestre, a S. Fantino dedicata (20), e di cui rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Chiesetta che è ricordata in un documento, forse degli inizi del secolo XII (21), con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi daigumeni e monaci basiliani (…),la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantinoed all’altra di S. Ciriaca.” (…). Il Cappelli (…), nella sua nota (21), cita l’interessantissimo ed antico documento (…), pubblicato dal Trinchera (…) e, aggiunge anche la citazione bibliografica che riguarda il personaggio di ‘Odo Marchisii’, citato nell’antico documento del 1097. Il Cappelli (…), a p. 345, nella sua nota (21), oltre a citare l’antico documento che fu pubblicato dal Trinchera (…), nel 1865 (…), cita anche gli studi di Gertrude Robinson (…), dove dice: “(21) La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the Greek monastery of St. Elias and St. Anastastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone).”Biagio Cappelli (…), parlando di S. Fantino e del Cilento meridionale, cita l’antichissimo documento e scriveva che: con il quale un Odo Marchese concedeva a Milano Sergio, abitante a Vibonati, che la tradizione locale dice costituita da popolazioni calabresi chiamatevi da igumeni e monaci basiliani (22), la facoltà di costruire un monastero intorno alle predette chiese di S. Fantino ecc..” :

Cattura Scido e S. Phantini

(Fig….) L’antica pergamena d’epoca Normanna, dell’anno 1097, manoscritta in greco,  tradotta in latino e pubblicata dal Trinchera a p. 80 (…)

Stando all’antico documento membranaceo del XII secolo (…) (datato anno 1097), pubblicato dal Trinchera (…), un abitante di Vibonati, il monaco Milano Sergio, aveva ricevuto da Odo Marchese, il permesso – Sigillum factum – di costruire un monastero intorno alla chiesetta campestre dedicata a S. Fantino, di cui, scrive il Cappelli (…), rimane il nome in una contrada fra Torraca e Vibonati. Il documento: “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (…), pubblicato dal Trinchera (…), è un antichissimo documento manoscritto in greco su pergamena (membrana), datato Settembre 1097 (XII secolo), tratto da antichissimi codici membranacei manoscritti in greco, risalenti a prima dell’anno ‘1000, oggi andati persi o dispersi a causa degli eventi bellici dell’ultima guerra Mondiale, i cui bombardamenti colpirono l’Archivio di Stato di Napoli, dove essi erano conservati e catalogati dallo studioso Francesco Trinchera (…). L’antichissimo documento (…), ci riporta di molti secoli indietro nella ricostruzione storica delle origini delle nostre terre e per la localizzazione di un antica cappella di S. Fantino nel territorio saprese. L’antico documento pubblicato da Trinchera (…), recita e parla di “trado tibi venerabile templum sancti patris nostri Phantini de Scido”. Dunque, l’antico documento parla della S. Fantino di Scido. A parte la citazione di ‘Scido’ – il documento chiama il luogo Scido – è interessante perchè il luogo non è Vibonati ma è ‘Scido’,  quindi, probabilmente Sapri o nel territorio ad esso limitrofo. Le notizie intorno a S. Fantino ed ai possedimenti dell’antichissima Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro, dopo questo documento si fanno più labili.

Torraca ed il suo “Porto”, nel 1079 nella ‘Bolla’ di Alfano I

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, parlando di Torraca e di Sapri, scriveva che la notizia più antica di Torraca, risale alla nota “Bolla” di Alfano I, un documento che egli data all’anno 1066-67, dicendo che in questo antichissimo documento, di cui abbiamo pubblicato ivi, un nostro saggio, Torraca, figura nell’elenco dei paesi della rinata o restaurata Diocesi. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiese baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 664, parlando di Torraca, scriveva che: “‘Turraca’ è poi compreso tra i villaggi che “Alphanus Divina Provvidentia sanctae Salernitanae sedi Archiepiscopus” incluse nella sua lettera pastorale (3), nel ricostruire la Diocesi di Policastro che l’arcivescovo affidò al monaco cavense Pietro da Salerno elevandolo alla dignità di vescovo (a. 1066-1067).”. Ebner, nella sua nota (3), riguardo la notizia tratta dal p. 3 del Di Luccia (…), postillava a p. 664, che: “(3) Laudisio, op. cit., p. 13.”. Infatti, il vescovo Mons. Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicata nel 1831, a p. 71 (v. edizione curata da Visconti), scriveva della nota ‘Bolla di Alfano I, e dei suoi centri. Nella ‘Bolla’, vengono citati anche ‘Turraca’ ed un ‘Portu’ (forse il porto di Torraca, o Sapri). L’elezione a vescovo della rinata e restaurata Diocesi ‘Paleocastrense’ (ex Bussento), di Pietro Pappacarbone, con la nota ‘Bolla’ di Alfano I Arcivescovo di Salerno, nel 1079 (Ebner la data all’anno 1066-67), è importantissima per la nostra storia, in quanto essa rappresenta un momento importantissimo e di passaggio per l’avvento della regola benedettina anche sulle nostre terre. A questo passaggio storico, abbiamo ivi dedicato un nostro studio, dove abbiamo pubblicato la ‘Bolla’ di Alfano conservata nell’Archivio della Diocesi di Policastro. Sarà da questo momento in poi che con la definitiva scomparsa del Principato Longobardo di Salerno, inizierà una lenta decadenza dei tantissimi monasteri italo-greci e bizantini, sorti e fiorenti nelle nostre terre (o come alcuni vogliono nel cosiddetto ‘Mercurion’).

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(Fig….) la nota lettera pastorale (bolla, a. 166/67)(24), datata all’ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, con la protezione longobarda, ricevè nel 1058 da Papa Stefano IX la licenza per la nomina di nuovi vescovi (…).

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(Fig….) Pagina n. 3, della nota copia originale della lettera pastorale (bolla), dell’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, datata all’ottobre 1079, e conservata nell’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…), su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario dell’ADP (Archivio storico e digitale Attanasio)

Il culto di S. Sofia a Torraca

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie riferite dalla bibliografia antiquaria, circa l’origine di alcuni centri abitati del nostro entroterra. Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, nella sua nota (16), postillava che: “(16) R. Gaetani, L’antica Bussento, op. cit., pp. 24-25.”. Infatti, il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo libretto introvabile ‘L’antica Bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani’, pubblicato nel 1882 (v. Fig….), che posseggo,

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parlando di Policastro e della sua antica sede episcopale, a pp. 24-25, scriveva che: “La seconda cosa degna di molto studio per gli agiografi è il culto di S. Sofia, sempre diffuso nei luoghi che ricordano immigrazioni di cattolici dalla Grecia; ma chi sia la S. Sofia, che ha un culto così esteso nelle chiese occidentali d’Italia, ed in modo particolare…….Checchè sia delle varie opinioni sulla santa Sofia, nella Diocesi di Policastro, precipuamente in Poderia, in Roccagloriosa ed in Torraca è celebre il culto di una santa Sofia. Fattisi i nostri ad indagare chi Ella fosse, a niuno meglio potevano rivolgersi che al dottissimo ellenista ed agiografo, il chiarissimo abate di Grottaferrata D. Giuseppe Cozza Luzi, il quale soddisfece ampiamente alla richiesta dell’illustre arciprete canonico Giovanni De Sanctis, facendo conoscere la memoria di una insigne s. Sofia greca, della quale benchè gli atti non esistano, pure il nome è celebratissimo, ed attesa la moltitudine dei prodigi nel restituire la sanità gl’infermi fu distinta col nome di ‘Sofia’ ………(curatrice), il perchè si disse dai greci ‘Thaumaturga’. (24).”. Il Gaetani, nella sua nota (24), a p. 29, postillava che: “(24) Cf. l’Officia recitanda in civit. et dioec. Polycastrensi. Die XV Maij. In festo s. Sofiae. Monitum ad futuram rei memoriam. – E’ tuttora in Torraca un luogo che chiamasi s. Sofia, ove la Santa in un tempietto a lei innalzato veniva onorata con speciale culto. Mi piace ricordare, come ho attinto delle scarsissime carte del nostro Archivio, che ai 30 luglio 1656 in occasione di un morbo contagioso che crudelmente mieteva vittime, i pii Torracchesi fecero pubblico voto alla Beata Vergine dè Cortici, a s. Rocco ed a s. Sofia di pagare annualmente sei ducati col peso di trenta Messe piane.”. Il Gaetani, prosegue il suo racconto, scrivendo che: “A tutto ciò, poichè le grandi trasmigrazioni dè Greci cattolici nelle nostre terre ebbero il maggior incremento nel secolo VIII, e da quel secolo appunto regnano sulle memorie del Bussento tenebre e silenzio, e le notizie cominciano talmente ad illanguidire…….. Il Gaetani (…), cita il Cozza Luzi Giuseppe (…), che, nel 1880, scrisse ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ovvero scrisse la storia delle vite dei due santi Macario e Saba, che passarono nel Cilento e da cui si possono trarre interessanti notizie sui monaci basiliani come S. Fantino e S. Nilo, qui nel basso Cilento.

Nel X secolo, igumeni e monaci si imbarcavano al porto di Sapri o di Maratea

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense”, a p. 256, riferisce un’interessante notizia e, scriveva in proposito che: “Per i consueti pellegrinaggi presso le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, una prassi per il basiliano, igumeni e monaci dell’archimandritato carbonense si imbarcavano dal porto di Maratea o da quello di Sapri (61).”. Il Campagna (…), nella sua nota (61), a p. 256, postillava che: “(61) J. Cozza-Luzi, Historia et Laudes, etc., op. cit; G. Giovannelli, S. Nilo di Rossano, op. cit.”. E’ una notizia che ci lascia un pò perplessi ma estremamente interessante. Dunque, il Campagna, sulla scorta del Cozza-Luzi (…) e del Giovannelli (…), sosteneva che dal porto di Sapri e di Maratea, si imbarcavano igumeni e monaci dell’archimandritato Carbonenense, per recarsi in visita e pellegrinaggio alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo.  Il Campagna (…), nelle sue note bibliografiche, citava i due testi del Cozza-Luzi (…) e, quello di padre Germano Giovannelli (…), su S. Nilo da Rossano. Si tratta del testo di Germano Giovannelli (…) ‘Vita di san Nilo di Rossano : fondatore e patrono di Grottaferrata’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol….. (1966), pp……Credo che il Giovannelli (…), traesse la notizia, dall’opera agiografica della ‘Vita’ dei due Santi fratelli, S. Saba e S. Macario, i quali, si fermarono nella zona del Lagonegrese e dei quali si parla proprio nell’opera agiografica dedicata ai due santi, l’opera del patriarca di Gerusalemm Oreste: ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano, il cui manoscritto fu pubblicato dal sacerdote Cozza-Luzi (…). Sui monasteri citati nella ‘Vita di S. Saba (di Collesano)’, riprendiamo il filo del discorso e diciamo che su  S. Saba, ha scritto il Troccoli (…), a p. 47 che, nel 1986, parlando del “Latinianon”, scriveva: “Più o meno contemporaneamente all’arrivo di di questo nutrito gruppo monastico, la parte centrale della Basilicata veniva percorsa da altri due asceti itineranti: S. Luca di Demenna e S. Vitale di Enna che erano penetrati nella regione dalla parte jonica della Calabria Settentrionale. Ma più che a questi l’influenza bizantina nella zona fu dovuta all’azione efficace ed energica di S. Saba che nel Mercurion ecc…Dal Monastero di S. Lorenzo e dalla vicina Episcopia S. Saba iniziava l’opera di espansione del monachesimo basiliano che doveva poi allargarsi alle coste tirreniche dell’attuale basso Salernitano. Il Santo spesso si allontanava dal suo Monastero di S. Lorenzo per ispezionare i vari cenobi disseminati nel territorio di Lagonegro e di Monte Bulgheria. L’azione ispettiva di S. Saba venne ereditata, alla sua morte, dal fratello San Macario e alla morte di questi dal monaco Luca. A quest’ultimo si attribuiscono i monasteri di SS. Elia ed Anastasio di Carbone e il monastero di S. Giuliano nell’alta valle dell’Agri.”. Il Troccoli, cita alcuni autori che parlarono della regione del ‘Latinianon’, tra cui spiccano quelli del Cappelli, G. Caterini, N. Ferrante. Vera Falkenhausen, a p. 62 (…), scrive in proposito agli insediamenti basiliani nella nostra regione che: “Come aree di insediamento degli immigrati, le fonti bizantine del periodo menzionato in particolare …….di Merkurion (la Valle del Lao), Aieto, di ‘Latinianon’ e di Lagonegrese (5).”. Ritornando alla notizia riferitaci da Orazio Campagna, tratta dal Giovannelli (…), andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui, stando alle parole del Campagna, che era prassi fra igumeni e monaci basiliani dell’Archimandritato Carbonense, di recarsi in pellegrinaggio presso le tombe degli Apostoli S. Pietro e S. Paolo, e che essi partivano dai porti di Sapri e di Maratea. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”. Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati, il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’.

Cozza-Luzi, p. 41

(Fig…) ‘Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, ed. Cozza-Luzi (…), p. 41

I Cenobi basiliani nel territorio di Torraca e Sapri

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’ : “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Torraca che:  “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire, ecc…).  Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: 

martire-d-p-150.png Martire D., p. 151 (Figg…) Martire Domenico (…), op. cit., pp. 150-151

Nell’elenco che nel 1877, riporta Domenico Martire (…), a p. 151, dopo aver elencato gli antichi monasteri del basso Cilento: “1. Monastero di S. Maria di Rofrano; 2. S. Maria della Vita nel territorio di Lauria; 6. S. Matteo a Policastro; 7. S. Pietro di Rivello; S. Nicola di Siracusa a Maratea o Tortora (Didascalea); 11. Monastero di S. Giovanni a Pera (a Piro), con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma: 12 S. Benedetto a Policastro; 13 S. Nicola a Sapri; 14. S. Fantino a Torraca; 15. S. Gaudioso a Rivello; 17. S. Costantino a Trecchina ecc..”. Dunque, Domenico Martire (…), nel suo ‘La Calabria sacra e profana’, nel 1876, citava i monasteri di S. Fantino a Torraca ed il Monastero di S. Nicola a Sapri (?), e le poneva come grangie dell’antico monastero di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Infatti, il Martire (…), scriveva che “11- Monastero di San Giovanni a Pero, con le seguenti Grangie unita alla Santa Basilica del Presepio di Roma.”. Il Martire (…), traeva dette notizie dal Di Luccia, e infatti scriveva che: “17 S. Costantino alle Tracchine. Pietro di Lucca nella sua Moderna Istoria del Monastero suddetto di S. Giovanni a Pero, fol. 3 fa menzione di altri monastei chiamati Badie ecc.., e va avanti con un altro elenco di altri monasteri. Il Pietro di Lucca citato dal Martire è Pietro Marcellino Di Luccia (…), che nel 1700 scrisse il suo L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale’. Dai tre documenti citati (…), quasi contemporanei tra loro e, scritti a causa delle controversie sorte e, le usurpazioni subite – si possono trarre le notizie storiche sull’Abbazia e sulla storia del nostro territorio di cui l’Abbazia è stata testimone da lunghi secoli. Dopo il 1587, come scrivono il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi.”. Il documento (…), di cui il Gaetani (…), riporta alcuni passi, verrà citato poi in seguito studiato anche dal Cataldo (…). Il documento (…), di cui quì pubblichiamo alcune pagine originali, descrive i limiti ed i confini nel territorio Saprese – all’epoca Porto di Torraca –  dei possedimenti appartenuti all’anticihissima abbazia basiliana S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il documento notarile della fine del ‘600, conferma alcune notizie sui possedimenti dell’Abbazia basiliana di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese, citate dal Di Luccia (…), circa la presenza nel territorio Saprese delle due Grangie di S. Nicola e di S. Fantino (‘S. Phantini’) (…) – di cui peraltro quì ho pubblicato un saggio a cui rimando per gli opportuni approfondimenti. Questi possedimenti – tra cui le grangie di S. Nicola e di S. Fantino, esistevano dall’anno 1000, ma purtroppo se ne riparlerà solo in occasione di alcune cause pendenti tra i conti Carafa della Spina di Policastro e la Curia. Il documento notarile manoscritto (…) del 1695-96, “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro”, redatta dal Notaio Domenico Magliano, oggi conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, è particolarmente interessante per la storia di molti centri della zona. Dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”, il Tancredi (…), esaminando i Beni descritti nell’antico documento (…) del 1695, scriveva in proposito: “Le località extra sono 10: Bosco, Majera, Grisolia, Maratea, Trecchina, Rivello, Lentiscosa, Torraca, Roccagloriosa e Policastro.”

Il culto di S. Vito martire o “Lucano” e il territorio con forti influssi ascetici e presenze di monaci iconoduli o basiliani

La leggenda narra che S. Vito passo da Sapri. All’epoca, a Sapri, nell’antico borgo marinaro della “Marinella”, vi era un pozzo, dove alcuni, avendovi attinto l’acqua si ammalarono essendo questa avvelenata e furono salvati da S. Vito, il quale, fece chiudere il pozzo. Al termine dei festeggiamenti avviene un emozionante spettacolo pirotecnico. La statua del Santo rimane esposta per 8 giorni e poi è riposta nell’importante spazio a essa dedicato. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appena gli strapiombi del territorio di Maratea declinano, il mare si incunea tra le coste lucana e campana, formando una rada sicura, il “Portus” per antonomasia, che, specificatamente, veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44). Anche se il porto offriva enormi possibilità commerciali, nel corso dei secoli, i “Sapri” non ebbero vita facile, e per movimenti sismici, e per incursioni dal mare. Al periodo greco-romano, a cui sono ascrivibili i resti presso “S. Croce” (45), seguirono lunghe pause di silenzio. Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.”. Il Campagna, a p. 253, nella sua nota (45), postillava che: “(45) Fra i reperti, resti di moli e costruzioni sommerse, una tomba monumentale con pietra funeraria, su cui è inciso l’epitaffio di Lucio Sempronio Prisco e delle anime dei trapassati, in G. Cataldo, Notizie storiche su Policastro Bussentino, op. cit.,  S. Loppel, Sapri Archeologica (ricerche subacquee) in “Mondo Archeologico”, n. 7, 1976.”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Oltre all’interessantissima proposta del Campagna che lascia intravvedere particolari influssi ascetici e presenze basiliane sul nostro territorio, soprattutto lungo la costa all’epoca che precede la latinizzazione, il Campagna, sulla scorta del Delahaye (…), vuole suffragare l’interessante ipotesi, scrivendo che il martirio di S. Vito costituiva l’ideale e l’emblema dei monaci basiliani. Devo però tuttavia precisare che sia il Cappelli (…), che pure ha scritto sull’argomento, che il Borsari (…), non hanno detto molto anzi quasi nulla su S. Vito martire o S. Vito Lucano. Certo è che alcune testimonianze significative come le notizie storiche intorno alla presenza di Bacchilo tra Sapri e Maratea, la presenza di S. Vito martire a Paestum e forse Velia, l’antica Elea, la tradizione popolare orale che vede la presenza di S. Vito martire o lucano nelle nostre contrade, l’opera di cristainizzazione di S. Paolo Apostolo, ecc.., la presenza di alcune opere basiliane, o centri ascetici di cui la nostra regione, forse quella del “Latinanion” e del “Mercurion”, la citazione di antichissimi monasteri basiliani nelle campagne tra Sapri e Torraca, mettono in connessione l’antichissima baia naturale di Sapri, all’epoca delle prime colonie greche nell’Italia Meridionale e, prima della latinizzazione dell’area, da parte dei primi vescovi cristiani, con l’influsso ascestico dei primi monaci basiliani e, come io credo, aprono nuovi scenari. Queste notizie andrebbero ulteriormente indagate e meritano una più approfondita analisi. Il Campagna, cita il il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca”, che fu citato per la prima volta dal Di Luccia (…) e da Domenico Martire (…) poi in seguito, è tuttavia una interessante notizia storica. Orazio Campagna (…), a p. 253, parlando di Sapri e, del “Portus”, in proposito scriveva che: “Il culto di S. Vito martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (46), postillava che: “(46) S. Vito fu martirizzato il 15 giugno del 305 nei pressi del Sele. Il martirio costituiva l’ideale e l’emblema dei basiliani. Cfr. H. Delahaye, Les origines du culle des martyrs, op. cit.”. Il Campagna (…), a p. 253, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Nel 1979, “Portus” era parrocchia aggregata alla diocesi di Policastro latinizzata, in G. Cataldo, op. cit. La grangia di S. Nicola di Sapri viene posta dal Martire (La Calabria sacra e profana, cit., I, pag. 150, rist. anast., Roma, 1973) alle dipendenze del monastero di S. Giovanni a Piro.”. Infatti, sempre il Campagna (…), a p. 253, parlando sempre di Sapri e del suo “Portus”, nella sua nota (51), postillava che: “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire), op. cit., vol. I, p. 151, ecc..“. Il Campagna riferisce della citazione di Domenico Martire (…), che nel 1877, parlando dei monasteri basiliani nel Prinicpato Citra e in Calabria, riferiva di alcuni monasteri nella nostra area ed in particolare scriveva dei due monasteri citati dal Di Luccia (…), che ci parlò dell’Abbazia di San Giovanni a Piro. Il Di Luccia (…) ed il Martire, scrissero che a Sapri, vi erano due monasteri antichissimi dipendenti dall’Abbazia dei monaci basiliani di S. Giovanni a Piro. Il Martire (…), sulla scorta del Di Luccia (…) scriveva: “13. S. Nicola a Sapri”. Di questo argomento mi sono occupato nel mio sagio ivi: “Le grangie di S. Fantino e di S. Nicola nel territorio di Sapri.”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’ (…), a p. 305, parlando del ‘Mercurion’, scriveva che: “…il Cenobio di S. Giovanni a Piro da cui dipendevano le più o meno vicine grangie, quasi tutte intitolate a santi della chiesa bizantina, di S. Benedetto a Policastro, S. Nicola a Sapri, S. Fantino a Torraca, S. Gaudioso a Rivello, S. Nicola a Maratea, S. Pietro a Maierà, S. Nicola a Grisolia, S. Nicola a Marsico e S. Costantino presso Trecchina (38), di qualcuna delle quali restano tracce nella toponomastica locale, ebbe una lunga e prospera vita. Fu toccato dalla Visita eseguita dall’archimandrita del Patirion Atanasio Calceopilo ed ordinata da Papa Callisto III nel 1457 insieme all’altro prossimo di S. Cono di Camero (39), cui è da riferire un resto di chiesa triabsidata, denominata localmente S. Iconio; appare nel ‘Liber Taxarum’ per un pagamento di 40 fiorini, quando il ricco “. Il Cappelli, nelle sue note (38-39), postillava sui beni dell’Abbazia di S. Giovanni a piro che: “(38) Di Luccia (…),  D. Martire (…) ecc..(39) T. Minisci (…), p. 147 e nota (40) P. Batiffol (…), p. 108.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), scriveva più o meno la stessa cosa del Cappelli (…), postillando su Torraca che:  “(51) Di Torraca, posta a difesa del “Portus”, viene ricordato il monastero di S. Fantino (D. Martire, ecc…).  Il Cappelli (…), citava Domenico Martire (…) che a pp. 150-151, della sua ‘Calabria Sacra e Profana’, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva che: “Oltre ai detti Monasteri soggetti al detto Monastero Carbonense ve ne furono altri, che non appariscono di essere stati soggetti, come in detta Basilicata, e Provincie circonvicine, e sono i seguenti, cioè: ecc..”. Dall’“Esame della Platea del 1695 (1)”. Per quanto riguarda il periodo a cui si riferiva il Campagna, quando parla del “Portus” di Sapri, lo studioso Francesco Lanzoni (…), nel suo ‘Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), vol. I, Faenza 1927, pp. 320–323, ci parla di Sapri. Francesco Lanzoni (…), p. 323, parla delle diocesi di ‘Buxentum’ e di ‘Blanda Julia‘ che pone a Sapri (forse da quì nacque la citazione del Tancredi di un porto a Sapri nel 649 a.C.). Orazio Campagna (…) che a p. 257, nella nota (64), lo citava ed in proposito scriveva che: “(64) F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia, etc., cit. I, p. 323. Il Lanzoni fa riferimento a Jaffé-Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195).” Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a pp. 252-253, parlando di Sapri, in proposito scriveva che: “Appena gli strapiombi del territorio di Maratea declinano, il mare si incunea tra le coste lucana e campana, formando una rada sicura, il “Portus” per antonomasia, che, specificatamente, veniva indicato col termine etnico di “Saprorum”, probabilmente dai Sapiri, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44).”. Il Campagna (…), a p. 252, nella sua nota (44), postillava che: “(44) I Σαπειρες, Ap. R., 2, 395.. Sulla citazione di Apollo Rodio (…), del Campagna (…), è cosa da interessante e da ulteriormente approfondire ed indagare. Non so da dove nasca la citazione del Campagna, circa ciò che scriveva Apollonio Rodio (…), forse nella sua opera “Le Argonautiche”, un poema epico in cui si narra il viaggio di Giasone e della sua nave “Argo”. Devo pure precisare che il Campagna, a p. 45, pone la colonia sibaritica di “Scidro”, non a Sapri, ma verso Diamante in Calabria. Apollonio Rodio (in greco antico: Ἀπολλώνιος Ῥόδιος, Apollónios Ródios; Alessandria d’Egitto, 295 a.C. – 215 a.C.) è stato un poeta egizio del periodo tolemaico. All’età di circa 30 anni fu nominato bibliotecario della Biblioteca di Alessandria dal re Tolomeo II Filadelfo, succedendo a Zenodoto. Contemporaneamente ebbe l’incarico dell’educazione del figlio di Tolomeo II Filadelfo, il futuro Tolomeo III Evergéte. Secondo il lessico bizantino Suda (o Suidas) dovette andare in esilio a Rodi per la scarsa considerazione che i suoi concittadini diedero alla sua opera principale (Le Argonautiche, vedi sotto). Trasferitosi a Rodi, visse sull’isola fino alla sua morte occorsa intorno al 215; per via di questa vicenda fu soprannominato “Rodio”. La celebrità di Apollonio non è dovuta soltanto alle Argonautiche”, ma anche al più celebre episodio della sua biografia: la violenta polemica letteraria che ebbe, fra il 246 a.C. e il 240 a.C. con il suo maestro Callimaco. Callimaco affermò che l’unico requisito della poesia era l’essenzialità lirica e per questo condannò tutta l’epica antica per la sua incapacità di mantenere una continuità di tono e di ispirazione. Nelle pagine precedenti, il Campagna non approfondisce il discorso sui “Sapiri”, tribù di provenienza asiatica, menzionata da Apollonio Rodio (44)”. Come pure non approfondisce affatto ciò che scriveva Apollo Rodio (…), nel suo Libro II, a p. 395, dove scrive: Σαπειρες, il cui significato dal greco antico dovrebbe corrispndere a “Sapeires”, se non erro e non “Saprorum”, termine latinizzato.

San Fantino a Torraca e il monachesimo basiliano nel nostro territorio Chiesa di S. Fantino (Fig….) La cappella di S. Fantino a Torraca

A Torraca, vi sono i resti di una piccola cappella dedicata a S. Fantino, compagno di S. Nilo, che pare fosse morto proprio a Torraca. Vi sono poi, fuori dall’abitato, in località “San Fantino“, i resti di una chiesetta un tempo intitolata a San Fantino, monaco e santo basiliano che ha operato nel Cilento. Della cappella torrachese di San Fantino oggi non restano che muri spogli, dai quali si può ancora riconoscere l’abside. Di questa cappella ne parlerà Biagio Cappelli, come vedremo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiese baroni e popolo nel Cilento’, vol. II, a pp. 663-664, parlando di Torraca, citava il monaco S. Fantino, scrivendo che: Scrive il Cappelli (1) che il santo monaco Fantino (Infantino) visse nel Mercurion, ma tra il 951-952 si trasferì nell’odierno Cilento meridionale presso Torraca, dove morì e dove, in una piccola chiesa sono le sue spoglie. (v. p. 664) Poichè, come afferma padre Germano Giovannelli (2) S. Fantino Junior di Tauriana fece “a ritroso quell’itinerario, che nei secoli VIII e IX avevano tenuto i loro confratelli, trasferendosi nell’Italia meridionale in cerca di pace e di tranquillità per sfuggire alle persecuzioni iconoclaste”, è da supporre che quì si tratti di S. Fantino il grande, igumeno del Mercurion, che fu amico affettuoso di S. Nilo.”. Ebner, nella sua nota (1) a p. 663, postillava che: “(1) Il Cappelli, pp. 183 e 322. Le notizie riferite dal Cappelli sono le uniche che abbiamo su S. Fantino, eccetto la notizia del Di Luccia (p. 3) che afferma che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva a Torraca la grancia di S. Fantino. Ma v. il toponimo “S. Fantino” il località aprica nel territorio di S. Barbara che presuppone iivi il passaggio o una cella monastica; se non altro una sosta del santo nel monastero italo-greco di S. Barbara. Cfr. quanto ne ho detto nella mia Storia cit., p. 457 e nel volume di Economia e Società, cit., p. 67.”. Sempre l’Ebner (…), nella sua nota (2) a p. 664, postillava che: “(2) G. Giovannelli, S. Nilo, cit., p. 161 (S. Fantino Junior) e ‘passim‘ per S. Fantino il grande.”. Riguardo il monaco S. Fantino, Ebner, segnalava che se ne attestava il suo passaggio Ma v. il toponimo “S. Fantino” il località aprica nel territorio di S. Barbara che presuppone iivi il passaggio o una cella monastica;”. Ritornando alle parole di Pietro Ebner (…), che, riguardo il monaco S. Fantino, citava il Cappelli (…). Ebner, scriveva che il santo monaco Fantino (Infantino) visse nel Mercurion, ma tra il 951-952 si trasferì nell’odierno Cilento meridionale presso Torraca, dove morì e dove, in una piccola chiesa sono le sue spoglie. (v. p. 664).”. Il Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, a p. 323, scriveva che: “Questo S. Infantino o S. Fantino è l’altro e diverso dai due S. Fantino, juniore e seniore, di Tauriana. In esso identificherei l’omonimo monaco e maestro che S. Nilo di Rossano trovò al Mercurion e che intorno al 951-952, come ho dimostrato altrove (19), si trasferì nel Cilento meridionale dove si spense.”. E qui, il Cappelli, non dice che S. Fantino si spense a Torraca, ma parla del Cilento meridionale dove si era trasferito. Il Cappelli, proseguendo il suo racconto, ci fornisce un’importantissima notizia riguardo il documento del 1097 (…), di cui parleremo in seguito e, parla di Torraca. Il Cappelli (…), nella sua nota (19), a p. 344, postillava di vedere il suo saggio nello stesso volume. Infatti, nel suo saggio sui tre santi: “S. Fantino, S. Nilo e S. Nicodemo”, il Cappelli (…), parla di S. Fantino a p. 188, e scriveva che: “Rimanendo il suo ricordo in una piccola chiesa di cui rimangono resti e titolo nei pressi di Torraca: memoria che si riallaccia ai titoli di un cenobio e di una chiesa, già nei pressi di Cerchiara il primo e di S. Basile l’altra, che forse ricordano i luoghi della sua nascita e della sua prima giovinezza (26).”. Il Cappelli (…), nella sua nota (26) di p. 197, citava Francesco Russo (…), “Il Santuario della Madonna delle Armi”, Roma, 1951, pp. 13 ss. ecc….Il Cappelli (…), a p. 187, ci fornisce una interessante e utile notizia riguardo questo monaco S. Fantino, dove scriveva che: “Ad ogni modo sia questa fonte, sia un’altra leggenda in lingua italiana, esistente nel Collegio Basiliano di Roma e comunicata sulla fine del seicento da don Pietro Menniti abate generale dei monaci basiliani a Domenico Martire, che dell’una e dell’alta si servì per il suo cenno biografico di S. Fantino, oltre a fissare la data di morte del santo al 965 (21), aggiungono poco o nulla a quanto è contenuto nella ‘Vita di S. Nilo’ dalla quale penso dipendessero ambedue.”. Il Cappelli (…), nella sua nota (21), a p. 197, postillava che: “(21) D. Martire, op. cit. p. 133.”. L’opera citata dal Cappelli nella sua nota (21) è di Domenico Martire, che nel….., scrisse ‘Calabria Sacra e Profana’, che citava anche il Di Luccia (…). Il Martire scriveva che:

Martire, p. .....PNG

Domenico Martire (…), a p. 133, parlando della morte di S. Fantino, nella sua nota (9), postillava che: “(9) ‘Circa gli anni gbs’.  – Ma sarebbe meglio dirsi l’anno 975, come si può riflettere nella desolazione universale della Calabria, di detto anno 986, e di più nella ‘Cronologia’ di S. Nilo, come nella sua Vita sarà posta, donde appare che dopo morto S. Fantino, egli partito fosse dal Mercurio, ed andato a fondare il Monastero di S. Adriano nel distretto di Bisignano.”. Il documento notarile del Magliano (…), fu citato dal Gaetani (…), che in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, pubblicò il contenuto del documento illustrato nelle Figg…. e scriveva che: La Venerabile Cappella di Santo Infantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere di ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tutti i fondamenti, i quattro cantoni et il frontespizio, et anco un arco sopra l’altare medesimo di pietre scalpellate, stimandosi che tale edificio sia stato costruito in tempo di opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che oggi viene detta la Marina, et Porto di Sapri, perchè s’aprì il monte ed entrò il mare; la detta cappella era diruta, senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. mo D. Michele Brandaleone alla f.m. di P.P. Innocenzo XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vescovo di Policastro ecc….

S.Fantino2

(Fig….) Particolare di pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) – il documento che descrive la ‘Cappella di S. Fantino’ e “la sua magnificenza ecc..”.

Chiesa di S. Fantino.PNG (Fig….) Cappella di S. Fantino a Torraca La strada vicinale della ‘Verdesca’ citata dal giudice Fischetti XXFO5843

(Fig….) Un ponte d’epoca medievale posto lungo un sentiero che da località Mocchie di Sapri risale verso Torraca. L’immagine ci è stata inviata dal Gruppo di escursionisti di Sapri “Golfo Trek”.

Pare che questa strada vicinale o sentiero risalisse dalla località ‘Mocchie’ a Sapri, su per il monte Olivella, attraverso i territori nel Comune di Torraca e da lì proseguiva verso Torraca o verso il Fortino del Cervaro, si chiamasse “Verdesca”, forse la stessa strada carovaniera che attraversava la contrada della “Carnale”, dove furono trovati dai G.A.S., antichissimi insediamenti Enotri e Lucani, in gran parte distrutti dall’incuria delle autorità preposte  per il passaggio della condotta del gas metano. Andrebbe ulteriormente indagata la presenza di alcune strade mulattiere presenti sul nostro territorio in quanto esse sono state frequentate in epoche in cui si è persa la memoria del tempo. Infatti, questa strada vicinale ed alpestre, prima che arrivasse nei pressi di Torraca, a metà strada, si trova un sito oggi chiamato “Agriturismo S. Fantino”. Io credo che l’intera area fosse stata anticamente l’area dove sorgeva la grancia di S. Fantino, di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio. La probabile epoca di fondazione della grancia di S. Fantino, può riferirsi molto probabilmente all’anno 1097, allorquando, secondo una pergamena d’epoca normanna, veniva concesso a Sergio, monaco di Vibonati, di costruire una cappella a S. Fantino, che doveva essere una località posta tra Sapri e Torraca, come risulta dall’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna) illustrata nella Fig. 2, di cui ho parlato.

Cattura (Fig. 2) L’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna), manoscritta in greco e, tradotta in latino dal Trinchera (…) che la pubblicò a pp. 80-81-82

La testimonianza della strada vicinale e di campagna detta la “Verdesca”, ci è data da uno dei principali protagonisti dello sbarco a Sapri dei ‘trecento’ di Carlo Pisacane, il giudice di Vibonati Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni, da poco eletto, Giovanni Nicotera. Il Fischetti (…), a p. 35, parlando della notte in cui Pisacane sostava a Sapri, in proposito scriveva che: “…ed io con pochi amici mi avviai sopra Torraca per la via cosiddetta della ‘Verdesca’, impraticabile quasi, montuosa ed alpestre assai, per evitare la solita via pubblica, laddove quelli avessero voluto inseguirmi.”. Nella tradizione orale popolare, nel nostro dialetto, il termine di “Verdesca”, stà ad indicare un pesce di mare, una specie di pescecane simile allo squalo. Sempre nella tradizione popolare orale, vi è un termine simile “Ventresca”, la pancia o la pelle del ventre di un certo tipo di squalotto di mare. La strada “Verdesca”, verrà poi in seguito, nel 1907, citata anche dal Bilotti (…), il quale a p. 198, in proposito al giudice scriveva che: “Il Fischietti.. (e anche quì il Bilotti erra il cognome del giudice Vibonatese), effettivamente aveva fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura nell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria….”. Con l’indagine geo-storica, possiamo stabilire quale e dove fosse questa stradina o sentiero di campagna, assai disagevole per i tempi a cui si riferiscono i fatti di Pisacane. Si trattava di un percorso o un sentiero di campagna che risaliva le campagne in direzione di Torraca, che partendo dalla località a Sapri detta le “Mocchie”, risalisse verso Torraca. Dalla località detta le “Mocchie” a Sapri, posta subito dopo la contrada saprese della “Marinella”, si inerpicano due sentieri che risalgono alle pendici del Monte dell’Olivella, verso i territorio di Torraca. Io credo che le “Mocchie”, dove ancora oggi è rimasto un gruppo di antichissime case, molte di queste solo recentemente ristrutturate, sia una contrada di Sapri prossima ad un molo o un antico porticciolo. La contrada delle “Mocchie”, infatti, si trova quasi a ridosso della vecchia spiaggia o insenatura formatasi del torrente detto “Brizzi”, di cui ancora oggi non si conosce l’esatto significato dell’etimo. Il torrente “Brizzi” e il suo alveo, dopo un lungo percorso dalle montagne poste nel Comune di Tortorella a confine con quello di Torraca e di Sapri, scende a valle e sversa le sue acque a Sapri e, lungo il suo percorso attraversa la contrada delle “Mocchie” che è posta quasi posta di fronte alla collina dell’altra antica contrada del “Timpone”. Recentemente, alcuni membri del locale gruppo di Trekking di Sapri “Golfo Trek” hanno percorso e smacchiato questo vecchio sentiero che risale poprio dalle Mocchie e si inerpica tra balze e dirupi verso il territorio un tempo di Torraca. Io credo che il nome di questo sentiero fosse proprio quello di “Verdesca”, il nome che citava il Bilotti (…) e prima ancora il giudice vibonatese Fischetti (…). Lungo questo percorso vi sono alcuni ruderi di un ponte medievale che lasciano pensare ad un’antichissima frequentazione e forse, come io credo, questo sentiero doveva essere quello che collegava il piccolissimo approdo delle Mocchie con l’antichissima grangia di “S. Fantino”, dipendente dal cenobio basiliano di San Giovanni a Piro. Della grangia di S. Fantino (…), come vedremo, ci parlano gli antichissimi documenti ma i suoi ruderi non sono stati mai individuati. Infatti, risalendo l’immagine satellitale con l’amico Giamberto del locale gruppo di escursionisti, si può vedere che nel territorio prossimo più a Sapri che a Torraca, si scorgono dei duderi o degli edifici che lasciano pensare all’antica grancia di S. Fantino, di cui parla il Di Luccia (…) e il Martire (…), ma che non è stata mai del tutto localizzata. L’antica grancia o masseria o addirittura l’Abbadia di S. Fantino di cui si parla in antichi testi, non solo esisteva dall’epoca Normanna come attesta l’antica pergamena del 1097 pubblicata dal Trinchera (…) e poi dal Cappelli (…), ma era posta nel territorio di Sapri, divenuto solo nei primi del ‘500 appartenente al feudo di Torraca. Credo pure che questo percorso sia proprio quello che percorrevano i monaci abitanti dell’antica grangia di S. Fantino per scendere al porto di Sapri che forse era posto proprio nella contrada detta le “Mocchie”, per il trasporto via mare delle merci essendo questo piccolo ma nascosto e sicuro approdo collegato con i piccoli porti della costa velina. Non sono mai state del tutto individuate alcune cappelle e costruzioni religiose di cui ci parlano alcuni studiosi locali nei primi del ‘900 come il Gallotti (…) e il Gaetani (…). Molte costruzioni si pensa fossero nel territorio di Torraca ma solo perchè il territorio di Sapri, fu delineato nei suoi attuali confini solo dopo l’Unità d’Italia, ma in realtà alcune costruzioni o manufatti citati dal Cappelli (…), dal Martire (…), ecc.., si trovavano prossimi al territorio saprese, ovvero posti si nella campagne ma molto prossimi al vicino piccolo approdo della costa saprese. Infatti, nell’antichità per il trasporto delle merci e per i traffici si preferiva percorrere le vie marittime anzicchè quelle sulla terra ferma molto più frequentate ed insicure. I monaci lo sapevano bene. Nell’anticihità le località e le comunità rivierasche erano molto più fiorenti e popolate rispetto a quelle interne che si ripopolarono specialmente dopo la Guerra del Vespro e sopratutto in epoca Vicereale a discapito di quelle rivierasche che al contrario si spopolarono. I documenti ci parlano di una grangia o di un piccolo cenobio di monaci basiliani o benedettini, la grangia di S. Fantino, che doveva essere attiva e fiorente all’epoca medievale ovvero XII-XIII secolo.

Tortorella e Torraca

(Fig…) Particolare delle nostra costa e del nostro territorio tratto dalla della Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). La carta è inedita e da me scoperta alla fine degli anni ’70 e fatta riprodurre nel 1981 dall’ASN, dove essa ancora è conservata.

Nel 1144, Gibel di Lauria, Roberto di Lagonegro, Genetes di Torraca, Roberto Scullando di Ajeta, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea,  in una carta greca del monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), pubblicato da Getrude Robinson

Sugli Scullando, signori di Aieta, il Cappelli (…), a p. 220, parlando dei feudatari di Aieta e, riferendosi a Goffredo, feudatario di Aieta scriveva che: “A questi è del tutto presumibile succedesse quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). Sempre il Cappelli, sugli Scullando, a p. 224, nella sua nota (5) postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland (i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Dunque a proposito del Roberto di Aieta, che il Cappelli dice forse avere assunto il Cognome di Scullando, il Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…). Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…), nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, pubblicato nel 1928. Il Cappelli, parlando degli Scullando, citava le carte greche  voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss” e, riguardo queste pergamene scriveva che questo Roberto Scullando, Signore di Aieta: Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ),, ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). I documenti pubblicati da Gertrude Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = 1144. γιβλλος λωριας”,  sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII)”. Infatti, in due documenti del 1144 pubblicati dal Robinson (…) troviamo citato il Ghibellus de Lauria. La Gertrude Robinson (…), nel 1933 pubblicò una serie di documenti interessantissimi, antichissime pergamene greche, provenienti dal Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone in Provincia di Potenza. Si tratta di Gertrude Robinson (…). Infatti, i due documenti, le due pergamene greche e trascritte e tradotte dalla Robinson, il doc. XXXVII del 1144 e il doc. XXXVIII, entranbi del 1144, citano i due personaggi normanni Robbertus de Cles (“Cletzes”) e “Ghibellus of Lauria” e dice che entrambi erano i giustizieri regi del distretto di Val Sinni (forse della Contea di Marsico). Siccome entrambi i documenti sono datati all’anno 1144, coincide con il riferimento fornitoci dal Borrelli (…) che nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, scrive “SVB GUGLIEL. II REGE”, ovvero al tempo (“sub” = sotto) di re Guglielmo II° di Sicilia detto il Buono. Ma sappiamo pure che sotto il regno di re Guglielmo II° di Sicilia, detto il Buono non era possibile in quanto nel 1144 non regnava lui ma regnava l’altro Guglielmo, ovvero Guglielmo I° di Sicilia detto il Malo, figlio di Ruggero II d’Altavilla. Dunque il riferimento del Borrelli risulta errato. I documenti pubblicati dalla Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.

Robinson, p...., doc. XXXVII, 85 Robinson, pp. 34-35, doc. XXXVII, Robinson, pp. 33-34, Robinson, 36-37 Robinson, pp. 38-39 Robinson, pp. 40-41 Robinson, p. 41 (Fig…) Robinson G., op. cit., pp. 30 e s.

Dunque, in questo documento greco del 1144, proveniente da Carbone, insieme a Roberto di Lagonegro e Genete di Torraca, figurava anche Roberto Scullando. Ma chi era questo Roberto Scullando di Aieta che figura in un documento del 1144 ?. Il Cappelli, parlando dei feudatari di Aieta, riferendosi a Goffredo dice che: (riferendosi all’abitato di Aieta): “e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque, il Cappelli scrive che da questa pergamena greca del 1144, in cui figurava anche “Gibel de Loria“, e “Roberto Scullando di Aieta” che il Cappelli dice “quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando”, dunque il Cappelli dice essere quel Roberto, figliastro di Normanno o forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che “in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque Roberto Scullando come è scritto pure nel documento citato dal Cappelli. Ma chi era il personaggio, il Signore di Aieta, Matteo, figlio del “fu Riccardo e di Clementa” ?. Di Riccardo di Clementa e del figlio Matteo ne parla Biagio Cappelli, citando un altro documento, un altra pergamena sempre di Aieta, dove si parla dell’antico monastero di S. Nicola di Tremulo. Il documento che fu pubblicato da Leone Mattei- Cerasoli è datato al secolo XI-XII. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, dove parla nell’intero capitolo dal titolo: Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”.

Le Grancie di S. Nicola a Sapri e di S. Fantino nel territorio Saprese, ora Torraca

Pietro Ebner (…) parlando del cenobio basiliano di San Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Il Di Luccia (citt., p. 3) afferma che l’abbazia di S. Giovanni a Piro possedeva la grancia a Sapri di S. Nicola, senza specificare però l’epoca di fondazione.”. Infatti, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro’, a p. 3, scriveva in proposito: “E perchè detta Abbadia di S. Gio: oltre ai suoi beni, e diverse Grancie, che ha, come a dire di S. Benedetto a Policastro di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca di S. Gaudioso a Rivello, di S. Nicola in Maratea, di S. Costantino alla Trecchina, di S. Pietro in Maiera, di S. Nicola in Grisolia, e diversi altri effetti, possiede la Terra di S. Gio: a Piro, quale è Baronia essendo copiosa d’anime, e di ottimo Clero con sua Giurisdizione, e perchè viene al presete occupata da Monsig. di Policastro, perciò ad effetto di far vedere la verità del fatto, ho determinato di fare una digressione nell’origine di detta Abbadia, e Terra, ecc…” .

Di Luccia, p. 3, sulle grangie.PNG (Fig….) Di Luccia P.M., op. cit.,  p. 3

Il Di Luccia (…), affermava che l’Abbazia di S. Giovanni a Piro, possedeva a Sapri la grancia di San Nicola e la grancia di S. Fantino a Torraca, ma non specificava niente altro. Incominciamo col dire subito che la citazione del Di Luccia (…), poi in seguito confermata da Domenico Martire (…) e dal Cappelli (…), dei due possedimenti  “…di S. Nicola a Sapri, di S. Fantino a Torraca”, la grangia di S. Fantino veniva citata a Torraca perchè Sapri o il suo “Porto”, all’epoca del Di Luccia (…), 1700, era ancora posto nel territorio dell’Università o Baronia o Feudo di Torraca, allora dei  Palamolla. Dunque, la grancia di S. Fantino, si trovava nel territorio Saprese. La notizia di della grancia di S. Fantino a Torraca, è citata anche in seguito dal Gaetani (…) che, in proposito, fa luce.  Il Gaetani (…) nel suo libro su Torraca: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, riporta uno stralcio dell’antico documento notarile manoscritto del 1695 (3) il quale, parla della Grancia di San Fantino’, che apparteneva in origine all’Abbazia di S. Giovanni a Piro, quindi confermando la notizia del Di Luccia (…), descrivendone limiti e confini nel territorio saprese. Il documento (…), descrive le Grancie di S. Fantino e di S. Nicola, site nel porto di Torraca (o di Sapri) che, però erano molto più antiche del documento in questione. Il documento del 1695-96, del notaio Domenico Magliano (…) è, quasi contemporaneo di altri due importantissimi documenti che riguardano la storia dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e dei suoi possedimenti. Si tratta di due importantissimi ed unici documenti da cui è possibile trarre alcune uniche notizie storiche sull’Abbazia di S. Giovanni Battista a  S. Giovanni a Piro ed i suoi possedimenti sul nostro territorio ed in particolare in quello Saprese. Dal documento notarile manoscritto del notaio Domenico Magliano (…), conservato nell’Archivio Diocesano di Policastro, di cui il Gaetani (…), ha pubblicato un piccolo stralcio trascritto e, di cui ivi pubblico alcune pagine originali, si possono trarre interessantissime notizie storiche sulle origini ed i possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e su alcuni suoi possedimenti nel territorio Saprese e di Torraca. Infatti, questo documento (…), è interessante anche per la storia di Sapri,  dell’Università (Comune) di Torraca e quindi del territorio Saprese a cui in quel tempo apparteneva. Il Gaetani (…), in proposito alla ‘Cappella di S. Fantino‘, pubblicò il passo trascritto del documento illustrato in Figg….., tratto dal documento notarile del Magliano (…), del 1695. Il documento illustrato nell’immagine di Fig…., si legge, nel territorio di Torraca. La quì sottoscritta Badia di S. Fantino e ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi è stata venduta dal Rag: Zifao al Don Francesco Falci di Napoli, come da Istrumento del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, al quale a me presentato. Die Xma (decima) gbri ibgS (?), con ordine e dal D. Falce ceduto alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce. Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”.

S. Fantino

(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca

Sappiamo che questi antichi edifici sorgevano nel territorio Saprese che all’epoca dipendeva dall’Università o Feudo che apparteneva ai Palamolla di Torraca. Dunque, la ‘platea dei beni e delle rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’ redatta dal Notaio Domenico Magliano nel 1695-96, citata e trascritta in parte dal Gaetani (…), riguardo il possedimento di Torraca, diceva che quì (riferendosi al feudo di Torraca), vi era la “sottoscritta Badia di S. Fantino” fu venduta dal Ragioniere Zifao a Francesco Falci di Napoli per ‘ducati annue rendite in doti dieci carlini sottoposto a due terzi’, con Atto pubblico (Istrumento) del Rag. Notaro Nunzio Pacileo di Napoli, e aggiunge “al quale a me presentato. La ‘Platea’ continua e dice che Don Francesco Falce di Napoli, cedette la detta Badia di S. Fantino “alli fratelli D: Zif… D: Filippo ed Alfieri e D: Francesco Brandi di Torraca; anche Pasquale Falce.”. Sempre nella “Platea”, leggiamo che: “Cappella di S. Fantini, sita et posta in Tra (terra) Torraca Provinciae Salernitana et Diocesis Paleocastrens, ecc..”. Dunque, in questo passo, la Platea dei beni redatta nel 1695-96 dal notaio Domenico Magliano, ci informa che a Torraca o nel suo feudo vi erano a quei tempi distintamente tre edifici: la Badia di S. Fantino, la Cappella di S. Fantino e la grancia di S. Fantino. Riguardo la grancia di S. Fantino, la platea dei beni e delle rendite (…), redatta dal notaio Domenico Magliano nel 1695-96, dice che: “….et Grancia ….de alys est et est annesa et unita Abb.e (Abbazia) …..Joanni a Pyro Abba acque est annesa S. Capp. e Presepy in Basilica S. Maria Maiory de Urbe quoque ……concessi fuerunt con………..Rev. D. Egidio Sorrentino…..Joanny a Pyro……….ecc… D. Michele Brancaleone et F.sco Tomaso Mercadante..”, ovvero dice che la Grancia di S. Fantino posta nel feudo di Torraca dipendeva dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro che era stata annessa (aggregata) alla Cappella del Presepe dalla Basilica di Santa Maria Maggiore con …… ……… ..Rev. Gilles D. Sorrentino ..Joanny da Pyro ……… … … .ecc D. Michele Brancaleone e F.sco TomasoMercadante”. Chi erano i due notabili Reverendo Egidio Sorrentino, Michele Brancaleone e Tomaso Mercadante ?.

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(Fig. 4) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Il ‘Liber censuum’

Per l’indagine demografica e storiografica un utile ma non esaustivo strumento d’indagine è il ‘Liber censuum’ che, nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216-1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).

I Lancia nelle nostre terre

Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie circa la resistenza di alcuni feudatari delle nostre terre che pattegiarono per gli ultimi regnanti della casa Sveva. Alla dominazione Normanna fece seguito la dominazione Sveva e poi subentrarono gli Angioini di Carlo I d’Angiò che sconfisse Manfredi a Benevento nell’anno 1266. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi,... Il Mallamaci (…) sosteneva che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri (…), a pp. 55-70 e p. 85, e seguenti, nella sua nota (8) a p. 198, in proposito scriveva che: “(8) L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto di Tortorella, ecc…. I Lancia erano una potente famiglia imparentata con gli Svevi di Federico II e poi con il figliastro Manfredi. Essi erano imparentati con i Conti di Lauria, in particolare come vedremo con Gibel di Lauria e con Riccardo di Lauria suo figlio ai tempi della ‘Congiura di Capaccio‘. Si narra che Federico II di Svevia avesse avuto una particolare predilezione fra tutti i suoi figli verso Manfredi ed Enzo, entrambi nati da relazioni extra-coniugali. Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266). Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258. Bianca Lancia, sarà l’ultima amante prima e sposa dopo di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacque Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia. E’ per questo motivo che, sebbene a Riccardo di Lauria, in seguito alla ‘Congiura di Capaccio’, Federico II di Svevia aveva tolto i possedimenti di Lauria e in Calabria, poi in seguito furono riacquistati e restituiti per la parentela che Riccardo di Lauria aveva con l’ultima moglie (o solo amante) di Federico II di Svevia. Bianca Lancia era nipote di Isabella (Donna Bella) Lancia, che in seconde nozze aveva sposato Riccardo di Lauria, conte di Lauria e padre di Ruggiero di Lauria. Di Bianca Lancia, nipote di Isabella Lancia (madre di Ruggiero di Lauria) e sposa di Riccardo di Lauria), il genealogista seicentesco Filadelfo Mugnos e il Pirri, la vorrebbero figlia di Corrado Lancia dei Duchi di Baviera, Conte di Fondi, grande figura della storia medioevale europea e sorella di Galvano Lancia, Signore di Brolo e Barone di Longi, Capostipite di tutti i Lanza di Sicilia. Forse il suo vero nome era Beatrice. Bianca Lancia, o Lanza, meglio Bianca d’Agliano (Arce ?, 1210 circa – poco dopo il 1250 ?), è stata l’ultima moglie dell’imperatore Federico II di Svevia, che egli sposò “in articulo mortis”. Dalla loro relazione nacquero tre figli, tra cui Manfredi. Sono frutto di ipotesi congetturali sia il nome Bianca sia la verosimile appartenenza ai Lancia. A partire dal 1225 Bianca mantenne una relazione illegittima con Federico II, che conobbe in circostanze non determinate, secondo alcuni durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne. Dalla loro relazione nacquero: Costanza (1230-1307) e Manfredi di Sicilia (o di Staufen) (1232-1266). Manfredi, era figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca dei conti Lancia e Signori di Longi dei Duchi di Baviera. Isabella Lancia, madre di Ruggiero di Lauria, era la zia di Bianca Lancia che fu amante e forse sposa di Federico II di Svevia. Dall’unione di Bianca Lancia, nipote di Isabella Lancia (madre di Ruggiero), con Federico II di Svevia, nacque Manfredi di Svevia. Dunque, Ruggiero di Lauria e re Manfredi di Svevia erano cugini. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “….Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, ecc….In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. ….Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Dunque, Riccardo di Lauria, padre di Ruggiero di Lauria, in seconde nozze sposò Isabella (“Donna Bella”) Lancia, la zia di Bianca Lancia, amante ed ultima sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, …..aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Da Wikipidia leggiamo che Riccardo di Lauria fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Lo storico locale Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Ecc…”. Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella (Isabella) Lancia, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, ….aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, ecc…”. Nell’estate del 1252, Corrado IV, diede inizio all’offensiva contro i ribelli e, nel 1253, bandì i Lancia dal Regno minacciandoli di punizioni, con la sola esclusione di Bertoldo di Hohenburg, marito di Isotta Lancia. Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano Lancia: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello.

Nel 1229, Policastro (forse pure Tortorella e Torraca) è città demaniale dei Ruffo

Nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, la maggiore e più importante città, Policastro, era demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, e tale resterà fino al XIII secolo, nel 1229, quando venne venduta al primo suo feudatario Giovanni Ruffo. Il Giustiniani (…), scriveva che Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.”. Nel XIII secolo, in seguito alla dominazione Normanna e quella Federiciana, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, che però resterà tale fino all’anno 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo (…). Giovanni Ruffo, diventerà il primo feudatario della zona. Le vicende del feudo di Policastro subirono una svolta importante dopo la morte dell’imperatore Federico II (13 dicembre 1250), quando sappiamo che passò in potere del conte Giovanni Ruffo (di Calabria) mentre, durante gli anni precedenti, sembra che sia rimasto devoluto transitoriamente alla regia corte. Così ricaviamo da una notizia riportata dall’Ebner e relativa ai primi momenti della dominazione angioina, che riferisce di un ordine relativo al “recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro” in favore della Regia Corte, di una somma pertinente alla bagliva della “terra di Policastro”, che l’autore identifica però con la Policastro cilentana (…). L’Ebner, scrive: “Vi è pure un ordine di recupero dall’erede del giudice Ruggiero di Policastro di VIII once d’oro e XV tarì per la bagliva della terra di Policastro (…). L’Ebner (…), che nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, parlando di Policastro, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), scriveva in proposito che: “Il feudo fu assegnato a Giovanni Ruffo nell’anno 1229.”.  Nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, la maggiore e più importante città, Policastro, era demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, e tale resterà fino al XIII secolo, nel 1229, quando venne venduta al primo suo feudatario Giovanni Ruffo. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Quindi, secondo i due studiosi (..), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo che diventerà il primo feudatario della zona. Questo significa che nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale. E così era anche il suo porto. Il Giustiniani (…), scriveva che Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), si dilungano sulle mura e fortificazioni di Policastro, per poi aggiungere: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Secondo i due studiosi (…), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, scriveva che: “Nel 1211 Federico II,….a quel tempo Policastro era divenuta città demaniale anche per il suo castello passato alle dirette dipendenze dello Stato. Il feudo di Policastro fu assegnato a Giovanni Ruffo (a. 1229).”.

Dopo il 1245 e fino al 1271 (epoca Federiciana), Torraca alla famiglia Lancia

Secondo Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi. Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano. Riottenuto l’esteso feudo, i Sanseverino tennero il Cilento fino al 1552, anno che coincise con il declino definitivo della potente famiglia. Il suo ultimo feudatario fu Ferdinando che dovette riparare in esilio per aver appoggiato i francesi.”. Dunque, il Mallamaci, scriveva che ai tempi di Federico II di Svevia, Torraca apparteneva alla Baronia del Cilento che “toccò” ai Lancia, di cui una grande esponente fu la madre di re Manfredi, Bianca Lancia. La sorella di Bianca Lancia, sposò Riccardo di Lauria, padre dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”.

Prima del 1266, Riccardo di Lauria, figlio di Gibel de Loria e padre di Ruggiero di Lauria

I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Dunque, Riccardo di Lauria, padre di Ruggiero di Lauria, in seconde nozze sposò Isabella (“Donna Bella”) Lancia, la zia di Bianca Lancia, amante ed ultima sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Da Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone  di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Morì combattendo nella battaglia di Benevento al fianco del re Manfredi, ucciso dal cavaliere Jeronimo di Sambiase. Riccardo di Lauria sposò:

  • Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria;
  • Bella Amico (~ 1221 – dopo il 1279), figlia di Guglielmo e sposata in seconde nozze, dalla quale ebbe:
    • una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia;
    • Ruggiero di Lauria, celebre ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi.

Lo storico locale Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Da Wikipidia leggiamo che Ruggiero era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella (Isabella) Lancia, nutrice di Costanza di Hoenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Riccardo era feudatario in Calabria e signore di Scalea nell’anno della sua morte, avvenuta durante la Battaglia in cui perì lo stesso Manfredi. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (102) postillava che: “(102) Parla dell’antica famiglia di Ruggiero di Lauria e cita Carlo Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914; cfr. “Carta d’Italia fra il 1270 ed il 1450 con scala in miglia italiane”). Lo stemma dei Loria era lo scudo sabino, a tre fasce d’argento e tre d’azzurro.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggiero di Lauria, stà in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V.E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero. Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini ecc..”. La notizia riportata anche da Ebner e tratta dai registri della Cancelleria Angioina andrebbe ulteriormente indagata e riguarda l’epoca Federiciana della ‘Congiura di Capaccio’ in cui diversi feudatari delle nostre terre patteggiarono contro Federico II di Svevia oppure si riferisce al periodo immediatamente successivo alla presa di potere di Manfredi dopo la morte di Federico II di Svevia. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Crebbe in corte d’Aragona (1); ove il re gli diè sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ….Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3).”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro“. Infatti, in Michele Amari (…), nella sua ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, a p. 83, nel cap. V, riferendosi a Pietro III d’Aragona, scriveva che: “Sorridea Pietro, e a far disegni, non querele, si ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di Procida (4). Di questi il primo, nato di gran legnaggio nella terra di Scalea in Calabria (5), imparentato colla siciliana famiglia dè conti d’Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria (6), venuto era fanciullo seguendo la regigna Costanza con madonna Bella madre sua, nutrice della reina, ecc..ecc..”. L’Amari a p. 83 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Saba Malaspina, cont., pag. 340-342. Per vero egli non scrive il nome di Corado Lancia ma solo di Loria e Procida, e, aggiunge altri usciti italiani, ma ritraendosi dal Montaner  la grande riputazione di Corrado a corte d’Aragona per armi e consiglio appunto in questo tempo, non è dubbio che quel nobile siciliano avesse partecipato in tutti i disegni.. L’Amari (…), a p. 83, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Diploma negli archivi della Corona Aragonese, citato dal Quintana, ‘Vidas de Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93” e nella sua nota (6) l’Amari postillava: “(6) Bartolomeo de Neocastro, cap. 83. Nel Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1291 A, fog. 88, si legge un diploma dato il dì 8,  forse di gennaio 1275, o 1276, ch’e è un attestato del servigio feudale prestato a Capua da Riccardo Loria per se, Giacomo, Roberto, Ruggiero, e due donne, tutti della stessa famiglia, che avevano diviso fra loro i castelli di Loria, Lagonessa e Castelluccio in Basilicata.”. Dunque, la notizia citata da Ebner e tratta da Michele Amari è confermata. L’Amari (…), a p. 83 del cap. V, sulla scorta del diploma o privilegio tratto dai registri della Cancelleria Angioina di Carlo II d’Angiò dell’anno 1291, un documento del 1275 o 1276, che indicava la divisione delle proprietà dei Loria o di Roberto di Lauria padre di Ruggiero di Lauria, tra cui i castelli di Lauria (“Loria”), Lagonegro (“Lagonessa”) e Castelluccio in Basilicata, con i tre figli: Giacomo, Roberto e Ruggiero di Lauria. Dunque, l’Amari, traeva la notizia dal cronista Bartolomeo da Neocastro. Bartolomeo di Neocastro (…), o Bartholomaeus de Neocastro era un cronista che morì nel 1295. Fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino ‘Historia Sicola’.

Nel 1270, “Andree de Torraca Proditoris” possedeva beni “alia bona in Policastro” che, Carlo I d’Angiò, nello stesso anno gli tolse e donò ad altri

Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, nell’anno 1270, Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti in passato ad un certo “Andrea ribelle di Torraca. Recentemente in un testo a stampa su ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, Giorgio Mallamaci (…), parlando di Torraca all’epoca Angioina, sulla scorta di Ebner (…) e senza mai fornire alcuna citazione bibliografica a p. 33, in proposito scriveva che: “Un altro nome è quello di un certo Andree de Torraca il quale compare nei ‘Registri della Cancelleria Angioina’ ricostruiti da R. Filangieri; in tali documenti viene specificato che nel 1270 è stata effettuata la donazione da parte del re (Federico II) all’ostiario (custode) Rinaldo di Poggiolo un castello di Vineoli nel giurisdizionato di Basilicata, un castello di Conca di Campania, insieme con altri beni a Policastro che furono di Andree da Torraca. Più precisamente in esso vi si legge che “760 – Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli in Iustitiarato Basilicate, castrum Concae et aliab, que fuerunt Andree de Torraca, Prodi-Toris (Reg. 6, fol. 16).”. Il Mallamaci (…) parla di una donazione di Federico II di Svevia che è un evidente errore quando invece l’Ebner (…), correttamente parla di una donazione di Carlo I d’Angiò. Sono peraltro interessanti le citazioni bibliografiche dell’Ebner che cita il Filangieri (…). Dunque, la notizia che re Carlo I d’Angiò (e non Federico II di Svevia), nel 1270 donava al custode (ostiario) Rinaldo di Poggiolo alcuni castelli in Basilicata insieme ad altri beni a Policastro che furono di Andree di Torraca “Prodi-Toris” (‘proditor’), proviene da Pietro Ebner (…). Addirittura l’Ebner dirà di Andrea di Torraca “il ribelle”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a p. 538, parlando di Policastro, in proposito riportava una notizia simile e scriveva che: “Nel Reg. 6, f 16 è la notizia della donazione di re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolo del castello di Vineolo in Basilicata e di “alia bona” in Policastro “que fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “Del ribelle Andrea di Torraca è pure notizia negli stessi ‘Registri’ (6). Ecc…”. Ebner nella sua nota (6), postillava che: “(6) Reg. Cancelleria Angioina IV, p. 113, n. 760 (v. a Policastro).”. Riguardo l’interessantissima notizia, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337 e s., in proposito scriveva che: “Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì. Nel Reg. 6, f. 16 è la notizia della donazione di Re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata e di ‘alia bona’ in Policastro “quae fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Dal Reg. 10, f. 41 t l’ordine “de exibitione decimarum Episcopo Policastrensis”.”. Infatti, leggendo il vol. IV della ricostruzione dei Registri della Cancelleria Angioina pubblicati da Riccardo Filangieri (…) e, questo curato dalla Jole Mazzoleni (…), a p. 113, nel documento n. 760 del registro XIV si legge che: “760. Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli, in Iustitiariatu Basilicate, castrum Conche et alia bona in Policastro, que fuerunt Andree de Torraca proditoris). (Reg. 6, f. 16).”.

Filangieri Riccardo, Jole Mazzoleni, vol. IV, p. 113

Il cui significato è, riferendosi a re Carlo I d’Angiò che nel 1270: “Il re dona a Rinaldo de Podiolo hostario (custode) del Castello di Vineolo, il castrum Conche e alia bona (alcuni beni) in Policastro che erano e appartenevano al traditore ribelle Andrea di Torraca”. Il documento che riguarda Andrea di Torraca che postillava l’Ebner è (Reg. 6, fol. 16, n. 760).”, e la Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol.  XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dunque, secondo il documento angoino pubblicato dalla Mazzoleni (vol. IV, p. 113 del Filangieri), scriveva che Carlo I d’Angiò, nel 1270 aveva donato all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata ed altri beni (“alia bona”), forse terreni e proprietà immobiliari a Policastro, che erano stati posseduti dal “proditores” (ribelle) Andrea di Torraca. Dunque, secondo il documento angioino, il ribelle e milite Andrea di Torraca, forse ai tempi di re Manfredi, possedeva un castello di Vineolo in Basilicata. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, riguardo il milite e ribelle ‘proditores’ ‘Andree de Torraca’, la Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di M. Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito M., Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6”. Dunque, il documento citato dall’Ebner (…) che riguarda il “proditores” “Andree de Turraca” è citato nel foglio n. 322 t, contenuto nei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito. Dove si trova questo foglio ?. In quale dei registri è stato registrato ?. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. Dunque, secondo il documento federiciano pubblicato dalla Mazzoleni, Andrea di Torraca dovrebbe essere stato un milite che ai tempi di re Manfredi e di Corradino doveva avere un castello a Vineolo o “Vineoli” (del “giustizierato” dice il Mallamaci) in Basilicata. Ma del castello o del centro di Vineoli o Vineolo nel giustizierato di Basilicata non si riesce a capire quale fosse. Forse è il castello di Lagopesole, uno dei più belli e l’ultimo fatto costruire da Federico II di Svevia.

Nel 1270, il “Proditores(ribelle) “Bartolomeo di Torraca” possedeva beni a Policastro che, Carlo I d’Angiò, nello stesso anno gli tolse e donò ad altri

Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, precisamente nell’anno 1270 Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti ad un certo, “Bartolomeo di Torraca, chiamato Proditor, che possedeva beni a Policastro e per punirlo glieli tolse. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “In età angioina è poi notizia di Bartolomeo di Torraca, “proditor”, il quale possedeva beni a Policastro (5).”. Ebner, a p. 664, nella sua nota (5), postillava che la notizia era tratta da: “(5) Reg. 5, f 34, 16 marzo a. 1270, XIII = vol. III, p. 107, n. 85”. Infatti, rileggendo il vol. III della ricostruzione dei Registri Angioini, pubblicati da Riccardo Filangieri, a p. 107, per il documento n. 86 (e non il documento n. 85 citato da Ebner), nel registro XIII, leggiamo: “86. – (‘Bartolomeo de Torraca’, “proditor”, ‘possedeva beni in Policastro, sub. dat. XVI martii XIII ind., anno 1270) (Reg. 5, f. 34).”. Riccardo Filangieri nel vol. III, a p. 107, postillava in proposito che: “Fonti: Scandone ms. in Arch.; Minieri Riccio, ms. in Arch.”.

Filangieri R., op. cit., vol. III, p. 107

Il Filangieri, citava Francesco Scandone. Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Scandone scrisse dei poeti siciliani ai tempi di Federico II di Svevia e di suo figlio Manfredi. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un Bartolomeo “Proditor” che possedeva beni a Policastro in epoca Angioina e la notizia di un Andrea di Torraca potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”.

Nel 1239-1240, le Fonti per l’epoca Federiciana: ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240’

Dal sito dell’Archivio di Stato di Napoli, alla voce sulla Ricostruzione dei Registri della Cancelleri Angioina’, epoca Federiciana leggiamo che: Dalla seconda metà del XVI secolo, lo studio dell’archivio della Cancelleria Sveva (l’unico registro superstite di Federico II per gli anni 1239-1240) e della Cancelleria Angioina (all’epoca ancora ricco di scritture, soprattutto per i regni di Carlo I, Carlo II e Roberto) ha prodotto spogli e lavori archivistici sistematici come i repertori e i notamenti: – il repertorio dell’unico registro di cancelleria di Federico II dell’anno 1239-1240, opera degli archivisti Vincenti/Sicola e Chiarito; – i 4 volumi (originariamente 11) di notamenti di Carlo de Lellis; – i 13 volumi di repertori dell’archivista Pietro Vincenti (1610-1614); – gli 8 volumi di supplementi ai precedenti repertori compilati dall’archivista Sigismondo Sicola (1673-1710); – i 2 repertori di Carlo Borrelli, l’indice delle famiglie e delle città del Grifo e i due volumi di Onofrio Sicola (1710) contenenti l’index monasterium; – i 18 volumi di Michelangelo Chiarito (1759-1763). Sopravvissuti alle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, oggi possono essere consultati in digitale presso le postazione della sala studio. Nel 2002, Cristina Carbonetti Vendittelli (…), con i tipi dell’Istituto Storico Italiano, ha pubblicato ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘. Leggiamo dalla Treccani on-line che: CANCELLERIA, REGISTRO DELLA (1239-1240). – Conservato fino al 1943 come unico cimelio superstite della cancelleria di Federico II, il registro degli anni 1239-1240 andò distrutto nel rogo del deposito antiaereo che era stato istituito in una villa dell’entroterra campano (Villa Montesano in S. Paolo Belsito, presso Nola), dove, a partire dal dicembre 1942, si era provveduto a trasferire i fondi più antichi del “Grande Archivio” di Napoli, nel timore che potessero subire danni durante eventuali bombardamenti e cannoneggiamenti della città. Nell’incendio, appiccato deliberatamente, per rappresaglia, il 30 settembre di quell’anno per ordine del comando tedesco del luogo, pienamente consapevole dell’importanza del materiale che vi era stato depositato, andarono bruciate tutte le serie più preziose dell’Archivio napoletano, compreso il ricchissimo archivio della cancelleria angioina. Del registro di Federico II del 1239-1240, l’unico della cancelleria sveva che fosse noto alla storiografia, rimanevano tuttavia le riproduzioni fotografiche (nove pellicole conservate oggi nell’archivio dell’Istituto Storico Germanico di Roma), la trascrizione pubblicata nel 1786 dall’archivista napoletano Gaetano Carcani in appendice alla sua edizione del Liber Augustalis e quella, dattiloscritta, realizzata a metà degli anni Venti del Novecento da Eduard Sthamer e in seguito parzialmente riveduta da Wilhelm Heupel. Del Gaetano Carcani, la sua opera è “Constitutiones Regum Regni Utriusque Sicilae”, Napoli, 1786 o si veda Liber Augustalis, sui registri della Cancelleria di Federico II di Svevia dal 1239 al 1240 perduti. Si veda pure i Repertori di Sigismondo Sicola,  che si possono scaricare gratuitamente dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia. Rimanevano inoltre notizie e repertori, trascrizioni, copie ed excerpta: lacerti di una tradizione più antica e in origine sicuramente ben più ricca, testimoni tutti del grande interesse che il registro aveva suscitato negli eruditi napoletani del Seicento e del Settecento, i quali, animati da curiosità di tipo prettamente antiquario e genealogico, furono i primi a sfogliarlo e leggerlo, vedendo in esso una sorta di grande contenitore dal quale attingere una enorme quantità di notizie sulle antiche famiglie del Regno. Una tradizione nel complesso ricca, anche se piuttosto singolare, che ha consentito di ricostruire la storia e la fisionomia del registro, e da ultimo di stabilirne e pubblicarne il testo. Per lungo tempo unico e prezioso cimelio conosciuto e conservato della cancelleria federiciana, il registro di Federico II andò distrutto, com’è noto, nel rogo che è passato alla storia come uno dei più gravi disastri archivistici dell’ultimo secolo, appiccato alla fine del settembre 1943 dalle truppe tedesche in ritirata dal meridione d’Italia al deposito dove erano stati trasferiti per motivi di sicurezza i fondi più antichi e preziosi del Grande Archivio di Napoli. A sessant’anni dalla sua distruzione e dopo vicende editoriali protrattesi per un circa un ottantennio, vede la luce l’edizione del registro, condotta sulla base delle riproduzioni fotografiche, di estratti e copie erudite, di precedenti trascrizioni. Il registro, strettamente riservato agli affari del Regno (vi erano cioè registrate soltanto le lettere che la corte inviava ai funzionari provinciali per comunicare le misure prese in merito alla gestione del regno), era frammentario fin dalla sua prima apparsa sulla scena delle fonti archivistiche napoletane, alla fine del Cinquecento, ed abbracciava solo un breve arco cronologico, che andava dai primi giorni di ottobre 1239 agli inizi di maggio 1240. Tuttavia l’elevato numero di lettere registrate (quasi milleduecento) e l’ampio ventaglio di argomenti trattativi ne fanno una fonte di eccezionale importanza per la storia del regno di Sicilia nei mesi cruciali successivi alla scomunica di Federico II e all’indizione della crociata contro di lui da parte di Gregorio IX. L’edizione è stata condotta adattando le tecniche ormai comunemente accolte per la pubblicazione dei documenti latini alle peculiarità di questo particolare tipo di fonte, dando ampio spazio, soprattutto, ai regesti e alle parti introduttive, là dove si ricostruisce l’iter di formazione delle lettere (per questo è stata introdotta una breve sezione dove compaiono i nomi del personale di cancelleria coinvolto nella loro produzione) e si evidenziano i nessi di vario genere che legano missive accomunate da una comune origine (prodotte cioè a seguito di uno stesso ordine). Inoltre si è tenuto massimo conto della struttura del registro e del suo carattere di unicità e insieme di coerenza e uniformità che lo contraddistingue, carattere che è stato mantenuto ed evidenziato al meglio, non solo conservando l’ordine col quale le registrazioni si susseguono al suo interno, ma anche, ad esempio, adottando caratteri diversi per le registrazioni e le note (coeve o posteriori) che le incorniciano, attribuendo un numero d’ordine a ciascuna registrazione indipendentemente dal fatto che fosse relativa a una o più lettere e considerando quindi come unità minima documentaria la registrazione in quanto tale, accorpando sotto un unico regesto le sequenze di lettere registrate “a catena”, ovvero le similes spedite nella stessa forma a diversi destinatari. Nell’introduzione (pp. IX-CIII), oltre alle consuete note relative alla storia del registro ed alle modalità di trasmissione del testo, si affronta in particolare il tema della sua funzionalità, che viene analizzata e vista attraverso una particolare lente, quella delle forme, ossia del modo in cui il registro era stato pensato e costruito e degli accorgimenti redazionali che erano stati adottati per ottenere non tanto un contenitore di documenti, quanto uno strumento di lavoro realizzato in cancelleria per la cancelleria e per la corte, improntato in funzione della massima visibilità e dell’immediata reperibilità della notizia, al fine di facilitarne la consultazione per poter ricostruire in qualsiasi momento lo stato di ciascuna questione della quale la corte si era occupata tramite la corrispondenza scritta. La Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol.  XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. La Mazzoleni, fra i riferimenti bibliografici cita il manoscritto del Borrelli (…), IX C. 16, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Riguardo il Borrelli si riferiva a Carlo Borrelli (…), ed al suo ‘Repertorium universale ex registris R. Syclae’, trascritto dal Sicola Sigismondo, voll. II, ovvero Sicola Sigismondo, Repertori del registro di Federico II e dei registri angioini, vol. 21. Basterà riflettere che in tali Repertorii trovansi riassunti varii Registri angioini già … Neap. nobil. dopo il Catalogus Baronum, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Reale Zecca allora superstiti; onde il Sicola Siismondo del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. I manoscritti trascritti dal Sicola, e tuttavia sono scritti su carta … riassunti varii ‘Registri angioini’ già perduti nel 1653, in cui il Carlo Borrelli (…) nel suo Vindex Neapolitanae nobilitatis’, un testo del 1653, dopo il ‘Catalogus Baronum’, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Real Zecca di Napoli allora superstiti; onde il Sicola, che … vol. coevo pei cognomi con le iniziali da L a Z, del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. In questo testo il Borrelli (…), dopo aver trascritto il “Catalogus baronum”, da p. 184 e s., elencò tutti i registri della Real Zecca di Napoli. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di Michele Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. Per i repertori raccolti da Michelangelo Chiarito ha scritto il Filangieri in Filangieri Riccardo (…), nel suo ‘Scritti di palegrafia e diplomatica, di archivistica e di erudizione’, pubblicato a ristampa nel 1970 e dove a p. 189 riportava i “Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane” tra cui i repertori raccolti da Michele Chiarito (…) che raccolse  i “Notamenti e repertori delle Cancellerie napoletane compilati da Carlo de Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVIIpubblicati da Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga (…). In un testo di Vargas-Macchiucca (…), del 16…., troviamo citato i Cedolaria di Michelangelo Chiarito. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito Michelangelo, Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6. Scrive il Filangieri nel vol. I della ricostruzione dei registri angioini, nella sua Introduzione che: “Dalla rovina furon salvi, per essere rimasti in sede, gli antichi Repertori di Pietro Vincenti, di Sigismondo Sicola e di Michelangelo Chiarito, oltre una parte di quelli più ampi e completi di Carlo de Lellis ecc..”. Per Scandone si veda F. Scandone, Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904.

Nel 1270 – 1271 (?), la Guerra del Vespro e il feudo di Torraca passò a Francesco Sanseverino, conte di Lauria

Nutro dei dubbi sulla notizia dataci da uno storico locale che ha scritto su Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, nel 1270, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici (ma io credo sulla scorta della ‘La Baronia del Cilento’ di Matteo Mazziotti), scriveva che Ruggero di Lauria appartenesse alla celebre famiglia dei Sanseverino. Il Mallamaci (…), a p. 32, in proposito scriveva che: “Nel 1270 il feudo passò nelle mani del nobile Francesco Sanseverino, conte di Lauria, ecc..”. Dunque, in questo interessantissimo passo, il Mallamaci, a p. 32, poneva all’anno 1270 il subentro nella proprietà del feudo di Torraca a Francesco Sanseverino, Conte di Lauria e di Cuccaro.  Inoltre, sempre il Mallamaci, a p. 34 confermava questa notizia collegandola con la storia di Torraca e, parlando delle fortificazioni nel Golfo di Policastro ai tempi della Guerra del Vespro (1285-1302) e riferendosi al feudo di Torraca scriveva che: “Non si deve dimenticare che il feudo a cui apparteneva il castello, era in quel periodo di proprietà del già citato ammiraglio Ruggiero di Lauria della famiglia dei Sanseverino.”. Il Mallamaci, scriveva che ai tempi di Federico II di Svevia, Torraca apparteneva alla Baronia del Cilento che “toccò” ai Lancia e, più aventi, nel 1271, in seguito alla sconfitta di Corradino di Svevia e all’ingresso di Carlo I d’Angiò, i Lancia, dovettero cedere la loro ‘Baronia del CIlento’ ai Capano ed ai Sanseverino. Su questo periodo ho scritto ivi un altro mio saggio a cui rimando per gli opportuni approfondimenti. La potente famiglia dei Sanseverino ebbe in queste nostre terre un ruolo preponderante nella Guerra del Vespro che si combattè proprio nelle nostre contrade. Addirittura il Mallamaci afferma che Ruggero di Lauria sarebbe della famiglia dei Sanseverino. Non so dove abbia tratto il Mallamaci queste notizie su Torraca il quale non cita nessun riferiento bibliografico. Il Mallamaci, parlando del subfeudo di Torraca nel 1271 e pure l’Ebner in riferimento a Francesco Sanseverino a quale periodo si riferivano. Al 1270, ovvero a dopo la sconfitta di Corridino di Svevia e la caduta della famiglia Lancia o a subito dopo con Carlo I d’Angiò?. Sulla figura di Ruggero di Lauria e del padre Riccardo, Conti di Lauria, ho parlato ivi e innanzi. In efetti, è molto probabile che il feudo di Torraca in epoca angioina facesse parte della Contea più vasta di Lauria che comprendeva diersi casali e possedimenti. Il feudo di Torraca, nei primi anni del 1200 doveva appartenere alla famiglia Lancia, da cui proveniva Ruggero di Lauria, infatti, il padre Riccardo di Lauria, Conte di Lauria, aveva sposato Isabella Lancia. Dunque, la madre di Ruggero di Lauria era una Lancia. La celebre famiglia dei Lancia possedette i feudi e le contee della nostra zona fino alla morte di Corradino e caddero in disgrazia con l’avvento della casata angioina. Nel 1270, in seguito la sconfitta di Manfredi di Svevia a Benevento, nel Regno di Napoli, subentrò il giovane Carlo I d’Angiò. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Ruggero Sanseverino, nel 1266 partecipò valorosamente alla battaglia di Benevento contro Manfredi di Svevia e al fianco di Carlo I d’Angiò sconfisse Manfredi. Nel 1270 i Sanseverino, al tempo della dominazione Angioina divennero nuovamente potentissimi ed ebbero restituiti tutti i feudi che gli aveva confiscato Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio’. Tommaso Sanseverino, figlio di Ruggero Sanseverino divenne plenipotenziario degli Angiò nel basso Cilento e Francesco Sanseverino, conte di Lauria e feudatario di Torraca e Laurito. Dunque, l’ipotesi del Mallamaci è ancora tutta da verificare ma ha del fondamento. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. Mi chiedo se fosse plausibile la notizia secondo cui il subfeudo di Torraca fosse passato da Francesco Sanseverino a Tommaso Monforte di Laurito nel 1284, ovvero 107 anni prima. Se le notizie contenute nei documenti “le pergamene di Laurito” pubblicate dalla Mazzoleni (…), fossero esatte, mi chiedo come fosse possibile che Biancuccia Mercadante di Torraca, fosse stata sposata a Tommaso di Monforte di Laurito 107 anni prima delle notizie che riguardavano i loro figli Antonello e Giovannella 107 anni dopo.  Dunque, credo che ciò che scriveva Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio‘ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, in seguito, nel 1271, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici (ma io credo che scrivesse sulla scorta del ‘La Baronia del Cilento’ di Matteo Mazziotti), parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano. Riottenuto l’esteso feudo, i Sanseverino tennero il Cilento fino al 1552, anno che coincise con il declino definitivo della potente famiglia. Ecc…”, non centrasse proprio nulla riguardo il subfeudo di Torraca. Matteo Mazziotti a p. 135, in proposito scriveva che: “Nel regno di Roberto d’Angiò cominciato il 1309 la baronia del Cilento, tassata allora per oncie 54 e tarì 25 (4) passò da Tommaso Sanseverino ai suoi discendenti insieme con la contea di Marsico.”. Chi era Francesco Sanseverino ?. Chi erano i Monforte di Laurito ? Tommaso Sanseverino aveva avuto un figlio, Enrico Sanseverino a cui Roberto d’Angiò assegnò la baronia del Cilento e la Contea di Marsico (1) (dal Gatta, ‘Memorie della Lucania‘, etc.., p. 162), ma morì presto a soli 21 anni. Sul periodo e sulla famiglia Lancia ha scritto Matteo Mazziotti (…) che in proposito, nella sua “La Baronia del Cilento etc…”, nel suo cap. V, dopo aver parlato della fine della famiglia Lancia, a p. 133, così scriveva che: “Pochi anni dopo il re Carlo, con rescritto dell’11 giugno 1271 conferiva al suo primogenito Carlo II, il principato di Salerno (2). Vennero allora restituiti a Ruggiero Sanseverino tutti gli antichi feudi della famiglia, tra cui le contee di Sanseverino e di Marsico e la baronia del Cilento (4). Però siccome dopo la congiura di Capaccio parecchi casali della Baronia erano stati usurpati, per determinare quali ne avessero fatta parte, si dovette ricorrere a vecchi testimoni. Fu così redatto nel 1276 un apposito processo, nel quale si accertarono i beni da restituirsi al Sanseverino cosi: “Rocca Cilento, ecc..ecc..III. Dalle nozze della contessa Fiesco non sembra che Ruggiero avesse avuto prole. Morta costei, egli aveva sposato Teodora dei Conti d’Acquino la quale gli diede un figlio a nome Tommaso, giovine di grande destrezza ecc…Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2). Signore anche di Diano ottenne dai monaci di Montevergine la concessione di una piccola chiesa dedicata a S. Lorenzo nella pianura sotto Padula ed ivi edificò lo splendido monumento d’arte che è la Certosa di S. Lorenzo di Padula. Morì nel 1320.”.

Nel 1270, re Carlo I d’Angiò dona i beni a Policastro che appartenevano al “Proditoris” (ribelle) Andrea di Torraca

Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, nell’anno 1270, Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti in passato ad un certo“Andrea ribelle di Torraca. Recentemente in un testo a stampa su ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, Giorgio Mallamaci (…), parlando di Torraca all’epoca Angioina, sulla scorta di Ebner (…) e senza mai fornire alcuna citazione bibliografica a p. 33, in proposito scriveva che: “Un altro nome è quello di un certo Andree de Torraca il quale compare nei ‘Registri della Cancelleria Angioina’ ricostruiti da R. Filangieri; in tali documenti viene specificato che nel 1270 è stata effettuata la donazione da parte del re (Federico II) all’ostiario (custode) Rinaldo di Poggiolo un castello di Vineoli nel giurisdizionato di Basilicata, un castello di Conca di Campania, insieme con altri beni a Policastro che furono di Andree da Torraca. Più precisamente in esso vi si legge che “760 – Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli in Iustitiarato Basilicate, castrum Concae et aliab, que fuerunt Andree de Torraca, Prodi-Toris (Reg. 6, fol. 16).”. Il Mallamaci (…) parla di una donazione di Federico II di Svevia che è un evidente errore quando invece l’Ebner (…), correttamente parla di una donazione di Carlo I d’Angiò. Sono peraltro interessanti le citazioni bibliografiche dell’Ebner che cita il Filangieri (…). Dunque, la notizia che re Carlo I d’Angiò (e non Federico II di Svevia), nel 1270 donava al custode (ostiario) Rinaldo di Poggiolo alcuni castelli in Basilicata insieme ad altri beni a Policastro che furono di Andree di Torraca “Prodi-Toris” (‘proditor’), proviene da Pietro Ebner (…). Addirittura l’Ebner dirà di Andrea di Torraca “il ribelle”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, vol. I, a p. 538, parlando di Policastro, in proposito riportava una notizia simile e scriveva che: “Nel Reg. 6, f 16 è la notizia della donazione di re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolo del castello di Vineolo in Basilicata e di “alia bona” in Policastro “que fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “Del ribelle Andrea di Torraca è pure notizia negli stessi ‘Registri’ (6). Ecc…”. Ebner nella sua nota (6), postillava che: “(6) Reg. Cancelleria Angioina IV, p. 113, n. 760 (v. a Policastro).”. Riguardo l’interessantissima notizia, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Policastro, nel suo vol. II, a p. 337 e s., in proposito scriveva che: “Vi è pure un ordine di riscuotere dall’erede del giudice Ruggero di Policastro l’ammontare della bagliva: VIII once d’oro e XV tarì. Nel Reg. 6, f. 16 è la notizia della donazione di Re Carlo all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata e di ‘alia bona’ in Policastro “quae fuerunt Andrea de Torraca proditoris”. Dl Reg. 10, f. 41 t l’ordine “de exibitione decimarum Episcopo Policastrensis”.”. Infatti, leggendo il vol. IV della ricostruzione dei Registri della Cancelleria Angioina pubblicati da Riccardo Filangieri e, questo curato dalla Jole Mazzoleni (…), a p. 113, nel documento n. 760 del registro XIV si legge che: “760. Rinaldo de Podiolo hostiario donat Rex castrum Vineoli, in Iustitiariatu Basilicate, castrum Conche et alia bona in Policastro, que fuerunt Andree de Torraca proditoris). (Reg. 6, f. 16).”. Il documento che riguarda Andrea di Torraca che postillava l’Ebner è (Reg. 6, fol. 16, n. 760).”, e la Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol.  XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. Dunque, secondo il documento angoino pubblicato dalla Mazzoleni (vol. IV, p. 113 del Filangieri), scriveva che Carlo I d’Angiò, nel 1270 aveva donato all’ostiario Rinaldo di Poliolio del castello di Vineolo in Basilicata ed altri beni (“alia bona”), forse terreni e proprietà immobiliari a Policastro, che erano stati posseduti dal “proditores” (ribelle) Andrea di Torraca. Dunque, secondo il documento angioino, il ribelle e milite Andrea di Torraca, forse ai tempi di re Manfredi, possedeva un castello di Vineolo in Basilicata. La Mazzoleni, fra i riferimenti bibliografici cita il manoscritto del Borrelli (…), IX C. 16, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Riguardo il Borrelli si riferiva a Carlo Borrelli (…), ed al suo ‘Repertorium universale ex registris R. Syclae’, trascritto dal Sicola S., voll. II, ovvero Sicola S., Repertori del registro di Federico II e dei registri angioini, vol. 21. Basterà riflettere che in tali Repertorii trovansi riassunti varii Registri angioini già … Neap. nobil. dopo il Catalogus Baronum, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della R. Z allora superstiti; onde il Sicola, … del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. I manoscritti trascritti dal Sicola, e tuttavia sono scritti su carta … riassunti varii ‘Registri angioini’ già perduti nel 1653, in cui il Carlo Borrelli (…) nel suo Vindex Neapolitanae nobilitatis’, un testo del 1653, dopo il ‘Catalogus Baronum’, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Real Zecca di Napoli allora superstiti; onde il Sicola, che … vol. coevo pei cognomi con le iniziali da L a Z, del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. In questo testo il Borrelli (…), dopo aver trascritto il “Catalogus baronum”, da p. 184 e s., elencò tutti i registri della Real Zecca di Napoli. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Nel 2002, Cristina Carbonetti Vendittelli (…), con i tipi dell’Istituto Storico Italiano, ha pubblicato ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, riguardo il milite e ribelle ‘proditores’‘Andree de Torraca’, la Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di M. Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. Per i repertori raccolti da Michelangelo Chiarito ha scritto il Filangieri in Filangieri Riccardo (…), nel suo ‘Scritti di palegrafia e diplomatica, di archivistica e di erudizione’, pubblicato a ristampa nel 1970 e dove a p. 189 riportava i “Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane” tra cui i repertori raccolti da M. Chiarito (…) che raccolse  i “Notamenti e repertori delle Cancellerie napoletane compilati da Carlo de Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVII” pubblicati da Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga (…). In un testo di Michele Vargas-Macchiucca (…), del 16…., troviamo citato i Cedolaria di M. Chiarito. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito M., Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6”. Scrive il Filangieri nel vol. I della ricostruzione dei registri angioini, nella sua Introduzione che: “Dalla rovina furon salvi, per essere rimasti in sede, gli antichi Repertori di Pietro Vincenti, di Sigismondo Sicola e di Michelangelo Chiarito, oltre una parte di quelli più ampi e completi di Carlo de Lellis ecc..”. Dunque, il documento citato dall’Ebner (…) che riguarda il “proditores” “Andree de Turraca” è citato nel foglio n. 322 t, contenuto nei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito. Dove si trova questo foglio ?. In quale dei registri è stato registrato ?. Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notiziebiografichedi rimatoridella scuolasiciliana’. In Scandone Francesco, Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un ‘Andrea di Torraca’ potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”. 

Nel 1270, re Carlo I d’Angiò dona i beni a Policastro che appartenevano al “Proditoris” (ribelle) Bartolomeo di Torraca

Stando ai registri della Cancelleria Angioina, citati da Pietro Ebner (…), nel XIV secolo, all’epoca Angioina, precisamente nell’anno 1270 Carlo I d’Angiò donò dei beni a Policastro appartenuti ad un certo, “Bartolomeo di Torraca, chiamato Proditor, che possedeva beni a Policastro e per punirlo glieli tolse. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 664 del suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “In età angioina è poi notizia di Bartolomeo di Torraca, “proditor”, il quale possedeva beni a Policastro (5).”. Ebner, a p. 664, nella sua nota (5), postillava che la notizia era tratta da: “(5) Reg. 5, f 34, 16 marzo a. 1270, XIII = vol. III, p. 107, n. 85. Infatti, rileggendo il vol. III della ricostruzione dei Registri Angioini, pubblicati da Riccardo Filangieri, a p. 107, il documento n. 84, del registro XIII, leggiamo: ” 86. – (‘Bartolomeo de Torraca’, “proditor”, ‘possedeva beni in Policastro, sub. dat. XVI martii XIII ind., anno 1270) (Reg. 5, f. 34).”. Riccardo Filangieri nel vol. III, a p. 107, postillava in proposito che: “Fonti: Scandone ms. in Arch.; Minieri Riccio, ms. in Arch.”. Il Filangieri, citava Francesco Scandone. Per Scandone si veda F. Scandone, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, ‘Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Scandone scrisse dei poeti siciliani ai tempi di Federico II di Svevia e di suo figlio Manfredi. Le notizie andrebbero ulteriormente indagatate e forse le notizie citate da Ebner (…) di un Bartolomeo “Proditor” che possedeva beni a Policastro in epoca Angioina e la notizia di un Andrea di Torraca potrebbero trovare ulteriore riscontro in un testo del 1681, pubblicato da Antonio Mazza (citato anche questo da Ebner nel vol. II, p. 422, quando ci parla dei Mansella a Roccagloriosa). Il testo di Mazza (…) è Historiarum epitome de rebus Salernitanis: in quibus origo, situs…’, a p. 113 parlando dei Mansella, in proposito scriveva che: “1305 Matthaeus Mansella  Dominus Montis calui, Rocchegloriosae, & Bonialberghi. Nicolaus Comite in Provincia Principatus multorum Oppidorum Dominus.”.

Nel 1 dicembre 1271, re Carlo I d’Angiò chiede una tassa per ogni paese del basso Cilento

A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino. In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. “ (1). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo  Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (5), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (5)Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (12) e dal Del Mercato (13), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie). Il Carucci (12), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (12), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41”  e alla sua nota (3), postillava: ” V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299″. A causa delle operazioni militari della guerra del ‘Vespro’, la guerra intrapresa dagli Aragonesi che volevano conquistare il Regno di Napoli angioino, il piccolo porticciolo di Sapri, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare tanto che, Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Infatti, nel documento tratto dalla Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (….), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi (focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: ( riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) San Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum.” (…). Nel XIII secolo, alcuni centri del basso Cilento‘ come Policastro e la baia ed il porto naturale di Sapri, subìrono notevoli danni. Infatti, Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina, datato 1271 (…), riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie): “…Cedola de focolaribus que inveniuntur diminuta per collationem factam: (riportiamo solo i centri del Golfo di Policastro) San Severinus de Camerota 9, Cornetum 2, Camarota 77, Rofranum 2, Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88, Johannes ad Pirum 6, Policastrum 124” (…). Il maniero dei Sanseverino a S. Severino di Centola (SA), grazie alla sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almugaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo I d’Angiò, l’attuale paese di S. Severino di Centola, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse. La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. I piccoli villaggi dell’entroterra del Golfo di Policastro, costituirono il primo grosso baluardo a difesa dei ripetuti tentativi di sfondamento delle truppe aragonesi, che dalle ‘Calabrie’ tentavano di risalire verso Napoli, capitale del regno angioino. La baia naturale di Sapri, ha sempre costituito un approdo sicuro e naturale alle imbarcazioni di una certa portata ed il suo piccolo porticciolo, ebbe certamente un ruolo, sia pure secondario, rispetto a quello più importante del centro demaniale di Policastro, che era porto franco, riguardo alle operazioni che si svolgeranno via mare. In un mio studio (1) che pubblicavo nel 1987, scrivevo: “Sapri, non compare su un documento tratto dai registri della Cancelleria angioina, datato 1271, in cui si enumerano i fuochi dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri.” (1). Il piccolo borgo marinaro di Sapri, subì notevoli danni, tanto che Sapri, non compare su un documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, in cui si enumerano i ‘fuochi’ dei feudi la cui popolazione era diminuita in seguito alle operazioni militari della guerra del Vespro contro gli aragonesi ed i saraceni Almugaveri. Il Carucci (…) e Del Mercato (…), riportano interessanti documenti dell’epoca angioina. Il Carucci (…) nel suo  Codice diplomatico salernitano del XIII secolo, cita un interessantissimo documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina e che il Del Mercato (…), riporterà più tardi in stralcio. Il Del Mercato (5), scriveva in proposito: “Per quantificare l’entità dei danni, prodotti dalla Congiura e dalle operazioni militari, basti pensare che in un documento del 1271, relativo alle terre del Regno, la cui popolazione era diminuita, è citato il Cilento che risultava avere una popolazione di 110 fuochi (…)Infatti, nel documento tratto dai Registri della Cancelleria Angioina, datato 1271, riportato in stralcio dal Carucci (…) e dal Del Mercato (…), risulta che la popolazione dell’intera regione era diminuita sensibilmente, risultando nel Cilento 110 fuochi ( focolai, famiglie). Il Carucci (…), nel suo pregevole studio, il vol. I, “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), del suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’ (…), a p. 400 e s., scriveva in proposito al documento: “1271, (a. VII di Carlo d’Angiòre di Sicilia)” (riferendosi a re Carlo I d’Angiò), “, XV indizione, 1 dicembre, Napoli. Carlo d’Angiò ordina l’esazione dei residui della tassa sui fuochi imposta per l’anno della XII indizione, e il 1° dicembre 1271 manda al giustiziere del Principato e della Terra Beneventana la cedola dei fuochi delle due provincie. Dell’odierna provincia di Salerno sono nella cedola notati i seguenti paesi: Pissotta 27 (Pisciotta), Cuculum 477 (Cuccaro vetere ?), S. Severinus de Camerota 9 (S. Severino di Camerota), Cornetum 2 (Corneto), Camarota 77 (Camerota), Rofranum 2 (Rofrano), Sansa 33, Rocca de Gloriosa 88 (Roccagloriosa), S. Johannes ad Pirum 6 (S. Giovanni a Piro), Policastrum 124 (Policastro).. Poi, come possiamo vedere dall’immagine ivi, postillava: “Napoli, archivio di Stato, reg. ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, ed. MINIERI-RICCIO, Il regno di Carlo I, ecc. p. 41”  e alla sua nota (3), postillava: ” V. l’elenco di tutti i paesi del Principato Citra nel 3° vol. in un doc. del 9 Agoso 1299″.

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(Fig….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Carucci (…) e citato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Il Carucci (…), trae il documento (…) dal Minieri-Riccio (…), che lo pubblicava a p. 41 (Fig…). Il Minieri-Riccio, nel documento (…), in questione che pubblicò nel 1852, scriveva in proposito come si può leggere nell’immagine di Fig….: “1 Dicembre. Ivi. Re Carlo ordina a Gualtiero di Collepietro Giustiziere di Principato e Terra Beneventana, di raccogliere il residuo della esazione de’ fuocolari dell’anno della 12° indizione, ed all’uopo gli manda la ‘Cedola de focolaribus quae invenientur diminuita per collactionem factam de quaternis particularibus generalis subventionis ad quaternos de focolaribus pro quibus subscripte terre et loca tenentur ad rationem de augustali uno proquolibet foculari pro primo et secundo mense sub magistratu Gualterii de Collepetro Iustidiarii Principatus et Terre Beneventane in anno XII Indictionis. Le quali terre sono: Ecc…per i seguenti focolari:” ed  elenca i centri con la nota (172)(…). I paesi con i relativi corrispondenti focolari registrati che riguardano le nostre terre, sono:Cilento f. 110. on. 27 t. 15, Pisciotto f. 27. on. 6. t. 22 1/2, Alfano f. 3 t. 22 1/2, Cucculo f. 477. on. 119. t. 7 1/2, S. Severino di Cammarota f. 9. on. 2. t. 7 1/2, Cammarota (Camerota) f. 77. on. 19. t. 7 1/2, Corneto f. 2. t. 15, Tropano f. 3 t. 22 1/2, Rofrano f. 2. t. 15, Sansa f. 33. on. 8. t. 7 1/2, Padula f. 78. on. 19 t. 15, Rocca Gloriosa f. 88. on. 22., S. Giovanni a Piro f. 6. on. 1. t. 15, Policastro f. 124. on. 31.”. Poi aggiunge: “Et pro secundo mense in subscriptis terris ribelibus de prescriptis videlicet: – Policastro f. 124 ecc..”  (26).

p. 41p. 42 p. 44

(Figg….) Stesso documento Angioino del 1271 (…), pubblicato Minieri-Riccio Camillo (…), nel suo ‘Il Regno di Carlo I d’Angiò negli anni dal 1271 ecc…’ , pp. 41 e s., dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Il documento Angioino (…) è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25).  Il Del Mercato, (…), dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. 

IMG_4659 IMG_4660 (Figg….) Documento (…) d’epoca Angioina, del 1271, pubblicato dal Del Mercato (…), dove si vedono le presenze focatiche registrate in alcuni centri del Salernitano.

Nel documento angioino, alcuni centri non vengono citati ma è chiaro che il piccolo centro costiero di Sapri che aveva il porto, rientrava nella popolazione di Policastro che non aveva un porto ma era centro demaniale o porto franco essendo più importante segnato sulle carte nautiche dell’epoca in rosso. Il centro di Sapri e la sua popolazione, con la sua ampia baia naturale, essendo il porto o scalo marittimo di Policastro, pur non figurando nel documento angioino, aveva subito una sensibile diminuzione della popolazione e diversi danni, come è accaduto per gli altri centri. Sapri, nel XIII secolo, pur non figurando nel documento era un piccolo centro con il suo porto al servizio del centro demaniale e regio di Policastro. Infatti, è probabile che intorno ai primi decenni del ‘300, la presenza genovese nella zona, giustifichi la citazione dello scalo portuale di Sapri su moltissime carte nautiche dell’epoca, come poi vedremo. Forse a quei tempi, le strutture portuali e l’ampia baia naturale di Sapri, costituivano il Portus saprorum di Policastro (…).

Nel 1284 (?), Francesco Sanseverino, conte di Lauria e di Cuccaro, concesse a Tommaso Monforte di Laurito il subfeudo di Torraca

Nutro dei dubbi sulla notizia dataci da uno storico locale che ha scritto di Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, nel 1270, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici (ma io credo sulla scorta della ‘La Baronia del Cilento’ di Matteo Mazziotti), scriveva che Ruggero di Lauria appartenesse alla celebre famiglia dei Sanseverino. Il Mallamaci (…), a p. 32, in proposito scriveva che: “Nel 1270 il feudo passò nelle mani del nobile Francesco Sanseverino, conte di Lauria, che nel 1284 lo diede in subfeudo ai Laurito, in altre parole ad un certo Tommaso Monforte di Laurito. Tra questa famiglia, il personaggio più rappresentativo fu Ruggero di Lauria. Nato a Lauria il 17 gennaio 1245 e morto a Valencia, 1305, è stato uno dei più celebri ammiragli al servizio dei sovrani aragonesi. Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia, ecc…”. Dunque, in questo interessantissimo passo, il Mallamaci, a p. 32, poneva all’anno 1270 il subentro nella proprietà del feudo di Torraca a Francesco Sanseverino, Conte di Lauria e, scrive pure che questi nell’anno 1284 lo diede in ‘subfeudo’ a Tommaso Monforte di Laurito. Il Mallamaci scriveva pure che alla famiglia di Tommaso Monforte di Laurito apparteneva il celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria. Inoltre, sempre il Mallamaci, a p. 34 confermava questa notizia collegandola con la storia di Torraca e, parlando delle fortificazioni nel Golfo di Policastro ai tempi della Guerra del Vespro (1285-1302) e riferendosi al feudo di Torraca scriveva che: “Non si deve dimenticare che il feudo a cui apparteneva il castello, era in quel periodo di proprietà del già citato ammiraglio Ruggiero di Lauria della famiglia dei Sanseverino.”. Addirittura il Mallamaci afferma che Ruggero di Lauria sarebbe della famiglia dei Sanseverino. Non so dove abbia tratto il Mallamaci queste notizie su Torraca il quale non cita nessun riferiento bibliografico. Il Mallamaci, parlando del subfeudo di Torraca nel 1271 e pure l’Ebner in riferimento a Francesco Sanseverino a quale periodo si riferivano. Al 1271, ovvero a dopo la sconfitta di Corridino di Svevia e la caduta della famiglia Lancia o a subito dopo con Carlo I d’Angiò?. Sulla figura di Ruggero di Lauria e del padre Riccardo, Conti di Lauria, ho parlato ivi e innanzi. In efetti, è molto probabile che il feudo di Torraca in epoca angioina facesse parte della Contea più vasta di Lauria che comprendeva diersi casali e possedimenti. Il feudo di Torraca, nei primi anni del 1200 doveva appartenere alla famiglia Lancia, da cui proveniva Ruggero di Lauria, infatti, il padre Riccardo di Lauria, Conte di Lauria, aveva sposato Isabella Lancia. Dunque, la madre di Ruggero di Lauria era una Lancia. La celebre famiglia dei Lancia possedette i feudi e le contee della nostra zona fino alla morte di Corradino e caddero in disgrazia con l’avvento della casata angioina. Nel 1270, in seguito la sconfitta di Manfredi di Svevia a Benevento, nel Regno di Napoli, subentrò il giovane Carlo I d’Angiò. La signoria di Galvano Lancia (signore Federiciano del Cilento) non durò a lungo e terminò nel 1266 quando Carlo I d’Angiò, con la vittoria di Benevento si impossessò del Regno con l’aiuto di Ruggero di Sanseverino che ebbe restituito i suoi feudi nel Cilento. Ruggero Sanseverino, nel 1266 partecipò valorosamente alla battaglia di Benevento contro Manfredi di Svevia e al fianco di Carlo I d’Angiò sconfisse Manfredi. Nel 1270 i Sanseverino, al tempo della dominazione Angioina divennero nuovamente potentissimi ed ebbero restituiti tutti i feudi che gli aveva confiscato Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio’. Tommaso Sanseverino, figlio di Ruggero Sanseverino divenne plenipotenziario degli Angiò nel basso Cilento e Francesco Sanseverino, conte di Lauria e feudatario di Torraca e Laurito. Dunque, l’ipotesi del Mallamaci è ancora tutta da verificare ma ha del fondamento.  Il Mallamaci, parlando del subfeudo di Torraca nel 1271 e pure l’Ebner in riferimento a Francesco Sanseverino a quale periodo si riferivano. Al 1271, ovvero a dopo la sconfitta di Corridino di Svevia e la caduta della famiglia Lancia o a subito dopo con Carlo I d’Angiò?. Infatti, i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. Mi chiedo se fosse plausibile la notizia secondo cui il subfeudo di Torraca fosse passato da Francesco Sanseverino a Tommaso Monforte di Laurito nel 1284, ovvero 107 anni prima. Se le notizie contenute nei documenti “le pergamene di Laurito” pubblicate dalla Mazzoleni (…), fossero esatte, mi chiedo come fosse possibile che Biancuccia Mercadante di Torraca, fosse stata sposata a Tommaso di Monforte di Laurito 107 anni prima delle notizie che riguardavano i loro figli Antonello e Giovannella 107 anni dopo.

Nel 31 maggio 1294, il notaio Nicola di Torraca si deve recare a Napoli da re Carlo II d’Angiò

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 421 e s., in proposito scriveva che: Il 31 maggio 1294 re Carlo elenca i nomi di alcuni capifamiglia di Roccagloriosa che devono recarsi a Napoli per prestare il giuramento di fedeltà (46).”. Ebner a p. 421, nella sua nota (46) postillava che:  “(46) Napoli, 31 maggio 1294. Reg. 66, ff 46 t = Carucci, cit., II, p. 381, n. 271. Si tenga presente che il giuramento di fedeltà non doveva essere prestato al re per l’avocazione al demanio dl feudo di Roccagloriosa, ma al Mansella che i vassalli si rifiutavano di prestare. Le persone che dovevano recarsi a Napoli erano: Notar Pellegrino, Giacomo de Caro, notaio Benuto Currento, notaio Nicola di Torraca, Giacomo Capoano, Francesco di Arciprete, Pacifico ecc…”. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo vol. II del ‘Codice diplomatico Salernitano etc..’, dal titolo: “La Guera del Vespro siciliano nella frontiera del Principato etc..’ a p. 381, riporta il documento n. CCLXXI, del 1284, 31 maggio, Napoli, dove egli scrive: “Carlo II ordina che parecchi cittadini di Roccagloriosa, di cui fa i nomi, si presentino a lui in Napoli, per prestare giuramento di fedeltà a Giovanni Mansella, nominato feudatario di quel paese. Incarica dell’esecuzione di questo suo mandato il giustiziere del Principato.”. Il Carucci, a p. 382, per il documento in questione postillava che esso era tratto da: “Reg. ang. n. 66, fol. 46b”. Il documento trascritto dal Carucci inizia con: “Iusticiario Principatus. Cum infrascriptis de Rocca de gloriosa ad prestandum assecurationis sacramenti Johanni Mansella de Salerno…militi, familiari nostro, cui Rocca ipsa per nostram excellentiam ecc…notarius Nicolaus de Torraca, ecc…”.

Nel 1305, Ilaria di Lauria e Enrico (“Arrigo”) Sanseverino successero nella Contea di Lauria

Lo storico locale di Lagonegro Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, sulla scorta di Giacomo Racioppi (…), vol. II, p. 179, in proposito a Ruggiero di Lauria, a p. 208 scriveva che: Dopo di Ruggiero rattrovasi Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro, ‘Bartolomeo di Lauria’, nipote o cugino dell’Ammiraglio….A Bartolomeo di Lauria successe, nel 1350, l’unica figlia ‘Ilaria’, la quale sposò ‘Arrigo Sanseverino’ ed ereditò pure il feudo di Lagonegro, trasmettendolo al figlio o nipote ‘Gaspare Sanseverino’. Così Lagonegro passò, con la Contea di Lauria, sotto il dominio della potentissima famiglia Sanseverino, la quale possedeva in feudo, per le varie ramificazioni sue, quasi tutta la Basilicata, ed ebbe tanta parte negli avvenimenti che si succedettero per lungo tempo nel Regno.”. Non mi ritorna la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Su un sito web che ci parla della familia dei Sanseverino e delle sue ramificazione leggiamo che Enrico Sanseverino IV conte di Marsico morì nel 1314 e gli successe il figlio Tommaso III Sanseverino. Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino “….sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314).”. Dunque, secondo l’Ebner, Enrico (“Arrigo”) Sanseverino, figlio di Tommaso II Sanseverino a cui è legato il nome della Certosa di Padula, morì nell’anno 1314 e stessa notizia troviamo su un sito web. Non mi ritrovo con quanto scriveva il Pesce sulla successione del feudo di Lauria. Mi chiedo come potevano succedere nei feudi Ilaria di Lauria ed il marito Enrico di Sanseverino nel 1350 se Enrico Saneverino morì nell’anno 1314. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 639, parlando del casale di Teggiano e di Tommaso II di Sanseverino, in proposito scriveva che: Tommaso aveva sposato Margherita di Valmontone di Ariano, da cui Enrico, Teodoro e Mrgherita……Enrico (II) sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del DUca d’Andria ecc..ecc..”. Ebner, a p. 640, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Reg 1332-1333, f 55 t”. Da wikipidia, in riferimento a Tommaso II Sanseverino leggiamo che succedette a suo padre, e fu nominato conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva D’Avezzano figlia ed erede di Grimaldo Signore di Tricarico, vivente nel 1308, e vedova di Filippino Polliceno. Ebbe diverse mogli e figli fra cui spicca Enrico II Sanseverino, avuto dal matrimonio con Margherita di Veldemonte (de Vaudemont) figlia del conte Enrico di Ariano, avvenuto nel 1271. Divenne conte di Marsico, barone di Sanseverino, signore di Centola, Polla e Cuccaro, ecc.., signore di Policastro dal 1305; ebbe la conferma sull’intera baronia del Cilento, Diano, Lauria, Sant’Angelo a Fasanella e Magliano Vetere, che divise tra i figli. Dunque, secondo l’Ebner, Enrico Sanseverino, nacque primogenito dalla prima moglie di Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, Margherita di Valmontone di Ariano. In seguito, sempre secondo l’Ebner, Enrico Sanseverino, sposò Ilaria di Lauria, figlia dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria che gli portò in dote 2000 once d’oro, ebbero due figli: Tommaso III Sanseverino e Ruggero Sanseverino. Dunque, secondo gli archivi Angioini, il nesso che legava la famiglia di Ruggiero di Lauria ai Sanseverino fu il matrimonio della figlia Ilaria e Enrico di Sanseverino, figlio di Tommaso di Sanseverino, che in seconde nozze nel 1302 aveva sposato Sveva, Contessa di Tricarico. Il nesso che legava i Sanseverino con i Loria o la famiglia di Ruggiero di Lauria è il matrimonio con Ilaria, figlia di Ruggiero di Lauria e Enrico di Sanseverino. Dunque, secondo Pietro Ebner (…), dal matrimonio di Ilaria di Lauria, figlia di Ruggiero di Lauria e Enrico di Sanseverino, nacque Tommaso III di Sanseverino. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: Nel 1308, le terre di Lauria passano ad Enrico Sanseverino, IV conte di Marsico e Gran Connestabile del Regno di Napoli, che sposa la contessa Ilaria, figlia del famoso ammiraglio Ruggiero di Lauria, che conquistò fama e onori durante la guerra del Vespro. Ruggiero…..Morì nel 1305 lasciando le terre alla figlia Ilaria la quale, in un matrimonio probabilmente più d’interessi che d’amore, pensò giustamente di porre il feudo di Lauria sotto la protezione delle effigie della blasonata famiglia del marito. Da quest’unione nacquero Tommaso e Ruggiero. Tommaso, nato intorno al 1310 diviene V conte di Marsico, nonchè Barone di Sanseverino, Cilento e Lauria, Signore di San Giorgio, Sala, Diano e Atena. Viene nominato dal Re anche Gran Connestabile del Regno. I possedimenti paterni prima (1330) e materni poi (1340) vengono divisi con il fratello Ruggero. Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori, successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1333 Maria di Laurià (9), figliuola del noto ammiraglio Ruggero e moglie di Enrico Sanseverino, conestabile del regno e signore di Cuccaro, fondò il locale monastero dei Conventuali di S. Francesco. Ecc…”. Ebner a p. 523 nella sua nota (9) postillava che:  “(9) Sulla scia del provinciale dei Francescani, p. de Rossi, l’Antonini (p. 340) attribuisce la fondazione del monastero di Cuccaro a Ilaria di Lauria, che il Volpi (p. 56) mostra sorella e non figlia dell’ammiraglio Ruggero. Le signorie attribuite da p. Rossi (v. epigrafe in Volpi, p. 57) vanno ascritte perciò a Maria di Lauria in quanto sposa di Enrico Sanseverino (Maria avrebbe fondato sette monasteri di Conventuali francescani).”. Ebner riguardo il Volpi si riferisce a Giuseppe Volpi (…) e al suo Cronologia dè vescovi di Pestani ora detti di Capaccio”, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752, II°, epigrafe a p. 57. Giuseppe Volpi (…), a p. 56 in proposito a Tommaso Sanseverino ed alla Certosa di S. Lorenzo di Padula data nel 1308 ai padri Certosini, riferendosi a quel periodo, scriveva che: “E in vero che piucche molto fioriva in quel secolo la pietà cristiana; imperocchè nello stesso tempo Maria di Loria figliuola dell’Ammiraglio Roggiero, e moglie di Arrigo Sanseverino (b) Contestabile del Regno nato dal suddetto Tommaso, fondò sette Conventi per gli Frati di S. Francesco, e tra questi quello dè Conventuali di Cuccaro, nella cui Sagrestia essendone stata posta la memoria, consumata poi nel tempo, fu rinnovata dal P. Maestro dè Rossi con un’altra iscrizione, con errore da lui intitolata ad Ilaria di Loria, la quale per essere stata sorella (c), e non figliuola dell’Ammiraglio Rogiero, non ebbe alcuna di queste Signorie, che egli le atribuisce, e che furono di Maria per ragion di Arrigo Sanseverino suo marito; onde crediamo, che il P. Maestro ingannato dalla similitudine del nome, posto che la prima lettera di Maria sia stata rosa dal tempo, senz’altra diligenza fare, giudicasse Ilaria la fondatrice. L’iscrizione è la seguente.”.

Volpi Giu, op. cit., p. 57

Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (a) postillava che: “(a) Camillo Tutini nel libro dè Contestabili del Regno”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (b) postillava che: “(b) Filiberto Campanile nella famiglia Sanseverina, Carlo De Lellis nella famiglia Sambiase.”. Il Volpi (…) a p. 56 nella sua nota (c) postillava che: “(c) Registro del Re Roberto degli anni 1326 e 1327, presso Carlo De Lellis al luogo cit.”. Dunque, questo è ciò che scrive il Volpi sulla scorta del De Lellis e del Campanile. Pietro Ebner, scriveva che l’Antonini attibuisce la fondazione del monastero di Cuccaro ad Ilaria di Lauria, figlia dell’ammiraglio Ruggero di Lauria. Giuseppe Antonini (…), a p. 340 della sua “La Lucania”, nel discorso VI, a p. 336, in proposito a Cuccaro scriveva che: “Trovasi in questa terra un ricco Monistero di PP. Francescani, edificato già dalla pietà d’Ilaria di Loria, figlia del famoso Ruggieri, siccome ne faceva fede un’iscrizione posta nel Coro di questa Chiesa, oggi ingratamente tolta via. Ci è chi ha voluto, che quell’Ilariae (I) dovesse leggersi ‘Mariae’, e verrebbe ad esser sorella, non figlia di Ruggieri, quale l’iscrizione la chiamava; oltrechè la medesima da me più volte attentamente letta, a chiari caratteri diceva ‘Ilariae’; nè ci è mancato chi ad altri ancor abbia voluto questa fondazione attribuire, come fu il P. Ridolfo Toffiano’ nella ‘Storia della Religion Serafica al lib. II. dove registra i luoghi, e Monasteri di sua Religione: Venuto alla custodia (com’essi chiamano) di Principato, così scrive: ‘Locus Cuccari, quem construxit Magister Antonius piscopus Acernanus. Extant ejus insigna in Choro’. Ma altamente in ‘Toffiani’ s’inganna, perchè in un pilastro superiore del Chiostro, oggi rinnovato, ho io letto il numero dell’anno della fabbrica MCCCXXXIII. quando il Vescovo morì nel MDX. ed oltre a ciò nell’atrio inferiore è dipinto a fresco il ritratto della medesima Ilaria fondatrice. Conservavasi con molta venerazione in una particolar cappella vicino al chiostro un considerabile pezzo del legno della Croce di Cristo nostro Signore, ed altre insigne reliquie ancora.L’Antonini (…) a p. 339, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Scipione Ammirato’ nella famiglia di Diano fa menzione di questa Ilaria, e la chiama vedova di Enrico Sanseverino, nipote di Ruggiieri, Conte di Marsico. ‘Filiberto Campanile’ nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”Dunque, l’Antonini (…), cita Scipione Ammirato (…) che nel suo ‘Delle Famiglie nobili napolitane’, Firenze, 1580-1651, la chiama “vedova di Enrico Sanseverino” e poi cita pure Filiberto Campanile (…) che nel suo ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile’, edito a Napoli il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Sgnor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, scriveva che nella famiglia di Loria’ la chiama similmente ‘Ilaria’ (o come altri la vogliono) Maria.”.

Nel 1310, Torraca, Tortorella e Policastro nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, Campaniae

Nicola Montesano (…), recentemente, a pp. 23-24, del suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, parlando di Tortorella, riportava un interessante documento che riguarda la Diocesi di Policastro nel XIV secolo, ma che cita “Bona” (Vibonati). Montesano, così scriveva in proposito: “Del ‘casti Turticelle’ viene fatto menzione anche nel ‘Rationes Decimarum Italiae’, raccolta delle prime decime versate alle mense vescovili relative agli anni 1308-1310. Purtroppo è giunto a noi un solo foglio (conservato all’Archivio Vaticano) relativo all’Episcopatu Policastrensi.”.

Foglio 250 IN EPISCUPATU POLICASTRENSI (38)
  • Mensa episcopalis policastrensis valet unc. XXV solvit unc. II.
  • Capitolum policastrensie, clerus castri Rocce gloriose, clerus casalis ipsius, clerus Gamarote, clerus castri Turticelle, clerus castri Rivelli, clerus castri Lacinigri, clerus Baccaglione, clerus casalis Bonati abbates omnes subiecti policastrensi episcopo, solverunt unc. III tar. XXV
Foglio 250 (v)
  • Presbiteri et clerus policastrensis ecclesie tar. XII
  • Archidiaconus policastrensis pro bonis, que habet in Rocca gloriosa, que valent unc. II tar. VII, tar. III gr. XV

Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”.

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Nel 1320, la popolazione dell’Università di Torraca nel “Generalis Subventio Angioino”

Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 35, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: Nel ‘Generalis Subventio Angioino’ del 1320 vengono riportati per ciascuna “università”, ovvero per ogni attuale comune della provincia di Salerno, i valori dell’imposta applicata in proporzione al numero dei nuclei familiari e del loro reddito. Ogni nucleo familiare rappresentava un “fuoco”. Per risalire dal dato finanziario espresso in moneta del tempo, ossia “Once”, “Tari” e “Grana” a quello del numero dei fuochi, occorre adottare un moltiplicatore pari a circa 35 grani che rappresentava la tassazione focatica per ogni nucleo familiare di un piccolo centro come il nostro paese. Poichè ogni fuoco era composto da 6 persone è possibile ricavare il numero degli abitanti. Dal predetto documento si ricava che Torraca (e quindi anche il territorio di Sapri che ne faceva parte) nel 1320 veniva tassato per 1 oncia, 27 tarì e 10 grana. Poichè: 1 Oncia = 30 Tari = 600 Grana, nel nostro caso si ha per 1.27.10 1 Oncia = 600 Grana; 27 Tari = 540 Grana; 10 Grana = 10 Grana; Tot. = 1.150 Grana. Come si è già precisato, ogni fuoco era tassato con 35 Grana, si ottiene così: 1.150: 35 =32,86, ossia circa 33 fuochi che moltiplicato per 6, otteniamo: 33 fuochi x 6 (persone per fuoco) = 198 abitanti. Da quando sopra esposto è possibile tentare una stima del totale di abitanti; aggiungendone un 10 % di quelli non considerati nella tassazione focatica, arriviamo ad un numero complessivo di circa 220 anime.”. Il prelievo dell’imposta diretta rappresenta un tassello importante della politica fiscale angioina. La generalis subventio o colletta fu formalmente richiesta come tassazione straordinaria per la difesa del Regno ; tuttavia per la frequenza dell’esazione, essa si configurò, sostanzialmente, come un vero e proprio tributo ordinario e annuale. Nel solco dei cambiamenti già apportati dalla monarchia normanno-sveva, furono i primi due sovrani angioini, Carlo I e Carlo II, a intervenire nel sistema fiscale, precisando più compiutamente le funzioni degli ufficiali preposti alla riscossione dell’imposta e le procedure legate al prelievo. Le pratiche fiscali messe in atto nel corso del XIII secolo sono state ampiamente studiate nei lavori di Romolo Caggese, Giuseppe Galasso, Jean-Marie Martin, Serena Morelli e Giovanni Vitolo. Meno note sono invece le situazioni che si vennero a creare con i sovrani successivi, i quali non intervennero in maniera significativa in ambito fiscale, ma adottarono la politica già tracciata dai loro predecessori, declinandola secondo i contesti e le contingenze. Il presente lavoro si propone, pertanto, di offrire una panoramica sulle diverse modalità di applicazione del prelievo diretto nelle ancora poco studiate periferie del regno tra XIV e XV secolo, soffermandosi in particolare sulle due province di Terra di Bari e di Terra d’Otranto, sulla scorta della documentazione offerta dai Registri ricostruiti della Cancelleria Angioina, dai Libri Rossi e dai Codici Diplomatici. Verranno presi in considerazione alcuni interessanti aspetti dell’amministrazione fiscale : le competenze degli ufficiali preposti alla riscossione ; la serrata contrattazione tra la monarchia e le università ; le concessioni di riduzioni e remissioni di una parte o dell’itera somma da versare e infine la ripartizione dell’onere fiscale all’interno delle comunità.

Nel 1300, la tassazione fiscale in epoca Angioina

Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Il lungo conflitto angioino aragonese ebbe come teatro di combattimento il basso Cilento, e gli effetti disastrosi si perpetueranno per diverso tempo in tutto il territorio. La stessa Policastro, ed i castelli del circondario, compreso quello di Torraca, dopo il conflito, vengono defiscalizzati in virtù delle misere condizioni i  cui erano precipitati. Un dato preciso si ricava dagli archivi Vaticani, nei quali viene riportata la tassa cosiddetta dei “servizi comuni” pagata dai vescovi, infatti, negli anni successivi al conflitto la diocesi di Policastro risultava la più povera, poichè pagava appena 84 fiorini l’anno, contro i 350 di Capaccio e i 1.500 di Salerno.”.

Nell’8 agosto 1324, il “tenimentis portus Sapri” all’epoca di re Roberto d’Angiò

Pietro Ebner (…), parlando di Sapri in età Angioina, in proposito scriveva che: “Mancano notizie in età normanna ed angioina del villaggio e del suo approdo monopolizzato dal vicino e più importante porto di Policastro.”. Ebner, a p. 592, dice che per quanto riguarda Sapri, il ‘Cedolario’, rinvia a Policastro. Ma non è così come vedremo. Probabilmente Ebner non si era accorto dell’interesante citazione di cui stò accennando. I due studiosi Natella e Peduto (…), citano Matteo Camera (…), che nei suoi ‘Annali delle Due Sicilie’ per l’anno 1333, vol. II, a pp. 309-314, ci parla della colonia di Genovesi e di Bartolomeo Roveti. All’epoca Angioina, Sapri aveva un porto che doveva essere conosciuto in quanto lo ritroviamo menzionato in un documento del 1324 tratto dai Registri della Cancelleria Angioina e pubblicato da Matteo Camera, nei suoi “Annali”, nel 1860. L’antico documento (…) si riferisce ad un editto di re Roberto d’Angiò che concedeva la città di Policastro al soldato Bartolomeo Roveti, dopo l’avvenuta distruzione della città di Policastro che nel 1320 fu distrutta dalla flotta Aragonese al comando dell’ammiraglio genovese Corrado Doria. A Sapri, che in quegli anni doveva essere un piccolo villaggio marinaresco, doveva esistere un porto marittimo avendo la sua ampia baia un approdo e riparo sicuro per i vascelli che operarono durante la terribile guerra del Vespro tra gli Angioini e gli Aragonesi. La notizia di un porto a Sapri in epoca Angioina è provata e testimoniata proprio da questo documento di cui parlo. Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte il Porto di Sapri (“portus Sapri”). Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 313, parlando della città di Policastro e continuando il suo racconto sull’editto di re Roberto d’Angiò che donava Policastro al milite genovese Bartolomeo Roveti (di cui ho parlato in un altro mio saggio sulla guerra del Vespro e la nostra terra all’epoca Angioina), in proposito aggiungeva e scriveva che: “Non appena fatto passaggio la nuova colonia genovese in Policastro, nacquero varie questioni petitoriali, possessoriali ecc.. su di esso territorio, alle quali re Roberto con suo editto pose termineRapportiamo questo altro documento storico anche inedito: “Robertus etc. Bonofiglio de Guardia militi magne nostre Magistro Rationali consiliario familiari et fideli suo gratiam etc….“. Il Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a p. 314, trascrive il testo finale del documento: “Datum apud castrum–maris de Stabia per Iohannem Grillum de Salerno etc. anno domini MCCCXXIIII die octavo augusti VII Indictionis. Regnum nostrorum anno XVI (1).”. Re Roberto d’Angiò scriveva dal castrum di Castellammare di Stabia a Giovanni Grillo di Salerno. Il Camera, a p. 314, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Ex regest. Reg. Roberti an. 1324 lit. C. fol. 22 fol. 208.”.

Camera, 313.PNG Camera, p. 314.PNG

(Figg….) Documento del 1324, tratto dalla Cancelleria Angioina e pubblicato da Matteo Camera (…), nei suoi ‘Annali’, vol. II, pp. 313-314 per l’anno 1333 (Archivio Attanasio)

Il documento del 1324, “storico e inedito”, pubblicato dal Camera (…) nei suoi “Annali”, è di notevole importanza anche per Sapri in quanto in esso si cita più volte Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus etc…“. Come si può leggere dal testo in latino dell’editto di re Roberto d’Angiò (…), trascritto integralmente da Matteo Camera (…), nei suoi “Annali”, vol. II, a pp. 313-314: Item est in dictis tenimentis portus Sapri et Sici quidem mons magnus cum nemore magno ubi sunt venationes animalium silvestrium et glandes dossent percipi usque ad pretium sex unciarum per annum quem dictus Bonusfilius locare non potest dictis Ianuensibus nisi ex dominica jussione ad quod toliter ecc…” e, ancora: “…antiquo demanio certa tenimenta et terras que censuerunt pro certis pecuniis et victualium quantitatibus inter que est tenimentum Squisi et Portus Sapri qui locari possunt, dictum tenimentum Squisi pro unciis duabus et tenimentum portus Sapri qui locari potest annuis unciis auri quatuor petunt inde aliquid minui, ad quod taliter respondemus quod gratiose concessimus usque ad quindecim annos ad dictum vel alium consuetum censum seu pecuniam minime teneantur, ad sextum quod incipit Item terre demanii et tenimentorum prefatorum locari non possunt singulariter et divisim omnibus illis personis que apte essent ad recipiendum titulo locationis easdem eo quod persone ipse nondum venerunt omnes etc…”. Da cio che leggo si comprende che il re Roberto d’Angiò con questo editto indirizzato a Giovanni Grillo di Salerno, oltre a Policastro dona al capitano Genovese Bartolomeo Roveti anche il tenimento e porto di Sapri. Sulla notizia della colonia dei Genovesi al comando di Bartolomeo Roveti che doveva ripopolare Policastro, ha scritto il canonico Luigi Tancredi (…) che però non si accorse dell’interessante citazione di un “tenimenti e Portus Sapri”. Purtroppo questo documento angioino di Roberto d’Angiò non è stato possibile reperirlo sui registri ricostruiti da Riccardo Filangieri e pubblicati dall’Accademia Pontaniana a cura di altri autori. L’ultimo registro della Cancelleria Angioina andata distrutta e ricostruito è il n. 50 a cura di Riccardo Palmieri del 2010 che va dagli anni 1267 al 1295.  Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 29 e s. scrive in proposito che: Sulla ricostruzione di Policastro abbiamo alcuni documenti nei registri angioini. Altro decreto dispone che le case e i beni degli abitanti che non tornano entro 18 mesi alle loro abitazioni di Policastro, passano in proprietà dei nuovi coloni (78). Per vent’anni nessun barone dovrà costruire casa a Policastro e gli abitanti dei dintorni devono accorrere in difesa della città, in caso di pericolo (79). Questi sono i decreti del re. Non sappiamo in che misura furono osservati nell’allegra anarchia nel regno angioino, ma la ricostruzione ci fu.”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (78) postillava che: “(78) Archivio di Stato di Napoli, Reg. 255, Carte nn. 22-25 (8 luglio 1324).”. Il Tancredi (…), a p. 29, nella sua nota (79) postillava che: “(79) Ibidem.”.

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(Fig…) Foto dei primi dell’800 – “Sapri, marina”, un vecchio ‘gozzo’ dell’epoca (Archivio Attanasio)

Nel 1347, è l’anno della peste nera o bubbonica

Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel 1347, anno della “Peste nera” si ha un repentino calo degli abitanti. La terribile epidemia, a detta di molti storici, falcerà il 58 % dell’intera popolazione della Provincia di Salerno, per cui Torraca alla fine di quest’anno , potrebbe aver perso, rispetto al 1320, più della metà delle sue genti.”.

Nel 1339, la contea di Lauria con Ilaria di Lauria e Enrico Sanseverino

Da Wikipedia, alla voce “Suffeudo di Lauria” leggiamo che: “Il suffeudo comprendeva l’area del monte Sirino e i territori di Lauria, Orsomarso, Laino, Castelluccio e Trecchina, tutte zone considerate marginali rispetto agli altri possedimenti dei Sanseverino. Il suffuedo di Lauria, aveva il rango di contea, titolo normalmente attribuito solo ai feudatari cosiddetti in capite con vincolo diretto al re, mentre secondo il diritto feudale il termine suffeudo indicava il beneficio di valvassori (“vassi vassorum”) dipendenti dai Vassalli. Il conte di Lauria ebbe congiunto anche il titolo di duca di Scalea. La costituzione del suffeudo di Lauria la si deve a Vinceslao Sanseverino, che era il dodicesimo conte di Lauria. Non aveva discendenza diretta maschile ma, con l’atto di donazione del 12 febbraio 1462 di Laino, concesse il suffeudo come dote a sua figlia Luisa che sposò Barnaba Sanseverino, fratello di Roberto, principe di Salerno. Venceslao poteva come feudatario in capite costituire subfeudi, mentre solo il re poteva concedere la contea al di fuori della discendenza maschile. Con il suffeudo i beni passarono alla discendenza femminile aggirando le norme che ne impedivano la successione nei feudi e portavano alla retrocessione al demanio regio ma con la scelta di uno sposo per la figlia all’interno dello stesso casato continuava la tradizione di famiglia. Barnaba, a sua volta, pur essendo cadetto venne a svolgere un ruolo molto importante nel regno di Napoli e fu uno dei capi della congiura dei baroni.“.

Nel …….., Tommaso di Monforte di Laurito, suffeudatario di Torraca

Nel 1348, FRANCESCO SANSEVERINO, conte di Lauria concesse il suffeudo di Torraca a Tommaso di Monforte di Laurito

Verso la fine del ‘300, Torraca e Tortorella facevano parte della vasta contea di Lauria, già da tempo ai Sanseverino, conti di Marsico. Da Wikipedia apprendiamo che Francesco Sanseverino sarà conte di Lauria nel 1386. Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro e del feudalesimo, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.Dunque nella cronostassi dei feudatari di Lagonegro, il Pesce scrive che Francesco Sanseverino è feudatario di Lagonegro dal 1414 al 1427. Poi Lagonegro e la contea di Lauria gli viene tolta e la riacquista nuovamente dal 1443 fino al 1455. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca e, sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: Da una pergamena di Laurito si rileva che il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre)…….Biancuccia, vedova di Tommaso di Laurito, vendette a Matteo di Laurito, procuratore di Antonella e Giovannella di Monfortte, la metà del castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8).”. Dunque, Ebner scriveva che: Da una pergamena di Laurito si rileva che il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito”. Si tratta di “Tommaso di Monforte di Laurito” che ebbe da Francesco Sanseverino il suffeudo di Torraca. Ebner così lo chiama sulla scorta dei documenti pubblicati dalla Mazzoleni. Dunque, secondo alcuni documenti pubblicati dalla Mazzoleni, Torraca apparteneva alla contea di Lauria e passò come suo suffeudo a Tommaso Monforte di Laurito.  Infatti, Ebner, nel vol. II, parlando di Torraca, nella nota (8) postillava che: “(8) Mazzoleni cit., p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso.”. Pietro Ebner, a pp. 664-665, in proposito scriveva che: “Il 4 ottobre 1397 Luigi II d’Aragona, a richiesta di Matteo di Monforte, tutore di Giovannella e Antonello, figli del quondam Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante, gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.”. Dunque, Francesco Sanseverino, conte di Lauria, aveva lasciato in suffeudo a Tommaso Monforte di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante di Torraca, il suffeudo di Torraca, Tortorella ed alcuni beni burgensatici pertinenze di Policastro. Alla morte del “quondam” Tommaso di Monforte di Laurito, passarono alla moglie Biancuccia Mercadante. Dunque, Ebner scriveva che Biancuccia Mercadante aveva il suffeudo di Torraca, Tortorella ed altri beni burgensatici, a suo tempo concessi da Francesco Sanseverino, conte di Lauria al marito di Biancuccia, Tommaso di Monforte di Laurito. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a pp. 102-103, sulla scorta delle pergamene di ‘Laurito’ acquistate dall’ASN e pubblicate dalla Jole Mazzoleni, in proposito a p. 103, parlando di Laurito continuava a scrivere che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale poi lo ricomprò, ……Si oppose Matteo di Laurito, ecc….Tali ragioni, e le opposizioni del Sanseverino, vennero esposte nel parlamento convocato da Carlo III d’Aragona-Durazzo. Il giureconsulto Bartolomeo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione. Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo a Matteo di Laurito ricevendone cento once in carlini d’argento coe risoluzione degli obblighi feudali. Dieci anni dopo, però, il feudo era diviso in due parti, come si rileva dalla successione di Tommaso di Laurito (11).”. Ebner, a p. 103, nella nota (11) postillava che: “(11) Mazzoleni, cit., pergamene 4-5-6-7”. Era l’epoca di Carlo III d’Aragona-Durazzo. Ebner, continuando il suo racconto sui Monforte e sui Sanseverino e su Laurito, sempre sulla scorta dei documenti pubblicati dalla Mazzoleni, a p. 103, in proposito scriveva che: “Infatti, nel 1438, Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la Concessione della metà di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’. Concessione confermata da Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio (14).”. Ebner, a p. 103, nella nota (13) postillava che: “(13) Id., pergamena p. 18”. Ebner, a p. 103, nella nota (14) postillava che: “(14) Id., pergamena p. 138”. Ebner, sulla scorta dei documenti pubblicati dalla Mazzoleni scrive che: “Infatti, nel 1438, ecc..”. Era l’epoca di re Ladislao. Infatti, sempre l’Ebner, a p. 103, scriveva che: “Il 18 novembre 1404 re Ladislao separò (12) il villaggio di Laurito da Cuccaro”, che appartenevano a Francesco Sanseverino, conte di Lauria, conti di Marsico. Infatti, sempre l’Ebner, a p. 103 scriveva che: “Tale separazione, però, non esentò l’antico suffeudatario dall’obbligo della dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico.”. Su un blog tratto dalla rete leggiamo che “Nel trecento la città, che continuava a crescere in estensione, divenne Contea con i nuovi Signori, i Sanseverino. Ecc….La fase di grande benessere della città subisce un periodo di interruzione partire dal 1487: in quell’anno, infatti, Barnabò San Severino fu uno degli organizzatori della Congiura dei Barboni che, però, fu domata da re Ferdinando, il quale fece catturare ed uccidere tutti coloro che avevano preso parte alla congiura. La contea di Lauria venne confiscata ai Sanseverino cui fu riaffidata solo nel 1516.”. Vediamo ora se Ebner ci dice altre notizie su Francesco Sanseverino ed il suffeudo di Torraca. Ebner parlando di Cuccaro, nel suo vol. I ci dice che ne parla nell’altro suo testo. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 517 ci parla dello “II Stato di Cuccaro”. Ebner, a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino i Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito. E proprio ai tempi della regina Giovanna alcuni ungeresi, partigiani di re Ludovico, pare fossero stati relegati a Cuccaro sotto la custodia di Stefano Bringit, al quale venne dato in possesso il castello e terra. Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. In una pergamena da Napoli del 18 novembre 1404 si legge che re Ladislao separa il casale di Laurito dal distretto di Cuccaro, cui ‘ab antiquis temporibus’ era unito, liberando contestualmente gli uomini del casale dall’obbligo di versare a Cuccaro le prescritte sovvenzioni, collette, ecc…(11). Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario (nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ebner a p. 524 nella sua nota (10) postillava che: “(10) Reg. Ang. VII, ad ann. 1390, f 5”. Ebner a p. 524 nella sua nota (11) postillava che: “(11) Mazzoleni cit., pergamena n. IV, p. 133.”Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”.

Nel 1352 “Andrea di Castelluccia” (Mercadante), padre di “Iancuccia” (Biancuccia) Mercadante di Torraca

Da alcune ‘Pergamene di Laurito’ pubblicate dalla Jole Mazzoleni risulta che Biancuccia Mercadante, maritata a Tommaso di Monforte di Laurito era figlia di Andrea di Castelluccio. Pietro Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’Angiò re a. VII. Biancuccia figlia del fu Andrea Mercatante di Castelluccia e moglie di Antonello di Diano, nomina Maso Valente di Diano suo procuratore per vendere la metà del castello di Torraca in Principato Citra a Matteo di Laurito.” e, postillava: “Giudice a. Romano di maestro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”. Pietro Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), nel suo “Chiesa, popoli e baroni nel Cilento”, a p. 664, in proposito a Torraca scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che…… Il 19 febbraio 1391…. Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano,….(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano” e, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. La Mazzoleni (…) a p. 134, riguardo il documento n. VI (pergamena di Laurito n° 5). La Mazzoleni in proposito scriveva che:  “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano –  Luigi II d’A. re a. VII” e, poi scriveva il seguente testo: “Biancuccia figlia del fu Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…”. La Mazzoleni per la pergamena n° 5 postillava che: “Giud. an. Romano di mastro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”. Ma chi era l’“Andrea di Castelluccia”, padre di “Iancuccia” Mercadante di Torraca che aveva sposato Tommaso di Monforte di Laurito ?. Riguardo l’Andrea di Castelluccia, citato da Ebner, doveva trattarsi di un milite al servizio della famiglia dei Sanseverino originario di Castelluccia, un casale vicino Roccadaspide. Dunque, Pietro Ebner ha scritto di Andrea di Castelluccia, padre di Iancuccia Mercadante, ovvero Andrea Mercadante di Castelluccia. Ebner (…), parlando di Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante di Torraca, scriveva che “Andree de Castelluccia” risultava “quondam”, ovvero egli fu, ovvero era Andrea Mercadante di Castelluccia era morto. Dunque, siccome la pergamena a cui si riferiva la Mazzoleni è del 1391, significa che nel 1391 Andrea Mercadante di Castelluccia era già morto nel 1391. Ma quando è morto il padre di Biancuccia Mercadante ?. Riguardo il ‘quondam’ Andrea di Castelluccia (Castelluccio), la Mazzoleni, riportava n° 2 pergamene di Laurito che ne parlano. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito.”. Ebner (…), come ho già detto, traeva questa notizia da alcune pergamene dette di Laurito pubblicate da Jole Mazzoleni. La Mazzoleni (…), a p. 132, pubblicava le pergamene n° 2 e n. 3, e in proposito scriveva che: “II (1352) 1° novembre, VI – Diano.di cui il testo scritto è il seguente: “Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, ordina ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, di accertare ecc..ecc…”. La Mazzoleni a p. 132 postillava che: “Transuntato il 1352, 6 novembre VI Laurito. Perg. n° 2.”. Dunque, secondo il documento pubblicato dalla Mazzoleni (…), risulta che nel 1352 Andrea di Castelluccia era Giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota ai tempi di Tommaso II Sanseverino feudatario del basso Cilento. Dunque, se come risulta dalla pergamena n° 2 risulta che nell’anno 1352 Andrea Mercadante di Castelluccia aveva ricevuto un ordine da Tommaso II Sanseverino, vuol dire che egli morirà molto più tardi e che nell’anno 1352 egli ricopriva a pieno titolo le cariche attribuitegli dal Sanseverino.  Dal documento pubblicato dalla Mazzoleni (…), risulta che Andrea di Castelluccia nel 1352 risultava Giustiziere e vicario della terra di Cuccaro. Se, come scrive la Mazzoleni (…), sulla scorta di un documento tratto dalla Cancelleria Angioina, Andrea di Castelluccia, nel 1352 (epoca di Carlo II d’Angiò) era “giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, ….”, dobbiamo riferirci all’epoca del 1352, all’epoca di Tommaso II Sanseverino. Per saperne di più, guardiamo all’epoca dell’anno 1352, ai tempi di Tommaso II Sanseverino se risultano notizie intorno alla figura del milite Andrea Mercadante padre di Biancuccia nella baronia di Laurito, e nelle terre o casali di Cuccaro e di S. Severino di Camerota. Riguardo il casale di “Castelluccia”, ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p. 261 del vol. I. Ebner in proposito scriveva che: “Castelluccia (fino al 1863, odierno Castelcivita). Già nell’ottobre del 1117 è menzione ‘del loco Castelluczo’, più tardi (settembre 1157) di ‘habitantes ubi Castelluctium dicitur’. Ne è notizia ancora in una concessione enfiteutica dell’agosto 1257. Dai ‘Reg. ang.’ risulta che avesse occultato sei fuochi per un’oncia e mezza. Fu sempre dei Sanseverino di Cilento. Avocato al fisco per fellonia dei Sanseverino, fu poi concesso da re Federico a Giovanni di Cardona. Nei suoi pressi le rovine di Pantuliano.”. Dunque, Ebner scrive che questo casale oggi corriponde all’odierno Castelcivita, un comune vicino Roccadaspide. Situato alle pendici meridionali degli Alburni e a nord-est del territorio cilentano, sorge su uno sperone naturale, con case a cascata, a 587 m sul livello del mare. Castelcivita è un nome recente: infatti, come molti paesi della Campania costruiti sull’alto di qualche montagna e poi distrutti, ha subito varie denominazioni. È indicato già in un documento del 1171, come in quelli angioini aragonesi, con il nome di Castelluccia, ad indicare l’originario Castella, piccola piazzaforte, del periodo romano. Si pensa che la recinzione totale di Castelcivita sia opera di Pandolfo di Fasanella, gran feudatario, il quale la fece costruire per ordine di Carlo I d’Angiò. Sul casale di Castelluccia ha scritto Pietro Ebner nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, dove a p. 670 del vol. I, in proposito all’epoca di Andrea Mercadante e a Federico II di Svevia scriveva che: “Da una disposizione reale, risalente forse alla stessa di Federico II circa i casali tenuti a contribuire alla manutenzione di alcuni castelli, risulta che era signore “castri Castelluccia” Erberto d’Orleans (4)”. Ebner nella nota (4) postillava che: “(4) Reg. 21, f 179 t = vol. XI, p. 76, n. 252 (Rex mandat ne homines etc..)”. Ebner riguardo la sua nota postillava e si riferiva al vol. XI della Ricostruzione dei Registri Angioini pubblicati da Riccardo Filngieri (…). Devo precisare che il personaggio di cui tratto, il milite ‘Andrea di Castelluccia’, padre di Biancuccia Mercadante, dunque probabilmente Andrea Mercadante di Castelluccia (oggi Castelcivita), ha vissuto in epoca angioina.  Riguardo il castello ed il casale di S. Severino di Camerota, leggendo il vol. II del ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento’ di Pietro Ebner a p. 544, non troviamo nessuna notizia circa il giustiziere della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e di S. Severino, Andrea di Castelluccia, ma troviamo conferma che il feudo era sotto Tommaso II Sanseverino e forse posseduto da Girolamo di Morra il quale lo vendette ad Annibale Antonini.

Nel 1 novembre 1352, “Andrea di Castelluccia” (Mercadante), padre di “Iancuccia” (Biancuccia) Mercadante di Torraca  è Giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e di S. Severino di Camerota

Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino i Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito. E proprio ai tempi della regina Giovanna alcuni ungeresi, partigiani di re Ludovico, pare fossero stati relegati a Cuccaro sotto la custodia di Stefano Bringit, al quale venne dato in possesso il castello e terra. Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario (nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Da alcune ‘Pergamene di Laurito’ pubblicate dalla Jole Mazzoleni risulta che Biancuccia Mercadante, maritata a Tommaso di Monforte di Laurito era figlia di Andrea di Castelluccio. Riguardo il ‘quondam’ Andrea di Castelluccia (Castelluccio), la Mazzoleni (…), riportava n° 2 pergamene di Laurito che ne parlano. La Mazzoleni (…), a p. 132, pubblicava le pergamene n° 2 e n. 3, e in proposito scriveva che: “II (1352) 1° novembre, VI – Diano. di cui il testo scritto è il seguente:  “Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, ordina ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, di accertare ecc..ecc…”. La Mazzoleni a p. 132 postillava che: “Transuntato il 1352, 6 novembre VI Laurito. Perg. n° 2.”. Riguardo al milite Andrea Mercadante di Castelluccia ho già scritto.

Nel 1373, Biancuccia (“Iancuccia”) Mercadante, figlia di “Andree de Castelluccia” ( Andrea Mercadante di Castelluccia), Giustiziere e vicario della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e di S. Severino di Camerota

“Iancuccia” o Biancuccia Mercadante di Torraca, era figlia di “Andree de Castelluccia” (Andrea Mercadante di Castelluccia), Giustiziere e Vicario della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota nell’anno 1352, quando secondo una pergamena pubblicata dalla Mazzoleni, risulta avere ricevuto un ordine da Tommaso II Sanseverino. Sempre secondo alcune ‘pergamene di Laurito’, nel 1390 fu rogato il testamento del suo primo marito Tommaso di Monforte di Laurito a favore dei figli Antonello e Giovannella ancora minori. Dalle pergamene pubblicate dalla Mazzoleni non si evince la data in cui Tommaso di Monforte di Laurito aveva sposato Biancuccia Mercadante ma possiamo dedurla dal testamento del 1390. Infatti, presumibilmente la data del matrimonio risale all’anno 1373, ovvero 17 anni prima che il padre dei due pupilli, anno 1390, fece testamento prima di morire. Sappiamo sempre dalle pergamene di Laurito che, Biancuccia Mercadante di Torraca, dopo la morte del marito Tommaso di Monforte di Laurito, avvenuta presumibilmente dopo aver fatto testamento nell’anno 1390, si risposò nuovamente con Antonio Pellegrino di Diano (Teggiano). Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Riguardo i beni mobili ed immobili lasciati nel testastamento da Tommaso di Monforte di Laurito ai due figli Antonello e Giovannella ed alla prima moglie Biancuccia Mercadante, madre dei due ragazzi minorenni, la cui tutela fu afidata al loro zio Matteo di Monforte cugino di Tommaso, la Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “….le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, ecc…” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”. Riguardo l’origine di “Iancuccia” o Biancuccia Mercadante di Torraca, scriviamo sulla scorta di alcune pergamene di Laurito, cosiddette e pubblicate dalla Jole Mazzoleni (…). Jole Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “…..marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, ecc…”. La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che…… Il 19 febbraio 1391…. Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano,….”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano” e, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. La Mazzoleni (…) a p. 134, riguardo il documento n. VI (pergamena di Laurito n° 5). La Mazzoleni in proposito scriveva che:  “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano –  Luigi II d’A. re a. VII” e, poi scriveva il seguente testo: “Biancuccia figlia del fu Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…”. La Mazzoleni per la pergamena n° 5 postillava che: “Giud. an. Romano di mastro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”. Dunque, dalle Pergamene di Laurito pubblicate dalla Jole Mazzoleni risulta che Biancuccia Mercadante, maritata a Tommaso di Monforte di Laurito era figlia di Andrea Mercadante di Castelluccia, un casale vicino Roccadaspide. Riguardo il ‘quondam’ Andrea di Castelluccia (Castelluccio), la Mazzoleni, riportava n° 2 pergamene di Laurito che ne parlano. La Mazzoleni (…), a p. 132, pubblicava le pergamene n° 2 e n. 3, e in proposito scriveva che: “II (1352) 1° novembre, VI – Diano.” di cui il testo scritto è il seguente:  “Tommaso di Sanseverino, conte di Marsico, ordina ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota, di accertare ecc..ecc…”. La Mazzoleni a p. 132 postillava che: “Transuntato il 1352, 6 novembre VI Laurito. Perg. n° 2.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a pp. 523-524, in proposito scriveva che: “Nel 1333 Maria di Laurià (9), figliuola del noto ammiraglio Ruggero e moglie di Enrico Sanseverino, conestabile del regno e signore di Cuccaro, fondò il locale monastero dei Conventuali di S. Francesco. Ecc…”. Ebner a p. 523 nella sua nota (9) postillava che:  “(9) Sulla scia del provinciale dei Francescani, p. de Rossi, l’Antonini (p. 340) attribuisce la fondazione del monastero di Cuccaro a Ilaria di Lauria, che il Volpi (p. 56) mostra sorella e non figlia dell’ammiraglio Ruggero. Le signorie attribuite da p. Rossi (v. epigrafe in Volpi, p. 57) vanno ascritte perciò a Maria di Lauria in quanto sposa di Enrico Sanseverino (Maria avrebbe fondato sette monasteri di Conventuali francescani).”. Poi Ebner sempre a p. 523 scriveva pure che: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia giustiziere e vicario della baronia di Laurito di accertare ecc…ecc…”. Ebner, a p. 524 scriveva che: “Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria.”.

Nel 1373 (?), Tommaso Monforte di Laurito sposò “Iancuccia” Biancuccia Mercadante

“Iancuccia” o Biancuccia Mercadante di Torraca, era figlia di “Andree de Castelluccia” (Andrea Mercadante di Castelluccia), Giustiziere e Vicario della Baronia di Laurito e delle terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota nell’anno 1352, quando secondo una pergamena pubblicata dalla Mazzoleni, risulta avere ricevuto un ordine da Tommaso II Sanseverino. Sempre secondo alcune ‘pergamene di Laurito’, nel 1390 fu rogato il testamento del suo primo marito Tommaso di Monforte di Laurito a favore dei figli Antonello e Giovannella ancora minori. Dalle pergamene pubblicate dalla Mazzoleni non si evince la data in cui Tommaso di Monforte di Laurito aveva sposato Biancuccia Mercadante ma possiamo dedurla dal testamento del 1390. Infatti, presumibilmente la data del matrimonio risale all’anno 1373, ovvero 17 anni prima che il padre dei due pupilli, anno 1390, fece testamento prima di morire. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito ecc….(8)”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Jole Mazzoleni (…), a p. 127, riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figliuoli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: “….come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, ecc…(2).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Nel documento n° V presentato dalla Mazzoleni (…), a p. ……(pergamena n° 4), ella scriveva che: “V 1390, 28 settembre, XIV Laurito – Ludovico II d’A. re a. VI”, e poi ella scriveva che: “Tommaso Monforte, signore di Laurito, fa testamento e nomina suoi eredi i figli Antonello e Giovannella ecc…”. La Mazzoleni per la pergamena n° 4 postillava che: “Giud. an. Ruggero di Leonardo di Calogna di Laurito not. Giovanni di not. Angelo di Cuccaro. Perag. n° 4.”. Ma quando Tommaso di Monforte di Lauito avesse sposato Biancuccia non ci è dato sapere. Nè sapiamo quando, dopo la morte di Tommaso di Monforte di Laurito, Biancuccia, si risposò con Antonio Pellegrino di Diano.Di sicuro possiamo dire che, se come è vero che il testamento di Tommaso Monforte di Laurito era stato rogato nel 1390, prima che lui morisse e, che dallo stesso testamento risulta che i suoi due figli e di Biancuccia, Antonello e Giovannella erano stati lasciati alla tutela del cugino Matteo, vuol dire che essi erano ancora minorenni e quindi possiamo far risalire il matrimonio tra Tommaso di Monforte di Laurito e Biancuccia Mercadante a 17 anni prima ovvero al 1373 circa. Chi era questo Tommaso di Monforte di Laurito, citato da Ebner e nelle ‘Pergamene di Laurito’ pubblicate dalla Mazzoleni ?. Era il primo marito di “Iancuccia” Biancuccia Mercadante di Torraca. Dunque, secondo alcune pergamene pubblicate dalla Jole Mazzoleni, si evince che nel 1390, Tommaso di Monforte di Laurito, prima di morire lasciando vedova sua moglie Biancuccia Mercadante di Torraca, fa testamento a favore dei suoi due figli e della moglie. Riguardo i Monforte di Laurito, la Mazzoleni in “Notizie per la storia di Laurito e della Famiglia Monforte (1344-1770)”, in R.S.S., in roposito scriveva che: “Nel 1344 (2) i Signori del casale si chiamano ancora di Laurito nelle persone di Ruggero e del nipote Iaquinuccio, mentre nel 1352 i Monforte sono già indicati onomasticamente come feudatari, con Giovanni Monforte detto di Laurito, che tiene il casale in feudo nobile per metà del servizio militare, e a cui si rivolge Tommaso Sanseverino, (3) conte di Marsico per stabilire i contributi finanziari ai quali è obbligato il subfeudo. La morte di Giovanni, avvenuta nel 1381, provoca delle discordie tra Matteo di Monforte, suo fratello, che governa il feudo per le ragioni che ora spiegheremo, e Francesco Sanseverino, conte di Lauria.”. Sui Monforte di Laurito Pietro Ebner riporta la stessa notizia a p. 339, vol. II, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta di Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, a p. 102, parlando di Laurito, in proposito alle origini dei Monforte in proposito scriveva che: “Da un altro ‘Registro’ (7) si apprende che nel 1336 un ramo della famiglia Monforte si era trasferito a Laurito”. Tommaso Monforte di Laurito, nel 1344, era il feudatario di Laurito un piccolo centro del basso Cilento nella Diocesi di Capaccio. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: “Nel 1352, come si apprende da una pergamena di Laurito, era ancora signore della baronia di Laurito e delle Terre di Cuccaro e S. Severino di Camerota un altro Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, che ordinò ad Andrea di Castelluccia, giustiziere e vicario della baronia di accertare il valore della metà delle rendite di Laurito. E proprio ai tempi della regina Giovanna alcuni ungeresi, partigiani di re Ludovico, pare fossero stati relegati a Cuccaro sotto la custodia di Stefano Bringit, al quale venne dato in possesso il castello e terra. Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario (nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12). Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, sulla scorta delle pergamene di Laurito’ acquistate dall’ASN e pubblicate dalla Jole Mazzoleni, in proposito a p. 103, parlando di Laurito continuava a scrivere che: “Nel 1348 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione della metà di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’. Concessione confermata da Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio (14). Il 30 aprile del 1407 Nicola di Monforte alias di Laurito, signore dell’altra metà si divesero un ‘hospicium’ posseduto in comune “in platea pubblica” (15). Il 17 novembre del 1414 Giovanna II ordinò (16) al nobile Corrado Curialis di S. Severino d’immettere Guglielmo di S. Barbaro di Sanseverino nel possesso della metà del casale di Laurito vendutogli con regio assenso da Masello di Laurito, tutore di Mazeo e Giacomo di Laurito per 70 once da devolvere a soddisfare i diritti dotali della madre (Perna Bigotta di Sala) dei predetti pupilli e di far prestare l’omaggio dovuto dai vassalli al suddetto Guglielmo Barbato. Infatti, l’8 dicembre 1414 (17), presente Corrado Curialis di Sanseverino, i capifamiglia della metà di Laurito spettantegli prestarono la dovuta ‘asseciratio’ al nuovo feudatario. Nel 1427 Giovanna II confermò ai capifamiglia la separazione di Laurito da Cuccaro (18).”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (16) postillava che: “(16) VIII, Napoli = Mazzoleni cit., pergamena n. 17, p. 137.”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Mazzoleni, cit., pergamena n. 18, VIII, Laurito, giudice ‘ydiota’ Giacomo di Stabile di Laurito e notaio Benuto di not. Prisciano di Rocca Gloriosa. ‘Nomina vero et cognomina ipsorum vassallorum et hominum ipsius terre sive casalis Lauriti sunt hec videlicet: Ntarius Cirillus de Porta tam nimine ecc…”. Ebner (…), riguardo le ‘pergamene di Laurito’, a p. 102, del vol. II, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Mazzoleni, pergamene 4-5-6-7.”. Riguardo le “Pergamene di Laurito”, conservate all’Archivio di Stato di Napoli e, da cui l’Ebner ha tratto l’interessante notizia che riguarda pure il feudo di Torraca, ne parla la Jole Mazzoleni (…) a p. 126 nel testo Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), pubblicato nella rivista ‘Rasssegna Storica Salernitana’, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s., Anno XII, N. 1-4, gennaio-dicembre 1951, a p. 126. La Mazzoleni ne parla anche nel testo ‘Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630)’ acquistate anni fa dall’ASN, che stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol . 12, 1951, pp. 126-140. La Mazzoleni (…) a p. 126, in proposito scriveva che: “Il recente acquisto di un gruppo di 22 pergamene dei secoli XIV-XVII, fatto dall’Archivio di Stato di Napoli, ci permette di offrire alcuni particolari interessanti Laurito, piccolo centro del Salernitano, in diocesi di Capaccio, e la sua storia feudale prima come suffeudo concesso dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria ai Monforte, indi come ducato autonomo di questi ultimi. Dal contenuto dei singoli documenti di cui riportiamo un ampio regesto, si rileva anzitutto l’ininterrotto rapporto di dipendenza dai Monforte dai Sanseverino come suffeudatari fino al secolo XVII. Ecc..”. Dunque, la prima cosa che devo dire è che Tommaso (“di” dice Ebner) Monforte di Laurito e Tommaso Sanseverino e Francesco Sanseverino sono tre persone diverse. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a p. 524, in proposito scriveva che: “Francesco Sanseverino, conte di Lauria e Signore di Cuccaro conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis’ (12).”. Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni a p. 138 riportando la pergamena n….. (documento suo n. XX) in proposito scriveva che: “XX. 1438, 24 ottobre, II , Rocca Gloriosa.” e, postilava che: “Trans. il 1454, 1° gennaio (v. n. 21). Perg. n° 15.”.

Nel 1381, Matteo di Monforte di Laurito, zio e tutore degli eredi Antonello e Giovannella figli di Tommaso Monforte, ebbe riconosciuti i diritti sul feudo di Laurito ed il suffeudo di Torraca dal giurista Arcamone nella causa davanti al parlamento di Carlo III d’Aragona-Durazzo

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 103, parlando di Laurito, sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito scriveva che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale poi lo ricomprò, asserendo: che alla morte di Giovanni di Laurito era già premorto il primogenito Antonio, che essendo incapace il secondogenito Giovanni Nicola, e morto in età infantile il terzogenito Giovannello, non vi era a chi assegnare il suffeudo. Si oppose Matteo di Laurito, il quale richiamandosi all’infeudamento ‘iure langobardarum’ del feudo affermò che esso doveva essere assegnato a lui quale zio paterno. Tali ragioni, per le oposizioni del Sanseverino, vennero esposte nel parlamento da Carlo III d’Aragona-Durazzo. Il giureconsulto Bartolomeo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione.”.

Mazzoleni, p. 136 (Fig…) Mazzoleni, p. 132, pergamena n° 3, anno 1381

Carlo d’Angiò-Durazzo, figlio di Luigi, III duca di Durazzo, e di Margherita Sanseverino, fu re di Napoli con il nome di Carlo III, dal 1382, e re d’Ungheria con il nome di Carlo II detto il Breve, dal 1385. La Mazzoleni in “Notizie per la storia di Laurito e della Famiglia Monforte (1344-1770)”, in R.S.S., in roposito scriveva che: “La morte di Giovanni, avvenuta nel 1381, provoca delle discordie tra Matteo di Monforte, suo fratello, che governa il feudo per le ragioni che ora spiegheremo, e Francesco Sanseverino, conte di Lauria.”. Dunque, dalle ‘Pergamene di Laurito‘ sappiamo che nel 1381, dopo la morte di suo fratello Giovanni di Monforte di Laurito, Matteo di Monforte di Laurito, cugino del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, governava sul feudo e la Baronia di Laurito. La Mazzoleni, scriveva “per le ragioni che ora spiegheremo..”. La Mazzoleni, spiega che dopo la morte di Giovanni Monforte, poichè i due suoi figli, Antonio era morto e Giovanni Nicola era stato ritenuto incapace e pure il suo figlio Giovannello era morto, Francesco Sanseverino si era ripreso il feudo di Laurito e l’aveva donato al fratello Luigi per poi ricomprarlo di nuovo.  Matteo di Monforte nella sua qualità di zio paterno dei mancati feudatari legittimi, si oppose ed ebbe riconosciuti i diritti nella successione del casale dal giurista Bartolomeo Arcamone. La Mazzoleni, sulla scorta delle ‘Pergamene di Laurito’ scriveva che nel 1381 morì Giovanni Monforte feudatario di Laurito e suo fratello Matteo Monforte cade in discordia con il conte di Lauria, Francesco Sanseverino, feudatario di Laurito. Dunque, secondo Pietro Ebner, sulla scorta delle pergamene di Laurito pubblicate dalla Mazzoleni, dopo il 1381, quando Francesco Sanseverino si riprese il feudo di Laurito, Matteo di Monforte di Laurito, zio paterno dei due eredi di Tommaso di Monforte, Antonio e Giovannella, si oppose e si adirò alla corte di Carlo III d’Aragona-Durazzo dal quale ottenne la Sentenza di Bartolomeo Arcamone che gli riconobbe i diritti di successione sul feudo di Laurito. Infatti, la Mazzoleni, scrive pure che dopo la sentenza emessa dal giurista Bartolomeo Arcamone. Pietro Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. La Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che:  “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.“.

Nel 1381, Francesco Sanseverino cedette il feudo di Laurito a Matteo di Monforte

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 103, parlando di Laurito, sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito scriveva che: “Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo a Matteo di Laurito ricevendone cento once d’oro in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Dieci anni dopo, però, il feudo era diviso in due parti, come si rileva dalla successione di Tommaso di Laurito (11).”. Ebner a p. 103, nella sua nota (11) postillava che: “(11) Mazzoleni, cit., pergamene 4-5-6-7”.

Mazzoleni, p. 136 (Fig…) Mazzoleni, p. 132, pergamena n° 3, anno 1381

Nel 1387, FRANCESCO SANSEVERINO, figlio secondogenito di Tommaso III e della sua seconda moglie, alla morte di Tommaso IV figlio del fratello Antonio divenne Conte di Lauria e di Lagonegro

Pietro Ebner (…), a p. 639, parlando di ‘Teggiano’ e di (“Arrigo”) Enrico di Sanseverino “….sposò Ilaria di Lauria, figlia del grande ammiraglio Ruggero (dote 2000 once d’oro), da cui Tommaso (III) e Ruggero. Successe Tommaso (III): era ancora vivo il nonno quando il padre morì (1314). Tommaso III di Sanseverino sposò prima Margherita di Noheris di Val di Piro, dalla quale non ebbe eredi, e poi la bellissima Margherita Clignetta di Caiazzo, vedova di Giachetto di Burson di Satriano, da cui Antonio, Francesco poi conte di Lauria, e Luisa. Nel 1332 i Sanseverino riuscirono a ottenere la “Fiera de Assumptionis B.M.” a Diano (30). Morto Tommaso gli successe il figlio Antonio (24 figlio 1359) quinto conte di Marsico, che sposò Isabella del Balzo, sorella del Duca d’Andria ecc…ecc…”. Dunque, secondo l’Ebner, Tommaso III Sanseverino era figlio primogenito di Enrico (“Arrigo”) Sanseverino e di Ilaria di Lauria. Secondo l’Ebner, alla morte di Enrico (“Arrigo”) Sanseverino nel 1314, suo figlio Tommaso III Sanseverino gli successe nei feudi tra cui quello di Teggiano (e di Lauria ?), essendo pure figlio di Ilaria di Lauria. Dopo il primo matrimonio, Tommaso III Sanseverino, sposò Margherita Clignetta di Caiazzo da cui ebbe i due figli Antonio,  Francesco poi conte di Lauria e, Luisa. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina e del periodo di successione alla morte di  Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano. A Roberto spetta, come da conferma rilasciata due secoli dopo da Luigi XII a Blois nel 1505, insieme a ‘Capaccio’, le terre di ‘Totorella, Trementana, Magliano, Laurino, La Palude (Padula), Montesano, Casalnuovo, Lanza, Lo Tito, Gazanello, La Scalea, Lagonegro, Ravello, Verbicaro e Lo Sasso (35). Nel 1395 Francesco Sanseverino, secondogenito di Tommaso che aveva sposato nel 1350 Caterina dei conti di Celano, diventa il 1° Conte di Lauria.”. Nicola Montesano (…), a p. 22, nella sua nota (35) in proposito postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Dunque, Nicola Montesano, parlando di Casaletto Spartano, scriveva che nel 1395 Francesco Sanseverino, figlio secondogenito di Tommaso Sanseverino II, nel 1350 aveva sposato Caterina dei Conti di Celano. Chi era Francesco Sanseverino ?. Chi erano i Monforte di Laurito ? Tommaso Sanseverino aveva avuto un figlio, Enrico Sanseverino a cui Roberto d’Angiò assegnò la baronia del Cilento e la Contea di Marsico (1) (dal Gatta, ‘Memorie della Lucania’, etc.., p. 162), ma morì presto a soli 21 anni. Matteo Mazziotti (…) in proposito, nella sua “La Baronia del Cilento etc…”, nel suo cap. VII, dopo aver detto della Baronia del Cilento ai tempi delle guerre tra re Ladislao e Luigi, prima a p. 136 e p. 144 parlando della discendenza di alcuni dei Sanseverino, in proposito scriveva che: A lui successe nella corona di Marsico che nella contea del Cilento il figliuolo Antonio, di cui non abbiamo altra notizia, che del suo matrimonio con Isabella Del Balzo e della morte, avvenuta nel 1384, lasciando un solo figlio a nome Tommaso, che fu il quinto conte di Marsico e barone del Cilento e Grande Contestabile del Regno. (p. 144) VIII. – Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile. Egli morì nel 1387 lasciando quattro figli, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina. tutti minori, dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsini contessa di Marsico e di S. Severino, signora della città di Cajazzo e Bertrando di S. Severino, come rilevasi da un diploma del 1388 (2).”. Il Mazziotti, parlando dei quatro figli tra cui Luigi Sanseverino e del secondogenito Francesco, si riferiva al loro padre Tommaso IV di Sanseverino che Ebner scrive essere morto non prima del 20 luglio 1387 e che a lui gli successe il figlio primogenito Luigi Sanseverino. Il Mazziotti, a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(1-2) – Ventimiglia, Difesa storico-diplomatica’, a p. 179 nota a. e poi ancora Ventimiglia, op. cit., pag. 180.”. Il Mazziotti si riferiva all’opera di Mariano Ventimiglia, Difese storico-diplomatico-legale della giurisdizione civile del monastero di SS. Trinità della Cava nel feudo di Tramutola, Napoli, 1881. Scrive sempre il Mazziotti riferendosi ai tempi delle lotte tra Luigi d’Angiò ed il futuro re Ladislao, cita un episodio in cui re Ladislao fece prigionieri divesi dignitari dei Sanseverino che avevano patteggiato per Luigi II d’Angiò ai tempi del 1389 e in proposito scriveva che: “…..Ladislao intanto, …Altri dei Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti, a p. 145, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania, pag. 176; Racioppi, op. cit., vol. V, pag. 188.”. Riguardo il Racioppi citato dal Mazziotti, egli, nella sua opera “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, a p. 187 in proposito ai Sanseverino all’epoca di re Ladislao scriveva che: “Dalle diramazioni numerose di questa potentissima famiglia, per le terre della regione nostra e contermini, puoi vedere il GATTA, pagina 161 delle ‘Memorie della prov. di Lucania, Napoli, 1732.”. Infatti, Costantino Gatta (…), nel suo “Memorie topografiche e soriche della Lucania”, a p. 163, parlando di Ugo Sanseverino di Chiaromonte figlio di “Giacopo” Sanseverino, figlio di Enrico Sanseverino e di Ilaria di Lauria, in proposito scriveva che:

Gatta, Memorie, p. 163

Dunque, secondo il Mazziotti, Tommaso IV di Sanseverino morì nel 1387 lasciando quattro figli minorenni, Luigi, Francesco, Giovanni e Caterina dei quali assunsero la tutela la madre Francesca Orsini contessa di Marsico e di S. Severino. Dunque, forse si tratta del Francesco Sanseverino secondogenito di Tommaso III di Sanseverino. Dunque, secondo il Mazziotti, questo Francesco Sanseverino, conte di Lauria doveva essere il conte di Lauria che si era salvato dalla sua ribellione contro Re Ladislao Durazzo. Infatti, Carlo Pesce (…), a p. 209, parlando di Lagonegro, si ricollega alla ricostruzione storica del Summonte e del Mazziotti, riguardo il feudatario conte di Lauria ai tempi di Re Ladislao ed alla ribellione avvenuta. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “Il Summonte (1), parlando di quella strage,  enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, secondo il Pesce, ai tempi di Re Ladislao, nel 1403, il conte di Lauria era Gaspare Sanseverino. Non mi ritorna la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Altre interessanti notizie sul Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, le ritroviamo nelle cosiddette “Pergamene di Laurito”. Riguardo le “Pergamene di Laurito”, conservate all’Archivio di Stato di Napoli e, da cui l’Ebner ha tratto l’interessante notizia che riguarda pure il feudo di Torraca, ne parla la Jole Mazzoleni (…) a p. 126 nel testo ‘Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770)’, pubblicato nella rivista ‘Rasssegna Storica Salernitana’, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s., Anno XII, N. 1-4, gennaio-dicembre 1951, a p. 126 e s., riporta i testi trascritti delle pergamene acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli nel ‘Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630)’, da p.132 e s. La Mazzoleni (…) a p. 126, in proposito scriveva che: “Il recente acquisto di un gruppo di 22 pergamene dei secoli XIV-XVII, fatto dall’Archivio di Stato di Napoli, ci permette di offrire alcuni particolari interessanti Laurito, piccolo centro del Salernitano, in diocesi di Capaccio, e la sua storia feudale prima come suffeudo concesso dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria ai Monforte, indi come ducato autonomo di questi ultimi. Dal contenuto dei singoli documenti di cui riportiamo un ampio regesto, si rileva anzitutto l’ininterrotto rapporto di dipendenza dai Monforte dai Sanseverino come suffeudatari fino al secolo XVII. Ecc..”. Dunque, in questo passo, la Mazzoleni, scriveva che il piccolo centro di Laurito venne concesso ai Monforte dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria. Dalle pergamene di Laurito acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli e poi pubblicate dalla Mazzoleni, si può ricostruire i passaggi feudali ai Sanseverino fino al secolo XVII, ed in particolare sulla figura di Francesco Sanseverino, secondogenito di Tommaso II Sanseverino morto nel 1350. La Mazzoleni (…), nel suo saggio sulle ‘pergamene di Laurito’ continuando il suo racconto scriveva che: “La morte di Giovanni Monforte detto di Laurito, avvenuta nel 1381, provoca delle discordie tra Matteo di Monforte, suo fratello, che governa il feudo per le ragioni che ora spiegheremo, e Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Ecc..”. La Jole Mazzoleni, nel suo saggio ricostruisce alcuni passaggi feudali riguardo i Monforte di Laurino e Francesco Sanseverino, Conte di Lauria. Ebner, a p. 102, parlando di Laurito, scrive pure che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, Conte di Lauria e signore di Cuccaro, si riprese il villaggio di Laurito, concedendolo al fratello Luigi, dal quale poi lo ricomprò, asserendo: che alla morte di Giovanni di Laurito era già premorto il primogenito Antonio, che essendo incapace il secondogenito Giovanni Nicola e morto in età infantile il terzogenito Giovannello, non vi era a chi assegnare il suffeudo. Si oppose Matteo di Laurito, il quale richiamandosi all’infeudamento ‘iure langobardorum’ del feudo affermò che esso doveva essere assegnato a lui quale zio paterno. Tali ragioni, e le opposizioni del Sanseverino, vennero esposte nel parlamento convocato da Carlo III d’Aragona-Durazzo e, quindi con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo a Matteo di Laurito ricevendone cento oncie in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Dieci anni dopo, però, il feudo di Laurito era diviso in due parti, come si rileva dalla successione di Tommaso di Laurito (11). Il giureconsulto Bartolomeo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione (11).”. Ebner, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Mazzoleni, pergamene 4-5-6-7.”. Dunque, sulla scorta di alcuni documenti pubblicati dalla Jole Mazzoleni (…), il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, Conte di Lauria, che concesse in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito. Scrive ancora la Mazzoleni, a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “Il Sanseverino, anzi, con il consenso della moglie Caterina di Celano, glielo dona ricevendone ecc… (1). Dieci anni dopo il feudo è diviso in due parti e l’amministrazione feudale è frazionata in due rami dei Monforte, come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Di Francesco Sanseverino ha scritto anche Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, che, parlando di Laurito (un villaggio unito a Cuccaro e da non confondere con Laurino), a p. 102, scriveva di Francesco Sanseverino, Conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro (forse), scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre)….”. Ebner (…), sempre sulla scorta dei registri Angioini, a p. 664, del suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, parlando di Torraca, riferisce che il Feudo di Torraca, e quindi, anche il territorio Saprese ed il suo “Porto”, appartenessero al   “feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre). Ecc…“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Ebner, nella sua nota (7), postillava che la notizia era tratta da p. 134 dell’opera citata di Jole Mazzoleni (…), che pubblicò le Pergamene di Laurito. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, sulla scorta delle pergamene di Laurito’ acquistate dall’ASN e pubblicate dalla Jole Mazzoleni, in proposito a p. 103, parlando di Laurito continuava a scrivere che: “Nel 1348 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione della metà di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’. Concessione confermata da Margherita di Sanseverino, contessa di Capaccio (14). Il 30 aprile del 1407 Nicola di Monforte alias di Laurito, signore dell’altra metà si divesero un ‘hospicium’ posseduto in comune “in platea pubblica” (15). Il 17 novembre del 1414 Giovanna II ordinò (16) al nobile Corrado Curialis di S. Severino d’immettere Guglielmo di S. Barbaro di Sanseverino nel possesso della metà del casale di Laurito vendutogli con regio assenso da Masello di Laurito, tutore di Mazeo e Giacomo di Laurito per 70 once da devolvere a soddisfare i diritti dotali della madre (Perna Bigotta di Sala) dei predetti pupilli e di far prestare l’omaggio dovuto dai vassalli al suddetto Guglielmo Barbato. Infatti, l’8 dicembre 1414 (17), presente Corrado Curialis di Sanseverino, i capifamiglia della metà di Laurito spettantegli prestarono la dovuta ‘asseciratio’ al nuovo feudatario. Nel 1427 Giovanna II confermò ai capifamiglia la separazione di Laurito da Cuccaro (18).”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (16) postillava che: “(16) VIII, Napoli = Mazzoleni cit., pergamena n. 17, p. 137.”. Pietro Ebner (…) a p. 103 del vol. II, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Mazzoleni, cit., pergamena n. 18, VIII, Laurito, giudice ‘ydiota’ Giacomo di Stabile di Laurito e notaio Benuto di not. Prisciano di Rocca Gloriosa. ‘Nomina vero et cognomina ipsorum vassallorum et hominum ipsius terre sive casalis Lauriti sunt hec videlicet: Notarius Cirillus de Porta tam nimine ecc…”. Nel 1397 la Contea di Policastro passò alla famiglia Sanseverino, cui si deve la ricostruzione del castello e delle mura portata a termine nel 1455, come documenta un altorilievo posto sulla facciata della Cattedrale. Il canonico Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 30 e s. scrive in proposito che: “Man mano che i genovesi se ne vanno, diminuisce l’interesse dei Grimaldi e subentra la famiglia Sanseverino, di origine normanna, nel 1397 (83). I Sanseverino, che spesso hanno fatto storia, sono grandi feudatari ed iniziano la loro attività con la costruzione di un sontuoso castello comitale, là dove probabilmente si trovava l’acropoli greca. La costruzione è affidata a Jacopo Trifosano.”. Il Tancredi (…) a p. 30, nella sua nota (83) postillava che: “(83) La lapide medievale sui ruderi del Castello di Policastro B.: “Hoc opus fieri fecit lo magnifico Domino Jacobus de Sancto Sevirino, miles filius Comitis Potentiae, anno Domini MCCC nono setimo (1397).”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a p. 524, in proposito scriveva che: “Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria.”. Pietro Ebner (…), nella sua ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, parlando di Cuccaro (Cuccaro Vetere), a p. 524, in proposito scriveva che: “Francesco Sanseverino, conte di Lauria e Signore di Cuccaro conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis’ (12).”. Ebner a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni a p. 138 riportando la pergamena n….. (documento suo n. XX) in proposito scriveva che: “XX. 1438, 24 ottobre, II , Rocca Gloriosa.” e, postilava che: “Trans. il 1454, 1° gennaio (v. n. 21). Perg. n° 15.”. Sappiamo che il Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, era anche Duca di Scalea da cui provennero i Palamolla. Infatti, dopo Biancuccia di Mercadante di Torraca, Torraca fu acquistata dai Gambacorta e poi dai Palamolla di Scalea. La notizia che, nel ‘400, il feudo di Torraca (e dunque, comprese le terre ed il porto di Sapri), fossero assoggettate alla Baronia di Lauria dei Sanseverino, riguarda anche Tortorella e Casaletto Spartano. Dunque, per il XIII secolo e oltre, per la storia di Sapri, del suo porto e delle terre dipendenti forse dal feudo di Torraca, bisognerà indagare sulla storia dei feudatari di Torraca, di Lauria e di Policastro. Secondo l’Ebner, Torraca (e forse anche il territorio Saprese ed il suo Porto), erano dipendenze di Policastro. Biancuccia Mercadante di Torraca, insieme al primo suo marito Tommaso Monforte di Laurito, possedeva il suffeudo di Torraca, concesso dal conte di Lauria Francesco Sanseverino. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario ((nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni (…) a p. 138 della sua opera “Pergamene di Laurito” in Rassegna Storica Salernitana, 1951, pubblicava la Pergamena n° 15 (documento n° XX), e scriveva che: “1438, 24 ottobre, II, Rocca Gloriosa. Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro conferma a Jacobello di monforte la concessione della metà del casale di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’.”. La Mazzoleni a p. 138 postillava che: “Trans. il 1454, I° gennaio (v. n. 21). Pergam. n° 15”.

Mazzoleni, op. cit. RSS, p. 138, pergamena XX

Nel 28 settembre 1390, Tommaso Monforte, Signore di Laurito, fa testamento e lascia i suoi beni (il castello di Torraca suffeudo dei Sanseverino e a Policastro) per metà ai figli Antonello e Giovannella e per metà alla moglie Biancuccia Mercadante di Torraca

Jole Mazzoleni (…), a p. 127, riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figloli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: “….come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Nel documento n° V presentato dalla Mazzoleni (…), a p. ……(pergamena n° 4), ella scriveva che: “V 1390, 28 settembre, XIV Laurito – Ludovico II d’A. re a. VI”, e poi ella scriveva che: “Tommaso Monforte, signore di Laurito, fa testamento e nomina suoi eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela del cugino Matteo finchè in minore età, con l’obbligo per Antonello di maritare convenientemente la sorella all’età giusta e per la figlia che ottenuta la dote di paraggio rinunzi ai beni paterni a favore dei suddetti Antonello e Matteo; chiede di essere sepolto nella chiesa di S. Giovanni di Laurito e lascia altre disposizioni minori.”. La Mazzoleni per la pergamena n° 4 postillava che: “Giud. an. Ruggero di Leonardo di Calogna di Laurito not. Giovanni di not. Angelo di Cuccaro. Perag. n° 4.”.

Mazzoleni, R.S.S., p. 133 (Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 127

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia ecc…castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8)“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava ch: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Riguardo i beni mobili ed immobili lasciati nel testastamento da Tommaso di Monforte di Laurito ai due figli Antonello e Giovannella ed alla prima moglie Biancuccia Mercadante, madre dei due ragazzi minorenni, la cui tutela fu afidata al loro zio Matteo di Monforte cugino di Tommaso, la Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “….le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, ecc…” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”.

Nel 1390, muore Tommaso di Monforte, Signore di Laurito e marito di Biancuccia Mercadante di Torraca

Dunque, dal documento pubblicato dalla Jole Mazzoleni (…) (testamento) si evince che Tommaso Monforte, Signore di Laurito e primo marito di Biancuccia Mercadante di Torraca, ai tempi di re Ludovico II d’Angiò, il 28 settembre 1390, sul capezzale di morte, subito prima di morire fa testamento e chiede di essere sepolto nella chiesa di S. Giovanni di Laurito e lascia altre disposizioni minori.

Nel 1390, Matteo di Monforte di Laurito, è nominato tutore dei due figli di Tommaso di Monforte suo cugino

Nel documento n° V presentato dalla Mazzoleni (…), a p. ……(pergamena n° 4), ella scriveva che: “V 1390, 28 settembre, XIV Laurito – Ludovico II d’A. re a. VI”, e poi ella scriveva che: “Tommaso Monforte, signore di Laurito, fa testamento e nomina suoi eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela del cugino Matteo finchè in minore età, con l’obbligo per Antonello di maritare convenientemente la sorella all’età giusta e per la figlia che ottenuta la dote di paraggio rinunzi ai beni paterni a favore dei suddetti Antonello e Matteo; chiede di essere sepolto nella chiesa di S. Giovanni di Laurito e lascia altre disposizioni minori.”. La Mazzoleni per la pergamena n° 4 postillava che: “Giud. an. Ruggero di Leonardo di Calogna di Laurito not. Giovanni di not. Angelo di Cuccaro. Perag. n° 4.”.

Mazzoleni, R.S.S., p. 133 (Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 127

Nel 1391, Biancuccia Mercadante si risposa con Andrea (per la Mazzoleni) o Antonio (per Ebner) Pellegrino di Diano (Teggiano)

Si rileva sempre dalle ‘Pergamene di Laurito’ publicate dalla Mazzoleni (…) che dopo la morte del suo primo maito, Tommaso di Monforte di Laurito con cui Biancuccia Mercadante di Torraca aveva avuto due figli, Antonello e Giovannella, dati in tutela al cugino di Tommaso Matteo di Monforte di Laurito, si risposa con Andrea (per la Mazzoleni) o Antonio (per Ebner) Pellegrino di Diano, l’odierno Teggiano. Infatti, sempre da dette pergamene si rileva che il suo primo marito, nell’anno 1390, aveva fatto testamento in favore dei due figli Antonello e Giovannella e della moglie BIancuccia. Devo però precisare che ci si riferisce all’atto del 1390 in cui il testamento fu rogato dal notaio de Caso. Nel testamento però il Tommaso di Monforte, primo marito della Biancuccia, affida al cugino Matteo di Monforte il tutoraggio o la tutela dei due figli minorenni. Mi chiedo come mai se, come risulta dal testamento, nell’anno 1390, i due figli (minorenni) dovevano essere affidati alla tutela del cugino Matteo e non alla madre Biancuccia ? Forse che la Biancuccia si era già risposata?. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che…… Il 19 febbraio 1391…. Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano,….”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Jole Mazzoleni (…), a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “….mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano,….. (2)”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”.

Nel 1391, Biancuccia Mercatante di Torraca possedeva metà del suffeudo di Torraca che il 25 marzo 1392 vendette a Matteo Monforte di Laurito

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. La notizia riguarda in parte il casale ed il feudi di Laurito ed i parte quello (suffeudo) di Torraca, dunque anche del ‘portus’ di Sapri che all’epoca era nel territorio del feudo di Torraca. I documenti pubblicati dalla Mazzoleni e citati da Ebner (…), attestano che ai tempi di Luigi II d’Angiò, nel 1391, Biancuccia Mercatante e suo figlio Antonello Monforte di Laurito, possedessero la metà del suffeudo ed il castello di Torraca ed altri beni burgensatici e feudali (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria. I documenti attestano e citano Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre). Il 19 febbraio 1391 Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano, nominò Maso Valente di Diano procuratore per la vendita a Matteo di Laurito della metà del castello (villaggio) di Torraca (7), in Principato Citra. Il 25 marzo 1392 Maso Valenti, procuratore di Biancuccia, vedova  di Tommaso di Laurito, vendette a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8). Il 4 ottobre 1397 Luigi II d’Aragona, su richiesta di Matteo di Monforte, tutore di Giovannella e Antonello, figli del quondam Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante, gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”, mentre nella sua nota (8), postillava che: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. L’Ebner, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner, a p. 102, parlando di Laurito, scriveva in proposito che: “Nel 1381, Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, si riprese il villaggio di Laurito ecc..ecc..”Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, secondo l’Ebner, sulla scorta di alcuni documenti pubblicati dalla Mazzoleni (…), il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, Conte di Lauria, che concesse in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito e cita pure Biancuccia Mercadante, figlia di Andrea Mercadante e moglie di Andrea Pellegrino di Diano. Ebner (…), riguardo le ‘pergamene di Laurito’, a p. 102, del vol. II, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Mazzoleni, pergamene 4-5-6-7.”. Riguardo le “Pergamene di Laurito”, conservate all’Archivio di Stato di Napoli e, da cui l’Ebner ha tratto l’interessante notizia che riguarda pure il feudo di Torraca, ne parla la Jole Mazzoleni (…) a p. 126 nel testo Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), pubblicato nella rivista ‘Rasssegna Storica Salernitana’, Salerno 1951, n. 12, p. 126 e s., Anno XII, N. 1-4, gennaio-dicembre 1951, a p. 126. La Mazzoleni ne parla anche nel testo ‘Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630)’ acquistate anni fa dall’ASN, che stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol . 12, 1951, pp. 126-140. La Mazzoleni (…) a p. 126, in proposito scriveva che: “Il recente acquisto di un gruppo di 22 pergamene dei secoli XIV-XVII, fatto dall’Archivio di Stato di Napoli, ci permette di offrire alcuni particolari interessanti Laurito, piccolo centro del Salernitano, in diocesi di Capaccio, e la sua storia feudale prima come suffeudo concesso dai Sanseverino, conti di Marsico e Lauria ai Monforte, indi come ducato autonomo di questi ultimi. Dal contenuto dei singoli documenti di cui riportiamo un ampio regesto, si rileva anzitutto l’ininterrotto rapporto di dipendenza dai Monforte dai Sanseverino come suffeudatari fino al secolo XVII. Ecc..”. Dunque, da queste pergamene del XV secolo, l’Ebner ha desunto alcune informazioni e notizie circa Biancuccia Mercadante e il suo suffeudo di Torraca. Analizziamo le notizie tratte da Ebner e dalla Mazzoleni. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito’, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: “Da una pergamena di Laurito si rileva che il feudatario di Torraca era Francesco Sanseverino, conte di Lauria, il quale aveva dato in suffeudo Torraca a Tommaso di Laurito (v. oltre). Il 19 febbraio 1391 Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano, nominò Maso Valente di Diano procuratore per la vendita a Matteo di Laurito della metà del castello (villaggio) di Torraca (7), in Principato Citra. Ecc…”. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’Angiò re a. VII. Biancuccia figlia del fu Andrea Mercatante di Castelluccia e moglie di Antonello di Diano, , nomina Maso Valente di Diano suo procuratore per vendere la metà del castello di Torraca in Principato Citra a Matteo di Laurito.” e, postillava: “Giudice a. Romano di maestro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”.

Mazzoleni Jole, in RSS, 1951, p. 134 (Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p. 134 (in R.S.S.)

Dunque, la Mazzoleni riguardo questo documento postillava che si trattava della pergamena n. 5 transunta il 25 marzo 1391 e di vedere nella sua nota (7). La Mazzoleni, parlando delle 22 pergamene a p. 129, nella sua nota (7) postillava che: “(7) A. S. N. – Significatorie del relevi, vol. 222, fol. 77 t “. Dunque, secondo questo documento del 1391, scritto a Diano, Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte,  ai tempi di Luigi II d’Angiò, possedeva metà del castello di Torraca “…e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti…”, insieme al figlio Antonello Monforte di Laurito. Sempre la Mazzoleni (…), a p. 134, pubblica l’altro documento o pergamena del 1391 o 1392 del 25 marzo, scritto a Rocca Gloriosa che è l’atto di vendita stipulato a Rocca Gloriosa per 30 once d’oro. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dall Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VII 1392 (1391) 25 marzo, XIV – Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. re a VII.  – Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia vedova di Tommaso di Laurito vende a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca, in Principato Citra, che Biancuccia aveva in comune con Antonello, figlio del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi, per il prezzo di 30 once.”. La Mazzoleni, postillava che: “E’ usato lo stile dell’incarnazione fiorentino. Giud. an. ‘ydiota’ Guglielmotto de Sabino di Rocca Gloriosa, not. Giovanni de Caro. Perg. n° 5.”. Dunque la Mazzoleni postillava che si trattava della pergamena n. 5. Sempre la Mazzoleni (…), a p. 134, riportava il documento n. VIII e scriveva che: “VIII 1392 (1391) 25 marzo, VI (sic) (XIV), Rocca Gloriosa Luigi II d’A. a. VII. – Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini”, del 14(00), 10 luglio, VIII.”, e postilava che: “Perg. n° 6”. Dunque la Mazzoleni postillava che si trattava della pergamena n. 6. Ebner, nella sua nota (54) a p. 339, postillava che: “(54) Mazzoleni Jole, Pergamene di Laurito, op. cit., p. 153.”. Secondo la Jole Mazzoleni (v. la nota (8): “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso”), la metà del feudo di Torraca (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria, che, secondo una pergamena di Laurito, l’aveva dato in suffeudo al feudatario di Laurito, Tommaso di Monforte, marito di Biancuccia Mercadante di Torraca. La notizia, secondo l’Ebner (v. p. 664), si rileva da un documento di Laurito, il transunto della pergamena VIII, di Roccagloriosa, del giudice Guglielmo di Roccagloriosa e del notaio Giovanni Caso. Sempre l’Ebner (…), a p. 664 del vol. II, riferendosi a Biancuccia Mercatante, in proposito scriveva che: “….gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.” e, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner (…), a p. 339, del suo vol. II, di ‘Chiesa, ecc…’, parlando di Policastro, cita Biancuccia Mercadante di Torraca e, scriveva in proposito: “Il 13 ottobre 1397, a Napoli, arbitri il vescovo di Policastro, per Matteo di Monforte di Laurito, e il milite Roberto di Pantaleone, per Antonio Pellegrino di Diano, (secondo) marito di Biancuccia Mercadante (di Torraca), vedova di Tommaso di Monforte ( di Laurito, prima marito), si giunse ad un accordo circa i diritti dei pupilli di Tommaso, rappresentati da Matteo e quelli di Biancuccia rappresentati dal secondo marito (54).”. Dunque il feudo di Torraca, apparteneva a Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro (attuale Cuccaro Vetere), e solo dopo il 1381, Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito di Biancuccia Mercatante, lo ricevette in suffeudo dal Sanseverino.  Sappiamo che il Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, era anche Duca di Scalea da cui provennero i Palamolla. Infatti, dopo Biancuccia di Mercadante di Torraca, Torraca fu acquistata dai Gambacorta e poi dai Palamolla di Scalea. La notizia che, nel ‘400, il feudo di Torraca (e dunque, comprese le terre ed il porto di Sapri), fossero assoggettate alla Baronia di Lauria dei Sanseverino, riguarda anche Tortorella e Casaletto Spartano. Dunque, per il XIII secolo e oltre, per la storia di Sapri, del suo porto e delle terre dipendenti forse dal feudo di Torraca, bisognerà indagare sulla storia dei feudatari di Torraca, di Lauria e di Policastro. Secondo l’Ebner, Torraca (e forse anche il territorio Saprese ed il suo Porto), erano dipendenze di Policastro. Biancuccia Mercadante di Torraca, insieme al primo suo marito Tommaso Monforte di Laurito, possedeva il suffeudo di Torraca, concesso dal conte di Lauria Francesco Sanseverino. Biancuccia Mercadante di Torraca, figlia di Andrea Mercadante di Castelluccio e, vedova di suo primo marito, Tommaso di Laurito, il 25 marzo 1392, vendette Torraca a Matteo di Monforte di Laurito. Dunque, da questi antichi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, pubblicati per la maggior parte da Jole Mazzoleni (…), sappiamo che famiglia dei “Mercatante” (Mercadante), era un’antica famiglia di Torraca. Ricordiamo che questa antica famiglia, diede i natali al celebre pittore Biagio Mercadante. Dunque, se la sua ava, Biancuccia Mercadante era proprietaria di Torraca perchè sposa al suo primo marito Tommaso Monforte di Laurito che aveva ricevuto dal Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, il suffeudo di Torraca, e se la Biancuccia era la figlia di Andrea Mercadante di Castelluccio, può esserci un legame tra questa famiglia ed i Sanseverino di Lauria. O forse il legame era più semplicemente con Tommaso di Monforte di Laurito che ebbe il suffeudo di Torraca in dono dal Conte di Lauria.

Nel 19 febbraio 1391, Biancuccia Mercatante nominò Maso Valente di Diano suo procuratore per la vendita di metà del castello e di Torraca ad Antonello e Giovanella Monforte di Laurito, figli suoi e del suo primo marito Tommaso Monforte di Laurito

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. La notizia riguarda in parte il casale ed il feudi di Laurito ed i parte quello (suffeudo) di Torraca, dunque anche del ‘portus’ di Sapri che all’epoca era nel territorio del feudo di Torraca. I documenti pubblicati dalla Mazzoleni e citati da Ebner (…), attestano che ai tempi di Luigi II d’Angiò, nel 1391, Biancuccia Mercatante e suo figlio Antonello Monforte di Laurito, possedessero la metà del suffeudo ed il castello di Torraca ed altri beni burgensatici e feudali (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro. I documenti attestano e citano Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte. Jole Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “XI 1397, 13 ottobre, VI, Napoli, Luigi II d’Angiò re a. XIV – Sorta contesa tra Antonio Pellegrino di Diano, marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, e Matteo di Monforte, tutore e balio di Antonello e Giovannella, figli ed eredi del defunto Tommaso per le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, e nella quarta, i contendenti vengono ad uno accordo per salvaguardare i diritti dei pupilli, avendo arbitri della contesa il vescovo di Policastro per Matteo e il milite Roberto de Pantaleone per Antonio Pellegrino.” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: Il 19 febbraio 1391 Biancuccia Mercadante, figlia del quondam Andrea Mercadante di Castelluccia e moglie di Andrea Pellegrino di Diano, nominò Maso Valente di Diano procuratore per la vendita a Matteo di Laurito della metà del castello (villaggio) di Torraca (7), in Principato Citra.”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VI 1391, 19 febbraio, XIV, Diano – Luigi II d’Angiò re a. VII. Biancuccia figlia del fu Andrea Mercatante di Castelluccia e moglie di Antonello di Diano, , nomina Maso Valente di Diano suo procuratore per vendere la metà del castello di Torraca in Principato Citra a Matteo di Laurito.” e, postillava: “Giudice a. Romano di maestro Marino d’Eustasio di Diano, not. Antonio Priore di Diano; trans. il 1391, 25 marzo (v. n. 7). Perg. n° 5”.

Mazzoleni Jole, in RSS, 1951, p. 134 (Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit., p……

Dunque, la Mazzoleni riguardo questo documento postillava che si trattava della pergamena n. 5 transunta il 25 marzo 1391 e di vedere nella sua nota (7). La Mazzoleni, parlando delle 22 pergamene a p. 129, nella sua nota (7) postillava che: “(7) A. S. N. – Significatorie del relevi, vol. 222, fol. 77 t “. Dunque, secondo questo documento del 1391, scritto a Diano, Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte,  ai tempi di Luigi II d’Angiò, possedeva metà del castello di Torraca “…e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti…”, insieme al figlio Antonello Monforte di Laurito.

Nel 25 marzo 1392, Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia Mercadante vendette la metà del castello e di Torraca a Matteo Monforte di Laurito, procuratore di Antonello e Giovanella Monforte di Laurito, figli di Biancuccia e di Tommaso Monforte di Laurito

Biancuccia Mercadante di Torraca, figlia di Andrea Mercadante di Castelluccio e, vedova di suo primo marito, Tommaso di Laurito, il 25 marzo 1392, vendette Torraca a Matteo di Monforte di Laurito. Dunque, da questi antichi documenti tratti dalla Cancelleria Angioina, pubblicati per la maggior parte da Jole Mazzoleni (…), sappiamo che famiglia dei “Mercatante” (Mercadante), era un’antica famiglia prima di Castelluccio e poi di Torraca. Ricordiamo che questa antica famiglia, diede i natali al celebre pittore Biagio Mercadante. Dunque, se la sua ava, Biancuccia Mercadante era proprietaria di Torraca perchè sposa al suo primo marito Tommaso Monforte di Laurito che aveva ricevuto dal Conte di Lauria, Francesco Sanseverino, il suffeudo di Torraca, e se la Biancuccia era la figlia di Andrea Mercadante di Castelluccio, può esserci un legame tra questa famiglia ed i Sanseverino di Lauria ? O forse il legame era più semplicemente con Tommaso di Monforte di Laurito che ebbe il suffeudo di Torraca in dono dal Conte di Lauria. Andrebbero ulteriormente indagate alcune notizie storiche che riguardano il feudo di Torraca in epoca Angioina ed in particolare all’epoca della Guerra del Vespro siciliano. Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 664, parlando di Torraca, cita una interessante notizia su suffeudo di Torraca all’epoca del regno angoino di Giovanna II d’Angiò. La notizia riguarda in parte il casale ed il feudi di Laurito ed i parte quello (suffeudo) di Torraca, dunque anche del ‘portus’ di Sapri che all’epoca era nel territorio del feudo di Torraca. I documenti pubblicati dalla Mazzoleni e citati da Ebner (…), attestano che ai tempi di Luigi II d’Angiò, nel 1391, Biancuccia Mercatante e suo figlio Antonello Monforte di Laurito, possedessero la metà del suffeudo ed il castello di Torraca ed altri beni burgensatici e feudali (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro. I documenti attestano e citano Biancuccia Mercatante, figlia di Andrea Mercatante di Castelluccia (Castelluccio in Basilicata ?), seconda moglie di Andrea Pellegrino di Diano e madre di Antonello Monforte figlio del primo marito Tommaso Monforte. Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), in proposito a Torraca, a p. 664, scriveva che: Il 25 marzo 1392 Maso Valente, procuratore di Biancuccia, vedova  di Tommaso di Laurito, vendette a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca che Biancuccia aveva in comune con il figlio (Antonello) del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi esistenti per 30 once (8).. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”, mentre nella sua nota (8), postillava che: “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VII 1392 (1391) 25 marzo, XIV – Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. re a. VII”, il testo della Mazzoleni è il seguente: “Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia vedova di Tommaso di Laurito vende a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca, in Principato Citra, che Biancuccia aveva in  comune con Antonello, figlio del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi, per il prezzo di 30 once.”. La Mazzoleni, per la pergamena n. VII (Pergamena n. 5) scrive ancora che: “E’ usato lo stile dell’incarnazione fiorentino. Giud. an. ‘ydiota’ Guglielmotto de Sabino in Rocca Gloriosa, not. Giovanni de Caro. Pergamena n. 5.”. Sempre la Mazzoleni (…), a p. 134, pubblica l’altro documento o pergamena del 1391 o 1392 del 25 marzo, scritto a Rocca Gloriosa che è l’atto di vendita stipulato a Rocca Gloriosa per 30 once d’oro. Ebner, a p. 663, nella sua nota (8), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso“. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dall Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VII 1392 (1391) 25 marzo, XIV – Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. re a VII.  – Maso Valente di Diano, procuratore di Biancuccia vedova di Tommaso di Laurito vende a Matteo di Laurito, procuratore di Antonello e Giovannella di Monforte, la metà del castello di Torraca, in Principato Citra, che Biancuccia aveva in comune con Antonello, figlio del suo primo marito e che teneva in feudo da Francesco Sanseverino, e altri beni burgensatici e feudali ivi, per il prezzo di 30 once.”. La Mazzoleni, postillava che: “E’ usato lo stile dell’incarnazione fiorentino. Giud. an. ‘ydiota’ Guglielmotto de Sabino di Rocca Gloriosa, not. Giovanni de Caro. Perg. n° 5.”. Dunque la Mazzoleni postillava che si trattava della pergamena n. 5. Sempre la Mazzoleni (…), a p. 134, riportava il documento n. VIII e scriveva che: “VIII 1392 (1391) 25 marzo, VI (sic) (XIV), Rocca Gloriosa Luigi II d’A. a. VII. – Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini”, del 14(00), 10 luglio, VIII.”, e postilava che: “Perg. n° 6”. Dunque la Mazzoleni postillava che si trattava della pergamena n. 6. Ebner, nella sua nota (54) a p. 339, postillava che: “(54) Mazzoleni Jole, Pergamene di Laurito, op. cit., p. 153.”. Secondo la Jole Mazzoleni (v. la nota (8): “(8) Mazzoleni, cit. p. 134 (transunto della pergamena VIII). Roccagloriosa, giudice ydiota Guglielmo di Salerno di Roccagloriosa; notaio Giovanni de Caso”), la metà del feudo di Torraca (che secondo l’Ebner erano pertinenze di Policastro), proveniva dalla donazione del suffeudo di Torraca, che fece il suo feudatario, Francesco Sanseverino, conte di Lauria, che, secondo una pergamena di Laurito, l’aveva dato in suffeudo al feudatario di Laurito, Tommaso di Monforte, marito di Biancuccia Mercadante di Torraca. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Il testo della Mazzoleni per la pergamena n. VII ovvero la pergamena originale n. 6 è il seguente: “Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini” del 14(00), 10 luglio, VII. Perg. n° 6.”. Poi la Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che:  “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.”.

Nel 4 ottobre 1397, Luigi II d’Aragona assentì e confermò la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Tortorella e del castello che passò nelle mani di Matteo Monforte di Laurito, tutore di Giovannella e Antonello (figli di Biancuccia Mercadante e di Tommaso di Monforte di Laurito) 

Jole Mazzoleni (…), a p. 127,riguardo Tommaso Monforte, Signore di Laurito, marito di Biancuccia Mercadante e padre dei due figloli Antonello e Giovannella, in proposito scriveva che: Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, per la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Pietro Ebner (…), sulla scorta delle ‘pergamene di Laurito‘, acquistate dall’Archivio di Stato di Napoli, poi in seguito pubblicate da Jole Mazzoleni (…), parlando di Torraca, a p. 664, scriveva che: Il 4 ottobre 1397 Luigi II d’Aragona, su richiesta di Matteo di Monforte, tutore di Giovannella e Antonello, figli del quondam Tommaso di Monforte di Laurito e di Biancuccia Mercadante, gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.”. L’Ebner, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Ebner, a p. 663, nella sua nota (7), postillava che queste notizie erano state tratte da Jole Mazzoleni (…): “(7) Mazzoleni, cit., p. 134. Giudice Mario d’Eustazio di Diano, notaio Antonio Priore di Diano”. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 135, riporta il seguente documento: “X. 1397, 4 ottobre, VI, Napoli Luigi II d’A. re a. XIV” ed il testo della Mazzoleni è il seguente: “Luigi II d’A., a richiesta di Matteo di Monforte tutore di Giovannella e Antonello, figli del fu Tommaso di Monforte e di Biancuccia Mercadante, gli concede assenso e conferma per la vendita della metà del castello di Torraca nelle pertinenze di Policastro e Turturella fattagli da Biancuccia che lo teneva in feudo dal conte di Lauria, verso il quale si devono sempre rispettare gli obblighi feudali.”. La Mazzoleni a p. 135 per il documento n. X (pergamena n. 18), postillava che: “Priv. transuntato il 1528, 14 aprile Laurito a richiesta di Ferdinando Monforte (v. n. 24). Perg. n° 18.”.

Mazzoleni, in RS.S., p. 135 (Fig….) Mazzoleni Jole, op. cit. p. 135

La notizia, secondo l’Ebner (v. p. 664), si rileva da un documento di Laurito, il transunto della pergamena VIII, di Roccagloriosa, del giudice Guglielmo di Roccagloriosa e del notaio Giovanni Caso. Sempre l’Ebner (…), a p. 664 del vol. II, riferendosi a Biancuccia Mercatante, in proposito scriveva che: “….gli concesse l’assenso (9) e la conferma per la vendita della metà di Torraca (pertinenze di Policastro) e di Turturella fattagli da Biancuccia che lo possedeva in feudo dal conte di Lauria, Francesco Sanseverino, con l’obbligo di rispettare i doveri feudali.” e, a p. 665, del suo vol. II, nella sua nota (9), postillava che: “(9) Ass. 4 ottobre 1397, VI, Napoli”. Ebner (…), a p. 339, del suo vol. II, di ‘Chiesa, ecc…’, parlando di Policastro, cita Biancuccia Mercadante di Torraca e, scriveva in proposito: “Il 13 ottobre 1397, a Napoli, arbitri il vescovo di Policastro, per Matteo di Monforte di Laurito, e il milite Roberto di Pantaleone, per Antonio Pellegrino di Diano, (secondo) marito di Biancuccia Mercadante (di Torraca), vedova di Tommaso di Monforte ( di Laurito, prima marito), si giunse ad un accordo circa i diritti dei pupilli di Tommaso, rappresentati da Matteo e quelli di Biancuccia rappresentati dal secondo marito (54).”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, vol. II, parlando di Policastro e postillava alla nota (54), sempre sulla scorta di Jole Mazzoleni (…): “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Pietro Ebner (…), nel vol. II del suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, a p. 102, parlando di Laurito, in proposito alle origini dei Monforte in proposito scriveva che: “Da un altro ‘Registro’ (7) si apprende che nel 1336 un ramo della famiglia Monforte si era trasferito a Laurito”e, poi scrive ancora sempre a p. 102 che: “Nel 1381 Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro si riprese il villaggio di Laurito concedendolo al fratello Luigi, dal quale però lo ricomprò. Si oppose Matteo di Laurito. Il giureconsulto Matteo Arcamone riconobbe i diritti di Matteo Monforte alla successione del feudo di Laurito. Con il consenso della moglie Caterina di Celano, Francesco Sanseverino concesse il feudo ricevendone cento once in carlini d’argento come risoluzione degli obblighi feudali. Il 18 novembre 1404 re Ladislao separò (12) il villaggio di Laurito da Cuccaro. Tale separazione, però, non esentò l’antico feudatario dall’obbligo della dipendenza dai Sanseverino conti di Marsico. Infatti, nel 1448 Fancesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, confermò (13) a Jacobello di Monforte la concessione ecc..ecc..”. Jole Mazzoleni, a p. 127, riferendosi a Matteo Monforte di Laurito, zio paterno dei mancati feudatari legittimi (Antonello e Giovannella), essendo il fratello del defunto Tommaso di Monforte di Laurito, primo marito della vedova Biancuccia Mercadante: “Il Sanseverino, anzi, con il consenso della moglie Caterina di Celano, glielo dona ricevendone ecc… (1). Dieci anni dopo il feudo è diviso in due parti e l’amministrazione feudale è frazionata in due rami dei Monforte, come può seguirsi nelle vicende della complicata successione di Tommaso che nel testamento rogato nel 1390 lasciava quali eredi i figli Antonello e Giovannella sotto la tutela di Matteo per una parte del casale, mentre per l’altra parte si avanzavano i diritti di Biancuccia Mercadante, vedova di Tommaso e rimaritata ad Antonio Pellegrino di Diano, riguardano solo Laurito, ma anche la successione del castello di Torraca sempre suffeudo dei Sanseverino (2). Questo castello passò poi (1397) nelle mani di Matteo, quale tutore dei nipoti, er la vendita fattagli da Biancuccia, a conclusione delle controversie (3).”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (2) postillava che: “(2) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 4, 5, 6, 7.”. La Mazzoleni, a p. 127 nella sua nota (3) postillava che: “(3) A. S. N. Pergamene di Laurito, n° 18, 8.”. Ebner, riporta la stessa notizia a p. 339, parlando di Policastro ed alla sua nota (54), sempre sulla scorta della Jole Mazzoleni (…) postillava che: “Pergamene di Laurito”, cit., p. 153. Dunque, l’Ebner fa riferimento a p. 134 della Mazzoleni, ovvero a p. 134 del testo citato pubblicato sulla ‘Rassegna Storica Salernitana’ del 1951 dalla Mazzoleni, dove a p. 134, riporta il seguente documento: “VIIII. 1392 (1391), 25 marzo, IV (sic) (XIV), Rocca Gloriosa – Luigi II d’A. a. VII.”. Il testo della Mazzoleni per la pergamena n. VII ovvero la pergamena originale n. 6 è il seguente: “Transunto del precedente istrumento, rogato dal notaio Donato “magistri Gratiani”, e dal giudice Romano “magistri Marini” del 14(00), 10 luglio, VII. Perg. n° 6.”. Poi la Mazzoleni (…) a pp. 134 e 135 presenta anche il documento n. IX e scriveva che: “IX 1391, 25 novembre, XIV (sic) Torraca . Ludovico II d’A re a. VII.”, il cui testo della Mazzoleni è il seguente: “Matteo Signore di Laurito, quale tutore di Antonello e Giovannella, figli del defunto milite Tomaso di Monforte, signore di Laurito, e suo esecutore testamentario, fà fare l’inventario di tutti i preziosi, oggetti e beni del defunto, a garanzia della sua tutela.”. La Mazzoleni postillava che:  “Giud. an. Nicola Mainone (?) di Torraca, not. Nicola Lombardo di Turturella. Perg. n° 7.”. La Mazzoleni, a p. 135, riguardo il documento n. XI (pergamena di Laurito n° 8) così scriveva in proposito che: “XI 1397, 13 ottobre, VI, Napoli, Luigi II d’Angiò re a. XIV – Sorta contea tra Antonio Pellegrino di Diano, marito di Iancuccia (Biancuccia), già moglie del fu Tommaso di Monforte, e Matteo di Monforte, tutore e balio di Antonello e Giovannella, figli ed eredi del defunto Tommaso per le doti di Biancuccia, consistenti in metà del castello di Torraca, in vari beni mobili ed immobili, nel ‘morgicap’ costituitole da Tommaso, e nella quarta, i contendenti vengono ad uno accordo per salvaguardare i diritti dei pupilli, avendo arbitri della contesa il vescovo di Policastro per Matteo e il milite Roberto de Pantaleone per Antonio Pellegrino.” . La Mazzoleni a p. 135 per la pergamena n° 8 postillava che: “Giud. a contr. Antonio de Stabile di Napoli, not. Antonio de Turri di Napoli. Perg. n° 8”.

Dal 1397 il castello di Torraca in mano a Matteo di Monforte di Laurito I ‘Quinternioni’ feudali del Regno di Napoli

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc…..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

Nel 7 settembre 1404, un privilegio a Lagonegro concesso da re Ladislao

Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 209 e ssg., in proposito scriveva che: “E’ notevole, per quanto riguarda la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) il Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa sai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu allora che Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li rinchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage, enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure Gaspare, che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati de’ feudi e d’ogni podestà e carica. IV. – Per l’avvenuta morte del tiranno, o meglio per la disgrazia, in cui era incorso verso il Sovrano, l’Università di Lagonegro, che si era serbata fedele alla casa di Durazzo durante le lunghe guerre civili, profittando degli eventi, chiese a Re Ladislao d’essere posta nel Regio Demanio, di dipendere cioè direttamente dalla Corona lungi da ogni dipendenza feudale. In effetti, nel 7 Settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Flacone e da Tortorella: “Sane moti devotis supplicantionibus etc…”…..”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Principato Citra”, a p. 26, nel suo cap. 3, in proposito scriveva che: “Per tutto il trecento Casaletto, casale di Tortorella, rimase probabilmente terra della Baronia di Lauria, sotto la protezione dei Sanseverino, come testimoniano anche in uno strumento notarile rogato in data 26 ottobre 1347 dal Regio Notaro Roberto Lombardo (39). Sul finire del secolo quest’ultimi presero parte allo scontro per la successione al trono del Regno di Napoli tra Luigi II d’Angiò (ramo francese) e Ladislao d’Angiò-Durazzo e che vide, nel 1399, il prevalere di quest’ultimo. Come ricorda Croce “Ladislao abbatté molte case potenti e, tratti seco a Napoli con simulata benevolenza i principali dei Sanseverino, rinnovò su questa famiglia la strage che già ne aveva fatta Federico II, e, strangolati quei prigionieri nel Castelnuovo, ordinò di gittarne i corpi in una chiesetta diruta, dove furono dati in pasto di cani” (40). I Sanseverino, che erano tra i principali esponenti dello schieramento avverso, subirono la dura vendetta del nuovo re, che si concretizzò anche con la confisca, per fellonia, della maggior parte dei feudi, tra cui la Contea di Lauria. Il 2° Conte di Lauria, Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1404, re LADISLAO-DURAZZO fece uccidere alcuni della famiglia Sanseverino confiscandone tutti i beni, tra cui Gaspare Sanseverino Conte di Lauria avendo loro patteggiato per Luigi II d’Angiò

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 639, parlando di Diano (Teggiano), ed in particolare di Tommaso II Sanseverino in proposito scriveva che: “Per aver seguito Luigi d’Angiò, re Ladislao, occupato il Regno (1399) spogliò i Sanseverino nei loro beni compreso lo “stato” di Diano ridotto a demanio reale.” Nel 1404 vi inviò come castellano Alessandro Lanario, assicura il Mandelli, nella torre che vi aveva fatto costruire poi trasformata da re Ferrante che vi spese 80.000 ducati ecc..”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, in proposito scriveva che: “VIII. Tommaso Sanseverino avendo aderito alla parte di Luigi d’Angiò, aveva perduto l’elevato ufficio di Gran Contestabile.”. Matteo Mazziotti (…), nell’opera citata, a pp. 144-145, in proposito all’epoca della guerra tra Luigi d’Angiò e Ladislao di Durazzo, scriveva che: “All’annunzio della morte di Carlo di Durazzo la fazione Angioina, di cui era a capo Tommaso Sanseverino appartenente al ramo dei conti di Tricarico, usurpò, a nome di Luigi II d’Angiò, che era stato investito del reame di Napoli dall’antipapa Clemente, il titolo di vicerè di Napoli e trase seco contro Ladislao la sua estesa e potente parentela, tra cui i conti di Marsico e baroni di Rocca. Quindi la fiera inimicizia di Ladislao contro tutta la famiglia Sanseverino. Morto intanto nell’ottobre del 1389 il papa Urbano VI Bartolomeo Prignano oriundo di Prignano del quale avrò a parlare trattando di quel casale, e successogli Bonifacio IX, Luigi II d’Angiò venne nel 14 agosto del 1390 con numerosa flotta in Napoli solennemente ricevuto. Ne seguirono le parti, tra gli altri baroni del regno, tutti i Sanseverino con a capo Tommaso dei conti di Tricarico. La regina Maria, madre di Ladislao, convocò a Gaeta i baroni di parte sua e li indusse ad attaccare nelle loro terre i Sanseverino che restarono vittoriosi. Ladislao intanto aiutato dal nuovo papa armò un poderoso esercito e riuscì a riconquistare Napoli e, consolidatosi sul trono, pensò a vendicarsi aspramente dei Sanseverino. Fattine prigionieri in Castelnuovo 11 tra cui i fratelli, Ruggiero conte di Tricarico, Ugo conte di Potenza, Tommaso conte di Montescaglioso col figlio Guglielmo, Venceslao conte di Venosa e di Amalfi con un suo figliolo, Arrigo conte di Terranova ed altri, li fè strangolare e quindi dare in pasto ai cani. Altri Sanseverino, tra cui il conte di Nardò, il conte di Lauria ed il conte di Marsico si salvarono nel castello di Taranto (1) perdendo però tutti i loro feudi.”. Il Mazziotti a p. 145 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, vol. IV, lib. pag. 471; Gatta, ‘Memorie della provincia di Lucania’, pag. 176; Racioppi, op. cit. vol. V, pag. 188.”. Giacomo Racioppi (…) citato dal Mazziotti, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, a p. 188 vol. II, scriveva che: “Usa forza e inganni contro i Sanseverino, numerosi quanto potenti. E dice uno storico: (1) “Ne fa cercare quanti ne potè avere (e furono undici) in Castelnuovo, ove gli fa strangolare, e poi gittare, nei fossi di quello, ai cani: tra i quali incarcerati fu Tommaso, conte di Montescaglioso, con Guglielmo suo figliolo; Vincilao, conte di Venosa e di Amalfi, Melito e Belcastro; Arrigo, conte di Terranova; Gaspero, conte di Matera, e Ruggiero conte di Tricarico, primogenito del Duca di Venosa con tre suoi fratelli. Alcuni di questi ultimi furono ritenuti prigioni. Gli altri Sanseverino, il conte di Nardò, il conte di Lauria, il conte di Marsico, fuggendo s salvarono nel Castello di Taranto.” E questa fu la seconda persecuzione dei Sanseverino (conclude lo storico stesso), essendo stata la prima a tempo dei re Svevi. Mandò ad occupare i loro Stati per la Basilicata e per la Calabria; e dove trovò resistenza pose assedio e prese d’assalto.”. Sempre il Racioppi, a p. 188 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nell’anno 1404. Summonte, pag. 535 e con qualche variante dei nomi in altri scrittori. – Conf. Tonsi, ‘Historia Monst. Montiscav.’ 105, e Gatta, Memorie della prov. della lucania, 1732, 176.”. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto sul casale di Caselle in pittari e riferendosi ad Americo Sanseverino, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco (…) a p. 102 nella sua nota (134) postillava che: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combattè duramente i Sanseverino che gli si erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, di Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco (…) sulla scorta di Ebner cita le stesse notizie nel suo “Il Cervato conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre Comuni (1845-1899)”, che stà nella rivista Euresis’, vol. X, a p. 156 e s., rivista edita dal Liceo T. Cicerone di Sala Consilina, in proposito a p. 159 scriveva che: “La lotta tra durazzeschi ed angioini divampata fra XIV e XV secolo mutò per la prima volta lo stato delle cose. Ladislao di Durazzo, infatti, sottratti ai Sanseverino tutti i loro feudi, progettò una delimitazione dei confini di quelli situati lungo la fascia pedemontana del Cervato (8).”. Il Fusco a p. 159 nella sua nota (8) postillava che: “(8) idem vedi nota 134”. In questa nota (8) però il Fusco postillava di “P. Cantalupo-A. La Greca, Storia delle Terre del Cilento antico, Acciaroli, Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 1989, I, p. 238.”. Il Fusco nel libro su Casaletto nella sua nota 134 postillava  “ivi, p. 59 e nota 8″, ma vi è un errore di stampa in quanto a p. 59 non si parla di quella orrenda strage. Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, sul periodo successivo scriveva che: “E’ notevole, per quanto iguara la nostra storia di quel periodo, che fin dalla morte della Regina Giovanna I (1382) Reame di Napoli trovavasi in dure lotte civili fra Carlo di Durazzo e Luigi d’Angiò, i quali si contendevano il trono, e poscia tra i loro figli Ladislao e Luigi II d’Angiò. In tutte queste lotte accanite e lunghe, la potente e numerosa famiglia Sanseverino, di cui era a capo il Contestabile Tommaso, parteggiò per gli Angioini con numerose truppe; rimasto infine Ladislao, vincitore, e scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie. Se non che, essendosi poscia egli nel 1403 mosso da Napoli per farsi nominare Re d’Ungheria, gli giunse la nuova d’una ribellione mossa dai Sanseverineschi e da altri Baroni. Si fu che allora Ladislao, scoppiando nella mal celata vendetta, corse a Napoli e, fatti arrestare quanti ribelli potè, li racchiuse nel Castel Nuovo, dove li fece sgozzare e gittare ai cani. Il Summonte (1), parlando di quella strage,  enumera fra le vittime 11 cavalieri della famiglia Sanseverino, e fra essi è designato pure ‘Gaspare’ che, benchè sia nominato Conte di Matera, si suppone sia lo stesso Conte di Lauria ed Utile Signore di Lagonegro. Altri ribelli perseguitati, fra cui il Summonte cita il Conte di Lauria, potettero fuggire e salvarsi nel Castel di Taranto; ma tutti furono privati dè feudi e d’ogni podestà e carica.”. Il Pesce a p. 209, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Dunque, Carlo Pesce, sulla scorta del Summonte (…), scriveva che Ladislao uscì vincitore dalla contesa e prese il Regno di Napoli ed in tale occasione nell’anno 1404 “…. scacciato il suo competitore dal Regno nel 1410, diè ampio perdono a tutti i ribelli e li accolse nelle sue grazie.”, dunque perdonò tutti i Sanseverino che si erano a lui ribellati o che avevano combattuto a favore di Luigi d’Angiò. Il Pesce (…), a p. 209, continuando il suo racconto sulla storia di Lagonegro, pubblicò il testo integrale un prilegio concesso da Re Ladislao alla città di Lagonegro. Il Pesce scrive che il documento è stato smarrito ma fu pubblicata la sua trascrizione integrale dal Falcone (…) e dal Tortorella (…), due studiosi locali del 1800. Si tratta di un documento che porta la data del “7 settembre 1404, Ladislao emise il seguente privilegio, pur esso disperso e ricordato da Falcone e da Tortorella: “Sane moti devotis ecc..ecc.”.“.

Nel 3 settembre 1406, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, da re Ladislao d’Angiò-Durazzo

Benedetto (o Betto) de Principato, noto come Betto da Lipari (Lipari, XIV secolo – XV secolo), è stato un nobile, condottiero e ammiraglio italiano, conte di Policastro. Appartenente al ramo siciliano della famiglia dei Principato, fu legato per tutta la vita agli Angiò-Durazzo, sovrani del Regno di Napoli. Il 3 settembre 1406 il Re Ladislao d’Angiò-Durazzo gli donò la Contea di Policastro[1] e dopo la presa di Roma, avvenuta nel 1409, lo creò castellano di Castel Sant’Angelo[2]. Nell’ottobre dello stesso anno Betto si scontrò con Paolo Orsini in Vaticano. Questi passato dalla parte degli angioini contro i Durazzo, nel tentativo di riprendere Roma, attestatosi a Castel del Valca, irruppe in Vaticano con 300 lance e 200 fanti, bruciò la porta dell’ospedale di Santo Spirito e nella battaglia riuscì a catturare alcuni armigeri[3]. Definito dallo storico Angelo di Costanzo «eccellente nelle guerre di mare»[4], il 19 maggio 1411, schierato nell’esercito di Ladislao, prese parte alla fallimentare battaglia di Roccasecca, venendo fatto prigioniero[5]. La battaglia si svolse il 19 maggio lungo le rive del fiume Melfa e durò dai vespri fino a notte fonda[4]. Ladislao fece vestire con vesti reali Sergianni Caracciolo e altri sei condottieri del suo esercito e ciò non bastò a disorientare le truppe nemiche che grazie alle schiere di Muzio Attendolo Sforza riuscirono a compiere un’ampia mossa aggirante e a sopraffarlo[5]. L’esercito di Ladislao fu quindi scompaginato e il sovrano napoletano giunse con altri fuggitivi alle tre di notte a piedi a Roccasecca, dove riuscì a procurarsi alcuni cavalli e a rifugiarsi e barricarsi con essi a Cassino, all’epoca denominata San Germano[6]. I soldati di Luigi catturarono 400 cavalieri nemici, tra cui Angelo Simonetta, Antonio Acquaviva, Ardizzone da Carrara, Baordo Pappacoda, Bartolomeo da Pirano, Betto da Lipari, Braga da Viterbo, Conte da Carrara, Daniele da Castello, Nicola di Vitolo, Nicolò da Celano, Obizzo da Carrara, Ottino Caracciolo, Ottino de Caris, Perdicasso Barile, Pietro “Camiso” Barile, Raimondo Origlia, Restaino Cantelmo e Sergianni Caracciolo, che per riottenere la libertà furono costretti ad autoriscattarsi per alte somme[4]. Liberato dietro riscatto, partecipò all’occupazione dell’Umbria e dello Stato Pontificio, durante la quale vinse con l’ingegno uno scontro militare lanciando sui nemici dei carciofi al posto delle normali munizioni, che erano state esaurite, ragion per cui la sua famiglia in memoria di tale episodio inserì nel proprio stemma tale ortaggio[6]. Era sempre con Ladislao quando questi convalescente fu riportato via mare a Napoli, dove morì quattro giorni dopo il suo arrivo, il 6 agosto 1414. Poco prima di morire, il sovrano aveva affidato a Betto, «suo fidatissimo famigliare»[7], la custodia dei traditori Paolo ed Orso Orsini[8].

Nel 1414, Ladislao I, concesse il feudo di Caselle a Guarrello Orilia

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, a pp. 48-49, in proposito scriveva che: Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134). Di lui si sa che “edificò in parte la Badia di Sant’Angelo che stava diruta con denari ricavati da rendite feudali riservandosi ben oltre il Patronato” (135).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (134) postillava che la notizia era tratta da: “(134) Ladislao di Durazzo, re di Napoli dal 1386 al 1414, combatté duramente i Sanseverino che gli erano schierati contro nella lotta con Luigi II d’Angiò. Undici esponenti dell’illustre casato furono fatti strangolare a Castelnuovo; quei pochi che si salvarono (come i conti di Nardò, d Lauria e di Marsico rifugiatisi nel castello di Taranto) persero tutti i loro feudi (ivi, p. 59 e nota 8).”. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (135) postillava che la notizia era tratta da: “(135) ASN., Fondo “Cappellania Maggiore”, vol. 683 etc., inc., n. 2″. Non mi ritorna quanto invece scriveva Carlo Pesce in proposito. L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”.

Nel 1414, muore Ladislao I di Durazzo

Ma i progetti dell’ambizioso sovrano erano destinati a non realizzarsi mai. Colpito da una malattia, re Ladislao I rientrò a Napoli, dove morì il 6 agosto 1414 all’età di appena 38 anni. In molti hanno sollevato il dubbio che la sua morte non sia avvenuta per cause naturali, bensì per avvelenamento, messo in atto da Firenze per liberarsi della sua minaccia. In realtà, si sa che la morte fu dovuta a una malattia infettiva dell’apparato genitale (forse alla prostata), causata dalle abitudini sessuali dissolute e promiscue. Con la sua scomparsa, senza lasciare eredi, la corona di Napoli passò alla sorella Giovanna, che regnò fino alla morte, nel 1435, ultima sovrana della Casa d’Angiò di Napoli. L’imponente monumento sepolcrale nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara, fatto erigere dalla sorella Giovanna, ne custodisce le spoglie.

1414 –  GIOVANNA II D’ANGIO’-DURAZZO E IL REGNO DI NAPOLI

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Nel 1416, Benedetto (o Betto) de Principato, nominato conte di Policastro, Rivello, Lagonegro e Lauria dalla regina Giovanna II di Napoli

Nel 1416 la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo gli concesse i feudi di Lagonegro, Lauria, Rivello e Tortorella e l’anno successivo (1417) lo ammise tra i baroni del suo Consiglio. “Barone ricco”, più volte prestò ingenti somme alla Corona. Betto era anche proprietario di galee da guerra, a cui la Regina Giovanna ricorse più volte, come nel 1420, quando dovette fronteggiare il rivale Luigi III d’Angiò-Valois (11). Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato, vescovo di Policastro, fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto di Principato (12) e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Carlo Pesce (…), nel suo ‘Storia della città di Lagonegro’, parlando di Lagonegro, a pp. 210 e ssg., in proposito scriveva che: “Restò questa volta Lagonegro nel regio demanio dieci anni solamente, poichè, morto Ladislao nel 1414, e succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’Utile dominio di Lauria.”. Il Pesce, a p. 209, nella nota (1) postillava: “(1) Summonte, Storia di Napoli, Vol. IV, anno 1404.”. Nicola Montesano (….), nel suo “Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra”, a pp. 26-27, in proposito scriveva che: “Il 2° conte di Lauria Gaspare Sanseverino, figlio di Francesco, il quale aveva sposato nel 1390 Antonella Gesualdo Signora di Mercurio, fu imprigionato e giustiziato nel 1404. Nel 1416 il feudo di Tortorella, insieme a quello di Rivello e ai castelli di Lagonegro e di Lauria fu venduto dalla regina Giovanna II al fidato conte di Policastro Betto de Principato (41). Dopo la morte di Betto la contea di Policastro fu ereditata dalla figlia, Polissena de Principato, che sposò il conte di Concurre e Agnate Arteluche d’Alagonia, il quale divenne quindi anche conte di Policastro. Nel 1443, con la caduta della dinastia angioina, il conte di Policastro e la consorte seguirono in esilio il re Roberto d’Angiò. Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino etc….”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federico Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904.”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (39) postillava: “(39) Gallotti.Polito De Rosa – In difesa della verità storica….pag. 4”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Benedetto Croce – Storia del Regno di Napoli, ed. Laterza, 1931”. Il Montesano, a p. 26, nella nota (41) postillava: “(41) Nunzio Federigo Faraglia – Storia della regina Giovanna II d’Angiò, R. Barabba, 1904”.

Nel 1418, il feudo di Policastro era posseduto da Carlo Carrafa

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, nel vol. I, a pp. 539-540, parlando di Policastro (attuale Policastro Bussentino), in proposito scriveva che: “Il feudo nel 1418 era posseduto da Carlo Carrafa (14), feudo confermato da re Ferrante nel 1461 che lo rivendette poi nel 1465 (ducati 5000)) al suo primo ministro Antonello de Petruciis, ecc…ecc…”. Ebner, a p. 539, nella sua nota (14) postillava che: “(14) Reper. Quintern., ff 158-161: come appare in Archivio Regiae Diclae in Registro Ioanne scindae f. 262. Conferma (‘cum hominibus, vaxallis, iuribus’ ecc.. a Bartolomeo Carrafa da parte di re Ferrante nel 1461 (‘Quintern. div. 2° p. 856).”. Sui Sanseverino e sui Carafa ha scritto anche Carlo Pesce (…), nella sua ‘Storia della città di Lagonegro’. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società nel Cilento Medievale’, vol. II, a p. 408, parlando del casale e dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: “Ma già dopo il 1417, approfittando dell’infermità dell’abate pro-tempore, il vescovo della diocesi avocò la giurisdizione spirituale del casale e, contemporaneamente, il feudatario di Policastro usurpò quella temporale di S. Giovanni a Piro ad abbatiam ipsam pertinens (…) et occupatus tenet fructus et redditibus”.

Nel 26 ottobre 1422, la regina Giovanna I d’Angiò istituì la commissione davanti alla Real Camera della Sommaria di Napoli per giudicare il Conte di Lauria

Sempre riguardo l’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 488-489, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, popo aver detto del Laudisio (…) e delle notizie intorno a Roberto il Guiscardo, scriveva che: “Mancano, finora, altri documenti, fin verso la fine del ‘200, che ci dicano della vita civile e religiosa del casale, di cui erano baroni appunto gli abati della locale badia ‘nullius’, sita in località Cesareto (5).”. Ebner (…), nel vol. II, a p. 488, nella sua nota (5), postillava che: “(5) ‘Archivio della Cappella romana’, processo celebrato innanzi alla Real Corte della Sommaria di Napoli. Vi si legge (f. 132) che per ordine del re: ‘Castrum S. Johannis ad Pirum esse monasterii S. Johannis, et illius contemplatione concedimus a functionibus fiscalibus stante dicto Castri depredationae ab hostibus’. Il documento è trascritto da P.M. Di Luccia (L’abbadia di S. Giovanni a piro unita dalla s.m. di Sisto V. alla sua insigne cappella del Santissimo Presepe (…) di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale, Roma, 1700 – BNN, 133 f 32) con altri documenti importanti per la scomparsa degli originali. M. Freccia, De subfendis, in ‘de Origine Baronum’, 3.28, dice di ‘Abbas Sancti Iohannis ad Pirum’.”. Il Di Luccia (…), postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320.l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”Il Laudisio (…), citava il Marino Freccia (…), ovvero il suo: “De subfeudis”, in “dè Origine Baronum”,

Freccia Marino, subfendis, Abbati, foglio (pagina) 26, n. 28

(Fig…) Marini Frecciae, op. cit., p….

Scrive il Di Luccia (…), a p…. che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo commissionò una sua lettera in cui ordinava “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Il Di Luccia a p. 12, cita la lettera di Re Ludovico del 1340 al Conte di Policastro “per l’assistenza che si doveva fare all’Abbate di S. Gio: padrone del Casale di S. Gio: il tenore delle quali scritture è l’infrascritto, aggiungendosi un Breve di Sisto IV dell’anno 1473, …..& e inoltre da una Commissione di Re Carlo II d’Angiò inferita nel Processo del S. Consiglio fatto trà l’Abbate di S. Gio: & il Conte di Policastro nel 1567.”Il Di Luccia, postillava i seguenti documenti: “In Registro Caroli fol. 1320. l.c. anno 246. à ter” e, l’altro documento tratto dai Registri Angioini (…): “In Registro Regina Ioanna, Prima Signat. 1348, litt. A. fol. 1325.”

Nel 26 agosto 1422, la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo conferma a Policastro diversi privilegi (scrive il Cataldo), mentre il Di Luccia afferma essere un ordinanza per la restituzione dei beni dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria

Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo ‘L’abbadia di San Giovanni a Piro Unita dalla sa: mem: Sisto V alla sua Insigne Cappella del Santissimo Presepe Eretta dentro la Sacra-Santa Basilica di S. Maria Maggiore. Trattato Historico legale’, pubblicato nel 1700, nel Cap. IV, parlando del “III Stato di S. Giovanni a Piro – ove si discorre della sua Spirituale Giurisdizione”, sulla scorta del Summonte (…) e dell’Eugenio (…), parlando delle donazioni dei Longobardi alla Chiesa locale, riportava il passo del documento scritto al tempo del Petrucci e scritto dalla Commssione della Regina Giovanna, il 26 agosto 1442 e a p. 76, in proposito scriveva che: “…,  donde poi è venuta la totale perdida della Giurisdizione, prevista dalli cittadini di detta Terra, conforme si cava dal tenore delle infrascritt lettere, quando anche si considera che il Vescovo di Policastro incominciò ad usurpare la Giurisdizione Spirituale suddetta in congiuntura, che il Padre Nicola Abbate della nostra Abbadia fù assunto al detto Vescovato, come vuole l’Ughellio nel tomo 7. della sua Italia da noi addotto di sopra e ne prese la cura per l’infermità del Abate suo successore, come si cava da commissione data dalla Regina Giovanna Seconda sotto il 26. Agusto 1422. al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, che così ne parla: “Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”.

di-luccia-p-761.png Di Luccia, p. 77 (Figg…) Di Luccia (…), pp. 75-76-77 e s. Il Di Luccia (…), a p…. scrive che il il 26 ottobre 1422, la Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, commissionò “al Gran Giustiziere del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e benefici delle Chiese di Policastro, e S. Giovanni a Piro usurpati dal Conte di Lauria.”. Il Di Luccia, postillava sui riferimenti bibliografici del documento, postillava: “fogl. 97 e 98 del Processo del 1567 del S.R.C. per l’atti di Caro, più volte da noi addotto.”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. 77, cita l’antico documento del 26 agosto 1422 con cui la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ( il Cataldo scrive che con tale documento concedeva dei privilegi alla città di Policastro e scriveva che detto documento era tratto da: “conforme più ampiamente si vede dal fogl. 97. e 98. del Processo del 1567. del S.R.C. per l’atti di Caro più volte da noi addotto.”), mentre il Di Luccia (…), lo riporta scrivendo che con tale documento la regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo diede la commissione “al Gran Giustiziero del Regno, acciò facesse restituire li frutti, e beneficij delle Chiese di Policastro, e S. Gio:: vsurpati dal Conte di Lauria, ecc…”. Dunque, il Di Luccia (…), a p. …riporta il documento del 26 agosto del 1442, in cui, la regina Giovanna II d’Angiò Durazzo, scriveva al Giustiziere del Regno che doveva far restituire i frutti ed i benefici della chiesa di Policastro usurpati dal Conte di Lauria. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a p. 44, parlando del Cenobio basiliano di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro e, sulla scorta del Di Luccia (…), scriveva in proposito che: “Passata la Badia di S. Giovanni a Piro alla Cappella Sistina il 13 novembre 1587, con atto pubblico del Notaio Giovanni Antonio Molfesi di Bosco, fu amministrata da Mons. Ferdinando Spinelli, previi accordi, e così divenne “feudo diocesano”, con indebiti arricchimenti ed oppressioni di ogni genere, degni del più oscuro medioevo.Ora il Conte Carafa si appropriò della terra della Badia e vi costruì la propria casa. Questo fatto si rileva da una commissione della Regina Giovanna d’Angiò, diretta il 26 agosto 1442 al Giustiziere del Regno: – Insuper Abbatiam S. Johannis ad Piram (Pyrum) Dioecesis Polycastren cujus curam, propter imbecillitatem Abbatis, Episcopus susceperat ne bona ipsius Abbatiae depereant, sed potius augerentur, cum dicto casali S. Joannis ad Pyrum ad Abbatiam ipsam pertinens, ipse Comes penitus occupavit, & occupatos tenet fructus, & redditus exinde perventos in proprios usus convertendo…”. In questo caso però devo segnalare che sul dattiloscritto del Cataldo a p. 44 vi è un errore di trascrizione in quanto non si tratta di un documento del 26 agosto 1442 ma del 26 agosto 1422. Infatti, sempre il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto inedito, ‘Notizie Storiche di Policastro Bussentino’, nel 1973, di cui possediamo gelosamente una copia donataci dall’autore, a pp. 134 e seg. riporta il documento del 26 agosto 1422 e scriveva in proposito: “E) – Privilegi concessi alla Città di Policastro da Giovanna II° d’Angiò – Durazzo, Regina di Napoli nell’anno 1422. – “Joanna Secunda Regina, cum Magnifico Viro Mag.ro Rust.lio Regni nostri Siciliae, eiusque ecc…”, di cui a p. 138, alla fine del documento, il Cataldo scrive che: “Dato nel Borgo di Castiglione di Gaeta per mano del Magnifico Cristoforo Gaetano Soldato Luogotenente e Protonotario del Nostro Regno di Sicilia per mezzo dell’affine Collaterale Consigliere e nostro diletto fedele, l’anno del Signore 1422, il giorno 26 del mese di agosto, 15° indizione, anno nono del nostro regale = Angelillo = Io Annibale De Masto Giudice Archivista Regio sottoscritto.”. Sempre il Cataldo in proposito al documento del 1422 scriveva che: “Questo documento antico del sec. XV contiene i privilegi reali concessi alla Città di Policastro, al Vescovado e alla Chiesa Cattedrale, in grazia dei quali tutti i beni ecclesiastici e loro legittimi possessori andavano difesi dagli abusi, violenze e prepotenze dei vari Conti di questa Città, che ne soffriva da tempo immemorabile. Di questo ufficiale documento furono stese varie copie negli anni e nei secoli successivi, perchè fossero conosciute ed attuate dai Signori feudatari. Fra le più note ricordiamo quella spedita, “da mandato regio”, il 26 febbraio 1547 da Lattanzio Cacciatore di Napoli, dietro intimazione del Reg. Port. Giovanni Battista Castelletto del I° marzo 1547 al M. Marco Antonio Pisciolo, ben ricevuta ed accettata secondo la testimonianza di Girolamo Certa.”. Poi il Cataldo, prosegue il suo racconto sulle cause intentate dal vescovado contro i conti Carafa e di Lauria nel secolo XVI. Il Di Luccia (…), traeva queste notizie da alcuni documenti ed atti di Processi intentati dalla Curia locale o dagli Abbati della Badia di S. Giovanni a Piro all’epoca della Regina Giovanna II di Napoli. Dal Di Luccia (…), inoltre si rileva che, il documento in questione è stato tratto dal Processo di de Caro del 1567 di cui parlo in un altro mio scritto che riguardava i Conti Carafa. Nel 1430, Nicola Principato Vescovo di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Nicola Principato (… – …; fl. 1430-1438) è stato un vescovo cattolico italiano della diocesi di Policastro. Fu uno dei figli di Benedetto de Principato, conte di Policastro, condottiero al servizio dei sovrani del Regno di Napoli Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nicola, figlio di Betto de Principato fu vescovo di Policastro dal 1430 al 1438 (12), e Polissena (13), moglie di Arteluche d’Alagonia, che nel 1442 seguì il Re Renato d’Angiò-Valois nel suo esilio in Francia, ricevendo in cambio dei feudi persi in Italia la signoria di Meyrargues in Provenza (14). Nicola Principato fu nominato vescovo di Policastro nel 1430. Di lui si sa solo che, con il consenso del capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò l’amministrazione della parrocchia di Santa Barbara di Rivello alla chiesa madre della stessa città (….). Wikipedia nella nota (1) postillava: “(1) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della diocesi di Policastro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1976, p. 76″. Wikipedia alla nota (12) postillava: “(12) Nicola Maria Laudisio, Sinossi della Diocesi di Policastro, p. 76.”. Il sacerdote Giovan Battista Pacichelli (….), , nel 1701, nel suo “Il Regno di Napoli in prospettiva”, a p. 199 scriveva che: “Vasta però è la Diocesi, diffusa in 24 Terre, delle quali molto nobile, e illustrata fù dalla Porpora Cardinalizia, in persona della mem. glor. del ‘Cardinal Brancati’, è quella di Lauria, che non invidia qualche Città: alla quale dell’honore segue Rivello, che apre due Parrocchie, l’una di Cerimonie Greche, l’altra di Latine, giunta la mischianza non confusa delle Anime. Vi hanno ancor luogo Badie Concistoriali, dipendenti dalle Basiliche, Vaticana, e di Liberto.”. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro etc…”, a p. 76 (vedi Sinossi a cura di G.G. Visconti), in proposito scriveva che: “XV. Nicola Principato, nominato vescovo di Policastro nel 1430. Questo vescovo, con il consenso del Capitolo, il 28 agosto 1432 assegnò anche l’amministrazione dell’altra parrocchia dedicata a S. Barbara, pure di Rivello, alla chiesa madre della stessa città.”.

Nel 1435, muore Giovanna II d’Angiò – Durazzo

Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli dal 1414, anno della morte del fratello, al 1435, anno della sua stessa morte. Alla sua morte, priva di eredi legittimi, si estinse la casata degli Angiò-Durazzo e definitivamente la dinastia degli Angioini. A succedere Giovanna II sul trono sarà Renato di Valois-Angiò con il nome di Renato I, fratello dell’erede designato dalla regina, Luigi III, che però morì prima di lei. Luigi III e suo fratello Renato erano membri della famiglia dei Valois-Angiò, che dal 1380 rivendicavano il trono di Napoli e si fregiavano, ma solo formalmente, del titolo di re di Napoli, in virtù del diritto ereditario che la regina Giovanna I d’Angiò aveva concesso a Luigi I di Valois-Angiò, prima di essere spodestata da Carlo III, padre di Giovanna I.

Dal 1435 al 1432, Renato di Valois-Angiò

Renato di Valois-Angiò, noto come Renato I di Napoli, detto il Buono (Angers, 16 gennaio 1409Aix-en-Provence, 10 luglio 1480), fu Duca d’Angiò e Conte di Provenza e di Forcalquier dal 1434, Duca di Bar dal 1430, e Duca di Lorena dal 1431 al 1453 come consorte di Isabella di Lorena. Fu anche Re di Napoli dal 1435 al 1442, anno della sua deposizione e cacciata dal Regno per mano di Alfonso V, re d’Aragona. Fu inoltre Re titolare di Gerusalemme dal 1438, Re titolare d’Aragona (con incluse Sicilia, Sardegna, Maiorca e Corsica) dal 1466, e, dopo la sua deposizione, anche Re titolare di Napoli dal 1442. Suo fratello Luigi III era stato designato come erede del Regno di Napoli dalla regina Giovanna II, ultima degli Angiò-Durazzo; tuttavia questi morì prima della regina, nel 1434, e tutti i titoli passarono a Renato. Fu per questo motivo che Renato divenne il primo, ma anche l’ultimo, re di Napoli della dinastia dei Valois-Angiò.

Nel 1455, Torraca, la sua popolazione ed il suo territorio in epoca Aragonese

Secondo Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura dei Baroni’, a p. 39, in proposito all’epoca aragonese scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV sec., Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che venivano tassati.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

Liber Focorum ... (Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova

Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Sicuramente i 40 fogli manoscritti, conservati a Genova, costituivano il registro generale della Numerazione, mentre tutte le numerazioni comunali sono andate perdute. Queste 40 pagine manoscritte sono state, ignorate per secoli. Solo nel 1979 è stata pubblicata ”La popolazione del Regno di Napoli a metà quattrocento (Studio di un focolario aragonese)” da Giovanna Da Molin, attualmente professore ordinario di Demografia Storica e Sociale e di Storia Moderna nell’Università di Bari mentre un’altra pubblicazione è stata edita nel 1986 “Mezzogiorno e demografia nel secolo XV” di Fausto Cozzetto, attualmente professore associato di Storia Moderna nell’Università di Calabria. Dal momento che per alcune terre sono riportati due dati il primo indicato come “erat” (era), l’altro come “est” (è), sembra che  il documento citi con “erat” i dati del 1443 e con “est” quelli del 1447, periodo in cui regnava a Napoli Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo, che nel 1443 ordinò che fosse eseguita la prima delle numerazioni dei fuochi. Nel documento sono riportate tutte le Terre (città e casali, anche quelli abbandonati), tutte le province del regno, tutti i feudi con relativi possessori,  le diocesi, le arcidiocesi, il numero dei fuochi e la tassazione. Il Malamaci però, sulla scorta del Gaetani si ferma al secolo XVI quando si hanno notizie dei baroni di Torraca che acquistano il feudo o il suffeudo. Stessa cosa devo dire per Pietro Ebner (…), che nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Torraca all’epoca Aragonese non riporta significative notizie. Oltre alle notizie demografiche della popolazione di Torraca e del suo territorio per l’epoca aragonese riportate dal Mallamaci sula scorta del ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, notizie di Torraca, del suo territorio e del porto di Sapri, si hanno a partire dal 1500 in poi. Tuttavia, una notizia che riguarda il territorio saprese incluso nel suffeudo di Torraca all’epoca post-angioina e della metà del ‘400 è quella della citazione di un cimitero di fanciulli a “S. Fantino“, grancia dell’Abbazia di S. Giovanni a S. Giovanni a Piro, una grancia oggi scomparsa ma che probabilmente esisteva nel territorio saprese anche grazie alla presenza del porto da cui partivano le barche per i traffici dei monaci dell’Abbazia. La citazione viene nell’art. 41 degli Statuti del 1466 dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro redatti dall’allora Abate Commendatario dell’Abbazia Teodoro Gaza nel 1466. L’articolo n° 41, forse è uno di quelli aggiunti dagli altri abbati commendatari proprio in epoca aragonese. Oltre a questa notizia di cui parlo innanzi vi è l’altra dell’anno 1481 della bolla vescovile di Gabriele Guidano che concesse la costruzione di una cappella nel teritorio saprese allora unito a quello di Torraca.

Nel 17 febbraio 1443 (?), Alfonso I d’Aragona nominò Americo Sanseverino conte di Capaccio e di tutti i feudi

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento‘, a p. 82, parlando di Laurino, in proposito scriveva che: Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore. Oltre Capaccio, possedeva pure Acquara, Castelluccia, Camutta (Camerota?) con i suoi casali, Laurino, Magliano, Sacco, Trentinara, Caselle, Monteforte, Padula, Buonabitacolo, Manginario, Controne, Campora, Casalnuovo, Montesano e Sanza. Il 20 novembre 1441 Americo definì i confini dello “stato” di Laurino ecc…ecc…..Sposò Margherita di Sanseverino, figlia di Luca, sesto Conte di Tricarico e duca di S. Marco. Ecc…”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”. Devo però precisare che Pietro Ebner (…), riferendosi ad Americo Sanseverino, nell’atribuire l’evento in cui egli dice che Americo venne creato Conte di Capaccio, scrivendo pure Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo venne creato (17 febbraio 1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore.” erra in quanto re Alfonso I d’Aragona diviene re di Napoli solo nel 1442 e non nel 1433. Infatti, Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. A chi dobbiamo credere, a Ebner che scrisse che Americo Sanseverino venne creato Conte di Capaccio nel 17 febbraio 1433 o al Fusco che dice che Americo Sanseverino venne creato Conte di Capaccio un anno dopo che Alfonso I d’Aragona diviene re di Napoli, ovvero nell’anno 1443 ?.E’ molto probabile che abbia ragione il Fusco in quanto forse la notizia tratta dall’Ebner (…)è errata a causa di un errore di stampa. Credo che Americo Sanseverino sia stato nominato Conte di Capaccio da re Alfonso I d’Aragona nel 1443. Dunque, la notizia delle date di successione dovrebbe essere ulteriormente indagata e precisata. Scrivendo la notizia, Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (30) postillava che: “(30) L’inedito privilegio è stato pubblicato nel mio ‘Economia e società’, cit.,  II, p. 212 sgg.”. Infatti, Pietro Ebner, nel suo ‘Economia e società etc..’, a pp. 210-211-212, cita e ci parla delle n. 3 copie di questo privilegi concessi da Americo Sanseverino all’Università di Laurino e degli ‘Statuti di Laurino. Ebner a p. 211, in proposito scriveva che: “Per gentile concessione del sindaco di Laurino, dr. Giovanni Pesce, ho potuto trascrivere l’importante inedito privilegio di Americo Sanseverino, esistente nell’archivio municipale, la cui stesura pare sia da porsi al 20 novembre 1441, V indizione. Un documento notevole ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc…’, a p. 210, parlando del Casale di Laurino, cita e parla di Americo Sanseverino ed in proposito ripete le stesse notizie ed errori di stampa contenute nel suo ‘Chiesa, popoli e baroni del Cilento etc..’. Infatti, l’Ebner, riguardo Americo Sanseverino, in poposito scriveva che: “Continuò ad essere posseduto dai Sanseverino, tra cui Tommaso, signore di Padula, e per successione Americo. Dopo l’entrata di re Alfonso a Napoli, Americo fu creato (27-2-1433) conte di Capaccio e primo barone del Principato Citeriore.”. Dunque anche in questo caso riscontriamo una discordanza di date in quanto quì scrive 27 febbraio 1433 mentre nell’altro testo scrive 17 febbraio 1433. Ritengo che in Ebner vi fossero degli evidenti errori di stampa. Il Fusco, a p. 102, nella sua nota (131) postillava le stestesse cose che scriveva l’Ebner a p. 210 del vol. II di ‘Economia e Società etc…’. Infatti, il Fusco, nella sua nota (131) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(131) Gran favorito di Alfonso d’Aragona che lo nominò Primo Barone di Principato Citra, Amerigo sposò la cugina Margherita Sanseverino (figlia dello zio Luca Sanseverino, duca di S. Marco e VI conte di Tricarico). da cui ebbe Gaspare (morto nel 1468) Antonello (morto nel 1476; aveva sposato Giovannella Orsini Del Balzo) e Guglielmo.”. Ma quando morì Americo Sanseverino ?. Quando successe alla sua morte il figlio Gaspare che morì nell’anno 1468 ?. Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Americo Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe Gaspare che morì, per cui il passaggio dei beni al fratello ecc…”.

Nel 20 luglio 1436, GIOVANNI SANSEVERINO, figlio di Luigi e fratello di Tommaso VII le Contee ed feudi concessigli da Alfonso I d’Aragona

Giovanni Sanseverino, dopo la morte del fratello primoenito Tommaso IV, figli entrambi di Luigi Sanseverino e di Caterina Sanseverino, nel 20 luglio 1436, ai tempi della contesa con Renato d’Angiò, successe nei feudi lasciati dal padre Luigi con un privilegio concessogli da re Alfonso I d’Aragona. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 144, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: Il primogenito Luigi Sanseverino ebbe la signoria del Cilento. Si sa di lui che sposò Caterina Sanseverino appartenente ad un ramo di quella cospicua famiglia, e che viveva tuttora nell’anno 1400. Da questo matrimonio egli ebbe due figliuoli, Tommaso VII conte di Marsico e Giovanni secondogenito.”. Il Mazziotti (…), a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Ventimiglia, op. cit., pag. 180”. Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 148, riferendosi alla successione di Tommaso IV di Sanseverino, in proposito scriveva che: “Le contee di Sanseverino e di Marsico con la baronia del Cilento erano, per la morte di Luigi Sanseverino, passate al suo figliuolo primogenito Tommaso che in un diploma del tempo si intitola conte di Marsico signore di Sanseverino e della Baronia del Cilento. Egli avea tolto in moglie Emilia Capece da cui ebbe una sola figliuola, Diana, che andò poi sposa al conte Ardizzone. Un diploma della Regina Giovanna II stabiliva che le donne di casa Sanseverino non potessero succedere nei beni feudali quando vi fossero figli maschi della stessa prosapia. A tenore di tale disposizione, allorchè morì Tommaso Sanseverino, il re Alfonso d’Aragona con diploma del 20 luglio 1436 da Teano concesse i feudi di Marsico, di Sanseverino, le terre, ed i castelli di Agropoli e di Castellabate a Giovanni Sanseverino fratello secondogenito di Tommaso, fidando così di averlo devoto nella contesa con Renato d’Angiò. Però avendo saputo dipoi che nonostante quelle concessioni, non avea mantenuta la fede promessa, con un altro diploma del 1438 da Buccino assegnò invece a Diana i feudi lasciati dal padre di lei. Anch’essa però si rese ribelle ad Alfonso secondando Renato d’Angiò; sicchè venne dichiarata decaduta da tutti i suoi beni, quali furono devoluti alla Corona (1).”. Il Mazziotti a p. 149, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Questi fatti si desumono da un diploma di Alfonso I del dicembre 1450 pubblicato dal Ventimiglia. ‘Dif. Stor. Diplom., fol. LXVII”. Sempre il Mazziotti, nella sua nota (2) a p. 149, postillava che: “(2) Ventimiglia, ‘Il Cilento illustrato’.”. Scrive ancora il Mazziotti, nel suo cap. 6 – Periodo Aragonese – di Giovanni Sanseverino e della sua successione a p. 150 e s.: “I. Nel parlamento generale indetto dal re Alfonso in Napoli nel 28 febbrai 1443 intervennero, fra gli altri baroni, Raimondo Orsini principe di Salerno e conte di Nola, Giovanni Sanseverino conte di Marsico e barone del Cilento ed Amerigo Sanseverino conte di Capaccio. Venne allora stabilita l’abolizione di ogni antica tassa ecc…ecc……Giovanni Sanseverino conte di Marsico, barone di Rocca e vicereggente della provincia di principato, nel dicembre del successivo anno 1444 essendo gravemente imfermo fece testamento (1). Legò al figliuolo primogenito Luigi i feudi di Marsico, di Sanseverino, di S. Giorgio e di Diano, il castello di Salerno, il casale di Agropoli e la terra ed il Castello dell’Abate con l’obbligo però ‘sub pena maledictionis suae’ di pagare per quest’ultimo feudo il vescovo di Capaccio ecc… Dette a Roberto e a Barnaba, altri suoi figliuoli, la baronia della Rocca e varii feudi, su alcuni dei quali godeva l’usufrutto sua madre Caterina Sanseverino ancora vivente. Assegnò una dote di 12 mila ducati alla figliuola Sveva, e poichè in quel tempo la moglie era incinta, legò vari beni a prò del nascituro stabilendo che se fosse maschio, come infatti avvenne, dovesse avere il nome di Galeazzo. Donò sua nipote Diana, figliuola del suo fratello defunto Tommaso, una dote di ducati 12 mila con la condizione però che dovesse rinunciare ad ogni ragione su le contee di Marsico e di Sanseverino. Tra gli altri legati lasciò ducati venti alla chiesa di S. Francesco del Cilento. Diana non si contentò del legato, ed alla morte dello zio mosse in giudizio contro i cugini i quali invocarono a proprio favore il privilegio, con cui la regina Giovanna II aveva ordinato che la famiglia Sanseverino, per i beni feudali, non potessero succedere le donne quando vi fossero maschi della medesima famiglia. Il re Alfonso, attendendosi a tale privilegio, con diploma del 22 dicembre del 1450 da Torre Ottava, essendo intanto morto Luigi senza figli, confermò a favore di Roberto e degli altri due fratelli le contee di Marsico e di Sanseverino, la baronia di Rocca e i feudi di Agropoli e di Castellabate, restando per quest’ultimo però impregiudicata la lite tra il conte Roberto e la badia di Cava (1, p. 152). II La potenza di Casa Sansseverino crebbe grandemente nel regno di Ferdinando d’Aragona successo a suo padre Alfonso nel 27 Giugno 1458.”. Il Mazziotti (…) a p. 151, nella sua nota (1) postillava come di seguito: “(1) Pubblicato dal Ventimiglia, DIf. Stor. Diplom., Appendice, Doc. XV, fol. LV.”. Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando del casale di Tortorella e, riferendosi a Tommaso III Sanseveino in proposito scriveva che: Tommaso muore a Sanseverino il 27 aprile 1358 e sepolto nella chiesa di Sant’Antonio dei frati minori, successivamente Tortorella e i suoi casali entrarono a far parte dei possedimenti del conte di Capaccio Guglielmo Sanseverino. Alla sua morte, non avendo figli maschi, il feudo, fu diviso tra Roberto Sanseverino e Bernardino Sanseverino principe di Bisignano.”. Il Montesano si riferiva ai due fratelli Roberto e Barnaba (“Bernardino”) Sanseverino, figli del defunto Giovanni. Nicola Montesano (…), a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Regesto delle pergamene di Castelcapuano – Jole Mazzoleni – R. Deputazione di storia patria – 1942, pag. 79.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 418 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, nella nota (3) postillava che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), ecc…ecc….(vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), ecc….ecc….Degli angioini ecc…ecc…ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) ……Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte. Ferdinando il Cattolico concesse poi la baronia di Diano a D. Prospero Colonna (Giliberti, p. 26) ma nel 1506 il figliuolo di Antonello, Roberto, riebbe tutti i beni confiscati. Gli succedette Ferrante, ultimo principe di Salerno perchè ribelle. Nel 1555 la real corte vendette Diano al principe di Stigliano con patto di ‘retrovendendo quantocunque'”. Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino…….Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”.

Nel 1443, FRANCESCO SANSEVERINO, figlio di Gaspare Sanseverino, 3° conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro

Lo storico di Lagonegro vissuto a Sapri, Avvocato Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, sulla scorta del Racioppi (…), e soprattutto della cronaca del Summonte (…), parlando della storia di Lagonegro, a p. 208, riferendosi al regno di re Ladislao I, in proposito scriveva che ai tempi delle lotte accanite tra Ladislao e Luigi II d’Angiò scoppiò una ribellione ed in quella occasione Ladislao nell’anno 1404, accortosi dei fatti fece imprigionare  11 ribelli dove fra essi risultava essere secondo il Summonte anche Gaspare Sanseverino che viene annoverato come Conte di Matera ma il Summonte suppone essere il Conte di Lauria e l’utile Signore di Lagonegro. Secondo il Pesce, ai tempi di Re Ladislao, nel 1403, il conte di Lauria era Gaspare Sanseverino. Non mi ritorna la cronologia dei feudatari di Carlo Pesce (…). L’avv. Carlo Pesce (….), nella sua “Storia della Città di Lagonegro”, a p. 238, in proposito scriveva che: “Ed ecco qui la serie cronologica dei Feudatari di Lagonegro, di cui si ha più sicura notizia: Ilaria di Lauria e Arrigo Sanseverino, dal 1350 al 1400; Gaspare Sanseverino, dal 1400 al 1404; Regio Demanio concesso da Re Ladislao, dal 1404 al 1414; Francesco Sanseverino, dal 1414 al 1427. Regio Demanio concesso dalla Regina Giovanna II, dal 1427 al 1443; Francesco Sanseverino di nuovo, dal 1443 al 1455; ecc..”. Scrive sempre il Pesce (…) a p. 210 che: “Succedutagli nel trono di Napoli la sorella Giovanna II, costei, volendo mostrarsi generosa e magnanima, liberò i prigionieri e perdonò e reintegrò tutti i ribelli puniti da Ladislao. Fra questi fuvvi ‘Francesco Sanseverino’, figlio di Gaspare, al quale fu ridonata la Contea di Lauria e con essa l’utile dominio di Lagonegro.”. Sempre il Pesce (…) a p. 210, riferendosi agli avvenimenti successivi al reame di Giovanna II di Durazzo, scrive che nel 1423, la regina adottò Luigi d’Angiò avversario di Alfonso di Aragona e, “In tal guisa gli odii ed i partiti nel regno si scissero e s’infiammarono nuovamente, e poichè i Sanseverineschi eransi mostrati avversi e ribelli alla Regina, e fra essi eravi Francesco, il Conte di Lauria, costui fu pure privato dei feudi. Ebbe allora Unità di Lagonegro altro diploma di privilegi da Giovanna II in Aversa nel 4 settembre 1427, riportati così dagli storici patrii: “Che volendo essa Regina usar clemenza coi suoi fedeli e diletti vassalli ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 212, in proposito a Francesco Sanseverino scriveva che: “Stette così Lagonegro, forse per 16 anni, nel Regio Demanio, ma, in seguito, salito sul trono di Napoli nel 1442 Alfonso I, detto il Magnanimo, costui confermò, pare nel 1443, la Contea di Lauria, allo stesso Francesco Sanseverino, il quale ebbe per moglie Elisabetta Caracciolo. Tuttavia questi, riferisce il Summonte, nel 1451 si mostrò disubbidiente al Re per non aver voluto permettere che ‘si facessero certe lance (?) le quali dovevasi unire nel territorio di Lauria, onde fu sottoposto a giudizio dei suoi pari, ma non risulta che gli sia stata inflitta alcuna pena, perchè non fu privato del suo feudo, che continuò sotto la sua dipendenza e dei suoi successori, come si dirà nel capitolo seguente.”. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo di Tortorella fu restituito ai Sanseverino. Il figlio del povero Gaspare, Francesco, che si era schierato apertamente con Alfonso d’Aragona, riuscì a recuperare la maggior parte delle terre tolte dai D’Angiò-Durazzo al padre. Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), che nel 1445 Francesco Sanseverino era duca di Scalea, 3° Conte di Lauria e signore di Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Verbicaro, Trebisacce, Laino, Orsomarso. A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria:

img_7831.jpg (Fig…) Montesano Nicola (…), op. cit., p. 27

Dunque, il Montesano cita il (Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, il fol. 50, (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria anche Torraca, il suo suffeudo e territorio, dunque anche Sapri ed il suo porto. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Dunque, il Montesano cita il (Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova, il fol. 50, (databile 1443 o 1447) si legge che facevano parte della contea sanseverinese di Lauria anche Torraca, il suo suffeudo e territorio, dunque anche Sapri ed il suo porto. Dunque, secondo il ‘Liber Focorum Regni Neapolis’, Torraca (che comprendeva anche il territorio Saprese), faceva parte della conte dei Sanseverino di Lauria. Anche in questo caso non mi ritrovo con le date e dunque la notizia intorno a Gaspare Sanseverino e suo figlio Francesco dovranno essere uleriormente indagate. Il Montesano a p. 27 (v. fig…), scrive che per Torraca è scritto: “Turturella cum casalibus (foc. CCLXXVIIII, erat unc. 14. tar. 26; est unc 4 et cum casalibus Turturelli unc. 1; sunt unc. 5), Turucha (seu) Turracha (foc. LXIII; era et est unc. 1), Cucculum (44) cum casalibus ecc…”. Il Montesano a p. 27 nella sua nota (44) postillava che: “(44) Cuccaro Vetere”. Infatti, il suffeudo di Torraca a quel tempo doveva appartenere alla Baronia di Laurito e di Cuccaro, ovvero al signore di Cuccaro Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore delle terre di Cuccaro e di S. Severino di Camerota. Ancora non era accaduta la ‘Congiura dei Baroni’ ordita dal principe di Salerno Antonello Sanseverino contro Ferrante d’Aragona. Riguardo il casale e le terre di Cuccaro, Pietro Ebner ne ha parlato nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…” a p. 521 e s. Oggi il casale si chiama Cuccaro Vetere. Scrive Ebner a pp. 523-524: Nel 1381, era signore di Cuccaro Francesco di Sanseverino, conte di Lauria. Dai ‘Registri angioini (10) si ha pure notizia della ‘Fiera di Cuccaro’. Ecc…Tuttavia, la separazione non esentò l’antico feudatario ((nel 1344 era Ruggero di Laurito) dall’obbligo di dipendenza dai Sanseverino, conti di Marsico e di Lauria, come si evince da una pergamena di Roccagloriosa del 24 ottobre 1438. Francesco Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro, conferma a Jacobello di Monforte, discendente dell’anzidetto Ruggero, la concessione della metà di Laurito, sotto il servizio feudale ‘unius ensis (12)”. Ener a p. 524 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazzoleni, op. cit., pergamena n. XX, p. 138.”. Infatti, la Mazzoleni (…) a p. 138 della sua opera “Pergamene di Laurito” in Rassegna Storica Salernitana, 1951, pubblicava la Pergamena n° 15 (documento n° XX), e scriveva che: “1438, 24 ottobre, II, Rocca Gloriosa. Francesco di Sanseverino, conte di Lauria e signore di Cuccaro conferma a Jacobello di Monforte la concessione della metà del casale di Laurito sotto il servizio feudale ‘unius ensis’.”. La Mazzoleni a p. 138 postillava che: “Trans. il 1454, I° gennaio (v. n. 21). Pergam. n° 15”.

Mazzoleni, op. cit. RSS, p. 138, pergamena XX Nel 1452, morì Francesco Sanseverino, conte di Lauria

Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Francesco, avvenuta prima del 1453, divenne 4° Conte di Lauria il fratello Venceslao, ecc…”.

Nel 12 giugno 1453, Roggiero di Loria, figlio di Zardullo, donò il feudo del fratello Alfonso di Loria

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 205, parlando anche di Rivello, in proposito citava il Pesce (…) e, scriveva che: “Nel corso del XIII secolo, la contea di Lauria, unita o autonoma da Capaccio, comprendeva i territori di Scalea, Verbicaro, Orsomarso, Laino, Castelluccio, Trecchina, Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello (29).“. Il Campagna, nella sua nota (29) a p. 205, postillava che: “(29) C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914, p. 222.”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘Storia di Majerà’, a p. 73, parlando di Majerà, ci informa che: “Da un documento del 12 giugno 1453, citato anche dal Vanni (8), risulta che Roggiero di Loria, figlio di Zardullo, aveva fatto donazione del feudo del fratello Alfonso. Fu così che i Loria entrarono nella storia della Terra di Majerà e ne determinarono le sorti per, circa, un secolo e mezzo (9).”. Il Campagna, a p. 73, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Dal Quinternione primo della R. Camera, fol. 264, e fol. 265, R. Assenso ad una Supplica al re Alfonso I, scritta dal notaio Pietro Bono di Maratea, “Cronica di Majerà” cit.”. Il Campagna, a p. 73, nella sua nota (9) postillava che: “(9) La famiglia aveva tratto il predicato dal feudo di Lauria. Divenne di Loria con l’uso umanistico di latinizzare nomi, cognomi e predicati. Pare che fosse di origine normanna, messasi alle dipendenze del Principato di Salerno. Venne identificata con i De Cloirat di Normandia. Ebbe feudi che andavano da Lagonegro a Lauria, e fin sulle coste del Golfo di Policastro. Il rappresentante più illustre fu Ruggiero di Lauria, 1245-1304, eroico ammiraglio al servizio di Pietro III d’Aragona. Come già scritto, Riccardo di Lauria, figlio dell’Ammiraglio, aveva sposato Pippa Sambiasi, figlia di Ruggiero e Costanza Isabella Sangineto, signore di Majerà. Con Vittoria e Geronimo la famiglia decadde, “non possedendo altro, che la Terra di Majerà”, Vanni, op. cit.”.

Nel 1455, Venceslao Sanseverino, conte di Lauria ed utile Signore di Lagonegro

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “A ‘Francesco Sanseverino’ successe nel 1455 nella Contea di Maratea e di Lauria, e quindi nell’utile dominio di Lagonegro, il figlio ‘Stefano’, ed a questo il figlio ‘Venceslao‘.”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “Alla morte di Francesco, avvenuta prima del 1453, divenne 4° Conte di Lauria il fratello Venceslao, che aveva sposato Mita Caracciolo, figlia di Leonetto Signore di Pisciotta e di Caterina Filangieri dei Conti di Avellino. In seguito ad atto di donazione del padre Venceslao, il 12 febbraio 1462 la figlia Luisa diventa contessa di Lauria e sposa Barnabo Sanseverino, terzogenito del 10° Conte di Marsico Giovanni Sanseverino e fratello del 1° principe di Salerno Roberto; quest’ultimo successe al padre dopo la morte del primo figlio Ludovico, avvenuta in maniera prematura nel 1447. Barnabo era, come tutti i Sanseverino, uomo d’arme. Aveva partecipato nel 1460, insieme al fratello Roberto, agli scontri tra Ferrante d’Aragona (con  i quali erano schierati) e i d’Angiò che cercavano di riprendersi il regno. Dopo la sconfitta subita dalle truppe aragonesi nella battaglia di Sarno, Roberto scese a patti con il Principe di Taranto, dimostrandosi propenso a passare dalla parte degli angioini. Finiti gli scontri i due fratelli Sanseverino furono processati per lesa maestà ma ottennero il perdono di Ferrante il 17 gennaio 1461. Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro, Barnabo divenne il 5° Conte di Lauria, entrando in possesso dei beni della moglie. Il 22 novembre dello stesso anno viene investito inoltre dei feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo. Alla morte di Barnabo, avvenuta nel 1485, diventa 6° Conte di Lauria il figlio Bernardino.”.

Nel 1444, BARNABA SANSEVERINO, Conte di Marsico, figlio di Giovanni  e fratello di Roberto Sanseverino, Principe di Salerno

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, parlando dell’epoca post Angioina, a p. 150 e s.: Giovanni Sanseverino conte di Marsico, barone di Rocca e vicereggente della provincia di principato, nel dicembre del successivo anno 1444 essendo gravemente imfermo fece testamento (1). Legò al figliuolo primogenito Luigi i feudi di Marsico, di Sanseverino, di S. Giorgio e di Diano, il castello di Salerno, il casale di Agropoli e la terra ed il Castello dell’Abate con l’obbligo però ‘sub pena maledictionis suae’ di pagare per quest’ultimo feudo il vescovo di Capaccio ecc… Dette a Roberto e a Barnaba, altri suoi figliuoli, la baronia della Rocca e varii feudi, su alcuni dei quali godeva l’usufrutto sua madre Caterina Sanseverino ancora vivente. Assegnò una dote di 12 mila ducati alla figliuola Sveva, e poichè in quel tempo la moglie era incinta, legò vari beni a prò del nascituro stabilendo che se fosse maschio, come infatti avvenne, dovesse avere il nome di Galeazzo. Donò sua nipote Diana, figliuola del suo fratello defunto Tommaso, una dote di ducati 12 mila con la condizione però che dovesse rinunciare ad ogni ragione su le contee di Marsico e di Sanseverino. Tra gli altri legati lasciò ducati venti alla chiesa di S. Francesco del Cilento. Diana non si contentò del legato, ed alla morte dello zio mosse in giudizio contro i cugini i quali invocarono a proprio favore il privilegio, con cui la regina Giovanna II aveva ordinato che la famiglia Sanseverino, per i beni feudali, non potessero succedere le donne quando vi fossero maschi della medesima famiglia. Il re Alfonso, attendendosi a tale privilegio, con diploma del 22 dicembre del 1450 da Torre Ottava, essendo intanto morto Luigi senza figli, confermò a favore di Roberto e degli altri due fratelli le contee di Marsico e di Sanseverino, la baronia di Rocca e i feudi di Agropoli e di Castellabate, restando per quest’ultimo però impregiudicata la lite tra il conte Roberto e la badia di Cava (1, p. 152). II La potenza di Casa Sansseverino crebbe grandemente nel regno di Ferdinando d’Aragona successo a suo padre Alfonso nel 27 Giugno 1458.”. Il Mazziotti (…) a p. 151, nella sua nota (1) postillava come di seguito: “(1) Pubblicato dal Ventimiglia, DIf. Stor. Diplom., Appendice, Doc. XV, fol. LV.”. Da altri autori sappiamo che Venceslao Sanseverino, Conte di Lauria, diede in moglie a Barnaba Sanseverino la figlia Luisa. Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “…’Venceslao’. Costui trovandosi privo di prole maschile, e volendo far rimanere i suoi feudi nel parentado, diè in matrimonio la figlia ‘Luisa a Barnaba Sanseverino, Conte di Capaccio e fratello o nipote di Roberto, Principe di Salerno, donandole altresì la Contea di Lauria ed altri feudi, dei quali si riservò il godimento e l’usufrutto fino alla morte. A tale ecc..ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 “Vincislao Sanseverino asserendo di non avere maschi, ammogliò Luisa sua figlia con Barnaba Sanseverino fratello di Roberto Principe di Salerno, e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva di Luisa Sanseverino che il 7 giugno 1463: “sposa Barnabo Sanseverino, terzogenito del 10° Conte di Marsico Giovanni Sanseverino e fratello del 1° principe di Salerno Roberto; quest’ultimo successe al padre dopo la morte del primo figlio Ludovico, avvenuta in maniera prematura nel 1447. Barnabo era, come tutti i Sanseverino, uomo d’arme. Aveva partecipato nel 1460, insieme al fratello Roberto, agli scontri tra Ferrante d’Aragona (con  i quali erano schierati) e i d’Angiò che cercavano di riprendersi il regno. Dopo la sconfitta subita dalle truppe aragonesi nella battaglia di Sarno, Roberto scese a patti con il Principe di Taranto, dimostrandosi propenso a passare dalla parte degli angioini. Finiti gli scontri i due fratelli Sanseverino furono processati per lesa maestà ma ottennero il perdono di Ferrante il 17 gennaio 1461. Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro, Barnabo divenne il 5° Conte di Lauria, entrando in possesso dei beni della moglie. Il 22 novembre dello stesso anno viene investito inoltre dei feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a p. 143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Pare che i de Petruciis fossero stati indotti a parteciparvi come condizione per l’assenso al matrimonio tra il conte di Policastro e Sveva Sanseverino, figlia di Barnaba, che abbiamo visto conte di Lauria e barone di Cuccaro. Non è da escludere che Antonello, a conoscenza de fatti, non sia stato capace d’impedirne l’attuazione e che abbia taciuto per non creare l’irreparabile in una famiglia come la sua, dove la moglie non mancava di rinfacciargli la sua umile origine.”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Galasso cit., La feudalità, p. 18.”.

Nel 12 febbraio 1462, LUISA SANSEVERINO successe al padre Venceslao nella Contea di Lauria

Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva che: “In seguito ad atto di donazione del padre Venceslao, il 12 febbraio 1462 la figlia Luisa diventa contessa di Lauria…”, che diventa contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro.

Nel 7 giugno 1463, LUISA DI LAURIA sposa Barnaba Sanseverino che diventa il VI conte di Lauria.

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 213, sulla scorta del Giustiniani (…), scriveva che: “…’Venceslao’. Costui trovandosi privo di prole maschile, e volendo far rimanere i suoi feudi nel parentado, diè in matrimonio la figlia ‘Luisa a Barnaba Sanseverino, Conte di Capaccio e fratello o nipote di Roberto, Principe di Salerno, donandole altresì la Contea di Lauria ed altri feudi, dei quali si riservò il godimento e l’usufrutto fino alla morte. A tale ecc..ecc…”. Sempre il Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 “Vincislao Sanseverino asserendo di non avere maschi, ammogliò Luisa sua figlia con Barnaba Sanseverino fratello di Roberto Principe di Salerno, e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 496, parlando del casale di S. Giovanni a Piro, in proposito scriveva che: Il Di Luccia trascrive molti documenti (pp. 75-96) relativi alla giurisdizione spirituale della Badia usurpata dal vescovo di Policastro e dei benefici usurpati dal conte di Lauria.”. Nel 2018, Nicola Montesano (…), nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 28, parlando del casale di Casaletto, invece di parlare della storia di Casaletto, in proposito scriveva di Luisa Sanseverino che il 7 giugno 1463: “sposa Barnabo Sanseverino, …..Dopo il matrimonio celebrato il 7 giugno 1463 a Castelluccio con Luisa Sanseverino, che era già diventata, come abbiamo visto, contessa di Lauria, Orsomanno, Castelluccio, Laino, Trecchina, con diritti su Tortorella, Cuccaro, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Verbicaro, Barnabo divenne il 5° Conte di Lauria, entrando in possesso dei beni della moglie. Il 22 novembre dello stesso anno viene investito inoltre dei feudi di Amendolara, Casalnuovo e Oriolo.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, ed. di Storia e Letteratura Italiana, Roma, 1973, a p. 143, parlando delle Diocesi nel Basso Cilento nel ‘400, nella sua nota (30) postillava che: “(30) Pare che i de Petruciis fossero stati indotti a parteciparvi come condizione per l’assenso al matrimonio tra il conte di Policastro e Sveva Sanseverino, figlia di Barnaba, che abbiamo visto conte di Lauria e barone di Cuccaro. Non è da escludere che Antonello, a conoscenza de fatti, non sia stato capace d’impedirne l’attuazione e che abbia taciuto per non creare l’irreparabile in una famiglia come la sua, dove la moglie non mancava di rinfacciargli la sua umile origine.”. Ebner (…), a p. 143, nella sua nota (31) postillava che: “(31) Galasso cit., La feudalità, p. 18.”.

Nel 1463, LUISA SANSEVERINO, cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro

Carlo Pesce (…), nel suo Storia della città di Lagonegro, edito nel 1914, a p. 222, sulla scorta del Giustiniani (…), in proposito alla dominazione dei Sanseverino, e riferendosi a Lagonegro, scriveva che: “Questa terra fu posseduta dalla famiglia Sanseverino, e nel 1463 “Vincislao Sanseverino asserendo di non avere maschi, ammogliò Luisa sua figlia con Barnaba Sanseverino fratello di Roberto Principe di Salerno, e diedele in dote il contado di Lauria, consistente in Lauria, Ursumarso, Layno, Castelluccio e Trecchina, e cedè le sue ragioni sopra Tortorella, Lagonegro, Rocca, Policastro, Rivello, Scalea e Berbicaro, al che interpose il re Ferrante il suo assenso. Ecc..”.

Nel 1471 al 1485, Gabriele Guidano di Lecce, vescovo della Diocesi di Policastro

Nell’Archivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni esiste un documento datato anno 1481, di cui parlerò per quell’anno e citato da Pietro Ebner (…). Pietro Ebner (…), a p. 592 del vol. II, in proposito scriveva che: “Nell’archivio della Badia di Cava vi è la Bolla del vescovo di Policastro che concede (14) a mastro Santillo Grandi di costruire (a. 1481) una cappella dal titolo di S. Maria al porto di Sapri.”. L’Ebner (…), a p. 592, nella sua nota (14), postillava che: “(14) I, ABC, aprile 1481, XV, LXXXV 98.”. Ma Pietro Ebner (…), non dice chi fosse il vescovo che nell’anno 1481 fosse a capo della cattedra Vescovile della Diocesi di Policastro. La notizia ed il documento riguarda proprio l’epoca in cui nel Golfo di Policastro diversi feudi erano in mano ai Petrucci ed è di estrema importanza per la storia di Sapri. Riguardo il vescovo della Diocesi di Policastro, a cui si riferisce un documento del 1481, di cui parlerò innanzi, io credo si trattasse del vescovo Gabriele Guidano, come del resto attesta lo stesso documento in questione e il sacerdote Giuseppe Cataldo, la cui cronostassi non coincide con quella di Ebner e soprattutto con quella del Laudisio che in quel periodo poneva Vescovo di Policastro Mons. Gabriele Altilio. Di sicuro, sappiamo da un documento notarile redatto dalla Curia Vescovile di Policastro, citato dal Gaetani (…), che nel 1481, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano (…), concesse di costruire la Cappella di Santa Maria di Porto Salvo nel territorio di Torraca, sulle colline limitrofe a Sapri, all’epoca chiamata “Porto di Torraca” e, il suo feudo. Da mie personali ricerche, effettuate presso l’archivio dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità a Cava de Tirreni, risulta che l’antico documento, fosse collocato in ‘Arca’ (le Arche sono dei grandi manoscritti eseguiti dai monaci, dove essi registravano e sistemavano tutti i documenti), LXXXV (n. 85), n. 98. inoltre, come ho già detto, Ebner, non diceva chi fosse il vescovo di Policastro. Da mie personali ricerche nel prestigioso archivio Cavense, si trattava di “Gabriele Guidano” (così lo riporta il Laudisio a p. 77, della sua ‘Synopsi’ vedi versione curata dal Visconti), essendo sul documento citato un certo “Gabriel Godanus. Infatti, il Laudisio (…), scriveva: “XXII. Gabriel Guidanus Licensies, episcopus anno 1491.”. Dunque, secondo il Laudisio (…), Mons. Gabriele Guidano venne eletto nell’anno 1491 e dunque non poteva essere il vescovo della Bolla del 1481 (il documento di cui parlerò innanzi che riguarda Sapri. Io credo , invece che il Laudisio abbia confuso la data di elezione alla cattedra vescovile di Policastro di Mons. Guidano. Credo che la data riportata dal Laudisio non fosse 1491 ma fosse 1481. Infatti, padre Leone dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, assicura che Gabriele Guidano (così l’ha chiamato lui), fosse stato vescovo di Policastro dall’anno 1481 al 1484. Secondo la cronostassi dei vescovi riportata dal Laudisio (…), nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis)’, edita nel 1831, a p. 76 (si veda la versione curata dal Visconti), all’epoca del documento, datato anno 1481, il vescovo di Policastro,  doveva essere il n. XX Gabriele Altilio, lucano che, nell’anno 1471,  successe ad Enrico Languaro che era stato nominato vescovo della Diocesi Paleocastrense il 1467. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “L’Altilio, dopo essere stato precettore del principe Ferrandino, figlio del re Alfonso II, fu nominato vescovo di Policastro nel 1471.”. Dunque, secondo la cronostassi del Laudisio, nell’anno 1481, l’anno del documento citato da Ebner, doveva essere vescovo di Policastro Gabriele Altilio. Ma quì c’è un errore. Se secondo la cronostassi del Laudisio (…), il vescovo della Diocesi di Policastro nel 1481 doveva essere Mons. Altilio che fu nominato vescovo nel 1471. Secondo il Laudisio, Mons. Altilio rimase Vescovo di Policastro fino alla nomina del suo successore XXI, ovvero fino all’anno 1491 quando fu eletto Mons. Gabriele Guidano. Forse il Laudisio confuse il nome di “Gabriele” Guidano con quello di Mons. Gabriele Altilio. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, in un suo datiloscritto inedito del 1973, a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto vescovo di Policastro, come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano.”. Dunque, anche la versione del Cataldo discordava da quella del vescovo Laudisio.Secondo la cronostassi riferita dal Cataldo, Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro nell’8 gennaio del 1493, come si rileva da due lettere di re Ferdinando II (due lettere del 9 e del 14 gennaio 1493 e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), a p. 171, nel suo capitolo dedicato alla serie dei vescovi di Policastro, in proposito scriveva che: “21, Gabriele Guidano, di Lecce, 1471-1485.”. Dunque, secondo la cronostassi del Cataldo, archivista della Diocesi di Policastro, Mons. Gabriele Guidano, di Lecce, fu vescovo di Policastro dal 1471 al 1485, e dunque ciò che afferma il Cataldo, sconfessa quanto sia scritto nella ‘Synossi’ del Laudisio e conferma l’antico documento d’epoca aragonese, citato da Ebner. Il Laudisio (…), a p. 77, in proposito scriveva che: “XXII. Gabriele Guidano, di Lecce, nominato vescovo di Policastro nel 1491.”. Forse un errore di stampa ?. Sempre il Laudisio, continuando la sua cronostassi dei vescovi Policastrensi, in proposito scriveva che: “XXIII. Bernardino Laureo, di Spoleto, nominato vescovo ed assegnato alla diocesi di Policastro nel 1504.”. Dunque, se la cronostassi del Laudisio è corretta, il vescovo di Policastro Gabriele Guidano, dovette esserlo fino al 1504. Siccome che, l’Ebner, che lesse il documento inedito del 1481, forse proprio sulla scorta del Laudisio, notando l’erore nella sua cronostassi, non citò il vescovo Gabriele Guidano, come invece assicura essere scritto, padre Leone. Tuttavia, il padre Leone, assicura che sul documento è scritto il nome del vescovo di Policastro “Gabriel Godanus”. Infatti, per l’errore del Laudisio (…), riguardo l’esatta cronostassi dei due vescovi della Diocesi, l’Altilio ed il Guidano (..) e soprattutto riguardo il documento del 1481 che interessa la storia di Sapri, ci viene incontro il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 40, in proposito scriveva che: “Nell’8 gennaio 1493 Mons. Altilio veniva eletto Vescovo di Policastro come si rileva da due lettere di Ferdinando II (9 e 14 gennaio) e dalla Bolla della Dataria Apostolica nell’Archivio Segreto Vaticano. La data dell’elezione vescovile di Altilio è rilevata anche nella lettera del Signor Abate D. Gaetano Marini del 15 novembre 1803, ove è rettificata la serie dei Vescovi di Policastro, tramandata dall’Ughelli, secondo il quale Gabriele Altilio, per confusione di nome, sta al posto di Gabriele Guidano, Vescovo di Policastro nel 18 settembre 1471.”. Dunque, in questo passo a cui il Cataldo sriferiva del Vescovo Altilio, si dice chiaramente che la cronostassi del Laudisio è errata in quanto i riferiva a quella errata dell’Ughelli.

L’indagine demografica ed i primi censimenti della popolazione in epoca Aragonese

Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: “Oggi per nostra fortuna, se siamo in possesso di dati demografici per il sessantennio aragonese e per il primo censimento vicereale, lo dobbiamo alla pazienza e alla solerzia di Alfonso Silvestri (…), il quale raccogliendo in volume le carte risparmiate dalla distruzione che subì l’Archivio di Stato di Napoli nell’ultima guerra, ha messo alla portata di tutti la ‘Numeratio terre Castris Abbatis Casalibus’, dalla quale attingiamo le notizie dei fuochi del periodo Aragonese e del primo censimento vicereale, limitatamente ai Casali dipendenti al Castello dell’Abate, e la ‘Numerazione Rocce Cilenti cum Casalibus’”. Ebner (…), però, sempre a p. 592, aggiungeva che: “La contea di Policastro, avocata al fisco per fellonia, dopo l’arresto e la decapitazione di Antonello venne poi concessa da re Ferdinando (25 ottobre 1496) a Giovanni Carafa.”. Dunque, in seguito ai fatti della “Congiura dei Baroni”, la contea di Policastro ed il porto di Sapri, sarebbero appartenuti ai Petrucci solo fino al 1496, quando re Ferrante d’Aragona la concede in feudo ai Carafa che la possedettero fino alla fine del ‘700. Secondo l’Ebner, a p. 592, “il 3 ottobre 1770 la figlia di Gerardo Carafa e della congiunta Ippolita Carafa, Teresa, ebbe quale unica erede intestato Policastro con titolo di Conte, e di duca, Libonati, Sapri e Santa Mericina o Marina e con i casali di S. Cristoforo e Capitello. Successivamente Teresa Carafa ebbe intestata varie giurisdizioni ecc..”. Il documento del vescovo Altilio, conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava dè Tirreni, è dell’Aprile del 1481, qualche anno prima (a. 1485), in cui i Petrucci parteciparono alla ‘Congiura dei baroni’ e, persero la contea di Policastro. Secondo i due studiosi Natella e Peduto (…), a p. 515, la contea di Policastro, fu rivenduta dal Re, che demanializzò Policastro “nel 1496 a Giovanni Carafa, detentore del feudo nella prima metà del XVI secolo (81).. Rileggendo Ebner, che a p. 668, parlava di Torre Orsaia, aprendiamo che “Nel 1524 Giovanni Carrafa, conte di Policastro, convenne innanzi la Real Camera della Sommaria il vescovo di Policastro assumendo di essere il legittimo feudatario di Torre Orsaia. I Carrafa….esibirono infatti, i capitoli originali concessi da Antonello de Petruciis…., le cui firme del re,…furono riconosciute autentiche da tre persone qualificate nel 1544. O. Pasanisi (9), che pubblicò gli statuti locali di Torre Orsaia, ecc..”.

Tortorella e Torraca

(Fig…) Particolare delle nostra costa e del nostro territorio tratto dalla della Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). La carta è inedita e da me scoperta alla fine degli anni ’70 e fatta riprodurre nel 1981 dall’ASN, dove essa ancora è conservata.

Nel 1988 (…) e poi nel 1995, pubblicai a stampa, uno studio dal titolo “I Villaggi deserti del Cilento”, dove facevo una disamina sull’indagine demografica dei piccoli centri del basso Cilento.

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(Fig…) Attanasio F., “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13 (1).

Nel 1975, lo studioso Mario Vassalluzzo (…), sulla scorta di precenti studi del Silvestri (…), pubblicò un interessante saggio  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, da cui abbiamo tratto alcune interessanti considerazioni. Il Vassalluzzo, scriveva in proposito: Innanzitutto occorre notare che i primi censimenti, secondo la numerazione dei ‘fuochi’ (così si denominarono i nuclei familiari fino al XVIII secolo), si ebbero fin dall’anno 1443, durante il Regno di Alfonso I d’Aragona. Essendo, però, tale indagine volta ad accertare il numero dei nuclei familiari allo scopo puramente fiscale o militare, essa non potrà fornire di certo che dati approssimativi, ma sempre utilissimi a quanti vogliono rendersi conto del cammino compiuto dall’uomo attraverso i secoli. Nel periodo della dominazione aragonese, che si protrasse per circa sessanta anni, ebbero luogo varie numerazioni. Le più importanti furono quelle rilevate negli anni 1443, 1472, e 1489.”. Mario Vassalluzzo (…), nel 1975, nel suo ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, riportava un interessante ricerca sulla  ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s.

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(Fig….) Tavola sulla popolazione dei centri costieri cilentani dal XV al XVI secolo – tratta da Vassalluzzo M., op. cit. (…).

Infatti, il Silvestri (…), in un suo pregevole studio sulla popolazione del Cilento in epoca Aragonese, scriveva: “I censimenti della popolazione del Regno di Napoli, attuati col sistema della numerazione dei focolari, trassero origine dalla convenzione intercorsa tra Alfonso I d’Aragona ed i baroni del parlamento del febbraio-marzo 1443. Scopo precipuo dell’indagine demografica, adottata in tal modo da circa tre secoli, fu di accertare la reale esistenza dei nuclei familiari in tutte le terre abitate per imporre ad essi l’annuo tributo di un ducato, in luogo di quanto precedentemente si riscuoteva con l’incerto sistema delle collette (…).”.

L’andamento demografico della popolazione a Torraca e a Sapri (Porto di Torraca)

Come abbiamo cercato di dimostrare nei precedenti studi ivi pubblicati, pubblicando documenti e testimonianze che attestano la presenza di un porto, di uno scalo marittimo conosciuto e di un piccolo borgo prima marinaro ma poi in seguito cresciuto, il paese di Sapri che più tardi verrà denominato ‘Portum Saprorum’ e poi ‘Terra Saprorum’, ha origini antichissime. Le testimonianze che abbiamo riportato nei precedenti studi ivi pubblicati sono molteplici e non stiamo quì a ricordarli. Lo studioso della maiolica napo-letana Guido Donatone (…), si è interessato ad un pavimento napoletano del ‘400, attualmente conservato nel Museo dell’Istituto d’Arte di Napoli, che reca la firma del suo esecutore: un certo ‘Dimera’ di Sapri, di cui ho parlato ivi in un altro mio recente saggio. Anche se la numerazione dei ‘fuochi’ con i primi Censimenti nel Regno di Napoli non ci danno notizie certe sulla popolazione prima del ‘600, crediamo che il piccolo borgo marinaro di Sapri, con il suo porto e la sua grande baia, abbia da sempre avuto un importante ruolo nella storia del Regno di Napoli. Anche se, come scrive il Villani (…): “la numerazione del 1595 registra il culmine dell’espansione demografica e, nel nostro caso, si registrerà più avanti uno spaventoso calo della popolazione nel 1669, tanto che sono compresi sotto questa voce gli attuali Comuni di Celle di Bulgheria, Ispani, Santa Marina e Sapri, non censiti nei secoli scorsi perchè disabitati oppure – come noi pensiamo – inseriti nella popolazione di centri vicini perchè popolati da pochi individui (…). Infatti, Sapri non figura tra quei centri censiti per i soli anni 1648 e 1669, riportati dal Beltrano (…). Il Beltrano (…) che nel 1644, scrive ‘Breve descrizione del Regno di Napoli’, riporta la popolazione di Torraca e non di Sapri. Infatti, i dati sulla popolazione di Sapri, dal 1532 al 1669, sono certamente quelli inseriti all’interno dei dati che riguardano l’Università di Torraca – da cui dipendeva Sapri in quegli anni, essendo il suo territorio parte del feudo baronale – desunti dalla Tavola comparativa sulla distribuzione demografica dei centri costieri cilentani dal XV al XX secolo”, pubblicata dal Vassalluzzo (…)(vedi nota 28), e i cui fuochi sono stati ricavati dal Giustiniani (…) e che per quanto riguarda Sapri vanno dagli anni 1790 al 1971. L’Ebner (…), in proposito della popolazione di Sapri, riferisce che il Giustiniani (…), non riporta le numerazioni dei due censimenti del 1532 e del 1595. Il Giustiniani (…), non riporta le numerazioni di Sapri, Celle di Bulgheria, Santa Marina e Ispani e, l’Ebner aggiunge in proposito: “Probabilmente queste due ultime con Sapri, unite a Policastro.”. Il Giustiniani (10), nel suo ‘Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli’, del 1804, riporta i dati di Sapri credo del censimento del 1790 e dice: “Gli abitanti al numero di circa 1500 in parte sono addetti all’agricoltura ed in parte alla pastorizia.”. Lo Ebner (21), riferisce anche che il Pacicchelli (22), non figura Sapri nelle numerazioni dei fuochi dei due censimenti del 1648 e 1669. Il Pacicchelli, riporta le numerazioni di Libonati (Vibonati)(camera riservata) vecchia = 348 e nuova 145, mentre la numerazione di Torraca – anch’essa diminuita – è di 317 nel censimento del 1648 e 62 nel censimento del 1669. A questi dati, desunti dal Giustiniani e Pacicchelli, aggiungiamo i dati sulla popolazione di Sapri degli anni 1714, 1719, 1761, 1794,  1795, ricavati da fonti storiografiche dell’epoca. Nella visita pastorale del Vescovo di Policastro De Robertis del 9 maggio 1714, “lo stato delle famiglie di Sapri nel 1714 segnava 345 anime, oltre tre case di Vibonati”(…). Sempre da un documento del Vescovo De Robertis, “nel 1719, il Porto di Sapri contava 414 abitanti “adnumerum quatuor centum quattrordecim in simul cohabitantibus” (….). Nel 1761 le anime (abitanti) di Sapri ascendevano a 1131. Nel 1790, Sapri contava 1500 abitanti. Nel 1788, il Galanti (…), riferisce che Sapri contava 1423 anime. Nel Nel 1745, nella sua pubblicazione sulla ‘Lucania’, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), così descrive Sapri: “nelle campagne intorno al Porto e Marina di Vibonati (che sono deliziosissime) abitano sparsamente da 500 persone, che le coltivano assai bene, specialmente per le viti e fichi e olivi, oltre di quei che sono addetti alla pesca, che vi è abbondantissima e di squisito sapore”. (…). Riportiamo i dati relativi alla popolazione di Sapri, ricavati dai censimenti che dall’anno 1790 si sono tenuti ogni dieci anni sino al censimento del 1971: Censimenti: 1790-1809-1811-1861-1871- 1881-1901-1911-1921-1931-1936-1940-1948-1951. Popolazione: 1500-1455-1368-2018-1811-2352-2475-3490-4300-5145-4900-4608-5629-5825 e poi ancora quelli degli anni 1961 e 1971, quando abbiamo rispettivamente 6925 e 7430. Quindi, dal ‘700 in poi, la popolazione a Sapri ha registrato una costante crescita. Nel 1809, secondo il Rizzi (17), Sapri aveva una popolazione di 1455 abitanti. L’Alfano (…), nel suo ‘Istorica descrizione del Regno di Napoli’, del 1823, a proposito di Sapri, dice: . “Fa di popolazione 1489.” . Nel 1881, si contavano 1963 abitanti. Il 1836 è l’anno del più antico registro dei nati e dei defunti esistente, custodito dalla curia nella parrocchia di Sapri, il paese viene denominato “Terra Saprorum.“.

I ‘Quinternioni’ feudali del Regno di Napoli

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni”. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, nell’indice delle cose e dei nomi a p. 272, possiamo leggere che: “Quinternioni: registri riguardanti la materia feudale (Quinternionum, Cedolarii, Relevii, Taxi Adhoae, Significatorum. 216. vedi Barone.”. E poi a p. 216, egli scriveva che: “Nella Sezione ‘Diplomatica e Politica’ sono tra le carte dell’Archivio della Regia Cancelleria Aragonese (1) Minieri Riccio ecc…..Si conservano pure in questo Ufficio le carte dell’archivio della Real Camera della Sommaria, che hanno la stessa divisione e nomenclatura, e sono della stessa natura ecc…Nello stesso uffizio si conservano i registri riguardanti la materia feudale, che nei tempi Viceregnali formavano anche una speziale sezione, la quale prendeva il nome talvolta del conservatore Sergio, e più spesso dicevasi dei ‘Quinternioni’. Queste scritture si distinguono con le seguenti nomenclature: 1° – Quinternionum’ (1), che contengono i privilegi delle investiture dei feudi chiamati ‘quaternati’, perchè registrati nei volumi detti ‘Quaterni’ o ‘Quinterni’, od anche concessioni di titoli di nobiltà, regi assensi alle vendite dei feudi, refute o permutazioni degli stessi (2); 2° ‘Cedolarii’ (3), che contengono le intestazioni dei feudi ed i loro passaggi; ecc…”.

I CARAFA DELLA STADERA

Dal “Libro d’Oro della Nobiltà Napoletana” leggiamo che i l’illustrissima e storica famiglia napoletana Carafa discende da altro più antico casato napoletano: i Caracciolo. Il capostipite fu Gregorio di Giovanni Caracciolo vissuto nel XII secolo, detto Carafa perchè ricopriva la carica di concessionario della gabella sul vino chiamata “campione Carafa”. Guerrello Caracciolo detto Carafa, Maresciallo del Regno, fu cavaliere dell’Ordine della Nave. Si divise in due grandi rami detti della Spina e della Stadera; capostipite della famiglia Carafa della Stadera fu Tommaso, figlio di Bartolomeo. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nido e, dopo la soppressione dei sedili (1800) fu iscritta nel Libro d’Oro Napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: barone di: Apricena, Binetto, Bonifati, Campolieto, Capriati, Civita  Luparella, Colubrano, Rocca d’Aspro, Rutigliano, Sant’Angelo a Scala, San Mauro, Sessola, Tortorella, Trivigno, Tufara, Vallelonga. marchesi di: Anzi (1576), Baranello (1621), Bitetto (1595), Corato (1727), Montenero (1573), Montesardo, S. Lucido, Tortorella (1710). I Carafa raggiunsero i più alti gradi ecclesiastici nella Chiesa Romana con quindici cardinali e un Papa; Giovan Pietro Carafa (Capriglia 28-6-1476 † Roma, 18-8-1559), figlio di Giovanni Antonio dei conti Carafa e di Vittoria Camponeschi, figlia di Pietro Lalle, ultimo conte di Montorio, feudo in provincia di Teramo, fu eletto Papa il 23 maggio 1555 con il nome di Paolo IV. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, nel suo vol. II, a pp. 678 parlando di Tortorella, scriveva in proposito che: “Il Giustiniani (18), ….ci informa ….e del feudatario “Caraffa della Stadera”. Egli ci informa pre delle numerazioni dal 1532 al 1669 (19). Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitisi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi casali, dei baroni Carraffa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del palazzo marchesale), del palazzo dei baroni Gallotti etc…”. Ebner, a p. 678, nella nota (21) postillava che: “(20) Tancredi, Il Golfo di Policastro etc..”, p. 72.”. I Carafa o Caraffa sono una nobile e antica famiglia di origine napoletana, discendente dall’ancor più antica famiglia Caracciolo. Divisa in numerosi rami, i cui principali e più importanti sono i Carafa della Spina e i Carafa della Stadera, e decorata dei più alti titoli, raggiunse l’apice della sua potenza con l’elezione al soglio pontificio di Gian Pietro Carafa, papa con il nome di Paolo IV. Capostipite della famiglia Carafa della Spina fu Andrea, familiare della regina Giovanna I d’Angiò, il quale seguì Carlo III di Durazzo nella guerra d’Ungheria. I rappresentanti del Casato ricoprirono le più alte cariche in campo civile, militare ed ecclesiastico sino ad arrivare al soglio pontificio. Fu ascritta al Patriziato napoletano del Seggio di Nilo e, dopo la soppressione dei sedili (1800), fu iscritta nel Libro d’Oro napoletano. Numerosi furono i feudi posseduti e furono insigniti di prestigiosi titoli, tra i quali: Barone di: Bianco (1629), Carreri (1629), Cerro, Forlì (1629), Petrella, Rionegro (1666), Ripalonga, Roccasicone, Rocchetta, San Nicola di Leporino, Torraca; Conte di: Arpaia (1605), Condojanni (1629), Conte palatino (1622), Cerro, Grotteria (1496), Policastro, Roccella (1522); Marchese di: Brancaleone, Tortorella, Castelvetere (1530) con annesso il Granducato di Spagna di prima classe (1581); Duca di: Bruzzano (1646), Forli (1625), Montenero, Rapolla (1623), Traetto (1712); Principe di: Roccella (1594), Sacro Romano Impero (1563). Riguardo la famiglia dei Carafa, ha scritto il Cataldo (…). Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo dattiloscritto del 1973 inedito: ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’. Il Cataldo (…), a p. 42, in proposito scriveva che: “Questa famiglia si divise in vari rami, fra cui i principali: i Carafa della Spina (Principi di Belvedere), della Bilancia (Duchi d’Andria), della Serra, ecc..a Tortorella vi erano i Marchesi dell’altro ramo: (Carafa della Stadera), i cui tenimenti passarono alla famiglia Rocco. Da essi uscirono personaggi illustri: – Giampietro Carafa (1476-1559), che fu papa Paolo IV nel 1555, ecc..”.

Carafa della Spina

Nel 25 ottobre 1498, re Federico I d’Aragona smembrò la Contea di Lauria e diede le Terre di Tortorella, Battaglia e Casaletto a Giovanni Andrea Caracciolo, patrizio Napoletano e maestro d’armi del re Ferdinando I d’Aragona

Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Tortorella, a p. 201, in proposito scriveva che: “Nel 1498, in seguito alla ribellione del Conte di Capaccio, Guglielmo Sanseverino, al re di Napoli Ferdinando I d’Aragona, la famiglia Sanseverino fu privata, tra l’altro, anche del feudo di Tortorella, che fu dato a Giovanni Andrea Caracciolo, maestro d’armi del re (4).”. Il Guzzo, a p. 201, nella nota (4) postillava che: “(4) C. Porzio: La congiura dei Baroni del Regno di Napoli contro Ferdinando I, Napoli, 1964, pag. 76.”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortolella e dei castra a p. 41, in proposito scriveva che: Pochi anni dopo il nuovo re di Napoli Federico I, succeduto a Ferdinando II, effettuò un vero e proprio smembramento della Contea di Lauria suddividendola in tanti piccoli feudi che furono messi all’asta e ceduti alla nuova nobiltà di toga. Come documentato nei Quinternioni conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, Lib. III°, al foglio 169 e Lib VII°, foglio 159, in data 25 ottobre 1498 il re conferì “le Terre di Tortorella con i casali di Libonati, Casaletto e Battaglia” al patrizio napoletano Giovanni Andrea Caracciolo, etc…”. Dunque, su concessione di re Federico I d’Aragona, in seguito ai fatti della Congiura de Baroni, il casale di Vibonati, che all’epoca veniva chiamato Libonati, venne devoluto, insieme a Casaletto e Battaglia al patrizio napoletano Giovanni Antonio Caracciolo. Infatti, in seguito alla Congiura dei Baroni, re Federico I d’Aragona, che aveva assediato i Sanseverino a Teggiano, suddivise la Contea di Lauria appartenuta a Bernardino Sanseverino, ultimo conte di Lauria. Sul blog in rete del “Libro d’oro della Nobiltà Mediterranea” è scritto che G7. Giovanni Andrea (+ 1528), Patrizio Napoletano; ebbe le Serre di Tortovilla e Casaletto il 25-10-1498 e la terra di Misuraca il 25-4-1500, compra Scalea il 25-4-1501, Signore di Misuraca, Scalea, Tortorella con i casali di Libonati, della Battaglia e Casaletto; 1° Marchese di Misuraca dal 4-10-1523. = Andreanna, figlia ed erede di Paolo di Caivano Signore di Misuraca. H1. Paolo (+ assassinato nel corso di una ribellione di villici 1528), Patrizio Napoletano. = Donna Caterina Vittoria Acquaviva d’Aragona, figlia di Don Belisario 1° Duca di Nardò e di Sveva Sanseverino dei Principi di Bisignano (+ uccisa col marito 1528) (vedi/see) H2. Porzia (+ post 13-8-1546); 1 a) = 1523 Ferdinando Piscicelli, Patrizio Napoletano; 1 b) = Ferdinando Caracciolo, Patrizio Napoletano (vedi/see). H3. Isabella (+ post 1569), Marchesa di Misuraca e Signora di Scalea a Tortorella. = Don Ferdinando Spinelli 2° Duca di Castrovillari (vedi/see. H4. Aurelia (+ post 1558) = 1525 Francesco de Guevara Signore di Arpaia e Buonalbergo (vedi/see). H5. Antonia (+ post 1566) = Diego Sandoval de Castro. H6. Giulia = Vincenzo Casera.H7. Lucrezia (+ 3-12-1580), monaca dal 6-2-1528, poi Badessa del monastero di Santa Maria Donna Regina a Napoli dal 1-9-1569 al 30-8-1572. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro – natura-mito-storia” parlando di Vibonati, a p. 164, in proposito scriveva che: “Dopo la tragica conclusione della Congiura dei Baroni, nel 1486, i Sanseverino vennero privati dei loro possedimenti e Bonati, che faceva parte del feudo di Tortorella, passò nelle mani di Giovanni Andrea Caracciolo.”.

Nel 1496, Giovanni Caraffa della Spina

Dopo la ‘Congiura dei baroni‘ e, la fellonia di Ferrante d’Aragona e, l’arresto e la decapitazione del Petrucci, il 25 ottobre 1496, la Contea aragonese di Policastro e quindi anche Sapri, furono avocate al fisco per fellonia e poi concessa da Re Ferrante d’Aragona a Giovanni Carafa (…). Nel 1496 venne investito della contea di Policastro il benemerito patrizio napoletano Giovanni Carafa della Spina, il quale, oltre Policastro, ebbe territoria Rocche gloriose ac casellae …. sancti Joanne ad pirum et Boschi, Turris et Alphani”. Il Gaetani (…), nella sua nota (1) a p. 29 postillava che: “(1) Ughelli, Italia Sacra, tomo VII, col. 758.”Ferdinando Ughelli (…), nel suo tomo VII della sua “Italia sacra”, nella colonna 758, in proposito alla Diocesi di Policastro scriveva che: “Dinde Ferdinado Antonius Petruccius Antonelli filius Policastri Dominus fuit, qui una cum vita Maiestatis reus factus, dominatum amisit: tandem ex Regio dono Ferdinandi II Regis Comes Policastrensi dictusest Ioannes Carrafa de Spina vir clarissimus, & Regni benemeritus, euius posteri hactenus Comitatum possidèt; bis sub Carrafis à Turcarum classe capta ecc…ecc..”

Ughelli (Fig….) Ferdinando Ughelli (…), Italia Sacra, vol. VII, col. 758 – Diocesi di Policastro

Giovanni Caraffa detto “la Morte” (pare per il suo aspetto disgustoso) (metà del XV secolo, 1530), era patrizio napoletano; signore di Rofrano e Mannia investito il 1 luglio 1490, ambasciatore a Venezia nel 1496 e in Ungheria nel 1498, 1° Conte di Policastro investito con privilegio datato: Sarno 4 febbraio 1496 (esecutivo dal 25 ottobre 1496), compra Roccagloriosa nel 1501, Signore di Rodio, Consigliere Regio, Provvisore Maggiore nel 1512, confermato di tutti i feudi il 31 ottobre 1518 (con l’aggiunta di Bosco e San Giovanni), Consigliere del Collaterale dal 22 maggio 1523. Sposa Giovanna, figlia di Arnaldo Sanchez castellano di Castelnuovo in Napoli. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in atre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50). La Concesione ai Carafa venne fatta con Albarano rg. (Quint. 55, f. 221; Quint. 58, f. 62e 172; Quint. 77, f. 270). Seguì la conferma (4 febbraio 1496) da re Federico, il quale aggiunse i feudi di Alfano e Sanza, con diploma del 5 ottobe 1496, edito nel mio ‘Economia e società’ cit. I, p. 540 sgg.”. Dunque, Ebner scriveva che il 4 febbraio 1496 re Federico (forse si riferiva a Federico I d’Aragona) confermava i feudi concessi ai Carafa. Federico o Ferdinando II (detto Ferrandino) ? Pietro Ebner (…), però nel vol. I a p. 540 del suo ‘Economia e Società etc…’, pubblicava il diploma di Ferdinando II d’Aragona. L’intestazione che riporta l’Ebner a p. 540 è: “DIPLOMA DI POLICASTRO – FERDINANDUS SECUNDUS DEI”. Dunque, Ferdinando II d’Aragona, ovvero Federico I d’Aragona ?. Ferdinando II d’Aragona, ramo di Napoli, noto anche come Ferrandino (Napoli, 26 agosto 1469 – Somma Vesuviana, 7 settembre 1496), fu re di Napoli per poco meno di due anni, dal 23 gennaio 1495 al 7 settembre 1496. Inoltre dal febbraio al luglio del 1495 fu spodestato da Carlo VIII di Francia, calato in Italia per rivendicare l’eredità angioina. Era figlio di Alfonso II e Ippolita Maria Sforza, nipote di Ferdinando I, titolare del trono di Gerusalemme. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Ebner (…), citando il Campanile (…) si riferiva al testo intitolato: “L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo, a pp. 49-50 parlando del Duca Gianfrancesco Di Sangro, in proposito a pp. 49-50 scriveva che: “Ritornato che fu il Duca, dopo questo fatto, il Re hauendo hauuta particolar informazione del valor, c’egli hauea dimostrato in tutta quella impresa, l’andò con più lettere ringraziando honorandolo anche con titolo di parente e diremunerazione il creò suo Consiglier di Stato nel Regno di Napoli.”. In un altro testo il Campanile (…) ci parla dei Carafa della Stadera e della Spina. Filiberto Campanile (…), nel suo Dellarmi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni  Carrafa e Carlo V nel 1523. Ferdinando Palazzo, nel suo ‘Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro’ (vedi II edizione), nel suo cap. II, a pp. 113-114, sulla scorta del Di Luccia, dedica un intero capitolo “Usurpazione dei poteri spirituali e temporali da parte del Vescovo e del Conte di Policastro”, e a pp. 110-111, scriveva che “Signor Carafa. Detto Conte – come abbiamo già detto – discendeva da cospicua famiglia napoletana, la quale, fra l’altro, aveva dato alla Chiesa un Papa (Pietro Carafa, 1555-1559), dodici Cardinali, due Patriarchi e ventidue Vescovi. La città di Policastro, …..fino a che non pervenne al “celebre guerriero Don Giovanni Carafa (2). Il Conte di Policastro, adunque, che in quel tempo era – per diritto di successione – D. Ettore Carafa, marito di Donna Teresa Farau, dei Principi di S. Agata, detenendo l’esercizio del potere criminale, sul Convento e sulle Università di Bosco, ecc..”. Ferdinando Palazzo (vedi II edizione), a p. 114, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Di Lùccia: pag. 8, op. cit.”.

Nel XV secolo, il “Portus Saprorum” insieme a Torraca

Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare ecc…”.

Dal 1500 al 1504, il “Portus Saprorum” insieme a Torraca passò al “Magnificus Franciscus Scondito”

Di sicuro il feudo di Torraca ed il porto di Sapri passarono alla famiglia Scondito ai primi del ‘500. Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che nel 1500 e fino al 1504 vi era un Magnifico Francesco Scondito. Recentemente Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali.”. Dai ‘Cedularia’ dell’Archivio di Stato di Napoli, risultano baroni di Torraca, nel 1500, fino al 1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca”, come scrive il Gaetani a p. 283 del suo ‘Giovan Giacomo ecc.’. Tuttavia, bisogna segnalare che alcune notizie tratte dall’Ebner (…), cozzano con altre notizie dateci dal Gaetani (…). Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca.

Nel 1524, Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito pagò i diritti feudali per il feudo di Torraca

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che dal 1524 e fino al 10 gennaio 1524 vi era Lucrezia Scondito. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali.”. Dunque, secondo il Gaetani, alla morte di Francesco Scondito, nel feudo di Torraca successe la figlia Lucrezia Scondito che aveva sposato Antonio De Freda. Antonio De Freda, nel 1524 pagò i diritti feudali del feudo di Torraca. Il Gaetani a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dai Cedularia del Grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1525, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio De Freda; nel 1579, succede Prospero De Freda, figlio di Antonio;”. Secondo il Gaetani (….), nel 10 gennaio 1525, Lucrezia Scondito muore e nel feudo di Torraca gli succedono il figlio Giovannantonio (o Giovanniantonio) De Freda. Dopo la morte di Giovannantonio De Freda, nel 1579, nei diritti feudali del feudo di Torraca subentra il figlio di Antonio De Freda, Prospero De Freda. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare……..Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; segue un vuoto di venti anni, fino al 1524 quanto Antonio De Freda, marito della nobil donna Lucrezia Scondito, pagò i diritti feudali divenendone proprietario; gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito.

Nel 10 gennaio 1524, Giovannantonio de Freda succede alla madre Lucrezia Scondito nel feudo di Torraca

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che dal 10 gennaio 1524, data in cui muore Lucrezia Scondito, gli succede il figlio Giovannantonio de Freda che sarà Barone di Torraca fino alla sua morte avvenuta nel 1579.

Nel 1532, Torraca contava 69 fuochi che moltiplicato per 6 = 414 abitanti

Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.

Nel 1543, Sapri subì gravi danni per le incursioni dei pirati Barbarossa e Dragut pascià

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 592 parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Non è da escludere che il villaggio marinaro di Sapri subisse danni dalle incursioni del Barbarossa (1543) e di Dragut pascià”.

Nel 1574 (?), Federico Carafa, 4° conte di Policastro

I Carafa della Spina furono Baroni di Torraca, Conti di Policastro e Roccella nel 1522, Marchesi di Tortorella nel 1530. Da Wikipedia, alla voce “Contea di Policastro” leggiamo che:  Federico Carafa (1574-doppo 1593), 4.° conte di Policastro, etc.”. Dunque, da Wikipedia apprendiamo che Federico Carafa sarà 4° conte di Policastro dal 1574 e morirà dopo l’anno 1593. Riguardo Federico Carafa ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: (60)…..Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Ecc.. (Campanile, p. 50).”. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Dunque, Ebner scriveva che Federico Carafa era figlio di Giovan Battista Carafa e Giulia Carafa (forse Carafa della Stadera), sorella del Conte di Ruvo. Federico era fratello di Pierantonio Carafa che morì senza eredi e quindi la Contea di Policastro andò a Federico che aveva sposato Giulia Russa. Federico Carafa e Giulia Russa ebbero Lelio Carafa. Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’ parlando di Rofrano, nel vol. II, p. 434, nella sua nota (18) postillava che: “(18) La moglie Giulia Ruffo si unì ai creditori per salvare la sua dote.”. Giulia Russa (come dice Ebner parlando di Policastro) o Giulia Ruffo (quando parla di Rofrano) ?. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. Evidentemente quella della nota (60) fu un errore materiale. Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi. La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. La notizia è interessantissima perchè i 10 Feudi che dovette vendere Federico Carafa e la moglie Giulia Ruffo per debiti segnano l’inizio della proprietà di alcuni feudi come Torraca ed il Porto di Sapri che erano stati dei Carafa della Spina. E’ per questo motivo che in seguito, i Palamolla intenteranno delle liti con i Principi Carafa della Contea di Policastro. Dunque, è interessante ciò che scrisse il Ronsini quando dice che: “…..lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi.”. Dunque, Federico Carafa fu costretto a vendere quasi tutta la Contea di Policastro, oltre dieci feudi. E’ molto probabile che Federico Carafa dovette vendere anche il Porto di Sapri, insieme al feudo di Torraca. Infatti, sempre il Ronsini, a p. 25, in proposito scriveva che: “Si ha documento autentico, che a 26 Settembre 1562 Federico Carafa vendè Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10, 500 con R. assenso per ‘verbum fiat’, ma col patto del ‘retrovendendo’. Ciò vuol dire, che non fu vera vendita, ma censo per aver danaro ad interessi con cautela del Creditore sul Feudo. Questo fu veramente esposto venale da S.R.C. del 1576.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) riferendosi a Lelio Carafa postillava che: “(60)….Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca.

Nel 26 settembre 1562, Federico Carafa, 4° Conte di Policastro vendette il feudo di Rofrano a Scipione Scondito

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 434, parlando del casale e del feudo di Rofrano e dei suoi feudatari, i Carafa della Spina, all’epoca del Viceregno Spagnolo, in proposito scriveva che: “Ma i Carafa non tennero a lungo Rofrano. Per debiti (18) il 26 settembre 1562 Federico Carafa vendette Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10.500 (19).”. Ebner nella sua nota (18) postillava che: “(18) La moglie Giulia Ruffo si unì ai creditori per salvare la sua dote.”. Ebner nella sua nota (19) postillava che: “(19) R. assenso per ‘verbum fiat’, ma con patto ‘de retrovendendo’, formula di quei tempi che consentiva di poter ottenere danaro a interesse con ipoteca sui beni.”. La notizia fu tratta dal sacerdote Domenicantonio Ronsini (….), nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano”, a p. 25, in proposito scriveva che: “Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi. La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi creditori per far salva la dote, com dal processo che ho citato.”. La notizia è interessantissima perchè i 10 Feudi che dovette vendere Federico Carafa e la moglie Giulia Ruffo per debiti segnano l’inizio della proprietà di alcuni feudi come Torraca ed il Porto di Sapri che erano stati dei Carafa della Spina. E’ per questo motivo che in seguito, i Palamolla intenteranno delle liti con i Principi Carafa della Contea di Policastro. Dunque, è interessante ciò che scrisse il Ronsini quando dice che: Quale sia stato il governo del Carafa si può dedursi già dal detto, ma con più chiarezza rilevasi dalla lunga serie di gravami, che, come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro Federico Carafa……Non andò guari ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di Rofrano, e quasi tutto lo Stato, che oltre Policastro e i suoi casali comprendeva altri nove Feudi.”. Dunque, Federico Carafa fu costretto a vendere quasi tutta la Contea di Policastro, oltre dieci feudi. E’ molto probabile che Federico Carafa dovette vendere anche il Porto di Sapri, insieme al feudo di Torraca. Infatti, sempre il Ronsini, a p. 25, in proposito scriveva che: “Si ha documento autentico, che a 26 Settembre 1562 Federico Carafa vendè Rofrano a Scipione Scondito per ducati 10, 500 con R. assenso per ‘verbum fiat’, ma col patto del ‘retrovendendo’. Ciò vuol dire, che non fu vera vendita, ma censo per aver danaro ad interessi con cautela del Creditore sul Feudo. Questo fu veramente esposto venale da S.R.C. del 1576.”.

Nel 28 novembre 1563, Annibale Gambacorta sposa Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giorgio Mallamaci (….), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, parlando di Torraca e sulla scorta del Gaetani (….), a p. 36, in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Infatti, dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo di Annibale, Signore di Torraca dal 1539, Patrizio Napoletano = Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, Patrizio Napoletano (+28-II-1563). Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ecc…”. Dunque, se Annibale Gambacorta aveva aquistato il feudo di Torraca il 16 novembre 1583 come faceva ad essere Signore di Torraca dal 1539 al 1563 ? Perchè, Annibale, nel 1539 aveva sposato Giovanna Carafa, contessa di Policastro e signora di Torraca, essendo Giovanna figlia di Fabrizio Carafa, conte di Policastro. Annibale poi muore all’età di 22 anni. Infatti, il Gaetani dice che Annibale sarà signore di Torraca fino al 1563. Forse la data del 16 novembre 1583 dell’acquisto di Torraca è errata ?.  Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Secondo il ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ Annibale, Signore di Torraca dal 1539, Patrizio Napoletano, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, Patrizio Napoletano (+28-II-1563). Famiglia nobilissima d’origine tedesca,  stabilitasi a Pisa nel secolo XII, e signora della città dal 1347 al 1406. Da essa  era uscito il fondatore della Congregazione di S. Maria della Grazia (detta  dei Bottizzelli), Pietro da Pisa (1355-1435), asceso poi all’onore degli altari e  raffigurato in molte tele di pittori insigni. I Gambacorta erano venuti nel Reame al tempo degli Angioini, ed avevano vestito l’abito di Malta fin dal 1391. Una linea ebbe anche il Ducato di Ardore, ma il collegamento con la presente linea sovrana di Pisa non è (ancora) stato documentato. Dal vol. 17 – Raccolta Rassegna Storica dei Comuni leggiamo che:

Gambacorta

Nel 7 ottobre 1571, la Battaglia di Lepanto

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: “Il Granzotto, nel suo recente racconto sulla epica battaglia di Lepanto (1571), in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche, così leggiamo: “Ritrovammo il mare e il sole a poche leghe da Sapri. La levata diede buon frutto in questo povero borgo marinaro devastato dai pirati, che nell’ultima scorreria si erano buttati a profanare sino il cimitero, sollevando le pietre tombali per saccheggiare monili e altri oggetti sui cadaveri stessi. Fummo accolti veramente come fratelli venuti per soccorrere. Non avevamo nessun momento di libertà davanti a questa emozione: ci volevano veder mangiare, camminare, parlare, e guardavano tutto ciò che noi guardavamo. Un barbiere ci stava sempre al fianco, premuroso ed incalzante. Rivolgendosi a noi si ostinava ad usare la lingua latina, che poi traduceva nella parlata del luogo alla folla schierata in silenzio dietro le nostre spalle. Forse era l’immagine di Roma, portata da noi, che gli suggeriva l’impiego del latino, forse la nostra condizione di stranieri, o più semplicemente la vanità di mostrarsi conoscitore di quella lingua così nobile. Prospero, dopo qualche diffidenza, prese la cosa in divertimento. Agli eloqui del barbiere rispondeva con risate schiette, squillanti, fragorose, che gli scuotevano tutta la grande persona e andavano a rimbalzare in mezzo alla gente, spandendo allegrezza e buonumore nel seguito delle altre risa che alle sue tenevano eco. Si fece assai buona raccolta di soldati a Sapri, ma anche negli altri castelli nei quali era stato preparato il bando, a Lauria e a Lagonegro.” (127). Dunque, secondo il Granzotto, a Sapri vennero reclutati molti uomini tra la popolazione del luogo stremata dalle frequenti incursioni di saraceni, ecc…”. Nel mio studio, nella nota (127) postillavo che: (127) Granzotto G., La Battaglia di Lepanto, ed. Mondadori, pp. 128, 129.”. E’ proprio a causa della sua caratteristica e peculiarità di isolamento, della presenza di manodopera qualificata nei porti come quello di Sapri e, a causa delle pessime condizioni in cui versavano le popolazioni del ‘basso Cilento’, questi territori, furono scelti per assoldare uomini forti da portare a combattimento. Un bellissimo passo del giornalista Gianni Granzotto che, nel suo libro ‘La battaglia di Lepanto’ (…), ci racconta come a Sapri, in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, furono assoldati uomini da portare a combattimento. Per lo scontro navale avvenuto a Lepanto  nel 1571, in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche ed ottomane di Dragut-Pascià. Il giornalista Gianni Granzotto, nel suo racconto dell’epica battaglia di Lepanto, fingendo di aver attinto ad un antico racconto manoscritto di un certo (inventato) Antonello Antonelli, ci racconta della disfatta della grande flotta turca-ottomana di Dragut Pascià, attaccata e distrutta nel 5 ottobre 1571 dalla Lega navale cristiana ( veneziani, genovesi ecc..) Gianni Granzotto che, nel suo libro ‘La battaglia di Lepanto’ (…), ci racconta come a Sapri, in occasione dell’epica battaglia di Lepanto, furono assoldati uomini da portare a combattimento. Nello scontro navale avvenuto a Lepanto  nel 1571, in cui le forze cristiane ottennero una schiacciante vittoria sulle armate turche ed ottomane di Dragut-Pascià, il Granzotto, afferma: “Stavamo gocciolando come fontane, coperti di mota fino alle capigliature, quando ritrovammo il mare ed il sole a poche leghe da Sapri. La levata diede buon frutto in questo povero borgo marinaro devastato dai pirati, che nell’ultima scorreria si erano buttati a profanare sino il cimitero, sollevando le pietre tombali per saccheggiare monili e altri oggetti sui cadaveri stessi. Fummo accolti veramente come fratelli venuti per soccorrere. Non avevamo nessun momento di libertà davanti a questa emozione: ci volevano veder mangiare, camminare, parlare, e guardavano tutto ciò che noi guardavamo. Un barbiere ci stava sempre al fianco, premuroso ed incalzante. Rivolgendosi a noi si ostinava ad usare la lingua latina, che poi traduceva nella parlata del luogo alla folla schierata in silenzio dietro le nostre spalle. Forse era l’immagine di Roma, portata da noi, che gli suggeriva l’impiego del latino, forse la nostra condizione di stranieri, o più semplicemente la vanità di mostrarsi conoscitore di quella lingua così nobile. Prospero, dopo qualche diffdenza, prese la cosa in diverse con risate schiette, squillanti, fragorose, che gli scuotevano tutta la grande persona e andavano a rimbalzare in mezzo alla gente, spandendo allegrezza e buonumore nel seguito delle altre risa che alle sue tenevano eco. Si fece assai buona raccolta di soldati a Sapri, ma anche negli altri castelli nei quali era stato preparato il bando, a Lauria e a Lagonegro.” (…). Il racconto del Granzotto continua, affermando che erano nel mese di Agosto del 1571, che Prospero proseguirà il cammino a Lauria e Lagonegro per assoldare altri uomini per la battaglia, mentre colui che racconta si reca invece a Napoli e poi Messina per raggiungere la flotta delle veloci ed agili Gelee veneziane dove si imbarcheranno per raggiungere Lepanto, il luogo dell’epica battaglia il 5 ottobre 1571.

Nel 1557, Sapri ed il Golfo di Policastro nella carta di Pirro Ligorio

Nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Sapri figura anche nella carta “Regni Neapolitani” (fig. 40) di Pirro Ligorio, del 1557, e riprodotta da Abramo Ortellio, nel “Teatrum Orbis Terrarum”, il primo Atlante riprodotto a stampa (111).”. Nel mio studio, nella nota (111) postillavo che: (111) “Regni Neapolitani”, di Pirro Ligorio, del 1557, riprodotta nel “Teatrum Orbis Terrarum” (il primo Atlante pubblicato a stampa), di Abramo Otellio, Anversa edizione del 1570, è tratta dal testo di Mazzetti E., op. cit., vol. II, tav. V.”.

Nel 1579, Prospero De Freda, figlio di Antonio de Freda subentra al fratello Giovanniantonio nei diritti feudali di Torraca

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ecc….”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che nel 1579, alla morte del fratello Giovannantonio de Freda gli succede Prospero de Freda nel feudo di Torraca. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Dal 1500 al 1504 Torraca è posseduta dal nobile Francesco Scondito, mentre nel 1524 risulta essere di Antonio De Freda, marito di Lucrezia Scondito, a pagare i prescritti diritti feudali. Morta Lucrezia le succede prima il figlio Giovannantonio De Freda e poi, nel 1579, il nipote Prospero De Freda. Il 16 novembre 1583 Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Dunque, secondo il Gaetani, alla morte di Francesco Scondito, nel feudo di Torraca successe la figlia Lucrezia Scondito che aveva sposato Antonio De Freda. Antonio De Freda, nel 1524 pagò i diritti feudali del feudo di Torraca. Il Gaetani a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Torraca fu feudo baronale sin dall’età angioina. Dai Cedularia del Grande Archivio di Stato di Napoli, risultano i seguenti baroni: 1525, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio De Freda; nel 1579, succede Prospero De Freda, figlio di Antonio;”. Secondo il Gaetani (….), nel 10 gennaio 1525, Lucrezia Scondito muore e nel feudo di Torraca gli succedono il figlio Giovannantonio (o Giovanniantonio) De Freda. Dopo la morte di Giovannantonio De Freda, nel 1579, nei diritti feudali del feudo di Torraca subentra il figlio di Antonio De Freda, Prospero De Freda. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare……..Di questo periodo, abbiamo notizie abbastanza precise sulle famiglie nobili di Torraca, grazie alla certosina ricerca effettuata da Rocco Gaetani, ………Si è cercato in questo testo di ampliare una lista dettagliata dei relativi baroni che hanno governato il paese dall’inizio del XVI sec. Tra questi: dal 1500 al 1504, compare un certo Magnificus Franciscus Scondito; segue un vuoto di venti anni, fino al 1524 quanto Antonio De Freda, marito della nobil donna Lucrezia Scondito, pagò i diritti feudali divenendone proprietario; gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito.

Nel 16 novembre 1583, Annibale Gambacorta acquistò il feudo di Torraca (e la Terra di Sapri ?) da Prospero De Freda

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: 1500-1504, Magnificus Franciscus Scondito, pro Torraca; 1524, per Lucrezia Scondito il marito Antonio De Freda pagò i diritti feudali; ai 10 gennaio muore Lucrezia e le succede il figlio Giovannantonio de Freda; nel 1579 succede Prospero de Freda figlio di Antonio; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che il 16 novembre 1583, Prospero de Freda vendette il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta. Da questo momento, nel feudo di Torraca si esauriranno i de Freda ed inizierà la saga dei Gambacorta. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Il 16 novembre 1583 Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, ecc…”Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Il Gaetani, a p. 283, nella sua nota (24), postillava le notizie sui feudatari di Torraca tratte dal ‘Cedularia’, del Grande Archivio di Stato di Napoli, e scriveva in proposito che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593 lasciando i figli Orazio, ecc..”. Recentemente Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Alla fine del 1300 il feudo torracchese è oggetto di una lunga serie di vendite, tra i proprietari più importanti si annoverano: i De Freda ed i Gambacorta.”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, ecc…”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “….gli succedette prima il figlio Giovanniantonio e poi nel 1579 il secondogenito Prospero; il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, ecc..”. Prospero De Freda, che subentra a Giovanniantonio De Freda nei diritti feudali di Torraca era il figlio secondogenito di Antonio De Freda e di sua madre Lucrezia Scondito. Il Mallamaci a p. 42 in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono ecc…: . Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ecc…”. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ troviamo che: “Ferdinando Carafa, padre di Giovanna Carafa, era patrizio napoletano e sposato con Diana Ruffo di Calabria”. Dunque, Giovanna Carafa, contessa di Policastro andò sposa ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca dal 1539 al 1563. Giovanna Carafa era figlia di Ferdinando Carafa. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambacorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, secondo il Gaetani (….), dai ‘Cedularia’ si evince che Annibale Gambacorta era sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano. Fabrizio Carafa fu conte di Policastro.

Nel 15 agosto 1585, Lelio Carafa, 5° conte di Policastro, avendo sposato Vittoria di Loria, divenne anche barone di Majerà

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”. Però, sempre Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà”, a p. 75, in proposito scriveva che: “Nel 1566 sposò Giulia di Bernardo di Cosenza, vissuta fino al 1625. Dal loro matrimonio nacquero Vittoria e Beatrice. Vittoria, che, in prime nozze, sposò Lelio Carafa dei Conti di Policastro, Capitoli del 15 Agosto 1585, ratificati il 18 gennaio 1587, fu l’ultima baronessa di Casa Loria a Majerà. Ebbe in dote la Terra, con rendite, “jussi”, vassallaggio, giurisdizione delle prime e seconde cause, il Castello, il bestiame e tutto quanto Alfonso possedeva (19). Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Vittoria restò vedova giovanissima. Lo stato vedovile la rattristò tanto che condusse vita da suora, secondo la regola dominicana, nel Castello di Majerà. Da Lelio e Vittoria erano nate due figlie, Giulia e Maria Carafa.”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono.  Riguardo Lelio Carafa ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Ebner, proseguendo il suo racconto sui Carafa diceva pure che: “Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello). E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Riguardo Lelio Carafa della Spina, Conte di Policastro, ha scritto Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”

I Palamolla di Scalea ed i dissesti finanziari della Contea di Policastro

Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà”, a p. 75 parlando di Alfonso di loria, Signore di Majerà, in proposito scriveva che: “Lo stesso Alfonso intervenne per salvare la Contea di Policastro in crisi, difatti ottenne da Giovan Giacomo Palamolla di Scalea 9.000 ducati in prestito, con l’interesse del nove per cento, che devolvette ai Conti di Policastro, e la Contea non fu venduta (20). Ecc…”. Il Campagna, a p. 75, nella sua nota (19) postillava che: “(19) Vanni cit.”. Il Campagna a p. 75, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Vanni cit.”. Il Camapgna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono. Dunque, il Campagna, sulla scorta del manoscritto di Vanni (….) scriveva che Giovan Giacomo Palamolla di Scalea prestò 9.000 ducati ad Alfonso di Loria che li donò al consuocero Lelio Carafa, conte di Policastro e sposo di Vittoria di Loria per salvare la Contea di Policastro dai gravi dissesti finanziari e debiti in cui Lelio versava.

Nel XV secolo, Torraca e Sapri e sua popolazione

Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 39, riferendosi all’epoca Agaronese in proposito scriveva che: “In questo periodo, ossia nel XV secolo, Torraca dopo aver superato il terribile periodo della Peste Nera, ebbe un incremento della popolazione. Nel 1445 fu tassata per 63 fuochi per cui raggiunse le 378 anime (63 x 6), senza contare coloro che non venivano tassati.”. Scrive il Gaetani (…), che: “Il 16 novembre 1583, Prospero De Freda, vende il feudo di Torraca ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni;”. Il Mallamaci a pp. 40-41 aggiungeva che: “Da questo periodo e per tutto il secolo XVI, la popolazione continuò nella sua crescita. Dai Cedolari angioini risulta che nel 1532, (Cedolari Angioini nel 1532 ?), il paese era tassato per 69 fuochi, quindi pari a 414 abitanti; nel 1545 crebbe a 76 fuochi, pari a 456 abitanti; nel 1561 a 86 fuochi, ossia 516 abitanti, fino a raggiungere i 100 fuochi nel 1595, che possono tradursi in ben 600 anime, che per quel periodo, era da considerarsi un centro di media importanza. Quello focatico era il sistema di tassazione, poichè si basava sul nucleo familiare….”.

Nel 1593, il feudo di Torraca passò ai figli di Annibale Gambacorta e poi a Fabrizio Gambacorta

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, riferendosi ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca in proposito scriveva che: “Alla sua morte avvenuta nel 1593, gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio di Limatola, insieme ai fratelli, Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signori di Limatola e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; Giovanna, signora di Torraca; Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di limatola. Il 25 ottobre 1599, Decio Palamolla dei Scipione, acquistò il feudo di Torraca e di Sapri per 13.700 ducati.”.

Nel 1593, muore Annibale Gambacorta sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Annibale Gambacorta, alla cui morte, avvenuta nel 1593, gli succedono i figli Orazio, Scipione e Giovanni. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, riferendosi ad Annibale Gambacorta, signore di Torraca in proposito scriveva che: “…….patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ecc…. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; Giovanna, signora di Torraca; Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Sempre il Mallamaci scrive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”.

Nel 1593, Scipione e Costanza Gambacorta, alla morte di Annibale Gambacorta ereditano il feudo di Torraca

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 e lascia i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Secondo il Mallamaci (…), nel 1593, alla morte di Annibale Gambacorta, nel feudo di Torraca subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Alla morte di Annibale il feudo di Torraca era andato ai suoi figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Scrive Giovanni Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ troviamo “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola; ed i figli: Costanza (+Marianella 16-XII-1634) = 18-V-1617 Don Alfonso Carafa, 2° Duca di Cancellara (+2-XII-1673); Don Scipione, Signore e 1° Principe (per Diploma del Re di Spagna) di Frasso, Signore di Torraca fino al 1598, Cavaliere dell’Ordine di Calatrava (+Frasso 6-XI-1654) = Maria Gambacorta, figlia di Cesare Gambacorta, e di Porzia Caracciolo dei Signori di Trecentola (+1672).”. Dunque, troviamo che i “pupilli”, i figli di Pompeo e Giovanna Gambacorta, Costanza Gambacorta, figlia di Pompeo, morì a Marianella nel 16 dicembre 1634 ed il 18 maggio 1617 sposò Don Alfonso Carafa, 2° Duca di Cancellara.  Troviamo pure che ‘Don Scipione Gambacorta’, Signore di Frasso e “Signore di Torraca fino al 1598“. Don Scipione Gambacorta, altro figlio di Pompeo e di Giovanna Gambacorta, aveva sposato Maria Gambacorta, figlia di Cesare Gambacorta e di Porzia Caracciolo dei Signori di Trentola.

Nel 1595, Torraca contava 100 fuochi che moltiplicato per 6 = 600 abitanti

Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.

Nel 1596, Fabrizio Gambacorta sposò Virginia Gambacorta dei signori di Limatola

Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Dunque, scriveva il Mallamaci che dopo la morte di Annibale Gambacorta, nel 1563, nel ramo dei Gambacorta di Napoli troviamo un “Fabrizio e Giovanna (+ 1596), Signori di Torraca e di Frasso”. Il Mallamaci a p. 42, dopo aver parlato dei figli di Annibale Gambacorta, Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta, Signori di Torraca dopo la morte del padre avvenuta nel 1563 (o 1593 ?), in proposito scriveva che: “……a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; ecc…”. Chi era questo Fabrizio Gambacorta ?. Fabrizio Gambacorta era figlio di Annibale Gambacorta (che aveva acquistato il feudo di Torraca da dei De Freda). Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Fabrizio, Signore di Torraca, Patrizio Napoletano = Virginia Gambacorta, Signora di Limatola, Vico, Frasso e Melizzano, figlia di Marcantonio Gambacorta, Signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei Signori di Palestrina”. Dunque, dal ‘Libro d’Oro’ si evince che Fabrizio Gambacorta aveva sposato Virginia Gambacorta, Signora di Limatola, Vico, Frasso e Melizzano. Si evince pure che Virginia Gambacorta era figlia di Marcantonio Gambacorta, Signore di Limatola, sposato con Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Anche il Mallamaci, sulla scorta dei ‘Cedularia’ della Real Camera della Sommaria, scriveva che dopo Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano, seguirono Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Dunque, Virginia Gambacorta, era figlia di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea‘, si evince che:  “Virginia, Signora di Vico, di Frasso fino al 1587, Signora di Melizzano fino al 1576, Signora di Limatola fino al 1570 (+16…) = a) Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca = b) 157… Marcello Pignatelli dei Marchesi di San Marco, Patrizio Napoletano (*Napoli 18-I-1561, +Napoli 20-IV-1580) = c) Fabrizio Cossa, Signore di Vairano e Presenzano“. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 41, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: “Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Dunque, gli sposi Fabrizio Gambacorta e Virginia Gambacorta, signori di Limatola e Torraca, ebbero come figli Giovanna Gambacorta, signora di Torraca che, nel 1596 ereditò il feudo di Torraca alla morte dello zio Pompeo Gambacorta. Dal vol. 17 – Raccolta Rassegna Storica dei Comuni leggiamo che: “Feudatari di Limatola della Famiglia Gambacorta: 4) Virginia Gambacorta. Nacque da Marcantonio Gambacorta e da Isabella d’Alessandro. Andò sposa, in prime nozze a Fabrizio di Annibale Gambacorta. Rimasta vedova, si rinchiuse nel monastero di Santa Maria Coeli. Vendette il feudo di Limatola nel 1570 allo zio Francesco, quello di Melezzano nel 1576 a Porzia Gambacorta ecc….Uscita dal monastero, si rimaritò, prima con Maecello Pignatelli e, poi, con Francesco Cossa, signore di Vairano.”. Dunque, Virginia Gambacorta, in prime nozze sposò Fabrizio Gambacorta figlio di Annibale Gambacorta, signore di Torraca ed è per questo matrimonio che Fabrizio Gambacorta, figlio di Annibale diventò anche signore di Limatola. Una linea ebbe anche il Ducato di Ardore, ma il collegamento con la presente linea sovrana di Pisa non è (ancora) stato documentato:

Gambacorta

Nel 1596-7 muore Pompeo Gambacorta, signore di Torraca e di Frasso

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: “…….a questi seguono: ecc….Giovanna, signora di Torraca; Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, ecc…”. Dunque, il Mallamaci, sulla scorta dei ‘Cedularia’ della Real Camera della Sommaria, scriveva che dopo Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano, seguirono Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina. Fabrizio Gambacorta e Virginia Gambacorta, signori di Limatola e Torraca, ebbero come figli Giovanna Gambacorta, signora di Torraca che, nel 1596, alla morte dello Pompeo Gambacorta, signore di Frasso ereditò il feudo di Torraca. Dunque, secondo i ‘Cedularia’ Pompeo Gambacorta, signore di Frasso muore nel 1596-7 e gli succede nel feudo di Torraca Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e di Virginia Gambacorta, dei signori di Limatola. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola.”. Dunque, Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso, nel 1596 aveva sposato Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca e figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro ecc..’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca = Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta.

Nel 1596, Giovanna Gambacorta, figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta diventa signora di Torraca

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giorgio Mallamaci a p. 42 riferendosi a dopo la morte di Annibale Gambacorta, in proposito scriveva che: “il 16 novembre 1583 lo stesso Prospero De Freda vende il feudo al patrizio napoletano Annibale Gambacorta, sposato con Giovanna, figlia di Ferdinando Carafa dei Duchi di Ariano, il quale diviene signore di Torraca; gli subentrarono i figli Orazio, Scipione e Giovanni; a questi seguono: Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e patrizio napoletano; Virginia Gambacorta, signora di Limatola, insieme ai fratelli Vico, Frasso e Melizzano, figli di Marcantonio Gambacorta, signore di Limatola, e di Isabella Colonna dei signori di Palestrina; ecc…”. Dunque, dai ‘Cedularia’ conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, si evince che Annibale Gambacorta muore nel 1593 e lascia i figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Alla morte di Annibale il feudo di Torraca era andato ai suoi figli Orazio, Scipione e Giovanni Gambacorta. Pare che il feudo di Torraca passasse a Giovanna Gambacorta, figlia di Fabrizio Gambacorta e di Virginia Gambacorta che avevano ereditato il feudo di Torraca da Annibale Gambacorta che, nel 1563 aveva sposato Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa dei duchi di Ariano. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 42, parlando di Torraca sulla scorta del Gaetani (….) in proposito scriveva pure che: Pompeo Gambacorta, signore di Frasso deceduto il 1596. Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola.”. Dunque, secondo i ‘Cedularia’ Pompeo Gambacorta, signore di Frasso muore nel 1596 e gli succede nel feudo di Torraca Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca e di Virginia Gambacorta, dei signori di Limatola. Secondo il ‘Libro d’Oro della nobiltà mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca”, che aveva sposato Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7). Infatti, nel ‘Libro d’Oro ecc..’ leggiamo “= Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’, alla voce ‘Gambacorta’ leggiamo che: “Pompeo, Signore di Frasso dal 1593, Patrizio Napoletano (+1596/7) = Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei Signori di Limatola.”. Dunque, Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso, nel 1596 aveva sposato Giovanna Gambacorta, Signora di Torraca e figlia di Fabrizio e di Virginia Gambacorta. Nel ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’ leggiamo “Giovanna, Signora di Torraca = Pompeo Gambacorta, Signore di Frasso (+1596/7)”. Giovanna era figlia di Fabrizio Gambacorta, Signore di Torraca e di Virginia Gambacorta.

Nel 1597, un borgo marinaro detto “Portus Saprorum” nel verbale della visita episcopale di mons. Filippo Spinelli vescovo di Policastro

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli nel Cilento’, nel vol. I e a p. 131, parlando della chiesa di Sapri e delle parrocchie, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Diocesi di Policastro (ADP) vi sono custoditi 23 grossi volumi relativi a visite pastorali eseguite alle locali parrocchie tra gennaio 1597 e i primi del ‘900, non sempre di facile lettura, data la carta spugnosa adoperata. Anche per questo abbiamo selezionate le visite ritenute più ricche di informazioni ed anche più rispondenti alle finalità del saggio. Le più antiche risalgono al gennaio 1597, all’arcivescovo Filippo Spinelli, cardinale e vescovo di Policastro. Egli iniziò le sue visite rocchie, tra cui quella di Torraca “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter”, notizia interessante in quanto conferma come già nel ‘500 quel villaggio marinaro aveva perduta l’antica denominazione (Portum, Portus Saprorum) ed acquisiva quella attuale.”. Dunque, secondo Pietro Ebner all’Archivio Diocesano di Policastro si conservano i verbali delle visite pastorali dei Vescovi di Policastro alle locali parrocchie di Torraca e di Sapri almeno dal 1597. Sempre Ebner a p. 131 del vol. I continuando il suo racconto parlando dei Verbali e delle visite episcopali effettuate dai vescovi della Diocesi di Policastro nelle diverse parrocchie, ne cita una del Vescovo di Policastro Filippo Spinelli effettuata a Torraca ed in particoalre il più antico verbale esistente nella Diocesi, ovvero il verbale della visita nella parrocchia a Torraca nel 1597 scrivendo che: “Le più antiche risalgono al gennaio 1597, all’arcivescovo Filippo Spinelli, cardinale e vescovo di Policastro. Egli iniziò le sue visite alle parrocchie, tra cui quella di Torraca “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter”, ….”. La notizia fornitaci da Ebner, come luoi stesso affema: “…..notizia interessante in quanto conferma come già nel ‘500 quel villaggio marinaro aveva perduta l’antica denominazione (Portum, Portus Saprorum) ed acquisiva quella attuale.”. La notizia che, nel verbale della visita pastorale del vescovo Spinelli alla parrocchia di Torraca, Sapri, era citato come “distante a portu qui dicitur di Sapri duo miliaria circiter” ovvero che, Torraca era distante circa due miglia dal detto Porto di Sapri, testimonia che nel 1597, Sapri, era un centro e forse era un piccolo borgo marinaro con un porto. Inolte, come afferma lo stesso Ebner, Sapri, nel 1597, nei verbali della Curia diocesana veniva denominato “portu qui dicitur di Sapri” e dunque, secondo l’Ebner aveva perso l’antica denominazione di “Portum, Portus Saprorum”. Insomma, da questi documenti all’epoca del Viceregno Spagnolo, Sapri era chiamato “Porto di Sapri”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 41 in proposito scriveva che: “I documenti ufficiali, come le Sante Visite Pastorali dei Vescovi di Policastro spesso presentano rilievi statistici, ma sempre tratteggiano il vigore e lo svolgimento del culto e della vita religiosa, sia nelle parrocchie, che nelle campagne, evidenziando elementi positivi o negativi circa i luoghi sacri esistenti dentro (‘intra’) o fuori le mura o l’abitato (‘extra moenia’). Questi ultimi erano appunto detti ‘rurali’ perchè edificati in campagna ecc….Ancora oggi si ammirano cappelle, edicole e croci presso i villaggi o nelle diramazioni delle vie interpoderali, non solo nelle vallate, ma anche sui monti. Alla fine del 1500 non risulta alcuna notizia in proposito, a parte la precarietà dei documenti. Torraca, visitata da Mons. Filippo Spinelli, non porta alcuna citazione (38). Il territorio, fino al mare, era sotto la giurisdizione del Parroco di S. Pietro Apostolo, D. Ferdinando Magaldi.”. Il Tancredi, a p. 41, nella sua nota (38) postillava che: “(38) A.D.P.: SS. Vis. Past. di Filippo Spinelli: Torraca 1597, Vol. 3°, p. 1-58.”. Il sac. Rocco Gaetani (….), nel suo  ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, nel 1906, riferendosi e parlando del Barone di Torraca e Signore del Porto di Sapri (“Portus Saprorum”) affermava che:in Sapri, i primi che si fanno vedere sono alcuni cittadini di Torraca: sono proprietari e lavoratori di vigne vitiferi e viniferi…viniferi…“, ed ancora: “la piccola colonia agricola dei torracchesi si crebbe di numero ed ebbe bisogno di baratti, di vendita, di compera dicose mangerecce e di altre mercanzie necessarie alla vita. Il barone vi esercitava una specie di monopolio coi campagnuoli, marinai e passanti, possedendovi una taverna, e volendo, pur non avendo diritto di proibire, ius prohibendi, tutto per sè col l’altrui danno, vietò  ogni commercio, l’apertura di altre osterie e perfino di edificarle. I torracchesi….si querelarono con la regia podestà ed ebbero giustizia.”.

Nel 25 maggio 1598, Scipione e Costanza Gambacorta, figli (“pupilli”) di Annibale vendono il feudo di Torraca a Decio Palamolla, signore di Scalea e di Pappasidero

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700” parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, ecc….”. Dunque, in questa nota il Celico aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. I “pupilli” (fratelli) Costanza e Scipione Gambacorta, figli di Pompeo Gambacorta, nel 1598 vendettero il Feudo di Torraca a Decio Palamolla. L’atto di acquisto del feudo di Torraca fu registrato il 25 maggio 1599 a favore di Decio Palamolla. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a pp. 38-39, in proposito scriveva che: “Stando ai ‘Cedularia’ del Regno di Napoli, troviamo come Baroni: Francesco Scondito (1500-1504), Lucrezia Scondito – Antonio De Freda (1524), Giovannantonio De Freda (1524), Prospero De Freda (1579-1583), Annibale Gambacorta (1583-93), Barone Palamolla (1599-1910)(30).”. Il Tancredi a p. 38, nella sua nota (30) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: sec. XVI.”. Sempre il Tancredi a p. 39 scriveva che: “Il primo dei cosiddetti “Baroni di Torraca e Signori del Porto di Sapri” fu Decio Palamolla, che comprò il feudo il 25 maggio 1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati (32).”. Il Tancredi a p. 39, nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”.

Nel 1598, i Palamolla di Scalea, baroni di Papasidero e di Calabria

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 54, in proposito scriveva che: “Nel 1571 nel palazzo “Palamolla” nasceva, dalla nobil donna Clarice Di Alitto dei baroni di Papasidero e dal dottore in legge Gian Giacomo Palamolla, secondogenito di quattro figlioli, Lucio. Lucio Palamolla etc…”. Dunque, Lucio Palamolla era figlio della coppia Gian Giacomo Palamolla e della nobile donna Clarice Di Alitto, dei baroni di Papasidero in Calabria. Da questa unione, nel 1571 nacque Lucio. Lucio era il figlio secondogenito. Da questa unione nacque anche Decio Palamolla che come vedremo nel 1598 acquistò il feudo di Torraca ed il Porto di Sapri da Scipione e Costanza Gambacorta. Decio Palamolla sposò Brianna Gaetani, del seggio di Nido. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, ecc…”. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 40-41 aggiungeva che: Decio Palamolla, barone di Scalea, il quale vi si trasferisce ecc…Decio, figlio di Giacomo e Clarice di Di Alitto dei baroni di Pappasidero di Calabria, sposò Brianna Gaetani. Dopo di lui nei successivi tre secoli si ebbero ecc…”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 in proposito scriveva che: “Decio era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei Baroni di Papasidero; sposò Donna Brianna Gaetano del seggio di Nido.”. Dunque, secondo il Tancredi che scriveva sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (….), Decio Palamolla era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei baroni di Papasidero (“Pappasidero”). Decio Palamolla sposò donna Brianna Gaetano del seggio di Nido. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “1° Decio Palamolla primo Barone di Torraca e di Sapri, figlio di Giacomo Palamola e di Clarice di Alitto, dei Baroni di Pappasidero. Decio ebbe per moglie Donna Brianna Gaetano.”. Riguardo i Palamolla di Torraca, Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, venne immessa nella baronia della Torraca con signoria sul porto di Sapri. Decio, figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice de Alitto dei baroni di Papasidero, sposò donna Brianna Gaetani del seggio di Nido. Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”

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Papasidero (Papàs Isidoros, Παπάς Ισίδωρος in greco) è un comune di 665 abitanti della provincia di Cosenza; il suo territorio è la riserva naturale orientata della Valle del Fiume Lao (DM Ambiente – Luglio 1987). I Palamolla, pur essendo baroni di Papasidero vissero molto a Scalea dove si può ammirare il bel Palazzo Palamolla. Il palazzo fu abitato dai Palamolla che si trasferirono a Scalea nel XIV secolo per sfruttare l’economia commerciale del tempo attraverso il traffico marino. In tempi più recenti fu sede della caserma dei Carabinieri, poi durante l’ultimo conflitto fu adibito a caserma per i soldati della difesa costiera. Decio Palamolla sposò Brianna Gaetano e nei successivi tre secoli si susseguirono ben 7 baroni della stessa dinastia: Carlo, Vespasiano, Francesco, Biagio etc. Sposò donna Brianna Gaetano del seggio di Nido a Napoli. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, ecc…”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine- cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 14 cita un interessante notizia che riguarda proprio i Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto in proposito scriveva che: “Nell’ottobre del 1579, intanto, era redatta ed inoltrata informativa dal m.co Giovanni Palamolla (10), luogotenente della Portolania di Calabria con la quale si dava notizia della “cattura” alla Regia Camera che il 10 novembre scriveva al Palamolla perchè “prendesse li mori e li mandasse in Vicaria” (11), trasferendoli nella disponibilità del vicario reale, vale a dire sotto giurisdizione “criminale”. Il maestro portolano aveva cura di esigere le imposte attinenti alle “merci” che entravano e uscivano per mare, dei naufragi e di “far stare conce le strade”. Ma d. Pietro Exarque ne lasciò andare solo uno ecc…”. Il Celico racconta che sulle spiagge di Tortora furono catturati dei saraceni o mori che il feudatario di Tortora don Exarque trattenne nel suo maniero di Lauria e che all’epoca, il 10 novembre 1597 la Real Camera della Sommaria di Napoli, informata dal maestro portolano delle Calabrie, Giovanni Palamolla di Tortora ordinò di inviare alla Vicaria a Napoli. Nel 2006, Amito Vacchiano (…), nel suo “Scalea antica e moderna” a pp. 150-151 in proposito così scriveva: “…a Scalea verso la fine del secolo XVI vi furono i primi timidi segni di ripresa. Pare che i Palamolla riuscissero ad incrementare l’industria serica. Anche il commercio, a cui si dedicavano, oltre ai Palamolla, le famiglie Caputo, Macrino e Manfredi, riprese a svilupparsi.” e,  poi ancora sui Palamolla a p. 153 scriveva ancora che: “In questo periodo Scalea offrì alla Chiesa un suo grande cittadino, che incarnava in modo perfetto la nuova sensibilità spirituale della Chiesa post-tridentina: padre Costantino Palamolla.”. Sempre il Vacchiano a p. 157 scriveva che: “In quest’epoca i Palamolla lasciarono per sempre Scalea. Erano diventati tanto ricchi da comprarsi dai Gambacorta il titolo di baroni di Torraca, con relativi castello e feudo.”.

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(Fig….) Gaetani (…), ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nota (24)

Nel 25 ottobre 1599, Decio Palamolla registra  l’acquisto del feudo di Torraca venduto da Scipione e Costanza Gambacorta, figli di Fabrizio

Nel cercare di ricostruire la vicenda storico-urbana di Sapri ho cercato in alcune notizie riguardanti Torraca, da cui il territorio saprese probabilmente dipendeva. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel 1904, nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” parlando di Torraca e dei suoi Baroni in proposito a p. 19 scriveva che: “Avendo interrogato nel grande archivio di Stato in Napoli, i ‘Cedularia’, ci hanno dato i nomi ed i tempi dei baroni: ……; ai 16 novembre 1583 Prospero de Freda vende il feudo ad Annibale Gambacorta, morto il 1593, lasciando i figli Orazio, Scipione e Giovanni; ai 25 di ottobre 1599 Decio Palamolla dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta comprò il feudo per tredicimila e settecento ducati.”. Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700” parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, ecc….”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, a p…., scriveva che: “Nell’ottobre 1599, Decio Palamolla, dai pupilli Scipione e Costanza Gambacorta, comprò il feudo di Torraca per 13.700 ducati.”. Giorgio Mallamaci (….), nel suo “Torraca. Storia di un borgo del Cilento”, a pp. 40-41 aggiungeva che: Alla morte di Pompeo il feudo passò a Giovanna Gambacorta, signora di Torraca, figlia di Fabrizio Gambacorta, signore di Torraca, e di Virginia Gambacorta dei signori di Limatola. Il 25 ottobre 1599, Decio Palamolla dei Scipione, acquistò il feudo di Torraca e di Sapri per 13.700 ducati. Nel 1599 il feudo di Torraca passa nelle mani di Decio Palamolla, barone di Scalea, il quale vi si trasferisce ecc…Decio, figlio di Giacomo e Clarice di Di Alitto dei baroni di Pappasidero di Calabria, sposò Brianna Gaetani. Dopo di lui nei successivi tre secoli si ebbero ecc…”. Dunque, secondo il Mallamaci (…) che scriveva sulla scorta delle notizie riportate dal Gaetani (…), il 25 ottobre 1599, Decio Palamolla “dei Scipione”, barone di Scalea acquistò il feudo di Torraca e di Sapri per 13.700 ducati dai fratelli Scipione e Costanza Gambacorta. Decio Palamolla era figlio di Giacomo Palamolla e Clarice d’Alitto, baroni di Papasidero in Calabria. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, sulla scorta del Gaetani a p. 192, parlando di Torraca in proposito scriveva che: “Il 25 ottobre 1599 il feudo di Torraca passa a Decio Palamolla – figlio di Giacomo e di Clarice di Alitto, baroni di Papasidero – che lo compra per 13.700 ducati e diviene primo barone di Torraca e di Sapri. Il borgo era tassato, al tempo, per 100 fuochi (circa 500 abitanti)(3). Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 in proposito scriveva che: “Il primo dei cosiddetti “Baroni di Torraca e Signori del Porto di Sapri” fu Decio Palamolla, che comprò il feudo il 25 maggio 1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati (32). Decio era figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice di Alitto dei Baroni di Papasidero; sposò Donna Brianna Gaetano del seggio di Nido.”. Riguardo i Palamolla di Torraca, Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) La famiglia Palamolla, originaria di Scalea, per l’acquisto effettuato da Decio Palamolla nel 1598 e registrato il 25.5.1599 da Scipione e Costanza Gambacorta per 13.700 ducati, venne immessa nella baronia della Torraca con signoria sul porto di Sapri. Decio, figlio di Giacomo Palamolla e di Clarice de Alitto dei baroni di Papasidero, sposò donna Brianna Gaetani del seggio di Nido. Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 a Decio Palamolla. Dunque, in questa nota il Celico aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla, Barone di Torraca che comprò dai figli di Pompeo Gambacorta, Scipione e Costanza Gambacorta ma solo più tardi la Terra di Sapri fu acquistata dai conti di Policastro, don Fabrizio e donna Giulia Carafa. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: A proposito di Torraca il Giustiniani (cfr. L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1805) scrive: “Torraca, ecc…e gli abitanti, al numero di circa 1400, sono addetti alla agricoltura ed alla pastorizia”. Un ramo dei Palamola si spostò da Scalea a Torraca, dando origine al ramo baronale che inizia con Decio, primo barone di Torraca e Sapri, figlio di Giacomo Palamolla e di Beatrice di Alitto dei baroni di Pappasidero, Decio sposa donna Brianna Gaetani del seggio di Nido in Napoli. Ecc…”.

Nel 22 luglio 1601, Fabrizio Carafa e la nipote Giulia Carafa, conti di Policastro e di Majerà si sposano con dispensa apostolica

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava su Giovanni Carafa della Spina scrivendo che: Da Carlo V nel 1523 ebbe in dono ducati 400 annui “sopra le tratte del Regno” e creato consigliere di Stato. Sposò Giovannella Sanz, da cui Pierantonio. Questi sposò la figlia dei senesi Tolomei, da cui Giovan Battista, il quale sposò Giulia Carafa, sorella del Conte di Ruvo, da cui Pierantonio morto senza eredi. La contea passò così al fratello Federico che sposò Giulia Russa, da cui Lelio. Da costui solo Giulia, contessa di Policastro. Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Il quinto conte di Ruvo, Fabrizio Carafa sposò Porzia Carafa, figlia del conte di Policastro (Campanile, p. 50).. Ebner si riferiva al testo di Filiberto Campanile (….), ‘L’Historia dell’illustrissima famiglia di Di Sangro descritta da Filiberto Campanile”, edito a Napoli, il 1615, Stamperia Longo; si veda pure dello stesso autore: ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili scritte dal Signor Filiberto Campanile etc’, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195. Il testo di Giuseppe Campanile (….), ‘Notizie di Nobiltà etc.’. Giuseppe Campanile fu un genealogista. Figlio di Filiberto Campanile (….), membro di una famiglia nobile originaria di Tramonti, Giuseppe nacque a Diano (l’odierna Teggiano) intorno al 1616. Nel 1672 pubblicò la sua ultima ma più celebre opera, le Notizie di nobiltà, che tratta del significato degli stemmi delle famiglie nobili del Regno di Napoli e della loro origine e genealogia. Un’altra notizia interessante che riguarda i Carafa della Spina, conti di Policastro ci è sempre riferita dal Campagna (…) che a p. 163 in proposito scriveva che: “Nel 1639 il dott. Marc’Aurelio Perrone, “Galantuomo di Buonvicino”, dopo aver venduto la Terra di Majerà a Giuseppe Guerra (aveva acquistato quel feudo da Francesco Carafa (191) il 3 aprile dell’anno precedente per 34.500 ducati), ecc…”. Il Campagna a p. 163 nella sua nota (191) postillava che: “(191) Figlio di Fabrizio e di Giulia, primogenita di Vittoria di Loria, morta all’età di 21 anni, come si rileva da una lapide in “S. Maria di Casale”, ora S. Domenico, di Majerà.”. Pietro Ebner (….), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, a p. 340, nella sua nota (60) postillava che: “…..Fabrizio, quarto figliuolo di Federico, ad evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa. Ecc…. Dunque, secondo l’Ebner (…), Lelio Carafa fu l’unico erede maschio di Federico Carafa, Conte di Policastro e di Giulia Russo. Ebner scrive pure che “Da costui solo Giulia, contessa di Policastro”. Dunque, l’Ebner scrive che Giulia Carafa fu l’unica erede femmina di Lelio Carafa e Giulia Russa. Dal ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Lelio (+ ca. 1603), 5° Conte di Policastro e Patrizio Napoletano. = Vittoria di Lauria, figlia di Alfonso Signore di Maierà (divenne erede del feudo alla morte del fratello).”. Dunque, secondo l’Ebner, Fabrizio Carafa, 4° figlio di Federico Carafa, sposò la nipote Giulia Carafa, figlia di Lelio Carafa e unica erede della Contea di Policastro. Sempre il Celico (…), nel suo libro su Tortora, parlando di Majerà, a p. 34 in proposito scriveva che: “Da Alfonso fu trasferita a Luise nel 1549 e poi ad Alfonso junior fino al 1558 e da Vittoria, primogenita di Alfonso junior, nacque D. Giulia moglie di D. Fabrizio Carafa conte di Policastro, che portò a titolo e feudo in quella casata, nella quale si estinse questo ramo dei Loria, mantenuti quasi ininterrottamente fino al 1718. D. Giulia, morta nel 1608 a soli ventuno anni e senza eredi, fu sepolta nella Chiesa di S. Domenico di Majerà ove riposava anche il nonno Alfonso……I Carafa, dal 1667 duchi di Majerà, trasferitisi da Pisa a Napoli ecc…”. Dunque, il Celico scriveva che donna Giulia Carafa, figlia di Alfonso Junior Carafa e di Vittoria di Loria, diventò moglie di suo zio Fabrizio Carafa, conte di Policastro e figlio di Federico Carafa. Fabrizio e Giulia si sposarono il 22 luglio 1601 e Giulia Carafa, sua moglie morì nel 1608 all’età di 21 anni. Infatti, Fabrizio poi si risposò.  Chi erano i coniugi, conti di Policastro, Fabrizio e Giulia Carafa ?. Ritornando ai coniugi Carafa, Fabrizio, Conte di Policastro e sua moglie Giulia Carafa, contessa di Majerà, figlia ed erede di Vittoria Loria, contessa di Majerà in Calabria e nipote di Fabrizio Carafa, conte di Policastro che sposò. Dal ‘Libro d’Oro della Nobiltà Mediterranea’ leggiamo che: “Fabrizio (+ post 3-1630), Patrizio Napoletano. a) = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 sua nipote Giulia Carafa 6° Contessa di Policastro b) = 30-4-1609 Eleonora, figlia del Nobile Giovan Girolamo Santacroce e di Cornelia Gaeta, già vedova di Michele Gentile. E1. Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa”. Dal ‘Libro d’Oro etc..’, leggiamo che il VII° conte di Policastro, Fabrizio Carafa con Dispensa Apostolica del 22 luglio 1601 sposò nel 1608 sua nipote Giulia Carafa che diviene così la VI contessa di Policastro e “che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122)”. Riguardo invece gli sposi e congiunti don Fabrizio Carafa e Giulia Carafa sua nipote, nel ‘Libro d’Oro della nobiltà Mediterranea’ leggiamo che “Giulia (+ 1608), 6° Contessa di Policastro e Signora di Maierà. = (con Dispensa Apostolica) 22-7-1601 suo zio Fabrizio Carafa.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, Fabrizio Carafa, quarto figlio di Federico Carafa, per “…evitare che la contea cadesse in altre mani, sposò la nipote Giulia con dispensa del papa.”. Orazio Campagna (….), che a pp. 145-146 parlando di Majerà in Calabria, e dei ‘Loria’ in proposito scriveva che: “I Loria, così entrati nella storia della Terra, per oltre un secolo e mezzo ne determinarono le sorti (120). Ultima baronessa fu Vittoria, primogenita di Alfonso, la quale, nel 1598, eredito Majerà ecc…Figlia ed erede di Vittoria Loria fu Giulia Carafa, che portò in dote la Terra di Majerà a Fabrizio Carafa, conte di Policastro (122). Passò, successivamente, da Fabrizio a Francesco Carafa. Nel 1638 fu venduta ecc..”. Il Campagna (…), a p. 145 nella sua nota (122) postillava che: “(122) Di Giulia Carafa si legge la seguente iscrizione incisa sul marmo nella chiesa di S. Maria del Casale; in alto vi è lo stemma dei Carafa della Spina: “D. Iuliae Carafae Polycastri comitissa Polycastrensis domus jam collabentis instauratrici coniugi amatissimae D. Fabritius Carafa unico vitae suae oblectamento immature viduatus obiit MDCVIII etatis sue XXI”. I Carafa furono signori di Policastro dal 1496. Fabrizio, sposo di Giulia, ne fu il VII conte. Apparentati ai Sismondi di Pisa, i Carafa ebbero un papa, Paolo IV (Giampietro Carafa), ecc…”. Sempre il Campagna parlando dei Carafa a p. 145, nella sua nota (122) postillava che: “(122) Da Anonimo, ms. del 1719, “Osservazioni intorno alla scrittura uscita per la primogenitura dè Signori di Forlì nella Famiglia Carafa della Spina, colle quali si dimostra essere gli Principi della Roccella i Primogeniti della universale famiglia Carafa, D.S.G.F.A.P.d.R, anno 1691″, presso Arch. Episc. di Policastro Bussentino; G. Campanile, ‘Notizie di nobiltà, etc., cit.; V. Nocito, ‘Notizie storiche della città di Belvedere Marittimo, etc., Genova, 1947.”. Dunque, il Campagna scriveva che la Baronessa Vittoria di Loria era la figlia primogenita di Alfonso Loria. Vittoria di Loria sposò il conte di Policastro Lelio Carafa e gli portò in dote la terra di Majerà. Vittoria di Loria e Lelio Carafa ebbero un unica figlia erede Giulia Carafa della Spina che poi in seguito sposò lo zio Fabrizio Carafa a cui portò in dote la terra di Majerà. Riguardo il Conte di Policastro Fabrizio Carafa. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 260, parlando della contea di Policastro dopo la morte e la successione di Alfonso di Loria, nel 1597, nella sua nota (87), in proposito postillava che: “(87) Alla morte di Alfonso di Loria, 1597, la baronia di Majerà passò ai Carafa, difatti Vittoria di Loria, primogenita di Alfonso, aveva sposato Lelio Carafa, dei conti di Policastro, in F.A. Vanni, ‘Cronica di Majerà’, ms. cit.”Orazio Campagna (….), nel suo “Storia di Majerà” a p. 76, dopo aver parlato di Vittoria di Loria, figlia di Alfonso e sposa di Lelio Carafa, Conte di Policastro, la cui contea il padre Alfonso aveva contribuito a salvare dai dissesti finanziari, in proposito scriveva che: “Intanto il 2 Ottobre dello stesso anno (1597) moriva Alfonso di loria, che veniva seppellito nella Chiesa di S. Domenico (21). Il quattro settembre del 1598 da Vittoria e Fabio Bologna nacque Olimpia, che diventerà monaca presso S. Marcellino di Napoli. Dopo il parto, per infezione puerperale, il 22 Settembre moriva Vittoria (22). Nel 1601 è barone di Majerà Fabrizio Carafa, conte di Policastro e marito di Giulia (23), che aveva ereditato il feudo da Vittoria. A Fabrizio successe il figlio Francesco Carafa. Nel 1638, ecc…”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (22) postillava che: “(22) Si concluse, così, la vita travagliata di questa baronessa ecc..in Vanni etc.”. Il Campagna a p. 76, nella sua nota (23) postillava che: “(23) Giulia Carafa morì all’età di 21 anni, 1608, lasciando il Feudo al figlio, Francesco Carafa, che presentò il “Rilievo” nel 1640. Di Giulia si legge su una lapide posta in S. Maria del Casale: “……”L’iscrizione è sormontata dallo stemma dei Carafa della Spina.”.

Carafa della Spina

Il Campagna si riferisce a F. A. Vanni e a p. 12 in proposito, nella sua nota (3) postillava che: “(3) ……, in F.A. Vanni, Memorie appartenenti alla Terra di Majerà, in Provincia di Calabria Citra raccolte nell’anno 1750 in Napoli da molti Autori, Processi, Protocolli e Scritture diverse – Napoli 1° di Maggio 1750. Il Manoscritto dello Storico di Majerà è integralmente riportato da L. Pagano in ‘Selva Calabra, Ms., presso Biblioteca Civica di Cosenza, vol. II, da p. 3693. Lo citeremo spesso col titolo di “Cronaca di Majerà”. Del Vanni scriveremo in altra parte della ricerca.”. Dunque, il Campagna, storico di Majerà cita Francesco Antonio Vanni ed il suo manoscritto del 1750 che dice essere stato pubblicato integralmente da L. Pagano in ‘Selve Calabre’. Da questo manoscritto il Campagna trae interessanti notizie storiche su Majerà e sulle famiglie che la dominarono.

Nel 1605, Decio Palamolla acquistò la Terra di Sapri dai congiunti Fabrizio Carafa e la nipote Giulia Carafa, conti di Policastro

Come abbiamo potuto vedere le vicende dei possedimenti delle Terre di Torraca e di Sapri possedute dai Palamolla di Scalea e di Papasidero in Calabria, si legano alle vicende e ai possedimenti della contea di Policastro e di Majerà in Calabria possedute dai Carafa della Spina. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia storica riportata da Giovanni Celico (….), nel suo “Tortora e terre vicine – cronaca e storia dal 1600 al 1700”, a p. 41 cita un interessante notizia che riguarda proprio un Palamolla. Celico parlando di Tortora e del suo porto a p. 41, nella sua nota (10) postillava che: “(10) ecc….Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Dunque, se questa notizia fosse confermata da ulteriori e più dettagliati riscontri bibliografici e documentati sarebbe molto interessante e costituirebbe un ulteriore tassello all’evoluzione geo-storica della terra del Porto di Sapri. Dunque, il Celico, a p. 41, nella sua nota (10) aggiunge la interessantissima notizia dell’acquisto del feudo o parte del territorio (dico io) di Sapri da parte di Decio Palamolla, Barone di Torraca che comprò dai Carafa conti di Policastro. Infatti, scrive il Celico (…) che nel 25 maggio 1599, i fratelli Scipione e Costanza Gambacorta registrarono la vendita del 1598 del feudo di Torraca per 13.700 in favore di Decio Palamolla ma solo più tardi Decio Palamolla acquistò la Terra di Sapri dai congiunti conti di Policastro, don Fabrizio e sua molglie e nipote Giulia Carafa. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, a p. 36, parlando dell’epoca angioina in proposito scriveva che: “Nel ramo di Napoli troviamo ‘Annibale Gambacorta’, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con ‘Giovanna Carafa’, figlia di ‘Ferdinando Carafa’, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano; ‘Fabrizio e Giovanna (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso. Un certo ‘Annibale’, Signore di Torraca si sà è deceduto a soli 22 anni.”. Il Mallamaci dice solo che dai ‘Cedolaria’ risultano un “Annibale Gambcorta, Signore di Torraca dal 1539 al 1563, sposato con Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e Patrizio Napoletano”. Sempre il Mallamaci crive che dai ‘Cedularia’ risulta un “Fabrizio (+ 1596) Signori di Torraca e di Frasso”. Dunque, è dall’unione con Giovanna Carafa con Annibale Gambacorta prima e dalla vendita poi a Decio Palamolla della Terra di Sapri da parte dei congiunti conti di Policastro, don Fabrizio e Giovanna Carafa che inizia il legame con la Contea di Policastro. Giovanna Carafa, figlia di Ferdinando Carafa, Duca di Ariano e patrizio Napoletano, sposò Annibale Gambacorta. Dalla loro unione nacquero Orazio, Scipione e Prospero Gambacorta. Secondo il Gaetani (…), il feudo di Torraca apparteneva ad Annibale Gambacorta che morì nel 1593 e lasciò tutto ai tre figli Orazio, Scipione e Giovanni e Costanza Gambacorta. I figli di Annibale Gambacorta, nel 1598, Scipione e Costanza Gambacorta vendettero il feudo di Torraca e la signoria di Sapri a Decio Palamolla. Scipione e Costanza Gambacorta, nell’11 maggio 1599 registrarono l’atto di acquisto del feudo di Torraca a favore di Decio Palamolla. Scrive pure il Celico (…), e questa mi sembra la notizia interessantissima che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Il Celico scrive che il “feudo di Sapri” fu acquistato dopo da Decio Palamolla ma non scrive quando. Il Celico scrive pure che Decio Palamolla acquistò “poi” il feudo di Sapri da “conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa”. Si è visto precedentemente chi fossero i conti di Policastro don Fabrizio Carafa e sua moglie, la nipote Giulia Carafa. A questo punto però nulla di nuovo se non la notizia riferita dal Celico, a p. 41 che scriveva che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”.

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Sui possedimenti dei Carafa della Spina, conti di Policastro ed il passaggio della Terra di Sapri ad altri feudatari è interessante una “rivela” del 1742. Questa “rivela” parla dello “smembramento” della Contea di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a p. 92, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Notevole è pure il fascicolo che contiene la Rivela fatta da Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro, in qualità di fattore, ma è molto difficile la decifrazione della grafia. Comunque, è certo che all’inizio si parla dell’ubicazione geografica del Porto di Sapri e delle sue ultime vicende storiche, riferite allo smembramento della Contea di Policastro. Ne riportiamo qualche stralcio per intenderne l’importanza. “Antonio La Corte della Terra di Sapri, Erario dell’E.ma Casa del Sig.re Principe D. Girardo Caraffa, Conte di Policastro, Cavaliere Napolitano, et habitante in detta Città di Napoli, rivela come, quantunque il Feudo del med.mo dovesse andar compreso con la Città di Policastro, e nel Catasto si forma dalla med.ma, nò cadesse più proprio, il Rivelo delli suddetti beni sì esser fatto Sapri corpo compreso nella Contea di detta Città, e nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra, nulla però di meno, affinchè restino separatamente Rivelate, et adempita la mente di S. M. (ch’Iddio guardi) Rivela possedersi da detto Ecc.mo Sig.re li seguenti beni propri, e li infrascribe Redditi senza recare menomo pregiudizio alle rag.ni di detta città, e sono …” (Firma).”. Dunque, come scriveva il Tancredi presentandoci dei documenti “Rivele” che riguardavano alcuni parroci della Diocesi di Policastro ed in particolare quella di  “Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro”, preposto del conte di Policastro Gerardo Carafa nel 1742, nella “rivela” del La Corte, fattore del conte di Policastro Gerardo Carafa, il territorio di Sapri doveva appartenere ai Carafa conti di Policastro. Secondo questo manoscritto il detto territorio fu “dismembrato” (dalla Contea dei Conti di Policastro), nel 1605: nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, ecc..”. Infatti, il barone di Torraca, Decio Palamolla, pare che abbia acquistato solo dopo la Terra di Sapri dai Conti di Policastro i Carafa della Spina. Secondo il documento del 1742, la contea di Policastro dipendente dai conti Carafa della Spina, nel 1605 fu “dismembrato” dal territorio del porto di Sapri, ovvero tutta la porzione di territorio che si estendeva dalla torre del Buondormire alla Torre di Capobianco (il porto e la baia di Sapri) che dovettero passare ai Palamolla di Torraca. Infatti come ho già scritto la citazione del Celico (….) che scriveva appunto che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Riguardo i possedimenti dei Carafa, conti di Policastro è molto interessante ciò che si scrive nel prosieguo della “Rivela” del La Corte, fiduciario del conte Gerardo Carafa nel 1742. Si scrive che il territorio di Sapri nel 1742 venne “et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra ecc…”. Dunque, in sostanza, in questo documento si afferma che prima del 1605 e poi pure dopo il 1742, il territorio che apparteneva alla Contea di Policastro dipendente dai Carafa della Spina consisteva “…la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, ecc…”. Dunque, la marina o la fascia costiera che si estendeva dai confini di Camerota, volgarmente detta “Li Marcellini” fino al Canale di Mezzanotte, confine con la Basilicata.

Nel 20 marzo 1614, la Sentenza della Causa tra alcuni Sapresi contro Decio Palamolla, Barone di Torraca e di Sapri

In seguito all’acquisto della Terra di Sapri da parte del Barone di Torraca Decio Palamolla che l’acquistò nel 1605, secondo il Celico (….) dai Conti Carafa di Policastro sorsero dei litigi tra i sapresi che tenevano terreni nell’agro di Sapri e che coltivavano a vigne e frutteti, ed il Barone Decio Palamolla. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, a p. 11, parlando delle origini di Sapri cita un interessante documento. Il Gaetani in proposito scriveva che: “La piccola colonia agricola dei Torracchesi si crebbe di numero ed ebbe bisogno di baratti, di vendita, di compera di cose mangerecce e di altre cose mercanzie necessarie alla vita (1).”. Il barone (v. p. 12), vi esercitava una specie di monopolio coi campagnoli, marinai e passanti, possedendovi una ‘taverna’ e, volendo, pur non avendo il diritto di proibire, ‘jus prohibendi’, tutto per sè con l’altrui danno, vietò ogni commercio, l’apertura di altre osterie e perfino di edificarle. Ecc..”. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39, riferendosi al Barone di Torraca e Signore del Porto di Sapri, Decio Palamolla, in proposito scriveva che: La colonia marittima torrachese, ecc….Il barone esercitava una specie di monopolio coi sapresi, possedendovi una ‘taverna’, e, volendo, tutto a suo vantaggio, pur non avendo il diritto di proibire (jus prohibendi) vietò ogni commercio e con esso la costruzione e l’apertura di altre osterie. Ecc..”. Scrive e aggiunge il Gaetani che: “I torracchesi, che non furono mai servi e vassalli, ma sempre liberi cittadini, si querelarono con la regia podestà dell’aggravio ed ebbero giustizia. “Si gravano che il barone proibisce essi supplicanti che non vendano robe commestibili al porto di Sapri, ma vuole che solo si venda nelle sue taverne e che possano esse supplicanti tenere le loro taverne aperte e vendere a voglia loro e a chi li piace.“. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Giovan Giacomo Palamolla, nel  frontespizio di una sua opera in latino si disse ex Baronibus terrae Turracae et Portus Saprorum “. Il Gaetani (…) a p. 11 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gravamina pro Unitate Terrae Tuccacae contra Detium Palamolla primum Baronem ex praesentibus in S. R.C. proposita et decisa ac aliae Provisiones in beneficium ipsaemet unitatis expeditae, in praesenti libello, diligenter exaratae, noviterque in hoc anno Millesimo, septigentesimo octogesimo exscriptae ad posterum memoriam. Regnante Ferdinando IV utriusque Siciliae Hyerusalem Rege etc. Turracae Anno Domini 1780. Superiorum permissu et facultate.”. Sempre il Gaetani a p. 12 nella sua nota (1) postillava che:  “(1) Gravamina etc 38, fol. 6. Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi, ‘quod abstineat’. – Risposta: “Sub die duedecimo Decembris millesimi sexcentesimi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus iuxta solitum”. Fol. 7.”. Scrive sempre il Gaetani (…) a p. 12 che “la risposta favorevole è del 20 marzo 1614. Alla proibizione: verum quoad terram Saprorum non liceat civibus Turracae erigere tabernas,sivetuguria pro vendendis rebus commestilibus in Littore Maris (1). “Si gravano, come alcunicittadini tengono certe vigne nella Marina, delle quali ne pagano tomola uno e mezzo per ogni parte, che in tutto sono tomola ventuno: supplicano provvedersi…”. Scrive il Tancredi che: “I torrachesi, che erano stati sempre liberi cittadini e non servi e vassalli, mossero querela al Re di Napoli, per l’aggravio ed ebbero giustizia; la sentenza favorevole è datata 20 marzo 1614 (35).”. Sempre il Tancredi (…), a p. 40, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Arch. di Stato di Napoli: “Gravamina pro Unitate huius Terrae Turracae contra Detium Palamolla primum Baronem ex ……….Cap. 38, f. 6: Si gravano, come alcuni cittadini tengono certe vigne nella Marina, ecc….Risposta: “Sub die duodecimo decembris millesimi sexcentesemi decimi quarti. Baro non impediatur exigere terraticum in Demanio et terris Baronalibus juxta solitum”, fol. 6 e 7. = Si gravano che il barone proibisce ecc…..”.

Dal 1632 al 1658, Carlo di Palamolla, 2° Barone di Torraca e della Terra di Sapri

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “2° Carlo di Palamolla, 2° Barone, sposò donna Francesca Zito, nobile di Rossano”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: Il secondo barone fu Carlo Palamolla, sposato con Francesca Zito, nobile di Rossano, ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Decio successe, infatti, nel 1632, Carlo Palamolla, che sposò Francesca Zito, nobildonna di Rossano. Ecc…”. Dunque, secondo il Guzzo fu nel 1632 che Carlo Palamolla successe a Dezio o Decio Palamolla e diventò 2° barone di Torraca e di Sapri. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”. Sulla figura del Vicerè spagnolo nel Regno di Napoli don Enrique de Guzman leggiamo su wikipedia che quando a Filippo II succedette sul trono di Spagna il figlio Filippo III l’amministrazione del vicereame di Napoli era affidata a Enrique de Guzmán, conte di Olivares. Il regno di Spagna era al suo massimo splendore unendo la corona d’Aragona, i domini italiani, a quella di Castiglia e del Portogallo. A Napoli il governo spagnolo fu debolmente attivo nella sistemazione urbanistica della capitale: risalgono a de Guzman la costruzione della fontana del Nettuno, di un monumento a Carlo I d’Angiò e la sistemazione della viabilità. Enrique de Guzmán y Ribera (Madrid, 1540 – Madrid, 1607) fu il secondo conte di Olivares e viceré di Napoli dal 1595 al 1599, per due mandati. Il figlio, Gaspar de Guzmán y Pimentel, fu de facto primo ministro spagnolo dal 1621 al 1643.

Nel 1541 (secondo il Gaetani) o 1641 (secondo il Tancredi ?) fu compilato “l’apprezzo di Sapri” dal notaio Pietro Gaglierano (per il Gaetani) o Gallerano nella causa di limiti tra i Carafa, della contea di Policastro ed il subfeudo dei Palamolla di Torraca

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia storica che riportavo nell’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998, riguardo l’epoca Vicereale, Sapri ed il Golfo di Policastro, in proposito scrivevo che: Il Gaetani, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (119).”. “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (120).”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (119) postillavo che: (119) Gaetani R., op. cit., p. 9. Il documento citato dal Gaetani si trova in: ‘Archivio di Stato di Napoli’, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernalda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”. Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (120) postillavo che: (120) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P. O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla.”. Dunque, la notizia è interessantissima ed andrebbero ulteriormente indagati gli atti del Processo e della Causa vertente tra il barone di Torraca Francesco Palamolla, pronipote di Decio ed il conte di Policastro Carafa della Spina (quale ?). Il Di Luccia (…), ha citato questi processi ma non dice chi fossero i loro intestatari. La notizia, proveniva dal sacerdote Rocco Gaetani (…), che nel suo ‘Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio’, nel 1906, a pp. 9-10, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “Si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastronell’apprezzo di Sapri (1541fatto da Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente (1).”. Il Gaetani, a p. 10, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Processi della causa vertente tra la casa di Palamolla e il Conte di Policastro dipendente dagli atti del Patrimonio del duca di Bernanda in Banca attualmente di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”. Anche il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39, dopo aver parlato di Decio Palamolla, primo barone di Torraca in proposito scriveva che: “Non mancano riferimenti successivi all’agro saprese. In alcuni processi, circa i limiti tra la baronìa di Torraca e la contea di Policastro, per la causa vertente e dipendente dagli atti del Patrimonio del Duca di Bernalda in Banca (nel 1914 di D. Luigi presso Vincenzo Quaranta), il signor Pietro Gaglierano nel 1641 fece l’apprezzamento di Sapri, specificando i confini dei due feudi, precisò che “a Policastro toccava Vibonati e Torraca, che sino al verde era territorio di Torraca e sino al mare terminato dal vallone di S. Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo di Fenosa da oriente (33)”. Il documento citato dal Gaetani (…) si trova conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; e si tratta di alcuni documenti riguardanti i “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernanda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta. Fol. 161, vol. I. Grande Archivio di Stato, Napoli.”Dunque, il Gaetani citava alcuni documenti e atti di causa che oggi (a. 1914) si trovavano conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli e sono quelli di “D. Luigi presso V. Quaranta. Fol. 161, vol. I”. Il Tancredi (….), a p. 39, nella sua nota (33) postillava che: “(33) Arch. di Stato di Napoli: ‘Processi di causa vertente fra Palamolla e Carafa, fol. 161, vol. 1.”. Dunque, si trattava degli Atti di Causa vertente fra la casa dei Palamolla ed i Carafa conti di Policastro. L’unica stranezza della notizia sta nel fatto che il Gaetani dice essere atti del 1541 mentre il Tancredi giustamente pone la data del 1641. Credo abbia torto il Gaetani di anno 1541 perchè a quel tempo il feudo di Torraca non apparteneva ai Palamolla che il Decio acquistò solo nel 1598. Inoltre, sempre a proposito delle cause vertenti a quell’epoca, il sacerdote Rocco Gaetani (….), prosegue il suo racconto e a p. 10 scriveva che:  “Sono state sempre del barone di Torraca il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi baroni di Torraca e posseduti da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri” (2).”. Il Gaetani (…), a p. 10, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Fol. 217, P.O. Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, pronipote di Decio. Copia tratta dall’originale. Grande Archivio di Stato di Napoli.”. Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sempre sulla scorta del Gaetani (….) continuando il suo racconto citava altri documenti ed in proposito scriveva che: “L’appartenenza di Sapri alla Baronia di Torraca si deduce da altri atti così indicati: “Sono stati sempre del Barone di Torraca il ‘seminatorio’ di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino la mare, il vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi Baroni di Torraca e posseduto da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri (34).”. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia.”. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani (….), a p. 10, nella sua nota (2) postillando che: “(2) Fol. 217, P.O.”, citava gli atti della Causa (“Esami presso dell’Esaminatore”) intentata da Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamolla e 4° Barone di Torraca. Oggi questi atti sono conservati nel “Fol. 217, P.O” all’Archivio di Stato di Napoli e riguardano gli “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del Sacro Collegio ad istanza di Don Francesco Palamolla”.  Francesco Palamolla intentato davanti alla Regia Camera della Sommaria di Napoli contro i conti di Policastro. Questi Atti sono conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli. Le cause pendenti e processi di limiti del territorio e dei possedimenti feudali intentate tra i Carafa e diversi feudatari dell’area oltre che quelle intentate contro la Curia vescovile furono diverse. Oltre alle liti che sorsero tra la Curia Vescovile, le Abbazie basiliane come quella di San Giovanni a Piro, i suoi ampi possedimenti, anche nel territorio Saprese, e i Carafa, conti di Policastro, sorsero delle liti anche fra gli stessi feudatari del posto, come ad esempio la lite riportata in un documento del 1541. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia secondo cui nell’Archivio di Stato di Napoli esistono gli atti di una vertenza giudiziaria sorta nel 1551: la Causa di possesso e di limiti del 1551, che fu intentata davanti alla Real Corte di Napoli da Carafa, Conte di Policastro ed i feudatari di Torraca, i Palamolla. Dopo il 1587, come scrive il Di Luccia (…) e il Palazzo (…): “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Ecc…”. Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Nel 1541 (secondo il Gaetani ma 1641 secondo il Tancredi), il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541 (ma il Tancredi scrive anno 1641), il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla. Devo però precisare sulla data del 1541 che all’epoca i Palamolla ancora non detenevano Torraca e parte del territorio di Sapri essendo Decio Palamolla divenuto il primo barone di Torraca solo in seguito, ovvero nel 1599. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica. Nel 1541, il notaio Pietro Gaglierano, compilò “l’apprezzo di Sapri”, una dettagliata descrizione dei beni, dei terreni e delle proprietà, e dei confini dell’apprezzo di Sapri, posto nel feudo di Torraca che, in passato appartenevano e dipendevano dall’antica Abbazia di San Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Dunque, secondo l’antico documento notarile (…), nel 1541, il territorio di Sapri (il feudo i Sapri) era ‘un’apprezzo’, posseduto dal Barone di Torraca Decio Palamolla e, che il suo pronipote Don Francesco Palamolla, nel 1641 allorquando Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamola era il 4° Barone di Torraca. Francesco presentò istanza alla Real Corte di Napoli, ed intentò una causa di confini con il Conte di Policastro. Dunque, nel processo o causa intentata dai Palamolla di Torraca contro i feudatari di Policastro, i Carafa della Spina, per stabilire i limiti (confini) dei possedimenti appartenenti alle due casate, si deduce che il territorio di Vibonati doveva essere appannaggio dei Carafa e quello di Sapri doveva appartenere ai Palamolla di Torraca. Come ci fa sapere il Gaetani (….), che secondo “l’appezzo di Sapri” redatto nel 1541 dal notaio Pietro Gaglierano, Policastro confina con Vibonati e con la Torraca, sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente. Secondo l’antico documento notarile, il territorio del feudo di Sapri, confinava con Vibonati e con Tortorella “Sino al verde è territorio di Torraca, e sino al mare terminato dal Vallone di San Martino da occidente e dalla strada maestra quale cade dal Roccazzo della Finosa da oriente.. Il Gaetani (…), scrive pure che secondo il documento del notaio Pietro Gaglierano (…), sono appartenute al barone di Torraca “…il seminatorio di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino al mare, il Vallone di S. Martino,…”. Dunque, nel territorio dell’appezzo di Sapri, erano compresi le contrade di S. Martino, della Fenosa e di S. Domenica.

Il territorio di Sapri fu “dismembrato” dalla contea di Policastro dei Carafa

Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, a p. 88, in proposito scriveva che: “Qui vogliamo ricordare che il ‘Portus Saprorum’ fin dal 1500 era per metà della Contea di Policastro e per l’altra metà del Baronato dei ‘Magnificus Franciscus Scondito, primo Barone di Torraca’. Successivamente passò tutto al Barone Palamolla, come frazione del Comune di Torraca e veniva indicato appunto come Marina di Torraca (5).”. Il Tancredi, a p. 88, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Cfr. ‘I tempi dei Baroni’ ed anche ‘Cedularia’, Archivio di Stato di Napoli.”. E’ interessante ciò che scriveva il Tancredi che afferma che dall’acquisto della Contea di Policastro, nel ‘500 da parte dei Carafa, una parte del territorio di Sapri apparteneva alla Contea ovvero ai Carafa di Policastro. E’ molto probabile che il territorio di Sapri, la porzione occidentale ovvero quella che dall’attuale località “Fortino” e fino al Cimitero dipendesse dai Carafa di Policastro. Un altra parte di Sapri, invece quella orientale, il cosiddetto “Portus Saprorum” appartenne invece ai Baroni Scondito di Torraca. Ad un certo punto della storia, e questo però non viene chiarito ne dal Tancredi che dal Mallamaci, il vecchio “Portus Saprorum” diventa “Marina di Torraca” perche tutto il suo territorio apparterrà ai Palamolla, Baroni di Torraca. Sui possedimenti dei Carafa della Spina, conti di Policastro ed il passaggio della Terra di Sapri ad altri feudatari è interessante una “rivela” del 1742. Questa “rivela” parla dello “smembramento” della Contea di Policastro. Il sacerdote Luigi Tancredi (….), nel suo “Sapri giovane e antica”, pubblicato nel ……., a p. 92, ne suo “Campione di possedimenti nel 1742”, in proposito scriveva che: “Notevole è pure il fascicolo che contiene la Rivela fatta da Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro, in qualità di fattore, ma è molto difficile la decifrazione della grafia. Comunque, è certo che all’inizio si parla dell’ubicazione geografica del Porto di Sapri e delle sue ultime vicende storiche, riferite allo smembramento della Contea di Policastro. Ne riportiamo qualche stralcio per intenderne l’importanza. “Antonio La Corte della Terra di Sapri, Erario dell’E.ma Casa del Sig.re Principe D. Girardo Caraffa, Conte di Policastro, Cavaliere Napolitano, et habitante in detta Città di Napoli, rivela come, quantunque il Feudo del med.mo dovesse andar compreso con la Città di Policastro, e nel Catasto si forma dalla med.ma, nò cadesse più proprio, il Rivelo delli suddetti beni sì esser fatto Sapri corpo compreso nella Contea di detta Città, e nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra, nulla però di meno, affinchè restino separatamente Rivelate, et adempita la mente di S. M. (ch’Iddio guardi) Rivela possedersi da detto Ecc.mo Sig.re li seguenti beni propri, e li infrascribe Redditi senza recare menomo pregiudizio alle rag.ni di detta città, e sono …” (Firma).”. Dunque, come scriveva il Tancredi presentandoci dei documenti “Rivele” che riguardavano alcuni parroci della Diocesi di Policastro ed in particolare quella di  “Antonio La Corte a proposito dei Beni del Conte di Policastro”, preposto del conte di Policastro Gerardo Carafa nel 1742, nella “rivela” del La Corte, fattore del conte di Policastro Gerardo Carafa, il territorio di Sapri doveva appartenere ai Carafa conti di Policastro. Secondo questo manoscritto il detto territorio fu “dismembrato” (dalla Contea dei Conti di Policastro), nel 1605: nell’anno 1605, poi dismembrato dalla Torre di Buon Dormire, sino a quella di Capo Bianco, ecc..”. Infatti, il barone di Torraca, Decio Palamolla, pare che abbia acquistato solo dopo la Terra di Sapri dai Conti di Policastro i Carafa della Spina. Secondo il documento del 1742, la contea di Policastro dipendente dai conti Carafa della Spina, nel 1605 fu “dismembrato” dal territorio del porto di Sapri, ovvero tutta la porzione di territorio che si estendeva dalla torre del Buondormire alla Torre di Capobianco (il porto e la baia di Sapri) che dovettero passare ai Palamolla di Torraca. Infatti come ho già scritto la citazione del Celico (….) che scriveva appunto che: “(10) Lo stesso Decio acquistò poi il feudo di Sapri dai conti di Policastro don Fabrizio e donna Giulia Carafa.”. Riguardo i possedimenti dei Carafa, conti di Policastro è molto interessante ciò che si scrive nel prosieguo della “Rivela” del La Corte, fiduciario del conte Gerardo Carafa nel 1742. Si scrive che il territorio di Sapri nel 1742 venne “et ultimamente nuovamente incorporato alla sud.ta Contea della maniera fù dismembrato, in virtù dell’aggiudicazione ordinaria del S.R.C. in beneficio di detto Ecc.mo Sig.re come la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, dette rendite di questa Terra ecc…”. Dunque, in sostanza, in questo documento si afferma che prima del 1605 e poi pure dopo il 1742, il territorio che apparteneva alla Contea di Policastro dipendente dai Carafa della Spina consisteva “…la continuazione della Marina ad esso Sig.re sottoposto, qual principia dalli Confini di Camerota, vulgarmente detti Li marcellini, e continuando, viene dalla detta L’Orecchio del Porco, Porto di Scario, Spiaggia dell’Oliva, di Policastro, del Capitello, della Marina detta della Petrosa, oggi di Bonati, dell’Oliveto, quella di questa Terra, che estendesi sino alli Confini di Maratea, detti il Canale di Mezzanotte, qual unione, continuazione di Stato, et incorporazione nuovamente sortita doverebbesi rivelare nel Catasto di Policastro, ecc…”. Dunque, la marina o la fascia costiera che si estendeva dai confini di Camerota, volgarmente detta “Li Marcellini” fino al Canale di Mezzanotte, confine con la Basilicata.

Torraca per l’Antonini

Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XI, parte II, p. 436, così parlava di Torraca: “Dentro terra due miglia trovasi la Torraca dove le castagne, le querce, e le viti sono in abbondanza, e si fabbrica squisitissima polvere da schioppo.”. Queste le uniche parole dedicate dall’Antonini a Torraca. Più avanti, l’Antonini, parlava del Porto di Torraca, o Sapri.

I Carafa della Spina di Policastro e le loro indebite usurpazioni

Da Ferdinando Palazzo (…), che scrisse sulla scorta di Pietro Marcellino di Luccia (…) e del suo ‘Trattato Historico-Legale‘, che dopo il 1587, anno in cui il feudo di Policastro, passò nelle mani del Conte di Policastro: “Fu allora che i Conti Carafa della Spina di Policastro, si appropriarono delle terre appartenenti all’Abbadia ecc…”, e molti possedimenti o furono in decadenza o furono inglobati nei possedimenti delle famiglie notabili del posto, come ad esempio a Sapri, che dipendeva dai Palamolla di Torraca, vi furono diverse contese con la Curia vescovile della Diocesi. Poi esiste l’altro documento citato, il ‘Trattato historico legale’,  scritto dall’Avvocato Pietro Marcellino Di Luccia nel 1700 (3) che, nel 1669, fu incaricato dall’amministrazione della Cappella romana del SS. Presepe (Cappella Sistina) – a cui era passata nel 1587 per Commenda l’Abbazia di S. Giovanni a Piro. La Curia romana, ad un certo punto incaricò il giurista Di Luccia (3) a causa di una lite sorta nel 1669 tra il Cenobio e la locale Università (Comune o Casale) di S. Giovanni a Piro contro il Vescovo della Diocesi di Policastro ed il Conte di Policastro, Carafa della Spina che come scriveva il Palazzo (15):“…avevano, rispettivamente, usurpato i poteri spirituali e temporali dei dueenti.”. Dunque, è dal 1599, il territorio saprese che, apparteneva alla baronia dei Palamolla di Torraca (signori di Scalea) e, la Curia vescovile e con il Conte di Policastro, vi furono sempre continui conflitti legali. Pietro Ebner (…), riferendosi al casale di San Giovanni a Piro, scriveva in proposito: L’ampia memoria storica legale del Di Luccia, dimostrò le indebite usurpazioni subite dalla badia dei poteri spirituali e temporali sul casale.”, che senza alcun dubbio spettavano alla Commenda basiliana per la sua stessa natura di Baronato. Infatti, proprio a causa di queste controversie legali e delle usurpazioni dei Conti Carafa della Spina – foraggiate dalla Curia Vescovile di Policastro – che il Vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’ ecc.., scritta poi nel 1831, ha scritto quasi nulla sul Cenobio basiliano, sulla sua lunga storia e sui suoi possedimenti nel territorio.”.

Nel 1648, Torraca contava 117 fuochi che moltiplicato per 6 = 702 abitanti

Nel 1805, Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario Istorico geografico del Regno di Napoli”, vol. IX, a p. 192 così scriveva di Torraca: “Nel 1532 la ritroviamo tassata per fuochi 69, nel 1545 per 76, nel 1561 per 86, nel 1595 per 100, nel 1648 per 117, e nel 1669 per 62.”.

Nel 1648 e 1669, Sapri non figura tra i centri censiti da Ottavio Beltrano

Sapri non rifigura tra quei centri censiti per i soli anni 1648 e 1669, riportati da Ottavio Beltrano (…) nel suo ‘Breve descrizione del Regno di Napoli’, che sappiamo essere stato pubblicato a Napoli nel 1644, la sua prima edizione. In questo testo il Beltrano riporta la popolazione di alcuni centri del basso Cilento appartenenti al Principatro Citra o Citeriore del Regno di Napoli le cui numerazioni sono tratte dai dati di alcuni censimenti effettuati nel secolo XVII come ad esempio quelli del 1648 e poi l’altro del 1669. In questi due censimenti pare non figurasse Sapri o Terra Saprorum in quanto questo territorio all’epoca apparteneva ai Palamolla di Torraca e dunque rientrava nell’esile popolazione dell’Università di Torraca. Il Beltrano enumera i fuochi, le famiglie presenti nel Principato Citra da p. 147 e seguenti.

(Fig….) Beltrano Ottavio, op. cit., p….., sul Principato Citra nel Regno di Napoli

Nel 22 maggio 1656, un documento di Carlo Palamolla

Il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri – giovane e antica”, sulla scorta del sacerdote Rocco Gaetani (…), a p. 39 nella sua nota (32) postillava che: “Archivio di Stato di Napoli: ‘Quinternione feudale’, vol. 180, pag. 213, Memoriale dei Diritti demaniali e concessi dal Vice Re D. Enrico Guzma, regnante Filippo d’Aragona….’Il dottor Marc’Antonio Vulcano espone a Vostra Eccellenza come fosse espediente a Scipione e Costanza Gambacorta, pupilli, che si venda la terra della Torraca della Provincia di Principato Citra, etc..Item la taverna sita al Porto di Sapri, etc…”Questi gli stralci di parte del contratto presentato alla Regia Camera Sommaria in Napoli il 25 ottobre 1599. Da ‘Notamenti de Registri significato’, manoscritto in Biblioteca Provinciale di Salerno, n. 96, pag. 1084, risulta quanto segue: “Dominus Carolus Palamolla; filius quondam Detii Palamolla petit investituram terrae Torracae in Principato Citra annorum redditibus ducatorum 113 cum expressione corporum per obitum dicti eius patris et dicit quod feudam Sapri fuit venditum ad instantiam creditorum et emptum ab illustri duce Medinae (Guzman) et expressa (salt. ut “significatoria”) die 22 maii 1656.”. Dal contesto si comprende che poco prima del 1656 feudatario era questo Palamolla e che il feudo fu acquistato dal Guzman, che, probabilmente, è quel milite impegnato nella repressione di Masaniello: in verità, furono due, uno a Napoli e uno a Salerno. Occorrerebbe cercarne la genealogia.”. Sulla figura del Vicerè spagnolo nel Regno di Napoli don Enrique de Guzman leggiamo su wikipedia che quando a Filippo II succedette sul trono di Spagna il figlio Filippo III l’amministrazione del vicereame di Napoli era affidata a Enrique de Guzmán, conte di Olivares. Il regno di Spagna era al suo massimo splendore unendo la corona d’Aragona, i domini italiani, a quella di Castiglia e del Portogallo. A Napoli il governo spagnolo fu debolmente attivo nella sistemazione urbanistica della capitale: risalgono a de Guzman la costruzione della fontana del Nettuno, di un monumento a Carlo I d’Angiò e la sistemazione della viabilità. Enrique de Guzmán y Ribera (Madrid, 1540 – Madrid, 1607) fu il secondo conte di Olivares e viceré di Napoli dal 1595 al 1599, per due mandati. Il figlio, Gaspar de Guzmán y Pimentel, fu de facto primo ministro spagnolo dal 1621 al 1643.

Nel 1658, Vespasiano Palamolla, 3° Barone di Torraca e della Terra di Sapri

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “3° Vespasiano Palamolla, 3° Barone, ebbe a moglie donna Lucrezia Salone, figlia del Barone di Castrocucco “. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: …..a lui successe Vespasiano, sposato a Lucrezia Salone, figlia del barone di Castrocucco. Ecc..”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “Nel 1658, a due anni dalla terribile peste che, come tutti gli altri paesi del Cilento decimò anche qui la scarsa popolazione, subentrò nel dominio del feudo Vespasiano Palamolla, che ebbe per moglie donna Lucrezia Salone, figlia del barone di Castrocucco. Ecc…”. Dunque, secondo il Guzzo fu nel 1658 che Vespasiano Palamolla successe a Carlo Palamolla e diventò 3° barone di Torraca e di Sapri. Vespasiano Palamolla sposò donna Lucrezia Salone dei baroni di Castrocucco. Su donna Lucrezia Salone, baronessa di Castrocucco e figlia di del Barone di Castrocucco vi sono alcue notizie tratte dalla rete.  Lo storico, verso il 1890 Michele Lacava (….) chiese e ottenne da Bartolomeo Capasso, all’epoca direttore dell’archivio, un sunto di quei documenti per un suo libro; dai suoi appunti possiamo seguire, a grandi linee, la successiva storia del feudo. Lacava appuntò come «nel 1470 Re Ferrante investì Galiotto Pascale di Policastro del castello diruto e disabitato di Castrocucco in Provincia di Valle di Crati e Terra Giordana, cum eius arce juribus etc. Nel 1563 il detto castello fu venduto a Giulia De Rosa dall’incantatore del Sacro Regio Consiglio per esecuzione contro Antonio Varavalle. Nel 1573 lo stesso castello fu venduto a Giovan Cola de Giordano… Nel 1603 era possessore di Castrocucco, Fabio Giordano… Nel 1680 Domenica Giordano, Baronessa di Castrocucco, legittima moglie di D. Bonaventura Salone Caracciolo donò a D.a Francesca Greco sua figlia primogenita la Terra seu Castello di Castrocucco sito in Provincia di Basilicata» . Dunque, secondo i ‘Cedolaria’ e il Lacava, nel 1680 un Don Bonaventura Salone Caracciolo, Barone di Castrocucco, forse era il padre di donna Lucrezia Salone Caracciolo che era andata sposa a Vespasiano Palamolla. Intanto, nel 1664 la nobildonna Francesca Greco aveva sposato Antonio Labanchi, attraverso cui questa famiglia acquisì il titolo di barone di Castrocucco e che conserverà fino all’abolizione della feudalità.

Nel 1695-96, la ‘Platea dei beni e delle Rendite dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro’ redatta dal notaio Domenico Magliano

Le notizie di alcuni possedimenti dell’Abbazia di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro nel territorio Saprese e le sue origini, di cui parleremo – sono molto più antiche del documento (…) del Notaio Domenico Magliano. Il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo: ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, parlando di Torraca, a pp. 151-152 ecc.. fa luce (…) su un antico documento manoscritto conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro e citato pure dal Di Luccia (….). Si tratta di un documento del 1695 (….): “La Platea dei beni e delle rendite dell’Abbadia di S. Giovanni a Piro”, compilata nel 1695 dal notaio Domenico Magliano. Questo documento è di estrema importanza anche per Sapri in quanto in esso vengono elencati i beni e le rendite di tutti i possedimenti che dipendevano dall’antica Abbazia italo-greca prima e poi benedettina di S. Giovanni Battista a S. Giovanni a Piro. Il sacerdote Rocco Gaetani, a p. 152 parlando di S. Fantino morto a Tessalonica, in proposito così scriveva che: “Nè incuria degli uomini, nè l’audacia del tempo sono giunte a distrugere le robuste pareti della sua Chiesa fabbricata in mezzo a una vasta tenuta, la quale vi signoreggiava sontuosamente. La ricca Grancia di San Fantino a Torraca con le Grance di San Benedetto a Policastro, di San Gaudioso a Rivello, di San Nicola in Maratea, di San Costantino a Trecchina, di San Pietro in Maiera, di San Nicola in Grisolia appartennero alla doviziosa e antica Abbadia dè monaci Basiliani (43) di San Giovanni a Piro, che ebbe vicende or prospere or infauste, fino a che Sisto V nel 1587, con speciale bolla, l’unì ed incorporò alla insigne cappella del Santo Presepe eretta dentro la grande basilica di Santa Maria Maggiore (2). L’Abbadia Basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina, com’oggi si osserva involta di erbe e roveti. Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni. La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza ecc…”. Dunque è proprio in questo passo che il Gaetani si richiama all’“importante documeno del 1695”. Il Gaetani a pp. 153-154 riporta il passo della descrizione della detta cappella e del territorio o possedimenti in Torraca (ma io dico in territorio Saprese) che appartenevano alla Grancia di S. Fantino.

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(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96; Manoscritto inedito conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (…)

S. Fantino 1

(Fig….) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (…) – Particolare tratto da pag. 163 che riporta i possedimenti a Torraca

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(Fig….) Pag. 163 della “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (5) – il documento che descrive la Cappella di S. Fantino ed i suoi confini, sita nel territorio Saprese (Torraca) e posseduta dall’Abbazia di S. Giovanni a Piro.

Nel 1689, i confini del territorio della Grancia di S. Fantino in ‘Terra di Torraca’ (territorio di Sapri ?)

La Grancia di S. Fantino, nel 1689, dipendeva sempre dall’Abbadia di S. Giovanni a Piro, i cui beni erano stati però incamerati dalla Cappella del SS. Presepe eretta dentro la sacrosanta Basilica di S. Maria Maggiore – quindi gestiti dalla Chiesa – e non più dipendente dagli Abbati dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro come era in origine e, che secondo il Gaetani (4): “L’Abbadia basiliana così liquidata, ridusse il nostro S. Fantino nella più squallida rovina”. La ‘Grangia’, secondo il Visconti (…): “Era particolarmente nelle Abbazie benedettine, il magazzino destinato alla conservazione dei prodotti agricoli che i monaci ricavavano dai loro terreni. Faceva parte di solito, del complesso monastico, ma nei monasteri dei Cistercensi, a causa dello sviluppo delle abbazie, la grangia venne costruita anche in località non lontane dall’Abbazia stessa, ed ospitava i conversi che sotto la guida di un monaco anziano erano addetti ai lavori nei campi.”. Il Gaetani (4), che, in proposito alla ‘Grancia di San Fantino’, possedimento dell’antica Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro, sita nel territorio Saprese (Torraca), pubblicò anche la trascrizione del contenuto del documento (5) illustrato nell’immagine di Fig. 9 (pag…..), dove si descrivono i confini del territorio della ‘Grancia di S. Fantino’ riferendosi al documento (…), da cui trae il passo, nel suo ‘La fede degli Avi nostri o Ricordi storici della chiesa di Torraca’, pubblicato nel 1906, a pp. 152-153, in proposito pubblicava la trascrizione del testo estratto di una o due pagine tratte dal documento del 1695-96 redatto dal notaio Domenico Magliano “La Platea di beni e rendite della Badia di S. Giovanni a Piro”, che riguardavano la chiesa di S. Fantino a Torraca e la grancia di S. Fantino posta in territorio saprese: “Tolgo da importante documento del 1695, la descrizione del tempietto e dei limiti delle sue larghe e molte possessioni.”. Dunque, il Gaetani (…), a pp. 152-153, scrive che sulla scorta del suo amico Canonico Domenico Menta, cita e si riferisce alla “Platea di Beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro, del 1695-96”, redatta dla notaio Domenico Magliano, trascrivendone il testo di alcune pagine: “La Venerabile Cappella di S. Fantino dimostra magnificenza di spesa nell’edificio per essere d’ampiezza et altezza con pietre d’intaglio tutti i fondamenti; li quattro cantoni, ed il frontespitio, et anco un arco sopra l’altare medesimente di pietre scarpellate, stimandosi che tal edificio sia stato costrutto in tempo dell’opulenza dell’antica città di Velia, distrutta ed ingoiata dal mare, che hoggi vien detta la marina, et porto di Sapri, perchè s’aprì il monte, et entrò il mare; la detta Cappella era diuta senza tetto, et per divozione del Santo fu l’anni passati sotto lì 16 d’agosto 1689 ricorso dal Rev. D. D. Michele Brandaleone alla f. m. di P. P. Innocenco XI et commesso al q.m. mons. Rosa Vesc.vo di Policastro, et incaricato dal suddetto D. Michele, il quale n’ebbe cura, et con l’entrate di detta Cappella rifece le mura, la ricoverse, fece l’astraco Porte et Altare et di più di suo proprio, e per sua divotione ci fece intempiata, valtaltare, carta di gloria et candelieri.”, poi continua la trascrizione del testo che riguarda i confini della Grancia di S. Fantino: “Incomincia il territorio di detta Grancia, sita et posta nel territorio di detta Terra di Torraca, da Ponente vi è il vallone che sparte la foresta de Cercole del Barone della Torraca detto lo Saracino, et và a basso per detto vallone insino allo vallone detto della Chiusa della Sorba, poi saglie per la via pubblica, per sopra il scariazzo di m.ro Francesco Brando, et circuisce detta via detto territorio, et poi circuisce la Chiusura, che fu del q.m D. Flaminio Barra renditia à detta Grancia et per sopra la vigna fu di Mario Campanella, che hoggi si possiede dal Abbate D. Francesco Magaldo, et p. sopra la Chiusura del D.co Tommaso Mercadante, per sopra la vigna di Francesco di Loise, per sopra la vigna di Gio Tommaso Brando, per sopra la vigna di D. Daniele mangia, per sopra le Castagne, et cerque di Luca Palamolla, et Domenico mercadante pe sopra le Cerque furno di q.m. Cesare Brando, per sopra la Chiusura della Coia, poseduta da Francesco Brando di Celio, per sopra le Cerque di D. Giacomo Antonio Brando, et per sopra la terra possedeva il q.m Gio. Antonio Alias Cisina, hoggi devoluta à dètta Grancia et scende al’ vallone sparte la foresta del Barone, da parte di Ponente chiamata la foresta dello Saraceno (1).”. Dalla descrizione delle terre annesse alla Grancia di S. Fantino, dei confini del suo territorio e dei proprietari confinanti che riporta il Gaetani, non siamo riusciti ad individuare l’esatta sua localizzazione che aveva nel 1695-96. Possiamo solo dire in proposito che la Grancia di S. Fantino si trovava nel territorio Saprese (Terra di Torraca) a ridosso del vallone di S. Martino o di Ischitello, un tempo chiamato “Piscitello” come ci dice lo stesso Gaetani (…) e, che detti terreni confinavano con i possedimenti del Barone Palamolla (“Barone della Torraca detto lo Saracino”), da cui dipendeva l’intero territorio Saprese.

Nel 1700, il Catasto Onciario ed i possidenti di Sapri, conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli

Il Catasto onciario, precursore degli odierni catasti, rappresenta l’attuazione pratica delle norme dettate da re Carlo di Borbone nella prima metà del XVIII secolo per un riordino fiscale del regno di Napoli, progettato e diretto da Bernardo Tanucci. Nonostante fosse un catasto descrittivo, poiché non prevedeva la rappresentazione geometrica dei luoghi, fu uno strumento teso ad eliminare i privilegi goduti dalle classi più abbienti che facevano gravare i tributi fiscali sempre sulle classi più umili e di fatto rappresenta uno dei più brillanti esempi del tempo di ingegneria finanziaria e di ripartizione proporzionale del peso fiscale.  Il catasto era basato su un sistema di duplice tassazione, che prevedeva sia una imposizione di tipo reale cioè sui beni e sia personale cioè sulla capitazione o testatico e sulle attività dei contribuenti e dei loro nuclei familiari.  Dall’imposizione catastale per antico privilegio era esentata la città di Napoli. Si chiamò Onciario perché la valutazione dei patrimoni sia immobiliari che da bestiame o finanziari (per es. da censi attivi), veniva stimato in base all’unità monetaria teorica di riferimento, l’oncia, corrispondente a sei ducati. Era anche detta Oncia di carlini tre, in quanto ogni tre carlini di rendita, capitalizzati al tasso di interesse fissato al 5% (solo per il bestiame era fissato al 10%), equivalevano a 60 carlini, pari a sei ducati e quindi 1 Oncia di capitale o patrimonio. Veniva così introdotta anche una distinzione tra unità monetarie di riferimento per la valutazione delle rendite, adottando le valute correnti del grano, il carlino e il ducato, e per i patrimoni usando delle unità monetarie di conto come il tarì e l’oncia. È chiaro come un meccanismo volutamente semplice poteva assicurare nelle intenzioni, un prelievo fiscale generalizzato ed accertamenti molto rapidi. Per il calcolo delle imposte le persone erano distinti in diverse categorie. Una prima distinzione era effettuata fra cittadini e forestieri: i primi formavano i “fuochi” (ovvero le famiglie) dell’Università; i secondi erano solamente iscritti nell’Onciario o perché vi possedevano beni o perché vi esercitavano un’attività. La consultazione dell’Onciario, conservato in originale per tutte le università del Regno presso la Regia Camera della Sommaria (S.R.C.) poi nell’Archivio di Stato di Napoli, oltre che in copia in alcuni pochi archivi comunali, è ancora oggi, pur con tutti i suoi limiti e omissioni, una fonte preziosa di informazioni sul periodo. Sul Catasto Onciario ha scritto Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di storia dalle origini al settecento”, a p. 120, nella nota (222) postillava che: Il metodo delle Rivele restò in vigore sino al 1741, quando Carlo di Borbone dispose il Catasto Onciario); ivi, Catasti Onciari, Caselle in Pittari, vol. 4249. Il Catasto Onciario, detto ‘Liber unciarii’ e ‘Libro di tassa’, fu iniziato il 20 di settembre dai ‘Magnificis deputatis electis in publico colloquio pro confictione catasti’ e reso pubblico (pubblicatus in publica Plàtea) il 27 di ottobre del 1754. I Deputati furono due notai, Nicola Barbelli e Giuseppe Peluso, e due Reverendi, Don Carmine Greco e Don Paolo Orlando, coadiuvati da Giovanni Tancredi, Nicola Giudice e Nicola Torre. Quell’anno il ‘Sindaco’ era Antonio Fiscina, il Capoeletto Carlo Speranza, gli Eletti Pietro Torre, Gioacchino Stoduto e Giuseppe Croccia, in pratica gli amministratori (‘Magnifici de regime) del tempo.”

Nel 1710, Francesco Palamolla, 4° Barone di Torraca e della terra di Sapri

Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Vespasiano successe, nel 1710, Francesco Palamolla, che sposò donna Lucrezia Bruno, dei Baroni di Santa Lucia e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, stando a quanto scrive il Guzzo, Francesco Palamolla diventa 4° barone di Torraca e della Terra di Sapri nel 1710 alla successione della morte di Vespasiano. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ecc…”. Chi era Francesco Palamolla, IV barone di Torraca ?. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, non dice nulla di Francesco Palamolla. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “4° Francesco Palamolla, quarto Barone, prese per moglie donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia.”. Dunque, secondo il Gaetani (…), il IV° barone di Torraca, Francesco Palamolla nel 1641 era sposato con donna Lucrezia Bruno dei Baroni di S. Lucia. Nella storia di Torraca troviamo scritto che dopo Decio Palamolla troviamo “Decio Palamolla sposò Brianna Gaetani e nei successivi tre secoli si susseguirono ben 7 baroni della stessa dinastia: Carlo, Vespasiano, Francesco, Biagio etc.”. Duque, il IV barone, Francesco Palamolla successe al III° barone di Torraca, Vespasiano Palamolla che ebbe a moglie donna Lucrezia Salone dei Baroni di Castrocucco. Dunque, Francesco Palamolla era figlio di donna Lucrezia Salone e di Vespasiano Palamolla. I Palamolla di Scalea detenevano la Baronia ed il Feudo di Torraca e dunque anche l’attuale territorio di Sapri. Riguardo l’acquisto di Sapri, il Tancredi (…), sulla scorta del Gaetani a p. 39 precisava che: “L’appartenenza di Sapri alla Baronia di Torraca si deduce da altri atti così indicati: “Sono stati sempre del Barone di Torraca il ‘seminatorio’ di Fanuele descritto per quanto sia il verde sino la mare, il vallone di S. Martino, con tutti gli altri corpi ed effetti descritti altre volte sia stato sempre rendificio agli antichi Baroni di Torraca e posseduto da Decio Palamolla nell’acquisto di Sapri (34). Ecc…“. Il Tancredi a p. 40 nella sua nota (34) postillava che: “(34) Arch. di Stato di Napoli: Atti de li esami presso dell’Esaminatore del S. C. ad istanza di D. Francesco Palamolla, P.O. fol. 217.”.

Nel 1710 (?), Francesco Palamolla intentò una causa contro i Carafa di Policastro

Nel mio studio depositato presso il Comune di Sapri (1), riguardo la nota (120) postillavo che: (120) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P. O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. Francesco Palamolla.”. Andrebbero ulteriormente indagati gli atti del Processo e della Causa vertente tra il barone di Torraca Francesco Palamolla, pronipote di Decio ed il conte di Policastro Carafa della Spina (quale ?). Il Di Luccia (…), ha citato questi processi ma non dice chi fossero i loro intestatari. Dunque, il sacerdote Rocco Gaetani (….), a p. 10, nella sua nota (2) postillando che: “(2) Fol. 217, P.O.”, citava gli atti della Causa (“Esami presso dell’Esaminatore”) intentata da Francesco Palamolla, pronipote di Decio Palamolla e 4° Barone di Torraca. Francesco Palamolla intentato davanti alla Regia Camera della Sommaria di Napoli contro i conti di Policastro.

Nel 9-10 maggio 1714, la visita pastorale a Torraca del Vescovo di Policastro, Mons. A. De Robertis

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II a p. 594 parlando della ‘Chiesa’ di Sapri in proposito scriveva che: “Sapri fu eretta in parrocchia solo il 1° settembre 1719 da mons. Andrea de Robertis col titolo dell’Immacolata. Nella visita del 1735 non si è notizia di cappelle, nè del clero. Nell’800 vi erano a Sapri solo tre cappelle intra moenia S. Giovanni Battista, S. Antonio di Padova al Timpone e S. Rosario. Nel giugno del 1832 visitò la chiesa mons. Laudisio. Decreto. Ecc..”. Devo far notare in proposito che quando Ebner scriveva che nella visita a Sapri nel 1735 non vi è notizie di cappelle, forse è dovuto al fatto che le cappelle a Sapri esistevano ma appartenevano al clero di Torraca. Il sacerdote Luigi Tancredi (…), parlando della Sapri sacra nel suo libro “Sapri giovane e antica”, parlando della chiesa dell’Immacolata concezione a Sapri, a p……, nella sua nota (41) postillava che: “A.D.P. (Archivio Diocesi di Policastro), SS. Visite Pastorali di A. De Robertis, anno 1714: nello Stato d’anime si rileva che Don Gennaro Eboli, chierico, era figlio di Scipione e di Giovanna Rosa ed aveva un solo fratello, Matteo.”. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il documento che contiene alcune interessanti notizie circa l’origine della Chiesa Madre di Sapri, la Chiesa dell’Immacolata concezione sono contenute in un verbale della visita pastorale del vescovo di Policastro Mons. Andrea De Robertis, per l’anno 1714. Vediamo in dettaglio la notizia. Dunque, secondo il sacerdote Luigi Tancredi (….), il verbale delle visite pastorali di Mons. De Robertis attesta che nel 1714, don Gennaro Eboli era chierico. Sul documento citato da Laudisio (….), fa luce il sacerdote Rocco Gaetani (…) ancor prima del Tancredi. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), di Torraca, nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici della chiesa di Torraca”, a pp. 41-42 in proposito scriveva che: “Io so che Sapri nel 1714, nello stato di anime segnava 345 persone, oltre tre case di Vibonati, e che in Torraca, in questo stesso anno, si presentò alla sacra visita di Monsignor De Robertis, l’accolito Gennaro Eboli del porto di Sapri, e presentò le bolle di ordinazione e fu approvato pel Suddiaconato (1); ecc…”. Il Gaetani (…) a p. 41, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Visitatio de Robertis, 9 maggio 1714: Visitavit Acolythum Januarium Eboli Portus Saprorum, qui produxit Sacras Testimoniales suorum ordinum et fuit approbatus ad Sacrum Subdiaconatus ordinem.”. Dunque, secondo il Gaetani (….), egli sapeva che nel 1714 Sapri segnava 345 persone. Inoltre il Gaetani (…), sulla base del documento conservato alla Curia Vescovile di Policastro dice che nel 1714 si presentò davanti al Vescovo Mons. Andrea De Robertis “l’accolito Gennaro Eboli del Porto di Sapri”.

La via San Paolo
cccc.PNG (Fig…) Via S. Paolo

Da secoli, esiste un collegamento stradale che, nell’antichità, univa alcuni centri della corolla collinosa a ridosso della fascia costiera. Si tratta di una strada interpoderale che corre lungo la dorsale costiera, chiamata via S. Paolo. Nel territorio saprese, un tempo facente parte del feudo dei Palamolla di Torraca, si imbocca all’altezza dell’attuale locale ‘Capannelle’, che si può ritrovare lungo la SS. che da Sapri corre verso Torraca. Come si può vedere dalla vista del satellite di google maps, la via S. Paolo, corre lungo la dorsale costiera e collega le campagne Sapresi, con Vibonati e da lì porta a S. Marina. L’attuale località vicino il locale ‘le Capannelle’, denominata ‘Torrette Tempe’, molto vicina alla contrada dei ‘Codici’, è limitrofa ad un’altra località che un tempo doveva essere abitata e, nelle cui prossimità dovevano preesistere diverse necropoli. Proprio nei pressi, negli anni ’70, furono scoperti diversi sacelli, tanto da farci ipotizzare la preesistenza di città scomparse. Le località di ‘S. Martino’ e del ‘Fortino’, ecc.., poste sulle alture di Sapri, a metà strada con la vicina Torraca, la località dei ‘Cordici’, scende dal crinale del versante saprese e in alto, verso le ‘Capannelle’, esiste una stradina, indicata sulle mappe come ‘via S. Paolo’, che corre lungo il crinale, oltrepassa l’attuale Cimitero di Sapri, arriva fino alle ‘Ginestre’ e si prolunga fino al cimitero di Vibonati. Doveva essere la strada che in origine collegava le campagne interne dei due centri.

la via s. paolo da vibonati cimitero alle capannelle

(Fig…) l’antichissima via S. Paolo che dal territorio saprese nei pressi del locale “le Capannelle” e, della Madonna dei Cordici, corre sul crinale collinare e arriva oltre Vibonati, fino a S. Marina

Nell’11 maggio 1774 (o 1776 come scrive il Guzzo ?), Vespasiano Palamolla, 5° barone di Torraca

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “…..e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, riguardo il Barone di Torraca nel 1746, doveva essere il barone Vespasiano Palamolla che morì, secondo i Cedolaria ricordati dal Gaetani, l’11 maggio 1774. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; ecc….”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Dopo la descrizione del complesso ritorniamo ai Moscati e precisamente a Teresa, figlia di Giuseppe ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 di gennaio 1771 che il 20 agosto del 1795 sposò Vespasiano Palamolla, barone di Torraca. Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer avi del medico Santo Giuseppe Moscati, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Dunque, come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei Nobili Napoletani, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano.

Melvetti Onofrio, I marchesi di Poppano

Nel 1786, Sapri e Torraca secondo Giuseppe Maria Galanti

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” vol. II, a p. 665 parlando di Torraca in proposito ai Palamolla di Torraca scriveva che:  “Il Galanti (12) scrive che “Torraca” contava ai suoi tempi 1296 abitanti.”. Ebner a p. 665, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Galanti, cit. IV, p. 234.”. Ebner si riferiva al testo di Giuseppe Maria Galanti (….), vol. IV del “Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie”, pubblicata dal 1796 in poi, egli riportava la popolazione dei centri del Cilento e a p. 234 scriveva “Toraca – d. di Policastro, 1296”, dove “d” stava per Diocesi, dunque “Toraca” in Diocesi di Policastro, abitanti 1296. Il Galanti riportava anche e distintamente la popolazione di Sapri che risultava a quei tempi superiore a quella di Torraca e scriveva che: “Sapri, d. di Policastro, 1423”.

Nel 20 agosto 1795, Vespasiano Palamolla, 5° barone di Torraca sposò in prime nozze Teresa Moscati, marchesa di Poppano

Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Dopo la descrizione del complesso ritorniamo ai Moscati e precisamente a Teresa, figlia di Giuseppe ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 di gennaio 1771 che il 20 agosto del 1795 sposò Vespasiano Palamolla, barone di Torraca. Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro”, parlando di Torraca a p. 193, in proposito scriveva che: “A Vespasiano successe, nel 1710, Francesco Palamolla, che sposò donna Lucrezia Bruno, dei Baroni di Santa Lucia e, nel 1776, da questi il feudo passò nelle mani del figlio Vespasiano, che prese per moglie Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Nel 1805, morto Vespasiano diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; Ecc..”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”.

Nel 22 giugno 1798, muore Bonaventura Palamolla, fratello del 5° barone di Torraca, Vespasiano Palamolla

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, ecc… .

Nel XIX secolo, a Sapri e Torraca, ramai e calderai

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: “Il Bozza (16), etc..”. Ebner, a p. 665, nella nota (16) postillava: “(16) Bozza, cit., II, p. 221.”. Ebner citanto il Bozza si riferiva ad Angelo Bozza (….) ed al suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, del 1888, vol. II, che a p. 221 parlando di Torraca scriveva che: “Torraca, …..Caccia numerosi calderai, che vanno in tutti i paesi d’Europa ed in America, esercitandovi la loro arte.”. A parte il cognome noto e antico di Sapri della famiglia dei “Calderaro”, ho trovato nuovi elementi a suffragio della notizia del Primicerio Guida (….). Recentemente, Giovannipaolo Ferrari (….), nella sua “Relazione socio-economica e demografica”, redatta per il PUC del Comune di Sapri parlando dell’“5.6 – L’Ottocento” a p. 22 in proposito scriveva che: “Sapri alla fine del XVIII secolo, era un consistente agglomerato cittadino, fiorente di attività, con un porto sicuro ed efficiente che consentiva scambi con Sicilia e Calabria a Sud ed altre Regioni a Nord. Tale struttura concentrava i traffici anche dei paesi dell’entroterra campano-lucano che confluiva a Sapri sia per imbarcazioni sia per spedire e ricevere merce. Un vivace traffico con le isole toscane consentiva l’approvvigionamento di ferro e di rame necessari per le ferriere e le lamiere dell’entroterra rivellese. A proposito della situazione di Sapri a fine secolo uno scrittore contemporaneo scrive: “….””. Ferrari (….), nella sua relazione riguardo la notizia dei “calderai” fiorente attività a Sapri non forniva riferimenti bibliografici. Nel 1984, Amedeo La Greca, Antonio Di Rienzo, Emilio La Greca, pubblicarono “Viaggio nel Cilento”, dove a pp. 255-256 parlando di Sapri in proposito scrivevano che: “Un particolare artigianato sorse a Sapri in quest’epoca, i “Calderari” detti in dialetto “i conza-caurare”, che giravano di paese in paese per la riparazione delle caldaie di rame. Agli inizi dell’ottocento ben quattrocento di costoro giravano per tutto il Regno. I “conza-cauràre” sono artigiani ormai scomparsi. Ma fino a qualche anno fa, essi ancora girovagavano per tutti i paesi del Cilento ed erano tramite di notizie, nonchè di “cultura” a carattere popolare. Questa filastrocca che presentiamo è un inno alla vita libera senza alcun legame di matrimonio; una dissacrazione di un valore, quello della famiglia: ma solo a parole, quasi a giustificare la condizione dei “conza-cauràre”, il cui lavoro a volte non permetteva la formazione di un focolare.: ‘A RANCASCIA. Managgia a chi se nzùra e a chi re se nzurà! Ecc…”. Il mestiere di “accomodare caldare” era il calderaio ovvero un artigiano che oltre a lavorare le ‘caldare di rame’ le accomodava. Questi artigiani erano molto diffusi all’epoca in quanto all’epoca, molte stoviglie erano di rame e queste di diversa forma e funzione erano dette caldare. Secondo la notizia riportata nella relazione del Guida (…), redatta per il Governo Murattiano, circa 400 sapresi “vivevano e giravano dentro e fuori il regno col mestiere di accomodare caldare”. Le caldare erano e sono oggetti di metallo lavorato nelle diverse forme adatte a contenere alimenti o liquidi che dovevano essere cotti sul fuoco. Grandi recipienti di rame battuto e a volte stagnato. Il rame, oltre ad essere contenuto negli alimenti e nell’acqua potabile, trova un largo impiego anche in cucina. Come ben sanno i cuochi, questo metallo possiede una conduttività termica così alta da evitare i rischi di surriscaldamenti locali, che fanno “attaccare” i cibi. Oltretutto i fondi dei recipienti in rame non rischiano di rovinarsi o deformarsi. Quello del calderaio è uno dei tanti mestieri che con il tempo sono scomparsi. Di calderai non ce n’erano molti in paese. Tuttavia quei pochi artigiani che c’erano bastavano a soddisfare le esigenze e le richieste di chi ne aveva bisogno. Nel corso dei miei studi presso la Facoltà di Architettura di Napoli presentai uno studio sugli usi, i costumi e le produzioni locali nel basso Cilento ed a Sapri raccolsi una serie di testimonianze delle antiche produzioni locali. Già dai primi del ‘500, allorquando sorse il primo centro abitato alla marina del torrente Brizzi, oggi individuabile con la località detta le “Mocchie”, e poi sviluppatesi con la “Marinella”, era molto diffusa la produzione della calce viva che serviva a diversi usi nelle costruzioni di case e muri. Questo tipo di produzione locale era molto antica e abbastanza diffusa. Dalle informazioni che raccolsi nelle interveste a diversi anziani di Sapri appurai che al Timpone, oggi piccola frazione di Sapri, posta abbarbicata su una piccola altura prospiciente l’antica marina di Sapri, lungo il torrente Brizzi, vi era in passato una forte produzione di calce che avveniva con la costruzione delle cosiddette “carcare”. La “carcara” nel dialetto saprese era una piccola costruzione realizzata nel terreno e a forma di una piccola torretta di grosse pietre, una specie di fornace, cava all’interno che serviva alla cottura della pietra locale che una volta raggiunta una certa temperatura diventava calce viva. La calce viva così prodotta veniva in seguito posta all’intern di grosse vasche per farla spegnere e poterla cos’ utilizzare nelle costruzioni edilizie. Forse il Primicerio Gennaro Guida avrà fatto un pò di confusione. Inoltre, dal Pesce (…) sappiamo che già alla sua epoca era diffusa a Rivello la produzione di caldaie di rame. La collega Maria Carla Calderaro di Sapri mi faceva notare che molti sapresi emigrarono in America e svolgevano il mestiere di calderai e ramai e che ad un certo punto il re del Messico concesse ad alcuni sapresi ivi emigrati la facoltà di gestire la zecca di Stato. Una di queste famiglie di Sapri erano i Farano che si arricchirono molto nel Messico di Massimiliano d’Asburgo.

Giacomo Racioppi (….), nel suo “La Spedizione di Carlo Pisacane a Sapri con documenti indediti etc…”, a pp. 42-43-44, in proposito scriveva che: Il Prete Peluso, vecchio ‘calderaro’, partiggiano anzi sicario di casa Borbone, etc…”.

Nel 1799, la Repubblica Partenopea

Da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, nel 1796 Giuseppe prese parte con Napoleone alla prima campagna d’Italia, lasciando la Corsica che ormai veniva abbandonata anche dagli inglesi. Il 23 gennaio 1799 il Regno di Napoli cadde in seguito al fallimento della spedizione dell’esercito borbonico, al comando del generale austriaco Karl von Mack per liberare Roma dai francesi. La controffensiva dei transalpini costrinse alla ritirata le truppe di Ferdinando IV, il quale fuggì a Palermo imbarcandosi sul Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia (21 dicembre 1798). Nella città fu proclamata la Repubblica Napoletana (“sorella” di quella francese) e fu innalzato l’albero della libertà. Il nome divenne celebre nel 1799 per le gesta degli insorgenti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. L’anno seguente, durante la Prima Repubblica francese. Il Re Ferdinando IV Borbone di Napoli tornò precipitosamente a Napoli, e il 21 dicembre 1798 s’imbarcò di nascosto sulla HMS “Vanguard” dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la Famiglia Reale e John Acton, in fuga verso Palermo (portandosi dietro, tra l’altro, il denaro dei Banchi). Venne affidato al Marchese di Laino Francesco Pignatelli l’incarico di Vicario Generale e da questi fu dato ordine di distruggere la Flotta, che venne incendiata. Seguirono alcuni giorni di confusione e di caos. Mentre gli Eletti del Popolo rivendicarono il diritto di rappresentare il Re Ferdinando IV Borbone di Napoli, l’11 gennaio 1799 il Marchese Pignatelli concluse, a Sparanise, un gravoso Armistizio col generale Championnet. La Repubblica Napoletana, anche detta Repubblica Napolitana e, impropriamente, Repubblica Partenopea, fu un’entità statuale proclamata a Napoli nel 1799, ed esistita per alcuni mesi sull’onda della prima campagna d’Italia (1796-1797) delle truppe francesi della Repubblica sorta dalla Rivoluzione. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a p. 106, nella nota (278) postillava che: “(278) Con l’entrata dei Francesi in Napoli del 1799 il generale Championnet occupò la capitale del regno borbonico costringendo il re Ferdinando IV a fuggire in Sicilia) tutto il Cilento ebbe un fremito di riscossa: gli spiriti più nobili della borghesia progressista, impevuti delle idee liberali propugnate dalla Rivluzione Francese, si batterono per creare Municipalità democratiche in ogni paese, dove piantarono l’albero della libertà.”.

Nel 1799, il passaggio delle truppe Francesi di Napoleone Bonaparte

Recentemente Nicola Femminella (….), nel suo “Tesori nelle terre dei Lucani nelle terre dei Sanseverino etc…”, a p….. parlando di Torraca, in proposito scriveva che: “La Madonna è ritenuta protettrice del paese per un episodio ormai entrato nella tradizione popolare. Nel 1799 l’esercito francese era diretto a Torraca per conquistare l’abitato e infierire sulla popolazione. Uomini e donne, vecchi e bambini si rifugiarono nella Chiesa di Cordici a invocare la Madonna. Inspiegabilmente calò sull’abitato una nebbia fittissima che impedì alle truppe francesi di vedere il paese. Esse lo sorpassarono allontanandosi dalle sue case.. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: “Il Bozza (16), nel’ubicare il villaggio su un colle, segnala che sulla cima vi è un castello. Torraca era notissima per i suoi calderai che giravano tutta l’Europa e che, emigrati, impresero a girare anche per le Americhe. Accorsatissimo è il suo santuario campestre (Madonna dei Cordici) in un ameno sito. Anche il Tancredi (17) scrive di Torraca bruciata dai francesi nel 1806, del santuario della Madonna dei Cordici e del castello baronale dei Palamolla che ospitò re Ferdinando il 15 settembre 1852 (lapide). In nota trascrivo i dati di censimento dal 1861 al 1971 (18).”. Ebner, a p. 665, nella nota (16) postillava: “(16) Bozza, cit., II, p. 221.”. Ebner citanto il Bozza si riferiva ad Angelo Bozza (….) ed al suo “La Lucania – Studi storico-archeologici”, del 1888, vol. II, che a p. 221 parlando di Torraca scriveva che: “Torraca, comune di 1298 ab., nel circ. di Sala, mand. di Vibonati, dal quale e dal mare dista 6 chm. Giace su di un colle alla cui cima sorge il castello con magnifico orizzonte. Caccia numerosi calderai, che vanno in tutti i paesi d’Europa ed in America, esercitandovi la loro arte. Vi è nelle sue vicinanze un accorsatissimo santuario campestre detto la Madonna dei Cortici, in un sito dilettevolissimo. Ha un piccolo territorio dal quale si ricava però in abbondanza ottimi vini, olio castagne e ghiande.”. Ebner, a p. 665, nella nota (17) postillava: “(17) Tancredi, Il golfo, cit., p. 69 sg.”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 194 parlando di Torraca scriveva che: “Il 3 marzo 1799 si verificò a Torraca un fatto straordinario. I torracchesi, minacciati dai Francesi, che portavano terrore e sterminio in queste terre, si riunirono in chiesa e pregarono a lungo la Vergine dei Cordici. La preghiera fu ascoltata. Discese, all’improvviso, una nebbia fitta e oscura intorno al borgo, che fu sottratto, così, alla vista del nemico, mentre un sudore, mai visto, grondò dal volto della Madonna e dal braccio del Bambino.”. Queste le uniche parole del Guzzo su Torraca nel 1799. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: “Nel gennaio 1799 da Napoli giungono, portate dai soldati dell’esercito borbonico in fuga, notizie di sommosse avvenute nella città partenopea. La prima ad insorgere è la vicina Basilicata….All’armata dell’intrepido cardinale aderirono, spinti dalla sete di sangue e ricchezza, anche molti briganti. Tra questi vi era Panedigrano, al secolo Nicola Gualtieri, con il quale il cardinale Ruffo risalì il regno facendo proseliti ecc…Il movimento controrivoluzionario, ebbe in Novi il suo caposaldo e in Vallo della Lucania il suo più fiero avversario. Torraca, che si tenne fuori da vampate rivoluzionarie filo-repubblicane, venne minacciata dai francesi i quali dopo aver devastato e conquistato i paesi limitrofi si diressero verso il paese. La gente, disperata, il 3 marzo 1799, sotto il baronato di Vespasiano Palamolla e Terese Moscati, si riunì nella chiesa della Madonna dei Cordici per chiedere alla Vergine una sua intercessione. L’intensa preghiera della popolazione fu ascoltata, ed avvenne il miracolo. Discese all’improvviso una nebbia fitta e oscura che avvolse il borgo rendendolo invisibile alla vista del nemico che passò oltre.”. Ebner citando il Tancredi si riferiva a Luigi Tancredi (….), ed al suo “Il Golfo di Policastro etc…”, che purtroppo non posseggo. Il canonico Luigi Tancredi però scrisse di Sapri nel suo “Sapri – giovane e antica” e a p….., in proposito scriveva che: “…..

Nel 1799, la reazione dei Sanfedisti filo-borbonici del vescovo di Policastro, mons. Ludovico Ludovici ed i moti carbonari del basso Cilento

Già precedentemente e sin dal 1978 dedicai gran parte del mio tempo libero alla ricerca di testimonianze storiche sull’argomento, testimonianze e documenti che attestassero eventuali conferme o ripensamenti. Ho più volte pubblicato miei saggi di storia ed in seguito, nel 1998, su incarico dell’Amministrazione Comunale di Sapri avevo redatto uno studio di analisi storico-urbanistico per la redazione del Piano Regolatore Generale redatto dal Prof. Francesco Forte. Lo stusio si intitolava, l’“Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri”. Verso la fine del testo in proposito scrivevo che: “I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, plenipotenziario nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. Tuttavia, il decennio francese (1806-1815) fu una pausa troppo breve per l’opera di rinnovamento. Le aspirazioni costituzionali, sembrarono trionfare con i moti rivoluzionari del 1820, quando fra i deputati eletti del Cilento vi fu anche il canonico di Celle di Bulgheria Antonio Maria De Luca che, negli anni della reazione sanfedista organizzò in queste terre un movimento clandestino, legato a Carbonari e Filadelfi.”. I tristi anni che seguiranno alla reazione sanfedista che nel 1799 vedeva, il Vescovo di Policastro, Monsignor Nicola Ludovico Ludovici, plenipotenziario ‘Sanfedista’ nel basso Cilento, del Cardinale Ruffo, contrapporsi ai moti giacobini e liberali, accelerarono la politicizzazione e la maturazione delle coscienze e delle forze liberali. L’eversione della feudalità, il rinnovamento dell’amministrazione, gli ampi programmi di riforma ebbero un benefico effetto stimolante nel Cilento, come altrove. I ripartimenti amministrativi, articolati intorno a Sala Consilina e a Vallo della Lucania, dimostratisi per lungo tempo vitali. In un manoscritto datato 1803 il nipote Cosmo Lodovici, canonico cantore della Collegiata della città di Eboli, tra gli arcadi sebezj “Salmoneo Meleagride” ed accademico sincero laureato, raccolse in un volume le gesta di suo zio per tramandarne ai posteri la memoria. Questo “diario-raccolta” venne in possesso del prof. Francesco Paolo Cestaro il quale da attento storico lo studiò e lo ritenne un importante e curioso saggio sanfedista perché era una sicura fonte di notizie storiche e biografiche, che citavano documenti singolari e mettevano in risalto lo spirito e la reazione popolare del nostro circondario contro i Francesi e la Repubblica Napoletana. Il volume, legato in carta pecora, è un manoscritto composto di 382 pagine, contiene oltre duecento componimenti di autori diversi ed è intitolato “Raccolta di varie composizioni italiane e latine in lode dell’Ill.mo e Rev.mo Mons, Lodovico Lodovici fatta dal Rev.mo Signore Cosmo Lodovici” -Eboli MDCCCIII-. In questa raccolta si trovavano inseriti parecchi componimenti poetici di ebolitani tra cui alcuni sonetti del signor D. Carlo d’Orsi (che fra gli Accademici Sinceri laureati aveva scelto il nome di Demarete Megalite, dai quali si apprende che egli nel 1797 aveva iniziato a scrivere la storia degli uomini illustri ebolitani), un’elegia latina di Donato Campagna ed una “cantata” per la caduta di Picerno di Salmoneo Meleagride ( Cosmo Lodovici). Il 23 gennaio 1799 il Regno di Napoli cadde in seguito al fallimento della spedizione dell’esercito borbonico, al comando del generale austriaco Karl von Mack per liberare Roma dai francesi. La controffensiva dei transalpini costrinse alla ritirata le truppe di Ferdinando IV, il quale fuggì a Palermo imbarcandosi sul Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con tutta la famiglia (21 dicembre 1798). Nella città fu proclamata la Repubblica Napoletana (“sorella” di quella francese) e fu innalzato l’albero della libertà. Il nome divenne celebre nel 1799 per le gesta degli insorgenti nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. La parola “sanfedismo” deriva infatti da “Esercito della Santa Fede“, l’armata creata dal cardinale clabrese Fabrizio Ruffo che, tra il febbraio ed il giugno del 1799, prese parte attiva alla restaurazione del dominio borbonico a Napoli, ponendo fine alla Repubblica Napoletana. All’inizio della primavera, il cardinale Fabrizio Ruffo annunciò la costituzione di un’Armata Cristiana e Reale. Decine di migliaia di volontari accorsero da ogni parte del Regno. Il nucleo dell’Armata sanfedista fu composto da contadini, borghesi, ufficiali, finanche preti, pronti ad abbandonare famiglia, lavoro, case, chiese, per difendere la monarchia e la santa fede (da cui il nome sanfedisti), dalle truppe francesi rivoluzionarie. All’esercito si unirono anche banditi e recidivi nella speranza di vedere perdonati i propri reati, distinguendosi molto spesso in episodi di crudeltà gratuita. Guidata dal cardinale, l’armata contribuì a mettere fine all’esperienza della Repubblica Napoletana, con il conseguente ritorno sul trono di Napoli della dinastia Borbone (giugno 1799). Il cardinale Fabrizio Ruffo è sbarcato il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e a impadronirsi rapidamente della regione e quindi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militarono anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa, che si distinguono con metodi feroci e sanguinari, tant’è che lo stesso Ruffo ne rimane amareggiato e non riesce a placare del tutto la loro efferatezza. Certamente gli episodi che riguardano quel momento storico ed in particolare le figure che parteciparono agli avvenimenti come ad esempio Mons. Ludovico Ludovici, Vescovo di Policastro dal …… e di Rocco Stoduti devono essere ulteriormente meglio indagati. Mons. Nicola Maria Laudisio (4), nel 1831, nella sua ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, non dice molto su questi episodi ma parla dei vescovi di Policastro e qualche notizia siamo riusciti a strapparla. Il 25 aprile viene approvata la legge di eversione della feudalità, sulla base di criteri relativamente radicali, ma anch’essa non potrà avere un principio di attuazione in conseguenza del repentino crollo della Repubblica. Nel frattempo, nel resto delle province, la situazione comincia a precipitare. Il cardinale Fabrizio Ruffo è sbarcato il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e a impadronirsi rapidamente della regione e quindi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militarono anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa, che si distinguono con metodi feroci e sanguinari, tant’è che lo stesso Ruffo ne rimane amareggiato e non riesce a placare del tutto la loro efferatezza. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le ricerche del Cassese (279) della fine degli anni Quaranta hanno escluso infatti coinvolgimenti diretti di cittadini dell’Università casellese, mentre tutt’intorno nelle ‘Terre’ contigue divampava l’insurrezione, spesso affrettata e spietata. A Sanza infatti i galntuomini aizzarono il popolo contro i ‘democratizzatori’ padulesi Ettore Netti e Francesco Notaroberto; a Casaletto operò un nutrito gruppo di cospiratori contro il governo borbonico (la famiglia Petrosino: don Felice, Notar Vincenzo, Pascale; Notar Gianuario La Falce; Angelo Loviso; Saverio Scafuri; Don Pasquale Polito) e fu piantato ‘l’albero della Libertà’; a Morigerati furono attivi Don Bernardino Mega, Diego Cioffi e Don Gaetano Granato originario di Lentiscosa; a Vibonati Domenico Furiati e il fratello Notar Biagio (280). Neppure la quasi immediata reazione realista e sanfedista, che coinvolse in prima persona il vescovo di Policastro Monsignor Ludovico Ludovici (281) incaricato dal cardinale Fabrizio Ruffo di organizzare la controrivoluzione nella Valle del Bussento (282), pare avesse coinvolto la ‘Terra di Tortora.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (279) postillava che: (279) Leopoldo Cassese, Giacobini e realisti nel Vallo di Diano, in “Rassegna Storica Salernitana”, X (1949), pp. 134 ss., ora in ‘Scritti di Storia Meridionale, Salerno, Laveglia, 1970, pp. 63-149.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (280) postillava che: (280) Ivi, passim; ASN, Casa Reale, vol. 177, Libro nel quale son descritti…..tutti gli individui….che son notati per materie di Stato, passim.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (281) postillava che: (281)Frate ebolitano dei Minori Osservanti, fu trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797 (N.M. Laudisio, Sinossi etc., cit. p. 36).”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (282) postillava che: “(282) L. Cassese, Scritti di storia etc., cit., p. 106 ss.; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 268.”. Il Laudisio (…) ci parla del vescovo Ludovici a pp. 91-92-93, nell’edizione del Visconti. Laudisio a p. 91 in proposito scrive che: “XLVIII. Ludovico Ludovici, frate dell’Ordine dei Minori Osservanti, di Eboli, trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797….Fu insignito della carica di ministro plenipotenziario del defunto nostro augustissimo re Ferdinando, e ispezionò le provincie del regno e le contee del Molise, della Capitanata, di Principato Ultra e Terra di Bari; perciò, dopo l’occupazione del Regno fu con audacia sacrilega cacciato con la forza delle armi dal suo episcopo di Lauria. E come il pontefice Pio VII in quegli stessi anni fu deportato dal Quirinale a Savona e poi in Francia, così egli fu deportato dal suo episcopio a Roma e poi ad Assisi. A Roma dal pontefici Pio VII, allora regnante, fu nominato prelato domestico e suo assistente al soglio Pontificio. Passò per Rivello il comndante in capo delle truppe francesi, e gli fu consegnata dai cittadini una petizione; così, dopo parechi anni ecc…Perciò lo zelantissimo vescovo Ludovici, per liberare la sua diocesi dalla luce che serpeggiava, ecc…”. Mons. Lodovici ebbe una parte importantissima nella restaurazione del Regno Borbonico, egli ritenne utile e doveroso aiutare la Chiesa e contribuire a restaurare la monarchia, il suo impegno per la riuscita di questa missione durò oltre due anni e nel novembre del 1801 fece ritorno alla diocesi di Policastro. In un saggio on line leggiamo che: “Nel dramma di questa controrivoluzione emerge quale principale protagonista al fianco del Ruffo, il vescovo di Policastro mons. fra Lodovico Lodovici, dell’ordine dei Minori Osservanti, egli, come il cardinale Ruffo, si attivò girando in lungo e in largo il sud della provincia di Salerno, da Eboli agli Alburni, dal cuore del Cilento fino ai confini calabro-lucani infiammando gli animi con la predicazione e l’esempio, tanto da raccogliere ed armare sedicimila uomini, mettendovi a capo Don Rocco Stoduti, dando inizio all’insurrezione nel Principato Citeriore ed in tutti i comuni di fede realista. Il cardinale Vicario a questo punto credette giunto il momento di dare la responsabilità del comando degli insorti di tutto il territorio salernitano al vescovo di Policastro, gli affidò il governo politico ed economico nella provincia di Principato Citra, nominandolo “Generale dell’Armata cristiana, commissario regio, e, suo ministro plenipotenziario”. Alla caduta della Repubblica, venerdì 14 giugno 1799, Lodovico Lodovici, per la sua fedeltà verso il re, fu uno dei sei commissari regi nominati da Ferdinando IV ed inviato come “visitatore” con pieni poteri nelle terre di Lucera, Trani, Montefusco, della Capitanata (foggiano) e nel contado del Molise.”. Dopo la battaglia di Austerlitz, 2 dicembre 1805, i francesi occuparono il Regno di Napoli decretando la fine della dinastia; Lodovico Lodovici nel 1806 fu esiliato a Roma, dove divenne assistente al soglio pontificio, ritornò nel 1811 nella sua diocesi, dove morì e fu sepolto il 17 gennaio 1819: aveva 72 anni. Anche il sacerdote Rocco Gaetani di Torraca (….) ci dice alcune cose sull’arrivo dei francesi a Torraca. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: Per contrastare il dilagare della rivoluzione repubblicana, il clero della zona cilentana intervenne infiammando la folla che accorse ad arruolarsi sotto il comando del Durante capo dei sanfedisti. Il 12 aprile 1799 venivano destituiti tutti gli apparati repubblicani di questi paesi che insorsero. Il vescovo di Policastro mons. Ludovico Ludovici, dell’ordine dei frati Minori Osservanti, (resse la diocesi dal 1797 fino al 1818, anno della sua morte) entrò in azione in prima persona. Egli si attivò riuscendo a scuotere il sud della provincia di Salerno, fino al confine calabro, infiammando gli animi con la predicazione ed attirare a se un gran numero di accoliti. Il cardinale Ruffo, visto il suo impegno per la sana causa, gli affidò il governo politico ed economico nella Provincia del Principato Citra, nominandolo ‘Generale dell’armata cristiana, commissario regio e suo ministro plenipotenziario’. Il presule non deluse le aspettative del cardinale; riuscì in poco tempo ad imporre il controllo di tutto il Cilento meridionale fino al Vallo di Diano. Dal Golfo di Policastro assicurò un tranquillo sbarco delle truppe inglesi, mentre Padula divenne la roccaforte per il controllo della Regia strada delle Calabrie. Per ottenere in breve tempo ottimi risultati, l’intrepido vescovo si circondò di elementi validi ma principalmente fidatissimi, tra questi molto sanguinari e noti briganti, come Nicola Gualtieri detto Panedigrano e Michele Pezza alias Fra Diavolo.”. Certamente gli episodi che riguardano quel momento storico ed in particolare le figure che parteciparono agli avvenimenti come ad esempio Mons. Ludovico Ludovici, Vescovo di Policastro dal …… e di Rocco Stoduti devono essere ulteriormente meglio indagati.

Nel 1799, Rocco Stoduti e le sue probabili origini con gli Eboli di Ispani (o di Torraca)

Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “Repubblica Partenopea” (anno 1799) e del Vescovo di Policastro Mons. Ludovico Ludovici (…), a pp. 65- 66-67 e s. in proposito scriveva che: Tra gli uomini che accorsero al richiamo del Ludovici è doveroso citare il capomassa Rocco Stoduti, al quale lo stesso vescovo affidò un’armata di ben sedicimila uomini. Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani. La conferma che costui sia torracchese, viene ancor più avvalorata dal fatto che in alcuni documenti del XVII e del XVIII sec. riportati dal Rev. Rocco Gaetani nel testo “La fede degli avi nostri”, questo cognome si legge di frequente. In una scrittura datata 1656, contenente il “Voto fatto dall’Università di Torraca a favore del clero di essa”, compaiono Carlo e Fabritio Stodut(o). In un altro del 1671, inerente ad un registro in cui venivano annotate le messe, spiccano i nomi di Guglielmo e Vittorio Stodut(i); ed ancora, in un elenco del 1733, ove vengono elencati i sacerdoti del paese, si fa menzione di Don Donato e Domenico Stoduti. Per finire, in un Regio Memoriale del 1778, in cui sono trascritte le regole inerenti la fondazione della Confraternita delle Anime del Purgatorio, si nominano appartenenti a tale organizzazione religiosa, Domenico e Rocco Stoduti. Da quanto accennato e dagli sparuti elementi, sarebbe azzardato affermare incondizionatamente che quest’ultimo, sia la stessa persona al quale il Vescovo di Policastro ha affidato il comando di un vero e proprio esercito, ma le coincidenze sono senz’altro numerose, specialmente le date. Come si è potuto constatare dal 1656 al 1778, degli otto Stoduti citati, nei tre documenti esiste uno solo con il nome Rocco, che in qualche modo potrebbe essere colui che nel 1799, anno della controrivoluzione monarchica intrapresa dal Cardinale Ruffo, sia stato uno degli artefici che ha portato al fallimento il sogno della Repubblica Partenopea. La fedeltà alla corona farà sì che nel primo decennio del XIX sec. lo ritroveremo ancora una volta in prima linea con suo figlio e vari torracchesi a combattere contro gli invasori francesi. La capitolazione lo costrinse a riparare con altri compaesani in Sicilia, presso la corte del re Ferdinando IV, ove sembra sia deceduto nel 1826. Dopo la sua fuga, cosa alquanto strana, non si ha traccia nel paese di qualcuno che porti tale cognome. Non è possibile neanche attingere ulteriori notizie dai registri parrocchiali, poichè sono andati distrutti dall’incendio provocato dai soldati napoleonici. Un’altra ipotesi che porta a pensare che lo Stoduti sia nato a Torraca, è rappresentata dal fatto che gli stessi francesi nutrivano per questo paese un particolare rancore, molto probabilmente dovuto al fatto che di aver dato i natali all’intrepido torracchese ed a suo figlio, ma anche per l’esistenza di un nutrito gruppo di compaesani che spalleggiava ambedue gli Stoduti e che seguiva gli incrollabili ideali monarchici da loro propugnati. Il vescovo di Policastro ebbe un’alta considerazione di costui, tanto da affidargli l’incarico di capeggiare i sanfedisti locali, i quali ebbero rapidamente ragione sui repubblicani, estirpando dai paesi vicini della ribelle Basilicata e successivamente in molti paesi del Cilento, il simbolo della repubblica “l’albero della libertà”. Il torracchese dopo aver placato la fievole rivolta cilentana, proseguì verso la Basilicata ed una volta sedata la ribellione lucana si diresse verso Salerno. Praticamente, in poco più di tre mesi, il versante tirrenico fino alle montagne campane sovrastanti Sapri, era ritornato nelle mani dei lealisti, grazie all’opera di Rocco Stoduti il quale riuscì ad innalzare il bianco vessillo borbonico nei centri liberati.. Dunque, nell’interessante passaggio, il Mallamaci (….), scrive che alcuni storici, senza citarli, ritenevano che il Rocco Stoduti, quello della reazione Sanfedista del Cardinale Ruffo fosse nato a Torraca nel 1756 da Carmine Stoduto e Anna Eboli di Ispani. Il Mallamaci scrive che: “Alcuni storici lo vogliono nativo di San Cristoforo, una frazione di Ispani, altri affermano invece che sia nato a Torraca. La seconda ipotesi sembrerebbe la più attendibile perchè suffragata dal fatto che in merito vengono forniti precisi dati, come la località e la data di nascita, i nomi dei suoi genitori ed anche l’esatta provenienza della mamma, della moglie ed il nome del figlio nato dal loro matrimonio. Se si accettano tali presupposti, dobbiamo ammettere quanto affermano i secondi storici, ossia che lo Stoduti è nato a Torraca nel 1756 da Carmine e Anna Eboli di Ispani, ha sposato una certa Antonia Eboli, anch’essa nativa di Ispani e dalla loro unione è nato Francesco, il quale ha seguito incondizionatamente le orme del padre. L’errore dovuto all’imprecisa collocazione del paese di nascita di Stoduti, potrebbe essere stato causato dalla provenienza della mamma e della moglie, entrambe native di Ispani.”.

Nel 5 novembre 1803, Vespasiano Palamolla, diventa il 5° barone di Torraca e Teresa Moscati, Marchesa di Poppano

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). “. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “…..5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; 6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc….”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; Ecc…”. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “5° Vespasiano Palamolla, quinto Barone, sposata a donna Teresa Moscati marchesa di Poppano; ecc..”.

Nel 1805, muore Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca

Nel 1805, Biagio Palamolla, 6° barone di Torraca

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: “…..6° Biagio Palamolla, sesto Barone, ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze Donna Mariana Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…” parlando di Torraca a p. 193 in proposito scriveva che: “Nel 1805, morto Vespasiano, diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto.”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”Dunque, secondo il Gaetani (….) sulla cui scorta scriveva il Guzzo, Biagio Palamolla diventa il 6° Barone di Torraca alla morte di Vespasiano Palamolla che, il 5 novembre 1803 risulta dal ‘Cedolario’, 5° barone di Torraca. Dunque Vespasiano morirà due anni dopo essere diventato il 5° Barone di Torraca e nel 1805, alla sua morte sarà Biagio a diventare il titolare erede della nobile casata. Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846……..Francesco, il quarto barone di Torraca prese per moglie Lucrezia Bruno dei baroni di Santa Lucia ed arriviamo a Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Dunque, come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei ‘Nobili Napoletani’, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano.

Nel 1806, Torraca e le truppe Francesi (Napoleoniche) di Giuseppe Bonaparte e del Generale Massena

Recentemente Nicola Femminella (….), nel suo “Tesori nelle terre dei Lucani nelle terre dei Sanseverino etc…”, a p….. parlando di Torraca, in proposito scriveva che: Cinque anni dopo, altre truppe francesi, guidate dal generale Massena, assalirono il castello, portando via ogni oggetto prezioso, dopo aver dato fuoco all’Archivio Parrocchiale. Gli abitanti del borgo ricordano i due episodi il 3 marzo e l’8 settembre con festeggiamenti e una solenne processione in onore della Madonna dei Cordici.”. Da Wikipedia leggiamo che nel nel 1796 Giuseppe prese parte con Napoleone alla prima campagna d’Italia, lasciando la Corsica che ormai veniva abbandonata anche dagli inglesi. L’anno seguente, durante la Prima Repubblica francese, venne nominato diplomatico, prima alla corte dei duchi di Parma e poi a Roma, lasciando la città solo dopo i disordini del 28 dicembre 1797 e l’assassinio del generale Duphot, suo aiutante. Dal 1806 al 1808 Giuseppe Bonaparte governò il Regno di Napoli in nome di suo fratello, che gli affiancò nel governo i napoletani Antonio Cristoforo Saliceti e Marzio Mastrilli, oltre ad altri valenti personaggi di governo francesi dell’epoca, quali Pierre-Louis Roederer, André-François Miot de Mélito, Louis Stanislas de Girardin e Mathieu Dumas.  Con Andrea Massena a capo della spedizione che aveva il compito di scacciare i Borboni da Napoli, Giuseppe intraprese il suo viaggio verso il regno del sud e nel gennaio 1806 si fermò per tre giorni a Roma, dove firmò un accordo per le forniture militari al nuovo regno che andava conquistando, passando poi il confine con 40.000 uomini. L’11 febbraio entrò nella piazzaforte di Capua e il 15 dello stesso mese fece il proprio ingresso solenne a Napoli, omaggiato dalle autorità cittadine e di governo, che apprezzarono particolarmente il suo gesto di omaggio a San Gennaro, patrono della città, cui fece dono di una preziosissima collana di diamanti. Ferdinando IV di Napoli, intanto, era fuggito in Sicilia e il suo esercito si era ritirato al suo seguito. Per conoscere e farsi conoscere, Giuseppe intraprese subito una visita nelle principali province del regno, giungendo in Calabria già nel marzo successivo.

Nel 4 agosto 1806, a Torraca l’attacco delle truppe Francesi e Leonilda Campanella che fu squartata

Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di Policastro etc…”, a p. 195 parlando di Torraca scriveva che: Alcuni anni dopo, il 4 agosto 1806, festa di S. Domenico, i francesi del generale Massena, dopo aver messo a guasto e rovina il castello baronale, asportandone quadri, statue e oggetti preziosi, distrussero con l’incendio l’archivio della chiesa parrocchiale. Andarono perduti documenti, atti, registri e pergamene di grande importanza storica. Appiccarono poi il fuoco agli edifici pubblici e alle case, distruggendo mobili e suppellettili e sperperando frumento, olio, vino ed altri prodotti. I guasti furono quantizzati in circa 10.000 ducati. Il barone Palamolla espose i danni al re Ferdinando IV e chiese il risarcimento (5). Il triste episodio è ricordato ancor oggi dai vecchi del luogo con la pietosa, tragica storia di Leonilda Campanella, anziana donna di Torraca, la quale, malata e impedita fisicamente, non riuscì a sfuggire alla furia dei soldati francesi, i quali, sordi, ad ogni preghiera e privi di qualsiasi sentimento umano, la squartarono orribilmente e le troncarono il capo che, come trofeo di vittoria, appesero ad un ramo di ulivo. L’olivo del capo di Leonilde era additato, fino agli inizi di questo secolo, presso il pozzo della Porta alla Fontana, nella proprietà Perazzo.”. Guzzo, a p. 194, nella nota (5) postillava: “(5) R. Gaetani, cit., pag. 64”. Guzzo si riferiva all’opera del sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, che a p. 64, in proposito scriveva che: “….

Nel 29 settembre 1806, a Torraca l’attacco del colonnello Andrea Pignatelli Cerchiara

Francesco Barra (….), nel suo “Il brigantaggio del Decennio francese (1806-1815) Studi e Ricerche”, a p. 52 racconta un episodio accaduto a Sapri. Scrive il Barra che:  “Un altro e più consistente raggruppamento, costituito da circa 900 uomini, parte locali e parte sbarcati da un legno siciliano, si erano trincerati a Torraca, dove il 29 settembre furono attaccati dal I reggimento napoletano di linea del colonnello Pignatelli (43): “. Il Barra a p. 52 riporta quanto scrisse Pietro Calà Ulloa e, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Il “Monitore Napolitano”, 3 ottobre 1806, n. 63.“.

Nel 1846, Biagio Palamolla, 6° barone di Torraca, dopo la morte di Teresa Moscati, sua madre e, diventa marchese di Poppano

Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “Teresa muore il 18 febbraio del 1833, il figlio della coppia, Biagio Palamolla ebbe il titolo di marchese di Poppano nel 1846…..ecc….

Nel 28 settembre 1852, la visita di Ferdinando II di Borbone a Torraca

Il sacerdote Giuseppe Cataldo (…), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, a p. 75 in proposito scriveva che: “Nell’autunno del 1852 il re Ferdinando II volle visitare la Basilicata e la Calabria. Sbarcato da Napoli il mattino del 28 settembre sul lido di Sapri, nel golfo di Policastro, col figlio quindicenne, Francesco, duca di Calabria, e col fratello, il Conte di Trapani, Aiutante Generale del grado di Brigatiere, visitò e confortò il vecchio D. Vincenzo Peluso nelle sua villa; indi proseguì per Torraca, Casaletto Spartano, Battaglia e Lagonegro. Il Peluso morì il 4 ottobre.”. Infatti, anche Mario Vasalluzzo (…), nel suo “Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana”, a p. 202 e sulla scorta del Mazziotti (….) parlando di Sapri in proposito scriveva che: “Il 28 settembre del 1852, Sapri riceveva la visita del Re. Il sovrano accompagnato da un nutrito seguito e scortato da quattro navi, approdò al Fortino, a circa un chilometro dalla cittadina. Ferdinando, saputo della sua infermità, volle far visita al Peluso. Fu l’ultimo saluto col suo fedele collaboratore: Vincenzo Peluso infatti, a sei giorni da quello storico incontro, cessava di vivere la sua esistenza agitata e tormentata (5).”. Il Vassalluzzo a p. 204, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Mazziotti M., Costabile Carducci ed i Moti…., op. cit., vol. II, pp. 16, 17, 30, 110, 119. De Cesare R., La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18.”. Dunque, il sacerdote Mario Vassalluzzo cita il Matteo Mazziotti (….) e cita anche Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, Città di Castello, 1900, vol. I, pag. 18. E’ proprio sulla scorta del De Cesare (….), che lo storico coevo, Giorgio Mallamaci scrivendo la storia di Torraca ci parla dello storico evento distorcendone i fatti. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848”, dopo aver parlato di Costabile Carducci che dice essere stato ucciso “sul Monte Spina” (che non esiste), continuando a parlare di Torraca, a p. 88, riferendosi al re Ferdinando IV di Borbone, “divenuto Ferdinando II, re delle Due Sicilie”, in proposito scriveva che: “Il Peluso si ritirò in una casa di campagna a Torraca, dove trascorse in solitudine gli ultimi giorni della sua esistenza, e dove prima di morire ebbe l’onore di essere visitato dal suo amato sovrano. In quell’occasione, Re Ferdinando si imbarcò a Napoli, sulla nave ammiraglia il ‘Fulminante’, scortata dal ‘Guiscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’ e giunse nella rada di Sapri il 28 settembre. la stessa sera raggiunse a piedi Torraca, dove fu accolto dalla popolazione con festose manifestazioni: luminarie, spettacoli, giochi di fuoco e danze. Il re fu ospitato nel castello, dal vecchio marchese Biagio Palamolla. Quest’ultimo, a causa di una grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima dall’incarico di guardia del re con il grado di brigadiere e portastendardo. Il sovrano prima di lasciarlo, gli donò una carrozza in segno di gratitudine e poi conferì all’ospite il titolo di Duca di Torraca. Fu questa la sola volta, in cui Ferdinando di Borbone accettò ospitalità da privati. Re Ferdinando, durante la visita al marchese di Poppano, Biagio Palamolla, saputo che a poca distanza dal castello era in fin di vita il vecchio prete, assassino del Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, con suo figlio, il principe ereditario Francesco, di quindici anni e con il seguito di corte. Si racconta, che il Peluso aveva 75 anni, provato dalla malattia, ed emozionato dall’inaspettata visita, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo spirò. Era il 4 ottobre del 1852.”. Raffaele De Cesare (….) ed il suo “La fine di un Regno, ed. Longanesi, Milano, 1969, nel suo “capitolo II”, a p. 32 parlando del viaggio del Re Ferdinando II in Calabria, sulla scorta di Carlo Pesce (….), in proposito scriveva che: “Sulla fine di settembre del 1852, il re vole dare….., partisse alla volta delle Calabrie. Il movimento delle truppe ebbe luogo nei giorni 23, 24, 25 e 26 settembre, concentrandosi tutta la colonna nei dintorni di Lagonegro. Il re s’imbarcò la sera del 27 settembre a Napoli sul ‘Fulminante’, insieme col principe ereditario, che contava quindici anni, e col conte di Trapani. Il suo seguito era formato dal principe D’Aci, dai brigatieri Ferrari e Del Re, dai colonnelli Nunziante e De Steiger, dal tenente colonnello Letizia, dai maggiori Severino, Anziani e De Angelis, dai capitani Grenet, Schumacher e Salvatore Nunziante. Il colonnello Afan de Ribera, che era pure del seguito, comandava l’atiglieria; il brigatiere Garofalo era capo dello stato maggiore, e il maggiore La Tour seguiva, come aiutante in campo, il conte di Trapani. I direttori Scorza e Murena partirono per posta ed attesero il sovrano a Lagonegro. Il re aveva seco il suo cameriere particolare, Gaetano Galizia, mentre un cuoco e un sottocuoco, con servizio completo, di cucina in apposito furgone, procedevano il corteo di un giorno. Il ‘Fulminante’, seguito dal ‘Giuscardo’, dal ‘Ruggiero’, dal ‘Sannita’ e dal ‘Carlo III’, giunse la mattina del 28 nella rada di Sapri. La sera di quel giorno il re dormì a Torraca, facendo la prima tappa, da Sapri a Torraca, a piedi per mancanza di strade. Alloggiò nel castello del marchese di Poppano, Biagio Palamolla: castello medioevale, con le torri merlate. Lo ricevette il vecchio marchese che, per grave caduta da cavallo, si era ritirato venti anni prima, dalle guardie del Corpo, col grado di brigatiere e portastendardo. Il re, prima di allontanarsi, conferì all’ospite il titolo di duca di Torraca; e il marchese, a perpetuo ricordo, fece cingere con una catena di ferro l’ingresso del castello e murare sulla facciata una lunga lapide latina, della quale ecco la chiusa: ……..Fu quella la sola eccezione che Ferdinando fece al suo proposito di non accettare, a nessun patto, ospitalità da privati. Saputo che, a poca distanza di là, in una casa di campagna, era in fin di vita il vecchio prete Peluso, l’assassino di Costabile Carducci, volle andare a visitarlo, e vi andò a piedi, seguito dal figlio e dagli aiutanti, ed esortò quel tristo a sperare nella divina Provvidenza. Il Peluso, accasciato dagli anni e dal male, baciò ripetutamente la mano del re, e poco dopo morì (1). Alla Taverna del Fortino trovò una berlina di corte ecc….”. Il De Cesare, a p. 33, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Avv. Carlo Pesce, ‘Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda’, Lagonegro, Tipografia Lucana, Matteo Tancredi, 1905. E’ un breve scritto, che si legge con viva commozione. Devo anche al signor Pesce un curioso diario sul passaggio del re da Lagonegro, pubblicato dal giornale ‘il foglietto’ di quella città. (Vedi Parte III, Documenti).”. Dunque, il De Cesare ci parla dell’episodio del passaggio del re a Sapri sulla scorta del libretto dello storico di Lagonegro Carlo Pesce (…), di cui una sola copia si trova nei miei archivi e alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Io posseggo anche copia del manoscritto olografo del Pesce (…) che ho pubblicato in un altro mio saggio. E’ molto probabile che il racconto del Pesce sia stato influenzato da notizie di prima mano di un parente dell’arciprete Timpanelli. Ma il Pesce (….), non scrive ciò che ha scritto il De Cesare e sulla cui scorta ha scritto il Mallamaci. Dunque, il racconto del Mallamaci, cambia anche la data di arrivo di re Ferdinando II a Sapri, ponendola non al 28 settembre 1852 ma al 4 ottobre 1852. Stessa divergenza di date e di notizie ritrovo anche in Angelo Guzzo (….), nel suo “Il Golfo di policastro ecc..”, dove parlando di Torraca a p. 196 in proposito scriveva che: “Il 15 ottobre 1852 Torraca ebbe l’onore di ospitare il re Ferdinando II, il quale, diretto in Calabria, si fermò al castello Palamolla su invito dell’amico barone Biagio. Sul portale del salone principale del maniero dovrebbe ancora far mostra di sè la lapide che ricorda l’avvenimento.”. Il Pesce dunque riporta la data scolpita sulla lapide apposta sulla facciata del Castello di Torraca ed in particolare parlando dell’amico barone Biagio si riferiva al barone Biase Palamolla. Di Biagio Palamoll, Angelo Guzzo (…), ne parla a p. 193 ed in proposito scriveva che: “Nel 1805, morto Vespasiano, diventò sesto barone di Torraca Biagio Palamolla, che ebbe a prime nozze donna Eleonora Zezza, dei baroni di Zapponeta e, in seconde nozze, Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. L’ultimo barone, Francesco Palamolla, Marchese di Poppano, ecc….”. Ecco cosa scrive il Pesce (….), nell’altro suo libro “Storia della città di Lagonegro” parlando della visita del Re Ferdinando II (già Ferdinando IV): “Nell’autunno del 1852 il Re Ferdinando volle visitare un’altra volta questa parte della Basilicata e le Calabrie…Il Re, imbarcatosi la sera del 27 settembre a Napoli, sulla fregata a vapore Fulminante, col figlio allora quindicenne Francesco, Duca di Calabria, e col fratello il Conte di Trapani, sbarcò nel mattino del 28 Settembre nella rada di Sapri. Quivi, avendo appreso che il Prete Vincenzo Peluso, l’esecrando assassino del gran patriota Costabile Carducci, era infermo e presso a morte, volle visitarlo, e recatosi a piedi nella villa, dove il vecchio era accasciato da idropisia e dagli anni, lo confortò e lo esortò a bene sperare nella divina misericordia. Da Sapri, il Re, a cavallo, percorrendo una traccia di rotabile, costruita da un negoziante per lo scarico di legname al porto, passò a Torraca, dove alloggiò e pernottò nel castello medievale, dalle torri merlate, del Marchese di Poppano (Biagio Palamolla), il quale a perpetuo ricordo della visita reale, fece murare sulla facciata del Castello una lapide con lunga ed enfatica iscrizione latina….Su quella spiaggia, presso al casino bianco, levarono il grido – Italia degli Italiani”. In quella occasione e nel corso della visita il re Ferdinando II donò al Peluso morente l’anello di oro col sigillo di casa reale che portava seco, oggi custodito dalla famiglia Martorelli erede Peluso.

Nel 29 giugno 1857, lunedì, Pisacane con i suoi trecento, ed altri, si recò a Torraca

Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 89 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: “La mattina di quel lunedì del 29 giugno a Torraca ci si accingeva a festeggiare San Pietro, eletto protettore nel 26 aprile del 1776. Nulla faceva supporre, specialmente a coloro dediti al solito lavoro dei campi e lontani dalla politica, che in quella solenne giornata potessero arrivare più di trecento persone tra cui anche due donne. Erano al seguito di un individuo dall’aspetto signorile, il quale si esprimeva correttamente in italiano, ma che si rivolgeva ai torracchesi con inflessione prettamente campana. Nella salita che da Sapri si inerpica fino al piccolo borgo di Torraca, quell’uomo che capeggiava la comitiva, ebbe l’occasione di ammirare il panorama che spaziava sul golfo, reso ancor più bello dalle prime luci del giorno. La splendida vista gli aprì l’animo verso un fiero ottimismo sulla missione che aveva intrapreso. Etc…”. Proseguendo il suo racconto, a p. 90, il Mallamaci scriveva: “Aveva riunito la gente in Piazza dell’Olmo, alla quale lesse il seguente proclama: “Cittadini. E’ tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. Avoi basta volerlo. L’odio contro di lui è universalmente inteso. L’esercito è con noi. La capitale aspetta dalle provincie il segnale della ribellione etc…ra impossibile pertanto non chiedersi come mai individui come ‘Luigi Lazzaro’ di Policastro, ‘Luigi Smimmero’ e ‘Gaetano Tropeano di Polla, nonché quel tale saprese ‘Samuele Lacorte’, tutti personaggi di pessima nomea, invece di essere rinchiusi nel carcere di Ponza, circolassero liberamente in compagnia di quelle persone. Sicuramente, come asseriva il loro parroco, anche coloro con cui si accompagnavano erano gente della loro stessa risma. Comunque a sostenerli vi era anche la presenza del vescobo Nicola Maria Laudisio, noto per la sua fedeltà borbonica, giunto a Torraca per l’occasione della festività di S. Pietro, il quale dovette nascondersi per motivi di sicurezza. Solo dopo la partenza dei trecento diretti verso il Fortino, poté mostrarsi e celebrare una messa per lo scampato pericolo. A Sapri. Il giorno precedente, infatti, un gruppo di facinorosi aveva dato la caccia al capourbano ‘Vincenzo Peluso’, nipote dell’omonimo sacerdote che aveva fatto assassinare ‘Costabile Carducci’. La ricerca ebbe esito negativo, poiché costui insieme al indaco ‘Leopoldo Peluso’ un altro suo parente, erano riusciti a dileguarsi. Per ritorsione, gli uomini venuti da lontano, abbatterono le insegne della caserma e per vendicare il Carducci, diedero alle fiamme la casa dello zio sacerdote. Un’altra versione storica riguardante il vescovo Laudisio, è che accolse i rivoltosi con la dovuta diplomazia, e per aggraziarsi la loro simpatia, fece distribuire del buon vino locale e delle belle ciliege. Quest’ultima ipotesi, sicuramente non è tra le più credibili, poiché era nota la sua fama di fedeltà al Re, etc….A mettere in guarda la popolazione, intervennero anche alcune delle famiglie più in vista del paese e di consolidata fede Borbonica. Tra queste vi fu quella dei ‘Perazzi’, che circa un mese prima, in occasione di una rivolta che si stava preparando in Sapri, i suoi componenti erano intervenuti con cospicui fondi da evolvere ai sostenitori della casa regnante. Il vescovo, insieme al sacerdote ed ai Perazzi, convinse la popolazione di Torraca che i nuovi arrivati erano un’organizzata banda di briganti. Ad avvalorare la sua tesi intervennero anche incresciosi eventi. Alcuni dei nuovi arrivati, con la scusa di cercare armi, si introdussero nelle abitazioni, al solo scopo di effettuare dei furti. Ad un certo Carmine Viggiano vennero sottratte sei piastre e fu proprio la figlia Angela ad indicare al loro capo (Pisacane) chi li aveva derubati. Poiché le monete non furono tutte ritrovate, il Pisacane diede loro la parte mancante. Un altro furto fu denunciato da Giovanni Tancredi, un fattore della ferriera dei Perazzi situata a Morigerati, in questo caso si trattava della sottrazzione di un fucile. Oltre al Viggiano e al Tancredi, denunciano furti anche: Paolo Filizzola, Antonio Flora, Carmine Gallotti, Luigi Mercadante e Francesco Rocco. Anche il giudice regio di Vibonati, Gaetano Fischetti, che era stato tra i primi a scorgere lo sbarco dei rivoltosi dal Cagliari, avvenuto presso la spiaggia dell’Oliveto, immediatamente aveva allertato i capourbani della zona. Successivamente si recò a Torraca, e qui spedì altri messaggeri a Tortorella e Casaletto per avvisare del pericolo imminente. La mattina del 29 giugno, da Capitello, inviò un accorato telegramma per avvisare il re di quanto stava accadendo in quella zona. Da questi episodi che coinvolsero il giudice Fischetti, si intuisce che il gruppo di Carlo Pisacane era atteso a Torraca il giorno precedente alla loro venuta, pertanto le autorità del paese ne erano al corrente.”.

Nel 29 giugno, 1857, la partenza dei trecento e di Pisacane da Torraca che arrivarono al Fortino

Nel 1998, in occasione della redazione dell’“Analisi: Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma e su incarico del Comune di Sapri redissi per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) e, parlando della storica “Spedizione di Sapri” di Carlo Pisacane, sulla scorta del resoconto storico di Leopoldo Cassese (….) in proposito così scrivevo che: Da Torraca, la colonna partirà poi per il Fortino di Casaletto Spartano.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo “Torraca – Storia di un borgo del Cilento”, parlando della “I moti del 1928 e del 1848” continuando a parlare di Torraca, a p. 94 e ssg., nel capitolo “Torraca, 29 giugno 1857”, in proposito scriveva che: La mattina del giorno 29 giugno, sull’altro fronte si esultava dell’evento che si stava concretizzando. Il liberale torracchese ‘Mansueto Brandi’, conosciuto dalla polizia locale come pregiudicato politico, aveva preparato con altri paesani della sua stessa ideologia una buona accoglienza ai patrioti giunti per liberare il sud dalla tirannia di re Ferdinando II. Tra quest’ultimi che mostravano orgogliosamente la coccarda tricolore, si annoverano ‘Francesco Fiorito’, il quale guidò il gruppo di liberali incontro ai rivoltosi; ‘Carmine Barra’, un commerciante che aveva obbligato il sacrestano della chiesa di San Pietro a suonare a festa le campane; ‘Luigi Gaetani’, frate francescano che in quei giorni si trovava a casa dei suoi familiari e molto probabilmente fu lui ad indicare al Pisacane la strada per raggiungere il Fortino; ‘Vicenzo Cioffi’, gestore o proprietario della taverna del Fortino ed originario di Tortorella, il quale si prodrigò per fornire le cibarie ai rivoltosi. Il Cioffi, più volte fece sfornare il pane alla propria moglie per sfamare i liberatori. Ai predetti fecero seguito: ‘Michele Albano’, Pasquale e Nicola Bifano, Pasquale Brandi, Francesco Cesarino, Anna e Antonio Falce, Giuseppe Falce, Carmine Falco, Biagio Filizzola, Vincenzo Gallo, l’arciprete Pietro Gravina, Giovanni Lanza di Roccagloriosa, Nicola Mercadante, Vincenzo Mugno, Giuseppe Petrizzo originario di Padula, Raffaele Petrizzo, Carlo Viggiano, Domenico e Pasquale Zipparo. L’accoglienza da parte di costoro fu calorosa e spontanea, qualcuno ha anche gridato “Viva Murat e viva la Repubblica”, però nessuno di questi ebbe il coraggio di seguire i trecento nella loro impresa.”.

Nel 30 giugno 1857, la strada vicinale detta della “Verdesca” percorsa dal Fischetti per salire a Torraca e spiare Pisacane XXFO5843

(Fig….) Ponte d’epoca medievale posto lungo un sentiero che da località Mocchie di Sapri risale verso Torraca. L’immagine ci è stata inviata dal Gruppo di escursionisti di Sapri “Golfo Trek”.

Pare che questa strada vicinale o sentiero risalisse dalla località ‘Mocchie’ a Sapri, su per il monte Olivella, attraverso i territori nel Comune di Torraca e da lì proseguiva verso Torraca o verso il Fortino del Cervaro, si chiamasse “Verdesca”, forse la stessa strada carovaniera che attraversava la contrada della “Carnale”, dove furono trovati dai G.A.S., antichissimi insediamenti Enotri e Lucani, in gran parte distrutti dall’incuria delle autorità preposte  per il passaggio della condotta del gas metano. Andrebbe ulteriormente indagata la presenza di alcune strade mulattiere presenti sul nostro territorio in quanto esse sono state frequentate in epoche in cui si è persa la memoria del tempo. Infatti, questa strada vicinale ed alpestre, prima che arrivasse nei pressi di Torraca, a metà strada, si trova un sito oggi chiamato “Agriturismo S. Fantino”. Io credo che l’intera area fosse stata anticamente l’area dove sorgeva la grancia di S. Fantino, di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio. La probabile epoca di fondazione della grancia di S. Fantino, può riferirsi molto probabilmente all’anno 1097, allorquando, secondo una pergamena d’epoca normanna, veniva concesso a Sergio, monaco di Vibonati, di costruire una cappella a S. Fantino, che doveva essere una località posta tra Sapri e Torraca, come risulta dall’antica pergamena del 1097 (epoca Normanna) illustrata nella Fig. 2, di cui ho parlato. La testimonianza della strada vicinale e di campagna detta la “Verdesca”, ci è data da uno dei principali protagonisti dello sbarco a Sapri dei ‘trecento’ di Carlo Pisacane, il giudice di Vibonati Gaetano Fischetti (…), che nel suo ‘Cenno storico della invasione dei liberali in Sapri nel 1857’, scritto nel 1877 per ingraziarsi il Ministro degli Interni, da poco eletto, Giovanni Nicotera. Il Fischetti (…), a p. 35, parlando della notte in cui Pisacane sostava a Sapri, in proposito scriveva che: “…ed io con pochi amici mi avviai sopra Torraca per la via cosiddetta della ‘Verdesca’, impraticabile quasi, montuosa ed alpestre assai, per evitare la solita via pubblica, laddove quelli avessero voluto inseguirmi.”. Nella tradizione orale popolare, nel nostro dialetto, il termine di “Verdesca”, stà ad indicare un pesce di mare, una specie di pescecane simile allo squalo. Sempre nella tradizione popolare orale, vi è un termine simile “Ventresca”, la pancia o la pelle del ventre di un certo tipo di squalotto di mare. La strada “Verdesca”, verrà poi in seguito, nel 1907, citata anche dal Bilotti (…), il quale a p. 198, in proposito al giudice scriveva che: “Il Fischietti.. (e anche quì il Bilotti erra il cognome del giudice Vibonatese), effettivamente aveva fatto prodigi di attività: partito da Sapri poco prima della mezzanotte, percorse a piedi e con la paura nell’anima, la quasi impraticabile via detta ‘Verdesca’, la quale benchè fatta di alpestri e pericolosi sentieri, era da preferire alla strada ordinaria….”. Con l’indagine geo-storica, possiamo stabilire quale e dove fosse questa stradina o sentiero di campagna, assai disagevole per i tempi a cui si riferiscono i fatti di Pisacane. Si trattava di un percorso o un sentiero di campagna che risaliva le campagne in direzione di Torraca, che partendo dalla località a Sapri detta le “Mocchie”, risalisse verso Torraca. Dalla località detta le “Mocchie” a Sapri, posta subito dopo la contrada saprese della “Marinella”, si inerpicano due sentieri che risalgono alle pendici del Monte dell’Olivella, verso i territorio di Torraca. Io credo che le “Mocchie”, dove ancora oggi è rimasto un gruppo di antichissime case, molte di queste solo recentemente ristrutturate, sia una contrada di Sapri prossima ad un molo o un antico porticciolo. La contrada delle “Mocchie”, infatti, si trova quasi a ridosso della vecchia spiaggia o insenatura formatasi del torrente detto “Brizzi”, di cui ancora oggi non si conosce l’esatto significato dell’etimo. Il torrente “Brizzi” e il suo alveo, dopo un lungo percorso dalle montagne poste nel Comune di Tortorella a confine con quello di Torraca e di Sapri, scende a valle e sversa le sue acque a Sapri e, lungo il suo percorso attraversa la contrada delle “Mocchie” che è posta quasi posta di fronte alla collina dell’altra antica contrada del “Timpone”. Recentemente, alcuni membri del locale gruppo di trekking di Sapri “Golfo Trek” hanno percorso e smacchiato questo vecchio sentiero che risale dalle Mocchie e si inerpica tra balze e dirupi verso il territorio un tempo di Torraca. Io credo che il nome di questo sentiero fosse proprio quello di “Verdesca”, il nome che citava il Bilotti (…) e prima ancora il giudice vibonatese Fischetti (…). Lungo questo percorso vi sono alcuni ruderi di un ponte medievale che lasciano pensare ad un’antichissima frequentazione e forse, come io credo, questo sentiero doveva essere quello che collegava il piccolissimo approdo delle Mocchie con l’antichissima grangia di “S. Fantino”, dipendente dal cenobio basiliano di San Giovanni a Piro. Della grangia di S. Fantino (…), come vedremo, ci parlano gli antichissimi documenti ma i suoi ruderi non sono stati mai individuati. Infatti, risalendo l’immagine satellitale con l’amico Giamberto del locale gruppo di escursionisti, si può vedere che nel territorio prossimo più a Sapri che a Torraca, si scorgono dei duderi o degli edifici che lasciano pensare all’antica grancia di S. Fantino, di cui parla il Di Luccia (…) e il Martire (…), ma che non è stata mai del tutto localizzata. L’antica grancia o masseria o addirittura l’Abbadia di S. Fantino di cui si parla in antichi testi, non solo esisteva dall’epoca Normanna come attesta l’antica pergamena del 1097 pubblicata dal Trinchera (…) e poi dal Cappelli (…), ma era posta nel territorio di Sapri, divenuto solo nei primi del ‘500 appartenente al feudo di Torraca. Credo pure che questo percorso sia proprio quello che percorrevano i monaci abitanti dell’antica grangia di S. Fantino per scendere al porto di Sapri che forse era posto proprio nella contrada detta le “Mocchie”, per il trasporto via mare delle merci essendo questo piccolo ma nascosto e sicuro approdo collegato con i piccoli porti della costa velina. Non sono mai state del tutto individuate alcune cappelle e costruzioni religiose di cui ci parlano alcuni studiosi locali nei primi del ‘900 come il Gallotti (…) e il Gaetani (…). Molte costruzioni si pensa fossero nel territorio di Torraca ma solo perchè il territorio di Sapri, fu delineato nei suoi attuali confini solo dopo l’Unità d’Italia, ma in realtà alcune costruzioni o manufatti citati dal Cappelli (…), dal Martire (…), ecc.., si trovavano prossimi al territorio saprese, ovvero posti si nella campagne ma molto prossimi al vicino piccolo approdo della costa saprese. Infatti, nell’antichità per il trasporto delle merci e per i traffici si preferiva percorrere le vie marittime anzicchè quelle sulla terra ferma molto più frequentate ed insicure. I monaci lo sapevano bene. Nell’anticihità le località e le comunità rivierasche erano molto più fiorenti e popolate rispetto a quelle interne che si ripopolarono specialmente dopo la Guerra del Vespro e sopratutto in epoca Vicereale a discapito di quelle rivierasche che al contrario si spopolarono. I documenti ci parlano di una grangia o di un piccolo cenobio di monaci basiliani o benedettini, la grangia di S. Fantino, che doveva essere attiva e fiorente all’epoca medievale ovvero XII-XIII secolo.

Dal 1860, il mandamento ed il circondario di Vibonati appartenente al Distretto di Sala Consilina nel Regno d’Italia

Da Wikipedia leggiamo che Sapri dal 1811 al 1860 ha fatto parte del circondario di Vibonati, appartenente al Distretto di Sala del Regno delle Due Sicilie. Dal 1860 al 1924, durante il Regno d’Italia ha fatto parte del mandamento di Vibonati, nel 1924 il mandamento fu trasferito a Sapri fino al 1927 anno della sua soppressione appartenente al Circondario di Sala Consilina.

Nel 13 gennaio 1862, la divisione dei territori sapresi della “Verdesca” e della “Finosa”

Nel 1916, il sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio”, a pp. 1-2-3 in proposito scriveva che: “Per noi qui sottoscritti e crocosegnati rispettivi Notar Nicola Mariniello della terra di Tortorella e Biase Falco della terra della Torraca, esperti deputati delle cinque Università, cioè esso Biase Falco eletto dall’Università della Torraca e detto Notar Nicola Mariniello dell’Università della Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia per dividere i territorii controvertiti nel Sacro Regio Consiglio, cioè Vinosa, Verdesca, Giuliani e Ciglio della Mortella in virtù dei processi attitati in detto Sacro Consiglio e come che in detta Causa s’è attirata da più secoli il signor Consigliere Commissario si fossero divisi, ed essendosi proceduto da noi qui sottoscritti e crocesegnati rispettivi alla divisione di detti territori controvertiti. In primo luogo si è destinato una via pubblica che discende da detta Torraca da dove al presente vi è la confinazione delli territori suddetti, principia dalla casa di Scarpitta ossia Fanuele lo Vallone in suso, sale detta confinazione sino sotto le vigne di detta Torraca, e detta via per comune commodo si è stabilita di palmi quaranta da sopra la croce scolpita alli duri sassi in dove si debbono fare li pilastri di fabbrica; quale via per comune commodo debba andare traverso traverso per sotto dette vigne di Torraca insino al Vallone della Strecara da sotto la chiusa del Signor Barone con il commodo dell’acqua ecc……e sopra le croci scolpite che sono nella Finosa e vanno al Rocca del Craparizzo, che sono da tomola quattro in cinque in circa resti a benefizio dell’Università della Torraca, e del Varco suddetto della Strecara passare la suddetta via mezza costa, ed uscire addirittura alla croce scolpita del Signor Consigliere Cappellaro e proprio quella detta li Craparizzo, e da sopra detta croce debba camminare traverso traverso vie meditate, che va a Sapri sino al Valco che va alli Giuliani e da ivi passare per sopra le grotticelle, a basso; sgarrone di palmi quaranta e da dette grotticelle, della quale via possono servirsene tutte e cinque le Università, e da ivi addirittura passare mezza costa mezza costa pigliando il primo ciglio seu Sgarrone, e rupe rupe alte a dirittura giungere per sopra li Giuliani ed arrivare alle Rocche alte, che dividono a dirittura per la confinazione di Barba Nicola. E per quando pende acqua da dette rocche verso l’Olivella, resta a beneficio delle quattro Università, ed il sedente è tutto verso ponente a beneficio di detta Torraca, salendo poi a dirittura rocche rocche ad acqua pendente sino alla fontana della spina per detti ciglioni, e da ivi secondo vanno le croci antiche sino al manicone dell’aria della Cerasia, con dichiarazione però che in detta Cerasia vi è un piccolo pozzino al presente di Torraca verso il territorio delle quattro Università sia lecito a dette quattro Università di rifare detto pozzo per pigliare l’acqua per bere unomini in detti territorii con potervi abbeverare due paia di bovi, e cavalcature con espressa con espressa proibizione che non si possono abbeverare morre di animali, perchè farebbero incommodo alla mandra di detto signor Barone, e uomini di Torraca, e che il territorio debba sempre camminare da detta Cerasia sino alla Lupinara, siccome vanno le antiche croci, ove non vi è stato mai controversione, cioè si è convenuto e stabilito che andando li cittadini così delle quattro Università, come di Torraca a beverare li loro rispettivi animali nel fiume della Lupinara ecc….(1).”. Il Gaetani a p. 9 nella sua nota (I) postillava che:  “(I) Limitazione e divisione fatta tra le Università di Tortorella, Vibonati, Casaletto e Battaglia del territorio alla Verdesca e Finosa con l’Università di Torraca – Vibonati, li 13 gennaio 1862.“.

Nel 1867 muore Biagio Palamolla e Francesco Palamolla diventa il 7° Barone di Torraca e marchese di Poppano

Onofrio Malvetti (….), in un suo opuscolo dal titolo “I marchesi di Poppano” ad un certo punto parlando dei Moscati cita Torraca ed il Giustiniani e scriveva che: “….Vespasiano Palamolla, citato sopra, sposato a Teresa Moscati, Biagio loro figlio, barone di Torraca e marchese di Poppano, in prime nozze sposò donna Eleonora Zezza dei baroni di Zapponeta, ed in seconde nozze donna Marianna Caputo, marchesa di Cerreto. Ecc…”. Dunque, secondo la descrizione del Malvetti, Vespasiano Palamolla, 5° Barone di Torraca, il 20 agosto 1795 sposò Teresa Moscati, marchesa di Poppano e figlia di Giuseppe Moscati ed Angela Condulmer, nata a Napoli il 16 gennaio 1771. Vespasiano Palamolla e Teresa Moscati ebbero come figli Biagio Palamolla che sarà il 6° Barone di Torraca. Come ha scritto Rocco Gaetani (….), Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca aveva sposato in seconde nozze donna Marianna Caputo dei marchesi di Cerreto. In rete in “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Dunque, secondo il sito dei ‘Nobili Napoletani’, Marianna Caputo, marchese di Cerreto, morì nel 1861 e fu sposa a Biagio Palamolla, 6° Barone di Torraca e marchese di Poppano, nato nel 1796 e morto nel 1867. Infatti, sul sito è scritto che Biagio Palamolla nasce il 1796, un anno dopo il matrimonio tra il padre Vespasiano Palamolla e la madre Teresa Moscati, marchesa di Poppano. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”. Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta,  si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli. Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolora pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”.

Nel 10 febbraio 1909 (o 1910 ?), muore Francesco Palamolla, il 7° barone di Torraca

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: L’ultimo barone don Francesco Marchese di Poppano, cavaliere di giustizia del Sovrano Ordine di Malta,  si addormentava nel bacio del Signore la sera del 19 febbraio 1910, nella città di Napoli.”. Il Gaetani dunque scriveva che il sangue della famiglia Palamolla di Torraca si estinse ma chiaramente continuava a scorrere nella famiglia Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli. In rete, nel blog “Nobili-Napoletani” troviamo che: “Salvatore, marchese della Petrella come erede per la morte di suo padre Giuseppe, sposato ad Ippolita Mascaro, figlia di Luigi († 1812), marchese di Acerno, e di Vittoria Carafa di Montecalvo (1758 † 1792), generarono due figlie femmine: Vincenza, sposata al marchese Ferdinando Rohrlach, Gentiluomo di Camera di S.A.R. l’Infante di Lucca, e Marianna († 1861) sposata al marchese di Poppano Biagio Palamolla (1796 † 1867); con esse questo ramo si estinse.”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: “Dal ‘Cedolario’ è poi notizia che nel ‘700 il feudo apparteneva a Vespasiano Palamolla (11 magio 1774), cui successe il fratello Bonaventura (morto 22 giugno 1798), dal quale fu trasferito al nipote paterno Vespasiano (5 novembre 1803). L’ultimo intestatario, iscritto nel Registro dei Feudatari, ebbe tre figli: i due primi non ebbero discendenti, mentre il terzo era entrato a far parte dell’Ordine di Malta. Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”.

Nel 6 settembre 1907, muore Teresa Palamolla, contessa di Torraca

Il sacerdote Rocco Gaetani (…), nel suo ‘La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca’, p. 283, nelle sue “Note storiche“, la n° 24 postillava che: Il chiaro sangue delle tre volte secolare famiglia continua nei Parente di Castellabate, Pecorelli di Castel Ruggiero, nei Lombardi di Roccagloriosa e nei Marigliano di Napoli, i quali ultimi, il 6 settembre 1907, compiansero la dolora pedita della contessa Teresa Palamolla, che ebbe nella sua casa, fede operosa, glorie e ricchezze, il cui figlio, Filippo, Duca di Canzano, conte di Marigliano, ha ereditato i titoli di nobiltà della famiglia paterna. I baroni Palamolla ebbero poi uomini notevoli nelle armi ecc…”. Riguardo i Palamolla ha scritto anche Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento” che, parlando di Torraca, vol. II a p. 665, dal 1397 e re Luigi II d’Aragona salta direttamente al ‘700 ed in proposito scriveva che: Alla morte di quest’ultimo (10 febbraio 1909) unica erede feudale era la sorella Teresa Palamolla che aveva sposato il 25 maggio 1853 il nobile Francesco Paolo Magliano.”.

Dal 1861, Torraca e la sua poloazione nei Censimenti del Regno d’Italia

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II parlando di Torraca, a pp. 665-666, in proposito scriveva che: In nota trascrivo i dati di censimento dal 1861 al 1971 (18).”. Ebner, a p. 666, nella nota (18) postillava: “(18) 1861 (ab. 1563), 1871 (1721), 1881 (1526), 1901 (1593), 1911 (1626), 1921 (1545), 1931 (1238), 1951 (1357), 1971 (1233).”.

Note bibliografiche:

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “ i Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998

(…) (Fig…..) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1981 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

(…) Archivio della Badia di Cava dei Tirreni, anno Aprile 1481, XV, LXXXV, 98

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(…) (Figg…..) “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96. Il documento fu citato dal Gaetani R., op. cit. (…) e dal Cataldo (…). In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96“ (…), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), e dice di aver tratto lo stralcio del documento in questione dal suo amico Canonico Giuseppe Menta (…), che troviamo citato su un’antico testo scaricabile da Google libri gratis. Il Gaetani, op. cit., p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione. ‘Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano’. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (…). Il Cataldo (…), nelle sue note (p. 19, nota n. 71), a proposito della “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a…”, scrive che essa è un manoscritto (Ms.), conservato all’A.D.P. (Archivio della Diocesi di Policastro). Il Laudisio (…), non riporta alcuna nota a riguardo ma rileggendo il Di Luccia apprendiamo che le notizie sull’Abbazia di S. Giovanni a Piro sono tratte da un documento: come appare per istrumento pubblico rogato dal Notaro Gio: Antonio Molfesi del Bosco (di Bosco), copia del quale legalizzata dal Signor D. Alessandro di Tomase Vicario di quel tempo di Policastro si conserva nell’Archivio di detta Cappella lib. 11 fol. 622. “. Si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, p. 73 e s., si veda “Esame della Platea del 1695 (1)”. Il Tancredi, alla nota (1), scrive: “A.D.P.: MS (Sez. Amministrazione) “Platea dei Beni, e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro del 1695, un tempo dei monaci Basiliani, e poscia aggregata all’Insigne Cappella del Presepio in S. Maria Maggiore di Roma e finalmente al Seminario Diocesano di Policastro dopo le leggi eversive del 1806. ecc..”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.” (…). Il Gaetani (…), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta (…). Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano (…). Le immagini che noi quì pubblichiamo (Figg. da n. 1 in poi), sono tratte dal manoscritto originale conservato all’Archivio Diocesano di Policastro (Fig….), da cui abbiamo tratto le pagine finali che riguardano i possedimenti a Torraca e del territorio Saprese.

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(…) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 (Archivio Storico Attanasio) o si veda pure la ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Galzerano, pp. 151, 152, 153, 154. In particolare il Gaetani, a p. 152 e 153, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (5) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (5). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia, An. V, fasc. III, vol. I; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880. Si veda pure: Gaetani R., L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, Tip. Alessandro Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385 (Archivio Attanasio); si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, dottore in sacra Teologia, Napoli, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

(…) Archivio di Stato di Napoli, fol. 217, P.O. “Atti de li esamini presso dell’Esaminatore del S.C. ad istanza di D. F. Palamolla.”. Il documento e la notizia furono citati dal Gaetani, in Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio, Tip. del Senato, Roma, 1914, p. 9 (Archivio Storico Atanasio)  

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) Guzzo A., Il Golfo di Policastro – natura – mito – storia, ed. dell’Autore, Battipaglia, 1997, pp. 53 e s.

(…) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(…) Palazzo F., Il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, I° edizione, ed. Di Giacomo, Salerno, 1961; II° ediz. ed. Arti Grafiche Poligraf, Salerno, 2006 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

Di Luccia

(…) Di Luccia P.M., L’abbadia di San Giovanni a Piro. Trattato historico legale, Roma, 1700, stamperia Luca Antonio Chracas (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Ebner Pietro, Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 117-121. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi, Roma, ed. di Storia e Letteratura, 1973 (Archivio Storico Attanasio).

Mazzoleni

(…) Mazzoleni Jole, Notizie per la storia di Laurito e della famiglia Monforte (1344-1770), RSS, Salerno 1951; segue il Regesto delle XXIX pergamene (1344-1630) acquistate anni fa dall’ASN, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, vol .12, 1951, pp. 126-140 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Montesano N., Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra, ed. Lightning Source UK Ltd, 2018 (Archivio Storico Attanasio), v. p. 27

Tancredi Luigi

(…) Tancredi L., Le città sepolte nel Golfo di Policastro, ed. La Buona Stampa, Napoli, 1978, e pure in ‘Sapri giovane e antica‘, ed. Parallelo 38, Villa S. Giovanni, 1985, p. 280. Il Tancredi, parlando dell’antica città di Avenia, cita il documento notarile (…) (vedi nota 4 di p. 23), al posto di “Velia“, riporta “Avenia“, p. 23; si veda pure: Tancredi L., L’Abbazia Basiliana di S. Giovanni a Piro – Millennio della fondazione 990-1990″, ed. Cantelmi, Salerno, 1991, si veda “Esame della Platea del 1695″ (1), p. 73 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo….Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni (f. 50), ecc…A conferma di ciò nel ‘Liver Focorum Regni Neapolis’ (42) (databile 1443 o 1447), ecc..”. Nicola Montesano (…), nella sua nota (42), a p. 27, postillava così: “(42) L’unica copia rimasta è consultabile alla Biblioteca Civica Berio di Genova. I dati riportati sono invece tratti dal libro di Fausto Cozzetto – Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, ed. Rubbettino, 1986.”. Il ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (collocazione m. r. IX 3,20) è un documento di carattere fiscale che, seppure non datato, risale senza dubbio all’epoca aragonese. Il manoscritto è costituito da un lungo elenco di università del Regno organizzate in province (o meglio in circoscrizioni provinciali) e, all’interno di ognuna di esse, collocate nell’ambito dei complessi feudali o demaniali di appartenenza. Ad ogni centro corrisponde di solito una numerazione di fuochi ed una imposizione fiscale, ma talvolta sono riportati anche dati demografici e fiscali riferibili a una rilevazione precedente. La fonte, che non reca alcuna indicazione di tempo, si limita a suggerire con un est e un erat i dati coevi alla redazione del documento e quelli relativi a un periodo antecedente. Sposando la cronologia proposta da Fausto Cozzetto, uno studioso che alcuni decenni fa si è occupato dell’edizione della fonte, collochiamo la stesura del documento tra il 1449 e il 1456 e sosteniamo che la più antica tassazione risale al 1447 e la più recente al 1449 calcolata, però, sui dati demografici del 1443. Cozzetto, infatti, spiega che nel 1449, “in cambio dell’aumento delle funzioni fiscali, l’amministrazione aragonese concesse il ritorno ad una base d’esazione più bassa, quella appunto del 1443” (Cozzetto, p. 22). Dall’analisi del documento si ricavano anche altre informazioni: una croce anteposta al nome dell’università indica le sedi vescovili, mentre le lettere T.M. che seguono il toponimo, designano le Terre Mamalia ossia, come spiega la fonte stessa, le Terre Materne o “loca dicata aut propria matribus hoc est Reginis” (c. 92r). All’elenco delle università seguono, inoltre, due appendici, una relativa alla geografia ecclesiastica del Regno (in cui sono elencate le arcidiocesi con le diocesi ad esse suffraganee); l’altra costituita da un elenco di terre che il documento definisce sconosciute, disabitate o poco abitate, con i relativi dati fiscali (ma non quelli demografici), organizzati per province ma non per circoscrizioni feudali o demaniali. Si rimanda ad un successivo aggiornamento il caricamento delle elaborazioni cartografiche.

Liber Focorum ... (Fig…) ‘Liber Focorum Regni Neapoli’ conservato presso la Biblioteca Berio di Genova (…) Cozzetto Fausto, Mezzogiorno e demografia nel XV secolo, 1993

(…) Silvestri A., ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura di Alfonso Silvestri, della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Silvestri A., Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Vassalluzzo M., ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975

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(Fig….) Attanasio F., “I villaggi deserti del Cilento”, studio pubblicato sulla rivista “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16.

(….) “…Cedola de focolaribus queinveniuntur diminuta per collationem factam: “, datato 1 Dicembre 1271, era conservato al Grande Archivio di Napoli, oggi Archivio di Stato di Napoli. E’ un documento d’epoca Angioina, “….in cui si enumerano i fuochi dei feudila cui popolazione era diminuita”. Il documento Angioino è stato citato da Del Mercato P.F., Infante A. (…), Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp. 39-40 (vedi note (25).  Il Del Mercato, dice a p. 39, nota (25) che il documento era conservato all’Archivio di Stato di Napoli: ” documento tratto dai registri della Cancelleria Angioina datato 1271, ecc..: Cancelleria Angioina, registro XXXI, P. 236.”. Il documento è stato pubblicato anche dal Carucci C., Codice diplomatico salernitano del secolo XIII,  (…), vol. I, ovvero ” 1201-1281- Salerno durante la dominazione sveva e quella del primo angioino – a cura di Carlo Carucci”, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, p. 400 e 401, che postillava a p. 400 che era stato tratto da Minieri-Riccio  che a sua volta l’aveva tratto da “Napoli. Archivio di Stato. Reg. Ang. n. 13, fol. 187 e 187 b, in Minieri Riccio, p. 41”.  Minieri-Riccio (…), op. cit. p. 41 e s., pubblica il documento a p. 41 sotto “Anno 1271, indizione 15°, dal 1 Settembre 1271 al 31 Agosto 1272”, e che nella sua nota (172), a p. 118, postillava che il documento era così collocato: “Reg. 1272 A. n. 13 fol. 186-187 t.”. Purtroppo, questo documento angioino non esiste in originale. Gli autori come il Minieri Riccio o il Filangieri, hanno pubblicato, solo la loro trascrizione integrale che è quella che ci resta.  Purtroppo, la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. Non sappiamo se fosse possibile ottenere la riproduzione dell’originale. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”. Riguardo i Registri Angioini all’Archivio di Stato di Napoli, i Registri di Carlo I d’Angiò, si veda Filangieri R., I registri della Cancelleria angioina ricostruiti, vol. I, a cura di R. Filangieri, Napoli 1950, reg. VI, 427 p. 299; si veda pure: Dierreu Paul, Les Archives Angevines de Naples, etude sur les Registres du Roi Charles I (1265-1285), par Paul Durrieu, Tomo I, Paris, ed. E. Thorin, 1886.

(…) Bianchini L., Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859, pp. 139-40; si veda pure Cassandro G.I., Lineamenti del diritto pubblico del regno di Sicilia citra farum sotto gli Aragonesi, Bari, 1934; Le fonti si trovano tutte nell’Arcivio di Stato di Napoli.

(…) Il ‘Liber censuum’ nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216–1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, 1896, p. 645 (…).

(…) Codice Taxarum o Taxam, o Liber Taxam, Catalogus universalis Ecclesiarum, et Liber taxarum’. … Scrittura della prima metà del secolo XVII – Codice 268, car. … Codice 28, car. 169-225. 1485. Nota dell’ entrate della Camera Apostolica, sotto il pontificato di Papa Gregorio XIII, fatta nell’…. E’ il Registro delle Chiese Vescovili e dei Monasteri che pagano tasse alla Curia Romana, Scrittura del secolo XVI – Codice 208, di car. 211.

(…) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella (a cura di), Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, v. pag. 479 (Archivio Attanasio)

(…) I Repertori dei Quinternioni feudali del Regno di Napoli. Nel 2018, Nicola Montesano, nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra’, a p. 27, scriveva in proposito che: “Con l’arrivo a Napoli di Alfonso d’Aragona il feudo, ecc…Risulta infatti, dai Repertori dei Quinternioni. In Bartolomeo Capasso (…), nel suo ‘Le fonti della storia delle Provincie Napoletane dal 568 al 1500′, a p….., possiamo leggere che: “……

(…) Mazzella Napolitano Scipione, ‘Descrittione del Regno di Napoli’, Napoli, 1568, p. 87

(….) Scarfone A., “Presenze geomitologiche nell’area costiera di Sapri”, stà in ‘Memorie descrittive della Carta Geologica d’Italia, XCVI (2014), pp. 447-460, pubblicato su un sito dell’ISPRA (Archivio Attanasio).

(…) Valente Angela, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino, ed. Einaudi 76, 1965, ristampa del 1976, pp…… (Archivio Attanasio)

Il documento Normanno del 1079, pubblicato dal Trinchera (…)

(…) (Fig….) Settembre 1097 (XII secolo) – “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.”. Il documento è stato pubblicato dal Trinchera F., op. cit. (…), pp. 80-81-82. Dovrà essere ulteriormente indagata l’origine dell’antica pergamena (…) membranacea, manoscritta, d’epoca Normanna, pubblicato dal Trinchera (Figg. 1-2-3) nel 1865 (…). Il Trinchera, pubblicava l’antico documento (…), nel suo ‘Syllabus graecarum membranarum ecc…’ (Fig….)(…), dove si riportano gli antichi documenti membranacei dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino, alcuni dei quali risalenti al XII secolo – come quello di cui parliamo (…) – che, trae da: “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8”, conservati all’Archivio di Stato di Napoli. Il documento (7) membranaceo pubblicato dal Trinchera (Figg…..) è un’antica pergamena manoscritta medievale (membranaceo), che il Trinchera (…), nella sua nota (3), afferma, provenisse dall'”Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco, Documenti pag. XVIII.”, contenuta nell’ “ex membrana Archivi Neapolitani – n.° 8″. Il Trinchera, ritrovò, ordinò e, pubblicò le antiche carte greche contenute in un armadio della ‘Sezione Diplomatica’, conservate presso l’Archivio di Stato (ex Grande Archivio Regio) di Napoli – di cui egli era Direttore Generale (3). L’antico documento membranaceo, manoscritto in greco e, pubblicato e tradotto in latino dal Trinchera (…),  a p. 80, è il n. LXIV, intitolato: “Settembre 1097 (XII secolo): “LXIV. (1097) – Mense Septembri – Indict. VI. – Odo Marchisius Sergio monacho donat ecclesias sancti Phantini et sanctae Cyriacae, cum facultate aedificandi ibidem monachorum domos.” (…) (Figg….), è la membrana n. 64 o pagina XVIII, contenuta in un fondo di carte greche, proveniente dalle Carte e diplomi del Monastero di S. Stefano al Bosco”, contenuta nel volume n. 8 e, conservato negli ‘Archivi Napoletani’. Dell’antica pergamena, oggi rimane la sua trascrizione pubblicata dal Trinchera (3), in quanto l’antichissimo fondo di carte greche, secondo Salemme – attuale Direttore dell’Archivio – il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andato distrutto, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera..”. Sull’origine dell’antica pergamena (…), il Trinchera (…) a p. XXV, a proposito dell’antico documento (…) membranaceo n. 64 (Membrana 64 o LXIV, postillava che:

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“Membrana LXIV. Quoniam Odonis Marchisii mentio habetur in membrana anni 1126 a nobis edita sub num. XCVIII, in qua Sichelgaita vidua dicitur eiusdem Odonis, atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucca edito (3) inter testes ipse Odo se subscribit, ideo nos anco membranam anno 1097, in cuius mense Septembri indictio VI decurrebat, et Odonem in vivis egisse ex memorata subscriptione regii diplomatis constat, signandam coniecimus.“, che tradotto significa: “Membrana LXIV. Per Odones Marchisii (Odone Marchisio) si fa menzione della membrana dell’anno 1126 che abbiamo pubblicato sotto il numero “XCVIII – anno 1126 – mese di Luglio – Indizione IV” (Fig. 4, pubblicato a p. 128), in cui Sighelgaita marchisia e la vedova di Odonis Marchisii conferma che il Leone di S. Maria della Torre (a Leone il Priore degli Eremiti) è stato quello di concedere alcune aziende agricole agli Eremiti e, la lettera del conte Ruggero dell’anno 1098 un Vargas-Macciucea è contenuto tra i testimoni se stesso, Odo stesso a firmare, è quindi abbiamo membrana per l’anno 1097, nel mese di Settembre, dell’Indizione VI e Odo fatto in un avallo di vita del brevetto citato costante confinamento firma.”. Dunque, il Trinchera (…), nell’Introduzione al suo testo ‘Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae’, che pubblicò nel 1831, commentava il documento n. 64 (LXIV) del 1097 (…) e, citava anche il personaggio di Odo Marchisio, dicendo che esso era menzionato anche nell’altro documento pubblicato a pp. 128-129, il XCVIII, del Luglio 1126, di cui parleremo in seguito. Il Trinchera (…), data il nostro documento LXIV nella VI Indizione del mese di Settembre dell’anno 1097. Il Trinchera (…), nella sua Introduzione, ci dice pure che questo documento del 1097, assomiglia al documento pubblicato a pagina XVIII del testo di Vargas-Macciucca. L’antico documento membranaceo d’epoca Normanna (…), ci parla di un ‘Odo Marchisius’ (Figg…..) o ‘Odone Marchisio’. Quì il Trinchera (…), sempre a p. XXV, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Vargas-Macciucca, ‘Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco’, Documenti pag. XVIII.”. Dunque, il Trinchera (…), cita il testo di Francesco Vargas-Macciucca, ‘Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco’. Il Trinchera (…), nella sua nota (3), cita il Documento pubblicato a pagina XVIII, del testo di Vargas-Macciucca (…) ‘Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco’, Napoli, stamperia Simoniana, 1765, dove in Appendice, a p. XVIII, riportava questo documento:

Vargas-Macciucca, p. XVIII.PNG (Fig….) Vargas-Macciucca F. (…), documento a p. XVIII IMG_7206

(…) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 323. Il Cappelli poi nelle sue note a p. 345, dice: nota (20): Di Luccia P.M., op. cit., pp. 8; 3. Poi la nota (21): Trinchera F. (…), p. 80; poi la nota (22): Laudisio N.M. (…), pp. 34 e s. Si veda pure Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e,  stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, …

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(…) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. Dello stesso autore, si veda pure: Regii neapolitani archivi monumenta edita ac illustrata, Napoli, ed. ex Regia Tipografia, 1845, vol. I-II-III-IV; si veda pure: ‘Codice Aragonese, ossia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de’ Sovrani Aragonesi in Napoli eccc., Napoli, ed. Tipografia di Antonio Cavaliere, 1874, vol. I-II-III-IV ecc..

(…) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (4), a p. 154, alla nota 4 (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S. Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, nell’anno 1695-96 (…) (Figg…..) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (4), p. 154, nota 4 (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (…), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta, che redasse la “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani (…), dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il canonico Giuseppe Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (…), ma il Laudisio (…), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (…), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”. Per cercare di capire a quali documenti si riferisse il Gaetani e prima ancora il Menta, rileggendo ciò che scrive l’Ebner (…), a p. 435, su Policastro, a proposito delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, egli, sulla scorta del Ronsini (…), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(29). Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’iistrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. L’Ebner, alla nota (27), scrive: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo di Rofrano, con il fisco per pagamenti contestati, con il Principe di Bisignano per i confini di Sanza e, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino (31).”. Alla nota (28), dice che: “ne scrive il Ronsini (…)  a p. 29.”. Alla nota (29), scrive: “Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso, basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura.”. L’Ebner alla nota (30), scrive: “La cronostassi del Laudisio parla del 1110 al 1211 (Gerardo Arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (vedi Sinossi, cit. p. 131, sg.), elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto: “Ego Guido Policastrensis episcopus, ecc…”. Pertanto, rileggendo il Ronsini (…), a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Quindi, l’Ebner, traendo notizie dal Ronsini che citava il Libro di memorie di Placido Tosone, avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino. L’Ebner (…), continuando a parlare di Rofrano, scrive: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università  (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc..Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. Tuttavia il lungo elenco delle liti e vertenze con la Curia non si esaurisce quì. Una di queste sentenze: “JURA PRO ILL. MARCHIONE RUFRANI” è stata pubblicata dal Cervellino, op. cit. (30), a p. 113.

(…) Cozza – Luzi Giuseppe, Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano (Archivio Storico Attanasio).

(…) Gaetani R., op.cit. (4), p. 9, a proposito della storia di Torraca, riferisce che “si rileva da alcuni processi di limiti tra il feudo baronale di Torraca e la contea di Policastro, nell’apprezzo di Sapri (1541) fatto da Pietro Gaglierano.”. Il documento citato dal Gaetani si trova in: Archivio di Stato di Napoli, fol. 161, vol. I; “Processi della causa vertente tra la casa Palamolla e il Conte di Policastro”, dipendente dagli Atti del patrimonio del Duca Bernarda in Banca attualmente di D. Luigi presso V. Quaranta.”.

(…) De Crescenzo Alfredo, La prima udienza del processo di Sapri, stà in ‘Archivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno III, della nuova serie, Fasc. IV ottobre-Dicembre 1935 XIV, Napoli, Tipografia Lorenzo Barca, 1936 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese Leopoldo, Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in ‘Rassegna storica salernitana’, IX, 1948, pp. I-IV; Cassese Leopoldo, op.cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77; dello stesso autore vedi pure: ‘Il Cilento al principio del secolo XIX’, a cura di, Salerno, ed. di ‘Collana Stocico Economica del Salernitano, Fonti III, 1959; dello stesso autore si veda pure: ‘Il Processo per la Spedizione di Sapri – inventario a cura di Leopoldo Cassese’, ed. Pubblicazioni dell’Archivio di Stato di Salerno, Salerno, 1957 (Archivio Storico Attanasio); sempre del Cassese, si veda pure: La «statistica» del Regno di Napoli del 1811. Relazioni sulla Provincia di Salerno, Salerno, Tip. Ispirato e Cuomo, 1955 (Archivio Attanasio)

(…) La Greca Amedeo, Temi per una storia di Torraca, ed. Centro di produzione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2010 (Archivio Attanasio)

(…) Mallamaci Giorgio, Torraca – Storia di un borgo del Cilento, ed. e-book (Archivio Attanasio)

(….) Per questo documento, il Montesano (…), a p. 24, nella sua nota (38), postillava che: “(38) Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV – (a cura di) Mauro Inguanez, Leone Mattei-Cerasoli e Pietro Sella – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1948, pag. 479.”. A questo proposito, ha scritto anche Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, del 1982, continuando il suo racconto e parlando di Sapri, nella sua nota (51), postillava su Vibonati, scrivendo che: “Per le sue antichissime origini, la sua importanza logistica, Vibonati, o “Bonati”, costituì inizialmente, uno dei tre distretti di cui era stato diviso il Principato Citeriore dai Francesi. Vi si diffuse il monachesimo basiliano, difatti è venerato S. Antonio abate e ricordate “S. Maria le Piani” e “S. Venere”. Il “Clerus casalis Bonati” fu incluso fra i solventi della decima per gli anni 1308-1310 “in Episcopatu Policastrensi”, in ‘Rationes Decimarum’…Campania, a cura di M. Inguanez, L.M. Cerasoli e P. Sella, Città del Vaticano, 1942, p. 479.”.

(…) Inguanez Mauro, Leone Mattei Cerasoli, Pietro Sella (a cura di), ‘Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV’, Campania’, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942, p. 229, ristampa anastatica ed. “Studi e Testi”, n. 97, anno 1973 (Archivio Attanasio)

(…) Sinno Andrea, Commercio e Industrie nel Salernitano dal XIII ai primordi del XIX secolo”, Salerno, 1954, si veda parte II, 1955 (Archivio Attanasio)

(…) Demarco Domenico, La Statistica del Regno di Napoli nel 1811, a cura di Domenico Demarco, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, Voll. 4, 1988

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(….) Cassese Leopoldo, La Spedizione di Sapri, ed. La Terza, Bari, 1969, vedi nota al testo n. 14, p. 55 e vedi pure Cassese L., Contadini e operai nel Salernitano nei moti del Quarantotto, stà in “Rassegna storica salernitana”, IX, 1948, pp. I-IV; Cassese Leopoldo, op.cit., pp. 51, 52, vedi pure Archivio di Stato di Salerno, Gabinetto dell’Intendenza, fascicolo intitolato: “Per sei cartelli affissi nel Comune di Sapri”, B. 77; si veda pure dello stesso autore: “La “Statistica” del Regno di Napoli del 1810 – Relazioni sulla Provincia di Salerno”, Salerno, 1955 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: “Il Cilento al principio del secolo XIX”, a cura di Leopoldo Cassese, Salerno, 1956, Collana Storico Economica del Salernitano, Fonti III (Archivio Attanasio)