Gli Studi
Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio, iniziato a Salerno e poi a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Questo saggio vuole approfondire e meglio indagare su alcune memorie scritte d’epoca medievale (‘Chronicon’), apocrife e spurie e di autori ignoti, ma di enorme interesse storico e di cui è rimasta traccia solo in pochi frammenti citati da alcuni storici.
La ‘Cronica’ del monaco Mercurio I (Mercurio 1°), primo abate del monastero di S. Maria di Centola
Giovan Battista Del Buono (…), nel suo ‘Profilo storico del Basso Cilento – Gabriele Altilio da Cuccaro Vetere – Poeta latino’,nel 1983, a p. 40, parlando dei Goti nella nostra regione, in proposito scriveva che: “I Bizantini, con Narsete vinsero Vitige, e Totila (immortale) a Teia a Nocera ove morì (553 d.C.) e furono i nuovi padroni dell’Italia (23)” e, nella sua nota (23), postillava che: “(23) In questo periodo (secondo quanto racconta un monaco di S. Mercurio in una cronaca del tempo) Molpa-Palinuro furono saccheggiate dai Goti (544 d.C.).”. Il sacerdote Giuseppe Cammarano (…), nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1933, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” di Mercurio 1°, affermando però che questo antichissimo manoscritto, conservato presso l’Archivio della Famiglia Lupo a Centola (AFL), fosse sconosciuto financo all’Antonini che secondo lui lo aveva confuso con l’altro monaco “Mercurio 2°, secondo abate del monastero di S. Maria di Centola, che fu abate, secondo il Cammarano verso l’anno ‘600. Il Cammarano, a p. 45, del suo vol. II, in proposito scriveva che: “2) MERCURIO 2°. Di questo abate si è fatta molta confusione in quanto alcuni storici, compreso l’Antonini, non conoscendo Mercurio 1°, sono arrivati ad attribuire la “Cronica” a Mercurio del secolo IX. La verità è che Mercurio II copiò la Cronica, ma non la scrisse come storico.”. Il Cammarano, a p. 15, nel suo “3. Nascita della Badia”, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate “Mercurio 1°”, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: “Le notizie relative a ciascun abate provengono tutte dall’AFL, e qui di seguito si riportano.”. Poi, sempre sull’opera apocrifa e spuria, “Cronica” che, secondo il Cammarano, era stata scritta dal monaco che lui chiama Mercurio 1°, ha scritto ancora nel vol. I, cap. V, p. 92, dove dice su di essa che: “Comunque ques’opera, “La Cronica”, è pervenuta a noi attraverso memoristi di rilevante importanza, quali Mercurio II (132), uno dei primi abati della Badia, che, vissuto tra la fine del 700 e l’inizio dell’800, copiò la Cronica per intero, don Ludovico Orazio Lupo, P. Gregorio Taliento, Venceslao I, Orazio Cerulli I e tanti altri (133), che ebbero il piacere di leggerla perchè conservata nella biblioteca della Badia e tramandata. E questo dice l’importanza che essa rivestiva come documento storico.”. Il Cammarano (…), riguardo il monaco e abate (?) Mercurio I, in proposito scriveva che: “1) Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “CRONICA” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Che abbia visto il passaggio da Cenobio a Badia S. Maria, avvenuto il 700-750 non ci sono notizie a proposito, ma che ne abbia discusso il progetto è probabile. I pochi resti della sua Cronica ci dicono chiaramente che fu una grande mente di studioso e di organizzatore. Non si sa se fosse nativo di Centola, ma dai suoi scritti è chiaro che si mostra un appassionato conoscitore di una terra della quale conosceva tutte le trame ecc.. Proveniva dalla Molpa, i cui abitanti erano di origine greca,….?. E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altr località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Masimiliano e suo figlio Massenzio. Dubbia invece è la nascita dell’Imperatore Libio Severo (461-465), che, comunque, vi possedeva una villa. La notizia attinta pure dall’AFL, che vorrebbe Mercurio abate del cenobio omonimo di Roccagloriosa, è destituita di ogni fondamento.”. Come abbiamo già scritto, il Cammarano (…), nel suo cap. III “3. Nascita della Badia”, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate “Mercurio 1°”, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: “Le notizie relative a ciascun abate provengono tutte dall’AFL, e qui di seguito si riportano.”. Il Cammarano (…), accenna al manoscritto del Lupo, nel volume I, della sua “Storia di Centola”, al punto 1, a p. 61, ci parla di Mercurio 1°, che lui dice essere il primo storico di Centola. Il Cammarano, a pp. 61-62, vol. I, scrive che: “E’ lo storico più antico perchè è il primo che ha lasciato scritto notizie riguardanti la Molpa e la nascita di Centola. Riguardo a questo storico sono state dette cose imprecise o infondate, mentre è stata ignorata la verità. Innanzitutto è bene chiarire subito che di Mercurio, storico, non ce n’è uno bensì almeno due: il primo è vissuto e a visto la prima distruzione della Molpa e la conseguente nascita di Centola (88), che l’Antonini ha santificato con la “Cronica di S. Mercurio” (89), e vide il passaggio da laura a cenobio. E questo si ricava dalla sua stessa Cronica. E’ presumibile che sia stato il primo abate del Cenobio di Centola (91). Il secondo è vissuto nel secolo IX e pertanto possiamo ritenere che sia stato uno dei primi abati della Badia di S. Maria. Siccome copiò per intero la Cronica di Mercurio I, per ragioni che non sappiamo, alcuni, compreso l’Antonini, attribuirono la detta Cronica a Mercurio del IX secolo. Anche quando lo storico Venceslao I dice che l’abate Mercurio sia vissuto nel secolo IX, come pure quando lo chiama abate, non è lontano dalla verità. Difatti, Mercurio abate, avendo copiato la Cronica, è citato come autore di essa, ed essendo passato il Cenobio a rango di Badia nel 700-750 è da ritenersi, a giusta ragione, Mercurio II, uno dei primi abati, s’intende, della Badia. La sostanza però dello scritto di Venceslao I è tutta di Mercurio I. Dalla stessa penna di Venceslao, si dice che molti documenti che appartenevano alle buone famiglie del posto, andarono perse irrimediabilmente in occasione dei numerosi roghi. Comunque resta utile, se anche di poco conto, lo sforzo fatto nei vari tempi dai memoristi di Centola, apportare alla luce quei pochi e cari resti del nostro paese (AFL). Don Baldassarre Lupo, dice che “la Cronica del monaco Mercurio è ricca di erudizione” (AFL). Don D.A. Stanziona scrive: “Il monaco Mercurio scrisse nelle sue cronache molto sulle nostre terre.”. E riferendosi al monaco cappuccino P. Paolo da Centola, dice: “Il suo memoriale è uno dei più interessanti, scritto sull’antica Centola, partendo dalla Cronica del monaco Mercurio” (Dalle memorie di Don Baldassarre Lupo). Dalle memorie di P. Serafino da Centola (1641+1712), sempre dall’AFL sappiamo: “L’Abate Mercurio, nulla si fece sfuggire nello scrivere la sua “Cronica” su tutti gli avvenimenti storici che si succedettero nelle nostre terre. In particolare merita molta attenzione e molta riflessione da parte nostra il contenuto espresso sulla Molpa ecc… Per me, oltre a quello del monaco basiliano Gregorio Taliento di Centola (+ 1430) e del sac. don Ludovico Orazio Lupo (1416+1491), la Cronaca di Mercurio è il documento sostanziale ecc..ecc…(dalle memorie di don Baldassarre Lupo. AFL).”. Il Cammarano (…), a p. 61, nella sua nota (88), postillava che: (88) Vedi Cap. IV, paragrafo 5 e s.”. Il Cammarano (…), a p. 61, nella sua nota (89), postillava che: “(89) In tutte le ricerche fatte non vi è alcun accenno a questo santo”. Il Cammarano (…), a p. 61, nella sua nota (90), postillava che: “(90) L’argomento sarà trattato in modo esauriente in seguito nel vol. I “La Badia di Centola”.”. Il Cammarano (…), a p. 62, nella sua nota (91), postillava che: “(91) I memoristi più importanti e di maggior credito si rifanno a Mercurio I come al primo storico e al primo abate, si capisce, del cenobio.”.
La ‘Cronaca di S. Mercurio’, per l’Antonini
Forse il primo a parlarci dell’esistenza di un manoscritto apocrifo e spurio che ci parlasse della storia dell’antica città di Molpa, fu proprio il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini, che, nella sua ‘La Lucania’, a p. 69, citava “l’Autore della Cronaca di S. Mercurio”. L’Antonini (…), cita questa ‘Chronaca’, diverse volte, ed a volte cambia il nome all’autore, chiamandolo anche “il Monaco di S. Mercurio.”. Troviamo una prima citazione a p. 69, dove l’Antonini (…), parlando delle origini della Lucania. L’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, cita spesso la ‘Cronaca’ di S. Mercurio, una cronaca manoscritta, che alcuni hanno voluto spuria perchè non si conosce chi fosse il suo autore. Come si può leggere a p. 372, della parte II, Discorso VII, della sua ‘La Lucania – Discorsi’, l’Antonini (…), diceva che: “La ‘Cronaca’ però di ‘S. Mercurio’ (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone), ecc…”. Dunque, l’Antonini, scriveva che ebbe e lesse una copia della cronaca medievale che chiama “Cronaca di S. Mercurio” e, che questa copia gli era stata imprestata dal signor Agostino Carbone. L’Antonini (…), riguardo al ‘Chronicon’, del ‘Monaco di S. Mercurio’, scrisse a p. 372: “come si disse”, intendendo che ne avesse parlato nelle precedenti pagine. Non sono riuscito a trovare la pagina dove l’Antonini (…), citasse il Sig. Agostino Carbone che gli aveva imprestato una copia di questa interessantissima ‘Chronicon’, scritta da un certo Monaco di S. Mercurio. Il sacerdote Giuseppe Cammarano (…), nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1933, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” di Mercurio 1°, affermando però che questo antichissimo manoscritto, conservato presso l’Archivio della Famiglia Lupo a Centola (AFL), fosse sconosciuto financo all’Antonini che secondo lui lo aveva confuso con l’altro monaco “Mercurio 2°, secondo abate del monastero di S. Maria di Centola, che fu abate, secondo il Cammarano verso l’anno ‘600. Il Cammarano, a p. 45, del suo vol. II, in proposito scriveva che: “2) MERCURIO 2°. Di questo abate si è fatta molta confusione in quanto alcuni storici, compreso l’Antonini, non conoscendo Mercurio 1°, sono arrivati ad attribuire la “Cronica” a Mercurio del secolo IX. La verità è che Mercurio II copiò la Cronica, ma non la scrisse come storico.”. Sempre il Cammarano (…), a p. 93, del vol. I, parlando nel paragrafo “3. La Cronica di Mercurio I”, in proposito scriveva ancora e ripeteva la stessa sua congettura: “Tutto questo, certamente ha creato uno stato di confusione, sino a credere che la vera e l’unica “Cronica” sia quella scritta da Mercurio, vissuto nell’anno 800, senza sapere che quella “Cronica” è soltanto una copia della prima e davvero unica Cronica scritta sulla nostra origine, sulle nostre terre e sulle nostre vicende. Perciò la storia bisogna viverla per scriverla. Non è facile scrivere una storia senza conoscerla a fondo” (134)”. Il Cammarano (…), a p. 93, nella sua nota (134), postillava che: “(134) AFL: dalle memorie di don Baldassarre Lupo, riportate dallo storico don D.A. Stanziona, 1876.”. Il Cammarano, a p. 91 del vol. I, scriveva che: “Tutti hanno accettato la “Cronica” di Mercurio. A metterla in dubbio è stato lo storico Ebner di Ceraso, il quale si è basato sul fatto che la descrizione della prima distruzione della Molpa è troppo erudita (130). Anche lui, al par dell’Antonini, ignorava l’esistenza della Cronica, e quindi la figura di studioso dell’eremita e poi monaco Mercurio.”. Il Cammarano (…), a p. 91, nella sua nota (130), postillava che: “Per la Cronica di Mercurio, si veda Ebner (…), p. 170.”. Pietro Ebner (…), ci parla di Molpa, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a p. 172, riferiva che: “E’ dubbio che la popolazione abbia subito danni nel corso della guerra gotica, certamente le locali famiglie ne subirono dalle incursioni saracene (12).”. Pietro Ebner (…), a p. 172, nella sua nota (13), postillava che: “(12) L’Antonini (cit. I, p. 372 sg.), trascrive un brano della ‘Cronaca di S. Mercurio’: Belisario ecc..”:

(Fig….) Ebner P. (…), ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, p. 172, nota (12)
Dunque, Pietro Ebner (…), a p. 172, parafrasando l’Antonini, nella sua nota (12), postillava sulla ‘Cronaca di S. Mercurio’, scriveva che: “La ‘Cronaca’ (assegnata al IX secolo) è troppo ricca di erudizione sul periodo Imperiale di Roma (nascita ivi dell’imperatre Livio Severo, 461-465, che vi si ritirò dopo l’abdicazione di Massimiliano Eraclio, collega di Diocleziano. Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa. Il Corcia (cit., III, 68) richiama Eutropio che parla della Lucania, non di Molpa.”. A differenza di ciò che scrive il Cammarano (…), quando scriveva che Pietro Ebner, fosse stato l’unico a ritenere dubbia la “Cronaca di S. Mercurio”, citata dall’Antonini (…), a p. 172, l’Ebner (…), invece, citava Giacomo Racioppi (…) e il Corcia (…). Ebner, cita Nicola Corcia (…), erudito che scrisse sulla Storia della Magna Grecia, e dice che ne ha scritto, nel cap. III, a p. 68, dove (scrive Ebner) che le citazioni storiche contenute nella “Cronica” di Mercurio, dovrebbero farsi intendere e far risalire ad Eutropio, che non parlava di Molpa ma parlava di Lucania. Nicola Corcia (…), ne parla nel suo ‘Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789′, vol. III, a p. 58 e s. (non a p. 68, come postilla l’Ebner), parla di “17. Melpa, o Molpa”. Nicola Corcia, dunque, a p. 58, del suo vol. III, dopo aver parlato di alcuni scrittori antichi che dicevano di Molpa, in proposito scriveva che: “Ma a questi scrittori era ignota la testimonianza di un Cronista, il quale della città di ‘Molpa’ ragionando, attribuendone la fondazione à ‘Pelasgi Tirreni (3), situavala presso il porto di Palinuro all’oriente, e propriamente alla distanza di un miglio dal descritto porto, nel seno della ‘Molpa’. Ed io non dubito che una buona tradizione, così scrivendo, si conservasse, ecc..”. Il Corcia (…), a p. 58, del suo vol. III, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Chronicon S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 71.”.


Infatti, l’Antonini (…), nella sua II edizione (Tomberli, 1795), della ‘La Lucania’, Discorso VI, p. 71, citava l”Autore’ della ‘Cronaca di S. Mercurio’, e riporta un suo passo, dicendo: “Eccone le di lui parole così come sono rozzamente scitte: ‘Prope istum portum a parte Orientis est Civitas Molpa, quam edificaverunt in loco altissimo, et dirupo super mare temporibus antiquis Pelasgi, et Tireni de genere greco, ob comoditatem maris; quia illli erant omnes naute, et vivebant de preda maris, et in hunc diem omnes habitatores prelibate Molpe sunt Greci.’. Ecco che (secondo questo Monaco scrive) nella Molpa furono e Pelasgi, e Tirreni, ecc..”. Troviamo una prima citazione a p. 69, dove l’Antonini (…), parlando delle origini della Lucania, in proposito scriveva che:

(Fig….) Antonini (…), ‘La Lucania’, I° edizione 1745, Parte I, p. 69 (stessa cosa II° ed., p. 70)
Sempre il Corcia, dissertando sull’origine Pelasgica della Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano): “E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Interessante è la citazione di Pietro Ebner (…), nel vol. II , a p. 172, quando nella sua nota (12), postillava che “Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa.”. L’Ebner (…), nella sua nota (12), si riferisca a Giacomo Racioppi (…), che nel 18…., scrisse ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, dove, secondo l’Ebner (…), riteneva falsa la ‘Cronaca di S. Mercurio’, di cui parlava l’Antonini. Rileggendo l’edizione del 1902, del Racioppi (…), il vol. I, p. 132, non abbiamo trovato nulla in proposito. Ma, il Racioppi (…), effettivamente ci parla della ‘Cronaca di S. Mercurio’, nel vol. I, a p. 525, quando accenna alla città scomparsa di Molpa. Infatti, il Racioppi a p. 525 del vol. I, in proposito scriveva che: “Nient’altro per me noto dell’antica Molpa dei tempi ellenici o romani. Ma agli scrittori napoletani è nota qualcos’altra; ed è un erudito brano di cronaca inedita, che da un monistero del Cilento venne detta di San Mercurio; brano pubblicato dall’Antonini, nella quale cronaca, di un frate celentano del secolo IX, sarebbero le peregrine notizie d’Imperatori romani, che ebbero nascimento e dimora in quella città. La cronaca si dice inedita, ma è del tutto ignota, ed il brano è del tutto falso: e chi dei moderni ne ripete le notizie senza punto di dubbio (1), non ricorda lo stato della cultura nel secolo IX; pel quale è un anacronismo stridente la minuta erudizione del frate, che ivi parla di Pelasgi e di Tirreni! L’Antonini che inventa marmi letterati e titoli notarili a sostegno d’immaginarie città, non si smentisce, se allo stesso tempo inventa cronache del secolo IX.”. Poi, il Racioppi, dopo aver distrutto la figura dell’Antonini continua dicendo che: “E’ probabile che da questa città di Molpa (e non da Melfi della Lucania mediterranea) venne la popolazione che andò a formare Amalfi, in territorio appartenente al Ducato di Sorrento, il vico, l’oppido, il castello ecc..ecc..”. Dunque, il Racioppi non crede alla Cronaca del Monaco S. Mercurio e non crede all’Antonini ma crede nella leggenda del Camera. L’Antonini (…), a p. 396, cita di nuovo la ‘Chronica’ del “Monaco di S. Mercurio” e, dopo aver parlato di ciò che aveva scritto il Cluverio (…), sulla Molpa, scriveva che: “..cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio, dice che ancora in Bussento mostravasi: ‘Ruinosa domus, ubi natus est Imperator Libius Severus’.”. L’Antonini (…), nella sua I edizione della ‘Lucania’, pubblicata nel 1745, ed. Gessari, a p. 408, parte III, Discorso IX, parlando della città scomparsa della “Molpa”, in proposito scriveva che: “;….e così ancora circa il nono secolo (di quando crediamo, che sia la Chronaca di S. Mercurio), vedendosi ancora nella Città ‘ruinosa domus’ , in cui era nato l’Imperador Libio Severo, ci fa credere che, non fosse del tutto desolata: e che la total sua ruina accadesse, come sopra detto abbiamo, nel MCDLXIV.”. Dunque, qui l’Antonini, citava il passo della ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, quando nel IX secolo (l’Antonini credeva che la detta ‘Chronaca’, manoscritta, fosse stata scritta dal monaco nel IX secolo), egli parlava della ‘domus’ (villa o casa) dell’Imperatore Livio Severo, sita nella città scomparsa della Molpa, notizia che sia il Corcia (…) che il Cammarano (…), destituiscono di ogni fondamento. Tuttavia, devo precisare che il Cammarano, rispetto a dette notizie riferite dall’Antonini (…), sulla scorta della citata ‘Chronicon’ di S. Mercurio, vennero messe in dubbio da autori come il Corcia e il Racioppi e poi in seguito da Mario Napoli, che invece scoprì la sede della colonia Eleatica, proprio ripercorrendo alcuni passi di Pietro Ebner (…), che aveva ivi individuato il sepolcro dei resti dell’apostolo Matteo. L’Antonini (…), a p. 132, parlando delle origini della Molpa, e riferendo diverse notizie storiche, citava la ‘Cronica’ del Monaco di S. Mercurio ed in proposito scriveva che: “Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna, a cagione di quel pagamento, che loro si faceva, chiamato ‘DACIUM’ dal ‘Monaco di S. Mercurio’; ecc..”. L’Antonini (…), a p. 368, parte II, II edizione (1795), lo chiama “il Monaco di S. Mercurio”, ed in proposito scriveva che: “E ‘l ‘Monaco’ di S. Mercurio dice di più. che a suo tempo gli abitatori eran Greci.“. Antonini (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini cita il ‘Mambrin Roseo’ nel lib. 7 della Storia del Regno e cita il ‘Collenuccio’, sul principio del lib. 3., e poi cita anche ‘Plutarco’ nella vita di Pelopida. “.
Il sig. Agostino Carbone ed i frammenti della ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, imprestati all’Antonini
L’Antonini (…), nella II edizione della sua ‘La Lucania’, di Mazzarella Farao, parte II, p. 372, in proposito scriveva che: “La ‘Cronaca’ però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Sig. Agostino Carbone) chiarisce bastantemente questo fatto. Ecco come il ‘Monaco’ scrive: ecc..”. L’Antonini (…) che, a p. 372, della parte II, della ‘La Lucania’, diceva che: “La ‘Cronaca’ però di ‘S. Mercurio’ (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone), ecc…”. Antonini (…), riferiva che alcuni frammenti dell’interessante ‘Chronica’ manoscritta del monaco che lui chiama di S. Mercurio, e che il Cammarano (…), chiama ‘Mercurio 2°’ o ‘Mercurio II’, gli fu imprestata e fatta vedere dal Signor Agostino Carbone. Chi era il “Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse” che possedeva dei frammenti di un ‘Chronicon’ medievale, scritto da un monaco che l’Antonini dice essere di ‘S. Mercurio’ ?. L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse.“. Dunque, l’Antonini (…), nel cap. VIII, citava il sig. Agostino Carbone, allorquando ci parla di Roccagloriosa e del Monastero di S. Mercurio.

Secondo l’Antonini (…), che a p. 385, della sua “La Lucania”, riferendosi all’antichissimo Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, scriveva che: “…..e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse.”, intendeva chiaramente che il ‘Chronicon’, che lui chiama del Monaco di S. Mercurio e, imprestatagli dal sig. Agostino Carbone suo paesano, fosse da attribuire ad un monaco del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, di cui ho già parlato ivi in un altro mio saggio. Il sacerdote Agatangelo Romaniello (…), nel suo libro ‘Roccagloriosa nella tradizione e nella storia‘, nel 1986, a p. 34, parlando del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, in proposito, nella sua nota (57), postillava che: “(57) L’Antonini (o.p., II, disc. VIII, p. 385) dice espressamente che il Monastero di S. Mercurio era benedettino. Ed egli afferma ciò in base a pochi frammenti di cronaca imprestatagli dal medico del luogo (di Roccagloriosa) Agostino Carbone.”. Stessa cosa scrivono l’Agatangelo P. e Falco Domenico (…), nel loro testo ‘Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa’, edito nel 1968, a p. 24, parlando di S. Nilo e del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. Dunque, dal padre Romaniello Agatangelo (…), apprendiamo che, al tempo dell’Antonini, il sig. Agostino Carbone, era di Roccagloriosa, come scriveva anche lo stesso Antonini “paesano di qui” ed sappiamo pure che egli era il medico condotto di Roccagloriosa. Sappiamo dunque, che il sig. Agostino Carbone, avesse imprestato all’Antonini, alcuni rimasti frammenti della Cronaca, che l’Antonini, dice essere stati scritti dal “Monaco di S. Mercurio”. Dunque, siccome il sig. Agostino Carbone era di Roccagloriosa e siccome a Roccagloriosa vi era l’antico monastero di S. Mercurio, dobbiamo dedurre che questo Monaco di S. Mercurio, fosse un monaco o un Abate del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, su cui ho ivi scritto un mio saggio. Dunque, per la storia del ‘Chronicon’, citato dall’Antonini e per il suo autore ‘il monaco di S. Mercurio’, dobbiamo cercare nella storia di Roccagloriosa. Sappiamo che Centola, da cui dipendeva la Molpa, facesse parte della Diocesi di Capaccio, e sappiamo che un Vescovo di Capaccio si chiamava Carbone Bartolomeo, come dice nell’indice dei nomi a p. 676, Pietro Ebner. Ebner (…), parla del vescovo Carbone Bartolomeo, a p. 282 e a p. 328. Può essere che questo antico manoscritto, di cui oggi, solo alcuni frammenti sono conservati nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola, siano giunti ai Lupo, a mezzo della famiglia Carbone di Centola. Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno, ecc..’, a p. 328, parlando della cronologia dei vescovi, scriveva che se ne parla negli “Atti del Sinodo Brancaccio” (p. 114) ad anno 1441 e ne parlava anche l’Ughelli (…) c. 473, XIX, e il Volpi (…) (pp. 72-73). Gli Atti del Sinodo Brancaccio, riguardano in parte la situazione creatasi dopo la visita di Atanasio Calceopoulos a Pattano, in cui si chiedeva al papa di mandare via il monaco Elia. Scrive Ebner che il vescovo Bartolomeo Carbone, morì nell’anno 1441. Sempre da Ebner (…), apprendiamo che un Carbone Biagio era parroco di Ceraso, proprio l’area da cui proveniva oltre che l’Ebner anche lo stesso Antonini. L’Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni ecc…”, parlando di Roccagloriosa, a p. 416, scriveva: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (…), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”.
Il ‘Monaco di S. Mercurio’, autore della sua ‘Chronica’, citato dall’Antonini
L’Antonini (…), a p. 396, cita di nuovo la ‘Chronica’ del “Monaco di S. Mercurio” e, dopo aver parlato di ciò che aveva scritto il Cluverio, sulla Molpa, scriveva che: “..cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio,…”. Il nipote di Antonini (…), Francesco Mazzarella Farao, nella sua opera postuma sulla “La Lucania” (II ° edizione del 1795), nella parte II, a p. 367, del Discorso VII, della sua ‘Lucania’, che, in proposito alla città scomparsa di Molpa, scriveva che ne parlava anche il monaco di S. Mercurio. Pietro Ebner (…), a p. 172, nella sua nota (13), postillava che: “(12) L’Antonini (cit. I, p. 372 sg.), trascrive un brano della ‘Cronaca di S. Mercurio’: Belisario ecc..”. Antonini (…), citava il ‘Chronicon’, il cui autore chiamava ‘Monaco di S. Mercurio’, cidandolo diverse volte e in diversi suoi Discorsi (capitoli) della sua ‘La Lucania‘. Dunque, qui l’Antonini, citava il passo della ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, quando nel IX secolo (l’Antonini credeva che detta ‘Chronaca’ manoscritta fosse stata scritta dal monaco nel IX secolo). Ma chi fosse l’autore della ‘Cronica’ di S. Mercurio, citata dall’Antonini, ovvero chi fosse l’Autore o il Monaco di S. Mercurio ?. Perchè l’Antonini (…), lo chiama Monaco di S. Mercurio ? A cosa si riferiva l’Antonini quando scriveva di questo monaco di S. Mercurio ?. Cosa era il S. Mercurio, da dove proveniva questo monaco ? Essendo un monaco, il S. Mercurio, a cui si riferiva l’Antonini, potrebbe essere un antico monastero o cenobio basiliano. Dunque, ma se si trattasse di un monastero, questo ‘S. Mercurio’, citato dall’Antonini, vorrebbe dire che il Cammarano aveva preso un abbaglio quando scriveva che non esisteva nessun Santo con questo nome, ovvero credendo che si trattava di un Santo, il Cammarano (…), si sbagliava. Sappiamo dunque, che il sig. Agostino Carbone, avesse imprestato all’Antonini, alcuni rimasti frammenti della ‘Cronaca’, che l’Antonini, dice essere stati scritti dal “Monaco di S. Mercurio”. Dunque, siccome il sig. Agostino Carbone era di Roccagloriosa e siccome a Roccagloriosa vi era l’antico monastero di S. Mercurio, dobbiamo dedurre che questo Monaco di S. Mercurio, fosse un monaco o un Abate del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, su cui ho ivi scritto un mio saggio. Dunque, per la storia del ‘Chronicon’, citato dall’Antonini e per il suo autore “il monaco di S. Mercurio”, dobbiamo cercare nella storia di Roccagloriosa. Su Roccagloriosa, ho ivi pubblicato un mio saggio. Non sappiamo perchè l’Antonini (…), ritenesse che la ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, fosse del IX secolo. Nessuna notizia in merito da Wilma Fittipaldi (…), nel suo ‘La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia’, edito nel 2016, che a pp. 286-287, pure ci parla del Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. La Fittipaldi (…), per le notizie su questo antichissimo Cenobio basiliano, poi diventato benedettino, citava l’Agatangelo ed il Di Falco, e l’Ebner (…). L’Antonini (…), a p. 396, cita di nuovo la ‘Chronica’ del “Monaco di S. Mercurio” e, dopo aver parlato di ciò che aveva scritto il Cluverio, sulla Molpa, scriveva che: “..cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio,…”. Padre Romaniello Agatangelo (…), poi pure il De Falco (…), scriveranno che, riferendosi alle scorrerie saracene che infestarono i nostri luoghi per tutto il VIII e IX secolo “poi, dopo la venuta dei Normanni, le scorrerie cessarono del tutto. Proprio durante questo periodo si affemò in Lucania il monachesimo, il quale ebbe una vita florida in modo particolare nella cosiddetta zona del “Mercurion”… Prima del IX secolo, a causa delle scorrerie saracene, non era stato possibile la costruzione di monasteri nell’Italia meridionale….”. Forse la ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, ha a che fare con alcune donazioni che i duchi Longobardi, poi in seguito confermate dai duchi Normanni, fecero ad alcuni monasteri o cenobi basiliani del luogo. Molti documenti e fonti, attestano e confermano la presenza di S. Nilo da Grottaferrata, nel Monastero di S. Mercurio a Rocagloriosa, e molti di questi documenti, testimoniano le tantissime donazioni fatte ai tanti monasteri italo-greci del posto. Queste donazioni o privilegi, furono oggetto di notevole interesse dalla Badia di Cava, che nel X secolo era diventata una Baronia e che disponeva di un vasto patrimonio nel basso Cilento, fra cui i tanti monasteri italo-greci (cenobi basiliani e bizantini di rito greco) che furono ben presto riportati alla regola latina benedettina. In seguito, la storia di questi monasteri, come quello di S. Mercurio a Roccagloriosa, sarà la storia di monasteri passati in Commenda alla Curia Romana per disposizione papale e, via via portati al decadimento anche con la complicità della Curia locale che in questo caso è stata rappresentata dai diversi vescovi succedutisi nella Diocesi di Policastro. L’Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, poboli e baroni ecc..’, vol. II, scriveva a p. 435, in proposito che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. Giovanni Antonio Santonio, (di Taranto), nominato vescovo di Policastro nel 1610. Il Laudisio (…), a p. 101 (vedi il Visconti), invece afferma che fu il vescovo Pietro Magri (non il vescovo Santonio, come scriveva l’Ebner) ad incorporare al Seminario. Inoltre, il Laudisio (…), parlando di Roccagloriosa, scriveva in proposito che: “Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S.. Giovanni di Gerusalemme (i Cavalieri dell’Ordine di Malta).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa e, parlando del suo Cenobio, a p. 334, scriveva che: “Il citato ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’ (si tratta del manoscritto sulla “vita di S. Nilo” a cui si rifà il testo di Paolo Emilio Santorio (…)), al fol. 7., fa menzione di tre Santi Uomini, che furono di questo Monistero a tempo di S. Nilo, e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (1), & Angelica puritae Zachariam, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato de’ Basiliani, altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. L’Abate Ughellio Italia Sacra tomo 6, fol. 143, scrive, che questo Monastero di monache fosse stato da Turchi ruinato: ‘Quod enim erat in Oppido Roccae gloriosae Turcae fuflulerunt’; ciò che non è vero, non essendosi mai Turchi tanto entro terra inoltrati; anzi sappiamo, che le moniche vi erano fin al MDLXV poichè in tal anno vi morì Suor Maria Sanseverino, e ne fu come Abate provveduto Fabio Lanario con Breve di Sisto V. che il secolarizzò. Ma verso il MDCI il Baron della Rocca (non avendo avuto ragione di ciò che Sisto aveva fatto) presentò in Badessa Suor Beatrice Pinella monaca Benedettina il Monistero.“. L’Antonini (…), sulla scorta del Santorio (…), nella sua nota (1), riguardo la notizia di un “Romitorio”, fabbricato a Roccagloriosa da S. Nilo da Rossano, scriveva: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. La notizia tratta dal Santorio (…), in “hist. Carbon. Monast. fol. 29”, che è il testo rappresentato alla nostra nota (…), intitolato: ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’.

Quale fosse il collegamento fra l’Antonini (…), la famiglia Lupo di Centola, con cui egli era imparentato e il sig. Agostino Carbone, che come scrive l’Agatangelo, era il medico di Roccagloriosa ai tempi dell’Antonini, fosse una certa parentela dell’Antonini con i Florio di Camerota. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dell’Ebner (…), che nel suo “Chiesa, popoli e baroni nel Cilento”, nel suo vol. II a p. 422, che, sulla scorta di Mazza A. (…), p. 113 (vedi nota (50), scrive che nel 1305, era signore di Roccagloriosa, Montecalvo e Buonalbergo Matteo Mansella (…). Leggiamo su Wikipedia che Giuseppe Antonini, nacque a Centola il 14 gennaio 1683 e morì a Giugliano il 6 gennaio 1765. Invece, leggiamo su vol. I, del sacerdote Giuseppe Cammarano (…), nella sua ‘Storia di Centola’, che a p. 81, in proposito scriveva: “Giuseppe Antonini nacque a Cuccaro Vetere il 1745. Non si conosce l’anno di morte.”. Sempre da Wikipedia leggiamo che Giuseppe Antonini, barone di San Biase, fu avvocato ed erudito, che ha legato il suo nome allo studio della storia e della topogafia della Lucania e del Cilento. I suoi studi furono trasfusi nell’opera La Lucania, Discorsi, pubblicata per la prima volta nel 1745. Nel 1795, ‘La Lucania’, ebbe la II edizione, per i tipi di Tomberli e fu pubblicata da suo nipote Francesco Mazzarella Farao. Le due opere possono essere gratuitamente scaricate da google libri. Il Cammarano (…), è stato molto critico nei confronti di Antonini e a p. 81, scriveva che: “Uditore Giudiziario, era barone di S. Biase. Ebbe legami di parentela con la famiglia Lupo di Centola. Difatti, essendo figlio di una cugina di don Baldassarre Lupo e don Giovanni Andrea, era nipote di detti sacerdoti. Don D.A. Stanziona, attingendo all’AFL ci informa che a soli 21 anni scrisse “Appunti sulle nostre Terre” e richiamandosi a Venceslao I scrisse “una sortita in Venceslao I dal titolo La notte dell’Abate di Centola”. La cosa provocò una certa amarezza da parte di don Baldassarre Lupo e don Andrea Lupo (1787+1855), canonico di Bosco, ritenendo il fatto frutto di una fantasia., ritenendo quel fatto privo di verità. Nel 1773, a 29 anni pubblicò “Appunti storici sulle nostre terre (Cilento), che poi ampliandoli, ribattezzò con il titolo “La Lucania” (126) che pubblicò a Napoli il 1795 in seconda edizione. I fratelli Lupo ed anche zii ebbero a contestargli alcune notizie con forte critica per alcune lacune e per certe contraddizioni in riferimento alle nostre terre. Scrisse pure i ‘Quadernali’ per chiarire molti punti della sua Lucania, che non fece a tempo a pubblicare, come giustamente scrisse il suo pronipote Scipione Antonini. Ecc..”. Sull’Antonini (…), ha scritto Ruggero Moscati (…), ANTONINI, Giuseppe, barone di San Biase, Enciclopedia Italiana – I Appendice (1938), Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani. Vediamo ora cosa scriveva Ruggero Moscati sulla Treccani. Moscati (…), scriveva che: ANTONINI, Giuseppe, barone di San Biase. – Erudito, nato a Centola (Salerno), il 14 gennaio 1683, morto a Giugliano, di cui era governatore, il 6 gennaio 1765. Nel 1745 diede alle stampe i suoi Discorsi sulla Lucania, che nel 1756 accrebbe e che nel 1790-91 il nipote Francesco Mazzarella Farao ripubblicò, arricchendoli di copiose annotazioni, difendendo l’opera e la memoria dell’A. dalle accuse di P. Magnoni e dei non pochi critici e detrattori. E infatti la Lucania, sfrondata dagl’inevitabili errori, si può considerare un lavoro diligente e per quel tempo pregevole per l’abbondanza del materiale storico e specie lapidario, per la prima volta raccolto ed edito. Altre opere dell’A. furono alcune Lettere polemiche a N. Lenglet du Fresnoy e al correttore di lui M. Fazio, nonché le ‘Discussioni sulla Traslazione del corpo di S. Matteo a Salerno’ e sulla ‘Cronologia dei vescovi Pestani’ di G. Volpi. Bibl.: F. A. Soria, Memorie storico critiche degli storici napoletani, Napoli 1781, pp. 41-42; P. Napoli-Signorelli, Vicende della coltura nelle Due Sicilie, VI, ivi 1811, pp. 275-77.
Il Monastero di ‘S. Mercurio entro le mura’ a Roccagloriosa
Il Muratori (…), nel suo ‘Annali d’Italia’, ci parla di Roccagloriosa, nel vol. V della I edizione 1758 (anno 546 secondo il Guzzo), mentre secondo l’Agatangelo (…), nella sua nota (27) a p. 15, dice che il Muratori ci parla di Roccagloriosa nel volume del 1758, vol. 4, anno 296. Ma rileggendo il vol. II, dell’edizione del 1838, ed. Ubicini, a p. 86, anno 546, ci parla di Belisario che si impadronì della Calabria, dè Bruzi e della Lucania “con strage dè Goti che erano da quelle parti”, ma non dice nulla su Roccagloriosa o su Molpa.

(Fig. 5) Particolare del Monastero di S. Mercurio citato nella carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘ (Fig. 2), di probabile epoca Aragonese (47), conservata all’Archivio di Stato di Napoli e da me scoperta e da me pubblicata per la prima volta.
nella Carta del Cilento di epoca Aragonese e conservata all’Archivio di Stato di Napoli (50). Si vede che questo monastero si trovava vicino o lungo il corso del fiume Sciarapotamo.
Certa è la notizia del Volpe (…), in merito alla ricostruzione delle mura di Policastro dal 1085 al 1111, e della città, ad opera di Ruggero II figlio di Gisulfo che la consegnò nel 1152 al figlio Simone col titolo di Conte (…) e non si esclude che tale territorio fosse stato amministrato dal Visconte Boso (Visconte era colui che faceva le veci del Conte). Nello stesso periodo, il vescovo di Policastro (probabilmente il vescovo Arnaldo), diede facoltà al Conte Mausone di Roccagloriosa – figlio di Leone – Conte Normanno – di unire il Cenobio di San Veneranda e quello di San Mercurio di Roccagloriosa affinchè la sua figlia Altrude potesse entrarvi in clausura. Pare che questo vescovo Arnaldo, che pare sia stato il successore di Pietro Pappacarbone alla rinata Diocesi Paleocastrense, abbia autorizzato il signore del luogo, il Conte Normanno Mausone, figlio di Leone ad unire due conventi di monache. Questo si desume da alcuni documenti d’epoca Normanna, di cui ho parlato in due miei saggi ivi pubblicati. Un altro documento d’epoca Normanna in cui figura il vescovo Arnaldo, fu citato dal Ronsini (…) e dall’Ebner (…) che, alla sua nota (29): “negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura)”. L’Ebner (7), a p. 435, nel vol. II del suo “Chiesa, Baroni ecc..”, sulla scorta del Ronsini (10), scrive: “Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (…).”. Secondo l’Ebner (…), il nome di ‘Arnaldo’, “…Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (…).”, secondo il Ronsini (…), è “…il nome nell’anatema contenuto nel documento”, ovvero il nome del Vescovo ‘Arnaldo’, che era contenuto nell’antico documento “istrumento”, o “testamento”, del Conte Mausone o Manso. L’Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni ecc…”, parlando di Roccagloriosa, a p. 416, scriveva: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (…), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. L’Ebner, confermava la tesi del Ronsini, (…), secondo cui il nome del vescovo Arnaldo, appare sull’“Istrumento“, di cui parleremo. Il Cappelletti (…), quindi, proprio sulla scorta dell’Ughelli (…) e del Di Meo (…), scrive che il vescovo ‘Arnaldo’, risulta testimone nell’anno 1111, alla donazione che ‘Adelasia’, Adelaide del Vasto, Regina – vedova di Re Ruggero I, e zia di Simone detto il Bastardo, figlio di Re Ruggiero II di Sicilia, a cui fu affidata la Contea di Policastro – della “chiesa di santa Maria della Roccella” (forse il Monastero claustrale di S. Mercurio a Rocchetta, una frazione di Roccagloriosa). Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi‘, scritta nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (…), così si esprimeva di quel periodo storico: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tuttii vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsi’, a p. 101 dell’edizione del Visconti (che la tradusse), forse sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva che: ” A Rocca Gloriosa c’era il monastero di S. Mercurio di cui abbiamo già parlato, ed a cui era unito l’altro di Santa Veneranda; ma poichè il monastero fu soppresso, il Vescovo Pietro Magri, in ottemperanza alle norme del Tridentino, ne assegnò in perpetuo i beni al seminario diocesano (160). Il conte normanno Leone aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, poichè in seguito a varie vicende, essendo venuto in Italia l’eunuco Narsete con un esercito di bulgheri in aiuto di Belisario, alcuni di questi bulgheri, poichè erano anch’essi cristiani, rimasero nelle vicinanze di un castello dando il loro nome al monte presso il quale si fermarono e che si chiama ancora oggi Monte Bulgheria. Però nel 550, non sentendosi sufficientemente sicuri, entrarono nel castello e si unirono a quelli che lo abitarono, e poichè il castello era ben munito ed era nella giurisdizione della diocesi della gloriosa Madre di Dio, lo chiamarono ‘Arce Gloriosa’ ossia ‘Rocca Gloriosa’. Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Il Laudisio (…), nella sua ‘Synopsis’ (vedi versione del Visconti), a p. 47, nella sua nota (160), postillava che: “(160) Sess. XXXIII, cap. 18, De reform.”. In questa nota il Laudisio, trae le notizie sul Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, quando dice che il Vescovo Pietro Magri, assegnò i beni al Seminario Diocesano di Roccagloriosa. Ed è proprio da questo momento che sorsero delle liti tra la Diocesi di Policastro ed alcuni Comuni della zona, per i beni ed i possedimenti concessi dai Duchi Longobardi e poi confermati dai Normanni al Monastero. L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte di Altrude sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti. L’Antonini, nella sua nota (1), prosegue scrivendo: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. Il Ronsini (…), trae alcune interessanti notizie di quell’epoca da un manoscritto di Paolo Tosone, il “Libro di memorie”. Infatti, l’Ebner (…), traendo notizie dal Ronsini (…) che citava il “Librodi memorie” di Paolo Tosone (avo del Placido Tosone che nel 1682 acquistò il feudo di Rofrano, il cui Comune o Università ebbe una lite con l’Episcopio di Policastro per la tenuta del Centaurino), continuando a parlare di Rofrano, scriveva: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (…) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università (il Comune) di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio ecc…Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio), ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero di S. Mercurio (1615).”.
Il monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, cenobio basiliano o italo-greco poi in seguito “Obbedientiae” benedettina
Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 573-574 parlando del casale e del monastero di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “Il monastero di S. Nazario…..etc……L’origine di questo cenobio, fu erroneamente attribuita dall’Antonini (3) e da qualche autore più recente a monaci del cenobio di S. Mercurio di Roccagloriosa, mentre è provato che essa risale ad asceti provenienti dal Mercurion dei confini calabro-lucani, sede, nel X secolo, di una fiorente eparchia monastica italo-greca. Etc….Per evitare complicazioni il futuro S. Nilo partì verso “un altro dominio nella regione dei Principi” (5) longobardi di Salerno.”. Ebner, a p. 573, nella nota (I) postillava che: “(1) G. Gay, L’Italie Méridionale et l’Empire Byzantin, Paris, 1904, p. 269. Il ‘Bios’ di S. Nilo fu scritto da S. Bartolomeo il giovane. Fu appunto il Gay a ricostruire l’itinerario di S. Nilo dal Mercurion calabro a S. Nazario (p. 270), v. pure Cappelli, cit., p. 35 sgg. e Giovannelli cit., S. Nilo ecc…, nota 17 a p. 129 sgg. Su S. Nilo il Sinaista, v. Giovannelli cit., S. Nilo ecc.., p. 125 sgg.”. Ebner, a p. 573, nella nota (3) postillava che: “(3) Antonini, cit., p. 333”. Ebner, a p. 573, nella nota (4) postillava che: “(4) Bios, 30: “Per tutti i quaranta giorni che (Nilo) ebbe a dimorare nel monastero del grande Martire S. Nazario, dove aveva rivestito l’abito monastico”, v. pure ‘Bios’, 25: “Qui (S. Nazario) reso l’ossequio devoto all’egùmeno ed a tutti i fratelli (i monaci), e scongiuratili di pregare per lui il Signore, fu da essi accolto come figlio e fratello diletto”.”. Ebner, a p. 573, nella nota (5) postillava che: “(5) “En tois meresi ton prinkipion” Cod. Cript. cit.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, Discorso VI, a pp. 333-334 riferendosi al casale ed al monastero di S. Nazario scriveva che: “….Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”.

L’Antonini (…) poi, sulla scorta del Santorio (…), in ‘Historia Carbone Monasterii’, fol. 29, riporta nelle sue note (1): “(I) ‘Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) et ibi cellulam in rupe praecelsa delegit’, dice Santonio in hist. Carbon. Monast. fol. 29. Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione dè PP. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Gio: a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. Dunque, Antonini, nella sua nota (I) postillava che queste notizie sono tratte da “dice Santonio in hist. Carbon. Monast. fol. 29″. Dunque, l’Antonini postillando nella sua nota (I), si riferiva alle notizie storiche ricavate dal testo di Paolo Emilio Santorio (….), ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601. Dunque, l’Antonini, sulla scorta di Paolo Emilio Santoro credeva che l’abbazia di S. Nazario fosse già esistente al tempo di S. Nilo e fosse stata fondata molto tempo prima che arrivasse S. Nilo. Antonini, sulla scorta del Santoro scriveva che S. Nilo si era recato “verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Rocca gloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario”. Dunque, secondo il Santoro, S. Nilo, nel ‘950 fuggì dal Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa per recarsi o rifugiarsi in quello di S. Nazario. Dunque, l’Antonini conclude che non sarebbe vera la notizia secondo cui l’Abbazia di S. Nazario fosse stata fondata da Nantaro e poi Richerio: “nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori.”. Dunque, l’Antonini citava Paolo Emilio Santorio (….), ovvero il suo “Historia Monasterii Carbonensis Ordinis Sancti Basilii”, edito a Roma, nel 1601. Antonini cita la p. 29 “Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29″. Ecco cosa scriveva P. E. Santoro a pp. 29-30: “distributis in inopum necessitates fortunis, ad Sancti Mercurij coenobium confugit, fed urgentibus provinciae praesidis minacibus nuntijs, ne monachorum albo adscriberetur, illico recurrit ad monasterium Sancti Nazarij, ibique deposito cingulo, Christo militare incoepit, vigilatissimus & cibi, femper in procinctu, semper in castris, religionis, pietatis, charitatis, ac demissionis armis tectus cum hoste humani generis dimicare, non mislilibus, eminussue, fed cominus, pede collato, & mucrone fidei terribilis lacessere vel quiescentem, tunditur ab hoste, verbetatur, affligitur, vel illato terrore minatum, nec animo ipse strato succumbit, pedibus nudis, capite intecto, ferox, magnaq; alacritate martem poscens, fruiturque consuetudine multorum Sanctorum Monachorum, & non procul monasterio Sancto Mercurij, cellam in rupe praecelta delegit , dicataque Michaeli Archangelo ara, vitan longe asperrimam, ac laboriosissimam duxit celestium contemplatione conditam: ….”.


Il Sartorio (…), riferendosi a S. Nilo, in proposito scriveva che: “distribuendo la sua fortuna alle necessità dei poveri, si rifugiò nel monastero di S. Mercurio, ma, sollecitato dal governatore della provincia, con messaggi minacciosi, perché non fosse aggiunto all’elenco dei monaci, corse subito di nuovo al monastero di San Nazaret; coperto delle armi della religione, della pietà, della carità e dello sconforto, per combattere il nemico del genere umano, non con i proiettili, a distanza, o di mano in mano, con il piede, lui stesso cade sotto il suo letto nella sua mente, piedi scalzi, capo nudo, feroce e grande; chiedendo con entusiasmo Marte e godendo dell’usanza di molti santi; etc…”. In seguito, nel 1659, la notizia fu ripresa nell”Italia Sacra’ dall’Ughelli (11) e poi in seguito ripreso dall’Antonini (5) e dal Laudisio (9). Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Paolo Emilio Santorio Casertano (13), che, nel 1601, nella sua ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’, parlando dei Monasteri Basiliani, accennava ai luoghi frequentati da S. Nilo da Rossano, ha citato l’antica donazione Normanna ancora prima che ne parlasse l’Ughelli (11). Il Santorio (13) citava l’antico privilegio concesso al Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa dal conte Leone Manso o Mausone o Mansone, signore del luogo e poi ratificato da suo nipote il conte Guidone.

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, a p. 386 riferendosi al casale ed al monastero di Roccagloriosa scriveva che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Il Monastero (se malamente non penso) era di Benedettini; e di questo la Cronaca, di cui pochi frammenti avanzati, ci sono stati imprestati dal Dottor Signor Agostino Carbone, paesano di qui come si disse. L’avervi S. Nilo, ch’era Basiliano, abitato, e poi fabbricatovi da stesso un romitorio (1), ha fatto ad alcuni credere, che il Monastero fosse stato di Basiliani. Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte di Altrude sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti. Il citato ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’ (si tratta del manoscritto sulla “vita di S. Nilo” a cui si rifà il testo di Paolo Emilio Santorio (13)), al fol. 7., fa menzione di tre Santi Uomini, che furono di questo Monistero a tempo di S. Nilo, e così li nomina: ‘Magnum Joannem, percelebrem Fantinum (1), & Angelica puritae Zachariam, ond’ entra il dubbio che il Monistero non fosse stato de’ Basiliani, altrimenti l’autor di questa vita parea, che non avesse a pigliarsi la pena di ragionar di Santi d’altro istituto. L’Abate Ughellio Italia Sacra tomo 6, fol. 143, scrive, che questo Monastero di monache fosse stato da Turchi ruinato: ‘Quod enim erat in Oppido Roccae gloriosae Turcae fuflulerunt’; ciò che non è vero, non essendosi mai Turchi tanto entro terra inoltrati; anzi sappiamo, che le moniche vi erano fin al MDLXV poichè in tal anno vi morì Suor Maria Sanseverino, e ne fu come Abate provveduto Fabio Lanario con Breve di Sisto V. che il secolarizzò. Ma verso il MDCI il Baron della Rocca (non avendo avuto ragione di ciò che Sisto aveva fatto) presentò in Badessa Suor Beatrice Pinella monaca Benedettina il Monistero.“. L’Antonini (5), sulla scorta del Santorio (13), nella sua nota (1), riguardo la notizia di un “Romitorio”, fabbricato a Roccagloriosa da S. Nilo da Rossano, scriveva: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. La notizia tratta dal Santorio (13), in “hist. Carbon. Monast. fol. 29”, che è il testo rappresentato alla nostra nota (13), intitolato: ‘Historia Monasteri Carbonensi ordinis Sancti Basilii’. L’Antonini, nella sua nota (1), prosegue scrivendo: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”.
Domenico Antonio Ronsini (…), parlando di Rofrano e, del suo antichissimo Monastero, in proposito scriveva che: “Dunque bisogna indietreggiare la fondazione del Cenobio almeno nell’antecedente secolo X. E ce ne porge un altro plausibile documento. S. Nilo (Vita di S. Nili, interprete Sirleto penes Marten Vet. Script. Coll. I. VI c. 715. Salmon. t. XXIII), nato in Russano nel 906 ecc…Fu tra noi in questa contrada, ed ebbe stanza in Rocca Gloriosa dove aveva un romitorio nel Cenobio dei Benedettini detto di S. Mercurio e vi fabbricò un Romitaggio, ‘et ibi cellulam in rupe praecelsa delegit’ (Santorio in Hist: Carbon. Monast. f. 29) Abitò pure nell’altro romitorio di benedettini in S. Nazario. Indi fu accolto trionfalmente in Montecassino, dove riformò i monaci di quel celebre Monasterio, trattenne 15 anni tra i Benedettini di Casaluce. Era in Roma ecc…”. Il Ronsini (…), si chiedeva se il Cenobio di Rofrano fosse stato fondato da S. Nilo, o lo trovò già fondato?. La Badia di Rofrano ebbe il titolo di Grotta Ferrata da quella di Tuscolo (Frascati), o viceversa? Scrive il Ronsini: “A me pare che lo trovò già fondato: primo perchè il greco biografo di S. Nilo, che narra le altre fondazioni, tace di questa, secondo perchè altrimenti la nostra Badia nel breve spazio di tempo di una ottantina di anni (quanti ne corron da S. Nilo al Duca Ruggiero) non poteva giungere al grado di grandezza, che descriversi nel Diploma. Quindi parmi ancora che essendo posteriore la fondazione di Frascati potè solo ricevere non già dare il titolo di Grottaferrata.”. Poi il Ronsini, parla dei ruderi di un Monastero che esisteva a Rofrano Vetere (il vecchio Rofrano), ricordato nella Vita di S. Elena o Eliena di Laurino.


(Fig….) Pagine di storia tratte dal Ronsini (…)
L’Archivio della Famiglia Lupo a Centola
Recentemente, nel 1993, il sacerdote Giovanni Cammarano (…), nel suo vol. II del ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, vol. II, a p. 14, in proposito introduceva e scriveva che: “Ci faranno da guida i numerosi memoristi locali che abbiamo conosciuti nella prima parte della storia di Centola, soprattutto don Baldassarre Lupo.“. Il Cammarano (…), accenna al manoscritto del Lupo, nel volume I, della sua “Storia di Centola”, al punto 40-41 del suo Cap. IV, a p. 76 e s. Il Cammarano (…), in proposito scriveva che: “Infatti, don Baldassarre Lupo nel suo ultimo arbitrato la definisce “un grandioso edificio religioso”. Baldassarre Lupo, nacque nel 1712 da Antonia Florio di Centola, dunque proveniva dall’antico casato dei Florio e prima ancora dai Marchisio di Camerota, come abbiamo già visto in un altro mio saggio ivi pubblicato. Era stato ordinato diacono. Il Cammarano a p. 76, scriveva che: “Lo si deve a lui se è stato possibile ricostruire la storia di Centola, della Badia, della Molpa, di questa, s’intende, in modo relativo, e dei monumenti fanno bella mostra di se.”. Don Baldassarre Lupo, rivestì le più alte cariche nella Curia Abbaziale di Centola. Il Cammarano (…), dunque, trae diverse notizie storiche sulle origini dell’antico cenobio italo-greco di Centola, da un manoscritto di memorie di Baldassarre Lupo (…), conservato nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola, ma il Cammarano, scriveva in proposito che l’Archivio della Famiglia Lupo (FLP), a Centola, fu distrutto più volte da incendi e che a causa di questi eventi non tutto si è salvato. Il Cammarano (…), a p. 76 del vol. I, parla di “quaderni”, manoscritti da don Baldassarre Lupo e da cui mancano diverse pagine che secondo lui sono state portate via da D. A. Stanziona, un’altro erudito locale e, lo cita parlando dell’“Opera omnia”, di don D.A. Stanziona che è andata smarrita pure questa e “della quale oggi possediamo molti preziosi frammenti che vengono mano mano riportati in questa storia”. Il Cammarano (…), a p. 77, nella sua nota (119), postillava che: “(119) Opera Omnia, di natura storica, si componeva di 36 grossi quaderni, rilegati in quattro volumi.”. Dunque l’opera di don Baldassarre Lupo, è stata raccolta da D.A. Stanziona, nei suoi quaderni della sua ‘Opera Omnia’, anche questa andata perduta, ma di cui ancora oggi si conservano preziosi frammenti dei suoi quaderni. Da questi frammenti, il Cammarano (…), a p. 43 del vol. II, nel Cap. III, trae l’elenco degli “Abati basiliani” della badia basiliana, poi in seguito divenuta benedettina. Il Cammarano, fa riferimento proprio ai frammenti dei quaderni del Stanziona (…), nell’AFL. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. I, a p. 715, parlando di Centola, ci dice della Famiglia Lupo, e di Pompeo Litta, che la cita nel suo ‘Famiglie celebri italiane’. Infatti, Ebner (…), a p. 715, del vol. I, in proposito scriveva che: “Il Litta (16) include nella sua opera la famiglia Lupo di Centola (ramo dei Lupo di Soragna) con arma: lupo rampante di azzurro in campo d’argento con tra le zampe anteriori una bandiera in rosso e attraversato da una banda di rosso.”. Ebner, a p. 715, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Litta, Famiglie celebri italiane, Fasc. unico, Basadonna, Torino.”.

La ‘Cronaca’ manoscritta di Venceslao di Centola
Anche in questo caso, direi che, il primo a parlarci di una ‘Cronaca’ di un certo Venceslao di Centola è stato il barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), che nella sua “La Lucania”, a p. 353, parlando del corpo di S. Ricario e di Centola, in proposito scriveva che: “In quelle poche pagine manoscritte che sono una spezie di ‘Cronaca’, scritte da un tal ‘Vinceslao’ di Centola, che si conservano dal Sig. D. Camillo D’ Errico, così questo fatto si legge: “Nell’anno MDXCIII, lo signor Vicario Guarino Abbate de Centula fice cavare de molto assai profondo in dicte abbatie avante, e dietro l’altare, sperando trovare lo Corpo de Sancto Recario, ecc…”. Dunque, secondo l’Antonini (…), ‘Venceslao’ di Centola, nella sua ‘Cronaca’ manoscritta, conservata dal sig. D’Errico, riferiva un episodio del 1593, al tempo in cui l’Abbate Guarino, cercava il corpo di S. Ricario, per conto del Cardinale Bessarione, che aveva fatto in modo che il monastero di S. Maria di Centola, fosse stato Commendato alla Basilica del Presepe in Roma, come poi anche il Di Luccia (…), dirà. Il Cammarano (…), accennando al manoscritto del Lupo (…), nel volume I, della sua “Storia di Centola”, al punto 1, a p. 61, ci parla di “Mercurio 1°”, che lui dice essere il primo storico di Centola. Il Cammarano, a pp. 61-62, vol. I, parlando della ‘Chronicon’ del ‘Monaco di S. Mercurio’, confutando alcune citazioni dell’Antonini, citava il ‘Chronicon’, scritto da un certo Venceslao, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Centola, che lui chiama “Venceslao I” e, scriveva che: “Anche quando lo storico Venceslao I dice che l’abate Mercurio sia vissuto nel secolo IX, come pure quando lo chiama abate, non è lontano dalla verità……..La sostanza però dello scritto di Venceslao I è tutta di Mercurio I. Dalla stessa penna di Venceslao, si dice che molti documenti che appartenevano alle buone famiglie del posto, andarono perse irrimediabilmente in occasione dei numerosi roghi.”. Sempre il Cammarano (…), nella sua ‘Storia di Centola’, nel vol. I, a p. 68, scrive di Venceslao (109) che: “Sono due gli storici che portano il nome di Venceslao, nel rapporto di zio a nipote. Venceslao I è vissuto tra il 1440 e il 1510. E’ certo che al tempo della visita di Kalkeopoulos, 1458, era già operante, come risulta dalle memorie di don Prospero Stanziona. Infatti, in riferimento agli avvenimenti della suddetta visita scrive: “Meglio così, se lo considerò fatto da non dire, anche perchè fu lui che lo visse personalmente” (vedi Badia Cap. VI, par. 11). A ciò si aggiunga che ha lasciato un giudizio sull’ultimo monaco basiliano, Corinzio Donnania (1447 + 1510)(AFL).”. Sempre il Cammarano (…), a p. 68, del vol. I, nella sua nota (109), postillava che: “(109) Venceslao I visse e vide il periodo di passaggio dalla Badia Basiliana a Commenda, ma molte cose che potevano interessare la storia di Centola non volle riferirle, vuol dire, scrive lo Stanziona, che era opportuno non dirle. La frase, staccata dal contesto, è riferita solo per dire che Venceslao II è vissuto tra il 1500 e il 1600.”.
L’antichissimo ‘Censuale’ dell’Abbazia di S. Maria di Centola conservato dall’Abate Gascone ai tempi dell’Antonini
Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Ma la Molpa è notevole anche per altro. Ai piedi delle sue rupi verso il mare, s’aprivano delle grotte che nel sec. XI furono trovate ripiene di ossa umane; almeno così si credeva; e intorno ad esse si andò accumulando tutto un misto di storia e di leggenda, di cui si occuparono diffusamene alcuni nostri antichi scrittori. Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”. Qual’è il censuale dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola a cui si riferiva Pietro Visconti ?. Il Visconti dice che ne parla l’Antonini. L’Antonini a p. 368, riferendosi alla Molpa scriveva che: “Chiamasi queste grotte le ‘Grotte dell’Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’undecimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale’ (I) dell’Abbazia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone), colle seguenti parole: ………….”. Dunque l’Antonini cita il Censuale e nella sua nota (I) a p. 368 postillava che: “(I) Il titolo che v’è posto sul principio è questo: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’; essendo notabile, che non vi sono affatto dittonghi.”. Secondo l’elenco che fa il Cammarano (…), a p. 43, il primo abate basiliano era “Mercurio 1°“, nell’anno 600 d. C., ‘Mercurio 2°’, nel 800 d.C., Giovanni nell’anno 1000, Venanzio, nel 1235, ecc….Poi sempre il Cammarano a p. 45, dice che il terzo abate del monastero di S. Maria a Centola fu “3) Giovanni: dall’AFL si conosce che fu abate, senza poter indicare nè l’anno e nè il suo operato. Di Lui parla l’Antonini in “La Lucania. Ebner in CBPC. scrive che “L’Antonini (I, pag. 364), ci informa di una antica testimonianza sulla Grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium et Censuale monasterii centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico o registro delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18).”. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Infatti, l’Antonini (…), a p. 363, in proposito scriveva che: “Chiamansi queste grotte le ‘Grotte delle Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abbate Gascone) colle seguenti parole:

Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Ma la Molpa è notevole anche per altro. Ai piedi delle sue rupi verso il mare, s’aprivano delle grotte che nel sec. XI furono trovate ripiene di ossa umane; almeno così si credeva; e intorno ad esse si andò accumulando tutto un misto di storia e di leggenda, di cui si occuparono diffusamene alcuni nostri antichi scrittori. Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”.
Nel luglio 1475, la bolla di papa Sisto IV che concedeva a Guglielmo Sanseverino, signore di Roccagloriosa, di riedificare il monastero di ‘S. Mercurio fuori le mura’
L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Ecc….e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti.”.

(Fig…) Antonini (…), op. cit., p….
Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle in Pittari all’epoca post Angioina, a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….ecc….e il figlio di Tommaso, il potente Americo (131), che nella prima metà del XV secolo possedeva ben diciotto feudi che da Capaccio (da cui fu nominato Conte nel 1443 da Alfonso d’Aragona) si estendevano allo ‘Stato di Laurino’ (132), alle ‘Terre’ del Vallo meridionale e della valle del Mingardo (Stato di Roccagloriosa)(133) e del Bussento (‘Sansa, Casella e Monginàrium’ – Morigerati). Prima della Signoria di Americo ad ogni modo la ‘Terra di Casella’ almeno per alcuni anni appartenne a Guarrello Orilia, a cui era stata concessa da Re Ladislao in seguito alla confisca dei beni dei Sanseverino (134)…”. Felice Fusco, nella sua nota (133) riguardo Caselle e Americo Sanseverino postillava che: “(133) Il ‘castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di ‘Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’ (fr. F. Fusco, Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), in “E’uresis”, X – 1994, p. 159 e nota 10).”. Felice Fusco (…), nella sua nota (133) citava se stesso ed il suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 156 e sgg. In questo saggio il Fusco a p. 159, scriveva in proposito che: “Toccò così ad Americo Sanseverino (9), che nella prima metà del XV secolo era Signore dei due ‘Stati’ di Laurino e di Roccagloriosa (10) nonchè di ‘Sansa’, di Padula, di Buonabitacolo, di Montesano e di Casalnuovo, ridisegnare i confini della grande montagna, ecc…”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Cfr. F. Fusco, Quando la storia tace: dalla Sontia lucana alla Sansa medievale, in Euresis, VIII (1992), p. 208), p. 208 e n. 202.”. Il Fusco a p. 159, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Il ‘Castrum Rocce de Gloriosa’ formava ‘Stato’ coi casali di ‘Rocchetta’, di ‘Acquavena’ e di Celle’. Il terzogenito di Americo, Guglielmo, nel 1475 ottenne da Sisto IV il permesso di poter ricostruire il monastero di San Mercurio entro le mura del ‘castrum’.”. Dunque, il Fusco, sempre sulla scorta di Ebner ci informa e cita Guglielmo Sanseverino, terzogenito di Americo Sanseverino. Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Angioina, sulla scorta dell’Ebner (…), a pp. 49-50, in proposito scriveva che: “….Caselle….nel XIV divenne una delle ‘Terre’ dei potenti Sanseverino. ….L’anno prima che Amerigo fosse nominato Conte di Capaccio iniziava la dominazione Aragonese (1442-1504) nel Regno di Napoli. Uno dei primi atti della nuova dinastia fu il primo censimento generale del Regno (1443) basato sui ‘fuochi’ ecc..ecc..”. Il Fusco, a p. 101, nella sua nota (127) postillava che la notizia era tratta da: “(127) P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., II, p. 82”. Dunque, la notizia sulle date della successione dopo la morte del padre Tommaso (forse Tommaso III) di Sanseverino dovrebbe essere ulteriormente indagata e precisata. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Posseduto dai Sanseverino, nel 1475 Guglielmo di Sanseverino, signore di Rocca, ottenne da Sisto IV di poter riedificare il monastero entro le mura (52). Guglielmo chiese pure Curia generale dei Frati minori di Roma di poter adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura (53). Per ribellione poi di Guglielmo il feudo fu devoluto alla R. Corte. Nel 1501 re Alfonso II vendette il feudo a Giovanni B. Carafa, conte di Policastro. Dopo l’incursione di Dragut rais del 12 luglio 1552, Roccagloriosa aveva subito ecc…”. Ebner a p. 422, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Bolla: “Datum Romae apud S. Petrum anno incarnatione Domini MCCCCLXXV sept. Kal. junii..” indirizzata all’abate “monasteri S. Joannis ad Pyrum, Dioecesis Policastrensis”. Nel 1500 non vi erano più monache e le rendite della badia vennero annesse dal vescovo al seminario diocesano. ‘Contra: Agatangelo e Falco, p. 89 che affermano, invece, vi risiedessero fino al 1650 quando l’isolato venne adibito a palazzo baronale.”. Ebner a p. 422, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Pare che i frati l’avessero abitato fino al 1806, quando il monastero fu soppresso. Assegnato al Comune fino al 1815, quando dietro richiesta del vescovo di Policastro re Ferdinando concesse l’isolato per adibirlo a seminario estivo (fino al 1926: frana). Restaurato dal parroco Pantaleo Romaniello, oggi è sede della Scuola Media.”. Riguardo la nota (…) dell’Ebner in cui citava i due autori di un testo su Roccagloriosa, si tratta di Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, del 1968, da cui, a pp. 34-35, parlando dei “Diversi signori del paese” attingiamo che: “Dopo i Normanni il Regno di Napoli passò ai Duchi di Svevia (1186), poi agli Angioini (1266), agli Aragonesi (1441) e alla Casa austriaco-spagnola (1503), che lo governò fino al 1700. I Sanseverino possedettero il feudo per circa un secolo, dal 1400 a quando Guglielmo, nella “congiura dei baroni”, si ribellò al re Alfonso d’Aragona e perdette i suoi diritti. Allora il feudo alla regia Camera. Ecc…”. Su Roccagloriosa, all’epoca Aragonese hanno scritto anche i due autori P. Agatangelo e il parroco Pantaleo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986. Agatangelo e Romaniello (…), sull’epoca aragonese a pp. 44-45, sul “Nuovo Monastero di S. Mercurio”, a Roccagloriosa, scrivevano che: “Nel 1475 i signori di Roccagloriosa, Guglielmo Sanseverino, e sua madre contessa di Capaccio, rivolsero una petizione alla Santa Sede per trasferire le monache cistercensi abitanti nel monastero di S. Mercurio fuori le mura (73) e dipendenti dalla abazia di S. Giovanni a Piro, in un nuovo monastero da costruirsi dentro le mura della città, perchè le monache di S. Mercurio venivano spesso molestate dagli uomini di passaggio che pronunziavano parole e discorsi osceni. Il papa Sisto IV, con bolla del luglio dello stesso anno (74), indirizzata all’abate di S. Giovanni a Piro e al Vicario vescovile di Policastro, Mons. Roberto De Vigentiis, concedeva quanto veniva richiesto, confermando al signore del luogo il diritto di presentare la badessa e permettendo che il vecchio monastero fuori le mura fosse concesso ai Frati Minori della Regolare Osservanza. Intanto un mese prima della petizione rivolta alla Santa Sede, e precisamente il 7 giugno 1475, il conte Sanseverino e sua madre avevano anche chiesto alla Curia generale dei Frati Minori di S. Francesco in Roma di adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura per farvi entrare i frati Osservanti (75). Il nuovo monastero di S. Mercurio (detto oggi “palazzo La Quercia”) fu subito costruito e vi andarono ad abitare le monache, le quali vi stettero per circa due secoli, fino a quando vennero a mancare, verso il 1650. Allora il monastero fu adattato a palazzo dai signori D’Afflitto, i quali, come abbiamo già accennato, lasciarono il castello e vi abitarono fino al principio del secolo XIX, ecc..ecc..”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 44 nella loro nota (73) postillavano che: “(73) Il paese era circondato da mura, e per uscire c’erano le porte vigilate di notte e di giorno. Si trovano ricordate: ‘porta la terra’, ‘porta mancaniello’, ‘porta Mingardo’, porta fontanella’.”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (74) postillavano che: “(74) Una copia della Bolla si trova nell’Archivio parrocchiale.”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (75) postillavano che: “(75) Wadding Luca, ‘Annales Minorum’, Quaracchi 1931, t. 14, anno 1475, n. 31. Però in questo luogo citato si dice pure: “Se sia stato poi fatto così, non mi sono potuto accertare”. Cfr. pure Antonini G., disc. VIII, p. 385, in nota.”.
Nel 1475, a Roccagloriosa, il nuovo Monastero di ‘S. Mercurio fuori le mura’ o dei ‘Padri Zoccolanti fuori le mura’
L’Antonini (…), dopo aver descritto il paese di Roccagloriosa, parla anche del Monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa, e scrive che: “Era dove oggi sono i PP. Zoccolanti, il Monastero di S. Mercurio, fabbricatovi forse quando ancora abitazione alcuna non vi era. Ecc….e quindi dopo tre secoli e più, cioè nel MCDLXXV il Pontefice Sisto IV confermando al Signor del luogo il dritto di presentar la Badessa, trasferì il Monastero dentro le mura; ed in quello che le monache lasciavano, fece passare ad abitarvi i PP. Zoccolanti.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, parlando di Roccagloriosa, nel suo vol. II, a p. 422 e s., in proposito scriveva che: “Posseduto dai Sanseverino, nel 1475 Guglielmo di Sanseverino, signore di Rocca, ottenne da Sisto IV di poter riedificare il monastero entro le mura (52). Guglielmo chiese pure Curia generale dei Frati minori di Roma di poter adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura (53). Ecc..”. Ebner a p. 422, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Bolla: “Datum Romae apud S. Petrum anno incarnatione Domini MCCCCLXXV sept. Kal. junii..” indirizzata all’abate “monasteri S. Joannis ad Pyrum, Dioecesis Policastrensis”. Nel 1500 non vi erano più monache e le rendite della badia vennero annesse dal vescovo al seminario diocesano. ‘Contra: Agatangelo e Falco, p. 89 che affermano, invece, vi risiedessero fino al 1650 quando l’isolato venne adibito a palazzo baronale.”. Ebner a p. 422, nella sua nota (53) postillava che: “(53) Pare che i frati l’avessero abitato fino al 1806, quando il monastero fu soppresso. Assegnato al Comune fino al 1815, quando dietro richiesta del vescovo di Policastro re Ferdinando concesse l’isolato per adibirlo a seminario estivo (fino al 1926: frana). Restaurato dal parroco Pantaleo Romaniello, oggi è sede della Scuola Media.”. Riguardo la nota (…) dell’Ebner in cui citava i due autori di un testo su Roccagloriosa, si tratta di Agatangelo P. da Roccagloriosa e Cav. Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, Salerno, del 1968. Su Roccagloriosa, all’epoca Aragonese hanno scritto anche i due autori P. Agatangelo e il parroco Pantaleo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986. Agatangelo e Romaniello (…), sull’epoca aragonese a pp. 44-45, sul “Nuovo Monastero di S. Mercurio”, a Roccagloriosa, scrivevano che: “Nel 1475 i signori di Roccagloriosa, Guglielmo Sanseverino, e sua madre contessa di Capaccio, rivolsero una petizione alla Santa Sede per trasferire le monache cistercensi abitanti nel monastero di S. Mercurio fuori le mura (73) e dipendenti dalla abazia di S. Giovanni a Piro, in un nuovo monastero da costruirsi dentro le mura della città, perchè le monache di S. Mercurio venivano spesso molestate dagli uomini di passaggio che pronunziavano parole e discorsi osceni. Il papa Sisto IV, con bolla del luglio dello stesso anno (74), indirizzata all’abate di S. Giovanni a Piro e al Vicario vescovile di Policastro, Mons. Roberto De Vigentiis, concedeva quanto veniva richiesto, confermando al signore del luogo il diritto di presentare la badessa e permettendo che il vecchio monastero fuori le mura fosse concesso ai Frati Minori della Regolare Osservanza. Intanto un mese prima della petizione rivolta alla Santa Sede, e precisamente il 7 giugno 1475, il conte Sanseverino e sua madre avevano anche chiesto alla Curia generale dei Frati Minori di S. Francesco in Roma di adattare a convento il monastero di S. Mercurio fuori le mura per farvi entrare i frati Osservanti (75). Il nuovo monastero di S. Mercurio (detto oggi “palazzo La Quercia”) fu subito costruito e vi andarono ad abitare le monache, le quali vi stettero per circa due secoli, fino a quando vennero a mancare, verso il 1650. Allora il monastero fu adattato a palazzo dai signori D’Afflitto, i quali, come abbiamo già accennato, lasciarono il castello e vi abitarono fino al principio del secolo XIX, ecc..ecc..”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 44 nella loro nota (73) postillavano che: “(73) Il paese era circondato da mura, e per uscire c’erano le porte vigilate di notte e di giorno. Si trovano ricordate: ‘porta la terra’, ‘porta mancaniello’, ‘porta Mingardo’, porta fontanella’.”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (74) postillavano che: “(74) Una copia della Bolla si trova nell’Archivio parrocchiale.”. I due autori Agatangelo e Romaniello (…), a p. 46 nella loro nota (75) postillavano che: “(75) Wadding Luca, ‘Annales Minorum’, Quaracchi 1931, t. 14, anno 1475, n. 31. Però in questo luogo citato si dice pure: “Se sia stato poi fatto così, non mi sono potuto accertare”. Cfr. pure Antonini G., disc. VIII, p. 385, in nota.”.
Centola
Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Centola nacque sotto la dominazione bizantina di Giustiniano ma, dopo appena undici anni, passò sotto la dominazione longobarda; vide poi susseguirsi le dominazioni dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi, degli Spagnoli e dei Borboni. L’Antonini (…), vuole che dopo la prima distruzione di una cittadella sulla collina di ‘Molpa’, i superstiti, rifugiandosi sulle colline più a monte, dove oggi si trova l’odierno paesino di Centola. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che: “‘Centula’, ‘Centola’. Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini.”. Centola è ubicata dall’Antonini su una collina e fino al 1529 fu casale di Sanseverino, feudo smembrato dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464) e, poi dei Pappacoda, che la governarono col titolo di Principi. Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella Parte II, nel ‘Discorso VI’, parlando “de’ luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, da pp. 347 e s., ci parla di Centola e a p. 348, in proposito scriveva che: “Due miglia da quì, camminando a Mezzogiorno, si trova Centola posta per lungo sopra la collina, che la manca sovrasta al Melpi. Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario. Io non volendo pregiudicarla nella sua antichità, ne toglierne questo pregio, intera, e salva cotale opinione lascio a chi vorrà tenerla, però per non far torto alla verità, convien dire, che il luogo fin dall’anno MDXXIX era Casale di S. Severino, ma smembrato in quanto alla giurisdizione, e credo che si fosse fatto grande dopo l’ultima desolazione della Molpa nel MCDLXIV, poichè i terreni del paese non sono, che quelli della stessa distrutta città, vasti, ed all’estremo abbondanti di tutto, ecc… ”.
Note bibliografiche:
(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb.,1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840
(…) Cammarano Giovanni, Storia di Centola, La Badia di S. Maria, vol. II, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 1993 (Archivio Storico Attanasio).
(…) Visconti Pietro, Paesaggi Salernitani, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1954
(…) Litta Pompeo, Famiglie celebri italiane, fascicolo unico, Basadonna, Torino
(…) Antonini Giuseppe, La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio).
(…) Ughelli Ferdinando, Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(…) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).
(…) Corcia Nicola, Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789, Napoli, p…..(Archivio Storico Attanasio)
(…) Romanelli Domenico, ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, Napoli, 1815, p…, stà in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di Ferdinando La Greca, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 2000 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc.., ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2007 (Archivio Storico Attanasio).
(…) Agatangelo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, Grafica Jannone, Salerno, 1986 (Archivio Storico Attanasio).
(…) Agatangelo P. e Falco Domenico, Roccagloriosa nella tradizione e nella Storia Religiosa, ed. Tip. Pepe, Salerno, 1968 (Archivio Storico Attanasio).
(…) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.
(…) Santorio P.E., Historia CarboneMonasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, foll. 29-30. L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’.

(…) De Micco Consigliere – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Fittipaldi Wilma, La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016 (Archivio Storico Attanasio)
(…) Del Buono G. B., Profilo storico del Basso Cilento – Gabriele Altilio da Cuccaro Vetere – Poeta latino, Tip. Luigi Spera, 1983 (Archivio Storico Attanasio).
