Nel 1154, Federico Barbarossa distrusse Policastro

urb-gr-82_0147_fa_0072r_m2.jpg(Fig. 1) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (52-53).

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In questo saggio mi occupo della Conte di Policastro ai tempi di re Guglielmo I di Sicilia detto ‘il Malo’ e dei dissidi con l’Imperatore Federico I detto il ‘Barbarossa’ ce secondo le cronache locali nel 1154, dopo la morte di re Ruggero II d’Altavila, fece distuggere Policastro.

Nel 1154, re Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo

Nel 1154, morì Re Ruggero II d’Altavilla, Ruggero II di Sicilia e, subito dopo gli successe suo figlio Guglielmo I di Sicilia detto il Malo, avuto con la prima sua sposa Elvira di Castiglia.  Guglielmo, (ca. 1120 o 1121 – 1166), duca di Puglia e poi Re di Sicilia (1154-1166), fu eletto re di Sicilia col nome di Guglielmo I detto il Malo. Quarto figlio di Ruggero II di Sicilia e di Elvira di Castiglia, Guglielmo fu dal 1151 coreggente e quindi re di Sicilia alla morte del padre nel 1154. Successe direttamente al padre essendo morti i suoi fratelli maggiori. Salito al trono di Sicilia, Guglielmo I detto il Malo, dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell’impero germanico, portata dall’Imperatore Federico I detto il ‘Barbarossa’, spinto da papa Adriano IV che non vedeva di buon occhio le mire espansionistiche dei Normanni in Sicilia. All’interno dei suoi possedimenti di Sicilia e Calabria e Cilento dovette anche affrontare le insidie dei baroni avversi all’assolutismo stabilito da Ruggero II.

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(Fig….) Il regno di Guglielmo I detto il Malo, nel 1154, dopo la morte del padre Ruggero II

Mazziotti, p. 119

(Fig…) Matteo Mazziotti, La Baronia del Cilento, p. 120

Di quel periodo storico ci parla anche Matteo Mazziotti (…), nella sua ‘Baronia del Cilento’, dove ci racconta di una rivolta ordita contro re Guglielmo I detto il Malo, che successe al padre re Ruggero II, nel 1154. Il Mazziotti, ci parla di un episodio del 1162, che riguarda la famiglia dei Sanseverino e, scrive che: “Sotto di lui avvenne una fiera rivolta di alcuni baroni nelle Puglie e nel Principato alla quale prese parte Ruggiero Conte di Avellino che aveva sposato Fenicia di Sanseverino. Costui nel 1162 riuscì a fuggire mentre la contessa Fenicia fu in Avellino presa prigioniera e ecc..”.

Federico I di Svevia detto il ‘Barbarossa’ e il Re Guglielmo I di Sicilia detto il Malo

Federico I Hohenstaufen, meglio noto come Federico Barbarossa (Waiblingen, 1122 – Saleph, 10 giugno 1190), è stato imperatore del Sacro Romano Impero. Salì al trono di Germania il 4 marzo 1152, succedendo allo zio Corrado III, e fu incoronato Imperatore il 18 giugno 1155. Federico I Hohenstaufen, meglio noto come ‘Federico Barbarossa’ (Waiblingen, 1122 – Saleph, 10 giugno 1190), è stato imperatore del Sacro Romano Impero. Salì al trono di Germania il 4 marzo 1152, succedendo allo zio Corrado III, e fu incoronato Imperatore il 18 giugno 1155. Federico nel 1147 succedette al padre come Federico III nel titolo di duca di Svevia, e nello stesso anno si aggregò allo zio Corrado III Re dei Romani, che guidò la seconda crociata assieme al re di Francia, Luigi VII. Il 18 giugno 1155, papa Adriano IV incoronò Federico in San Pietro, nella città leonina. Il Papa Adriano chiese a Federico di marciare contro il re di Sicilia re Guglielmo I detto il Malo. Ad Ancona incontrò gli ambasciatori dell’Imperatore bizantino Manuele Comneno, non aderendo alle loro richieste di attaccare subito il regno di Sicilia di re Guglielmo I. Federico lasciò il papa con la promessa di tornare per sottomettere Roma e la Sicilia. Papa Adriano, nel frattempo, per garantirsi comunque una protezione, venne a patti con i Normanni, la cui potenza un tempo era stata in realtà giudicata pericolosa dal pontefice, concedendo al re di Sicilia Guglielmo I il Malo (….), l’investitura di tutto il regno, comprese Capua e Napoli. Questo accordo però veniva meno ai patti tra papa e l’imperatore Federico Barbarossa. Guglielmo I il Malo, col ‘trattato di Benevento’, del 1156, ottenne da papa Adriano IV tutto il sud d’Italia e da quel momento fu fedele alleato del papato anche con il successore di Adriano IV, papa Alessandro III. Del periodo storico che riguarda le nostre terre e l’Imperatore tedesco Federico I detto il Barbarossa, abbiamo due notizie. La prima è una notizia che riguarda Policastro e risale al 1154 e l’altra riguarda Lagonegro e risale al 1178. La prima notizia che riguarda il Barbarossa e Policastro è una notizia riferita dal Cataldo (…). La seconda che riguarda l’anno 1178 ed il Barbarossa, ci è riferita dal Pesce (…). Il Cataldo, parlava dell’anno 1154, allorquando scese in Italia per la seconda volta l’Imperatore Federico I detto il Barbarossa (…), per ristabilire l’autorità imperiale sulle regioni dell’Italia Meridionale rette dai Normanni di Ruggero II d’Altavilla. Sebbene ritengo che entrambi le notizie vadano approfondite ed ulteriormente indagate, ritengo valida la prima notizia dataci dal Cataldo (…), ovvero nell’anno 1154, regnante sul trono di Sicilia, da poco, re Guglielmo I detto il Malo, che era successo al padre re Ruggero II, l’Imperatore Fedrico Barbarossa, spinto da papa Adriano IV, espugnò diverse città del sud.  Nell’ottobre 1154 Federico partì dal Tirolo e scese in Italia alla testa di un piccolo esercito e, a novembre, convocò una dieta a Roncaglia (Piacenza) in cui revocò tutte le regalie usurpate dai Comuni sin dal tempo di Enrico IV. Il 3 dicembre morì papa Anastasio IV e il 4 dicembre fu eletto il nuovo papa, Adriano IV. Dato che le mire di Federico erano riposte anche sul regno di Sicilia, in quello stesso anno, intavolò trattative anche con l’Imperatore bizantino Manuele I Comneno (1143-1180), che però non approdarono a nulla. Sulla scorta del cronista Joannis Cinnamo (…), del Ravegnani (…), del Niceta Coniata (…) e dell”Annales Cassinensis’ (…), sappiamo che ai primi del 1155 a Manuele Comneno arrivò notizia che i baroni di Puglia, che non avevano mai visto di buon occhio gli Altavilla (i Normanni di Sicilia), avevano intenzione di ribellarsi al re normanno. Dunque, l’imperatore bizantino spedì in Italia i suoi due migliori generali: Michele Paleologo e Giovanni Ducas con la missione di mettersi in contatto con i baroni pugliesi e con Federico Barbarossa: questi si trovava ad Ancona ed era disposto a schierarsi coi bizantini, ma i suoi baroni si rifiutavano di continuare la campagna in Italia a causa del clima assai caldo e di varie malattie che avevano fiaccato le truppe. L’Imperatore bizantino Manuele Comneno, non si disperò. La rivolta contro gli Altavilla si stava allargando a tutto il sud Italia. Verso la fine dell’estate del 1155 il conte Roberto Loritello, a capo della rivolta, incontrò a Vieste Michele Paleologo. I due strinsero un rapido accordo: i nobili che si erano rivoltati agli Altavilla avrebbero goduto di vantaggi economici e di potere a Costantinopoli, e il Regno di Sicilia sarebbe tornato a far parte dell’Impero bizantino. Dopo questo accordo i bizantini si unirono agli eserciti dei baroni pugliesi, pronti ad attaccare. Ma nel frattempo Guglielmo I detto il Malo, riportava un clamoroso successo navale nel mare Egeo, convincendo Manuele Comneno a concludere una pace segreta (primavera 1158). I baroni normanni ribelli, che di punto in bianco si trovavano senza più finanziamenti da parte dell’Impero bizantino, si videro costretti ad abbandonare le conquiste fatte e a cercare un signore più affidabile. Sulla scorta del Cinnamo (…), sappiamo che di quel periodo è nota la congiura ordita da Roberto Loritello che entrò in conflitto con suo cugino il re Guglielmo I detto il Malo, che aveva nominato ‘emiro degli emiri’ il tirannico Maione di Bari, arrivato ad accampare pretese al trono in base ad un testamento di Ruggero II (testamento di cui alcuni nutrono dubbi sulla sua bontà). Il Conte Roberto Loritello, condusse la rivolta del 1155-1156, insieme ad altri baroni pugliesi e ai generali bizantini Michele Paleologo e Giovanni Ducas, sconfisse le truppe rimaste fedeli al re Guglielmo I e conquistò molte città, comprese Bari e Andria. Papa Adriano, nel frattempo, per garantirsi comunque una protezione, venne a patti con i Normanni, la cui potenza un tempo era stata in realtà giudicata pericolosa dal pontefice, concedendo al re di Sicilia Guglielmo I il Malo (….), l’investitura di tutto il regno, comprese Capua e Napoli. Questo accordo però veniva meno ai patti tra papa e l’imperatore Federico Barbarossa. Guglielmo I il Malo, col ‘trattato di Benevento’, del 1156, ottenne da papa Adriano IV tutto il sud d’Italia e da quel momento fu fedele alleato del papato anche con il successore di Adriano IV, papa Alessandro III. Con il trattato di Benevento (a cui contribuì molto anche l’Arcivescovo di Salerno, Romualdo Guarna), del 1156 papa Adriano IV garantì a Roberto Loritello il diritto di lasciare il regno pacificamente, ma egli continuò invece le sue manovre nel territorio della diocesi di Penne. Roberto fuggì presso la corte imperiale di Federico I detto il Barbarossa, in Lombardia. 

Nell’anno 1154, in seguito alla morte di re Ruggero II d’Altavilla, l’erede al trono del Regno di Sicilia, Guglielmo I d’Altavilla, succede al padre Ruggero II e depone il fratellastro Simone di Taranto da Principe di Taranto e lo nomina Conte di Policastro.  Salito al trono di Sicilia, Guglielmo I detto il Malo, dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell’impero germanico, portata dall’Imperatore Federico I detto il ‘Barbarossa’, spinto da papa Adriano IV che non vedeva di buon occhio le mire espansionistiche dei Normanni in Sicilia. Il 18 giugno 1155, papa Adriano IV incoronò Federico in San Pietro, nella città leonina. Il Papa Adriano chiese a Federico di marciare contro il re di Sicilia re Guglielmo I detto il Malo. Ad Ancona incontrò gli ambasciatori dell’Imperatore bizantino Manuele Comneno, non aderendo alle loro richieste di attaccare subito il regno di Sicilia di re Guglielmo I. Federico lasciò il papa con la promessa di tornare per sottomettere Roma e la Sicilia. Papa Adriano, nel frattempo, per garantirsi comunque una protezione, venne a patti con i Normanni, la cui potenza un tempo era stata in realtà giudicata pericolosa dal pontefice, concedendo al re di Sicilia Guglielmo I il Malo (….), l’investitura di tutto il regno, comprese Capua e Napoli. Guglielmo I il Malo, col ‘trattato di Benevento’, del 1156, ottenne da papa Adriano IV tutto il sud d’Italia e da quel momento fu fedele alleato del papato anche con il successore di Adriano IV, papa Alessandro III. Questo accordo però veniva meno ai patti tra papa e l’imperatore Federico Barbarossa. Dopo questi fatti, l’Imperatore Federico I di Svevia discese per la seconda volta in Italia, nell’anno 1158. Da Wikipedia leggiamo che nell’ottobre del 1163 Federico scese nuovamente in Italia con un piccolo esercito, perché già incalzava la riscossa dei comuni italiani; Verona, Padova e Vicenza si sollevarono, in ribellione congiunta, e rifiutarono le offerte di pace dell’imperatore, che non disponeva di forze sufficienti per domarle, nemmeno con l’aiuto di Pavia, Mantova e Ferrara; il 6 novembre 1163 è segnalata la sua presenza a Città di Castello con due atti in cui pone il Vescovo e i canonici sotto la sua protezione. Intanto Rainaldo di Dassel stava organizzando una campagna militare contro i Normanni di Sicilia, per la quale doveva avere l’appoggio di Pisa e Genova, che però erano impegnate in un’aspra contesa per il controllo della Sardegna, per cui alla fine avevano rinunciato alla spedizione. Federico doveva riconquistare l’Italia, formò un possente esercito e a ottobre 1166 partì e scese, per la quarta volta, in Italia; a novembre era in Lombardia, dove, alla dieta di Lodi, si rese conto che l’ostilità era maggiore che nel passato, le città filo-imperiali erano molto fredde, Pisa e Genova erano in disaccordo, per cui l’impresa siciliana era da rinviare. Federico avrebbe voluto dirigersi subito su Roma, ma dovette restare in Lombardia, combattendo nelle zone di Bergamo e Brescia, poi si diresse su Bologna da cui si fece consegnare degli ostaggi, quindi, inviata a Roma una parte delle truppe sotto il comando di Rainaldo di Dassel, marciò su Ancona, che oppose una resistenza ostinata. Rainaldo stava occupando la campagna romana ed era arrivato a Tuscolo, con forze esigue, quando i romani gli marciarono contro ma, il 29 maggio 1167, nella battaglia di Prata Porci subirono una disfatta perché nel frattempo erano arrivate le truppe dell’arcivescovo Cristiano di Magonza che presero i Romani tra due fuochi. Il 24 luglio giunse anche l’imperatore e su Roma fu sferrato un attacco massiccio e il papa Alessandro, il 29, fuggì a Benevento con i pochi cardinali a lui fedeli. Federico era padrone di Roma dove si fece incoronare imperatore per la seconda volta dall’antipapa Pasquale (1º agosto 1167). Intanto era anche arrivata la flotta pisana per preparare l’attacco al regno di Sicilia. E’ molto probabile che fu in questa quarta discesa in Italia che Federico Barbarossa attaccò e distrusse col suo esercito la città-fortezza di Policastro. infatti, il Cataldo scrive che ciò accadde nell’anno 1054, ma l’Imperatore nell’ottobre 1154 Federico partì dal Tirolo e scese in Italia alla testa di un piccolo esercito e, a novembre, convocò una dieta a Roncaglia in cui revocò tutte le regalie usurpate dai Comuni sin dal tempo di Enrico IV. Il 3 dicembre morì il papa Anastasio IV e il 4 dicembre fu eletto il nuovo papa, Adriano IV.

Nel 1154, Policastro fu distrutta da Federico Barbarossa

In questo mio saggio mi limito a riportare una iteressantissima notizia riferita dal sacerdote Giuseppe Cataldo (….) che, nel suo “Notizie Storiche su Policastro Bussentino”, in un suo pregevole studio dattiloscritto e rimasto inedito, a pp. 29-30, parlando di Policastro, scriveva di quel periodo storico e delle nostre terre che“Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa. Federico Barbarossa della famiglia degli Hohenstaufen, imperatore dell’Alemagna, successe nel 1152 allo zio Corrado III nella casa di Svevia; sceso in Italia, ispiratosi agli alti ideali di Carlo Magno e di Ottone I, volle restaurare l’autorità imperiale. Incoronato Imperatore il 18 giugno 1155 a Roma da Adriano IV, intensificò la lotta contro ogni forma di indipendenza. Era il periodo in cui fiorivano ovunque i Comuni e decadeva ormai il vecchio feudalesimo. Nonostante le tremende distruzioni del Barbarossa, i Comuni vinsero con la pace di Costanza (1183). L’Italia meridionale nel 1186, col matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio del Barbarossa (Federico I di Svevia), usciva dal dominio Normanno e passava definitivamente a quello degli Svevi.”. Il Cataldo (…), riportava una notizia inedita sulla distruzione di Policastro nell’anno 1154, ad opera dell’Imperatore Federico I detto il ‘Barbarossa’, ma non forniva nessun riferimento bibliografico in merito. Il ‘Barbarossa’, in quegli anni, dietro continue sollecitazioni di papa Adriano IV, scese in Italia per ristabilire l’autorità imperiale contro le  mire espansionistiche di re Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia. La notizia di una distruzione di Policastro nel 1154 ad opera del Barbarossa’, roportata dal Cataldo (…), non è riportata da nessun altro studioso della bibliografia antiquaria, come l’Antonini o il Volpe o il Gatta ecc.. Non sappiamo da quale fonte bibliografica sia stata tratta l’interessante notizia che, proviene esclusivamente dal Cataldo (…), ma essa non è destituita del tutto d’ogni fondamento ed andrebbe ulteriormente indagata. Esaminiamo ciò che scriveva il Cataldo su Policastro a quel tempo. Il Cataldo (…), sulla scorta del Laudisio (…), scriveva che: “Policastro restò sempre Contea e i suoi vescovi furono sempre insigniti del titolo baronale: ‘N.N. Episcopus Polycastrensis terrarum Turris Ursajae et Castri Rogerii atque feudis Seleucii utilis Dominus ac Baro'”. Il Cataldo (…), a p. 24, però scriveva “Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa.”. Il Cataldo (…), si riferiva a “Federico Barbarossa della famiglia degli Hohenstaufen, imperatore dell’Alemagna, successe nel 1152 allo zio Corrado III nella casa di Svevia; sceso in Italia, ecc…Nonostante le tremende distruzioni del Barbarossa, i Comuni vinsero con la pace di Costanza (1183).”. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie Storiche su Policastro Bussentino”, un dattiloscritto inedito, a p….., in proposito scriveva che: “Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa. Ecc..”. Dunque, il Cataldo, saltando dalla notizia del “prode Guido” (a. 1070) aggiunge che la città fortezza di Policastro “già rinnovata”, nell’anno 1154 subì la distruzione dell’Imperatore Federico I detto il Barbarossa. La notizia è interessante e va approfondita. Dunque, il Cataldo ci da l’interessante notizia della distruzione di Policastro nel 1154 ad opera dell’Imperatore tedesco Federico I detto il Barbarossa. Purtroppo il Cataldo non fornisce note bibliografiche alla notizia. Il Cataldo però, prima di riferire la notizia ci parla di ciò che aveva scritto su Policastro Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra” e l’abate Troyli (….), nel suo “Historia generale del Reame di Napoli”, Tomo I, p. 2^ e p. 136, nota (e).”. Infatti, il Troyli, nel Tomo I, parte II del ………., a p. 136 ci parla di “Busento”, ma egli si rifà all’Ughelli che non riporta questa notizia. Quale fosse l’origine dell’interessante notizia riferita dal Cataldo non ci è dato di sapere. Neanche Mons. Nicola Maria Laudisio ci dice nulla a riguardo. Stessa cosa direi per il manoscritto di Luca Mannelli (….). Tuttavia, il Cataldo (….) scriveva chenel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa. Federico Barbarossa della famiglia degli Hohenstaufen, imperatore dell’Alemagna, successe nel 1152 allo zio Corrado III nella casa di Svevia; sceso in Italia, ispiratosi agli alti ideali di Carlo Magno e di Ottone I, volle restaurare l’autorità imperiale.”. Dunque, il Cataldo scriveva che Federico Barbarossa distrusse Policastro nel 1154 e credo che si riferisse a quando l’Inperatore per ristabilire l’autorità Imperiale scese per la prima volta in Italia. Salì al trono dei Romani il 4 marzo 1152, succedendo allo zio Corrado III, e fu incoronato imperatore nella primavera del 18 giugno 1155 a Pavia. Due anni dopo, il termine sacrum (“santo”) apparve per la prima volta in un documento in relazione al suo impero. Nell’ottobre 1154 Federico partì dal Tirolo e scese in Italia alla testa di un piccolo esercito e, a novembre, convocò una dieta a Roncaglia in cui revocò tutte le regalie usurpate dai Comuni sin dal tempo di Enrico IV. Il 3 dicembre morì il papa Anastasio IV e il 4 dicembre fu eletto il nuovo papa, Adriano IV.

Nel 1178, il trattato di Venezia tra re Guglielmo II il Buono e Federico I il Barbarossa, rubato a Lagonegro

Dell’epoca di re Guglielmo II il Malo, delle nostre terre e dell’imperatore tedesco Federico I il ‘Barbarossa’, oltre alla citazione del Cataldo (…), di una distruzione di Policastro nell’anno 1154, ci parla lo storico lagonegrese Giuseppe Pesce (…), in un suo pregevole studio sulla ‘Storia della Città di Lagonegro’, che riferisce un interessante episodio che ci riguarda più da vicino. Il Pesce (…), nel 1913, a p. 200 e sgg., traendo l’interessante notizia da Matteo Camera (…), che a sua volta la traeva dal cronista del tempo Romualdo Guarna Salernitano (…), riferisce un episodio del 1178, al tempo di re Guglielmo II il Buono. Il Pesce (…), nel Cap. III, III, “Gli Ambasciatori di Federico Barbarossa oltraggiati a Lagonegronarra di una zuffa accaduta a Lagonegro, dove fu rubato il trattato di Venezia stipulato tra il Papa, l’Imperatore Barbarossa ed i Comuni Italiani, dopo la disfatta di Legnano. Il Pesce (…), così scriveva in proposito: “Il fatto è narrato in tutti i suoi particolari dallo storico del tempo Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, il quale visse alla corte di Guglielmo II, detto il Buono, Re di Sicilia, e scrisse in latino la Cronaca di quel Reame, che è stata più volte stampata e della quale si conserva una pregevole copia manoscritta nell’Archivio del Capitolo di Salerno (1). Negli ‘Annali delle due Sicilie’ Matteo Camera, riferendosi alla succitata fonte del Guarna, così narra dell’incidente: “Anno 1178. L’Imperatore Barbarossa spedisce al Re Guglielmo di Sicilia due suoi ambasciatori con lettere, Ugolino Buoniconte e Redelgario suo gran Camerario, onde far ratificare gli articoli della pace stabilita a Venezia. Alla loro partenza il Re di Sicilia, li fece ricondurre ed accompagnare dai suoi scudieri fino ai confini del Regno. Nel giungere a Lagonegro in Basilicata, insurse rissa fra quei contadini con uno degli scudieri, il quale per difendersi si rifugiò nell’ospizio degli ambasciatori; ma i villani, temerariamente assalirono la casa, offesero a colpi di pietra i ministri stranieri, e rotto uno scrigno ne portarono il diploma della pace segnata, e con esso una coppa di argento. Quei personaggi portandosi a Salerno a farne lagnanze all’Ammiraglio Gualtieri Mach ed all’Arcivescovo di quel luogo. All’annuncio di tale audace successo il Re Guglielmo spedì David suo Camerario con lettere ai Giustizieri di Principato, onde procedessero rigorosamente contro i malfattori e complici e che quanti ne prendessero fossero impiccati. L’ordine fu poi eseguito appuntino, e dei rei alcuni furono poi impiccati a Barletta, altri presso Troia, uno a Salerno, l’altro a Capua e due presso San Germano., “ut totus mundus evidenter cognosceret quod Villelmus iustitiae et aequitatis amator sit et si qua maleficia in regno suo fuerint, non vult silentio et impunita transire.”. Così Romualdo Guarna Salernitano, il quale quì finisce la sua cronaca di Sicilia. Da ultimo il Re ordinò che si rifacesse un altro diploma, che poi mandò all’Imperatore per mezzo di Tancredi suo Notaro. E’ risaputo che dopo la disfatta di Legnano del 1176 il Barbarossa si vide costretto a fare la pace coi Comuni Lombardi, e dopo molte negoziazioni, si stabilì a Venezia una tregua di 6 anni tra lui, il Papa e le città lombarde, nella quale venne temporaneamente mantenuto ai Comuni l’esercizio dei diritti regali, ed appunto a questo trattato accenna il Guarna; scaduta poi la tegua, fu concluso nella città di Costanza un trattato di pace nel 1183. Nulla poi vogliamo aggiungere a quanto lasciò scritto sull’oltraggio patito da quegli ambasciatori di Barbarossa, lo storico cesareo della corte di Sicilia, inteso ad annullare il suo Re etc…. Vista la notevole importanza dell’episodio riportato dal Camera (…) prima e dal Pesce (…), in seguito, ecco cosa scriveva Romualdo Guarna, pubblicato dal Del Re (…), vol. I, p. 70:

Del Re, Romualdo Guarna su Lagonegro, p. 70

(Fig…) Del Re (…), vol. I, p. 70, Romualdo Guarna Salernitano (…)

Da Wikipedia leggiamo che nel 1177 fu stipulata la cosiddetta “Pace di Venezia”. Si giunse così alla Pace di Venezia nel luglio del 1177, cui parteciparono papa, imperatore, Romualdo Guarna in rappresentanza del re di Sicilia Guglielmo II il Buono e delegati dei Comuni. Il 23 luglio fu confermata la pace con il papa secondo gli accordi di Anagni, fu concordata una tregua con il re di Sicilia di quindici anni e una, con i Comuni, di sei anni. Federico ed Alessandro alloggiarono presso il centro monastico di San Niccolò al Lido, dove l’imperatore ripudiò l’antipapa Callisto III, ammise i suoi errori e riconobbe come capo della cristianità Alessandro III. Successivamente, in Piazza San Marco, durante una cerimonia solenne, Federico si inginocchiò e baciò la pantofola del pontefice, il quale, aiutatolo ad alzarsi, lo abbracciò paternamente. Inoltre, il papa fu sollevato sulla sella del cavallo mentre l’imperatore compì la cerimonia di reggergli la staffa. Federico rimase in Italia sino alla fine dell’anno; poi nel 1178 tornò in Germania dove risolvette definitivamente i contrasti con i suoi feudatari, in modo particolare con il cugino, Enrico il Leone, reo di non avere sostenuto l’imperatore nel modo adeguato dal punto di vista militare.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, 1973, pp. 29 e sgg., inedito, dattiloscritto, donatoci dall’Auore (Archivio Attanasio)

(3) Antonini Giuseppe, La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s.

(4) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(5) Ebner P., op. cit., Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro (Archivio Storico Attanasio).

(6) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831 (Archivio Storico Attanasio).

(7) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74 (Arcivio Storico Attanasio).

(8) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 120 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(9) Guzzo A., Il Golfo di Policastro, natura-mito-storia, Unione Grafica, Battipaglia, 1997; si veda dello stesso autore: Guzzo A., Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia, Cava dè Tirreni, 1978 (Archivio Storico Attanasio).

(10) ‘Manoscritto del Marchese della Giarratana’. Citato più volte dall’Antonini (…), che così lo chiama, questo manoscritto è stato scritto da Girolamo Settimo, Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi è il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Secondo l’Antonini (…), parte II, Discorso X della sua ‘Lucania’, a p. 417, scrive sul “Conte Ruggiero di questo nome, legittimo uno e bastardo l’altro, anzi di quello che fu il primogenito se ne fa parola nel ‘Manoscritto del Marchese di Giarratana’”. Il Cataldo (…), a proposito di Ruggero I d’Altavilla, scriveva a p. 29, del suo, dattiloscritto inedito ‘Notizie storiche di Policastro Bussentino’, che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): ‘Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit’. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154 subiva la distruzione da parte del Barbarossa.”. Quindi, il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana”, che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Secondo il Cataldo (…), il “manoscritto del Marchese della Giarratana” (come lo appella pure l’Antonini) è stato pubblicato da Antonio Ludovico Muratori, a p. 603 del suo Tomo V del suo  ‘Rerum Italicarum Scriptores – Raccolta degli storici Italiani’, a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, (forse pp. 609–645), si veda nuova edizione, a cura di Giosuè Carducci (vedi immagine).

(11) Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p. 90 (Archivio Storico Attanasio).

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(12) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio).

(13) Ravegnani Giorgio, I bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004, p. 204 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(14) Cinnamo Johannis, stà in ‘Corpus scriptorum historiae byzantine’, ed. Bonnae, …………

(15) Niceta Coniata, Grandezza e catastrofe di Bisanzio, III; 13,7

(16) Chalandon F., Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907, II, p. 307; ed. it: Storia della dominazione normanna in Italia ed in Sicilia, trad. di Alberto Tamburrini, Cassino 2008, II, p. 307; dello stesso autore si veda: Ferdinand Chalandon, “La conquista normanna dell’Italia meridionale e della Sicilia”, cap. XIV, vol. IV (La riforma della chiesa e la lotta fra papi e imperatori) della Storia del Mondo Medievale, 1999, pp. 483–529.

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(17) La Lumia Isidoro, Storie Siciliane, a cura di F. Giunta, ed. La Religione Siciliana, Palermo, 1969, pp. 189 e 251; si veda pure, La Lumia Isidoro, Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono, Firenze, Le Monnier, 1867.

(18) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(19) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei familiares regis ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29-  Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino: Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani)Napoli, vol. I, da p. 1 e sgg. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”

(20) ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’. Riguardo il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto’. Scrive lo scrittore Salvatore Tramontana (…), che, in questa cronaca del tempo, si fa menzione dei fatti storici che riguardano l’Imperatore Enrico IV di Svevia: “In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia. . Su questo manoscritto, si veda Alexandri Monachi, Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei De Carpineto, a cura di Berardo Pio, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Roma, 2001.

(21) Camera Matteo, Annali delle Due Sicilie, 

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(22) Avv. Pesce Carlo, Storia della Città di Lagonegro, Reale Stabilimento Tipografico Pansini, Napoli, 1913, pp. 200 e sgg. (Archivio Storico Attanasio).

(….) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia meridionale nei secoli IX e X, stà in ‘Archivio Storico per le Province Napoletane’, pubblicato a cura della ‘Società Napoletana di Storia Patria, anno XXXVIII-LXXVII, Napoli, 1959, pp. 109 e sgg. (Archivio Storico Attanasio)

(…) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; dello stesso autore si veda: ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, ed. Rusconi, collana diretta da Carlo Perogalli, Segrate, 1982 (Archivio Storico Attanasio)

Dal 1220 al 1250, Federico II di Svevia nel Cilento

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la  ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta  chiaramente come queste terre avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. In questo saggio mi occupo del periodo storico che riguarda la dominazione di Federico II di Svevia nel Cilento ed in particolare nel basso Cilento. Il periodo di cui mi occupo è quello che segue la morte dell’Imperatore di Sevia Enrico VI (a 1197), figlio dell’Imperatore Federico I detto il Barbarossa. Enrico VI riuscì ad assicurare solo la successione al trono siciliano del figlio di appena tre anni, il futuro Federico II, con la reggenza della madre (che però sarebbe morta appena un anno dopo). Il Regno di Sicilia, che prima della sua conquista era uno Stato potente e ordinato, con Enrico si trasformò in un crogiuolo di anarchia, disagio finanziario, baronie riottose e musulmani in rivolta, ed era nel caos. La sua morte prematura e improvvisa fu un disastro politico dal punto di vista del progetto imperiale, ma fu una liberazione, dal punto di vista dei siciliani, che manifestò in pieno i propri effetti positivi a partire dal 1209 quando Federico II, uscito dalla tutela, prese le redini del Regno di Sicilia.

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(Fig. 1) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516 conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (43)

Le fonti: il ‘Liber censuum’

Per l’indagine demografica e storiografica un utile ma non esaustivo strumento d’indagine è il ‘Liber censuum’ che, nel Medioevo, titolo di vari registri di censi, e per antonomasia del registro dei censi dovuti alla Chiesa di Roma da chiese e monasteri dipendenti dalla Curia romana, composto secondo un piano organico dal cardinale Cencio Savelli (o Cencio Camerario, poi Onorio III) nel 1192, valendosi di precedenti raccolte (Polypticus di Gelasio I, De privilegiis romanae Ecclesiae di Deusdedit), e con l’aggiunta di cartulari monastici e registri pontifici inerenti alla materia; fu aggiornato fino al tempo di Bonifacio VIII (1294-1303). Fondamentale per la conoscenza dell’organizzazione economica e finanziaria della Santa Sede di quel tempo. La parte più antica del ‘Liber Censuum’, come indicato nella redazione del ciambellano Cencio. Il ‘Liber Censuum Romanae Ecclesiae’ (per antonomasia, Liber Censuum’) è un documento medievale contenente l’annotazione delle entrate finanziarie dalle rendite immobiliari provenienti dalle proprietà di tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, nel periodo dal 492 al 1192. Il libro, in diciotto volumi, è noto anche, come Codice di Cencio, dal nome dell’autore, il cardinale Cencio Savelli (Cencio camerario), all’epoca camerarius dei papi Clemente III e Celestino III ed egli stesso destinato a diventare papa con il nome di Onorio III. Il ‘catalogo di Cencio Camerario’ è un elenco delle chiese di Roma, redatto da Cencio Savelli, camerarius dei papi Clemente III e Celestino III, a sua volta futuro pontefice eletto al soglio pontificio col nome di papa Onorio III (1216-1227). Esso costituisce uno dei più antichi e completi elenchi di chiese romane, risalente alla fine del XII secolo. Si veda in proposito Ferdinand Gregorovius, (….), 1896, p. 645, nella sua opera su Roma.

Nel 1239-1240, le Fonti per l’epoca Federiciana: ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240’

Molti dei documenti contenuti nella ‘Cancelleria’ di Federico II di Svevia furono pubblicati nel 1888 da Winkelmann (…), nel suo “Acta Imperii Inedita”, documenti federiciani inediti conservati nei diversi Archivi Italiani e soprattutto non andati persi nel rogo del 1943 dell’Archivio di Stato di Napoli. Altri documenti della Cancelleria angionina sono stati raccolti nel Liber Inquisitionum Caroli Primi dove si rielencavano gli stessi feudi e baronie esistenti ai tempi del ‘Catalogus Baronum’, ovvero ai tempi dei due Guglielmi I e II di Sicilia che poi furono donati da Carlo I d’Angiò ai suoi seguaci e tolti ai baroni che patteggiarono per Corradino di Svevia. Dunque, come scrive l’Ebner, riguardo le vicende successive al periodo di stesura del ‘Catalogus’, le stesse Baronie ivi elencate furono avocate al fisco da Federico II di Svevia dopo la ‘Congiura di Capaccio, per “fellonia” e poi ancora in seguito, le stesse baronie elencate nel ‘Catalogus’ furono elencate in quei feudi che Carlo I d’Angiò restituì ai suoi seguaci dopo la caduta degli ultimi Svevi, di cui peraltro ho ivi scritto in un altro mio saggio. Dal sito dell’Archivio di Stato di Napoli, alla voce sulla Ricostruzione dei Registri della ‘Cancelleri Angioina’, epoca Federiciana leggiamo che: Dalla seconda metà del XVI secolo, lo studio dell’archivio della Cancelleria Sveva (l’unico registro superstite di Federico II per gli anni 1239-1240) e della Cancelleria Angioina (all’epoca ancora ricco di scritture, soprattutto per i regni di Carlo I, Carlo II e Roberto) ha prodotto spogli e lavori archivistici sistematici come i repertori e i notamenti: – il repertorio dell’unico registro di cancelleria di Federico II dell’anno 1239-1240, opera degli archivisti Vincenti/Sicola e Chiarito; – i 4 volumi (originariamente 11) di notamenti di Carlo de Lellis; – i 13 volumi di repertori dell’archivista Pietro Vincenti (1610-1614); – gli 8 volumi di supplementi ai precedenti repertori compilati dall’archivista Sigismondo Sicola (1673-1710); – i 2 repertori di Carlo Borrelli, l’indice delle famiglie e delle città del Grifo e i due volumi di Onofrio Sicola (1710) contenenti l’index monasterium; – i 18 volumi di Michelangelo Chiarito (1759-1763). Sopravvissuti alle distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, oggi possono essere consultati in digitale presso le postazione della sala studio. Nel 2002, Cristina Carbonetti Vendittelli (…), con i tipi dell’Istituto Storico Italiano, ha pubblicato ‘Il registro della cancelleria di Federico II dal 1239-1240‘. Leggiamo dalla Treccani on-line che: CANCELLERIA, REGISTRO DELLA (1239-1240). – Conservato fino al 1943 come unico cimelio superstite della cancelleria di Federico II, il registro degli anni 1239-1240 andò distrutto nel rogo del deposito antiaereo che era stato istituito in una villa dell’entroterra campano (Villa Montesano in S. Paolo Belsito, presso Nola), dove, a partire dal dicembre 1942, si era provveduto a trasferire i fondi più antichi del “Grande Archivio” di Napoli, nel timore che potessero subire danni durante eventuali bombardamenti e cannoneggiamenti della città. Nell’incendio, appiccato deliberatamente, per rappresaglia, il 30 settembre di quell’anno per ordine del comando tedesco del luogo, pienamente consapevole dell’importanza del materiale che vi era stato depositato, andarono bruciate tutte le serie più preziose dell’Archivio napoletano, compreso il ricchissimo archivio della cancelleria angioina. Del registro di Federico II del 1239-1240, l’unico della cancelleria sveva che fosse noto alla storiografia, rimanevano tuttavia le riproduzioni fotografiche (nove pellicole conservate oggi nell’archivio dell’Istituto Storico Germanico di Roma), la trascrizione pubblicata nel 1786 dall’archivista napoletano Gaetano Carcani (…) in appendice alla sua edizione del Liber Augustalis e quella, dattiloscritta, realizzata a metà degli anni Venti del Novecento da Eduard Sthamer e in seguito parzialmente riveduta da Wilhelm Heupel. Del Gaetano Carcani, la sua opera è “Constitutiones Regum Regni Utriusque Sicilae”, Napoli, 1786 o si veda Liber Augustalis, sui registri della Cancelleria di Federico II di Svevia dal 1239 al 1240 perduti. Si veda pure i Repertori di Sigismondo Sicola,  che si possono scaricare gratuitamente dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia. La Jole Mazzoleni (…), nel vol. IV a p. 113 postillava che: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; Ms. Biblioteca Nazionale, IX C. 16 (Borrelli), f. 455; Ms. Società storia napol.  XXV, A. 15, f. 440 t.; Scandone, Notizie biog. di rimatori siciliani, p. 177.”. La Mazzoleni, fra i riferimenti bibliografici cita il manoscritto del Borrelli (…), IX C. 16, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Riguardo il Borrelli si riferiva a Carlo Borrelli (…), ed al suo ‘Repertorium universale ex registris R. Syclae’, trascritto dal Sicola Sigismondo, voll. II, ovvero Sicola Sigismondo, Repertori del registro di Federico II e dei registri angioini, vol. 21. Basterà riflettere che in tali Repertorii trovansi riassunti varii Registri angioini già … Neap. nobil. dopo il Catalogus Baronum, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Reale Zecca allora superstiti; onde il Sicola Siismondo del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. I manoscritti trascritti dal Sicola, e tuttavia sono scritti su carta … riassunti varii ‘Registri angioini’ già perduti nel 1653, in cui il Carlo Borrelli (…) nel suo Vindex Neapolitanae nobilitatis’, un testo del 1653, dopo il ‘Catalogus Baronum’, pag. 184 e s.) elencò tutti i Registri della Real Zecca di Napoli allora superstiti; onde il Sicola, che … vol. coevo pei cognomi con le iniziali da L a Z, del quale resta il frontespizio incollato avanti a quello del Repertorio di Federico II. In questo testo il Borrelli (…), dopo aver trascritto il “Catalogus baronum”, da p. 184 e s., elencò tutti i registri della Real Zecca di Napoli. Il Filangieri cita il testo del Borrelli e poi scrive “f. 455”. Dissertando sulle citazioni bibliografiche dell’Ebner e della Mazzoleni, nel vol. IV dei Registri Angioini ricostruiti (il registro XIV), riguardo l’anno 1270 in cui re Carlo I d’Angiò per punire i partigiani “i ribelli proditores” di Manfredi o di Corradino citava i riferimenti bibliografici di Michele Chiarito (…), del Carlo Borrelli (…) e di Francesco Scandone (…). Per la citazione dei Repertori raccolti da Michelangelo Chiarito (…), ove la Mazzoleni a p. 113 postillava: ” Fonti: Chiarito, Rep. cit., f. 322 t.; ecc..”. Per i repertori raccolti da Michelangelo Chiarito ha scritto il Filangieri in Filangieri Riccardo (…), nel suo ‘Scritti di palegrafia e diplomatica, di archivistica e di erudizione’, pubblicato a ristampa nel 1970 e dove a p. 189 riportava i “Notamenti e repertori delle cancellerie napoletane” tra cui i repertori raccolti da Michele Chiarito (…) che raccolse  i “Notamenti e repertori delle Cancellerie napoletane compilati da Carlo de Lellis e da altri eruditi dei secoli XVI e XVIIpubblicati da Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga (…). In un testo di Vargas-Macchiucca (…), del 16…., troviamo citato i Cedolaria di Michelangelo Chiarito. In un testo della ricostruzione della Cancelleria Angioina troviamo “Chiarito Michelangelo, Repertori diversi, voll. 24; Repertori di autori diversi, voll. 6. Scrive il Filangieri nel vol. I della ricostruzione dei registri angioini, nella sua Introduzione che: “Dalla rovina furon salvi, per essere rimasti in sede, gli antichi Repertori di Pietro Vincenti, di Sigismondo Sicola e di Michelangelo Chiarito, oltre una parte di quelli più ampi e completi di Carlo de Lellis ecc..”. Per Scandone si veda F. Scandone, Notizie biografiche di rimatori della scuola siciliana’. In Scandone Francesco, Notizie biografiche di rimatori della scuola poetica siciliana con documenti’, stà in “Studi di letteratura italiana”, V, 1909; vedi ed. Tipografia Giannini e figli, Napoli, 1904. Rimanevano inoltre notizie e repertori, trascrizioni, copie ed excerpta: lacerti di una tradizione più antica e in origine sicuramente ben più ricca, testimoni tutti del grande interesse che il registro aveva suscitato negli eruditi napoletani del Seicento e del Settecento, i quali, animati da curiosità di tipo prettamente antiquario e genealogico, furono i primi a sfogliarlo e leggerlo, vedendo in esso una sorta di grande contenitore dal quale attingere una enorme quantità di notizie sulle antiche famiglie del Regno. Una tradizione nel complesso ricca, anche se piuttosto singolare, che ha consentito di ricostruire la storia e la fisionomia del registro, e da ultimo di stabilirne e pubblicarne il testo. Per lungo tempo unico e prezioso cimelio conosciuto e conservato della cancelleria federiciana, il registro di Federico II andò distrutto, com’è noto, nel rogo che è passato alla storia come uno dei più gravi disastri archivistici dell’ultimo secolo, appiccato alla fine del settembre 1943 dalle truppe tedesche in ritirata dal meridione d’Italia al deposito dove erano stati trasferiti per motivi di sicurezza i fondi più antichi e preziosi del Grande Archivio di Napoli. A sessant’anni dalla sua distruzione e dopo vicende editoriali protrattesi per un circa un ottantennio, vede la luce l’edizione del registro, condotta sulla base delle riproduzioni fotografiche, di estratti e copie erudite, di precedenti trascrizioni. Il registro, strettamente riservato agli affari del Regno (vi erano cioè registrate soltanto le lettere che la corte inviava ai funzionari provinciali per comunicare le misure prese in merito alla gestione del regno), era frammentario fin dalla sua prima apparsa sulla scena delle fonti archivistiche napoletane, alla fine del Cinquecento, ed abbracciava solo un breve arco cronologico, che andava dai primi giorni di ottobre 1239 agli inizi di maggio 1240. Tuttavia l’elevato numero di lettere registrate (quasi milleduecento) e l’ampio ventaglio di argomenti trattativi ne fanno una fonte di eccezionale importanza per la storia del regno di Sicilia nei mesi cruciali successivi alla scomunica di Federico II e all’indizione della crociata contro di lui da parte di Gregorio IX. L’edizione è stata condotta adattando le tecniche ormai comunemente accolte per la pubblicazione dei documenti latini alle peculiarità di questo particolare tipo di fonte, dando ampio spazio, soprattutto, ai regesti e alle parti introduttive, là dove si ricostruisce l’iter di formazione delle lettere (per questo è stata introdotta una breve sezione dove compaiono i nomi del personale di cancelleria coinvolto nella loro produzione) e si evidenziano i nessi di vario genere che legano missive accomunate da una comune origine (prodotte cioè a seguito di uno stesso ordine). Inoltre si è tenuto massimo conto della struttura del registro e del suo carattere di unicità e insieme di coerenza e uniformità che lo contraddistingue, carattere che è stato mantenuto ed evidenziato al meglio, non solo conservando l’ordine col quale le registrazioni si susseguono al suo interno, ma anche, ad esempio, adottando caratteri diversi per le registrazioni e le note (coeve o posteriori) che le incorniciano, attribuendo un numero d’ordine a ciascuna registrazione indipendentemente dal fatto che fosse relativa a una o più lettere e considerando quindi come unità minima documentaria la registrazione in quanto tale, accorpando sotto un unico regesto le sequenze di lettere registrate “a catena”, ovvero le similes spedite nella stessa forma a diversi destinatari. Nell’introduzione (pp. IX-CIII), oltre alle consuete note relative alla storia del registro ed alle modalità di trasmissione del testo, si affronta in particolare il tema della sua funzionalità, che viene analizzata e vista attraverso una particolare lente, quella delle forme, ossia del modo in cui il registro era stato pensato e costruito e degli accorgimenti redazionali che erano stati adottati per ottenere non tanto un contenitore di documenti, quanto uno strumento di lavoro realizzato in cancelleria per la cancelleria e per la corte, improntato in funzione della massima visibilità e dell’immediata reperibilità della notizia, al fine di facilitarne la consultazione per poter ricostruire in qualsiasi momento lo stato di ciascuna questione della quale la corte si era occupata tramite la corrispondenza scritta.

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 40, nella nota (95) postillava che: “(95) ‘Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240’ a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, Roma, ISIME, 2002 (Fonti per la storia d’Italia Medievale, 19* e 19**), 2 voll, vol. 1, pp. 351-354. Sul registro di Federico II, sulla sua accidentata vicenda editoriale, cfr. l’Introduzione a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, all’Edizione, pp. XVII – LXXXII. Nondimeno si vedano i precedenti interventi di J. Mazzoleni, La registrazione dei documenti delle cancellerie meridionali dallepoca sveva all’epoca viceregnale, Napoli, Libreria Scientifica Editrice, 1971, pp. 12-25, che descriveva fisicamente il registro, e di W. Hagemann, La nuova edizione del registro di Federico II, VII Centenario della morte di Federico II imperatore e re di Sicilia. – (10-18 dic. 1959), Atti del Convegno di Studi Federiciani, a cura del Comitato Esecutivo, Palermo, Arti Grafiche A. Renna, 1952, pp. 315-336, per una storia del Registro, delle sue discutibili messe a stampa prima dell’edizione Carbonetti-Vanditelli.”.

Le fonti: il ‘Liber donationum Caroli primi’ ed il  ‘Liber inquisitionum Caroli Primi Pro Feudatariis Regni’,

Riguardo questo periodo, ovvero la reazione di re Carlo I d’Angiò con la sconfitta e la morte di Manfredi di Sicilia è interessante è ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, a p. 198, in proposito scriveva che: “Le ribellioni del 1268-69 forniscono a Carlo I gli strumenti di una dominazione di cui egli forse non aveva immaginato l’ampiezza. Alle confische, già fatte o in corso, dei feudi che erano appartenuti ai Lancia, agli Agliano, ai Capece, ai Maletta, ai Vintimiglia, ai Dragone, ai Mareni, ai Palena, ossia a tutti i personaggi, e le loro famiglie, apparentati con Manfredi o che avevano partecipato alla gestione del potere, s’aggiungono quelle provenienti dai nuovi nemici del re. Gli uni e gli altri sono chiamati ‘proditores’ (8). L’eliminazione dei proditores dai ranghi dei feudatari lascia ecc..ecc..”. Sylvie Pollastri, a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Enrico Pispisa, Il Regno di Manfredi…., p. 55-70 e p. 85 e seguenti. L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini (RCA) ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto de Tortorella, ecc…. Dunque, la Pollastri segnala delle notizie tratte da Enrico Pispisa (….), a sua volta tratte dai Registri Angioni ricostruiti ed in particolare dal “Liber donationum”, vol. II, in cui figura il funionario Svevo chiamato “Guglielmo Villani”. Dunque, la Pollastri (…), scriveva che il Pispisa (…) da pp. 184 a p. 193 riportava i nomi dei partigiani di Manfredi e che combatterono contro Carlo I d’Angiò, che si potevano desumere dai registri di Carlo I d’Angiò in quanto essi nel 1270 furono puniti da re Carlo I d’Angiò. La Pollastri (…), suggerisce pure di vedere S. Pollastri, ‘La noblesse napolitaine sous la dynastie angevine: l’aristocratie des comtes (1265-1435)’, tesi di dottorato Parigi, X- ecc….Di Federico Lancia leggiamo su wikipidia che era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Riguardo il testo citato sia da Ebner (…) e dalla Pollastri (…), il ‘liber donationum etc..’, il ‘Liber Donationum Caroli Primi’, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando dei Registri Angioini, a p. 46 in proposito scriveva che: “Sono di particolare interesse, per il nostro studio, sia l’elencazione dei feudi, contenuta nel ‘Liber donationum Caroli Primi’, che il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni, i quali, malgrado varie vicissitudini ed anche se incompleti, erano – come è noto – conservati nell’Archivio di Stato di Napoli e distrutti durante l’ultimo conflitto mondiale (3). Il ‘Liber donationum Caroli Primi’, testimonia il totale rivolgimento che avvenne nel regno allorquando il sovrano angioino, dopo aver sconfitto Corradino, volle creare una nuova nobiltà tra i seguaci (4) a discapito dei feudatari locali ai quali, per la maggior parte, furono confiscati i beni perchè considerati ribelli. (5). Esso, già analizzato in passato dagli storici (6) non era uno degli ordinari registri della Cancelleria; vi erano stati annotati, infatti, con precisione e dettaglio i feudi ed i beni di ciascuna donazione, il loro valore, le condizioni particolari imposte al feudatario e i diritti che il sovrano si riservava (7). Tale registro, che doveva seguire la situazione dei feudi e regolarne i rapporti amministrativi, e finanziari con la Regia Corte, fu istituito dal Maestro Razionale Jazzolino Della Marra di Barletta e, in seguito, aggiornato da altra mano che annotò le variazioni che si verificavano nel possesso dei feudi. (8). La porzione che si era conservata del ‘Liber donationum’ concerne solo alcune province del regno di Sicilia (9), ma ci è sufficiente per capire che vi era stabilito, in maniera esplicita, l’obbligo del servizio militare imposto ai possessori dei feudi. Il feudatario, infatti a quell’epoca era tenuto a fornire al re un contingente di armati in ragione di un cavaliere per ogni venti once d’oro di reddito annuale del suo feudo, intendendosi il cavaliere completamente armato ed equipaggiato (con quattro cavalli, di cui uno da battaglia completamente bardato), accompagnato da uno scudiero a cavallo (anch’esso armato) e da due serventi (10). L’altro documento, il ‘Liber inquisitionum Regis Caroli Primi pro Feudatariis Regni’, non era un registro di Cancelleria, bensì un registro di note per uso dei Maestri Razionali (11), del genere del ‘Liber donationum’. Tali documenti sono solo frammenti di un testo che potrebbe essere paragnato ad un “libro di conquista”, essendo un ricordo preciso dello stabilimento dei Francesi nell’Italia meridionale; infatti, i personaggi menzionati nel ‘Liber, che beneficiarono della liberalità del re, erano tutti, salvo qualche rara eccezione, compagni d’arme del sovrano angioino il quale intese, in tal modo, da un lato, premiare coloro che lo avevano sostenuto nella conquista e, dall’altro, sostituire la maggior parte dei grandi feudatari locali, ostili o sospetti.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Per i danni avvenuti nel tempo e le parziali distruzioni degli atti cfr. J. Mazzoleni, Fonti, cit., p. 36; per gli studiosi che nel passato se ne sono occupati, id.; p. 40; per gli studi compiuti sui documenti angioini ed attraverso i quali è stata possibile la loro ricostruzione cfr. la bibliografia, id., pp. 53-58.”. Il Santoro, citava il testo di ‘Le Fonti documentarie e bibliografiche dal sec. X al sec. XX conservate presso l’Archivio di Stato di Napoli’ (parte I), Napoli, 1974. Infatti veniva citato dal Santoro anche a p. 30 nella sua nota (3). Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Il registro fu creato con atti che iniziano dal dicembre 1268 e cioè subito dopo la battaglia di Tagliacozzo.”. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Scipione Ammirato, Delle Famiglie nobili napolitane, Firenze, 1580-1651; P. Durieu, Etudes, cit.”. Il Santoro, citava il testo di Durrieu P., Etudes sur la dynastie angevine de Naples: Le “Liber donationum Caroli primi”, in “Mélanges d’archeologie et hiistorie de l’Ecole francaise de Rome”, VI, 1886; P. Durrieu, Les Archives angevines de Naples. Etude sur les registres du roi Carles I” (1265-1285), Paris, 1886-1887. Il Santoro (…), a p. 48, nella sua nota (7) postillava che: “(7) L’intestazione: QUATERNUS DE PRINCIPATIBUS, COMITATIBUS, HONORIBUS, BARONIIS, PHEODIS ET BURGENSATICIS, CONCESSIS (DE NOVO PER) ILLUSTREM REGEM KAROLUM, REGEM SICILIE AB ANNO DOMINI M° CCLXVIIII° IN ANTEA, ecc.., riportato sul frontespizio, che era andato perduto ancor prima della recente distruzione, è stata conservata da G.B. Bolvito, Variarum rerum, mss (1585) della Società di Storia Patria.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Per la cronistoria del documento e le loro vicissitudini, cfr. ‘Registri’, cit., II, pp. 231-233.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Il testo è trascritto in ‘Registri’, cit.,  II, pp. 234-270.”. Il Santoro (…), a p. 49, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Cfr. C. Minieri-Riccio, Saggio di Codice Diplomatico, formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1878-1883, I, p. 181; cfr. pure N. Vincenzio, Del servizio militare dè Baroni nel tempo di guerra, Napoli 1796, doc. n. III e R. Moscati, Ricerche e documenti sulla feudalità napoletana nel periodo angioino, in ‘Archivio Storico per le province Napoletane’, XX, n.s., 1934, pp. 224-256; XXII, 1936, pp. 1-14, che ha analizzato l’organizzazione del regime feudale, il servizio militare e l’adoa (tassa sostitutiva da pagarsi quando il feudo non raggiungeva l’unità prevista delle venti once).”. Bartolomeo Capasso (….), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 349 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro feidataris Regni”, a p. 344, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iste liber signatus litt. I olim servabatur in archivio Regiae Camerae Summariae, et a Ferrante de Marra, duce Guardiae, saepe laudatur in opere Delle famiglie forestiere etc., p. 151, 379, 416 et alibi. Caesar Paganus, vir patriae historiae studiosissimus, circa finem saeculi XVI illum excerpsit, et compendio in suis neapolitani archivi ‘Notamentis’ transcripsit. Postea Philibertus Campanilis saeculo XVII, et Lucas Iohannes de Alicto a. 1760, nescio an ex ipso ‘Libro inquisitionum’ vel ex ejusdem Caesaris Pagani opere, excerpta fecerunt, quae habentur in ejusdem Campanilis ‘Repertorio nobilium familiarum ap. bibliothecam Nazionale VIII, B. 4, et in Lucae de Alicto cod. Ms. autographo (‘Vetusta regni Neapolis monumenta), quem servat cl. vir Aloysius Volpicella. Eorum excerptorum aliqua ex memoratis ‘Notamentis’ De Saint- Priest, ‘Hist. de Charles d’Anjou’ t. IV, p. 314 (Hist. dipl. Frid. II, VI, 917) eddit; ego autem illa integra ex texta amborum codd. inter se collato hic exhibeo.”. Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II. Una parte del documento riguarda Ruggero II Sanseverino che all’epoca dell’angioino non sarà più un giovane di 12 anni salvatosi dallo sterminio della “Congiura di Capaccio”.

Federico II di Svevia

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(Fig. 2) L’Imperatore tedesco Federico II di Svevia, in una miniatura dell’epoca

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(Fig. 3) Federico II di Svevia, busto marmoreo della statua posta sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli in Piazza del Plebiscito

Federico Ruggero Costantino di Hohenstaufen (Jesi, 26 dicembre 1194 – Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250) è stato re di Sicilia (come Federico I, dal 1198 al 1250), Duca di Svevia (come Federico VII, dal 1212 al 1226), Re dei Romani (dal 1212) e poi Imperatore del Sacro Romano Impero (come Federico II, eletto nel 1211, incoronato dapprima ad Aquisgrana nel 1215 e, successivamente, a Roma dal papa nel 1220) e re di Gerusalemme (dal 1225 per matrimonio, autoincoronatosi nella stessa Gerusalemme nel 1229). Apparteneva alla nobile famiglia sveva degli Hoenstaufen e fu l’ultimo sovrano a regnare in Sicilia ad appartenere a tale dinastia. Il suo mito finì per confondersi con quello del nonno paterno, Federico I detto il Barbarossa. Discendeva per parte di madre dai normanni di Altavilla (Hauteville in francese), conquistatori di Sicilia e fondatori del suddetto Regno di Sicilia. Federico nacque nel 1194 da Enrico VI (a sua volta figlio di Federico Barbarossa) e da Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia, e zia di Guglielmo II, a Jesi, nella Marca anconitana, mentre l’imperatrice stava raggiungendo a Palermo il marito, incoronato appena il giorno prima, giorno di Natale, re di Sicilia. Il 28 settembre 1197 Enrico morì e Costanza e, suo figlio l’Imperatore Federico II di Svevia, secondo le cronache, scese in Italia per ristabilire l’autorità Imperiale.  Dopo la morte di Enrico VI, nel 1197 e quella di sua moglie Costanza l’anno successivo (1198) in Sicilia si verificarono tumulti politici. Priva della protezione reale e con Federico II ancora fanciullo sotto la custodia del papa, la Sicilia era al tempo diventata un campo di battaglia per le forze rivali tedesche e papali. Nel 1221 Federico II, non più bambino, rispose con una serie di campagne contro i ribelli musulmani e le forze degli Hohenstaufen sradicarono i difensori da Jato, Entella e dalle altre fortezze. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento’, a p. 120, scriveva che: “Terminata con Guglielmo II nel novembre del 1189 la dinastia dei re normanni e successogli per disposizione di lui, non avendo egli lasciato la prole, sua zia Costanza figlia postuma di suo avo Ruggero e moglie di Enrico IV re di Germania, il Reame di Napoli e con esso la provincia di Salerno passò dal dominio normanno a quello svevo.”.

Le strade all’epoca Sveva

Riguardo le vie di comunicazione, le strade dell’epoca, Lucio Santoro (…), nel suo ‘Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli’, parlando delle strade in epoca romana, a pp. 43-44, nella sua nota (14), postillava che: “Tralasciando la viabilità minore tra la Puglia e la Campania ricordiamo che i collegamenti di queste regioni con la Calabria e la Sicilia avvenivano attraverso la strada costiera da Taranto a Reggio Calabriae la ‘via Popilia’. Quest’ultima partiva da Napoli proseguendo da Pompei, Nocera, Salerno, Auletta, Rotonda, Morano, Tarsia, Cosenza, Nicastro, Monteleone, (ora Vibo Valentia), Nicotera, Regio. Da Salerno c’era il raccordo (per Paestum, Policastro, Sapri) attraverso il Cilento fino alla ‘Popilia’, mentre su questa (presso Rotonda) esisteva il bivio con la strada (per Laino, Cirella, Amantea) che si ricollegava alla ‘Popilia’ a sud di Nicastro. Ecc…”. La Via Capua – Regium (Via ab Regio ad Capuam), nota anche come Via Popilia o Via Annia o Via Popilia Lenate , è un’importante strada romana costruita nel 132 a.C. In quell’anno infatti la magistratura romana decretò la costruzione di una strada che congiungesse stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta della penisola italica. La strada si staccava dalla via Appia a Capua e raggiungeva Nola, Nuceria Alfaterna (Nocera Superiore) e poi Salernum (Salerno) sul mare Tirreno. Da qui la strada si dirigeva verso la piana del Sele attraversando la città di Eburum, l’odierna Eboli. Dopo aver toccato la confluenza tra il fiume Sele e il Tanagro, la via Popilia puntava a sud risalendo il percorso di quest’ultimo fino a raggiungere il Vallo di Diano, un altopiano dove all’epoca erano situate le città romane di Atina (Atena Lucana), Tegianum (Teggiano), Consilinum (Padula), Sontia (Sanza) e i pagi di Marcellianum e Forum Anni, poi Forum Popilii. Molti di questi insediamenti furono devastati da Alarico nel 410 e solo alcuni sono stati ricostruiti in epoca medievale, come per esempio Forum Popilii ricostruita in posizione più difendibile con il nome usato anche modernamente di Polla. Lasciato il Vallo di Diano, la strada si dirigeva a sud verso la antica città, ora scomparsa, di Nerulum e da qui Muranum, l’odierna Morano Calabro. Nel percorso fino a Regium, la strada attraversava il territorio di Interamnium (San Lorenzo del Vallo) e le città di Caprasia, individuata nella posizione della C.da Ciparsia del Comune di Castrovillari, Consentia (Cosenza) e Mamertum, la città oggi conosciuta come Martirano e nota nelle cronache romane per la resistenza dei suoi abitanti alleati di Roma contro Pirro nelle guerre dette guerre pirriche e per aver dato origine al nome di Mamertini, soldati mercenari famosi soprattutto per aver giocato un ruolo di primo piano nello scoppio della Prima guerra punica. Da Mamertum, percorrendo la via Popilia continuando verso sud, si raggiungeva l’importante nodo fluviale di Ad Sabatum Flumen, un passaggio obbligato e di importanza strategica per i collegamenti nella zona e per raggiungere l’antica Vibona, ora Vibo Valentia. Proseguendo lungo l’antica strada romana, si raggiungeva Hipponium, città ribattezzata dopo le guerre pirriche Valentia e unita con Vibo nel comune moderno di Vibo Valentia. Prima di raggiungere la sua città di arrivo, la via Capua-Regium toccava Nicotera e l’importante porto di Scyllaeum (Scilla).

Nel 1189, la CONTEA DI PRINCIPATO

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 126, parlando della “Discendenza dei d’Altavilla nella contea di Principato”, in proposito scriveva che: Gugliemo (IV), conte di Principato (a. 1195).”. Il Cantalupo (….), a p. 125 scriveva che questi possedimenti conquistati dai normanni ed erosi ai Longobardi di Gisulfo II Da Guglielmo (III) la contea andò al figlio di suo fratello Nicola, Enrico, e poi al figlio di questi, Guglielmo (IV), che ne era in possesso nel 1195 (5).”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (3) postillava che: “(3) Il conte Silvestro II di Marsico, come si evince dal Catalogus Baronum (ed. cit., p. 587), possedeva, tra gli altri feudi, Diano (Teggiano), Sala (Sala Consilina), Padula, Sanza e la metà di Magliano. Aveva, inoltre, come suffeudatari: Gisulfo di Mannia, IV signore di Novi, ed Enrico signore di monteforte. Quest’ultima circostanza non è stata neppure considerata dall’Ebner nel citato suo lavoro sulla storia di Novi. Feudi minori, quali Altavilla (Silentina), Felitto, Castel S. Lorenzo e Polla, appartenevano a rami cadetti degli Altavilla.”. Il Cantalupo, a p. 125, nella nota (5) postillava che: “(5) ABC, L, 38 (a. 1195). Nel 1219 Federico II ricevè in demanio la città di Eboli ed i suoi abitanti (C. Carucci, Codice diplomatico Salernitano del secolo XIII (CDC), Subiaco, 1931, I, p. 122), per cui la CONTEA DI PRINCIPATO cessò di esistere come feudo ed il titolo di Conte di Principato divenne solo onorifico. Il termine PRINCIPATO, intanto, fin dal tempo di Ruggero II (1130-1154) era passato ad indicare tutte le terre che comprendevano le attuali province di Salerno e di Avellino (si veda Catalogus baronum, cit., sotto la rubrica: DE PRINCIPATU), costituendo uno dei “Giustizierati” del Regno di Sicilia, il cui numero variò nel tempo ma che si fissò in quello di 9 sotto Federico II di Svevia. Tale numero si conservò anche nei primi tempi degli Angioini, poi il 19 giugno 1284, il PRINCIPATO fu diviso in due giustizierati: ‘Principatus a Serris Montori citra e Principatus a Serris Montori ultra’. Al tempo di Alfonso I d’Aragona (1442-1458) i giustizierati in numero di 12, furono denominati “Province” ed il Principato CITRA ebbe come capoluogo Salerno, il PRINCIPATO ULTRA Montefusco.”. Pietro Ebner (….), nella sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 83, continuando il suo racconto scriveva che: Informano documenti sicuri, e cioè le pergamene di Cava, che anche la pianura ebolitana doveva essere compresa nella contea di Principato. Gli eredi di Guglielmo appunto dal castello di Eboli datarono alcuni diplomi che si enumerano in nota (16), ecc…”. Ebner, a p. 83, nella nota (16) postillava che: “(16)…..Da segnalare che già nel 1216, la situazione nella “piana di Eboli” era mutata se Costanza, regina di Sicilia e moglie di Federico II, donò (C. Carucci, Codex diplomaticus salernitanum (CDS), I Subiaco, 1931, p. 107, XLIII) alla Chiesa salernitana “decimas platearum et plancarum” di Eboli confermando “omnes usus et bonas consuetudines” in precedenza concessi, v. pure i documenti LX e LX in Carucci cit., privilegi di cui è conferma nel 1221 (LXII Carucci, p. 135).”.

Nel 1194, GUGLIELMO II SANSEVERINO e la Baronia del Cilento

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero II d’Altavilla e di Sicilia, a pp. 120-121, in proposito scriveva che: I. Guglielmo Sanseverino, che possedette la baronia di Rocca anche nei primi tempi della dominazione sveva, ebbe dalla moglie Isabella Guarna un figlio che prese il nome di Guglielmo II. (1). Costrui salì a grande potenza e ricchezza avendo acquistati molti feudi, tra i quali quello di Ragusa, e come signore di esso fece nel 1194 una largizione al vescovo di Siracusa (2). Godeva anche del titolo di conte del principato di Salerno, come risulta da un’altra donazione che nell’anno successivo fece alla badia di Cava (3). Egli durante la sua vita trasmise la contea di Sanseverino e la baronia di Rocca al figliuolo primogenito Iacopo, ma avendo questi ricusato di seguire l’esercito di Federico II svevo contro i Saraceni, fu dichiarato ribelle, posto in carcere e poi mandato in esilio ove morì senza lasciare prole (1). I due feudi passarono allora al secondogenito Tommaso il quale, dopo averli tenuti per un anno insieme con suo padre Guglielmo, cedè la contea di Capaccio e la baronia del Cilento all’imperatore Federico e ne ebbe in cambio la contea di Marsico.”. Il Mazziotti, a p. 121, nella nota (1) postillava che: “(1) Filiberto Campanile – Delle insegne dei nobili, pag. 92 seguito dal Ventimiglia. Difesa dip. pag. 160.”. Il Mazziotti, a p. 121, nella nota (2) postillava che: “(2) De Meo, vol. 2°, anno 1194”. Il Mazziotti, a p. 121, nella nota (….) postillava che: “(3) Ivi, pag. 95.”. Di Guglielmo I Sanseverino ho gia detto nel saggio che riguarda il periodo di re Guglielmo II detto il buono. Dunque, Matteo Mazziotti racconta che quando prese il potere Federico II di Svevia, nel Principato di Salerno dominava Guglielmo II Sanseverino, figlio di Isabella Guarna e di Guglielmo I Sanseverino. Secondo il Mazziotti, Guglielmo II Sanseverino era molto potente tanto da possedere faudi anche in Sicilia. Guglielmo II Sanseverino era conte del Principato di Salerno. Guglielmo II Sanseverino trasmise la contea di Sanseverino e la baronia di Rocca a Iacopo Sanseverino, suo figlio primogenito. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pagina 160”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a p. 149 e ssg., in proposito scriveva che: “….Guglielmo, che tolse Isabella figlia di Silvestro Conte di Marsico, da cui nacque Guiglielmo Secondo che fu anche Signore di Capaccio e di Cilento: ciò costa dalle Vite de’ Beati Abbati del Monistero della SS. Trinità della Cava, dalla ‘Cronica di Lione Ostiense’, e da sei Privilegj, che nell’Archivi del menzionato Monistero si conservano, in uno dei quali stipulato nel 1114, nel regnare del Principe Roberto leggesi: ‘Ego Rogerius qui dicitur de S. Severino, ac filius quondam Turgisii Normanni, &c. E in un altro spedito nel 1121 al regnare di Guglielmo: ‘Nos Rogerius de Sancto Severino etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390 parlando di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: “Guglielmo Sanseverino donò molti beni ed altri ne riconobbe in proprietà alla Badia cavense (aa. 1183-1187), con la quale definì (a. 1187) i confini delle due baronie, documento sottoscritto oltre che dalla moglie Isabella, anche dal suo primogenito Giacomo.. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “Guglielmo I Sanseverino sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro conte di Marsico ed ebbe da lei quattro figli: Iacopo, Guglielmo, Tommaso e Guaimario. Iacopo, che compare sottoscrittore col padre di alcuni documenti nel 1186 e nel 1187, ereditò i feudi paterni ma, essendosi rifiutato di seguire l’imperatore Federico II di Svevia in una spedizione contro gli Arabi, fu dichiarato ribelle, incarcerato e poi mandato in esilio, dove si spense senza lasciare eredi. I suoi feudi, pertanto, passarono al fratello Guglielmo II e, morto questi parimenti  senza prole (1), all’altro fratello, Tommaso I…….Nel 1227, essendo rimasto vacante il feudo di Marsico per essersi spento senza successori il legittimo conte Giacomo, nipote di Isabella Guarna (4), madre di Tommaso Sanseverino, quest’ultimo cedette a Federico II la signoria di Sanseverino e la baronia di Cilento in cambio di quella contea, aggiungendovi in più mille once d’oro per la permuta (1).”. Cantalupo, a p. 143, nella nota (1) postillava che: “(1) L’ultima notizia riguardante Guglielmo II Sanseverino è del 1195”.

Nel 1221, Federico II di Svevia, i Baroni ed il sequestro di alcuni castelli

Ernst Kantorowicz (….), nel suo “Federico II Imperatore”, a p. 103, in proposito scriveva che: “Federico quindi accettò l’omaggio dei baroni di minor conto, servendosi subito di loro per comandare ai conti Ruggero d’Aquila, Giacomo di Sanseverino, Riccardo d’Ajello, Riccardo da Celano e da alcuni altri, di consegnare, in base alla legge sui privilegi e ad altri provvedimenti che sarebbero stati promulgati subito dopo l’incoronazione, certi castelli che essi possedevano. La cosa più importante in quel momento per Federico, era di possedere piazzaforti nel regno. Fu un vantaggio che i baroni fossero presenti alla cerimonia e potessero constatare l’intesa esistente fra lui e il papa: intimoriti obbedirono ai suoi ordini. Del resto Federico, nel togliere, non badava alle persone ma all’importanza delle cose: in base alla legge sui privilegi, il fedele e devoto abate di Montecassino, presente all’incoronazione, dovette rinunciare non solo a certe rendite ecc…(p. 105) L’occasione si presentò subito dopo la campagna del Molise, quando i conti Ruggero d’Aquila, Giacomo di San Severino e alcuni altri furono chiamati a partecipare alla guerra contro i saraceni: si presentarono con pochissimi uomini, o addirittura soli – e Federico senza por tempo in mezzo li fece prigionieri, e ne incamerò i beni. Dietro preghiera del papa, li mise poi in libertà, ma li bandì dal paese. (Come già il conte del Molise, presero rifugio a Roma).”. Scrive Amedeo La Greca (13), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, che: “Soprattutto sotto il regno di Costanza d’Altavilla, sposa e vedova di dell’Imperatore Enrico VI, i feudatari normanni avevano usurpato molti titoli e proprietà, specie a danno del demanio regio e della Badia di Cava. Il figlio, Federico II, appena preso possesso del regno, come suo primo atto, nel 1220, sancì l’obbligo per i feudatari di presentare alla sua curia i titoli comprovanti il legittimo possesso dei feudi: quelli dimostrati li confermò l’anno seguente a Salerno.”. Federico II di Svevia, dopo la morte del padre Enrico VI e della madre Costanza, appena potè mettersi alla testa di un suo esercito, scese in Italia e mise a ferro e fuoco alcune città del Mezzogiorno. Federico II di Svevia distrusse molte città del Regno di Sicilia e di Napoli. Secondo i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…), pare che Policastro, fosse rimasta Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…), anche all’epoca di Federico II di Svevia.

Nel 1221, Federico II, al suo rientro dalla V crociata defenestrò alcuni baroni del Regno come Riccardo di Lauria

Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Nel periodo svevo dunque, Scalea, come altri centri della Calabria e Basilicata era un feudo e precisamente di Riccardo di Loria. Il feudo comprendeva, all’epoca di Federico II, parte della Basilicata e della Calabria aventi come centri Lauria all’interno e Scalea sul mare. Al ritorno della V crociata Federico II tolse i feudi a molti baroni che, durante la sua assenza,, si erano mostrati poco fedeli; fra questi figura anche Riccardo di Lauria. Poi Riccardo di Lauria sposò in seconde nozze Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia madre di Manfredi, figlio naturale di Federico II. Dall’unione nacque nel 1250 nel castello di Scalea, Ruggero di Loria. Riccardo, a seguito della parentela acquisita, riottenne la sua baronia e si mostrò degno di fiducia verso la casa sveva per la quale nel 1266 morì gloriosamente a fianco di re Manfredi nella battaglia di Benevento.”. Da Wikipedia leggiamo che al tempo di Federico II, la quinta crociata fu indetta da papa Onorio III e coinvolse eserciti franchi, ungheresi, ciprioti e austriaci in una campagna militare che ebbe luogo in Palestina ed Egitto fra il 1217 e il 1221. Sebbene lo scopo della crociata fosse di prendere la città di Gerusalemme, il conflitto si spostò in Egitto per occupare un porto importante da scambiare con territori in Terrasanta. La crociata si risolse con la presa di Damietta, ma dissidi all’interno del campo crociato e l’intransigenza del legato papale Pelagio portarono la spedizione all’insuccesso. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi. Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano.”. Dunque, il Mallamaci, scriveva che ai tempi di Federico II di Svevia, Torraca apparteneva alla Baronia del Cilento che “toccò” ai Lancia, di cui una grande esponente fu la madre di re Manfredi, Bianca Lancia. La sorella di Bianca Lancia, sposò Riccardo di Lauria, padre dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”.

Nel 17 giugno 1211 e 1222, papa Innocenzo III annullò l’elezione di Giacomo, medico personale e voluto dall’Imperatore Federico II di Svevia a vescovo di Policastro e conferma il vescovo Gerardo di Saponara

Ferdinando Ughelli, nella sua “Italia Sacra”, vol. VII (edizione Coleti), col. 560 e ssg. parlando dei vescovi di Policastro, dopo aver parlato del secondo vescovo di Policastro: “Arnaldo”, ci dice del terzo vescovo di Policastro e scriveva che: “3 N……cuius nomen non habemus Saponaria Marsicensis dioecesis Archipresbyter post diutinam etc…”, e riporta anche la lettera di papa Innocenzo III:

Ughelli, VII Coleti, p. 560 Policastro

Ughelli, VII, Coleti, p. 562, Policastro

(Fig….) Ughelli F., op. cit., vol. VII, ed. Coleti, col. 560 e ssg.

Dunque, la prima notizia viene dall’Ughelli. Si veda pure (Ughelli, vol. I, p. 1246), ovvero: Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, vol. I, p. 1246; Si veda pure sulla Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro,  Tomo VII, p. 542 e da p. 758 a p. 800 (Policastrensis Episcopi).

Ughelli, p.....PNG

Ughelli, p. 790

Ughelli, p. 790...

(Fig…..) Ughelli Ferdinando, (…), vol. II, p. 758, dove si parla della Diocesi di Policastro

In seguito la notizia, sebbene in parte viene riportata da Costantino Gatta. Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie della Provincia di Lucania etc…”, a p. 138 parlando di Saponara scriveva che: “Conta ella fra gli altri Soggetti Giuliano prima Arciprete di Saponara, indi Vescovo di Policastro, come si cava dalle ‘Pistole d’Innocenzo III’. Pontefice, al cui tempo visse.”. Nel 1831, ebbe la luce l’edizione introvabile del testo scritto da Mons. Nicola Maria Laudisio (….), Vescovo di Policastro nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti), dopo aver scritto del “II. Arnaldo”, vescovo di Policastro, in proposito scriveva che: “III. Gerardo, arciprete di Saponara, nominato vescovo di Policastro nel 1211. Il lodato Gerardo era l’ordinario della sudetta Saponara; difatti, dopo la città di Grumento fu distrutta nell’879 dai Saraceni, i superstiti fondarono Saponara…..”. Sempre il Laudisio, a p. 75 (vedi versione a cura del Visconti), scriveva pure che: “Abbiamo fatto questo ‘exursus’ su Saponara a causa di Gerardo, vescovo di Policastro, che in precedenza era stato arciprete di Saponara.”. Il Laudisio (….), nella versione del Visconti, a p. 18 nella sua nota (54) postillava che: “(54) Cit. Costantino Gatta, Mem. Luc., cap. 5, pag. 74 (parte II, capo I, p. 133: Pretende ragionevolmente la Saponara il primato di questa Provincia ecc…Ibidem p. 138: Conta ella fra altri soggetti Giuliano, prima arciprete di Saponara, indi vescovo di Policastro, come si cava dalle Pistole d’Innocenzo III Pontefice, al cui tempo visse).”. Dunque, il Laudisio tra queste notizie da Costantino Gatta, il quale parlando della Diocesi di Saponara ci dice di “Giuliano”, non di Gerardo. Il sacerdote Giuseppe Cappelletti (…), in un suo studio sulle ‘Chiese d’Italia’ parlando della chiesa Policastrense dice che dopo le notizie dateci dall’Ughelli (…), dei pimi vescovi della restaurata Diocesi Policastrense, ed in particolare del vescovo ‘Arnaldo’ che successe al rinunciatario Pietro Pappacarbone: Nell’anno, infatti 1211, si trova in una lettera di papa Innocenzo III, la decisione di una controversia insorta per l’elezione del vescovo, di cui non si sa il nome, tra il capitolo dei canonici, che lo avevano eletto, e Federico Re di Sicilia, che gli voleva introdurre Jacopo, suo medico. L’anonimo eletto dal capitolo era arciprete di Saponara, già Grumento od Agromento nella diocesi di Marsico; ma il re, a cui stava a cuore il suo Jacopo, non volle concederglierne la conferma. Anzi, coll’influenza della sua autorità, indusse gli arcivescovi di Taranto e di Santa Severina ed il vescovo Gerontino a conferirgli la sacra ordinazione, dopo la quale egli recossi a Policastro.”. (Carucci, vol. I, p. 89, come mostra l’immagine).

Carucci, vol. I, p. 89

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, scriveva che: “Nel 1211 Federico II,….a quel tempo Policastro era divenuta città demaniale anche per il suo castello passato alle dirette dipendenze dello Stato. Ecc..”. Pietro Ebner racconta un’episodio che riguarda Policastro e l’Imperatore Federico II di Svevia. Ebner (…), che nel suo ‘Baroni, popoli ecc..’, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), vol. II, a p. 334 parlando di Policastro, scriveva in proposito che: “Nel 1211 Federico II rifiutò di confermare l’elezione a vescovo fatta dal capitolo di Policastro dell’arciprete di Saponara, perchè voleva che venisse eletto il suo medico Giacomo. Il Capitolo ubbidì, ma il 17 giugno papa Innocenzo III  da Roma (Laterano) comunicò al vescovo di Capaccio, al Capitolo di Policastro, all’Arcivescovo di Salerno e all’Abate di Cava di aver annullata, a norma della costituzione vigente l’elezione a Giacomo, medico del re di Sicilia, vescovo di Policastro. In quel tempo Policastro era divenuta città demaniale anche per il suo castello passato alle dipendenze dello Stato Federiciano.”. Pietro Ebner, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 323, parlando del vescovo di Capaccio “19. N (icola ?), a. 1196”, in proposito scriveva che: “Forse appunto a questo vescovo, e ad altri vescovi e abati, scriveva papa Innocenzo III (“Innocentius….Episcopo Capudaquensi…) il 17 giugno del 1211 da Roma (Laterano), comunicando di avere annullata, a norma della costituzione vigente, l’elezione a vescovo di Policastro di Giacomo, medico di Federico II e dal re voluta, e confermando la nomina fatta dal Capitolo di Policastro “de archipresbytero de Saponara”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “…..Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo. La città era ambita da personalità del mondo politico ecclesiastico, più a causa della sua importanza castrense, strategica (da far valere ogni volta che nelle corti si preannunciasse un pericolo di rivolta o di guerra), che per dichiarare risorse economiche. Nel 1211, ad esempio, per vescovo di Policastro era designato il medico del Re di Sicilia, Giacomo, poi eletto (76); ecc…”. I due studiosi a p. 514, nella nota (76) postillavano: “(76) C. Carucci, Codice Diplomatico Salernitano del sec. XIII, Roma, 1939, 1, p. 89”. Carlo Carucci, nel suo “Codice diplomatico Salernitano”, vol. I, a p. 89, in proposito scriveva che:

Carucci, vol. I, p. 89

(Fig…..) Carucci Carlo (….), op. cit., vol. I, p. 89

Il Carucci (…), nella sua nota (2), scrive una notizia tratta dall’Ughelli (…), p. 758, vol. VII, che: “L’Ughelli, facendo la storia della diocesi di Policastro, dice che nel 1222 ne era vescovo frate Guglielmo de Licio dell’ordine dei Minori e che non si hanno documenti certi di vescovi nominati per quella diocesi prima di lui. Egli dovè morire nel 1237, perchè in quell’anno il Capitolo di Policastro, nominò il successore del quale però non si conosce il nome.”. Infatti, l’Ughelli (…), a p. 758, vol. II, parla della Diocesi di Policastro ed in proposito scrive che: “Simeoni filio suo notho dono dedit, pervenit deinde ad Ioannem Ruffum anno 1299. Sub Ioanna I Regina, Gabriello & Luciano Grimaldis cessit imperio, regnate deinde Ferdinando Antonio Petruccius Antonelli filius Policastri Dominus fuit, qui una cum vita Maiestatis reus faqus, dominatum amisit: tendem ex Regio dono Ferdinandi II Regis Comes Policastro – ecc..”. Il documento a cui fa riferimento la nota (1) del Carucci a p. 89, è quello tratto da Carlo Carucci, vol. I, p. 45, doc. II. Il sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nel suo “Notizie storiche su Policastro Bussentino”, un ciclostilato inedito del 1973, in proposito a p. 173, nell’elencare i Vescovi di Policastro scriveva che: “4) – Gerardo Arciprete di Saponara……Saponara…..1211-1218”. Il Cataldo, lo pone prima di “5. P. Gabriele da Lecce….Lecce…1218.”. Il Cataldo, a p. 33, in proposito scriveva che: “Nella serie dei Vescovi di Policastro leggiamo invece al quarto posto: GUGLIELMO DE LICIO, Oed. frati Minori, 1222. Il predecessore è GERARDO, Arciprete di Saponara in Lucania, 1211. Come si vede l’Ughelli, nel compilare, nel compilare l’opera “Italia Sacra”, ha omesso non solo il nome di Giovanni, 3° Vescovo di Policastro, che fece edificare il campanile nel 1167, ma anche quello di Raffaele da Lecce. Nell’Ughelli notiamo anche delle divergenze ecc…”. Queste le notizie su Giacomo, medico dell’Imperatore e su Gerardo di Saponara. Un suggello alla notizia tratta dall’Ughelli ci è dato da un monumento della storia Federiciana, Ernst Kantorowicz (….), nel suo “Federico II Imperatore”, a p. 34, nelle sue note postillava che: “Il primo conflitto di Federico con la curia: Ep. XI, n. 208, in Migne-Pl, 215, p. 1523; BFW, 6053. Un secondo scontro in seguito all’elezione per la sede vescovile di Policastro: Ep. 14, n. 81, in Migne-Pl, 216, p. 440; BFW, 6110; cfr. Winkelmann, Otto, p. 93.”. Il Kantorowicz, riguardo la citazione del “BFW”, intendeva il testo di Bohmer, Regesta imperii V, 3-5. Editi da J. Ficker ed E. Winkelmann, Innsbruck 1892-1901. Riguardo invece alla citazione di Migne-Pl, si tratta dell’opera del sacerdote Jacques Paul Migne (….) e del suo “Patrologiae cursus completus”, pubblicato nel 1844. Il Kantorowicz cita il Migne e per “Pl” intende la sua “Patrologia latina” che come si sà sono oltre 218 volumi. La lettera di papa Innocenzo III è pubblicata nella sua seconda edizione del “Patrologiae cursus completus”, vol. CCXVII (217), del 1855, col. 214-215-216. Il Kantorowicz, a p. 153, nelle sue note postillava che: “La regolamentazione delle elezioni vescovili in Sicilia a mezzo dei concordati e il primo intervento federiciano nelle elezioni di Palermo e di Policastro al tempo di Innocenzo III: v. nota p. 34, penultimo capoverso; cfr anche il richiamo di Federico alla prassi di Tancredi e di Costanza nello scritto in Ryccard. ed Gaudenzi, p. 124.”. Parlando di Policastro in epoca federiciana, lo storico Kantoriwicz (…), scriveva a p. 477 che: “Al momento della scomunica (di papa Gregorio IX a Federico II), v’erano in Sicilia centoquarantacinque vescovadi, trentacinque dei quali vacanti: di queste sedi alcune restarono tali, altre si ebbero per vescovi qua un notaio, là un nipote di un camerlengo Riccardo ecc…Molti furono i vescovi esiliati , e per i motivi più svariati: furono cacciati, è evidente, quanti si erano schierati dalla parte del papa in occasione della prima contesa tra Federico II e la curia a proposito della crociata. La notizia della scomunica papale l’aveva raggiunto a Padova nell’aprile del 1239.“. Il Kantoriwicz (…) a p. 517 nelle sue note scriveva: “Delle chiese siciliane, a quanto si rileva dalla circolare imperiale del 10 ottobre 1239 (BF, 2509, HB, V, pp. 437 e s.), erano sedi vacanti, oltre a singole abbazie, le seguenti sedi vescovili:…Policastro,…trentuno in tutto quindi, Con la messa al bando di altri vescovi subito dopo la scomunica, Federico II aveva bandito quelli di…(Ughelli, vol. I, p. 1246) ecc..”. Quindi, lo storico tedesco Kantorowicz, sulla scorta dell’Ughelli (…), ci informa che intorno l’anno 1239, Federico II, volle riformare alcuni vescovadi sostituendone i vescovi con uomini fidati e contrari alla curia romana di papa Gregorio IX. Il vescovado paleocastrense di Policastro Bussentino, nel 1239, era sede episcopale rimasta vacante. Lo storico elenca i vescovadi in cui vengono sostituiti i Vescovi ma non figura tra questi quello di Policastro (18). Sempre il Kantorowicz (…), a proposito di Policastro in epoca federiciana, nelle sue note a p. 725, scrive che nell’elenco dei Valletti Imperatoris testimoniabili sotto l’Imperatore Federico II (alcuni credono sotto il Re Manfredi), dell’Indice dei Regesti Imperii, troviamo un “26 – Rinaldo da Castellammare. Menzionato come valletto nel 1240 (19), potrebbe trattarsi, quì, della Baronia di Castellammare di Veglia presso Policastro.”. Kantorowicz E., op. cit., note a p. 517, egli scrive notizie tratte da (BF, 2509), ovvero: Bohmer J.F., Regesta Imperii, V, 3-5, editi da Ficker J., ed. E. Winkelmann, Innsbruck (1892-1901), 2509; vedi pure HB, V, pp. 437 e s., ovvero: J.I.A. Huillard-Breholles, Historia diplomatica Friederici, Parigi 1859.

Nel 1222, San Francesco d’Assisi, secondo la tradizione si fermò ad Agropoli e a Policastro

Pietro Ebner (…) a p. 113, parlando del clero regolare nel basso Cilento, scriveva che: “Nel ‘200, quando già si cominciava ad affievolire l’espansione benedetina sorsero i quattro grandi Ordini dei Mendicanti (francescani (3), domenicani (4), carmelitani (5) e agostiniani (6) che lentamente andavano approdando nella zona con i valori evangelici e con una notevole forza aggrregante.”. Ebner a p. 113 nella sua nota (3) postillava che: “(3) Erano chiamati cordiglieri in Francia, frati scalzi in Germania e frati grigi in Inghilterra. Fu nella ricostruita chiesa della Porziuncola che S. Francesco (sett. 1181/2 – 3/4 ottobre 1226, canonicato nel 1228) scoprì la sua vocazione leggendo il Vangelo di Matteo (X, 7.10) e applicandolo letteralmente con “parole che come il fuoco toccavano il cuore”. Scrisse nella Prima Regola “che i confratelli ecc..ecc..”. Orazio Campagna (…), a p. 206, in proposito scriveva che: “Ciò che ancora restava sulla costa del mondo monastico greco venne, gradualmente, sostituito dai nuovi ordini latini: il francescano e il domenicano. Fu proprio un discepolo di S. Francesco, il beato Pietro Cathin da S. Andrea, della diocesi di Faenza, che nella prima metà del XIII secolo diffuse l’Ordine dei Minori in Calabria, fondando i monasteri di Scalea, Castrovillari, Corigliano, Amantea, Crotone (36).”. Le incursioni turchesche dei secoli XV e XVI riaprirono la piaga dell’insicurezza e del terrore ecc..”. Il Campagna, a p. 206, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Il monastero di Scalea era abitato da “un sol frate Conventuale”, all’epoca del Martire (‘La Calabria Sacra e Profana, cit., II). Fu soppresso nel 1653 con la bolla di Innocenzo X, in C. Manco, ‘Scalea – prima e dopo -, op. cit., ecc..ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno, La Baronia di Novi’, pubblicato nel 1973, a p. 273, parlando delle Diocesi Caputaquensi, scriveva che: “La tradizione narra che ad Agropoli ecc…, che nel 1222 vi sbarcasse anche S. Francesco d’Assisi cui fu dedicato poi un monastero (12).”. Ebner a p. 273 nella sua nota (12) postillava che: “(12) Mazziotti, cit., p. 28.”. Ebner si riferiva all’opera di Matteo Mazziotti, ‘La Baronia del Cilento etc…’, p. 28. Infatti, Matteo Mazziotti (…), nella sua opera citata, a p. 28, parlando della fondazione di Agropoli e delle leggende intorno ad essa, in proposito scriveva che: Narra anche la leggenda che in Agropoli, nel 1222, predicò San Francesco d’Assisi e che nel luogo ove egli predicava fu innalzato il monastero tuttora esistente a lui dedicato. Ecc…”. Il Mazziotti, a p. 28, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Gian Nicola Del Mercato, ‘Commento a gli Statuti del Cilento’, opera inedita esistente presso i discendenti di lui.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 751 parla di un monastero italo-grco soppresso, quello di S. Francesco di Cuccaro Vetere. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, parla di S. Francesco d’Assisi a p. 43 e a p. 113. Da uno scritto sul web di Giuseppe Conte, leggiamo che secondo la tradizione il convento francescano fu fondato da San Bernardino da Siena nella prima metà del XV secolo. Situato tra le frazioni di San Martino (Laureana) e Rocca (Lustra, territorio da cui oggi dipende amministrativamente), popolarmente viene identificato anche con l’accostamento a questo piccolo centro, un tempo cuore pulsante del Cilento Antico (il convento di Rocca). Diverse sono le tracce architettoniche dei francescani nel territorio (ad Agropoli, a Gioi). Spesso tratteggiate da laboriose leggende. Ciò nonostante ad acquisire maggiore notorietà nel tempo è stato senz’altro il convento di Lustra. Non a caso è ricordato proprio come ‘San Francesco del Cilento’. Tuttavia nel corso dei secoli ha subito diversi ampliamenti. E’ variata anche la sua importanza. Strutturalmente, dalla porta centrale si accede alla chiesa, mentre sul lato sinistro si trova l’ingresso per il chiostro. All’interno si conservano bellissimi affreschi, alcuni meritevoli di restauro. Francesco nasce ad Assisi tra il 1181 e il 1182 Morirà nella stessa città nel 1226. Fondatore di un ordine mendicante, da cui preso il nome, per le sua umiltà passa alla storia come il ‘poverello di Assisi’. La memoria si celebra il 4 ottobre. Nel 1939, papa Pio XII, insieme a Santa Caterina da Siena, lo proclama ‘patrono d’Italia’. Secondo la tradizione, San Francesco parlò alle creature del cielo e del mare. Agli uccelli ed ai pesci e lo fece nei pressi dell’abitato di Agropoli da uno scoglio che oggi ne porta il nome. Su di esso sorge una croce a perenne memoria. Sempre secondo la tradizione, pare che il mare in tempesta, nonostante la sua impetuosa potenza, mai supera con le onde questo scoglio. Sulla terraferma, invece, si trova il luogo dove è esistito il convento. Nel Cilento altre importanti testimonianze architettoniche francescane si trovano a Gioi. La presenza dei frati nel territorio ha sempre contribuito alla crescita culturale e spirituale. L’ordine dei francescani, in particolare, godeva di una grande stima in quanto seguaci del ‘Santo di Assisi’.

Nel 1187, IACOPO (GIACOMO) SANSEVERINO, la Baronia di Sanseverino e del Cilento e l’arresto da parte di Federico II

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a pp. 121-122 riferendosi a Guglielmo I Sanseverino, in proposito scriveva che: I. Guglielmo Sanseverino, che possedette la baronia di Rocca anche nei primi tempi della dominazione sveva, ebbe dalla moglie Isabella Guarna un figlio che prese il nome di Guglielmo II. (1)……Egli durante la sua vita trasmise la contea di Sanseverino e la baronia di Rocca al figliuolo primogenito Iacopo, ma avendo questi ricusato di seguire l’esercito di Federico II svevo contro i Saraceni, fu dichiarato ribelle, posto in carcere e poi mandato in esilio ove morì senza lasciare prole (1). I due feudi passarono allora al secondogenito Tommaso il quale, dopo averli tenuti per un anno insieme con suo padre Guglielmo, cedè la contea di Capaccio e la baronia del Cilento all’imperatore Federico e ne ebbe in cambio la contea di Marsico.”. Il Mazziotti, a p. 121, nella nota (1) postillava che: “(1) Filiberto Campanile – Delle insegne dei nobili, pag. 92 seguito dal Ventimiglia. Difesa dip. pag. 160.”. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pagina 160”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a p. 160 in proposito scriveva che: “………………

Ernst Kantorowicz (….), nel suo “Federico II Imperatore”, a p. 105, in proposito scriveva che: L’occasione si presentò subito dopo la campagna del Molise, quando i conti Ruggero d’Aquila, Giacomo di San Severino e alcuni altri furono chiamati a partecipare alla guerra contro i saraceni: si presentarono con pochissimi uomini, o addirittura soli – e Federico senza por tempo in mezzo li fece prigionieri, e ne incamerò i beni. Dietro preghiera del papa, li mise poi in libertà, ma li bandì dal paese. (Come già il conte del Molise, presero rifugio a Roma).”. Guglielmo II Sanseverino trasmise la contea di Sanseverino e la baronia di Rocca a Iacopo Sanseverino, suo figlio primogenito. Iacopo (Giacomo) Sanseverino fu dichiarato ribelle da Federico II di Svevia perchè non l’aveva seguito nella campagna contro i Saraceni. Iacopo Sanseverino fu incarcerato ed esiliato dove morì senza lasciare prole. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390 parlando di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: “Guglielmo Sanseverino…..suo primogenito Giacomo. Subentrato nei feudi, per la morte di Guglielmo, Giacomo per non aver fornito a Federico II i forti nuclei di armati richiesti per la guerra contro i Saraceni di Sicilia, fu imprigionato dall’imperatore che ne avocò (a. 1223) anche i beni al fisco. Feudi poi restituiti (a. 1229) a Tommaso subentrato nelle signorie per la morte senza eredi del fratello.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “Guglielmo I Sanseverino sposò Isabella Guarna, figlia di Silvestro conte di Marsico ed ebbe da lei quattro figli: Iacopo, Guglielmo, Tommaso e Guaimario. Iacopo, che compare sottoscrittore col padre di alcuni documenti nel 1186 e nel 1187, ereditò i feudi paterni ma, essendosi rifiutato di seguire l’imperatore Federico II di Svevia in una spedizione contro gli Arabi, fu dichiarato ribelle, incarcerato e poi mandato in esilio, dove si spense senza lasciare eredi. I suoi feudi, pertanto, passarono al fratello Guglielmo II e, morto questi parimenti  senza prole (1), all’altro fratello, Tommaso I…….Nel 1227, essendo rimasto vacante il feudo di Marsico per essersi spento senza successori il legittimo conte Giacomo, nipote di Isabella Guarna (4), madre di Tommaso Sanseverino, quest’ultimo cedette a Federico II la signoria di Sanseverino e la baronia di Cilento in cambio di quella contea, aggiungendovi in più mille once d’oro per la permuta (1).”. Cantalupo, a p. 143, nella nota (1) postillava che: “(1) L’ultima notizia riguardante Guglielmo II Sanseverino è del 1195”. Cantalupo, a p. 143, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Giacomo potrebbe essere stato anche cugino di Isabella Guarna, poichè vi è qualche incertezza nella documentazione relativa alla discendenza dei Guarna nella contea di Marsico, volendo persino qualcuno (cfr. L. Ventre, La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo, Salerno, 1965, pp. 125-32) che Isabella fosse figlia di Guglielmo Guarna anzicchè di Silvestro, cosa di cui non può dubitarsi (cfr. SENATORE, cit., doc. XIX).”. Ernst Kantorowicz (….), nel suo “Federico II Imperatore”, a p. 518, nelle sue note postillava che: “V. il caso di Giacomo Sanseverino nel “Liber inquisitionum” di Carlo I (in Capasso, Historia diplomatica, p. 349.). Misure contro singoli cavalieri: BF, 2611, 2612, 2804, 3033″. Infatti, Bartolomeo Capasso (….), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 349 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro feidataris Regni”, a p. 349 riportava il seguente scritto:

Capaso, HD, p. 349

(Fig…..) Capasso Bartolomeo, Historia Diplomatica etc…, p. 349

Nel 1223, Federico II combattè i Saraceni, li vinse e li confinò a Lucera

Nel 1991, invece, Angelo Guzzo (…), nel suo ‘Sulla rotta dei Saraceni –  La difesa anticorsara sulla costa del Cilento’, sulla scorta di Matteo Camera (…), op. cit.,  scriverà il contrario di ciò che scriveva il La Greca (…). Il Guzzo (…), a pp. 20-21, in proposito all’epoca Federiciana, scriveva che: “Una feroce campagna contro i Saraceni condusse anche Federico II di Svevia. L’imperatore, volendoli estirpare dalla Sicilia nel timore che potessero unirsi ai loro vicini amici africani, li debellò e, nel 1223, riuscì a confinarne circa ventimila a Lucera, in Capitanata. Ma una volta assoggettati al suo dominio, Federico II, pensò bene di utilizzare le spiccate virtù guerriere nelle lotte che travagliarono la sua permanenza in Italia. I Saraceni vennero così a costituire il miglior nerbo dell’esercito imperiale e, come scrisse il Camera, furono il “braccio diritto” di Federico II, guadagnandosene, per le brillanti qualità militari e la costante devozione, ogni sorta di garanzie e di privilegi. (18).”. Il Guzzo, a p. 21, nella sua nota (18), postillava che:  “(18) M. Camera, Annali delle Due Sicilie, Napoli, 1841, vol. I.”. Ernst Kantorowicz (….), nel suo “Federico II Imperatore”, a p. 105, in proposito scriveva che: L’occasione si presentò subito dopo la campagna del Molise, quando i conti Ruggero d’Aquila, Giacomo di San Severino e alcuni altri furono chiamati a partecipare alla guerra contro i saraceni: si presentarono con pochissimi uomini, o addirittura soli – e Federico senza por tempo in mezzo li fece prigionieri, e ne incamerò i beni. Dietro preghiera del papa, li mise poi in libertà, ma li bandì dal paese. (Come già il conte del Molise, presero rifugio a Roma).”.

Nel 1223, TOMMASO I SANSEVERINO, conte di Capaccio e poi conte di Marsico, fratello di Iacopo e figlio di Guglielmo II Sanseverino

Da Wikipedia leggiamo che Tommaso Sanseverino (1180c. – 1246), conte di Marsico (dal 1241); partecipò alla congiura contro Federico II; rifugiatosi a Capaccio, fu catturato e giustiziato. Tommaso Sanseverino era figlio di Guglielmo II Sanseverino, conte di Capaccio e fratello di Iacopo Sanseverino. Tommaso Sanseverino, conte di Capaccio e poi nel 1246 conte di Marsico, aveva sposato Perna di Morra, dalla quale ebbe due figli: Ruggero Sanseverino (che sarà salvato durante la congiura di Capaccio) e Guglielmo. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a pp. 121-122 riferendosi a Guglielmo I Sanseverino, in proposito scriveva che: I. Guglielmo Sanseverino, che possedette la baronia di Rocca anche nei primi tempi della dominazione sveva, ebbe dalla moglie Isabella Guarna un figlio che prese il nome di Guglielmo II. (1)……Egli durante la sua vita trasmise la contea di Sanseverino e la baronia di Rocca al figliuolo primogenito Iacopo……(1). I due feudi passarono allora al secondogenito Tommaso ecc…”. Il Mazziotti, a p. 121, nella nota (1) postillava che: “(1) Filiberto Campanile – Delle insegne dei nobili, pag. 92 seguito dal Ventimiglia. Difesa dip. pag. 160.”. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (1) postillava che: “(1) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pagina 160”. Costantino Gatta lo chiama “Tommaso conte di Capaccio” e ne parla a p. 151 del suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote e, parlando della “Congiura di Capaccio” riferendosi al Ruggero Sanseverino unico superstite della Congiura di Capaccio, “….che ritrovavasi nel Castello di Venosa (di cui è fama (b) fusse stato figliuolo di Tommaso conte di Capaccio)”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390 parlando di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: Tommaso aveva sposato Perna di Morra, dalla quale ebbe Guglielmo e Ruggiero che sposarono le sorelle di S. Tommaso d’Aquino, Maria e Teodora.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “Isabella Guarna (4), madre di Tommaso Sanseverino, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 143, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Giacomo potrebbe essere stato anche cugino di Isabella Guarna, poichè vi è qualche incertezza nella documentazione relativa alla discendenza dei Guarna nella contea di Marsico, volendo persino qualcuno (cfr. L. Ventre, La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo, Salerno, 1965, pp. 125-32) che Isabella fosse figlia di Guglielmo Guarna anzicchè di Silvestro, cosa di cui non può dubitarsi (cfr. SENATORE, cit., doc. XIX).”. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 123 parlando della ‘Congiura di Capaccio’ a cui pare avesse partecipato questo Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Alcuni di loro, per timore della scomunica e lusingati dal papa, d’indussero a congiurare contro la vita dell’imperatore ed a sollevargli gli Stati. Erano a capo della congiura, detta di Capaccio, perchè ordita in quel castello che era dei Sanseverino ovvero perchè ebbe in esso il più truce epilogo, Andrea Cicala capitano generale del Regno, Pandolfo di Fasanella e i suoi germani e cugini, Francesco Tibaldo, Giacomo e Goffredo di Morra e tutta la famiglia Sanseverino, tra cui i conti Guglielmo e Tommaso, che avevano seguito l’imperatore nella guerra di Lombardia. Tutti costoro godevano alti uffici del Regno ed erano familiari dell’imperatore che in essi riponeva completa fiducia (1).”. Il Mazziotti, a p. 123, nella nota (1) postillava che: “(1) Giannone, Stor. civ., vol. 3°, pag. 502; Summonte, vol. 2° pag. 332”.

Dal 1223 al 1225, TOMMASO I SANSEVERINO ed il padre Guglielmo II Sanseverino tennero la contea di Capaccio e la baronia del Cilento

Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: “…la contea dè Sanseverino e la baronia di Rocca….I due feudi passarono allora al secondogenito Tommaso il quale, dopo averli tenuti per un anno insieme con suo padre Guglielmo, cedè ecc..”. Mazziotti scrive che dopo l’arresto del fratello Giacomo Sanseverino (Iacopo), i due feudi (contea di Capaccio e la Baronia del Cilento) passarono a Tommaso che li tenne iniseme al padre Guglielmo II Sanseverino fino a quando li cedette all’Imperatore Federico II di Svevia in cambio della contea di Marsico. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390 parlando di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: Feudi poi restituiti (a. 1229) a Tommaso subentrato nelle signorie per la morte senza eredi del fratello.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144, nella sua nota (1) postillava che: “(1) …..sia il Mazziotti (op. cit., p. 122) che il TALAMO ATENOLFI (op. cit., p. 29) insistono sulla fantasiosa notizia che il Sanseverino sarebbe stato feudatario anche di Capaccio prima del cambio. Lo stesso Tommaso è documentato come conte di Marsico nel 1230 (cfr. L. VENTRE, op. cit., pp. 131-132).”.

Nel 1227, TOMMASO I SANSEVERINO cedette la baronia del Cilento a Federico II di Svevia in cambio della contea di Marsico e Federico la cedè a Guglielmo di Villano

Nel 1227, Tommaso Sanseverino cedette la contea di Capaccio e la Baronia del Cilento a Federico II di Svevia, in cambio della Contea di Marsico. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: “…la contea dè Sanseverino e la baronia di Rocca….I due feudi passarono allora al secondogenito Tommaso il quale, dopo averli tenuti per un anno insieme con suo padre Guglielmo, cedè la contea di Capaccio e la Baronia del Cilento all’Imperatore Federico e ne ebbe in cambio la contea di Marsico.”. Mazziotti scrive che dopo l’arresto del fratello Giacomo Sanseverino (Iacopo), i due feudi (contea di Capaccio e la Baronia del Cilento) passarono a Tommaso che li tenne iniseme al padre Guglielmo II Sanseverino fino a quando li cedette all’Imperatore Federico II di Svevia in cambio della contea di Marsico. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Tommaso di Sanseverino nel 1227 aveva ceduto S. Severino e il Cilento alla regia Curia in cambio della contea di Marsico: “permutavit Terram S. Severini et Roccam Cilenti cum comitato Marsici (….) et addidit uncias mille pro excambio” (Capasso, cit. p. 349).”. Ebner citava Bartolomeo Capasso (…..). Ebner, a p. 97 riferendosi ad altro citava il testo di Capasso e, nella sua nota (41) postillava che: “(41) B. Capasso (“Atti Acc. Arch. Lettere e Belle Arti”, Napoli, 1869, v. IV, p. 219) ammette due redazioni dell’incompleto e lacunoso elenco: una tra il 1154 e il 1161 e la seconda (revisione della prima) tra il 1161 e il 1169″. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 143 e ssg., in proposito scriveva che: “Nel 1227, essendo rimasto vacante il feudo di Marsico per essersi spento senza successori il legittimo conte Giacomo, nipote di Isabella Guarna (4), madre di Tommaso Sanseverino, quest’ultimo cedette a Federico II la signoria di Sanseverino e la baronia di Cilento in cambio di quella contea, aggiungendovi in più mille once d’oro per la permuta (1).”. Il Cantalupo, a p. 144, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Nonostante la sicura notizia che Tommaso I Sanseverino….’permutavit Terram S. Severini et Roccam Cilenti cum comitatu Marsici….et addidit uncias mille pro excambio’ (v. BARTOLOMEO CAPASSO, Historia diplomatica Regni Siciliae inde ab anno 1250 ad annum 1266, Napoli, 1784, p. 349), sia il Mazziotti (op. cit., p. 122) che il TALAMO ATENOLFI (op. cit., p. 29) insistono sulla fantasiosa notizia che il Sanseverino sarebbe stato feudatario anche di Capaccio prima del cambio. Lo stesso Tommaso è documentato come conte di Marsico nel 1230 (cfr. L. VENTRE, op. cit., pp. 131-132).”. Il Cantalupo, a p. 143, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Giacomo potrebbe essere stato anche cugino di Isabella Guarna, poichè vi è qualche incertezza nella documentazione relativa alla discendenza dei Guarna nella contea di Marsico, volendo persino qualcuno (cfr. L. Ventre, La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo, Salerno, 1965, pp. 125-32) che Isabella fosse figlia di Guglielmo Guarna anzicchè di Silvestro, cosa di cui non può dubitarsi (cfr. SENATORE, cit., doc. XIX).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390 parlando di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: Feudi poi restituiti (a. 1229) a Tommaso subentrato nelle signorie per la morte senza eredi del fratello. Tommaso aveva sposato Perna di Morra, dalla quale ebbe Guglielmo e Ruggiero che sposarono le sorelle di S. Tommaso d’Aquino, Maria e Teodora. Tommaso chiese all’imperatore di scambiare le signorie di Sanseverino e di Cilento con la contea di Marsico del nonno materno (17), già assegnata a Filippo Guarna di Salerno dopo la morte senza eredi di Guglielmo, il fratello di Isabella di Marsico, e la conseguente avocazione dei beni al fisco. A conguaglio (prima del 1229), Tommaso versò alla corona mille once d’oro”. Ebner, vol. II, a p. 390, nella sua nota (17) postillava che: “(17) Tommaso ‘permutavit Terram S. Severini et Roccam Cilenti cum comitato Marsici (….) et addidit uncias mille pro excambio” (Capasso, cit. p. 349).”:

Capaso, HD, p. 349

(Fig…..) Capasso Bartolomeo, Historia Diplomatica etc…, p. 349

Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239. Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: “Il più antico e inedito diploma che ci informa dei feudatari di Diano è del 1195 (21). Con esso il figlio di Goffredo di Hauteville, conte di Capitanata (+ 1101) e fratello del Guiscardo, che aveva assunto il nome del vinto Filippo Guarner, conte di Marsico e signore di Diano, vendette terre demaniali, site nel territorio della città di Diano e propriamente a Valle dei Razzoni, pertinente alla chiesa di S. Marciano (fucina dei falsi documenti, a dire di M. Galante), grancia dell’Abbazia di Cava. Da Silvestro Guarna poi, i feudi passarono al figlio Guglielmo (o Goffredo ?), da cui a Silvestro (II, + 1163). Da questo poi a Guglielmo (II, + 1180), dal quale al figlio Filippo. Questo poi fu spogliato  della contea e della Signoria di Diano per ribellione. Passò così ai Sanseverino (ABC, M 17). Guglielmo (I) Sanseverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e lo Stato di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio) “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città e “stato” di Diano. Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ruggiero che era stato investito anche degli altri beni confiscati, avendo imprigionato a Salerno alcuni baroni, temendo di essere incolpato da re Manfredi fuggì presso Carlo d’Angiò che, conquistato il Regno, lo investì anche della baronia di Diano.”. Ebner, a p. 636, nella nota (22) postillava che: “(22) Reg. A., f 125”. Ebner, a p. 636, nella nota (23) postillava che: “(23) Di tali nozze non dice Natella nel recente saggio su ‘I Sanseverino cit., p. 48, di cui è esplicita notizia in Campanile cit., p. 41 (“a cui poscia fatto già grande diede il papa per moglie una sua nipote sorella del conte di Fiesco”), che menziona Teodora d’Aquino pure come moglie, poi vedova di Ruggiero. Per i Sanseverino seguo sia lui che Portanova e Sacco.”. Riguardo i Guarna, Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 418 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, nella nota (3) postillava che: “Gilberti (p. 20) rileva da G. Galluppi (Nobiliario della Città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 sg.), che i conti Guarna discendevano da Goffredo d’Altavilla, quarto figliolo di Tancredi (vedi Dizionario Enciclopedico Italiano, I, Roma, 1955, p. 318), il quale prese nome, secondo il costume del tempo, dal condottiero imperiale Warner (era stato chiamato da papa Leone IX contro i Normanni) e perciò Guarna, da lui ucciso nella battaglia di Civitate in Capitanata (a. 1053). Da Gogffredo (+ 1163), il secondo Goffredo, conte di Conversano, da cui discendenti Sibilla (+ 1103) che sposò Roberto di Normandia (v. Ebner, Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo o Goffredo, Silvestro (+1163), Guglielmo (+ 1180) e poi Filippo.”. Sempre Ebner (….), a p. 419 parlando di S. Arsenio, in proposito scriveva che: “La giurisdizione criminale, invece, continuò a essere esercitata dai conti Guarna, signori di Diano, da cui dipendeva S. Arsenio. Nel 1054 anche Silvestro (II) Guarna donò il casale di S. Pietro di Tramutola alla Badia. Alla morte di Guglielmo (+1180) successe, nella contea e signoria di Diano, Filippo al quale vennero bloccati i beni per ribellione. La contea di Marsico fu tenuta ‘maritali nomine’ da Guglielmo di Sanseverino che aveva sposato Isabella Guarna di Marsico (sorella di Filippo) prima che la contea fosse devoluta al fisco. Federico II concesse al figliuolo di Guglielmo, Tomaso (I), di comprarla devolvendo però alla R. Corte la contea di Sanseverino e la baronia del Cilento e versando mille once d’oro. Dopo la ribellione di Tomaso, il figliolo di Ruggero, scampato alla morte e condotto a Lione da papa Innocenzo IV (ne sposò la nipote, figlia del conte Fieschi) (5), riebbe le contee di Marsico e di Sanseverino da re Manfredi. Degli angioini Ruggero (sposò in seconde nozze Teodora, sorella di S. Tommaso d’Acquino) ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).”. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Ebner, a p. 419, nella nota (6) postillava che: “(6) Poi il nipote Tomaso (IV conte di Marsico), il figliuolo Antonio (+ 1384) cui seguì Tomaso e poi Luigi (o Lodovico). Da costui Tomaso (VIII conte di Marsico) morto senza eredi, per cui gli successe il nipote Giovanni che sposò Giovanna di Sanseverino (aveva avuto in dote la baronia di Diano) alla quale re Ferrante (a. 1463) concesse l’omnimoda giurisdizione di Diano, S. Arsenio e S. Pietro (ASN, Conc. ragion., Cautele f. 81 sg.). A Giovanna successe Luigi o Lodovico che morì, per cui il passaggio a Roberto (XI conte) che sposò Raimonda del Balzo, figlia di Gabriele, duca di Venosa. Roberto fu il principe di Salerno (+1474) al quale seguì Antonello che nel 1497 ottenne (si era ribellato e poi si era chiuso nel castello di Diano) di uscire dal regno con la famiglia e i suoi partigiani. I beni passarono alla Real Corte. Ferdinando il Cattolico concesse poi la baronia di Diano a D. Prospero Colonna (Giliberti, p. 26) ma nel 1506 il figliuolo di Antonello, Roberto, riebbe tutti i beni confiscati. Gli succedette Ferrante, ultimo principe di Salerno perchè ribelle. Nel 1555 la real corte vendette Diano al principe di Stigliano con patto di ‘retrovendendo quantocunque'”. Riguardo quel periodo, Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”.

Nel 1228-1229, Federico II di Svevia cedè la baronia del Cilento e la contea di Marsico a Guglielmo di Villano

Pietro Ebner (…..), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390, quando ci parla di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: “La baronia di Cilento venne concessa dall’Imperatore prima a Giovanni di Villano, poi al conte Giovanni Paolo di Roma e poi a Guido di Pozzuoli (18).”. Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (2).”. Il Mazziotti, a p. 122, nella nota (2) postillava che: “(2) Campanile, opera citata: Gatta, Memorie della Lucania, pag. 160.”. Infatti, Costantino Gatta (….), nel suo “Memorie topografiche – storiche della Provincia della Lucania”, pubblicate postume dal nipote, a p. 160 in proposito scriveva che: “…………

Matteo Mazziotti scriveva che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, mentre affidava ai singoli feudatari la cura dei castelli in loro possesso, si preoccupò anche di far riparare e consolidare le fortezze imperiali, quelle cioè amministrate e dirette in proprio dalla Regia Curia, intervenendo in maniera specifica nei loro riguardi (2).”. Dunque, il Cantalupo scriveva che l’Imperatore Federico II di Svevia, subito dopo la permuta con Tommaso Sanseverino dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca Cilento. Il Cantalupo, a p. 152, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio (B. CAPASSO, Hist. Diplom., ….cit. p. 346).”. Infatti, il Cantalupo citava il noto documento pubblicato da Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Queste notizie che riguardano il regno dell’Imperatore Federico II di Svevia e le nostre terre sono state ricavate da alcuni documenti angioini postumi. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II. Una parte del documento riguarda Ruggero II Sanseverino che all’epoca dell’angioino non sarà più un giovane di 12 anni salvatosi dallo sterminio della “Congiura di Capaccio”. Infatti, la notizia proviene da un documento d’epoca postuma, ovvero Angioina: il “Liber Inquisitionum Caroli I pro Feidatariis Regni” che fu ripubblicato da Bartolomeo Capasso:

Capasso, HD, p. 346

(Fig…..) Capasso Bartolomeo, Historia Diplomatica etc…, p. 349

Infatti, Ebner, a p. 390, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Liber inquisitionum: ‘Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo. Et deinde Imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio.”, ovvero che: “Al conte Rugerio de San Severino, Rocca Cilento fu restituita alle case che l’imperatore Federico concesse a Sir Guglielmo de Villano, perché scambiò la detta Rocca con le case, e San Severino con la compagnia dei Marsici; poi fu concessa dal lo stesso generale al signore Guido de Putiolo, e poi l’imperatore rammentò lo scambio che era stato fatto col conte Ruggero”. Del “Liber Inquisitionum Caroli I” ho già detto all’inizio del saggio parlando delle fonti storiche. Il documento fu pubblicato da Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, ecc..”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150 riferendosi al disastro della “Congiura di Capaccio”, in proposito scriveva che: “Federico spogliò i ribelli ed i loro familiari di tutti i feudi e diede le contee di Marsico e di Sanseverino a Guglielmo de Villano (4). Questi restituì a sua volta la baronia di Cilento all’Imperatore, che la concesse prima al conte Giovanni Paolo di Roma e poi a Guido signore di Pozzuoli (1).”. Sempre il Cantalupo, a p. 150, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico fu successivamente data a Riccardo Filangieri, che la tenne fino al 1253, poi l’ebbe Ruggiero Sanseverino, ma solo nel corso del 1254, essendosi temporaneamente pacificato con Manfredi. Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965. Il Cantalupo, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. il doc. del Capasso, appresso cit., in nota”. E’ interessante ciò che troviamo scritto nel saggio: “Gli insediamenti di cavalieri francesi nel mezzogiorno alla fine del 13° secolo” di Sylvie Pollastri (…) che stà nella “Raccolta Rassegna storica dei Comuni”, vol. 22, anno 2008, Anno XXXII, nuova serie, nn. 150-151, in cui a p. 198, sulla scorta di Enrico Pispisa (…), “Il Regno di Manfredi etc…”, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Enrico Pispisa, Il Regno di Manfredi…., p. 55-70 e p. 85 e seguenti. L’autore ricava i nomi dei partigiani di Manfredi dagli elenchi e dalle indicazioni di beni confiscati a ‘proditores’, allorchè sono soggette a nuove concessioni. Dai Registri Angioini (RCA) ricostruiti, vol. II (‘Liber donationum’) e vol. VIII, pp. 184-193, ricaviamo una lista di circa 45 feudatari ecc… Si tratta di: Galvano Lancia e i suoi figli, Federico Lancia, Riccardo Filangieri (Napoli); di Guglielmo Villani, Costanzo de Lauriano e Giovanni de Pisis (Policastro);….di Roberto de Tortorella, ecc…. Dunque, la Pollastri segnala delle notizie tratte da Enrico Pispisa (….), a sua volta tratte dai Registri Angioni ricostruiti ed in particolare dal “Liber donationum”, vol. II, in cui figura il funionario Svevo chiamato “Guglielmo Villani”. Dunque, la Pollastri (…), scriveva che il Pispisa (…) da pp. 184 a p. 193 riportava i nomi dei partigiani di Manfredi e che combatterono contro Carlo I d’Angiò, che si potevano desumere dai registri di Carlo I d’Angiò in quanto essi nel 1270 furono puniti da re Carlo I d’Angiò. Dunque, secondo i documenti angioini, questo “Guglielmo Villani o Villano o de Villano” era un “proditores” ovvero un ribelle che dopo la battaglia di Tagliacozzo, re Carlo I d’Angiò tacciò come “proditores” (ribelle).

I LANCIA (“LANZA”)

Da Wikipedia leggiamo che Ruggero II Sanseverino costretto dunque alla fuga in Francia, fu accolto, assieme alla madre e ad altri congiunti, dall’esule papa Innocenzo IV. Per tale ragione i beni della stirpe furono requisiti dalla corona e poi ceduti a nobili fedeli: la contea di Marsico passò prima a Enrico di Spervaria e poi a Riccardo Filangieri, mentre i feudi del Cilento e San Severino furono ceduti ai marchesi Bertoldo di Hohemburg e Galvano Lancia.

Manfredi I Lancia, i figli Giordano e Bianca Lancia, madre di Bianca Lancia sposa di Federico II

Da Wikipedia leggiamo che Manfredo Lancia o Lanza, detto anche Lanza Marques o Marques lanz o Marquis de Busca o Marquis Manfred Lancia (1140 circa – post 1214) è stato marchese di Busca e un trovatore occitano. Manfredo era il figlio maggiore di Guglielmo, secondo figlio di Bonifacio del Vasto, di un ramo della famiglia Aleramici. Ereditò parte del Contado di Loreto, tra Tanaro e Belbo, dai suoi zii Bonifacio di Cortemiglia e Ottone Boverio. Successivamente la divise col fratello Berengario e altri parenti. Inizialmente mantenne il castello di Busca, ma poi lo lasciò a Berengario in modo da stabilire la sua sede a Dogliani. Nel 1160 lui e Berengario ricoprivano cariche pubbliche a Moretta. Nel 1168 vendette una terra nei pressi di Dogliani, i primi segni di difficoltà finanziarie, e il 30 agosto del 1187 vendette Dogliani per 1150 lire a Manfredo II di Saluzzo. Nel 1180 ricomprò i diritti su Busca. Sostenne un debito di 1033 lire genovesi per l’acquisto dei diritti della città di Alba posseduta in Loreto. Nel 1191 vendette alcuni terreni boschivi nei pressi di Cortemiglia. Infine, il 19 marzo del 1197, facendo uso di donazioni concesse dall’imperatore Enrico VI, riusciva a pagare 700 delle 1033 lire che doveva per Alba. Il 30 settembre del 1195 Manfredo vendette i diritti di alcuni pedaggi a Santa Maria di Pogliola. Nel 1192 Manfredo, avuta Asti, muoveva guerra contro Bonifacio I di Monferrato. Nel 1194 Asti vendette i suoi diritti in Loreto a Bonifacio. Il 3 novembre del 1196 vendette tutte le sue terre possedute in Lombardia a Bonifacio e divenne suo vassallo; gli venne concesso il titolo di Conte di Loreto. Tra i suoi vassalli c’erano le famiglie di Agliano, Laerio e Canelli, probabilmente parenti per parte materna. Il suo secondo figlio, Giordano, Iordanus de Lança, avuto nel 1218, prese il cognome “di Agliano”. Nel 1198 i nemici di Bonifacio — Asti, Alessandria e Vercelli — invadevano la contea di Loreto, conquistando la cittadina di Castagnole e facendo prigioniero Manfredo. Venne riscattato in cambio della città di Costigliole. Nel 1206 insieme al suo signore, adesso Guglielmo VI di Monferrato, formalmente cedette Castagnole ad Asti insieme alla contea di Loreto in cambio di 4000 lire astigiani. Manfredo morì dopo il 1214. Oltre a suo figlio Giordano e al suo successore, Manfredo II, ebbe una figlia, Bianca, madre di Bianca Lancia, a sua volta madre di Manfredi di Sicilia. Dunque, Manfredi I Lancia ebbe tre figli: Giordano, Manfredi (II) e Bianca Lancia. Dall’unione di Bianca Lancia (figlia di Manfredi I Lancia) con Bonifacio I d’Agliano (o Bonifacio I di Monferrato), nacque Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figiuolo di lui che lo elevò ai più alti onori.”.

Manfredi II Lancia, zio di Bianca Lancia, madre di Manfredi di Svevia

Da Wikipedia leggiamo che Manfredo II Lancia o Lança (1185/1195 – Asti, 1257o 1258) è stato marchese di Busca, figlio primogenito di Manfredi I; fu vicario imperiale e fedele seguace di Federico II. Da Wikipedia leggiamo che Manfredi I Lancia ebbe tre figli: Giordano, Manfredi (II) e Bianca Lancia. Dall’unione di Bianca Lancia (figlia di Manfredi I Lancia) con Bonifacio I d’Agliano (o Bonifacio I di Monferrato), nacque Bianca Lancia, la futura sposa di Federico II e madre di Manfredi. Dunque, Manfredi II Lancia era fratello di Bianca Lancia che aveva sposato Bonifacio I d’Agliano e quindi fu lo zio di Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia. Nel 1216 Mainfredus Lancia è già nunzio di Federico II in Piemonte e successivamente lo seguì nel Meridione d’Italia. Intorno al 1230 è uno dei suoi fedeli più vicini, nel periodo in cui dalla relazione dell’imperatore con Bianca Lancia, nipote dello stesso Manfredo, nacquero Costanza e Manfredi, destinato a diventare re di Sicilia. Accompagnò Federico II anche nella sua spedizione in Germania del 1235, in seguito alla quale ebbe l’incarico di scortare in Puglia il ribelle figlio dell’imperatore, Enrico re di Germania. Nel 1238 Manfredo assunse la carica di vicario generale dell’Impero. Fu poi nominato per molti anni podestà di Alessandria. Negli anni seguenti alternò azioni diplomatiche a interventi militari spesso tesi a riportare l’autorità imperiale sui Comuni che tentavano di ribellarsi (Alessandria, Vercelli, Brescia, Piacenza, Crema, Milano), ma talvolta finalizzati a consolidare il proprio controllo sulle terre feudali di famiglia nel Piemonte meridionale. Nell’estate del 1245 papa Innocenzo IV scomunicò Manfredo, insieme a Federico II e a re Enzo. Alla morte dell’imperatore (19 dicembre 1250), Manfredo sfuggì ai guelfi di Lodi e si trasferì in Piemonte. Quando giunse in Italia Corrado IV, legittimo erede di Federico, Manfredo cercò di rinnovare il patto di fedeltà, ma gli fu preferito Oberto Pelavicino; questa scelta e il duro trattamento che l’imperatore riservò ai Lanza di Sicilia, lo indussero nel 1252 a passare spregiudicatamente nel partito guelfo. Così il 1º gennaio 1253 egli accettò la carica di podestà e capitano di guerra del Comune di Milano e poi di Novara. Alla morte di Corrado IV (maggio 1254), si impegnò militarmente a difendere i suoi possessi in Piemonte: ma fu attaccato nel settembre del 1257 dai pavesi, dagli alessandrini e dal marchese di Monferrato e fu probabilmente ferito a morte in occasione di questo scontro, perché successivamente il suo nome scompare dalle fonti (nell’agosto del 1259 Isolda è documentata figlia del defunto marchese Lancia).

Manfredi II Lancia di Asti ed i figli Galvano Lancia e Federico Lancia

Da Wikipedia leggiamo che i Lancia erano una potente famiglia imparentata con gli Svevi di Federico II e poi con il figliastro Manfredi. Essi erano imparentati con i Conti di Lauria, in particolare come vedremo con Gibel di Lauria e con Riccardo di Lauria suo figlio ai tempi della ‘Congiura di Capaccio‘. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: Nella corte dell’imperatore erano a lui diletti i parenti di Bianca e specialmente i germani o zii di lei Galvano e Federico Lancia ed un Conte Giordano grande personaggio di quei tempi, detto di Agliano e che forse era anche fratello dei Lancia. Galvano Lancia, nato in Asti da Manfredo Lancia, come era stato fido di Federico, fu probabilmente devoto al figiuolo di lui che lo elevò ai più alti onori.”.

Nel 1225, Bianca Lancia, sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi

Da Wikipedia leggiamo che a partire dal 1225 Bianca mantenne una relazione illegittima con Federico II, che conobbe in circostanze non determinate, secondo alcuni durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne. Dalla loro relazione nacquero:

  • Costanza (1230-1307), imperatrice bizantina;
  • Manfredi di Sicilia (o di Staufen) (1232-1266);

forse

Violante (1233-1264) moglie di Riccardo Sanseverino conte di Caserta

Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: “….un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, appartenente ad illustre famiglia che veniva dai Marchesi del Vasto. Gli storici ed i cronisti del tempo scrivono di quella giovinetta che era troppo bella (‘nimis pulcra’). Federico II l’amò ardentemente e non può cader dubbio che l’avesse sposata, come si scorge da una donazione che le fece (1) e dalla circostanza che nel suo testamento nominò Manfredi come suo figlio legittimo.”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cronaca di Nicola Iamsilla, Veggasi pure Mekel nella sua bella monografia: ‘Manfredi 1° e Manfredi 2° Lancia.”. Dunque, il Mazziotti citava il testo di Carlo Merkel (….), ed il suo “Manfredi I e Manfredi II Lancia – contributo alla storia politica e letteraria nell’epoca sveva”, pubblicato a Torino nel 1886. Un altro testo che ci parla di Manfredi e delle sue origini è quello di Michele Cianciulli (….), ed il suo “Re Manfredi e la tradizione della sua tomba in Montevergine etc….”, pubblicato a Milano per i tipi di Mosca, nel 1951. Cianciulli, a p. 16, in proposito scriveva che: “Figlio naturale di Federico II e di Bianca dei marchesi Lancia, la bella vedova, figlia di Bonifazio Guttuario, Castellano di Angliano, presso Asti, egli nacque sullo scorcio del 1232 (1).”. Dunque, Cianciulli scrive che Bianca Lancia era figlia di Bonifacio Bottuario, castellano di Anglano, un paese vicino Asti. Il Cianciulli parla di una “bella vedova”. Dunque, il Cianciulli dice di Bianca Lancia che era la bella vedova dei Marchesi Lancia, figlia di “Bonifazio Guttuario” che era il castellano di “Angliano”, un paese presso Asti in Piemonte. Secondo le discordi fonti del tempo, Bianca apparteneva alla nobile famiglia aleramica dei Lancia da parte di madre; forse era figlia di Bonifacio I d’Agliano, conte di Agliano, conte di Mineo e signore di Paternò, e di una Bianca Lancia (figlia del marchese piemontese Manfredi I Lancia). Il genealogista seicentesco Filadelfo Mugnos la vorrebbe, invece, figlia di Corrado Lancia dei duchi di Baviera, conte di Fondi, grande figura della storia medioevale europea, e sorella di Galvano Lancia, signore di Brolo e barone di Longi, capostipite di tutti i Lanza di Sicilia. Forse il suo vero nome era Beatrice. Il Cianciulli, a p. 17, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il matrimonio tra Federico e Bianca Lancia fu concluso nel 1232. Da questo matrimonio nacquero Manfredi e Costanza, la quale, nel 1247 andò sposa all’Imperatore di Nicea.”. Il Cianciulli, a p. 17 scriveva che: “Figlio di teneri amori (3), era adorno di ogni grazia di natura ed era bello come un terrestre arcangelo”. Da Wikipedia leggiamo che i Lancia erano una potente famiglia imparentata con gli Svevi di Federico II e poi con il figliastro Manfredi. Essi erano imparentati con i Conti di Lauria, in particolare come vedremo con Gibel di Lauria e con Riccardo di Lauria suo figlio ai tempi della ‘Congiura di Capaccio‘. Bianca Lancia, sarà l’ultima amante prima e sposa dopo di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacque Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia. Da Wikipedia leggiamo che Bianca Lancia, meglio Bianca d’Agliano (Agliano Terme, 1210 circa – Gioia del Colle, 1248 circa), è stata l’ultima moglie dell’imperatore Federico II di Svevia, che egli forse sposò in articulo mortis. Dalla loro relazione nacquero tre figli, tra cui Manfredi. Sono frutto di ipotesi congetturali sia il nome Bianca sia la verosimile appartenenza ai Lancia. Bianca Lancia nacque, probabilmente, in Italia meridionale. La Cronaca di Salimbene de Adam accenna ad un matrimonio segreto con Federico II e il cronista Matteo Paris riferisce che (di certo dopo il 1247), gravemente malata (o simulandosi tale), Bianca supplicò il sovrano di sposarla in articulo mortis, per la salvezza dell’anima e per il futuro dei figli. A questa unione Federico avrebbe acconsentito. È estremamente probabile che Bianca sia premorta al marito (attorno al 1248), in quanto ancora l’anno prima Manfredi era indicato come “Manfredus Lancea” (non era ancora stato legittimato), mentre nel testamento paterno del 1250 compare tra i destinatari dell’Honor Montis Sancti Angeli, tradizionale dote delle regine, e assegnato evidentemente a Bianca all’atto del matrimonio compiuto sul letto di morte pochi mesi prima. Essendo già morta l’imperatrice Isabella d’Inghilterra (1241), Bianca era stata investita infatti del feudo dell’ex fortilizio bizantino di Monte Sant’Angelo, l’Honor Montis Sancti Angeli appunto, comprensivo delle città di Vieste e Siponto e in dotazione a tutte le regine di Sicilia per volontà di re Guglielmo II di Sicilia. Una leggenda vuole che presso il castello di Monte Sant’Angelo Bianca fosse stata tenuta prigioniera della gelosia dell’imperatore. Stessa storia è tramandata a proposito della rocca di Gioia del Colle, dove sarebbe stata rinchiusa dall’imperatore per aver commesso adulterio. Bianca potrebbe aver vissuto in giovane età fra le mura del castello dei Lancia a Brolo e poi molto probabilmente nel maniero di Paternò e forse in quello di Gioia del Colle. La storia d’amore tra Bianca Lancia e l’imperatore Federico II viene raccontata nel romanzo di Laura Mancinelli Gli occhi dell’imperatore. La Mancinelli segue però la versione della Cronica di fra Salimbene da Parma, secondo il quale il matrimonio avvenne poco prima della morte dell’imperatore, alla fine del 1250. Da Wikipedia, alla voce Manfredi leggiamo che era figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca Lancia d’Agliano (3) sposata poco prima della sua morte, dall’imperatore rimasto vedovo di Isabella d’Inghilterra, e quindi pienamente legittimato, malgrado la Curia romana disconoscesse quel vincolo matrimoniale, mossa com’era dal suo profondo odio per la casa di Hohenstaufen. Wikipedia, alla nota (3) postillava che: “(3) la maternità di Bianca appare non unanimemente accettata; Federico potrebbe aver concepito Manfredi con un’altra donna, e poi aver legittimato l’erede sposando la Lancia – probabilmente nel 1248 – in articulo mortis, anche se la Curia non riconobbe mai questa legittimazione”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Bianca Lancia era figlia di Bonifacio Lancia d’Agliano, divenne l’amante dell’imperatore Federico II, cui diede un figlio, Manfredi, e una figlia, Costanza, che sposò Giovanni III Ducas Vatatze, imperatore d’Oriente (o di Nicea). Federico, rimasto vedovo di Isabella d’Inghilterra, la sposò (1246), e ne legittimò i figli. Sul blog “Stupormundi.it” di Alberto Gentile leggiamo che Bianca Lancia, fu l’unica donna che riuscì a conquistare veramente il difficile cuore di Federico. I due si conobbero tra 1225 e 1230, fu subito un reciproco colpo di fulmine. Bianca apparteneva alla nobile famiglia dei Lancia da parte di madre; forse era figlia di Bonifacio I d’Agliano conte di Agliano e di una Bianca Lancia (figlia del marchese piemontese Manfredi I Lancia). Le notizie relative all’incontro tra i due sono discordanti. Secondo alcuni autori i Lancia e i d’Agliano, nobili famiglie ghibelline del Piemonte, dopo l’ascesa dei Liberi Comuni, si sarebbero trasferiti nel Regno di Sicilia al seguito della corte sveva in cerca di miglio fortuna. Quindi alcuni ritengono che Federico e Bianca possono essersi incontrati a Lagopesole o a Brolo nei pressi di Messina. Per altri autori pare che Federico abbia incontrato Bianca ad Agliano nel corso di un giro di ricognizione delle città imperiali del nord della penisola. L’imperatore, invaghitosi della bella ragazza volle portarla con sé al seguito dello zio di lei, Manfredi, marchese di Monferrato. Quindi secondo queste fonti le famiglie Lancia e d’Agliano si sarebbero trasferite al sud dopo l’incontro tra i due.

Nel 12….., Isabella (“Donna Bella”) Amico (o de’ Amicis), o “Bella Amico” o “d’Amichi” detta “Bella Lancia” sposa di Riccardo di Lauria e madre di Ruggero di Lauria, zia di Bianca Lancia

Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia era nipote di Isabella (Donna Bella) Amico. Isabella Amico o “Donna Bella” Lanza sposò in seconde nozze il conte di Lauria, Riccardo di Lauria o di “Loria” e, dalla loro unione nacque il grende ammiraglio Ruggiero di Lauria. Isabella Amico, madre di Ruggiero di Lauria, era la zia di Bianca Lancia che fu amante e forse sposa di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacquero Costanza e Manfredi di Svevia. Chi era Isabella Amico ?. Abbiamo visto chi fosse Bianca Lancia e le sue origini Aleramiche. Abbiamo visto che Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia era figlia di Bianca Lancia era la nipote di Manfredi II Lancia, fratello della madre Bianca Lancia che fu sposa di Bonifacio I d’Agliano (o Bonifacio I di Monferrato). Dunque, Manfredi II Lancia era lo zio della futura sposa di Federico II di Svevia. Sappiamo che Isabella Amico o “Donna bella” Amico, che in seconde nozze andò sposa a Riccardo di Lauria era la zia di Bianca Lancia. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hohenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Dunque, donna Isabella Lancia era sorella di Guglielmo Amico. Guglielmo Amico (1194 circa – Messina, …) è stato un diplomatico italiano, al servizio dell’imperatore Federico II. Guglielmo nasce intorno al 1194; non è dato sapere se sia figlio di Ruggiero Amico, poeta della Scuola Siciliana, mentre è certo che diverrà in seguito zio di Ruggiero di Lauria. Sappiamo pure che nel 1266 la dinastia sveva viveva momenti difficili culminati, due anni più tardi, nella decapitazione del sedicenne sovrano Corradino per volontà di Carlo I d’Angiò e Ruggero di Lauria insieme alla madre “Donna Bella”, insieme ad altri esuli siciliani si rifugiò a Barcellona alla corte della regina Costanza, consorte dell’infante e futuro re d’Aragona Pietro III, nonché figlia di Manfredi e cugina di Corradino. Donna bella o Isabella Amico, zia di Bianca Lancia, in Sicilia, al tempo di re Manfredi è stata la nutrice di Costanza Hoenstaufen. Michele Cianciulli (….), ed il suo “Re Manfredi e la tradizione della sua tomba in Montevergine etc….”, pubblicato a Milano per i tipi di Mosca, nel 1951. Cianciulli, a p. 16, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Da questo matrimonio, concluso nel 1247, nacque Costanza, la “bella figlia”, che, per essere andata sposa a Pietro III d’Aragona, fu la “genitrice de lamor di Cicilia e d’Aragona””. Il Cianciulli scriveva che nel 1247, dal matrimonio di Manfredi con Beatrice di Savoia nasce Costanza Hoenstaufen che poi andò sposa a Pietro III d’Aragona. Costanza andò sposa a Pietro III d’Aragona. Costanza II di Sicilia, anche Costanza di Svevia, o ancora Costanza di Hohenstaufen, e Costanza d’Aragona (Catania, 1249 – Barcellona, 9 aprile 1302), figlia del re di Sicilia Manfredi di Hohestaufen (figlio naturale dell’imperatore Federico II) e di Beatrice di Savoia, fu moglie di Pietro III e regina consorte di Aragona (1276-1285). Dunque, Donna Isabella Amico fu la nutrice di Costanza, figlia di Manfredi di Svevia, quando nacque nel 1249. Questa “Bella Amico”, era figlia di Guglielmo Amico. Sotto gli Svevi il territorio venne attribuito a Guglielmo Amico, che rimase in carica fino a quando Federico II di Svevia non morì e Ficarra gli fu tolto. La sua vedova, Macalda di Scaletta (1240 ca.-1308 ca.), e il secondo marito Alaimo da Lentini, protagonista dei Vespri siciliani, divennero i nuovi proprietari. La spregiudicata baronessa ebbe gravi contrasti con la Corona di Aragona per il possesso di questo feudo.  Caduti in disgrazia, Macalda e Alaimo persero il feudo, che fu assegnato a Ruggero di Lauria, erede di Guglielmo Amico. Ruggero era il comandante in capo della flotta del Regno di Sicilia e vinse alcune battaglie contro gli angioini. Ciò non impedì al re di confiscargli i beni, tra cui Ficarra, che venne assegnata al nobile Ugo Lancia di Brolo padre di Blasco Lancia e già Signore di Mongiolino, Galati e Longi, che già rivendicava in detta terra di Ficarra un oliveto in contrada San Mauro. Dunque, Riccardo di Lauria, al tempo di Manfredi, sposando “Bella Amico”, oltre ai suoi vasti possedimenti Lucani, divenne barone di Ficarra, un paese sui Nebrodi in provincia di Messina. Paola Bottini, nella presentazione al testo, in proposito scriveva che: “Ruggiero……adolescente e già orfano del padre Riccardo, caduto con Manfredi di Svevia nella battaglia di Benevento. Vi giunge al seguito di Costanza, figlia del sovrano ucciso ed erede al trono di Sicilia (della quale era fratello di latte, dato che sua madre, Bella Lancia, ne era la nutrice), ecc…”. Dunque, nel testo è la Bottini che la chiama “Bella Lancia”. Ancora la Bottini, a p. 14, in proposito scriveva che: “Dai registri della corte aragonese emerge l’alta considerazione di cui godeva donna Bella, che ricopriva un ruolo tutt’altro che secondario (cui forse non è estraneo, oltre al suo rapporto con Costanza, il legame di ruolo che si riflette sul posto occupato dei suoi parenti maschi, ugualmente ospiti della casa d’Aragona.”. Su Bella Amico, sposa di Riccardo, i due studiosi Augurio e Musella, a pp. 25-26 scrivevano che: “Dopo questo tragico evento il destino di Ruggiero s’intrecciò più fittamente con quello dei membri superstiti della casa sveva. Costanza di Svevia (28), figlia di Manfredi ed erede al trono di Sicilia, aveva sposato il 13 giugno 1262 Pietro d’Aragona (29), figlio di Giacomo I re d’Aragona…..Costanza, orfana di madre, con il padre unito in seconde nozze a Elena d’Epiro, aveva circa tredici anni quando giunse alla corte di Giacomo ed è naturale che, essendo così giovane, non venisse separata dai familiari che l’avevano accompagnata nella nuova terra. Nell’Archivio Real de la Corona de Aragòn in Barcellona sono conservati, insieme ai registri delle spese di corte, molti documenti politici e privati dell’infante Pietro (31). In questi, con una certa frequenza, troviamo il nome di Bella Lancia, nutrice di Costanza e madre di Ruggiero: “aveva (Bella) educato la detta reina ed era venuta con lei in Catalogna; ed era savia, onesta e buona donna. E stette là per tutto il tempo che visse la reina (32)”. Sotto ogni riguardo Bella ebbe una posizione di preferenza: a lei erano affidati i gioielli della regina, con ogni probabilità amministrava la Cassa di Costanza e pare che fosse consultata in tutte le faccende di corte più importanti. Bella riceveva in compenso regali preziosi, pellicce, perle, piume, per se e per sua figlia Margherita nonchè rendite cospicue da parte dell’infante. Bella viene indicata nei Libri di Conti col titolo di “Madonna”, termine impiegato per tutte le donne nobili italiane a corte, mentre per quelle catalane si usava premettere il termine “Na” al nome.”. Dunque, Bella Amico, dopo essersi sposata in seconde nozze con Riccardo di Lauria, si trasferì alla corte catalana e spagnola degli Aragona di re Giacomo I d’Aragona, in occasione del matrimonio di Costanza di Svevia (figlia di Manfredi) con Pietro I d’Aragona, il 13 giugno 1262. Costanza era giovanissima, aveva 13 anni e portò con se in Spagna anche la sua nutrice Bella Amico che, nel 1249 aveva sposato Riccardo di Lauria e che nel frattempo aveva avuto Ruggiero di Lauria, nel 17 gennaio 1250. Da Wikipedia leggiamo che Riccardo di Lauria era il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, (1) fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. In Wikipedia, nella nota (1) postillava che: “(1) Vito Amico, Dizionario topografico della Sicilia (tradotto dal latino ed annotato da Gioacchino Dimarzo), Tipografia P. Morvillo, Palermo, 1855, p. 448″. Dunque, in questo passaggio Wikipedia accenna al legame dei “Amico” con i Lancia e le origini di “Isabella Lancia”. In questo passaggio si scrive che Riccardo era il padre di una zia acquisita di Mandredi di Svevia, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca Lancia (sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia). Dunque, Bianca Lancia, madre di Manfredi e sposa di Federico II di Svevia, secondo questo passaggio era sorella di Corrado Lancia che era sposato con una zia acquisita di Manfredi. Chi era questa zia acquisita di Manfredi ? Chi era Corrado Lancia ?. Corrado Lancia era fratello di Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia e di Costanza. Inoltre su Wikipidia troviamo che Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi”. Dunque, Corrado Lancia era fratello di Bianca Lancia, madre di Manfredi e “Bella Amico” era la zia di Bianca Lancia e di Corrado Lancia. Da Wikipedia leggiamo che Corrado I Lancia (… – Capo d’Orlando, 4 luglio 1299) è stato un politico e militare italiano del XIII secolo. Fu primo conte di Caltanissetta. Corrado Lancia, discendente della famiglia Lancia di origine piemontese, fu figlio di Federico e fratello di Manfredi Lancia. Fu sposato con Berengaria de Santa Fede, dalla quale ebbe due figli, Federico e Blasco. Visse in Catalogna fin dalla prima giovinezza, dove fece gli studi. Fu nominato ammiraglio del regno di Valencia nel 1278 dal re Pietro III di Aragona. Dalla Treccani on-line leggiamo che Federico Lancia, era nipote ex fratre, piuttosto che figlio (come sostengono alcuni) di Manfredi (II) Lancia marchese di Busca, figlio di una Beatrice signora di Paternò e fratello minore di Galvano: doveva essere nato prima del 1230 poiché era certo adulto nel 1251, allorché raggiunse la corte di Manfredi di Svevia insieme con il fratello. Durante il regno di Manfredi il L. mise insieme cospicue proprietà e ricchezze, per quanto inferiori a quelle del fratello Galvano; esse si concentravano soprattutto nel territorio calabrese ma giungevano a comprendere anche la città di Messina. Oltre alla giurisdizione sulla contea di Squillace, egli estese il suo potere per mezzo di amministratori a lui devoti, ma soprattutto ricorrendo a espropri a danno degli oppositori del regime: si impossessò del casale Cristo, posto nella piana di San Martino, già appartenente ai Ruffo; ebbe i beni di Raimondo di Oppido distribuiti in numerose località e quelli di Ruggero de Rao in Anoia; a questi si aggiunsero i possessi immobiliari in Messina, città nella quale dal 1250 al 1263 ebbe l’appoggio della sua parente Beatrice Lancia, badessa di S. Maria Monialium, fiera oppositrice dei domenicani nonostante gli ammonimenti di Alessandro IV nel 1259 e di Urbano IV nel 1263. Risulta evidente la capacità del L. di creare fedeltà e consenso nei luoghi sottoposti alla sua influenza attraverso la distribuzione di privilegi a clientele di milites e di borgesi; seppe inoltre impegnarsi in redditizie intraprese economiche come la costruzione del grande fondaco dei Veneziani a Messina, che rendeva ogni anno più di 50 once d’oro, e nell’organizzare allevamenti in Calabria di mandrie di buoi e cavalli e di greggi di pecore. Tra le sue realizzazioni si conta anche la costruzione di una villanova nell’attuale Torriana presso Reggio Calabria, avvenuta negli anni in cui era vicario generale nella regione. Leggendo il Kantarowicz e cercando la voce “Bella Amico”, ho trovato il nome di “Bella de’ Amicis”. Leggendo sulla Treccani on-line alla voce “Ruggero de’ Amicis” è scritto che: “Un Guglielmo, “comes de Amico” e signore di Ficarra, è ricordato dal cronista messinese Bartolomeo da Neocastro come esule da Messina al tempo degli Svevi e primo marito di Macalda, la quale dopo la sua morte si risposò con Alaimo da Lentini, il noto protagonista del Vespro e capitano di Messina al tempo della “communitas” (Historia Sicula, in Rer. Ital. Script., 2 ed., XIII, 3, a cura di G. Paladino, p. 67). Guglielmo era inoltre zio di Ruggiero di Lauria, il famoso ammiraglio al servizio degli Aragonesi, e quindi fratello della madre di questo, Bella, la nutrice di Costanza di Svevia, futura regina d’Aragona e di Sicilia. Il Lauria infatti riottenne il feudo di Ficarra, di cui si era appropriata Macalda dopo la morte di Guglielmo, dopo la conquista aragonese della Sicilia. Un Orlando De Amicis negli anni 1262-65 fu invece zecchiere di Messina (I registri della Cancelleria angioina, II, p. 90). Quali fossero i rapporti di parentela tra questi membri della famiglia e il D. non è possibile stabilire. Guglielmo comunque, come il D. stesso, era coinvolto, insieme con il padre Amico, nella congiura del 1246 contro l’imperatore Federico II (cfr. Les registres d’Innocent IV, n. 4033).” Leggendo sulla Treccani on-line alla voce “Ruggero de’ Amicis” apprendiamo che: nel marzo del 1246, partecipò alla congiura contro Federico II manovrata da Innocenzo IV che vedeva coinvolti vari baroni e alti funzionari del Regno come il poeta Giacomo della Morra e Andrea di Cicala, capitano e maestro giustiziere, insieme con il D. nel 1239-40. I motivi per tale partecipazione non sono noti, ma vanno ricercati probabilmente nei legami famigliari che lo univano con altri ribelli. Due donne della sua famiglia erano infatti sposate con due dei congiurati: Mabilia De Amicis con Ruggiero di Bisaccio, Bella De Amicis (non è chiaro se è da identificarsi con la già ricordata madre di Ruggiero di Lauria) con Guglielmo di Montemarano.“. Infatti, il Kantarowicz, a p. 742, nelle sue note al testo postillava che: “Tuttavia, la partecipazione di questi calabresi alla grande congiura si fa probabile per altri motivi – anzitutto quella di Ruggero de Amicis. Due donne dei de Amicis erano già spose dei congiurati del 1246: Mabilia di Ruggero da Bisaccio e Bella di Guglielmo di Monte Marano. Che il primo, signore di Castel Labello (Bella, a sud di S. Fede, a so di Melfi) e di altre terre nelle vicinanze di Melfi, abbia partecipato alla congiura, non vi è il minimo dubbio; perchè suo figlio Riccardo vene riammesso al godimento dei propri beni da Carlo d’Angiò, che un altro Riccardo, il padre di Ruggero da Bisaccio, aveva perduto in seguito alla congiura del ’46 (2). Se pure già da questo si sia portati a concludere per la sua partecipazione anche alla rivolta, la cosa si fa certa quando si consideri che Ruggero da Bisaccio morì già nel 1248 e che la sua baronia fu restituita alla vedova di lui, Mabilia, da papa Innocenzo IV (3). Anche Bella fu reintegrata nell’estate del ’48, sempre dal papa, nel godimento dei beni del defunto marito Guglielmo di Montemarano; (4) il che dimostra che anche questi aveva pagato con la vita la sua partecipazione alla congiura.”. Dunque, il Kantorowicz li chiama “le due mogli di casa de Amicis”. Il Kantorowicz, a p. 742, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Capasso, Histor. diplom., p. 348.”. Il Kantorowicz, a p. 742, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Berger, 4035”. Il Kantorowicz, per “Berger” intendeva il testo di Elie Berger (….), il suo “Les registres d’Innocent IV”, in Biblioth. des écoles francaises d’Athènes et de Rome, Parigi, 1884. Recentemente Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 15, in proposito scriveva che: “Qui, il Lauria era giunto insieme alla madre Bella Lancia d’Amichi o de Amicis (3), nel lontano 1262, in occasione delle nozze dell’infante Pietro con Costanza, figlia di Manfredi, re di Sicilia (4). Effettivamente, nei ‘Registri’ dell’Infante, successivi al 1262 – in particolare, nei libri di conto di quest’ultimo -, i nomi di Bella e di Ruggero risultano ricorrenti insieme a quelli di altri personaggi e cavalieri, non esclusivamente Siciliani, quanto piuttosto catalano-aragonesi, che formano il seguito sia di Costanza (5), sia di Pietro (6).”. La Lamboglia, a p. 15, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Bella è diminutivo di Isabella, per quanto la donna venga costantemente indicata nella documentazione unicamente come “Bella”. Il cognome “DAMICHI” si trova in un diploma dell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona (e, da ora, ACA), Real Cancilleria (e da ora, RC) Reg. 19, f. 75 v. Sul ceppo dei De Amicis, si vedano L. Sciascia, Le donne e icavalier, gli affanni e gli agi. Famiglia e potere in Sicilia tra il XII e XIV secolo, Messina, Sicania, 1993, pag. 44 e EAD, Nome e memoria: i de Amicis, dalla conquista normanna al Vespro, in ‘Puer Apuliae’, mélanges offerts a Jean-Marie Marten, Edites par E. Cuozzo – V. Déroche – A. Peters Custot – V. Prigent, Paris, ACHCByz, 2008 (Monographie, Centre de Recerche d’Histoire et Civilitations de Byzance, 30), 2 vols., vol. 2, pp. 615-622.”. Riguardo la citazione di “EAD”, la Lamboglia si riferiva a EAD – Encoded Archival Description risale al Berkeley Finding Aids Project (BFAP), avviato nel 1993, presso la Berkeley University in California. La Lamboglia, a p. 2 postillava: “(4) Sul matrimonio tra Pietro e Costanza, si vedano L. PUGLISI, Le nozze di Costanza di Sicilia e Pietro II d’Aragona, «Archivio Storico Siciliano», III.10, 1959, pp. 199-214; D. GIRONA LAGOSTERA, Mullerament de l’Infant En Pere de Catalunya ab Madona Costança de Sicilia, Barcelona 1920, utile soprattutto per l’ampia appendice diplomatica che accompagna il saggio e, da ultimo, M. BRANTL, Studienzum Urkunden- und Kanzleiwesen König Manfreds von Sizilien (1250) 1258-1266, Inaugural Dissertation zu Erlangung des Doktorgrades der Philosophie an der Ludwig-Maximilians-Universität, München 1994, doc. 344, p. 397. (5) Su Bella, si vedano ad esempio ACA, RC, Reg. 17, f. 113r; Reg. 18, f. 72r (ma sul folio segnato 36v per via di una numerazione invertita); Reg. 28, ff. 85v, 108r – 109r, 112v – 114r, 189r; Reg. 29, ff. 1r, 169r, ff. 188r – 188v [ma trascritto anche nella recente riedizione di F. SOLDEVILA, Pere el Gran. Primera part: el Infant, a cura de M.T. FERRER MALLOL, Barcelona, Institut d’Estudis Catalans, 1995 (Memòries de la Secció històrico-arqueòlogica, LXVIII/1) doc. 25, p. 455], 189r; Reg. 30, ff. 6v, 7v, 10v, 71v, 104v; Reg. 31, ff. 35v, 58r e 58r bis; Reg. 32, ff. 23v, 92r, 94r – 95r, 97v; Reg. 33, ff. 19v, 35r. (6) Relativamente a Ruggero valgano esemplarmente le seguenti menzioni in ACA, RC, Reg. 33, ff. 8v, 20r, 53r-53v (parzialmente trascritto in SOLDEVILA, Pere el Gran. Primera part: el Infant, p. 291n), 62v; Reg. 34, f. 1r, 5v, 7r-7v, 36r, 52r, 64v, 66r, 83r, ma oltre a quelle qui indicate chi scrive ha individuato altre settanta referenze di questo tipo comprese nei Regg. 33-37. (7) A. KIESEWETTER (a cura di), Lauria, Ruggero di, in Dizionario biografico degli Italiani (e da ora DBI), 64, 2005, pp. 98-103. (8) Si rimanda, per tutti i riferimenti bibliografici del caso, a R. LAMBOGLIA ecc..”. Dunque, la Lamboglia cita il cognome di Isabella Lancia che negli Archivi della Corona d’Aragona a Barcellona è detta “Bella”. La Lamboglia scriveva che ella si chiamava “Bella Lancia d’Amichi o de Amicis (3)”, e nella sua nota (3) postillava: “Il cognome “DAMICHI” si trova in un diploma dell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona (e, da ora, ACA), Real Cancilleria (e da ora, RC) Reg. 19, f. 75 v.”. Sempre su Bella Lancia, la Lamboglia, a pp. 25-26, in proposito scriveva che: “Problematico invece è il legame di Bella con il ‘clan’ dei Lancia per via dei rapporti non sempre definiti di quest’ultimi (35), e per il quale occorre necessariamente risalire almeno a Bianca, amante dell’imperatore Federico II, sposata pare poi in punto di morte, e madre dell'”illeggittimo” Manfredi, secondo una ben attestata tradizione archivistica (36), prima ancora che da una ‘vulgata’ letteraria, diffusa da Dante in poi. Bianca era infatti legata al ‘clan’ dei Lancia per via materna – nella fattispecie, Manfredi I Lancia (il Vecchio) ne fu il nonno e Manfredi II Lancia lo zio (37) – e derivava il secondo cognome – d’Agliano nel primo decennio del XIII secolo; tra il 1226 ed il 1230, poi passò con la madre e con tutti i parenti piemontesi nel Regno di Sicilia a seguito del rapporto che ormai legava Manfredi II Lancia all’Imperatore (38). Bella seguiva di una generazione ed era ancora legata al ‘clan’ Lancia – sembrerebbe – mediante uno dei rami cadetti – i Lancia de Amicis – la cui vicinanza alla casa sveva era già da lungo corso determinata, se un suo fratello pare essere stato Ruggero de Amicis, vale a dire uno dei più fedeli burocrati al servizio di Federico II e nondimeno, successivamente da questi esiliato insieme ad un suo consanguineo, Guglielmo: tanto il primo, quanto il secondo sarebbero stati discendenti di un conte de Amico, cantato da Guglielmo di Puglia (39) come compagno del Guiscardo e di Ruggero d’Altavilla, e capostipite di una longeva e vigorosa dinastia feudale, cui afferivano non solo i discendenti di Guglielmo de Amicis, ma anche i conti di Giovinazzo (40).”. La Lamboglia, a p. 26, nella sua nota (35) postillava che: “N. Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, in Bianca Lancia D’Agliano. Fra il Piemonte e il Regno di Sicilia, Atti del Convegno (Asti-Agliano, 28/29 aprile 1990), a cura di R. Bordone, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1992, pp. 55-80.”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (36) postillava: “(36) In proposito, denunciano già una lettera di papa Urbano IV del 26 aprile 1262 e il pronunciamento di papa Clemente IV del 18 novembre 1266, entrambi citati in Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, pp. 55-56”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (37) postillava che: “(37) Sui Lancia piemontesi, si rinvia al vecchio e ancor valido studio di C. Mekel, Manfredi I e Manfredi II Lancia. Contributo alla storia politica e letteraria italiana dell’epoca sveva, Torino, E. Loescher, 1886; ma si vedano da ultimo, gli atti del recente convegno Asti-Agliano, 28/29 aprile 1990, Bianca Lancia D’Agliano. Fra il Piemonte e il Regno di Sicilia (supra).”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (38) postillava che: “(38) Per le discrepanze tra le genealogie relative a Bianca, cfr. in proposito, i due alberi genealogici ancora in Ferro, Chi fu Bianca Lancia di Agliano, p. 80. Sulla figura di Bianca, si veda altresì la successiva voce di R. Bordone (a cura di), Bianca Lancia, in Enciclopedia Fridericiana (EF), Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2002, 3 voll., vol. I, pp. 174-176.”. La Lamboglia, a p. 26, nella nota (40) postillava: “(40) Tale genealogia è stata ricostruita, per altro contesto ed altre circostanze da Sciascia, Le donne e i cavalier, pp. 44-45. Sul ceppo dei de Amicis, si rinvia ancora a Ead, Nome e memoria: i de Amicis dalla conquista normanna al Vespro, pp. 615-622.”.

Nel 1231, Federico II di Svevia donò a “Guidoni de Potiolo” la baronia del Cilento che aveva tolto a Ruggero Sanseverino

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390, quando ci parla di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: “La baronia di Cilento venne concessa dall’Imperatore prima a Giovanni di Villano, poi al conte Giovanni Paolo di Roma e poi a Guido di Pozzuoli (18).”. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”. Matteo Mazziotti scriveva che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Ebner, a p. 390, nella sua nota (18) postillava che: “(18) Liber inquisitionum: ‘Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo. Et deinde Imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio.”, ovvero che: “Al conte Rugerio de San Severino, Rocca Cilento fu restituita alle case che l’imperatore Federico concesse a Sir Guglielmo de Villano, perché scambiò la detta Rocca con le case, e San Severino con la compagnia dei Marsici; poi fu concessa dal lo stesso generale al signore Guido de Putiolo, e poi l’imperatore rammentò lo scambio che era stato fatto col conte Ruggero”. Del “Liber Inquisitionum Caroli I” ho già detto all’inizio del saggio parlando delle fonti storiche. Il documento fu pubblicato da Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II.

Capasso, HD, p. 346

(Fig…..) Capasso Bartolomeo, Historia Diplomatica etc…, p. 349

Nel 1232 nasce a Benevento Manfredi, figlio naturale di Federico II di Svevia e Bianca Lancia

Di Manfredi leggiamo su Wikipidia che: “Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia. Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino di Svevia dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258.”. Da Wikipedia leggiamo che a partire dal 1225 Bianca mantenne una relazione illegittima con Federico II, che conobbe in circostanze non determinate, secondo alcuni durante il matrimonio di lui con Jolanda di Brienne. Dalla loro relazione nacquero:

  • Costanza (1230-1307), imperatrice bizantina;
  • Manfredi di Sicilia (o di Staufen) (1232-1266);

Manfredi nacque e visse la sua fanciullezza a Venosa in Basilicata. Era figlio naturale di Federico II di Svevia e di Bianca dei conti Lancia e Signori di Longi dei Duchi di Baviera. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a p. 127 scriveva che: “….un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, appartenente ad illustre famiglia che veniva dai Marchesi del Vasto. Gli storici ed i cronisti del tempo scrivono di quella giovinetta che era troppo bella (‘nimis pulcra’). Federico II l’amò ardentemente e non può cader dubbio che l’avesse sposata, come si scorge da una donazione che le fece (1) e dalla circostanza che nel suo testamento nominò Manfredi come suo figlio legittimo.”. Il Mazziotti (…), a p. 127, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cronaca di Nicola Iamsilla, Veggasi pure Mekel nella sua bella monografia: ‘Manfredi 1° e Manfredi 2° Lancia.”. Dunque, il Mazziotti citava il testo di Merkel (….), ed il suo “Manfredi I e Manfredi II Lancia – contributo alla storia politica e letteraria nell’epoca sveva”, pubblicato a Torino nel 1886. Un’altro testo che ci parla di Manfredi e delle sue origini è quello di Michele Cianciulli (….), ed il suo “Re Manfredi e la tradizione della sua tomba in Montevergine etc….”, pubblicato a Milano per i tipi di Mosca, nel 1951. Cianciulli, a p….., in proposito scriveva che: “Figlio naturale di Federico II e di Bianca dei marchesi Lancia, la bella vedova, figlia di Bonifazio Guttuario, Castellano di Angliano, presso Asti, egli nacque sullo scorcio del 1232 (1).”. Il Cianciulli, a p. 17, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il matrimonio tra Federico e Bianca Lancia fu concluso nel 1232. Da questo matrimonio nacquero Manfredi e Costanza, la quale, nel 1247 andò sposa all’Imperatore di Nicea.”. Il Cianciulli, a p. 17 scriveva che: “Figlio di teneri amori (3), era adorno di ogni grazia di natura ed era bello come un terrestre arcangelo”. Dunque, il Cianciulli dice di Bianca Lancia che era la bella vedova dei Marchesi Lancia, figlia di “Bonifazio Guttuario” che era il castellano di “Angliano”, un paese presso Asti in Piemonte. Suo padre, l’imperatore Federico II morì il 13 dicembre 1250 e lasciò a Manfredi il Principato di Taranto con altri feudi minori; gli affidò inoltre la luogotenenza in Italia, in particolare quella del regno di Sicilia, finché non fosse giunto l’erede legittimo, il fratellastro di Manfredi, Corrado IV, che in quel momento era impegnato in Germania. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: “nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, Manfredi era nato dagli amori di Federico con una fanciulla di grande bellezza a nome Bianca Lancia, ecc…”. Si narra che Federico II di Svevia avesse avuto una particolare predilezione fra tutti i suoi figli verso Manfredi ed Enzo, entrambi nati da relazioni extra-coniugali. Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266). Figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, fu reggente per il nipote Corradino dal 1254, poi re di Sicilia dal 1258. Si narra che Federico II di Svevia avesse avuto una particolare predilezione fra tutti i suoi figli verso Manfredi ed Enzo, entrambi nati da relazioni extra-coniugali. Manfredi di Hohenstaufen, o Manfredi di Svevia o Manfredi di Sicilia (Venosa, 1232 – Benevento, 26 febbraio 1266), è stato l’ultimo sovrano svevo del regno di Sicilia.

Nel 1229, dopo la V Crociata, Federico II ed i Lancia nelle nostre terre

Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 29, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi. Nel 1271, tornata la pace, i Sanseverino riebbero, insieme alle contee perdute, anche la Baronia del Cilento, fino a quel momento affidata ai Lancia i quali a loro volta la cedettero alla famiglia Capano.”. Dunque, il Mallamaci, scriveva che ai tempi di Federico II di Svevia, Torraca apparteneva alla Baronia del Cilento che “toccò” ai Lancia, di cui una grande esponente fu la madre di re Manfredi, Bianca Lancia. La sorella di Bianca Lancia, sposò Riccardo di Lauria, padre dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. Augurio e Musella, a p. 21, nella nota (13) postillavano che: “(13) …..

Nel 5 ottobre 1229, Riccardo o Tommaso (?) di Montenegro, gran Giustiziere del Principato

Pietro Ebner, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc..”, a p. 111, in proposito scriveva che: “….Federico aveva nominato custode del sigillo di giustizia della seconda tra le undici provincie del regno, grande giustiziere dell’antica Liburia, la ‘Libues’ di procopio, la Terra di Lavoro. Carica importantissima annualmente rinnovabile. Il giustizierato ecc…Della nomina è notizia in Riccardo di S. Germano (12), che lo ricorda subentrato a Riccardo di Montenegro (13).”. Ebner, a p. 111, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Riccardo di S. Germano, Chronicon, ad an. 1242: “Mense febrarii Riccardus de Montenigro a iustitiariatu Terrae Laboris amoventui, et Gisulfus de Mànnia substituitur illi”.”. Dunque, Ebner scriveva che vi sono atti che dimostrano il subentro di Gisulfo de Mànnia, nella carica inportantissima di Gran Giustiziere del Principato, alla precedente “Riccardo di Montenegro”. Su Riccardo di Montenegro Gran Giustiziere del Principato, Ebner, a p. 111, nella nota (13) postillava che: “(13) Ricardo o Tommaso? Quest’ultimo era giustiziere del Principato nel 1229 (v. n. 9) e di nuovo nel 1235.”. Ebner postillava della “lettera imperiale” indirizzata a Riccardo di Montenegro. Ebner, a p. 111, nella nota (13) postillava che: “(13) Ricardo o Tommaso? Quest’ultimo era giustiziere del Principato nel 1229 (v. n. 9) e di nuovo nel 1235.”. Infatti, Pietro Ebner, a p. 111, nella nota (9) postillava che: “(9) Il 5 ottobre 1229 il sovrano ordinò a Tommaso di Montenegro, giustiziere del Principato, di fare ogni sforzo “ut quolibet pro facultatibus suis agricolturas faciant et super agricolturam omnem curam adhiveant et operam efficacem quo et eptores inveniant, habundanter quid extrahant et inter fideles nostros forum venalium carius fieri propterea non contingat”. Huillard-Breholles cit., V; Parigi 1857, I, p. 423.”. Dunque, Ebner scriveva che Riccardo di Montenegro era giustiziere del Principato nel 1229 e poi anche nel 1235, come dimostra il documento (“Istrumento”) pubblicato dal Vassalluzzo, sulle Torri costruite o rinforzate all’epoca Federiciana. Infatti, Ebner, a p. 111, nella nota (13) riferendosi a Riccardo di Montenegro, postillava pure che: “(13)…Nell’istrumento che lo riguarda le torri di Tresino, Licosa, Palinuro, Ascea e S. Giovanni a Piro, è riportata la lettera imperiale a “dompni Thome de Montenigro imperialis iusticiarium Principatus et Terrae beneventanae”. L’istrumento (ABC, L 23: Tresino augusti 1235, VIII) è pubblicato tra i “Documenti” in appendice a ‘Castelli Torri e borghi della costa Cilentana (Salerno 1969, p. 203) di M. Vassalluzzo. Il giustiziere Riccardo di Montenero promulgò, per ordine imperiale, le famose Leggi melfitane entrate poi in vigore il primo settembre 1231.”.

Nel 1229, Policastro da città demaniale passa a Giovanni Ruffo, fratello di Pietro Ruffo di Calabria

Nel XIII secolo, in epoca Federiciana, Policastro diviene città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale, ma, nel 1229, pervenne a Giovanni Ruffo. La notizia proviene da Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra” (ed. Coleti, 1721), vol. VII, dove a p. 542, in proposito scriveva che: “Simeoni filio suo notho dedit, pervenit deinde ad Ioannem Ruffum anno 1229. Sub Ioanna I Regina, Gabriello, &c Luciano Grimaldis etc…”. Dunque, l’Ughelli lo chiama “Ioannem Ruffum”.

Ughelli, p. 542

Dunque, la prima notizia proviene in assoluto dall’Ughelli. L’Ughelli scriveva che nel 1229, Policastro apparteneva a Giovanni Ruffo. Forse di famiglia calabrese. In epoca federiciana i Ruffo era una blasonata famiglia calabrese.  Nel 1700, Pietro Marcellino Di Luccia (….), nel suo “L’Abbadia di S. Giovanni a Piro etc….”, a p. 8, sulla scorta dell’Ughelli e riferendosi alla città di Policastro, in proposito scriveva che: “….suo figlio, e nell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, e da questo nell’anno 1348. in Gabriello e Luciano Grimaldi.”. Dunque, il Di Luccia affermava, forse sulla scorta dell’Ughelli che nel 1229, Policastro “passò” (appartenne) a “Gio: Ruffo” (Giovanni Ruffo).

Di Luccia, p. 8

Pietro Marcellino di Luccia (…), che nel 1700, scrisse il dotto ‘Trattato Historico-Legale etc‘, su S. Giovanni a Piro e a p. 8, parlando di Policastro scriveva che: “…e dell’anno 1229. passò in Gio: Ruffo, ecc..ecc…, come si legge nella descrittione del Regno di Napoli, & appresso il Summonte.”. Dunque, Pietro Marcellino Di Luccia (…), nel suo trattato, a p. 8, parlando di Policastro cita il Summonte (…). Antonio Summonte (…), nel 1602 pubblicò “Historia della città e del Regno di Napoli”, dove, nel vol. II della II edizione (a. 1675), a p….., ci parla della città di Policastro e dei Ruffo di Calabria. Anche Ottavio Beltrano (…..), nel suo “……………………..”, a p. 251 scriveva che: “a tempo di Re Rogiero, che la diede col titolo di Conte a Simone suo figliolo naturale, & sotto questo titolo si è conservata fino al presente, se bene nel 1299, Gio. Ruffo fù signore di Policastro ecc…”. Dunque, il Beltrano dice che dai tempi di re Ruggero II d’Altavilla, Policastro fu elevata a contea, e poi aggiunge di Giovanni Ruffo ma mette un “sebbene”. L’Antonini non dice nulla in proposito dell’epoca Federiciana. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi della Diocesi di Policastro”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti), in proposito scriveva che: “Però la contea di Policastro subì parecchie vicende. Difatti nel 1229 passò a Giovanni Ruffo; ecc…”. Anche Lorenzo Giustiniani (…), sulla scorta dell’Ughelli scriveva che Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, ecc…”. I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata da demaniale nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo. La città era ambita da personalità del mondo politico ecclesiastico, più a causa della sua importanza castrense, strategica (da far valere ogni volta che nelle corti si preannunciasse un pericolo di rivolta o di guerra), che per dichiarare risorse economiche. Ecc..”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8”. I due studiosi Natella e Peduto (…), scrivevano: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Dunque, secondo i due studiosi (..), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo che diventerà il primo feudatario della zona. Questo significa che nel XII secolo, epoca di dominazione Normanna, le nostre terre avevano la maggiore e più importante città (Policastro), città demaniale, ovvero sotto il diretto controllo reale. E così era anche il suo porto. Il Giustiniani (…), scriveva che Nel 1299, Policastro, pervenne alla famiglia Ruffo, indi alla Grimaldi, e poi alla Petrucci.”. I due studiosi Natella e Peduto (…), si dilungano sulle mura e fortificazioni di Policastro, per poi aggiungere: “Passata da demaniale nelle mani feudali di Giovanni Ruffo nel 1229 (…), ecc…”. Secondo i due studiosi (…), Policastro è stata città demaniale fino al 1229, quando viene venduta a Giovanni Ruffo. Pietro Ebner (…), che nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 336 parlando di Policastro, sulla scorta del Carucci (vol. I, p. 89), scriveva in proposito che: “In quel tempo Policastro era divenuta città demaniale anche per il suo castello passato alle dirette dipendenze dello Stato. Il feudo fu assegnato a Giovanni Ruffo nell’anno 1229.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, a pp. 335-336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, scriveva che: “Il feudo di Policastro fu assegnato a Giovanni Ruffo (a. 1229).”. Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, a p. 29 e s. scrive in proposito che: Soltanto sei anni dopo, scoppia una faida (1330) contro i ‘Ruffo’, che, nel 1229 erano feudatari di Policastro, ed arrivano tre condottieri (milites) con 500 uomini, che cacciano i funzionari dei Ruffo dalla città (81). E i Ruffo? I Ruffo occupano Gerace, che è dominio regio, e portano via gli abitanti che riducono a servi, perchè hanno bisogno di mano d’opera sui loro territori. E’ un atto di manifesta violazione di un regio dominio, ma i Ruffo dichiareranno più tardi che gli abitanti si sono rifugiati nei loro territori. E chi osa contraddire al potente? ecc…. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (81) postillava che: “(81) Laudisio, op. cit., p. 36; Ughelli F., Italia Sacra, col. 542.”. Sempre il Tancredi, nel cap. “17. Feudatari”, a p. 30, in proposito scriveva che: “Il feudo porta il titolo di ‘Contea di Policastro’. Nel 1229 passa a ‘Giovanni Ruffo’ (famiglia dalla quale discende Paola del Belgio) ecc…(82)”. Il Tancredi (…), sulla scorta del Caggese (…), a p. 30, nella sua nota (82) postillava che: “(82) Di Luccia P.M., op. cit., p. 8.”. Lo studioso Romolo Caggese (…), nel suo ‘Roberto d’Angiò e i suoi tempi’, pubblicato nel 1930, citato da Natella e Peduto (…), nel suo vol. II, cap. V., “Il tramonto del Re”, a p. 354, parlando di Policastro, in proposito scriveva che nell’anno 1330: “Ma altre volte non si invocava l’Imperatore e si armavano, ciò non ostante, dei veri eserciti, come, per esempio,  nella selvaggia regione che si stende tra la Basilicata e la Calabria contro i Ruffo di Catanzaro.  Laggiù, a mezzo il 1330, tre ‘milites’ con un esercito di cinquecento uomini occuparono Policastro, feudo dei Ruffo, ne scacciarono i funzionari signorili, e mossero di la alla conquista di Roccabernarda e Misurata, altri feudi del Conte di Catanzaro,  con più numerose schiere e con ardimento reso temerario dalla vittoria (2).”. Il Caggese, a p. 354 nella sua nota (2) postillava che la notizia era tratta da: “(2) Reg. Ang. n. 282, c. 52t – 53, 11 luglio 1330. I tre capi erano “Rogerius de Riveto, Nicolaus natus eius et Jordanus eiusdem cognominis” aiutati da “Fulco et Tancredus, similiter de Riveto”, tutti ‘milites’. Dunque, il Caggese traeva l’interessante notizia dai Registri della Cancelleria Angioina di Roberto d’Angiò: il Reg. Ang. n. 282, c. 52t – 53 dell’11 luglio 1330. Dunque, anche lo storico Romolo Caggese riferendosi all’anno 1330 scriveva che: “cinquecento uomini occuparono Policastro, feudo dei Ruffo, ne scacciarono i funzionari signorili, ecc…”. Dunque, secondo i documenti angioini, Policastro dal 1229 fino al subentro dei Grimaldi nel 1348 è un feudo dei Ruffo. Mi chiedo però se i documenti angioini si riferissero a possedimenti in Calabria e che il Policastro non sia Bussentino. La notizia deve essere ulteriormente approfondita ed indagata in quanto, sebbene Ernest Kantorowicz ci dice di diversi paggi e valletti della famiglia Ruffo di Calabria cresciuti alla corte dell’Imperatore Federico II di Svevia, non sappiamo di questo Giovanni Ruffo che, secondo l’Ughelli, nel 1229 aveva Policastro. Chi era Giovanni Ruffo, era un feudatario di Federico II di Svevia o era un suo funzionario ? Forse un funzionario della corte Imperiale di Federico II. Kantorowicz, a p. 365, nella sue nota postillava che riguardo le nobili famiglie al tempo di Federico, in proposito postillava che: “il lavoro critico di G. Del Giudice, Riccardo Filangieri sotto il regno di Federico II, di Corrado e di Manfredi, Napoli, 1893; Su una fonte forse copiosa del genere, l’Historia delle famiglie di Salerno normande di Giovanni Battista Prignano (cod. 276 e 277 della Biblioteca Angelica di Roma). In essa si parla fra le altre, degli Aquino, degli Eboli, dei Fasanella, dei Filangieri, dei Ruffo ecc…”. Un chiarimento maggiore sulla figura di Giovanni Ruffo ci viene da Ernesto Pontieri (….), nel suo “Ricerche sulla crisi della Monarchia Siciliana nel secolo XIII”, ed. E.S.I., 1950 che a p. 318 (indice generale), alla voce “Giovanni, fratello di Pietro (I): 134, 167.”. Il Pontieri (….), a p. 167 riferendosi a Pietro (I) Ruffo “conte di Catanzaro”, in proposito scriveva che: “Pur così costituito, il patrimonio del neo conte di Catanzaro non comprendeva integralmente nè i territori della contea, nè gli altri che gli spettavano sotto titoli diversi. Per esempio, Rocca Niceforo, che aveva fatto parte della contea di Catanzaro sin dall’epoca Normanna, era dal re assegnata a Giovanni Ruffo, fratello di Pietro (5).”. Il Pontieri, a p. 167, nella nota (5) postillava che: “(5) Reg. Ang., XIL, ff. 15, 67 t.”. Dunque, il Pontieri ci parla di questo feudatario “Giovanni Ruffo”, (“fratello di Pietro”) che, il re Normanno (non lo specificava), gli aveva concesso Rocca Niceforo, in calabria, facente parte della contea di Catanzaro. E’ interessante la notizia che Rocca Niceforo, un paese della Calabria, che faceva parte della contea di Catanzaro, era stata “assegnata” dal re normanno (quale ?) a Giovanni Ruffo, fratello di Pietro I. Su “Rocca Niceforo” su Wikipedia leggiamo che Rocca Angitola è una frazione del Comune di Maierato, in Provincia di Vibo Valentia. È posto su un colle che guarda il bacino del lago dell’Angitola, dove ancora si ergono ancora i ruderi della città antica. Durante il medioevo fu denominata Rocca Niceforo, in onore del condottiero bizantino Niceforo Foca il vecchio, che riuscì più volte a sconfiggere i saraceni, ed in epoca tardomedievale fu chiamata Kastron. Era cinta di mura e munita di torri e dai registri angioini risulta che nel 1276 contasse 1228 abitanti. Nella Reintegra scritta, con licenza di Ferdinando d’Aragona Re di Napoli, nell’anno 1474 risulta che Rocca Angitola aveva sotto la sua giurisdizione diciotto casali. E’ oggi uno dei tanti villaggi abbandonati della Calabria. Ernesto Pontieri, a p. 134, ci parla ancora del Giovanni Ruffo, fratello di Pietro I Ruffo ed in proposito scriveva che: “Il conte di Catanzaro era stato seguito, nella via dell’esilio, dai suoi più fervidi seguaci, fra i quali diversi congiunti, soprattutto dopo l’insuccesso della spedizione pontificia in Calabria, ch’egli stesso, per tentare un’altra volta la fortuna, aveva incoraggiata e diretta nel 1255. Ultimo a raggiungerlo era stato il nipote Folco, figliuolo di suo fratello Giovanni, dopo aver valorosamente resistito alle truppe di Manfredi,…..ecc…; Federico Lancia, il suo capitale nemico, nominato vicario generale per la Calabria e mandato in questa regione a rianimare l’antica fede nella Casa d’Hohenstaufen ed a crearvi un’atmosfera propizia alle ambizioni recondite del suo diletto nipote Manfredi (1).”. Da Wikipedia alla voce i Ruffo di Calabria leggiamo che la grande fortuna della famiglia iniziò certamente con il conte di Catanzaro, Pietro I (m.1257), che fu cortigiano dell’imperatore Federico II e da questi nominato giustiziere, gran maresciallo del regno di Sicilia e balio del figlio Corrado. Prive di fondamento, se non addirittura false ed atte solo a sminuirne la figura, appaiono le notizie contenute nella Historia de rebus gestis Frederici II imperatoris del cosiddetto Pseudo-Jamsilla, secondo cui Pietro I era di povere ed umili origini. Nominato vicario in Sicilia e Calabria da Corrado IV, venne riconfermato in questi incarichi da Corradino, ma schieratosi apertamente contro Manfredi fu privato di tutti i suoi beni e costretto all’esilio, morendo assassinato dai partigiani dell’Hohenstaufen a Terracina. La stessa parabola politica seguì Giordano, nipote di Pietro I; anch’egli funzionario del Regno di Sicilia sotto Federico II, dapprima castellano e poi maniscalco imperiale, abbandonò successivamente gli svevi per schierarsi dalla parte di papa Alessandro IV, ma caduto prigioniero della parte ghibellina venne prima accecato e quindi giustiziato. Ernst Kantorowicz, a p. 682 scriveva che: “altri pochi fedeli che gli rimasero accanto negli ultimi giorni, appartenevano al seguito imperiale: il diciottenne Manfredi, il più vicino e il più diletto dei figli,…..Pietro Ruffo, mastro delle scuderie imperiali, con suo nipote Folco (uno dei giovani poeti della scuola siciliana, al quale anche recentisimamente Federico aveva testimoniato il suo favore), il genero, conte Riccardo di Caserta, e infine il medico Giovanni da Procida (al cui nome sono legati i Vespri Siciliani).”. Dunque, nel 1250, al capezzale dell’Imperatore vi era Pietro Ruffo e suo nipote Folco, figlio di Giovanni Ruffo che è il personaggio che secondo l’Ughelli, nel 1229, possiede Policastro. Vediamo altre notizie su Giovanni Ruffo. Ernesto Pontieri, a pp. 135-136, in proposito scriveva che: “Sappiamo che Pietro Ruffo, il gran maresciallo di Federico II, ebbe moglie, ma non figli (2). Sappiamo ancora ch’egli ebbe un fratello, Giovanni (3), e da questo nacquero Folco, che abbiamo visto strenuamente resistere contro le truppe di Manfredi nell’estrema Calabria (4), e Giordano, ch’ebe per moglie una Belladama, di cui ignoriamo il casato, ma che era ancora viva nel 1291 (1).”. Il Pontieri, a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Era secondogenito ed aveva sposato Margherita di Pavia, figlia di Carnelevario, un feudatario calabrese, che aveva partecipato agli avvenimenti che portarono ai disastri di Pietro Ruffo nel 1255. Egli passò dalla parte di Manfredi.”. Secondo il Pontieri, Giovanni Ruffo, fratello di Pietro (I) Ruffo, aveva sposato Margherita di Pavia, figlia di “Carnelevario” e che ebbero il figlio chiamato Folco che assistette l’Imperatore Federico II sul capezzale di morte. Pontieri, a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Jamsilla, 536-37”. Dette queste notizie tratte dagli storici contemporanei, oltre a quella di Policastro, devo dire che la storia di Giovanni Ruffo, conte di Catanzaro e di vasti feudi in epoca federiciana, si intreccia con la travagliata storia del fratello Pietro (I) Ruffo. I due, dopo la morte di Federico II di Svevia ebbero alterne vicende che li videro combattere contro Manfredi, Corrado IV e poi Corradino. Dalla Treccani on-line leggiamo che postosi al servizio di Alessandro IV e riparato in Calabria (dove poteva ancora contare su una consistente schiera di sostenitori), Ruffo intraprese nel 1255 una spedizione militare contro le forze fedeli a Manfredi, che però riuscirono in breve ad avere la meglio e assoggettare l’intera regione all’autorità del sovrano svevo, costringendolo alla fuga. Un successivo estremo tentativo di riprendere la lotta, dopo avere effettuato uno sbarco a San Lucido (sulla costa tirrenica), fallì e Ruffo dovette definitivamente abbandonare ogni speranza di successo. Nel febbraio del 1256, nella Curia generale tenuta a Bari da Manfredi, Ruffo, giudicato colpevole di alto tradimento, fu ufficialmente privato della Contea di Catanzaro. Per sfuggire alla prevedibile rappresaglia di Manfredi, si rifugiò nello Stato della Chiesa. Agli inizi del 1257 fu però ucciso a Terracina da un sicario del sovrano svevo. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Ricerche sulla crisi della monarchia Siciliana nel secolo XIII”, a p. 132, nella sua nota (1) postillava che: “(1)…Stando a Saba Malaspina, I, 5, l’uccisore di Pietro Ruffo sarebbe stato “quondam Petrum de Castelliomata civem Salernitanum, domicellum et familiarem eiusdem Comitis”, mandatario però sempre di Manfredi. Sappiamo, comunque, che ad una Jodetta, vedova di Giovanni di Castellomata, fu dato da Carlo I, il 15 aprile 1269, in cambio dei suoi diritti dotali sul castello di Molterno – ch’era stato concesso da Manfredi a suo marito – alcuni beni del ‘proditore’ Bartolomeo de donna Susanna, e, l’anno successivo,, in aggiunta ed in cambio di essi, alcune terre già possedute da Giovani da Procida nei paraggi di Salerno; cfr. F. Scandone, Notizie biografiche dei rimatori della Scuola poetica siciliana (Napoli, 1904), p. 70, n. 1. E’ lecito supporre che il Malaspina, più che ignorare, ricordava male il vero nome dell’uccisore di Pietro Ruffo.”.

Su Wikipedia alla voce Policastro leggiamo che le vicende del feudo di Policastro subirono una svolta importante dopo la morte dell’imperatore Federico II (13 dicembre 1250), quando sappiamo che passò in potere del conte Giovanni Ruffo (di Calabria) mentre, durante gli anni precedenti, sembra che sia rimasto devoluto transitoriamente alla regia corte.

Nel 1230-1231, i castelli che furono rinforzati in epoca Federiciana

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, mentre affidava ai singoli feudatari la cura dei castelli in loro possesso, si preoccupò anche di far riparere e consolidare le fortezze imperiali, quelle cioè amministrate e dirette in proprio dalla Regia Curia, intervenendo in maniera specifica nei loro riguardi (2). Quanto al castello di Capaccio, che era tra quelli di proprietà della Corona, in considerazione dell’enorme importanza che esso rivestiva entro il sistema difensivo stabilito dagli Svevi a protezione delle terre di Principato, unite allora in un solo Giustizierato con quelle beneventane, l’Imperatore nel 1230/31 vincolò un notevole numero di vassalli all’obbligo di fornire la mano d’opera necessaria alle sue eventuali riparazioni (3). La disposizione interessava gli uomini della baronia di Fasanella, le abbazie di S. Benedetto di Salerno etc..”. Cantalupo, a p. 144, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Federico si interessò particolarmente delle fortificazioni di Laurino (Castrum Laurini), Policastro (Castrum Policastri) e Rocca Gloriosa (Castrum Rocce de Gloriose), indicando anche coloro che erano tenuti a provvedervi (CDS, cit., I, pp. 157-159).”. Il Cantalupo si riferiva al testo di Carlo Carucci (….), “Codice diplomatico Salernitano”, vol. I, pp. 157-159. Infatti, Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero il vol. I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, egli scriveva dell’Imperatore Federico II. La notizia è tratta dal Carucci (…), nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, edito nel 1946, vol. I, ovvero il “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, dove a pp. 156-157, pubblicava il documento del 1230-1231 (?), che fu pubblicato da Winkelmann (…) , in ‘Acta imperiali’, n. 764. Il Winkelmann (…), secondo il Carucci (…), in ‘Acta Imperii ecc..’, al n. 775 e, tratti da Sthamer Eduard (…), in ‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedri

Carucci, CDS, I, p. 156

Carucci, p. 255

(Fig…) 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 di Winkelmann (…) e, in Carucci (..), vol. I, p. 157

I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo……..nel 1230-31 la città e il Castello dovevano essere riparati da uomini di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Policastro, Morigerati, Camerota, cioè da mezzo Cilento e da uomini della Lucania interna (77).”. I due studiosi, a p. 514, nella nota (77) postillavano che: “(77) Carucci, op. cit., I., s.a.”.

Il Cantalupo scrive che questo accadde proprio quando “proprio nel tempo in cui Federico II, mentre affidava ai singoli feudatari la cura dei castelli in loro possesso, si preoccupò anche di far riparare e consolidare le fortezze imperiali” e, cioè, nel 1230-31, come risulta dal documento pubblicato dal Winkelmann, in “Acta Imperii”, p. 7……, che fu pubblicato pure da Carlo Carucci (….) e di cui parlo in seguito. In Carucci, il documento “LXXVIII” in cui si dice che “Federico nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato, di Terra di Lavoro e della Terra Beneventana”.

Tancredi di Padula, figlio di Guglielmo di Padula

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia etc..‘ vol. I a p. 249, in proposito al periodo successivo al ‘Catalogus Baronum’ scriveva che: “Nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da re Carlo, come risulta dai ‘Registri angioini’. Significativo è il brano di A. di Costanzo (cit., p. 226) sul ritorno a Napoli di re Ladislao ecc..ecc..”. Le vicende successive dei possessi di Tancredi de Palude sono così riassunte nel ‘Liber Inquisitionum Caroli I’: “Hec baronia [scil. de Fasanella], fuit antiquitus d. Guillelmi de Postilione [sic, corrige: Palude], qui habuit duos filios, Tancredum et Guillelmum; et dictus Tancredus habuit duas filias: Alexandram uxorem Pandulfi de Fasanella, et aliam, que fuit uxor d. Riccardi de Fasanella fratris dicti d. Pandulfi. Philippa, secundogenita [sic, corrige: filia secundogeniti Guillelmi] fuit maritata tempore Friderici Thomasio domino Saponarie, qui mortuus fuit, et ipsa fuit exul a Regno, et cepit in virum d. Gilbertum de Fasanella” (Capasso, 1874, p. 346). Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando di Casaletto a p. 21 in proposito scriveva che: “Durante il periodo di dominazione normanno-sveva un ordine impartito da Federico II obbligava gli abitanti di Tortorella nel ‘iusticiaratu Principatus et Terre Beneventane’ a partecipare ai lavori di restauro del castrum di Policastro: “In primis castrum Pulicastri debet reparari per homines Turturelle et per homines Conse, per homines Turracae, per homines Rustrani, item per homines Brigetti et Tuclani, qui sunt de iusticiaratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per homines Muclarone et per homines tocius baronie Camerate, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est fomiglia ordinata” (32).”. Il Montesano, a p. 21, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Acta Imperii Inedita – Eduard Winkelmann – Innsbruck – 1880, pag. 775.”.

Nel 1230-1231, Federico II di Svevia, nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato, per esempio di Policastro e tra questi abitanti di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Camerota

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, mentre affidava ai singoli feudatari la cura dei castelli in loro possesso, si preoccupò anche di far riparare e consolidare le fortezze imperiali, quelle cioè amministrate e dirette in proprio dalla Regia Curia, intervenendo in maniera specifica nei loro riguardi. Quanto al castello di Capaccio, che era tra quelli di proprietà della Corona, in considerazione dell’enorme importanza che esso rivestiva entro il sistema difensivo stabilito dagli Svevi a protezione delle terre di Principato, unite allora in n solo Giustizierato con quelle beneventane, l’Imperatore nel 1230/31 vincolò un notevole numero di vassalli all’obbligo di fornire la mano d’opera necessaria alle sue eventuali riparazioni (3).”. Il Cantalupo, a p. 144, nella sua nota (3) postillava che: “(3) CDS, I, p. 158”. Parlando del castello e della fortezza di Policastro, Pietro Ebner, a p. 336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, riferendosi all’Imperatore Federico II di Svevia, scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del castello di Policastro (32).”. Ebner, a p. 336, nella sua nota (32), postillava che: “(32) Fidericus (…) Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscoli provisoribus castrorum, li costituisce provisores dei castrorum nostrum di Principato, Terra di Lavoro e Terra Beneventana (…) Castrum Policastri, ecc…”, e faceva riferimento al Carucci, vol. I, p. 89. Devo precisare però che il documento pubblicato a p. 89 del vol. I dal Carucci, riguarda la facenda del medico di Federico II e non dice nulla sui ‘provisores’ nominati per il “Castrum Policastri”. L’Ebner (…), scriveva che: Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del Castello di Policastro.”. (Carucci, vol. I, p. 156, come mostra l’immagine). Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando di Casaletto a p. 21 in proposito scriveva che: “Durante il periodo di dominazione normanno-sveva un ordine impartito da Federico II obbligava gli abitanti di Tortorella nel ‘iusticiaratu Principatus et Terre Beneventane’ a partecipare ai lavori di restauro del castrum di Policastro: “In primis castrum Pulicastri debet reparari per homines Turturelle et per homines Conse, per homines Turracae, per homines Rustrani, item per homines Brigetti et Tuclani, qui sunt de iusticiaratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per homines Muclarone et per homines tocius baronie Camerate, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est fomiglia ordinata” (32).”. Il Montesano, a p. 21, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Acta Imperii Inedita – Eduard Winkelmann – Innsbruck – 1880, pag. 775.”. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, parlando dell’Imperatore Svevo Federico II e, soprattutto al periodo successivo alla ‘Congiura di Capaccio’ ed alla crudele repressione che ne seguì, in proposito scriveva che: Cercò poi di estromettere i feudatari dai castelli costruiti dopo il 1189, per cui non potevano avere avuto alcuna concessione e ne dispose l’obbligo di manutenzione, a cui dovevano partecipare i villaggi vicini e lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra alcuni dei principali castelli che ruotavano attorno alla proprietà regia vi era quello di Camerota e quello di Policastro, che ricadeva nelle pertinenze del feudo di Camerota, vi era anche quello di Roccagloriosa (distrutto dai Francesi nel 1806), alla cui manutenzione dovevano collaborare anche tutti gli uomini liberi del feudo di Castellammare della Bruca (Velia).”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto e di Tortorella a p. 21 faceva notare che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.” ed io dico figlio del “Gibel de Loria” presente nel ‘Catalogus Baronum’. Il Pacichelli (…), parlando dell’epoca Sveva, con Federico II di Svevia, Caselle in Pittari insieme a Vibonati, Tortorella, Battaglia, doveva partecipare ai lavori di ristrutturazione e di rinforzo della fortezza di Policastro e dipendeva dalla Contea di Lauria che dipendeva da Riccardo di Lauria o Oria, il quale era figlio di Gibel e sarà il padre del noto Ammiraglio Ruggero di Lauria. Dunque, il Montesano (…), anche sulla scorta dell’Ebner (…), ci faceva notare il collegamento che vi era con i feudatari della nostra terra all’epoca della stesura del ‘Catalogus Baronum’ con l’epoca successiva (periodo Normanno-Svevo con Federico II) che vedeva Caselle in Pittari ed altri piccoli centri fortificati dipendenti con la Contea di Lauria. I nomi dei casali di Tortorella (“Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bactorum, Casalecti et Bactalearum'”, sono ricordati in un documento della ‘Cancelleria’ Federiciana pubblicato da Winkelmann (…) e poi dal Carucci (…), citato da Montesano. Il Winkelmann (…), a p. 775, in proposito a questo documento di cui non riporta data ma lo mette in “STATUTA OFFICIORUM” dove a p. 768 scriveva docum. n. 1005 del 1241-1246, a p. 775 in proposito scriveva che: “Nomina castrorum et domorum imperialis ducatus Amalfie, Principatus et Terre Beneventane et nomina terrarum iusticairatus eiusdem, que sunt deputate ad reparacionem castrorum et domorum imperialum eorundem”:

Winkelmann, Acta Imperii Inedita, p. 775

(Fig…..) Winkelmann (…), Acta Imperii Inedita, op. cit., p. 775, documento di Federico II

Ciò risulta dal Codice Diplomatico Salernitano sotto l’anno 1230-31 (…). Si tratta di un documento tratto dalla Cancelleria Angioina ma riguarda un documento dell’epoca Federiciana, ovvero il documento in Carucci (…) a p. 156, vol. I, LXXVIII, dove il Carucci scrive 1230-31 ?”, Federico II nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato ecc..”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento Medievale’, a p. 537, parlando di Policastro riportava la stessa notizia e in proposito scriveva che: Un documento di Federico II informa che alle opere dimanutenzione del castello erano tenute dalle famiglie di Camerota, Morigerati, Policastro,Rivello, Rofrano, Sanza, Torraca (di cui faceva parte sicuramente il piccolo centro di Sapri), Tortorella e Trecchina (10).“. Ebner (…), a p. 537, vol. I, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Carucci, Codice diplomatico salernitano, cit., p. 89.”. Ma, Ebner si sbagliava perchè il Carucci a p. 89 del vol. I, parla della questione della nomina del vescovo a Policastro nel 1211.

Carucci, p. 89

(Fig…..) Carlo Carucci, op. cit., vol. I, p. 89

Stesso errore fanno i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo. La città era ambita da personalità del mondo politico ecclesiastico, più a causa della sua importanza castrense, strategica (da far valere ogni volta che nelle corti si preannunciasse un pericolo di rivolta o di guerra), che per dichiarare risorse economiche. Nel 1211, ad esempio, per vescovo di Policastro era designato il medico del Re di Sicilia, Giacomo, poi eletto (76); nel 1230-31 la città e il Castello dovevano essere riparati da uomini di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Policastro, Morigerati, Camerota, cioè da mezzo Cilento e da uomini della Lucania interna (77).”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (76), postillavano che: “(76) C. Carucci, Codice diplomatico salernitano del sec. XIII, Roma, Fonti per la Storia, ecc.., 1931, vol. I, p. 89.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (77), postillavano che: “(77) Carucci, op. cit., I., s.a.”. Lo studioso locale Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati‘, pubblicato nel 2001, a p. 52, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, dissertando sui diversi toponimi che Morigerati ha sulla documentazione d’epoca Angioina scriveva che: Per quello di Policastro tra gli altri paesi, impose i pagamenti anche a “Muchrone”. Ciò risulta dal Codice Diplomatico Salernitano sotto l’anno 1230-31 (6).”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIII, vol. I, pag. 156, 157, 158. Gli altri paesi che dovevano concorrere alle spese erano: Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Camerota. I provisores erano due: Agneo de Mastuscio e Sanctoni de Montefuscoli.”. Il documento citato dal Gentile (…), nella sua nota (6), a p. 58, riguarda Federico II di Svevia ed è trascritto nel vol. I del Carucci Carlo (…), op. cit.,  a pp. 156-157-158 e come scrive lo stesso Carucci è tratto dalla Cancelleria Sveva trascritto dal Wilkelmann (…) “Acta Imperii”, n. 758. Il Gentile scriveva in proposito a tale documento pubblicato e tratto dal Carucci (…): “Fra i documenti normanni del 1150 e quelli angioini del 1278, è presente un’altra registrazione con un nome diverso ma similare: ecc..ecc…Per quello di Policastro tra gli altri paesi, impose i pagamenti anche a “Muchrone”. Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero il vol. I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, egli scriveva dell’Imperatore Federico II. La notizia è tratta dal Carucci (…), nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, edito nel 1946, vol. I, ovvero il “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, dove a pp. 156-157, pubblicava il documento del 1230-1231 (?), che fu pubblicato da Winkelmann (…) , in ‘Acta imperiali’, n. 764. Il Winkelmann (…), secondo il Carucci (…), in ‘Acta Imperii ecc..’, al n. 775 e, tratti da Sthamer Eduard (…), in ‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914, pubblicò il documento del 1230-1231, tratto dai Registri della Cancelleria Svevo-Angioina, dove si elencavano i “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione Sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi.”. Secondo il Carucci, questo elenco di castelli e fortezze imperiali appartenenti alla casa regnante dell’Imperatore Federico II di Svevia, nella Provincia di Salerno, all’epoca Angionina di Carlo I e Carlo II, non subì modifiche, ma restò inalterato. Come possiamo leggere dal documento del 1230-1231, pubblicato anche dal Carucci a p. 156-157 del vol. I, nel “Castrum Policastri”, ed al suo castello, vi era addetto il seguente personale: “LXXVIII. – 1230-1231 ?. Federico II nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato, di Terra di Lavoro e della Tera beneventana e dà loro istruzioni circa il numero dei servienti di ciascun castello, circa le paghe da corrispondersi loro, le riparazioni eventuali da farsi, la coltivazione delle terre annesse ecc… Per ogni castello ordina si faccia un inventario di quanto possiede di armi, vettovaglie, animali ecc.., redatto in triplice copia, di cui una resti al castellano, l’altro presso i detti ‘provisores’, e il terzo si mandi alla regia curia.” Il Carucci (…), nella sua nota a tergo del documento postillava che: “Dal Winkelmann. ‘Acta imp.’, n. 764”, ma a p. 764 non pubblica questo documento. Il documento in questione pubblicato dal Winkelmann è a p. 775. Nel documento è scritto: “Fridericus etc. Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscolo, provisoribus etc…”.

Carucci, p. 156, vol. I

(Fig….) Carucci Carlo (…), op. cit., vol. I, p. 156 e s.

Carlo Carucci (…) a p. 157 aggiunge che: “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione Sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi. (Dal Winkelmann, ‘Acta Imperii’, pag. 775, e da Sthamer Eduard (…), in‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914). Durante i regni di Carlo I e Carlo II d’Angiò lo statuto di essi non subì cambiamenti notevoli e i castelli del Principato insieme con quelli di terra di Lavoro, furono alla dipendenza dello stesso ‘provisor castrorum’.”. Nella parte del documento pubblicata a p. 157 del vol. I dal Carucci, si legge: “Castrum Policastri’ debet reparari per homines Turturelle et per homines Sanse, per homines Turrace, per homines Roffrani; item per homines Brigelli (Rivello ?) et Triclani (Trecchina), qui sunt de iustitieratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per omines Muclarone (Morigerati; nel 1294 Moregeranum) et per homines totius baronie Camerote, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est familia ordinata.”.

Carucci, p. 255

(Fig…) 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 di Winkelmann (…) e, in Carucci (..), vol. I, p. 157

Carucci, p. 160

Carucci, p. 160, nota (1)

(Fig….) Documento Federiciano, tratto dal Carucci (…), vol. I, pp. 156-157

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Ecc…”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.”. Sempre il Campagna (…), sulla scorta del ‘Codice Diplomatico Salernitano’, del Carucci (…), a p. 266, scriveva che: “Al ripristino di antichi castelli, ordinato da Federico II, la baronia di Camerota fu costretta a contribuire per il rifacimento delle fortezze di Policastro.”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, p. 334, scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia. Dopo la congiura di Capaccio nel 1242, episodio in cui alcuni Baroni del Regno, primi tra questi, al solito, i Sanseverino, decidono di ribellarsi all’Imperatore Federico II di Svevia, che era stato scomunicato dal papa, e dopo il suo epilogo che avvenne a Capaccio in cui tutti i congiurati vennero sterminati, compreso Tommaso e Guglielmo Sanseverino.  I guasti del conflitto non rimesero circoscritti alla sola zona di Capaccio, ma incisero fortemente sulle condizioni di vita dell’intero Cilento.

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(Fig…) Policastro Bussentino – Torri e mura

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(Fig…) Policastro Bussentino – Torre delle mura

Il porto di Policastro forse costruito da Federico II

Luigi Tancredi (…), nel suo, ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’, pubblicato nel 1978, sulla scorta di Romolo Caggese (…), nel suo cap. 16, forse sulla scorta di Romolo Caggese (…), che di quegli anni ha scritto di Policastro, a p. 28, in proposito scriveva che: “Le mura che il Doria rase al suolo in modo tanto perfetto che non rimase pietra, quelle mura appartenevano ad una Policastro che è scomparsa.”. In sostanza quì il Tancredi parla del castrum e delle mura Federiciane che Federico II di Svevia fece rafforzare. Sempre il Tancredi (…), proseguendo il suo racconto su Policastro, a p. 28 scriveva che: “Ben s’accorse Federico dell’importanza strategica del luogo, ma anche dell’insalubrità dell’aria e dell’inusabilità del porto fluviale, ormai molto lontano dalla città (non sappiamo di quanto; oggi la distanza è di circa 4 km.), ed in più richiedeva un enorme e continuo lavoro di manutenzione. Perciò Federico costruì un nuovo porto in riva al mare, dove l’insabbiatura non era da temere; questo porto fu fortificato e connesso al Castellaro con mura. Il luogo era, inoltre, più sano e si trovava a circa 2 km. da Policastro vecchia, in direzione di Capitello. La riva del mare era allora più verso monte, al di là dell’odierna strada statale n. 18. Le fortificazioni sono completamente scomparse e i residui sono coperti di vegetazione. Il Doria ha fatto un lavoro completo. Rimane soltanto la parte superiore d’un acquedotto, che portava acqua dolce alle navi, ed il nome di “Porta di Mare”, che la contrada porta ancora, perchè il luogo era compreso nella cinta fortificata. Un lungo tratto di questa cinta si scoprì e si distrusse, quando fu costruita la ferrovia (1890-95).”. Dunque l’ipotesi suggestiva del Tancredi che voleva che l’antico porto angioino di Policastro dei genovesi fosse nella contrada “Porta di Mare” posta più o meno dove attualmente vi è un campeggio dopo il cimitero di Capitello e vicino ai ruderi del cosiddetto Castellaro di Capitello.

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(Fig…) Particolare della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli (ASN) (…).

Come ho già scritto, non propendo per l’ubicazione di uno scalo portuale nell’area del Castellaro di Capitello, ipotesi questa del Tancredi che andrebbe ulteriormente verificata. Certo è che nella carta illustrata nell’immagine non troviamo alcun riferimento ad uno scalo fluviale o portuale eppure essa è di poco posteriore all’epoca Angioina.

Il borgo ed il castello a S. Severino di Centola, all’epoca dell’Imperatore Federico II di Svevia

Con i Normanni (1077–1189) e successivamente con gli Svevi (1189-1266) furono realizzate nel Castello di San Severino di Centola altre opere di fortificazione, soprattutto da Federico II, il quale dispose la realizzazione della cinta muraria; fu realizzata altresì la chiesa di notevoli dimensioni a picco sullo strapiombo della gola della Tragara.

S. Severino di Centola

(Fig. 16) S. Severino di Centola. Borgo e Castello di San Severino

Nel 1239, Sapri, in un documento dell’epoca, una lettera del Papa per un patto di alleanza con le due Repubbliche marinare di Genova e Venezia contro  Federico II di Svevia

A proposito del porto e di Sapri e Policastro, l’Ebner (…) scriveva in proposito: “Mancano notizie in età normanna ed angioina del villaggio e del suo approdo monopolizzato dal vicino e più importante porto di Policastro.”, ma un interessante notizia sulla presenza di Sapri nel 1239 ci è data dallo studioso Ernst Kantorowicz (…). Lo storico dell’Imperatore Federico II di Svevia, Kantorowicz (…), nel suo libro ‘Federico II imperatore’, recentemente ristampato per i tipi di Garzanti, scriveva che nel 1239, in occasione di un patto di alleanza stipulato tra il Papa Gregorio IX e le Repubbliche marinare di Venezia e di Genova per combattere l’Imperatore Federico II di Svevia: “il papa pretendeva tutto il reame quod est beati Petri patrimonium; Venezia avrebbe avuto i porti di Barletta e Sapri;” (…). Si avete letto proprio bene. La Repubblica marinara di Venezia pretendeva in cambio i porti di Barletta e di Sapri. Si tratta di Sapri o forse di Salpi, che, è un luogo ed un porto, come Barletta, che si affaccia sul mare Adriatico. Forse un errore di trascrizione dello storico. Dopo la morte di papa Onorio III, uno dei primi atti del pontificato di papa Gregorio IX fu l’invio all’Imperatore Federico II di Svevia (che possedeva l’intera Sicilia), della comunicazione di mantenere le promesse fatte al suo predecessore Onorio III – cioè di non intervenire militarmente nei territori dell’Impero nel Nord d’Italia e di accettare le nomine dei vescovi incaricati dal papa stesso – e infine di organizzare un nuova crociata che però l’Imperatore non mantenne e ne scaturì una seconda scomunica. A causa dei continui dissidi sorti tra la curia romana e l’Imperatore, il 20 Marzo 1239, papa Gregorio IX, in continua lotta con l’Imperatore Svevo Federico II, emise una nuova scomunica (la terza) per Federico II, la Domenica delle Palme. L’imperatore, che ora si sentiva investito dell’impegno di difendere l’impero dal “papa eretico” – alleato con gli eretici lombardi -, cominciò a conquistare possedimenti dello Stato Pontificio con l’intento di isolare progressivamente Roma. Papa Gregorio IX chiese aiuto a Venezia, dove si progettò l’invasione nelle terre di Puglia, e convocò a Roma un concilio ecumenico per la Pasqua del 1241 con lo scopo di deporre l’imperatore. Lo storico tedesco Kantorowicz (…), parlando di papa Gregorio IX, dice che: , il papa aveva concluso in Laterano un patto d’aggressione, contraenti Venezia e Genova, contro l’Imperatore. In base ad esso, le due città marinare, in passato spesso nemiche, s’impegnavano ora ad aiuto reciproco e giuravano di non concludere alcun trattato con lo Staufen senza previo consenso del papa.”. Scrive il Kantorowicz (…): “Tutte queste lotte erano ancora avviate – l’Imperatore si batteva ancora nel territorio di Bologna – quando la curia lo costrinse a dirigere la sua attenzione su tutt’altre faccende. L’alleanza tra Venezia e Genova, che aveva avuto Gregorio IX per mediatore, si vedeva ora crescere di consistenza con l’ingresso, della medesima, di Piacenza e Milano, e infine della curia romana stessa. Venezia e Genova, avrebbero trasportato proprie soldatesche e truppe papali in Sicilia. Si preparava in tal modo un grande attacco all’isola, la roccaforte della potenza imperiale. Sei mesi, si pensava sarebbero stati sufficienti, e si era anzi già diviso il bottino: il papa pretendeva tutto il reame quod est beati Petri patrimonium; Venezia avrebbe avuto i porti di Barletta e Sapri; Genova, Siracusa, che le stava tanto a cuore; sia Venezia sia Genova, infine, avrebbero avuto altri compensi per le spese sostenute. Questo il programma degli alleati contro cui Federico II aveva adesso da scontrarsi.”. Lo storico Kantorowicz (…), trae la notizia dello storico patto da un’epistola (lettera) del papa Gregorio IX che scrive nel Settembre 1239 (..), in occasione della sua mediazione per la stipula del patto d’alleanza fra le Repubbliche marinare di Venezia e Genova (16) contro l’Imperatore Federico II di Svevia, dove però non figura il porto di Sapri ma figurano i due porti pugliesi di Barletta (Barolum) e quello di Salpi (Salpas). Nell’anno 1239, Genova avviò le trattative con Gregorio IX, che portarono all’alleanza novennale con la rivale Venezia. Il pontefice promise ai liguri di riconsegnare Siracusa alla loro giurisdizione, e a Venezia come scalo per i convogli diretti verso Bisanzio i porti pugliesi di Barletta e Salpi (‘Salpas’) o Sapri (come scrive il Kantorowicz (…)). Il trattato del 26 luglio 1239 con la Chiesa garantì anche a Genova (16) la protezione papale nei traffici commerciali della Sardegna, contesa ai pisani, sostenuti dall’imperatore. L’alleanza in realtà non porterà a nessuna azione offensiva di rilievo contro Federico II, tranne l’assedio alla città di Ferrara: una flotta congiunta veneziana e genovese risalì il corso del Po per assediare la città, che cadde dopo cinque mesi. Lo storico Kantorowicz (…), riferendosi allo storico patto di alleanza (16), cita il porto di Sapri che sarebbe andato a Venezia, alleatasi con Papa Gregorio IX contro l’imperatore Federico II di Svevia. Il Kantorowicz (…), nelle sue note a p. 516, scrive dei patti di alleanza stipulati dal papa Gregorio IX,  dice che: “L’alleanza della curia con i Comuni”, stà in: “Il patto con Venezia”, stà in “MG-EPP. Pont., I, n. 833-838, pp. 733 e s”, ovvero stà nelle ‘Epistulae saeculi XIII e regestis pontificarum Romanorum selectae epistoli (lettere) papali ed in particolare una delle lettere di papa Gregorio IX: Romaneus Quirinus et Stephanus Baduarius Iacobi Teopuli ducis et comminis Venetiarum Gregorio IX Papae et ecclesiae romanae promittunt sec XXV galeas ad regnium siciliae occupandum armaturos esse, iuraque, statunt, quae, sibi, tam, apud Barolum’ et Salpas quam in omni olio regni loco, quem venectorum auxilio contingerit occupari in perpetuum feudum concedi dubeant, tenore litterarum procurationis ducis et comminis venetiarum. a. 1239, Sept. 5.” (15-16). Il Kantorowicz, nelle sue note a p. 515, riguardo l’alleanza tra Venezia e Genova, stretta in Laterano”, scriveva: “in quadam camera domini pape”, stà in BFW, 7216, WACT., II, n. 1028, pp. 689 e s. (6), ovvero Bohmer J.F., Regesta Imperii, V, 3-5, editi da Ficker J., ed. E. Winkelmann, Innsbruck (1892-1901); vedi pure: Winkelmann, Acta imperii inedita, vol. II, n. 1028, pp. 669, Innsbruck, 1880.

Acta Imperii, pè. 689

Sempre il Kantorowicz (…), nelle sue note a p. 516, dice che: “L’alleanza della curia con i Comuni”, stà in: “Quello con Genova” stà in “Liber Jurium, Hist. Patr. Monum., vol. VII, p. 980″ (6), ovvero stà in ‘Liber iurium reipubblicae Genuensis’; 2 voll., Torino 1854-57; Historia Patriae Monumenta, voll. VII e IX. In un nostro studio del 1987 (1), scrivevamo in proposito: “Dubbi sussistono sull’esattezza della notizia dataci dallo storico Kantorowicz, secondo cui alla epoca federiciana l’alleanza fra Venezia e Genova, che aveva avuto Gregorio IX per mediatore contro Federico II di Svevia (prima metà del secolo XIII), stabilì che”: ” Venezia avrebbe avuto i porti di Barletta e di Sapri;…” (…). Nella lettera di papa Gregorio IX (15), non figura Sapri ma figurano i porti pugliesi di Barletta (Barolum’) e di Salpi (‘Salpas’) (15). L’abbaglio o l’errore di traduzione del Kantorowicz (…) si desume dalla lettera (testo in latino), in cui si riporta il testo dell’alleanza o del patto (15). Nell’epistola papale in cui si riporta lo storico patto con i Comuni di Venezia e di Genova (15). Dalla traduzione del testo latino dell’antica pergamena si evince che ”Venezia avrebbe avuto i porti di Barletta e di Salpi (Salpas);…”, viene appunto un ‘Salpas’ e non il toponimo del porto di Sapri come invece scrive lo storico tedesco. Nello storico patto del papa Gregorio IX, non figura il porto di Sapri ma si citano i due porti pugliesi di Barletta (Barolum) e quello di Salpi ‘Salpas’. I due porti citati nel Patto di alleanza stupulato con il papa, Barletta (Barolum) e Salpi (Salpas), sono entrambi due porti medievali che si trovavano sulle coste pugliesi, all’epoca controllati dall’Imperatore Federico II di Svevia ed erano ambiti dalla Repubblica Marinara di Venezia, anch’essa in lotta con l’Imperatore Federico II. Entrambi i porti citati, figurano anche sulla più antica carta nautica conosciuta che è datata proprio all’epoca Federiciana, la ‘Carta Pisana’  (…), del 1290 circa, a cui abbiamo dedicato un nostro saggio ivi pubblicato. Non sappiamo se vi è stato un errore di traduzione o altro secondo cui, lo storico tedesco Kantorowicz (…), abbia confuso il porto di ‘Salpas’ con quello di Sapri. Nella traduzione del tedesco Kantorowicz (…), del testo latino della lettera papale, il ‘Salpas‘ citato, corrisponda al toponimo del porto pugliese di Salpi o quello del porto di Sapri (…). Dobbiamo pure dire che il toponimo del porto di ‘Salpas’ (Salpi) e, non di ‘Sapri’,  come invece vuole il Kantorowicz e lo stesso traduttore dal tedesco dell’autore del testo Kantorowicz, citato nel testo latino dell’epistola papale del 26 Luglio 1239 (15), potrebbe anche indicare il porto di Sapri e non il porto pugliese di Salpi. Tuttavia, la notizia andrebbe ulteriormente indagata. Bisognerebbe esaminare de visu il documento papale originale perchè potrebbe trattarsi di un errore di traduzione o semplicemente di trascrizione – come noi crediamo – che il curatore dell’opera dello studioso Kantorowicz (6), la traduzione di Gianni Pilone Colombo delledizione Garzanti, abbia errato e preso un abbaglio, anche se dobbiamo dire che non è così scontata la conclusione ad un indagine più attenta e rigorosa del documento papalino (15), originale, come pure dobbiamo far notare che la stessa traduzione del testo in latino dell’epistola papalina sia sbagliata, ovvero che, ad un’attenta analisi del testo latino dell’epistola in questione (15) il ‘Salpas’ non sia Salpi ma corrisponda al porto di Sapri come voleva il Kantorowicz (…). Inoltre, dobbiamo pure far notare che vista la presenza genovese a Policastro in quell’epoca, potrebbe darsi che lo storico tedesco si riferisca al patto con il Comune di Genova che non abbiamo potuto esaminare de visu. E’ vero che la lettera papale in questione, ci parla di due porti pugliesi, ‘Barolum’ e ‘Salpas’ (…), ma noi riteniamo che la notizia andrebbe ulteriormente approfondita ed indagata. E’ vero che alcuni parlano del porto pugliese di Salpi (16), mentre ad esempio proprio il Kantorowicz (…), parlando delle sedi vescovili vacanti in Sicilia, oltre a quella di ‘Policastro’ ci parla di un ‘Salpe’. Certo che Sapri, nel XIII secolo era uno scalo marittimo conosciuto con il toponimo di Saprà, come risulta dalla più antica carta nautica conosciuta, la ‘Carta Pisana’, datata intorno al 1290 (Fig….).

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(Fig. 9) Ingrandimento della carta nautica detta ‘Carta Pisana’, con il particolare delle coste tirreniche dell’Italia meridionale, tratta dal testo di Jerry Brotton (…)

Le Torri costiere esistevano già in epoca Sveva al tempo dell’Imperatore Federico II di Svevia

Fin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al X-XI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata costruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II. Ecco perchè le torri costiere presenti sul nostro litorale, vengono chiamate dalla tradizione popolare orale “Torri Normanne”. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti. Come ho già scritto, il sistema di segnalazioni e difesa del territorio costituito da torri costiere, costruite lungo i litorali, esisteva già dallepoca della dominazione Sveva, che poi in seguito, fu mantenuto e rafforzato dai francesi Angioini. Accessi a documenti d’epoca Sveva, ancor prima dell’epoca Angioina, si trovano citati nel Pasanisi (…), che come la studiosa Anna Andreucci (…), nel suo ‘Il sistema nelle torri costiere di difesa’, a p. 221, nella sua nota (12), postillava che: “Onofrio Pasanisi, con il suo scritto già citato, pubblicato nel 1926, nel volume di ‘Studi di Storia Napoletana in onore di Michelangelo Schipa, è il primo studioso che si è interessato all’argomento ed è lettura obbligata per chiunque si accinga ad analoghe ricerche.”. Infatti, il Pasanisi (…), di cui parlerò, oltre a precisare la data dell’inizio del programma di costruzioni delle torri costiere fatte realizzare dai Vicerè spagnoli, sarà il primo a citare alcuni interessanti documenti d’epoca Sveva, in cui si parlava di torri costiere o di sistema di difesa realizzati in epoca anteriori a quella Angioina. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 176, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p….., scriveva che: “Nel 1233 Federico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, p. 334, scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, parlando dell’Imperatore Svevo Federico II e, soprattutto al periodo successivo alla ‘Congiura di Capaccio’ ed alla crudele repressione che ne seguì, in proposito scriveva che: Cercò poi di estromettere i feudatari dai castelli costruiti dopo il 1189, per cui non potevano avere avuto alcuna concessione e ne dispose l’obbligo di manutenzione, a cui dovevano partecipare i villaggi vicini e lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra alcuni dei principali castelli che ruotavano attorno alla proprietà regia vi era quello di Camerota e quello di Policastro, che ricadeva nelle pertinenze del feudo di Camerota, vi era anche quello di Roccagloriosa (distrutto dai Francesi nel 1806), alla cui manutenzione dovevano collaborare anche tutti gli uomini liberi del feudo di Castellammare della Bruca (Velia).”. L’Ebner (…), scriveva che: Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del Castello di Policastro.”. (Carucci, vol. I, p. 156, come mostra l’immagine). L’Ebner (…) scriveva che: Un documento di Federico II informa che alle opere di manutenzione del castello erano tenute dalle famiglie di Camerota, Morigerati, Policastro, Rivello, Rofrano, Sanza, Torraca (di cui faceva parte sicuramente il piccolo centro di Sapri), Tortorella e Trecchina (4).”, di cui si parla nei documenti pubblicati dal Carucci (…). Molti documenti dell’epoca Federiciana, riguardanti le nostre terre e l’ex Principato Longobardo di Salerno, furono pubblicate da Carlo Carucci (…), nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, che, nel volume I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), pubblicava molti documenti d’epoca Federiciana. Tuttavia, per citare alcuni documenti d’epoca Federiciana, riguardanti le nostre coste, ho tratto alcune interessanti notizie da Onofrio Pasanisi (…), che nel 1926, pubblicò  l’interessante saggio ‘La costruzione generale delle torri marittime ordinata dalla Real Corte di Napoli nel sec. XVI’. Il Pasanisi (…, a p. 440, nella sua nota (3), postillava in proposito che: “(3)  Ne sono a tutt’oggi scomparse moltissime, sia crollate, e sia convertite ad uso di abitazioni. Altre – poche di numero – rimangono ancora; in piedi alcune, dirute o semi – dirute le rimanenti; è facile tutavia distinguere il tipo e precisarne l’epoca; quadrangolari quelle costuite dalla R. Corte, di varie forme come ho già detto, le altre. Vi sono torri sveve, angioine, aragonesi, post a guardia del litorale contro i pirati d’ogni luogo e di tutte le età.”.

Nel 1233, le fortificazioni e le Torri costiere

Piero Cantalupo, nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 145 scriveva pure che: “Intanto, nel 1233, Federico II aveva emanato un altro ordine per la riparazione e la fortificazione dei castelli (3), a cui erano seguite nell’aprile del 1235 delle precise disposizioni, impartite a Tommaso di Montenero, giustiziere di Principato e Terra Beneventana, di provvedere, nell’ambito della propria giurisdizione, a far fortificare ed, eventualmente, riparare le torri costiere (4).”. Il Cantalupo, a p. 145, nella sua nota (3) postillava che: “(3) HUILLARD BREHOLLES, Historia diplomatica Friderici II, IV, I, p. 427.”. Il Cantalupo, a p. 145, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il documento (aprile 1235) è contenuto in quello dell’agosto 1235 appresso citato”. Il Cantalupo, a p. 146, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Il documento (agosto 1235), contenente i due precedenti, è riportato integralmente da M. Vassalluzzo, Castelli, Torri e borghi della costa Cilentana, Salerno, 1969, pp. 203-206”.

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Nel 1233, Federico II di Svevia ordina la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni

Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’ parlando dell’Imperatore Svevo Federico II, scriveva che: Cercò poi di estromettere i feudatari dai castelli costruiti dopo il 1189, per cui non potevano avere avuto alcuna concessione e ne dispose l’obbligo di manutenzione, a cui dovevano partecipare i villaggi vicini e lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra alcuni dei principali castelli che ruotavano attorno alla proprietà regia vi era quello di Camerota e quello di Policastro, che ricadeva nelle pertinenze del feudo di Camerota, vi era anche quello di Roccagloriosa (distrutto dai Francesi nel 1806), alla cui manutenzione dovevano collaborare anche tutti gli uomini liberi del feudo di Castellammare della Bruca (Velia).”. Fin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al X–XI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata ricostruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II ed in seguito dai Vicerè Spagnoli. Amedeo La Greca, scriveva che: “Nel 1233 Fedrico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), nell’elencare alcune delle Torri fatte costruire a difesa dall’Imperatore Svevo Federico II, si ferma a San Giovanni a Piro, ovvero ad alcune torri costruite lungo la costa di Scario. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, sulla scorta degli studi del  Pasanisi (…), parlando di Federico II, ci conferma alcune nostre ipotesi circa alcune torri costiere cavallare già preesistenti al tempo della loro rinnovata costruzione dei Vicerè spagnoli, e cioè che molte torri costiere erano già preesistenti perchè erano state costruite dai Normanni e poi fatte rinforzare da Federico II. Ecco perchè le torri costiere presenti sul nostro litorale, vengono chiamate dalla tradizione popolare orale “Torri Normanne”. Ma l’elenco continua e, poco si è scritto su di esse. Prima della costruzione di alcune torri marittime o costiere per l’avvistamento e la difesa militare delle povere popolazioni che furono costruite verso la fine del ‘500, lungo il nostro litorale (…), vi erano alcune Torri preesistenti.

Nel 1233, Federico II ordina la ristrutturazione di alcune Torri costiere

Fin dall’antichità furono costruite sui litorali marittimi torri costiere con funzioni di avvistamento contro la pirateria corsara, ma dobbiamo arrivare al X-XI secolo perché esse abbiano una connotazione più specificamente antisaracena. In diverse località dell’Italia meridionale vennero edificate torri di vedetta a difesa dei porti e delle principali città. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 176, scriveva che: “Nel 1233 Federico II ordinava la ristrutturazione delle torri costiere costruite dai Normanni ‘a difesa dall’infame genìa dei pirati’ (torri di San Marco di Agropoli, di Tresino, di Licosa, di Cannicchio, di Ascea, di Palinuro e di San Giovanni a Piro).”. Il La Greca (…), non postillava nulla al riguardo, e non forniva alcun riferimento bibliografico. E’ molto probabile che il La Greca (…), si riferisca ad un documento di cui parlava anche Pietro Ebner (…) che, nel suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – ecc..’, che a p. 111, parlando dell’epoca sveva e di Federico II, nella sua nota (13), postillava in proposito che: “(13) Nell’istrumento che riguarda le torri di Tresino, Licosa, Palinuro, Ascea e San Giovanni a Piro , è riportata la lettera imperiale a “dompni Thome de Montenigro imperialis iusticiarum Principatus et Terrae beneventane”. L’istrumento (l’Atto) (ABC, L., 23: Tresino augusti 1235, VIII) è stato pubblicato tra i “Documenti” in appendice a ‘Castelli torri e borghi della costa cilentana (Salerno 1969, p. 203) di Mario Vassalluzzo.”. Pietro Ebner, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc..”, a p. 111, scrivendo della carica Imperiale all’epoca Federiciana: “Federico aveva nominato custode del sigillo di giustizia della seconda tra le undici provincie del regno, grande giustiziere dell’antica Liburia, la ‘Libues’ di procopio, la Terra di Lavoro. Carica importantissima annualmente rinnovabile. Il giustizierato ecc…Della nomina è notizia in Riccardo di S. Germano (12), che lo ricorda subentrato a Riccardo di Montenegro (13).”. Dunque, Ebner scriveva che Riccardo di Montenegro era giustiziere del Principato nel 1229 e poi anche nel 1235, come dimostra il documento (“Istrumento”) pubblicato dal Vassalluzzo, sulle Torri costruite o rinforzate all’epoca Federiciana. Infatti, Ebner, a p. 111, nella nota (13) riferendosi a Riccardo di Montenegro, postillava pure che: “(13)…Nell’istrumento che lo riguarda le torri di Tresino, Licosa, Palinuro, Ascea e S. Giovanni a Piro, è riportata la lettera imperiale a “dompni Thome de Montenigro imperialis iusticiarium Principatus et Terrae beneventanae”. L’istrumento (ABC, L 23: Tresino augusti 1235, VIII) è pubblicato tra i “Documenti” in appendice a ‘Castelli Torri e borghi della costa Cilentana (Salerno 1969, p. 203) di M. Vassalluzzo. Il giustiziere Riccardo di Montenero promulgò, per ordine imperiale, le famose Leggi melfitane entrate poi in vigore il primo settembre 1231.”. Il Vassalluzzo (…), parlando dei Saraceni sulle nostre coste, a pp. 31-32, in proposito scriveva che: “Altre scorrerie essi faranno sulla costa, al tempo di Federico II (12), di Carlo d’Angiò (13), degli Aragonesi (14) e degli Spagnoli (15).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 32, nella sua nota (12), postillava che: “(12) Archivio Cavense, Arca L, n. 23”,  (che è la collocazione del documento del 1235, da lui pubblicato).”.

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(Fig…..) Vassalluzzo Mario, Appendice, Doc. n. 1 – lettera imperiale a “dompni Thome de Montenigro imperialis iusticiarium Principatus et Terrae beneventanae”

Ebner postillava della “lettera imperiale” indirizzata a Riccardo di Montenegro. Infatti, il sacerdote Mario Vassalluzzo (…), a pp. 215-216-217, in “VI Documenti”, in Appendice, pubblicava l’interessantissimo documento risalente all’anno 1235, epoca Federiciana: “Documento n. 1”, però il Vassalluzzo scrive: “Istrumento riguardante le torri di Tresino, Licosa, Palinuro, Ascea e S. Giovanni a Piro (anno 1235).”. Il Vassalluzzo (…), a p. 218, in proposito riportava i nomi dei sottoscrittori dell’Atto ed in proposito scriveva che: ” + Signum Iohannuzi Marchisani, qui presens fuit (1).”. Il Vassalluzzo, a p. 218, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Archivio Cavense, Arca L, n. 23.”. Dunque, il documento dell’anno 1235, citato da Ebner (…) e, pubblicato integralmente dal Vassalluzzo, si riferisce all’epoca dell’Imperatore Federico II di Svevia, prima della nota ‘Congiura dei Baroni’ o ‘Congiura di Capaccio’, del 1242. Dunque, l’antico documento del 1235, tratto dagli Archivi dell’Abbazia Benedettina di SS. Trinità di Cava de Tirreni, che Ebner (…), a p. 111, nella sua nota (13), postilava e citava la Lettera Imperiale “dompni Thome de Montenigro imperialis iusticiarum Principatus et Terrae beneventane”, tratta da  (ABC, L., 23: Tresino augusti 1235, VIII)”, dunque del documento di Federico II di Svevia, Tresino, Casale cilentano, dell’agosto 1235, VIII indizione, ci parla dell’incursione dei Saraceni che fecero nell’anno…….e che indussero l’Imperatore Federico II di Svevia a rinforzare delle Torri costiere già preesistenti all’epoca di Federico II: la Torre di Tresino; Torre di  che riguarda le torri di Tresino, Torre di Licosa, Torre di Palinuro, Torre di Ascea e, Torre di San Giovanni a Piro, sulla costa di Scario. Sempre dal Vassalluzzo (…), ci vengono alcune interessanti notizie storiche sulle torri e sul periodo Federiciano. Il Vassalluzzo (…), a p. 71, in proposito alla Torre di Tresino scriveva che: “La Torre di Tresino, posta come collegamento tra quella di S. Francesco e l’altra di Licosa, mediante la Torre di ‘Pagliarolo’, ecc….Ecco perchè la troviamo nelle carte del XIII secolo, alla cui custodia e manutenzione erano tenuti l’Abate di Cava ed il Vescovo di Capaccio (31). Ecc..”. Il Vassalluzzo, a p. 72, nella sua nota (31), postillava che: “(31) il documento n. 1”. Sempre il Vassalluzzo (…), a p. 32, nella sua nota (13), postillava che: “(13) Santoro L., Le torri costiere della Campania, in Napoli Nobilissima, anno 1967, vol. VI, pag. 38.”. Mario Vassalluzzo (….), nel suo “Castelli, torri e borghi della costa Cilentana”, continuando il suo racconto a p. 71 riferendosi sempre alla “Torre di Tresino” scriveva pure che: “Nel 1277, però sotto il regno degli Angioini, essa appartiene alle Università di Agropoli. Infatti è a questa Università che il re Carlo, tramite il Giustiziere del Principato Citra, si rivolge perchè si preoccupi della custodia della torre e delle segnalazioni necessarie (32)……Tresino, però è famosa perchè ha dato i natali ad un grande santo benedettino, S. Costabile, IV abate di Cava, che morì nel 1124, dopo aver dato grande impulso al Cenobio Cavense ed un centro importantissimo al Cilento nel Castello dell’Abate. A Tresino, già nell’anno 1187, era un approdo detto “Stayno”, in attività ancora al tempo degli Angioini, ed era uno dei tanti porti che il Monastero di Cavense aveva sulla costa (34).”. Il Vassalluzzo, a p. 72, nella sua nota (33), postillava che:  “(32) Camera, op. cit. vol. I, p. 15.”. Si tratta del documento di cui ci parlava anche il Pasanisi (…). Nella sua edizione del 1876, nel suo Cap. II, nella sua nota (6), a pp. 14-15, il Camera riporta una ‘provvisores’ di re Carlo I d’Angiò del 1277, ed in proposito scriveva che: “(6) In un’altra provvisione dello stesso re Carlo, indirizzata al Giustiziere di Principato, ecc…”. Il Vassalluzzo (…), a p. 73, nella sua nota (34), riguardo Tresino, postillava che: “(34) Ventimiglia D., Il Castello dell’Abate e i suoi casali, pag. 93.”. Ciò che scrive il Vassalluzzo, riguardo l’epoca Federiciana ed alcuni casali cilentani, e le Torri costiere, è stato riassunto dal Guzzo (…), a pp. 239-240, dove in proposito scriveva che: “Ma già molto prima dell’arrivo degli Spagnoli, a difesa delle nostre coste erano sorti castelli, torri e fortificazioni varie. La maggior opera in tal senso era stata svolta dai monaci benedettini della Badia della Trinità di Cava. Questo Cenobio, eretto nell’anno 1111 da Alferio Pappacarbone, ben presto, per le concessioni munifiche dei vari principi, accrebbe il suo prestigio che, iniziato con San Leone di Lucca, abate di Cava, al tempo del grande Pietro Pappacarbone, ….nacque una potente organizzazione monastica con i suoi borghi, le sue fortezze ed i suoi porti, i suoi casali rustici, le sue culture, le sue industrie e la sua regolamentazione economica e civile (4).”. Il Guzzo (…), a p. 240, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Talamo-Atenolfi, I resti medievali degli atti di San Matteo Evangelista, Roma, 1958, p. 53.”.

Nel 1237, la battaglia di Cortenuova

Da Wikipedia leggiamo che l’Imperatore Federico in effetti non era mai venuto meno ai suoi propositi di sottomettere l’Italia all’impero germanico, favorendo l’instaurarsi di signorie ghibelline a lui amiche (la più potente fu quella dei Da Romano che governava su Padova, Vicenza, Verona e Treviso). Il 27 novembre 1237 Federico colse una notevole vittoria sulla Lega Lombarda a Cortenuova, conquistando il Carroccio, che inviò in omaggio al papa. Dopo questa sconfitta, la Lega Lombarda si sciolse; Lodi, Novara, Vercelli, Chieri e Savona si sottomisero al potere imperiale, mentre Amedeo IV di Savoia e Bonifacio II del Monferrato riconfermarono la loro adesione alla causa ghibellina: Federico II era all’apice della sua potenza in Italia. Milano, che, erroneamente, non fu assediata da Federico II (la città era ora molto debole dal punto di vista militare), si offrì di firmare una pace, ma le eccessive pretese dell’imperatore spinsero i milanesi a una nuova resistenza. Fu così che l’imperatore non sfruttò il grande successo di Cortenuova: infatti non riuscì più a entrare nella città lombarda e anche l’assedio di Brescia fu tolto nel 1238.

Nel 1239, lo ‘Stato di Diano’ (Teggiano), dopo la Signoria dei Guarna, la Signoria dei Sanseverino

Felice Fusco (…), nel suo saggio ‘Il Cervaro conteso – Mezzo secolo di controversie fra tre comuni (1845 – 1899), che stà nella rivista Euresis, pubblicata dal Liceo Classico T. Cicerone di Sala Consilina, vol. X, a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “(7) Lo ‘Stato di Diano’ passò ai Sanseverino dopo la signoria dei Guarna, nel 1239. Con brevi interruzioni essi lo possedettero fino al 1556 (cfr. A. Didier, Storia di Teggiano, Salerno, Laveglia, 1985, p. 24). Ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano riferendosi al figlio di Guglielmo (III) Sanseverino, in proposito scriveva che: Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città e “stato” di Diano. Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ruggiero che era stato investito anche degli altri beni confiscati, avendo imprigionato a Salerno alcuni baroni, temendo di essere incolpato da re Manfredi fuggì presso Carlo d’Angiò che, conquistato il Regno, lo investì anche della baronia di Diano.”. Ebner, a p. 636, nella nota (22) postillava che: “(22) Reg. A., f 125”. Ebner, a p. 636, nella nota (23) postillava che: “(23) Di tali nozze non dice Natella nel recente saggio su ‘I Sanseverino cit., p. 48, di cui è esplicita notizia in Campanile cit., p. 41 (“a cui poscia fatto già grande diede il papa per moglie una sua nipote sorella del conte di Fiesco”), che menziona Teodora d’Aquino pure come moglie, poi vedova di Ruggiero. Per i Sanseverino seguo sia lui che Portanova e Sacco.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: La contea di Marsico fu tenuta ‘maritali nomine’ da Guglielmo di Sanseverino che aveva sposato Isabella Guarna di Marsico (sorella di Filippo) prima che la contea fosse devoluta al fisco. Federico II concesse al figliuolo di Guglielmo, Tomaso (I), di comprarla devolvendo però alla R. Corte la contea di Sanseverino e la baronia del Cilento e versando mille once d’oro. Dopo la ribellione di Tomaso, il figliolo di Ruggero, scampato alla morte e condotto a Lione da papa Innocenzo IV (ne sposò la nipote, figlia del conte Fieschi) (5), riebbe le contee di Marsico e di Sanseverino da re Manfredi. Ecc…”. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”. Riguardo quel periodo, Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”.

Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 647, dove parlando di Caselle, in proposito scriveva che: “Si legge nel Liber Inquisitionum (cit., p. 276) che Ruggiero di Morra, figlio del fu Enrico, ebbe restituiti i castelli di Morra e di Caselle e la baronia di Corbella e altri feudi del distretto di Cilento. Tale baronia era posseduta da Enrico de Morra che aveva tre figli, Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due vennero uccisi dopo la congiura di Capaccio e lo stesso Ruggero fu accecato e i feudi confiscati e concessi da re Manfredi a Filippo Tornello. Dopo l’avvento degli angioini, re Carlo restituì tutto al cieco Ruggiero (2)”. Ebner, a p. 647, nella nota (2) postillava che: “(2) I, ABC, LXIX 64, 25 febbraio 1331, XIV.”.

Nel 1239, Federico II di Svevia conferma i feudi di Ajeta e Tortora a GILBERTO CIFONE

Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Dunque, Orazio Campagna scriveva che il feudo di Aieta arrivò ai Loria, dopo gli Scullando, “ai quali era passata da una de Giffone (103).”. Secondo il Campagna, il feudo di Aieta passò ai Loria da una donna appartenente alla famiglia dei “de Giffone”. Chi era questa donna appartanente alla famiglia dei “Giffone”, vecchi feudatari di Aieta, subentrati ai Scullando ?. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Gustavo Valente (….), nel suo “Dizionario dei luoghi della Calabria – vol. I da A-B”, a p. 21 alla voce “Ajeta”, in proposito scriveva che: “E, pertanto, uno dei più antichi feudi della Regione, passato in seguito a Gilberto de Giffone, una cui erede lo portò alla famiglia Lauria, in possesso della quale, con alterne vicende rimase fino alla fine del 1400.”. Dunque, il Valente scriveva che il feudo di Aieta, dagli Scullando passò a GILBERTO GIFFONE, aggiungendo che il feudo di Aieta “una cui erede lo portò alla famiglia Lauria, in possesso della quale, con alterne vicende rimase fino alla fine del 1400.”. Il Valente non dice chi fosse questa feudataria dei “GIFFONE”, figlia ed erede di GILBERTO GIFFONE e, che sposò qualche personaggio dei Loria. Chi erano questi feudatari ?. In primo luogo se il feudo arriva a Riccardo di Lauria in epoca Sveva, quale era l’epoca in cui dominavano i “de Cifone”. I Ciffone o Giffone dominavano la valle ed anche il paese di Tortora in epoca Sveva, ma erano feudatari di Tortora e Aieta fin dai tempi Normanni. Nel 1239, il feudo di Tortora fu confermato da Federico II di Svevia a “Gilberto Gifone”. Michelangelo Pucci (…) ‘Tortora – Natura Storia Cultura’, pubblicato nel 2017, a p. 82 e ssg., parlando di Tortora all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Nella seconda metà del secolo XI il territorio tortorese divenne un feudo dei Normanni, che, appunto, chiamavano ‘Terre’ i loro feudi. Normana era sicuramente la famiglia Cifone, un cui componente, GILIBERTO CIFONE, era signore di Tortora nell’ultimo periodo della dominazione normanna. Il feudo di Tortora doveva essere stato della famiglia Cifone fin dall’inizio della dominazione normanna, se è vero, come sembra che Giliberto avesse ereditato il feudo dagli avi. Dopo Giliberto lo ereditò il figlio RINALDO, che viene citato nei primi documenti feudali (vedi il successivo periodo svevo).”. Il Pucci, a p. 84 e ssg. riferendosi al periodo Svevo, in proposito scriveva che: “A Tortora il passaggio dei poteri dai Normanni agli Svevi non fu nemmeno avvertito, in quanto i Cifone continuarono a conservare il feudo. Nei documenti feudali infatti risulta che nel 1239 Federico II confermò nel feudo Gilberto Cifone. Negli stessi documenti risulta che nel 1267 feudatario di Tortora era Rinaldo, figlio di Gilberto. Rinaldo però perdette il feudo poco tempo dopo.”. Dunque, il Pucci scriveva che dopo il “Giliberto Cifone”, il feudo sarà amministrato dal figlio chiamato “Rinaldo Cifone”. Dunque, presumo che in epoca Sveva sarà il “Rinaldo Cifone” a dominare la valle. Il Pucci scriveva che i Cifone conservarono il feudo di Ajeta anche in epoca Sveva. Essi dominarono la zona di Tortora e di Ajeta dal periodo Normanno a quello Svevo. Il Pucci (…) cita ancora il Gilberto Cifone a p. 85 scrivendo che: “A Tortora le ripercussioni delle vicende angioine non mancarono di essere avvertite fin dall’inizio. Anzitutto la famiglia Cifone, sospettata di non piena fedeltà agli Angioini, fu privata del possesso del feudo che passò a Riccardo di Lauria. Ecc…”. Il Pucci, sempre a p. 85, scrive che “Per maggiori approfondimenti vedi: ‘Storia della Calabria medievale, Gangemi Editore, pp. 185-255 e Amedeo Fulco, Memorie storiche di Tortora, Rubettino Editore, 2002, pag. 47-52.”. Dunque, il Pucci (…), ci parla di un certo Gilberto Cifone. Rocco Liberti (….), nel suo saggio “Tortora”, ‘Quaderni Mamertini, n. 11, a p. 8, in proposito scriveva che: “Furono signori di Tortora durante i secoli i Cifone (intorno al periodo 1267-1271), i Lauria (con inizio dall’ammiraglio Ruggero e giù giù fino a Tommaso), ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 29, nella nota (51) postillava che: “(51) Per una distrettuazione del territorio in età normanna e poi sveva si rimanda a F. PANARELLI, La vicenda normanna e sveva. Istituzione ed organizzazione, in Storia della Basilicata. 2. Il Medioevo, a cura di C.D. FONSECA, Roma-Bari, Editori Laterza, 2006, pp. 86-124.”. La Lamboglia, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “Difatti, l’intero territorio in cui si circoscrivono la nascita ed i possedimenti di Ruggero indicati en passant come ventiquattro castelli dal Muntaner – e segnatamente quello più settentrionale, coincidente, oggi, con il cosiddetto Lagonegrese (59) – sconta lacune documentarie significative soprattutto per quanto riguarda i secoli centrali del Medioevo. Pertanto non stupisce come anche la pregevolissima Storia della Basilicata. 2. L’Età Medievale, pubblicata qualche anno fa dall’editore Laterza e curata da Cosimo Damiano Fonseca, non possa più di tanto indugiare su quelle terre situate a contermine con la Calabria settentrionale e coincidenti, in età normanna, in massima parte con i domini della signoria lucana dei Chiaromonte (60). Queste terre non entrarono a far parte del Catalogus Baronum (61) per il fatto di riferirsi, il Catalogus, solamente al Ducato di Puglia e al Principato di Capua, e le seconde – comprese nel pur longevo distretto di Val Sinni –, in sostanza, al territorio calabrese.”. La Lamboglia, a pp. 31-32-33, nelle sue note (59-60-61) postillava che: “(59) Le difficoltà relative a questo territorio tuttavia non concernono solamente il Medioevo. Non meno problematiche sono le indagini in Età Moderna. Cfr., da ultimo, V. CAPODIFERRO, Il Lagonegrese borbonico. Note economiche sulla situazione preunitaria, «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», LXXIV, 2007, Roma, Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, pp. 189-229. (60) Sui distretti feudali lucani e della Basilicata, si rimanda ancora a PANARELLI, La vicenda normanna e sveva. Istituzione ed organizzazione, p. 103, ma si veda anche S. POLLASTRI, La féodalité de la région de Matera, pp. 129-158. (61) Catalogus Baronum, a cura di E. JAMISON, Roma, ISIME, 1972 (Fonti per la Storia d’Italia, 101*). Sul Catalogus, oltre allo studio preliminare premesso dalla Jamison, si vedano EAD., Additional Work by E. Jamison on the “Catalogus Baronum”, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoniano (e da ora BISIMEAM)», 83, 1971, pp. 1-63 e Commentario, a cura di E. CUOZZO, Roma, ISIME, 1984 (Fonti per la Storia d’Italia, 101**). Cfr., altresì, E. MAZZARESE FARDELLA, Il contributo di Evelyn Jamison agli studi sui Normanni d’Italia e di Sicilia, «BISIMEAM», 83, 1971, pp. 65-78.”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata.”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (138) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Sui Cifone di Aieta ha scritto pure Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”.

Nel 1239, Federico II e i prigionieri Lombardi furono affidati ai Baroni e feudatari

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49 parlando dei feudatari di Tortora, in proposito scriveva che: Giustiziere della valle del Crati era Tolomeo di Castiglione, il quale agì in conformità di un editto del grande Imperatore, così formulato: “Cum quosdam de Mediolano. Che vuol dire pressapoco: “Poichè abbiamo condotti nel regno degli uomini d’armi di Milano, di Piacenza e di Como destinati alla prigionia; e poichè vogliamo che alcuni di essi siano tenuti prigionieri da Baroni della tua giurisdizione a noi fedeli, ti ordiniamo di ricevere i prigionieri che ti sono stati assegnati e di affidarli, secondo l’elenco che ti accludiamo sigillato dei prigionieri e dei Baroni ai quali debbono essere affidati, ai Baroni stessi. Avvertili rigorosamente da parte nostra che facciamo custodire i prigionieri con ogni cura e che provvedano al loro vitto durante la prigionia. Fai fare pubblici elenchi della loro assegnazione, tenendone uno presso di te, e mandandone uno alla nostra Curia. Ordina pure che, nella tua giurisdizione, un uomo fidato ogni mese li vada ad ispezionare, rendendosi conto di come sono tenuti e se viene ad essi somministrato il vitto necessario. ‘Pisa, Dicembre 1239”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: Ed ancora un documento federiciano di appena qualche giorno prima annovera Riccardo tra i trentadue feudatari del giustizierato di Basilicata ai quali vengono affidati gli ostaggi lombardi (97), presi in consegna, su mandato dell’Imperatore dal giustiziere di Capitanata Riccardo di Montefuscolo (98) con l’incarico di tradurli via mare nel Regno e, qui, poi smistarli tra i vari giustizieri a cui erano stati destinati (99).”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (97) postillava che: “(97) Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240′ a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, vol. 1, doc. 335, pp. 323-350; il nome del Lauria è a p. 350. Il documento, però, eragià in J.A. HUILLARD-BREHOLLES, Historia Diplomatica Friderici II, Paris, 1852-1861, 6 voll., 12 tomi, vol. V, tomo 1, pp. 617-619. Circa la natura del documento, si leggano le note esplicative della C. Carbonetti-Vanditelli, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240′ , vol. 1, pp. 324-328.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (98) postillava che: “(98) CARBONETTI-VANDITELLI, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240, vol. 1, doc. 317, pp. 317-318.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (98) postillava che: “(99) CARBONETTI-VANDITELLI, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240, vol. 1, docc. 328-333, pp. 320-323″.

Ma chi erano questi “prigionieri lombardi dell’Imperatore” di cui uno fu dato in custodia ad un certo “Riccardo di Lauria” ?. A quale episodio dell’epoca Federiciana si riferiva il Racioppi ?. Racioppi si riferiva ad una lettera dell’Imperatore Federico II di Svevia che scrisse nel 1239 e che era contenuta nell’unico ‘Registro’ della ‘Cancelleria’ federiciana salvatosi nell’incendio di San Paolo Belsito vicino Nola nel 1943. Questi documenti furono annotati in un manoscritto anch’esso oggi introvabile “il manoscritto Broccoli” consultato in Inghilterra da Huillard-Bréholles (….) mentre lavorava alla sua ‘Historia diplomatica Friderici secundi’, a cui si riferisce il Racioppi (…). In questa opera vennero pubblicati i documenti della ‘Cancelleria’ federiciana dal 1239-1240, delle lettere dell’Imperatore. La parte rimasta abbracciava sette mesi a cavallo tra l’ultimo scorcio degli anni Trenta e gli inizi degli anni Quaranta del Duecento. Sono i mesi cruciali successivi alla scomunica di Federico II e all’indizione della crociata contro di lui da parte di Gregorio IX, tuttavia ‒ fatta eccezione per l’amara missiva indirizzata nel febbraio 1240 all’arcivescovo di Messina, il quale si era proposto inutilmente come mediatore tra l’imperatore e il pontefice ‒ nelle lettere non appare l’eco di questa vicenda, o almeno non direttamente; indirettamente invece numerose disposizioni rivelano a quale punto di tensione fosse giunto lo scontro tra i due sovrani: ad esempio quelle impartite per punire in maniera esemplare Benevento, l’enclave pontificia dove avevano trovato rifugio i sudditi siciliani partigiani del papa, o anche i ripetuti accenni a indagini e operazioni di controllo volte a intercettare lettere e messaggi diretti alla Curia romana, o i provvedimenti di espulsione ed esproprio con i quali Federico II esercitò una dura repressione nei confronti dei sudditi che avevano aderito alla causa papale.

Nel 25 dicembre 1239, Federico II di Svevia affida a Riccardo di Lauria i prigionieri Lombardi 

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: Indubbiamente c’è un momento in cui questo Riccardo di Lauria acquista preminenza. Infatti, il 25 dicembre del 1239 è tra gli uomini incaricati da Federico II di recapitare agli undici giustizieri del Regno le istruzioni relative alla riscossione della colletta per l’anno corrente pari a quella riscossa l’anno precedente, e per la quale viene raccomandato di avere particolare cura affinchè non ne fosse diminuito il gettito (95) – nella fattispecie, Riccardo è inviato presso il giustiziere di Val di Crati e di Terra Giordana ed anche presso il giustiziere di Calabria (96).”. La Lamboglia, a p. 40, nella nota (95) postillava che: “(95) ‘Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240’ a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, Roma, ISIME, 2002 (Fonti per la storia d’Italia Medievale, 19* e 19**), 2 voll, vol. 1, pp. 351-354. Sul registro di Federico II, sulla sua accidentata vicenda editoriale, cfr. l’Introduzione a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, all’Edizione, pp. XVII – LXXXII. Nondimeno si vedano i precedenti interventi di J. Mazzoleni, La registrazione dei documenti delle cancellerie meridionali dallepoca sveva all’epoca viceregnale, Napoli, Libreria Scientifica Editrice, 1971, pp. 12-25, che descriveva fisicamente il registro, e di W. Hagemann, La nuova edizione del registro di Federico II, VII Centenario della morte di Federico II imperatore e re di Sicilia. – (10-18 dic. 1959), Atti del Convegno di Studi Federiciani, a cura del Comitato Esecutivo, Palermo, Arti Grafiche A. Renna, 1952, pp. 315-336, per una storia del Registro, delle sue discutibili messe a stampa prima dell’edizione Carbonetti-Vanditelli.”La Lamboglia, a p. 40, nella nota (96) postillava che: “(96) Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240′ a cura di C. Carbonetti-Vanditelli, vol. 1, docc. 342-343, p. 354. Sull’evoluzione delle cariche, rispetto alla precedente età normanna ed in particolare su quella del Maestro Giustiziere e dei giustizieri, si rinvia a E. CUOZZO, La “Magna Curia” Al tempo di Federico II di Svevia, “Radici. Rivista Lucana di storia e cultura del Vulture”, 16, 1995, pp. 23-71 e a A. Kiesewetter, Il governo e l’amministrazione centrale del Regno, in Le eredità normanno-sveve nell’età angioina. Persistenze e mutamenti ne Mezzogiorno, Atti delle quindicesime giornate normanno-sveve, Bari, 22-25 ottobre 2002, a cura di G. MUSCA, Bari, Edizioni Dedalo, 2004, pp. 25-68.”. Filiberto Campanile (….), nel 1600, nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli”, a p. 207, in proposito ai Loria scriveva che: Il primo, che di questa famiglia ritroviamo nominato ne’ Regij Archivij è Riccardo Signor di feudi in Basilicata, à cui nell’anno 1239. l’Imperador Federico II. come uno dei Baroni del Regno, comette alcuni Stadici datigli da’ Paduani, e nel medesimo tempo il manda per Vicerè, e Capitano à guerra nella Provincia di Terra di Bari.”. Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono di Riccardo di Lauria che: Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi.. I due studiosi però non davano alcun riferimento bibliografico dell’interessante notizia dell’epoca Federiciana. I due studiosi parlando di Riccardo di Lauria, spesso si riferivano all’epoca di re Manfredi ed allo Zurita (…). Dunque, l’episodio è tratto dal Pesce (…) che a sua volta si riferiva al Racioppi (….). Il Pesce parlava dei primi feudatari di Lagonegro. Il Pesce scriveva che il padre dell’Ammiaglio Ruggero di Lauria, Riccardo di Lauria, certo “Riccardo de Loria”, o di Lauria, fu pure signore di Lauria, e aggiunge ciò che scriveva su di lui Giacomo Racioppi (….), nel suo ‘Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania’, vol. II, a p. 179, parlando di Ruggero di Lauria e riferendosi a Riccardo di Lauria scriveva che: “Ma Lauria fu il capo della signoria, che comprendeva i prossimi paesi di Lagonegro, di Castelluccio e Tortora e Aieta, e, probabilmente, Scalea e Rotonda; e Lauria come capo della signoria feudale diè il titolo alla famiglia. Il padre, familiare di re Manfredi, e signore di Lauria (2), morì con lui nella battaglia di Benevento; ecc..”. Nella sua nota (2) che il Racioppi postillava la notizia scrivendo che: “(2) E’ detto e scritto ‘Riccardus de loria’ nel Registro del 1239 di Federico II (in ‘Hist. diplom., etc., di Breholles); e poichè a lui è dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria.”. Giacomo Racioppi traeva questa notizia da Hist. diplom., etc., di Breholles. (J.A. HUILLARD-BREHOLLES, Historia Diplomatica Friderici II, Paris, 1852-1861, 6 voll., 12 tomi, vol. V, tomo 1, pp. 617-619). Infatti, Huillard Breholles, a p. 618, nel presentare il documento di Federico II di Svevia, a p. 618, del vol. V, per l’anno 1239, i : “Barones in Justitariatu Basilicate quorum custodie singillatim com- (fol. 43 verso) missi sunt prisones Lombardi” scriveva: “Riccardus de Loria……..Sixtum de Pizubunello Med.”. Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono di Riccardo di Lauria che: Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi.“. I due studiosi però non davano alcun riferimento bibliografico dell’interessante notizia dell’epoca Federiciana. I due studiosi parlando di Riccardo di Lauria, spesso si riferivano all’epoca di re Manfredi ed allo Zurita (…). Lo storico locale Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Dunque, l’episodio è tratto dal Pesce (…) che a sua volta si riferiva al Racioppi (….). Il Pesce parlava dei primi feudatari di Lagonegro. Il Pesce scriveva che il padre dell’Ammiaglio Ruggero di Lauria, Riccardo di Lauria, certo “Riccardo de Loria”, o di Lauria, fu pure signore di Lauria, e aggiunge ciò che scriveva su di lui Giacomo Racioppi (…), nel vol. II a p. 179, ovvero che: “scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”,…..(2).”. Infatti, Giacomo Racioppi (….), nel suo ‘Storia dei Popoli della Basilicata e della Lucania’, vol. II, a p. 179, parlando di Ruggero di Lauria scriveva che: “Ma Lauria fu il capo della signoria, che comprendeva i prossimi paesi di Lagonegro, di Castelluccio e Tortora e Aieta, e, probabilmente, Scalea e Rotonda; e Lauria come capo della signoria feudale diè il titolo alla famiglia. Il padre, familiare di re Manfredi, e signore di Lauria (2), morì con lui nella battaglia di Benevento; ecc..”. E’ nella sua nota (2) che il Racioppi postillava la notizia scrivendo che: “(2) E’ detto e scritto ‘Riccardus de Loria’ nel Registro del 1239 di Federico II (in ‘Hist. diplom., etc., di Breholles); e poichè a lui è dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria.”. Dunque, secondo il Racioppi (…) che scriveva sulla scorta dei documenti della ‘Cancelleria’ di Federico II di Svevia pubblicati dal Huillard-Bréholles (…), era detto “Riccardus de Loria” nel 1239.

Nel 1239, GILIBERTO GIFONE, Barone del feudo di Tortora è custode di alcuni prigionieri dell’Imperatore Federico II di Svevia

Amedeo Fulco (….), nel suo “Memorie storiche di Tortora”. Il Fulco, a pp. 47-48-49 parlando dei feudatari di Tortora, in proposito scriveva che: Ed infatti, al tempo di Federico II, Tortora era feudo di Giliberto Cifone, a cui fu dato in custodia tramite il giustiziere della Valle del Crati e di Terra di Giordana, l’uomo d’armi piacentino Palmerio di Montedomini fatto prigioniero nella guerra di lombardia, come ad Enrico di Papasidero fu dato Pietro de Conio, pure di Piacenza; a Pietro di Trecchina, Borgognone Laccetti, a Guglielmo di Sanguineto, i milanesi Antelmo di Pizzobonelli e Morando Mariglione ed a Riccardo di Lauria, Sisto di Pizzobonelli, pure milanese. Giustiziere della valle del Crati era Tolomeo di Castiglione, il quale agì in conformità di un editto del grande Imperatore, così formulato: “Cum quosdam de Mediolano, etc…”. Che vuol dire pressapoco: “Poichè abbiamo condotti nel regno degli uomini d’armi di Milano, di Piacenza e di Como destinati alla prigionia; e poichè vogliamo che alcuni di essi siano tenuti prigionieri da Baroni della tua giurisdizione a noi fedeli, ti ordiniamo di ricevere i prigionieri che ti sono stati assegnati e di affidarli, secondo l’elenco che ti accludiamo sigillato dei prigionieri e dei Baroni ai quali debbono essere affidati, ai Baroni stessi. Avvertili rigorosamente da parte nostra che facciamo custodire i prigionieri con ogni cura e che provvedano al loro vitto durante la prigionia. Fai fare pubblici elenchi della loro assegnazione, tenendone uno presso di te, e mandandone uno alla nostra Curia. Ordina pure che, nella tua giurisdizione, un uomo fidato ogni mese li vada ad ispezionare, rendendosi conto di come sono tenuti e se viene ad essi somministrato il vitto necessario. ‘Pisa, Dicembre 1239”.

Fulco, p. 49

Nel 12……, Riccardo di Lauria al tempo di Federico II di Svevia

Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…è pur probabile che vi sia nato il celebre ammiraglio Ruggero di Lauria, (figlio di Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Dunque, il Campagna scriveva che la Terra di Aieta e di Lauria ebbero come signore e feudatario un Riccardo di Lauria. Il Campagna aggiunge pure che dopo la morte di Riccardo di Lauria, il feudo fu ereditato dal figlio che aveva lo stesso nome. Dunque, secondo il Campagna, vi erano due Riccardo di Lauria. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (102) postillava che: “(102) Antica famiglia che trasse il predicato dalla contea di Lauria. “Loria” è forma umanistica dello stesso predicato. La famiglia pare abbia avuto per capostipite un de Clojrat, omonimo d’una Terra di Normandia. Si ignora se fu uno dei quaranta cavalieri venuti nel Mezzogiorno d’Italia al servizio di Guaimario di Salerno o se sia venuto con gli Altavilla. Ebbero feudi che andavano da Lauria a Lagonegro, e, sul Tirreno, lungo le coste della Calabria, della Basilicata e della Campania (C. Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914; cfr. “Carta d’Italia fra il 1270 ed il 1450 con scala in miglia italiane”). Lo stemma dei Loria era lo scudo sabino, a tre fasce d’argento e tre d’azzurro.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggiero di Lauria, stà in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V.E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a p. 21, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero.”. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Nel periodo svevo dunque, Scalea, come altri centri della Calabria e Basilicata era un feudo e precisamente di Riccardo di Loria. Il feudo comprendeva, all’epoca di Federico II, parte della Basilicata e della Calabria aventi come centri Lauria all’interno e Scalea sul mare. Al ritorno della V crociata Federico II tolse i feudi a molti baroni che, durante la sua assenza, si erano mostrati poco fedeli; fra questi figura anche Riccardo di Lauria. Poi Riccardo di Lauria sposò in seconde nozze Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia madre di Manfredi, figlio naturale di Federico II. Dall’unione nacque nel 1250 nel castello di Scalea, Ruggero di Loria. Riccardo, a seguito della parentela acquisita, riottenne la sua baronia e si mostrò degno di fiducia verso la casa sveva per la quale nel 1266 morì gloriosamente a fianco di re Manfredi nella battaglia di Benevento.”.

Nel 12….. (?), Riccardo di Lauria (figlio di Gibel de Loria) si unisce in prime nozze con Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (131) postillava che: (137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610 (recente, però, è la ristampa anastatica, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore, 2007), pp. 67-71, al punto, p. 67. Notizia poi ripresa in Memorie storico-genealogiche, pp. 14-15, e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco. Cfr., a titolo esemplare, uno dei più recenti tentativi di biografia su Ruggero: F. AUGURIO – S. MUSELLA, Ruggiero di Lauria. Signore del Mediterraneo, Quaderni dell’Associazione Mediterraneo, Lauria-Napoli, Associazione Mediterraneo, 2000, p. 25. (138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. Nell’edizione del ……., abbiamo trovato che Filiberto Campanile ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg. Il Campanile scriveva che: “La Casa di Loria, ò vero dell’Oria, le cui armi sono tre fascie d’argento interposte in altre tante azzurre, è una delle più antiche del nostro Regno. Il primo, che di questa famiglia ritroviamo nominato ne’ Regij Archivij è Riccardo Signor di feudi in Basilicata, à cui nell’anno 1239. l’Imperador Federico II. come uno dei Baroni del Regno, comette alcuni Stadici datigli da’ Paduani, e nel medesimo tempo il manda per Vicerè, e Capitano à guerra nella Provincia di Terra di Bari. Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina. Fuvvi sotto il Regno di Carlo I. Roberto Cavaliere di gran valore, à cui per la molta esperienza, che egli hebbe nelle cose della militia, fu da quel Rè data in guardia la Basilicata, à tempo, che Carlo stava ancor combattendo con le Reliquie de’ Svevi per l’acquisto del Regno. Ritroviamo questo Roberto essere stato figliuolo di Giacomo cugino di Ruggiere, di cui si dirà appresso, & havere havuto per redagio del padre Abbatemarco, & altre Terre di Calabria, & essere stato Signor di Castelluccio in Basilicata. Hebbe Roberto un figliuolo chiamato Bartolomeo, che fu signore di Laonigro, & una figliuola chiamata Giacoma, che fu maritata a Roggiere di Sangineto Conte di Corigliano.”.

Campanile, p. 207

Dunque, il Campanile scriveva che “Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina.”, ovvero scriveva che Roberto si sposò in prime nozze con “Paliana di Castrocucco” e da lei ebbe una figlia chiamata “Beatrice” che sposò Riccardo d’Arena, Signore di Arena e di Santa Caterina. Da Wikipedia leggiamo che le origini del borgo di Arena in Calabria sono antichissime, fu colonia greca contemporanea ad Ipponio e successivamente municipium romano all’epoca delle guerre puniche. In epoca medievale fu capoluogo di un feudo molto esteso appunto da meritare il nome di Stato di Arena. Primo signore fu Matteo De Arenis dei Conclubet. I Culchebret (o Conclubet di Arena, anche detti Scullandi) furono una famiglia normanna molto potente e influente nelle vicende storiche, culturali, politiche ed economiche dell’Italia meridionale e della Sicilia, a partire dall’XI secolo. Come vedremo nel mio saggio su Ajeta ritroviamo gli Scullando in alcuni documenti d’epoca Normanna. Su un blog in tere troviamo critto che Riccardo (+ ucciso da Jeronimo Sambiase nella battaglia di Benevento 26-2-1266 – Re Manfredi muore nella medesima occasione tra sue braccia), Signore di Lauria dal 1254, Signore di Scalea nel 1266; aveva feudi in Basilicata (1239) e in Calabria, Vicerè e Capitano di guerra in Terra di Bari, Gran Privado del Re Manfredi di Sicilia. 1°) = Paliana di Castrocucco. 2°) = Bella d’Amico, figlia di Guglielmo d’Amico e di Macalda Scaletta Signora di Ficarra (+ all’ospedale di Messina, in miseria), fu la Governante della Regina Costanza d’Aragona e si risposò con Alaimo di Leontina. Rosanna Lamboglia (….) scriveva che i documenti ci riportano a due Riccardo di Lauria e a due matrimoni, con una “Paliana di Castrocucco”. Il primo Riccardo di cui si parla nei documenti è un Riccardo che in età sveva aveva sposato una certa “Paliana Pascale di Castrocucco”. Inoltre, i documenti angioini ci parlano di un “Riccardo di Lauria” che nel 1277 ha sposato una “Paliana o Palliana di Castrocucco”, figlia del Giustiziere di Basiliaca “Podiolo”. Sul “Riccardo di Lauria” d’epoca Sveva, la Lamboglia scriveva che: “Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. Infatti, i due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi.”. Dunque, la Lamboglia scrive che questo Riccardo di Lauria visse al tempo di Federico II di Svevia e che ad un certo punto sposò in prime nozze con la nobile Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia che gli portò in dote i feudi di Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra che appartenevano al padre di lei, Podiolo, giustiziere di Basilicata al tempo di Federico II. Dalla prima moglie Palliana di Castrocucco, Riccardo di Lauria ebbe una figlia. Augurio e Musella scrivono che la figlia si chiamava “Beatrice”, mentre su Wikipedia leggiamo che Riccardo ebbe “Costanza di Lauria”. Augurio e Musella (….), a p. 24-25, in proposito scrivevano che: “Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Da Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone  di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Il re siciliano e Riccardo erano come legati da forti affetti familiari, sebbene quest’ultimo fosse solamente il padre di una zia acquisita di Manfredi, sposata allo zio Corrado Lancia, fratello di Bianca, sua madre; inoltre, Bella, seconda moglie di Riccardo, fu la balia di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi. Morì combattendo nella battaglia di Benevento al fianco del re Manfredi, ucciso dal cavaliere Jeronimo di Sambiase. Riccardo di Lauria sposò:

  • Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria;
  • Bella Amico (~ 1221 – dopo il 1279), figlia di Guglielmo e sposata in seconde nozze, dalla quale ebbe:
    • una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia;
    • Ruggiero di Lauria, celebre ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi.

Nel 12….., Paliana o Palliana Pascale di Castrocucco

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: Per tradizione genealogica seicentesca, infatti, si è attribuito al Riccardo di Lauria di età sveva – padre, dunque, del nostro Ruggero – un primo matrimonio con una Paliana di Castrocucco (137).”. La Lamboglia, a p. 47, nella nota (131) postillava che: (137) F. CAMPANILE, De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili, Napoli, Stamperia Tarquino Longo, 1610……e da qui passata a tutta la bibliografia otto-novecentesca, con o senza variazione ed aggiunte onomastiche del tipo: Palliana di Castrocucco, Paliana Pascale di Castrocucco o Palliana Pascale di Castrocucco.”. Da Wikipidia leggiamo che Riccardo di Lauria sposò Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria. Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a pp. 24-25, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo……Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo di Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Ecc…”. Nell’edizione del 1610 ho trovato che Filiberto Campanile (…..), nel suo “De’ nobili della famiglia di Loria, in ID., L’armi ovvero insegne de’ nobili”, stampato a Napoli, nel 1610, ci parla dei “Loria” a pp. 207 e ssg. Il Campanile scriveva che: Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina.”. Dunque, il Campanile scriveva che “Fù moglie di Riccardo Paliana di Castrocucco, di cui nacque una figliuola chiamata Beatrice, che fu poi moglie di Riccardo d’Arena Signor d’Arena, e di Santa Caterina.”, ovvero scriveva che Roberto si sposò in prime nozze con “Paliana di Castrocucco” e da lei ebbe una figlia chiamata “Beatrice” che sposò Riccardo d’Arena, Signore di Arena e di Santa Caterina. Da Wikipedia leggiamo che le origini del borgo di Arena in Calabria sono antichissime, fu colonia greca contemporanea ad Ipponio e successivamente municipium romano all’epoca delle guerre puniche. In epoca medievale fu capoluogo di un feudo molto esteso appunto da meritare il nome di Stato di Arena. Primo signore fu Matteo De Arenis dei Conclubet. I Culchebret (o Conclubet di Arena, anche detti Scullandi) furono una famiglia normanna molto potente e influente nelle vicende storiche, culturali, politiche ed economiche dell’Italia meridionale e della Sicilia, a partire dall’XI secolo. Come vedremo nel mio saggio su Ajeta ritroviamo gli Scullando in alcuni documenti d’epoca Normanna. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, a p. 220, parlando di Ajeta scriveva che: “La mancanza di fonti preclude ogni possibilità di una esposizione cronologica nella successione delle baronie nel governo di Ajeta. Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono a lungo la Terra furono i de Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Carmine Manco (….), nel suo “Scalea prima e dopo”, a p. 26, in proposito scriveva che: “Nel periodo svevo dunque, Scalea, come altri centri della Calabria e Basilicata era un feudo e precisamente di Riccardo di Loria. Il feudo comprendeva, all’epoca di Federico II, parte della Basilicata e della Calabria aventi come centri Lauria all’interno e Scalea sul mare. Al ritorno della V crociata Federico II tolse i feudi a molti baroni che, durante la sua assenza, si erano mostrati poco fedeli; fra questi figura anche Riccardo di Lauria. Poi Riccardo di Lauria sposò in seconde nozze ecc…”. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 46-47-48, in proposito scriveva che: “Nondimeno, la documentazione archivistica attesta come sia stato parimenti il Riccardo di Lauria di età primo-angioina a contrarre matrimonio, nel 1277, con una Palearia de Castrocucco (138), figlia di un tal Rinaldo, anch’egli signore feudale nel Giustizierato di Basilicata. Ora, che vi fossero due donne con un nome molto simile, anzi identico, in età diverse ed appartenenti allo stesso ceppo familiare, è possibile, così come pure non fa specie che vi fossero due fratelli omonimi a distanza di generazioni, soprattutto se l’uno può essere stato il maggiore e l’altro il minore di una serie numerosa di figli sopravvissuti o prematuramente scomparsi. Nondimeno, queste singolari coincidenze non sgombrano il campo dalla eventualità che vi sia stata proprio una sovrapposizione di figure per via dell’omonimia. E che dunque debba essere quantomeno ventilato il dubbio che il padre di Ruggero fosse quel Riccardo di età sveva, tanto accreditato dalla tradizione, e che tale anche si chiamasse. La situazione documentale non consente di risolvere l’aporia su Riccardo, il quale sarebbe da indicare, a questo punto del discorso, più correttamente solo come presunto padre di Ruggero, secondo un’opzione metodologica che preferisce considerare i dati della tradizione e il perché del consolidarsi di una tradizione, rispetto alla soluzione più economica di Andreas Kiesewetter, secondo cui del padre di Ruggero non si conosce il nome (139). Analogamente, la medesima situazione documentale, mostrando vuoti d’informazione difficilmente colmabili, non consente di gettare ulteriore luce sulle vicessitudini della famiglia di Ruggero prima e dopo i fatti del Vespro, né permette di stabilire una cronotassi genealogica certa ed inequivocabile tra i suoi membri, se non a patto di accogliere le notizie delle fonti indirette, che citano e riferiscono di particolari ulteriori (140), oggi, non più evidenti dai regesti dei Registri angioini ricostruiti.”. La Lamboglia, a p. 48, nella nota (138) postillava che: “(138) RCA, vol. XIX, p. 250, n. 480.”. La Lamboglia (….), a p. 47, nella nota (139) postillava che: “(139) Cfr. KIESEWETTER (a cura di), Lauria, Ruggero di, p. 98.”.

Nel 1240, Federico II di Svevia invita i cittadini di Policastro di presentarsi al suo cospetto a Foggia

Certo è che la notizia citata dallo storico Kantorowicz (…), è più o meno dello stesso anno (a. 1239-1240), dell’altra notizia dataci da Carlo Carucci (…), di una altra carta Federiciana del 1240.  I due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, proseguendo il loro interessante racconto citano altre notizie dateci da Ebner (…), ed in proposito a Policastro scrivevano che:  “In altra carta federiciana, del 1240, l’Imperatore in un parlamento a Foggia invitò della Provincia di Salerno i soli rappresentanti di Salerno, Eboli, Amalfi e Policastro (78): è chiaro l’intento politico, originato dalla necessità di avere sotto controllo e ai propri ordini i maggiorenti delle città più qualificate dal punto di vista della sicurezza territoriale).”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (78), postillavano che: “(78) Carucci, op. cit., I, p. 197.”. Pietro Ebner (…), aveva già riportato questa interessante notizia, infatti, a p……., scriveva che: “Per il Parlamento da tenere a Foggia (a. 1240) l’imperatore oltre i rappresentanti di Salerno, Eboli e Amalfi, invitò anche quelli di Policastro.. Rileva il Carucci (…) che per il parlamento  poi tenuto a Foggia nell’anno 1240 – quindi prima della Congiura di Capaccio – il sovrano invitò insieme ai rappresentanti di Salerno, Eboli e Amalfi, anche quelli di Policastro, il cui castello fu avocato alla curia regia. Come si può leggere nel documento ivi, tratto dal Carucci (…), che lo pubblicò nel 1931, del vol. I, a p. 196: “XCIX. 1240 (a. XX di Federico II imperatore), (XIII, ind.), marzo, Viterbo. Federico II informa, per mezzo del suo ministro Pier delle Vigne, la città di Salerno, che ha piacere di vedere i sudditi fedeli del suo regno ereditario di Sicilia, e che terrà a Foggia un generale parlamento il dì delle Palme, 1° del prossimo Aprile. Invita la città a mandare due suoi rappresentanti che possano vedere “la Serenità del suo volto” e riferire, al ritorno, la sua volontà.”. Il Carucci (…), a p. 196, aggiunge che il documento è tratto dal ‘Regestum Imp. Fr. annorum 1239-1240’ etc. edizioni Carcani:…………….Il Carucci (…), nel suo vol. I, a p. 196, pubblica l’interessante documento del 1240, di cui ci parla l’Ebner (…) e i due studiosi Natella e Peduto (…) e, nella sua nota (1), a p. 197, postillava in proposito: “(1) Le città invitate a quell’importantissimo parlamento furono quarantasei in tutto il Regno, e tra queste, Salerno, Amalfi, Policastro ed Eboli, della Provincia di Salerno.”. Questa notizia dell’anno 1240 e l’altra notizia dataci dallo storico Kantorowicz (…), dell’anno 1239, mi fanno ritenere che il porto di Policastro, demaniale ed importantissimo ai tempi dell’Imperatore Svevo Federico II, sia proporio la baia naturale di Sapri, che poteva accogliere legni di una certa portata, rispetto ad un piccolo porticciolo interratosi nel tempo, quale potrebbe essere stato a Policastro. Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: Nel successivo marzo del 1240, Riccardo di Lauria è di nuovo tra gli ufficiali a cui Federico II fa pervenire la comunicazione, nella quale ingiunge loro di presentarsi al cospetto dell’Imperatore in occasione della sua prossima venuta nel Regno di Sicilia e della convocazione di un’assemblea generale che si terrà a Foggia il giorno della Domenica delle Palme – apud Fogiam in festo Palmarum primo venturo conloquium indixerimus generale (100). Nondimeno, ‘Riccardus de Loria’ sembra essere stato giustiziere di Basilicata solamente al tempo di Federico II (101), poichè dopo il 1240, se ne perdono del tutto le tracce.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (100) postillava che: “(100) CARBONETTI-VANDITELLI, Il Registro della cancelleria di Federico II del 1239-1240, vol. 2, docc. 657-668, pp. 620-622; il nome di Ruggero è nel doc. 660, p. 621. Sulla circostanza della convocazione, si veda A. Caruso, Indagine sulla legislazione di Federico di Svevia per il Regno di Sicilia. Le Leggi pubblicate a Foggia nell’aprile del 1240, in Il “Liber Augustalis” di Federico II di Svevia nella storiografia, Antologia di scritti a cura di A. L. Trombetti Budriesi, Bologna, Pàtron editore, 1987, pp. 145-168. Sulla feudalità del Regno, si rinvia alle note di G. Fasoli, La feudalità siciliana nell’età di Federico II, in Trombetti Budriesi (a cura di), Il “Liber Augustalis” di Federico II di Svevia, pp. 403-421.”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (101) postillava che: “(101) FRIEDL, Studien zur Beamtenschraft Kaiser Friedrichs II., p. 312.”.

Nel 1246, Gisulfo de Mannia, gran Giustiziere del Principato e di Federico II di Svevia

Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 328 parlando di “Mannia”, in proposito scriveva che: “Seguendo il corso del picciol fiume ch’esce dalla Bruca, vedesi sopra una collina a man manca Mannia, Terra già mancata, ed oggi abitata appena da otto, o dieci famiglie. Vi è ancora una non molto bella torre all’antica….Fu questo luogo, e Castelnuo posseduto da Gisulfo Joffredo, chiamato perciò Gisulfo di Mannia (I), gran giustiziere di Federico II di cui sopra s’è già fatta menzione.”. Ebner, a p. 328 nella sua nota (I) postillava che: “(I) Finì e si estinse la discendenza di Gisulfo in Paolina ecc…”. Dunque, Ebner lo chiamava Goffredo Gisulfo detto di Mannia. Egli era gran Giustiziere dell’Imperatore Federico II. All’epoca federiciana, “Gisulfo de Mannia” era feudatario di “Mannia” (Mandia), un piccolo casale del basso Cilento. Da Wikipedia leggiamo che durante la Congiura di Capaccio, realizzatasi nel 1246, non venivano invece dal principato Citra o da Salerno i congiurati Tommaso Saponara, Gisulfo de Mannia, Malgario Sorello e Andrea de’ Cicala. Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, parlando di Caselle in Pittari, a p. 47, in proposito scriveva che: Fra i congiurati (112) assediati nei due castelli di Sala e di Capaccio v’erano anche i fratelli ‘Goffridus, Jacòbus e Rogerius de Morra’. Ecc…”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (112) postillava che: “(112) Tommaso I Sanseverino col primogenito Guglielmo, Roberto e Riccardo di Fasanella, i fratelli de Morra, Gisulfo di Mannia, Roberto e Guglielmo di Marzano, Ugo di Chiaromonte, ed altri ancora. La reazione di Federico II fu durissima: si salvarono soltanto il dodicenne figlio (Ruggiero) di Tommaso I conte di marsico e ‘Rogerius de Morra.”. Su Gisulfo de Mannia ha scritto Pietro Ebner, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc..”, a p. 680 (indice) indicava: “De Màgnia (o Mànnia), sig. di Novi, Ermanno 97; Gisulfo I (IV sig.) 99 sgg.; II (VI sig.) 108 sgg.; ecc…”. Dunque Ebner, a p. 111, in proposito scriveva che: “Ma, proprio in questa età vennero stroncate dalla crudele vendetta imperiale le migliori famiglie della regione, i cui capi erano stati in precedenza da Federico allevati alle più alte dignità del regno. Tra questi, Gisulfo de Màgnia che Federico aveva nominato custode del sigillo di giustizia della seconda tra le undici provincie del regno, grande giustiziere dell’antica Liburia, la ‘Libues’ di procopio, la Terra di Lavoro. Carica importantissima annualmente rinnovabile. Il giustizierato ecc…Della nomina è notizia in Riccardo di S. Germano (12), che lo ricorda subentrato a Riccardo di Montenegro (13). Ma che Gisulfo di Novi fosse tra i più potenti feudatari del regno si rileva anche dalle testimonianze sulla sua partecipazione alla famosa congiura contro Federico II (Congiura di Capaccio), quale effetto dei contrasti Chiesa-Impero, nel Principato.”. Ebner, a p. 111, nella sua nota (12) postillava che: “(12) Riccardo di S. Germano, Chronicon, ad an. 1242: “Mense febrarii Riccardus de Montenigro a iustitiariatu Terrae Laboris amoventui, et Gisulfus de Mànnia substituitur illi”.”. Dunque, Ebner scriveva che vi sono atti che dimostrano il subentro di Gisulfo de Mànnia, nella carica inportantissima di Gran Giustiziere del Principato, alla precedente “Riccardo di Montenegro”. Pietro Ebner, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno- etc..”, a p. 109, in proposito scriveva che: “Nei documenti imperiali sono elencate le altre baronie tenute a concorrere alla manutenzione dei vari castelli con riferimento a un solo feudatario, “Gisulfi de Magina”, segno evidente di prestigio e di rapporti più autorevoli con l’imperatore. Va chiarito, innanzi tutto, che in quel periodo una sola famiglia di quel nome (Magnia, Mannia, Maina) era nel Principato, e precisamente gli eredi di quel Guglielmo de Magnia cui, dopo il 1052, era stata affidata da Guglielmo del Principato la baronia di Novi. Tuttavia, dopo il diploma di Guglielmo IV (a. 1186) nessun altro documento che li riguarda si è potuto reperire nell’Archivio cavense, eccetto quello che ricorda l’ingresso alla vita monastica di Cava di Nicola de Magnia per la sua donazione del 1292 e i cenni contenuti nel secentesco ‘Liber familiarum’ cavense. Ma, a parte le modifiche subite da ogni cognome, nella trascrizione grafica dei documenti posteriori, a partire dall’ABC, G 12, a. 1134 (Mannia)(8), è da tener presente che appunto nel ‘600 la loro ortografia era più che mai materia opinabile.”. Ebner, a p. 109, nella nota (8) postillava che: “(8) Nel primo documento il predicato è de Magnia, con tutta probabilità da Alemagnia, Alemagna, Alemanna, come si è detto, e non da Mandia che apparteneva ad Alfano de Catrimaris (Velia) feudo del quale continuò a far parte fino al 1472, quando re Ferrante vendette quel casale, con Novi e Gioi, a G. Paolo del Duce e nel 1496 a Giovanni Carrafa. Nel 1507 il re Cattolico diede quella Terra a Fabrizio Colonna che la vendette ad Andrea Carrafa (imprecise date e passaggi, v. NRQ f 93 e RQ f 79).”. Sui Signori di Novi ed i Mànnia o Màgnia, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 145 parlando del villaggio di Mandia scriveva più o meno le stesse notizie: “Si è supposto (3) che dal villaggio avesse preso il nome la famiglia de Mànnia, signori di Novi. Ma il predicato originario della famiglia era de Magnia, come si legge nel primo documento pervenutoci (4), da cui il de Mannia.”. Ebner, a p. 143, nella nota (3) postillava che: “(3) Ebner, Storia, cit., p. 114”. Ebner nella nota (4) postillava: “(4) Ebner, ibidem, p. 109”.  

Nel 1246, la ‘Congiura di Capaccio’, contro Federico II di Svevia e la dissoluzione della baronia del Cilento dei Sanseverino

La ‘Congiura di Capaccio’, ordita già dal 1245 contro Federico II di Svevia, e realizzatasi nel 1246 prende il nome dal castello di Capaccio dove convennero infine i cospiratori, all’avvenuta scoperta della congiura e dove se ne consumò l’epilogo nel luglio 1246. Essa fu una delle tante che in quel periodo furono intentate ai danni dell’imperatore e che lo videro sempre vincitore. Alla congiura parteciparono, in buon numero, le famiglie più antiche e potenti dell’Italia meridionale, approfittando dell’assenza di Federico II che si era ritirato nei pressi di Grosseto per una stagione di caccia. La congiura fu ordita da Papa Innocenzo IV, come dimostrato dal rinvenimento di diplomi papali compromettenti nel castello, oltre alle confessioni dei congiurati prima di essere giustiziati. I capi erano tra le famiglie dei Fasanella, dei Francesco e dei Morra. Fra gli altri partecipanti si ricordano Bartolomeo D’Alice, Ruggero da Bisaccio, Guglielmo da Gaggiano, Giovanni Capece, Francesco, Ottone e Riccardo da Laviano, Enrico, Nicola e Tommaso de Littera, Riccardo di Montefusco, Bartolomeo di Teora, ai quali si aggiunsero i già potenti Sanseverino e gli Eboli. Non venivano invece dal principato Citra o da Salerno i congiurati Tommaso Saponara, Gisulfo de Mannia, Malgario Sorello e Andrea de’ Cicala. Quest’ultimo ricopriva, dall’ottobre 1239, un’importante carica militare, cruciale per la sicurezza dei confini superiori del Regno di Sicilia, di cui fu «capitano della parte settentrionale» (22), con amplissimi poteri, amministrativi e militari, inclusa la gestione e l’amministrazione delle strutture castellari. Secondo lo storico Huillard-Breholles (…., VI, pp. 403; 441), Giovanni da Presenzano, uno dei congiurati, si pentì e tradì i suoi compagni informando Riccardo Sanseverino, conte di Caserta e futuro genero di Federico, della congiura. Questi comunicò a sua volta la notizia all’Imperatore, che cadde in una momentanea depressione, ritenendo di non meritare una sorte simile. Venuto a conoscenza della cospirazione, Federico II fece immediato ritorno nel Regno, mentre i suoi fedeli davano la caccia ai congiurati nelle rocche del Cilento in cui si erano rifugiati: fu presa Sala Consilina, mentre Altavilla Silentina fu rasa al suolo. Federico cinse d’assedio il castello di Capaccio il 18 aprile del 1246 e la fortezza cadde dopo tre mesi, nel caldo afoso di luglio. Federico II ottenne la vittoria perché riuscì a sabotare la grande cisterna maggiore, del castello medesimo, lasciando senza acqua i 150 uomini e le 20 donne che vi si erano riparati. I congiurati furono incarcerati andando incontro al giudizio dell’imperatore. Terribile fu la punizione inflitta: rifacendosi al diritto romano, Federico II applicò la ‘Lex Pompeia de parricidio’, colpendoli come violenti e parricidi. Incarcerati tutti gli uomini, ne ordinò l’accecamento e la mutilazione del naso e degli arti, quindi ne decretò la messa a morte con vari mezzi che si rifacevano agli elementi naturali, come contrappasso al loro agire contro natura: impiccati, destinati al rogo, a essere trascinati da cavalli, o chiusi in un sacco di vipere (poena cullei) e annegati (mazzeratura). Le donne furono invece vendute come schiave a Palermo.

Giannone, p. 353.PNG

Giannone, opere, p. 88

(Fig….) Pag. 88 tratta da Pietro Giannone (…), Opere ecc., in cui si racconta della rivolta di Capaccio

Mazziotti, p. 123...PNG

(Fig….) Pag. 123, tratta da Mazziotti (…), dove si parla  della ‘Congiura di Capaccio’.

Matteo Mazziotti, ci parla dell’episodio sulla scorta di Pietro Giannone (…), ma nella sua nota (1) di p. 123, dove si parla  della Congiura, sbaglia il tomo del Giannone che non è il tomo III, ma è il Tomo II. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, a p. 121, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Con il figlio Guglielmo venne ucciso nel 1246 per aver preso parte alla congiura dei baroni.”.

Nel 1246, Federico II di Svevia, dopo la ‘Congiura di Capaccio’

Mazziotti, p. 124..

(Fig….) Pag. 124, tratta da Mazziotti (…), dove si parla delle conseguenze della Congiura

Dopo la Congiura di Capaccio, e lo sterminio dei Sanseverino – fatto prigioniero ed esule alla corte del Papa, il piccolo Ruggero unico sopravvissuto – Galvano Lancia, fu investito della Contea del Cilento dall’Imperatore Federico II. Lo storico tedesco Kantorowicz (…), nelle sue note a p. 34 su Policastro all’epoca Federiciana, parlando dei dissidi tra il papato e l’Imperatore Federico II di Svevia, traendo la notizia dall’Epistola papale (16), dice che: “Un secondo scontro in seguito all’elezione per la sede vescovile di Policastro.”. Federico II in tale contesto, sfidò apertamente il Papa, impedendo le nomine vescovili e imprigionando i legati pontifici. L’Ebner (…), nel suo Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento, vol. II, p. 334, parlando dell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, scriveva in proposito: “Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 che riguardano Policastro (26).” e, poi lo stesso autore scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da Re Carlo, come risulta dai Registri Angioini. Da Wikipedia leggiamo che la famiglia Sanseverino prese parte alla congiura di Sala e Capaccio, fra il 1245-46. Dalla congiura sarebbero dovuti risultare la morte di Federico II, di suo figlio, e di Ezzelino III da Romano. Rifugiati in Francia, da papa Innocenzo IV, i beni dei Sanseverino furono confiscati e spartiti fra Enrico di Spervaria e poi a Riccardo Filangieri, mentre i feudi del Cilento ai marchesi Bertoldo di Hohemburg e Galvano Lancia.

Nel 1246, Federico II di Svevia e la ‘Congiura di Capaccio’

La ‘Congiura di Capaccio’ ordita già dal 1245 contro Federico II di Svevia, e realizzatasi nel 1246 prende il nome dal castello di Capaccio dove convennero infine i cospiratori, all’avvenuta scoperta della congiura e dove se ne consumò l’epilogo nel luglio 1246. Essa fu una delle tante che in quel periodo furono intentate ai danni dell’imperatore e che lo videro sempre vincitore. Alla congiura parteciparono, in buon numero, le famiglie più antiche e potenti dell’Italia meridionale, approfittando dell’assenza di Federico II che si era ritirato nei pressi di Grosseto per una stagione di caccia. La congiura fu ordita da Papa Innocenzo IV, come dimostrato dal rinvenimento di diplomi papali compromettenti nel castello, oltre alle confessioni dei congiurati prima di essere giustiziati. I capi erano tra le famiglie dei Fasanella, dei Francesco e dei Morra. Fra gli altri partecipanti si ricordano Bartolomeo D’Alice, Ruggero da Bisaccio, Guglielmo da Gaggiano, Giovanni Capece, Francesco, Ottone e Riccardo da Laviano, Enrico, Nicola e Tommaso de Littera, Riccardo di Montefusco, Bartolomeo di Teora, ai quali si aggiunsero i già potenti Sanseverino e gli Eboli. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 149, in proposito scriveva che: “E la pena venne e fu atroce, pare, ed esemplare. Stando alla relazione che il notaio e cappellano imperiale, Gualtiero de Ocra, inviò a re d’Inghileterra in merito ai fatti, i ribelli, ancor prima di essere condotti davanti a Federico, furono accecati ed orrendamente mutilati dai suoi soldati. Egli, poi, fattili ancora torturare, li fece infine trucidare, risparmiando solo le donne per inviarle prigioniere in Sicilia, probabilmente a Palermo”. Il Cantalupo, a p. 149, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Si veda, ad es., la relazione di G. DE OCRA (in HUILLARD BREHOLLES, op. cit., VI, I, p. 458) e quando scrivono il COLLENUCCIO (op. cit., pp. 136-137)”. L’opera di Huillard Bréholles a cui si riferisce il Cantalupo è “Historia diplomatica Friderici”, vol. VI, I, pp. 457 e ssg. Riguardo l’opera del Collenuccio (….), si tratta di …………..

Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 123 parlando della ‘Congiura di Capaccio’ a cui pare avesse partecipato questo Tommaso Sanseverino, in proposito scriveva che: “Alcuni di loro, per timore della scomunica e lusingati dal papa, d’indussero a congiurare contro la vita dell’imperatore ed a sollevargli gli Stati. Erano a capo della congiura, detta di Capaccio, perchè ordita in quel castello che era dei Sanseverino ovvero perchè ebbe in esso il più truce epilogo, Andrea Cicala capitano generale del Regno, Pandolfo di Fasanella e i suoi germani e cugini, Francesco Tibaldo, Giacomo e Goffredo di Morra e tutta la famiglia Sanseverino, tra cui i conti Guglielmo e Tommaso, che avevano seguito l’imperatore nella guerra di Lombardia. Tutti costoro godevano alti uffici del Regno ed erano familiari dell’imperatore che in essi riponeva completa fiducia (1).”. Il Mazziotti, a p. 123, nella nota (1) postillava che: “(1) Giannone, Stor. civ., vol. 3°, pag. 502; Summonte, vol. 2° pag. 332”.

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, parlando di Caselle in Pittari, a p. 47, in proposito scriveva che: Un passo tormentato del ‘Liber Inquisitiòrum (110) pare colleghi la ‘Terra’ di ‘Casella’ con la Congiura di Capaccio del 1245. Con gli Svevi (1189-1266), che mutarono il ‘servitium personàrum’ rigidamente attuato dai Normanni in ‘servitium pecuniàrum’ (i ‘feuda’ non dovevano assicurare più ‘milites’ e servientes’ bensì somme di denaro proporzionate alla loro consistenza economica), si “ruppe per sempre il cordone ombelicale che legava il Sovrano con i singoli esponenti della feudalità” (111), in particolare con i titolari dei ‘feuda in capite de dòmino Rege’. I quali, visto limitato il loro strapotere della politica accentratrice di Federico II, ordirono quella che poi è passata alla storia come Congiura di Capaccio. Fra i congiurati (112) assediati nei due castelli di Sala e di Capaccio v’erano anche i fratelli ‘Goffridus, Jacòbus e Rogerius de Morra’. Scoperta la congiura, i primi due furono uccisi e ‘Rogerius’ accecato e privato dei suoi ‘feuda’, fra cui il ‘castrum Caselle’, che potè riavere soltanto con l’avvento degli Angioini (1266): ….“Hericus de Morra…habuit tres filios, Godfridum, Jacòbum et Rogerius fuit cecatus, et dicte terre (scil.: castrum Morre et castrum Caselle et baronia Corbellum et feuda in Cilento) fuèrunt concesse a principe Manfrido dom. (ino) Philippo Tornello; et post adventum Regis (scil.: Carlo d’Angiò) fuerunt restituite dicto Rogerio cecato (113).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (110) postillava che: “(110) Liber Inquisitionum regis Caroli Primi pro feudatariis regni (= vol. II del Registro della Cancelleria Angioina, Napoli, 1951).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (111) postillava che: “(111) E. Cuozzo, La nobiltà etc., p. 164.”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (112) postillava che: “(112) Tommaso I Sanseverino col primogenito Guglielmo, Roberto e Riccardo di Fasanella, i fratelli de Morra, Gisulfo di Mannia, Roberto e Guglielmo di Marzano, Ugo di Chiaromonte, ed altri ancora. La reazione di Federico II fu durissima: si salvarono soltanto il dodicenne figlio (Ruggiero) di Tommaso I conte di marsico e ‘Rogerius de Morra.”. Il Fusco, a p. 100, nella sua nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Goffredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra e di Caselle, la baronia di Corbella e feudi a Cilento – dal principe Manfredi furono concesse a Filippo Tornello; poi, dopo il ritorno del re, furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu Signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1369.”.

Nel 1246, Ruggero (II) Sanseverino, figlio di Tommaso (II) Sanseverino, si salvò in fasce dalla Congiura di Capaccio

Dalla Treccani on-line leggiamo che Ruggero (II) Sanseverino nacque nel 1237 circa da Tommaso I, conte di Marsico, e da Perna de Morra. Aveva un fratello chiamato Guglielmo che perì nella Congiura di Capaccio insieme al padre Tommaso I Sanseverino. La sua famiglia fu coinvolta nella congiura di Sala e Capaccio (1245-46) che aveva come obiettivo, oltre alla morte dell’imperatore Federico II e del figlio re Enzo, anche l’uccisione del signore ghibellino Ezzelino III da Romano e il passaggio verso la fazione guelfa della fedelissima Parma. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150 riferendosi al disastro della “Congiura di Capaccio”, in proposito scriveva che: “La Congiura di Capaccio segnò la fine di tutti i Sanseverino; solo Ruggiero, uno dei figli del conte di Marsico, fanciullo di circa 12 mesi, si salvò perchè allora si trovava al sicuro, forse a Venosa (3).. Il Cantalupo, a p. 150, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Che il piccolo Ruggiero si sia salvato attraverso molte peripezie ed aiutato da un servo, è invenzione di MATTEO SPINELLI nei suoi ‘Diurnali’ (cfr. Mazziotti, op. cit., p. 125, n. 1).”. Riguardo Ruggero Sanseverino in fasce, il Cantalupo, a p. 148, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Dei due figli di Tommaso Sanseverino, Guglielmo si trovava a Capaccio e Ruggiero, fanciullo di circa 12 anni, se pure non era a Venosa (vedi appresso), era certamente in un luogo sicuro ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 390 parlando di Rocca (di) Cilento, in proposito scriveva che: Feudi poi restituiti (a. 1229) a Tommaso subentrato nelle signorie per la morte senza eredi del fratello. Tommaso aveva sposato Perna di Morra, dalla quale ebbe Guglielmo e Ruggiero che sposarono le sorelle di S. Tommaso d’Aquino, Maria e Teodora.”Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, in proposito scriveva che: “Dopo l’ingresso di Innocenzo IV a Napoli (27 ottobre 1254), il pontefice restituì anche la baronia del Cilento a Ruggiero di Sanseverino, da lui allevato dopo che era scampato miracolosamente (aveva nove anni) all’eccidio di Capaccio. Dai ‘Diurnali’ di Matteo da Giovinazzo (20) si apprende del matrimonio di Ruggiero con la nipote del papa Innocenzo IV, figlia di Orazio Fieschi. Notizia spiegabile solo con la un primo matrimonio senza prole. Certo è che Ruggiero sposò Teodora, figlia di Landolfo d’Aquino.”. Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 391, nella sua nota (20) postillava che: “(20) RIS, VII, p. 1073. Ebner, a p. 391 nella nota (20) citava il testo di Rassegna Italiana di Storia, vol. VII, p. 1073. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento etc…”, a p. 134, in proposito scriveva che: III. Dalle sue nozze con la contessa Fiesco non sembra che Ruggiero avesse avuto prole. Morta costei, egli aveva sposato Teodora dei Conti di Aquino la quale gli diede un figlio a nome Tommaso, giovine di grande destrezza e coraggio che aveva brillato con un completo trionfo (3) nel torneo avvenuto per le feste dell’incoronazione di Carlo I a re di Gerusalemme. Padre e figlio furono di grande giovamento agli Angioini nelle loro guerre, avendo Carlo II principe di Salerno affidata la custodia di questa città contro i ribelli a Ruggiero, ed al figliuolo di lui Tommaso il littorale da Salerno a Policastro (1, p. 135). Ruggiero morì negli ultimi mesi del 1285 lasciando suo erede universale il figlio Tommaso (2).”. Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Giannone, ivi, lib. 20°, pag. 134.”.  Il Mazziotti (…), a p. 134, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Gatta, ‘Mem., etc., pag. 136; ‘Cronaca’ di GASPARE FOSCOLILLO; MINIERI RICCIO, ‘Memorie della guerra di Sicilia, pag. 10.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Iamsilla, ‘Cronaca’ pubblicata dal Del Re, pag. 313; Minieri Riccio, ‘Memorie della guerra di Sicilia, pag. 58.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (2) postillava che: “(2) ‘Cronaca’, citata pubblicata “nell’Archivio storico napoletano”.”. Il Mazziotti (…), a p. 135, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Ughelli, tomo 7°, col. 567, e seguenti.”.

Nel 1246, Guglielmo conte di Rivello, cospiratore e ribelle a Federico II di Svevia nella ‘Congiura di Capaccio’

Per i fatti, di cui ha parlato anche l’Antonini a p. 443 della sua ‘Lucania’, prendendo le mosse dal racconto che fece lo storico Pandolfo Collenuccio. L’Antonini (…), parlando di Lagonegro, l’antica ‘Nerulo‘, ‘Lagonegro e sue montagne’, p. 183, Parte II, Discorso I. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), nella sua prima edizione del 1745, della ‘Lucania’, nel Discorso XII, parte II, parla di “Maratea, e dè luoghi sino al Lao”, a p. 442, continuando il suo racconto su Rivello, a pp. 442-443, nella sua nota (I), posillava in proposito che: “(I) Fu Conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II, conosciuto da Corrado, per uomo di gran senno e di consumata prudenza, fu destinato per la riformazione del Regno. Il ‘Collenuccio lo chiama erroneamente Enrico  e nel lib. 4 di sua ‘Storia’, dice che fu uno de primi a muoversi a ribellione, sentendo la venuta di Corradino nel Reame.”. Dunque, l’Antonini (…), riguardo a Rivello, sulla scorta del Collenuccio (…) scrive in proposito che fu conte di Rivello Guglielmo, che dopo la morte di Federico II. Il Collenuccio (…), nel suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’ (ed. del 1613), nel cap. IV, a p. 57 a, parla di ‘Guglielmo, ribelle di Federico II’. La congiura di Capaccio, ordita già dal 1245 contro Federico II di Svevia e realizzatasi nel 1246 prende il nome dal castello di Capaccio dove convennero infine i cospiratori, all’avvenuta scoperta della congiura e dove se ne consumò l’epilogo nel luglio 1246. Il Collenuccio, nel cap. IV a p. 57, in proposito alla ‘Congiura di Capaccio’, scriveva di questo Guglielmo: “Capi del trattato erano Pandolfo da Fasanella, & Giacomo da Morra; Compagni nel tradimento erano Tebaldo, Guglielmo, & Francesco da S. Severino, ecc..”.

Nel 1246, Ruggero II Sanseverino (conte di Marsico) e la Baronia di San Severino di Camerota (oggi di Centola)

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 150 riferendosi al disastro della “Congiura di Capaccio”, in proposito scriveva che: “Federico spogliò i ribelli ed i loro familiari di tutti i feudi e diede le contee di Marsico e di Sanseverino a Guglielmo de Villano (4). Questi restituì a sua volta la baronia di Cilento all’Imperatore, che la concesse prima al conte Giovanni Paolo di Roma e poi a Guido signore di Pozzuoli (1).”. Sempre il Cantalupo, a p. 150, nella sua nota (4) postillava che: “(4) La contea di Marsico fu successivamente data a Riccardo Filangieri, che la tenne fino al 1253, poi l’ebbe Ruggiero Sanseverino, ma solo nel corso del 1254, essendosi temporaneamente pacificato con Manfredi. Nel 1256 essa andò ad Enrico di Spernaria, che la tenne fino al 1266, quando passò definitivamente a Ruggiero Sanseverino ed ai suoi discendenti (v. L. VENTRE, op. cit., pp. 133-137).”. Il Cantalupo, si riferiva all’opera di L. Ventre (….), ed al suo “La Lucania dalle origini all’epoca odierna, vista ed illustrata attraverso la storia della città di Marsiconuovo”, Salerno, 1965. Il Cantalupo, a p. 151, nella sua nota (1) postillava che: “(1) V. il doc. del Capasso, appresso cit., in nota”. Il Cantalupo, a p. 152, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio (B. CAPASSO, Hist. Diplom., ….cit. p. 346).”. Infatti, il Cantalupo citava il noto documento pubblicato da Bartolomeo Capasso (…), nel suo “Historia Diplomatica Regni Siciliae – inde ab anno 1250 ad annum 1266”, a p. 345 pubblicava il “Liber Inquisitionum di Caroli I pro Feidatariis Regni”, di cui ho parlato all’inizio del saggio. Nell’antico documento risalente a Carlo I d’Angiò si elencano i feudi e le baronie restituite da re Carlo I d’Angiò, dopo la morte di Manfredi, re di Sicilia e figlio naturale di Federico II e dopo la morte di Corradino anch’esso figlio di Federico II. Una parte del documento riguarda Ruggero II Sanseverino che all’epoca dell’angioino non sarà più un giovane di 12 anni salvatosi dallo sterminio della “Congiura di Capaccio”.

Capasso, HD, p. 346

(Fig….) Capasso Bartolomeo, Hist. Diplom., p. 436

E’ un importante documento tratto dalla cancelleria Angioina che ci fa capire alcune notizie storiche sul periodo Federiciano. I notai di Carlo I d’Angiò scrivevano che: “Comiti Rugerio de Sancto Severino fuit restituita Rocca Cilento cum casalibus quam concessit imperator Federicus domino Guglielmo de Villano, quia permutavit dictam Roccam cum casalibus et Sanctum Severinum cum comitatu Marsici et dicta Rocca concessa fuit ab imperatore Federico comiti Iohanni Paolo de Roma post permutazionem cum comitatu Marsici, deinde concessa est ab eodem imperatore domino Guidoni de Putiolo et deinde imperator revocavit permutationem factam cum comite Rogerio”, ovvero che: “Al conte Rugerio de San Severino, Rocca Cilento fu restituita alle case che l’imperatore Federico concesse a Sir Guglielmo de Villano, perché scambiò la detta Rocca con le case, e San Severino con la compagnia dei Marsici; poi fu concessa dal lo stesso generale al signore Guido de Putiolo, e poi l’imperatore rammentò lo scambio che era stato fatto col conte Ruggero”. Scrive sempre Matteo Mazziotti, che in seguito, Federico II di Svevia dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori. Il Mazziotti scrive pure che solo in seguito il Cilento fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo. Lo storico cilentano Matteo Mazziotti (…), nel suo ‘Baronia del Cilento, a p. 120, scriveva che: L’Imperatore dette la baronia del Cilento a Guglielmo Villano, dipoi al conte Giovanni Paolo di Roma, e da ultimo a Guidone de Putiolo, sicchè il Cilento passò in potere ad altri signori, ma di poi fu restituito ai Sanseverino e propriamente ad un conte Ruggiero forse fratello di Guglielmo (…).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 144 e ssg., in proposito scriveva che: “La Baronia di Cilento passò allora a Guglielmo di Villano, che fu tenuto a provvedere al castello di Rocca proprio nel tempo in cui Federico II, ecc..”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 636, dove parlando di Teggiano, in proposito scriveva che: Beni tutti che vennero poi avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II), che pare ne avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ruggiero che era stato investito anche degli altri beni confiscati, avendo imprigionato a Salerno alcuni baroni, temendo di essere incolpato da re Manfredi fuggì presso Carlo d’Angiò che, conquistato il Regno, lo investì anche della baronia di Diano.”. Ebner, a p. 636, nella nota (23) postillava che: “(23) Di tali nozze non dice Natella nel recente saggio su ‘I Sanseverino cit., p. 48, di cui è esplicita notizia in Campanile cit., p. 41 (“a cui poscia fatto già grande diede il papa per moglie una sua nipote sorella del conte di Fiesco”), che menziona Teodora d’Aquino pure come moglie, poi vedova di Ruggiero. Per i Sanseverino seguo sia lui che Portanova e Sacco.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Economia e Società nel Cilento medievale”, vol. II, a p. 419 parlando degli Statuti del Comune di S. Arsenio, nel Vallo di Diano, in proposito scriveva che: Federico II concesse al figliuolo di Guglielmo, Tomaso (I), di comprarla devolvendo però alla R. Corte la contea di Sanseverino e la baronia del Cilento e versando mille once d’oro. Dopo la ribellione di Tomaso, il figliolo di Ruggero, scampato alla morte e condotto a Lione da papa Innocenzo IV (ne sposò la nipote, figlia del conte Fieschi) (5), riebbe le contee di Marsico e di Sanseverino da re Manfredi. Degli angioini Ruggero (sposò in seconde nozze Teodora, sorella di S. Tommaso d’Acquino) ebbe riconosciute le contee anzidette e le baronie di Diano e di Cilento. Beni tutti che i Sanseverino possedettero poi per due secoli (6).”. Ebner, a p. 419, nella nota (5) postillava che: “(5) D. G. Portanova O.S.B., nel suo recente ‘I Sanseverino e l’abbazia cavense’, Badia di Cava, 1977, non accenna al primo matrimonio di Ruggero.”.

Riguardo quel periodo, Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Lineamenti di storia dalle origini al settecento”, a p. 100, nella nota (113) postillava che: “(113) Il passo del ‘Liber Inquisitionum’ è riportato da Ebner (P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, cit., I, p. 647, nota 2: Enrico de Morra ebbe tre figli: Gofredo, Giacomo e Ruggiero. I primi due furono uccisi al tempo della Congiura di Capaccio, Ruggiero invece fu accecato e le terre suddette – il castello di Morra, e di Caselle, la baronia di Corbella e le terre del Cilento – dal principe Manfredi furono restituite al cieco Ruggiero). Non si spiega la notizia riportata sempre da Ebner (ivi, II, p. 432), che la riprendeva da Scipione Mazzella, secondo la quale Giacomo Morra fu signore di Caselle, Centola, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa nel 1239.”.

Nel 1246, Riccardo di Lauria, conte e feudatario della contea di Lauria, ribelle nella ‘Congiura di Capaccio’

Angelo Bozza (…), a p. 157, parlando di Lauria, scriveva che: “…Riccardo favorito di Federico II e di Manfredi col quale perì ucciso alla battaglia di Benevento), e che tra i feudi aveva ancora quello di Lauria dal quale prendeva il titolo, ecc..”. Lo storico locale Carlo Pesce (…), nel suo “Storia della Città di Lagonegro” a p. 205, sulla scorta del Racioppi (…), parlando dei feudatari della Contea di Lauria e di Lagonegro, scriveva che: “Bisogna pur ricordare che certo ‘Riccardo de Loria’, o di Lauria che vuolsi padre del grande Ammiraglio fu pure Signore di Lauria, “e poichè – scrive il Racioppi – a lui fu dato in custodia uno dei tanti prigionieri lombardi dell’Imperatore, vuol dire che risiedeva nella rocca di Lauria”, ma non risulta se fu Signore di Lagonegro. Lo stesso Riccardo fu familiare di Re Manfredi e morì con lui nella battaglia di Benevento nel 1266 (2).”. Il Pesce, a p. 205, nella sua nota (2) postillava che:  “(2) Vedi Racioppi, Storia, vol. II, p. 179.”. Precedentemente al Pesce (…), aveva scritto il sacerdote di Lauria Nicola Palmieri (…), a p. 11, sulla scorta degli ‘Annali etc..’ dello Zurita (…), è scritto: “Era Rugero figlio di un Cavalier Calabrese, signore di Lauria, che fu gran privato dal re Manfredi. Questi morì valorosamente combattendo col suo Signore nella battaglia presso Benevento (1266).”. Riccardo era feudatario in Calabria e signore di Scalea nell’anno della sua morte, avvenuta durante la Battaglia in cui perì lo stesso Manfredi. I due studiosi Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “Al ritorno dalla V crociata l’Imperatore Federico II di Svevia tolse i feudi a molti baroni che in sua assenza avevano avuto atteggiamenti troppo autonomi. Tra questi troviamo proprio il padre di Ruggiero di Lauria, Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in proposito scrivono che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, padre di Ruggiero di Lauria. Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredi, y muriò con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Farleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Siviglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. I due studiosi, a p. 25, nella sua nota (27) postillava: “(27) G. Zurita, op. cit., libro III, p. 81”. Riccardo di Lauria, padre di Ruggiero di Lauria, in seconde nozze sposò Isabella (“Donna Bella”) Lancia, la zia di Bianca Lancia, amante ed ultima sposa di Federico II di Svevia e madre di ManfrediDa Wikipidia leggiamo che fu padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone  di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Riccardo di Lauria sposò:

  • Paliana di Castrocucco, nel primo matrimonio, da cui ebbe Costanza di Lauria;
  • Bella Amico (~ 1221 – dopo il 1279), figlia di Guglielmo e sposata in seconde nozze, dalla quale ebbe:
    • una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia;
    • Ruggiero di Lauria, celebre ammiraglio al servizio dei sovrani aragonesi.

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Tuttavia, ho pubblicato ivi un mio saggio dal titolo “Dal 1144 al 1127, la contea di Policastro al tempo di Guglielmo di Puglia”, ovvero “Nel secolo XI-XII, gli Scullando, signori di Aieta”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (102) postillava che: “(102) Parla dell’antica famiglia di Ruggiero di Lauria e cita Carlo Pesce, Storia della città di Lagonegro, Napoli, 1914; cfr. “Carta d’Italia fra il 1270 ed il 1450 con scala in miglia italiane”). Lo stemma dei Loria era lo scudo sabino, a tre fasce d’argento e tre d’azzurro.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (103) postillava che: “(103) G. Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, I, op. cit.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, che sarebbe morto nella battaglia di Benevento, 26 febbraio 1266, aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (105) postillava che: “(105) A. Pepe, Ruggiero di Lauria, stà in “Almanacco calabrese”, 1955; Le più belle pagine di Michele Amari scelte da V.E. Orlando, Milano (Treves), 1928.”. Lo storico locale Nicola Montesano (…), nel suo recente ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, a pp. 21-22, parlando di Tortorella all’epoca angioina, in proposito scriveva che: “Secondo Giovan Battista Pacichelli la ‘Terra Turturellae et esius casales seu castella, videlicet: Bonatorum, Casalecti et Bactalearum’, a metà del duecento, faceva parte della Baronia di Lauria, feudo di Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero. Nel lungo e turbinoso periodo iniziato con la ‘Congiura di Capaccio’ e continuato con la lotta di successione prima tra svevi e angioini ecc..”. La notizia riportata anche da Ebner e tratta dai registri della Cancelleria Angioina andrebbe ulteriormente indagata e riguarda l’epoca Federiciana della ‘Congiura di Capaccio’ in cui diversi feudatari delle nostre terre patteggiarono contro Federico II di Svevia oppure si riferisce al periodo immediatamente successivo alla presa di potere di Manfredi dopo la morte di Federico II di Svevia. Giorgio Mallamaci (…), nel suo ‘Torraca – Storia di un borgo del Cilento’, recentemente pubblicato in e-book, a p. 32, dopo aver parlato della ‘Congiura di Capaccio’ e della tremenda sorte che subì la famiglia Sanseverino, dopo il 1245, senza mai menzionare i riferimenti bibliografici, parlando del feudo di Torraca, in proposito sosteneva che: “Una volta sbaragliati i suoi nemici, Federico II, affidò i feudi ad altri suoi vassalli. Torraca, poichè apparteneva alla Baronia del Cilento, toccò ai Lancia, famiglia patrizia della quale Bianca, una sua rappresentane, fu l’amante di Federico II, da cui ebbe il figlio Manfredi.. Il Mallamaci (…) sostiene che, Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria. Il Mallamaci (…) riguardo l’ammiraglio Ruggero di Lauria scriveva che egli era “Nato da Riccardo di Lauria, barone dell’omonimo feudo, zio di Manfredi di Svevia e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hoenstaufen, ecc…ecc...”. Dunque, il Mallamaci (…) sosteneva che Ruggiero di Lauria era nato da Riccardo di Lauria, zio di Manfredi di Svevia o ‘Manfredi Sicilia’. Giacomo Racioppi (…) nel suo ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, pubblicato nel 1889, a p. 180, parlando di Ruggiero di Lauria in proposito scriveva che: “Crebbe in corte d’Aragona (1); ove il re gli diè sposa una figliuola dei Lancia, parenti della regina e zii a Manfredi; ….Ma vivendo in Aragona aveva suoi possessi feudali nel Napoletano: un diploma del 1275 di re Carlo II parla del servizio feudale prestato in Capua da Riccardo di Lauria per sè, Giacomo, Roberto e Ruggiero, e per due donne della stessa famiglia che avevano diviso tra loro i castelli di Lauria, di Lagonegro e di Castelluccio (3).”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Amari M., Vespri Siciliani, cap. V.”. Racioppi, a p. 180, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Amari M., op. cit., E’ riferito dall’Amari nei ‘Vespri Siciliani, cap. V, 83, ove erratamente scritti “i castelli di Loria e Lagonessa” per Lauria e Lagonegro”. Infatti, in Michele Amari (…), nella sua ‘La Guerra del Vespro Siciliano’, a p. 83, nel cap. V, riferendosi a Pietro III d’Aragona, scriveva che: “Sorridea Pietro, e a far disegni, non querele, si ristringea con Ruggier Loria, Corrado Lancia, e Giovanni di Procida (4). Di questi il primo, nato di gran legnaggio nella terra di Scalea in Calabria (5), imparentato colla siciliana famiglia dè conti d’Amico, e signor di feudi in Sicilia e in Calabria (6), venuto era fanciullo seguendo la regigna Costanza con madonna Bella madre sua, nutrice della reina, ecc..ecc..”. L’Amari a p. 83 nella sua nota (4) postillava che: “(4) Saba Malaspina, cont., pag. 340-342. Per vero egli non scrive il nome di Corado Lancia ma solo di Loria e Procida, e, aggiunge altri usciti italiani, ma ritraendosi dal Montaner  la grande riputazione di Corrado a corte d’Aragona per armi e consiglio appunto in questo tempo, non è dubbio che quel nobile siciliano avesse partecipato in tutti i disegni.. L’Amari (…), a p. 83, nella sua nota (5) postillava che: “(5) Diploma negli archivi della Corona Aragonese, citato dal Quintana, ‘Vidas de Espanoles celebres’, Paris, 1827, Tomo I, p. 93” e nella sua nota (6) l’Amari postillava: “(6) Bartolomeo de Neocastro, cap. 83. Nel Regio Archivio di Napoli, Registro di Carlo II, segnato 1291 A, fog. 88, si legge un diploma dato il dì 8,  forse di gennaio 1275, o 1276, ch’e è un attestato del servigio feudale prestato a Capua da Riccardo Loria per se, Giacomo, Roberto, Ruggiero, e due donne, tutti della stessa famiglia, che avevano diviso fra loro i castelli di Loria, Lagonessa e Castelluccio in Basilicata.”. Dunque, la notizia citata da Ebner e tratta da Michele Amari è confermata. L’Amari (…), a p. 83 del cap. V, sulla scorta del diploma o privilegio tratto dai registri della Cancelleria Angioina di Carlo II d’Angiò dell’anno 1291, un documento del 1275 o 1276, che indicava la divisione delle proprietà dei Loria o di Roberto di Lauria padre di Ruggiero di Lauria, tra cui i castelli di Lauria (“Loria”), Lagonegro (“Lagonessa”) e Castelluccio in Basilicata, con i tre figli: Giacomo, Roberto e Ruggiero di Lauria. Dunque, l’Amari, traeva la notizia dal cronista Bartolomeo da Neocastro. Bartolomeo di Neocastro, o Bartholomaeus de Neocastro era un cronista che morì nel 1295. Fiorito nel Regno di Sicilia durante la seconda metà del XIII secolo, al tempo della dominazione aragonese sotto Giacomo il Giusto, autore dell’opera in latino ‘Historia Sicula‘.

Dopo il 1240, dopo la congiura di Capaccio, Riccardo di Lauria cade in disgrazia

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a pp. 38-39-40-41, in proposito scriveva che: Nondimeno, ‘Riccardus de Loria’ sembra essere stato giustiziere di Basilicata solamente al tempo di Federico II (101), poichè dopo il 1240, se ne perdono del tutto le tracce. E’ possibile che a partire da questa data intervenga un periodo di disgrazia, per il quale non è da escludere un provvedimento di destituzione dalla magistratura o anche un ordine di probabile esecuzione contro costui (102), entrambi come risultanze, parimenti verosimili, delle contromisure Imperiali prese a seguito della Congiura di Capaccio (103).”. La Lamboglia, a p. 41, nella nota (101) postillava che: “(101) FRIEDL, Studien zur Beamtenschraft Kaiser Friedrichs II., p. 312.”. La Lamboglia, a p. 42, nella nota (102) postillava che: “(102) concorda su questo punto anche FRIEDL, Studien zur Beamtenschraft Kaiser Friedrichs II., p. 316. etc….”. La Lamboglia, a p. 42, nella nota (103) postillava che: “(103) Sulla congiura del 1246 e sulle sacche di resistenza nelle fortezze di Sala e Capaccio, si rinvia a D. ABULAFIA, Federico II. Un Imperatore medievale, Torino, Einaudi, 2016 (ed. or. D. Abulafia, Frederick II. A medieval emperor, London, Allen Lane The Penguin Press, 1988), pp. 314-315. Una informazione sintetica della congiura è poi anche alla voce ‘Capaccio’ (1246), congiura di, a cura di E. CUOZZO, in EF, vol. 1, pp. 222-223.”.

Nel 1246, Federico II di Svevia dona le terre di Lauria e Lagonegro ad ‘Alemagno de Fallucca’

Rosanna Lamboglia (….), nel suo saggio “Tessere documentali per le origini dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria” (per la discussione della Tesi di Laurea all’Università della Basilicata e pubblicata sulla rete, a p. 44, in proposito scriveva che: “Si apprende infatti che, a seguito della conquista, le terre di Lagonegro e di Laria furono concesse da Federico II ad Alemagno de Fallucca in cambio di alcune terre in Calabria, e che detto Alemagno le mantiene fino all’avvento di re Corrado (119).”. La Lamboglia, a p. 44, nella nota (119) postillava che: “(119) E. STHAMER, V. Lehensrestitutionem in der Basilicata c.ca 1277, in ID. Beitrage zur etc… , p. 624.”.

Nel 1249, il matrimonio tra Riccardo di Lauria e Bella d’Amico o Isabella Lancia

Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia e madre di Manfredi di Svevia era nipote di Isabella (Donna Bella) Amico. Isabella Amico o “Donna Bella” Lanza sposò in seconde nozze il conte di Lauria, Riccardo di Lauria o di “Loria” e, dalla loro unione nacque il grende ammiraglio Ruggiero di Lauria. Isabella Amico, madre di Ruggiero di Lauria, era la zia di Bianca Lancia che fu amante e forse sposa di Federico II di Svevia e dalla cui unione nacquero Costanza e Manfredi di Svevia. Chi era Isabella Amico ?. Abbiamo visto chi fosse Bianca Lancia e le sue origini Aleramiche. Abbiamo visto che Bianca Lancia, futura sposa di Federico II di Svevia era figlia di Bianca Lancia era la nipote di Manfredi II Lancia, fratello della madre Bianca Lancia che fu sposa di Bonifacio I d’Agliano (o Bonifacio I di Monferrato). Dunque, Manfredi II Lancia era lo zio della futura sposa di Federico II di Svevia. Sappiamo che Isabella Amico o “Donna bella” Amico, che in seconde nozze andò sposa a Riccardo di Lauria era la zia di Bianca Lancia. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero di Lauria era figlio di Riccardo di Lauria, signore dell’omonimo feudo e servitore di Manfredi di Sicilia, e di Donna Bella, nutrice di Costanza di Hohenstaufen e sorella di Guglielmo Amico. Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’ pubblicato nel 2000, a p. 21, in proposito alle origini del celebre ammiraglio Ruggero di Lauria scrivevano che:  “….Riccardo, al quale probabilmente furono restituiti quando in seconde nozze sposò Isabella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi (13).”. I due studiosi a p. 21, nella loro nota (13) postillavano che: “(13) Vedi Appendice II” ma, su Bianca e Isabella Lancia, ovvero sulla madre di Ruggero di Lauria, non dice nulla. Augurio e Musella (…), a pp. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Quarto ed ultimo figlio di Gibel fu Riccardo, ecc….Riccardo viene unanimemente considerato uno dei più fidi compagni di Manfredi e lo Zurita scrive che “fué gran privado del rey Manfredo, y murio’ con el en la batalla de Benevento” (27). Il suo nome si trova annotato nel ‘Catalogus baronum’ ed a lui furono consegnati, al tempo dell’Imperatore Federico II, gli ostaggi lombardi. Fu vicerè nel barese ed ebbe due mogli. In prime nozze sposò Paliana Pascale di Castrocucco, di nobile famiglia, che gli portò in dote Diodato, Ferleto e Guardiola in Calabria Citra; Poerio, Castella e Sivilglia in Calabria Ultra. In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Beatrice, che sposò in prime nozze Riccardo di Sambiase, imparentato con la famiglia Sanseverino, ed in seconde nozze Riccardo d’Arena. Il secondo figlio di Riccardo fu Giacomo, di cui si trovano notizie fin dal 1260. Fu il padre di Giovanni che morì decapitato per ordine di Federico III d’Aragona nel 1298. Dal secondo matrimonio nacquero pure due figli, Ilaria, che sposò Arrigo Sanseverino, primogenito del conte di Marsico, Gran Contestabile del Regno e Ruggiero, rimasto in età pupillare alla morte del padre. Riccardo morì valorosamente combattendo, come si è detto, presso Benevento il 26 febbraio del 1266 contro le forse di Carlo d’Angiò.”. Dunque, della seconda sposa di Riccardo, i due studiosi scrivevano che: “In seconde nozze sposò Isabella detta Bella Lancia, zia di Bianca Lancia, madre di Manfredi.”. I due studiosi a p….. scrivevano che: “Bella riceveva in compenso regali preziosi, pellicce, perle, piume, per se e per sua figlia Margherita nonchè rendite cospicue da parte dell’infante. Bella viene indicata nei Libri di Conti col titolo di “Madonna”, termine impiegato per tutte le donne nobili italiane a corte, mentre per quelle catalane si usava premettere il termine “Na” al nome.”. Da Wikipedia leggiamo che “Bella Amico”, zia di Bianca Lancia, sposata in seconde nozze a Riccardo di Lauria e, madre di Ruggero di Lauria, oltre a Ruggero di Lauria ebbe una figlia, il cui nome non ci è noto e che sposò Corrado I Lancia. Questa seconda figlia di Bella Amico e Riccardo di Lauria, forse Margherita, sposò Corrado I Lancia. Francesco Augurio e Silvana Musella (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’ pubblicato nel 2000, a pp. 26-27, in proposito scrivevano che: “Oltre Bella vi erano altre italiane al seguito di Costanza. Ricordiamo innanzitutto sua figlia Margherita che più tardi entrò nel monastero di Sixena dotata di una cospicua rendita vitalizia, e dopo la morte fu nominata venerabile. Una seconda Margherita, sorella di Corrado e Manfredi Lancia, sposò Ruggiero di Lauria (36). Tra questi ricordiamo tre nobili italiani coetanei di Costanza: Ruggiero di Lauria figlio, come si è detto, della nutrice di Costanza e per questo suo fratello di latte, Corrado e Manfredi Lancia, suoi parenti per parte paterna. Tutti e tre, giunti molto giovani in Catalogna, furono educati a corte insieme ad altri rampolli fungendo da paggi di Costanza. Nella cronaca di Muntaner..”. Dunque, i due studiosi scrivevano che alla corte catalana d’Aragona si erano rifugiati e trasferiti dalla Sicilia i fratelli: Margherita, Corrado e Manfredi Lancia. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220, nella sua nota (104) postillava che: “(104) Riccardo, ….aveva sposato in seconde nozze Isabella Lancia (C. Manco, Scalea prima e dopo, Scalea, 1969). Galvano Lancia, barone del Cilento, fu zio materno di Manfredi, in M. Mazziotti, La baronia del Cilento, Roma, Roma, 1904.”. Dunque, “Donna bella Lancia”, in seconde nozze sposò Riccardo di Lauria e dalla loro unione nacque Ruggero di Lauria. Da Wikipedia leggiamo che Riccardo di Lauria, padre del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, fu Signore di Lauria dal 1254 e Signore di Scalea nel 1266 (anno della sua morte). Aveva feudi in Basilicata (sin dal 1239) e in Calabria. Sposando Bella Amico divenne barone di Ficarra. Fu Gran Giustiziere e Capitano di guerra in Terra di Bari e Gran Privado (Gran Favorito) del re Manfredi di Sicilia. Dunque, parlando di Riccardo di Lauria, wikipedia chiama la sua sposa “Bella Amico”, baronessa di Ficarra in Sicilia, in provincia di Messina.

Nel 1250, Federico II di Svevia muore a Ferentino, e si apre la successione al trono del Regno di Sicilia

L’Imperatore Federico II cadde vittima di una grave patologia addominale, forse dovuta a malattie trascurate, durante un soggiorno in Fiorentino di Puglia; secondo Guido Bonatti, invece, sarebbe stato avvelenato. Egli, difatti, qualche tempo prima aveva scoperto un complotto, in cui fu coinvolto lo stesso medico di corte. Le sue condizioni apparvero immediatamente di tale gravità che si rinunciò a portarlo nel più fornito Palatium di Lucera e la corte dovette riparare nella domus di Fiorentino, un borgo fortificato nell’agro dell’odierna Torremaggiore, non lontano dalla sede imperiale di Foggia. Pandolfo Collenuccio (…), nel suo ‘Del compendio dell’istoria del Regno di Napoli’ (ed. del 1613), nel cap. IV, a p. 60, parlando della morte di Federico II di Svevia, in proposito scriveva che: “Lasciò erede universale nel Regno di Napoli, et in tutto l’Imperio di Roma, suo figlio Corrado Re d’Alemagna. Ad Enrico, minor figliuolo ancora legittimo, lasciò il Regno di Sicilia: oltra il Faro, il qual però havesse a tenere secondo la volontà di Corrado predetto, et lasciolli centomila once d’oro. ecc…ecc…”. Matteo Mazziotti (…), nella sua “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Federico II di Svevia, riferendosi alla sua successione dopo la sua morte avenuta nel 1250 e, sulla scorta del Jamsilla (…), in proposito a pp. 127-128 scriveva che: nel dicembre del 1250, moriva l’imperatore Federico nel castello di Ferentino in provincia di Foggia, succedendogli il figliuolo primogenito Corrado. Essendo però questi trattenuto da gravi cure dell’impero in Germania assunse il governo del reame un altro figliuolo del grande imperatore, Manfredi che aveva allora 18 anni, ecc…”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Federico II d’Hohenstaufen e i suoi tempi (1194-1250) Appunti dalle lezioni del Corso di Storia Medioevale etc…”, a p. 275 così scriveva della fine di Federico II di Svevia: “Il 7 dicembre, “in die sabbati”, Federico aveva dettato il suo testamento, e le sue disposizioni circa l’ordine della successione erano le seguenti: erede del trono era il figlio Corrado, re di Germania, nato dal suo matrimonio con Isabella di Brienne; nel caso che questi fosse morto senza figli, la successione sarebbe toccata all’altro figlio Enrico, nato da Isabella d’Inghilterra, a cui lasciava il Regno di Arles o quello di Gerusalemme, secondo il volere di Corrado. Infine se fosse morto pure Enrico e senza discendenti, l’eredità sarebbe passata a Manfredi, che Federico aveva avuto da Bianca Lancia, che aveva fatto legittimare dopo le sue nozze con costei e al quale assegnava il principato di Toscana e la contea di Monte S. Angelo in Puglia. Reggente o “balio” del Regno, fino all’arrivo di Corrado dalla Germania sarebbe stato il medesimo Manfredi, coadiuvato dal consigliere Bertoldo di Hohenburg.”, ma come vedremo le cose non andranno così.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, Rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998; si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, dattiloscritto inedito, 1973 (Archivio Storico Attanasio).

(3) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377; parla della Chiesa Paleocastrense.

(4) Del Mercato P.F., Infante A., Cilento, uomini e vicende, ed. Reggiani, Salerno, 1980, pp….

(5) Natella P. Peduto P., Pyxous – Policastro, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.;

(6) Kantorowicz Ernest H., Federico II Imperatore, Milano, ed. Garzanti, p. 473 e s. Si veda pure la sua recente ristampa del 2017, con la traduzione di Gianni Pilone Colombo. Il Kantorowicz, nelle sue note a p. 515, riguardo l’alleanza tra Venezia e Genova, stretta in Laterano”,  scrive: “in quadam camera domini pape”, stà in BFW, 7216, WACT., II, n. 1028, pp. 689 e s., stà in Bohmer J.F., Regesta Imperii, V, 3-5, editi da Ficker J., ed. E. Winkelmann, Innsbruck (1892-1901); vedi pure: Winkelmann, Acta imperii inedita, vol. II, n. 1028, pp. 689 (o p. 669?), Innsbruck, 1880. Nelle sue note a p. 516, il Kantorowicz, parlando del patto di alleanza stipulato da papa Gregorio IX, scrive che il patto con Venezia stà in “MG-EPP. Pont., I, n. 833-838, pp. 733 e s.”. Si tratta delle ‘Epistulae saeculi XIII e regestis pontificarum Romanorum selectae’, stà in ‘Monumenta Germaniae Historica’, voll. 3, Rodenberg Carl, ed. Apud Weidmannos, Berlino (1883-87), I, n. 833-838, pp. 733 e s. Mentre per il patto con Genova si veda: ‘Liber Iurium’, Hirst. Patr. Monum., vol. VII, p. 980, ovvero: ‘Liber iurium reipubblicae Genuensis’; 2 voll., Torino 1854-57; Historia Patriae Monumenta, voll. VII e IX. Si veda pure: Ortalli G., Venezia-Genova: percorsi paralleli, conflitti, incontri, p. 13, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, cit. Cfr. cap. II. 2, p. 157 e, Puncuh E., Trattati Genova-Venezia, p. 143, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, cit. Nella ‘Cronica per extensum descripta’, p. 298, a cura di E. Pastorello, Bologna 1938-1958, in ‘Rerum Italicarum Scriptores’, XII/1, Andrea Dandolo scrisse che nel 1242, dopo la sconfitta all’isola del Giglio, Venezia dietro domanda genovese, preparò una flotta di sessanta galee, non per combattere la flotta imperiale stanziata nel basso Adriatico, ma per la sottomissione di Pola.

(7) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

(8) Giustiniani L., Dizionario Geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, Tip. Vincenzo Manfredi, 1797

(24) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.

(9) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(9) Ebner P., op. cit., Economia e Società nel Cilento Medievale, vol. II, p. 337. Si veda pure p. 537 e s. su Policastro.

(10) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.

(10 bis) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.

(11) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(12) Carucci C.,Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, Subiaco, editrice dei Monasteri, 1946, vol. I, p. 223 e p. 236 (il vol. I ha il titolo: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”), p. 400 e 401. Le immagini del raro libro, il volume I del Carucci, sono tratte da un testo posseduto dalla Biblioteca “Nisi” del Comune di Sala Consilina e su gentile concessione del dott. Esposito Il vol. II, ha il seguente titolo: ‘La Guerra del Vespro Siciliano nella frontiera del Principato’, Vol. II, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1934, XII; poi vi è il vol. III, ‘Salerno dal 1282 al 1300, a cura di Carlo Carucci, e con introduzione di Corrado Barbagallo, Subiaco, ed. Premiata Tipografia dei Monasteri, 1946;  si veda pure: Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIV, Subiaco, 1934, vol. II, pp. 50-51; si veda pure, parte II, Tip. Jannone, Salerno, 1950; si veda pure: Carucci C., La Provincia di Salerno dai tempi più remoti al tramonto della fortuna Normanna – economia e vita sociale, Salerno, ed. “il Tipografo Salernitano”, 1922, si veda ristampa ed. Ripostes, Salerno, 1994.

(13) La Greca Amedeo, Appunti di Storia del Cilento, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2001, p. 176.

(14) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, a cura di Francesco Volpe, ed. E.S.I., Napoli, 2003; si veda pure dello stesso autore: Ventimiglia F.A., Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.

(15) Romaneus Quirinus et Stephanus Baduarius Iacobi Teopuli ducis et comminis Venetiarum Gregorio IX Papae et ecclesiae romanae promittunt se XXV galeas ad regnium siciliae occupandum armaturos esse, iuraque, statunt, quae, sibi, tam apud Barolum’ et Salpas quam in omni olio regni loco, quem venectorum auxilio contingerit occupari in perpetuum feudum concedi dubeant, tenore litterarum procurationis ducis et comminis venetiarum. a. 1239, Sept. 5. “.

(16) Kantorowicz E., op. cit., note al testo, p. 34 scrive sulla sede vescovile vacante di Policastro: “Ep. 14, n. 81, in Migne-PL, 216, p. 440, ovvero: Migne J. P., Tabulas Patrologie Latinae; BFW, 6110;  ovvero: Bohmer J.F., Regesta Imperii, V, 3-5, editi da Ficker J., ed. E. Winkelmann, Innsbruck (1892-1901); vedi pure: Winkelmann, Acta imperii inedita, vol. II, n. 1028, pp. 669, Innsbruck, 1880; vedi pure:  Winkelmann, Otto, p. 93, ovvero: ……………..

(17) Abulafia D., Federico II un imperatore medievale, p. 113.

(18) Kantorowicz E., op. cit., note a p. 517, egli scrive notizie tratte da (BF, 2509), ovvero: Bohmer J.F., Regesta Imperii, V, 3-5, editi da Ficker J., ed. E. Winkelmann, Innsbruck (1892-1901), 2509; vedi pure HB, V, pp. 437 e s., ovvero: J.I.A. Huillard-Breholles, Historia diplomatica Friederici, Parigi 1859. Si veda pure (Ughelli, vol. I, p. 1246), ovvero: Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, vol. I, p. 1246; Si veda pure sulla Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro,  Tomo VII, da colonna (Columnum), p. 542 e da p. 758 a p. 800.

(19) Kantorowicz E., op. cit., p. 725.

(20) Ventimiglia D. A, Difesa diplomatica, si veda Doc. IX, fol. 32 e Doc. X, fol. 36; si veda pure dello stesso autore: Notizie storiche del castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania, Napoli, 1827 (Archivio Storico Attanasio).

(21) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 120 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(22) HB, V, pp. 437 e s., ovvero: J.I.A. Huillard-Breholles, Historia diplomatica Friederici, Parigi, 1852- 1860, VI, pp. 403 e 441; si veda questo testo fondamentale per i documenti Federiciani-Svevi dal 1215 al 1220;

(23) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377.

(24) Capasso B., Historia diplomatica Regni Siciliae, ………………., si veda pure

(25) Matthew D., I Normanni in Italia, ed. Laterza, Bari, 1992.

(26) Urso C., Adelaide del Vasto, stà in ‘Con animo virile, donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XV)’, a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 58 e s.

(27) Fazello T., Storia di Sicilia, II, 7, 1-3 (per Ruggero I d’Altavilla), mentre per la storia di Fedrico II, si veda……………

(28) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

(29) Campanile Filiberto, Dell’armi ovvero insegne dei nobili, Napoli, stamparia Gramignani, 1680, p….

(30) Acocella N., Salerno medievale ed altri saggi, p. 485; Si veda pure Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.

(31) Caruso G.B., Memorie istoriche di quanto è accaduto in Sicilia, Stamperia Gramignani, Palermo, I, 1787, parte II, vol. I, p. 122.

(32) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (…), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”.

(33) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p.…..

(34) Balducci A., L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Storico Attanasio).

(35) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926; si veda pure dello stesso autore: Pasanisi O., La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII Secolo, Atti della Reale Società Economica della Provincia di Salerno, Salerno, Tip. Frat. Jovine, 1935, XIII (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Pasanisi O., I capitoli di Torre Orsaia concessi dal vescovo di Policastro, stà in ‘Archivio Storico per la Provincia di Salerno’, a. III (1935), pp. 34-52.

(36) Silvestri Afonso, ‘La popolazione del Cilento nel 1489’, a cura della Società Salernitana di Storia Patria – Fonti II – Salerno, 1956 e, l’edizione del 1965; si veda pure: Silvestri A., Aspetti di vita economica nel Cilento alla fine del Medioevo, Società Salernitana di Storia Patria, Fonti II, ed. Pietro Laveglia, Nocera Inferiore, 1989; si veda pure: Silvestri A., La contrastata giurisdizione feudale del Vescovo di Policastro sulla terra di Torre Orsaia, stà in ‘Rassegna Storica Salernitana’, ed. Pietro Laveglia, Salerno, n. 27 (1997)(ritampa) o LVII dalla fondazione, pp. 279 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(37) Volpe F., Il Cilento nel secolo XVII, ed. Ferraro, Napoli, 1981.

(38) Vassalluzzo M., ‘Distribuzione demografica sulla costa Cilentana dal XV al XX secolo e suoi aspetti sociali’, Cap. V, p. 207 e s., stà in ‘Castelli, Torri e Borghi della Costa Cilentana’, ed. Econ, Castel S. Giorgio (SA), 1975.

(39) Amari M., La Guerra del Vespro siciliano, Torino, ed. Cugini Pompa, 1852.

(40) Caraci G., Segni e colori degli spazi medievali, Italiani e Catalani nella primitiva cartografia nautica medievale, ed. Diabasis, Reggio Emilia, 1993, p. XIX.

(41) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(42) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri.

(43) (Figg. 1-2) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia.

(44) Giannone P., Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Venezia, 1766, ed. Pasquali, Tomo VI, Libro XVII, per la Congiura di Capaccio, si veda da p. 337 e s., oppure si veda dello stesso autore, Opere comoplete, Tomo IV, p. 87 e s.

(45) ‘Ottone da San Biase’, Cronaca, stà in Muratori A.L. (…), Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. (?). In effetti, l’Antonini (…), riporta le notizie sulla Molpa e su Policastro, fornisce anche un interessante riferimento bibliografico, citando e scrivendo “….e secondo come scrive ‘Ottone da S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal Sig. Muratori fra gli ‘Scrittori Medii Aevi'”. A chi si riferiva l’Antonini nel citare la Chronaca scritta da un certo Ottone da S. Biase ?.

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Ottone di San Biagio, continuò la ‘Chronica’ di Ottone di Frisinga. Di Ottone di Frisinga, meglio conosciuta è l’opera di Ottone Gesta Friderici imperatoris’ (Imprese dell’Imperatore Federico), scritta per desiderio di Federico I detto il Barbarossa, e introdotta da una lettera dell’Imperatore stesso all’autore. Le Gesta sono composte da quattro libri, dei quali i primi due furono scritti dallo stesso Ottone. Il secondo libro si apre con l’elezione di Federico I nel 1152, e si sviluppa con la storia, abbastanza dettagliata, dei suoi primi cinque anni di regno, soprattutto per quel che riguarda le vicende in Italia. Da questo punto in poi (1156) il suo lavoro viene proseguito da Ragewin. Il latino di Ottone è eccellente, e nonostante una certa partigianeria a favore della casata Hohenstaufen e alcune piccole inesattezze, le Gesta sono state giustamente descritte come un buon modello di composizione storica. Codesta ‘Chronaca’ fu continuata fino all’anno 1210 da Ottone abbate di San Biagio. Su Ottone Abate di San Biagio, ha scritto il Tramontana (…), a p. 59, nel suo  ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc..,postillava su Ottone di San Biagio, alla sua nota (16), scriveva: “Ottone di San Biagio, Chronica, a cura di A. Hofmeister, MGH, Scriptores Rerum Germanicarum in usum scholarum, Hannover-Leipzig, 1912, c. 45, p. 71.”. Il Di Meo, scriveva che il Pappebrochio, scriveva coll’autorità di Ottone di S. Biase. Nel Tomo X della Nuova Enciclopedia popolare del 1848, si scrive di Toone da San Biase che egli scrisse una ‘Chronaca’, continuando l’opera di un altro prelato dell’epoca Ottone da Frisenga.

Muratori, Rerum ..., vol. VI, p. 861.JPG

Il Muratori in ‘Rerum Italicarum Scriptores, vol. VI, p. 863 e sgg., pubblicava la Chronaca di Ottone Abate di San Biagio, in particolare la notizia citata dall’Antonini è  nel Cap. XXXIX (39), si legge dell’anno MCXCIII (1197). 

(46) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(47) Pietro da Eboli (in latino Petrus de Ebulo; nato ad Eboli, 1150 e morto intorno al 1220, è stato un poeta e cronista, vissuto a cavallo del XII e XIII e vicino alla corte sveva. Fedele alla politica di Enrico VI, gli dedicò il Liber ad honorem Augusti (noto anche come Carmen de Rebus Siculis o Carmen de motibus Siculis), opera in distici e in tre libri, nella quale celebrò la conquista del Regno di Sicilia, tessendo le lodi dell’Imperatore. Con Pietro da Eboli ha inizio il processo di mitizzazione  della figura di Federico II di Svevia: già Liber ad honorem Augusti, attraverso i ‘presagia’ che scandiscono la nascita dell’erede Hohenstaufen, iniziano a prendere corpo letterario e cronachistico le attese escatologiche che si concentrarono sull’agire storico di Federico II, e ne accompagnarono la figura ben oltre la morte. Nell’opera sembra presente anche un’allusione a un doppio nome ricevuto dello svevo, Federico Ruggero, una circostanza riportata dagli Annali di Montecassino ma negletta in genere dalle altre fonti. Si veda Fulvio Delle Donne, Pietro da Eboli, Enciclopedia Federiciana, Vol. II, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani

(…) Campagna Orazio, La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro, ed. Pellegrini, Cosenza, 1982 (Archivio Storico Attanasio). Si veda pure dello stesso autore: Miti e storia da Laos a Skidros – La grotta dell’Orco alla Serra di Grisolia, ed. Brenner, Cosenza, 1993 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Jaffé- Loewenfeld, Regesta Pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, 2 voll., Lipsia, 1888 (1195)

(….) Sthamer Eduard, Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou, vol. I, II,III, Leipzig, 1914

(…) Winkelmann Eduard, Acta Imperii Inedita – Innsbruck – 1880 (Archivio Attanasio)

(….) Prignani Giovan Battista, riguardo la citazione di Gaetani (…) delle pergamene conservate negli Archivi Reali e raccolte da Giovan Battista Prignano (o Prignani), di cui lo stesso Gaetani postillava: “(2) Arch. P. Prig. 1359 fasc. 0. num. 12 – II fas. p. 1363”, si riferiva a Giovan Battista Prignano (…) che vide e raccolse documenti originali tratti da alcuni archivi e che furono poi pubblicati da Giustino Fortunato (…), nel suo “Inscriptiones Italiae Academiae italiae consociatae ediderunt etc…’, forse raccolte e pubblicate dal Fortunato nell’inedito ‘Codice diplomatico potentino’,  costituito da 55 documenti che dal 1178, giungono al 1500, forse pubblicati nel testo ‘Badie, Feudi e Baroni della Valle di ..‘, poi in seguito pubblicate dal Pedio (…). Invece forse si tratta di Prignani Giovan Battista (…), ‘Memorie storiche della città di Salerno’, forse un manoscritto.  Manoscritto; 1601-1657 data stimata (codice donato alla Biblioteca Angelica nel 1657). ‘Delle famiglie di Salerno’. Tomo primo (1r). Delle famiglie di Salerno. Tomo secondo (1r del ms. 276); il tomo primo è nel ms. 276. Si veda: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152. G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]. M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]. G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]. H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80). In Granito (…), del suo saggio a p. 86, nella sua nota (1) postillava che: : “(1) G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno, manoscritto n. 276, in Biblioteca Angelica di Roma, sul frontespizio leggesi “F. Philippus Vicecomes Episcopus Catanzarij olim Generalis Bibliothecae Angelicae donavit anno 1657.”. La Treccani on-line segnala: Fonti e Bibl.: Arch. segreto Vaticano, Registro Vaticano 42, f. 52; Roma, Bibl. Angelica, cod. 276: G. B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno normande (ms., 1641), f. 69. Aurelio Musi (…), scrive che questo importante testo del 1600 è conservato presso la Biblioteca Provinciale di Salerno, ms. 19, famiglie 1-103 e presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, Cronache e notizie di famiglie nobili salernitane, ms. X1V-H-22. Sul sito della Biblioteca Angelica di Roma, per il ms. 276, troviamo la seguente Bibliografia: Enrico Narducci, Catalogus codicum manuscriptorum praeter graecos et orientales in Bibliotheca Angelica olim Cenobi Sancti Augustini de Urbe, Romae, Typis Ludovici Cecchini, 1893, tomo I, pp. 151-152; G. Granito, Giovan Battista Prignano e i manoscritti salernitani della Biblioteca Angelica di Roma, in “”Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 2, 1, 1984, pp. 81-87. [Misc.B.2399]; M. Galante, Un necrologio e le sue scritture: Salerno, sec. XI-XVI, in “Scrittura e civiltà” 13, 1989, pp. 49-329, in part. 318-319 n.36. [Per.517]; G. Granito, Gli Abenavoli di Aversa sullo sfondo dell’epopea normanna, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra” 8, 1, 1990, pp. 9-24. [Misc.B.2589]; H. Houben, Die Abtei Venosa und das Mönchtum im normannisch-staufischen Süditalien, TÜbingen 1995 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, Bd.80).

Granito G., op. cit. in BSPS, 84, a. II, n. 1, p. 86

Granito, op. cit. , p. 81.PNG

Infatti il Cantalupo (…), nel suo “Il feudo vescovile di Agropoli etc..” che si trova nel Bollettino storico per la provincia di Salerno e Principato Citra’, anno II, n. 2 (1983), a p. 36 nella sua nota (103), postillava che: “(103) ecc..:

Cantalupo, Archivio Storico ..principato Citra, anno II, n. 2 (1983), nota 103, p. 36,.PNG

(Fig…) Cantalupo, op. cit. in ‘BSPPC’, anno II, n. 2 (1983), p. 36, nota (103)

Dove egli scrive di averli personalmente scoperti nella Biblioteca Angelica di Roma dove essi sono conservati con la collocazione ms. 276 e 277. Il Cantalupo (…), riguardo un documento di Tommaso Sanseverino postillava dei ue testi del Prignano (…), che furono segnalati per la prima volta nel manoscritto del monaco Agostiniano Luca Mannelli (…), da cui ha attinto Rocco Gaetani (…). Il Cantalupo scrive che: “Nei due volumi dell’opera trattò diffusamente, sulla scorta di una precisa documentazione tratta dagli archivi dell’epoca, la storia di 84 famiglie che ebbero feudi e titoli nobiliari soprattutto nel Principato Citra.”.

Nel 1070, Mansone, visconte di Roccagloriosa e di Padula

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti, meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse. In epoca Normanna, nei pressi di Roccagloriosa vennero riattivati tre monasteri di origine basiliana e che in seguito divennero benedettini. Si tratta dei monasteri di S. Leo, Santa Veneranda e San Mercurio. In particolare in questo saggio ho cercato di riportare alcune notizie storiche, alcune inedite su alcuni personaggi dell’epoca Longobarda e Normanna: il conte longobardo Leone, il gastaldo Mansone, il conte o visconte Mansone, Altruda, badessa del monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa e, Guido e Alessandro che nel 1133 confermarono le donazioni dello zio conte Mansone. Su questi personaggi e sul monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa sono state scritte alcune notizie ma,  su questi feudatari o personaggi, che lo fondarono vi sono solo scarse e sporadiche notizie storiche. In questo saggio ho pubblicato alcune notizie storiche che molto probabilmente investono e riguardono questi personaggi sebbene esse non riguardino direttamente Roccagloriosa ed il suo antico monastero.

INCIPIT

La politica della “tutio” sovrana degli ultimi Principi Longobardi di Salerno

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “E’ un fatto: appunto in quel periodo gli archivi ecclesiastici si arricchirono di documenti membranacei, donazioni moltiplicatisi in seguito anche per le migliorate generali condizioni economiche (80). Ma, se degli uomini si accostarono alla Chiesa cercando d’ingraziare la divinità col pentirsi, restituire il mal tolto, abbondare in doni di beni mobili e immobili non più fonte di sguardi cupidi, non lo fecero per il terrore della propria fine ma forse per quella dell’umanità. In quel tempo la morte destava poca o nessuna paura, se ne manca ogni rappresentazione iconografica prima del XIV secolo. Si spiegherebbe meglio così il protrarsi delle donazioni ancora per qualche anno dopo quello che, per i più, rappresentò un semplice mutamento di cifra del calendario, come si deduce dai non pochi documenti di compra-vendita del periodo. Con la ripresa di ogni attività, oltre i bisogni materiali riaffiorarono i problemi politici e anche i politico-religiosi che erano stati forse accantonati. Solo quando gastaldi e conti (81), investiti di temporanee e limitate funzioni giurisdizionali, come Truppoaldo stolsaiz e conte (82), riferirono ai principi sull’infittirsi della rete di cenobi che monaci italo-greci continuavano a tessere in quel remoto angolo del Principato, si comprende l’urgenza di provvedere stabilendone il controllo. Con una sagace e lungimirante politica di concessioni e privilegi a questi monasteri, si cercò di nutralizzare la non lieve influenza esercitata su di essi dai santi autorevoli egùmeni di Calabria, specialmente della vicina eparchia monastica del Mercuriom, che gli “stratigoi” circuivano con privilegi e grandi manifestazioni di ossequio. Dopo aver posto chiese e conventi sotto la particolare ‘tutio’ sovrana, la cancelleria longobarda cercò subito di sanare le indebite occupazioni da parte di quei cenobi delle terre del “sacro palatio”, le terre demaniali, mediante diplomi analoghi a quelli rilasciati a funzionari fedeli. A costoro i principi attribuivano porzioni di demanio a titolo di concessione temporanea, valida cioè fintanto che i “fideles” continuavano a servire la loro causa. Per i conventi tali attribuzioni vennero fatte ai rispettivi preposti, rinnovabili vita natural durante (“diebus vitae”) a ogni nuovo abate. Diverse le donazioni a chiese e conventi di beni immobili patrimoniali. Pur abbondando in donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore. Etc…”.

Felice Fusco (…), sulla scorta dell’Ebner, nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, a p. 40 in proposito scriveva che: E’ risaputo che i Guaimario del ‘Sacrum Palatium’ salernitano attuarono realmente una politica di ‘tutio’ (di difesa) nei confronti dei monaci italo-greci (72), di famiglie longobarde presenti sul territorio (73), di monasteri benedettini specie se dipendenti dall’Abbazia di Montecassino, che ancora nel 1273 possedeva una trentina di ‘Terre’ (74)…..Grazie alla politica longobarda, favorita fra l’altro anche dalla Chiesa (la quale sollecitava anche i nuovi Signori a fondare luoghi religiosi e a dotarli di beni previa concessione del diritto di patronato)(78), in un primo momento dovettero essere i monaci italogreci delle ‘laure’ del San Michele che si fusero coi ‘rustici’ (contadini) del casale sorto ai piedi del monte e ne guidarono la vita materiale e spirituale; successivamente i cassinesi menzionati dal Gatta (79). Il ‘Sacrum Palatium’, con la nascita del Principato di Salerno fin dall’839, aveva favorito qualche ripresa economica del ‘Guastaldato (80) con la costruzione di molte ‘villae’ con annessi ‘fundi’ ecc… (81); e con la creazione di varie ‘fare’ (82) (insediamenti agricoli e pastorali). Particolare attenzione fu rivolta a ‘Paleocastrum’ e al suo entroterra elevando tutta la contrada al rango di Contea (1052) affidata alle cure e al comando dello stesso fratello di Gisulfo II, il coraggioso conte Guido (83).”. Il Fusco, nella sua nota (73), postillava che: “(73) Si sa che Guaimario III beneficò famiglie longobarde a Lustra, a Santa Lucia (abitato poi aggregato a Sessa Cilento), a Torchiara (dove concesse a dieci famiglie la Chiesa di Santa Lucia con tutte le pertinenze – terre, mulini, ecc…: ABC, XX, 114; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., II, pp. 127 – 8, 583, 654.”. Il Fusco, nella sua nota (74), postillava che: “(74) N. Faraglia, Il Comune nell’Italia meridionale (1100-1806), Napoli, Tip. della Regia Università, 1883, p. 20.”. Il Fusco, nella sua nota (78), postillava che: “(78) Con diploma del 1059 Gisulfo II, ultimo principe del ‘Sacrum Palatium’ salernitano, permise ai vassalli di donare beni ai Benedettini anche ‘absque licentia et contrarietate ipsius domini principis et herendum eius et exactorum reipublicae: ossia: anche senza il permesso e il consenso dello stesso principe, dei suoi eredi e degli esattori dello Stato (P. Ebner, Economia e Società etc.,  I., p. 351).”.  Il Fusco, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Cfr. nota 70.”. Il Fusco, nella sua nota (83), postillava che: “(83) Dal 1052 al 1075 (anno della morte) il conte Guido impedì che le Valli del Mingardo e del Bussento cadessero in mani normanne. A lui l’Arcivescovo di Salerno, Benedetto Alfano (1013-1085), dedicò il noto ‘Carmen ad Guidonem fratem Principis Salernitani (edito da Michelangelo Schipa, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, XII, 1887, p. 773), “fonte preziosa di notizie storiche e di geografia storica” (P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., cit., I, p. 375.”. L‘Antonini (nel suo libro II, Discorsi VIII, p. 387), parlando di Celle di Bulgheria, dice: “Casale della descritta Rocca (riferendosi a Roccagloriosa), trovasi fatta menzione nella donazione che Ruggiero da S. Severino nel MLXXXVI fa al Monastero di S. Maria di Centola con queste parole: Curtem unam prope flumen, e vadum in loco plano. Item possessionem glandiseram nomine Mourici, quae incipit a flumine, e vadit Serra Serra per Cellas ad pedem Bulgariae.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, pubblicato nel 1982, a p. 646-647, del vol. I, parlando di Caselle, che distingueva da Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola d Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit.,  p. 35 e n. C.”.

Nel XI secolo, il monastero e convento femminile e claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 385, parlando di Roccagloriosa riporta la seguente notizia storica: Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc….”. L’Antonini scriveva che a Roccagloriosa vi era un monastero di monaci basiliani che però nel 1130, il conte del luogo, “Manso Leone Signor del luogo con suo testamento dotò la Chiesa di buone rendite ecc…”. Antonini scriveva pure che i beni che “Manso Leone Signore del luogo” lasciava al monastero erano stati in precedenza della sua moglie chiamata “Gatullina”. L’Antonini non postilla alcun riferimento bibliografico da cui trae l’interessante notizia però, sempre a p. 385 egli introduce la notizia premettendo di un chronicon e manoscritto apocrifo che lui chiama del “Monaco di S. Mercurio”. Antonini, a p. 386 ci parla anche della badessa “Altruda sua sorella” di questo nuovo monastero diventato femminile con il lascito del 1130 di “Manso Leone Signor del luogo”. Antonini, come vedremo in seguito ci parla anche del “Conte Guidone nipote di Manso” che nel 1133 ratificò il testamento di Manso. Dunque, la notizia è interessantissima perchè ci parla di un monastero che esisteva nei pressi di Roccagloriosa ancor prima dell’anno 1130 e ci parla pure dei feudatari del tempo. Indagando su questo “Manso Leone Signor del luogo” notiamo che l’Antonini cita anche l’abate Ughelli. Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”. Infatti l’Antonini, a p. 386 scriveva: “L’Abate Ughellio, Italia Sacra, tomo 6, fol. 143 riferiva che questo Monistero di monache fosse stato da Turchi ruinato”. In seguito, Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e, riferendosi ai due monasteri di S. Leo e di Santa Veneranda, in proposito scriveva che: Il conte normanno Leone  aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Sul Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa nel secolo XII, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al conte Leone, parente di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. Ecc..”. Il sacerdote Romaniello, sulla scorta di diversi autori scriveva che nel secolo XII, esisteva ancora a Roccagloriosa l’antichissimo monastero maschile di Santo Mercurio, forse un cenobio basiliano che doveva trovarsi abbandonato. Secondo il Romaniello, il monastero di S. Mercurio, nel secolo XII, il nuovo feudatario del feudo di Roccagloriosa, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo lo fece ripopolare di monache clarisse. E’ molto probabile che con i Normanni l’ex cenobio basiliano di S. Mercurio che, in passato aveva ospitato S. Nilo diventò un monastero Benedettino. Non sappiamo se questo monastero dipese direttamente dall’Abbazia della SS. Trinità di Cava dè Tirreni.

L’origine di alcune notizie storiche ed alcuni documenti d’epoca Normanna

Nel secolo XI, Leone, conte normanno di Roccagloriosa e Padula e, la sua vasta tenuta allodiale del Centaurino o detta di “Cannamaria” (monte Centaurino)

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 385, parlando di Roccagloriosa ci parla anche del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa accenna alla vasta tenuta del Centaurino ed in proposito scriveva che: Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc….”. Dunque, l’Antonini scriveva che il conte “Leone Signore del luogo” aveva unito i due monasteri di S. Leo e di S. Veneranda in un unico convento claustrale chiamato di S. Mercurio che, come vedremo amministrerà la tenuta allodiale del Centaurino, cioè i vasti possedimenti che erano stati di “Gatullina” e che vennero donati al monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa. L’Antonini parlando di Roccagloriosa e accennando al testamento del visconte normanno Mansone, ci parla anche della vasta tenuta del monte Centaurino che egli dice, Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc…”. Inoltre, l’Antonini, riferendosi sempre alla vasta tenuta del monte Centaurino (detta “Cannamaria”), nella nota (1) postillava che: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. L’Antonini postillava che il Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa non era di padri Benedettini ma era un antico convento di monache, forse di clausura che per lungo tempo fu amministrato (sendo l’Antonini) dai monaci basiliani dell’Abbazia italo-greca di S. Giovanni a Piro, di cui si è parlato in altri miei saggi “la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro”. Come nasce questa notizia storica ? Inoltre, i vasti possedimenti di “Gatullina” donati dal conte Leone, come ad esempio la tenuta di “Cannamaria” (il monte Centaurino), furono amministrati per lungo tempo dai monaci basiliani del monastero italo-greco di S. Giovanni a Piro ?. Sappiamo che la vasta tenuta di “Cannamaria” era posseduta dal monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. E’ il testamento del conte Mansone che, nel 1131 prima di morire lasciò a sua figlia o sorella “Altrude” col patto che ella fosse la prima Badessa. Il testamento del 1131 del conte o visconte Mansone fu in seguito confermato dai due nipoti, Guido e Alessandro e dal fratello Landone. Ma sappiamo pure che prima del 1131, prima cioè che il conte Mansone, i possedimenti, già in precedenza erano stati donati al monastero di S. Mercurio dal padre del visconte Mansone, il conte normanno Leone. L’Antonini ci informa che i possedimenti donati all’antico monastero di S. Mercurio e cioè la vasta tenuta allodiale di “Cannamaria” apparteneva alla madre del visconte Mansone chiamata “Gatullina”. Su Gatullina abbiamo poche notizie ma ve ne è una che riguarda la zona di Padula. Andando a ritroso nel tempo, oltre al conte Leone, occupandoci della tenuta di “Cannamaria”, vediamo che questa vasta tenuta allodiale (il monte Centaurino) figura tra i vasti possedimenti che Ruggero II d’Altavilla, re di Sicilia, nel 1130 conferma a Leonzio, Abbate dell’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano. La donazione a Leonzio è un atto, un antico documento manoscritto in greco, del 1130 chiamato “Crisobollo di re Ruggero” di cui ho parlato in un altro mio saggio e riguarda la chiesa di Rofrano, ovvero l’antichissimo monastero italo-greco di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che nel XII secolo era alle dirette dipendenze dell’omonima abbazia tuscolana fondata da S. Nilo. La prima notizia storica sulla tenuta allodiale di “Cannamaria” risale alle conferme di Ruggero Borsa, intorno all’anno 1080,  quella del cugino Ruggero II d’Altavilla nel 1131 e quella di Guglielmo I detto il Malo, del 1187. Oltre a queste conferme si ha la donazione che re Ruggero II d’Altavilla fece, nel 1131, a Leonzio, Abbate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo che era proprietaria del monastero o Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, nel documento del 1131 chiamato “Crisobollo di re Ruggero”, di cui ho parlato in un altro mio saggio. In questo antico documento che risale all’anno 1131, vengono confermate da re Ruggero II tutte le precedenti donazioni alla chiesa di Rofrano fatte nel 1080 da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e successivamente a re Ruggero II confermate da suo figlio Guglielmo I detto il Malo, di cui parlerò in seguito. E’ molto probabile che la tenuta di “Cannamaria”, che figura nel cosiddetto “Crisobollo di re Ruggero II” sia stato un territorio già donato in precedenza dai principi longobardi di Salerno alla chiesa di Rofrano, forse dal principe Guaimario V, di cui ho pure parlato in un altro mio saggio. La tenuta del monte Centaurino, detta di “Cannamaria”, che ai tempi del Principato Longobardo di Salerno faceva parte dei ricchi e vasti possedimenti di “Gaitellina” nasce come suo possedimento donatogli dal marito, il conte “Leone”, signore di Roccagloriosa e di Padula, come vedremo. Notizie certe e sicure sulla tenuta del monte Centaurino, non ve ne sono tante. L’origine di queste notizie storiche, compreso quella del testamento del conte Mansone dell’anno 1130, dove si parla della sua donazione al monastero claustrale e femminile di S. Mercurio deriva dalle numerose vertenze giudiziarie che nel XV secolo iniziarono a porsi tra la Curia Vescovile di Policastro, i Vescovi succedutisi e le diverse Università come quella di Roccagloriosa e di Rofrano che erano interessati al ricco possedimento e la vasta tenuta. Riguardo il vasto possedimento allodiale detto di “Cannamaria”, la montagna del Centaurino, di cui ho pure parlato in un altro mio saggio, a me pare di aver intravisto alcuni riferimenti storici che possano riguardare le sue origini, nelle parole di Mons. Nicola Maria Laudisio (….) che, nella sua “Sinossi etc..”, a p. 74 (vedi versione a cura di Visconti) riferendosi al casale di Torre Orsaia e Castel Ruggiero, in proposito scriveva che: Come risulta poi da un’antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia (53).. Il Laudisio, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Ughell., cit., tomo 7, col. 758 (p. 542: Robertus, Normandus dux, ann. Christi 1065 eam destruxit, quam Rogerius rex magnificentius inde restituit ac comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit)”. Il Laudisio, nella sua nota (53) citava il Troyli, Historia Neapolitana, tomo I, part. 2, n. 66 (pp. 171-172. La vasta tenuta detta di “Cannamaria” (il monte Centaurino) figura nella dote testamentaria che nel 1130, il conte Manso o Mansone dispose il lascito per il rifondato e riunito monastero claustrale di San Mercurio a Roccagloriosa di cui la figlia Altrude divenne Badessa. Il Centaurino figura nel testamento del conte Mansone come bene burgiansatico e allodiale. Questo vasto tenimento, forse era un lascito del conte Normanno Leone e sua moglie Gatullina al figlio erede Mansone. Non si sa. Ma questa vasta tenuta e possedimento feudale viene citato e figura fra i beni che re Ruggiero II d’Altavilla dona all’Abate Leonzio dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, ovvero risulta nel cosidetto “Crisobollo” di Re Ruggero II d’Altavilla, redatto nel 1131 a Palermo. E’ un fatto da verificare e da approfondire come sia accaduto che un bene concesso all’Abbazia Tuscolana, da cui dipendeva quella di Rofrano, possa essere compreso nei beni privati di Mansone, conte di Roccagloriosa e di Padula. Il periodo è più o meno lo stesso. Il bene in questione risulta nella proprietà dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo per concessione di re Ruggero II e risulta pure nella proprietà del monastero di San Mercurio per testamento del conte Mansone. Forse in epoca Normanna, al tempo di re Ruggero II, l’antico Monastero di monaci di San Mercurio a Roccagloriosa dipendesse dal controllo dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che a sua volta dipendeva direttamente dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Con questo antichissimo privilegio, Re Ruggero II di Sicilia confermava le precedenti concessioni fatte all’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (l’odierna Frascati), da cui dipendeva l’antichissima Abbazia di Grottaferrata a Rofrano a cui erano stati concessi detti privilegi. Re Ruggero II, confermava le precedenti donazioni di possedimeni concessi da Ruggero I all’Abbazia di Rofrano. Fra questi posssedimenti vi era una grande tenuta boschiva chiamata il “Centaurino”. 

Nel 1131, il Monastero di S. Maria a Rofrano ed i suoi possedimenti nel “Crisobollo” di re Ruggero II divenne dipendente dall’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo vol. I, a pp. 160-161 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Gli abati di Rofrano, signori di Rofrano e di Caselle e rappresentanti nel basso Cilento dell’Abbazia tuscolana, godevano di grande prestigio perchè titolari anche della giurisdizione spirituale sui suddetti casali. Per esaltare ancora di più la loro posizione tennero a mettere in rilievo la dipendenza della loro chiesa da quella di Grottaferrata aggiungendo appunto al titolo del monastero e della chiesa quello della predetta abbazia, la quale conservò tutti i suddetti beni fino al 1476 fino a quando, cioè, con l’assenso pontificio, non vendette il feudo di Rofrano.. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel suo “Cap. V. Monasteri e chiese ricettizie”,  vol. I, a p. 160 e s., parlando del feudo di Rofrano, in proposito scriveva che: “Un altro antico e fiorente cenobio italo-greco era quello di S. Maria di Rofrano, grancia del tuscolano monastero di Grottaferrata. Già nel 1131 il monastero di Rofrano aveva notevoli dipendenze, come si evince dall’elenco dei beni enumerati nel diploma di re Ruggiero di Sicilia, rilasciato a Palermo. Il re confermò all’abate Leonzio di Grottaferrata “ad nos profectos ac supplicanti”, oltre la grancia di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case di Salerno, la grancia di S. Nicola di Siracusa a Scalea, anche quella di S. Nicola di Benevento con le sue grancie, le case di Salerno, la grancia di Sant’Arcangelo di Campora e di S. Maria di Rofrano con annesse le numerose dipendenze, quali S. Maria di Vita di Fogna (odierno Villa Littorio), S. Zaccaria di Sassano, S. Pietro al Tomusso di Montesano e di S. Maria di Siripi di Sanza con celle e dipendenze.”.

Nel 1131, re Ruggero II d’Altavilla, il diploma detto “Crisobollo” dove conferma a Leonzio, Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano,  la vasta tenuta del ‘Centaurino’, nel documento detta di “Cannamaria”

Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 33, in proposito scriveva che: “……la concessione fatta ……all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze……, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto “in Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”honorando religioso domino Leontio abati Dei Genitricis Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita”. L’Ebner, nella sua nota (88), dice che: “(88) Codice Z δ 12 di Grottaferrata, f 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Di questo codice manoscritto e rinascimentale parlo in un altro mio saggio. L’Ebner, nella sua nota (89), dice che: “(89) V. D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”.

Crisobollo 1

(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata (Archivio Storico Attanasio)

Dunque, come scriveva l’Ebner, la vasta tenuta del Centaurino, forse già antica e longobarda donazione all’Abbazia di Rofrano, era fra i “i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89).”. Pietro Ebner (7), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”,vol. I, a p. 496 ci parla degli “Statuti di Rofrano” ed a p. 498 pubblica la trascrizione del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggiero”, tratta dal Ronsini (….). Ebner, a p. 496, in proposito scriveva che: “Prime notizie sicure al diploma  di re Ruggiero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (1). Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc…..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (2).”Ebner, vol. I, a p. 496, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Descrizione precisa dei confini naturali e dei segni artificiali scolpiti su pietre, specialmente di quelli che racchiudevano la vasta tenuta denominata Centaurino, causa di annose liti tra i vescovi di Policastro, per conto del loro seminario, e i comuni di Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza, le cui terre confinavano con il Centaurino, che aveva preso nome ‘a fonte Centaurini’.”. Di seguito pubblico la trascrizione del “Crisobollo” tratta dal Ronsini (….), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, Salerno, 1873, p……, dove possiamo leggere che tra le località ed i possedimenti concessi da re Ruggero II d’Altavilla figurava anche la vasta tenuta del monte Centaurino:

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Nel diploma del re Ruggero II, del 1131, detto “Crisobollo di re Ruggero” figura la vasta tenuta del Centaurino fra le precedenti donazioni confermate da re Ruggero II alla chiesa di Rofrano e di Grottaferrata. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p. 23, in proposito scriveva che: “Il re, dunque, confermò anche all'”ecclesiam sanctae marie rofrani sitam in partibus policastri” le sue “grantiis villis et pertinentiis”, e cioè i cenobi ecc…, due case a Salerno, il feudo del “Centaurino” posto tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza (35), ecc…”. Il Barra, a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Cfr. Breccia, p. 220“. Il Barra si riferiva a Gustavo Breccia, p. 220 del suo “Il monastero di S. Maria di Rofrano Grangia Criptense, note storiche”, in ‘Bollettino Cryptense’. La studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”.

Le precedenti donazioni del principe longobardo di Salerno Guaimario V, quella di Ruggero Borsa nel 1085, la conferma nel 1131 di re Ruggero II e la conferma nel 1187 di suo figlio Guglielmo I detto il Malo 

La studiosa Giovanna Falcone (….), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero etc…”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. Queste notizie erano già state date in precedenza da Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 33, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, …..all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e del figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) etc…”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p……, in proposito scriveva che: “Pietro Ebner fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino ecc..”. Il Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33,  che cita le controversie legali sorte dopo la vendita di alcuni beni dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati). Si tratta di una donazione (diploma come lo chiama l’Ebner o “Crisobollo” come lo chiama la Follieri), fatta da Ruggero II d’Altavilla il Normanno, figlio di Ruggero I e Re di Sicilia, a Leonzio, forse Abbate dell’Abbazia di Grottaferrata a Rofrano. L’Ebner, poi prosegue e riguardo all’antico documento Normanno del 1131, scriveva che:  “Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”.

Nel XV secolo iniziarono le liti pendenti per il possedimento della tenuta allodiale del Centaurino

Alcune notizie  storiche sui luoghi e feudi del basso Cilento ci giungono attraverso alcuni documenti prodotti nelle diverse Cause o liti pendenti dal secolo XV in poi, a seguito degli acquisti dei diversi feudatari succedutisi. Le donazioni e privilegi Normanni di cui abbiamo accennato, furono oggetto di revisione storica ed economica, proprio a causa di quelle liti. Sull’origine di alcune notizie storiche su Rofrano e su Roccagloriosa e, su i suoi monasteri, le origini di un testamento del conte Manso o Mansone, riferita dall’Antonini e dal Laudisio, poi in seguito ripresa dal Cataldo, dal Romaniello ecc…, devo precisare che essa deriva da alcuni documenti che fin dal 1434 furono presentati davanti alla Real Corte della Sommaria per liti pendenti fra le Università del luogo (Rofrano, Roccagloriosa) contro i vescovi di Policastro per le loro indebite usurpazioni, di cui parlerò in seguito. Le liti con la curia vescovile di Policastro ed i Capece e i Tosone. Alcuni di questi documenti che attestano antiche donazioni normanne furono fatte valere nei processi pendenti tra alcuni feudatari che acquistarono alcuni feudi o luoghi contro la curia Vescovile della Diocesi di Policastro che aveva usurpato alcuni beni non ecclesiastici come ad esempio la tenuta allodiale detta di “Cannamaria” (Centaurino) che il vescovo di Policastro Antonio Santonio che, nel 1615 inglobò nei beni del Seminario Vescovile a Roccagloriosa. Come scrisse Pietro Ebner (7), il vasto possedimento del Centaurino, in seguito al passaggio del monastero di S. Mercurio al Seminario della Curia Vescovile di Policastro, diventò oggetto di liti pendenti davanti a diverse corti di giustizia. Diverse furono le cause vertenti dal XVIII secolo in poi, tra la Curia ed alcuni Comuni viciniori, per il possesso di alcuni antichissimi possedimenti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e di altre Abbazie e Monasteri dei Comuni vicini. Tutti questi possedimenti e privilegi, tra cui anche quella del ‘Centaurino’, si potevano far ricondurre ai primi titoli concessi dai re Normanni ai monaci di alcune Abbazie e Monasteri sparsi sul nostro territorio, poi in seguito, caduti in disfacimento a causa dell’incuria ma soprattutto a causa dell’usurpazione che ne fecero alcuni baroni ed al trasferimento di questi beni alla Curia Romana. Pietro Ebner (…..), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Riguardo invece le liti tra il Seminario Vescovile di Roccagloriosa e quindi tra la Curia Vescovile di Policastro che ne curava gli interessi contro il Comune di Roccagloriosa, il sacerdote Romaniello Agatangelo (16) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435 parlando di Rofrano e riferendosi alla lite o processo sorto tra il barone di Roccagloriosa e Rofrano per la nomina dell’Abadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio, in proposito scriveva che: Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Riguardo questa sentenza, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6).”. Ebner a p. 432, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Ebner, ibid., I, p. 497, n. 4.”. Però l’Ebner, nello stesso testo, vol. I, a p. 497, non dice nulla in proposito ma parla di Altavilla. Ebner, nella sua nota (6) si riferiva al suo testo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, dove, infatti, a p. 497 parlando degli “Statuti di Rofrano”, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’Abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…..Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello.”. Ebnner, nel vol. I, a p. 497, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il 25 ottobre 1434, per sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro (“sententiamus, determinamus, decidemus et definemus ac condemnamus, de concilio multorum peritorum, ut supra dictum Abatem monasterii S. Mariae Gruttae Ferratae contumacem), l’abbazia di Grottaferrata venne condannata (ac homines universitatis Cagnamario) a pagare alla badessa del convento di S. Mercurio di Roccagloriosa ogni Natale ‘uncian in carolenis argenti boni et iusti ponders, sexaginta pro uncia et duobus pro tareno’.”. L’Ebner (7), a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, sulla scorta del Ronsini (10), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (Ronsini (…), p. 29), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(…).”. Alla sua nota (27), l’Ebner, scrive che: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo, con il fisco per pagamenti contestati, con il principe di Bisignano per i confini di Sanza, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino.”Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Riguardo le cause vertenti e sorti tra l’episcopio di Policastro ed il Comune di Rofrano, il Gaetani (….), citava un lavoro del canonico Giuseppe Menta (19): “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano., redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento, citato dal sacerdote Rocco Gaetani (….), nel suo “La fede degli avi nostri – Ricordi storici del Comune di Torraca”, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), postillava che: “….il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. (….). Infatti, presso l’Archivio Arcivescovile di Policastro è conservato un testo che il bibliotecario don Mario Scapolatempo mi fece fotocopiare il testo: “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune id Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (….) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. Il De Micco (….), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; veniva ancora nell’altro giudizio del 1687 innanzi al Vescovo di Marsico esaminato e tenuto a base dei diritti contestati fra Roccagloriosa ed il Seminario, e venuti infine nello stesso modo formalmente riconosciuto nel giudizio contro il Barone Paolo Tosone nel 1697 innanzi al S. R. Consiglio. Ecc…”. Dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Riguardo le numerose liti pendenti iniziate nel XV secolo a causa della vastatenuta del Centaurino”, recentemente abbiamo rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra ilPel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipografia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il comm. De Micco (….), nella sua Relazione a p. 73, riferendosi alla causa del Comune di Rofrano contro il Seminario di Roccagloriosa, in proposito si chiedeva: “Ed era lecito a lui mettere in dubbio l’autenticità del testamento del Conte Mansone; quando unico suo titolo era uno pseudo documento attribuito a Re Ruggiero, che si dice fatto originariamente in greco e presentato per la traduzione, per la prima volta dopo sette secoli, ignorandosi chi lo avesse custodito per così lungo tempo, e che era contestato e distrutto dal fatto del possesso del Seminario e dalla qualità di colono e lavoratore che aveva l’Abate di Grottaferrata di Rofrano ?.”. Dunque, il De Micco riassumendo alcune liti o cause civili pendenti dal 1434, scriveva che i documenti di cui abbiamo parlato si desumono dagli atti di queste liti. Per quanto riguarda uno dei due documenti, ovvero il testamento di Manso, il De Micco (….), nella sua relazione, a p. 6, in proposito scriveva che: “3°. Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio Politico, fra le ‘scritture della Curia del Cappellano Maggiore’, e proporiamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Iannis De Afflicto Baronis Roccaegloriosae contro D. Dominicum de Afflicto cessionarium terrae prae Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1° pandetta 2° N. 220”. Dunque, il De Micco trae il testamento di Mansone dalla causa civile del Barone D’Afflitto contro la curia vescovile di Policastro. Sempre il De Micco (….), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: Sono queste le precise parole della Corte: “Detto testamento è estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio politico, tra le scritture del Cappellano Maggiore e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis de Afflicto Baronis Roccagloriosae contra praedictae et reverendum Seminarium Policastrensem’ 1753, vol. I pandetta 2 n. 270.”. Il De Micco, a p. 71, in proposito scriveva che: “Tal testamento si legge di essere scritto da Cioffo Reipublicae notario e di esserne presente l’originale nella Curia Vescovile di Policastro da Matteo d’Afflitto con podestà di restituirne la copia, e a 23 marzo 1589 di essersi intimata la stessa al Sindaco di Roccagloriosa.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435 parlando di Rofrano e, sulla scorta del Ronsini (….), in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc…”. Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Pietro Ebner (….), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, scrivendo sulla vasta tenuta del Centaurino, forse già antica e longobarda donazione all’Abbazia di Rofrano, era fra i “…i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89).”. L’Ebner, nella sua nota (89), dice che: “(89) V. D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Ebner, sulla scorta delle sentenze e delle liti fra i feudatari e la curia di Policastro chiariva alcune notizie rimaste frammentarie circa alcuni documenti esaminati in questo saggio. Ebner, sulla scorta del Ronsini scriveva che furono proprio questi atti dei processi intentati dai vari feudatari o università (antichi Comuni) di Rofrano e di Roccagloriosa contro i vescovi di Policastro che fecero conoscere alcune notizie sulle origini dei monasteri a Roccagloriosa. Secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda” ma, ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Ebner, parlando di Rofrano scrive diverse notizie molto diverse da quelle che sono state dette da Romaniello, dall’Antonini, dal Laudisio. Ebner, cita il Ronsini (10) che, nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”,  a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 redatto e stipulato dal Notaio Mansione. I registri di don Placido Tosone, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro.

Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano ed al Ronsini, che citava il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II,  parlando dell’Abbazia di Rofrano aggiungeva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, ecc….Secondo lo storico locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, l’abitato ebbe origini antiche e le sue vicende medievali vanno considerate come strettamente connesse con la storia del cenobio basiliano che vi si insediò, probabilmente molti decenni prima dell’arrivo di San Nilo (4).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (4) postillava che: “(4)  Ronsini 1873, p. 16. Lo studioso fa risalire l’insediamento monastico ai tempi di San Benedetto. Più recentemente, Ebner 1979.”. Sempre la Passigli (contributo al testo di Ruggeri) a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: Infatti la concessione costituiva solo la conferma di una precedente donazione con la quale il cugino Ruggero Borsa duca di Puglia, morto nel 1111 e suo figlio il duca Guglielmo, morto nel 1127, avevano conferito all’abate Nicola II il feudo e la chiesa cui venne dato il nome di Badia di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano (5).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (5) postillava che: (5) Follieri 1988, p. 52.”. Susanna Passigli (…), nella sua nota (5) si riferisce all’opera di Enrica Follieri (…) al suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n.s. , 42 (1988), pp. 49 e s., ristampato in ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Storia e letteratura, 195), che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461.

LE ORIGINI DEL CONTE LEONE E DI MANSONE, VISCONTE DI ROCCAGLORIOSA E PADULA

Nel 972 (?), Landolfo, fratello del principe Gisulfo I di Salerno donò all’abate Giovanni del monastero del Salvatore di Napoli alcune terre in Padula dette “Candelaria de padula”

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 242 parlando di “Padula” in proposito scriveva che: “Nell’Archivio cavense mancano altri documenti riguardanti Padula in un diploma di Gisulfo I, il quale “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “candelaria de padula” all’abate Giovanni del monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli (4).”. Ebner, a p. 242, nella nota (4) postillava che: “(4) ASN, Catasto monasteri del Salvatore e di S. Pietro, f 165 (edito dallo Schipa, cit., ‘Principato’, p. 255, n. 23.”. Ebner si riferiva a Michelangelo Schipa (….), ed al suo “Storia del Principato longobardo di Salerno” pubblicato a Napoli, tipografia Giannini, 1887. Lo Schipa pubblicò il documento a p. 201 (non p. 255, forse su Ebner vi è un errore di stampa). Si tratta del documento n. 23. Lo Schipa, in proposito scriveva che: “(inedito) ( ? Anteriore alla congiura del 973) Gisulfo “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello a Gaitelgrima e capo di quella congiura) dona terre e campi detti “Candelaria de Padula” al Monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli, ove era abbate Giovanni – Dal Catasto citato del Monastero di S. Salvatore e di S. Pietro, f° 165″. Dunque, Pietro Ebner, sulla base di un documento dell’epoca di Gisulfo I, pubblicato da Michelangiolo Schipa (….), nel suo “Storia del Principato longobardo di Salerno”, a p. 255, n. 23, ci informa che in questo Diploma, rogato “per rogum landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (su richiesta di Landolfo, nostro carissimo zio) fratello della madre del principe, Gaitelgrima, e capo della congiura del 973″, donava terre all’abate del monastero del Salvatore a Padula. Il documento n. 23 pubblicato da Schipa (….), n. 23 non è a p. 225 ma a p. 201, dove lo Schipa, in proposito scriveva che: “(inedito) (? anteriore alla congiura del 973) Gisulfo “per rogum Landulfi dilectissimo avuncolo nostro” (fratello della madre del principe Gaitelgrima e capo della congiura del 973) dona terre e campi detti “Candelaria de padula” al monastero del Salvatore “ad insula maris” di Napoli, ove era abbate Giovanni. Dal Catasto citato dei Monasteri di S. Salvatore e di S. Pietro f° 165″. Da Wikipedia leggiamo che Gisulfo I di Salerno era il maggiore dei figli di Guaimario II e della seconda moglie Gaitelgrima di Capua, fu associato al trono dal padre nel 943 e gli successe alla sua morte nel 946. In un primo momento fu posto sotto la reggenza della madre e di Prisco, tesoriere e conte di palazzo. Nel 974 Gisulfo fu detronizzato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe di Benevento e Capua, Pandolfo I Testadiferro, restaurò Gisulfo come suo vassallo, condizione in cui il principe salernitano restò fino alla morte, avvenuta tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Con lui si estinse la dinastia dei Dauferidi, insediatasi sul trono di Salerno col principe Guaiferio nell’861.

Dal 981 al 983, Mansone I di Amalfi, principe del Principato Longobardo di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che Mansone I (X secolo – 1004) è stato un principe longobardo, duca di Amalfi (966 – 1004) e principe di Salerno (981 – 983). Figlio del duca Sergio, fu il più grande sovrano indipendente del ducato di Amalfi, che resse per quasi mezzo secolo. Le cronache lo indicano spesso come Mansone III. Nel 981, approfittando della giovane età di Pandolfo II di Salerno, invase il principato e rovesciò il sovrano dal trono. L’imperatore Ottone II, che già si trovava in Italia impegnato nella lotta contro bizantini e saraceni ed era in cerca di alleati, concesse a Mansone il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Mansone associò al trono suo figlio Giovanni, ma il governo degli Amalfitani sul principato salernitano fu tirannico e impopolare. Nel 983 padre e figlio furono spodestati dal popolo, che elesse principe Giovanni Lamberto, conte di palazzo relegato in esilio. Mansone conservò il possesso di Amalfi, su cui regnò fino alla morte. A lui si deve l’edificazione della cattedrale di Sant’Andrea Apostolo e l’istituzione della sede episcopale di Amalfi (987) da parte di papa Giovanni XV.

Nell’XI secolo, la comunità Amalfitana e Atranense e l’insediamento in alcuni nostri porti e la contrapposizione con l’Abbazia della SS. Trinità di Cava

Continuando ad indagare sul “conte Leone” feudatario del Cilento, Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, a pp. 161-162 parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale – Santa Maria de Gulia”, a Castellabate, in proposito scriveva che: “Le vicende del monastero di Santa Maria ‘ad gulie’ si inseriscono, quindi, in un contesto socio-economico particolarmente importante, legato alla presenza di una folta comunità amalfitana, interessata ad acquistare terre che possono costituire punti di appoggio strategici per il commercio, rappresentando la soluzione alle difficoltà di comunicazione e di approvvigionamento per l’asperità del paesaggio costiero aveva sempre creato (726). Fin dalla metà del X secolo i ‘marinai-contadini’ di Amalfi guardano alle terre cilentane e ai numerosi approdi che, lungo la linea di costa, si aprono tra le foci del Sele e del Mingardo, quali scali fondamentali per il commercio con l’Africa, alcuni dei quali attestati già in età antica (727). Il controllo delle terre che da Agropoli arrivano a CasalVelino avrebbe permesso agli ‘Atranenses’ e ai prodotti esportati di partire direttamente per le varie destinazioni, risparmiando i tempi e i costi del trasporto via-terra allo scalo più vicino (728), senza considerare poi l’opportunità di inserirsi in un ambiente ampiamente permeato dalla cultura e dalla spiritualità italo-greca (729).”. La Visentin, a p. 162, nella nota (730) postillava che: “(730) AC, B 9 e XIV 59 edito da A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI, Firenze 1910, pp. 66-68 e nel CDC IX, pp. 369-372.”. Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a p. 8 parlando del monastero di Sant’Angelo di Tresino, in proposito scriveva che: “Presso del Benedettino P. D. Salvatore Maria Di Blasi v’è Istrumento in cui descrivendosi alcune terre da Pandone Vescovo di Pesto vendute a’ cittadini di Atrano, si legge che… etc….”. Dunque, il Ventimiglia si riferisce al testo di S. D. De Blasio (….) ed il suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Di questo documento la Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, a p. 165 parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale – Santa Maria de Gulia”, a Castellabate, in proposito scriveva che: “Nella stessa direzione si muovono le preoccupazioni del monaco Giovanni che, nell’agosto del 1102, mostra al giudice Ademario una carta di vendita del 977 con la quale una comunità di ‘Atranenses’ acquistava da Pandone, ‘presul sancta sedis pestane, le ‘res’ dell’episcopio ‘in Lucaniense finibus’ et…(753)”. La Visentin, a p. 165, nellla nota (753) postillava che: “(753) AC, XVII, 98 edito in CDC II, pp. 106-108”.

Nel 981, muore Pandolfo I testa di ferro, principe di Benevento e di Capua

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo I, chiamato Testa di Ferro, Testaferrata o Capodiferro (935 – Roma, marzo 981), fu principe di Benevento e Capua dal 943 al 981 e principe di Salerno dal 978. Ebbe un ruolo fondamentale nella guerra scoppiata contro bizantini e musulmani per il controllo del Mezzogiorno nei secoli successivi alla caduta dell’autorità longobarda e carolingia sulla Penisola. Fino alla morte, avvenuta nel marzo del 981, Pandolfo stabilì il proprio dominio su quasi tutto il mezzogiorno d’Italia, ricostituendo per la prima ed ultima volta dopo il capitolare dell’851 l’unità dell’antica Langobardia Minor. Nell’autunno del 966 papa Giovanni XIII guidò una spedizione promossa da Roma, Spoleto e la Toscana contro i due fratelli, ma Gisulfo I di Salerno accorse in loro aiuto e scongiurò lo scontro armato. Il pontefice e Gisulfo siglarono un trattato di pace a Terracina nel 968, anno in cui un altro fratello di Pandolfo, Giovanni, fu creato vescovo di Capua dallo stesso Giovanni XIII. Nel 974, a Salerno, il principe Gisulfo I, ultimo dei Dauferidi, venne spodestato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe Testadiferro restaurò Gisulfo come suo vassallo e ne ereditò il trono alla morte, avvenuta senza eredi tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Pandolfo diventò quindi anche principe di Salerno, unificando di fatto tutti i territori della Langobardia Minor che erano stati divisi dal capitolare dell’851 siglato da Siconolfo di Salerno e Radelchi I di Benevento con l’assenso di Ludovico II. Sposò Aloara, figlia del conte Pietro, la quale gli sopravvisse fino al dicembre 992: «Aloara […] cum vixisset in honore suo annis circuite octo reliquit in principatu filium Landenulfum, qui post quattuor menses […] occisus est» (Chronicon Salernitanum, 1956, p. 177; Leonis Marsicani et Petri Diaconi Chronica Monasterii Casinensis, 1980, p. 188). Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 108 e ssg., in proposito scriveva che: “Morto il sopradetto Pandolfo che era principe di Capua, sua moglie, di nome Abara (I), non meno già che col vivente marito, stava a capo e dominava su tutto il territorio. Costei presa d’ambizione di comando anzi da invidia diabolica suborna i due figlioli a lei rimasti, prechè proditoriamente uccidano uno dei Conti, suo cugino, il quale godeva un sommo credito per la sua potenza e riscoteva onore da tutti, e così fecero. Imperocchè quelli invitato dalla costoro sorella sotto colore di un familiare colloquio e recatovisi senza niun sospetto di male, i fratelli di lei colto un pretesto da potersi giustificare, gli furono sopra, e lo trucidarono a colpi di spada. Etc…”. Il Rocchi, a p. 108, nella nota (I) postillava: “(I) Leone Ost. la chiama Aloara: ma osservo che scrivendosi dal biografo coevo ……., potevano leggersi male i codici latini, essendo facile mutare Abara in Aloara.”Nella Treccani on-line da Barbara Visentin leggiamo che le rivolte interne al principato di Salerno favorirono l’intervento di Pandolfo che, nel giugno 974, restaurò quale suo vassallo il principe spodestato Gisulfo I, ultimo dei Dauferidi e gli impose l’adozione del proprio figlio Pandolfo. Tra il 978 e il 981 l’egemonia di Pandolfo Capodiferro si estese, dunque, ai territori salernitani, inserendo nella linea della famiglia principesca di Salerno il figlio Pandolfo II, che il principe Gisulfo I provvide non solo ad adottare ma anche ad associare al trono. Si ricomponeva così l’unificazione dei territori dell’antico Ducato beneventano, fondata sul valore personale del principe e pertanto destinata a durare poco. «Pandolfus princeps regnavit anni triginta octo quem vidimus» (Cronaca della dinastia capuana, v. 13 in Cilento, 1971, p. 306) e morì nel 981, probabilmente il 1° («mense martio intrante», Bertolini, 1923, p. 127). Negli anni compresi tra il 961 e il 981 Pandolfo fu indubbiamente un personaggio potente, sostenuto da una forte personalità e da una politica avveduta e calcolata, con cui seppe inserirsi nel rinnovato Impero ottoniano e allontanare la minaccia bizantina, anche attraverso trattative diplomatiche abilissime. Alla sua morte i territori vennero divisi tra i figli: Landolfo ricevette Capua e Benevento, mentre Pandolfo II fu principe di Salerno. Il dominio di Spoleto andò invece perduto e nel 981 l’imperatore Ottone II giunse a Roma per assegnare il ducato spoletino a Trasimondo IV, duca di Camerino.

Nel 981, Aloara di Capua, detta pure Abara, vedova di Pandolfo Capodiferro, principe di Capua

Da Wikipedia leggiamo che la madre di Landolfo, Aloara e Landolfo I Arcivescovo di Benevento, governarono in suo nome per difendere la città dai Bizantini.  Aloara di Capua (… – 992) vedova di Pandolfo Testadiferro, principe di Capua e Benevento, governò i suoi domini con grande abilità . Nel 969 suo marito, Pandolfo Testadiferro fu catturato nella Battaglia di Bovino dai bizantini. Lo strategos di Bari, Eugenius, catturò Avellino ed assediò Capua e poi Benevento. Aloara con l’Arcivescovo di Benevento Landolfo I, governarono la città per difenderla dai bizantini. Suo marito morì a Capua nel 981 lasciando Aloara con cinque figli tra cui Landolfo IV, ereditò dal padre il titolo di principe di Capua e Benevento e Pandolfo, principe di Salerno. Cesare Baronio racconta che San Nilo da Rossano profetizzò ad Aloara che, come punizione per l’assassinio dei nipoti di suo marito (che lei aveva messo a morte per paura che potessero interferire con i diritti dei suoi figli) la sua progenie non avrebbe regnato su Capua; una profezia che fu confermata dagli eventi. Dunque, Pandolfo Capodiferro, sposò Aloara, figlia del conte Pietro, la quale gli sopravvisse fino al dicembre 992: «Aloara […] cum vixisset in honore suo annis circuite octo reliquit in principatu filium Landenulfum, qui post quattuor menses […] occisus est» (Chronicon Salernitanum, 1956, p. 177; Leonis Marsicani et Petri Diaconi Chronica Monasterii Casinensis, 1980, p. 188). Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 108 e ssg., in proposito scriveva che: “Morto il sopradetto Pandolfo che era principe di Capua, sua moglie, di nome Abara (I), non meno già che col vivente marito, stava a capo e dominava su tutto il territorio. Costei presa d’ambizione di comando anzi da invidia diabolica suborna i due figlioli a lei rimasti, prechè proditoriamente uccidano uno dei Conti, suo cugino, il quale godeva un sommo credito per la sua potenza e riscoteva onore da tutti, e così fecero. Imperocchè quelli invitato dalla costoro sorella sotto colore di un familiare colloquio e recatovisi senza niun sospetto di male, i fratelli di lei colto un pretesto da potersi giustificare, gli furono sopra, e lo trucidarono a colpi di spada. Etc…”. Il Rocchi, a p. 108, nella nota (I) postillava: “(I) Leone Ost. la chiama Aloara: ma osservo che scrivendosi dal biografo coevo ……., potevano leggersi male i codici latini, essendo facile mutare Abara in Aloara.”. Germano Giovanelli (….), nel suo “S. Nilo di Rossano Fondatore e Patrono di Grottaferrata”, a p. 48 e ss., nel capitolo “La principessa Abara, vedova di Capodiferro, brama una visita del Santo – Tremenda profezia di lui sulla famiglia principesca (991)”, in proposito scriveva che: “Dopo la morte di Pandolfo 1° Capodiferro, principe di Capua, sua moglie Abara, donna ambiziosa e senza scrupoli, per sete di dominio e per invidia aveva fatto assassinare a tradimento dai suoi figli uno dei Conti, suo cugino, il quale era più accetto per reggere il principato, e tenuto in stima ed onore da tutti. Rosa dai rimorsi della coscienza aveva cercato di soffocarne la voce, confessando il suo peccato ai Vescovi, i quali, compiacentemente, l’avevano assolta, dandole per penitenza di recitare il salterio tre volte la settimana e fare elemosine. Tuttavia i rimorsi la rodevano ancora etc….Appena otto anni dopo, nel 999, scomparve l’ultimo rampollo diretto di Capodiferro, Laidolfo, deportato in Germania da Ottone III, sotto l’accusa di aver ucciso, o fatto uccidere, il fratello Landenolfo.”.

Nell’agosto del 986, Ligorio di Atrani, ed i fratelli Leone, Costantino e Mansone, erano figli di Giovanni di Atrani o erano figli di Urso di Atrani ?

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 679 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Il più antico documento che accenna al luogo è dell’agosto del 986. Con un atto memoratorio (1) Ligorio di Atrani, figlio di Giovanni, concesse in beneficio, “diebus vite sue”, al presbiterio Bernardo la chiesa di S. Giovanni da lui costruita “in monte qui dicitur tulisino (odierno monte Tresino), lucaniense finibus”, con tutte le sue pertinenze. Etc..”. Ebner, a p. 679, nella nota (1) postillava che: “(1) CDC, I, 388, agosto a. 986, XIV: per vona combenientia etc…”. Ebner scriveva pure che: “Nel 1042 Marino, figlio di Joannace da Luporto, e i suoi fratelli concessero (2), senza particolari oneri o patti, al presbiterio Giovanni, figlio di Romualdo, la chiesa che possedevano “in locum qui dicitur tirusino”. Dunque Ebner scrive che “Ligorio di Atrani” era figlio di “Giovanni” (di Atrani ?). L’atto o il documento del 986 cita un certo “Ligorio di Atrani” che concesse un beneficio al presbitero Bernardo all’antica chiesa di S. Giovanni a Tresino. La notizia proviene dal Ventimiglia (…) che pubblicò diversi documenti cavensi. Oltre al beneficio di Ligorio di Atrani, il documento ci parla anche da una serie di oggetti e animali che Leone, fratello di Ligorio, ‘pro anima sua’, ha provveduto ad offrire alla cappella”, ovvero ci dice anche di un altro feudatario dell’area: “Leone di Atrani”. Infatti, Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” che, parlando della chiesa di S. Giovanni a Tresino cita i documenti cavensi di cui parlava Ebner espiega molto bene il contenuto di questi documenti e delle donazioni fatte. Infatti, la Visentin, a pp. 170-171, nel suo “La chiesa di S. Giovanni di Tresino (787) risulta menzionata per la prima volta in un ‘memoratorium’ dell’agosto 986, l’occasione è data dalla concessione che Ligorio Atranense effettua a favore del presbiterio Bernardo (788), affidandogli l’ecclesia vocabulum Sancti Iohannis’, che egli stesso ‘a nobo fundamine….in monte qui dicitur Tulisino Lucaniense finibus’, insieme alla terra su cui la chiesa è edificata (789). La donazione è accompagnata da una serie di oggetti e animali che Leone, fratello di Ligorio, ‘pro anima sua’, ha provveduto ad offrire alla cappella. Si tratta di ‘tres scurie et caprecum uno pario de bovi et cum una bacta et cum alie tres scurie’, che servivano a lavorare le terre poste intorno alla chiesa, confinanti con le proprietà ereditate dai figli di un altro fratello di Ligorio, Costantino. Bernardo potrà tenere la cappella di San Giovanni fino alla sua morte ‘et ibidem die noctuque officiare et officiare faciat, sicut sacerdos billanos’, versando ogni anno 3 soldi, necessari a provvedere alle riparazioni di cui, eventualmente, la cappella dovesse necessitare. Etc…L’area nella quale Ligorio ha costruito la sua cappella, punto di riferimento della sua ‘gens’, rientra in quella vasta tenuta fondiaria che, nel 977, una numerosa consorteria di ‘Atranenses’ ha acquistato dal vescovo di Paestum, Pandone (790), ed è destinata ad essere ripartita, nel corso degli anni, tra i vari ‘heredes’ del fondatore, le cui quote-parte Cava riuscirà ad acquistare attraverso il susseguirsi di donazioni e acquisti cospicui (791).”. La Visentin scrive che Leone era fratello di Ligorio. Ma se Ligorio era fratello di Leone anche Leone doveva essere un figlio di Giovanni. Stessa cosa dicasi per l’altro fratello di Ligorio, Costantino. Ma la Visentin, parlando di un’altra donazione scrive che “Costantino” era figlio di Urso di Atrani”. Infatti, la Visentin, inoltre, a p. 171 in proposito, riferendosi all’anno 1071 scriveva pure che: “Esattamente due anni più tardi un altro ‘Atranenses’, Mauro, vende al futuro abate della Trinità, Pietro, in qualità di decano del monastero, ‘de duedecim partibus integram unam et mediam de tota ecclesia’, al prezzo di 52 tarì (793); mentre ‘Costantinus, filius quondam Ursi Atriansensis (794), e a distanza di qualche mese suo fratello Mansone e suo zio Orso offrono, al ‘reverendissimus abbas’ Leone, rispettivamente ‘integram unam partem de octo’ e ‘integram quartam partem’, come aveva già fatto Mauro, ‘consobrinus fratris illorum’, vendendo il suo quarto al decano Pietro (795).”. La Visentin, a p. 171, nella nota (794) postillava che: “(794) AC, XII 110: marzo 1073 edito in CDC X, doc. 4, pp. 14-16. In calce al documento si legge che il monastero possedeva etc…”. Dunque, il documento in cui si cita “Urso Atrianensis” è del 1073. Mi chiedo se Ligorio di Atrani era figlio di Giovanni ed era fratello di Costantino come mai nell’altro documento figura come figlio di “Urso di Atrani” ?. Leone e Costantino erano fratelli di Ligorio di Atrani figlio di Giovanni, oppure “Costantino” era figlio di “Urso Atranense” ?. Si evince pure che “Mansone” era un fratello di Costantino e quindi il loro padre era “Urso Atrensense” ed uno zio chiamato “Orso”. Dunque, questo “Urso Atranese”, aveva quattro figli: Ligorio, Leone, Costantino e Mansone ed aveva un fratello chiamato Orso. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 680 parlando del casale di “Tresino”, in proposito scriveva che: “Nel 1072 Gisulfo II donò (4) all’abate cavense chiesa e proprietà in quei pressi.”. Non ho verificato la notizia ma credo che Ebner si sia sbagliato in quanto parla di una donazione nel 1073 ma non postilla nulla alla nota (4) che manca nel testo. Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a pp. 91-92 parlando del monastero di Sant’Angelo di Tresino, in proposito scriveva che: “La chiesa di S. Gio. Battista dedicata è più antica del 986 in quale anno Ligorio di Atrani figliolo di Giovanni da cui sembra essere stata costrutta ne fece offerta a ‘Berenardo’ Prete con più beni mobili, e stabili, servi, ed ancelle con l’obbligo dell’officiatura, e di corrispondere alla stessa chiesa tre soldi ogni anno, e la terza parte de’ servi, e delle ancelle donate (a). A questa chiesa andò unito il Monastero di cui si hanno più notizie, ed io citerò quelle degli anni 1075, 1109, e 1121 (b), che si vuol fondato dall’Abbate S. Pietro (c).”. Il Ventimiglia, a p. 91, nella nota (a) postillava: “(a) Arca 60 n. 695. “. Dunque, riepilogando Ligorio di Atrani era figlio di Giovanni, era fratello di Leone di Atrani, di Costantino di Atrani e di Mansone di Atrani. Leone, Costantino e Ligorio erano fratelli. Ma, essendo fratelli erano figli di Giovanni o erano figli di Urso di Atrani ?. Amedeo La Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia”, dove a p. 27, in proposito scriveva che: “Che il monastero di Santa Maria ad Gulie possa essere una fondazione degli atranesi o sia da essi riattivato, ci risulta deducibile anche dal fatto che costoro erano già presenti in loco con tutta la loro capacità imprenditoriale e non nuovi a fondazioni di chiese. Infatti, uno di essi, un certo Ligorio di Giovanni, aveva fondato quella di S. Giovanni di Tresino (46) ed altri (tali Costantino di Giovanni e Giovanni Butrunino) possedevano terre in zona (47); e la logica imprenditoriale-commerciale per cui gli atranesi avevano acquisito nel 977 la fascia costiera del vescovo Pandone era di assicurarsi derrate alimentari da trasportare a Salerno: etc….”. Il La Greca, a p. 52, continuando il suo racconto, in proposito scriveva pure che: “Intanto, morto Guglielmo nel 1128, lo stesso re Ruggero provvide a confermare alla badia le dette terre e pertinenze (92). In suo nome, alla presenza del giudice Ursone, il giudice Giovanni figlio del fu Leone e Ligorio figlio del fu Mansone, conte, unitamente al monaco Pietro detto Boso, rappresentante dell’abate di Cava Simeone, dichiarano che appartengono al detto monastero etc…”. In questo passaggio, però, sebbene si citino di nuovo personaggi come Ligorio e Leone, questi sono descritti dal La Greca in modo contraddittorio rispetto a quanto si è detto. In questo caso, in primo luogo non siamo più nell’anno 986 ma dopo il 1127, e ci si riferisce ad un documento, un atto di conferma di re Ruggero II, dunque del 1128. Infatti, il La Greca, a p. 52, nella nota (92) postillava: “(92) ABC, XXII, 55, a. 1128”. Un documento cavense. Il La Greca scrive che in questo documento risulta che alla presenza del giudice Ursone, “Ligorio di Atrani” figura come Ligorio figlio del fu Mansone” e, il giudice Giovanni figlio del fu Leone”.

Su Mansone e Costantino, ha scritto Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Il gastaldo Mansone non era la prima volta, nell’aprile 1014, ad essere investito nelle funzioni giurisdizionali nel distretto della Lucania. Aveva già da un decennio iniziato la sua carriera di pubblico ufficiale, continuando una tradizione antica della sua famiglia. Egli infatti è ricordato come “Mansus castaldus filius constantini filii mansoni comitis”, quando nel gennaio 1004 e nel gennaio 1009 s’è trovato come garante o testimone etc…”. Acocella scrive che nel documento del 1014, Mansone è ricordato come “Mansus castaldus filius constantini filii mansoni comitis”, ovvero che: “Mansus Castaldus, figlio di Costantino, figlio del conte Mansone”, ovvero Mansone castaldo, figlio di “Costantino”, figlio del conte Mansone. Dunque, questo il castaldo Mansone che figura in una donazione del 1014 era un figlio di Costantino e nipote di “Urso Atrianse”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato.

Nel 1128, Ligorio, Ligorius, filius quondam Mansonis comitis, qui videlicet Ligorius germanus fuit Guayferii”

Riguardo l’antico monastero di S. Angelo a Tresino ed il conte Mansone, Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” parlando del monastero di S. Angelo a Tresino, a p. 178 riporta una ulteriore interessante notizia, infatti, in proposito ella scriveva che: “L’ingresso nel network cavense può dirsi compiuto solo nel maggio del 1128 quando ‘Iohanes iudex, filius quondam Leonis qui dicitur est de Costantina, et Ligorius, filius quondam Mansonis comitis, qui videlicet Ligorius germanus fuit Guayferii, olim genitoris Sice uxoris ipsius iudicis’, offrono a Cava la porzione dello stesso Ligorio e tutto ciò che della chiesa era appartenuto al suddetto Guaiferio (831).”. La Visentin, a p. 178, nella nota (831) postillava che: “(831) AC, XXII 54”. Dunque, è proprio in questo documento, della donazione all’Abbazia di Cava, nel 1128, del monastero di S. Angelo di Tresino che si possono chiarire i passaggi di proprietà e sopratutto l’origine del conte Mansone che poi ritroveremo nella notizia storica che riguarda Roccagloriosa. Infatti, la Visentin riporta la frase del documento in latino: “Giovanni il giudice, figlio dell’ex Leone, che si dice fosse di Costantino, e Ligorio, figlio dell’ex conte di Mansone, che evidentemente era cognato di Ligorio con Guayferius, un tempo padre di Sice, la moglie del giudice stesso”. Oppure: “l’ex Leonis, che si dice essere di Costantino, e Ligorius, figlio dell’ex conte Mansone, che evidentemente Ligorio era il fratello di Guaiferio, un tempo padre di Sice, la moglie del giudice stesso.”. Questo passaggio, la Visentin lo chiarisce meglio proseguendo nel racconto. Infatti, a pp. 166-167, in proposito scriveva che: “Nel gennaio del 1126 Ugo, ‘que dicitur Mansella’, camerario del duca Guglielmo, e suo cognato Atenolfo, confermano a ‘Rossemannus’, priore della SS. Trinità, ‘integras terras cum vineis at terras etc……proprie gulia dicitur (761). Nel maggio 1128 è Ruggero II che, attraverso Ligorio, ‘filius quondam Mansonis comitis’, e il giudice Giovanni, conferma all’abate cavense Simeone le terre, il ‘castrum’ e le cappelle di Santa Maria già contenute e ampiamente descritte nel documento del 1126 di Ugone ‘Mansella (764). Nel marzo del 1186 Guglielmo, etc…”. La Visentin, a p. 167, nella nota (761) postillava che: “(761) AC, F 34”. La Visentin, a p. 167, nella nota (761) postillava che: “(761) AC, F 34”. La Visentin, a p. 167, nella nota (764) postillava che: “(764) AC, XXII 55”. Dunque, “Ligorio” era figlio del defunto conte Mansone ecc…Simeone fu il primo degli abati cavensi non designato dal predecessore. Fu eletto dai monaci nel febbraio del 1124, subito dopo la morte di San Costabile così come riportato in un documento rogato a Lucera. In precedenza, dal 1109 al 1113, aveva ricoperto la carica di priore del monastero di Santa Sofia in Salerno, e poi, dal 1119 al 1120 del monastero di Sant’Arcangelo nel Cilento. Amedeo La Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia”, dove a p. 27, in proposito scriveva che: “Che il monastero di Santa Maria ‘ad Gulia’ possa essere una fondazione degli atranesi o sia stato da essi riattivato, ci risulta deducibile anche dal fatto che costoro erano già presenti in loco con tutta la loro capacità imprenditoriale e non nuovi a fondazioni di chiese. Infatti, uno di essi, un certo Ligorio di Giovanni, aveva fondato quella di San Giovanni di Tresino (46) ed altri (tale Costantino di Giovanni e Giovanni Butrunino) possedevano terre in zona (47); etc…”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) CDC, vol. I, p. 388, nel 986 la concederà al presbiterio Bernardo.”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (47) postillava che: “(479 CDC, vol. I, p. 253; vol. II, p. 106”. Dunque, il La Greca ci parla di un “Ligorio figlio di Giovanni” mentre la Visentin ci dice di un “Ligorio figlio del conte Mansone”. Su questi personaggi e questa notizia il La Greca mi sembra meglio chiarire. Infatti, a p. 52, in proposito scriveva che: “Intanto, morto Guglielmo nel 1128, lo stesso re Ruggero provvide a confermare alla Badia le dette terre e pertinenze (92). In suo nome, alla presenza del giudice Ursone, il giudice Giovanni figlio del fu Leone e Ligorio figlio del fu Mansone, conte, unitamente al monaco Pietro detto Boso, rappresentante dell’abate di Cava Simeone, dichiarano che “….in pertinentiis Lucanie ubi proprie Gulia dicitur…., intra quas” etc…”. Il La Greca, a p. 52, nella nota (92) postillava che: “(92) ABC, XXII 55, A. 1128.”. Dunque, il La Greca scriveva che “Ligorio era figlio del fu conte Mansone”, Giovanni era figlio di Leone ecc.. Riguardo il duca Guglielmo, il La Greca si riferisce al duca Guglielmo, conte di Principato, il cuo camerario era Ugone Mansella e suo cognato Atenolfo, nel 1126. Poi scrive pure di re Ruggero II d’Altavilla che in quel tempo, anno 1128 si era impossessato di buona parte delle terre del Cilento.

Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani (….), vol. II, a pp. 1058-1059 parlando della chiesa e del monastero di S. Giovanni di Teresino, in proposito scriveva che: “……nel processo del 1083, San Giovanni di Tirisino, una serie di atti di donazione e compravendita, che vanno dal 1071 al 1095. Portano alla Santissima Trinità le quote ancora possedute dai numerosi comproprietari di questa chiesa del Cilento. Sappiamo che fu fondata intorno al 986 da un immigrato amalfitano, Ligorio atranensis, stabilitosi a Salerno ma posseduto anche in Lombardia Lucania in seguito a varie trattative con il vescovado di Paestum (186). Nel gennaio 1071, la vedova di un Atranense e sua figlia, moglie di un membro della famiglia Cackabellu, ne offrirono un quarto alla Santissima Trinità (187). Nel gennaio 1073 un altro ‘concors’ vendette la sua quota alla Santissima Trinità “mezza quota su dodici” – all’abbazia e, nel marzo dello stesso anno, un terzo Atranensis gli fece l’offerta dell’ottava che gli restituì (188). Due mesi dopo, in giugno, due cugini, parenti dei precedenti, offrono rispettivamente l’ottava e aggiungono alla sua offerta terreni situati nella località ove sorge la chiesa (190) La penetrazione dei monaci della SS. Trinità nel Cilento coincide quindi bene con il soggiorno del loro terzo abate, Pietro. Potrebbe essere stato favorito da Gregorio VII, amico di Leon, ecc…”. La Houguette (….), a p. 1058, nella nota (186) postillava che: “(186) Supra, Livre III, ch. I, notre étude sur les Atranenses”. La Houguette (….), a p. 1058, nella nota (187) postillava che: “(187) A. 1071 (C.D.C., IX, 100, p. 311-314).”. La Houguette, a p. 1058 scriveva pure che: “……di un certo Léon Niger atranensis che desidera entrare nella loro comunità e che chiede loro di assicurare, senza altre gratifiche, la sua sepoltura e quella della moglie (191).”. La Taviani, a p. 1059, nella nota (191) postillava che: “(191) A. 1097 aprile (ibid., XVI, 68 e 69). Dopo il 1060, diverse donazioni di terreni o amici situati in Salerno e fuori coincidono con una vestizione; es: ottobre 1067 (C.D.C., IX, 35, p. 114): vestizione di Pierre figlio di Jean Gualpa;dicembre 1074 (ibid., id., 25): vestizione di Giacinto figlio Romualdo;1078 novembre (ibid., id., 80): Orso, figlio di Iannacio, monaco alla Santissima Trinità ecc…”.

Nel 981, muore Pandolfo I testa di ferro, principe di Benevento e di Capua

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo I, chiamato Testa di Ferro, Testaferrata o Capodiferro (935 – Roma, marzo 981), fu principe di Benevento e Capua dal 943 al 981 e principe di Salerno dal 978. Ebbe un ruolo fondamentale nella guerra scoppiata contro bizantini e musulmani per il controllo del Mezzogiorno nei secoli successivi alla caduta dell’autorità longobarda e carolingia sulla Penisola. Fino alla morte, avvenuta nel marzo del 981, Pandolfo stabilì il proprio dominio su quasi tutto il mezzogiorno d’Italia, ricostituendo per la prima ed ultima volta dopo il capitolare dell’851 l’unità dell’antica Langobardia Minor. Nell’autunno del 966 papa Giovanni XIII guidò una spedizione promossa da Roma, Spoleto e la Toscana contro i due fratelli, ma Gisulfo I di Salerno accorse in loro aiuto e scongiurò lo scontro armato. Il pontefice e Gisulfo siglarono un trattato di pace a Terracina nel 968, anno in cui un altro fratello di Pandolfo, Giovanni, fu creato vescovo di Capua dallo stesso Giovanni XIII. Nel 974, a Salerno, il principe Gisulfo I, ultimo dei Dauferidi, venne spodestato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe Testadiferro restaurò Gisulfo come suo vassallo e ne ereditò il trono alla morte, avvenuta senza eredi tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Pandolfo diventò quindi anche principe di Salerno, unificando di fatto tutti i territori della Langobardia Minor che erano stati divisi dal capitolare dell’851 siglato da Siconolfo di Salerno e Radelchi I di Benevento con l’assenso di Ludovico II. Sposò Aloara, figlia del conte Pietro, la quale gli sopravvisse fino al dicembre 992: «Aloara […] cum vixisset in honore suo annis circuite octo reliquit in principatu filium Landenulfum, qui post quattuor menses […] occisus est» (Chronicon Salernitanum, 1956, p. 177; Leonis Marsicani et Petri Diaconi Chronica Monasterii Casinensis, 1980, p. 188). Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “Zelo e mirabile pridenza di S. Nilo verso i peccatori. Tremenda profezia del Santo sulla famiglia dei principi di Capua” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 108 e ssg., in proposito scriveva che: “Morto il sopradetto Pandolfo che era principe di Capua, sua moglie, di nome Abara (I), non meno già che col vivente marito, stava a capo e dominava su tutto il territorio. Costei presa d’ambizione di comando anzi da invidia diabolica suborna i due figlioli a lei rimasti, prechè proditoriamente uccidano uno dei Conti, suo cugino, il quale godeva un sommo credito per la sua potenza e riscoteva onore da tutti, e così fecero. Imperocchè quelli invitato dalla costoro sorella sotto colore di un familiare colloquio e recatovisi senza niun sospetto di male, i fratelli di lei colto un pretesto da potersi giustificare, gli furono sopra, e lo trucidarono a colpi di spada. Etc…”. Il Rocchi, a p. 108, nella nota (I) postillava: “(I) Leone Ost. la chiama Aloara: ma osservo che scrivendosi dal biografo coevo ……., potevano leggersi male i codici latini, essendo facile mutare Abara in Aloara.”Nella Treccani on-line da Barbara Visentin leggiamo che le rivolte interne al principato di Salerno favorirono l’intervento di Pandolfo che, nel giugno 974, restaurò quale suo vassallo il principe spodestato Gisulfo I, ultimo dei Dauferidi e gli impose l’adozione del proprio figlio Pandolfo. Tra il 978 e il 981 l’egemonia di Pandolfo Capodiferro si estese, dunque, ai territori salernitani, inserendo nella linea della famiglia principesca di Salerno il figlio Pandolfo II, che il principe Gisulfo I provvide non solo ad adottare ma anche ad associare al trono. Si ricomponeva così l’unificazione dei territori dell’antico Ducato beneventano, fondata sul valore personale del principe e pertanto destinata a durare poco. «Pandolfus princeps regnavit anni triginta octo quem vidimus» (Cronaca della dinastia capuana, v. 13 in Cilento, 1971, p. 306) e morì nel 981, probabilmente il 1° («mense martio intrante», Bertolini, 1923, p. 127). Negli anni compresi tra il 961 e il 981 Pandolfo fu indubbiamente un personaggio potente, sostenuto da una forte personalità e da una politica avveduta e calcolata, con cui seppe inserirsi nel rinnovato Impero ottoniano e allontanare la minaccia bizantina, anche attraverso trattative diplomatiche abilissime. Alla sua morte i territori vennero divisi tra i figli: Landolfo ricevette Capua e Benevento, mentre Pandolfo II fu principe di Salerno. Il dominio di Spoleto andò invece perduto e nel 981 l’imperatore Ottone II giunse a Roma per assegnare il ducato spoletino a Trasimondo IV, duca di Camerino.

Nel 981, il monaco Nilo di Rossano si trasferisce nei possedimenti di Pandolfo Testa di Ferro a Capua e l’abate Aligerno di Montecassino gli assegna il “monastero di S. Angelo di Vallelucio”, sua dipendenza

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che Senonché di dedicarsi ad un più vasto e fecondo apostolato lo indusse, maturo di anni, ad emigrare dalla sua regione. Allontanatosi dalla Calabria, incominciava per Nilo una nuova fase della sua vita. Ortodossia romana e cultura bizantina si erano nella sua anima congiunte in un solo ideale, da cui era rimasta compenetrata tutta l’azione religiosa da lui svolta nella terra nativa. Questo ideale, lungi dall’affievolirsi, acquistò più vivo risalto dopo che Nilo emigrò in territori completamente latini e vi si pose a diffondere il monachesimo basiliano, fondando monasteri a Gaeta, a Valleluce e gettando, alle porte di Roma, le fondamenta di quello di Grottaferrata, che sarebbe diventato il più celebre tra tutti. Nell’esplicitazione di tanta attività troviamo Nilo ospite di Pandolfo Testa di ferro, principe di Benevento, a Capua, dei Benedettini a Montecassino, nonchè con amichevoli rapporti con papa Gregorio V, con Ottone III, col ‘basileus’ orientale: la sua anima, squisitamente religiosa, sapeva elevarsi al di sopra dei grandi contrasti politici o dottrinali, che allora dividevano Roma e Bisanzio. La morte lo colse a ‘Tusculum’, novantacinquenne, ma sempre alacre e alla vigilia di nuovi disegni.”. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., riferendosi al monastero di Vallelucio, in proposito scriveva che: Ed ancora del fatto che S. Nilo rimase in quest’ultimo monastero per circa quindici anni, è possibile venire a conoscere che egli giunse in terra campana verso la metà del 980. Data che è anche convalidata dalla circostanza che il suo arrivo colà sembra abbia preceduto di poco la morte di Pandolfo Capodiferro signore di Capua, avvenuta nel marzo del 981. Di fronte alla quasi assoluta esattezza della cronologia di queste varie fasi della vita di S. Nilo, rimane però una zona un pò in ombra sotto questo riguardo. Quella cioè che intercorse tra la sua vocazione monanastica (939-940) ed il suo primo accostamento ai latini (980).”Da Wikipedia leggiamo che: nel 974 Gisulfo I di Salerno fu detronizzato da un’insurrezione religiosa guidata dal fratello Landolfo. Il principe di Benevento e Capua, Pandolfo I Testadiferro, restaurò Gisulfo come suo vassallo, condizione in cui il principe salernitano restò fino alla morte, avvenuta tra la fine del 977 e l’inizio del 978. Con lui si estinse la dinastia dei Dauferidi, insediatasi sul trono di Salerno col principe Guaiferio nell’861. Biagio Cappelli (….), nel suo “Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani“, nel cap. II: “Gli inizi del cenobio di S. Adriano”, a pp. 58-59 e ss., riferendosi a S. Nilo, ed al suo arrivo nel monastero di Vallelucio, in proposito scriveva che: “…..giunse in terra campana verso la metà del 980. Data che è anche convalidata dalla circostanza che il suo arrivo colà sembra abbia preceduto di poco la morte di Pandolfo Capodiferro signore di Capua, avvenuta nel marzo del 981.”. Dunque, Pandolfo Testa di Ferro morì poco dopo l’arrivo di S. Nilo nel monastero campano di Valleluce, in Campania. Il Cappelli, nell’indice scrive: “S. Angelo (mn) a Vallelucio 66, 71, 132, 215”.  Dunque, il Cappelli, nell’indice lo chiama monastero di “S. Angelo in Vallelucio”. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, ne parla nel suo cap. 2 “La vita monastica Calabrese nell’Età prenormanna”, a pp. 97 e ssg., in proposito scriveva che Nell’esplicitazione di tanta attività troviamo Nilo ospite di Pandolfo Testa di ferro, principe di Benevento, a Capua, dei Benedettini a Montecassino, etc…”. Nel 1904, lo ieromonaco Antonio Rocchi (….), nel capitolo “S. Nilo lascia la Calabria e viene nella Campania, ove ottiene dall’abate di Monte Cassino il monastero di Vallelucio. Visite del Santo al gran Cenobio e sue conferenze con quei monaci” scritto sulla scorta dell’opera agiografica di San Bartolomeo. Il Rocchi, a pp. 99 e ssg., in proposito scriveva che: “E giunto a Capua, per tacere di altri fatti anteriori, vi fu accolto con grandissimo onore dal principe Pandolfo e dai nobili della città; cosicchè si pensava d’intronizzarlo su quella sede vescovile. Il che si sarebbe avverato, se non l’avesse impedito la morte del Principe. Allora quei signori chiamato a sè l’Abate di S. Benedetto di Monte Cassino (era questi Aligerno uomo santissimo) gl’imposero di dare al Beato un monastero, quale egli avesse preferito tra le proprietà del nostro santo Padre Benedetto. Ed in questa recandosi il sano Padre a visitare il predetto insigne monastero, venne ad incontrarlo tutta la comunità religiosa etc….venne nuovamente accompagnato dall’Abate e dai principali fratelli al monastero, ove egli doveva abitare co’ suoi figli, detto ‘Vallelucio’, dedicato all’arcangelo San Michele (I).”. Il Rocchi, a p. 101, nella nota (I) postillava: “(I) Codesta località è presso il comune di S. Elia al (fiume) Rapido”.

Dal 981 al 982, Pandolfo II di Salerno, principe del Principato Longobardo di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo II di Salerno (957 circa – Capo Colonna, 13 luglio 982) è stato un principe longobardo, principe di Salerno dal 981 al 982. Fu il secondo della stirpe dei principi di Capua. Succedette al padre Pandolfo Testadiferro, che aveva stabilito la divisione del suo vasto dominio fra i due figli Pandolfo e Landolfo. Testadiferro aveva riunificato tutti i territori dell’antica Langobardia Minor, assumendo nella sua persona la sovranità sui principati di Benevento, Capua e Salerno. Le sue disposizioni testamentarie stabilirono che al figlio maggiore, Landolfo, fossero assegnati Benevento e Capua, mentre al minore Pandolfo il Principato di Salerno. Pandolfo II fu immediatamente osteggiato dal duca Mansone I di Amalfi, che già nel 981 riuscì a rimuoverlo dal trono e ad ottenere il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Pandolfo raggiunse il fratello, che nel frattempo aveva perduto il dominio beneventano rimanendo sovrano della sola Capua, ed entrambi si unirono all’esercito imperiale di Ottone II in Calabria. I due fratelli morirono nella battaglia di Capo Colonna, contro i saraceni il 13 luglio 982.

Dal 981 al 983, Mansone I di Amalfi, principe del Principato Longobardo di Salerno

Da Wikipedia leggiamo che Mansone I (X secolo – 1004) è stato un principe longobardo, duca di Amalfi (966 – 1004) e principe di Salerno (981 – 983). Figlio del duca Sergio, fu il più grande sovrano indipendente del ducato di Amalfi, che resse per quasi mezzo secolo. Le cronache lo indicano spesso come Mansone III. Nel 981, approfittando della giovane età di Pandolfo II di Salerno, invase il principato e rovesciò il sovrano dal trono. L’imperatore Ottone II, che già si trovava in Italia impegnato nella lotta contro bizantini e saraceni ed era in cerca di alleati, concesse a Mansone il riconoscimento imperiale quale nuovo principe di Salerno. Mansone associò al trono suo figlio Giovanni, ma il governo degli Amalfitani sul principato salernitano fu tirannico e impopolare. Nel 983 padre e figlio furono spodestati dal popolo, che elesse principe Giovanni Lamberto, conte di palazzo relegato in esilio. Mansone conservò il possesso di Amalfi, su cui regnò fino alla morte. A lui si deve l’edificazione della cattedrale di Sant’Andrea Apostolo e l’istituzione della sede episcopale di Amalfi (987) da parte di papa Giovanni XV.

Nel 1009, Manso o Mansone, ‘gastaldo’ longobardo del Cilento in un processo alla presenza di Guaimario IV

Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Il gastaldo Mansone non era la prima volta, nell’aprile 1014, ad essere investito nelle funzioni giurisdizionali nel distretto della Lucania. Aveva già da un decennio iniziato la sua carriera di pubblico ufficiale, continuando una tradizione antica della sua famiglia. Egli infatti è ricordato come “Mansus castaldus filius constantini filii mansoni comitis”, quando nel gennaio 1004 e nel gennaio 1009 s’è trovato come garante o testimone, rispettivamente a Salerno e ad Amalfi (CDC, IV 31, sg.; 157 sgg.): dal secondo documento che è uno strumento di divisione di terre a Fonti e che riguarda beni ereditari di Maria, sorella di Mansone, si ha ulteriore conferma che questi apparteneva a famiglia ragguardevole di Amalfi (67)”. Acocella, a p. 57, nella sua nota (67) postillava che: “(67) Da Amalfi, secondo un rilievo fatto dal Poupardin (op. cit., pag. 44, n. 4), furono talora tratti i funzionari preposti alle alte cariche del Principato Longobardo; tali cariche si trasmettevano, anche, come di padre in figlio: cfr. CDC, I, 213 sg. Di Amalfi, che per il suo filellenismo riuscì a salvaguardare la sua autonomia di fronte alle mire espansionistiche dei Longobardi, c’era a Salerno una fiorente colonia: cfr. E. Pontieri, La crisi di Amalfi medioevale, in “Studi s. Repubblica marinara di Amalfi”, Salerno, 1935, pp. 8 ssg., 16.”. Dunque, questo Manso o Mansone “gastaldo” dello Stato, presente in alcuni processi e atti al tempo di Guaimario IV aveva una sorella chiamata Maria, dunque non è lo stesso Manso o Mansone di cui si parla nel placito del 1083, di cui parlerò innanzi. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 60, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: Forte di queste esperienze, era stato inviato qualche mese dopo, novembre 1009, in Lucania come garante di pace, per prendere parte ad un dibattimento giudiziario, che ci pare degno di particolare menzione giacchè contiene interessanti elementi per la ricostruzione storica della burocrazia amministrativa, centrale e periferica, nel Principato di Salerno nel periodo longobardo. Nel novembre 1009, con la partecipazione di Mansone si svolge dunque in terra di Lucania un pubblico processo, reso solenne dalla presenza dello stesso principe Guaimario IV: “dum supradictus magnus princeps esset in finibus lucanie locum, hubi dicitur fragina”. Il giudizio è affidato a Truppoaldo, stolsaiz (o storesaiz), poi con quella congiunta di “castaldus et comes”, o di “stolsaiz et comes”(68). Quella che Truppoaldo è chiamato a derimere è una vivace vertenza poderale tra l’abate del monastero di S. Maria di Torricelli e gli abitanti di Acquavella. L’Abate ha l’assistenza di Mansone ed inoltre del presbitero Leone e del presbitero Cosmo, che sono “ministeriale (s)” greci, cioè provenienti dalle regioni ellenizzate d’Italia, ma non adesso residenti ad Acquavella: “…………”. Gli Acquabellense (s) hanno l’assistenza di “Ursu sculdais et grimoaldus castaldeis eorum”.”.

Acocella, RSS, p. 60

Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 438 parlando del casale di “Acquavella”, in proposito scriveva che: “….è nel verbale di un processo celebrato a Fragina (1), sulle rive dell’Alento, nel 1009. Gli abitanti (“acquabellanense”) del villaggio approfittarono della presenza nel luogo del principe di Salerno, Guaimario IV (2), per far dirimere dal supremo suo tribunale un’annosa vertenza di confini sorta tra essi e Aresti, igumeno del monastero italo-greco di S. Maria di Torricelle (odierna S. Maria ad Nives)(3). Pubblico dibattimento che il principe ordinò allo stolsaiz e conte Truppoaldo di presiedere alla sua presenza (4)…….Dal contesto del verbale pare potersi senz’altro desumere che presente nel luogo era anche Guaimario IV (9), il nuovo principe di Salerno succeduto al padre nel 1027, al quale il conte Raidolfo riassunse la questione ricevendone opportune istruzioni. Così il conte-giudice, accompagnato dal gastaldo del vicino abitato di Lustra (10) si recò nel luogo oggetto della vertenza etc…”. Ebner, a p. 438, nella nota (1) postillava che: “(1) Il verbale di questo placito celebrato a Fragina nel novembre del 1009, VIII, è inserito in un altro verbale del dicembre del 1034 (CDC, VI, 881, dicembre a. 1034, III, Fragina), presieduto dal conte Raidolfo. La località Fragina ect….Gli importanti placiti erano certamente ignoti al Ventimiglia (pp. 34 e 51) e al Mazziotti (cit., p. 38 sgg.), il quale evidentemente non l’aveva notati nel ‘Codex’ edito nel 1884 (egli ne scriveva nel 1904)”. Dunque, come scrive l’Acocella, nel 1009 troviamo “Mansone” presente in questa lite giudiziaria tenutasi alla presenza del giovane principe di Salerno, Guaimario IV, che in seguito, nel 1027 diventerà il nuovo principe longobardo del Principato di Salerno. Su “Truppoaldo” ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 263, parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia cavense vi sono alcuni documenti che ricordano Paestum. Il più antico è un inedito del 1041 (19). Con esso Truppoaldo, scriba di Palazzo (sede del governo Longobardo) e abate della chiesa di S. Massimo di Salerno fondata dai principi, concede al chierico Giovanni, figlio di Bonoaldo di Conza, e a Giovanni, figlio del monaco Corvo, il diritto di costruire “dua molina” nella proprietà a spese della chiesa etc….Truppoaldo concesse di costruirvi ancora un altro molino alle stesse condizioni.”. Su questa donazione Ebner ha scritto anche nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 32, dove in proposito scriveva che: E’ notizia della presenza di Guaimario IV sulle rive dell’Alento in una ‘charta iudicati’ del 1009 (84). Il principe coglieva l’occasione di una vertenza poderale, sorta tra l’abate del monastero italo-greco di S. Maria di Torricelli (odierna S. Maria “ad Nives”) con gli abitanti di Acquavella, per ordinare al conte Truppoaldo di celebrare il giudizio alla sua presenza sottoscrivendone la sentenza. Etc…”.

Nel……., il “Leonis Ducis” e Landolfo, Guido, Giovanni e Guaimario, Guido di Sorrento, eredi di Pandolfo di Capaccio  

Michelangelo Schipa (….), in “La Longobardia meridionale etc…”, a p. 267, in proposito scriveva che: “58. (1058). Gisulfo, sua madre e sua moglie Maria donano nel mese di agosto ad Amato, vescovo di Pesto, beni in Licina di Pesto, vicini a quelli “quae erant D. Leonis Ducis et Landulfi, Guidonis, Joannis et Guiamari fratrum ipsius D. Gisulfi, et Guidonis (zio di Gisulfo) et haeredis Pandulfi fratris eius”. Di tutti questi beni erano state fatte venti parti, delle quali cique erano toccate a Gemma e tre a ciascuno de’ suoi cinque figli. Di costoro i tre ultimi avevano donato la parte propria allo stesso Vescovo (14), e il Principe della sua avea formato la quarta alla sposa.”. Lo Schipa scriveva che questi beni donati ad Amato, vicini a quelli: “i quali furono D. Leone Duca e Landolfo, Guidone, Giovanni e Guaimario, fratelli dello stesso D. Gisulfo, e Guidone (Zio di Gisulfo) e gli eredi di Pandolfo suo fratello”. Dunque, secondo il documento cavense pubblicato dal Di Meo, nel 1058, il principe Gisulfo II, fratello di Pandolfo di Capaccio e nipote di Guido di Conza o di Sorrento, suo zio, donò al Vescovo di Paestum Amato dei beni a Licina di Pesto che erano stati del Duca Leone e Landolfo. Lo Schipa, a p. 267, nella nota postillava: “Dall’Arch. Cav. Di Meo, VII, 397 e 398.”. Infatti, Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali etc…”, a p. 397, del vol. VII scriveva che: “Dell’Agosto si ha un Diploma del principe Gisolfo, che con sua madre Gemma e sua moglie Maria, donarono alcuni beni in Licina di Pesto, vicino i beni “quae erant D. Leonis Ducis et Landulfi, Guidonis, Joannis et Guiamari fratrum ipsius D. Gisulfi, et Guidonis (zio di Gisulfo) et haeredis Pandulfi fratris ejus”. Spettavano a Gemma 5 delle 20 parti, e 3 a Gisolfo (ma di quelle 3 tornava la 4 a Maria per suo Morgincaf) tre altre parti a Landolfo e 9 erano del Vescovo di Pesto, donate da Guido, Giovanni e Guaimario, ai quali ne spettavano 3 per ciascheduno. Fu scritto, presenti Sicone e Rottelgimo Conti, e giudici Romoaldo, e Pietro Giudici, e due Giovanni Giudici (Arm. I G n° 12).”. Dunque, in questo documento pubblicato dal Di Meo è scritto che di alcuni beni di Licina di Pesto donati dal principe Gisulfo e Gemma la moglie, spettavano tre altre parti a Landolfo e 9 erano del Vescovo di Pesto, donate da Guido, Giovanni e Guaimario, ai quali ne spettavano 3 per ciascheduno”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 350 parlando di Amato Vescovo di Pesto, in proposito scriveva che: “Interessante il documento cavense ABC, D 27 (maggio 1100, Agropoli), edito dal Ventimiglia (Appendic., p. XII, sgg.), con il quale il vescovo pestano Alfano e l’abate cavense Pietro da Salerno concordano la giurisdizione e i confini delle due diocesi, nel quale sono trascritti importanti documenti tra i quali due donazioni del 1059 di Gisulfo II alla chiesa pestana (“in potestate domni Amati ipsius episcopii pontificis” in una, e nell’altra “qualiter ipse domnus Gisulfus confirmaverat in ecclesie sancte dei genitricis semperque virginis marie ipsius ppestani episcopatus, in qua domnus Amatus, episcopus peerat”). Nella prima, agosto 1059 (la seconda è del settembre), è notizia della chiesa, di cui è pure cenno nel diploma di Gisulfo I, quella ‘ad duo flumina’, nel 1051 già distrutta (“ecclesia sancte marie, que destructa est ixta lictoris maris”).”. Dunque, Ebner scrive che questo documento del 1059 fu pubblicato dal Ventimiglia.

Ventimiglia, p. XVI

Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a p. XII (Appendice), in proposito scriveva che: “IV. Istrumento di concordia tra Alfano Vescovo di Pesto, e San Pietro Abbate del Monasterio della SS. Trinità della Cava, intorno ai confini di alcuni territorj dove si dice a lo Vetrano, ed a li Barbuti, nelle pertinenze del Cilento Provincia della Lucania. Anno 1110. Mese di Maggio VIII Indizione (Arm. I. E. n. 14)”. Di questo documento, lo Schipa scriveva che: “58. (1058)……beni in Licina di Pesto, vicini a quelli “quae erant D. Leonis Ducis et Landulfi, etc…”, ovvero scriveva che i beni siti in “Licina di Pesto” erano stati del Duca Leone (“Leonis Ducis”). A chi si riferiva il documento del 1059, in cui venivano trascritti altri documenti più antichi ?. Chi era questo “Leonis Ducis” ?. quae erant D. Leonis Ducis et Landulfi, Guidonis, Joannis et Guiamari fratrum ipsius D. Gisulfi, et Guidonis (zio di Gisulfo) et haeredis Pandulfi fratris eius”, che tradotto è: “…i quali furono D. Leone Duca e Landolfo, Guidone, Giovanni e Guimaro, fratelli dello stesso D. Gisulfo, e Guidone (Zio di Gisulfo) e gli eredi di Pandolfo suo fratello”. Dunque, secondo la traduzione il “Duca Leone” era fratello di Gisulfo II, insieme agli altri suoi fratelli LANDOLFO, GUIDO, GIOVANNI, GUAIMARIO ?. Gisulfo II era figlio e successore di Guaimario IV e Gemma, figlia di Landolfo di Capua. Vediamo i figli di Guaimario IV (V) e di Gemma.  Il fratellastro maggiore di Guimario, Giovanni (III), figlio di Porpora di Tabellaria, fu co-reggente insieme al padre dal 1015 al 1018, anno della sua morte. A questo punto la co-reggenza fu affidata a Guaimario, che nel marzo del 1027, all’età di quattordici anni, successe al padre sul trono di Salerno, probabilmente sotto la reggenza della madre. A Guaimario succedette Gisulfo II, il figlio avuto da Gemma, figlia del conte di Capua Laidolfo. Guaimario IV ebbe almeno tre figlie: Gaitelgrima, che sposò Riccardo I di Aversa; Sichelgaita, che sposò Roberto il Guiscardo; Sicarda, il cui destino è sconosciuto. A me sembra che LANDOLFO, GUIDO, GIOVANNI e GUAIMARIO non fossero figli di Guaimario IV e fratelli di Gisulfo II ma fossero fratelli e tutti figli di Pandolfo di Capaccio (uno dei fratelli di Guaimario IV). Infatti, lo Schipa parlando del documento del 1059, di Gisulfo e sua madre Gemma scriveva che: “….e gli eredi di Pandolfo suo fratello”. Infatti, come dirò in seguito Pandolfo di Capaccio, a cui andò la contea di Capaccio, sposandosi con Teodora di Tuscolo ebbe cinque figli. 

Nel 10….. (?), Leone, figlio del “conte Castaldo” Mansone

Indagando sulla figura del conte “Leone” che aveva fondato i due monasteri di S. Leo e di S. Veneranda a Roccagloriosa poi unitisi in un unico monastero claustrale, quello di S. Mercurio, come diremo innanzi e, siccome le poche notizie su questo feudatario ci vengono dalle annose liti pendenti con la curia vescovile di Policastro che, nel 1500 intentò contro i casali di Rofrano e di Roccagloriosa per il possesso della tenuta di “Cannamaria” (di cui parlerò innanzi), ho cercato di indagare sulla figura del conte Mansone e di suo padre Leone da cui ereditò detti beni. Sul conte “Leone” ho trovato alcune notizie che riguardano in particolare un altro territorio, quello di Tresino, un casale cilentano non distante da S. Maria di Castellabate ed all’epoca facente parte della contea di Capaccio. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 680 parlando del piccolo casale di “Tresino” in proposito scriveva che: Nel 1090 il conte Riccardo Senescalco, signore di Mottola e di Castellabate, figlio del gran conte Drogone, donò (7) alla Badia la chiesa di S. Angelo di Tresino. Nel 1094 Ruggiero, figlio di Troisio il normanno, donò (9) parte del monastero di Sant’Angelo costruito “in serra montis” di Tresino, con tutte le sue dipendenze, già di proprietà del conte Leone, figlio del conte Castaldo e dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano, donato a Leone. Con un’altra donazione del 1098 il conte Senescalco offrì alla Badia la chiesa di S. Angelo di Tresino. Il monastero di Sant’Angelo sito su una collina (monte Tresino) tra Agropoli e Castellabate, a picco sul mare, era perciò di proprietà dei feudatari.”. Ebner, a p. 680, vol. II, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, C 22, luglio a. 1090, XIII. Abbiamo anche notizia così di un discendente di Drogone d’Altavilla, il gran conte, fratello di Roberto il Guiscardo. Cfr. nel mio ‘Economia e Società’, I, pp. 142 e 221 sgg.”. Ebner, a p. 680, vol. II, nella nota (9) postillava che: “(9) I, ABC, D, 19, luglio a. 1098, VI”. Dunque, Ebner, parlando del casale di Tresino, anche sulla scorta di Domenicantonio Ventimiglia (….), scriveva che a Tresino, precedentemente alla donazione dell’anno 1094 di Ruggero Sanseverino (il figlio di Troisio il normanno), vi erano dei beni “…già di proprietà del conte Leone, figlio del conte Castaldo e dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano, donato a Leone.”. Dunque, Ebner scriveva che secondo gli atti conservati nel “Codice Diplomatico Cavense” (alcuni dei quali pubblicati dal Ventimiglia) e che riguardano il monte Tresino, località oggi corrispondente a Castellabate, alcuni beni erano di proprietà del “conte Leone, figlio del conte Castaldo”. Ebner scrive pure, sempre sulla scorta dei documenti cavensi (a. 1098), che questi beni a Tresino furono donati al conte Leone dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano”. Ebner dice pure che quei beni erano stati donati, in precedenza, al conte Leone dal “principe Riccardo, figlio del principe Giordano”. Riepilogando, questi beni che il conte Leone, figlio del conte e gastaldo Mansone, aveva posseduto in precedenza, frutto della donazione fattagli dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano, poi in seguito sequestratigli perchè come accadde a Truppoaldo (….). Il conte Leone, figlio del gastaldo Mansone, aveva ricevuto delle donazioni dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano. Chi erano questi due personaggi ?. A quali principi si riferiva Ebner quando cita “il principe Riccardo, figlio di Giordano” ?. Chi era “Riccardo”, figlio di Giordano ?. E’ molto probabile che l’Ebner si riferisca a Riccardo II Drengot, figlio di Giordano I Drengot, a sua volta figlio di Riccardo I Querrel-Drengot, conte d’Aversa e Principe di Capua. Giordano I Drengot, il padre,  nacque da Riccardo I e Fredesenda, figlia di Tancredi d’Altavilla, sorella di Roberto il Guiscardo. Nel 1062 attaccò e conquistò Gaeta, allora amministrata dal longobardo Atenolfo II. Fu schierato ambiguamente ora con il papa ora con Enrico IV, durante il sacco di Roma del 1084. È stato principe di Capua dal 1078 al 1091, quando gli succedette Riccardo II. Ebner scriveva che “il conte Leone, figlio del conte Castaldo”. Chi era questo conte Castaldo, padre del conte Leone ?. Il monastero di S. Angelo era proprietà del “conte normanno Leone”, figlio del “conte Castaldo”. Sul “conte Castaldo” che, secondo Ebner doveva essere padre del conte Leone, ha scritto anche Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” che, parlando del monastero di S. Angelo a Tresino cita i documenti cavensi di cui parlava Ebner espiega molto bene il contenuto di questi documenti e delle donazioni fatte. Infatti, la Visentin, a pp. 176-177-178, nel suo “8. Sant’Angelo di Tresino. ‘Sancti Angeli in loco Tirrisinus dicitur”, in proposito scriveva che: “La donazione a Cava è da riferire, invece, al luglio del 1090, quando Riccardo Senescalco, ‘filius cuiusdam bone memorie Drogonis inclitus comes’, offre all’abbazia tutte le sostanze che erano appartenute a Giovanni, ‘filius Truppoaldi comitis palatii’, poste in ‘Lucaniensis finibus in locis Trisinum et Staynum et Licosa’ e confiscate dal duca Ruggero (825). All’interno dei possedimenti indicati, Riccardo dona al monastero cavense anche la quota pro-parte dell’ecclesia Sancti Angeli in eodem loco Trysinum constructam’, con tutto ciò che appartiene alla cappella. Nel giugno del 1094 tocca a ‘Rogerius, filius Truisi, genere normannorum hortus’, donare alla Trinità la porzione della chiesa che era stata del ‘quondam Leonis comiti, filii Mansonis castaldei’ (826).”. La Visentin, a p. 177, nella nota (825) postillava che: “(825) AC, C22 e transunto in D 19, cfr. G. Guerrieri, Il conte normanno Riccardo Senescalco (1081-1115) e i Monasteri Benedettini in Terra d’Otranto’, Trani, 1899, pp. 49-59 e C. A. Garufi, Da Genusia romana al castrum Genusium dei sec. XI-XIII, in “ASCL” 3 (1933), pp. 28-29, n. 4: regesto del documento.”. Dunque, riesaminando queste parole, vediamo che “la porzione della chiesa che era stata del ‘quondam Leonis comiti, filii Mansonis castaldei’ (826).”. La Visentin, a p. 177, nella nota (826) postillava che: “(826) A C, D 1”. La Visentin non lo chiama più conte Castaldo ma “Leonis comiti, filii Mansonis castaldei'”. Dunque, il padre del conte Leone era il gastaldo Mansone. La Visentin, a p. 177, nella nota (826) postillava che: “(826) A C, D 1”. La Visentin proseguendo nel suo racconto scrive che: “Ruggero, mosso dall’amore per Dio onnipotente e dalla preoccupazione per la salvezza della sua anima, compare nel monastero cavense al cospetto del venerabile abate Pietro, del giudice Giovanni e di altri ‘idonei homines’, indicati ugualmente come ‘genere normannorum editi’, offrendo alla SS. Trinità ‘totam et integram portionem ….de integro monastero Sancti Angeli’, costruito ‘in serra montis a super locum quod Trisinum dicitur’. I monaci incamerano un’altra porzione, non meglio indicata, del complesso di Sant’Angelo, proveniente ugualmente da beni frutto di confische, che questa volta avevano colpito un tale Leone conte, figlio del gastaldo Mansone, il quale alla maniera di Trippoaldo, conte di palazzo, e di suo figlio Giovanni non avevano, evidentemente, mostrato la dovuta fedeltà al nuovo potere normanno. La chiesa, per la prima volta indicata come monastero (827), è accompagnata da numerose ‘res staviles….de montibus atque planis’, che lo stesso duca Ruggero aveva assegnato, in un primo momento, al principe Giordano e da questi al figlio Riccardo, il quale poi le aveva offerte al benefattore di Cava. Nel luglio del 1098 Riccardo Senescalco conferma la donazione fatta a Cava otto anni prima (828), ma probabilmente l’annessione etc…”. Dunque, in questo passaggio la Visentin ci parla del I monaci incamerano un’altra porzione, non meglio indicata, del complesso di Sant’Angelo, proveniente ugualmente da beni frutto di confische, che questa volta avevano colpito un tale Leone conte, figlio del gastaldo Mansone, ecc…”. Dunque, la Visentin scriveva del conte Leone, figlio del gastaldo Mansone. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” parlando del monastero di S. Angelo a Tresino, a p. 178, nel suo “I documenti esaminati consentono di riportare la fondazione della cappella almeno ai primi anni dell’XI secolo e, considerata l’appartenenza delle quote-parte della chiesa, prima della confisca normanna, di riferirla al programma delle fondazioni private nobiliari. Etc…”. La Visentin,  a p. 177, nella nota (827) postillava che: “(827) D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit., pp. 91-92: “Fuvvi al tempo stesso l’altra chiesa di S. Angelo, con monastero sotto il titolo di priorato nella serra del monte Trisino, di cui una parte ne donò nel 1090 il conte Riccardo Senescalco…con altri beni….ch’erano stati di Truppualdo, conte del Palazzo, altra Ruggiero Sanseverino, figlio di Torgisio il vecchio Normanno, ne diede all’abate san Pietro nel 1094 e l’aveva avuta dal principe Riccardo, figlio del principe Giordano; etc…”. Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a pp. 91-92 parlando del monastero di Sant’Angelo di Tresino, in proposito scriveva che: “La chiesa di S. Gio. Battista dedicata è più antica del 986 etc….A questa andò unito il Monastero di cui si hanno più notizie, ed io citerò quelle degli anni 1075, 1109, e 1121 (b), che si vuol fondato dall’Abbate S. Pietro (c). Fuvvi al tempo stesso l’altra Chiesa di S. Angelo con Monastero sotto titolo di Priorato nella serra del Monte Trisino, di cui una parte ne donò nel 1090 il Conte Riccardo cognominato Senescalco figliuolo del quondam Drogone inclito Conte con altri beni nè Casali di Trisino, Staino, e Licosa, ‘et per alia loca de ipsis Lucanis finibus’, ch’erano stati di Trippoaldo Conte del Palazzo (d), altra Ruggiero Sanseverino figliuolo di Torgisio il vecchio Normanno ne diede all’Abbate S. Pietro nel 1094, e l’aveva avuta dal Principe Riccardo figlio del Principe Giordano (e); altra con altri beni ne concesse nel 1098 Alferada e Geltrude figlie del quondam Giovanni Conte del Palazzo (f), ch’era stata di Matrona di lui consorte; e finalmente la restante porzione fu donata da Glorioso Conte, figliuolo del Conte Pandolfo nel 1112 (g). Sembra che cessino le notizie etc…”. Il Ventimiglia scriveva che una parte di detto Monastero di S. Angelo di Tresino fu donata nel 1094, dal conte Ruggiero Sanseverino, figlio di “Torgisio il vecchio Normanno” (il primo Troisio), beni questi da lui avuti dal e l’aveva avuta dal Principe Riccardo figlio del Principe Giordano (e);”. Il Ventimiglia, a p. 91, nella nota (d) postillava: “(d) Arm. I. H. n. 28. Arca 62. n. 402”. Il Ventimiglia a p. 91, nella nota (e) postillava che: “(e) Arca 62. n. 404”. E’ il documento della donazione che citava Pietro Ebner. Ebner ci parla di una donazione fatta nell’anno 1090 dal conte “Riccardo Siniscalco” al monastero di S. Angelo di Tresino. La Visentin proseguendo nel suo racconto scrive che: “Ruggero, mosso dall’amore per Dio onnipotente e dalla preoccupazione per la salvezza della sua anima, compare nel monastero cavense al cospetto del venerabile abate Pietro, del giudice Giovanni e di altri ‘idonei homines’, indicati ugualmente come ‘genere normannorum editi’, offrendo alla SS. Trinità ‘totam et integram portionem ….de integro monastero Sancti Angeli’, costruito ‘in serra montis a super locum quod Trisinum dicitur’. I monaci incamerano un’altra porzione, non meglio indicata, del complesso di Sant’Angelo, proveniente ugualmente da beni frutto di confische, che questa volta avevano colpito un tale Leone conte, figlio del gastaldo Mansone, il quale alla maniera di Trippoaldo, conte di palazzo, e di suo figlio Giovanni non avevano, evidentemente, mostrato la dovuta fedeltà al nuovo potere normanno. Etc..”. Dunque, la Visentin, sulla scorta del Ventimiglia scrive che la donazione del Duca Ruggero II (Sanseverino), figlio di Troisio II (Sanseverino) ai monaci della SS. Trinità di Cava de Tirreni, del giugno 1094 erano proprietà sequestrate del monastero di S. Angelo a Tresino “beni frutto di confische, che questa volta avevano colpito un tale Leone conte, figlio del gastaldo Mansone, il quale alla maniera di Trippoaldo, conte di palazzo, e di suo figlio Giovanni non avevano, evidentemente, mostrato la dovuta fedeltà al nuovo potere normanno.”. Anche in questo caso, il “conte Leone” viene presentato come figlio del gastaldo Mansone”. La Visentin scriveva che a questo “conte Leone”(“filii Mansonis castaldei'”), gli erano stati confiscati alcuni beni e poi aggiunge che questo conte Leone “alla maniera di Trippoaldo, conte di palazzo, e di suo figlio Giovanni non avevano, evidentemente, mostrato la dovuta fedeltà al nuovo potere normanno.”. Il conte Leone, figlio del gastaldo Mansone, come “Truppoaldo”, “conte di Palazzo”, non avevano dimostrato fedeltà ai nuovi signori Normanni.

Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani (….), vol. II, a p. 767 parlando dei “c. Le genus les Alfan de Salerne”, in proposito scriveva che: Dall’alleanza degli Alfani ai discendenti del Conte Dauferio si passa a quella che accomuna l’uno e l’altro agli Alfier, altro nome illustre tra le famiglie comitali dell’XI secolo. Alfier, abate di Saint-Maxime de Salerno dal 1035, fa parte dei consanguinei degli Alfans (183). Alfier è anche il nome del fondatore della Santissima Trinità di Mitiliano di altri conti i cui lignaggi sono più o meno facili da ricostruire. Il testamento, scritto nel 1065, di un conte Giovanni figlio di Giovanni ci dà un ultimo assaggio di queste alleanze (185). Questo conte il cui patrimonio si estende da Stabia, ai confini occidentali del principato, ad est di Salerno, è cugino da sua madre di un conte Romualdo figlio di Grimoaldo e da suo padre di un conte Leone, cognome Amalfitano, figlio di un conte Alfano. È proprietario della chiesa di Saint-Apollinaire d’Aspromonte, che riunisce i nomi di Alfano, Romualdo, Grimoaldo e Berenger, per citare i nomi più frequenti in uso per le nuove casate dell’XI secolo. Passo dopo passo, i cognomi di Alfano durante l’XI secolo rivelano a loro volta la consanguineità tra i lignaggi della contea. Finì per avere, nella scala del principato di Salerno e sotto i regni di Guaimaro III e Guaimaro IV, il posto occupato dai cognomi capuani derivati ​​da Land- nella scala di tutta la Lombardia meridionale, dalle origini del Principato di Benevento.”. La Taviani, a p. 767, nella nota (182) postillava che: (182) A. 1074 (Archiv. Cavense, XIII, 12): in questa data, i conti Guaifier e Pietro figlio di Giovanni ne possiedono la metà, il conte Alfano figlio di Pietro l’altra metà. Ma prima del 1080, la vedova di quest’ultimo e il figlio conte Pietro cedono questa quota alla Santissima Trinità di Mitiliano (Achiv. Cavense, XIV, 6).”. La Taviani, a p. 767, nella nota (183) postillava: “(183) Cfr. sopra il nostro studio su Saint-Maxime. E: RUGGIERO (B.): Principi, Nobiltà e Chiesa….cit. p. 53”. La Taviani, a p. 767, nella nota (185) postillava che: “(185) (185) Questo testamento è noto per la sua trascrizione in un atto del gennaio 1100 (Archiv. Cavense, XVI, 107). La pieve di Sant’Apollinare d’Apusmonte è attestata nel 1031 (Archiv. Cavense, CXVII: documenti dal fondo Materdomini). La chiesa privata di Saint-Apollinaire è citata in un atto del 1042, ripreso nel 1100, come fondazione dei conti Guido e Giovanni figli del conte Giovanni e di una certa Miranda. Nel novembre 1065, per testamento, Giovanni fratello di Guido dà quote di questa chiesa ai figli di un conte Alfano, Leone, Romualdo, Giacomo, Grimoaldo, Bérenger e Sichelgaite. Nel 1093 (Archiv. Caense, XV, 90) una quota fu offerta da Bérenger alla Santissima Trinità di Mitiliano.”. La Taviani scriveva di Leone che: “Questo conte il cui patrimonio si estende da Stabia, ai confini occidentali del principato, ad est di Salerno, è cugino da sua madre di un conte Romualdo figlio di Grimoaldo e da suo padre di un conte Leone, cognome Amalfitano, figlio di un conte Alfano.”, ovvero scriveva che, riferendosi al conte Giovanni figlio di Giovanni”, e, riferendosi al suo testamento del 1065 (noto per la sua trascrizione del 1100), scriveva chesuo padre di un conte Leone, cognome Amalfitano, figlio di un conte Alfano.”. Il conte Giovanni, figlio di un Giovanni è figlio di Leone, di cognome Amalfitano ed è cugino del conte Romualdo figlio di Grimoaldo. Il conte Giovanni è proprietario della chiesa di  Saint-Apollinaire d’Aspromonte.

Nel 972, il conte MANSONE, figlio di “RISUS” di Amalfi, figlio di Giovanni I, duca di Amalfi e anche nipote del Duca Sergio III e, sua moglie RICCIA, figlia del conte-giudice Grimoaldo

Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani (….), vol. II, a pp. 755-756 parlando di “Les alliances preferentielles entre familles comtales”, in proposito scriveva che: Due atti tardivi di cui abbiamo già parlato presentando i due conti-giudici, uno scritto nel giugno 1105 per un discendente di Grimoaldo, l’altro nel marzo 1187 per i discendenti di Sicone, hanno il pregio di farci seguire i diversi orientamenti della loro alleanze (tavole XXXV-XXXVI). Entrambi derivano da diversi atti precedenti che scandiscono le generazioni.”. Dunque, la Taviani scriveva di due atti, uno del 1105 dove si parla del conte gudice Grimoaldo e l’altro del 1187 dove si parla dei discendenti del conte-giudice Sicone. La Taviani scriveva che entrambi gli atti ci fanno capire le discendenze e le alleanze familiari. La Taviani, a p. 756 scriveva pure che: “Un altro documento privato, dedicato ad Amalfi nell’ultimo terzo dell’XI secolo, ci fornisce ulteriori informazioni su una figlia del conte-giudice Grimoaldo, Riccia, moglie di un conte Mansone figlio di ‘Risus’, nipote del duca Giovanni I (977-984); 985-1007) e nipote del duca Sergio III (1007-1028). Al momento della stipula dell’atto, Riccia è vedova. A suo nome e per conto di uno dei suoi figli, «Risus qui est ad navigandum», vende un terreno ereditato dal marito, situato lungo la riva (159).”. La Taviani-Carozzi a p. 756, nella nota (159) postillava che: (159) L’atto di compravendita fu stipulato ad Amalfi tra il 1070-1080. È noto per una tarda edizione probabilmente responsabile di una cattiva trascrizione della sua data “millesimo sesto”: GRIMALDI (F.): Annali del Regno di Napoli, 10, Napoli, 1786, p. 165-171”. La Taviani commenta un Atto di compravendita pubblicato da Francescantonio Grimaldi (….), nei suoi “Annali del Regno di Napoli”, Napoli, 1786, vol. X, p. 165-171. Inoltre, la Taviani, a p. 756 presenta la Tavola n. XXXV “Genealogie du comte-juge Grimoald”, dove si vede “Grimoald comte-juge (1030)”, padre di: Alfan, Roffrit, Riccia, “Riccia épouse de comte MANSON fils du comte RISUS fils du duc JEAN I d’AMALFI” che tradotto è: Riccia moglie del Conte MANSONE figlio del Conte RISUS figlio del Duca GIOVANNI I di AMALFI”. Dunque, la Taviani scrive che il conte Mansone era figlio del Conte “RISUS” figlio del Duca Giovanni I di Amalfi e, nipote del Duca Sergio III.  Dunque, Riccia, figlia del conte-giudice Grimoaldo era moglie del conte Mansone detto “RISUS”. La Taviani scriveva Riccia, moglie di un conte Manson figlio di ‘Risus’, nipote del duca Giovanni I (977-984); 985-1007) e nipote del duca Sergio III (1007-1028).”. Dunque, questo documento stilato ad Amalfi ci parla della moglie del conte Mansone detto “de lo Riuso” o di “RISUS”. Taviani scrive pure che il conte Mansone era “Mansone figlio di ‘Risus’, nipote del duca Giovanni I (977-984); 985-1007) e nipote del duca Sergio III (1007-1028)”, ovvero che questo conte MANSONE, sposato con RICCIA era nipote del Duca GIOVANNI I (a. 977-984 e 985-1007) e nipote pure del Duca SERGIO III (1007-1028). La Taviani scrive che Al momento della stipula dell’atto, Riccia è vedova”. Riccia, vedova del conte Mansone, stipula un atto di compravendita. La Taviani scriveva che: “A suo nome e per conto di uno dei suoi figli, «Risus qui est ad navigandum», vende un terreno ereditato dal marito, situato lungo la riva (159).”, ovvero, Riccia, vedova del conte Mansone, stipula un atto per conto di uno dei suoi figli Risus qui est ad navigandum” e, vende u terreno ereditato dal marito, situato lungo la riva. La Taviani scriveva che il conte Mansone era un nipote del Duca di Amalfi Giovanni I e del Duca di Amalfi Sergio III. La Taviani, a p. 756, nella Tav. XXXV, sotto la “RICCIA épouse comte Mansone etc…”, pone come discendenza cinque figli che sono: “RISUS, GIOVANNI, RIGALA, ALOARA, STEFANIA”. Infatti, questo figlio di Riccia e del conte Mansone, ovvero il figlio primogenito “RISUS”, dovrebbe corrispondere al Risus qui est ad navigandum” dell’Atto di compravendita stiplato dalla madre Riccia, vedova, per conto di uno dei suoi figli, che era in navigazione. Riccia vendette un terreno lascito del marito, il conte Mansone. Dunque, secondo la Taviani, “Risus” discende da “Riccia”, sposa del conte Mansone, quindi era figlio del conte Mansone di Amalfi, che era un nipote dei Duchi di Amalfi Giovanni I e Sergio III. Chi erano questi personaggi di Amalfi ?. Sullo zio del conte Mansone, Giovanni I Duca di Amalfi, dalla Treccani on-line leggiamo che GIOVANNI I, duca di Amalfi era fratello (sec. 11º) di Mansone II, titolare del ducato. Dunque, se così è stato, il conte Mansone essendo nipote di Giovanni I duca di Amalfi sarebbe stato anche nipote di Mansone II di Amalfi. Su Wikipedia leggiamo che Giovanni I (… – 1007) è stato un principe longobardo, di Salerno (981 – 983) e duca di Amalfi (1004 – 1007). Figlio di Mansone I, fu da questi associato al trono del Principato di Salerno, ma il loro governo fu molto impopolare. Padre e figlio furono spodestati da una rivolta popolare che portò al potere Giovanni II. Dunque, il conte Mansone, che aveva sposato Riccia, essendo fratello del Duca di Amalfi Giovanni I, sarebbe stato un figlio di Mansone I. Alla morte del padre, Giovanni I ereditò il ducato di Amalfi, sul quale regnò appena tre anni. Mansone II fu cacciato da Amalfi da Giovanni I, suo fratello ma, Giovanni I fu cacciato da Amalfi, nel 1039, dal principe di Salerno Guaimario IV, che restituì il Ducato di Amalfi a suo fratello Mansone II, conservandone il dominio effettivo. Giovanni I, zio del conte Mansone, che nel frattempo si era rifugiato a Bisanzio, nel 1052, fu richiamato dagli Amalfitani e governò fino al 1069, associandosi il figlio Sergio IV.  Dunque, questa famiglia deriva dal Ducato di Amalfi. Dalla Treccani on-line leggiamo che Mansone I è stato il Primo duca di Amalfi, con questo nome, era figlio del duca Sergio (I), della famiglia del Muscus comes. M. fu uno dei principali esponenti della dinastia amalfitana de Musco comite, che resse le sorti di Amalfi e del suo Ducato dal 958 sino alla conquista normanna del 1073. Poiché su questo non sono note fonti narrative contemporanee (il Chronicon Amalfitanum, iniziato verso il 1300, offre solo informazioni scarse e scorrette), poco si sa su M. e sulla dinastia. Sergio (I) subentrò alla dinastia di Manso Fusile che aveva governato Amalfi dall’898 circa e ne aveva ucciso l’ultimo esponente, Mastalo (II). Come emerge dalla datazione dei documenti amalfitani, Sergio nominò subito M. coreggente. Dello zio di Mansone, il Duca Sergio III, su wikipedia leggiamo che 1007-1026 9º Duca, Sergio V (figlio di Giovanni Petrella), (con un breve periodo di ducato col padre); nella cronostassi alternativa, il duca Sergio III, zio del duca Mansone si ha che: “1007–1028 Sergio II (III)”, che corrisponde a Sergio II di Amalfi. Dunque la cronostassi e la cronologia della discendenza di questi personaggi come Mansone ci richiamano al Ducato di Amalfi ed ai suoi legami con i principe longobardi di Salerno. Su questi personaggi e sul ducato di Amalfi, ha scritto Leopoldo Cassese (….), nel suo “Amalfi e la sua costiera – profilo storico”, dove a p. 62 e ssg. leggiamo che: “A Sergio I successe nel 966 il figliuolo Mansone I (2) sotto il quale Amalfi raggiunse il più alto grado di potenza proprio mentre Pandolfo I, il celebre Capodiferro, principe di Capua e di Benevento, sotto l’egida di Ottone I, si accinge a conquistare l’egemonia longobarda nel Mezzogiorno. Il pericolo gravissimo fu subito avvertito da Amalfi il cui duca si gettò nella mischia, la quale, dopo alterne vicende sanguinose, culminò col trionfo della politica amalfitana. L’ambizioso Mansone I, difatti, morto da poco il potente Capodiferro, diede scacco a Ottone II che si accingeva a tentare di realizzare il programma in cui non era riuscito il padre, e, dopo aver rovesciato il nuovo principe di Salerno, si insignorì della antica rivale, che, nel rinnovato vigore commerciale del momento, poté divenire il principale deposito amalfitano nei traffici d’oltremare. Ne è riprova il fatto che il più antico contratto per il commercio d’oltremare, a nostra conoscenza, fu concluso nel 973 tra amalfitani proprio a Salerno (3)…..Nonostante codeste lotte intestine, il lungo periodo di governo di Mansone segna il periodo di maggiore splendore dello stato amalfitano; etc…..Durante la quale, dopo lo scontro fra il grande Mansone ed il fratello Adelferio, che abbiamo già visto, si verificò nel 1028 la deposizione del duca Sergio III, al quale successe il figliuolo Giovanni II. Costui venne sbalzato dal seggio ducale nel 1034 dal fratellastro Mansone II che, quattro anni dopo, Giovanni II rientrato in Amalfi, scacciò dopo averlo accecato. Tutto ciò avveniva quando sul seggio principesco di Salerno sedeva Guaimario V, ambizioso, consapevole della sua potenza, abile nei maneggi politici. Nel 1038, investito da Corrado II del principato di Capua, conquistato il favore della corte bizantina, attirati a sé i Normanni di Aversa, egli si sentì tanto forte da poter tentare, dopo due secoli, l’attuazione del programma di Sicardo etc….L’occupazione di Amalfi avvenne nel 1039, e Guaimario V, scacciatone Giovanni II, che riparò nuavamente a Costantinopoli, divenne il nuovo duca, ….gli amalfitani richiamando il cieco Mansone II che rimise sul seggio la propria autorità.”.

Nel 972, Giovanni di Amalfi, figlio del Duca Mansone e, sua moglie Rigala

Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani (….), vol. II, a p. 784 parlando dei “Les gastalds”, in proposito scriveva che: “Il primo Giacinto figlio di Giovanni, ci è noto per la prima volta come ‘concors’ nel 972 di diverse terre poste nel territorio di Vietri, con gli Atranensi. Sua nipote, Rigala, figlia del fratello Arechi, è la moglie di Giovanni d’Amalfi, figlio del duca Mansone che partecipò alla congiura contro Gisulfo I e finisce per diventare temporaneamente Principe di Salerno dopo la parentesi del regno dei Principi di Benevento. Del secondo, il gastaldo Aleris figlio di Giacinto sappiamo solo che fu proprietario, fino al 993 quando lo vendette, di un appezzamento di terreno urbano in Salerno, presso la chiesa principesca di Saint-Marie che vi è acquirente.. Dunque, la Taviani ci parla del primo Giacinto, figlio di Giovanni e la nipote Rigala, figlia del fratello Arechi e moglie di Giovanni di Amalfi, figlio del duca Mansone. Di questo “Giovanni d’Amalfi”, marito di Rigala, la Taviani dice che: “Giovanni d’Amalfi, figlio del duca Mansone che partecipò alla congiura contro Gisulfo I e finisce per diventare temporaneamente Principe di Salerno dopo la parentesi del regno dei Principi di Benevento”. La Taviani, a p. 784 scriveva che “Rigala, figlia del fratello Arechi, è la moglie di Giovanni d’Amalfi”. Dunque, questa Rigala era figlia di Arechi, fratello di del primo Giacinto di Amalfi. Rigala aveva sposato Giovanni di Amalfi, figlio del duca Mansone che partecipò alla congiura contro Gisulfo I e finisce per diventare temporaneamente Principe di Salerno dopo la parentesi del regno dei Principi di Benevento.”. Ma, questa genealogia presentata dalla Taviani a p. 784 contraddice ciò che ella aveva scritto nella Tav. XXXV, a p. 756, dove haveva scritto su questa “RIGALA”, era la terza figlia di “RICCIA che sposò il conte MANSONE figlio del conte RISUS figlio del duca Giovanni I d’Amalfi” e pone come discendenza cinque figli che sono: “RISUS, GIOVANNI, RIGALA, ALOARA, STEFANIA”. Dunque, RIGALA era figlia del conte MANSONE e di RICCIA, secondo la Tav. XXXV della Taviani, mentre a p. 784, la Taviani scrive di Rigala che Rigala, figlia del fratello Arechi, è la moglie di Giovanni d’Amalfi, figlio del duca Mansone”, ovvero scrive che Rigala è la moglie di Giovanni d’Amalfi, figlio del Duca Mansone. Inoltre, la Taviani, a p. 784 riferendosi al primo Giacinto, figlio di Giovanni scrive che Sua nipote, Rigala, figlia del fratello Arechi”. Dunque, se a p. 784 Rigala era figlia di Arechi, fratello di Giacinto, a p……., Rigala era la figlia del conte Mansone. Forse la Taviani parlava di un’altra Rigala ?. 

Nel 996, Alberto, figlio del conte Lamberto di “buona memoria” di Vietri sul Mare

Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani (….), vol. II, a pp. 760-761 parlando di “Les alliances preferentielles entre familles comtales”, ci parla del “Lignaggio di Lamberto di “bona memoria”. In questo saggio la Taviani raccoglie notizie su questo personaggio di origine Spoletana che venne a stabilirsi a Vietri sul Mare. Ella scriveva che (traduzione dal francese): “Due esempi particolarmente significativi, quello del conte-giudice Grimoaldo e quello del conte-giudice Sicone, permettono di comprendere questa ricerca da parte dei conti salernitani di consanguinei la cui fortuna sia, in parte, di origine e di natura diversa da il loro. Due atti tardivi che abbiamo già citato presentando i due conti-giudici, uno scritto nel giugno 1105 per un XI secolo, esempi più numerosi testimoniano una più ampia apertura dell’aristocrazia lombarda di Salerno verso alleanze al di fuori della rete organizzata dai Longardi di Capua e Benevento. b) Permanenza e rinnovamento dell’aristocrazia salernitana durante l’XI secolo. Etc…”. La Taviani a p. 761 prosegue scrivendo che: “Un ristretto numero di casate contadine, documentate a partire dagli ultimi decenni del X secolo, ci permettono di vedere più in dettaglio come la cerchia dell’aristocrazia salernitana si sviluppò senza sostanziali rotture nonostante il cambio di dinastia. Se è possibile parlare di continuità dinastica. Tra questi, due provengono dai fratelli minori di Guaimario IV, Pandolfo e Guido. La loro fortuna è legata all’evoluzione del potere principesco dopo il 1030, e li troveremo Longobardi di Salerno. Degli altri due, solo la linea di Lamberto “di buona memoria” può essere tracciata su più generazioni. Quello del conte e referendario Pietro, fratello di Guaimario III, è meno documentato. Deve restare fedele alla tua famiglia coniugale. Testimonia anche l’integrazione di questi spoletani nella società lombarda e salernitana. Etc…”. Dunque, la Taviani scriveva che della discendenza dei consanguinei della casa principesca di Salerno Tra questi, due provengono dai fratelli minori di Guaimario IV, Pandolfo e Guido. La loro fortuna è legata all’evoluzione del potere principesco dopo il 1030, e li troveremo Longobardi di Salerno., e poi aggiunge pure che: Degli altri due, solo la linea di Lamberto “di buona memoria” può essere tracciata su più generazioni.”. Dunque, la Taviani scriveva che la linea di continuità dinastica di Pandolfo di Capaccio e di Guido di Conza e di Sorrento, entrambi fratelli del principe Guaimario IV, vi è la linea di “Lamberto detto “di buona memoria”. Chi era questo “Lamberto di buona memoria” ?. La Taviani, a p. 759, in proposito scriveva che: “Il lignaggio di Lamberto “di buona memoria”. Il primo casato comitale di origine spoletina, direttamente imparentato con i principi illustrato dalla nostra documentazione, è quello dei ricordi ossei di Lamberto (Tavola XXXVII).”. Infatti, la Taviani, a p. 759 espone la sua Tav. XXXVI della “LIGNAGE DE LAMBERT “DE BONNE MEMOIRE”.”. La Taviani ap. 758 e ssg. continua scrivendo: “Nel 996 uno dei suoi figli, fratello di Landoar (Landone), il conte Alberto, acquistò per ventiquattro soldi d’oro una chiesa dedicata a San Felice e San Nicola, situata in località Gallocanta, nel territorio di Vietri. Fu costruito per cura di un ‘faber’, Marino, il cui cognome e soprannome ‘Caballarius’ si collocano tra gli Atranensi residenti nel principato (160).”. La Taviani parlando di “Lamberto di buona memoria”, forse consanguineo del principe di Salerno, scriveva che il figlio “Alberto” (fratello di Landoar o Landone), nell’anno 996, acquistò per 24 soldi d’oro una chiesa dedicata a S. Felice e S. Nicola a Vietri in località Gallocanta. La Taviani, a p. 759, nella nota (160) postillava: (160) A.996 (CDC, III, 494, pag. 50). Questo atto riprende la ‘carta libertatis’ concessa nel 981 alla chiesa.”. La Taviani parlando della chiesa di S. Felice e S. Nicola a Vietri scriveva pure che: “La fondazione è anteriore all’evento di Giovanni II: la ‘carta liberatis’ concessa dal vescovo Giovanni risale al settembre 981. Questa chiesa è proprietà personale del conte Alberto e rimane dei suoi stessi eredi fino alla fine dell’XI secolo. Ma gli altri discendenti del conte Lamberto non gli sono estranei. Nel maggio dell’anno 1000 Aloara, figlia di un conte Madelfrit e vedova di Landoar (Landone), fece un’offerta con suo figlio Guaiferio in chiesa. Entrambi gli danno terreni acquistati da Landoar sulle colline e sui monti che sovrastano Vietri nonché le loro quote di due mulini situati nella stessa Vietri (161). Nel corso delle generazioni, il patrimonio di San Nicola de Gallocanta è stato arricchito da nuove donazioni da membri della stirpe di Alberto. Nel 1047 la chiesa ricevette da alcuni nipoti del conte e dalla loro madre Urania, figlia di un conte Ademario, poi vedovo, beni siti presso il castellum di Eboli (162)…….Nella generazione successiva nella linea discendente da Lamberto, un conte Adelberto figlio di Londoar (Landone) si ricollegò direttamente con il genere Capuano, sposando una Gaitelgrima, figlia di un conte Landolfo. Il loro figlio si chiama Landoar (168). Alla generazione di quest’ultimo, uno dei suoi cugini, Lamberto figlio di Pietro sposò una delle figlie del conte e giudice Sicone, Sichelgaite, la cui altra sorella, Gaitelgrima, era unita a un conte Alfier figlio di un conte Landoar ( 169). I Lamberti di Spoleto portano nuova linfa all’aristocrazia salernitana. Vengono rapidamente catturati dai vecchi lignaggi comitali, di pari importanza ai loro a causa del loro rapporto con i principi. Nel corso delle generazioni, diventano i consanguinei delle storie più notevoli per le loro alleanze e per i segni che segnano la loro presenza nella città di Salerno e fuori. I consanguinei di Giovanni II e dei suoi eredi al trono finiscono per includere tutta l’aristocrazia di Salerne. I rami più giovani del principe stesso rafforzano questi legami di parentela, seguendo l’esempio del lignaggio di Alberto figlio di Lamberto, loro stretto parente.”. Dunque, la Taviani ci parla di Vietri sul Mare. La sua storia fino al 1806 è stata associata a quella di Cava de’ Tirreni, di cui era frazione. Marina di Vietri, infatti, era usata dai monaci della Badia come porto commerciale per gli scambi soprattutto con le zone a Sud di Salerno, quelle della piana del Sele. Con la nostra zona del basso Cilento vi sono diverse analogie interessanti che andrebbero ulteriormente indagate. Di certo intorno all’anno 1000 tutta la nostra costa fu interessata da fondaci e proprietà di comodo ai ricchi mercanti vietresi, atranesi e Amalfitani. La zona vietrese, con l’ancoraggio di Fuenti, possedeva un porto riparato, un approdo unico nella zona, dal momento che il lido della vicina Salerno. Nella nostra zona vi era un casale chiamato “Fujenti”.

Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani, nel vol II, a p. 768 ci parla del “Lignaggio di Lamberto di “bona memoria”. In questo saggio la Taviani raccoglie notizie su questo personaggio di origine Spoletana che venne a stabilirsi a Vietri sul Mare. Ella scriveva che (traduzione dal francese) che: La consanguineità che unisce tra loro i ‘proceres’ o nobili moltiplica nello stesso tempo i rapporti del principe. I cognomi più noti dei Conti furono portati intorno alla metà dell’XI secolo dai genitori di Guaimario IV e da quelli di Gisulfo II. Una donazione a Montecassino fatta nel 1040 da Guaimario IV ha come “rogatari” due “parenti” del principe, il conte Maione figlio del conte Pandone e il conte del palazzo Grimoaldo figlio del conte del palazzo Madelme (186). Etc…. La Taviani-Carozzi, a p. 768, nella nota (186) postillava: “(186) Registrum Petri Diaconi…., cit., f° 158 (r°-v°), 159 (r°), et ‘Aula’, III, caps. XII, Cass. I, 13.”. Dunque, della donazione del 1040 a Montecassino ho parlato innanzi. La Taviani si riferiva a “il conte Maione figlio del conte Pandone e il conte del palazzo Grimoaldo figlio del conte del palazzo Madelme (186)”, dunque, al “conte Maione figlio del conte Pandone” e pure al conte di Palazzo “Grimoaldo, figlio del conte di Palazzo Madelme”. Chi erano questi due personaggi ?. La Taviani, a p. 768 ci parla del “Lignaggio di Lamberto di “bona memoria” e scriveva che: I loro cognomi suggeriscono una parentela con le consorti di Santa-Maria ‘de Alimundo’ e da lì, forse, con la stirpe del conte Daufierio. Tra il 1053 e il 1058, incontriamo nella parentela di Gisulfo II i conti Guaifiero e Lamberto, in Alberto, figlio di un conte Alfiero (187). Etc…. La Taviani, a p. 768, nella nota (187) postillava che: (187) A. 1053: precetto di Gisulfo II noto da una trascrizione fatta nel 1335 (Arch. Archiv. Registro I, p. 609-614). Sembra autentico nella sua formulazione nonostante l’errore del copista sul nome della madre di Gisulfo II, citata come rogatrice; anno 1058 (CDC, VIII, 1266, p. 59): contratto agrario stipulato dai due fratelli con due coloni per un terreno sito nelle località denominate Balnearia e Santa-Lucia nel territorio di Mitiliano. Un conte Landone figlio del conte Guido fa da garante per i conti Guaiferio e Lamberto.”. Dunque, oltre al “rogatario Maione, parente del principe Guaimario IV vi era anche l’altro “rogatario” della sua donazione “…e il conte del palazzo Grimoaldo figlio del conte del palazzo Madelme (186)”. Chi era questo parente del principe Guaimario IV, chiamato “Grimoaldo”, conte del palazzo “Madelme” ?. Ricordiamoci che il castello di Licusati è chiamato “castel Madelmo”.

Nel ……., il conte o visconte Mansone detto “De lo Riuso” (o di “Orriuso” o dell’Orrisio o  di “Arriuso” = forse Roccagloriosa ?), detto pure “bona memoria”, padre di Gisulfo, a sua volta padre di Guido e Alessandro

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 440 parlando del casale di “Acquavella”, in proposito scriveva che: “Da un altro documento cavense (15) di Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riufo” del 1114, che conferma la donazione fatta all’Abbazia dal padre, è notizia che il conte, insieme ad altri beni di sua proprietà nel distretto di Cilento, aveva donato al monastero anche quel che possedeva ad Acquavella (“in acquabella”)(16).”. Secondo l’Ebner, in un documento del 1114, si evince che Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riufo”, ovvero si evince che Mansone detto “de lo riuso” era il padre di questo Gisulfo che, nel 1114 confermò le precedenti donazioni del padre, il conte Mansone. Ebner, a p. 440, nella nota (15) postillava che: “(15) I, ABC, XIX 97, gennaio a. 1114, VI (petrus presbiter et notorius nostro). Il documento è contrassegnato anche da Lando, presbitero e abate del cenobio di S. Giorgio ‘constructum est in loco cilento, illa parte fluminis quod duo flumina dicitur.”. Ebner ci da notizia di un documento cavense del 1114 in cui si parla del conte Mansone e delle sue donazioni fatte a Cava. Ebner scrive donazioni fatte dal “conte Mansone, detto “de lo Riufo”. Ebner, forse sulla scorta del Guillaume (….) scriveva che “Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riuso”” aveva donato nel 1114, confermò la donazione del padre, il conte Mansone, detto “de lo riuso” fatta all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Dunque, in questo documento del 1114, dove “Gisulfo” conferma le precedenti donazioni fatte dal padre, il conte Mansone, detto “de lo riufo”. Vedremo come anche in altri documenti, questo conte “Mansone” era detto “de lo Riufo” o “de lo Riuso”.  Del termine o toponimo “de lo Riuso” parlerò in seguito ma io credo si tratti di un toponimo, un appellativo che stava ad indicare la provenienza del visconte Manso o Mansone. Ebner scriveva che nel documento del 1114 “….è notizia che il conte, insieme ad altri beni di sua proprietà nel distretto di Cilento, aveva donato al monastero anche quel che possedeva ad Acquavella (“in acquabella”)(16).”. Ebner, a p. 440, nella nota (16) postillava che: “(16) Il conte Mansone, ‘postmodo monachus fuit, da morto venne tumulato nel cimitero della Badia”. Ebner postillava che nel documento Cavense del 1114, oltre alla conferma della donazione, fatta da Gisulfo, vi era anche notizia che il conte “Mansone”, insieme ad altri beni di sua proprietà nel distretto di Cilento, aveva donato al monastero anche quel che possedeva ad Acquavella (“in acquabella”). Ebner postillava che secondo l’antico documento il conte Mansone si fece monaco e fu tumulato nel cimitero dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni a Cava, dove aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita. Ma questo non era il figlio Gisulfo ?. La notizia di Ebner tratta dal Guillaume e dal Ventimiglia è interessante perchè ci parla del conte Mansone, detto “de lo riufo””. Come si evince, il conte Mansone era padre di “Gisulfo” che confermerà la donazione a Cava e di cui parlerò più avanti. Pietro Ebner ci parla di questo conte Mansone e, riferendosi ad un altro documento, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 394, nella nota (56) postillava che: (56) L’abate Rodolfo scrive (ms. 61, f 30) che Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto ‘da lo Riufo’, donò all’abbate Pietro la quarta parte dei suoi beni siti in Acquavella, Licosa, Tresino e Stagno e la quarta parte dei monasteri di S. Giorgio ‘ad duo flumina’ e di S. Zaccaria de Lauris.”. La notizia di “Rodolfo”, Abate della SS. Trinità della Cava, scriveva in un suo manoscritto che l’abate Pietro da Salerno o Pappacarbone ricevette delle donazioni da Gisulfo, figlio del conte Mansone detto “de lo riufo”. I beni donati dal figlio, da Gisufo, erano appartenuti al conte Mansone. Chi era il conte Mansone ?. Paul Guillaume (….), nel suo “L’Abbazia di Cava – saggio storico – Da documenti inediti”, (vedi il testo a cura della Ruocco), a p. 26, parlando di “S. Pietro Pappacarbone” a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Tra la moltitudine di religiosi che vivevano a Cava al tempo dell’Abate Pietro I, molti hanno il loro posto di spicco nella storia religiosa, politica etc…La lista sarà molto incompleta etc…, ….Gisulfo, figlio del conte Mansone da ‘lo Riuso’, detto ‘di buona memoria’, etc…”. Il Guillaume, a p. 57, nella nota (9) postillava che: “(9) Ex discipulis vero suis (Petri videlicet) qui ad nostram notitiam pervenere, prae ceteris notaru dignus est Gisulfus, sive Gifulsus, filius bonae memoriae Mansonis Comitis, qui dictus est ‘De lo Rufo’, qui, ut reperimus, ante annum Domini MXCIII in ipso fuit Cavensi Monasterio tumulatus. Hic una cum patre, id quod frater eius Landulfus nomine confirmavit, (obtulerunt) omnium bonorum suorum quartam partem, quae ad ipsum Mansonem Comitem pertinebat, in Acquabella, Licosa, Terresino et Stayno, tam in montibus quam in planiciae; quartam quoque partem Monasterium S. Georgij ad duo flumina et S. Zacharia de leuris, in Lucaniae finibus, bonorumque omnium ad ea spectantium”. RODUL., Historia., Ms. 61, p. 30; cfr. VENER., Dict., Ms., t IV., p. 73; UGHELLI, VII, 375.”. Dunque, il chronista “Rodulfo” scriveva che: “Gisulfo, figlio del conte Mansone da ‘lo Riuso’, detto ‘di buona memoria’, che innanzitutto fece grandi donazioni al monastero di Cava etc…(9)”. Il Guillaume, a p. 59, in proposito scriveva che: “alle ‘Cronache’ di Rodulfo” e, a p. 29, sempre su “Rodulfo”, in proposito scriveva che: “….secondo una testimonianza dello storico Rodulfo, (14) etc..”. Il Guillaume, a p. 29, nella nota (14) postillava che: “(14) ‘Vita de S.P. Cav., Ms., 61 etc..; Hist., Ms. 61 etc…”. Il testo di Rodulfo, scritto in latino dovrebbe essere il seguente: Dei suoi discepoli (di Petri, cioè) che ci sono venuti a conoscenza, Gisulfus, o Gifulsus, figlio del ben ricordato conte di Mansone, detto ‘De lo Rufus’, il quale, come troviamo, prima l’anno del Signore MXCIII, è degno di nota sopra il resto fu sepolto nel Monastero dei Cavensi.”. Gisulfo era detto “de lo Riuso”. L’Abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra etc…”, vol. VII, parlando dei “Salernitani Archiepiscopi”, a p. 375, in proposito scriveva che: “D. Gisolfus filius Mansonis comitis de Orriuso, fuit Monachus Cavensis, cui Sanctus Petrus Abbas S. Religionis habitum tradidit ante ann. domini 1093.” che tradotto dovrebbe significare che: “D. Gisolfus, figlio di Mansone, conte di Orriuso, era un monaco di Cavense, al quale san Pietro, abate della S. Religione, consegnò l’abito prima dell’anno signore 1093″. L‘Ughelli scriveva che in precedenza il monaco “Gisulfo” era figlio di Mansone, conte di Orriuso”. Dunque, il conte Mansone , per l’Ughelli era “conte di Orriuso”. L’Ughelli però a differenza dell’abate Rodolfo (….), lo chiama “Mansone, conte di Orriuso”. “Orriuso” doveva essere un borgo o un casale sede del probabile feudo normanno di Gisulfo, nel 1093 e forse pure prima e, molto tempo prima, intorno all’anno 1000 con il conte Mansone. L’Abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra etc…”, vol. VII, parlando dei “Salernitani Archiepiscopi”, a p. 375, in proposito scriveva che: “D. Gisolfus filius Mansonis comitis de Orriuso, etc…” che tradotto dovrebbe significare che: “D. Gisolfus, figlio di Mansone, conte di Orriuso, etc…. L‘Ughelli scriveva che in precedenza il monaco “Gisulfo” era figlio di Mansone, conte di Orriuso”. Dunque, il conte Mansone , per l’Ughelli era “conte di Orriuso”. L’Ughelli però a differenza dell’abate Rodolfo (….), lo chiama “Mansone, conte di Orriuso”. “Orriuso” doveva essere un borgo o un casale sede del probabile feudo normanno di Gisulfo, nel 1093 e forse pure prima e, molto tempo prima, intorno all’anno 1000 con il conte Mansone. Il documento citato da Ebner è del 1114 e ci parla di Gisulfo (figlio di Glorioso) ed indirettamente accenna al conte Mansone suo zio. Mi chiedo quale fosse il periodo in cui il padre di Gisulfo, il conte Mansone avesse donato i suoi beni o parte di essi all’Abbazia della SS. Trinità della Cava ?. Non mi pare che vi siano documenti cavensi che parlassero direttamente di donazioni di Mansone. A quale periodo storico può collocarsi la figura di Mansone ?. Paul Guillaume (….), nel suo “Saggio storico sull’Abbazia di Cava etc…”, dove a pp. 80-81 (vedi versione a cura della Ruocco), a p. 81, nella nota (87) postillava che: “(87) Vd. i 197 diplomi degli anni 1079-1122 (Arch. Mag. Lett. A, B, C, D, E, F); cf. De Blasi, Chroni., passim., e, in Appendice, la lettera B.”. Salvatore Maria Di Blasi (….), riordinò l’Archivio dell’Abbazia di Cava de’ Tirreni. Nel Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. Ebner, nel vol. I, a p. 440 parlando del casale di “Acquavella” e riportando la notizia del documento cavense del 1114, si riferiva alla zona dove oggi si trova l’attuale casale di Casalvelino. La Visentin, sia parlando del monastero di S. Zaccaria de Lauro che quello di S. Giorgio (“Sancti Giorgi de Lucania o Massanova”, a p. 150), a p. 147, in proposito scriveva che: “La prima attestazione dell’esistenza di un monastero intitolato a San Zaccaria (645), situato nei pressi dell’attuale centro di Casal Velino (646) etc…”. Dunque, sia Ebner che la Visentin si riferiscono agli stessi monasteri posti più o meno nella stessa zona. Le parole della Visentin contengono delle evidenti contraddizioni con quanto scrisse Ebner.

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 440 parlando del casale di “Acquavella”, in proposito scriveva che: “Da un altro documento cavense (15) di Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riufo” del 1114 etc…”, mentre Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a p. 149 parlando del monastero o cenobio di S. Zaccaria a li Lauri, in proposito scriveva che: La chiesa con il monastero sono, dunque, da tempo proprietà di una famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda, le cui quote-parte vengono incamerate progressivamente dal patrimonio cavense. Nel gennaio del 1114 Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, confermano alla Trinità le loro porzioni, insieme alla quarta parte del monastero di San Giorgio, ‘ubi ad duo flumina dicitur’, con tutto ciò che esso appartiene (656). Etc…”. La Visentin, a p. 149, nella nota (656) postillava che: “(656) AC, XIX 97”. Dunque, riguardo il monastero di S. Angelo a Tresino, la Visentin scrive che “Nel gennaio del 1114 Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, confermano alla Trinità etc…”. Evidentemente, nel 1114 Gisulfo era già defunto a Cava. Credo che vi sia un’evidente contraddizione nelle parole della Visentin rispetto a quanto avesse scritto Ebner. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a p. 153 parlando del monastero o cenobio di S. Giorgio “de Lucania”, in proposito scriveva che: “Nel gennaio del 1114 il cammino di acquisizione del monastero conta la conferma importante dei fratelli Landolfo, Guidone e Alessandro, ‘filii quondam Gisufi, qui postea monachus fuit’, sepolto nell’abbazia della SS. Trinità, i quali confermano a Cava le donazioni fatte dal loro avo Mansone, ‘una cum predicto’ Gisulfo, consistenti nella quarta parte del monastero di San Giorgio e nella quarta parte del monastero di San Zaccaria ‘de li Lauri’, accompagnate dai beni che Mansone possedeva ‘in locis Acquabella, Licosa, Tirrisino et Staino’ (673). Trascorsi soltanto due anni, nell’agosto del 1116, il duca Guglielmo torna a confermare alla grande abbazia cavense la proprietà del monastero di San Giorgio con i beni Cilentani, ricordando anche i documenti precedentemente emessi dal conte Mansone e dai figli Gisulfo e Landolfo, come da Guido e Alessandro, figli di Gisulfo (674). A questo stesso periodo si riferisce la donazione della quota-parte  di ‘Rogeius, senior castelli Sancti Severini e filius quondam Turgisii’, che conferma alla Trinità un quarto del monastero di San Giorgio, appartenuto al conte Mansone, etc…”. La Visentin, a p. 153, nella nota (673) postillava che: “(673) AC, XIX 97 e cfr. anche Venereo, Dict., vol. II, pp. 229”. La Visentin a p. 153, nella nota (674) postillava che: “(674) AC, E 50: Guglielmo conferma, inoltre, la metà delle sostanze che era stata donata da Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis.”.

Secondo la Visentin, che trae queste notizie dai documenti cavensi, la famiglia di Mansone, di Leone, di Glorioso, di Gisulfo, di Guido e Alessandro e di Landulfo era una famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda”. La Visentin scrive che Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo”, che “Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis'” ovvero che Landolfo era figlio dell’ex conte Leone, che ‘‘Gloriosus, filius quondam Paldulfi comitis, filii bone memorie Mansonis comitis’, con sua moglie Ermelina”, ovvero che Glorioso era figlio del defunto Pandolfo di Capaccio (?), figlio del conte Mansone detto “bona memoria”. Glorioso era marito di Ermelina e padre di Gisulfo, a sua volta padre di Guido e Alessandro. La Visentin scrive pure che  il conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo, e da suo figlio Gisulfo”. Questo mi pare essere il passaggio interessante che arriverebbe a chiarire chi fosse Mansone e quale legame di parentela avesse per esempio con Glorioso. In questo passaggio, la Visentin scriveva che: Gloriosus, filius quondam Paldulfi comitis, filii bone memorie Mansonis comitis”, ovvero che “Glorioso, figlio del defunto conte Pandolfo figlio del ben ricordato conte Mansone.”. Dunque, secondo l’antico documento del 1093 (di Glorioso), citato dalla Visentin, il conte “Glorioso” era figlio di “Pandolfo” e questo pandolfo era figlio di Mansone. Dunque, in questo passaggio la Visentin scriveva che Mansone era il padre del conte Pandolfo. Ma, la Visentin, nel passaggio successivo scriveva che Mansone era fratello del conte Pandolfo. Infatti, a p. 149 scriveva pure che: “Nell’agosto del 1109 lo stesso ‘Gloriosus, in cambio di 300 tarì, riconosce alla Trinità terre ‘in locis Licosa, Tirrisino et Staino, ad essa donati dal conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo, e da suo figlio Gisulfo (654), etc…”. In questo passaggio la Visentin scriveva che donati dal conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo”. Dunque, Pandolfo e Mansone erano fratelli ?. La Visentin scrive che Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo”, che “Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis'” ovvero che Landolfo era figlio dell’ex conte Leone, che ‘‘Gloriosus, filius quondam Paldulfi comitis, filii bone memorie Mansonis comitis’, con sua moglie Ermelina”, ovvero che Glorioso era figlio del defunto Pandolfo di Capaccio (?), figlio del conte Mansone detto “bona memoria”. Glorioso era marito di Ermelina e padre di Gisulfo, a sua volta padre di Guido e Alessandro. La Visentin, a p. 149, nella nota (657) postillava che: “(657) AC, E 50: Guglielmo conferma, inoltre, la metà delle sostanze che era stata donata da Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis’.”. Dunque, secondo la Visentin, che trae queste notizie dai documenti cavensi, la famiglia di Mansone, di Leone, di Glorioso, di Gisulfo, di Guido e Alessandro e di Landulfo era una famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda”. La Visentin scrive pure che  il conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo, etc…”. Piero Cantalupo, nel suo schema sulla “Signoria di Capaccio”, a p. 134 riporta che: “Pandolfo conte di Capaccio (1034 ? – 1052).”. Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a p. 51 parlando del monastero di San Giorgio, in proposito scriveva che: “Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte le avevano costoro donate al Monastero della Cava in cui favore confermò ancora il Duca tutto ciò che il sudetto Mansone possedeva ‘in ipso Cilento ubi Acquavella dicitur, et Licosa, et in Terresino, et in Staino (a). Etc…”. Il Ventimiglia, a p. 51, nella nota (a) postillava che: “(a) Arm. I. G. N. 52”.

Ventimiglia, p. 51

Dunque, il Ventimiglia, in proposito scriveva che: “Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”, ovvero che le porzioni di proprietà poi confermate nel 1116 da Guglielmo I duca di Puglia, erano appartenute a “Mansone di Orriuso” e che da lui pervennero a Landolfo (forse suo fratello) ed a Gisulfo, suo figliolo e da Gisulfo pervennero a Guidone e ad Alessandro. Scrive pure che Alessandro era figlio del Conte Leone. Il Ventimiglia scrive che il diploma del 1116 fu pubblicato dal Di Meo. Anche in questo caso vediamo che vi sono notizie contrastanti. Il Ventimiglia scrive che le proprietà di Mansone andarono a Landolfo e da questi al figlio Gisulfo, e da questi ai suoi figli Guidone e Alessandro. Ma Gisulfo non era un figlio di Landolfo ma figlio di Glorioso. Inoltre, se fosse questa la genealogia, essa non dovrebbe essere quella del conte Pandolfo di Capaccio. Dunque, esiste un “Gisulfo” figlio di Landolfo ?. Gisulfo era un figlio di Landolfo ?.

Il Ventimiglia (….), a p. 51 citava Alessandro Di Meo (…), a p. 51 scriveva che: Il P. di Meo nel riferire questo Diploma lo confuse orribilmente, siccome tra il fin qui detto, ed il riportato da lui sarà agevole di farne confronto (b).”. Infatti, Alessandro Di Meo (…) che, nel suo “Annali etc…”, vol. IX, a pp. 221-222, in proposito scriveva che: “7. Nell’Archivio della Cava si ha un Diploma del Duca Guglielmo, che conferma all’Abbate S. Pietro la quarta parte del Monistero di S. Giorgio, e due fiumi nel Cilento; la 4. del Monistero di S. Zaccheria in Lauri del Cilento, ch’era stata di Mansone dell’Orrisio, ch’ebbe figli ‘Gisolfo’, e ‘Landolfo’. Gisolfo, e Mansone la donarono alla Cava, e Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo, la confermarono, e la Carta fu ancora firmata da ‘Landolfo’, ed ‘Alessandro’: gli conferma ancora quanto spetta ad esso Mansone in ‘Acquabella’ nel Cilento, in Licosa, Terresino, e Staino, che tutto fu donato da essi ‘Mansone’, e ‘Gisolfo’, e confermato da Landolfo, Guido ed Alessandro. Di più gli conferma metà degli de’ Monisteri di S. Giorgio, e di S. Zaccheria, che fu di Landolfo figlio di Leone Conte, e quanto ad esso Landolfo spettò ne’ detti luoghi. Fu scritto da Giovanni Notaio del Duca, e firmato da ‘Guglielmo’ figlio (spurio) del Duca Ruggieri, e da Roberto di Evoli: ‘Datum Salerni a. D. Inc. MCXVI. Ducatus etc..”.

Di Meo, IX, p. 221

Dunque, il Di Meo (…), parlando del diploma di Guglielmo Duca di Puglia, del 1116 rilasciato a Pietro da Salerno Abbate della SS. Trinità della Cava scriveva che, Mansone dell’Orrisio, ch’ebbe figli ‘Gisolfo e Landolfo”, dunque il conte “Mansone” detto dell’Orrisio e “Gisolfo” e “Landolfo” erano suoi figli (Gisulfo non era figlio di Glorioso come risulta da altri documenti). Dunque, Gisulfo e Landolfo, risultando figli del conte Mansone dell’Orriuso sarebbero stati fratelli. Secondo il Di Meo, Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo”, Gisulfo, figlio di Mansone era il padre di Guido e Alessandro. La geneaologia proposta dal Di Meo mi sembra molto vicina a quella che ne scaturisce dalla disamina delle poche notizie che ritroviamo sul monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. La genealogia proposta dal Di Meo mi sembra abbastanza vicina a quella che ci propone il Ventimiglia che scriveva che: “Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”. Troviamo però delle evidenti contraddizioni nei testi e forse pure nei documenti stessi. Per esempio, il Ventimiglia scriveva che: “Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo”, ma scriveva pure che: “Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”. Dunque, secondo il Ventimiglia, nella disamina del documento risulta che Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”, Alessandro era un figlio del Conte Leone. Infatti, il Di Meo scriveva pure che “Landolfo figlio di Leone Conte”. Il Di Meo prima scrive che Landolfo e Gisulfo erano figli di Mansone e, poi scrive pure che “Landolfo” era figlio del Conte Leone.

“De lo Riufo” o “de lo Riuso”, forse “Arriuso”, toponimo indicato sulla bolla di Alfano I, forse Roccagloriosa

L’Ughelli però a differenza dell’abate Rodolfo (….), lo chiama “Mansone, conte di Orriuso”. “Orriuso” doveva essere un borgo o un casale sede del probabile feudo normanno di Gisulfo, nel 1093 e forse pure prima e, molto tempo prima, intorno all’anno 1000 con il conte Mansone. Sappiamo del conte Mansone che nel 1130 fa testamento a Roccagloriosa. Mi chiedo se la notizia potrebbe confermare un toponimo quale “Arriuso” corrispondente all’attuale Roccagloriosa ?. Dunque, “Orriuso” che corrisponde al toponimo “Arriuso” dovrebbe corrispondere al casale di Roccaglriosa. Sappiamo che Roccagloriosa in epoca normanna era detta “Arce Gloriosa”. Il conte Mansone, conte di “Orriuso” oppure potrebbe essere “Arriuso” ? Con il termine Arriuso era detto il casale di “Torre Orsaia”. Riguardo il termine “Arriuso” posso dire che esso compare nella “bolla di Alfano I” fra i centri della ricostruita sede vescovile di Policastro data proprio a Pietro da Salerno, nel 1079.  Infatti, il vescovo di Policastro, Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nel suo “Paleocastren Dioeceseos Synopsis etc…” (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), a p. 13, in proposito scriveva che: “…quae modo Paleocastren dicitur: Castellum quod diitur de Mandelmo, Camarote, Arriuso, Caselle etc…”. Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71, nel Laudisio (…) la traduzione della ‘Bolla di Alfano I’ si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella, Torraca, etc…”. A quale centro corrispondeva il toponimo di “Arriuso” ?. Biagio Moliterni (….), nel suo recente studio, ‘Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro’, edito nel 2013, a p. 17, in proposito scriveva che: “Un altro punto non del tutto chiaro della lettera di Alfano I riguarda l’ambito territoriale entro cui era circoscritta la diocesi di Policastro. Rimangono infatti di incerta determinazione alcune delle località ad essa aggregate, i cui toponimi sono oggi scomparsi: “medium castrum” (36), il “castellum quod dicitur de Mandelmo” (37), “Arriusu” (38), “Sanctum Athanasium” (39) e “Trolotinum” (40). Etc…”. Di sicuro si può affermare che si tratta di un toponimo di un casale posto nell’entroterra del Golfo di Policastro e, posto tra i centri di Camerota e di Caselle in Pittari e dunque potrebbe trattarsi proprio di Roccagloriosa o di Torre Orsaia dove, come vedremo vi è testimonianza della presenza del conte Mansone. Il Moliterni, a p. 17, nella sua nota (….), postillava che: “(38) Arriapu in a, Ariosa in b, Arriuso in l e Arriusu in v. L. Tancredi, Sapri giovane e Antica, Villa San Giovanni, 1985, p. 333, identificò la località con Ariuso di Camerota”. Il sacerdote Luigi Tancredi, nel suo libro su Sapri, nell’Appendice III, nei “Nomi latini delle località costituenti la Diocesi di Policastro nel 1079” a p. 333, in proposito scriveva che: “Arriuso…….(Ariuso) di Camerota”. riuso di Camerota, forse Lentiscosa, visto che Castellum de Mandelmo corrisponde a Licusati ?. Riguardo questo piccolo borgo medievale ha scritto il sacerdote Luigi Tancredi (…), nel suo “Sapri giovane e antica”, dove, a p. 332, in una cartina che illustrava i centri elencati nella “Bolla di Alfano I” poneva “Arriuso”, sotto il “Castellum de Mandelmo di Licusati”, non molto distante da esso e in direzione della fascia costiera che, guardando l’immagine satellitale non corrisponde a nessun casale. Il piccolo borgo di “Arriuso” non figura nella “Carta del Cilento” di cui ho parlato in un altro mio saggio. Riguardo al toponimo citato da Ebner, ovvero conte Mansone, detto ‘da lo Riuso'” è interessante ciò che ha scritto Angelo Di Mauro (…), nel suo “I sette sentieri della memoria”, dove, a p. 590, in proposito scriveva che: “Capo di Suso, la parte più alta del borgo, sotto lo sperone di roccia dove c’era una torre di avvistamento (Buonomo); et. odon.”. Il Di Mauro si riferiva a Emilio Bonomo (….), “San Severino di Centola”, Acciaroli, cpcc, 1998. Il Di Mauro, fa una disamina del toponimo “Arriuso” perchè esso figura nell’elenco delle trenta parrocchie della “bolla di Alfano I” del 1079. Il Di Mauro, a p. 242, in proposito scriveva che: “Ariosi o I-‘RIOSI o ‘E-‘RIOSE, a Cam., Arriuso nel 1079 (v. Il paese’ chiamato Ariosi….’ in Il sentiero dei pastori…), Le Riyose o Le Riose, nel 1529-1536-1562 in ASS notar Trencia, e fs 26, lib. III, pag. 2, fs 27, lib. V pag. 236 e lib. VI pag. 227, o A Li Riose con cerreto nel 1577 in ASS notar G. Greco di Cam. fs 30 pag. 214; seu Gradota nel 1693; Riosi in ASC 1693 SS. Rosario, 3t-4,quando vi possiede un territorio la Cappella del Rosario; nel 1764 in C.O. Cam. fs 4410 pagg. 180-509; alle Lanze e Politano nel 1754 in C.O. fs 4408; o RIOSI nel 1754 etc….Noce alias Ariosi in CPC 1819, 340: 6 e/f – mc 6 A), 394 slm, sito a ovest di Vallina San Pietro; la zona è raggiungibile da San Vito; dopo il ponte sul Vallone delle Fornaci prendere lo sterrato a destra, etc….v. Monte Ariosi nel Cilento (G. Volpe 61), l’omonimo palazzo a Marina, i Piani di Mariosa di Rocc. e Monte Arioso in Basil. (Racioppi II, 486).”. Sempre il Di Mauro (….), nel capitolo “La via dei Castelli e delle Pievi”, il saggio “Il ‘paese’ chiamato Ariosi ed il vicus Petrocella nella Lettera di Alfano I del 1079.”, in proposito a pp. 123-124 scriveva che: “C’è in montagna una zona a sud di S. Andrea di Licusati, detta Ariosi, che un tempo in parte apparteneva alla fam. Di Mauro. Era coperta di querce centenarie e tra queste c’è una grotta immensa, che scende a picco per moltissimi metri. La grotta è chiamata ‘Afaro ré Mauro’ (da non confondere con gli omonimi antri della Tempa di Mauro). Vincenzo Ruocco narra che dentro vi sono scesi gli speleologi, ma ad un certo punto hanno dovuto desistere perchè la cavità era senza fondo. La località è chiamata ‘Riosi o ‘I ‘Riosi e la gente dice che proprio là c’era un ‘paese’. Oggi si possono vedere due casolari ed un piccolo rudere, alcuni mucchi di pietre simili a tombe e qualche muretto con intonaco. Forse c’era una cappella o una chiesetta con romitaggio basiliano che faceva da centro di direzione dell’azienda agricolo-pastorale, ma non se ne ha notizia, né traccia. Il nucleo di case che doveva essere molto antico, forse medievale, come altri segni sembrano suggerire, come la moneta con l’iscrizione ‘Agamennon’, trovata nella vicina località Santi Quaranta. V. Villano mi assicura che la loc. nel 1940 era abitata da due coloni che coltivavano tutta la terra a partire dalla Casa di Biasuccio Salerno fin su ad Ariosi; ancora nel 1980 etc…Don Giuseppe Cataldo, nell’Archivio vescovile di Policastro, l’annovera tra le parrocchie della diocesi interpretando un toponimo della trascrizione settecentesca della lettera di Alfano I del 1079. ‘Hugo Venusinus’ riporta la nomina del vescovo Pietro Pappacarbone al 1069-1070. Il documento sarebbe tratto dal ‘Liber qui dicitur Aureus’ dell”Archivium Mensae Episcopalis Salernitanae’. Il bibliotecario di Policastro in un inedito scrive che si tratta di ‘Ariuso’ o ‘Arriuso’ confermando la vecchia lettura fatta dal vescovo Nicola Laudisio…….Egli non trovando altri toponimi simil nelle diocesi ritiene che potrebbe identificarsi con ‘Riosi’, il ‘paese’ di Ariosi di cui parlano gli anziani di licusati (Laudisio 71 e Cataldo 1973, 128 e 2001, 4-5)”. Infatti, mons. Laudisio (….), nella sua “Sinossi” (vedi a cura del Visconti), a p. 71, in proposito scriveva che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di codesta diocesi. Essa comprende le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villagio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino la fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, tutte queste località: Il Castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pittari, Tortorella etc…”. Il Di Mauro, a p. 124 continuando sulla lettera pastorale di Alfano scriveva che: “Una è del ‘clerico Joannem’ e parla di Ariosa, mentre quella del ‘Clericus Mattheus sacerdote salernitano’, cancelliere episcopale, del 1737, autenticata nel 1745, parla di ‘Arriape’ o ‘Arriapu’ ettc……I due documenti partono dal Mingardo col ‘Castellum quod dicitur de Mandelmo’ (il Castelluccio) e procedono verso est con quello di Camerota, Arriape/u e Caselle (in Pittari). Altri castelli nel territorio di Camerota alla fine del 1100 non ce ne sono, a meno che la bolla non voglia riferirsi a qualche opera di difesa, della quale si sono perse tracce e memoria. Potrebbe quindi per esclusione trattattarsi di un luogo fortificato tra Camerota e Caselle in Pittari, (che nell’elenco segue il nostro misterioso topon.), che potrebbe essere identificato con il castello di Roccagloriosa che procedendo verso est sta nel mezzo. Infatti, il documento, trascritto nel ‘700, nella premessa dell’elenco parla anche di un castello di mezzo, che una nota a margine identifica con Roccagloriosa, ‘costruito sul monte chiamato Tuofilo, situato sul lato orientale fino al torrente Chimesi’, territorio che non viene citato nell’elenco, lì dove dovrrebbe essere, cioè tra Camerota e Caselle, proprio dove è indicato ‘Arriape’. Il Laudisio parla esplicitamente del monte Tufolo. L’indagine sul catasto Onciario di Roccagloriosa rafforza l’ipotesi etc…Nulla aggiunge alla risoluzione dell’enigma la recente disamina del Galiano, che nell’elencare le località non segue l’ordine degli amanuensi e del Laudisio ma pone ‘Arriuso’ addirittura dopo Torraca, (Galiano 23). Pasquale Natella ritiene invece che non possa escludersi che si tratti di Ariosi di Camerota in quanto, anche in assenza di ruderi di difesa, il luogo costituiva una comunità che poteva essere distinta dai luoghi vicini di Castelluccio e Camerota. Monte Ariosi vicino Brianza è troppo distante e fuori diocesi.. Il Di Mauro si riferisce al testo di Carlo Galiano (….), e del suo “La storia della diocesi di Policastro e la sua “Sinossi” del Laudisio” in Archivio Storico per le Province Napoletane – Napoli, Soc. Napoletana di Storia Patria, 2004.

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(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)

Nel 1014, Manso o Mansone, ‘gastaldo’ ai tempi di Guaimario IV

Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Il gastaldo Mansone non era la prima volta, nell’aprile 1014, ad essere investito nelle funzioni giurisdizionali nel distretto della Lucania. Aveva già da un decennio iniziato la sua carriera di pubblico ufficiale, continuando una tradizione antica della sua famiglia.”. Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno” parlando della divisione del territorio in epoca longobarda e dei “gastaldi”, a p. 16, nella sua nota (32) egli postillava che: “Naturalmente nei territori alle dirette dipendenze del “sacro palatio” erano funzionari che si avvicendavano secondo momenti di necessità. Della limitazione all’Alento dell’antico gastaldo di Lucania è notizia dai documenti cavensi. v., ad esempio, nel diploma di Gisulfo I il vocabolo ‘duo flumina’ che nel 950 è ubicato “acto lucaniano” e nel giugno 1047 (CDC, VII, p. 41 sgg.) “in finibus lucanie”. Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner, a p. 16, postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Questo personaggio chiamato Mansone, è un “vice-comes” o visconte normanno che appare anche in un documento del 1014 e che già da oltre dieci anni prima aveva iniziato la sua carriera amministrativa presso la corte del Duca Roberto il Guiscardo. Ma a quale documento si riferiva Ebner (….), quando a p. 16 postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner cita il “Codice Diplomaticus Cavensis” e dice che si tratta del vol. VII, doc. 3, pp. 122 e p. 128.  Notizia interessantissima questa del “gastaldo” Mansone nell’anno 1014, che risulta dal “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. VII, 3, pp. 122 e 128. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Anche un altro, importante monastero sui pendii della Stella, quello di S. Michele Arcangelo – che era stato oggetto della nota donazione di terreni fin dall’a. 963,…….Le stesse note toponomastiche e amministrative, e riguardanti lo stesso monastero (“in lucaniense finibus” ecc….) si leggeranno in un patto agrario di pastinato, stipulato su ordine del gastaldo Mansone, “per largietaten domni mansoni inclitus castaldus”, nell’aprile 1014 (66).”. Acocella, a p. 59, nella sua nota (66) postillava che: “(66) CDC, III, 122, sg. 238 sg; Il Monastero di S. Michele Arcangelo (detto nel 963 “in mons coraci”; ricordato di passaggio nel doc. del 994: ……………., e poi nelle carte dell’ottobre 1008, del 1014, ecc…”. Dunque, Acocella scriveva che nel documento dell’aprile del 1014, veniva ricordato il Monastero di S. Michele Arcangelo, di cui fu abate S. Pietro Salernitano e ciò risulta da un contratto di pastinato contratto davanti al gastaldo Mansone nel 1014. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Anche questo Mansone di Amalfi ?. Il castaldo amalfitano Mansone doveva essere un gastaldo che visse molti anni prima per avere un nipote chiamato Manso nel 1083. Dunque, l’Acocella (….) accostava questo vice-conte “temporibus”, chiamato Manso, per parentela di un suo zio gastaldo Mansone,  “per cui una probabile sua giurisdizione amalfitana”. Acocella dunque citava il “Gastaldo Mansone”. Cosa significhi una “probabile giurisdizione Amalfitana” e quale legame possa avere avuto con il vice-conte Mansone e Roccagloriosa ?.

Nel 1018, Pandolfo di Capaccio, figlio del principe Guaimario III e la sua Contea di Capaccio

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo o Paldolfo (… – giugno 1052) è stato un nobile longobardo, primo signore (dominus) di Capaccio nel Principato di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio (2). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX (3). Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita (4). Pandolfo era il figlio più giovane del principe Guaimario III di Salerno e della sua seconda moglie Gaitelgrima. Nacque negli anni 1010. Il padre, Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027 si era sposato due volte: con Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento e poi con Porpora di Tabellaria. La morte del suo fratellastro maggiore, il principe Giovanni (III), nel 1018 gli permise di ereditare la signoria di Capaccio. Un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio. Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento. Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100. Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. ci parla molto di Gregorio e Maria sua moglie. La Visentin, parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Roani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”

Nel ……, Teodora di Tuscolo, sposa di Pandolfo di Capaccio

Da Wikipedia leggiamo che un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio (2). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX (3). Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita (4). C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano (5) e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania (6) I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino (7). Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100 (9). Nel 1054, data della sua ultima attestazione, Gregorio aveva tre figli e una figlia. Sua figlia, Teodora, sposò Pandolfo (o Landolfo), signore di Capaccio (1040-1052). I figli maggiori di Gregorio, Giovanni e Pietro (noto come Pietro de Columna, capostipite della famiglia Colonna), morirono giovani, e fu quindi il figlio minore, Gregorio III, a succedergli (1). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX. Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita. C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Asclittino di Sicigiano e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania. I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino. Arturo Carucci (….), nel suo “Opulenta Salernum”, a p. 165, nella nota (12) postillava che: “(12) Guaimario V ebbe i seguenti figli: Gisulfo, Landolfo, Guido, Giovanni, Guaimario, Pandolfo, Sichelgaita, Sica e un’altra figlia, della quale è ignoto il nome (cfr. H. Hirsch-M. Schipa: op. cit., pag. 209).”. Dunque, uno dei figli di Guaimario V fu Pandolfo, detto di Capaccio. Piero Cantalupo, nel suo schema sulla “Signoria di Capaccio”, a p. 134 riporta che: “Pandolfo conte di Capaccio (1034 ? – 1052).”. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Dunque, se “Glorioso” era figlio di Pandolfo di Capaccio, è plausibile che Mansone fosse un fratello di Pandolfo e fosse lo zio di Glorioso. Dunque, se si trattasse di Pandolfo di Capaccio, figlio di Guaimario III e fratello del principe Guaimario V, vorrebbe anche dire che questo conte Mansone sarebbe stato fratello di Pandolfo e di Guaimario V. Come si è già visto Pandolfo di Capaccio morì nella congiura del 1052 accorso a difendere il fratello Guaimario V. Mansone era fratello di Pandolfo di Capaccio e del Principe Guaimario IV, ovvero era un figlio di Guaimario III ?. Mansone era un figlio di Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento ? Il padre, Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027 si era sposato due volte: con Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento e poi con Porpora di Tabellaria. Altre notizie su Teodora di Tuscolo vengono da Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “Umfredo avendo sposato la figliola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo.”. Dunque, Ebner scriveva che Guglielmo de Mannia sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 95-96, in proposito scriveva che: “….Sichelgaita di Teano che era andata sposa a Gregorio figlio di Pandolfo di Capaccio, il quale, come si è detto, era fratello del principe Guaimario V. Eventi che confermano le strette relazioni di parentela tra il primo Guglielmo de Mannia e i figli dell’anzidetto Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Una parentela ben più stretta del semplice rapporto Sighelgaita-Pandolfo di Capaccio-Altruda.”. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. ci parla molto di Gregorio e Maria sua moglie. La Visentin, parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Romani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”. Etc..”. Dunque, in questo passaggio Ebner ci dà notizia della donazione che Teodora di Tuscolo fece a S. Nilo quando donò “Criptaferrata”, nel Tuscolano che poi grazie a S. Nilo divenne l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, Teodora di Tuscolo era figlia del nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″.

Nel 1027, il principe longobardo Guaimario III fondò l’Abbazia di S. Angelo a Pittari sul monte Pitraro vicino Caselle

Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, con l’arrivo dei monaci bizantini, il Cilento diventò sede di numerosi insediamenti rupestri ecc…..Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Dunque, il Guzzo, citava Felice Fusco che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. l’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità di’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò…un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Il Fusco, nella sua nota (69), postillava sulla stirpe dei principi longobardi dei Guaimario. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966). Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi). Oltre all’Alfani (F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo) espressamente citato, Gatta probabilmente tenne conto, più che dei documenti che ora per la prima volta si citano, di quanto un secolo innanzi aveva affermato Ottavio Beltrano con un macroscopico errore cronologico nella prima edizione (1646) della sua opera (quando aveva fatto vivere i Guaimario nel XV sec.), poi poi ridimensionato nella seconda edizione del 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”.

Beltrano O., Caselle, p. 135

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 135

Infatti, Ottavio Beltrano (…), nel 1671, nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie’, ci parla di Caselle in Pittari a pp. 134-135-136-137. Nella p. 135, il Beltrano in proposito scriveva che: “…, stà dentro sei miglia dalla marina delli Bonati, vi è un Ius patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grangia di S. Lorenzo della Padula dè Padri Certosini, & una Torre antichissima. Hora si possiede dalla famiglia di Stefano Napolitana, quale è antica, e nobile conforme ne Regij Archivui si vede. Ritroviamo per prima nel registro di Carlo II. nell’anno 1299, lit. A. fol. 147. Pietro di Stefano honorato dal detto Re cò titolo di Nobilis vir, e Miles cocesso in quei tempi à personaggi di grandissima stima, ecc…”. Ritornando all’antico Atto di donazione citato dal Gatta e poi dal Fusco. Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Il Gatta (…), in memoria del padre Costantino, nella sua nota (a), postillava che: “(a) viene rapportata parimente dall’eruditissimo F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo, nella Parte III, Cap. I di quale opera noi abbiamo fatto parola nella Parte I di queste Memorie al Cap. IX.”. Il Gatta (…), a p. 74 e s., nella Parte I, Cap. IX, parla di quest’opera da cui trae l’antico documento dell’anno 1106 (forse data sbagliata), e scriveva che: “Di tal santuario di S. Michele si fa parimente memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce’, …dove si parla della Potenza di questo S. Arcangiolo: è l’Autore è il Reverendiss. P. F. Tommaso Maria Alfani’ dè predicatori Teologo di S.M.C. e C., per la gran divozione che al detto S. Arcangeiolo tiene si è solamente palesato col nome di ‘Un Divoto di S. Michele’. Di questo celebre Padre se ne fa parola nella Parte III di questo Libro, nelle ‘memorie della città di Salerno’.”. Infatti, il Gatta, nel suo Libro, nella Parte III, quando si parla della città di Salerno, a p. 378 e s., nel Cap. XVI, parla delle memorie della città di Salerno e a p. 393, riferendosi allerudito Tommaso Maria Alfani (…), in proposito scriveva che: “Ma senza dubbio è di glorioso ornamento a questa Città di Salerno ecc…”. Il Gatta (…), a p. 395, elenca tutte le opere di T.M. Alfani (…), e scrive l’ultima sua opera: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce, potente in tutte le occorrenze, con appendice di varj modi per venerarlo ed invocarlo.’. Putroppo questo testo è introvabile e non è stato possibile reperire l’interessante documento a cui si riferiva il Guzzo e il Fusco. Il Fusco (…), citava una antichissima donazione del Principe longobardo di Salerno Guaimario III e, nella sua nota (70), scriveva che: “Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque, secondo il Fusco (…), la data dell’anno 1106, riportata dal Gatta (…), fosse errata ed avvalorava la sua ipotesi a causa dell’evidente errore del Beltrano (…), da cui probabilmente il Gatta trasse la datazione dell’antichissimo documento o atto di donazione. Infatti, il Fusco (…), nella sua nota (70), riporta la trascrizione del Beltrano (…), che scriveva nel 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, ecc..ecc…”. Dunque, l’atto di donazione del Principe Guaimario non è del 1106 (data proposta dal Beltrano e dal Gatta). Dunque, mi chiedo, quale fosse la data dell’antico documento di cui si conosce solo quella indicata dal  quanto Beltrano ?. E’ molto probabile che, come scrive il Fusco, il Gatta (…), probabilmente si rifaceva al testo di “F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo”, che però non sono riuscito a leggere.

Nel 1034, il monastero di S. Maria di Pattano e le concessioni di Guaimario IV

Pietro Ebner (…), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a pp. 31-32 , scriveva in proposito: Pur abbondando di donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore…Intanto, favoriva, quasi a creare un contrappeso locale alla vicina tebaide del Mercurion, il cuore della spiritualità bizantina nel Cilento, il monastero di S. Maria di Pattano, come si è detto il più venerato tra i cenobi di quel territorio che certamente doveva aver visitato. Con questo si favorirono i vicini monasteri con esso congregati, esaltando la figura del traumaturgo S. Filadelfo le cui spoglie richiamavano a Pattano sempre più grandi turbe di fedeli. Nessuna meraviglia, perciò, che “Raidulfus comes” accogliesse (a. 1034) innanzi al suo tribunale come ‘Kreites’, arbitro più che giudice, in una contesa poderale sorta tra due monasteri italo-greci “in finibus lucanie”, appunto l’egùmeno di S. Maria di Pattano (86), etc….”. L’Ebner (…), a p. 32, nella nota (85), postillava che: “(85) Fedele, cit., e nella ‘Vita di S. Nilo’, cit., p. 131 sgg.”. Sempre Ebner, a p. 32, nella nota (86) postillava che: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925.

Nel 1038, l’Abate di Montecassino, Richerio

Dalla Treccani on-line leggiamo che Richerio era già abate di S. Benedetto di Leno (presso Brescia) prima del 28 febbraio 1036, quando l’imperatore Corrado II (1024-39) emanò un diploma in favore del monastero (Conradi II. Diplomata, a cura di H. Bresslau, 1909, n. 227, pp. 373-376). In questi anni la scena politica meridionale era occupata dalle ambizioni del principe capuano Pandolfo IV, filobizantino. Enrico II, giunto a Montecassino nel 1022, gli aveva sottratto il principato di Capua per concederlo a Pandolfo, conte di Teano. Di lì a poco, però, il principe riprese il controllo su Capua e le sue mire sulle terre cassinesi, imprigionando l’abate Teobaldo (1022-35), lasciando a Montecassino il fidato famulus Teodino e imponendo come abate il calabrese Basilio (Chronica monasterii Casinensis, a cura di H. Hoffmann, 1980, II, capp. 39-42, pp. 243-246, capp. 56-57, pp. 276 s., 281, cap. 61, pp. 285 s.). Nella Chronica monasterii Casinensis, fonte essenziale per ricostruire l’abbaziato di Richerio, si legge che i cassinesi si rivolsero a Corrado perché intervenisse contro gli usurpatori, sicché l’imperatore, sceso in Italia per affrontare alcune questioni politiche (Böhmer, 1951, pp. 129-138), da Roma, risultate vane le ambascerie al Capuano, si diresse a Montecassino nella primavera del 1038. Dopo la conquista di Capua, consegnata al principe di Salerno Guaimario IV, i monaci gli chiesero un nuovo abate, replicando alle resistenze di Corrado, il quale evocò il rispetto della Regola benedettina per un’elezione interna, che non c’era nessuno idoneum e congruum in tantis perturbationibus e sollecitando la nomina di Richerio (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 63, pp. 291 s.), de noble gent et vaillant person (Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. de Bartholomeis, 1935, II, 5, p. 62). La sua elezione avvenne il 14 maggio e la sua consacrazione il 1° o il 3 giugno (Annales Casinenses, a cura di G.H. Pertz, 1866, p. 306; Annales Casinenses ex Annalibus…, a cura di G. Smidt, 1934, p. 1414; Annales Cavenses, a cura di F. Delle Donne, 2011, p. 32; Chronicon Vulturnense…, a cura di V. Federici, 1925, V, p. 84; Hoffmann, 1967, pp. 313, 316). Ritornato in Germania Corrado, Richerio fu coinvolto negli scontri tra i sostenitori di Pandolfo IV e i suoi avversari, fino a essere catturato dal conte di Aquino e liberato grazie all’intermediazione di Guaimario (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 68, pp. 304-306). Costui gratificò Montecassino con diverse concessioni (Bloch, 1986, pp. 203, 424) e indusse Richerio (per due volte, giacché in un primo momento egli era rientrato dalla Lombardia ove aveva raccolto milizie, forse a Leno) a recarsi in Germania per chiedere aiuto all’imperatore, poiché perduravano i problemi, come confermarono gli eventi successivi (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 69, pp. 306-308). Trascorsi due anni in Germania, nel 1043 circa Richerio ritornò con un seguito armato, con cui ristabilì il controllo su buona parte della Terra s. Benedicti (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, cap. 70, p. 208), ma dovette fronteggiare la minaccia dei Normanni, già utilizzati dagli stessi cassinesi come forza mercenaria. Nella primavera del 1045 i contingenti abbaziali espugnarono le roccaforti normanne, un evento che ebbe grande risonanza nelle fonti, arricchito anche da un miracolo di s. Benedetto a difesa della sua comunità (Desiderio di Montecassino, Dialoghi…, a cura di P. Garbini, 2000, III, cap. 22, pp. 132 s.). Nel 1047, però, si presentò di nuovo la minaccia di Pandolfo, rapidamente contrastata; nella circostanza comparve il nipote di Richerio, Ardemanno, a cui era affidata la Rocca di Evandro, che egli difese ponendosi anche in contrasto con lo zio (Chronica monasterii Casinensis, cit., II, capp. 74-76, pp. 315-320).

Nel 1038, l’Abate di Montecassino, Richerio (forse lo stesso Abate del Monastero di S. Pietro ad Aquara), secondo l’Antonini, avrebbe fondato il monastero di S. Nazario a Cuccaro

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 575 parlando del casale di S. Nazarioin proposito scriveva che: “Il cenobio di S. Nazario…….Scrive l’Antonini (p. 333) che calando da S. Mauro la Bruca “verso Tramontana in basso luogo su di un fiumicello, viene il casale di S. Nazario. Etc….Lo stesso autore, dopo essersi soffermato sulla fondazione del casale, da lui attribuito all’abbate Richerio di Montecassino e aver accennato a un certo monaco (Nantaro) che avrebbe poi donato la cella da lui elevata all’abate anzidetto, indugia (p. 334) sull’arrivo colà di Nilo da Rossano. Conclude affermando l’infondatezza delle ipotesi che attribuiscono la fondazione del casale ad epoca successiva all’arrivo di S. Nilo nel luogo, mentre ritiene valida l’opinione di p. Lubin che ne attribuisce invece la fondazione ai seguaci di S. Basilio.”. Infatti, è il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “Lucania – Discorsi”, (si veda la II edizione del Mazzarella-Farao), Discorso VI, a pp. 333-334 che, parlando del casale e del monastero di S. Nazario, in proposito scriveva che: “Calando verso Tramontana, in basso luogo vidi il Casale di S. Nazario. Ha buoni terreni per vari usi etc….Siccome vidi alcune carte fattemi leggere dall’Abbate Varese Canonico di S. Pietro di Roma, riconosce questo luogo sua fondazione da Richerio (I) Abate di Montecasino, il quale cominciò il suo governo nel MXLIV e morì nel MLIV. Egli fondò questo casale col titolo di S. Nazario dall’altra parte del fiumicello, all’incontro, dove era fondata la Badia ch’oggi serve di Parrocchia agli abitanti, e che trovasi commendata dal Capitolo di S. Pietro in Roma, colla giurisdizione spirituale anche del vicino casale degli Eremiti per bolla di Pio IV del MDLXIV. Il Mabillon nel libro degli Annali Benedettini scrive, che prima era una cella fondata già dal monaco Nantaro, il quale la donò all’Abbate Richerio. Ma verrebbe la Badia esser molto più antica sentendo ciò che scrive ‘Paolo Emilio Santoro’ nella ‘Storia Carbonense’ f. 29. poichè vuole che S. Nilo, verso il CML. fuggisse prima al Monisterio di S. Mercurio (ch’era già nella Roccagloriosa, come in appresso sarà detto) e poi in questo di S. Nazario. Or essendo S. Nilo nato nel CMVI in Rossano e morto nel MII. in Paterno di Campagna, ne viene in conseguenza, che la Badia era già fondata; nè sarebbe vero, che l’avessero fondata Richerio o Nantaro, o l’Abate Adamo, che furon posteriori. L’Autore Greco nella Vita di questo Santo nel fol. 8 vi aggiunge, che fu dal Superiore del Monistero di S. Mercurio mandato a quel di S. Nazario, ed ivi (fol. 15), prese l’abito: “Ea lege (secondo la traduzione, che ci va accanto) ut ne plus quadraginta dies in illo Monasterio moretur; sed cum bona ejus venia, & benedictione liceat sibi reverti ad Patres, quibus initio addictus esset”. Questa autorità mi fa credere che, o che essendo qui prima un qualche Monistero, o Eremo di Basiliani, fosse poi da essi stato abbandonato, o che vi fosse qualche ‘Cella’ chiamata ‘Obedientia’ di Benedettini, e successivamente dall’Abbate di Montecassino fondata la Badia, altrimenti non saprei come pensarla, ne dire in qual modo, che essendo S. Nilo Basiliano, andava ad un Monistero di Benedettini. Etc…”. L’Antonini, a p. 334, nella nota (I) postillava che: “(I) Ecco cosa dice l”Anonimo Cassinese’ “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV. Camillo Pellegrino però nella ‘Serie degli Abbati di Montecasino’ vuol che Richerio fusse Abate a Kal. Junii MXXXVIII. ad. III. Idus Decembris MLV. il quale sentimento fu seguitato dal ‘Mabillon’ ne i citati ‘Annali’, soggiugnendo che, l’elezione fu fatta in Capua presente l’Imperador Corrado: e ‘l ‘Pellegrino’ dice di più: ‘Editus Anonymus Cassinensis consueto errore abitum Richerii notat ad annum MLIV. onde potrebbe esser, che la fondazione del Casale fosse fra il MXXXVII e’ ‘l MLV. Ma il dubbio maggiore consiste in ciò, che l’ Ostiense scrive nel cap. 49, lib. 11. cioè, che questa fondazione fosse stata fatta da Adamo Abate di Montecassino e, non già da Richerio ‘juxta Melpham fluvium’.”. L’Antonini scriveva che l’Anonimo Cassinese (….), nel suo chronicon pubblicato dal Pellegrino (….) riportava la seguente notizia: “anno MXL. Richerius Abbas ejecit Normannos de Terra S. Benedicti. Richerius Abbas defungitur anno MLIV.“, che tradotto significa che: “nell’anno 1040. Richerio l’Abate cacciò i Normanni dalla Terra di S. Benedetto. Richerio l’Abate fu deposto nell’anno 1044.”. Dunque, l’Antonini citava l’“Anonimo Cassinese” (pubblicato da Camillo Pelegrini), il quale  l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; etc…”, ovvero che l’Abate di Montecassino, Richerio, nel 1040 scacciò i Normanni dalla “de Terra Sancti Benedicti” e che mori nel 1054. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro II, a p. 186 parlando del monastero e dell’Abbazia di S. Pietro di Aquara, in proposito scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro. Porta poi nella nota 1 pag. 334, che l’Anonimo Cassinese, dice, che il suddetto Abate discacciò nel 1040 gli Normanni ‘de Terra Sancti Benedicti’, e che morì nel 1054, ma che Camillo Pellegrino nella ‘Serie degli Abbati di Monte Casino’ voglia, che Richerio fu colà Abbate dal primo di giugno 1038 per insin all’11 di dicembre 1055, seguito da Mabilba negli ‘Annali’, la cui elezzione fussa da Capoa seguita presente l’Imp. Corrado; onde congettura l’Antonini, che la fondazione di S. Nazario poté seguire tra gl’anni 1038, e 1055 in quanto, Richerio fusse stato Abbate di S. Pietro nel 1038, non contraddicono le Carte dell’Abbate Varese, ne l’Anonimo Cassinese, perché dopo dett’anno poté esser eletto Abbate di Monte Casino, ma ostarebbe l’epoca del Pellegrino, che lo vuole in Monte Casino dal primo di giugno 1038, onde io credo più esatta l’epoca dell’Anonimo, e delle Carte suddette, e tanto più, che trovandosi Abbate di S. Pietro, gli fu più facile fondare detto Casale di S. Nazario, perché S. Pietro l’è in distanza di circa miglie venti, e Monte Casino di circa cento trentadue; Ma se vogliasi per vera piuttosto quella di Pellegrino, credere si deve, che fu eletto Richerio Abbate di Monte Casino al primo di giugno 1038 in tempo era Abbate di S. Pietro, nel qual tempo poté detto Casale fondare, e poi andò a presedere in Monte Casino.”. Il Di Stefano scriveva che: “Da antiche scritture si ha, per testimonianza dello stesso P. Peduto, che Richerio fu Abate di questo Monastero nell’anno 1038 scrive il Baron Antonini par. 2 Disc. 6, aver ricavato da alcune carte fattegli leggere dall’Abate Vereso Canonico di S. Pietro di Roma, che detto Richerio, essendo Abate in Monte Casine, in dove incominciò il suo governo nel 1044, e morì nel 1054 fondò il casale di S. Nazario nella valle di Novi, Casale di Cuccaro.”. Il Di Stefano cita ancora l’Antonini. Altre notizie dell’Abbate Richerio provengono da altri autori e riguardano la fondazione dell’Abbazia di Montecassino. Sulla Treccani on-line leggiamo che Richerio era un monaco bavarese (m. 1055); reggeva l’abbazia di Leno (Brescia) qundo fu eletto (1038) abate di Montecassino per la protezione dell’imperatore Corrado II. Combatté contro Pandolfo di Capua, il conte d’Aquino e altri signori per ricuperare i patrimonî abbaziali da quelli usurpati. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 533 parlando del casale di “S. Nazario”, in proposito scriveva che: “A quanto ho scritto nella mia Storia cit., pp. 138 e 573-577 sul villaggio e sul monastero, culla della Congregazione niliana, va aggiunto quanto ne ho detto nel mio ‘Economia e Società’, cit., I, pp. 66, 68 e 288 sg. Inoltre va segnalato che i “bona et stabilia et demanialia” dell’abbazia di “S. Cecilia degli Eremiti” di Castinatelli etc…”.  

Nel 1045, il principe longobardo Guaimario IV (V) concede a S. Bartolomeo Abate dell’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo  l’annessione di S. Maria di Rofrano

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 32, in proposito scriveva che: Concessioni che crebbero, e non per esclusivi fini politici, con Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”. L’Ebner (…), a p. 32, nella nota (85), postillava che: “(85) Fedele, cit., e nella ‘Vita di S. Nilo’, cit., p. 131 sgg.”. Sempre Ebner, a p. 32, nella nota (86) postillava che: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 32-33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “…e, che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87). E’ proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e dalla moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Etc…”. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”. Si spega meglio così la presenza di Roberto, figliuolo di Gregorio di Capaccio e nipote di Berta, a Trentinara, il cui castello domina parte della pianura pestana e specialmente la vitale via che per Magliano e Monteforte porta da Novi a Velia.”. Dunque, in questo passaggio Ebner ci dà notizia della donazione che Teodora di Tuscolo fece a S. Nilo quando donò “Criptaferrata”, nel Tuscolano che poi grazie a S. Nilo divenne l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, Teodora di Tuscolo era figlia del nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. La studiosa Giovanna Falcone (10), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”La Falcone (….) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Francesco Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregoro I “Romanorum ducis etconsul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto in “Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”onoratio religioso dominio Leontio abati Dei Genitrici Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo a interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante  perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita. Etc…”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Pietro Ebner, sulla scorta del Ronsini (…), che aveva pubblicato il ‘Crisobollo’, così detto di re Ruggero II d’Altavilla (vedi immagine che lo illustra), voleva che il documento del 1131, avesse confermato altre precedenti concessioni fatte alla chiesa di Rofrano (chiesa e monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, poi in seguito donate da Ruggero II a quella di Tuscolo), “con le sue enormi dipendenze”. Ebner, sostiene che con il ‘Crisobollo’ di re Ruggiero II d’Altavilla, si confermavano le donazioni o concessioni alla chiesa di Rofrano, fatte precedentemente dal Principe Longobardo di Salerno, Guaimario IV, dopo la visita di S. Bartolomeo (di cui abbiamo accennato), concessione questa che in seguito sarà confermata anche dal Duca Normanno, figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa e poi confermate anche da Alfano, vescovo di Capaccio  Alfano “est unctus” duca di Puglia”. In seguito, le stesse concessioni e donazioni alla chiesa Tuscolana, fatta nel ‘Crisobollo’, per Ebner (…), sulla scorta del Ronsini (…), saranno confermata in un altro Diploma, simile al ‘Crisobollo’, dal re Guglielmo d’Altavilla, figlio dello stesso Ruggero Borsa. Su questi Diplomi o concessioni o donazioni o Atti, promulgati verso la chiesa di Rofrano, da Guaimario III, Guaimario IV, al tempo della visita di S. Bartolomeo, e delle concessioni fatte da Ruggero Borsa e da suo figlio re Guglielmo d’Altavilla, si è discusso molto ma non vi sono documenti che provano tutto questo. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, mi occupo in questo mio scritto. La studiosa Giovanna Falcone (10), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”La Falcone (10) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (10), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Si tratta dell’atto che citava la Falcone (10). L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, ho scritto ivi un mio saggio dal titolo: “Nel 1045, un privilegio di Guaimario V al Monastero di Rofrano” (Giugno 2018). Della figura di Guaimario V e delle sue relazioni con i conti di Tuscolo, ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, se ne parla nel Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” :

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig…..) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…).

Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell’‘Annalista Salernitano’ (…), parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo:

Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Hirsch (…), sulla scorta di Schipa (….) scriveva in proposito che: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum), parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Ebner (…), parlava della ‘Bolla di Alfano’, vescovo di Capaccio, riferendosi alle precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa e Guglielmo, precedenti a quella del 1131, di re Ruggero II, mentre il Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto e, scriveva: “Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una ‘Bolla di Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e il Monastero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni ecc…, e si prese cinque libre di argento. Fu presente Giovanni Giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII. Pr.D. n. Gisulfi gl. Pr. mense Februaio, VII. Indicti. Fu poi questo monastero dato ai Cavesi. Ecc..”. Rileggendo il Di Meo (…), e portandoci all’anno 1045, non abbiamo però trovato la notizia citata da Ebner, secondo cui: “…che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87)”. Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Ritornando al Fedele (…), che, parlando di Teodora, aveva citato il Di Meo (…), continuando il suo racconto scriveva che: “…era fatto ricordo di Teodora, il cui nome fu poi compreso negli alberi genealogici che furono disegnati della famiglia dei conti di Tuscolo (2). Ma tranne il nome di Teodora, nulla sappiamo di preciso intorno alle relazioni fra i principi longobardi di Salerno e la potente famiglia che per tanto tempo ebbe dominio nelle cose ecclesiastiche e temporali di Roma, né in quali circostanze quelle relazioni s’improntassero di così calda amicizia da tramutarsi in parentela. Pandolfo, quegli che sposò Teodora, era figlio del principe di Salerno Guaimario IV e fratello di Guaimario V (1 – Schipa).”.

Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 106, in proposito scriveva che: “La penetrazione benedettina nell’Eparchia mercuriense avvenne dopo che i Normanni avevano spento ogni possibilità di sopravvivenza degli ideali monastici basiliani. Nel 1086 il “castro” di Mercurio fu ceduto da Ugo di Avena alla Badia di Cava (113). Urbano II, il 21 settembre del 1089, confermava a Pietro, della stessa Badia, “omnia jura, bona et possessiones” di alcuni monasteri calabresi, fra questi veniva menzionato il monastero “Sanctorum Quadraginta in castro Mercurii et ecclesiam Sancti Johannis” (114). Nel 1065, i monasteri di S. Nicola di Donnoso e di S. Pietro Marcanito dovevano essere già rasi al suolo ed i possedimenti terrieri devoluti alla Badia benedettina della Matina.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (113), postillava che: “(113) D.L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria Superiore, in “ASCL”, VIII, 1938; B. Cappelli, Il monachesimo basiliano etc, op. cit.,”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (114), postillava che: “(114) F. Russo, Regesto vaticano per la Calabria, I, Roma, 1974. A. Mercurio non restano tracce di questo Monastero; S. Quaranta è contrada di Tortora.”. Il Campagna, a p. 106, nella sua nota (115), postillava che: “(115) F. Russo, Regesto Vaticano etc, op. cit.; P. Guillaume, Essai Historique de l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877; D.L. Mattei-Cerasoli, op. cit.”.

Nel 1045, il conte Rodolfo o Laidolfo

Sull’antefatto, ovvero alla prigionia a Montecassino di “Rodolfo”, in un blog leggiamo che il momento più difficile per il bellicoso abate Richerio si presentò quando alcuni Normanni si stanziarono nella Rocca di S. Andrea (in provincia di Frosinone), da loro stessi eretta, ponendo lì il nucleo di una più ampia e minacciosa presenza per Montecassino (213). Nella primavera del 1045, inoltre, il normanno Rodolfus (forse Rainulfo conte di Aversa) con un gruppo di armati si recò da Richerio, depose le armi ed entrò nella chiesa – probabilmente quella del S. Salvatore – per pregare : gli uomini del monastero, però, li assalirono e cominciarono poi a dare la caccia a tutti i Normanni presenti nella Terra S. Benedicti, riuscendo alla fine a riprendere il controllo sui domini cassinesi. La circostanza ebbe una vasta eco nella fonti, non solo cassinesi (214). La nota (214) postilla che: “(214) Amatus Casinensis, Historia, II, 42, p. 108-109 ; CMC, II, 71, p. 310-311 ; Annales Casinenses”. In questo frangente, però, Richerio trovò un alleato inaspettato in Atenolfo conte di Aquino e duca di Gaeta, succeduto a Landone e prigioniero di Guaimario, che si offrì di difendere i diritti cassinesi, sicché la questione si risolse con il ritiro di Pandolfo, nonostante poco dopo l’abate dovesse poi fronteggiare, ma con successo, le pretese del conte di Teano Laidolfo sulla Rocca di Evandro, che Richerio aveva affidata al nipote Ardemanno (219). La nota (219) postilla che: “(219) CMC, II, 74-76, p. 315-320 ; Bloch 1986, I, p. 192 ; RPD, III, n. 369, p. 1061-1062. Cf. Fabiani 1″. Bloch 1986 = H. Bloch, Monte Cassino in the Middle Ages, I-III, Roma, 1986. Bloch 1998 = H. Bloch, The Atina dossier of Peter the Deacon of Monte Cassino. A Hagiographical romance of the twelfth century, Città del Vaticano, 1998 (Studi e Testi, 346). CMC = Chronica Monasterii Casinensis, ed. H. Hoffmann, Die Chronik von Montecassino, Hannover, 1980 (M.G.H., Scriptores, 34). Dunque, l’Abbate di Montecassino, Richerio dovette fronteggiare le pretese del conte di Teano Laidolfo sulla Rocca di Evandro, che Richerio aveva affidata al nipote Ardemanno. Sulla Treccani on-line leggiamo su “Drogone” d’Altavilla che solo, però, dopo la morte di Guglielmo, egli emerse con particolare rilievo, quando, col consenso dei compagni d’arme, divenne duca di Puglia e, quindi, capo riconosciuto dei Normanni, grazie anche all’appoggio di Guaimaro IV di Salerno, che intendeva continuare in tal modo la sua politica favorevole ai fratelli Altavilla e ai Normanni. Ebbe perciò dal principe di Salerno la mano della figlia, il riconoscimento della preminenza su tutti i suoi compagni e l’aiuto politico necessario a conseguire l’accordo con Montecassino, mentre, da parte sua, interveniva a fare da intermediario tra Guaimaro e il conte d’Aversa, che venne rimesso in libertà. Lo Schipa (….), a pp. 196-197, in proposito scriveva che: Quivi l’Abbate ricevuti in dono da questi cavalieri mille tarì, trasse dal carcere Rodolfo, a preghiera del Principe, etc…”. Dunque, secondo la notizia dataci dallo Schipa, la folta delegazione di cavalieri inviati da Guaimario V a Montecassino con Drogone, riuscì a convincere l’Abbate di Montecassino, Richerio e a far liberare “Rodolfo, conte di Teano”. Ma chi era “Rodolfo” ?. Dunque, lo Schipa, quando scriveva che trasse dal carcere Rodolfo” si riferiva a Rodolfo, conte d’Aversa. Drogone si recò a Montecassino per far liberare “Rodolfo, conte di Teano”. Chi “Rodolfo, conte di Teano”, imprigionato dall’abbate, credo Richerio, a Montecassino ?. Lo Schipa (….), a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “In mezzo a questi eventi, tornava di Germania l’Abbate Richerio; e condotte di là non poche genti d’arme, s’accingeva a spazzare dalle terre cassinesi quanti erano usurpatori, tra’ quali il più temuto appariva un Conte Rodolfo normanno, genero di Rainulfo…”. Chi era questo “Rodolfo” genero del conte Rainulfo ? Sulla Treccani on-line leggiamo che “In quei mesi un susseguirsi di torbidi locali provocati dal perenne tramare del conte di Aquino, Atenolfo (IV), e di Rodolfo, genero del defunto conte Rainulfo, insieme con il principe di Capua, Pandolfo (IV), ritornato quest’ultimo dall’esilio di Costantinopoli, avviò un processo di destabilizzazione del potere di G. che vide, inoltre, espellere da Aversa quel Rodolfo Cappello da lui posto al controllo della Contea. Rainulfo Drengot era infatti riuscito a fuggire dalla prigione salernitana, a far esiliare Rodolfo e, grazie alla corruzione e ad appoggi politici locali, a farsi eleggere conte di Aversa.”. Da Wikipedia leggiamo che Rainulfo II di Aversa detto Trincanotte (… – 1048) fu il quarto conte di Aversa (1045-1048). Dopo la morte prematura, senza figli, del secondo conte d’Aversa, Asclettino II Drengot, il cugino Rainulfo Trincanotte era il candidato naturale, appoggiato dai Normanni; il principe Guaimario IV di Salerno tentò invece di imporre il suo candidato, Rodolfo Cappello, che riuscì in un primo momento a sconfiggere ed imprigionare Rainulfo; ma questi riuscì a liberarsi ed a scacciare il rivale Rodolfo, ottenendo anche il riconoscimento dello stesso Guaimario. Anche al fine di derimere la vertenza, l’imperatore Enrico III convocò per il 3 febbraio 1047 la Conferenza di Capua, con Guaimario V di Salerno. L’imperatore legittimò i possessi acquisiti di fatto da parte delle famiglie normanne e confermò i titoli feudali di Drogone d’Altavilla e di Rainulfo, terzo conte di Aversa e Duca di Sorrento, i quali divennero suoi vassalli; distaccò da Salerno il Principato di Capua e lo restituì al legittimo Pandolfo IV, anche se questo territorio costituiva l’obiettivo della famiglia Drengot.

Nel 1046, “LEONE DI MANSO o di MANSONE” inviati a Montecassino da Guaimario IV insieme a Guido di Sorrento, Rainulfo II, conte d’Aversa, detto Trincanotte e a Drogone d’Altavilla per chiedere all’Abbate di liberare il conte di Teano

Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 32-33, in proposito scriveva che: “…e che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più che regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti di Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87).”. Ma la notizia interessante è un’altra. Michelangelo Schipa (….), nel testo scritto e pubblicato con Ferdinando Hirsch, nel loro “La Longobardia Meridionale (570-1077) Il ducato di Benevento – Il Principato di Salerno”, a p. 213, dopo aver parlato dell’ascesa al trono di Gisufo II, in proposito scrivevano che: “…Gisulfo volle disfarsi di Mansone e Leone, due ricchissimi fratelli salernitani…..(5)”. Lo Schipa, a p. 213, nella nota (5) postillava che: “(5) Aimé, lib. III, c. XL bis., 94-96. Pare che uno dei due fratelli perseguitati da Gisulfo sia quello stesso Leone di Mansone spedito da Guaimario V a Montecassino insieme a Guido di Conza, nel 1046.”. Per questa notizia, lo Schipa, a p. 213, nella nota (5) postillava che: “(5) Aimé, lib. III, c. XL bis., 94-96.”. Infatti, l’Aimé (….), nel suo “L’Ystorire de li Normant – La chronique de Robert Viscart”, nel cap. III, c. XL bis., p. 95, in proposito scriveva che: Més pour covrir ceste iniquitè qu’il voloit faire, il se ordena de traire de sajète et faire mal à dui frères, c’est à Manson et à Lyon etc..” che tradotto significa: Ma per coprire questa nequizia che voleva fare, si è ordinato di mungere la sua strada e fare del male a due fratelli, tocca a Mansone e Leone”.

Aimé, p. 95

Vincenzo De Bartolomeis (….), nel suo “Amato di Montecassino, Storia dei Normanni”, a p……, nella nota (I) postillava che: “(I) ……….

Michelangelo Schipa (….), nel testo scritto e pubblicato Ferdinando Hirsch, nel loro “La Longobardia Meridionale (570-1077) Il ducato di Benevento – Il Principato di Salerno”, a p. 199, riferendosi a Rainulfo II, conte di Aversa, in proposito scriveva che: “Sicchè quando vide Drogone, appostato sotto i monti di Sarno, a sbarrargli la via, affidandosi a lui, lo supplicò d’ottenergli la grazia del Principe. E questi, per la intercessione del Conte di Puglia, e più ancora per togliere al nemico quest’ultimo aiuto, concesse la grazia, investendo Rainulfo II della Contea, che aveva usurpata; e inviollo, di lì a poco, a Montecassino, con Guido di Sorrento e un Leone di Mansone, a impetrare dall’Abbate la libertà del conte di Teano, insidiosamente imprigionato dal custode della Rocca d’Evandro (30)”. Lo Schipa, a p. 199, nella nota (30) postillava che: “(30) Aimé, lib. II, c. XXXIII, XXXV sg. e XXXVIII, p. 58-61 e 64. – Leone Marsicano, lib. II, c. 66, 74-76, 676, 681 e 682.”. Lo Schipa (….) riferendosi al principe Guaimario V scriveva che: “…..Rainulfo II della Contea, che aveva usurpata; e inviollo, di lì a poco, a Montecassino, con Guido di Sorrento e un Leone di Mansone, a impetrare dall’Abbate la libertà del conte di Teano, insidiosamente imprigionato dal custode della Rocca d’Evandro (30)”. La notizia la ritroviamo anche in Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali diplomatici-critici della mezzana età etc…”, vol. VII, p. 269, dove in proposito scriveva che: “Tuttavia per interposizione del Principe Guaimario, per mezzo del fratello ‘Guido’, del conte ‘Rainolfo’, e dell’illustre ‘Leone di Manso’; l’Abbate, fattosi dar giuramento da lui, e dai suoi fratelli, pose Laidolfo in libertà.”. Lo Schipa riferiva la notizia, che lui dice che è lasciata intendere da Amato di Montecassino, secondo cui il principe Guaimario V, nel 1046 liberò Rainulfo II della Contea, ovvero Rainulfo II, conte di Aversa e lo inviò a Montecassino con Guido di Sorrento, fratello di Guaimario V, Leone di Mansone che dovevano chiedere all’Abbate la libertà per il conte di Teano. Pare che a questa missione avesse partecipato anche il conte normanno Drogone. In ogni caso l’episodio raccontato da Amato di Montecassino è accaduto dopo la morte di Guglielmo Braccio di Ferro e dopo l’elezione di Drogone a Conte di Puglia. Dunque, la notizia dataci dallo Schipa è la seguente: nell’aprile o maggio del 1046, subito dopo la morte di Guglielmo Altavillla (Guglielmo detto Braccio di Ferro), il principe Guaimario V investì Drogone della Contea e, concedendogli anche la mano della figlia, lo portò con sé a Montecassino con un gran seguito di Cavalieri. Da Wikipedia leggiamo che nel 1046, morì, senza eredi, il fratello maggiore Guglielmo. Tentò di succedergli il conte Pietro I di Trani. La Contea di Puglia passò, così, a Drogone, secondo conte di Puglia. Egli mediò tra il sovrano longobardo di Salerno e la casa Drengot Quarrel e ripristinò l’alleanza tra le tre fazioni. Guaimario, così, gli concesse in sposa la sorella Gaitelgrima. Ebbe perciò dal principe di Salerno la mano della figlia, il riconoscimento della preminenza su tutti i suoi compagni e l’aiuto politico necessario a conseguire l’accordo con Montecassino, mentre, da parte sua, interveniva a fare da intermediario tra Guaimaro e il conte d’Aversa, che venne rimesso in libertà. Lo Schipa (….), riguardo la notizia che nell’anno 1046, il principe Guaimario V inviò a Montecassino una folta delegazione di cavalieri di cui facevano parte anche i due ricchissimi fratelli Salernitani, Mansone e Leone, a pp. 196-197, riferendosi al principe di Salerno Guaimario IV, in proposito scriveva che: “…un candidato alla successione, bisognò che Guaimario si recasse colà, dove fece prevalere il partito di Drogone, fratello al Conte morto, e investitolo di quella Contea, gli concesse anche la mano della figlia e ricca dote. Dopo ciò (aprile o maggio 1046) menò seco il nuovo Conte e gran seguito di cavalieri a Montecassino. Quivi l’Abbate ricevuti in dono da questi cavalieri mille tarì, trasse dal carcere Rodolfo, a preghiera del Principe, etc…”. Dunque, è forse a questo episodio che lo Schipa si riferiva quando a p. 213, nella nota (5) postillava che: “(5)…..Pare che uno dei due fratelli perseguitati da Gisulfo sia quello stesso Leone di Mansone spedito da Guaimario V a Montecassino insieme a Guido di Conza, nel 1046.”. Lo Schipa, a pp. 196-197 riferendosi a Guaimario V, in proposito scriveva che: Dopo ciò (aprile o maggio 1046) menò seco il nuovo Conte e gran seguito di cavalieri a Montecassino.”. Lo Schipa, sulla scorta dell’Aimé postillava che uno dei due ricchissimi fratelli salernitani perseguitati da Gisulfo II, sia lo stesso “Leone di Mansone” che il principe Guaimario V spedì a Montecassino insieme a suo fratello Guido di Conza nel 1046. Qui, lo Schipa lo chiama “Leone di Mansone”. “Mansone e Leone, due ricchissimi fratelli salernitani”, o “Leone di Mansone”, come scrive sempre lo Schipa, dovettero recarsi a Montecassino, su ordine di Guaimario a pregare l’Abbate di liberare il conte di Teano. Dunque, lo Schipa scriveva che nell’anno 1046, il principe Guaimario V spedì Rainufo II di Aversa “e inviollo, di lì a poco, a Montecassino, con Guido di Sorrento e un Leone di Mansone”. Dunque, lo Schipa, ancora sulla spedizione a Montecassino nell’anno 1046 scriveva che il principe Guaimario V, su sollecitazione di Drogone, dopo aver investito della contea Rainulfo II di Aversa, quella che aveva precedentemente usurpata (e che in seguito gli fu riconosciuta da Guaimario), e inviollo, di lì a poco, a Montecassino, con Guido di Sorrento e un Leone di Mansone”. Da Wikipedia leggiamo che la località o roccaforte di “Rocca d’Evandro” era una rocca fortificata oggi nella Provincia di Caserta  Rocca d’Evandro è un comune italiano di 3 136 abitanti della provincia di Caserta in Campania. Prima dell’XI secolo nota come Rocca di Bandra o Rocca di Vandra o Vandra. La notizia la ritroviamo anche in Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali diplomatici-critici della mezzana età etc…”, vol. VII, p. 269, dove in proposito scriveva che: “Laidolfo in libertà.”. Chi era questo “Laidolfo” posto in libertà dall’abbate di Montecassino per intercessione del principe Guaimario V ?. A Guaimario succedette Gisulfo II, il figlio avuto da Gemma, figlia del conte di Capua Laidolfo. Ebbe almeno tre figlie: Gaitelgrima; Sichelgaita, che sposò Roberto il Guiscardo; Sicarda, il cui destino è sconosciuto. Pietro Ebner, a p. 84, nella nota (17) postillava che: “(17) Rainolfo Trincanote, nipote di Rainolfo I di Aversa (Amato, II 34) e Ugo Fallacia capeggiarono, dopo il 1046, il partito normanno dissidente da Guaimario, vedi in Amato, cit., p. 99.”. Su Amato di Montecassino, Ebner, a p. 18, nella nota (39) postillava: “(39) Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, a cura di V. De Bartolomeis, Roma, 1935,”. Lo Schipa scriveva che Guaimario V, nel 1046 inviò a Montecassino una folta schiera di Cavalieri tra cui Guido di Sorrento o di Conza (suo fratello), Rainulfo II di Aversa e “Leone di Mansone”. Essi dovettero recarsi a Montecassino per pregare l’Abbate per liberare la libertà del conte di Teano, insidiosamente imprigionato dal custode della Rocca d’Evandro (30)”. Dunque, questo “Leone di Mansone”, fu “spedito da Guaimario V a Montecassino”, insieme a Guido di Sorrento e a Rainulfo II di Aversa a pregare l’Abbate dell’Abbazia benedettina di Montecassino per la liberazione del conte di Teano. Su Rainulfo II di Aversa, lo Schipa, a p. 202, in proposito scriveva che: “D’ogni modo, il sospetto, che ispirava la potenza di Guaimario, apparve alla discesa di Arrigo III. Geloso questo della sua autorità, come già aveva fatto in Germania, venuto in Italia etc…etc…Perciò, com’egli – visitato a Montecassino l’amico Richerio, e uditene forse le querele – cominciando il febbraio 1047, passò a Capua, quivi, o spontanei o invitati, primi ad accorrere furono i due conti Rianulfo II e Drogone, affrettandosi a porgere ossequi e doni. E Arrigo allora, senza darsi pensiero di Guaimario, di sua mano, entrambi investì delle contee, e li fece suoi diretti vassalli.”. Dunque, nel 1047, Rainulfo II, conte di Aversa e Drogone furono investiti dall’imperatore Enrico III delle loro Contee e non dipendevano più da Guaimario V. Lo Schipa, continuando il suo racconto su quegli anni, a p. 204, scriveva che: “Si sa solo che in Aversa, morto Rainufo II (tra la fine del 1047 etc..), fu eletto a succedergli, sotto la tutela di un conte Guglielmo, il figlio Ermanno, ancor bambino, pospostogli l’adulto Riccardo, fratello del secondo Conte, che per cagione sconosciuta, trovavasi prigioniero del conte Drogone (37).”. Su “Rainulfo II detto Trincanotte”, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 84 parlando dei territori sottratti a Gisulfo II in proposito scriveva che: “Da Eboli, però, verso la fine di quel secolo (a. 1083) datò alcuni diplomi anche Emma, figliuola di Goffredo di Hale, sposa dapprima di Rao Trincanotte, parente di Rainolfo I, conte di Aversa, e poi di Guimondo dei Mulsi.”. Ebner, a p. 84, nella nota (17) postillava che: “(17) Rainolfo Trincanote, nipote di Rainolfo I di Aversa (Amato, II 34) e Ugo Fallacia capeggiarono, dopo il 1046, il partito normanno dissidente da Guaimario, vedi in Amato, cit., p. 99.”.

Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani, nel vol II, a p. 768 ci parla del “Lignaggio di Lamberto di “bona memoria”. In questo saggio la Taviani raccoglie notizie su questo personaggio di origine Spoletana che venne a stabilirsi a Vietri sul Mare. Ella scriveva che (traduzione dal francese) che: La consanguineità che unisce tra loro i ‘proceres’ o nobili moltiplica nello stesso tempo i rapporti del principe. I cognomi più noti dei Conti furono portati intorno alla metà dell’XI secolo dai genitori di Guaimario IV e da quelli di Gisulfo II. Una donazione a Montecassino fatta nel 1040 da Guaimario IV ha come “rogatari” due “parenti” del principe, il conte Maione figlio del conte Pandone e il conte del palazzo Grimoaldo figlio del conte del palazzo Madelme (186). Etc…. Dunque, la Taviani-Carozzi, forse sulla scorta dello Chalandon ricorda l’episodio descritto nel “Registro di Pietro Diacono su Montecassino”, in cui il conte “Maione” (o Mansone ?) che venne inviato a Montecassino dal principe longobardo Guaimario IV. La Taviani pone l’evento al 1040 mentre lo Schipa lo pone al  1046. Inoltre, cosa molto interessante che, la Taviani scrive: “ha come “rogatari” due “parenti” del principe, il conte Maione figlio del conte Pandone e il conte del palazzo Grimoaldo figlio del conte del palazzo Madelme (186)”. La Taviani-Carozzi, a p. 768, nella nota (186) postillava: “(186) Registrum Petri Diaconi…., cit., f° 158 (r°-v°), 159 (r°), et ‘Aula’, III, caps. XII, Cass. I, 13.”. Dunque, secondo la Taviani, “il conte Maione” (o Mansone ?) era figlio di Pandone ed era parente del principe di Salerno Guaimario IV. A quale “Pandone” si riferiva la Taviani ?. Forse si riferiva a Pandolfo di Capaccio che nel 1018 ebbe la contea di Capaccio ed era fratello di Guido di Conza e di Sorrento e del principe Guaimario IV. Ma se così è, mi chiedo come mai la Taviani, a p. 768, aggiunge che: I loro cognomi suggeriscono una parentela con le consorti di Sainta-Maria ‘de Alimundo’ e da lì, forse, con la stirpe del conte Daufierio. Tra il 1053 e il 1058, incontriamo nella parentela di Gisulfo II i conti Guaifiero e Lamberto, in Alberto, figlio di un conte Alfiero (187). Anche ‘dilectus parens’ di Gisulfo, conte Audoaldo, beneficiario del principe nel 1056 (188).”. Inoltre, la Taviani scriveva pure un’altra notizia interessante che ci avvicina al nostro Mansone di Roccagloriosa. Infatti ella scriveva pure che: e il conte del palazzo Grimoaldo figlio del conte del palazzo Madelme (186).. Dunque, oltre al “rogatario” Maione, parente del principe Guaimario IV vi era anche l’altro “rogatario” della sua donazione “…e il conte del palazzo Grimoaldo figlio del conte del palazzo Madelme (186)”. Chi era questo parente del principe Guaimario IV, chiamato “Grimoaldo”, conte del palazzo “Madelme” ?. Ricordiamoci che il castello di Licusati è chiamato castel Madelmo.  

Nel 1054, Teodora di Tuscolo si fece monaca e la bolla di Amato, vescovo di Capaccio

In Wikipedia, alla voce “Pandolfo di Capaccio” leggiamo che Pandolfo, il marito di Teodora di Tuscolo, e non Teodora, prima di essere assassinato, nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Wikipedia nella nota (8) postillava che: “(8) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest, Routledge, 2000, p. 48”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) postillava che: “(73) A ricordare l’arrivo a Capaccio delle sacre spoglie, come si fece pure a Rutino (miracolo della fonte) perchè il vescovo Giovanni vi aveva pernottato, la vedova di Pandolfo di Capaccio (era stato ucciso per difendere il fratello principe Guaimario V: a. 1052), fattasi monaca (“Teodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.). La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Dunque, Ebner, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta del  (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.)” postillava che a ricordare l’arrivo a Capaccio, delle sacre spoglie dell’apostolo rinvenute dal monaco Atanasio, fu Teodora di Tuscolo, dopo la morte di suo marito Pandolfo di Capaccio, ucciso per difendere il principe Guaimario V, ella “fattasi monaca (“Teodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale etc…”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta di “(P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no.” postillava pure che: “La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Infatti, la notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950. Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Etc…”. Dunque, Ebner racconta che le sacre spoglie di S. Matteo furono consegnate dal monaco Atanasio a Giovanni, vescovo della diocesi pestana, la cui sede si trovava a Capaccio. Giovanni trasportò le sacre spoglie dell’apostolo nella sua chesa (73).  Della figura di Teodora di Capaccio ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV.  Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Ferdinand Hirsch (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum) parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Infatti, Alessandro Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto. Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” . Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell’‘Annalista Salernitano’ (…), a p. 359, tomo VII parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo, in proposito scriveva che: “10. Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una Bolla di ‘Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del q. Gregorio Console, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III’. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e ‘l Monistero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni, asperger l’acqua benedetta, avervi cereo, fonte battesimale, battezzare, seppellirvi morti ec. e si prese cinque libbre di argento. Fu presente Giovanni giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII, Pr. D. n. Gisulfi gl. pr. mense Februario, VII indict. Fu poi questo Monistero dato a’ Cavesi. Vi si ha ancora (Arca 86, n. 83) un affitto, che fa Alferio, Abbate di S. Massimo di una casa in ‘Plaja Montis’ di Salerno, vicino la Chiesa di S. Massimo, a ‘Landenolfo* Blasi ha, Landolfo* figlio del q. Godeno, e a Pietro figlio del qu. Costantino: ‘Anno XIII. Pr. D. n. Gisulfi, mense Majo, VII Indict.’ Chierico, Siconolfo Prete, Pandolfo figlio di Pandone, Roffredo figlio di Atenolfo, Pietro figlio di Donneperto, Desigio figlio di Everardo, tutti parenti, unitamente edificarono la Chiesa di S. Severino in Pinnello fuor di Posterola (o sia della porta piccola di S. Benedetto) dicendo, essere stato ciò ordinato loro in una visione. Fu scritto da ‘Sicone’ Prete, e Notaro.”.

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig….) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…), p. 359, a. 1054, ind. VII

Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Al di la della questione relativa all’esatta ubicazione della chiesa di Pandolfo, che il Loud (….), scriveva che Pandolfo ne acquistò alcuni diritti versando sei libre d’oro al vescovo Amato di Pesto, come risulta anche dal documento A 35 conservato nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, pubblicato pure nel Codice Diplomatico Cavense, vol. VII, per l’anno 1054 ed in Domenicantonio Ventimiglia (….), nel suo  ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc.’, Napoli, 1827, p. VI sgg., vi è anche la questione relativa alla notizia riportata da Ebner il quale scriveva che Teodora di Tuscolo, dopo la morte del marito (a. 1052), Pandolfo di Capaccio, presumibilmente intorno al 1054 si fece monaca e fece costruire una chiesa dedicata all’apostolo Matteo.

Nel……., il conte normanno Leone, padre del conte “Manzo” o “Manso” o “Mansone”, conte di Roccagloriosa e Padula  che nel 1130 fece testamento sul letto di morte

Il barone Giuseppe Antonini (….), nel 1745, nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 385, parlando di Roccagloriosa riporta la seguente notizia storica: Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc….”. L’Antonini scriveva che a Roccagloriosa vi era un monastero di monaci basiliani che però nel 1130, il conte del luogo, “Manso Leone Signor del luogo con suo testamento dotò la Chiesa di buone rendite ecc…”. Antonini scriveva pure che i beni che “Manso Leone Signore del luogo” lasciava al monastero erano stati in precedenza della sua moglie chiamata “Gatullina”. L’Antonini non postilla alcun riferimento bibliografico da cui trae l’interessante notizia però, sempre a p. 385 egli introduce la notizia premettendo di un chronicon e manoscritto apocrifo che lui chiama del “Monaco di S. Mercurio”. Antonini, a p. 386 ci parla anche della badessa “Altruda sua sorella” di questo nuovo monastero diventato femminile con il lascito del 1130 di “Manso Leone Signor del luogo”. Antonini, come vedremo in seguito ci parla anche del “Conte Guidone nipote di Manso” che nel 1133 ratificò il testamento di Manso. Dunque, la notizia è interessantissima perchè ci parla di un monastero che esisteva nei pressi di Roccagloriosa ancor prima dell’anno 1130 e ci parla pure dei feudatari del tempo. Indagando su questo “Manso Leone Signor del luogo” notiamo che l’Antonini cita anche l’abate Ughelli. Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”. Infatti l’Antonini, a p. 386 scriveva: “L’Abate Ughellio, Italia Sacra, tomo 6, fol. 143 riferiva che questo Monistero di monache fosse stato da Turchi ruinato”. In seguito, Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti) parlando di Rocca Gloriosa, in proposito scriveva che: “II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte normanno Leone, ad ecc….”. Dunque, il Laudisio in questo breve passaggio oltre a citare il II vescovo (?) di Policastro, “Arnaldo nominato vescovo di Policastro nel 1110” cita anche il conte Normanno Leone, padre di Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula, di cui parlerò in seguito. Sebbene il Laudisio non riportasse alcun riferimento bibliografico circa la notizia di Arnaldo e del conte Leone, è molto probabile che abbia tratto la notizia dall’“Italia Sacra” di Ferdiando Ughelli (….). Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 74 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), parlando di “Rocca Gloriosa”, in proposito scriveva che: II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…), scriveva che: ” A Rocca Gloriosa c’era il monastero di S. Mercurio di cui abbiamo già parlato, ed a cui era unito l’altro di Santa Veneranda; ma poichè il monastero fu soppresso, il Vescovo Pietro Magri, in ottemperanza alle norme del Tridentino, ne assegnò  in perpetuo i beni al seminario diocesano. Il conte normanno Leone  aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Il Laudisio, però, non fornisce nessun riferimento bibliografico. Dunque, il Laudisio ci parla di un certo “conte Normanno Leone”, il quale, a Roccagloriosa, che era un suo feudo, aveva fondato i due monasteri claustrali (monasteri femminili di monache) chiamati monasteri di Santa Veneranda e monastero di San Mercurio che, alla morte del figlio Manso o Mansone, nel 1130, secondo le sue volontà testamentarie e, con l’autorizzazione del vescovo di Policastro Arnaldo furono uniti in un unico monastero, il monastero di San Mercurio, sempre claustrale e femminile e con la prima badessa perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento”. Dunque, da ciò che leggiamo “Altrude” era figlia del Conte Manso o Mansone. Ma sulla figura di Altrude diremo innanzi. Secondo il Laudisio (….), il conte normanno Leone aveva fondato a Roccagloriosa, tre monasteri di monache, uno era quello di S. Mercurio, S. Leo e l’altro di S. Veneranda. Sulle origini di questo feudatario, il conte normanno Leone, parente di Roberto il Guiscardo aveva scritto nel 1745 anche il barone  Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p…… parlando del monastero di S. Mercurio di Roccagloriosa ci dice del Conte Leo: “Manso Leone Signor del luogo”, parente di Roberto il Guiscardo (così scrive l’Antonini), di cui parlerò in seguito. Dalla Relazione di De Micco (….) apprendiamo che: Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Ecc…”Il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64) che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc.. Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Secondo il Romaniello, sulla scorta del Laudisio e dell’Antonini, a p. 36 scriveva pure che il conte Normanno Leone, “il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64) ecc…Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, anche perchè in quel periodo calamitoso, in seguito alle accennate invasioni e depredazioni saracene, il numero delle donne si riduceva sempre di più; e, per salvare queste, le invitava nei monasteri, dove gl’invasori, per il rispetto alle chiese e luoghi pii, non osavano mettere facilmente piede”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Dunque, il Romaniello, riguardo il monastero femminile di S. Leo, fondato da Leone conte Normanno, postillava che siccome vi era una chiesetta in questo cenobio si chiamò “Cannamaria”. Dunque, i questo passaggio padre Romaniello conferma al principio del secolo XII, a Roccagloriosa, oltre al Monastero maschile di San Mercurio, da tempo abbandonato ma già preesistente da molto tempo, furono fatti edificare dal conte normanno Leone, i due monasteri femminili di “Santo Leo” e quello di “Santa Veneranda”. Il sacerdote Romaniello (….), scriveva che Roberto il Guiscardo aveva donato il feudo di Roccagloriosa al suo parente il conte normanno Leone che, al principio del secolo XII,  a Roccagloriosa, oltre al monastero maschile di San Mercurio che esisteva già da tempo e che era rimasto abbandonato in seguito alle incursioni di Narsete ecc…, volle fondarne altri due femminili, quello di “Santo Leo” e quello di “Santa Venere”. Anche padre Romaniello è molto chiaro sulle origini del feudo Normanno di Roccagloriosa che, dal conte Normanno, Leone, parente di Roberto il Guiscardo, fu ereditato dal figlio suo, il conte Manso o Mansone, che, nel 1130, prima di morire fece testamento e unificò i due monasteri laasciando la guida alla sorella Altrude. Il Laudisio, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e, riferendosi ai due monasteri di S. Leo e di Santa Veneranda, in proposito scriveva che: Il conte normanno Leone  aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Dunque, mons. Laudisio cita il “conte normanno Leone”, padre di “Manso”, conte di Roccagloriosa e di Padula. La notizia del Laudisio, di un vescovo “Arnaldo”, di un conte “Leone” e di un “Manzo conte di Roccagloriosa e Padula” fu in seguito ripresa dal sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al conte Leone, parente di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. Ecc..”. Dunque, l’Agatangelo scriveva che il conte normanno Leone era parente di Roberto il Guiscardo. In seguito la notizia storica che riguarda Roccagloriosa ma non solo fu ripresa da Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 cita l’antico documento Normanno del Conte Leone, citato dal Laudisio (9), ed in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.. Ebner, a p. 416, nella nota (11) postillava che: “(11) Laudisio cit. (Sinossi a cura di G.G. Visconti, p. 17) ecc…, poi a p. 47 sg. sul monastero di S. Mercurio unito a quello di S. Veneranda, sulla fondazione da parte del conte Leone dei due monasteri di monache, “quia in suo feudo”, sulla venuta dei bulgari che nel 550 si rifugiarono nel castello ecc….”. Ebner però, a differenza del Laudisio, parla del Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.. Infatti, anche l’Antonini si riferisce al “testamento” del conte Leone. Egli scrive: …..sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc….”. Antonini scriveva “con suo testamento”. Certo vi sono delle forti discrepanze con ciò che scriveva il Laudisio che faceva riferimento all’Ughelli. Il Laudisio faceva riferimento al vescovo “Arnaldo” che nell’anno 1110 “autorizzava Manso”, mentre l’Antonini scriveva “che nell’anno MCXXX Manso Signor del luogo con suo testamento (2) dotò etc…”. Dunque, la notizia è riferibile all’anno 1110 o all’anno 1130 come scrive l’Antonini, ovvero anno della morte di Mansone ?. Inoltre, “Gatullina” era moglie del conte Leone o era la moglie del conte “Mansone” ?.

Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni ecc…”, parlando di Roccagloriosa, a p. 416, scriveva: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (9), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. Infatti, il Laudisio (9), sulla scorta dell’‘Italia Sacra’ dell’Ughelli (11) che a p. 542, scriveva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”Secondo il Laudisio (9), dunque il documento Normanno non era il testamento del conte Manzo ma si trattava dell’autorizzazione di Arnaldo che autorizzava Manzo ad unire i due monasteri. 3) l’autorizzazione dell’anno 1130 (anno MCXXX) con il quale, Arnaldo, vescovo di Policastro Questo vescovo, autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”.

Nel ……., Leone, conte normanno di Roccagloriosa e Padula e la sua vasta tenuta del Centaurino

Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania -Discorsi”, a p. 385, parlando di Roccagloriosa ci parla anche del monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa accenna alla vasta tenuta del Centaurino ed in proposito scriveva che: Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc….”. L’Antonini, nella sua nota (1), prosegue scrivendo: “Contribuì a quest’errore l’essere per lungo tempo stato il Monastero di donne sotto la cura, e direzione de’ P.P. Basiliani, che stavano nel vicino paese di S. Giovanni a Piro; il di cui Monastero trovasi oggi soppresso, come a suo luogo sarà detto.”. Dunque, l’Antonini ci parla del “nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2)” e, poi aggiunge che Manso dona il possedimento che “ch’erano state di Gatullina sua moglie;”. Dunque, secondo l’Antonini, “Gatullina” era la moglie del vice-conte Manso. L’Antonini (….), a p. 385, a proposito del testamento di Mansone, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Con titolo di testamento soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. ‘Ambrosio Morles nelle note al Diploma del Re Veremondo’ sicuri ce ne fa (oltre tant’altri) colle seguenti parole: “Solemne bis etc…”. L’Antonini disserta sul documento di cui è a conoscenza e che chiama ‘testamento di Manso’. Dunque, l’Antonini scriveva del testamento del vice-conte normanno Manso  o Mansone che il 3 aprile 1130 fece testamento e dotò il Monastero di San Mercurio a Roccagloriosa della vasta tenuta del Centaurino: dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; ecc..”. Secoli dopo l’Antonini, il sacerdote Agatangelo Romaniello (18), nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p……, sulla scorta dell’Antonini (….), in proposito al monastero di S. Mercurio e riferendosi al conte Normanno Leone, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò  a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (…) che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Il signore del feudo di Rocca si interessò alla costruzione dei detti monasteri, ecc.. Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo.”. L’Agatangelo (18), traeva queste notizie e postillava nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Il sacerdote Romaniello, non ci parla del vice-conte normanno Manso o Mansone e del suo testamento ma scriveva che era ‘Leone normanno’ (parente del potente Roberto il Guiscardo). Il Laudisio, sebbene citasse la notizia del testamento di Mansone non dice nulla sulla tenuta del Centaurino e sulla dote concessa al Monastero di S. Mercurio. Ma chi fu a dotare l’antichissimo Monastero di San Mercurio (rinato), della vasta tenuta del Centaurino o “Cannamaria”, che come è stato più volte scritto apparteneva a “Gatullina” ?. Fu il conte Leone, di stirpe normanna e la moglie Gatullina o fu il figlio, il vice-conte normanno Manso o Mansone che nel 1130 fece testamento ?. Di un precedente lascito o testamento, precedente al testamento di Mansone, figlio di Leone, ha parlato Pietro Ebner (….) che, nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa a p. 416 citando ciò che aveva scritto Lorenzo Giustiniani (….), su Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (11), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti. Manca ogni dato archivistico circa il testamento di Leone.. Ebner, cita un “testamento di Leone” e dice che di esso “manca ogni dato archivistico”. Dunque, Ebner lascia intravvedere che il conte Mansone, nel 1130, nelle sue volontà testamentarie lasciò in dote la vasta tenuta del Centaurino o di “Cannamaria” alla sorella o figlia Altrude ed al Monastero riunito e rinato di San Mercurio a Roccagloriosa, lascito di beni che possedeva in seguito all’eredità del padre Leone e della madre Gatullina. Sulla figura del conte di stirpe Normanna Leone, signore di Roccagloriosa e di Padula al tempo di Roberto il Guiscardo e della moglie (?) Gatullina non abbiamo notizie certe se non le poche parole citate dall’Antonini. Dell’antichissimo Monastero di San Mercurio e dei suoi possedimenti abbiamo molte notizie storiche che si riferiscono a molto prima della venuta dei Normanni nel Regno. Abbiamo notizie del passaggio di S. Nilo, notizie tutte documentate ma della tenuta del Centaurino si conoscono alcune notizie perchè dopo il secolo XVI iniziarono ad esserci liti e cause con la Curia che cercò di impossessarsi del vasto possedimento forse lascito dei Longobardi al Monastero di S. Mercurio. Sappiamo che in origine il monastero di S. Mercurio era un monastero di Monaci maschi, forse un antico cenobio basiliano, inserito in un circuito di Monasteri Carbonensi. Infatti, il Romaniello, a p. 36, in proposito scriveva che: “Non si sa con precisione fino a quando i monaci abitarono nel monastero di S. Mercurio. Molto probabilmente lo abbandonarono definitivamente agli inizi del secolo XI, quando, a causa delle frequenti scorrerie saracene, la permanenza nel monastero si rese molto difficile per i monaci, i quali erano costretti spesso a girovagare ed a nascondersi nelle grotte e per le montagne boscose. Solo durante la dominazione normanna (1040-1198) i monaci poterono rirendere a vivere nel loro primiero splendore, perchè quelli impedirono energicamente le depredazioni saracene e sottrassero alla giurisdizione vescovile i monaci, i quali ebbero monasteri stabili, ampi, solidi e ben dotati, tali da permettere una più ordinata ed intensa operosità ascetica e culturale (63).”. Romaniello, a p. 36, nella nota (63) postillava che: “(63) Gassisi Sofronio, op. cit., p. 809”. Romaniello si riferiva al testo di Sofronio Gassisi (….), “I manoscritti di S. Nilo Juniore”, Roma, 1905; “Innografi italo-greci – Le poesie di S. Nilo Juniore e di Paolo monaco”, in “Oriente christianus”, n. 5 (1905), pp. 26-82.  Solo con la venuta dei Normanni diventò un monastero benedettino e claustrale per volontà del conte Leone. Addirittura il sacerdote Agatangelo Romaniello, a p……, riferendosi al conte Leone, in proposito scriveva che: “Leone normanno, …..che dotò di un’estesa zona di terreno per un circuito di 14 miglia alle falde del Monte Centaurino da cui scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano, ecc….”. Dunque, secondo il Romaniello, la vasta tenuta o possedimento del Monte Centaurino consisteva in una vasta tenuta di terreno che si estendeva per 14 miglia. Il Romaniello scrive pure che all’arrivo del nuovo feudatario, il conte normanno Leone, scacciò pure i ladri che vi derubavano e vi depredavano”. Purtroppo l’interessante notizia non è suffragata da riferimenti bibliografici. Chi fossero questi ladri che derubavano e depredavano non si capisce. Forse ci si riferiva alla popolazione di Bulgari che avevano in precedenza occupato la rocca fortificata di Roccagloriosa.

Nel XI secolo, i due monasteri di San Leo e Santa Veneranda detto di ‘Cannamaria’ a Roccagloriosa sulla strada per Torre Orsaia, rifondati dal conte Leone normanno

Mons. Laudisio (….), nel 1831, nella sua “Sinossi et…”, a p. 101 (vedi versione a cura di Giangaleazzo Visconti), forse sulla scorta dell’Ughelli (…) e, riferendosi ai due monasteri di S. Leo e di Santa Veneranda, in proposito scriveva che: Il conte normanno Leone  aveva fondato, come abbiamo detto in precedenza, questi due monasteri di monache che si trovavano nel suo feudo, ecc…”. Sulla fondazione di due Monasteri femminili e claustrali a Roccagloriosa ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (….) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, riferendosi al conte Leone, parente di Roberto il Guiscardo, in proposito scriveva che: “Intanto al principio del secolo XII, la terra di Roccagloriosa fu donata in feudo da Roberto il Guiscardo al suo parente Leone normanno, il quale pensò a popolare di monache il monastero di S. Mecurio rimasto abbandonato. E, siccome egli era stato religioso, volle edificare altri due monasteri per le donne: quello di “Santo Leo” (64)……, e quello di “Santa Venere” lungo la strada che oggi porta a Torre Orsaia. Ecc…”. Nella sua nota (64), l’Agatangelo scrive: “(64) Siccome la chiesa di questo monastero fu dedicata a S. Anna e a Maria SS., il Cenobio fu denominato “Cannamaria”.”. Dunque, il sacerdote Romaniello, sulla scorta di diversi autori, lasciava intendere che nel secolo XII, quando cioè il feudo di Roccagloriosa passò al conte normanno Leone, egli fece costruire due nuovi monasteri feminili e claustrali: il monastero di Santo Leo e quello di Santa Veneranda che si trovava luno la strada per Torre Orsaia e che in origine si chiamò di “Cannamaria”. Su questi due monasteri ha scritto pure il comm. De Micco (….), recentemente da me rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco, nella Causa vertente tra ilPel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il De Micco, riferendosi alla vasta tenuta del Centaurino, a p. 6, in proposito scriveva che: “Fra gli immobili legati vi era compresa la tenuta allodiale o burgensatica di esso disponente Mansone, denominata ‘Cannamaria’ dal nome di uno dei detti tre Monasteri sotto il titolo di ‘S. Anna e Maria’, sita all’estremo del ‘feudo’ di Roccagloriosa, limitrofo in quel tempo al tenimento di Rofrano, ecc…”.

Nel 1051, il conte Sicone e il guidice Rodoaldo figlio di Giovanni vendono a “Leone atranese” e sua moglie le loro terre che saranno ereditate dal loro figlio “Pietro di Blacta”, figlio di “Leone Atranese”

Amedeo La Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia”, dove a p. 31, in proposito scriveva che: “Dopo il 980, il vuoto documentario di circa cent’anni, non ci permette di delineare l’evoluzione del monastero e della chiesa annessa. Vuoto che è interrotto da un solo atto del 1051 pervenutoci trascritto per sommi capi in un documento del 1086 (50) (v. anche oltre) col quale il conte Sicone e il guidice Rodoaldo figlio di Giovanni vendono ad un certo Leone atranese e sua moglie le loro terre che avevano in ‘loco Lucanie iuxta rebus ecclesie Sancte Marie de Gulie dicitur’, ma senza precisarne i confini, trasmesse poi al loro figlio Pietro di Blacta. Solo nel 1071, quando i Normanni avevano messo le mani sulla maggior parte delle terre longobarde, etc..”. Il La Greca, a p. 31, nella nota (50) postillava che: “(50) ABC, XIV, 59.”. Dunque, il La Greca scrive di questo documento cavense che nel 1051 viene stipulato un atto di compra-vendita tra il conte Sicone ed il “giudice Rodoaldo, figlio di Giovanni” che vendettero delle terre a “Leone atranese” ed alla sua moglie. Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, a pp. 161-162 parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale – Santa Maria de Gulia”, a Castellabate, in proposito scriveva che: “Bisogna, tuttavia, aspettare il 1051 per tornare ad avere notizie sul complesso di Santa Maria ‘ad gulie’, in un atto del 1086, infatti, si rintraccia la trascrizione di un documento più antico, secondo il quale il conte Sicone avrebbe venduto a Leone Atranense terre ‘in loco Lucanie’, iuxta rebus ecclesie Sancte Marie, ubi ad gulie dicitur’.”. Secondo la Visentin, questa notizia, che risale all’anno 1051, si desume da un documento postumo del 1086, in cui un certo Pietro de Blacta figlio di Leone Atranense, rivendicava alcuni beni a S. Maria de Gulia. Infatti, la Visentin, a p. 162 continuava scrivendo che: “Nel settembre del 1086 Pietro de Blacta, filius quondam Leone, avrebbe rivendicato il possesso di ‘omnes res in quibus constructae sunt ecclesiae Sanctae Mariae de gulia, Sancti Angeli (730) et aliae’, dando vita ad una lite con il monastero cavense, al quale invece i beni e le chiese risultano donate dal principe Gisulfo II, riunito ‘in sacro Salernitano palatio’ con i suoi ‘fideles’, offre al dominus Petrus, Abbas monasterii Sancti Archangeli Mychaelis, quod conditum est in finibus Lucanie pertinentie Cilenti’, terre appartenenti ai beni del ‘palatium’ (732).”. La Visentin, a p. 162, nella nota (730) postillava che: “(730) Si tratta della chiesa di S. Angelo de Licosa”. La Visentin, a p. 162, nella nota (732) postillava che: “(732) AC, B 9 e XIV 59 edito da A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI, Firenze 1910, pp. 66-68 e nel CDC IX, pp. 369-372.”. Dunque, secondo un documento del 1051 trascritto in un atto di donazione del 1086, il conte Sicone avrebbe venduto ad un certo “Leone Atranense” proprietà in S. Maria de Gulia. Dunque, in questo passaggio apprendiamo anche di un Leone Atranense. Ciò che è stato scritto dalla Visentin potrebbe avrere un collegamento con le rovine di un “Amalphi ruinata” ?. Forse uno dei porti della valle del Mingardo acquistato dagli Atranesi o Amalfitani ?. Un antico casale posto non lontano dal fiume Mingardo di cui ho parlato in un altro mio saggio dal titolo “Nel 339 d.C., la fondazione di Amalfi la Vecchia”. Forse un antico porto amalfitano o atranese, uno dei tanti della costa che risale verso Agropoli. Esistono diversi documenti del periodo successivo che attestano l’interesse dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava per gli approdi del basso Cilento. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 655 parlando di “Castellabate” in proposito scriveva che: “Certo è che nel 1123, un anno dopo la sua elezione, l’abate Costabile chiese al sovrano l’autorizzazione a costruire un castello sul monte, al cui vertice vi era la chiesa di S. Angelo. Il duca Guglielmo annuì alla richiesta consentendo alla Badia di elevare “girones et turres” etc…Questo venne costruito dov’era la chiesa di S. Maria de Gulia (3), nei cui pressi vi era la chiesa di S. Maria ‘litus maris’ (porto).”. Dunque, la chiesa di cui parla la Visentin ed in cui dovevano esserci, nell’anno 1051 delle proprietà di “Leone Atranense” che le acquistò dal conte Sicone, si trovava non molto distante da un porticciolo non molto distante da Castellabate. La Visentin, a p. 162, nella nota (730) postillava che: “(730) Si tratta della chiesa di S. Angelo de Licosa”. Sull’origine atranese di alcuni personaggi, come Leone, che ruotano intorno alle prime notizie storiche di questi luoghi, poi caduti in mano all’Abbazia della SS. Trinità di Cava. Dunque, in questo passaggio apprendiamo anche di un Leone Atranense. Ciò che è stato scritto dalla Visentin potrebbe avrere un collegamento con le rovine di un “Amalphi ruinata” ?. Forse uno dei porti della valle del Mingardo acquistato dagli Atranesi o Amalfitani ?. Un antico casale posto non lontano dal fiume Mingardo di cui ho parlato in un altro mio saggio dal titolo “Nel 339 d.C., la fondazione di Amalfi la Vecchia”. Forse un antico porto amalfitano o atranese, uno dei tanti della costa che risale verso Agropoli. Esistono diversi documenti del periodo successivo che attestano l’interesse dell’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava per gli approdi del basso Cilento. Amedeo La Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia”, dove a p. 41, in proposito scriveva che: “La Badia di Cava, che godeva della protezione della stessa principessa Sichelgaita (come pare potersi desumere dal fatto che è presente in vari atti rogati in quegli anni in suo favore), appare ormai il principale riferimento dei Normanni, ad essa costoro dirigeranno i loro interessi negli anni successivi, grantendola anche da reclami di diritti su terre che gli ultimi atranesi cercano di conservare, invano. E’ quanto avviene nel mese di settembre del 1086: la badia mostra tutta la sua capacità giuridica e peso politico di difendere con mezzi propri i possessi ottenuti, rigettando le pretese di un certo Pietro de Blancta, figlio di Leone atranese. Nel consesso, presieduto dal giudice Giovanni per parte e in nome dell’abate Pietro, questi, nella sua veste di ‘advocatus’ della badia, esibisce ‘unam cartulam’, cioè il documento del 1072, di cui abbiamo detto sopra – che viene integralmente trascritto nel nuovo atto (67) – portandolo come prova etc….A sua volta Pietro di Blacta esibisce un’altra ‘cartulam’ rogata ai tempi di Guaimario, e precisamente nel 1051 (già sopra citata, che però non viene trascritta per intero nel nuovo rogito ma abilmente riassunta), con la quale cerca di dimostrare il suo possesso di terre “in loco Lucanie iuxta rebus ecclesie Sancte Marie ubi ad Gulia dicitur”, che secondo lui, aveva avuto in eredità dai genitori i quali le avevano acquistate nel 1051 dal conte Sicone e dal giudice Rodoaldo.”. Dunque, il Pietro di Blacta era figlio di Leone Atranese. Pietro, nel 1086, resistette dinanzi ad un giudizio intentato dall’Abate Pietro da Salerno (Pietro Pappacarbone), dove esibì un documento, un atto di donazione del 1051 che dimostrava la provenienza dei beni dal conte “Sicone” a “Leone atranese” suo padre.

Nel 1060, Blatta, badessa del convento femminile di S. Liberatore tra Salerno e Vietri

Sul nome “Blatta”, ha scritto anche Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani (….), vol. II, a pp. 770-771 parlando dei “c. Le genus les Alfan de Salerne”, in proposito scriveva che: “Alla fine del X secolo apparve un altro monastero femminile, San Liberatore, edificato sull’omonima rupe rocciosa che si affaccia sul golfo di Salerno, posto sotto la giurisdizione del Vescovo di Salerno (194). L’unica fondazione monastica privata femminile sembra essere, per la nostra epoca, quella di Saint-Michel-et-Saint-Etienne, da non confondere con la chiesa di Saint-Ange appartenente alla stirpe del carolingio Guido, la cui badessa, nel 1039 , data del primo documento che ce la fa conoscere, porta un nome comune nell’aristocrazia longobarda, Sichelgaite (195). Ma dopo il 1060, il nome della badessa Blatta ci rimanda alle contee Amalfitane possedute nel ‘principato’ di Salerno, alcuni avvocati e anche artigiani.”. Infatti, quì la Taviani cita la badessa “Blatta”, che, dopo il 1060, il suo nome ci rimanda alle contee Amalfitane possedute nel ‘principato’ di Salerno, alcuni avvocati e anche artigiani.”. La Taviani ci parla di “contee Amalfitane”, nel Principato di Salerno, forse quelle nel Cilento, dove gli Atranesi ed i Vietresi avevano diverse proprietà, fondaci, porti ecc…La Taviani, a p. 771, nella nota (195) postillava che: “(195) A. 1039 (C.D.C., IV, 618, p. 139).”.

Nel 1052, “in finibus Salernitanis”, il territorio compreso fra l’Alento ed il Bussento

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidataun esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il ecc…”. Pietro Ebner, a p. 333, nella sua nota (21) postillava che: “(21) Ebner, Storia, cit., ed. Economia e Società, cit.”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a p. 34, riferendosi a Guido, fratello di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “…..dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido,….ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino”; Guaimario “terre e castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Ecc….”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…. Ebner (…), a p. 34, nella sua nota (91), postillava in proposito che: “(91) Schipa, Il Mezzogiorno etc…, cit.,  p. 168.”. Sempre sul “sacro Palatio”, l’Ebner ha scritto nel suo “Economia e Società”, vol. I, a p…….Pietro Ebner (…), sempre nel suo ‘Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 87, nel suo cap. III, riferendosi al principe di Salerno Gisulfo II, in proposito scriveva che: Se il principe avesse posseduto anche i territori oltre l’Alento avrebbe aggiunto al profluvio di donazioni fatte all’abbazia di Cava, dietro consiglio dell’arcidiacono e amministratore della Chiesa Ildebrando di Soana, anche non pochi monasteri e loro dipendenze che erano “in finibus salernitanis”, e cioè nell’odierno basso Cilento.”.

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 33-34, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “8. Difficilmente valutabili i riflessi del territorio del Cilento della congiura che spense nel sangue, con i più fidi, lo stesso Guaimario V, il più grande principe che abbia avuto Salerno. Infatti, dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ebbe la contea di Conza e i fratelli del principe terre sulle coste tirreniche: Guido, il “prode e bellissimo cavaliere ebbe Policastro e certi castelli della Valle di S. Severino”; Guaimario “terre e il castello di Cilento” (91), buona parte, forse, del distretto di “Lucania” di quel tempo con sede a Cilento. Ma l’intero territorio della futura baronia di Novi continuò ad essere alle dirette dipendenze del governo e cioè del “sacro Palatio”. Evidentemente Guido aveva scelto come sede della sua Contea Policastro, o era stato sollecitato a farlo per le spiccate sue doti militari, appunto per un miglior controllo di quella zona di confine. Preoccupazioni che diminuironno fino a sparire, come vedremo, dopo il matrimonio di Sighelgaita sorella del conte, con Roberto Guiscardo, il quale era riuscito ad impadronirsi della Calabria scacciandone i Bizantini. Guido cominciò ad ammirare il valore del cognato di cui finì per diventare amico, seguendolo nella conquista della Sicilia (a. 1071). Sia Guido di Policastro, che l’omonimo zio conte di Conza, avevano disapprovato la politica di Gisulfo avversa ai Normanni che pur l’avevano rimesso sul trono. Che il clima di contrasti e continue lotte avessero potuto influire sul giovanissimo sovrano sembra possibile, ma solo per esasperarne il carattere. Malgrado le interessate lodi di Alfano (92), è parere di Amato di Montecassino che fosse blasfemo, violento e insolente, spetato fino alla ferocia contro i prigionieri, pirata protervo, fedifrago e empio, caparbio fino all’autodistruzione (preferì la lotta suprema col Guiscardo per poi uscire, vinto, dalla rocca salernitana), ecc….Umfredo e Guglielmo (93). Questi nell’allontanarsi da Salerno, ne devastarono il territorio impadronendosi dei castelli di ecc….Ma non si fermarono alla sola pianura pestana crede anche lo Schipa (94). Si spinsero oltre occupando i porti velini nel’amena Valle Bricia, l’antica ‘chora’ di Velia che confinava con il Bruzio. Con questi territori si creò una “contea alla quale Umfredo prepose il fratello Guglielmo, col titolo ignoto sino allora di Conte di Principato” (95). E poichè pare che nel 1116 il castello di Agropoli fosse stato concesso da un altro Guglielmo a Giovanni di S. Paolo (96), è da presumere che anche quel territorio fosse stato poi incluso nell’anzidetta contea. La prima signoria fondiaria-territoriale del Principato, una signoria troppo vasta e difficile da controllare anche per la crudeltà che ne avevano accompagnata la conquista.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (90), postillava che: “(90) Amato, cit., III, 30: “E quant Guide, fu per la misericorde Dieu, delivrè de cest peril (era riuscito a sfuggire ai congiurati), ecc…”.

Nel 1054, Teodora di Tuscolo si fece monaca

Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950. Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Etc…”. Dunque, Ebner racconta che le sacre spoglie di S. Matteo furono consegnate dal monaco Atanasio a Giovanni, vescovo della diocesi pestana, la cui sede si trovava a Capaccio. Giovanni trasportò le sacre spoglie dell’apostolo nella sua chesa (73).  L’Ebner, a p. 28, nella nota (73) postillava che: “(73) A ricordare l’arrivo a Capaccio delle sacre spoglie, come si fece pure a Rutino (miracolo della fonte) perchè il vescovo Giovanni vi aveva pernottato, la vedova di Pandolfo di Capaccio (era stato ucciso per difendere il fratello principe Guaimario V: a. 1052), fattasi monaca (“Teodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.). La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Dunque, Ebner, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta del  (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.)” postillava che a ricordare l’arrivo a Capaccio, delle sacre spoglie dell’apostolo rinvenute dal monaco Atanasio, fu Teodora di Tuscolo, dopo la morte di suo marito Pandolfo di Capaccio, ucciso per difendere il principe Guaimario V, ella “fattasi monaca (“Teodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale etc…”. In Wikipedia, alla voce “Pandolfo di Capaccio” leggiamo che Pandolfo, il marito di Teodora di Tuscolo, e non Teodora, prima di essere assassinato, nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Wikipedia nella nota (8) postillava che: “(8) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest, Routledge, 2000, p. 48”. Ebner, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta di “(P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no.” postillava pure che: “La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Al di la della questione relativa all’esatta ubicazione della chiesa di Pandolfo, che il Loud (….), scriveva che Pandolfo ne acquistò alcuni diritti versando sei libre d’oro al vescovo Amato di Pesto, come risulta anche dal documento A 35 conservato nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, pubblicato pure nel Codice Diplomatico Cavense, vol. VII, per l’anno 1054 ed in Domenicantonio Ventimiglia (….), nel suo  ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc.’, Napoli, 1827, p. VI sgg., vi è anche la questione relativa alla notizia riportata da Ebner il quale scriveva che Teodora di Tuscolo, dopo la morte del marito (a. 1052), Pandolfo di Capaccio, presumibilmente intorno al 1054 si fece monaca e fece costruire una chiesa dedicata all’apostolo Matteo. La notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Romani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”.  

Nel 1059, GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, GLORIOSO, figli di Teodora di Tuscolo amministrarono il ricco patrimonio del padre Pandolfo di Capaccio morto nel 1052

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 738 parlando di “Corleto (Monforte), che in antichità era “Corneto”, in proposito scriveva che: “Le notizie più antiche risalgono al costituirsi della contea di Capaccio e Corneto da parte di Guaimario V (IV) concessa al fratello Pandolfo probabilmente in occasione delle sue nozze con Teodora di Tuscolo.”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 739 parlando di “Corleto (Monforte)”, che in antichità era “Corneto”, in proposito scriveva che: “Dopo l’assassinio di Pandolfo, conte di Capaccio e di Corneto, accorso a difendere il principe Guaimario V (IV), poi ucciso anch’egli sulle rive salernitane (luglio 1052), la contea venne divisa tra i diversi suoi figli (v. a Capaccio). Tra essi, il quarto, Giovanni che sposò Altruda di Sessa, da cui Giordano, il quale nel 1086, donò ‘pro anima’ alla Badia di Cava (7) la chiesa di S. Venere, “que sita est in loco quondam tenimenti corniti, prope casale russino (Roscigno vecchio o villaggio scomparso ?)(8)….Tra i figlioli di Pandolfo vi era anche il secondo, Gregorio, signore di Capaccio, come si legge in una donazione del 1092 (9), con la quale esso Gregorio, con la moglie Maria figlia di Erberto, donarono etc…”. Ebner, a p. 739, nella nota (8) postillava che: “(9) I, ABC, C 34, anno 1092, XV, Salerno (copia in ABC, XV 58) etc…”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2), lasciando il suo patrimonio nelle mani dei figli Guaimario, Gregorio, Guido, Giovanni e Glorioso, i quali, secondo il diritto di successione longobardo, ebbero la consignoria del feudo e portarono tutti il titolo di Conte. Etc…”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), ecc..”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Da Wikipedia leggiamo che Roberto il Guiscardo,  nel 1056, compì una spedizione contro il longobardo Gisulfo II di Salerno, poi conquistò Cosenza e una parte della Calabria. Il Cantalupo proseguendo il racconto e riferendosi ai figli di Pandolfo dopo la sua morte scriveva che: “Mantenutisi neutrali al momento dello scontro fra il Guiscardo e Gisulfo II, loro zio, furono dallo stesso duca Roberto lasciati nel tranquillo possesso di questa contea, dove, scomparso nel frattempo l’ordinamento amministrativo della circoscrizione di Lucania e incamerato, probabilmente, il castello di Capaccio dalla curia ducale (3), i territori apparvero unicamente retti come feudo, frazionati in più possedimenti, di cui il maggiore, come sembra, toccò a Guaimario, il primogenito, che in un documento del 1089 si sottoscrisse: ‘comes caputaquensis’, conte di Capaccio (4). Il secondo dei figli di Pandolfo, Gregorio, ebbe, forse come feudo distinto dal primo, quello di Trentinara, il cui territorio, in seguito non solo apparirà separato da quello di Capaccio, ma in possesso di suo figlio Guglielmo (6) e poi del figlio di questi Roberto (7). Un’altro figlio di Pandolfo, Giovanni, pare che avesse titolo specifico su Corneto (attuale Corleto Monforte), feudo che non risulta abbia fatto originariamente parte della contea di Capaccio, come Trentinara, esso o vi fu aggregato in epoca normanna o, quasi certamente, fu dato con investitura personale a questo Giovanni, il cui figlio Giordano, in qualità di signore di Corneto, nel 1137 donò alla Badia di Cava dei beni siti nella località di Fragina ed in Acquavella (8).”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (3) postillava che: “(3) Il viceconte Landone (‘Landone Vicecomiti’), menzionato in un doc. del 1087 redatto a Capaccio (ABC, XIV, 71), era molto probabilmente un funzionario della curia locale”. Il Cantalupo, a p. 116, nella nota (1) postillava che: “(1) Lo Schipa (Storia…., cit., p. 209), seguito dal Talamo Atenolfi (op. cit., p. 15) e dell’Ebner (op. cit., p. 82), sostiene che nella congiura perì anche Pandolfo, fratello del principe e conte di Capaccio, che era, invece, già morto nel maggio precedente (v. supra).”. Il Cantalupo, a p. 116, parlando della congiura di Palazzo che portò all’uccisione di Guaimario V, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca,………Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; etc…”. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a p. 149 parlando del monastero o cenobio di S. Zaccaria a li Lauri, in proposito scriveva che: La chiesa con il monastero sono, dunque, da tempo proprietà di una famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda, etc…”. Secondo la Visentin, che trae queste notizie dai documenti cavensi, la famiglia di Mansone, di Leone, di Glorioso, di Gisulfo, di Guido e Alessandro e di Landulfo era una famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda”. La Visentin scrive che Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo”, che “Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis'” ovvero che Landolfo era figlio dell’ex conte Leone, che ‘‘Gloriosus, filius quondam Paldulfi comitis, filii bone memorie Mansonis comitis’, con sua moglie Ermelina”, ovvero che Glorioso era figlio del defunto Pandolfo di Capaccio (?), figlio del conte Mansone detto “bona memoria”. Glorioso era marito di Ermelina e padre di Gisulfo, a sua volta padre di Guido e Alessandro. La Visentin scrive pure che  il conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo, e da suo figlio Gisulfo”. Questo mi pare essere il passaggio interessante che arriverebbe a chiarire chi fosse Mansone e quale legame di parentela avesse per esempio con Glorioso. In questo passaggio, la Visentin scriveva che: Gloriosus, filius quondam Paldulfi comitis, filii bone memorie Mansonis comitis”, ovvero che “Glorioso, figlio del defunto conte Pandolfo figlio del ben ricordato conte Mansone.”. Dunque, secondo l’antico documento del 1093 (di Glorioso), citato dalla Visentin, il conte “Glorioso” era figlio di “Pandolfo” e questo pandolfo era figlio di Mansone. Dunque, in questo passaggio la Visentin scriveva che Mansone era il padre del conte Pandolfo. Ma, la Visentin, nel passaggio successivo scriveva che Mansone era fratello del conte Pandolfo. Infatti, a p. 149 scriveva pure che: “Nell’agosto del 1109 lo stesso ‘Gloriosus, in cambio di 300 tarì, riconosce alla Trinità terre ‘in locis Licosa, Tirrisino et Staino, ad essa donati dal conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo, e da suo figlio Gisulfo (654), etc…”. In questo passaggio la Visentin scriveva che donati dal conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo”. Dunque, Pandolfo e Mansone erano fratelli ?. La Visentin scrive che Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo”, che “Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis'” ovvero che Landolfo era figlio dell’ex conte Leone, che ‘‘Gloriosus, filius quondam Paldulfi comitis, filii bone memorie Mansonis comitis’, con sua moglie Ermelina”, ovvero che Glorioso era figlio del defunto Pandolfo di Capaccio (?), figlio del conte Mansone detto “bona memoria”. Glorioso era marito di Ermelina e padre di Gisulfo, a sua volta padre di Guido e Alessandro. La Visentin, a p. 149, nella nota (657) postillava che: “(657) AC, E 50: Guglielmo conferma, inoltre, la metà delle sostanze che era stata donata da Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis’.”. Dunque, secondo la Visentin, che trae queste notizie dai documenti cavensi, la famiglia di Mansone, di Leone, di Glorioso, di Gisulfo, di Guido e Alessandro e di Landulfo era una famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda”. La Visentin scrive pure che  il conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo, etc…”. Piero Cantalupo, nel suo schema sulla “Signoria di Capaccio”, a p. 134 riporta che: “Pandolfo conte di Capaccio (1034 ? – 1052).”. Altre notizie su Teodora di Tuscolo vengono da Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “Umfredo avendo sposato la figliola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo.”. Dunque, Ebner scriveva che Guglielmo de Mannia sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio.

Riguardo il testo di De Blasio (….) citato, il Cantalupo, a p. 68, nella nota (6) postillava: “(6) S.M. DE BLASIO, Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt’, Napoli, 1785, ecc..”. Si tratta del testo di Salvatore Maria Di Blasi (….) e del suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Il Cantalupo cita il documento n. I, che si trova in Appendice. Salvatore Maria Di Blasi (Palermo, 26 dicembre 1719 – Palermo, 28 aprile 1814) è stato un archivista e bibliotecario italiano. Riordinò l’archivio cavense ricco di circa sessantamila scritture avendo come principale supporto l’importante Dictionarium Cavense compilato tra il 1595 ed il 1599 da dom Agostino Venieri (Venereo). Lo studio del prezioso materiale documentario consentì al Di Blasi di produrre molti pregevoli saggi, tuttora rimasti in gran parte inediti. Nel Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628. L’opera che gli valse la maggior fama fu la Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt… a vulgari anno 840 ad annum 1077.

Nel giugno del 1058-59, “MANSONE E LEONE”, due ricchissimi fratelli salernitani, molto fedeli a Guido di Sorrento, conte di Conza e a Riccardo di Aversa (Riccardo Querrel-Drengot)

Michelangelo Schipa (….), nel testo scritto e pubblicato con Ferdinando Hirsch, nel loro “La Longobardia Meridionale (570-1077) Il ducato di Benevento – Il Principato di Salerno”, a p. 213, dopo aver parlato dell’ascesa al trono di Gisufo II, in proposito scrivevano che: “Perchè, Umfredo e i fratelli vinsero l’oste papale a Civitate (1053), ……Perciò, saliti a maggior orgoglio, s’ebbero a male l’abbandono di Gisulfo, e non l’obbligarono più (4). Anche a Guido dispiacque che il nipote s’alienasse dai Normanni, e cominciò per questo, o per cagioni, un dissidio tra zio e nipote, che si trasse appresso l’aperta l’aperta discordia tra Gisulfo e Riccardo d’Aversa, amico al Conte di Conza. Almeno lascia supporlo Amato, narrando che Gisulfo volle disfarsi di Mansone e Leone, due ricchissimi fratelli salernitani assai devoti a Guido ed a Riccardo. Per meglio riuscire nel suo intento, Gisulfo, dice il Cronista, in segreto promise a Roberto, fratello del Conte di Aversa, una parte dei beni loro, e poi cominciò, non si sa in che modo, ad aizzare contr’essi il popolo. Ma in tempo quelli fuggirono con le ricchezze loro; e contro al Principe rimase il risentimento di Riccardo (5).”.

Schipa, p. 152 su Mansone

Michelangelo Schipa (….) riportava l’interessante notizia secondo cui il monaco benedettino Amato di Montecassino “feceva intendere” che, “….Amato, narrando che Gisulfo volle disfarsi di Mansone e Leone, due ricchissimi fratelli salernitani etc…”. Dunque, lo Schipa, sulla scorta di Amato di Montecassino riporta la notizia che il principe di Salerno, Gisulfo II volle disfarsi di “Mansone e Leone, due ricchissimi fratelli salernitani”. Dunque, per la notizia dei legami che i due fratelli salernitani Mansone e Leone avessero con il Conte di Conza, Guido e con Riccardo di Aversa, lo Schipa, a p. 213, nella nota (5) postillava che: “(5) Aimé, lib. III, c. XL bis., 94-96. Etc..”. Infatti, Amato di Montecassino (…), nel suo “L’ystoire de li Normant – la chronique de Robert Viscart”, nel cap. III, c. XL bis., p. 95, in proposito scriveva che: Més pour covrir ceste iniquitè qu’il voloit faire, il se ordena de traire de sajète et faire mal à dui frères, c’est à Manson et à Lyon etc..” che tradotto significa: Ma per coprire questa nequizia che voleva fare, si è ordinato di mungere la sua strada e fare del male a due fratelli, tocca a Mansone e Leone”.

De Bartolomeis, Amato di Mont., p. 160

Vincenzo De Bartolomeis (….), nel suo “Amato di Montecassino, Storia dei Normanni”, a p. 160, nella nota (I) postillava che: “(I) Non c’è dubbio di controllare il racconto di Amato, che è il solo a narrare questi fatti. Ma Amato è apertamente ostile a Gisulfo; le sue parole quindi vanno accolte con cautela. Lo Chalanndon (I, p. 147) interpreta gli avvenimenti nel senso che tra i Longobardi del Principato di Salerno si fossero formati due partiti, uno favorevole alla vecchia politica di Guaimario, vale a dire all’alleanza co’ Normanni, l’altra completamente ostile all’accordo. Alla testa del primo si sarebbe trovato Guido, zio di Gisulfo e cognato di Umfredo; alla testa del secondo, Gisulfo stesso, insofferente della tutela dello zio, e perciò aveva preso a odiare i Normanni. La spiegazione è plausibile, essendo fondata sopra considerazioni di natura politica, non di ordine meramente morale, quale l’ingratitudine, come farebbe credere Amato. L’atteggiamento tenuto in seguito dalla Chiesa verso Gisulfo autorizza a pensare che già, sin dal principio del regno di lui, essa si sia procurata l’amicizia del nuovo principe di Salerno. Ignoriamo quali rapporti corressero tra Guido, Mansone e Leone per spiegarci il motivo per cui Gisulfo abbia incominciato dal perseguitare questi ultimi per nuocere a quello. Nel ‘Necrologio del Lib. Confratrum di S. Matteo di Salerno’ (p. 318) è registrata, senza data precisa, nel sec. XI, la morte di un “Manso Caputus”.”. Il De Bartolomeis, che ha curato la ristampa di Amato di Montecassino commentava che si ignorano quali fossero i rapporti tra Guido ed i due ricchissimi fratelli salernitani Mansone e Leone di cui parla lo Schipa. Poi vedremo innanzi cosa postillava a riguardo il De Bartolomeis. Dunque, il De Bartolomeis cerca di chiarire il perchè Gisulfo se l’avesse presa con i due ricchissimi fratelli salernitani Mansone e Leone. Forse per i disaccordi con lo zio Guido di Sorrento. Nel “Necrologio del Lib. Confratrum di S. Matteo di Salerno”, pubblicato da Carlo Alberto Garufi (….), nel 1922, a p. 318 è citato “Manso Caputus”, ma, sempre a p. 318 troviamo citato anche “Manso” e poi “Landulfus”. Il De Bartolomeis postillava anche della morte nel secolo XI di un certo “Manso Caputus”. Sui due ricchissimi fratelli salernitani Mansone e Leone restano dunque le parole di Amato di Montecassino e di Michelangelo Schipa. Il Garufi (….) che lo pubblicò nel 1922, nella prefazione al testo, in proposito scriveva: “Il Codice. L’Obituario e il Liber Confratrum della Chiesa di S. Matteo di Salerno, che ne custodisce nell’archivio Capitolare, senza alcuna segnatura, il pregevole codice, meritano, come pensava il compianto maestro Ernesto Monaci, d’essere dissepolti e fatti conoscere nella loro integrità (1). Quel codice in rilegatura cinquecentesca con battenti in legno ricoperti di marocchino ad impressioni a secco, …..etc…”.

De Bartolomeis, Amato e Mansone, p. 161

Vincenzo De Bartolomeis (….), nel suo “Amato di Montecassino, Storia dei Normanni”, a p. 161, nella nota (I) postillava che: “(I) Usciti di città Mansone e Leone, i nemici loro ne saccheggiarono le case; ma poco vi trovarono da dividersi l’un l’altro, avendone quelli messa in salvo tempestivamente la maggior parte delle suppellettili. Questa la spiegazione che mi sembra più plausibile del passo assai arruffato. Il soggetto di “remaintrent” e di “pertinent” è sottinteso: “i nemici”. Questo postillava a riguardo il De Bartolomeis sulla base delle notizie forniteci da Amato di Montecassino, unico a parlarne. 

Riccardo II Drengot, conte d’Aversa e Principe di Capua

Michelangelo Schipa (…), a p. 206, in proposito criveva che: “Bene è certo, che, a tenere congiunte le due stirpi d’Altavilla e di Drengot, sulle quali di nuovo venivasi ora fondando la sua potenza, s’interpose, perchè la figliuola del Conte defunto si sposasse a Roberto, fratello di Riccardo, Conte di Aversa (42).”. Riguardo Riccardo Drengot, conte di Aversa, lo Schipa (….), riferendosi al periodo in cui Gisulfo II fu liberato proprio da Riccardo Drengot, a p. 214, in proposito scriveva che: “Poco dopo, anche Riccardo d’Aversa veniva a rihiedere oro al Principe. Ma ne ebbe un netto rifiuto e, oltre al rifiuto, l’oltraggio, perchè si scagliarono sassi e frecce sulla sua comitiva. E allora il Conte, mandato a ricordare a Gisulfo, avergli vendicato il padre e procurata la signoria, uscì da Salerno, fremendo vendetta; etc…”. Lo Schipa (….), a pp. 216-217 riferendosi a dopo l’anno 1058, ed al principe Gisulfo II, in proposito scrivevano che: “In pari modo, Gisulfo riuscì a procacciarsi anche l’appoggio di Riccardo, che, nel giugno dello stesso anno, aveva assunto il titolo di Principe di Capua, ancorchè quella città perdurasse a resistergli. E, impegnatosi a pagare quanto invano avea prima Riccardo richiesto, e riconcessa la sua grazia agli esuli Mansone e Leone, n’ebbe alcune schiere di armigeri, che assieme alle sue genti e a quelle del Conte di Puglia, ostilmente andarono contro il Conte di Principato. Non son bene note le vicende di questa guerra, a cui Guido, il fratello del Principe, partecipò con onore. Etc..”. Dunque, in questo passaggio lo Schipa ci dice che in seguito all’occupazione di molti territori di Gisulfo II da parte di Guglielmo di Principato, il principe Gisulfo II chiese aiuto a Riccardo di Aversa e, riconcessa la sua grazia agli esuli Mansone e Leone, n’ebbe alcune schiere di armigeri”. Infatti, riguardo questa ultima notizia, Vincenzo De Bartolomeis (….), nel suo “Amato di Montecassino, Storia dei Normanni”, a p. 193, nella nota (I) postillava che: “(I) Protetti di Riccardo; vedi p. 160”.

De Bartolomeis, Amato e Mansone, p. 193

Inoltre, il De Bartolomeis (….), a pp. 193-194, nella nota (2) riferendosi a Riccardo II Drengot, postillava che: “(2) Anche per questi, come per gli avvenimenti precedenti di Salerno, de’ quali Amato ha parlato a p. 159 sg., il nostro scrittore è fonte unica. Non c’è quindi il modo di controntrollare il suo racconto, né di datarlo. Lo Schipa (Il Principato, p. 153) ritiene che la condotta di Riccardo verso Gisulfo, si spiegherebbe, forse meglio che col negato pagamento da parte di quest’ultimo, col timore di quello di vedere restaurata la potenza del principe Salernitano, mentre veniva crescendo quella del Conte di Puglia.”. Il De Bartolomeis (….), a p. 193, in proposito (Amato di Montecassino) scriveva che: “XV. En cellui temps meismes, le messages de Salerne venoient sovent à Capue, à lo prince Richart, et demandoient paiz et prometoient molt de argent. Et li prince Richart respondoit que, en nulle maniere, feroit paiz sanz lo prou de li sien fidel ami, c’est Maison et Lyon (I). Et Gisolfe, prince de Salerne, etc…”, che tradotto significa che: “In quei giorni spesso arrivavano messaggi da Salerno a Capua, al principe Riccardo, e chiedevano pace e promettevano molto denaro. E il principe Riccardo ha risposto che, in nessun modo, avrebbe dato pace al prou del suo fedele amico, è Mansone e Leone (I). E Gisulfo, principe di Salerno etc…”. E’ l’episodio raccontato da Amato di Montecassino nel quale il principe Gisulfo tratta con Riccardo II Drengot cercando di convincerlo ad appoggiarlo nella lotta contro Guglielmo di Principato. Inoltre, Amato scriveva che Gisulfo riconcessa la sua grazia agli esuli Mansone e Leone, n’ebbe alcune schiere di armigeri, che assieme alle sue genti e a quelle del Conte di Puglia, ostilmente andarono contro il Conte di Principato”. Dalla Treccani leggiamo che nel frattempo Riccardo fu fatto prigioniero dal conte normanno Drogone. Secondo la versione dei fatti presentata da Amato, durante la prigionia di Riccardo suo cugino Rainulfo Trincanocte morì e il principe longobardo Guaimario IV fece pressione su Drogone perché rilasciasse il nuovo conte di Aversa. Lo Schipa scrive pure che i due ricchissimi fratelli Salernitani Mansone e Leone erano assai devoti a Guido ed a Riccardo”. Chi era Riccardo I di Aversa ? da Wikipedia leggiamo che Riccardo Querrel Drengot (1024 circa – Capua, 5 aprile 1078) è stato un cavaliere medievale normanno. Fu quinto Conte di Aversa (1049-1078), primo principe normanno di Capua (1058-1078) e Duca di Gaeta (1063). Il fratello maggiore di Riccardo, Asclettino II Drengot, conte di Aversa, morì senza figli nel 1045. La Contea venne assegnata da Guaimario IV, principe di Salerno, a Rodolfo Cappello, scatenando così una contesa con gli altri membri della famiglia: Riccardo combatté a fianco di Rainulfo II Trincanotte contro Rodolfo Cappello, ma fu sconfitto e imprigionato (1046); in seguito venne liberato e riuscì a divenire il tutore del conte Ermanno (1049), figlio del Trincanotte e suo nipote, che però scomparve presto di scena; Riccardo gli poté così succedere. Riccardo II Drengot era figlio di Asclettino I, conte di Acerenza, ma era cresciuto in Normandia; giunse in Italia verso il 1045 con quaranta cavalieri normanni. Riccardo II Drengot, conte di Aversa, sposò Fredesenda d’Altavilla, figlia di Tancredi d’Altavilla e sorella di Roberto il Guiscardo, dalla quale ebbe cinque figli tra cui Giordano I di Capua. Dunque, Ricardo era parente di Roberto il Guiscardo. Su Wikipedia leggiamo che l’anno 1059 rappresenta la fine del potente Principato longobardo, il Conte normanno di Aversa Riccardo I Drengot-Quarrel, ne opera la conquista. Sotto la dominazione longobarda, il Principato tratteneva rapporti diplomatici anomali: pur essendo un’entità statale semi-dipendente dell’Impero, rimaneva favorevole alla politica estera di Bisanzio. Nel 1059 il Principato viene conquistato dai Normanni. Secondo lo Schipa, Gisulfo II concesse la grazia sia a Riccardo di Aversa che ai due ricchissimi fratelli salernitani Leone e Mansone, con i quali armò un piccolo esercito per combattere contro le schiere di armigeri, che assieme alle sue genti e a quelle del Conte di Puglia, ostilmente andarono contro il Conte di Principato”, che gli aveva sottratto parecchie terre. Sempre su quel periodo, lo Schipa, a p. 217 scriveva che: “Ma Riccardo d’Aversa, al contrario, sia che temesse, per sé, di vedere restaurata la potenza del Principe Salernitano e accresciuta quella del Conte di Puglia, o che veramente, come afferma Amato, Gisulfo tornasse a negargli l’oro promesso, non solamente richiamò gli armigeri suoi, ma rinnovò le offese contro Salerno. Ad ogni modo, nell’autunno dello stesso anno, Roberto il Guiscardo, ripudiata Alberada, domandò a Gisulfo la mano della sua sorella etc…”. Carlo Carucci (….), nel suo “La Provincia di Salerno etc…”, a p. 278, in proposito scriveva che: “E poi anche il contado di Nocera che si estendeva fino a Stabia, fu strappato a Gisolfo da Riccardo principe di Capua (4).”. Il Carucci, a p. 278, nella nota (4) postillava che: “Amato, VII, 33. Il Di Meo rileva poi dai diplomi di Nocera che Roberto per avere gli aiuti di Riccardo contro Gisulfo, promise di far sposare sua cognata Gaitelgrima a Giordano figlio di Riccardo, dandole in dote il contado di Nocera. Aggiunge che le nozze si fecero nel 1076, dopo la conquista di Salerno.”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, a p. 118, nella nota (7) postillava che: “(7) Riccardo aveva usurpato il titolo di Principe di Capua nel giugno del 1058, sebbene non fosse riuscito a strappare a Capua al legittimo proprietario Landolfo V. Del titolo usurpato lo investì papa Nicolò II nel Concilio di Melfi del 1059, ma solo nel 1062 riuscì ad impossessarsi del principato agognato (v. R. Caggese, L’Alto Medioevo, pp. 514-16; M. Schipa, Storia…., cit., pp. 215-19”. Romolo Caggese (….), nel suo “L’Alto Medioevo”, a p. 514, in proposito scriveva che: “Ildebrando, dunque, appena fissato il complesso disegno, appena stabilito Niccolò II in Roma, volle subito entrare nella fase dell’attuazione recandosi in Campania a colloquio col Conte Riccardo Principe di Capua, l’usurpatore del dominio del Principe Pandolfo, l’amico di Desiderio abbate di Montecassino; e il risultato del colloquio fu che Riccardo concesse immediatamente un contingente di trecento uomini con i quali fu possibile, nel febbraio di quell’anno, 1059, l’assedio di Galeria dove s’era rifugiato il Papa deposto (I).”.

Michelangelo Schipa (….), nel testo scritto e pubblicato Ferdinando Hirsch, nel loro “La Longobardia Meridionale (570-1077) Il ducato di Benevento – Il Principato di Salerno”, a p. 213, dopo aver parlato dell’ascesa al trono di Gisufo II, in proposito scrivevano che: Mansone e Leone, due ricchissimi fratelli salernitani assai devoti a Guido ed a Riccardo.”. Lo Schipa (….) scrive pure che i due ricchissimi fratelli Salernitani Mansone e Leone erano assai devoti a Guido ed a Riccardo”. Lo Schipa si riferiva a “Guido di Sorrento, zio di Gisulfo II e fratello del defunto principe Guaimario V e a Riccardo di Aversa. Chi era “Guido di Sorrento”, a cui erano legati i due ricchissimi fratelli salernitani ? Lo Schipa (…), a p. 211, riferendosi a dopo la restaurazione di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “Il vecchio Guido tenne la Contea di Conza, e de’ fratelli del Principe, Guido, prode e bellissimo cavaliere, ebbe Policastro e certi castelli nella valle di S. Severino.”. Michelangelo Schipa (….), nel testo scritto e pubblicato Ferdinando Hirsch, nel loro “La Longobardia Meridionale (570-1077) Il ducato di Benevento – Il Principato di Salerno”, a p. 213, dopo aver parlato dell’ascesa al trono di Gisufo II, in proposito scrivevano che: “…Gisulfo volle disfarsi di Mansone e Leone, due ricchissimi fratelli salernitani…..(5)”. Lo Schipa, a p. 213, nella nota (5) postillava che: “(5) Aimé, lib. III, c. XL bis., 94-96. Pare che uno dei due fratelli perseguitati da Gisulfo sia quello stesso Leone di Mansone spedito da Guaimario V a Montecassino insieme a Guido di Conza, nel 1046.”. Lo Schipa (….), a pp. 196-197, in proposito scriveva che: Dopo ciò (aprile o maggio 1046) menò seco il nuovo Conte e gran seguito di cavalieri a Montecassino. Quivi l’Abbate ricevuti in dono da questi cavalieri mille tarì, trasse dal carcere Rodolfo, a preghiera del Principe, etc…”. Dunque, lo Schipa scriveva che nell’aprile o maggio del 1046, Guaimario V inviò a Montecassino diversi Cavalieri tra cui il conte di Conza Guido e i due ricchissimi fratelli Manso e Leone. Da Wikipedia leggiamo che Guido (spesso indicato come Guidone) (1012 circa – 1073) è stato un duca longobardo, governò Sorrento dal 1035. Figlio di Guaimario III di Salerno e Gaitelgrima (figlia di Pandolfo II di Benevento). Fratello di Guaimario IV, suocero di Guglielmo Braccio di Ferro e Guglielmo d’Altavilla, cognato di Umfredo d’Altavilla, deve il suo posto nella storia in primo luogo dai suoi legami (di sangue e matrimoniali) con personaggi di primo piano nella fase storica di transizione dal dominio longobardo a quello normanno nel sud Italia. Fu nominato gastaldo di Capua dallo zio Pandolfo e successivamente anche duca di Sorrento dal fratello maggiore (Guaimario V). Nel 1035 suo fratello Guaimario conquistò Sorrento e ne affidò il governo a lui, che fu nominato duca. Il suo sostegno al fratello e ai Normanni fu costante per tutta la durata del regno di Guaimario e oltre. Nel 1058 o 1059, Guglielmo d’Altavilla sposò Maria, principessa longobarda, figlia di Guido.  Alla morte del principe (Guaimario V), infatti, assassinato nel porto di Salerno nel 1052, Guido fu l’unico che riuscì a scappare e ad organizzare la liberazione della sua famiglia, caduta nelle mani degli assassini insieme a Gisulfo, erede al trono salernitano. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a p. 81, in proposito scriveva che: “E proprio a quest’ultimo che aveva sollecitato aiuti il conte di Conza, Guido, unico superstite dei figliuoli di Guaimario IV. Guido era miracolosamente riuscito a sfuggire alla cattura dopo la strage seguita al mostruoso complotto ordito dagli stessi cognati di Guaimario V (14), del cui corpo era stato fatto orribile scempio sulle rive salernitane. Lo sterminio dei più fidi del principe, tra i quali il fratello Pandolfo, conte di Capaccio e Corneto etc…..Accorato e indignato per l’orribile fine di colui che poi venne detto il salernitano “pater patriae” (15), Umfredo accorse a Salerno, liquidò la congiura e dopo il rifiuto di Guido di essere acclamato principe, rimise sul trono Gisulfo, etc…”. Dunque, Ebner lo chiama “Guido, conte di Conza”. “Guido, conte di Conza” e Guido di Sorrento sono la stessa cosa. Dunque, “Mansone e Leone, due ricchissimi fratelli salernitani” , secondo lo Schipa, sulla scorta dell’Aimé erano molto fedeli a Guido di Sorrento, conte di Conza ai tempi della restaurazione di Gisulfo II. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La baronia di Novi”, a pp. 33-34, in proposito scriveva che: “Infatti, dopo la liberazione di Gisulfo II (11 giugno 1052) Guido, lo zio, che con i Normanni di Umfredo avevano disperso i congiurati (90), ebbe la conte si Conza etc…”. Lo Schipa, a p. 218 scriveva: “Quindi, subito, Roberto riprese la guerra contro al fratello, mentre il vecchio Guido sfogava il dispetto provato per quelle nozze, unendosi a Guglielmo, e sposandogli la sua figliuola. Sicchè, dei cinque Altavilla, che sino a quel momento avevano avuto dominio in Italia, il solo Umfredo non s’era imparentato con la Casa Salernitana”.

Nel 1070, con la venuta dei Normanni molti cenobi basiliani o italo-greci diventarono benedettini

A Roccagloriosa e nelle sue vicinanze, i tre monasteri sorti già in precedenza e di cui parlerò, ed in seguito riattivati dal conte Leone, di stirpe Normanna, essi divennero Benedettini. Infatti, sempre il sacerdote Agatangelo Romaniello (….), a p. 30, in proposito scriveva che: “Nel 1070 gran parte del basso Cilento passò alle dipendenze della Badia di Cava dei Tirreni che assunse ben presto a gran splendore e continuò in forma più legale ed organizzata l’opera benefica iniziata dai monasteri benedettini e basiliani del basso Cilento, superando con risultati maggiori e migliori i mille particolarismi dei precedenti cenobi chiusi ed indipendenti tra loro (38).”. Il Romaniello, a p. 30, nella sua nota (38) postillava che: “(38) Nella biblioteca della Badia di Cava dei Tirreni esistono numerosi atti originali di concessioni e vendite di terreni datati dal secolo XI in poi: ne esistono appena nove riguardanti vendite di terreni appartenenti al comprensorio di Roccagloriosa (cfr. arca 53, 113; 76, 52; arca 86, 18; arca 86, 45).”

Nel 1073, Mansone, fratello di “Costantino”, figli entrambi di “Urso Atranense”

Indagando su “Mansone” ho trovato alcune note interessanti nel testo di Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, a pp. 170-171 parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale”, ed in particolare di “7. San Giovanni di Tresino. Sancti Iohannis de Tresino”, in proposito scriveva che: “A cominciare dal gennaio del 1071 il monastero cavense riveve etc….Esattamente due anni più tardi un altro ‘Atranenses’, Mauro, vende al futuro abate della Trinità, Pietro, in qualità di decano del monastero, ‘de duodecim partibus integram unam et mediam de tota ecclesia’, al prezzo di 52 tarì (793): mentre ‘Costantinus, filius quondam Ursi Atrianensis (794), e a distanza di qualche mese suo fratello Mansone e suo zio Orso offrono, al ‘reverendissimus abbas’ Leone, rispettivamente etc…”. Dunque, la Visentin dice che Mansone era fratello di Costantino, figlio di Ursi Atriansense e scrive pure che lo “zio Orso”. La Visentin, a p. 171, nella nota (794) postillava che: “(794) AC, XII 110: marzo 1073 edito in CDC X, doc. 4, pp. 14-16. In calce al documento si legge che il monastero possedeva già ‘integram unam quartam partem et mediam della chiesa, invece dovevano essere cinque e mezza.”. “Costantino”, figlio di “Urso Atrianense” lo abbiamo già incontrato in altri documenti. Costantino e Mansone sono fratelli ed entrambi figli di Urso Atrianense. In un documento cavense, contenuto nel “Codex Diplomaticus Cavensis” è scritto che: “+ In nomine domini septimodecimo anno principatus domni nostri guaimarii gloriosi principis, filii quondam domni guaimarii principis, mense martius, tertia indictione. In salernitano sacro palatio ante me amatum iudicem causavit urso castaldus filius quondam iannaci castaldi cum urso atrianense filio quondam mele dicendum ei, ut ipse ursus filius predicti mele, et servi et ancille eius malo hordine introisset in rebus ipsius ursi castaldi de locum beteri et per vocabulum de ipso locum, et fobee in ipsis rebus fecisset, et arbores et vites inde abscidisset, et sepes inde rupisset, et vie inde ostedisset, et ipsa rebus ei contrasset ipse ursus filius predicti mele dixit, in predicto locum beteri et per vocabulum de ipso locum plures rebus abere, set nescire de quale rebus ipse ursus castaldus cum eum causavit. Ego predictus iudex inter eis iudicavi et utrisque illis guadiare feci, pariter super ipsis rebus pergerent cum iudicem et notarium, et ipse ursus castaldus monstraret ipsius ursi ipsa rebus, unde superias cum eo causavit, et per partes plicarent se cum suis rationibus, et secundum legem inter se inde finem facerent; unde ipse ursus castaldus posuit fideiussore iannaci atrianense filius quondam landolfi curiale, et ipse alio urso filius predicti mele posuit fideiussore iohannes atrianense filius quondam iannaci de sisinni. Et pro parte ipsius ursi filii predicti mele scribere fecimus te ademari notarius. + Ego qui supra amatus iudex.”.

Nel 1081, Urso Marchesano, figlio di Mansone ricevette dall’abate di Cava Pietro Pappacarbone

Barbara Visentin (….), che nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, a pp. 172-173 parlando della chiesa di “Fondazioni della Campania meridionale”, ed in particolare di “7. San Giovanni di Tresino. Sancti Iohannis de Tresino”, in proposito scriveva che: “Nell’aprile del 1081, con l’intento di assicurare continuità ai propri possedimenti e mostrando una certa disponibilità di liquidi, l’abate di Cava concede ad ‘Ursus, qui dicitur Markesanus, filius quondam Mansonis Atrianensis’, e a sua moglie ‘Gemma, filia quondam Petri clerici et medici’, un mutuo annuo di 80 tarì, ottenendo in pegno la quota-parte di un terreno di cui il manastero già possiede le altre porzioni, confinanti con la terra in cui sorge la chiesa di San Giovanni e acquisite, qualche anno prima, rispettivamente da Grusa, filia quondam Marini Atrianensis’, e da ‘Mansone, filio Ursi Atrianensis’ (799).”. La Visentin, a p. 173, nella nota (799) postillava che: “(799) AC, XIII, 105”. Dunque, secondo il documento cavense, Urso, che era chiamato Marchesano” e figlio dell’ex “Mansone Atrianense“, e sua moglie Gemma ecc…

Nel 1083, Roberto il Guiscardo, la moglie Sichelgaita ed i suoi visconti o “vice-comes” nei territori sottratti a Gisulfo II

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a Pp. 114-115 riferendosi al periodo successivo alla presa di Salerno e la caduta di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “V. Il Guiscardo, impadronitosi poi del principato e spodestato il feroce Guaimario ebbe sottomesso tutto il Cilento tenendolo direttamente nel suo dominio meno Castellabate ed Agropoli, che egli aveva confermati rispettivamente alla Badia di Cava ed al vescovo di Capaccio. A suo rappresentante nel Cilento e per il governo di esso vi mandava un viceconte, che era nel 1083 un tale Boso. Etc..”. Riguardo la figura del “vice-comes” o “vice-conte”, poi in seguito diventato visconte, Pietro Ebner (….), ha parlato anche nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a pp. 82-83, nel capitolo “Amministrazione dell’Actus”, in proposito scriveva che: “Altri documenti attestano la presenza di quattro ‘vice-comites’ precedentemente alla formazione della grande contea del Principato, conquistata da Guglielmo d’Altavilla, il cui fratello ascese poi sul trono di Salerno. Con i normanni, il sistema feudale, sovrapponendosi alle istituzioni longobarde, alterò il carattere e la figura giuridica della podestà comitale, che poi divenne un semplice accessorio del ‘beneficium’ territoriale. Con la perdita dei poteri politici d’iniziò (XII secolo) la decadenza dell’istituto, che assunse soltanto il carattere di titolo nobiliare trasmissibile. I ‘vice-comites (39), come si è accennato, erano funzionari alle dirette dipendenze dei conti di cui, nell’assenza, ne esercitavano i poteri. Poi i vice-conti assunsero il ruolo di semplici ufficiali delle baronie, con attribuzioni non tutte ben definite, ma con obbligo della residenza, come si desume da alcuni documenti (40) che li mostrano alle dipendenze dirette dei baroni locali con poteri giurisdizionali forse sull’intera baronia nel caso di assenza del ‘dominus’. Su questi rappresentanti del feudatario abbiamo chiari riferimenti persino negli statuti.”. Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  (39) nei documenti locali è notizia di vice-comites a partire dal 1049….. Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di Manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner, a p. 82, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Cfr. l’anzidetto documento del 1141 su Pietro di Copersito a Rocca nel 1141, di cui è conferma in un altro che ricorda ‘Rebellione vicecomes de suprascripto castello Nove’.”.

Nel 1083, il conte Manso o Mansone

Del conte Mansone abbiamo notizia nel documento dell’ottobre 1083. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, in proposito scriveva che: “…..il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Ecc..”. Ma, al processo tenutosi nell’ottobre del 1083, di cui parlerò in seguito, oltre al vice-conte del Cilento Boso ma era presente anche un vice-conte (“vicecomes”) Manso o Mansone, il quale, come vedremo in seguito, era probabilmente pure un nipote o un parente di un altro Manso o Mansone di origine Amalfitana che risultava essere un funzionario o “Gastaldo” già in epoca Longobarda e operante nell’area del Salernitano. Il documento del 1083 ci parla dei viceconti Boso e Mansone, in un processo svoltosi all’Arcivescovado di Salerno. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Il gastaldo Mansone non era la prima volta, nell’aprile 1014, ad essere investito nelle funzioni giurisdizionali nel distretto della Lucania. Aveva già da un decennio iniziato la sua carriera di pubblico ufficiale, continuando una tradizione antica della sua famiglia. Egli infatti è ricordato come “Mansus castaldus filius constantini filii mansoni comitis”, quando nel gennaio 1004 e nel gennaio 1009 s’è trovato come garante o testimone, rispettivamente a Salerno e ad Amalfi (CDC, IV 31, sg.; 157 sgg.): dal secondo documento che è uno strumento di divisione di terre a Fonti e che riguarda beni ereditari di Maria, sorella di Mansone, si ha ulteriore conferma che questi apparteneva a famiglia ragguardevole di Amalfi (67)”. Acocella, a p. 57, nella sua nota (67) postillava che: “(67) Da Amalfi, secondo un rilievo fatto dal Poupardin (op. cit., pag. 44, n. 4), furono talora tratti i funzionari preposti alle alte cariche del Principato Longobardo; tali cariche si trasmettevano, anche, come di padre in figlio: cfr. CDC, I, 213 sg. Di Amalfi, che per il suo filellenismo riuscì a salvaguardare la sua autonomia di fronte alle mire espansionistiche dei Longobardi, c’era a Salerno una fiorente colonia: cfr. E. Pontieri, La crisi di Amalfi medioevale, in “Studi s. Repubblica marinara di Amalfi”, Salerno, 1935, pp. 8 ssg., 16.”. Dunque, questo Manso o Mansone “gastaldo” dello Stato, presente in alcuni processi e atti al tempo di Guaimario IV e Gisulfo II, aveva una sorella chiamata Maria, dunque non è lo stesso Manso o Mansone di cui si parla nel placito del 1083, di cui parlerò innanzi. Riguardo il conte Manso o Mansone si ha notizia in Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno” parlando della divisione del territorio in epoca longobarda e dei “gastaldi”, a p. 16, nella sua nota (32) egli postillava che: “Naturalmente nei territori alle dirette dipendenze del “sacro palatio” erano funzionari che si avvicendavano secondo momenti di necessità. Della limitazione all’Alento dell’antico gastaldo di Lucania è notizia dai documenti cavensi. v., ad esempio, nel diploma di Gisulfo I il vocabolo ‘duo flumina’ che nel 950 è ubicato “acto lucaniano” e nel giugno 1047 (CDC, VII, p. 41 sgg.) “in finibus lucanie”. Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner, a p. 16, postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Questo personaggio chiamato Mansone, è un “vice-comes” o visconte normanno che appare anche in un documento del 1014 e che già da oltre dieci anni prima aveva iniziato la sua carriera amministrativa presso la corte del Duca Roberto il Guiscardo. Ma a quale documento si riferiva Ebner (….), quando a p. 16 postillava del “gastaldo” Manso negli anni di Gisulfo II. Ebner, a p. 16, della nota (32) postillava che: “(32)…..Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128.”. Ebner cita il “Codice Diplomaticus Cavensis” e dice che si tratta del vol. VII, doc. 3, pp. 122 e p. 128.  Notizia interessantissima questa del “gastaldo” Mansone nell’anno 1014, che risulta dal “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. VII, 3, pp. 122 e 128. Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, a p. 59, della parte I (RSS, 1961), in proposito scriveva che: “Anche un altro, importante monastero sui pendii della Stella, quello di S. Michele Arcangelo – che era stato oggetto della nota donazione di terreni fin dall’a. 963,…….Le stesse note toponomastiche e amministrative, e riguardanti lo stesso monastero (“in lucaniense finibus” ecc….) si leggeranno in un patto agrario di pastinato, stipulato su ordine del gastaldo Mansone, “per largietaten domni mansoni inclitus castaldus”, nell’aprile 1014 (66).”. Acocella, a p. 59, nella sua nota (66) postillava che: “(66) CDC, III, 122, sg. 238 sg; Il Monastero di S. Michele Arcangelo (detto nel 963 “in mons coraci”; ricordato di passaggio nel doc. del 994: ……………., e poi nelle carte dell’ottobre 1008, del 1014, ecc…”. Dunque, Acocella scriveva che nel documento dell’aprile del 1014, veniva ricordato il Monastero di S. Michele Arcangelo, di cui fu abate S. Pietro Salernitano e ciò risulta da un contratto di pastinato contratto davanti al gastaldo Mansone nel 1014. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Infatti, l’Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 98 scriveva che: “I ‘vice-comes’ invece erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva pure da un altro documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vicecomes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendente da Cilento (42).”. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Ebner, citava p. 46 del testo di Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il testo di Acocella è il numero I del 1966. L’Acocella, p. 78 (non p. 46 ma p. 78), nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”.

Placito del 1083, Ventimglia, p. 106, IX

(Fig…..) Documento dell’ottobre 1083 tratto da Domenico Ventimiglia, “Notizie storiche del castello dell’Abbate etc.”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX

Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone “gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo…”. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Anche questo Mansone di Amalfi ?. Il castaldo amalfitano Mansone doveva essere un gastaldo che visse molti anni prima per avere un nipote chiamato Manso nel 1083. Dunque, l’Acocella (….) accostava questo vice-conte “temporibus”, chiamato Manso, per parentela di un suo zio gastaldo Mansone,  “per cui una probabile sua giurisdizione amalfitana”. Acocella dunque citava il “Gastaldo Mansone”. Cosa significhi una “probabile giurisdizione Amalfitana” e quale legame possa avere avuto con il vice-conte Mansone e Roccagloriosa ?.

Nel 1083, il ‘vice-conte’ (visconte) BOSO, funzionario della Curia ducale del Guiscardo

Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, a Pp. 114-115 riferendosi al periodo successivo alla presa di Salerno e la caduta di Gisulfo II, in proposito scriveva che: “V. Il Guiscardo, impadronitosi poi del principato e spodestato il feroce Guaimario ebbe sottomesso tutto il Cilento tenendolo direttamente nel suo dominio meno Castellabate ed Agropoli, che egli aveva confermati rispettivamente alla Badia di Cava ed al vescovo di Capaccio. A suo rappresentante nel Cilento e per il governo di esso vi mandava un viceconte, che era nel 1083 un tale Boso. Difatti nel placito tenuto nell’ottobre di quell’anno nel palazzo arcivescovile di Salerno si narra che, nata tra l’abate di Cava ed il principe di Salerno una vertenza circa i loro vassalli nel Cilento, si erano radunati a derimerla, come appunto accadde, l’abate, alcuni alti personaggi del tempo quali rappresentanti del duca e Boso viceconte di esso nel Cilento (3). Ogni contesa venne risoluta designandosi dall’abate con giuramento sul Vangelo i nomi dei suoi vassalli nei varii paesi del Cilento. VI. Due anni dopo, nel 1085, moriva Roberto il Guiscardo, succedendogli il suo figliuolo primogenito a nome Ruggiero natogli da Sichelgaita sorella dello sventurato Gisulfo ultimo principe longobardo di Salerno e sotto il nuovo duca passava anche il Cilento.”. Il Mazziotti, a p. 114, nella nota (3) postillava che: “(3) Pubblicato dal Ventimiglia, Notizie storiche, Doc. IX, dal Senatore, Op. cit., Doc. IX.”. Nicola Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria, perchè durò fino all’epoca normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto sul Cilento (120). Il Garufi (121) rileva che le attribuzioni dei vice-conti, che pure dovettero essere notevoli, non sono chiare, perchè poco studiate. Anche alla illustrazione di questo problema ci lusinghiamo di portare un qualche contributo con queste pagine. La naturale successione cronologica dei documenti ci porta adesso a vedere praticamente in funzione – secondo il criterio finora seguito – gastaldi – ‘ministeriales’ e vice-conti ecc…”. L’Acocella, a p. 376, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Appendice de’ monumenti, p. IX sgg: “boso….vicecomes suprascripti domini nostri de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro cice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Acocella a p. 376, nella nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. Qualche cenno sui vice-conti, o visconti, del Regnum Italiae in C. G. Mor, op. cit., II, pp. 70-74.”. Dunque, Acocella postillava di Mor (….), riferendosi a C. G. Mor (….), ed il suo “Regnum Italiae”, vol. II, pp. 70-74. Sulla figura del “vice-conte” e di Boso, Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 122 riferendosi proprio alla spinosa vertenza tra l’abate Pietro e la Curia ducale, in proposito scriveva che: “Sono trascorsi più di sei anni dalla effettiva presa di possesso di Salerno da parte dei Normanni, e una spinosa vertenza giuridico-politica sta rendendo difficili da tempo i rapporti tra la Curia ducale e la Badia di Cava. Il viceconte del Duca nel Cilento Bosone, “Boso vicecomes domini nostri ducis de loco cilento “(187), aveva in precedenza, al cospetto della duchessa Sichelgaita e del conte Sicone (188) addebitato a Pietro Abate di Cava etc…”. Acocella, a p. 122, nella sua nota (187) postillava che: “(187) Non era finora noto tra i viceconti del venticinquennio 1065-90, che è il periodo studiato dal Garufi: l’esplicita attestazione che egli ha giurisdizione sul Cilento, coordinata con quanto s’è detto nel corso del nostro saggio, è utilissima a determinare l’effettiva attribuzione dei viceconti che non è chiarita da altri documenti. Cfr. C. A. Garufi, op. cit., 43 n…. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C.A. Garufi, “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Nicola Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 478 parlando di “3. Una vertenza giurisdizionale tra la Curia ducale e la Badia (ott. 1083)”, a p. 476, in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce “in sacro Salernitano archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191) ed è circondato da “plures alii homines”. L’Acocella, a p. 478, nella nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: cfr. C.A. Garufi, art. cit., p. 43.”.

Dunque, l’Acocella cita Carlo Alberto Garufi (….) e due articoli apparsi nel 1910, nella rivista dell’Archivio Storico Italiano (n° XLVI del 1910), sono due articoli dal titolo: “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici”. Nella rivista dell’Archivio Storico Italiano, il Garufi pubblicò da pp. 52 a p. 80 e poi anche la seconda parte del saggio da p. 290 a p. 343 che posseggo. Il Garufi, a pp. 301-302, in proposito scriveva che: “Restringendoci al nostro tempo possiamo però affermare che la curia giudiziaria salernitana si componeva dei giudici, fra i quali si trovano nel tempo di Gisulfo II e durano fin sotto Ruggiero duca, due conti. Il gran numero di conti che si trova in questi tempi,conti semplici e conti di palazzo insieme con vice conti (3), potrebbe dar ragione a chi nei due conti e giudici vedesse un titolo onorifico ed ereditario che accompagna la qualità giudiziaria effettivamente etc…”. Il Garufi, a p. 301, nella nota (1) postillava che: “(1) Fra i vice conti dal 1065-1090 ricordo: Manso, Pietro Vibo e prima di lui un Grimoaldo, Arca Magna, B., 2; Arca XII, 42, 43, 44; XIV, 40, 48; XV, 11 – Da questi documenti non si può desumere quale sia stato il loro ufficio effettivo. Cfr. pure Poupardin, Les institutions ecc.., pp. 43 e sgg., e più specialmente Mayer, op. cit. II, pp. 319, 329 e sgg…che ha studiato tutto il materiale documentario pubblicato.”. Dunque, il Garufi accenna al vice conte Manso, che dice operasse nel periodo di Gisulfo II. Il Garufi citava René Poupardin (…..) che aveva pubblicato “Etude sur les institutions Politiques et Administratives des Principatus longobardes de Salerno”, in Melanges d’Archeologie et d’Histoire, XXI° année, Roma fasc. I e II, janvier-mars, 1908. Ma, il Garufi, si riferiva all’altra pubblicazione di René Poupardin (…), al suo “Les institution politiques et administratives des principautés Lombardes de l’Italie meridionale (IX-XII siecles), etude suivie d’un catalogue des actes des princes de Benevent et de Capoue”, Paris, Champion, 1907. Il Garufi, a p. 57, nella nota (1) postillava che: “(1) In quest’ultimo lavoro egli ha lasciato fuori il catalogo dei diplomi dei principi di Salerno, perchè, dice (p. VII), lo “Schipa a donné en 1887 un catalogue des actes des princes de Salerne établi sur un plan assez analogue au mien”, ma ne ha aggiunto altri 21 per Benevento e Capua; etc…”.

L’Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”, ovvero postillava e citava René Poupardin (….), ed a p. 334 citava il testo “Les institution politiques et administratives des principautés Lombardes de l’Italie meridionale (IX-XII siecles), etude suivie d’un catalogue des actes des princes de Benevent et de Capoue”. L’Acocella, a pp. 333-334, in proposito scriveva che: “Invece, l’utilità che, sul piano istituzionale e su quello della struttura agricola, si poteva trarre da quelli aridi strumenti notarili, specialmente dopo la pubblicazione del ‘Codex Diplomaticus Cavensis, fu dimostrato nel 1907 da due studi fondamentali e quasi contemporanei: 1) A. Lizier, L’economia rurale dell’età prenormanna nell’Italia meridionale (Palermo, 1907); 2) R. Poupardin, Les institution politiques et administratives des principautés Lombardes de l’Italie meridionale (IX°-XII° siecles), (Paris, 1907): etc…”. Sempre l’Acocella, a p. 334 aggiungeva pure che: “dirette indagini sono organizzate in un opera poderosa: C. G. Mor, L’età feudale (specialmente importante, dal nostro punto di vista, il vol. II, edito a Milano nel 1953).”. Si tratta di Carlo Guido Mor (….).

Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a pp. 140-141, presenta e parla del documento n. 51 ed in proposito si scrivevano che: “51. 1083, ottobre, Salerno. Boso viceconte per il Cilento del Duca Roberto e Pietro priore del monastero della SS. Trinità…..dell’Arcivescovo Alfano I e di Mansone viceconte ducale, giungono ad un accordo davanti al giudice Sicone, ecc…”. Dunque, “Manso vicecom (e)s s(upra)s”, nel CDC è citato Manso vicecomes ducale del duca Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, parlando del casale di “Casamastra” ad un certo punto cita Castelruggiero. Ebner riferendosi ai beni donati al cenobio italo-greco di S. Fabiano (o Flaiano), in proposito scriveva che: “Più interessante, anche per la procedura, il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Quest’ultimo invitò il grande abate a chiarire dove “retineret et donimaret homines pertinentes reipublice de ipso loco cilento. Ecc..”. Il documento di cui parleremo in seguito. Ebner, a p. 632, nella nota (5) postillava che: “(5) ‘Placium, assemblea minore (il grande placito era la grande assemblea del popolo libero, insieme tribunale ed esercito) tenuta dal conte, all’uopo designato dal principe, o da chi godeva di quella determinata giurisdizione, innanzi alla quale si rendeva giustizia per gli abitanti del distretto. I capi di questi erano tenuti a intervenire pagando gli ‘albergaria’ le spese di soggiorno del conte e del suo seguito, spesso rivalendosi sui locali.”. Ebner, a p. 632, nella nota (6) postillava che: “(6) Ventimiglia, cit., Append., III, p. IX, sgg. = ABC, B 39, ottobre a. 1083, VII, Salerno”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del mezzogiorno etc…”, a p. 98 parlando di un documento che riguardava Guglielmo (III) de Mànnia, in proposito scriveva che: “(vi è notizia di uegli agenti demaniali (‘viceconti’) le cui attribuzioni non sono state ancora del tutto chiarite, ma che non avevano nulla a che vedere con il “dominus”. Il viceconte presente a Novi ecc…erano funzionari longobardi di grado intermedio tra i “gastaldi” (poteri militari, di polizia e giudiziari) e il “conte”, titolo onorifico non ereditario, e perciò revocabile, attribuito ai più eminenti gastaldi. I conti erano alti ufficiali della corte principesca che in età longobarda, come abbiamo già visto, erano inviati ovunque nel principato per derimere speciali vertenze. I ‘vice-comes invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva da un documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vice-comes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendende da Cilento (42). Nel ecc….”. Ebner, a p. 98, nella nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui una probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Barbara Visentin (….), “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, parlando di “1. Santa Maria ‘de Gulia’. Sancta Maria de Gulia”, a pp. 160 e ssg. nessun accenno all’antico documento dell’ottobre 1083 ed al gastaldo o vice-vonte Manone ma, a pp. 163-164, in proposito scriveva che: “Tre anni più tardi, però, ‘Boso, vececomes de loco Cilento’, compare ‘in sacro salernitano archiepiscopio’ alla presenza del giudice Sicone, del ‘dominus Petrus’, monachus et prior monasterii Sancte et individue Trinitas, e di ‘plures alii homines’ per definire nuovamente i vassalli che spettano al monastero cavense e quelli che, invece, appartengono a Roberto, ‘gloriosissimo duci’ (742). In realtà Bosone, ‘pro parte reipublice’, lamenta dinanzi a Sichelgaita e allo stesso ‘dominus Petrus venerabilis abbas’ della Trinità, che il monastero ecc…”. In questo passaggio la Visentin cita Boso ma non cita Mansone che pure è presente nel documento. La Visentin, a p. 164, nella sua nota (742) postillava che: “(742) AC, B 33: ottobre 1083 pubblicato da D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit. Appendice, pp. IX-XI e da Ménager, Recueil, n. 43, pp. 136-141.”

Placito del 1083, Ventimglia, p. 106, IX

(Fig…..) Documento dell’ottobre 1083 tratto da Domenico Ventimiglia, “Notizie storiche del castello dell’Abbate etc.”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX

Riguardo la figura del “vice-comes” o “vice-conte”, poi in seguito diventato visconte, Pietro Ebner (….), ha parlato anche nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a pp. 82-83, nel capitolo “Amministrazione dell’Actus”, in proposito scriveva che: “Altri documenti attestano la presenza di quattro ‘vice-comites’ precedentemente alla formazione della grande contea del Principato, conquistata da Guglielmo d’Altavilla, il cui fratello ascese poi sul trono di Salerno. Con i normanni, il sistema feudale, sovrapponendosi alle istituzioni longobarde, alterò il carattere e la figura giuridica della podestà comitale, che poi divenne un semplice accessorio del ‘beneficium’ territoriale. Con la perdita dei poteri politici d’iniziò (XII secolo) la decadenza dell’istituto, che assunse soltanto il carattere di titolo nobiliare trasmissibile. I ‘vice-comites (39), come si è accennato, erano funzionari alle dirette dipendenze dei conti di cui, nell’assenza, ne esercitavano i poteri. Poi i vice-conti assunsero il ruolo di semplici ufficiali delle baronie, con attribuzioni non tutte ben definite, ma con obbligo della residenza, come si desume da alcuni documenti (40) che li mostrano alle dipendenze dirette dei baroni locali con poteri giurisdizionali forse sull’intera baronia nel caso di assenza del ‘dominus’. Su questi rappresentanti del feudatario abbiamo chiari riferimenti persino negli statuti.”. Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  (39) nei documenti locali è notizia di vice-comites a partire dal 1049….. Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di Manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940?); ecc…”. Ebner, a p. 82, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Cfr. l’anzidetto documento del 1141 su Pietro di Copersito a Rocca nel 1141, di cui è conferma in un altro che ricorda ‘Rebellione vicecomes de suprascripto castello Nove’.”.

Riguardo il documento del 1083, Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro  “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), a pp. 141, postillavano che: Taviani-Carozzi, La principauté, II, p. 985 n. 63 e 64; etc…”. I tre autori citavano il testo di Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani (….), vol. II, a p. 985, in proposito scriveva che: Sotto il regno di Roberto il Guiscardo, un’altra prova ci permette di apprezzare la costante fermezza della Chiesa in questo campo. Fu giudice nell’ottobre del 1083, e oppose la Santissima Trinità di Mitiliano al palazzo ducale, alla respublica (63). L’abbazia è rappresentata dal suo priore, il palazzo da un visconte. Oggetto della controversia è il dominio esercitato su un certo numero di dipendenti da sei monasteri del Cilento, tra cui San Magno e Sant’Arcangelo, passati sotto la giurisdizione della Santissima Trinità, dominio rivendicato dal fisco salernitano. Il visconte Bosone di loco Cilento, anch’egli presente, conosce per nome nei verbali finali, con la loro precisa distribuzione tra i sei monasteri interessati. Per dimostrare la sua buona fede, e in rispetto del privilegio concesso alla sua abbazia nel 1025, su cui torneremo più in dettaglio, il priore della Santissima Trinità a nome della sua comunità “giura uomo libero sui Vangeli. . ..”. Ciò conferma l’esercizio del dominio, da parte dell’abbazia, sugli uomini elencati, sia prima che dopo l’ingresso di Roberto il Guiscardo in Salerno (64). Presiede poi alla causa un giudice pubblico, il conte e giudice Sicone, la cui carriera abbiamo visto iniziare sotto i principi longobardi. L’istituzione e la procedura giudiziaria lombarda continuano a funzionare bene senza modifiche significative ai tempi di Roberto. Ma il giudice pubblico ei visconti di palazzo si mossero nel sacro salernitano archiepiscopio, come dichiara esplicitamente il verbale nelle sue prime righe.”. La Taviani, a p. 985, nella nota (63) postillava che: “(63) Archivio Cavense, (A.M.), B, 33. Ménager (L.R.): Recuil des Actes des Ducs Normands…., cit., p. 136-141.”.

Nell’ottobre 1083, Manso o Mansone, vice-conte (“vicecomes”) o visconte ducale del conte e giudice Sico o Sicone e, visconte di Roccagloriosa e Padula (sussesso al padre Leone) che, nel 1130, prossimo alla morte fece testamento

Pietro Ebner (….) che, nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, ne parla a p. 16 e a p. 98. Egli, parlando dell’epoca Normanna e dell’organizzazione politica del Principato di Salerno, a p. 98 in proposito scriveva che: “I ‘vece-comes’ invece, erano come i ‘ministeriales’, funzionari residenti, la cui carica continuò ad essere conferita anche in età normanna, come si rileva da un documento pubblicato dal Ventimiglia cit., III, ottobre 1083. Il vice-comes citato in questo documento (“Boso….vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis de loco Cilento”) pare tuttavia che avesse giurisdizione sull’intero territorio dipendende da Cilento (42). Nel ecc….”. Ebner, a p. 98, nella nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui una probabile sua giurisdizione malfitana.”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner postillava del vice-conte (“vice-comes”) Manso o Mansone, che troveremo nel 1130 a Roccagloriosa quando, sul letto di morte esprime le sue ultime volontà testamentarie, di cui parlerò innanzi. Il vice-conte ducale Maso o Mansone, era molto probabilmente di origini amalfitane e probabilmente un nipote o parente di un “gastaldo” chiamato Manso o Mansone che troveremo in alcuni documenti del 1014 e anche precedenti. Questo parente, chiamato anch’esso Manso o Mansone, appare nel documento (che il Ventimiglia chiama “placito”) dell’ottobre 1083 (pubblicato da Domenico Ventimiglia (….)). Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “…..il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ecc…”. Dunque, Manso era vice-conte del duca Roberto il Guiscardo ed assistiva il duca e giudice Sico o Sicone. Manso o Mansone appare al seguito della principessa longobarda Sichelgaita, seconda moglie di Roberto il Guiscardo. Manso o Mansone, è parte dei presenti all’Arcivescovado di Salerno e figura come il “vice-comes” ducale al seguito del Duca e giudice Sico o Sicone. Questo personaggio, funzionario (“vice-comes”) dello Stato ai tempi e dopo la conquista di Salerno ai tempi di Roberto il Guiscardo, potrebbe essere lo stesso di cui ci parla l’Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra”, quando ci dice che, nel 1110 fu autorizzato da Arnaldo, Vescovo della Diocesi di Policastro (?) ad unire i due monasteri di S. Leo e S. Veneranda in un unico Monastero, quello di S. Mercurio a Roccagloriosa. Manso o Mansone potrebbe essere lo stesso personaggio che, nel 1130, sul letto di morte fa testamento, di cui pure ho parlato in un altro mio saggio. Il “vice-comes” Manso o Mansone, oltre al processo dell’ottobre 1083, appare anche all’altro processo che seguì nel 1084. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, in proposito scriveva che: “Al processo del 1083 (86) ne seguì un altro nel 1084 (87) ecc…”. Pietro Ebner, a p. 98, nella sua nota (42) postillava che: “(42) Nel documento è notizia di un altro vicecomes “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis” e cioè “Manso vicecomes suprascripti Domini nostri Ducis” che l’Acocella cit., p. 46 no. 120, accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Ebner si riferiva allo studioso Nicola Acocella (….) ed il suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – struttura amministrativa e agricola”, stà nella rivista in Rassegna Storica Salernitana (RSS), 1966, p. 66, di cui in seguito vedremo. Il La Greca, invece scrive che il testo di Acocella è in RSS, 1961, a. XXII, n. 1-4, pp. 35-82; a. XXIII, 1962, n. 1-4, pp. 45-132. Pietro Ebner (….) nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  “(39) Alla stipula di atti riguardanti il territorio intervennero: il vicecomes Boso similiter vice comes suprascripti domini nostri ducis de loco Cilento (edito dal Ventimiglia, Append. III). Vi è notizia anche di manso vicecomes suprascripti domni nostri Ducis Roberto il Guiscardo (ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940 ?); ecc…”Ebner postillava che nell’antico documento dell’ottobre 1083, oltre al vice-conte del Cilento Boso, figurava anche un altro “vicecomes” chiamato Manso, “temporibus Domini nostri Roberti Gloriosissimi Ducis”. Ebner postillava che di questo Manso, lo studioso Nicola Acocella “cit., p. 46, no. 120”, credeva “accosta per parentela al gastaldo Mansone, per cui sua probabile sua giurisdizione amalfitana.”. Inoltre, l’Ebner, nel suo “Economia e Società etc…”, vol. I, a p. 82, nella sua nota (39) postillava che:  “(39)…….Questo Mansone era un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, di cui in CDC, I, 97 a. 940 ?); ecc…”. Questo passaggio dell’Ebner mi sembra molto interessante. Forse anche sulla scorta dell’Acocella, l’Ebner scriveva che il viceconte Mansone, presente nel 1083 e 1086 in alcune cerimonie, doveva essere un discendente del “Mansoni comiti amalfitano, filius Constantino qui fuit prefectorio”, ovvero “Conte Mansone d’Amalfi, figlio di Costantino, che fu prefetto”. Dunque, secondo l’Ebner il nostro Mansone, conte di Roccagloriosa e Padula che nel 7 aprile 1130 fa testamento sul letto di morte potrebbe essere un viceconte o “vice-comes” presente nel 1086 in alcuni processi ed inoltre egli doveva essere un discendente del conte Mansone di Amalfi, figlio di Costantino. Egli fu prefetto. Infatti, Nicola Acocella (….), nella parte I (RSS, anno XXII), a p. 78, parlando dei gastaldi longobardi e dei viceconti normanni, in proposito a Mansone scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria perchè durò fino all’epoca Normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto, sul Cilento (120).”. Acocella, a p. 78, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Append., p. IX, sgg.: “Boso….suprascripti domini nostri ducis de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, il passo dell’Acocella è interessantissimo perchè ci parla di Manso, che egli credere sia nipote del gastaldo longobardo e Amalfitano Mansone. L’Acocella, parlando dei “vice-conti”, postillava che: “Nulla vieta di credere che l’altro vice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Dunque, per l’Acocella, il vice-conte Mansone citato nel documento del 1083 potrebbe essere nipote dell’altro Mansone gastaldo di Amalfi di cui ho accennato. Il Mansone del 1083 è il nipote del Mansone del 1014 ? Acocella dice di si. Nicola Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: “Un’altra innovazione ci presenta la struttura burocratica del Cilento: la comparsa del vice-conte, grado intermedio tra gastaldo e conte. E’ una carica non transitoria, perchè durò fino all’epoca normanna, quando incontreremo ricordato esplicitamente un vice-conte con giurisdizione, appunto sul Cilento (120). Il Garufi (121) rileva che le attribuzioni dei vice-conti, che pure dovettero essere notevoli, non sono chiare, perchè poco studiate. Anche alla illustrazione di questo problema ci lusinghiamo di portare un qualche contributo con queste pagine. La naturale successione cronologica dei documenti ci porta adesso a vedere praticamente in funzione – secondo il criterio finora seguito – gastaldi – ‘ministeriales’ e vice-conti ecc…”. L’Acocella, a p. 376, nella sua nota (120) postillava che: “(120) Ottobre 1083: D. Ventimiglia, op. cit., Appendice de’ monumenti, p. IX sgg: “boso….vicecomes suprascripti domini nostri de loco cilento”. Nulla vieta di credere che l’altro cice-conte Mansone, ricordato in questo documento, possa essere nipote del gastaldo amalfitano Mansone che abbiamo trovato in Lucania all’inizio del secolo.”. Acocella a p. 376, nella nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. Qualche cenno sui vice-conti, o visconti, del Regnum Italiae in C. G. Mor, op. cit., II, pp. 70-74.”. Dunque, Acocella postillava e si riferiva a Carlo Guido Mor (….), ed il suo “Regnum Italiae”, vol. II, pp. 70-74. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce nel “in sacro Salernitano Archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191).”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: G. A. Garufi, art. cit., p. 43.”. Acocella, riferendosi “al viceconte ducale Mansone” cita il Garufi. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C. A. Garufi (….), “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Dunque, Mansone era gia da tempo conosciuto a corte come viceconte che assistiva alle sue funzioni, il conte Sicone. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”.

Dunque, l’Acocella cita Carlo Alberto Garufi (….) e due articoli apparsi nel 1910, nella rivista dell’Archivio Storico Italiano (n° XLVI del 1910), sono due articoli dal titolo: “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici”. Nella rivista dell’Archivio Storico Italiano, il Garufi pubblicò da pp. 52 a p. 80 e poi anche la seconda parte del saggio da p. 290 a p. 343 che posseggo. Il Garufi, a pp. 301-302, in proposito scriveva che: “Restringendoci al nostro tempo possiamo però affermare che la curia giudiziaria salernitana si componeva dei giudici, fra i quali si trovano nel tempo di Gisulfo II e durano fin sotto Ruggiero duca, due conti. Il gran numero di conti che si trova in questi tempi,conti semplici e conti di palazzo insieme con vice conti (3), potrebbe dar ragione a chi nei due conti e giudici vedesse un titolo onorifico ed ereditario che accompagna la qualità giudiziaria effettivamente etc…”. Il Garufi, a p. 301, nella nota (1) postillava che: “(1) Fra i vice conti dal 1065-1090 ricordo: Manso, Pietro Vibo e prima di lui un Grimoaldo, Arca Magna, B., 2; Arca XII, 42, 43, 44; XIV, 40, 48; XV, 11 – Da questi documenti non si può desumere quale sia stato il loro ufficio effettivo. Cfr. pure Poupardin, Les institutions ecc.., pp. 43 e sgg., e più specialmente Mayer, op. cit. II, pp. 319, 329 e sgg…che ha studiato tutto il materiale documentario pubblicato.”. Dunque, il Garufi accenna al vice conte Manso, che dice operasse nel periodo di Gisulfo II. Il Garufi citava René Poupardin (…..) che aveva pubblicato “Etude sur les institutions Politiques et Administratives des Principatus longobardes de Salerno”, in Melanges d’Archeologie et d’Histoire, XXI° année, Roma fasc. I e II, janvier-mars, 1908. Ma, il Garufi, si riferiva all’altra pubblicazione di René Poupardin (…), al suo “Les institution politiques et administratives des principautés Lombardes de l’Italie meridionale (IX-XII siecles), etude suivie d’un catalogue des actes des princes de Benevent et de Capoue”, Paris, Champion, 1907. Il Garufi, a p. 57, nella nota (1) postillava che: “(1) In quest’ultimo lavoro egli ha lasciato fuori il catalogo dei diplomi dei principi di Salerno, perchè, dice (p. VII), lo “Schipa a donné en 1887 un catalogue des actes des princes de Salerne établi sur un plan assez analogue au mien”, ma ne ha aggiunto altri 21 per Benevento e Capua; etc…”. Dunque, il saggio del Garufi è stato pubblicato nella rivista dell’Archivio Storico Italiano (A.S.I.), a. 1910, da pp. 52 a 80.

L’Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”, ovvero postillava e citava René Poupardin (….), ed a p. 334 citava il testo “Les institution politiques et administratives des principautés Lombardes de l’Italie meridionale (IX-XII siecles), etude suivie d’un catalogue des actes des princes de Benevent et de Capoue”. L’Acocella, a pp. 333-334, in proposito scriveva che: “Invece, l’utilità che, sul piano istituzionale e su quello della struttura agricola, si poteva trarre da quelli aridi strumenti notarili, specialmente dopo la pubblicazione del ‘Codex Diplomaticus Cavensis, fu dimostrato nel 1907 da due studi fondamentali e quasi contemporanei: 1) A. Lizier, L’economia rurale dell’età prenormanna nell’Italia meridionale (Palermo, 1907); 2) R. Poupardin, Les institution politiques et administratives des principautés Lombardes de l’Italie meridionale (IX°-XII° siecles), (Paris, 1907): etc…”. Sempre l’Acocella, a p. 334 aggiungeva pure che: “dirette indagini sono organizzate in un opera poderosa: C. G. Mor, L’età feudale (specialmente importante, dal nostro punto di vista, il vol. II, edito a Milano nel 1953).”. Si tratta di Carlo Guido Mor (….).

Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a p. 145, nella sua nota (1), riferendosi al toponimo “Rotunda (1)”, in proposito si scrive che: “(1) Castello oggi nel territorio di Olevano sul Tusciano”. Nel “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), pubblicato da Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), a pp. 140-141, presenta e parla del documento n. 51 ed in proposito si scrivevano che: “51. 1083, ottobre, Salerno. Boso viceconte per il Cilento del Duca Roberto e Pietro priore del monastero della SS. Trinità…..dell’Arcivescovo Alfano I e di Mansone viceconte ducale, giungono ad un accordo davanti al giudice Sicone, ecc…”. Dunque, “Manso vicecom (e)s s(upra)s”, nel CDC è citato Manso vicecomes ducale del duca Roberto il Guiscardo. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, in proposito scriveva che: “…..che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Ebner scriveva che il documento del 1083 è importante perchè in esso vi è notizia delle famiglie affittuarie (“vassalle”) dell’Abbazia già da tempo prima l’assedio di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo era molto importante perchè “anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: “Un uomo libero avrebbe dovuto giurare, nome dietro nome (92), essere notorio e a sua conoscenza diretta che le famiglie elencate erano appunto quelle dipendenti dai sei anzidetti cenobi, tutti soggetti al monastero cavense non nel momento che Roberto pose l’assedio alla città, ma, si badi, nel momento che decise di farlo muovendo dal castello “quod rotonda dicitur”, villaggio sito in diocesi di Policastro. Una più restrittiva limitazione, dunque, ad evitare la presentazione di qualche diploma concesso dal principe durante l’assedio. Nel processo celebrato nell’arcivescovado di Salerno, presenti, oltre la duchessa, l’arcivescovo Alfano, il vestatario del duca, Granato, “et plures alii homines”, il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ordinò al priore del monastero cavense Pietro (l’abate era assente) di esibire gli elenchi delle famiglie soggette. Ecc…”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner credeva che il “castello castello “quod rotonda dicitur”, villaggio sito in diocesi di Policastro.”. Pietro Ebner scriveva che il “castello della Retonda o Rotonda, pare fosse nella Valle del Mingardo”, lo studioso Nicola Acocella credeva fosse l’odierno paese di Castelruggero. Pietro Ebner, parlando dell’antico documento scriveva che esso è importante perchè: “…..dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero”. Dunque, per noi questo documento dell’ottobre 1083, è interessante perchè in esso si cita il “castello di Retonda o di Rotonda” che pare, secondo lo storico Nicola Acocella si trattasse di un “castello” nella Valle del Mingardo ed in particolare corrispondesse all’odierno Castelruggero. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 123 e ssg., in proposito scriveva che: “La procedura, scelta dal conte Sicone prevedeva inoltre……che, allorchè il Duca era giunto al ‘castrum’ di Retonda (al ‘Rotunda’) nel procedere all’occupazione di Salerno, ecc……(Questa notizia dell’occupazione di Rotonda, che il Guiscardo investe nella rapida marcia su Salerno, sovverte tutte le induzioni che sul suo itinerario han fatto sin qui gli storici. Sulla base di questa indicazione ricostruiremo le linee della strategia attuata da Roberto nel 1076).”. Dunque, come segnala Ebner, Nicola Acocella (….), credeva che alcuni toponimi citati nell’antico documento, come ad esempio “il castello della Retonda o Rotonda” oltre a trovarsi nella Valle del Mingardo, corrispondessero, secondo l’Acocella, all’odierno casale di Castelruggero. Da notare che Castelruggero è un casale unito poi a Torre Orsaia, non molto distante dal casale di Roccagloriosa. Ebner, nel suo “Chiesa, etc…”, a p. 594, parlando di Sassano, non fa nessuno accenno a Mansone o all’antico documento del 1083 ed in proposito scriveva che: “Il Rocchi (2) segnalava la chiesa di “S. Zacheriae de Sassano in territori Diani” dei monaci italo-greci. Dalla Platea del monastero di S. Pietro del Tumusso di Montesano, già grangia del cenobio di S. Maria di Rofrano, a sua volta grangia della tuscolana abbazia di S. Maria di Grottaferrata, vi è una descrizione dei confini del feudo di S. Zaccaria di Sassano (3).”. Questo monastero, nel 1131, sarà citato nel cosiddetto “Crisobollo” di re Ruggero II e dunque esso sarà una delle dipendenze dell’antica abbazia di S. Maria di Rofrano e poi di Tuscolo. Infatti, Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assettoterritoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”.

Nell’ottobre 1083, il “vice-comes” o visconte Manso o Mansone che appare in un processo, forse, lo stesso Manso, visconte di Roccagloriosa e Padula che, nel 1130, sul letto di morte fa testamento e donerà a sua sorella Altrude il monastero di S. Mercurio

Uno dei primi documenti in cui appare il vice-conte (“vicecomes”) Manso è un documento dell’ottobre 1083. Come vedremo la figura di questo personaggio Normanno appare per la prima volta in un antico documento che era conservato negli Archivi dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Pietro Ebner (….), nel suo vol. I del suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, a p. 632, parlando del casale di “Casamastra” ad un certo punto cita Castelruggiero. Ebner riferendosi ai beni donati al cenobio italo-greco di S. Fabiano (o Flaiano), in proposito scriveva che: “Più interessante, anche per la procedura, il verbale di un placito (5) tenuto nell’arcivescovado di Salerno, nell’ottobre del 1083 (6). In esso è notizia di un processo, alla presenza di Sighelgaita, la bella e coraggiosa moglie di Rogerto il Guiscardo, in cui i contendenti erano l’abate cavense Pietro da Salerno da una parte e dall’altra Boso, viceconte del Cilento, in rappresentanza dello Stato. Quest’ultimo invitò il grande abate a chiarire dove “retineret et donimaret homines pertinentes reipublice de ipso loco cilento”. L’abate segnalò sei monasteri, dipendenti dal cenobio cavense, che avevano famiglie soggette, affermando con giuramento (venne prestato da “unum liberum hominem”) che tali famiglie erano vassalle della Badia prima dell’assedio di Salerno, anzi prima che Roberto “ad castram quod retunda dicitur advenisset”. Ciò è molto importante perchè anticipa di molto tempo del costituirsi dei beni della Badia del Cilento, dato che il castello della Retonda o Rotonda pare fosse nella valle del Mingardo, probabilmente a dire dell’Acocella, l’odierno Castel Ruggiero. Dal verbale si apprende inoltre che il viceconte invitò il priore del cenobio cavense Pietro a leggere singolarmente i nomi degli “homines” soggetti a ogni monastero. Esibito lo scritto contenente detti nomi, il viceconte fece giurare al priore (anche stavolta il giuramento è prestato da un “unum liberum hominem”) che effettivamente tutte quelle famiglie erano vassalle della Badia già prima che “supradictus dominus dux prephatam civitatem obsidendam venit cum ad ipsam Rotunda advenisset”. Dunque, l’Ebner citava la notizia di un antico documento “placido”, dell’ottobre 1083, in cui si ha notizia di un processo tra l’abate dell’Abbazia di SS. Trinità di Cava de Tirreni, Pietro Pappacarbone ed il viceconte del Cilento Boso. Processo tenutosi davanti alla principessa longobarda Sichelgaita, moglie di Roberto il Guiscardo. Ebner, dunque parlava di un documento (placido) dell’ottobre 1083 e nella sua nota (4) postillava che: “(4) I, ABC, XIII, 110, maggio a. 1082, Vedi Nocella.” e, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Ventimiglia, cit. Append., III, p. IX, sgg. = ABC, B 39, ottobre a. 1083, VII, Salerno.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 405, in proposito scriveva che: Nel processo celebrato nell’arcivescovado di Salerno, presenti, oltre la duchessa, l’arcivescovo Alfano, il vestatario del duca, Granato, “et plures alii homines”, il giudice Sico, assistito dal vice-conte del duca Manso, ordinò al priore del monastero cavense Pietro (l’abate era assente) di esibire gli elenchi delle famiglie soggette. Ecc…”. L’antico documento dell’ottobre 1083 riguarda un processo per il possedimento di  “Santa Maria de Gulia”, di cui ha parlato Amedeo la Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia – Il monastero, le chiese etc…”, di recente ha chiarito alcuni aspetti dell’antico documento del 1083 e del monastero. Egli chiarisce pure che si trattava di un antico casale forse annesso al casale di S. Maria di Castellabate che divenne un possedimento dell’Abbazia di Cava de Tirreni. Tuttavia, a noi interessa l’antico documento del 1083, in cui si citano i due vicecomes Manso e Boso. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Barbara Visentin (….), “Fondazioni cavensi nell’Italia meridionale  secoli XI-XV”, parlando di “1. Santa Maria ‘de Gulia’. Sancta Maria de Gulia”, a pp. 160 e ssg. nessun accenno all’antico documento dell’ottobre 1083 ed al gastaldo o vice-vonte Manone ma, a pp. 163-164, in proposito scriveva che: “Nell’agosto del 1080 Roberto il Guiscardo, ‘per interventum domne Sikelgaite ducisse’, concede che tutti i vassalli del monastero di Cava, ovunque essi risiedano, specialmente quelli dei monasteri di Sant’Arcangelo, San Magno e Santa Maria ‘de gulia’, siano soggetti in tutto all’abbazia cavense (741). Tre anni più tardi, però, ‘Boso, vececomes de loco Cilento’, compare ‘in sacro salernitano archiepiscopio’ alla presenza del giudice Sicone, del ‘dominus Petrus’, monachus et prior monasterii Sancte et individue Trinitas, e di ‘plures alii homines’ per definire nuovamente i vassalli che spettano al monastero cavense e quelli che, invece, appartengono a Roberto, ‘gloriosissimo duci’ (742). In realtà Bosone, ‘pro parte reipublice’, lamenta dinanzi a Sichelgaita e allo stesso ‘dominus Petrus venerabilis abbas’ della Trinità, che il monastero ecc….Pietro ribadisce, di contro, la facoltà di esercitare il ‘dominium’ ecc….Il processo conferma ancora una volta all’abbazia cavense i vassalli dei monasteri di Sant’Arcangelo di Perdifumo, Sant’Angelo di Montecorice, San Zaccaria de lauris, e San Giovanni de Terresino.”. In questo passaggio la Visentin cita Boso ma non cita Mansone che pure è presente nel documento. La Visentin, a p. 163, nella sua nota (741) postillava che: “(741) AC, B 13 edito da Guillaume, Essai, Appendice, pp. VIII-IX e da Ménager, Recueil, pp. 105-108”. La Visentin, a p. 164, nella sua nota (742) postillava che: “(742) AC, B 33: ottobre 1083 pubblicato da D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit. Appendice, pp. IX-XI e da Ménager, Recueil, n. 43, pp. 136-141.”

Placito del 1083, Ventimglia, p. 106, IX

(Fig…..) Documento dell’ottobre 1083 tratto da Ventimiglia Domenico, “Notizie storiche del castello dell’Abbate etc.”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX

Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali nella Lucania”, Napoli, 1827, Appendice, III, p. IX e ssg. e questo documento dell’ottobre 1083, si trova anche nell’Archivio dell’Abbazia di Cava de Tirreni, con la collocazione: “B, 39”. Il Ventimiglia, a pp. 6-7, in proposito scriveva che: “Gisolfo principe di Salerno aveva donato coll’intero territorio al Monastero di Cava la Chiesa di S. Maria de Gulia, altrimenti detta de Giulia, dov’era il Casale dello stesso nome (f), i di cui abitanti uniti agli uomini di altri casali del Cilento il Duca Roberto Guiscardo nel  1080 al suddetto Monastero Cavense sottomise (g); anzi i nomi stessi degli abitanti del Casale nel Placito tenuto nell’Arcivescovado di Salerno coll’intervenimento di Sighelgaita moglie del divisato Duca nel 1083 furono descritti e riconosciuti di dominio del suddetto Monastero (a), verso del quale non volle mostrarsi non meno generoso il Duca Ruggiero Principe di Salerno colla conferma, che gli fece del Monastero di S. Maria de Giulia nel 1086 (b), ecc…”. Il Ventimiglia, a p. 7, nella sua nota (a) postillava che: “(a) Appendice de’ Monumenti, num. III, pag. IX.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Storia etc…” parlando di un altro documento del 1086, in cui si confermavano le cose dette in questo del 1083, a p. 101, nella sua nota (46) postillava che: “(46) Nel documento del 1083 (Ventimiglia, cit. Appen. p. IX) sono specificati i monasteri a cui le famiglie erano soggette: “videlicet monasteri sancti Arcangeli (49) et monasteri sancti Angeli (14) et monasteri sancti Zacharie (3) et monasteri sancte Marie, qui dicitur de Gulia (8), et monasteri sancti Magni (92) et monasteri sancti Fabiani (11)”. Di questo documento hanno parlato pure i tre autori Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro  “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), che pubblicarono come doc. n. 51, a pp. 140-141 e ssg. Del documento del 1083 hanno parlato pure i tre autori Carmine Carlone, Morinelli e Vitolo (….), nel loro  “Codex Diplomaticus Cavensis”, vol. XI (1081-1085), a pp. 141, postillavano che: “Sui monasteri cavensi nel Cilento di cui si parla nel documento v. CDC, X, p. XXI – Ed.: Ventimiglia, Notizie storiche, pp. IX-XI; Senatore, La cappella, pp. XII-XV. – Cfr.: Di Meo, Annali, VIII, p. 227; Portanova, I Sanseverino, p. 64 n. 78; Martini, Il diritto feudale, p. 210 n. 3, p. 216 n. 1, p. 224 n. 1; Acocella, La figura e l’opera di Alfano I, p. 55 n. 1; Id., Il Cilento dai Longobardi, p. 121 n. 186; Cuozzo, Riflessioni, p. 708; Ebner, Economia e Società, I, p. 60 n. 123, p. 62 n. 219, p. 82 n. 39, p. 99 n. 88, p. 103 n. 90, p. 108 n. 110, p. 125 n. 176, p. 130 n. 179, p. 130, p. 135 n. 194, p. 141 n. 206; Id. Storia di un feudo, p. 101; Id. Chiesa, p. 404 n. 86, p. 634 n. 17; Taviani-Carozzi, La principauté, II, p. 985 n. 63 e 64; Carlone, L’età medievale, p. 16 n. 6; Loré, Monasteri, p. 38 n. 107, p. 165 n. 41, p. 178 n. 87, p. 198 n. 152”. Riguardo il testo citato di Portanova si tratta di Gregorio Portanova (….), Il Castello di S. Severino nel secolo XIII e S.Tommaso d’Aquino, Badia di Cava, 1924 e, Gregorio Portanova, I Sanseverino e l’Abbazia cavense (1061 – 1324), Badia di Cava, 1977. Ebner postillava che: Il documento, edito dal Ventimiglia cit., Append., III, p. IX sgg., fu oggetto di studio da parte del SENATORE cit., Append., p. XII sgg.”. Ebner si riferiva all’opera di G. Senatore (…) ed al suo “La Cappella della chiesa di S. Maria sul Monte della Stella nel Cilento – Relazione storica con documenti”, Salerno, 1895. Oltre al processo dell’ottobre 1083, il “vice-comes” Manso o Mansone appare anche nell’altro processo che seguì nel 1084. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, in proposito scriveva che: “Al processo del 1083 (86) ne seguì un altro nel 1084 (87) che, pur rimettendo in discussione i beni che l’Abbazia possedeva nell’odierno Castellabate, mostra, più che il motivo addotto dalla sovrana, toni meno rigorosi per la procedura più spedita. Guidizi tenuti ambedue alla presenza dell’accorta, bella e coraggiosa sovrana di Salerno (88) e ambedue illuminanti sull’effettiva consistenza patrimoniale della Bada di Cava ecc…”. Ebner, a p. 404, nella sua nota (86) postillava che: “(86) ABC, B 33, ottobre a. 1083, VII, Salerno. Il documento, edito dal Ventimiglia cit., Append., III, p. IX sgg., fu oggetto di studio da parte del SENATORE cit., Append., p. XII sgg., del Racioppi cit., II, p. 98, dal Mattei Cerasoli (Una bolla di S. Gregorio VII, p. 183 sgg.) e dell’Acocella cit., RSS 1962, p. 77 sgg. estr.”. Pietro Ebner, vol. I, a p. 404, nella sua nota (87) postillava che: “(87) ABC, B, 34, aprile a. 1084, VII, Salerno”. Sempre Ebner postillava di Leone Mattei Cerasoli (….) e del suo “Una bolla di S. Gregorio VII“, p. 183. Dunque, Ebner, a p. 404, nella sua nota (86) postillava di Giacomo Racioppi (…..) e del suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. II, p. 98, dove però a p. 98, l’autore parla delle origini dei luoghi e fa riferimento alle antiche pergamene. Acocella, a p. 55 della parte I, nella sua nota (57) postillava di Racioppi: “(57) Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, 1889, vol. II, pp. 9 e sgg. Anche M. Mazziotti (op. cit., p. 103) aderisce alle tesi del Racioppi: ecc..”. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 121 e ssg., in proposito scriveva che: “c) Una vertenza giurisdizionale tra la curia ducale e la Badia. La genesi, le fasi, la conclusione di tale vicenda giurisdizionale sono contenute nell’importante ‘charta indicati’ dell’ottobre 1083 (186), di cui si è fatto talora cenno nelle pagine precedenti, e che adesso opportunamente conviene illustrare per l’importanza primaria che riveste, sia in riferimento alla storia del diritto e dell’economia, sia in rapporto alla storia della conquista normanna di Salerno. Ecco il contenuto del documento.”. Acocella, a p. 122, scriveva che: “Sono trascorsi più di sei anni dalla effettiva presa di possesso di Salerno da parte dei Normanni, e una spinosa vertenza giuridico-politica sta rendendo difficili da tempo i rapporti tra la Curia ducale e la Badia di Cava. Il viceconte del Duca nel Cilento Bosone, “Boso vicecomes domini nostri ducis de loco cilento “(187), aveva in precedenza, al cospetto della duchessa Sichelgaita e del conte Sicone (188) addebitato a Pietro Abate di Cava etc…”. Acocella, continuando il suo racconto a p. 124 scriveva che: “A conferire maggiore solennità all’atto e quasi a sottolineare l’importanza storica della decisione stanno nel palazzo arcivescovile (192) e la presenza a tutta la procedura della duchessa Sichelgaita, dell’Arcivescovo Alfano I e del ‘vestararius’ del duca, Granato (193)……L’attività politica e amministrativa, svolta da Sichelgaita in assenza del marito tenuto lontano da Salerno da importanti cure di guerra o di stato (194), ecc…”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (194) postillava che: “(194) Cfr. C. De Blasiis, L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna, II, Napoli, 1864, pp. 292 sgg.”. Acocella, a p. 122, nella sua nota (187) postillava che: “(187) Non era finora noto tra i viceconti del venticinquennio 1065-90, che è il periodo studiato dal Garufi: l’esplicita attestazione che egli ha giurisdizione sul Cilento, coordinata con quanto s’è detto nel corso del nostro saggio, è utilissima a determinare l’effettiva attribuzione dei viceconti che non è chiarita da altri documenti. Cfr. C. A. Garufi, op. cit., 43 n…. Acocella postillava di Garufi e si riferiva al testo di C.A. Garufi, “Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del secolo XI”, stà in “Archivio Storico Italiano”, a. XLVI, 1910. Riguardo il Garufi (….), l’Acocella (….), nel suo “Salerno Medioevale ed altri saggi – a cura di Antonella Sparano”, a p. 376, in proposito scriveva che: Il Garufi (121) rileva che….”, come vedremo innanzi e, nella sua nota (121) postillava che: “(121) Art. cit., p. 43 in nota. ecc..”. Acocella, a p. 364, nella sua nota (95) postillava che: “(95) Cfr. C. A. Garufi, Sullo strumento notarile nel Salernitano nello scorcio del sec. XI. Studi storico-diplomatici’, in A.S.I., XLVI (1910), pp. 52-80, 290-343; p. 10 sg. dell’estr.; l’autore fa cenno della giurisdizione notarile del Cilento a p. 29. Vedi pure R. Poupardin, op. cit., p. 59.”. Dunque, il saggio del Garufi è stato pubblicato nella rivista dell’Archivio Storico Italiano, a. 1910, da pp. 52 a 80. Nicola Acocella (….) che, nel suo “Il Cilento dai Longobardi ai Normanni – secolo X e XI – struttura amministrativa e agricola”, Parte II (RSS, a.1962), a p. 124 e ssg., in proposito scriveva che: “Finalmente nell’ottobre 1083 si riunisce nel “in sacro Salernitano Archiepiscopio” una solenne assemblea – come si usava – per emettere la sentenza finale del faticoso ed importante processo. La presiede il conte e giudice Sicone, che ha l’assistenza del viceconte ducale Mansone (191).”. Acocella, a p. 124, nella sua nota (191) postillava che: “(191) Già noto per altri documenti: G. A. Garufi, art. cit., p. 43.”. Riguardo alla principessa Sichelgaita e la sua presenza al processo, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 404, nella sua nota (88) postillava che: “(88) La duchessa Sighelgaita sostituiva il marito, Roberto, impegnato in Oriente. Come è noto Roberto, preoccupato della potenza bizantina, salpò (a. 1081) verso Valona, conquistando Corfù. Sconfitto Alessio Commeno, conquistò Durazzo (a. 1082), ma richiesto d’aiuto da Gregorio VII, assediato da Errico IV, corse a Roma liberò il papa e, devastata la città, lo condusse con grandi onori a Salerno. Tornato in Oriente e riconquistata Corfù, morì nel corso dell’assedio di Cefalonia (a. 1085).”

Nel 1084, Berta, secondo Ebner, figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo e, sposa di Guglielmo “comes Principatus”, I signore di Novi

Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 95-96, in proposito scriveva che: “Purtroppo, l’unico documento che si sperava avrebbe potuto fornire notizie utili e sicure su questo primo Guglielmo non solo ne tace ma è pure senza data, benchè esistano motivi validi per collocare la stipula forse prima del 1084, certamente non dopo il settembre 1089. Diploma che pare senz’altro autentico (ABC, CXV 88) e con il quale Berta e il figlio Uberto donavano all’abbazia di Cava il complesso monastico italo-greco di S. Marina. Una pia donazione della vedova, (“pro remedio anime viri miei etc…”, etc…Chi era Berta ?. Come si è detto altrove e si chiarisce meglio qui, dopo un accurato esame di tutti gli altri documenti del periodo, l’omonimo figliuolo (Guglielmo II) del primo signore di Novi aveva preso in moglie (D 47) Altruda di Teano, nipote di quella Sichelgaita di Teano che era andata sposa a Gregorio figlio di Pandolfo di Capaccio, il quale, come si è detto, era fratello del principe Guaimario V. Eventi che confermano le strette relazioni di parentela tra il primo Guglielmo de Mannia e i figli dell’anzidetto Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Una parentela ben più stretta del semplice rapporto Sighelgaita-Pandolfo di Capaccio-Altruda. Fatti che non escludono che il primo Guglielmo possa essere stato un fedele milite di Guglielmo del Principato. Né l’esclude la più probabile derivazione del predicato Magnia, Magna, Mannia, e cioè da Alemagnia, Alemagna, Alemannia, piuttosto che dal casale Mandia (dialetto Mannia, accento sempre sulla i)….Senza dubbio, dunque, il primo Guglielmo doveva essere tra i più noti Normanni se cercò, secondo il costume già dei Longobardi, d’imparentarsi degnamente con membri della famiglia principesca salernitana, anche se del ramo cadetto di Capaccio. Un capo valoroso e sagace se non è notizia avesse usurpato terre come Guglielmo, Troisio e Guismondo, tale perciò da essere gradito, forse anche per l’origine del suo nome, alla famiglia dei conti di Capaccio. Quello che è certo è che un nipote del primo signore di Novi, per donare terre alla Badia cavense, in territorio di Gioi, dovè averne il consenso da Guglielmo II di Novi (cognato suo”, parente, non perchè aveva soltanto sposato una nipote della zia. Quanto sopra consente ragionevolmente di scorgere che Berta la seconda delle figlie di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo andata sposa all’anzidetto Guglielmo de Magnia, investito del feudo di Novi da Guglielmo del Principato etc…”. Dunque, Ebner scriveva che: “Berta la seconda delle figlie di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo andata sposa all’anzidetto Guglielmo de Magnia, investito del feudo di Novi da Guglielmo del Principato etc…”

Piero Cantalupo, nel suo “Acropolis”, a p. 135 proseguendo il suo racconto e parlando dei figli di Guaimario di Capaccio, in proposito scriveva che dei suoi figli si sapeva molto poco “fatta eccezione per il secondo Pandolfo, che in un documento del 1103 è chiamato Signore di Capaccio ed è indicato quale parente di Guglielmo di Mannia, il signore di Novi (5).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (5) postillava che: “(5) ABC, D, 41 (a. 1103). Questo Guglielmo era figlio dell’omonimo Guglielmo di Mannia, I signore di Novi (ABC, D, 47; il doc., come il precedente e gli altri riguardanti i feudatari di Novi, sono riportati integralmente da P. Ebner, op. cit., pp. 337-43”. Infatti, il Cantalupo cita lo specchietto di Pietro Ebner che pubblicò nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 346. Secondo Ebner, agli “eredi di quel Guglielmo de Magnia cui, dopo il 1052, era stata affidata da Guglielmo del Principato la baronia di Novi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 109, in proposito scriveva che: Va chiarito, innanzi tutto, che in quel periodo una sola famiglia di quel nome (Magnia, Mannia, Maina) era nel Principato, e precisamente gli eredi di quel Guglielmo de Magnia cui, dopo il 1052, era stata affidata da Guglielmo del Principato la baronia di Novi.”. Il Cantalupo, a p. 135 aggiunge pure che: “In che consisterebbe questo rapporto di parentela, non è dato sapere, ma, poichè dalla stessa carta risulta che il solo Pandolfo era congiunto del detto Guglielmo e non i fratelli Gregorio e Gisulfo, ivi elencati assieme a lui, se ne può dedurre che il signore di Capaccio aveva sposato propabilmente una sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6).”. Dunque, il Cantalupo scriveva che il “secondo Pandolfo”, ovvero Pandolfo I di Capaccio, signore di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio, figlio primogenito del primo Pandolfo di Capaccio, è indicato in un documento veniva indicato come un “parente” di “Guglielmo di Mannia, signore di Novi e figlio dell’omonimo Guglielmo di Mannia, I signore di Novi”.  Il Cantalupo scrive che la parentela di Guglielmo di Mannia e Pandolfo I di Capaccio, in quanto nel documento egli risulta “congiunto”, ovvero parente, evidentemente perchè, scrive sempre il Cantalupo, Pandolfo era congiunto del detto Guglielmo e non i fratelli Gregorio e Gisulfo, ivi elencati assieme a lui, se ne può dedurre che il signore di Capaccio aveva sposato propabilmente una sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6).”. In questo passaggio il Cantalupo scriveva che dal documento si può dedurre che questa “Berta”, “sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6)” (Guglielmo “comes Principatus”) aveva sposato Pandolfo I di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (6) postillava che: “(6) Ebner (cit., pp. 83 e 95-97) sulla base di un istrumento di cui si ignora la data, fatto redigere da una nobildonna, Berta, forse di Novi, nella circostanza della sua donazione (alla Badia di Cava ?) del villaggio di Grasso e della chiesa di S. Marina (ABC, CXV, 88), afferma che questa Berta era figlia del primo Pandolfo di Capaccio e moglie di Guglielmo de Mannia, I signore di Novi, per cui sarebbe stata la zia del secondo Pandolfo di Capaccio. Va però rilevato che, a parte la mancanza di dati cronologici probanti, il rapporto di parentela presupposto dall’Autore non solo risulta molto remoto e non giustifica la successione del figlio del secondo Pandolfo al feudo di Novi, ma non spiega nemmeno perchè nel doc. del 1103 (ABC, D, 41) Guglielmo, II signore di Novi, è notato come cognato, cioè parente, del secondo Pandolfo ma non dei fratelli di questo. Comunque, mentre nulla si oppone a che si possa effettivamente considerare Berta moglie del primo signore di Novi, è assolutamente da respingersi l’ipotesi che la stessa fosse figlia del primo Pandolfo.”. Ebner scriveva che questa “Berta” risulta “figlia del primo Pandolfo di Capaccio e moglie di Guglielmo de Mannia, I signore di Novi, per cui sarebbe stata la zia del secondo Pandolfo di Capaccio”. Dunque, il Cantalupo faceva rilevare che Ebner scriveva l’esatto contrario, ovvero che Berta era figlia di Pandolfo di Capaccio e di Teodora di Tuscolo ed aveva sposato Guglielmo “comes principatus”, signore di Novi. Infatti, Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “Umfredo avendo sposato la figliola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo.”. Dunque, secondo Ebner, Berta era la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio (il primo Pandolfo) e Teodora di Tuscolo. Berta sposò Guglielmo di Mannia “il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus”. Dunque, il Cantalupo opinava sulla genealogia di Ebner e scriveva che, invece, Berta era figlia di Guglielmo e fu sposata a Pandolfo di Capaccio…. se ne può dedurre che il signore di Capaccio aveva sposato propabilmente una sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6)”.

Nel 1089, GUAIMARIO di Capaccio, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio (poi si fa monaco a Cava)

Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: Il conte Pandolfo, ……lasciando il suo patrimonio nelle mani dei figli Guaimario, Gregorio, Guido, Giovanni e Glorioso, i quali, secondo il diritto di successione longobardo, ebbero la consignoria del feudo e portarono tutti il titolo di Conte. Etc…”. Il Cantalupo, a p. 116, parlando della congiura di Palazzo che portò all’uccisione di Guaimario V, in proposito scriveva che: “Dopo che il 3 giugno 1052 Guaimario V, principe di Salerno, fu assassinato in una congiura ordita dagli Amalfitani e sostenuta da alcuni membri della stessa casa principesca,………Il nuovo Principe confermò la contea di Conza allo zio Guido (3) e quella di Capaccio ai figli dello scomparso Pandolfo; etc…”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Il Cantalupo proseguendo il racconto e riferendosi ai figli di Pandolfo dopo la sua morte scriveva che: “….i territori apparvero unicamente retti come feudo, frazionati in più possedimenti, di cui il maggiore, come sembra, toccò a Guaimario, il primogenito, che in un documento del 1089 si sottoscrisse: ‘comes caputaquensis’, conte di Capaccio (4).”. Il Cantalupo, a p. 116, nella nota (4) postillava che: “(4) Guillaume, op. cit., Appendice, doc. H, p. XXVII.”.

Guillaume, appendice, p. XXVII

Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (4) postillava che: “(4) Guaimario era monaco a Cava nel 1137 (Guillaume, op. cit., pp. 108-9; da accogliersi la supposizione del Talamo Atenolfi, op. cit., Tav. III, nn. 5 e 20).”. Secondo questa notizia Guaimario morì monaco all’Abbazia della SS. Trinità di Cava nel 1137. Piero Cantalupo, nel suo “Acropolis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Dal primogenito di Pandolfo, che, come s’è detto, portava il titolo di conte di Capaccio, nacquero un altro Pandolfo, Gregorio, Guaimario, Gisulfo e Todino; di tutti questi sappiamo molto poco (4), etc…”. Dunque, in questo passaggio il Cantalupo scriveva che da Guaimario, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo nacquero cinque figli: PANDOLFO, GREGORIO, GUAIMARIO, GISULFO, TODINO. Guaimario, Signore di Capaccio ebbe cinque figli: PANDOLFO, GREGORIO, GUAIMARIO, GISULFO, TODINO. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 606-607 parlando di “Capaccio” in proposito scriveva che: “Da Pandolfo di Capaccio e Corneto (25) e Teodora di Tuscolo, oltre i figli di cui si è detto (secondo Gregorio; quarto Giovanni) il primogenito Guaimario, signore di Capaccio (26), che sposò Sighelgaita di Capua, da cui Pandolfo e dal quale Guglielmo (27) che successe allo zio Guglielmo (II) de Mànnia nella baronia di Novi perchè ques’ultimo non aveva avuto prole dalla moglie Altruda di Teano.”. Ebner, a p. 606, nella nota (25) postillava che: “(25) Vi è stata molta confusione sui discendenti, anche perchè ognuno è detto ‘dominus’ di Capaccio nei documenti. Cfr. ad esempio, Volpi, p. 217 sgg.”. Ebner, a p. 607, nella nota (26) postillava che: “(26) I, ABC, C 34, maggio a. 1092 e I, ABC, XVI 86, agosto a. 1098, VI, Salerno. Cfr. I, ABC, XV, 58, maggio a. 1092.”. Ebner, a p. 607, nella nota (27) postillava che: “(27) I, ABC, D 41, agosto a. 1103, XI e I, ABC, D 47, novembre a. 1104”.

Su GUAIMARIO di Capaccio, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 688-689 parlando di “Castel S. Lorenzo” in proposito scriveva che: “L’Ughelli (1) ricorda che nel 1144 già esisteva il monastero di S. Lorenzo de Strictu, possessore di vasti terreni con tre nuclei abitati (2), e cioè S. Clerico (poi S. Chirico), Monte di Palma e S. Lorenzo de Strictu sorti appunto intorno al Cenobio. Il Di Stefano fa risalire la fondazione del cenobio a Guaimario di Capaccio “prima di farsi religioso Benedettino in quello della Trinità della Cava nel 1137″. Questa è però solo la data della sua morte, come confermano le sue disposizioni testamentarie (3). Testimoni idonei affermano con giuramento, innanzi al giudice Pietro, che il monaco Guaimario, prima di morire, aveva manifestato la volontà di donare al monastero cavense parte dei suoi beni. Presenti e consenzienti all’atto il figlio del donante, Guaimario, e la vedova Sibilla, la quale aggiunse ‘pro anima’ il dono al monastero cavense di parte dei beni che le toccavano. Nel diploma però, non è nessun cenno del monastero di S. Lorenzo de Strictu.”. Ebner, a p. 688, nella nota (2) postillava che: “(2) Di Stefano, ms. cit., f 159”. Dunque, Guaimario, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio era sposato con Sibilla ed aveva un figlio chiamato Guaimario. Ebner, a p. 688, nella nota (2) postillava che: “(2) Di Stefano, ms. cit., f 159”. Ebner si riferiva al manoscritto di Lucido Di Stefano (….), e del suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania – Discorsi del Dott. Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro nella stessa Lucania” (per questo testo manoscritto si veda il testo rivisto a cura di Giuseppe Barra (….), pubblicato dal Centro di Cultura e Studi Storici “Alburnus”) pubblicato nel 2005. L’opera di Lucido Di Stefano, di Acquara, è conservata tra i manoscritti della Biblioteca Provinciale di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che Della Valle di Fasanella nella Lucania, Discorsi del dottor Lucido Di Stefano della terra di Aquaro nella stessa Lucania” è un’opera di Lucido Di Stefano risalente al 1781, e costituisce una delle principali fonti per la ricostruzione della storia dell’area dei Monti Alburni e della valle del Calore Lucano, in provincia di Salerno. L’opera originale si presenta come una serie di manoscritti suddivisi in 3 volumi i quali furono riuniti la prima volta soltanto alla fine dell’Ottocento dal dottor Serafino Marmo di Bellosguardo che recuperò 2 volumi presso il signor Diomede Forziati di Castelcivita e un terzo volume presso il dottor Conforti di Salerno. Una volta riuniti i 3 volumi, il dottor Marmo ne consegnò gli originali al comune di Bellosguardo ove l’impiegato Emiddio Peduto si incaricò di ricopiarli. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 688-689 parlando di “Castel S. Lorenzo” in proposito scriveva che: “Il Di Stefano fa risalire la fondazione del cenobio a Guaimario di Capaccio “prima di farsi religioso Benedettino in quello della Trinità della Cava nel 1137”. Questa è però solo la data della sua morte, come confermano le sue disposizioni testamentarie (3).”. Dunque, Ebner scriveva che Lucido Di Stefano citava una donazione del 1137. Dunque, riferendosi a Guaimario di Capaccio, Ebner citava la donazione del 1137 di beni e del Monastero o “Cenobio di S. Lorenzo de Strictu”. Ebner, a p. 688, nella nota (3) postillava che: “(3) I, ABC, G 29, dicembre a. 1137, I, Salerno: ‘Ante me petrum iudicem venitbondaldus monachus (insieme ai presenti alle ultime volontà di Guaimario etc’, etc…(presenti la moglie Sibilla e il figlio Guaimario). Alferio notaio. Sul monaco Guaimario, vedi Guillaume cit., p. 109, n. 1 e il Venereo, Diction., IV, f 311”. Infatti, Lucido Di Stefano (….), nel suo manoscritto, a p. 12, scrive che: “Estratto dall’originale in pergameno sistente nell’Archivio di detto Monistero dell’Archivio del Not. apostolico D. Gennaro Sambiase.” e, a p. 10 (vol. III), dove in proposito scriveva che: “E’ notabile l’istromento, col quale Nicola Comite nel 1141, dona all’Arcivescovo di Salerno alcune terre, selve, e altri stabili, riferito da esso Campanile etc…”. Il Di Stefano scrive sulla scorta di un atto del 1141 riferito dal Campanile sulla famiglia dei “Comite”. Il Di Stefano (….), nel vol. III, a pp. 14-15, in proposito scriveva che:  “Devo dunque premettere, che Gisulfo II ultimo Principe di Salerno Longobardo, creò Conte di Capaccio Guaimario V suo figluolo, e Conte di Fasanella, e Corneto Euferio Comite suo parente. Lampo dilui figluolo impalmò Gemma della stessa casa di Gisulfo; perchè fratelli di Guaimario IV Principe di Salerno, Padre di Gisulfo, furono anche Pandolfo e Guido figluoli del Principe Guaimario III; come scrive lo stesso Autore Figluoli di Pandolfo furono Gregorio, Guaimario, Giovanni e Sica. Di Giovanni fu figluola detta Gemma, come da detto istrumento……Nella morte di Guaimario V primo conte di Capaccio, gli succedé nel 1092 il suddetto Gregorio, come scrive il Pellegrino presso il Volpe nella ‘Serie de’ Conti di Capaccio’. A Gregorio succedé Guiamario suo fratello per sentenza dello stesso Pellegrino. A costui (che si fé monaco Cassinese nel 1137) dice esso Volpe, che succedé Sica sua sorella moglie di Ruggiero Sanseverino. Ciò premesso, dico, che al suddetto Guaimario, non solamente succedé detta Sica, ma anche Gemma unica figliola di Giovanni suddetto, fratello di Gregorio, e di Guaimario, ch’era moglie di Lampo Comite Signore di Fasanella nell’anno 1134. Che ciò sia vero, egli è certo, che figlio di Gemma, e di Lampo suddetti, fu Tancredi, come si legge nel trascritto istromento. Etc…”. Ebner, a p. 688, nella nota (3) postillava che: “(3) Sul monaco Guaimario, vedi Guillaume cit., p. 109, n. 1 e il Venereo, Diction., IV, f 311”. Piero Cantalupo (….), a p. 135, nella nota (4) postillava che: “(4) Guaimario era monaco a Cava nel 1137 (Guillaume, op. cit., pp. 108-9; da accogliersi la supposizione del Talamo Atenolfi, op. cit., Tav. III, nn. 5 e 20).”. Infatti, Paul Guillaume, nel suo “Essai etc…” (si veda l’edizionee ristampa a cura della Ruocco), a p. 120 si legge che: “Tra l’armata di monaci, come si esprime ‘Bucelini (29), che vivevano al tempo dell’abbate Simeone, nella solitudine della Cava, ce n’è etc….Tal è ancora quel Guaimario, nipote, per suo padre Pandolfo, del principe di Salerno Guaimario III, che portava allora il titolo di Conte di Capaccio, a qualche chilometro della antica Pestum. Questo potente signore, uno degli ultimi rappresentanti della famiglia Longobarda che ha occupato così a lungo il trono principesco di Salerno, non si contentò affatto di dare al monastero di Cava tutti i beni al di dentro e al di fuori della città di Salerno (1137); egli volle alla fine dargli se stesso; cosa che avvenne verso la fine del governo dell’abate Simeone. (31).”. Il Guillaume (….), a p. 120, nella nota (31) postillava che: “(31) “Ejus tempore (Falconis) Guaimarius Caputaquensium Dominus, Pater Guaimarj iunioris, fuit Monachus Cavensis et Sanctae Religionis habitum ab ipso Domino Abbate suscepit, in Monasterio Cavensi, cui universa bona sua donavit, Anno Domini 1137 Decembri”. Venereo, Diction. Arch. Cav., Ms. t. IV., p. 311; Cf. il diploma dell’Arc. Mag. G. 29; vd. UGHELLI, Italia Sacra, VII, 375; Pratilli, tomo V., p. 18.”. Lucido Di Stefano (….), nel suo Della Valle di Fasanella nella Lucania, Discorsi del dottor Lucido Di Stefano della terra di Aquaro nella stessa Lucania” (si veda l’opera a cura di Giuseppe Barra), nel vol. I – Discorso VIII, “Del Castello di Sanlorenzo“, a p. 279, in proposito scriveva che: “(280) Credo probabilmente, che Guaimaro, terzo Conte di Capaccio, fratello consorbino di Gisulfo ultimo Principe di Salerno Longobardo, dovette fondare il Monastero dell’Ordine Cassinese, detto di Sanlorenzo ‘de Strictu’, prima di farsi Religioso Benedettino in quello della Trinità della Cava nel 1137 come ho detto nel Disc. I del 3 libro, dapoiche come scrive l’Ughellio nella Chiesa di Capaccio, tomo 7 detto monastero nel 1144 esisteva, e l’ampj territorj, etc….”.  

Nel 1089, GIORDANO, figlio di GIOVANNI (figlio di Pandolfo di Capaccio) e di Altruda di Sessa

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 739 parlando di “Corleto (Monforte)”, che in antichità era “Corneto”, in proposito scriveva che: “Dopo l’assassinio di Pandolfo, conte di Capaccio e di Corneto, …..(luglio 1052), la contea venne divisa tra i diversi suoi figli (v. a Capaccio). Tra essi, il quarto, Giovanni che sposò Altruda di Sessa, da cui Giordano, il quale nel 1086, donò ‘pro anima’ alla Badia di Cava (7) la chiesa di S. Venere, “que sita est in loco quondam tenimenti corniti, prope casale russino (Roscigno vecchio o villaggio scomparso ?)(8). Documento importante per la concessione del privilegio “pascendi, lignandi, boscandi” nell’intero territorio di Corneto.. Ebner, a p. 739, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, C 10, settembre a. 1086, XII, Corneto: “Jordanus etc…”. Ebner, a p. 739, nella nota (8) postillava che: “(8) Il Ventimiglia, cit., p. 100, n., dubita che questa di Russino sia la stessa chiesa di cui nel breve di Amato, malgrado la breve distanza (Roscigno, 2 miglia da Corneto). Della chiesa di Roscigno è pure notizia nell’istrumento del 1362 del vescovo Tommaso di Santomagno. A mio avviso, l’ubicazione del diploma è meramente indicativa e chiarificatrice, per cui pare difficile ammettere l’esistenza di due chiese così vicine e dello stesso titolo.”. Su “Giovanni” ha scritto Piero Cantalupo, nel suo “Acropolis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Dal primogenito di Pandolfo, che, come s’è detto, portava il titolo di conte di Capaccio, nacquero un altro Pandolfo, Gregorio, Guaimario, Gisulfo e Todino; di tutti questi sappiamo molto poco (4), etc…”. Dunque, in questo passaggio il Cantalupo scriveva che da Guaimario, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo nacquero cinque figli: PANDOLFO, GREGORIO, GUAIMARIO, GISULFO, TODINO. Guaimario, Signore di Capaccio ebbe cinque figli: PANDOLFO, GREGORIO, GUAIMARIO, GISULFO, TODINO. Dunque, questo GIORDANO era un figlio di GIOVANNI, uno dei figli di Pandolfo di Capaccio e quindi era un nipote di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 740 parlando di “Corleto (Monforte)”, che in antichità era “Corneto”, in proposito scriveva che: “Nel 1137 l’anzidetto Giordano donò alla Badia (11), con la solita formula ‘causa benedictionis’ che mentiva la vendita, alcune terre a Fragina e ad Acquavella, ricevendone 150 soldi di tarì salernitani. Documento anche questo importante perchè oltre a dirci dell’estensione dei beni donati, ci informa di parte della vasta parentela di Giordano.”. Ebner, a p. 740, nella nota (11) postillava che: “(11) I, 9BC, G 24, marzo a. 1137, XV, Salerno (transunto in ABC, XXIV 26): “Giordano, dominus de castello cornito ac filius quondam johannis, etc…”.

Su “Giovanni”, figlio di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo, ha scritto Piero Cantalupo (….), nella sua “Acropolis”, dove a p. 133, in proposito scriveva che: “Un’altro figlio di Pandolfo, Giovanni, pare che avesse titolo specifico su Corneto (attuale Corleto Monforte), feudo che non risulta abbia fatto originariamente parte della contea di Capaccio, come Trentinara, esso o vi fu aggregato in epoca normanna o, quasi certamente, fu dato con investitura personale a questo Giovanni, il cui figlio Giordano, in qualità di signore di Corneto, nel 1137 donò alla Badia di Cava dei beni siti nella località di Fragina ed in Acquavella (8).”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (8) postillava che: “(8) ABC, G, 24”.

Nel 1089, un processo alla presenza di Ruggero Borsa

Houguette Taviani-Carozzi (….), nel suo “La Principaute lombarde de Salerne (X-XI siecle)” (si veda l’edizione della Collezione dell’Ecole Francaise di Roma). La Taviani (….), vol. II, a pp. 980-981 parlando di “B. – Hereditates Ecclesiae: Fi du mundium princier sur l’eglise”, in proposito scriveva che: “Un altro interesse del processo del 1089, e non ultimo, viene dal luogo in cui si svolse e dall’assistenza alla presenza della quale i quattro giudici laici ascoltano e giudicano la causa. Questo processo si svolge “presso il sacro paais archiépiscopale”. All’inizio della sua relazione, il notaio accenna alla presenza in questo luogo del duca Ruggero, figlio e successore di Roberto il Guiscardo, dell’arcivescovo di Salerno Alfan II (1085-1121) e dell’abate Pierre de Saint-Trinité de Mitiliano. Aggiunge i nomi dei giudici e poi si limita ad evocare in termini generali la folla di “parenti e figlie” del duca. Ma alla fine dell’atto ci dà alcuni nomi, alcuni dei quali ci sono noti. In Tra i parenti e i fedeli spiccano tre nipoti di Guaimar IV: Guaimar figlio di suo fratello Gui, Guaimar e Gregory, figlio di suo fratello Pandolf. Un visconte Manson è un nome comune tra l’aristocrazia amalfitana e tra gli atranensi. Gli altri sono normanni: Foulque Grammaticus, Foulque Stratigot, Robert Filiolus. Ad eccezione della presenza dell’arcivescovo, questa assemblea è identica a quelle che abbiamo incontrato, quelle in particolare che rientravano nel mundium del sovrano. Tra queste c’erano le controversie tra i laici e le chiese sub defensione palatii.”.

Nel 1074, GREGORIO, signore di Capaccio (figlio di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo) e sua moglie Maria

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , pp. 739 parlando di “Corleto (Monforte)”, che in antichità era “Corneto”, in proposito scriveva che: “Dopo l’assassinio di Pandolfo, conte di Capaccio e di Corneto, …..(luglio 1052), la contea venne divisa tra i diversi suoi figli (v. a Capaccio). Tra i figliuoli di Pandolfo vi era anche il secondo, Gregorio, signore di Capaccio, come si legge in una donazione del 1092 (9), con la quale esso Gregorio, con la moglie Maria figlia di Erberto, donarono etc…”. Ebner, a p. 739, nella nota (9) postillava che: “(9) I, ABC, C 34, anno 1092, XV, Salerno (copia in ABC, XV 58) etc…”. Su “Gregorio”, figlio di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo, ha scritto Piero Cantalupo (….), nella sua “Acropolis”, dove a p. 133, in proposito scriveva che: Il secondo dei figli di Pandolfo, Gregorio (5), ebbe, forse come feudo distinto dal primo, quello di Trentinara, il cui territorio, in seguito non solo apparirà separato da quello di Capaccio, ma in possesso di suo figlio Guglielmo (6) e poi del figlio di questi Roberto (7).”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (7) postillava che: “(7) Nel 1156 Roberto di Trentinara, marito di Lolegrima, figlia di Alfano di Castramaris (Velia), giacendo moribondo “…in ipso castello Trentinaro, in palatio suo….”, nominò tra i suoi esecutori testamentari:  etc…”. Su “Gregorio” ha scritto Piero Cantalupo, nel suo “Acropolis”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Dal primogenito di Pandolfo, che, come s’è detto, portava il titolo di conte di Capaccio, nacquero un altro Pandolfo, Gregorio, Guaimario, Gisulfo e Todino; di tutti questi sappiamo molto poco (4), etc…”. Dunque, in questo passaggio il Cantalupo scriveva che da Guaimario, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo nacquero cinque figli: PANDOLFO, GREGORIO, GUAIMARIO, GISULFO, TODINO. Guaimario, Signore di Capaccio ebbe cinque figli: PANDOLFO, GREGORIO, GUAIMARIO, GISULFO, TODINO. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (4) postillava che: “(4) Gregorio e Gisulfo sono ricordati nel 1103 (ABC, D 41), il primo anche nel 1104 (ABC, XVII, 103) ed il secondo ancora nel 1134 (ABC, G, 12).”Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 95-96, in proposito scriveva che: Come si è detto altrove e si chiarisce meglio qui, dopo un accurato esame di tutti gli altri documenti del periodo, l’omonimo figliuolo (Guglielmo II) del primo signore di Novi aveva preso in moglie (D 47) Altruda di Teano, nipote di quella Sichelgaita di Teano che era andata sposa a Gregorio figlio di Pandolfo di Capaccio, il quale, come si è detto, era fratello del principe Guaimario V. Eventi che confermano le strette relazioni di parentela tra il primo Guglielmo de Mannia e i figli dell’anzidetto Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 95-96, in proposito scriveva che: “….Sichelgaita di Teano che era andata sposa a Gregorio figlio di Pandolfo di Capaccio, il quale, come si è detto, era fratello del principe Guaimario V. Eventi che confermano le strette relazioni di parentela tra il primo Guglielmo de Mannia e i figli dell’anzidetto Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Una parentela ben più stretta del semplice rapporto Sighelgaita-Pandolfo di Capaccio-Altruda.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 688, nella nota (2) postillava che: “(2) Di Stefano, ms. cit., f 159.”. Ebner si riferiva al manoscritto di Lucido Di Stefano (….), e del suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania – Discorsi del Dott. Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro nella stessa Lucania” (per questo testo manoscritto si veda il testo rivisto a cura di Giuseppe Barra (….), pubblicato dal Centro di Cultura e Studi Storici “Alburnus”) pubblicato nel 2005. L’opera di Lucido Di Stefano, di Acquara, è conservata tra i manoscritti della Biblioteca Provinciale di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che Della Valle di Fasanella nella Lucania, Discorsi del dottor Lucido Di Stefano della terra di Aquaro nella stessa Lucania”. Il Di Stefano pubblica un atto del 1137 che riguarda il testamento di Guaimario di Capaccio ed il Monastero o “Cenobio di S. Lorenzo de Strictu”. Ebner, a p. 688, nella nota (3) postillava che: “(3) I, ABC, G 29, dicembre a. 1137, I, Salerno: ‘Ante me petrum iudicem venitbondaldus monachus (insieme ai presenti alle ultime volontà di Guaimario etc’, etc…(presenti la moglie Sibilla e il figlio Guaimario). Alferio notaio. Sul monaco Guaimario, vedi Guillaume cit., p. 109, n. 1 e il Venereo, Diction., IV, f 311”. Infatti, Lucido Di Stefano (….), nel suo manoscritto, a p. 12, scrive che: “Estratto dall’originale in pergameno sistente nell’Archivio di detto Monistero dell’Archivio del Not. apostolico D. Gennaro Sambiase.” e, a p. 10 (vol. III), dove in proposito scriveva che: “E’ notabile l’istromento, col quale Nicola Comite nel 1141, dona all’Arcivescovo di Salerno alcune terre, selve, e altri stabili, riferito da esso Campanile etc…”. Il Di Stefano scrive sulla scorta di un atto del 1141 riferito dal Campanile sulla famiglia dei “Comite”. Il Di Stefano (….), nel vol. III, a pp. 14-15, in proposito scriveva che:  “….come scrive lo stesso Autore Figluoli di Pandolfo furono Gregorio, Guaimario, Giovanni e Sica. Di Giovanni fu figliola detta Gemma, come da detto istrumento……Nella morte di Guaimario V primo conte di Capaccio, gli succedé nel 1092 il suddetto Gregorio, come scrive il Pellegrino presso il Volpe nella ‘Serie de’ Conti di Capaccio’. Etc…”Dunque, il Di Stefano sulla scorta dell’atto del 1137 desume che dopo la morte di Guaimario di Capaccio, che lui chiama “GUAIMARIO V”, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo e I Conte di Capaccio, nel 1092 gli succedé GREGORIO. Il Di Stefano, scriveva pure che: “A Gregorio succedé Guaimario suo fratello per sentenza dello stesso Pellegrino. A costui (che si fé monaco Cassinese nel 1137) dice esso Volpe, che succedé Sica sua sorella moglie di Ruggiero Sanseverino. Ciò premesso, dico, che al suddetto Guaimario, non solamente succedé detta Sica, ma anche Gemma unica figliola di Giovanni suddetto, fratello di Gregorio, e di Guaimario, ch’era moglie di Lampo Comite Signore di Fasanella nell’anno 1134. Che ciò sia vero, egli è certo, che figlio di Gemma, e di Lampo suddetti, fu Tancredi, come si legge nel trascritto istromento. Etc….ne siegue, che allora quando Guaimario Conte di Capaccio si fé Religioso Benedettino, divise il suo Contado, parte a Sica sua sorella, a cui assegnar dové Giungano, Trentenaro, Camogniento, e la metà della Città di Capaccio, e parte a Gemma sua nipote figliola unica di Giovanni suo germano, e moglie di Lampo Comite, con assegnarli l’altra metà del condado, cioè la metà di Capaccio, con Albanella etc….”. Lucido Di Stefano (….), nel suo Della Valle di Fasanella nella Lucania, Discorsi del dottor Lucido Di Stefano della terra di Aquaro nella stessa Lucania” (si veda l’opera a cura di Giuseppe Barra), nel vol. I – Discorso VIII, “Del Castello di Sanlorenzo“, a p. 279, in proposito scriveva che: “Credo probabilmente, che Guaimaro, terzo Conte di Capaccio, fratello consorbino di Gisulfo ultimo Principe di Salerno Longobardo, dovette fondare il Monastero dell’Ordine Cassinese, detto di Sanlorenzo ‘de Strictu’, prima di farsi Religioso Benedettino in quello della Trinità della Cava nel 1137 come ho detto nel Disc. I del 3 libro, dapoiche come scrive l’Ughellio nella Chiesa di Capaccio, tomo 7 detto monastero nel 1144 esisteva, e l’ampj territorj, etc….”. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 129 e ssg. ci parla molto di Gregorio e Maria sua moglie. La Visentin, parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, nella nota (516) postillava che: “(516) Nel novembre del 1073, invece Alfano, filius quondam Petri comitis, vende tutte le sue proprietà, tra cui la terra con la chiesa di S. Nicola a Gregorio, filius quondam domni Paldulfi, filii domni Guaimarii principis, per la cifra di 115 soldi sclifati. Cfr. AC, XIII, 5 e 8: gennaio 1074, editi in CDC X, doc. 19 e 23, pp. 59-71, 79-81. Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.”. La Visentin, a p. 130, in proposito scriveva che: “Rimane almeno per i primi cinquant’ani del XII secolo (517), quando Gregorio, filius quondam Pandulfi qui filius domni Guaimarii principis, e dopo di lui il conte Giovanni, figlio dello stesso Gregorio (518), insieme alla madre Sichelgaita, compaiono ancora quali possessori della cappella (519).”. La Visentin, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Roani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”. La Visentin nelle pagini seguenti trattando del monastero di S. Nicola continua a dire molte altre notizie su Gregorio.

Nel 1093, il conte GLORIOSO, figlio del conte Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo (figlio del conte Mansone ?), confermò una donazione a Cava

Su Come è stato già detto in precedenza, Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo ebbero sette figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Dunque, Glorioso era un figlio di Pandolfo di Capaccio. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 132 ci parla della “Contea di Capaccio”, a p. 133, in proposito scriveva che: Il conte Pandolfo, sposato con Teodora di Tuscolo (1), era morto nel 1052, poco prima della congiura in cui era stato assassinato il regale congiunto (2), lasciando il suo patrimonio nelle mani dei figli Guaimario, Gregorio, Guido, Giovanni e Glorioso, i quali, secondo il diritto di successione longobardo, ebbero la consignoria del feudo e portarono tutti il titolo di Conte. Etc…”. Il Cantalupo, a p. 133, nella nota (1) postillava che: “(1) Teodora era figlia di Gregorio di Tuscolo, console e duca dei Romani. In un documento del 1059 essa è menzionata asieme ai figli Guaimario, Gregorio, Guido e Giovanni (….”ipsa Domina Theodora….Guaimario, et Gregorio, et Guidoni, et Johanni germanis Comitibus filiis ipsorum Pandulfi, et Theodore.; DE BLASIO, cit., doc. I)”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (2) postillava che: “(2) ‘Gloriosum filium quondam Pandulfi Comitis (DE BLASIO, cit., doc. XXXVII, a. 1110). Glorioso ebbe due figlie, Itta e Sichelgaita (ABC, XXV, 55); per la data della sua morte cfr. Talamo Atenolfi, op. cit., p. 21 (trascritto però erroneamente: 1122).”. Riguardo il testo di De Blasio (….) citato, il Cantalupo, a p. 68, nella nota (6) postillava: “(6) S.M. DE BLASIO, Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt’, Napoli, 1785, ecc..”. Si tratta del testo di Salvatore Maria De Blasio (….) e del suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Il Cantalupo cita il documento n. I, che si trova in Appendice. Su “Glorioso” figlio di Guaimario di Pandolfo di Capaccio e feudatario nella zona di Castellabate ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: “Nel 1093 Glorioso, figlio del conte Pandolfo, figlio del conte Mansone, ed Ermelina, figlia del fu Ma…, marito e moglie, donarono (9) al monastero cavense la “integram quartam etc…beati zacherie”, già spettante alla Badia.”. Ebner, a p. 123, vol. II, nella nota (9) postillava che: “(9) I, ABC, XV 80, aprile a. 1093, I, Salerno”. Addirittura in questa notizia Ebner scriveva che “Nel 1093 Glorioso, figlio del conte Pandolfo, figlio del conte Mansone” e pure che: “che furono del conte Mansone, fratello di Pandolfo”. Dunque, se uno dei fratelli di Pandolfo di Capaccio, padre di “Glorioso” era il conte Mansone, vuole dire che Glorioso era un nipote del conte Mansone. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a p. 149 parlando del monastero o cenobio di S. Zaccaria a li Lauri, in proposito scriveva che: “…dall’esame di altri due documenti sospetti, la conferma concessa dal duca Ruggero all’abbazia, nell’ottobre del 1086, riguardante i monasteri ‘in lucanis finibus, cum omnimoda iurisdictione opsarum ecclesiarum et omnibus iuribus et bonis suis’, tra i quali compaiono anche i cenobi di San Giorgio e San Zaccaria (651), e il privilegio di Urbano II che, nell’ottobre del 1089, assicura ancora una volta a Cava i due monasteri (652). Nel 1093 i monaci della Trinità possiedono la metà del complesso di San Zaccaria e ‘Gloriosus, filius quondam Paldulfi comitis, filii bone memorie Mansonis comitis’, con sua moglie Ermelina, provvede ad offrire loro la quarta parte della chiesa (653). Etc..”. La Visentin, a p. 149, nella nota (652) postillava che: “(652) AC, C 21: ottobre 1089, edito dal Guillaume, Essai, Appendice, pp. XXII-XXIII; Kehr, IP VII, p. 318 nr. 7, a cui si rimanda per la bibliografia. Cfr. anche CDC X, pp. XVII-XX e AC, C 35 bis. Il Kehr ritiene il documento autentico.”. La Visentin, a p. 149, nella nota (653) postillava che: “(653) AC, XV 80: aprile 1093”. Sul conte “Glorioso” ha scritto pure Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” parlando del monastero di S. Angelo a Tresino, a p. 177, nella nota (827) postillava che: “(827) D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit., pp. 91-92: “Fuvvi al tempo stesso l’altra chiesa di S. Angelo, con monastero sotto il titolo di priorato nella serra del monte Trisino, ecc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: Il Ventimiglia (9) ricorda poi che Glorioso, figlio del conte Pandolfo, durante la sua ultima infermità dispose (a. 1112) che alla sua morte il figlio Simone, nel provvedere a farlo tumulare nel monastero cavense, donasse, al suddetto monastero la terza parte del monte Licosa oppure cento soldi. Con una successiva donazione (a. 1113) anche le altre tre parti del monte vennero donate al monastero compresa anche la parte di Ermiliana, moglie del predetto conte Glorioso.”. Ebner, a p. 115, vol. II, nella nota (9) postillava che: “(9) Ventimiglia, cit., p. 91 = ABC, E 22, novembre a. 1112, VI, Salerno.”. Infatti, Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a pp. 91-92 parlando del monastero di Sant’Angelo di Tresino parlando di una donazione del 1094 del conte Riccardo Siniscalco, in proposito scriveva che: “…..e finalmente la restante porzione fu donata da Glorioso Conte, figliuolo del Conte Pandolfo nel 1112 (g). Sembra che cessino le notizie etc…”. Il Ventimiglia, a p. 91, nella nota (g) postillava: “(g) Arca 62, n. 403. Si ha pur di lui donazione fatta nell’ultima sua infermità dell’anno 1112 di una parte del Monte della Licosa del valore di cento soldi al Monastero della Cava, cui le altre tre porzioni si appartenevano, coll’obbligo etc…”. Dunque, Glorioso aveva un figlio chiamato “Simone” e morì nell’anno 1112.

L’opera di  latinizzazione nel basso Cilento e nel Vallo di Diano

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’ pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 83 così si esprimeva: “Il primo assetto della penetrazione normanna nel Vallo di Diano è strettamente legato alla rilevante diffusione nel territorio di insediamenti benedettini, divisi tra le dipendenze della S.ma Trinità di Venosa, che controllano con la loro gestione una parte rilevante di tutto il versante orientale della vallata, e i priorati della Trinità di Cava dei Tirreni, con San Pietro di Polla, Sant’Arsenio, San Marzano, San Nicola e Santa Maria di Diano, San Pietro e San Pancrazio di Atena, sottomesse a Cava rispettivamente nel 1100 da Rao, signore di Atena, e nel 1091 da ‘Abiusus’ e ‘Trotta’, abitanti dello stesso centro (21). La promozione dell’espansione benedettina non sembra sia stata motivata dall’intento di latinizzare una regione che pure dovette essere particolarmente interessata, come è già stato sottolineato, da una consistente presenza di elementi ellenofoni. Risulta ormai opinione diffusa che la politica religiosa dei primi signori normanni fosse orientata ad “assegnare monasteri poveri e piccoli a monasteri ricchi e potenti” sia greci che latini (22). Risulterebbe altrimenti inspiegabile la crescita di importanti enti monastici italo-greci in Basilicata, Calabria e Salento, come il monastero di Sant’Elia di Carbone, beneficiario delle donazioni della famiglia Chiaromonte, o di San Giovanni di Stilo, Santa Maria del Patir di Rossano e San Nicola di Casole (23). Tale politica di promozione nei confronti delle istituzioni monastiche più prestigiose è confermata nel Vallo dalla sopravvivenza, ancora fino al XVI secolo, di San Pietro al Tumusso, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria di Sanza, i tre metochi del monastero italo-greco di Santa Maria di Rofrano ceduti nel 1720 alla Certosa di Padula (24).”. La Alaggio, a p. 84, nella sua nota (24) postillava che: “(24) D. Ronsini, Cenni storici sul comune di Rofrano etc.’, Si veda inoltre “Carte riguardanti la vendita del monistero di S. Maria di Grottaferrata al monastero di S. Lorenzo della grancia di San Pietro di Montesano, San Zaccaria di Sassano e Santa Maria de Vito in Laurino”, ASN, ‘Monasteri Soppressi’, busta 5615; ed anche “Cabrei delle grancie di Grottaferrata in Montesano, Sanza, Sassano, San Rufo, San Giacomo, Casalnuovo, Diano”, ASS, Fondo Corporazioni Religiose, busta 15, Grancie di Grottaferrata a. 1710.”. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: “Gli abati basiliani di Grottaferrata governarono il castello i Rofrano e le annesse grange per oltre quattro secoli, in un periodo durante il quale le comunità greche del Cilento sarebbero venute a trovarsi in forte disagio in un ambiente ormai avviato a “latinizzarsi” completamente. Non sembra un caso, inoltre, il fatto che il feudo si trovasse nel salernitano, sede nel continente proprio in quegli anni, della corte di Ruggero II. Durante questo lungo periodo i sovrani meridionali dovettero ripetutamente intervenire a difesa del feudo in questione.”.

Nel 1093, Gisulfo, figlio del conte Mansone (detto ‘de lo Rufus’), o figlio del conte Guaimario (primogenito di Pandolfo di Capaccio) morì (?) e venne tumulato nell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de Tirreni

Alcune notizie su “Gisulfo”, figlio del conte Mansone ci vengono da Paul Guillaume (….), nel suo “L’Abbazia di Cava – saggio storico – Da documenti inediti”, a p. 26, parlando di “S. Pietro Pappacarbone” a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Tra la moltitudine di religiosi che vivevano a Cava al tempo dell’Abate Pietro I, molti hanno il loro posto di spicco nella storia religiosa, politica etc…La lista sarà molto incompleta etc…, ….Gisulfo, figlio del conte Mansone da ‘lo Riuso’, detto ‘di buona memoria’, che innanzitutto fece grandi donazioni al monastero di Cava e in seguito volle egli stesso abbracciare la vita religiosa; (9) etc…”. Il Guillaume, a p. 57, nella nota (9) postillava che: “(9) Ex discipulis vero suis (Petri videlicet) qui ad nostram notitiam pervenere, prae ceteris notaru dignus est Gisulfus, sive Gifulsus, filius bonae memoriae Mansonis Comitis, qui dictus est ‘De lo Rufo’, qui, ut reperimus, ante annum Domini MXCIII in ipso fuit Cavensi Monasterio tumulatus. Hic una cum patre, id quod frater eius Landulfus nomine confirmavit, (obtulerunt) omnium bonorum suorum quartam partem, quae ad ipsum Mansonem Comitem pertinebat, in Acquabella, Licosa, Terresino et Stayno, tam in montibus quam in planiciae; quartam quoque partem Monasterium S. Georgij ad duo flumina et S. Zacharia de leuris, in Lucaniae finibus, bonorumque omnium ad ea spectantium”. RODUL., Historia., Ms. 61, p. 30; cfr. VENER., Dict., Ms., t IV., p. 73; UGHELLI, VII, 375.”. Dunque, il chronista “Rodulfo” scriveva che: “Gisulfo, figlio del conte Mansone da ‘lo Riuso’, detto ‘di buona memoria’, che innanzitutto fece grandi donazioni al monastero di Cava e in seguito volle egli stesso abbracciare la vita religiosa; (9)”. Il Guillaume, a p. 59, in proposito scriveva che: “alle ‘Cronache’ di Rodulfo” e, a p. 29, sempre su “Rodulfo”, in proposito scriveva che: “….secondo una testimonianza dello storico Rodulfo, (14) etc..”. Il Guillaume, a p. 29, nella nota (14) postillava che: “(14) ‘Vita de S.P. Cav., Ms., 61 etc..; Hist., Ms. 61 etc…”. Il testo di Rodulfo, scritto in latino dovrebbe essere il seguente: Dei suoi discepoli (di Petri, cioè) che ci sono venuti a conoscenza, Gisulfus, o Gifulsus, figlio del ben ricordato conte di Mansone, detto ‘De lo Rufus’, il quale, come troviamo, prima l’anno del Signore MXCIII, è degno di nota sopra il resto fu sepolto nel Monastero dei Cavensi.”. Gusulfo era detto “de lo Riuso”. Dunque di questo storico chiamato “Rodulfo” vi sono due manoscritti: “Vita di S. Pietro etc..” e “Historia etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, nell’indice lo chiama “Rodolfi, abate cavense”, e a p. 155 vol. II, in proposito scriveva che: “Nella Historia dell’abate Rodolfo (4).”. Ebner a p. 155, nella nota (4) postillava che: “ABC, ms. n. 61”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 394, nella nota (56) postillava che: “(56) Per la vita e le opere dell’abate Pietro, vedi il mio saggio ‘Pietro da Salerno’ cit.. L’abate Rodolfo scrive (ms. 61, f 30) che Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto ‘da lo Riuso’, donò all’abate Pietro la quarta parte dei suoi beni siti ad Acquavella, Licosa, Tresino e Stagno e la quarta parte dei monasteri di S. Giorgio ad ‘duo flumina’ e di S. Zaccaria ‘de Lauris’. L’abate ebbe anche donazioni da Giordano, signore di Corneto, da Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, da Ugo di Avena, da Riccardo di Drogone, da Guglielmo de Mànnia, signore di novi, più di tutti dal duca Ruggiero (1085-1111) e dal figlio duca Guglielmo (1111-1123).”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 399, nella nota (73) postillava che: “(73) Specialmente sotto i normani, di cui l’abate RODOLFO (Hist. Monast. Cav., ms. 63, f 123) disse del suo prezioso manoscritto ‘Illustrissima Normandorum legittima Prosapia desiit, a qua monasterio Cavensis gloria originem ferme sumpsit et incrementum’.”. Il Guillaume, a p. 57, nella nota (9) postillava che: “(9) Ex discipulis vero suis (Petri videlicet) qui ad nostram notitiam pervenere, prae ceteris notaru dignus est Gisulfus, sive Gifulsus, filius bonae memoriae Mansonis Comitis, qui dictus est ‘De lo Rufo’, qui, ut reperimus, ante annum Domini MXCIII in ipso fuit Cavensi Monasterio tumulatus. Hic una cum patre, id quod frater eius Landulfus nomine confirmavit, (obtulerunt) omnium bonorum suorum quartam partem, quae ad ipsum Mansonem Comitem pertinebat, in Acquabella, Licosa, Terresino et Stayno, tam in montibus quam in planiciae; quartam quoque partem Monasterium S. Georgij ad duo flumina et S. Zacharia de leuris, in Lucaniae finibus, bonorumque omnium ad ea spectantium”.”. Il testo di Rodulfo, scritto in latino dovrebbe essere il seguente: Dei suoi discepoli (di Petri, cioè) che ci sono venuti a conoscenza, Gisulfus, o Gifulsus, figlio del ben ricordato conte di Mansone, detto ‘De lo Rufus’, il quale, come troviamo, prima l’anno del Signore MXCIII, è degno di nota sopra il resto fu sepolto nel Monastero dei Cavensi. Qui insieme con il padre, che il fratello di nome Landolfo confermò, (offrì) una quarta parte di tutti i loro beni, che appartenevano allo stesso conte Mansone, in Acquabella, Licosa, Terresino e Stayno, sia in montagna che in pianura; inoltre una quarta parte del Monastero di S. Giorgio ai due fiumi e di S. Zaccaria di Leuris, nei confini della Lucania, e di tutti i beni ad essi appartenenti”. Dal documento del Rodulfo, inoltre si parla anche di “Landolfo” fratello di “Gisulfo” che poi in seguito vedremo, insieme ai due figli di Gisulfo, nel 1133 confermeranno il testamento del conte Mansone. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 394, nella nota (56) postillava che: “(56)….L’abate Rodolfo scrive (ms. 61, f 30) che Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto ‘da lo Riuso’, donò all’abate Pietro la quarta parte dei suoi beni siti ad Acquavella, Licosa, Tresino e Stagno e la quarta parte dei monasteri di S. Giorgio ad ‘duo flumina’ e di S. Zaccaria ‘de Lauris’.”Gisulfo, prima del 1093 fece delle donazioni all’abate Pietro da Salerno. Gisulfo donò all’Abbazia della SS. Trinità di Cava beni a in Acquabella, Licosa, Terresino e Stayno che erano appartenuti a suo padre il conte Mansone. Gisulfo aveva due figli: Guido o Guidone e Alessandro che nel 1133 confermarono il testamento del conte Mansone. E’ molto probabile che Gisufo era fratello di Landone.

NEL 1103, GISULFO di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio e fratello di Gregorio, Pandolfo I e di Todino

Piero Cantalupo, nel suo “Acropolis”, a p. 135 riferendosi a Guaimario di Capaccio, in proposito scriveva che: “Dal primogenito di Pandolfo, che, come s’è detto, portava il titolo di conte di Capaccio, nacquero un altro Pandolfo, Gregorio, Guaimario, Gisulfo e Todino; di tutti questi sappiamo molto poco (4), etc…”. Dunque, da Guaimario di Capaccio o signore di Capaccio nacquero cinque figli:  PANDOLFO, GREGORIO, GUAIMARIO, GISULFO, TODINO. Infatti, ora parlo di Pandolfo I di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio e fratello di Gregorio, Gisulfo e Todino, di cui parlerò in seguito. Il Cantalupo, nel suo specchietto a p. 134, in proposito scriveva che: “Pandolfo conte di Capaccio (1034?-1052)”, padre del figlio primogenito “Guaimario conte di Capaccio (1059-1089)”, padre del figlio terzogenito “GISULFO (1103-1134).”. Questo signore di Capaccio, come vedremo in seguito risulterà tumulato all’Abbazia di Cava dei Tirreni nel 1093 e sarà padre dei due fratelli Guido e Alessandro che, nel 1133 rtificheranno il testamento dello zio conte Mansone a Roccagloriosa. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (4) postillava che: “(4) Gregorio e Gisulfo sono ricordati nel 1103 (ABC, D, 41), il primo anche nel 1114 (ABC, XVII, 103), ed il secondo ancora nel 1134 (ABC, G, 12). Guaimario (non il padre ma uno dei suoi fratelli) era monaco a Cava nel 1137 (Guillaume, op. cit., pp. 108-9; da accogliersi la supposizione del Talamo-Atenolfi, op. cit., Tav. III, nn. 5 e 20). Todino etc…”. Questo scriveva il Cantalupo sui cinque figli di Guaimario di Capaccio, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio e di Teodora. Il Cantalupo, a p. 134, nel suo specchietto scriveva che: “GISULFO (1103-1134)”. Il Cantalupo, a p. 135, sul documento ABC, D, 41, dell’anno 1103, in cui figurerebbe anche GISULFO e, di cui egli postillava, nella nota (5) che: “(5) ABC, D, 41 (a. 1103). Questo Guglielmo era figlio dell’omonimo Guglielmo di Mannia, I signore di Novi (ABC, D, 47; il doc., come il precedente e gli altri riguardanti i feudatari di Novi, sono riportati integralmente da P. Ebner, op. cit., pp. 337-43” e che a p. 135, in proposito scriveva pure che: “…..poichè dalla stessa carta risulta che il solo Pandolfo era congiunto del detto Guglielmo e non i fratelli Gregorio e Gisulfo, ivi elencati assieme a lui, se ne può dedurre che il signore di Capaccio aveva sposato propabilmente una sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6).”, il Cantalupo si riferiva a Berta di cui parlerò in seguito. Sempre restando al documento del 1103, in cui pare figurasse Gisulfo di Capaccio, figlio di Guaimario, il Cantalupo, a p. 135, nella nota (6) postillava che: “(6) Ebner (cit., pp. 83 e 95-97) sulla base di un istrumento di cui si ignora la data, fatto redigere da una nobildonna, Berta, forse di Novi,………Va però rilevato che,…….non spiega nemmeno perchè nel doc. del 1103 (ABC, D, 41) Guglielmo, II signore di Novi, è notato come cognato, cioè parente, del secondo Pandolfo ma non dei fratelli di questo. Etc…”. Dunque, i sostanza il Cantalupo faceva rilevare che nel documento del 1103, Gisulfo e Gregorio non risultano cognati, cioè parenti di “Guglielmo, II signore di Novi”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 606-607 parlando di “Capaccio” in proposito scriveva che: “Da Pandolfo di Capaccio e Corneto (25) e Teodora di Tuscolo, oltre i figli di cui si è detto (secondo Gregorio; quarto Giovanni) il primogenito Guaimario, signore di Capaccio (26), che sposò Sighelgaita di Capua, da cui Pandolfo e dal quale Guglielmo (27) che successe allo zio Guglielmo (II) de Mànnia nella baronia di Novi perchè ques’ultimo non aveva avuto prole dalla moglie Altruda di Teano.”. Ebner, a p. 606, nella nota (25) postillava che: “(25) Vi è stata molta confusione sui discendenti, anche perchè ognuno è detto ‘dominus’ di Capaccio nei documenti. Cfr. ad esempio, Volpi, p. 217 sgg.”. Ebner, a p. 607, nella nota (26) postillava che: “(26) I, ABC, C 34, maggio a. 1092 e I, ABC, XVI 86, agosto a. 1098, VI, Salerno. Cfr. I, ABC, XV, 58, maggio a. 1092.”. Ebner, a p. 607, nella nota (27) postillava che: “(27) I, ABC, D 41, agosto a. 1103, XI e I, ABC, D 47, novembre a. 1104”. Dunque, Ebner sciveva che Guaimario, signore di Capaccio avev sposato Sighelgaita di Capua, ed ebbero dei figli tra cui Pandolfo I di Capaccio che ebbe il figlio chiamato Guglielmo.  

NEL 1103, Pandolfo I di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio

Piero Cantalupo, nel suo “Acropolis”, a p. 135 riferendosi a Guaimario di Capaccio, in proposito scriveva che: “Dal primogenito di Pandolfo, che, come s’è detto, portava il titolo di conte di Capaccio, nacquero un altro Pandolfo, Gregorio, Guaimario, Gisulfo e Todino; di tutti questi sappiamo molto poco (4), etc…”. Dunque, da Guaimario di Capaccio o signore di Capaccio nacquero cinque figli:  PANDOLFO, GREGORIO, GUAIMARIO, GISULFO, TODINO. Infatti, ora parlo di Pandolfo I di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio e fratello di Gregorio, Gisulfo e Todino, di cui parlerò in seguito. Il Cantalupo, nel suo specchietto a p. 134, in proposito scriveva che: “Pandolfo conte di Capaccio (1034?-1052)”, padre del figlio primogenito “Guaimario conte di Capaccio (1059-1089)”, padre del figlio primogenito “Pandolfo signore di Capaccio, anno 1103)”. Dunque, uno dei figli di Guaimario di Capaccio era Pandolfo I di Capaccio, Signore di Capaccio. Il Cantalupo scriveva che dei cinque figli di Guaimario, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio e di Teodora di Tuscolo di tutti questi sappiamo molto poco (4), etc…”, ma aggiungeva che: “…fatta eccezione per il secondo Pandolfo, che in un documento del 1103 è chiamato Signore di Capaccio ed è indicato quale parente di Guglielmo di Mannia, il signore di Novi (5).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (5) postillava che: “(5) ABC, D, 41 (a. 1103). Questo Guglielmo era figlio dell’omonimo Guglielmo di Mannia, I signore di Novi (ABC, D, 47; il doc., come il precedente e gli altri riguardanti i feudatari di Novi, sono riportati integralmente da P. Ebner, op. cit., pp. 337-43”. Infatti, il Cantalupo cita lo specchietto di Pietro Ebner che pubblicò nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 346. Secondo Ebner, agli “eredi di quel Guglielmo de Magnia cui, dopo il 1052, era stata affidata da Guglielmo del Principato la baronia di Novi.”. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 109, in proposito scriveva che: Va chiarito, innanzi tutto, che in quel periodo una sola famiglia di quel nome (Magnia, Mannia, Maina) era nel Principato, e precisamente gli eredi di quel Guglielmo de Magnia cui, dopo il 1052, era stata affidata da Guglielmo del Principato la baronia di Novi.”. Il Cantalupo, a p. 135 aggiunge pure che: “In che consisterebbe questo rapporto di parentela, non è dato sapere, ma, poichè dalla stessa carta risulta che il solo Pandolfo era congiunto del detto Guglielmo e non i fratelli Gregorio e Gisulfo, ivi elencati assieme a lui, se ne può dedurre che il signore di Capaccio aveva sposato propabilmente una sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6).”. Dunque, il Cantalupo scriveva che il “secondo Pandolfo”, ovvero Pandolfo I di Capaccio, signore di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio, figlio primogenito del primo Pandolfo di Capaccio, è indicato in un documento veniva indicato come un “parente” di “Guglielmo di Mannia, signore di Novi e figlio dell’omonimo Guglielmo di Mannia, I signore di Novi”.  Il Cantalupo scrive che la parentela di Guglielmo di Mannia e Pandolfo I di Capaccio, in quanto nel documento egli risulta “congiunto”, ovvero parente, evidentemente perchè, scrive sempre il Cantalupo, Pandolfo era congiunto del detto Guglielmo e non i fratelli Gregorio e Gisulfo, ivi elencati assieme a lui, se ne può dedurre che il signore di Capaccio aveva sposato propabilmente una sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6).”. In questo passaggio il Cantalupo scriveva che dal documento si può dedurre che questa “Berta”, “sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6)” (Guglielmo “comes Principatus”) aveva sposato Pandolfo I di Capaccio. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (6) postillava che: “(6) Ebner (cit., pp. 83 e 95-97) sulla base di un istrumento di cui si ignora la data, fatto redigere da una nobildonna, Berta, forse di Novi, nella circostanza della sua donazione (alla Badia di Cava ?) del villaggio di Grasso e della chiesa di S. Marina (ABC, CXV, 88), afferma che questa Berta era figlia del primo Pandolfo di Capaccio e moglie di Guglielmo de Mannia, I signore di Novi, per cui sarebbe stata la zia del secondo Pandolfo di Capaccio. Va però rilevato che, a parte la mancanza di dati cronologici probanti, il rapporto di parentela presupposto dall’Autore non solo risulta molto remoto e non giustifica la successione del figlio del secondo Pandolfo al feudo di Novi, ma non spiega nemmeno perchè nel doc. del 1103 (ABC, D, 41) Guglielmo, II signore di Novi, è notato come cognato, cioè parente, del secondo Pandolfo ma non dei fratelli di questo. Comunque, mentre nulla si oppone a che si possa effettivamente considerare Berta moglie del primo signore di Novi, è assolutamente da respingersi l’ipotesi che la stessa fosse figlia del primo Pandolfo.”. Ebner scriveva che questa “Berta” risulta “figlia del primo Pandolfo di Capaccio e moglie di Guglielmo de Mannia, I signore di Novi, per cui sarebbe stata la zia del secondo Pandolfo di Capaccio”. Dunque, il Cantalupo faceva rilevare che Ebner scriveva l’esatto contrario, ovvero che Berta era figlia di Pandolfo di Capaccio e di Teodora di Tuscolo ed aveva sposato Guglielmo “comes principatus”, signore di Novi. Infatti, Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “Umfredo avendo sposato la figliola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo.”. Dunque, secondo Ebner, Berta era la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio (il primo Pandolfo) e Teodora di Tuscolo. Berta sposò Guglielmo di Mannia “il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus”. Dunque, il Cantalupo opinava sulla genealogia di Ebner e scriveva che, invece, Berta era figlia di Guglielmo e fu sposata a Pandolfo di Capaccio…. se ne può dedurre che il signore di Capaccio aveva sposato propabilmente una sorella o meglio una figlia di Guglielmo (6)”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 606-607 parlando di “Capaccio” in proposito scriveva che: “Da Pandolfo di Capaccio e Corneto (25) e Teodora di Tuscolo, oltre i figli di cui si è detto (secondo Gregorio; quarto Giovanni) il primogenito Guaimario, signore di Capaccio (26), che sposò Sighelgaita di Capua, da cui Pandolfo e dal quale Guglielmo (27) che successe allo zio Guglielmo (II) de Mànnia nella baronia di Novi perchè ques’ultimo non aveva avuto prole dalla moglie Altruda di Teano.”. Ebner, a p. 606, nella nota (25) postillava che: “(25) Vi è stata molta confusione sui discendenti, anche perchè ognuno è detto ‘dominus’ di Capaccio nei documenti. Cfr. ad esempio, Volpi, p. 217 sgg.”. Ebner, a p. 607, nella nota (26) postillava che: “(26) I, ABC, C 34, maggio a. 1092 e I, ABC, XVI 86, agosto a. 1098, VI, Salerno. Cfr. I, ABC, XV, 58, maggio a. 1092.”. Ebner, a p. 607, nella nota (27) postillava che: “(27) I, ABC, D 41, agosto a. 1103, XI e I, ABC, D 47, novembre a. 1104”. Dunque, Ebner sciveva che Guaimario, signore di Capaccio avev sposato Sighelgaita di Capua, ed ebbero dei figli tra cui Pandolfo I di Capaccio che ebbe il figlio chiamato Guglielmo.

Nel 1109, il conte GLORIOSO, figlio di Pandolfo di Capaccio (fratello del conte Mansone ?) e, nipoti del conte Leone ?

Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, riguardo “Glorioso”, a p. 135, in proposito scriveva che: “Quanto agli altri figli di Pandolfo, di Guido non si sa niente, di Glorioso, nominato in un documento del 1110, sappiamo che era sposato con una certa Ermiliana e morì monaco a Cava nel 1112 (2), ecc…”. Infatti, il Cantalupo, a p. 135, nella nota (2) postillava che: “(2) ‘Gloriosum filium quondam Pandulfi Comitis (DE BLASIO, cit., doc. XXXVII, a. 1110). Glorioso ebbe due figlie, Itta e Sichelgaita (ABC, XXV, 55); per la data della sua morte cfr. Talamo Atenolfi, op. cit., p. 21 (trascritto però erroneamente: 1122).”. Riguardo il testo di De Blasio (….) citato, il Cantalupo, a p. 68, nella nota (6) postillava: “(6) S.M. DE BLASIO, Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt’, Napoli, 1785, ecc..”. Si tratta del testo di Salvatore Maria De Blasio (….) e del suo “Series Principum qui Langobardorum aetate Salerni imperarunt”, pubblicato a Napoli nel 1785. Il Cantalupo cita il documento n. I, che si trova in Appendice. Ebner ci parla di “Glorioso”, uno dei figli del conte Pandolfo. E’ forse dalla contea di Capaccio che dobbiamo quindi partire per spiegare chi fossero il principe Riccardo ed il principe Giordano. Però, il Cantalupo, nella nota (2) postillava che Glorioso ebbe due figlie: Itta e Sichelgaita e non scrive di “Gisulfo” come rilevava l’Ebner. Infatti, sempre riguardo “Gisulfo” figlio del conte “Glorioso”, il Cantalupo, a p. 135, in proposito scriveva che: “di Glorioso, nominato in un documento del 1110, sappiamo che era sposato con una certa Ermiliana e morì monaco a Cava nel 1112 (2), mentre un’altra figlia, Sichelgaita, è rimasto il ricordo in una carta del 1086, in cui viene menzionata insieme al marito Asclettino, signore di Sicignano (3).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (3) postillava che: “(3) ABC, H, 27”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Dal verbale di un processo (12) celebrato nella Badia nel 1009 è notizia di un’annosa vertenza tra la Badia e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone. L’abate assumeva che quest’ultimo e il figlio Gisulfo avessero donato alla badia beni a Licosa, Tresino e Staino, nonchè la quarta parte del cenobio di S. Zaccaria a li Lauri con quattro famiglie. Beni che l’abbate asseriva essergli stati confermati dallo stesso duca Ruggiero, possesso però contestato dal Glorioso. Costui finì per essere tacitato dall’abate Pietro con l’offerta di 300 tarì….etc..”. Devo segnalare che evidentemente vi è un errore di stampa perchè il documento non è del 1009 ma è del 1109. Ebner, a p. 681, nella nota (12) postillava che: “(12) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava. Il Verbale richiama un processo celebrato a Salerno alla presenza del duca Ruggiero etc…”. Dunque, Ebner parlando sempre di Tresino scrive che nell’anno 1109 si ebbe una vertenza o processo tra l’Abbazia della SS. Trinità di Cava e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone.”. Ritornando al “Pandolfo di Capaccio“, che dovrebbe essere, secondo quanto scriveva Ebner, fratello del gastaldo Mansone, mi chiedo se fosse stato possibile che un fratello di Pandolfo di Capaccio fosse un Mansone ? E’ possibile che Mansone fosse un figlio del principe longobardo Guaimario III di Salerno ?. A chi si riferiva l’Ebner, quando, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Dal verbale di un processo (12) celebrato nella Badia nel 1009 è notizia di un’annosa vertenza tra la Badia e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone.”. Ebner voleva intendere che nell’anno 1109 fosse “fratello del Conte Mansone” “Pandolfo” o “Glorioso” ?. Il Cantalupo, a p. 133 scriveva che: “La contea di Capaccio,…..quale era stata data in feudo a Pandolfo, fratello di Guaimario V. Etc…”. Pandolfo conte di Capaccio morirà nel 1052, in occasione della congiura di Palazzo in cui venne ucciso Guaimario V. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Dal verbale di un processo (12) celebrato nella Badia nel 1009 è notizia di un’annosa vertenza tra la Badia e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone.”. Dunque, da questo processo, secondo Ebner si evince che il “conte Mansone” fosse il fratello di “Pandolfo di Capaccio, il quale, nell’anno 1109, suo figlio “Glorioso” promosse questo processo contro la Badia della SS. Trinità di Cava. Dunque, questo “Glorioso” era figlio del conte Pandolfo (forse di Capaccio) e quindi era nipote del conte Mansone. Ebner, a p. 681, nella nota (12) postillava che: “(12) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava. Il Verbale richiama un processo celebrato a Salerno alla presenza del duca Ruggiero etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: Nel 1109 il medesimo Glorioso “ad faciendum finem inter se de causationibus”, che una volta alla presenza di Ruggiero “abuerant de rebus” che furono del conte Mansone, fratello di Pandolfo, a Licosa, Tresino e Staino compresa la quarta parte di S. Zaccaria con 4 persone soggette, riconobbe (10) tali beni di proprietà del monastero cavense e per esso all’abate Pietro da Salerno.”. Ebner a p. 123, nella nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II Monastero di Cava”. Poi l’Ebner proseguendo il suo racconto sul casale delli Lauri scriveva delle due figlie di Glorioso, Itta e Sichelgaita. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: Beni, come abbiamo visto, già di Mansone e dei figli Gisolfo e Landolfo e poi di Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, e da essi donati al monastero Cavense.”. Dunque, il passaggio di Ebner è molto chiaro. Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisulfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Dunque, questo passaggio di Ebner attesta che secondo questi documenti, il conte normanno Leone, avesse un altro figlio oltre al conte Mansone, ovvero il conte “Pandolfo”. Infatti, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: Il conte Glorioso, figlio del fu conte Pandolfo…,  riconobbe quanto asseriva l’abate Pietro e cioè che Mansone e il figlio Gisulfo etc…”. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: “Nel 1109 nel monastero cavense, alla presenza del giudice Pietro, Glorioso, figlio del fu conte Pandolfo, decise di porre fine alla vertenza con il monastero circa “rebus stabilibus” che erano state del conte Mansone, fratello dello stesso Pandolfo (8). Beni ubicati a Licosa, Tresino e a S. Zaccaria e tutti nel territorio di Cilento a li Lauri. Il conte Glorioso riconobbe quanto asseriva l’abate Pietro e cioè che Mansone e il figlio Gisulfo avevano offerto all’abate Pietro la quarta parte del monastero di S. Zaccaria. Il Ventimiglia (9) ricorda poi che Glorioso, figlio del conte Pandolfo, durante la sua ultima infermità dispose (a. 1112) che alla sua morte il figlio Simone, nel provvedere a farlo tumulare nel monastero cavense, donasse, al suddetto monastero la terza parte del monte Licosa oppure cento soldi. Con una successiva donazione (a. 1113) anche le altre tre parti del monte vennero donate al monastero compresa anche la parte di Ermiliana, moglie del predetto conte Glorioso.”. Dunque, Glorioso aveva un figlio chiamato “Simone” e morì nell’anno 1112. Dunque, Ebner scriveva che Glorioso, nel 1109 era figlio di Pandolfo I conte di Capaccio e scriveva pure che Pandolfo I conte di Capaccio era un figlio del conte Mansone. Dunque, se Pandolfo era fratello di Mansone, e Glorioso era figlio di Pandolfo di Capaccio vuol dire che Glorioso era nipote di Mansone. Dunque, riepilogando, Guido e Alessandro erano figli di Gisulfo, figlio di Glorioso e quindi Guido e Alessandro erano nipoti di Glorioso. Landolfo o Landone che nel 1133 confermò il testamento del conte Mansone era figlio del conte Mansone. Sul conte “Glorioso” ha scritto pure Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” parlando del monastero di S. Angelo a Tresino, a p. 177, nella nota (827) postillava che: “(827) D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit., pp. 91-92: “Fuvvi al tempo stesso l’altra chiesa di S. Angelo, con monastero sotto il titolo di priorato nella serra del monte Trisino, ecc…”. Infatti, Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a pp. 91-92 parlando del monastero di Sant’Angelo di Tresino parlando di una donazione del 1094 del conte Riccardo Siniscalco, in proposito scriveva che: “…..e finalmente la restante porzione fu donata da Glorioso Conte, figliuolo del Conte Pandolfo nel 1112 (g). Sembra che cessino le notizie etc…”. Il Ventimiglia, a p. 91, nella nota (g) postillava: “(g) Arca 62, n. 403. Si ha pur di lui donazione fatta nell’ultima sua infermità dell’anno 1112 di una parte del Monte della Licosa del valore di cento soldi al Monastero della Cava, cui le altre tre porzioni si appartenevano, coll’obbligo etc…”.

Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a p. 149 parlando del monastero o cenobio di S. Zaccaria a li Lauri, in proposito scriveva che: Nell’agosto del 1109 lo stesso ‘Gloriosus, in cambio di 300 tarì, riconosce alla Trinità terre ‘in locis Licosa, Tirrisino et Staino, ad essa donati dal conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo, e da suo figlio Gisulfo (654), tra cui la quarta parte della chiesa di San Zaccaria e gli uomini ‘in locis Pascaini et Tirrisini’. Si tratta di beni che Glorioso sostiene di aver ricevuto ‘per preceptum’ dal duca Ruggero, confermando che le altre tre quote del monastero di San Zaccaria gia appartenevano a Cava per donazione sua e di altri eredi (655). La chiesa con il monastero sono, dunque, da tempo proprietà di una famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda, le cui quote-parte vengono incamerate progressivamente dal patrimonio cavense. Nel gennaio del 1114 Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, confermano alla Trinità le loro porzioni, insieme alla quarta parte del monastero di San Giorgio, ‘ubi ad duo flumina dicitur’, con tutto ciò che esso appartiene (656). Etc…”. La Visentin, a p. 149, nella nota (653) postillava che: “(653) AC, XV 80: aprile 1093”. La Visentin, a p. 149, nella nota (654) postillava che: “(654) Gisulfo veste l’abito monastico, cfr. AC, E 50”. La Visentin, a p. 149, nella nota (655) postillava che: “(655) AC, XVIII 105 e cfr. Venereo, Dict., vol. II, pp. 232, 500.”. La Visentin, a p. 149, nella nota (656) postillava che: “(656) AC, XIX 97”.

Nel 1101 (?) o 1110, le commende di S. Giacomo e di S. Giovanni in Fonte, a Roccagloriosa istituite da Ruggero Borsa e la prima Crociata

Pietro Ebner, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando di Roccagloriosa, a p. 424, in proposito scriveva che: “Le chiese di S. Giacomo (era dove ora sorge il cimitero) e di S. Giovanni in Fonte (attuale parrocchiale) pare siano appartenute all’Ordine di Malta (croce di Malta: “Universitas Roccagloriosae 1520″). La chiesa venne restaurata ancora nel 1763.”. Dunque, a Roccagloriosa, nell’anno 1110, o nell’anno 1101, come vedremo sorsero due Commende appartenenti all’Ordine di Malta. Infatti, lo scriveva pure Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro”, a p. 101 riferendosi a Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Inoltre, Ruggero il Normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda* di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.”. Dunque, il Laudisio scriveva che Ruggero Borsa, nell’anno 1110, per amore di Boemondo d’Antiochia, suo fratellastro che era partito per la prima Crociata, fondò due Commende a Roccagloriosa. Quella di S. Giacomo e quella di S. Giovanni in Fonte.  Il sacerdote Agatangelo (….), però ci parla dell’anno 1101. Forse un errore di stampa. Il sacerdote Romaniello Agatangelo (….) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, nel capitolo “Le Commende”, in proposito scriveva che: “Intanto i principi normanni, Boemondo, fratello di Ruggiero, e suo nipote Tancredi, partendo per la Terra Santa, offrirono molto danaro e possessioni ai feudatari per compiere opere di beneficenza e propiziarsi la benevolenza di Dio. Il principe Ruggiero, nel 1101, investì i beni toccati a Roccagloriosa per fondare due commende: quella denominata di “San Giacomo” sita dove attualmente sorge il cimitero, e quella di “San Giovanni in Fonte” (l’attuale chiesa parrocchiale) con annesso un grande palazzo e con un’estensione di circa 1.000 tomoli di terreno (66). Queste commende furono donate all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, il quale si interessò a governarle fino al pricipio del secolo XVI. Allora la commenda di S. Giacomo non essendo stata ulteriormente restaurata, fu fatalmente vittima del tempo, almeno dopo il 1587, perchè nell’attuale cimitero ci conserva una pietra che porta quella data di restauro. Oggi su tutto lo spazio, dove anticamente sorgeva la chiesa ed annessi fabbricati della commenda, esiste il cimitero ordinato durante il periodo del governo francese (1806-1815). La chiesa della commenda di S. Giovanni diventò chiesa parrocchiale: perciò fu cedutta dall’Ordine dei Cavalieri, e venne restaurata dall'”Università”; difatti il frontale della chiesa reca ancora una lapide di pietra con la croce dei Cavalieri di Malta (67) e la scritta: “Universitas Roccaegloriosae 1520″. Sul portale si legge anche un’altra scritta che ricorda l’antichità della chiesa dedicata al Battista e restaurata la terza volta dal Comue nel 1763 (68).”. L’Agatangelo, a p. 37, nella sua nota (66) postillava che: “(66) Doc. in Arch. Parr.”. Agatangelo a p. 38, nella nota (67) postillava che: “(67) L’Ordine restò in Palestina fino al 1291, indi si trasferì a Cipro e poi a Rodi nel 1308: nel 1523 si trasferì a Malta e si denominò “Sovrano Ordine di Malta”. Il Laudisio ci parla dell’anno 1110 mentre l’Agatangelo ci parla dell’anno 1101. Forse un errore di stampa.L’interessante notizia tratta dal Laudisio non ha note bibliografiche neanche nella sua versione a cura del Visconti. Può darsi che la notizia provenga dall’Ughelli o dal Ladvocat (….). Su Roccagloriosa ha scritto pure Scipione Mazzella Napolitano (….). Il Laudisio parlava delle commende istituite nel 1110 da “Ruggiero il Normanno, figlio di Roberto”, dunque il Laudisio si riferiva al figlio di Roberto il Guiscardo ed a suo fratello Boemondo detto d’Antiochia. A chi si riferiva il Laudisio ? Si iriferiva a Ruggero Borsa. Dove avesse tratto l’interessante notizia il Laudisio non ci è dato di sapere. A quale Crociata si riferiva il Laudisio ? . Il Laudisio ci dice dell’anno 1110. Da Wikipedia leggiamo che al Terzo concilio di Melfi, dal 10 al 17 settembre 1089, il Papa Urbano II propose la prima Crociata. Il Pontefice, insieme ai fratellastri normanni Ruggero Borsa e Boemondo I, gettò le basi per costituire una lega allo scopo di liberare dai musulmani la Terra Santa. Iniziò, così, la predicazione per la crociata, che fu formalmente indetta, in seguito, a Clermont.

Nel 1111, Arnaldo, 2° (?) vescovo di Policastro autorizzò il visconte Manso o Mansone di unire i due monasteri di S. Leo e di S. Veneranda in un unico monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa

Mons Nicola Maria Laudisio (9), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro” (si veda versione a cura del Visconti), a p. 74 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”Il Laudisio (9), sulla scorta dell’‘Italia Sacra’ dell’Ughelli (11) che a p. 542, scriveva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”Secondo il Laudisio (9), dunque il documento Normanno non era il testamento del conte Manzo ma si trattava dell’autorizzazione di Arnaldo che autorizzava Manzo ad unire i due monasteri. 3) l’autorizzazione dell’anno 1130 (anno MCXXX) con il quale, Arnaldo, vescovo di Policastro Questo vescovo, autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Mons. Laudisio, nel 1831 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che “Arnaldo”, secondo il Laudisio, secondo Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro nominato vescovo di Policastro nel 1110″, autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Dunque, il Laudisio (….), ci dà un interessante notizia su Manso o Mansone. In primo luogo, il Laudisio dice che “Altruda” era figlia di Manso o Mansone. Inoltre, il Laudisio scriveva che sua figlia Altruda aveva era entrata nel monastero claustrale di monache di S. Mercurio a Roccagloriosa. Inoltre, il Laudisio riporta la notizia che il vice-conte o visconte Manso o Mansone fu autorizzato dal vescovo di Policastro Arnaldo ad unire i due monasteri esistenti a Roccagloriosa in un unico monastero, ovvero egli creò il nuovo monastero claustrale di monache detto di S. Mercurio. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni ecc…”, parlando di Roccagloriosa, a p. 416, scriveva: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (9), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Roccagloriosa, a p. 416, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (9), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”.

Nel 1112, il conte Glorioso, figlio di Pandolfo di Capaccio e la donazione di una parte del monastero di S. Angelo di Tresino all’Abbazia di Cava

Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, che a pp. 91-92 parlando del monasteor di Sant’Angelo di Tresino, in proposito scriveva che: La chiesa di S. Gio. Battista dedicata è più antica del 986 etc….A questa andò unito il Monastero etc…..; e finalmente la restante porzione fu donata da Glorioso Conte, figliuolo del Conte Pandolfo nel 1112 (g). Sembra che cessino le notizie etc…”. Il Ventimiglia, a p. 178, nella nota (g) postillava che: “(g) Arca 62 n. 403. Si ha pure di lui donazione fatta nell’ultima sua infermità dell’anno 1112 di una parte del Monte della Licosa del valore di cento soldi al Monastero della Cava, cui le altre tre porzioni si appartenevano, coll’obbligo a Simone suo figliolo ‘ut det dicto Monasterio in quo sepeliri disponit veli centum solidos, vel dictam partionem. Vedi Arm. II, L n. 42. Altra pergamena poi dell’Arca 60 n. 658 ci fa intendere che quell’avanzo del detto Monte della Licosa, morto Glorioso, ‘qui in dicto Monasterio Monhacus factus sepultus est’, se ne fece oblazione nel 1113 al divisato Monastero da Ermiliana consorte di lui ‘pro qua oblatione causa benedictionis habuit a Monasterio ducentos tarenos.”. Dunque, Glorioso aveva un figlio chiamato Simone e la moglie chiamata Ermiliana. Infatti, Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” parlando del monastero di S. Angelo a Tresino, a p. 178, nel suo “I documenti esaminati consentono di riportare la fondazione della cappella almeno ai primi anni dell’XI secolo e, considerata l’appartenenza delle quote-parte della chiesa, prima della confisca normanna, di riferirla al programma delle fondazioni private nobiliari. Nel giugno 1112 ‘Gloriosus, filius quondam Pandulfi comitis’, dona la sua porzione della cappella di Sant’Angelo, dichiarando che la Trinità già ne possiede parte che “olim fuerat Leonis comitis, patrui suprascripti Pandulfi genitoris ipsius Gloriosii, et medietas alterius quinte partis ipsam ecclesiarum, qua videlicet mediatas alterius quinte partis de ipsa ecclesia de Truppoaldi comitis palatii, et mediatas alterius quinte partis de ipsa ecclesia de Tirrisino que fuerat Mansonis comitis, germanus suprascripti Pandulfi” (830).”. La Visentin, a p. 178, nella nota (830) postillava che: “(830) A C, XIX 39”. La frase in latino contenuta nel documento del 1112 tradotta è la seguente: “Era stato un tempo del conte Leone, zio del suddetto Pandolfo, padre dello stesso Gloriosio, e metà dell’altra quinta parte delle stesse chiese, cioè la mediazione dell’altra quinta parte della chiesa stessa del conte del palazzo di Truppoaldo, e la mediazione dell’altra quinta parte della stessa chiesa di Tirrisino, che era stato il conte di Mansone, fratello del suddetto Pandolfo.”. Dunque, è in questo documento del 1112 in cui Glorioso dona una parte del monastero, in cui viene melio spiegato il passaggio di proprietà dal conte Leone, zio di Pandolfo (che era padre di Glorioso) e di suo fratello Mansone. Nel documento del 1112 è scritto che il conte Leone, zio del suddetto Pandolfo, padre dello stesso Gloriosio”, ovvero che il conte Leone era lo zio di Pandolfo padre di Glorioso. Il conte Leone era lo zio sia di Pandolfo di Capaccio che del conte Mansone, suo fratello o fratellastro. La Visentin,  a p. 177, nella nota (827) postillava che: “(827) D. Ventimiglia, Notizie storiche, cit., pp. 91-92: “Fuvvi al tempo stesso l’altra chiesa di S. Angelo, con monastero sotto il titolo di priorato nella serra del monte Trisino, ecc…”

Nel 1114, Guido e Alessandro, fratelli e figli di Gisulfo di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio  

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II che,a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: Beni, come abbiamo visto, già di Mansone e dei figli Gisolfo e Landolfo e poi di Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, e da essi donati al monastero Cavense.”. Secondo Ebner, il conte Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisolfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisulfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Mansone era il nonno dei due fratelli Guido e Alessandro. Dunque, il due fratelli, Guido e Alessandro che, nel 1133, secondo l’Antonini confermarono il testamento del conte Mansone, erano figli del conte GISOLFO che, a sua volta era figlio del conte Mansone. Chi era “Gisulfo”, padre dei due fratelli “Guido e Alessandro” ?. Riguardo il “Gisulfo”, padre di Guido e Alessandro, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: Nel 1114 Landolfo, un altro figliuolo del conte Mansone, con i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli del fu Gisulfo, già monaco a Cava, confermarono (14) etc…”. In questo passaggio l’Ebner riferendosi ad una donazione del 1114 scrive che il conte “Gisulfo” era già monaco a Cava. Ebner, a p. 681, nella nota (14) postillava che: “(14) I, ABC, XIX, 97 gennaio a. 1114, VI.”. Ancora altre notizie su “Gisolfo”, vi è quella tratta da Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, che, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: Nel 1114, Landolfo, figlio del conte Mansone, e i fratelli Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, poi monaco i cui resti vennero tumulati nel monastero cavense, dichiararono (10) che il rispettivo loro padre e avo “pro amore omnipotentis dei et pro salute animarum suarum” avevano offerto al monastero la quarta parte del monastero di S. Giorgio, costruito nel distretto di Cilento, …..e la quarta parte del monastero di S. Zaccaria a li Lauri. Tutto ciò insieme a quanto il predetto Mansone possedeva ad Acquavella, Licosa, Tresino e Staino.”. Ebner, a p. 115, nella nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, XIX 97, gennaio a. 1114, VI, Salerno”. Ebner scriveva chiaramente la notizia che ci parla del conte “Gisulfo” quando riferisce della donazione di Licosa. Ebner, scriveva che Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, poi monaco i cui resti vennero tumulati nel monastero cavense, dichiararono (10) etc…”. Ebner, a p. 115, nella nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, XIX 97, gennaio a. 1114, VI, Salerno”Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: “Dal verbale di un processo (12) celebrato nella Badia nel 1009 è notizia di un’annosa vertenza tra la Badia e Glorioso, figlio del conte Pandolfo, fratello del conte Mansone. L’abate assumeva che quest’ultimo e il figlio Gisulfo etc…”. Devo segnalare che evidentemente vi è un errore di stampa perchè il documento non è del 1009 ma è del 1109. Ebner, a p. 681, nella nota (12) postillava che: “(12) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava. Il Verbale richiama un processo celebrato a Salerno alla presenza del duca Ruggiero etc…”. Dunque, per Ebner, Gisulfo era un figlio di Glorioso, figlio del conte Pandolfo di Capaccio che a sua volta era fratello del conte Mansone. Le notizie chiare ed inequivocabili di Ebner però a volte non coincidono con le altre notizie dateci da Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, sulla “Contea di Capaccio”. Infatti, il Cantalupo, nella nota (2) postillava che Glorioso ebbe due figlie: Itta e Sichelgaita e non scrive di “Gisulfo” come rilevava l’Ebner. Infatti, sempre riguardo “Gisulfo” figlio del conte “Glorioso”, il Cantalupo, a p. 134, nel suo prospetto sui conti di Capaccio non mette “Gisolfo” tra i figli di “Glorioso” ma mette solo le due figlie femmine “Itta e Sichelgaita”. Del resto l’Ebner non dice che “Gisolfo” era figlio di “Glorioso” ma dice che egli era figlio del conte Mansone. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: “Nel 1109 nel monastero cavense, alla presenza del giudice Pietro, Glorioso, figlio del fu conte Pandolfo, …….Il conte Glorioso riconobbe quanto asseriva l’abate Pietro e cioè che Mansone e il figlio Gisulfo avevano offerto all’abate Pietro la quarta parte del monastero di S. Zaccaria.”. Anche in un altro documento cavense risulta la stessa cosa. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: Nel 1114 Landolfo, un altro figliuolo del conte Mansone, con i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli del fu Gisulfo, già monaco a Cava, confermarono (14) etc..”. Dunque, secondo alcuni documenti cavensi il conte Glorioso era iil padre di Gisolfo. Gisulfo, poi fattosi monaco a Cava, padre dei due fratelli Guido e Alessandro, era figlio di Glorioso.

Nel 1114, secondo Ebner, Gisulfo (figlio del conte Mansone, detto “de lo riufo”)(figlio di Mansone o di Glorioso ?) e, padre di Guido e Alessandro confermò alcune donazioni fatte dal conte Mansone all’Abbazia di Cava

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 440 parlando del casale di “Acquavella”, (un casale scomparso nei pressi di Casal Velino), in proposito scriveva che: “Da un altro documento cavense (15) di Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riufo” del 1114, che conferma la donazione fatta all’Abbazia dal padre, è notizia che il conte, insieme ad altri beni di sua proprietà nel distretto di Cilento, aveva donato al monastero anche quel che possedeva ad Acquavella (“in acquabella”)(16).”. Ebner scriveva che in un documento cavense del 1114 si evince che Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riufo”, confermò le precedenti donazioni del conte Mansone suo padre. Dunque, secondo Ebner, nel documento del 1114 di conferma, si evince che Gisulfo era un figlio del conte Mansone. Questa notizia contraddice alcuni altri documenti che abbiamo esaminato da cui si evince che Gisulfo era figlio di Glorioso, figlio di Pandolfo di Capaccio. Ebner, a p. 440, nella nota (15) postillava che: “(15) I, ABC, XIX 97, gennaio a. 1114, VI (petrus presbiter et notorius nostro). Il documento è contrassegnato anche da Lando, presbitero e abate del cenobio di S. Giorgio ‘constructum est in loco cilento, illa parte fluminis quod duo flumina dicitur.”. Ebner, a p. 440, nella nota (16) postillava che: “(16) Il conte Mansone, ‘postmodo monachus fuit, da morto venne tumulato nel cimitero della Badia”. Ebner, forse sulla scorta del Guillaume (….) scriveva che “Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riuso””, nel 1114, confermò la donazione del padre, il conte Mansone, detto “de lo riuso” fatta all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Scrive pure Ebner che nel documento Cavense, oltre alla conferma della donazione, fatta da Gisulfo, vi era anche notizia che il conte “Mansone”, insieme ad altri beni di sua proprietà nel distretto di Cilento, aveva donato al monastero anche quel che possedeva ad Acquavella (“in acquabella”). Ebner, sulla scorta del Guillaume (….) scriveva che “Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riuso”” nel 1114, confermò la donazione del padre, il conte Mansone, detto “de lo riuso” fatta all’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Dunque, in questo documento del 1114, dove “Gisulfo” conferma le precedenti donazioni fatte dal padre, il conte Mansone, detto “de lo riufo”. Ebner scrive che: “che conferma la donazione fatta all’Abbazia dal padre, è notizia che il conte, insieme ad altri beni di sua proprietà nel distretto di Cilento, aveva donato al monastero anche quel che possedeva ad Acquavella (“in acquabella”)(16).”. Scrive pure Ebner che nel documento Cavense, oltre alla conferma della donazione, fatta da Gisulfo, vi era anche notizia che il conte “Mansone”, insieme ad altri beni di sua proprietà nel distretto di Cilento, aveva donato al monastero anche quel che possedeva ad Acquavella (“in acquabella”). Ebner, a p. 440, nella nota (16) postillava che: “(16) Il conte Mansone, ‘postmodo monachus fuit, da morto venne tumulato nel cimitero della Badia”. Ebner postillava che secondo l’antico documento il conte Mansone si fece monaco e fu tumulato nel cimitero dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni a Cava, dove aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita. Ma questo non era il figlio Gisulfo ?. La notizia di Ebner tratta dal Guillaume e dal Ventimiglia è interessante perchè ci parla del conte Mansone, detto “de lo riufo””. Come si evince, il conte Mansone era padre di “Gisulfo” che confermerà la donazione a Cava. Da questo documento si evince che “Gisulfo” che confermerà la donazione a Cava era figlio del conte Mansone. Ebner, come vedremo scrive sulla scorta del Guillaume (….) e soprattutto sulla scorta di un chronicon, quello dell’Abbate Rodolfo (….). Pietro Ebner ci parla di questo conte Mansone e, riferendosi ad un altro documento, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 394, nella nota (56) postillava che: “(56) L’abate Rodolfo scrive (ms. 61, f 30) che Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto ‘da lo Riufo’, donò all’abbate Pietro la quarta parte dei suoi beni siti in Acquavella, Licosa, Tresino e Stagno e la quarta parte dei monasteri di S. Giorgio ‘ad duo flumina’ e di S. Zaccaria de Lauris. L’abate ebbe anche donazioni da Giordano signore di Corneto, da Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, da Ugo di Avena, da Riccardo di Drogone, da Guglielmo de Mànnia, signore di Novi, più di tutti da Ruggiero (1085-1111) e dal figlio duca Guglielmo (1111-1123).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner è esplicito perchè parlando di un documento cavense pubblicato dal Guillaume postillava che:  “….L’abate Rodolfo scrive (ms. 61, f 30) che Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto ‘da lo Riuso’, donò…..”. L’Abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra etc…”, vol. VII, parlando dei “Salernitani Archiepiscopi”, a p. 375, in proposito scriveva che: “D. Gisolfus filius Mansonis comitis de Orriuso, fuit Monachus Cavensis, cui Sanctus Petrus Abbas S. Religionis habitum tradidit ante ann. domini 1093.” che tradotto dovrebbe significare che: “D. Gisolfus, figlio di Mansone, conte di Orriuso, era un monaco di Cavense, al quale san Pietro, abate della S. Religione, consegnò l’abito prima dell’anno signore 1093″. L‘Ughelli scriveva che in precedenza il monaco “Gisulfo” era figlio di Mansone, conte di Orriuso”. Dunque, il conte Mansone , per l’Ughelli era “conte di Orriuso”. L’Ughelli però a differenza dell’abate Rodolfo (….), lo chiama “Mansone, conte di Orriuso”. “Orriuso” doveva essere un borgo o un casale sede del probabile feudo normanno di Gisulfo, nel 1093 e forse pure prima e, molto tempo prima, intorno all’anno 1000 con il conte Mansone. L’Abate Ferdinando Ughelli (….), nella sua “Italia Sacra etc…”, vol. VII, parlando dei “Salernitani Archiepiscopi”, a p. 375, in proposito scriveva che: “D. Gisolfus filius Mansonis comitis de Orriuso, etc…” che tradotto dovrebbe significare che: “D. Gisolfus, figlio di Mansone, conte di Orriuso, etc…. L‘Ughelli scriveva che in precedenza il monaco “Gisulfo” era figlio di Mansone, conte di Orriuso”. Dunque, il conte Mansone , per l’Ughelli era “conte di Orriuso”. L’Ughelli però a differenza dell’abate Rodolfo (….), lo chiama “Mansone, conte di Orriuso”. “Orriuso” doveva essere un borgo o un casale sede del probabile feudo normanno di Gisulfo, nel 1093 e forse pure prima e, molto tempo prima, intorno all’anno 1000 con il conte Mansone. Paul Guillaume (….), nel suo “Saggio storico sull’Abbazia di Cava etc…”, dove a pp. 80-81 (vedi versione a cura della Ruocco), a p. 81, nella nota (87) postillava che: “(87) Vd. i 197 diplomi degli anni 1079-1122 (Arch. Mag. Lett. A, B, C, D, E, F); cf. De Blasi, Chroni., passim., e, in Appendice, la lettera B.”. Salvatore Maria Di Blasi (….), riordinò l’Archivio dell’Abbazia di Cava de’ Tirreni. Nel Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628.

Nel 1114, Landone, figlio (?) o fratello (?) del conte Mansone ed i fratelli Guidone e Alessandro, figli di Gisulfo (figlio di Glorioso) confermano la donazione del Monastero di S. Angelo di Tresino, di Staino e di Licosa all’Abate Pietro da Salerno dell’Abbazia di Cava

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: Nel 1114 Landolfo, un altro figliuolo del conte Mansone, con i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli del fu Gisulfo, già monaco a Cava, confermarono (14) la donazione fatta rispettivamente dai genitori e dal nonno della proprietà anche a Tresino e Staino. Quest’ultimo e l’approdo di Tresino sono in genere sempre menzionati nei documenti che li riguardano. L’abate, però, forte della precedente risoluzione di vertenza, fece elevare la multa, in caso di controversia, a “mille auri solidos constantini”. Nel 1116, il duca Guglielmo confermo 815) all’abate Pietro, tra gli altri beni, anche quelli a Tresino, Licosa e Staino.”. Ebner, a p. 681, nella nota (14) postillava che: “(14) I, ABC, XIX, 97 gennaio a. 1114, VI.”. Sempre Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: Nel 1114, Landolfo, figlio del conte Mansone, e i fratelli Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, poi monaco i cui resti vennero tumulati nel monastero cavense, dichiararono (10) che il rispettivo loro padre e avo “pro amore omnipotentis dei et pro salute animarum suarum” avevano offerto al monastero la quarta parte del monastero di S. Giorgio, costruito nel distretto di Cilento, …..e la quarta parte del monastero di S. Zaccaria a li Lauri. Tutto ciò insieme a quanto il predetto Mansone possedeva ad Acquavella, Licosa, Tresino e Staino.”. Sempre Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: “Nel 1143 le sorelle Itta e Sighelgaita, figlie del fu Glorioso, figlio del conte Pandolfo, alienarono (11) et…Del monastero di S. Zaccaria è poi notizia in un diploma (12) del duca Guglielmo di Salerno (1111-1127), figlio del duca Ruggiero, il quale confermò all’Abbazia cavense oltre la quarta parte del monastero di S. Giorgio, etc…ad Acquavella, Licosa Tresino e Staino. Beni, come abbiamo visto, già di Mansone e dei figli Gisolfo e Landolfo e poi di Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, e da essi donati al monastero Cavense.”. Dunque, il passaggio di Ebner è molto chiaro. Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisulfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisulfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Mansone era il nonno dei due fratelli Guido e Alessandro. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 440 parlando del casale di “Acquavella”, in proposito scriveva che: “Da un altro documento cavense (15) di Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riufo” del 1114 etc…”, mentre Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a p. 149 parlando del monastero o cenobio di S. Zaccaria a li Lauri, in proposito scriveva che: La chiesa con il monastero sono, dunque, da tempo proprietà di una famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda, le cui quote-parte vengono incamerate progressivamente dal patrimonio cavense. Nel gennaio del 1114 Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, confermano alla Trinità le loro porzioni, insieme alla quarta parte del monastero di San Giorgio, ‘ubi ad duo flumina dicitur’, con tutto ciò che esso appartiene (656). Etc…”. La Visentin, a p. 149, nella nota (656) postillava che: “(656) AC, XIX 97”. Dunque, riguardo il monastero di S. Zaccaria, la Visentin scrive che “Nel gennaio del 1114 Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, confermano alla Trinità etc…”. Evidentemente, nel 1114 Gisulfo era già defunto a Cava. Credo che vi sia un’evidente contraddizione nelle parole della Visentin rispetto a quanto avesse scritto Ebner. Stessa contraddizione trovo nell’altra notizia che riguarda il monastero di S. Giorgio, di cui parla sia Ebner che la Visentin. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a p. 153 parlando del monastero o cenobio di S. Giorgio “de Lucania”, in proposito scriveva che: “Nel gennaio del 1114 il cammino di acquisizione del monastero conta la conferma importante dei fratelli Landolfo, Guidone e Alessandro, ‘filii quondam Gisufi, qui postea monachus fuit’, sepolto nell’abbazia della SS. Trinità, i quali confermano a Cava le donazioni fatte dal loro avo Mansone, ‘una cum predicto’ Gisulfo, consistenti nella quarta parte del monastero di San Giorgio e nella quarta parte del monastero di San Zaccaria ‘de li Lauri’, accompagnate dai beni che Mansone possedeva ‘in locis Acquabella, Licosa, Tirrisino et Staino’ (673). Trascorsi soltanto due anni, nell’agosto del 1116, il duca Guglielmo torna a confermare alla grande abbazia cavense la proprietà del monastero di San Giorgio con i beni Cilentani, ricordando anche i documenti precedentemente emessi dal conte Mansone e dai figli Gisulfo e Landolfo, come da Guido e Alessandro, figli di Gisulfo (674). A questo stesso periodo si riferisce la donazione della quota-parte  di ‘Rogeius, senior castelli Sancti Severini e filius quondam Turgisii’, che conferma alla Trinità un quarto del monastero di San Giorgio, appartenuto al conte Mansone, etc…”. La Visentin, a p. 153, nella nota (673) postillava che: “(673) AC, XIX 97 e cfr. anche Venereo, Dict., vol. II, pp. 229”. La Visentin a p. 153, nella nota (674) postillava che: “(674) AC, E 50: Guglielmo conferma, inoltre, la metà delle sostanze che era stata donata da Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis.”. Dunque, la Visentin (…) scriveva che  “Nel gennaio del 1114 il cammino di acquisizione del monastero conta la conferma importante dei fratelli Landolfo, Guidone e Alessandro, ‘filii quondam Gisufi, qui postea monachus fuit’, sepolto nell’abbazia della SS. Trinità etc..”, ovvero che, nel gennaio 1114, “fratelli Landolfo, Guidone e Alessandro, ‘filii quondam Gisufi..” confermarono le donazioni precedenti, mentre Ebner non parlava di Guido e Alessandro, figli di Gisulfo ma, parlando di “Acquabella”, a p. 440 scriveva che: “Da un altro documento cavense (15) di Gisulfo, figlio del conte Mansone, detto “de lo riufo” del 1114, che conferma la donazione fatta all’Abbazia dal padre”, ovvero Ebner ci dice che la conferma viene da Gisulfo. Dunque, Ebner scriveva che nel 1114, Landolfo, figlio del conte Mansone ed i due fratelli “Guido e Alessandro” entrambi figli di Gisulfo, “già monaco a Cava”, confermarono la donazione etc…Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a p. 51 parlando del monastero di San Giorgio, in proposito scriveva che: “Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte le avevano costoro donate al Monastero della Cava in cui favore confermò ancora il Duca tutto ciò che il sudetto Mansone possedeva ‘in ipso Cilento ubi Acquavella dicitur, et Licosa, et in Terresino, et in Staino (a). Etc…”. Il Ventimiglia, a p. 51, nella nota (a) postillava che: “(a) Arm. I. G. N. 52”.

Ventimiglia, p. 51

Dunque, il Ventimiglia, in proposito scriveva che: “Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”, ovvero che le porzioni di beni erano appartenute a “Mansone di Orriuso” e che da lui pervennero a Landolfo (forse suo fratello) ed a Gisulfo, suo figliolo e da Gisulfo pervennero a Guidone e ad Alessandro. Scrive pure che Alessandro era figlio del Conte Leone. Anche in questo caso vediamo che vi sono notizie contrastanti. Il Ventimiglia scrive che le proprietà di Mansone andarono a Landolfo e da questi al figlio Gisulfo, e da questi ai suoi figli Guidone e Alessandro. Ma Gisulfo non era un figlio di Landolfo ma figlio di Glorioso. Inoltre, se fosse questa la genealogia, essa non dovrebbe essere quella del conte Pandolfo di Capaccio. Dunque, esiste un “Gisulfo” figlio di Landolfo ?. Gisulfo era un figlio di Landolfo ?. Il Ventimiglia (….), a p. 51 citava Alessandro Di Meo (…), a p. 51 scriveva che: Il P. di Meo etc..”. Alessandro Di Meo (…) che, nel suo “Annali etc…”,vol. IX, a pp. 221-222, in proposito scriveva che: “7. Nell’Archivio della Cava si ha un Diploma del Duca Guglielmo, che conferma all’Abbate S. Pietro la quarta parte del Monistero di S. Giorgio, e due fiumi nel Cilento; la 4. del Monistero di S. Zaccheria in Lauri del Cilento, ch’era stata di Mansone dell’Orrisio, ch’ebbe figli ‘Gisolfo’, e ‘Landolfo’. Gisolfo, e Mansone la donarono alla Cava, e Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo, la confermarono, e la Carta fu ancora firmata da ‘Landolfo’, ed ‘Alessandro’: gli conferma ancora quanto spetta ad esso Mansone in ‘Acquabella’ nel Cilento, in Licosa, Terresino, e Staino, che tutto fu donato da essi ‘Mansone’, e ‘Gisolfo’, e confermato da Landolfo, Guido ed Alessandro. Di più gli conferma metà degli de’ Monisteri di S. Giorgio, e di S. Zaccheria, che fu di Landolfo figlio di Leone Conte, e quanto ad esso Landolfo spettò ne’ detti luoghi. Fu scritto da Giovanni Notaio del Duca, e firmato da ‘Guglielmo’ figlio (spurio) del Duca Ruggieri, e da Roberto di Evoli: ‘Datum Salerni a. D. Inc. MCXVI. Ducatus etc..”.

Di Meo, IX, p. 221

Dunque, il Di Meo (…), parlando del diploma di Guglielmo Duca di Puglia, del 1116 rilasciato a Pietro da Salerno Abbate della SS. Trinità della Cava scriveva che, Mansone dell’Orrisio, ch’ebbe figli ‘Gisolfo e Landolfo”, dunque il conte “Mansone” detto dell’Orrisio e “Gisolfo” e “Landolfo” erano suoi figli (Gisulfo non era figlio di Glorioso come risulta da altri documenti). Dunque, Gisulfo e Landolfo, risultando figli del conte Mansone dell’Orriuso sarebbero stati fratelli. Secondo il Di Meo, Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo”, Gisulfo, figlio di Mansone era il padre di Guido e Alessandro. La geneaologia proposta dal Di Meo mi sembra molto vicina a quella che ne scaturisce dalla disamina delle poche notizie che ritroviamo sul monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. La genealogia proposta dal Di Meo mi sembra abbastanza vicina a quella che ci propone il Ventimiglia che scriveva che: “Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”. Troviamo però delle evidenti contraddizioni nei testi e forse pure nei documenti stessi. Per esempio, il Ventimiglia scriveva che: “Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo”, ma scriveva pure che: “Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”. Dunque, secondo il Ventimiglia, nella disamina del documento risulta che Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”, Alessandro era un figlio del Conte Leone. Infatti, il Di Meo scriveva pure che “Landolfo figlio di Leone Conte”. Il Di Meo prima scrive che Landolfo e Gisulfo erano figli di Mansone e, poi scrive pure che “Landolfo” era figlio del Conte Leone.

Dunque, la notizia è del 1114 e ci parla di “Guidone” e “Alessandro”, fratelli e figli di Gisulfo, che si era già fatto monaco a Cava e ci dice pure che Guidone e Alessandro, erano entrambi nipoti di “Landolfo” (figlio del conte Mansone). Si tratta una notizia interessantissima che dovrebbe confermare la notizia storica riferita dall’Antonini e poi in seguito riferita dal Laudisio (…), della  riconferma del testamento del conte Mansone, avvenuta a detta del Laudisio per opera degli stessi personaggi ma nel 1133. Forse questo “Landone” (figlio del conte Mansone) era Landone di Rocca. Dunque, il conte “Mansone” era il nonno dei due fratelli “Guidone e Alessandro”. Ma se i due fratelli, figli di Gisulfo erano nipoti del conte Mansone, come hanno fatto a confermare la donazione di Tresino e Staino nel 1114 ? La notizia ci dice che il conte Mansone era già morto nel 1114. Dunque, se la notizia del monastero di Tresino, che riguarda l’anno 1114, significa che la notizia riportata dall’Antonini che nell’anno 1130, il conte Mansone faceva testamento non può essere accolta, in quanto è probabile che egli fosse già morto nel 1114.  Dunque, “i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli del fu Gisulfo, già monaco a Cava”, già monaco a Cava nell’anno 1104, figlio di Pandolfo I conte di Capaccio era il padre dei due fratelli “Guido” e “Alessandro”. Il conte Pandolfo, fratello del conte Mansone, aveva due figli: Glorioso e un altro chiamato Gisulfo, che si era fatto monaco a Cava de Tirreni nella Badia. Ritornando al Mansone, fratello di “Pandolfo” ho già scritto che egli non era il primo Pandolfo ma suo figlio. Il conte normanno Pandolfo, fratello di Mansone e figlio di Leone, aveva un figlio chiamato “Gisulfo”, che si era fatto monaco a Cava de Tirreni nella Badia. Ebner scrive pure che secondo il documento del 1114, il conte “Landolfo” era un altro figlio di Mansone e poi aggiunge pure che “Gisulfo”, figlio di “Pandolfo”, avesse due figli chiamati “Guido” e “Alessandro”. Ebner, a p. 681, aggiunge che: “Nel 1116, il duca Guglielmo confermò (15) all’abate etc..”. Dunque, secondo i documenti citati da Ebner, il conte Mansone aveva un altro figlio chiamato “Landolfo” che poi è il “Landolfo” della conferma dell’atto del 1133 di cui vedremo innanzi, insieme ai due fratelli “Guido e Alessandro”, i quali confermano la donazione di Mansone al monastero di Roccagloriosa.Secondo il precedente passaggio di Ebner attesta che secondo questi documenti, il conte normanno Leone, avesse un altro figlio oltre al conte Mansone, ovvero il conte “Pandolfo”.

Nel 1114, i fratelli Landolfo e Gisulfo, figli del conte Mansone ed i fratelli Guido e Alessandro figli di Gisulfo

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: Nel 1114 Landolfo, un altro figliuolo del conte Mansone, con i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli del fu Gisulfo, già monaco a Cava, confermarono (14) la donazione fatta rispettivamente dai genitori e dal nonno della proprietà anche a Tresino e Staino. Quest’ultimo e l’approdo di Tresino sono in genere sempre menzionati nei documenti che li riguardano. L’abate, però, forte della precedente risoluzione di vertenza, fece elevare la multa, in caso di controversia, a “mille auri solidos constantini”. Nel 1116, il duca Guglielmo confermò (15) all’abate Pietro, tra gli altri beni, anche quelli a Tresino, Licosa e Staino.”. Ebner, a p. 681, nella nota (12) postillava che: “(12) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava. Il Verbale richiama un processo celebrato a Salerno alla presenza del duca Ruggiero etc…”. Ebner, a p. 681, nella nota (14) postillava che: “(14) I, ABC, XIX, 97 gennaio a. 1114, VI.”. Riguardo questo gastaldo Mansone, padre del conte Leone, Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno etc…”, a p. 16 parlando degli “Actus” o circoscrizioni amministrativi come quello di “Cilento”, nella sua nota (32) postillava che: “(32)….Nel 1014 ne era gastaldo Mansone: CDC, VII, 3, p. 122 e 128. Nei documenti si tende sempre di più a chiarire l’ubicazione territoriale: i notai all’actus lucanie fanno seguire notarius acti Cienti, al finibus Lucanie il finibus caputaquis etc…”. Ebner scriveva anche che Landolfo era figlio del conte Mansone, dunque era un nipote di Pandolfo di Capaccio. Landolfo insieme ai due fratelli e figli di Gisulfo Guido e Alessandro, nel 1133 confermarono il testamento del conte Mansone davanti al vescovo Guido. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: Nel 1114, Landolfo, figlio del conte Mansone, e i fratelli Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, poi monaco i cui resti vennero tumulati nel monastero cavense, dichiararono (10) che il rispettivo loro padre e avo “pro amore omnipotentis dei et pro salute animarum suarum” avevano offerto al monastero la quarta parte del monastero di S. Giorgio, costruito nel distretto di Cilento, …..e la quarta parte del monastero di S. Zaccaria a li Lauri. Tutto ciò insieme a quanto il predetto Mansone possedeva ad Acquavella, Licosa, Tresino e Staino.”. Ebner, a p. 115, nella nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, XIX 97, gennaio a. 1114, VI, Salerno”. Ebner (….), a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: Nel 1114, Landolfo, figlio del conte Mansone, etc..”. Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: …che erano state del conte Mansone, fratello dello stesso Pandolfo (8).”. Ebner, a p. 115, nella nota (8) postillava che: “(8) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II, Monastero di Cava.”. Dunque, siccome si parla di un “Glorioso”, questo Pandolfo doveva essere il Pandolfo di Capaccio. Ebner ribadisce che Glorioso era figlio del conte Pandolfo; che Pandolfo era fratello del conte Mansone; che Gisulfo era figlio di Glorioso e padre di Guido e Alessandro.

Nel 1106, un atto di donazione del principe longobardo Guaimario III (forse Guaimario IV)

Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel VII secolo, con l’arrivo dei monaci bizantini, il Cilento diventò sede di numerosi insediamenti rupestri ecc…..Agli inizi dell’ XI secolo, il principe longobardo di Salerno, Guaimario III, colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Arcangelo, fondò sul Monte Pittari, poche centinaia di metri al di sotto del complesso criptologico, l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Dunque, il Guzzo, citava Felice Fusco che a p. 41, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “L’Abbazia di Sant’Angelo in Pittari sorse pochi centinaia metri al di sotto delle Grotte di S. Michele e dell’Angelo, sul versante di sudovest del monte che in quella zona si estende in ameni declivi. Ancora oggi la contrada, disseminata qua e là degli ultimi avanzi di mura dirute, è chiamata ‘a bbadia’. l’appellativo ‘Pittari’, passato dopo l’Unità di’Italia a individuare anche l’abitato attuale fra le varie Caselle della Penisola, è di oscura comprensione etimologica e storica.. Felice Fusco (…), che a p. 40, del suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, pubblicato nel 1996, in proposito scriveva che: “La notizia è riportata dal Gatta, secondo la quale sul San Michele (o ‘Pietraro’ o ‘Pittari’) agli inizi dell’XI secolo il principe longobardo di Salerno, Guaimario III (69), colpito dalle voci popolari che riferivano di apparizioni e di miracoli dell’Αρχαγγελοσ (Archànghelos), “fondò…un comodo Monistero con buona Chiesa, sotto l’invocazione d’esso Spirito beato, e donollo a’ Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.” (70), trova conferma in alcune carte del Fondo “Cappellania Maggiore” dell’Archivio di Stato di Napoli. Infatti nell’incartamento relativo alla lite – di cui si dirà – che nel XVIII secolo contrappose il Marchese della ‘Terra della Caselle’ alla Curia Ecclesiastica di Policastro per lo ‘jus patonato’ della Badia, più volte sono menzionati documenti antichi della Mensa Vescovile (una Platea del 1523, un’Ordinanza della Sommaria del 1596, l”Apprezzo’ della ‘Terra’ del 1671) da cui si ricava che realmente il Monastero e l’annessa Chiesa di S. Angelo furono fondati da Guaimario III Principe di Salerno, che tenne per se il ‘jus patronato’ (71).”. Il Fusco, nella sua nota (69), postillava sulla stirpe dei principi longobardi dei Guaimario. Il Fusco, nella sua nota (70), postillava che: “(70) G. Gatta, La Lucania illustrata etc, cit, p. 69; Memorie topografico-storiche della Provincia di Lucania, Napoli, G. Muzio, 1732, p. 308 seg. (ristampa fotomeccanica Forni Editore, 1966). Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi). Oltre all’Alfani (F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo) espressamente citato, Gatta probabilmente tenne conto, più che dei documenti che ora per la prima volta si citano, di quanto un secolo innanzi aveva affermato Ottavio Beltrano con un macroscopico errore cronologico nella prima edizione (1646) della sua opera (quando aveva fatto vivere i Guaimario nel XV sec.), poi poi ridimensionato nella seconda edizione del 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno” O. Beltrano, Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis, 1671 (2), p. 135.”.

Beltrano O., Caselle, p. 135

(Fig….) Ottavio Beltrano (….), p. 135

Infatti, Ottavio Beltrano (…), nel 1671, nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie’, ci parla di Caselle in Pittari a pp. 134-135-136-137. Nella p. 135, il Beltrano in proposito scriveva che: “…, stà dentro sei miglia dalla marina delli Bonati, vi è un Ius patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1106. sotto il titolo di S. Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco apparso l’Angelo Michele, come nel Monte Gargano; la Chiesa, e monasterio stà sopra un’altissimo monte, qual Ius patronato si dà per nomina dal Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno. Di più vi è una grangia di S. Lorenzo della Padula dè Padri Certosini, & una Torre antichissima. Hora si possiede dalla famiglia di Stefano Napolitana, quale è antica, e nobile conforme ne Regij Archivui si vede. Ritroviamo per prima nel registro di Carlo II. nell’anno 1299, lit. A. fol. 147. Pietro di Stefano honorato dal detto Re cò titolo di Nobilis vir, e Miles cocesso in quei tempi à personaggi di grandissima stima, ecc…”. Ritornando all’antico Atto di donazione citato dal Gatta e poi dal Fusco. Giuseppe Gatta (…), nel suo  ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc….’, nel 1743, pubblicò l’opera postuma del padre Costantino, e a p. 309, in proposito scriveva che: “In detta contrada è la celebre Grotta dedicata al Principe S. Michele Arcangiolo sul Monte ‘Pietraro’, ove nel secolo XI. da Guaimario III Principe di Salerno, vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi, qual Badia al presente è di ragione della sede Apostolica, a cui frutta annui ducati seicento incirca, come avvisato abbiamo nella nostra ‘Lucania Illustrata’ (a).”. Il Gatta (…), in memoria del padre Costantino, nella sua nota (a), postillava che: “(a) viene rapportata parimente dall’eruditissimo F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo, nella Parte III, Cap. I di quale opera noi abbiamo fatto parola nella Parte I di queste Memorie al Cap. IX.”. Il Gatta (…), a p. 74 e s., nella Parte I, Cap. IX, parla di quest’opera da cui trae l’antico documento dell’anno 1106 (forse data sbagliata), e scriveva che: “Di tal santuario di S. Michele si fa parimente memoria in un Libro poco fa dato alla luce col titolo: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce’, …dove si parla della Potenza di questo S. Arcangiolo: è l’Autore è il Reverendiss. P. F. Tommaso Maria Alfani’ dè predicatori Teologo di S.M.C. e C., per la gran divozione che al detto S. Arcangeiolo tiene si è solamente palesato col nome di ‘Un Divoto di S. Michele’. Di questo celebre Padre se ne fa parola nella Parte III di questo Libro, nelle ‘memorie della città di Salerno’.”. Infatti, il Gatta, nel suo Libro, nella Parte III, quando si parla della città di Salerno, a p. 378 e s., nel Cap. XVI, parla delle memorie della città di Salerno e a p. 393, riferendosi allerudito Tommaso Maria Alfani (…), in proposito scriveva che: “Ma senza dubbio è di glorioso ornamento a questa Città di Salerno ecc…”. Il Gatta (…), a p. 395, elenca tutte le opere di T.M. Alfani (…), e scrive l’ultima sua opera: ‘Il Celeste Principato di S. Michele  Arcangiolo come Segnifero della Croce, potente in tutte le occorrenze, con appendice di varj modi per venerarlo ed invocarlo.’. Putroppo questo testo è introvabile e non è stato possibile reperire l’interessante documento a cui si riferiva il Guzzo e il Fusco. Il Fusco (…), citava una antichissima donazione del Principe longobardo di Salerno Guaimario III e, nella sua nota (70), scriveva che: “Se la fondazione è da attribuire a Guaimario III (morto nel 1027) allora la data riportata dal Gatta nella ‘Lucania’ (1106) è errata; verosimilmente appare invece l’indicazione cronologica delle ‘Memorie’: “sul Monte Pietraro, ove nel secolo XI da Guaimario III Principe di Salerno vi fu eretto un Monistero a’ Padri Cassinensi” (ivi).”. Dunque, secondo il Fusco (…), la data dell’anno 1106, riportata dal Gatta (…), fosse errata ed avvalorava la sua ipotesi a causa dell’evidente errore del Beltrano (…), da cui probabilmente il Gatta trasse la datazione dell’antichissimo documento o atto di donazione. Infatti, il Fusco (…), nella sua nota (70), riporta la trascrizione del Beltrano (…), che scriveva nel 1671: “….Terra di Casella…vi è Ius Patronato istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, ecc..ecc…”. Dunque, l’atto di donazione del Principe Guaimario non è del 1106 (data proposta dal Beltrano e dal Gatta). Dunque, mi chiedo, quale fosse la data dell’antico documento di cui si conosce solo quella indicata dal  quanto Beltrano ?. E’ molto probabile che, come scrive il Fusco, il Gatta (…), probabilmente si rifaceva al testo di “F. Tommaso Maria Alfani, autore di ‘Celeste Principato di S. Michele Arcangiolo”, che però non sono riuscito a leggere.

Nel 1112, SICA, figlia di Pandolfo di Capaccio sposò Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio Jr. o II

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX.[3] Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita.[4] C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano[5] e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania (6). Però questa cosa non è proprio ciò che leggiamo da altre fonti. In primo luogo Ruggero I Sanseverino pare abbia sposato Sirca, ultimogenita di Pandolfo di Capaccio e sorella di Sichelgaita. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero I Sanseverino, avesse sposato Sichelgaita e non Sica. Pandolfo di Capaccio morì nel 1052, in occasione della congiura contro Guaimario. Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III (10). In Wikipedia, nella nota (2) si postillava: (2) Joanna H. Drell, Kinship and Conquest: Family Strategies in the Principality of Salerno During the Norman Period, 1077–1194 (Ithaca: Cornell University Press, 2002). Riguardo la discendenza di questo nobile longobardo ed in particolare della sua ultima sua figlia, che in Wikipedia è chiamata “Sichelgaita” “e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita.[4] C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano[5] e Ruggero di San Severino”. In Wikipedia nella nota (4) postillava che: “(4) For a family tree, see Drell, pp. 218–19”, Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 130, in proposito scriveva che: “Erede della circoscrizione di Cilento fu Ruggiero I, figlio di Torgisio II, che è elencato fra i testimoni della conferma del 1114, fatta dall’omonimo zio Ruggiero; egli sposò Sica, figlia di Pandolfo conte di Capaccio (1), dalla quale ebbe Enrico I, ecc…”. Il Cantalupo, a p. 130, nella sua nota (1) postillava: “(1) Vedi p. 135”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, vol. I, a p. 134, in un suo schema sulla contea di Capaccio pone tra le ultime figlie di “Pandolfo, conte di Capaccio (1034? – 1052)”, oltre alla citata Sichelgaita anche l’ultimo genita “SICA, sposa di Ruggiero Sanseverino (morto prima del 1112).”. Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis – Appunti per una Storia del Cilento”, a p. 135 scriveva che: “Le terre appartenute alla circoscrizione di Lucania e poste a sud del Solofrone, ad eccezione di quelle che nel frattempo erano state assorbite dall’Actus Cilenti, in parte rimasero di proprietà dei discendenti di Pandolfo, come dimostra, fra le altre, la summenzionata donazione del 1137, in parte confluirono anch’esse nella successiva formazione della baronia di Cilento, probabilmente come dote di una delle figlie del primo conte di Capaccio, Sica, andata in isposa a Ruggiero Sanseverino, signore di Cilento (1).”. Il Cantalupo, a p. 135, nella nota (1) postillava che: “(1) Vedi p. 130.”. Alessandro Di Meo (….), nei suoi “Annali critico diplomatici del Regno di Napoli della mezzana Età”, vol. IX, p. 278, in proposito scriveva che: Pietro Ebner (…..), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 348, nella sua nota (8) postillava che: “(8) …..Un’altra figliuola di Pandolfo di Capaccio, Sica, aveva sposato Ruggiero, figlio di Troisio di Rota (Sanseverino). Cfr. nella mia ‘Storia’, cit., la Tavola a p. 345 (per errore tipografico manca Sica, poi moglie di Ruggiero).”. Infatti, Ebner, nello schema citato a p. 245 della sua “Storia di un feudo del Mezzogiorno”, subito a seguire Schelgaita, pone “Berta” come figlia di Pandolfo di Capaccio e di sua moglie Gaitelgrima. Un’altra delle stranezze che non si riesce a capire come mai Ebner o Cantalupo facciano confusione su Ruggero I Sanseverino, figlio di Turgisio II ed il Ruggero di Sanseverino, fratello di Turgisio II e figli entrambi di Turgisio normanno o Turgisio di Rota.

Nel 1113, la chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis” (chiesa di S. Giuliano a Molpa)

Da Wikipidia leggiamo che in epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi. Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi. In zona, visibili ancora oggi, ci sono altre due chiese a pianta triconca: l’antica cattedrale di Policastro Bussentino e la chiesa di San Nicola de Donnis a Padula. I Normanni amministrarono il territorio fino al 1189. Tutte notizie molto interessanti ma non suffragate da notizie documentate. Secondo quanto ci fa notare il barone Giuseppe Antonini, molto probabilmente nel 1113, la chiesa ebbe dei danni in seguito di un saccheggio operato dai Saraceni, forse di Licosa. In seguito a questo fatto, la chiesa, nel 1119 ricevette un donazione per il ripristino edilizio delle mura, che vennero riparate e la chiesa fu dotata degli oggetti liturgici rubati dai Saraceni. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 209, nel suo vol. IV, della sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo capitolo “8. Le prime chiese”, in proposito scriveva che: “Pur non conoscendo l’anno, sappiamo che nella città della Molpa vi erano tre chiese dedicate a S. Giuliano, S. Giovanni Battista e S. Andrea. (AFL). Delle tre sopravvivono vistosi ruderi della chiesa di San Giuliano, che era la principale e che poi fu sede della parrocchia (AFL). Delle altre due sopravvivono solo i nomi (AFL). Disfarsi della zavorra del passato, ecc….E così i superstiti della Molpa per non dimenticare lo splendore del passato anche della vita cristiana, costruiono a piè del massiccio, su cui sorgeva la molpa, in ricordo di una delle chiese, S. Andrea Apostolo, alla foce del Lambro una cappella, i cui ruderi ancora sono visibili. Come si apprende dall’AFL fu costruita dopo il 1464 da pescatori e mercanti. Essa fu visitata dal Vicario Generale Riccio Pepoli il 20 febbraio 1731 restaurata con l’obolo dei fedeli..”. Sempre il Cammarano, a pp. 211-212, scriveva “11) La parrocchia di San Giuliano. I ruderi di questa chiesa e qualche notizia di storia renderanno certamente piacevole il soffermarsi a parlare di quella che fu sede dell’ex parrocchia della Molpa. Mi sono recato varie volte alla sommità del massiccio, e per fortuna sempre in giornate di sole splendente, di mare calmo e di freschi venti ristoratori e non nascondo che mi sarei fermato a pernottarvi se vi fosse stato un ricovero, tanta è la bellezza del posto. A questa altezzza rievocare il suono della campana ecc..”. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Della chiesa di S. Giuliano avanzano oggi solo pochi ruderi, dai quali sembra dedursi che fosse a pianta quadrata con abside tricora. Una chiesa con lo stesso titolo nei pressi di Caprioli è ricordata nel catasto onciario del 1754.”. La chiesa di San Juliano alla Molpa di Palinuro è di particolare interesse storico in quanto di essa l’Antonini ci informa di un documento risalente all’anno 1119. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a pp. 213-214, nel suo vol. IV, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, riferendosi ai ruderi superstiti della chiesetta di S. Giuliano da lui visitati, in proposito scriveva che: “Difatti i muri perimetrali della chiesa, per tutto il loro svolgersi si sono conservati fino all’altezza di 2 metri. Nonostante i i secoli i muri larghi cm. 70, fatti di pietra calcarea e levigati dal vento e dalla salsedine del mare, sono ben solidi. E’ di forma rettangolare con la lunghezza di m. 23.40 e la larghezza di m. 15. Nella parte ovest, che guarda quindi verso il promontorio, che considero la parte anteriore, si aggancia un prolungamento di 2 muri dalla lunghezza di 7 metri e della larghezza di 1.40 restando tra i due muri uno spazio di m. 2.80. Sommando le misure dei muri e lo spazio si arriva a m. 5.40. Come si vede, rispetto al muro del vano chiesa, che è di m. 15.30 compresi i muri perimetrali, si restringe a m. 5.40 con in meno m. 9.90 rispetto al vano chiesa. Quando fu costruita la chiesa resta uno di quei misteri, di cui è ricca la città. Comunque innanzi a questo rudere imponente….. 

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Doveva essere molto antica questa chiesa parrocchiale posta sul lato est della Molpa, se Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a p. 569, parlando di Centola, scriveva che: “Chiesa di S. Giuliano, chiesa sulla Molpa, oggi con ruderi evidenti a est della cima; nel 1119 riceve la donazione di un podere dentro le mura della Molpa per le riparazioni necessarie alle mura e per la ricostruzione della dote liturgica a seguito della spoliazione operata dai saraceni nel 1113 circa; fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio; per questo sorse controversia tra il vescovo di Pisciotta e l’abate di Centola (Cammarano 133, II, 190 e IV, 198-205-209-211-214).”. Dunque, il Di Mauro (….), ci parla di antichi documenti in cui si parla di donazioni alla chiesa di S. Guiliano, chiesa sulla Molpa di Palinuro. Il Di Mauro (….) scrive che la chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio e per questa ingerenza, scrive il Di Mauro che il Cammarano, sorse una controversia tra il Vescovo di Pisciotta e l’Abate di Centola. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi al Cammarano (…), a pp. 574-575 parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421)”. Infatti, il Cammarano (….), a p. 189 del vol. II , in proposito scriveva che: “7. Quarta lite. Si svolse tra il Vescovo Luigi Pappacoda e l’Abate Cesare De Bologna e il reggente della Badia per la sopravvenuta morte dell’Abate Cesare De Bologna. E’ stata possibile ricostruirla dall’esposto alla S. Congregazione, che l’Abate Filicaia (1642) fece a difesa dei privilegi, ecc…”. Il Cammarano a pp. 189-190, del vol. II, in proposito scriveva che: “Le relazioni diventarono tese per una decisione presa da Mons. Pappacoda (248) il quale dispose “che tutto il beneficio dell’ex chiesa parrocchiale S. Giuliano (249) della città della Molpa, venisse trasferito all’arcipretura di Pisciotta, avvalendosi, si disse, che Pisciotta costituì un casale della Molpa e che il feudo della Molpa era posseduto dalla famiglia Pappacoda col titolo di Marchese di Pisciotta e principe di Centola” (AFL)”. Il Cammarano, a p. 190, nella sua nota (249) postillava che: “(249) S. Giuliano: di questa chiesa parrocchiale sopravvivono vistosi ruderi. C’è ancora il perimetro fino all’altezza di due metri. E’ sita nella parte orientale della Molpa e quindi verso il fiume Mingardo.”. Infatti, riguardo il passaggio della parrocchia della chiesa di S. Giuliano a Pisciotta sappiamo che la richiesta del de Leyna non ebbe esito e nel 1578 il feudo di Molpa e Palinuro, con la terra di Pisciotta, fu venduto per 30.000 ducati a don Camillo Pignatelli, viceré di Sicilia. Nel 1583 la proprietà fu venduta dai Pignatelli ad Ettore Maderno di Monteleone, che a sua volta nel 1602 la vendette ad Aurelia della Marra, moglie di Cesare Pappacoda. La famiglia dei Pappacoda terrà il feudo di Pisciotta, Molpa e Palinuro, divenuto frattanto marchesato, fino al 1806. Riguardo il passaggio della parrocchia e della chiesa di S. Guiliano a Pisciotta, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella nota (52) postillava pure che: “(52)…..Dalla platea della Molpa del 1666 risulta che il feudatario versava dieci ducati annui al beneficiario di San Giuliano per le terre da questi a lui censuate.”. La Platea della Molpa del 1666, è stata pubblicata dall’amico Massimino Iannone (….), nel suo “Il feudo di Pisciotta tra i secoli XVII e XIX”, pubblicato nel 2016. Francesco Barra, a p. 37, dopo aver parlato del casale di S. Serio alla Molpa e della “La distruzione del 1464 ricordata dall’Antonini, viene sostanzialmente confermata, anche se non si ha certezza precisa dell’anno (52).”.

Nel 1116, il Duca Guglielmo d’Altavilla duca di Puglia (figlio di Ruggero Borsa), confermò a Pietro da Salerno le donazioni a Cava fatte dal conte Mansone

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 440 parlando del casale di “Acquavella”, in proposito scriveva che: “Nel 1116, assicura il Guillaume (pp. 71 e 103), il duca Guglielmo, figlio di Ruggero, donò alla Badia anche terre ad Acquavella (17). Nel 1118 Altruda di Teano, vedova del secondo signore di Novi, Guglielmo de Mànnia, etc….”. Ebner, a p. 441, nella nota (17) postillava che: “(17) Il Guillaume cit., Append., pag. LXXIV, assegna al dominio temporale della Badia il “chateau Acquabella, Cilento, marzo 1125, Henrì, seig. de Sensev., perte de la possession 1140”. Pietro Ebner ci parla di questo conte Mansone e, riferendosi ad un altro documento, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 394, nella nota (56) postillava che: “(56) L’abate ebbe anche donazioni da Giordano signore di Corneto, da Asclittino, conte di Sicignano e signore di Polla, da Ugo di Avena, da Riccardo di Drogone, da Guglielmo de Mànnia, signore di Novi, più di tutti da Ruggiero (1085-1111) e dal figlio duca Guglielmo (1111-1123).”. Nella Treccani on-line leggiamo che Guglielmo d’Altavilla, nato intorno al 1096, era figlio di Ruggero Borsa, duca di Puglia dal 1085 al 1111, succeduto al padre Roberto il Guiscardo della famiglia normanna degli Hauteville (Altavilla), e di Adela (o Ala), figlia di Roberto conte di Fiandra, vedova di Canuto IV, re di Danimarca (m. nel 1086), la quale all’inizio del 1092 aveva sposato in seconde nozze il duca di Puglia. Dal matrimonio tra Ruggero Borsa e Adela nacquero tre figli, di cui i primi due, Ludovico (m. nel 1094) e Guiscardo (m. nel 1108), morirono prima del padre: soltanto G. gli sopravvisse. Ebner citava Paul Guillaume. Ebner scriveva “Nel 1116, assicura il Guillaume (pp. 71 e 103)”. Paul Guillaume (….), nel suo “L’Abbazia di Cava – saggio storico – Da documenti inediti”, (vedi il testo a cura della Ruocco), a p. 26, parlando di “S. Pietro Pappacarbone” a pp. 56-57, in proposito scriveva che: “Tra la moltitudine di religiosi che vivevano a Cava al tempo dell’Abate Pietro I, molti hanno il loro posto di spicco nella storia religiosa, politica etc…La lista sarà molto incompleta etc…, ….Gisulfo, figlio del conte Mansone da ‘lo Riuso’, detto ‘di buona memoria’, etc…”. Paul Guillaume (….), nel suo “L’Abbazia di Cava – saggio storico – Da documenti inediti” (si veda il testo a cura di Gemma Ruocco) a pp. 80-81, parlando delle donazioni a Cava, nel cap. IV “S. Pietro Pappacarbone”, in proposito scriveva che: “Nel 1116, il duca Guglielmo (1111-1122), figlio del duca Ruggero, il grande benefattore di Cava, dona loro il monastero di S. Zaccarai di Laura, con un’infinità di terre, site in ‘Acquavella, Licosa, Teresino, Stayno’, ed altri luoghi del Cilento (87).”. Su questo diploma ha scritto Paul Guillaume (….), nel suo “Saggio storico sull’Abbazia di Cava etc…”, dove a pp. 80-81 (vedi versione a cura della Ruocco), in proposito scriveva che: “Nel 1116, il duca Guglielmo (1111-1127), figlio del duca Ruggero, il grande benefattore di Cava, dona loro il monastero di S. Zaccaria di Laura, con un’infinità di terre, site in Acquavella, Licosa, Teresino, Stayno, ed altri luoghi del Cilento (87).”. Il Guillaume, a p. 81, nella nota (87) postillava che: “(87) Vd. i 197 diplomi degli anni 1079-1122 (Arch. Mag. Lett. A, B, C, D, E, F); cf. De Blasi, Chroni., passim., e, in Appendice, la lettera B.”. Salvatore Maria Di Blasi (….), riordinò l’Archivio dell’Abbazia di Cava de’ Tirreni. Nel Chronicon ex tabulario SS.mae Trinitatis Cavae excerptum ricostruì la storia del monastero di San Benedetto di Salerno dalla fondazione (793) fino al 1628.

Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a p. 149 parlando del monastero o cenobio di S. Zaccaria a li Lauri, in proposito scriveva che: Trascorsi soltanto due anni, nell’agosto del 1116, il duca Guglielmo torna a confermare alla grande abbazia cavense la proprietà del monastero di San Zaccaria, con i beni cilentani ‘in locis Acquabella, Licosa, Terresino e Staino, ricordando anche i documenti precedentemente emessi dal conte Mansone, ‘qui dictus est da lu Orriusu’, e dai figli Gisulfo e Landolfo, come da Guido e Alessandro, figli di Gisulfo (657).”. La Visentin, a p. 149, nella nota (657) postillava che: “(657) AC, E 50: Guglielmo conferma, inoltre, la metà delle sostanze che era stata donata da Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis’.”. Dunque, secondo la Visentin, che trae queste notizie dai documenti cavensi, la famiglia di Mansone, di Leone, di Glorioso, di Gisulfo, di Guido e Alessandro e di Landulfo era una famiglia salernitana di ascendenza comitale, forse longobarda”. La Visentin scrive che Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo”, che “Landolfo, ‘filius quondam Leonis comitis'” ovvero che Landolfo era figlio dell’ex conte Leone, che ‘‘Gloriosus, filius quondam Paldulfi comitis, filii bone memorie Mansonis comitis’, con sua moglie Ermelina”, ovvero che Glorioso era figlio del defunto Pandolfo di Capaccio (?), figlio del conte Mansone detto “bona memoria”. Glorioso era marito di Ermelina e padre di Gisulfo, a sua volta padre di Guido e Alessandro. La Visentin scrive pure che  il conte Mansone, fratello del predetto Pandolfo, e da suo figlio Gisulfo”. Domenico Ventimiglia (….), nel suo “Notizie storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi casali nella Lucania raccolte e pubblicate da Domenico Ventimiglia”, a p. 51 parlando del monastero di San Giorgio, in proposito scriveva che: “Il Duca Guglielmo, Principe di Salerno confermò nel 1116. all’Abbate S. Pietro ‘quartam partem Monasteri Sancti Georgii quod constructum est in loco Cilento’ della banda del Fiume ‘quo duo Flumina dicitur, e la quarta parte del Monastero di S. Zaccheria ‘edificatum in ipso Cilento ubi a li Lauri dicitur’. Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte le avevano costoro donate al Monastero della Cava in cui favore confermò ancora il Duca tutto ciò che il sudetto Mansone possedeva ‘in ipso Cilento ubi Acquavella dicitur, et Licosa, et in Terresino, et in Staino (a). Etc…”. Il Ventimiglia, a p. 51, nella nota (a) postillava che: “(a) Arm. I. G. N. 52”.

Ventimiglia, p. 51

Dunque, il Ventimiglia, in proposito scriveva che: “Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”, ovvero che le porzioni di proprietà poi confermate nel 1116 da Guglielmo I duca di Puglia, erano appartenute a “Mansone di Orriuso” e che da lui pervennero a Landolfo (forse suo fratello) ed a Gisulfo, suo figliolo e da Gisulfo pervennero a Guidone e ad Alessandro. Scrive pure che Alessandro era figlio del Conte Leone. Il Ventimiglia scrive che il diploma del 1116 fu pubblicato dal Di Meo. Anche in questo caso vediamo che vi sono notizie contrastanti. Il Ventimiglia scrive che le proprietà di Mansone andarono a Landolfo e da questi al figlio Gisulfo, e da questi ai suoi figli Guidone e Alessandro. Ma Gisulfo non era un figlio di Landolfo ma figlio di Glorioso. Inoltre, se fosse questa la genealogia, essa non dovrebbe essere quella del conte Pandolfo di Capaccio. Dunque, esiste un “Gisulfo” figlio di Landolfo ?. Gisulfo era un figlio di Landolfo ?.

Il Ventimiglia (….), a p. 51 citava Alessandro Di Meo (…), a p. 51 scriveva che: Il P. di Meo nel riferire questo Diploma lo confuse orribilmente, siccome tra il fin qui detto, ed il riportato da lui sarà agevole di farne confronto (b).”. Infatti, Alessandro Di Meo (…) che, nel suo “Annali etc…”,vol. IX, a pp. 221-222, in proposito scriveva che: “7. Nell’Archivio della Cava si ha un Diploma del Duca Guglielmo, che conferma all’Abbate S. Pietro la quarta parte del Monistero di S. Giorgio, e due fiumi nel Cilento; la 4. del Monistero di S. Zaccheria in Lauri del Cilento, ch’era stata di Mansone dell’Orrisio, ch’ebbe figli ‘Gisolfo’, e ‘Landolfo’. Gisolfo, e Mansone la donarono alla Cava, e Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo, la confermarono, e la Carta fu ancora firmata da ‘Landolfo’, ed ‘Alessandro’: gli conferma ancora quanto spetta ad esso Mansone in ‘Acquabella’ nel Cilento, in Licosa, Terresino, e Staino, che tutto fu donato da essi ‘Mansone’, e ‘Gisolfo’, e confermato da Landolfo, Guido ed Alessandro. Di più gli conferma metà degli de’ Monisteri di S. Giorgio, e di S. Zaccheria, che fu di Landolfo figlio di Leone Conte, e quanto ad esso Landolfo spettò ne’ detti luoghi. Fu scritto da Giovanni Notaio del Duca, e firmato da ‘Guglielmo’ figlio (spurio) del Duca Ruggieri, e da Roberto di Evoli: ‘Datum Salerni a. D. Inc. MCXVI. Ducatus etc..”.

Di Meo, IX, p. 221

Dunque, il Di Meo (…), parlando del diploma di Guglielmo Duca di Puglia, del 1116 rilasciato a Pietro da Salerno Abbate della SS. Trinità della Cava scriveva che, Mansone dell’Orrisio, ch’ebbe figli ‘Gisolfo e Landolfo”, dunque il conte “Mansone” detto dell’Orrisio e “Gisolfo” e “Landolfo” erano suoi figli (Gisulfo non era figlio di Glorioso come risulta da altri documenti). Dunque, Gisulfo e Landolfo, risultando figli del conte Mansone dell’Orriuso sarebbero stati fratelli. Secondo il Di Meo, Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo”, Gisulfo, figlio di Mansone era il padre di Guido e Alessandro. La geneaologia proposta dal Di Meo mi sembra molto vicina a quella che ne scaturisce dalla disamina delle poche notizie che ritroviamo sul monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa. La genealogia proposta dal Di Meo mi sembra abbastanza vicina a quella che ci propone il Ventimiglia che scriveva che: “Tali porzioni di Monasteri erano state di proprietà di Mansone ‘qui dictus est de Orriuso’, e da lui pervenute a Landolfo, ed a Gisulfo suo figliuolo, a Guidone e ad Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”. Troviamo però delle evidenti contraddizioni nei testi e forse pure nei documenti stessi. Per esempio, il Ventimiglia scriveva che: “Guido, ed Alessandro, figli di esso Gisolfo”, ma scriveva pure che: “Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”. Dunque, secondo il Ventimiglia, nella disamina del documento risulta che Alessandro figliolo del quondam Leone Conte”, Alessandro era un figlio del Conte Leone. Infatti, il Di Meo scriveva pure che “Landolfo figlio di Leone Conte”. Il Di Meo prima scrive che Landolfo e Gisulfo erano figli di Mansone e, poi scrive pure che “Landolfo” era figlio del Conte Leone.

Nel 1119, Aldruda o Alderuna, badessa del Monastero di Monache di S. Mercurio a Roccagloriosa

Mansone, figlio di Leone e conte di Roccagloriosa e di Padula continuò a dominare sulle nostre terre, era sposato ad una donna chiamata Gaitellina ed aveva un fratello detto Landolfo (nel ‘Catalogus baronum’ del 1185 è detto ‘Landulfus de Rocca’) ed una sorella chiamata Altrude (per il Laudisio era sua figlia). La sorella di Mansone, Altrude, aveva due nipoti: Guidone e Alessandro che il 7 aprile 1133, ratificarono e confermarono il privilegio del 1130. Nel 1133, dominavano sulle nostre terre i due nipoti di Altrude (figlia di Mansone che nel 1130 era conte di Roccagloriosa e di Padula). Dobbiamo indagare sugli eredi del Conte Mansone, ovvero sui due nipoti di Altrude: Alessandro e suo figlio Guido o Guidone. Dobbiamo indagare sui due nipoti di Altrude: Alessandro nipote di Altrude e suo figlio Guido o Guidone (eredi del conte Mansone). Su questa donna vi sono poche notizie. Mons Nicola Maria Laudisio (9), nella sua “Sinossi della Diocesi di Policastro” (si veda versione a cura del Visconti), a p. 74 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva: “Proprio nelle sale dedicate ai Vescovi è possibile vedere, a partire dal vescovo Pappacarbone, la silloge di tutti i vescovi di Policastro con i rispettivi stemmi. II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”Infatti, Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento” parlando di Roccagloriosa, a p. 416, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani assicura ancora che nel IX secolo il primo monastero del luogo era di monache cistercensi dal titolo di S. Mercurio. Di ciò manca ogni notizia. Solo il Laudisio (9), a proposito del Vescovo Arnaldo (1110), scrive che il presule concesse a Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Leone, di unire il Monastero di S. Veneranda all’altro femminile di S. Mercurio, perchè la figlia Altruda aveva in quest’ultimo pronunciato i suoi voti.”. Mons. Laudisio, nel 1831 parlando dei vescovi della Diocesi di Policastro e, riferendosi al vescovo che successe a Pietro Pappacarbone, in proposito scriveva che “Arnaldo”, secondo il Laudisio, secondo Vescovo della restaurata Diocesi di Policastro nominato vescovo di Policastro nel 1110″, autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altruda si era dedicata alla vita claustrale ed era entrata come monaca in quest’ultimo convento.”.Dunque, il Laudisio (….), ci dà un interessante notizia su Manso o Mansone. In primo luogo, il Laudisio dice che “Altruda” era figlia di Manso o Mansone. Inoltre, il Laudisio scriveva che sua figlia Altruda aveva era entrata nel monastero claustrale di monache di S. Mercurio a Roccagloriosa. Inoltre, il Laudisio riporta la notizia che il vice-conte o visconte Manso o Mansone fu autorizzato dal vescovo di Policastro Arnaldo ad unire i due monasteri esistenti a Roccagloriosa in un unico monastero, ovvero egli creò il nuovo monastero claustrale di monache detto di S. Mercurio. Il barone Giuseppe Antonini (….), la chiama “Aldruda”, mentre il Laudisio la chima “Altruda”. Approfondiamo la questione. Il barone Giuseppe Antonini (….) che, nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando di Roccagloriosa, a p. 385 (Discorso VIII), sulla scorta del ‘Historia Carbone Monasterii’, foll. 29-30, del Santorio (13), del 1601 parlando del Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, nella sua nota (1), riporta la notizia: Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo, sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte d’Aldruda sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. Dunque, in questo primo passaggio a p. 385, l’Antonini scriveva che, nel 1130, “Aldruda” (così la chiamava), sorella del conte “Manso Leone Signor de luogo” (che fu nominata per prima badessa del Monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa, secondo le sue volontà testamentarie del fratello conte Manso o Mansone. Sempre l’Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva di “Alderuna”. L’Antonini, a p. 372, ci parla di Alderuna e della donazione che ella fece nel 1119, come vedremo innanzi. L’Antonini, a p. 373 parla di un sacerdote “Presbitero Euphemio” e poi aggiunge “da Alderuna (I)”. Il barone Antonini (….), a p. 373, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Puotesi credere, che questa Alderuna fosse Longobarda, dal leggersi nel principio della donazione: “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, sapendosi che i Longobardi destinavano un Uomo col nome di Mundualdo per aver cura di non far ingannar le donne: Costume passato a noi, e fino a’ tempi di nostri Avi durato, siccome cogli esempj abbiamo provato altrove.”. “Et stetit pro Mundualdus Aliprand”, ovvero, Mundualdo, uomo longobardo si fermò di fronte ad Alderuna, donna longobarda che condeva al sacerdote Eufemio. Secondo l’Antonini questo uomo longobardo chiamato “Mondualdo” era un uomo che secondo l’antica usanza longobarda doveva aver cura di non far ingannar le donne”. L’Antonini a p. 373, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Quando questa parola ‘Nuper’ non voglia essere presa in troppo stretto senso, può significare: “Da pochi anni in quà”, e tal volta arrivare a dieci ed a venti. Può pastarci per i tempi bassi un luogo di S. Gregorio nel lib. 3 dè Dialoghi c. 26 ove ragionando di un solitario chiamato Mena, così scrive: “Nuper quidam venerabilis vir Menas nomine, solitariam vitam ducebat, qui nostrorum multis cognitus, ante hoc ferè post decennium defunctus”. Per gli antichi senza dubbio sarà sufficiente ‘Cicerone’ nel I. de Orat. Ivi di fresca cosa parlando dice: “In quibus eratis, qui nuper Romae fuit, Menedemus holpes meus.”.”. Riguardo la figura di “Alderuna”, che,  nel 1119, donò un podere, recentemente, nel 2017, Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 63, parlando del monte “Cellarano” o del toponimo “Kellerana” (Monte Bulgheria), in proposito scriveva che: “Non a caso, del resto, proprio in quest’area di Centola che guarda verso il Mingardo sussistono ancora oggi numerosi toponimi di chiara impronta basiliana: S. Basile, S. Sergio, S. Elia, S. Agata, S. Andrea, oltre che Macchia della Chiesa, storico possedimento fondiario dell’abbazia di S. M. degli Angeli di Centola. Sul lato opposto del Mingardo…….Ma sembra pure che i centri basiliani più importanti della zona fossero quelli, più a nord, di Roccagloriosa, e di Rofrano, il quale ultimo giunse a contare ben undici dipendenze (8).”. Il Barra (….), a p. 63, nella nota (8) postillava che: “(8) Scrive a questo proposito l’Antonini “Sul declinar di questa montagna chiamata di Bulgheria a tramontana trovasi Roccagloriosa; paese grande, ed in bellisimo sito allogato (…..). Nel 1130 Manso Leone Signor de luogo con suo testamento dotò la chiesa (di S. Mercurio) di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina, e volle che fosse femminile, riservandosi alla famiglia il diritto di nomina della badessa dopo la morte d’Alruda sua sorella, che egli nominò per prima; ratifica del conte Guidone suo nipote.”. Dunque, in questo passaggio, il Barra ricorda la donazione di Manso al monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa e della sua sorella “Alruda” che dovette essere la prima badessa di questo antico Monastero di monache clarisse. Dunque, secondo il Barra, “Alruda”, la prima badessa del monastero di monache di Roccagloriosa era la sorella del conte Normanno Leone Manso. Francesco Barra, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) ‘La Lucania’, cit., p. 330. Attendibile ci pare pure l’atto di donazione del 1119 di un podere da parte della longobarda Alderuna al presbitero Eufemio della chiesa di “S. Juliano ad moenia Molpis”, “ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismaterium, et vestamentos que nuper disrobaverunt Agareni in depradatione praecalendatae Molpis”. Il documento proveniente dall’archivio di S. M. degli Angeli di Centola, ecc…”. Il Barra, a p. 37 proseguendo il suo racconto sulla donazione del 1119, in proposito scriveva pure che: “Alderuna può probabilmente identificarsi con quella Alruda che fu la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio di Roccagloriosa, fondato nel 1130 da suo fratello “Manso Leone, Signor del luogo”, che con suo testamento lo dotò “di buone rendite con la giurisdizione sopra famiglie e greggi di pecore che erano state della moglie Gatullina”, riservandosene il diritto di nomina delle badesse (G. Antonini, La Lucania, cit., pp. 385-86).”. Dunque, interessantissimo il passaggio del Barra che ci ricorda il personaggio di Alderuna. Dunque, Francesco Barra, riferendosi alla donazione del conte Manso al monastero di Roccagloriosa scriveva che “Alderuna” era longobarda, sorella del conte Leone Manso e, prima badessa del Monastero di monache clarisse di S. Mercurio a Roccagloriosa, fondato nel 1130 dal fratello Leone Manso. Secondo il Barra, “Alderuna”, era la stessa che nel 1119 donò un podere alla chiesa di S. Juliano a Molpa e che nel 1130 diventerà, per volere del fratello, la prima badessa del monastero femminile di S. Mercurio a Roccagloriosa. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni ecc..’, a p. 435 parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, scriveva che: Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28) si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, Ebner scrive che secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda”, ma ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Dunque, Guido e Alessandro secondo questi documenti erano cugini della badessa di S. Mercurio Altrude.

Nel 1119, la donazione di Alderuna o Aldruda, sorella del conte Mansone a Eufemio, Presbitero della chiesa di “S. Juliano intra moenia Molpis” (chiesa di S. Giuliano a Molpa)

Il barone Giuseppe Antonini che, nella sua “La Lucania – Discorsi” parlando della Molpa ci parla pure della donazione del 1119. Infatti, l’Antonini, a p. 372, in proposito scriveva che: “Mancandoci le notizie dè susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, chtabbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII. Allora cogli altri marittimi luoghi della Lucania fu dà Saraceni saccheggiata; sebbene altra distinzione non se ne sappia, che quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, “ad moenia Molpis, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’. Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore. La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”.

Antonini, p. 373

Dunque la notizia della donazione del 1119, viene dall’Antonini che vedeva un antico documento datato all’anno 1119 mostratogli dall’Abate Commendatario dell’Abbazia di S. Maria di Centola, Girolamo Gascone, che nel 1745, anno della prima edizione della “La Lucania” dell’Antonini aveva conservato nei ricchi archivi dell’antichissima abbazia benedettina. L’Antonini scrive che Gascone gli “imprestasse” l’antico atto di donazione che egli dice essere datato 1119. L’Antonini scriveva che l’antico documento “Mi ha imprestato il Sig. Abate Gascone questa scrittura, che ha fatto sudar me, ed altri più pratici nell’interpretarla, perchè oltre di essere di confusissimo carattere, e mezzo cancellato dall’umido, e dal tempo, è piena di strane abbreviature, e scritta per metà con greci caratteri, che fa la confusione maggiore.”. Dunque, l’antico documento d’epoca Normanna, fu mostrato all’Antonini dall’Abate Gascone, abate dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Centola, che come si è letto precedentemente possedeva una ricca biblioteca, ricca di testi manoscritti e di documenti e pergamene antichissime come il cosiddetto “Censuale”. Devo però precisare che l’Antonini, nelle precedenti pagine, ci parla di un ‘‘Chronicon’ medievale che egli chiama “Cronica” del Monaco di S. Mercurio e che attribuisce al secolo XII.  Si tratta del chronicon del Monaco di S. Mercurio, di cui il Cammarano scriveva a più riprese che nell’Archivio della Famiglia Lupo a Centola (AFL) se ne conservano le copie degli abbati successivi al monaco Mercurio, ovvero Venceslao I, come lo chiama il Cammarano. Il Cammarano, citando la chiesa di S. Giuliano, di oggi vi sono visibili ancora solo i ruderi, si riferiva al ‘Chronicon del Monaco di S. Mercurio’, di cui ho parlato anche in un altro mio saggio. Il sacerdote Giovanni Cammarano di Centola (…), a p. 44, nel suo vol. II, Cap. III: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1993, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” (Chronicon) di Mercurio 1°, e a proposito della Chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Ecc… E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che…….E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. Ecc…”. Dunque, vediamo cosa scriveva in proposito l’Antonini. L’Antonini scriveva che alcune notizie storiche sulla Molpa si possono ricavare dalla “quella che si ricava dalla donazione fatta alla Chiesa di S. Jiuliano, ecc..”. Dunque, l’Antonini la chiama chiesa di San Juliano. L’Antonini scrive di aver visto un’antichissima pergamena che lui dice essere una donazione fatta nell’anno 1119 alla chiesa di S. Giuliano alla Molpa. Riguardol’antica donazione, l’Antonini aggiungeva pure che: La donazione è del MCXIX, e quindi noi argomentiamo, che ‘l saccheggiamento fosse seguito nel MCXIII., o circa quegli anni, dalla notizia che ci dà la ‘Cronaca Cavense’ manoscritta dè mali allora fatti alla Lucania dà Saraceni: ‘Anno MCXIII. Saraceni ab Africa venientes Lucaniam depopulantur’. Non passarono molti anni, che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani, e Saraceni nel viaggio di Sicilia ecc…”. Antonini, in questo passo ci parla della prima notizia ovvero che la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni presumibilmente, secondo i suoi alcoli nel 1113. Antonini scriveva nell’antichissima pergamena della “donazione” alla chiesa di S. Giuliano della Molpa, scritta per metà con greci caratteri”, si riportava o meglio egli leggeva il seguente testo: “ad moenia Molpis’, (cioè dentro le mura della Molpa) ‘etiam (&) tibi Euphemio Presbitero’ da Alderuna (2), ‘quae fuit quondam Remodii’, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, ‘ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismarium, & vasamentos, quos nuper (2) disrobaverunt Agareni in depraedatione praecalendatae Molpis’., il cui significato dovrebbe corrispondere al seguente testo: presso le mura di Molpis, e per te il sacerdote Eufemio, già dei Remodii, di un podere ‘limite limitatum’, che colà vicino teneva, per il mantenimento di torri, calici, polli, crismari e vasi, che gli Agareni avevano recentemente scavato dalle depredazioni di Molpis.”. Il testo in latino cita un presbiterio (un sacerdote) chiamato Eufemio “già dei Remodii”. Egli a Molpa aveva un podere, un piccolo limitato pezzettino di terreno dove i Saraceni scavarono gli oggetti sacri che saccheggiarono presumibilmente nel 1113 e in seguito, nel 1119, avvenne la donazione per ricostituire gli oggetti sacri derubati dai Saraceni. L’Antonini, a p. 373 parla di un sacerdote “Presbitero Euphemio” e poi aggiunge “da Alderuna (I)”. Di Alderuna ho parlato prima. La notizia riferita dal Di Mauro (….), della donazione del 1119 è interessante ed è tratta dal Cammarano ma sia il Di Mauro che il Cammarano non forniscono riferimenti bibliografici dell’antico documento che risale al 1119, epoca della dominazione Normanna di Ruggero Borsa, ne si danno riferimenti per l’altra notizia dell’incursione e del saccheggio dei Saraceni nel 1113. Francesco Barra (….), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, a p. 37, nella sua nota (52) postillava che: “(52) ‘La Lucania’, cit., p. 330. Attendibile ci pare pure l’atto di donazione del 1119 di un podere da parte della longobarda Alderuna al presbitero Eufemio della chiesa di “S. Juliano ad moenia Molpis”, “ad refaciendos turres, calices, pullas, chrismaterium, et vestamentos que nuper disrobaverunt Agareni in depradatione praecalendatae Molpis”. Il documento proveniente dall’archivio di S. M. degli Angeli di Centola, ecc…”.

Nel 1128, Ligorio, Ligorius, filius quondam Mansonis comitis, qui videlicet Ligorius germanus fuit Guayferii”

Riguardo l’antico monastero di S. Angelo a Tresino ed il conte Mansone, Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” parlando del monastero di S. Angelo a Tresino, a p. 178 riporta una ulteriore interessante notizia, infatti, in proposito ella scriveva che: “L’ingresso nel network cavense può dirsi compiuto solo nel maggio del 1128 quando ‘Iohanes iudex, filius quondam Leonis qui dicitur est de Costantina, et Ligorius, filius quondam Mansonis comitis, qui videlicet Ligorius germanus fuit Guayferii, olim genitoris Sice uxoris ipsius iudicis’, offrono a Cava la porzione dello stesso Ligorio e tutto ciò che della chiesa era appartenuto al suddetto Guaiferio (831).”. La Visentin, a p. 178, nella nota (831) postillava che: “(831) AC, XXII 54”. Dunque, è proprio in questo documento, della donazione all’Abbazia di Cava, nel 1128, del monastero di S. Angelo di Tresino che si possono chiarire i passaggi di proprietà e sopratutto l’origine del conte Mansone che poi ritroveremo nella notizia storica che riguarda Roccagloriosa. Infatti, la Visentin riporta la frase del documento in latino: “Giovanni il giudice, figlio dell’ex Leone, che si dice fosse di Costantino, e Ligorio, figlio dell’ex conte di Mansone, che evidentemente era cognato di Ligorio con Guayferius, un tempo padre di Sice, la moglie del giudice stesso”. Oppure: “l’ex Leonis, che si dice essere di Costantino, e Ligorius, figlio dell’ex conte Mansone, che evidentemente Ligorio era il fratello di Guaiferio, un tempo padre di Sice, la moglie del giudice stesso.”. Questo passaggio la Visentin lo chiarisce meglio proseguendo nel racconto. Infatti, a pp. 166-167, in proposito scriveva che: “Nel gennaio del 1126 Ugo, ‘que dicitur Mansella’, camerario del duca Guglielmo, e suo cognato Atenolfo, confermano a ‘Rossemannus’, priore della SS. Trinità, ‘integras terras cum vineis at terras etc……proprie gulia dicitur (761). Nel maggio 1128 Ruggero II che, attraverso Ligorio, ‘filius quondam Mansonis comitis’, e il giudice Giovanni, conferma all’abate cavense Simeone le terre, il ‘castrum’ e le cappelle di Santa Maria già contenute e ampiamente descritte nel documento del 1126 di Ugone ‘Mansella (764). Nel marzo del 1186 Guglielmo, etc…”. La Visentin, a p. 167, nella nota (761) postillava che: “(761) AC, F 34”. La Visentin, a p. 167, nella nota (764) postillava che: “(764) AC, XXII 55”. Dunque, “Ligorio” era figlio del defunto conte Mansone ecc…Amedeo La Greca (….), nel suo “Santa Maria de Gulia”, dove a p. 27, in proposito scriveva che: “Che il monastero di Santa Maria ‘ad Gulia’ possa essere una fondazione degli atranesi o sia stato da essi riattivato, ci risulta deducibile anche dal fatto che costoro erano già presenti in loco con tutta la loro capacità imprenditoriale e non nuovi a fondazioni di chiese. Infatti, uno di essi, un certo Ligorio di Giovanni, aveva fondato quella di San Giovanni di Tresino (46) ed altri (tale Costantino di Giovanni e Giovanni Butrunino) possedevano terre in zona (47); etc…”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (46) postillava che: “(46) CDC, vol. I, p. 388, nel 986 la concederà al presbiterio Bernardo.”. Il La Greca, a p. 27, nella nota (47) postillava che: “(479 CDC, vol. I, p. 253; vol. II, p. 106”. Dunque, il La Greca ci parla di un “Ligorio figlio di Giovanni” mentre la Visentin ci dice di un “Ligorio figlio del conte Mansone”. Su questi personaggi e questa notizia il La Greca mi sembra meglio chiarire. Infatti, a p. 52, in proposito scriveva che: “Intanto, morto Guglielmo nel 1128, lo stesso re Ruggero provvide a confermare alla Badia le dette terre e pertinenze (92). In suo nome, alla presenza del giudice Ursone, il giudice Giovanni figlio del fu Leone e Ligorio figlio del fu Mansone, conte, unitamente al monaco Pietro detto Boso, rappresentante dell’abate di Cava Simeone, dichiarano che “….in pertinentiis Lucanie ubi proprie Gulia dicitur…., intra quas” etc…”. Il La Greca, a p. 52, nella nota (92) postillava che: “(92) ABC, XXII 55, A. 1128.”. Dunque, il La Greca scriveva che “Ligorio era figlio del fu conte Mansone”, Giovanni era figlio di Leone ecc.. Riguardo il duca Guglielmo, il La Greca si riferisce al duca Guglielmo, conte di Principato, il cuo camerario era Ugone Mansella e suo cognato Atenolfo, nel 1126. Poi scrive pure di re Ruggero II d’Altavilla che in quel tempo, anno 1128 si era impossessato di buona parte delle terre del Cilento.

Nel 1130, muore Todino, figlio di Gregorio signore di Capaccio, figlio di Pandolfo I di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 263, parlando di Paestum, in proposito scriveva che: “Del 1130 (20) è un diploma di Todino, figlio di Gregorio signore di Capaccio e nipote di Guaimario IV (V), col quale dona, dopo la sua morte, un terreno sito “foris hac civitate (Salerno) in loco pesto, quod proprie dalinora dicitur”. Ebner, a p. 263, nella nota (20) postillava che: “(20) I, ABC, G 6, gennaio a. 1130, IX, Salerno, nel monastero di S. Sofia dipendente dal monastero cavense. Alla presenza dell’Abbate di Cava Simeone si presentarono al giudice il monaco Leo, per parte del monastero Cavense e i fratelli ‘ermannus et bastardus’, signori di Capaccio e figli del fu Gregorio ‘olim domini caputaquensis’ e il presbitero Pietro cappellano dell’episcopio di Capaccio. Essi affermarono che quando Todino, zio paterno dei fratelli anzidetti ‘infermitate qua est detinetur et tamen sane mentis et recte loquutionis existeret, coram eis’ dispose che i terreni che esso Todino possedeva ‘foris hac civitate in loco pesto, quod proprie dalinora dicitur’, dopo la sua morte doveva essere consegnata al predetto monastero di S. Sofia.”. Piero Cantalupo (…..), nel suo “Acropolis – etc….”, vol. I, nel capitolo “IX – L’Età Normanna”, dove, a p. 135, nella nota (4) postillava che: “(4) ….Todino viene menzionato in un doc. del 1130 per una concessione di beni alla Badia cavense nelle località di Celso e di Novelle (G. Volpe, Notizie Storiche delle antiche città e de’ Principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, p. 86).”.

Nel 3 maggio 1130, Mansone, Conte di Roccagloriosa e di Padula, sul letto di morte morte fa testamento e dota il Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa di diverse rendite e beni della moglie Gaitellina

Sappiamo di un altro documento d’epoca Normanna che riguarda le nostre terre. Uno dei quattro documenti Normanni che conosciamo e che riguardano le nostre zone, è l’‘Istrumento’ o Testamento con il quale, il figlio del conte Normanno Leone, il conte Manso o Mansone, il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento ed autorizzato dal Vescovo di Policastro Arnaldo unì i tre monasteri in un unico monastero di monache benedettine chiamato di S. Mercurio. All’epoca del vice-conte Mansone, a Roccagloriosa erano attivi tre monasteri, quello di S. Mercurio che il padre, il conte Leone aveva riattivato, e vi erano pure i due monasteri fondati dal padre di Mansone, il conte normanno Leone, che erano i monasteri di S. Leo e quello di S. Veneranda. Alla morte di Mansone, nel 1130, le sue ultime volontà pronunciate in un testamento furono quelle che i due monasteri di S. Leo e di S. Veneranda si riunissero nel Monastero claustrale e femminile di S. Mercurio, dove aveva preso i voti sua figlia Altrude, la quale, per espressa volontà del padre Mansone divenne nel 1130 la prima badessa del monastero di S. Mercurio, ricostituito. Inoltre, come vedremo innanzi, il conte Manso o Mansone, oltre a riunire in un unico Monastero gli altri due, lasciò una dote a detto Monastero di S. Mercurio. Sulla fondazione del nuovo monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa, che esisteva già da molti secoli, e la riunione con gli altri due monasteri fondati dal conte normanno Leone, padre del vice-conte Manso  o Mansone, ha scritto il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania”, dove a p. 385, parlando di Roccagloriosa, in proposito scriveva che: Quando cessassero d’abitarvi i Monaci non sappiamo; sappiamo bene però che nell’anno MCXXX Manso Leone Signor del luogo con suo testamento (2) dotò la Chiesa di buone rendite con giurisdizione sopra famiglie nominate, e greggi di pecore, ch’erano state di Gatullina sua moglie; e volle che fosse data a Donne moniche; riserbando ai suoi eredi il diritto di presentarvi la Badessa dopo la morte d’Aldruda sua sorella, che allor egli nominò per la prima. Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso;”. Dunque, Antonini scriveva che nell’anno 1130, il vice-conte Manso o Mansone, signore di Roccagloriosa fece testamento. L’Antonini (….), a p. 385, nella sua nota (2) postillava che: “Con titolo di ‘testamento’ soleansi tali donazioni chiamare in quei tempi. Ambrosio Morales nelle note al Diploma del Re Veremndo: sicuri ce ne fa ) oltre tanti altri) colle seguenti parole: Solemne bis temperibus, e multis postea sequentibus…”, ovvero che all’epoca, per “testamento” si intendeva una donazione. Oltre all’Antonini, in seguito sarà Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua ‘Synopsi’, scritta nel 1831, sulla scorta dell’Ughelli (11), a p. 74 (vedi versione curata da Giangaleazzo Visconti) riferendosi al vescovo Arnaldo, così si esprimeva: II. Arnaldo, nominato vescovo di Policastro nel 1110. Questo vescovo autorizzò Manso, conte di Roccagloriosa e di Padula e figlio del conte Normanno Leone, ad unire il monastero di S. Veneranda al monastero di S. Mercurio delle monache di Roccagloriosa, perchè sua figlia Altrude si era dedicata alla vita claustrale edera entrata come monaca in quest’ultimo convento.”. Dunque, anche il Laudisio ci parla di questo documento del 1130. Il Laudisio accenna pure al vescovo Arnaldo di cui però non vi è traccia nella cronostassi dei vescovi di Policastro. Dell’autorizzazione concessa al vice-conte Manso, nel 1130, dal vescovo di Policastro “Arnaldo”, di cui si ha notizia dall’anno 1110, parlerò innanzi. Sulla fondazione del nuovo Monastero claustrale (femminile) di S. Mercurio, a Roccagloriosa, ha scritto il sacerdote Agatangelo Romaniello (13) che, nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 36 parlando della sua Roccagloriosa, in proposito scriveva che: “Al conte Leo normanno successe, come signore del paese, il figlio, conte Manzo, il quale il 3 Maggio 1130, prossimo a morire, fece testamento e dotò il monastero con tutte le sue terre annesse, con giurisdizione sui coloni del castello e con il numeroso gregge che apparteneva alla moglie Gaitellina, riservando ai suoi eredi il diritto di presentare la badessa dopo la morte di Altruda. Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65)”. L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, il Romaniello sosteneva che una copia dall’originale del Testamento del conte Manso o Mansone e della sua ratifica trascritta dal sacerdote don Pantaleo Romaniello si conservavavo presso l’Archivio di Stato di Napoli. Sull’origine della notizia di un testamento del conte Manso o Mansone, riferita dall’Antonini e dal Laudisio, poi in seguito ripresa dal Cataldo, dal Romaniello ecc…, devo precisare che essa deriva da alcuni documenti che fin dal 1434 furono presentati davanti alla Real Corte della Sommaria per liti pendenti fra le Università del luogo (Rofrano, Roccagloriosa) contro i vescovi di Policastro per le loro indebite usurpazioni, di cui parlerò in seguito. Le liti con la curia vescovile di Policastro ed i Capece, i Tosone ecc…Alcuni di questi documenti che attestano antiche donazioni normanne furono fatte valere nei processi pendenti.  Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il monastero anzidetto (1615). Nel giudizio, il Seminario si avvalse della sentenza dell’Abbate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre del 1434 che condannava l’Abbate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32) ecc..”. In questi interessanti passaggi, l’Ebner, sulla scorta delle sentenze e delle liti fra i feudatari e la curia di Policastro chiariva alcune notizie rimaste frammentarie. Ebner, sulla scorta del Ronsini scriveva che furono proprio questi atti dei processi intentati dai vari feudatari o universita di Rofrano e di Roccagloriosa contro i vescovi di Policastro che fecero conoscere alcune notizie sulle origini dei monasteri a Roccagloriosa. Secondo questi Atti, di cui parla anche il Ronsini (….) ed il “Libro delle memorie” di Placido Tosone, il conte Mansone era figlio del conte Leone, ma non era fratello di “Altruda” ma, ella era sua figlia. Inoltre, Ebner, sulla scorta di queste antiche sentenze scrive che nel 1133, Guido e Alessandro, che nel 1133 ratificarono il testamento di Mansone erano i suoi nipoti non i suoi figli. Ebner, a p. 435, nella nota (27) postillava che: “(27) Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Ebner, a p. 435, nella nota (29) postillava che: “(29) Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura).”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner riteneva il documento del 1133 della ratifica del testamento di Manso falso. Ebner, parlando di Rofrano scrive diverse notizie molto diverse da quelle che sono state dette da Romaniello, dall’Antonini, dal Laudisio. Ebner, cita il Ronsini (10) che, nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone. Il Ronsini (10) che in un suo pregevole scritto, a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel ‘Libro di memoria’.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione, contenuto nei “registri di don Placido Tosone”, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro. Inoltre, devo pure precisare che questi documenti e notizie storiche oltre al citato Antonini (….) provengono pure dagli atti di processi e cause pendenti contro la curia di Policastro. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (18) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Napoli promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Dalla Relazione anzidetta, traiamo l’immagine della Fig…. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, dice che lo stesso: “Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, Ufficio Politico, fra le scritture della Curia del Cappellano Maggiore, e propriamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Joannis De Afficto Baronis Roccagloriosae contro D. Dominucum de Afficto cessionarium terrae prae col consenso di ‘Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1°, pandetta 2° N. 220.” e, nella sua nota (1), il De Micco postillava che il documento che ivi pubblichiamo è conservato: “Vol. 1° de’ documenti del Seminario fol. 1 e 4.”. Il De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”, e poi prosegue nell’immagine di Fig……

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(Fig….) Trascrizione della ratifica del Testamento del conte Mansone, datato 7 aprile 1133

Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scriveva a p. 1 che: “In sul finire del secolo VI i Bulgari, sulla vetta di una roccia nelle terre da essi occupate, costruirono un castello ed indi una Chiesa in onore della Beata Vergine Assunta in Cielo da cui il paese, che posteriormente vi surse, prese il nome di Roccagloriosa (Arx Gloriosa) ed i monaci Benedettini vi fondarono un Cenobio dal titolo di ‘S. Mercurio’ (1 – Antonini p. 385). Roberto il Guiscardo assegnò il territorio col castello al Conte Leone di stirpe Normanna, il quale trasformò il Cenobio in tre monasteri di donne dello stesso ordine Benedettino. Il Conte Mansone, figlio del detto Leone, riunì in un solo i tre sodalizi, serbando il primitivo titolo di S. Mercurio. Indi esso Conte Mansone, con testamento del 3 maggio 1130 per notar Cioffi, legò diversi territori ‘in piena proprietà e dominio’ alla figlia ‘Altruda’, la quale si fece monaca in detto Monastero, ed ‘allo stesso Monastero’. Ecc…ecc..”. Al momento conosciamo altri quattro documenti d’epoca Normanna, che riguardano le nostre zone, dominate dai signori Normanni ed il vescovo Arnaldo: 1) la donazione o testamento o Istrumento del Conte Normanno LeoneIl De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenimenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”.

Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (29) postillava che: “(29) Negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che nel 1133, Guido e Alessandro, nipoti del conte Mansone, forse i nuovi feudatari, confermarono il testamento e le volontà testamentarie volute dal conte Mansone, sul letto di morte nell’anno 1130. Inoltre, Ebner non solo riteneva il documento falso ma dubitava pure sul Vescovo di Policastro che intervenne alla stipula della ratifica, Arnaldo. Infatti, l’Ebner (….), nella sua nota (29), postillava in proposito“negli atti del processo già il documento era stato ritenuto falso (basterebbe già la data. Nessun documento del tempo ha il giorno della stesura)”. Ebner cita a riguardo la cronostassi dei Vescovi di Policastro indicata dal Laudisio nella sua “Sinossi” e l’altra che stilò il sacerdote Giuseppe Cataldo (….). Infatti, Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara. Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner riteneva il documento del 1133 della ratifica del testamento di Manso falso.

Nel 1131, re Ruggero II d’Altavilla, con il “Crisobollo” conferma all’Abate Leonzio (al feudo di Rofrano e Grottaferrata e non al Monastero di S. Mercurio a Roccagloriosa) la vasta tenuta del ‘Centaurino’

La vasta tenuta detta di “Cannamaria” (il monte Centaurino) figura nella dote testamentaria che nel 1130, il conte Manso o Mansone dispose il lascito per il rifondato e riunito monastero claustrale di San Mercurio a Roccagloriosa di cui la figlia Altrude divenne Badessa. Il Centaurino figura nel testamento del conte Mansone come bene burgiansatico e allodiale. Questo vasto tenimento, forse era un lascito del conte Normanno Leone e sua moglie Gatullina al figlio erede Mansone. Non si sa. Ma questa vasta tenuta e possedimento feudale viene citato e figura fra i beni che re Ruggiero II d’Altavilla dona all’Abate Leonzio dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, ovvero risulta nel cosidetto “Crisobollo” di Re Ruggero II d’Altavilla. E’ un fatto da verificare e da approfondire come sia accaduto che un bene concesso all’Abbazia Tuscolana, da cui dipendeva quella di Rofrano, possa essere compreso nei beni privati di Mansone, conte di Roccagloriosa e di Padula. Il periodo è più o meno lo stesso. Il bene in questione risulta nella proprietà dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo per concessione di re Ruggero II e risulta pure nella proprietà del monastero di San Mercurio per testamento del conte Mansone. Forse in epoca Normanna, al tempo di re Ruggero II, l’antico Monastero di monaci di San Mercurio a Roccagloriosa dipendesse dal controllo dell’antica Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano che a sua volta dipendeva direttamente dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Con questo antichissimo privilegio, Re Ruggero II di Sicilia confermava le precedenti concessioni fatte all’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (l’odierna Frascati), da cui dipendeva l’antichissima Abbazia di Grottaferrata a Rofrano a cui erano stati concessi detti privilegi. Re Ruggero II, confermava le precedenti donazioni di possedimeni concessi da Ruggero I all’Abbazia di Rofrano. Fra questi posssedimenti vi era una grande tenuta boschiva chiamata il “Centaurino”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p……, in proposito scriveva che: “Pietro Ebner fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino ecc..”. Il Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33,  che cita le controversie legali sorte dopo la vendita di alcuni beni dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati). Ebner (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, …..all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e del figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto “in Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”honorando religioso domino Leontio abati Dei Genitricis Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita”. L’Ebner, nella sua nota (89), dice che: “(89) V. D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano’, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS = Archivio di Stato di Salerno, è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV = Archivio della Diocesi di Vallo della Lucania) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Dunque, come scriveva l’Ebner, la vasta tenuta del Centaurino, forse già antica e longobarda donazione all’Abbazia di Rofrano, era fra i “i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo ad interminabili controversie (89).”. Pietro Ebner (7), nel suo “Economia e Società nel Cilento Medievale”,vol. I, a p. 496 ci parla degli “Statuti di Rofrano” ed a p. 498 pubblica la trascrizione del cosiddetto “Crisobollo di re Ruggiero”, tratta dal Ronsini (….). Ebner, a p. 496, in proposito scriveva che: “Prime notizie sicure al diploma  di re Ruggiero, rilasciato a Palermo nell’aprile del 6639 e cioè del 1131, IX indizione (1). Con questo documento, che trascriviamo dal codice di Grottaferrata (Ebner si riferisce al codice Cryptense Z δ XII), il re confermava all’abate Leonzio di quel cenobio (“tibi onorando religioso domino Leonzio, abbati sanctae Dei genitricis Criptae Ferrate ad nos profecto, ac supplicante (…) ecclesiam sanctae Mariae Rofrani, sitam in partibus Policastri, cum omnibus granciis, villis et pertinentiis suis”), le grancie, le ville, boschi e pertinenze, e anche i terreni con edifici, ecc..dipendenti dalla chiesa e dal cenobio ivi esistente (2).”Ebner, vol. I, a p. 496, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Descrizione precisa dei confini naturali e dei segni artificiali scolpiti su pietre, specialmente di quelli che racchiudevano la vasta tenuta denominata Centaurino, causa di annose liti tra i vescovi di Policastro, per conto del loro seminario, e i comuni di Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza, le cui terre confinavano con il Centaurino, che aveva preso nome ‘a fonte Centaurini’.”. Ebner si riferiva e parlava dell’antico documento di cui parlava l’Antonini (…) e l’Ebner (7) è chiamato “Crisobollo di Ruggero”. Si tratta di una donazione (diploma come lo chiama l’Ebner o Crisobollo come lo chiama la Follieri), fatta da Ruggero II d’Altavilla il Normanno, figlio di Ruggero I e Re di Sicilia, a Leonzio, forse Abbate dell’Abbazia di Grottaferrata a Rofrano. L’Ebner, poi prosegue e riguardo all’antico documento Normanno del 1131, scriveva che:  “Il diploma conferma le concessioni già fatte dai predecessori (“consobrino Rogerio nec non filius eius duce Guglielmo”) dall’enorme estensione di terre che dipendevano dal monastero di Rofrano. Un insediamento che certamente risale al IX-X secolo, poi collegato con l’abbazia tuscolana dopo il probabile passaggio di S. Nilo e la fondazione di Grottaferrata.”. Abbiamo visto, però che, la vasta tenuta del Centaurino non era solo nei beni della chiesa di Rofrano e poi in seguito dell’Abbazia tuscolana ma faceva parte della disponibilità del conte Mansone. Come scrisse Pietro Ebner (7), il vasto possedimento del Centaurino, in seguito al passaggio del monastero di S. Mercurio al Seminario della Curia Vescovile di Policastro, diventò oggetto di liti pendenti davanti a diverse corti di giustizia. Diverse furono le cause vertenti dal XVIII secolo in poi, tra la Curia ed alcuni Comuni viciniori, per il possesso di alcuni antichissimi possedimenti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e di altre Abbazie e Monasteri dei Comuni vicini. Tutti questi possedimenti e privilegi, tra cui anche quella del ‘Centaurino’, si potevano far ricondurre ai primi titoli concessi dai re Normanni ai monaci di alcune Abbazie e Monasteri sparsi sul nostro territorio, poi in seguito, caduti in disfacimento a causa dell’incuria ma soprattutto a causa dell’usurpazione che ne fecero alcuni baroni ed al trasferimento di questi beni alla Curia Romana. L’Ebner (7), a p. 435, nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popolo nel Cilento’, parlando di Policastro e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, sulla scorta del Ronsini (10), scrive: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, …da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (Ronsini (…), p. 29), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc…(…).”. Alla sua nota (27), l’Ebner, scrive che: “Lite con i Capece che continuavano a tenersi intestato il feudo, con il fisco per pagamenti contestati, con il principe di Bisignano per i confini di Sanza, soprattutto con l’episcopio di Policastro circa la vasta tenuta del Centaurino.”Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31), per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’Università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’Abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il momastero anzidetto (1615). Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che: “(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Ritornando al diploma del 1131, del re Ruggero II, in cui figurano la vasta tenuta del Centaurino fra le precedenti donazioni confermate da re Ruggero II alla chiesa di Rofrano e di Grottaferrata, Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinossi etc..”, a p. 74 (vedi versione a cura di Visconti), in proposito scriveva che: “Il Re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; nello stesso tempo, concesse al Vescovado il feudo di quel castello che da lui fu detto Castel Ruggero. Come risulta poi da un’antico manoscritto, poichè in un bosco adiacente si vedevano molto spesso degli orsi nelle vicinanze di una torre che vi era eretta, il luogo cominciò ad essere frequentato dai coloni che vi andavano a caccia, e così a poco a poco quel feudo da rustico divenne urbano e prese il nome di Torre Orsaia (53).. Il Laudisio, nella sua nota (52) postillava che: “(52) Ughell., cit., tomo 7, col. 758 (p. 542: Robertus, Normandus dux, ann. Christi 1065 eam destruxit, quam Rogerius rex magnificentius inde restituit ac comitatus titulo exornatam Simeoni filio suo notho dedit)”. Il Laudisio, nella sua nota (53) citava il Troyli, Historia Neapolitana, tomo I, part. 2, n. 66 (pp. 171-172: “…..”.”. La studiosa Giovanna Falcone (14), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), scriveva che: “Il privilegio di re Ruggero II d’Altavilla, confermava una precedente donazione risalente ai normanni duchi di Puglia Ruggero Borsa d’Altavilla, succeduto al padre Roberto il Guiscardo nel 1085 e morto nel 1111, ed al figlio di questi, Guglielmo morto nel 1127. Nel settembre del 1130 papa Anacleto II, concedendo al conte di Sicilia Ruggero II la dignità regia, fondava il nuovo Regno di Sicilia che includeva, oltre la Sicilia, la Calabria, il ducato di Puglia e le regioni fino a quel momento sottoposte all’autorità dei duchi normanni del Mezzogiorno peninsulare. Molto tempestivamente, quindi l’abate di Grottaferrata si premurò a richiedere al nuovo signore, il re Ruggero, la conferma dei possedimenti di Rofrano che fu concessa nell’aprile del 1131. Il documento è detto crisobollo perchè munito di sigillo d’oro.”. La Falcone, prosegue il suo racconto e scriveva: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobari di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”. Di seguito pubblico la trascrizione del “Crisobollo” tratta dal Ronsini (….), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, Salerno, 1873, p……, dove possiamo leggere che tra le località ed i possedimenti concessi da re Ruggero II d’Altavilla figurava anche la vasta tenuta del monte Centaurino:

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Riguardo il possedimento della vastatenuta del Centaurino”, recentemente ho rintracciato all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, la Relazione del 1895 del Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli De Micco (….), nella Causa vertente tra ilPel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipografia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il comm. De Micco (….), nella sua Relazione a p. 73, riferendosi alla causa del Comune di Rofrano contro il Seminario di Roccagloriosa, in proposito si chiedeva: “Ed era lecito a lui mettere in dubbio l’autenticità del testamento del Conte Mansone; quando unico suo titolo era uno pseudo documento attribuito a Re Ruggiero, che si dice fatto originariamente in greco e presentato per la traduzione, per la prima volta dopo sette secoli, ignorandosi chi lo avesse custodito per così lungo tempo, e che era contestato e distrutto dal fatto del possesso del Seminario e dalla qualità di colono e lavoratore che aveva l’Abate di Grottaferrata di Rofrano ?.”. Giuseppe Barra (….), nel suo “Rofrano – Terra della civiltà Greco-Bizantina”, a p. 23, in proposito scriveva che: “Il re, dunque, confermò anche all'”ecclesiam sanctae marie rofrani sitam in partibus policastri” le sue “grantiis villis et pertinentiis”, e cioè i cenobi ecc…, due case a Salerno, il feudo del “Centaurino” posto tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza (35), ecc…”. Il Barra, a p. 23, nella sua nota (35) postillava che: “(35) Cfr. Breccia, p. 220“. Il Barra si riferiva a Gustavo Breccia, p. 220 del suo “Il monastero di S. Maria di Rofrano Grangia Criptense, note storiche”, in ‘Bollettino Cryptense’.

Nel XII secolo, le Baronie cresciute con Guglielmo I detto il ‘Malo’

Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Dunque, Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, successore di Ruggero II di Sicilia, ovvero dopo la sua morte. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo fu re di Sicilia dal 1154 al 1166. «Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine». Il Fusco dunque, per la storia del Vallo di Diano citava il Codice Verginiano dove sono pubblicati oltre 6000 documenti conservati all’Abbazia di Montevergine che come sappiamo aveva acquistato buona parte dei possedimenti e dei beni della chiesa del Vallo di Diano. Fra questi documenti, la gran parte riguardano documenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che in queste terre ebbe un ruolo fondamentale e possedeva tantissimi monasteri e grangie. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano quella del ‘vescovo-barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’igùmeno del cenobio greco di San Giovanni a Piro; e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Ecc…”. Secondo i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) pare che, Policastro fosse rimasta Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…), anche all’epoca di Federico II di Svevia. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Dunque, Pietro Ebner, scriveva che al tempo dei due re Guglielmi, Guglielmo I il Malo e re Guglielmo II il Buono, si formarono anche grazie ai due regnanti Normanni, delle vere e proprie Baronie ecclesiastiche, come quella molto potente dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, di Rofrano, di Policastro (di Torre Orsaja), ecc….Queste baronie, divennero via via molto potenti fino all’ascesa di Federico II di Svevia che le combattè cercando di riportarle nel loro giusto potere feudale. Nel 1189, dopo la morte di re Guglielmo II il Buono, sebbene la capitale del Regno di Sicilia fosse a Palermo, Salerno e le nostre terre, avevano ancora un ruolo particolare ed importante nel Regno. Lo dimostra la notizia che, nell’anno 1189, forse era già morto re Guglielmo II il Buono e ritroviamo Riccardo Florio di Camerota a fianco del suo collega Luca Guarna a derimere una controversia giudiziaria. Non abbiamo notizie certe in merito alla situazione nel Golfo di Policastro e delle altre Baronie sorte durante l’epoca dei due re Guglielmi. I principi e signori, oltre ad offrire feudi, beni e privilegi, donarono all’abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni o la proprietà o il diritto di patronato su chiese e monasteri. I vescovi ambivano di avere nelle loro diocesi i Cavensi per il bene che vi operavano. I papi, oltre la conferma delle donazioni, concessero il privilegio dell’esenzione. In questo modo l’abate di Cava dei Tirreni finì per avere una giurisdizione spirituale, dipendente solo dal Papa, sulle terre e sulle chiese di cui la Badia aveva la proprietà. Da parte sua Cava costituiva per i papi un caposaldo di cui potevano fidarsi pienamente, tanto da affidarle in custodia alcuni antipapi. Degli anni e della dominazione Normanna, Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 145, in proposito alla fine della dominazione Longobarda e agli albori della Baronia ecclesiastica dell’Abazia di Cava dei Tirreni, scriveva che: “Nel 1100, infine, per volontà di papa Urbano II, si stabilì, tramite uno strumento pubblico rogato nel castello di Agropoli, quali fossero i confini fra il territorio del vescovo pestano e quello della Badia di Cava che una ventina di anni dopo avrà il suo centro spirituale, economico e militare nel nuovo ‘castello dell’Abate’.”. Sempre il La Greca a p. 168, scriveva che: “Possesso della Badia di Cava erano gli approdi di ‘Santa Maria di Giulia’ (odierna San Marco), di ‘San primo di Cannicchio’ (a nord-ovest di Acciaroli), di Santa Maria di Pioppi (Pioppi), dello ‘Stagno’ (o ‘Marinelle’, a Tresino di Agropoli), del ‘Puzzillo’ (fra Santa Maria e San Marco di Castellabate) di Oliarola’ (Ogliastro marina) e San Matteo (alla foce dell’Alento), che rappresentarono il naturale sbocco di mercato dei prodotti agricoli in eccedenza dell’entroterra, gestito con oculatezza, soprattutto tramite costanti miglioramenti dei rapporti coi coloni che i benedettini seppero instaurare sulla scia della riforma agraria già operata a Sant’Arcangelo da Pietro da Salerno fin dal 1067.”.

Nel 7 aprile 1133, i conti GUIDO e ALESSANDRO, figli del conte GISULFO ed il frattello del visconte Mansone, LANDONE di ROCCA (?) ratificarono il testamento di Mansone del 1130

Come diremo innanzi, il 7 aprile 1133, i nipoti del conte Mansone, i fratelli “Guido e Alessandro”, insieme allo zio “Landolfo” o “Landone”, confermarono il testamento del defunto visconte Mansone, conte di Roccagloriosa e Padula, che fece testamento forse nel 1130, secondo quanto scrive l’Antonini, donando alla figlia “Altruda” beni per il monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa. Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua prima edizione della “La Lucania – Discorsi”, parlando di Roccagloriosa, a pp. 385-386, riferendosi al “testamento” del conte Manso o Mansone del 1130, in proposito scriveva che: Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; ecc…”. Nel 7 aprile del 1133, dopo tre anni dalla morte di Manzo o Mansone, conte di Roccagloriosa e di Padula, il suo testamento del 1130, dove egli lasciava a suo figlia Altrude etc…, venne ratificato da suo fratello “Landone”, e dai suoi due nipoti “Guido” o “Guidone” e “Alessandro”. La ratifica del testamento di Manso, del 7 aprile 1133 del precedente testamento “Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, “fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio”. Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, a p. 435, anche sulla scorta del Ronsini (….) parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, in proposito scriveva che: Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, Ebner parlando di Rofrano e sulla scorta del Ronsini (…) scriveva di “Guido e Alessandro”, nipoti del “conte Mansone” e figli di “Gisulfo”, di cui ho già detto in precedenza. Il testamento del conte Mansone fu confermato davanti al vescovo di Policastro “Guido” dai due fratelli “Guido e Alessandro”. Chi fossero questi due feudatari, parenti ed eredi del conte Mansone ? Secondo i documenti e le fonti che ci parlano del testamento del conte Mansone non si dice nulla. Indagando sulla figura dei due fratelli Guido e Alessandro, leggiamo da Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II che,a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: Beni, come abbiamo visto, già di Mansone e dei figli Gisolfo e Landolfo e poi di Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, e da essi donati al monastero Cavense.”. Dunque, l’Ebner parlando di una donazione delle due figlie del conte “Glorioso” è molto chiaro. Secondo Ebner, il conte Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisolfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Dunque, il due fratelli, Guido e Alessandro che, nel 1133, secondo l’Antonini confermarono il testamento del conte Mansone, erano figli del conte GISOLFO che, a sua volta era figlio del conte Mansone. Chi era questo Gisulfo, padre dei due fratelli “Guido e Alessandro” ?. Riguardo il “Gisulfo”, padre di Guido e Alessandro, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: Nel 1114 Landolfo, un altro figliuolo del conte Mansone, con i fratelli Guido e Alessandro, figliuoli del fu Gisulfo, già monaco a Cava, confermarono (14) etc…”. In questo passaggio l’Ebner riferendosi ad una donazione del 1114 scrive che il conte “Gisulfo” era già monaco a Cava. Ebner, a p. 681, nella nota (14) postillava che: “(14) I, ABC, XIX, 97 gennaio a. 1114, VI.”. Ancora altre notizie su “Gisolfo”, vi è quella tratta da Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, che, vol. II, a pp. 115 parlando di “Licosa” in proposito scriveva che: Nel 1114, Landolfo, figlio del conte Mansone, e i fratelli Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, poi monaco i cui resti vennero tumulati nel monastero cavense, dichiararono (10) che il rispettivo loro padre e avo “pro amore omnipotentis dei et pro salute animarum suarum” avevano offerto al monastero la quarta parte del monastero di S. Giorgio, costruito nel distretto di Cilento, …..e la quarta parte del monastero di S. Zaccaria a li Lauri. Tutto ciò insieme a quanto il predetto Mansone possedeva ad Acquavella, Licosa, Tresino e Staino.”. Ebner, a p. 115, nella nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, XIX 97, gennaio a. 1114, VI, Salerno”. Ebner scriveva chiaramente la notizia che ci parla del conte “Gisulfo” quando riferisce della donazione di Licosa. Ebner, scriveva che Guido e Alessandro, figli del fu Gisulfo, poi monaco i cui resti vennero tumulati nel monastero cavense, dichiararono (10) etc…”. Ebner, a p. 115, nella nota (10) postillava che: “(10) I, ABC, XIX 97, gennaio a. 1114, VI, Salerno”Le notizie chiare ed inequivocabili di Ebner però a volte non coincidono con le altre notizie dateci da Piero Cantalupo (….), nel suo “Acropolis”, vol. I, sulla “Contea di Capaccio”. Infatti, il Cantalupo, nella nota (2) postillava che Glorioso ebbe due figlie: Itta e Sichelgaita e non scrive di “Gisulfo” come rilevava l’Ebner. Infatti, sempre riguardo “Gisulfo” figlio del conte “Glorioso”, il Cantalupo, a p. 134,nel suo prospetto sui conti di Capaccio non mette “Gisolfo” tra i figli di “Glorioso” ma mette solo le due figlie femmine “Itta e Sichelgaita”. Del resto l’Ebner non dice che “Gisolfo” era figlio di “Glorioso” ma dice che egli era figlio del conte Mansone.

Indagando ancora sui tre feudatari che ratificarono il testamento di Mansone, mi chiedo chi fossero i tre feudatari che probabilmente ereditarono la giurisdizione sul feudo di Roccagloriosa ?. Entrambi figurano nel cosiddetto “Catalogus Baronum” che risale all’epoca di Guglielmo II detto il Malo. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, nel vol. II, a p. 416, parlando di Tortorella scriveva che: “Notizie sicure sono invece nel ‘Catalogus baronum’ (12) che segnala almeno 11 cavalieri dal predicato di Roccagloriosa.”. Ebner, a p. 416, nella nota (12) postillava che: “(12) ‘Catalogus’ cit., (Jamison, p. 103) nn. 560-565: Pietro Biviano (7 villani e con l’aumento ‘obtulit militem’ I); Pietro di Guaimario…., Lando (8 villani e con l’aumento un milite); Roberto, fratello di Lando, (2 villani e con l’aumento pure un milite); Landolfo di Rocca (4 villani e con l’aumento un milite); Guglielmo di Rocca, a dire del questore Alfano di Castellammare della Bruca (Velia), aveva 13 villani; mentre Fimiano ne aveva 4; Guido Capodomine 3; Raul di Rocca 3; Guido e Alessandro 3; ‘Gualterius rusticus villanum unum’. Cfr. Ebner, Economia e società cit., p. 241.”. Riguardo i due nipoti del conte Mansone e figli di Gisulfo, “Guidone e Alessandro”, ed il loro zio “Landolfo” ha scritto anche il cav. De Micco (….), di cui parlerò innanzi. Egli a p. 71, in proposito scriveva che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Il De Micco, cioè scriveva che i nomi dei tre feudatari di Roccaglriosa figurano anche nel “Catalogus Baronum”. Dunque, il 7 aprile 1133, gli eredi maschi del conte Manso o Mansone erano il fratello Landolfo di Rocca (che appare pure sul “Catalogus baronum”) ed i nipoti Guido e Alessandro. Dalla causa citata dal De Micco (…), apprendiamo che i personaggi della ratifica e conferma del  testamento del Conte Mansone, li troviamo citati e presenti nel ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, e pubblicato dalla Evelyn Jamison (…). Si tratta di Landulfo, fratello del Conte Mansone e figlio del Conte Normanno Leone (forse morto all’epoca) e pure si parla di Guidone, figlio di Alessandro (altro nipote di Leone e di Gaitellina sua moglie). Tutti militi di Rocca Gloriosa, come si può vedere nell’immagine tratta dal ‘Catalogus, pubblicato dalla Jamison.

de Rocca Gloriosae

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di Roccagloriosa, n. da 560 a 565

Nel ‘Catalogus baronum’ figuravano “Landolfo di Rocca (4 villani e con l’aumento un milite);”, e pure Guido e Alessandro 3;”. I feudatari della contea o del feudo di Roccagloriosa che successero al conte Manso o Mansone dopo la sua morte (a. 1130), dovrebbe figurare un certo “Landolfo di Rocca” che ritroviamo nel “Catalogus Baronum”. Secondo il ‘Catalogus baronum’, compilato nel 1185, i feudatari di Roccagloriosa (….), che governarono e signori del luogo: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Secondo il ‘Catalogo dei Baroni’, pubblicato dal Borrelli (….), i feudatari e i signori del luogo che governarono in queste terre ed in particolare a Roccagloriosa, furono: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”.

Nel 7 aprile 1133, la ratifica del testamento del conte Mansone, di Guidone e Alessandro, eredi del conte Mansone e figli di Gisulfo (figlio di Glorioso di Capaccio)

Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua “La Lucania – Discorsi”, parlando di Roccagloriosa, a pp. 385-386, riferendosi al “testamento” del conte Manso o Mansone del 1130, in proposito scriveva che: Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; etc…”Dunque, l’Antonini cita un certo “Conte Guidone nipote di Manso”. In precedenza abbiamo detto delle volontà testamentarie che nel 1130, prossimo alla morte, lasciò il conte Manso o Mansone, figlio del conte normanno Leone e conte di Roccagloriosa e Padula. Il “Conte Guidone nipote di Manso” era dunque un nipote del conte o visconte Mansone. Antonini, il conte o visconte “Mansone”, lo chiama “Manso”. Antonini ci parla dei due nipoti di Altrude che il 7 aprile 1133 ratificarono il testamento del loro padre Manso estinto nel 1130. Chi era il conte “Guidone, nipote di Mansone” ?. Il sacerdote Agatangelo Romaniello (16) parlando di Roccagloriosa, in proposito al testamento del conte Manso o Mansone, in proposito scriveva che: Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio etc..”. “ (65). Il Romaniello cita sia “Guido” e cita pure “Alessandro” che nel 1133 ratificarono insieme allo zio “Landone” il testamento del conte Mansone. Chi erano i due feudatari di Roccagloriosa “Guido e Alessandro” che nel 1133 ratificarono il testamento dello zio, conte Mansone ?.  Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che nel 1133, Guido e Alessandro, nipoti ed eredi del conte Mansone, forse i nuovi feudatari, confermarono il testamento e le volontà testamentarie volute dal conte Mansone prima di morire nell’anno 1130. Ebner scriveva che Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dell’anatema contenuto nel documento (30). Ecc..”. Abbiamo già visto negli anni precedenti la paternità di questi feudatari. Si è visto, attraverso alcuni documenti cavensi che i conti e fratelli “Guido e Alessandro” fossero figli di “Gisulfo”, figlio di Glorioso. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Etc..”. Ebner citava un memoriale di don Placido Tosone che aveva acquistato, nel 1682, il feudo di Rofrano, con cui, poi in seguito si ebbero diverse liti, in parte già pendenti con la Curia Vescovile di Policastro. Ebner scriveva che dal “Libro delle memorie” di Placido Tosone (vedi nota 28) (che aveva acquistato il feudo di Rofrano ed ereditò alcune liti tra il Comune e la Curia vescovile di Policastro), si apprende che in una lite, un giudizio contro il Vescovo di Policastro, al tempo della lite o del giudizio intentato contro la curia vescovile per il possesso della tenuta del Centaurino, il Vescovo di Policastro mostrò Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Siamo venuti a conoscenza del testamento del conte Mansone attraverso le liti pendenti con la Curia di Policastro. Infatti, riguardo la notizia della ratifica del 7 aprile 1133, citato dall’Antonini e poi in seguito dal Romaniello, molte notizie  ci giungono attraverso i documenti prodotti nelle diverse Cause o liti pendenti dal secolo XV in poi, a seguito degli acquisti dei diversi feudatari succedutisi. Le donazioni e privilegi Normanni di cui abbiamo accennato, furono oggetto di revisione storica ed economica, proprio a causa di quelle liti. Sull’origine di alcune notizie storiche su Rofrano e su Roccagloriosa e, su i suoi monasteri, le origini di un testamento del conte Manso o Mansone, riferita dall’Antonini e dal Laudisio, poi in seguito ripresa dal Cataldo, dal Romaniello ecc…, devo precisare che essa deriva da alcuni documenti che fin dal 1434 furono presentati davanti alla Real Corte della Sommaria per liti pendenti fra le Università del luogo (Rofrano, Roccagloriosa) contro i vescovi di Policastro per le loro indebite usurpazioni, di cui parlerò in seguito. Le liti con la curia vescovile di Policastro ed i Capece, i Tosone ecc…Alcuni di questi documenti che attestano antiche donazioni normanne furono fatte valere nei processi pendenti. Il sacerdote Domenicantonio Ronsini (10), nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone e parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione, contenuto nei “registri di don Placido Tosone”, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”,  a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Dunque, il Ronsini, parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri di don Placido Tosone, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Infatti, copia dell’istrumento, dell’atto, di ratifica del 1133 del testamento di Mansone è stato più volte citato a riprova negli Atti dei Processi di lite contro i Vescovi di Policastro. Inoltre, devo pure precisare che questi documenti e notizie storiche oltre al citato Antonini (….) e a ciò che aveva scritto il Ronsini (….), molte notizie provengono pure dagli atti di processi e cause pendenti contro la curia di Policastro. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (18) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Nella Relazione del De Micco (18), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, ove si scrive a p. 1, che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone e Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130.”, poi De Micco prosegue con la conferma dal testo in latino: “Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansonis nostri avi, …..”. Per quanto riguarda uno dei due documenti, ovvero il testamento di Manso, il De Micco (….), nella sua relazione, a p. 6, in proposito scriveva che: “3°. Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio Politico, fra le ‘scritture della Curia del Cappellano Maggiore’, e proporiamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Iannis De Afflicto Baronis Roccaegloriosae contro D. Dominicum de Afflicto cessionarium terrae prae Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1° pandetta 2° N. 220”. Dunque, il De Micco trae il testamento di Mansone dalla causa civile del Barone D’Afflitto contro la curia vescovile di Policastro. Il consigliere di Cassazione Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone (la tenuta del Centaurino) riporta un estratto di una sentenza del 1600, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”

IMG_5666 - Copia

(Fig. 10) Copia della conferma del Testamento, datata 7 aprile 1133 del Conte Mansone

Il De Micco, prosegue il suo racconto nella predetta Relazione (18), scrivendo: “Laonde è dal 1130, ossia ‘otto secoli’ circa, che le monache di S. Mercurio incominciarono a godere ‘legittimamente’ e ‘pacificamente’ la ‘vasta tenuta’ CANNAMARIA, a titolo di ‘proprietà assoluta’, sia fittandola e riscuotendone la decipa parte del prodotto dai coloni che la coltivavano, e sia concedendola ‘in enfiteusi’ a piccole sezioni ed esigendo il canone; e questo dominio o possesso fu pienamente riconosciuto dal Comune di Roccagloriosa e Comuni viciniori. Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”.

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“et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria ad dandum, tradendum, solvendum.”

(Fig. 11) Estratto della Sentenza di condanna nei confronti di alcuni coloni e affittuari di Rofrano del 25 ottobre 1434, convenuti in giudizio dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’ (estratta del pari del Grande Archivio del Regno) e, pubblicata nella Relazione del De Micco (18)

Nel 3 settembre 1434 la sentenza e nel 25 ottobre 1434 la condanna dell’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro, delegato del Vescovo di Policastro per la tenuta di “Cannamaria” che condannava l’Abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano

Nel 1434 nacque una lite o controversia a causa della tenuta allodiale del Centaurino. Nell’Archivio di Stato di Napoli vengono conservati gli atti del processo sorto nel 1434 tra l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e l’Abbadessa del monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa. Per questa lite, il Vescovo di Policastro dell’epoca, Mons…………………… nominò suo delegato e giudice l’Abate dell’Abbazia di S. Giovanni a Piro che il 3 settembre 1434 emise la sentenza ed il 25 ottobre 1434 emise la condanna per l’Abate dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano. Secondo gli atti del processo, l’Abbadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio a Roccagloriosa, a mezzo del suo procuratore legale, Notaio Tommaso de Franco, convenne in giudizio l’Abate di Rofrano davanti all’Abate del Monastero di S. Giovanni a Piro, delegato per la controversia dal Vescovo di Policastro dell’epoca. Nel testo conservato presso l’Archivio Diocesano di Policastro “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune id Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti Nella Corte id Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Consigliere Comm. De Micco” pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il Comm. De Micco (….) nella sua predetta Relazione (….), in proposito scriveva che: Tra i coloni e fittaioli della indicata tenuta ‘Cannamaria’, oggi ‘Centaurino’, vi fu pure l”Abate di Grottaferrata’ con gli ‘uomini del vicino paese di Rofrano. Questi coloni presero a coltivare la ‘parte della tenuta più prossima al loro tenimento’, con l’obbligo di corrispondere un ‘oncia’, ossia carlini d’argento 60 con scadenza a 25 dicembre di ciascun anno. Però essendosi resi morosi al pagamento, furono dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco convenuti in giudizio innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’, il quale, in vista dell’evidenza delle prove, con sentenza del 25 ottobre 1434 emise la relativa condanna. Giova quì appresso riportare alcuni brani di tale sentenza estratta del pari del Grande Archivio del Regno.”. La relazione del commendatore De Micco (….) che fu redatto per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro), a pp. 69-70, riferendosi all’atto del 7 aprile 1133, stipulato dai nipoti eredi del visconte Mansone, in proposito scriveva che: “veniva nel giudizio solenne del 1434, circa cinque secoli indietro, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, pienamente confermato – ‘prout in quondam privilegio testamenti seriosius continetur’ – ; ecc…”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……Ecc..”. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435 parlando di Rofrano e riferendosi alla lite o processo sorto tra il barone di Roccagloriosa e Rofrano per la nomina dell’Abadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio, in proposito scriveva che: Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”.

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(Fig…..) Estratto della Sentenza di condanna nei confronti di alcuni coloni e affittuari di Rofrano del 25 ottobre 1434, convenuti in giudizio dall’Abbadessa del tempo, per mezzo del procurator Notar Tommaso de Franco, innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro delegato del Vescovo di Policastro, e ‘confermato dalle stesse parti in causa’ (estratta del pari del Grande Archivio del Regno) e, pubblicata nella Relazione del De Micco (20).

Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, a p. 435 parlando di Rofrano e riferendosi alla lite o processo sorto tra il barone di Roccagloriosa e Rofrano per la nomina dell’Abadessa del Monastero claustrale di S. Mercurio, in proposito scriveva che: Nel giudizio il Seminario, si avvalse della sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro del 3 settembre 1434 che condannava l’Abate del Monastero di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano (32).”. L’Ebner (…), nella sua nota (32), scrive che:“(32) La condanna era estesa ‘et homines dictae terrae coltivantes et laborantes in dicto tenimento Cagnamaria’ a pagare un’oncia, o ducati sei, ‘ratione juris census et redditus’, annualmente alla badessa di S. Mercurio nel giorno di Natale.”. Riguardo questa sentenza, Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre posseduto dai monaci, come si rileva da una sentenza (25 ottobre 1434) dell’abate di S. Giovanni a Piro (6).”. Ebner a p. 432, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Cfr. Ebner, ibid., I, p. 497, n. 4.”. Però l’Ebner, nello stesso testo, vol. I, a p. 497, non dice nulla in proposito ma parla di Altavilla. Ebner, nella sua nota (6) si riferiva al suo testo “Economia e Società nel Cilento Medievale”, vol. I, dove, infatti, a p. 497 parlando degli “Statuti di Rofrano”, in proposito scriveva che: “Il feudo fu sempre tenuto dall’Abbazia di Grottaferrata (4), ma evidentemente non doveva possedere tutti i corpi feudali se Scipione Mazzella nell’elencare i nobili inclusi nel seggio capuano nomina (a. 1369) Giacomo Morra per i feudi di Caselle, Centola, Foria, Morra, Poderia, Rofrano, Rocca Gloriosa e Sanseverino (di Centola) etc…..Comunque è certo che l’abbazia di Grottaferrata l’ebbe in possesso fino al 15 gennaio 1476, quando vendette il feudo di Rofrano ad Arcamone, conte di Borrello.”. Ebnner, nel vol. I, a p. 497, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Il 25 ottobre 1434, per sentenza dell’abate di S. Giovanni a Piro (“sententiamus, determinamus, decidemus et definemus ac condemnamus, de concilio multorum peritorum, ut supra dictum Abatem monasterii S. Mariae Gruttae Ferratae contumacem), l’abbazia di Grottaferrata venne condannata (ac homines universitatis Cagnamario) a pagare alla badessa del convento di S. Mercurio di Roccagloriosa ogni Natale ‘uncian in carolenis argenti boni et iusti ponders, sexaginta pro uncia et duobus pro tareno’.”.

Nel 1682, il “Libro delle memorie” di don Placido Tosone e la vertenza giudiziaria contro il Vescovo di Policastro per il Seminario di Roccagloriosa

Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, a p. 435, anche sulla scorta del Ronsini (….) parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per ducati 10.100, con diminuzione del prezzo approvata dai creditori, da Placido Tosone, il quale erditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle Memorie’ di Placido Tosone (28) si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monastero di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Nel 1133 i nipoti del conte Mansone, Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome dall’anatema contenuto nel documento (30).”. Dunque, Ebner chiarisce che le notizie storiche intorno al testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, e della successiva conferma nel 1133 dei suoi nipoti Guidone e Alessandro proveniva dalla lite che nel 1682 scoppiò tra il nuovo acquirente del feudo di Rofrano, “Placido Tosone” ed il Seminario di Policastro (ex Monastero fmminile di clausura di S. Mercurio di Roccagloriosa). Infatti, nel ……., il vescovo Magri, fondò il Seminario Vescovile di Roccagloriosa. Ebner, a p. 635, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29.”. Ebner si riferiva al sacerdote Domenicantonio Ronsini (….), che nel 1873 scrisse e pubblicò “Cenni storici sul Comune di Rofrano”, dove racconta delle vicende feudali del casale di Rofrano. Infatti, il Ronsini, a p. 28 parlando di “don Placido Tosone”, in proposito scriveva che: “Tosone col feudo ebbe il retaggio di numerose liti. Lo molestò Capece, che continuava a tenersi intestato il feudo, pretendendo invalida la vendita (1). Lo molestò il Fisco per pagamenti di pesi già soddisfatti dal Predecessore. Per chimeriche pretensioni sulla montagna del Centaurino, e S. Leo lo vessò M. De Rosa vescovo di Policastro, e colla scomunica durata otto anni, arma terribile una volta a’ Monarchi stessi, lo costrinse ad un incauta convenzione etc…”. Dunque, , nel 1682, il vescovo di Policastro M. De Rosa, portò in giudizio don Placido Tosone per rivendicare la proprietà del Monte Centaurino, ovvero la vasta tenuta di “Cannamaria” che, fu appunto donata dal conte Leone, padre del conte Mansone, al monastero femminile di S. Leo e S. Venere a Roccagloriosa. Questa notizia si desume dalla causa per la proprietà della tenuta allodiale di “Cannamaria” che poi è stato oggetto del lascito del conte Mansone nel 3 maggio 1130 alla figlia Altruda, badessa del monastero claustrale di S. Mercurio di Roccagloriosa. Lascito poi confermato dai due nipoti del Mansone, Guido e Alessandro. Ebner (….), a p. 435, scriveva che: Dal ‘Libro delle Memorie’ di Placido Tosone (28) si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro.”. Il “Libro delle Memorie di don Placido Tosone”. Il Ronsini, a p. 29, in proposito scriveva che: “Queste notizie del Feudalesimo ho raccolte per la maggior parte da vari istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed in ispecie dell’istrumento del 1728 per N. Mansione. I Registri repertori e quinternioni furon verificati nel 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel suo Libro di memoria. Il suo erede D. Scipione me l’ha gentilmente esibito, di che gli rendo pubbliche e distinte grazie (1).”. Dunque, il Ronsini, a p. 29 chiarisce che Scipione Tosone nel 1800 gli mostrò il manoscritto di don Placi Tosone suo avo che il Ronsini chiamò “Libro delle Memorie”. Inoltre, sulla lite in questione tra il vescovo di Policastro ed i Tosone di Rofrano, Pietro Ebner (….), nel suo vol. II di ‘Chiesa, Baroni e popolo nel Cilento’, a p. 435, anche sulla scorta del Ronsini (….) parlando di Rofrano e delle Cause vertenti tra la Curia Vescovile di Policastro ed il Comune di Rofrano, in proposito scriveva che: “Rofrano esercitò il diritto di demanio sul Centaurino (31) per più di 4 secoli, poi sorse una lite tra il barone di Roccagloriosa e l’università di Rofrano per la nomina della badessa di S. Mercurio e poi per la nomina dell’abate quando le monache abbandonarono quel monastero. Il vescovo di Policastro (G. Antonio Santonio) ne approfittò per incorporare al Seminario il manastero anzidetto (1615).”. Riguardo le notizie storiche sin qui dette ed i giudizi o liti tra il Seminario Vescovile di Roccaglioriosa, la Curia ed i Tosone vi è una interessante Relazione conservata all’Archivio Vescovile della Diocesi a Policastro. Si tratta  della relazione del commendatore De Micco (…) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Napoli promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Si tratta della Relazione “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, pienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’..”. Il De Micco (…), nella sua Relazione, a p. 9, scrive che: “Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone ed Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130. ‘Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansionis nostri avi,…”. Il consigliere di Cassazione Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone (la tenuta del Centaurino), in proposito scriveva che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; ecc..”.

Nel 7 aprile 1133, Guido, vescovo di Policastro (?) appare nell’anatema della ratifica del testamento di Mansone

Nel 1745, il barone Giuseppe Antonini (5), nella sua prima edizione della “La Lucania – Discorsi”, parlando di Roccagloriosa, a pp. 385-386, riferendosi al “testamento” del conte Manso o Mansone del 1130, in proposito scriveva che: Fu cotal disposizione ratificata dal Conte Guidone nipote di Manso; ecc…”. Il sacerdote Romaniello Agatangelo (16) nel suo “Roccagloriosa nella tradizione e nella storia”, a p. 37, in proposito scriveva che: Questo testamento, tre anni dopo, cioè il 7 aprile 1133, fu ratificato dai nipoti di Altruda, Guido e Alessandro, in favore del medesimo monastero di San Mercurio “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. (65). L’Agatangelo (16), nella sua nota (65), postillava: “Una copia del testamento e della ratifica di esso si conserva nell’Archivio parrocchiale: fu descritta dal parroco D. Pantaleo Romaniello dall’originale esistente nell’Archivio di Stato di Napoli.”. Dunque, l’Agatangelo scriveva che il testamento di Mansone, visconte di Roccagloriosa, morto nel 1130, nel 7 aprile 1133 fu ratificato dai suoi nipoti ed eredi e scrive pure che sull’anatema dell’atto è scritto “per benevolenza verso Guido, allora vescovo di Policastro, in remissione dei peccati ed in suffragio delle anime dei parenti”. Infatti, Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, sulla scorta del Ronsini (10), scriveva che: “Nel 1133, i nipoti del conte Mansone…lo confermarono. All’istrumento intervenne anche il Vescovo di Policastro, di cui apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento (30).”. Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava dell’anatema contenuto nell’atto di ratifica del testamento che: “(30) Nel documento del 1133 è detto “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”.”. Dunque, Ebner, presumento di conoscere l’atto di ratifica postillava che sull’atto vi era scritto che: “Ego Guido policastrensi episcopus, una cum nostrum clericorum presentia, exicomunicamus et anathemizzamus omnes qui hec scripta frangere vel diminuire voluerant”, che tradotto significa che: “Io sono il vescovo di Polycastro, insieme alla presenza del nostro clero, scomunicamo e anatemiamo tutti coloro che hanno voluto rompere o sminuire questi scritti”. Dunque, riferita la notizia possiamo soffermarci sull’altra notizia che il 7 aprile del 1133, la Diocesi di Policastro era retta dal Vescovo chiamato “Guido”. Chi era questo vescovo di Policastro chiamato Guido ?. In quegli anni (a. 1133), il Regno di Sicilia e dunque pure Policastro era posto sotto la dominazione Normanna di Ruggero II d’Altavilla. Pietro Ebner non solo riteneva il documento falso ma dubitava pure sul Vescovo di Policastro che intervenne alla stipula della ratifica, Guido. Ebner cita a riguardo la cronostassi dei Vescovi di Policastro indicata dal Laudisio nella sua “Sinossi” e l’altra che stilò il sacerdote Giuseppe Cataldo (….). Infatti, Ebner, a p. 435, nella sua nota (30) postillava che: “(30) La cronostassi del Laudisio cit., salta dal 1110 al 1211 (Gerardo, arciprete di Saponara), mentre la serie di D. Giuseppe Cataldo (v. Sinossi cit., p. 131, sg.) elenca Pietro (1120), Ottone (1120), Goffredo (1139), poi Giovanni (III, 1166) e Giovanni (1172) e poi Gerardo di Saponara.”. Dunque, Ebner, ritenendo falso il documento della ratifica del testamento del conte Manso o Mansone, dice pure che alla ratifica del documento intervenne il vescovo di Policastro “Guido”, di cui egli scrive “apprendiamo il nome nell’anatema contenuto nel documento”. Dunque, come ci fa notare l’Ebner, nella cronostassi della Diocesi di Policastro stilata dal sacerdote Giuseppe Cataldo (….), nella “Sinossi etc…” del Laudisio (vedi versione a cura del Visconti): “Serie dei Vescovi di Policastro Bussentino dall’XI secolo ad oggi”, vediamo che nell’anno 1120, troviamo un “4. Ottone (Otho)?. 1120…” e “5. Goffredo?, 1139…”. Infatti, il sacerdote Giuseppe Cataldo, nella sua “serie dei Vescovi di Policastro dal XI secolo ad oggi” (pubblicata nella versione del Laudisio a cura del Visconti), scriveva che: “4. OTTONE (OTHO)?, 1120…5. GOFFREDO?, 1139; 6. GIOVANNI III?, 1166…; 7. GIOVANNI IV ?, 1172; 9. GERARDO Arciprete di Saponara – Saponara, 1211-18 ecc..”. E’ anche per questo motivo che l’Ebner ritiene anche la ratifica del testamento di Mansone un documento falso. Ebner scriveva pure che sia nella cronostassi dei vescovi di Policastro del Laudisio che in quella del Cataldo non vi è traccia di questo vescovo. Nel 1873, G.B. Gams (…), nel suo ‘Series episcoporum Ecclesiae Catholicae’, Ratisbona, a pp. 912-913 ci parla del vescovado di Policastro ed a p. 912, in proposito scriveva che: “98. Polycastro (ant. Bussento): 561 Rusticus; NN., morto ante 593; 649 Sabbatius; Policastrum: 1079 S. Petrus Pappacarbone, res 1109, morto 4 III 1123; 1110 II sed. Arnaldus; NN., 1211; Gulielm., de Licio, O.S. Fr., c. 1122; Giovanni di Castellomata 1221 ecc..”. Anche Fredolin Kehr (….), nella sua “Italia Pontificia”, vol. VIII, a p. 371, in proposito scriveva che: Praeterea in Diptycho ecclesiae b. Matthaei Salernitanae (ed. Garufi in Fonti per la storia d’Italia LVI 231) adnotantur Petrus et Oto Paleocastrenses episcopi et in Necrologio eiusdem ecclesiae sub die iul. 25 a. 1139 depositio Goffridi Paleocastrensis ep. et sub die aug. 1 a. 1172 obitus Iahannis Polecastrensis ep. (Garufi l.c. p. 100. 104), cuius memoriam servat inscriptio in turri campanaria ecclesiae cathedralis posita (ed. Laudisius p. 74). Etc..”. Di questi vescovi ho già parlato in altri miei saggi. Riguardo il testamento di Manso o Mansone, visconte di Roccagloriosa e l’atto o Istrumento di ratifica del 7 aprile 1133, i due documenti sono a noi noti in seguito alle diverse Cause o liti pendenti dal secolo XV in poi, a seguito degli acquisti dei diversi feudatari succedutisi. Le donazioni e privilegi Normanni, di cui abbiamo accennato furono oggetto di revisione storica ed economica, proprio a causa di quelle liti. Pietro Ebner (7), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 435, parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “Ma solo nel 1682 il feudo fu acquistato per d. 10.100, .…da Placido Tosone, il quale ereditò molte vertenze (27). Dal ‘Libro delle memorie’ di Placido Tosone (28), si apprende della lunga lite con il Seminario di Policastro. Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone, figlio del conte Leone, che donava (3 maggio 1130) alla figlia Altruda, nel vestire l’abito monastico, il monasterio di Cannamaria, di S. Venere e di S. Mercurio di Roccagloriosa con descrizione dei confini dei beni dipendenti (29). Ecc..”. Ebner, a p. 435, nella nota (28) postillava che: “(28) Ne scrive il Ronsini cit., p. 29”. Pietro Ebner scriveva che dal “Libro delle memorie” di Placido Tosone (vedi nota 28) (che aveva acquistato il feudo di Rofrano ed ereditò alcune liti tra il Comune e la Curia vescovile di Policastro), si apprende che in una lite, un giudizio contro il Vescovo di Policastro, al tempo della lite o del giudizio intentato contro la curia vescovile per il possesso della tenuta del Centaurino, il Vescovo di Policastro mostrò Quel vescovo, nel corso del giudizio, esibì la copia del testamento del conte Mansone ecc..”. Infatti, il sacerdote Domenicantonio Ronsini (10), nel suo “Cenni storici sul comune di Rofrano”, a p. 29 citava l’antico documento della ratifica del testamento di Mansone e parlando della sua Rofrano citava alcuni documenti, antichi atti “Istrumenti” che si trovavano conservati presso l’Archivio Comunale di Rofrano. Tra questi documenti egli cita l’Istrumento del 1728 per N. Mansione, contenuto nei “registri di don Placido Tosone”, ovvero gli atti della lite e del processo col vescovo di Policastro. Domenicantonio Ronsini (…), nel suo “Cenni storici sul Comune di Rofrano”,  a p. 29, egli scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel Libro di memoria.”. Un interessante scritto in cui vengono riepilogate le vicende storiche ed i documenti dell’epoca Normanna che riguardarono i lasciti e le donazioni del conte normanno Leone (in particolare la donazione della tenuta di “Cannamaria”) è il libretto “Pel Seminario Diocesano di Policastro Bussentino resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torreorsaia e Castelruggiero anche resistenti. Nella Corte di Cassazione di Napoli. A relazione del meritevolissimo Comm. De Micco”, pubblicato a Napoli, Tipognafia Di Gennaro M. Priore, 1895. La relazione del commendatore De Micco (….) è stata redatta per il giudizio civile pendente in Corte di Cassazione di Roma promossa dai Comuni (ricorrenti) di Rofrano, Roccagloriosa e Torre Orsaia, contro la Curia vescovile di Policastro (Seminario Diocesano di Policastro). In questa Relazione, conservata nell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, è citata l’unica trascrizione dell’antico documento Normanno in questione. E’ probabile che questo documento, trae notizie sull’antichissimo documento Normanno proprio dalla Sentenza dell’Abate di S. Giovanni a Piro. Nella Relazione del De Micco (…), Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – redatta nel 1895 per la Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, Torre Orsaia e Castelruggiero, anche resistenti, riferendosi a Roccagloriosa, ove si scrive a p. 1, che: Con Istrumento del 7 aprile 1133, gli eredi del Conte Mansone, cioè Landulfo fratello e Guidone e Alessandro nipoti ratificarono e confermarono in tutto il suo tenore il menzionato testamento dell’illustre loro fratello ed avo rispettivo del 3 maggio 1130.”, poi De Micco prosegue con la conferma dal testo in latino: “Confirmamus testamentum judiciumque Domini Mansonis nostri avi, …..”. Per quanto riguarda uno dei due documenti, ovvero il testamento di Manso, il De Micco (….), nella sua relazione, a p. 6, in proposito scriveva che: “3°. Riportiamo quì appresso integralmente i punti principali del detto testamento estratto dall’Archivio di Stato di Napoli, ufficio Politico, fra le ‘scritture della Curia del Cappellano Maggiore’, e proporiamente dal processo col titolo: ‘Processus originalis Domini Iannis De Afflicto Baronis Roccaegloriosae contro D. Dominicum de Afflicto cessionarium terrae prae Arnaldo vescovo di Policastro, dictae et Reverendum Seminarium Policastrensem 1753, volume 1° pandetta 2° N. 220”. Dunque, il De Micco trae il testamento di Mansone dalla causa civile del Barone D’Afflitto contro la curia vescovile di Policastro. Il consigliere di Cassazione Comm. De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone (la tenuta del Centaurino), riporta un estratto di una sentenza del 1600, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, opienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”.

Nel 1134, Guglielmo di Mannia, III signore di Novi, figlio di Pandolfo I di Capaccio, figlio di Guaimario di Capaccio

Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 135 scriveva che: “Questo spiegherebbe perchè alla morte di quest’ultimo il feudo di Novi passò al figlio del secondo Pandolfo, anch’egli di nome Guglielmo, che, assunto il cognome ‘de Mannia’, ne divenne III signore, come risulta da un documento del 1134 (7). Etc…”. Il Cantalupo (….), a p. 135, nella nota (7) postillava che: “(7) ABC, G, 12 (Ebner, cit., p. 340)”. Il documento è pubblicato da Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 340.

Nel 1137, Guaimario di Capaccio, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio muore e fa testamento, la moglie Sibilla fa donazioni

Su Guaimario di Capaccio, figlio primogenito di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo ha scritto Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 688-689 parlando di “Castel S. Lorenzo” in proposito scriveva che: “L’Ughelli (1) ricorda che nel 1144 già esisteva il monastero di S. Lorenzo de Strictu, possessore di vasti terreni con tre nuclei abitati (2), e cioè S. Clerico (poi S. Chirico), Monte di Palma e S. Lorenzo de Strictu sorti appunto intorno al Cenobio. Il Di Stefano fa risalire la fondazione del cenobio a Guaimario di Capaccio “prima di farsi religioso Benedettino in quello della Trinità della Cava nel 1137”. Questa è però solo la data della sua morte, come confermano le sue disposizioni testamentarie (3).”. Dunque, secondo l’Ebner, Guaimario si fece monaco benedettino ritirandosi a vita monastica nell’Abbazia della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Nel 1137, probabilmente sul letto di morte espresse le sue ultime volontà testamentarie ‘pro anima’. La notizia di Ebner è tratta da un atto del 1137 pubblicato in un manoscritto di Lucido De Stefano (….), di cui Ebner (….), nel suo “Chiesa Baroni e Popolo nel Cilento”, vol. I, a p. 688, nella nota (2) postillava che: “(2) Di Stefano, ms. cit., f 159.”. Ebner si riferiva al manoscritto di Lucido Di Stefano (….), e del suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania – Discorsi del Dott. Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro nella stessa Lucania” (per questo testo manoscritto si veda il testo rivisto a cura di Giuseppe Barra (….), pubblicato dal Centro di Cultura e Studi Storici “Alburnus”) pubblicato nel 2005. L’opera di Lucido Di Stefano, di Acquara, è conservata tra i manoscritti della Biblioteca Provinciale di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che Della Valle di Fasanella nella Lucania, Discorsi del dottor Lucido Di Stefano della terra di Aquaro nella stessa Lucania”. Il Di Stefano pubblica un atto del 1137 che riguarda il testamento di Guaimario di Capaccio ed il Monastero o “Cenobio di S. Lorenzo de Strictu”. Ebner, a p. 688, nella nota (3) postillava che: “(3) I, ABC, G 29, dicembre a. 1137, I, Salerno: ‘Ante me petrum iudicem venitbondaldus monachus (insieme ai presenti alle ultime volontà di Guaimario etc’, etc…(presenti la moglie Sibilla e il figlio Guaimario). Alferio notaio. Sul monaco Guaimario, vedi Guillaume cit., p. 109, n. 1 e il Venereo, Diction., IV, f 311”. Infatti, Lucido Di Stefano (….), nel suo manoscritto, a p. 12, scrive che: “Estratto dall’originale in pergameno sistente nell’Archivio di detto Monistero dell’Archivio del Not. apostolico D. Gennaro Sambiase.” e, a p. 10 (vol. III), dove in proposito scriveva che: “E’ notabile l’istromento, col quale Nicola Comite nel 1141, dona all’Arcivescovo di Salerno alcune terre, selve, e altri stabili, riferito da esso Campanile etc…”. Il Di Stefano scrive sulla scorta di un atto del 1141 riferito dal Campanile sulla famiglia dei “Comite”. Il Di Stefano (….), nel vol. III, a pp. 14-15, in proposito scriveva che:  Etc….ne siegue, che allora quando Guaimario Conte di Capaccio si fé Religioso Benedettino, divise il suo Contado, parte a Sica sua sorella, a cui assegnar dové Giungano, Trentenaro, Camogniento, e la metà della Città di Capaccio, e parte a Gemma sua nipote figliola unica di Giovanni suo germano, e moglie di Lampo Comite, con assegnarli l’altra metà del condado, cioè la metà di Capaccio, con Albanella etc….”. Ebner, a p. 688, nella nota (3) postillava che: “(3) Sul monaco Guaimario, vedi Guillaume cit., p. 109, n. 1 e il Venereo, Diction., IV, f 311”. Piero Cantalupo (….), a p. 135, nella nota (4) postillava che: “(4) Guaimario era monaco a Cava nel 1137 (Guillaume, op. cit., pp. 108-9; da accogliersi la supposizione del Talamo Atenolfi, op. cit., Tav. III, nn. 5 e 20).”. Infatti, Paul Guillaume, nel suo “Essai etc…” (si veda l’edizionee ristampa a cura della Ruocco), a p. 120 si legge che: “Tra l’armata di monaci, come si esprime ‘Bucelini (29), che vivevano al tempo dell’abbate Simeone, nella solitudine della Cava, ce n’è etc….Tal è ancora quel Guaimario, nipote, per suo padre Pandolfo, del principe di Salerno Guaimario III, che portava allora il titolo di Conte di Capaccio, a qualche chilometro della antica Pestum. Questo potente signore, uno degli ultimi rappresentanti della famiglia Longobarda che ha occupato così a lungo il trono principesco di Salerno, non si contentò affatto di dare al monastero di Cava tutti i beni al di dentro e al di fuori della città di Salerno (1137); egli volle alla fine dargli se stesso; cosa che avvenne verso la fine del governo dell’abate Simeone. (31).”. Il Guillaume (….), a p. 120, nella nota (31) postillava che: “(31) “Ejus tempore (Falconis) Guaimarius Caputaquensium Dominus, Pater Guaimarj iunioris, fuit Monachus Cavensis et Sanctae Religionis habitum ab ipso Domino Abbate suscepit, in Monasterio Cavensi, cui universa bona sua donavit, Anno Domini 1137 Decembri”. Venereo, Diction. Arch. Cav., Ms. t. IV., p. 311; Cf. il diploma dell’Arc. Mag. G. 29; vd. UGHELLI, Italia Sacra, VII, 375; Pratilli, tomo V., p. 18.”.

Nel 1135, Rainulfo di Alife (detto di Airola), feudatario di Molpa al tempo dello scontro con Ruggero II

Da Wikipedia leggiamo che Rainulfo di Alife, detto de Airola, della famiglia Drengot Quarrel, (1093 circa – Troia, 30 aprile 1139), è stato un nobile normanno, conte di Alife, Caiazzo, Sant’Agata de’ Goti, Telese (1115-1139) e, in fasi alterne, di Avellino, Mercogliano, Ariano e Troia, nonché duca di Puglia (1137-1139). Era figlio del conte Roberto di Alife e di Gaitelgrima. Investito del titolo di conte sin da 1108, quando era ancora un fanciullo, incontrò papa Callisto II a Benevento nel 1120, fornendo atto di omaggio. Ebbe poi una dura lite col pontefice, risolta con la restituzione del monastero di Sancta Maria in Cingla presso Alife all’abbazia di Montecassino. Nel 1127, auspice il papa Onorio II, si alleò con Roberto II di Capua nel tentativo di contrastare la successione di Ruggero d’Altavilla al ducato di Puglia; questi riuscì a imporsi, ma dovette concedere a Rainulfo il possesso feudale della contea di Ariano. Dopo una breve alleanza con il sovrano, presto tornò ad opporglisi: nel febbraio 1130, alla morte di Onorio II, Rainulfo si schierò con il Papa legittimo Innocenzo II, contro l’antipapa Anacleto II. Ruggero, duca di Puglia e di Calabria e padrone della Sicilia, aveva riconosciuto come valida l’elezione di Anacleto ed ebbe in ricompensa la corona di Sicilia, il 25 dicembre 1130. Ma alcuni nobili feudatari normanni, che già da tempo mordevano il freno, non accettarono il nuovo sovrano e da qui si scatenarono gli eventi che portarono allo scontro militare il 24 luglio 1132 sul fiume Sarno presso Scafati. La battaglia di Scafati dapprima favorevole alle truppe regie, terminò in una disastrosa sconfitta per Ruggero. All’agosto del 1132 si fa risalire, secondo la tradizione, l’arrivo da Roma ad Alife delle reliquie di san Sisto, ottenute da Rainulfo che le aveva chieste al papa (Anacleto II). Nella primavera dell’anno seguente Rainulfo e Roberto si recarono a Roma dove prestarono giuramento a Lotario II, sceso in Italia per farsi incoronare imperatore da Innocenzo II (4 giugno 1133). Mentre i due erano assenti, Ruggero tornò alla riscossa catturando la moglie di Rainulfo (sua sorella Matilda) e il figlioletto: Rainulfo e Roberto dovettero rientrare precipitosamente, ma finirono col capitolare (giugno-luglio 1134). Rainulfo ottenne comunque la restituzione dei familiari. Nel luglio 1135, una nuova rivolta capeggiata da Rainulfo provocò la reazione del re, che entrò in Aversa, Capua e Alife con un esercito guidato dal cancelliere Guarino, costringendo Rainulfo a trovare rifugio in Napoli, unica città a resistere. Nel marzo 1136 Rainulfo e il fratello Riccardo di Rupecanina, con l’appoggio del Papa legittimo Innocenzo II, chiamarono in Italia l’imperatore Lotario. Innocenzo II e Lotario II di Supplinburgo, concentrarono a maggio 1137 le proprie armate accanto al castello di Lagopesole, assediarono la città di Melfi e costrinsero Ruggero II Altavilla alla fuga, quindi conquistarono la sua (ex) capitale, Melfi, il 29 giugno. Il Pontefice tenne il Concilio di Melfi V nel castello del Vulture: la più probabile data va dal 29 giugno al 4 luglio. I Padri conciliari decisero la deposizione dell’antipapa Anacleto II. Il 4 luglio Innocenzo II, insieme all’imperatore Lotario II di Supplimburgo delegittimò Ruggero II di Sicilia, della rivale Casata Altavilla, in favore di Rainulfo III di Alife, della Casata Drengot, nuovo Duca di Puglia. Poi a Benevento alla fine dell’estate Innocenzo e Lotario investirono Rainulfo del ducato di Puglia, mentre la contea di Alife passava a Riccardo. Ma, ripartito l’imperatore, Ruggero sbarcava di nuovo a Salerno ai primi di ottobre per ristabilire la sua autorità sulle città ribelli. Una nuova battaglia si svolse il 29 ottobre 1137 presso Rignano Garganico, dove il re, nuovamente sconfitto, perse molti soldati e trovò scampo nella fuga. La controffensiva regia, causò il grave saccheggio di Alife e Telese, ma le principali città della Puglia in mano a Rainulfo (Troia, Melfi, Canosa e Bari), non subirono alcun danno. Il Papa l’8 aprile 1139, scomunicò Ruggero, ma il 30 dello stesso mese Rainulfo morì. Solo con la morte di Rainulfo, forse causata da errori medici, Ruggero poté conquistare l’intera Italia Meridionale. Rainulfo sposò Matilde di Altavilla, figlia di Ruggero I di Sicilia, dalla quale ebbe il figlio Roberto e una figlia, Adelicia Drengot, che sposò Rainaldo dell’Aquila, Conte di Avenel. Da Adelicia Drengot e Rainaldo dell’Aquila nacque Matilde Avenel che sposò il Conte di Butera, Costantino II Paterno. Rainulfo era cognato di Ruggero II d’Altavilla. Sulla figura del conte Rainulfo o Ranulfo di Alife, recentemente Francesco Barra (…..), nel suo “Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, San Severino, Foria, Centola”, nel cap. I, a p. 22, nella nota (23) postillava che: “(23) Scriveva nel 1781 Lucido Di Stefano, governatore baronale di Centola, che “sebbene il Porto del medesimo (il Mingardo) oggi più non esiste, perchè terrapienato, pure il medesimo era appunto ove da marinai si fa la pesca de’ pesci colle sciabiche nella Molpa” (L. Di Stefano, Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro, Centro di Cultura e Studi Storici “Alburnus”, Salerno, 1994, vol. I, p. 173).”. Infatti, Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, il suo manoscritto pubblicato recentemente dal Comune di Acquara con testo tradotto e a cura di Barra e Capano e altri, parla della Molpa ed in proposito, nel Libro I, a p. 178, in proposito scriveva (sulla scorta dell’Antonini) che: “Fu poi, come scrive il Sig. Antonini, nel 1113 da’ Saraceni saccheggiata con tutta la Regione di Lucania. Appresso fu nuovamente saccheggiata dal Re Ruggiero in uno de’ suoi viaggi da Sicilia, e smantellate le Mura, che la cingevano, dal che ne venne la totale sua ruina e diserzione, e de’ suoi Casali, a riserba di Pisciotta, come scrive il citato Antonini. Etc…”. Il Di Stefano, che fu governatore di Centola scriveva soprattutto sulla scorta del Vescovo di Capaccio Mons. Nicolai sostenendo la sua tesi che la Molpa in origine fosse “Bussento”, sede Vescovile. Il Di Stefano, a pp. 233-234 discorrendo della Contea di Capaccio al tempo di re Ruggero II scriveva che: “Il Baron Antonini nella par. 2 Disc. 3, pag. 255 not. (1) scrivendo che “a tempo del Re Ruggieri era tenuta Capaccio dal famoso Ranulfo di Alife, ed allorche (erasi egli già a Ruggieri ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: ‘Capacium munitissimum ejus Oppidum, quo iter assumpserat, timido corde regreditur’, scrive l’Abbate Celesino su’l principio del lib. 3. Dice di più nel Disc. 3, pag. 374, che detto Ruggiero distrusse la Molpa, che da un nipote (238) di esso Conte Rainulfo si teneva Melfi, Troja, Avellino, Alife, ed altri Luoghi, portando nella not. (2) l’opinione dell’Anonimo Cassinese, che ‘Aliphas Rogerius redegit in cinerem’ l’anno 1133, etc…”. Dunque, il Di Stefano cita alcuni passi dell’Antonini. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, a p. 255 (I edizione del 1745, mentre nell’edizione del 1795 è a p. 247) parlando di Capaccio, in proposito scriveva che: “Questo luogo, perchè di sua natura forte, sin da tempo de’ Normanni fu sempre da persone di conto (I) posseduto.”. L’Antonini, a p. 255, nella nota (I) postillava che: “(I) A tempo di Re Ruggieri era tenuto Capaccio dal famoso Ranulfo Conte di Alife; ed allorchè (erasi egli già a Ruggiero ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: “Capaciam munitissimum ejus Oppidum, quo iter assumpserat, timido corde regreditur” scrive l’Abate Celesino sul principio del lib. 3.”. L’Antonini, sulla scorta dell’Abate Celesino scriveva che Capaccio, al tempo di re Ruggero II  era tenuto Capaccio dal famoso Ranulfo Conte di Alife”. L’Antonini scriveva pure che, al tempo di re Ruggero II e, quando il conte Ranulfo si era già a lui ribellato, intuendo che re Ruggero II venisse a punirlo dalla Sicilia, egli “tornò con il cuore timoroso alla città dove aveva preso il suo viaggio, la città più fortificata”. Il Di Stefano, sempre sulla scorta dell’Antonini scriveva pure che l’Antonini, Dice di più nel Disc. 3, pag. 374, che detto Ruggiero distrusse la Molpa, che da un nipote (238) di esso Conte Rainulfo si teneva Melfi, Troja, Avellino, Alife, ed altri Luoghi, portando nella not. (2) l’opinione dell’Anonimo Cassinese, che ‘Aliphas Rogerius redegit in cinerem’ l’anno 1133, etc…”. Questa notizia l’abbiamo analizzata in precedenza. Sempre il Di Stefano ci fa notare che l’Antonini, nella sua Lettera al Signor Egizzio su la ‘Geografia’ del Sig. Langlet pag. 137, la porta dallo stesso Re bruciata nel 1129.”. Infatti, il barone Giuseppe Antonini, nel suo “Lettera D. Matteo Egizio al Sig. Langlet du Fresnoy o siano osservazioni sulla Geografia etc…”, in “Altra lettera del barone Antonini in risposta del Sig. Matteo Egizio scritta da Parigi a 14 settembre 1739”, a p. 137 riferendosi ad Alife (non alla Molpa), in proposito scriveva che: “…e ‘l Vescovo non vi abita per l’aria malsana. Vuò però ben credere che quando nel MCXXIX fu assediata, e bruciata dal Re Ruggieri, avesse avuto ancora belli edifizj etc…”. Il Di Stefano dissertava e ragionava sulle date ed infatti aggiungeva che: Da tale autorità mi surge una difficoltà, che se Guaimario suddetto cedé a Sica sua sorella nel 1137 la Contea di Capaccio, come col Pellegrino scrive il Volpe, come poi, secondo l’opinione dell’Abbate Celesino, Rainulfo era Conte di Capaccio nel 1129 o 1133, in tempo che Alife fu incenerita, cioè, otto, o quattro anni prima, che Guaimario si fé Religioso ? e perciò io pensavo, o la destruzione di Alife seguì dopo detto anno del 1137. Di fatto nello scrivere ciò, ho rattrovato nella Storia di Falcone Beneventano, che minutamente, come testimonio di veduta scrisse le guerre da esso Re fatte nel Regno, che Alife fu destrutta nell’anno 1138; onde resta già sciolta la mia difficoltà.”. Pietro Ebner (….) nel vol. I, del suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 605, dove, parlando della “Capaccio”, in proposito scriveva che: “Nell’età del re Ruggiero pare (19) che fosse signore di Capaccio Rainolfo di Alife. Nel 1132 l’abate Landone della chiesa di S. Nicola (20), costruita a “casa vetere” sotto il vecchio castello e appartenente a Giovanni, figlio di Gregorio, figlio di Pandolfo di Capaccio, dichiarò che la chiesa possedeva un terreno e un fabbricato fuori la città nuova di Capaccio, non molto lontano dalla “porta que dicitur de pagagno” e che per ordine di Giovanni concedeva a tre fratelli.”. Ebner, a p. 605, vol. I, nella nota (19) postillava che: “(19) Antonini, cit., I, p. 247, n. 2”. Il barone Giuseppe Antonini, ripreso più volte dal Di Stefano citava spesso l’“Abate Celesino”. Io credo che vi fosse un errore di stampa perchè l’autore che cita l’Antonini non è “Celesino”, un abate di chissà quale monastero ma si tratta di Alessandro di Telese detto il “Telesino”, o “Alessandro Telesino” (….). E’ molto strano perchè l’Antonini (….), a p. 375, nella nota (I) parla distintamente dellìAbate Telesino e non “Celesino”.

Postille di Antonini, p. 375

L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II edizione della ‘La Lucania’

Tuttavia, in Wikipedia leggiamo essere Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136) fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia benedettina del Santissimo Salvatore a Telese, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II. Dunque, il chronicon di Alessandro di Telese (….) è il testo scritto in latino “Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie”, oppure più correttamente il testo “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Gestis Rogerii Siciliae Regis” e “Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium”. Dall’unico manoscritto esistente (Barcellona, Biblioteca Central, cod. 996), una copia redatta a Monte Cassino intorno al 1330 e portata in Spagna al tempo dell’occupazione aragonese, l’antiquario Jerónimo Zurita y Castro trasse la editio princeps nel 1578, priva degli ultimi capitoli (da questa derivano Muratori e Del Re). L’Antonini scriveva che, all’inizio del testo del Libro III egli ci parla di re Ruggero II d’Altavilla e lo scontro con il conte Rainulfo d’Alife. Nel testo “Alessandro di Telese – Ruggero II Re di Sicilia” a cura di Vito Lo Curto (….) pubblicato a Cassino nel 2003, con traduzione e commenti, all’inizio del Libro III. Il Libro III si apre col Cap. I: “Ruggero si ammala. Muore sua moglie Alberia. Essendosi diffusa la falsa notizia della morte del re, il Principe Roberto da Pisa si dirige a Napoli con una schiera di soldati.”. Il cap. II, a p. 143: “Rainulfo, pensando che il re sia morto, cerca di recuperare le terre perdute.”. Dunque, i fatti citati dall’Antonini, narrati da Alessandro di Telese, risalgono a dopo la morte della prima moglie di re Ruggero II d’Altavilla e, subito dopo la conferma a re di Sicilia nel 1130. In particolare l’Antonini, sulla scorta del Telesino scriveva della ribellione del conte Rainulfo e che: Ranulfo Conte di Alife; ed allorchè (erasi egli già a Ruggiero ribellato) intese esser venuto il Re da Sicilia: etc…”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero II d’Altavilla sposò prima del 1118 Elvira di Castiglia (circa 1100 – 1135). Morta Elvira, solo nel 1149, cioè dopo ben quattordici anni di vedovanza (con la preoccupazione della successione dinastica dopo la morte in successione dei suoi primi tre figli maschi), si unì in matrimonio con Sibilla di Borgogna (1126 – 1150). Angelo Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo:  Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”.  Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini. Tuttavia, sebbene avessi approfondito le mie ricerche sul nipote del Conte Rainulfo che teneva la fortezza della Molpa al tempo di re Ruggero II d’Altavilla, ancora nulla si sa. Sulla figura del conte Rainulfo o Ranulfo di Alife, Lucido Di Stefano (….), nel suo “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 97, in proposito scriveva pure che: “….e della città di Benevento che dal Papa si pretendeva, come alla sede Apostolica appartinente, a qual’effetto il Pontefice fé lega con Roberto nuovo Principe di Capoa, e con Rainulfo Conte d’Alife cognato di Ruggiero, del quale ho parlato nel lib. 3 Disc. I chi invasero la Puglia per ordine del Papa, etc…”. Il Di Stefano, nel Libro III parlando della Contea di Capaccio, di Rainulfo di Alife, dei Comite a Capaccio e, sulla scorta di Filiberto Campanile (….), che egli chiama “Il Duca della Guardia”, a pp. 12-13-14, in proposito scriveva che: “Di costui e delle sue prodezze parla lungamente Falcone Beneventano nella ‘Storia del Re Ruggiero’, contro di cui fé cose inaudite chiamandolo però ‘Rainulfo’, ch’era Conte d’Avellino, di Alife, etc. e Principe etc….Aveva Rainulfo in moglie Matilda, sorella dello stesso Re. Venne la nemicizia tra loro, perche avendo Rainulfo un giorno ingiuriata la Contessa sua moglie, ed indi essendo andato a Roma, mandatovi da Ruggiero, questo in tal tempo fattasi venire la medesima col figlio, per vendicarsi, la mandò in Sicilia nel 1132 con detto suo figlio; onde poi cotanto tra loro guerreggiato, che se detto Conte non moriva, difficilmente il Re avrebbe acquistato la Puglia, e l’altre Regioni nostrali. Tolto Salerno al Re dal Som. Pontefice Innocenzo II, e da Lotario Impe., nel 1137 etc…..Morì Rainulfo nella Città di Troja di Puglia nell’anno 1139, e seppellito in quel Duomo etc…Dopo la morte di Rainulfo il Re s’insignorì di tutta la Puglia, del Principato di Capua, e del Ducato di Napoli, etc…”. Dunque, Rainulfo era cognato di re Ruggero II d’Altavilla, in quanto ne aveva sposato la sorella Matilda d’Altavilla, figlia di Ruggero I d’Altavilla e di Adelaide del Vasto detta “Adelasia”.

Nel 1143, Itta e Sighelgaita, figlie di Glorioso (figlio del conte Pandolfo di Capaccio) donarono Li Lauri ed il monastero di S. Zaccaria

Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 123 parlando di “Li Lauri – S. Zaccaria a Li Lauri” in proposito scriveva che: “Nel 1143 le sorelle Itta e Sighelgaita, figlie del fu Glorioso, figlio del conte Pandolfo, alienarono (11) et…Del monastero di S. Zaccaria è poi notizia in un diploma (12) del duca Guglielmo di Salerno (1111-1127), figlio del duca Ruggiero, il quale confermò all’Abbazia cavense oltre la quarta parte del monastero di S. Giorgio, etc…ad Acquavella, Licosa Tresino e Staino. Beni, come abbiamo visto, già di Mansone e dei figli Gisolfo e Landolfo e poi di Guido e Alessandro, figli di Gisulfo, e da essi donati al monastero Cavense.”. Dunque, il passaggio di Ebner è molto chiaro. Secondo Ebner, il conte Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisulfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Mansone aveva due figli: Gisolfo e Landolfo. Gisulfo aveva due figli: Guido e Alessandro. Guido e Alessandro erano nipoti di Mansone. Mansone era il nonno dei due fratelli Guido e Alessandro. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a pp. 681 parlando di “Tresino” in proposito scriveva che: Nel gennaio del 1143 Itta e Sighelgaita, figliuole del fu Glorioso, figlio del conte Pandolfo, sposate ai fratelli Pietro e Marino Cacapece, essendosi sciolto il matrimonio di quest’ultimo che aveva indossato l’abito monastico, vendettero (16) alla Badia la proprietà da esse possedute in Lucania e loro pervenuta dal fu fratello Sico, dalla madre Ermelina e dalla sorella Magalda, moglie di Marino Caraciuli.”. Ebner, a p. 681, vol. II, nella nota (16) postillava che: “(16) I, ABC, XXV 55, gennaio a. 1143, VII, Salerno: “ipse sorores etc…”.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 79-80 parlando di Laurino, in proposito scriveva che: “Nell’archivio cavense, tra gli altri riguardanti Laurino, vi sono i seguenti documenti: “de castello laurine”, dov’era la “ecclesia sancti simeonis” è detto in un documento del 1079 (6); di un terreno “ubi proprio  a li lauri vocatur” è detto in una pergamena del maggio 1092 (7); …..Altre notizie da un documento del 1109 (10); da una inedita donazione che informa “monasterii sancti zacherie de li lauri” (11); della vendita (12) della loro proprietà in Lucania, tra cui i beni “ubi…(…) a li lauri dicitur”, delle sorelle Itta e Sighelgaita, figlie del fu Glorioso del fu conte Pandolfo; e dello stratigoto (governatore) Giovanni detto di Laurino (13). Etc…”. Ebner, a p. 79, nella nota (6) postillava: “(6) ABC, XIII, 82, novembre a. 1079, III”. Ebner, a p. 79, nella nota (7) postillava: “(7) I, ABC, XV, 80, maggio a. 1092, XV”. Ebner, a p. 79, nella nota (8) postillava: “(8) I, ABC, C 42, luglio a. 1093, Laurino”. Ebner, a p. 80, nella nota (10) postillava:  “(10) I, ABC, XVIII, 105, agosto a. 1109, II”. Ebner, a p. 80, nella nota (11) postillava: “(11) I, ABC, XIX, 37, gennaio a. 1142, VI.”. Ebner, a p. 80, nella nota (12) postilava: “(12) I, ABC, XXV 55, gennaio a. 1143, VII”. Ebner, a p. 80, nella nota (13) postillava: “(13) Cfr. nel documento cavense a. 1143 stillato ad Agropoli (v.) tra l’Abate Falcone e l’igumeno Cosma.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , p. 462 parlando di Agropoli, in proposito scriveva che: “Nel 1144 proprio ad Agropoli venne rogato l’atto di restituzione (43) del monastero di S. Marina de lo Grasso alla Badia, alla presenza di Giovanni, vescovo pestano. L’igumeno Cosma di S. M. di Pattano confessò l’usurpazione “coram presentiam” dello stratigoto di Capaccio, del viceconte di novi, dell’arciprete di Cilento e dei militi Pietro, detto di Laureana, di Goffo, milite di Ogliastro, di Dauferio di Finocchitto e di altri.”. Ebner a p. 462, nella nota (43) postillava:  “(43) I, ABC, XXV 56, gennaio a. 1144, VII, Agropoli”.

Nel 1167, Gisulfo di Mannia, IV signore di Novi

Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, vol. I, a p. 135 riferendosi a Guglielmo di Mannia (figlio di Pandolfo I di Capaccio) scriveva pure che: “Il figlio di costui, GISULFO DI MANNIA, IV signore di Novi, menzionato in una carta del 1167 (8), è ricordato anche nel Catalogo dei Baroni, dal quale sappiamo che pssedeva pure il vicino feudo di Gioi e la metà di Magliano oltre ad avere come vassallo Enrico di Monteforte etc…”. Il Cantalupo (….), a p. 135, nella nota (8) postillava che: “(8) ABC, H, 46 (Ebner, cit., p. 340). Il documento è pubblicato da Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 340.

Nel 1171, Manso Salernitano e la moglie Guttualda, in un atto di vendita rogato a S. Marco Argentano

Riguardo Manso o Mansone ha scritto anche il sacerdote padre Francesco Russo (….), nel suo “Medici e veterinari Clabresi (sec. VI-XV) – Ricerche storico-bibliografiche”, pubblicato a Napoli, nel 1962 e, dove a p. 110, in proposito scriveva che: “Un ‘Pietro’ medico compare come teste in un documento rogato in S. Marco Argentano nel gennaio del 1171. Si tratta di un atto di vendita fatto da Manso Salernitano – abitante in Cassano – e dalla moglie Guttualda a Domenico, abate cistercense della Sambucina (55).”. Il Russo, a p. 110, nella sua nota (55) postillava che: “(55) Ivi (A. Pratesi, Carte latine di Abbazie calabresi, Città del Vaticano, 1958), p. 69-71. A voler tenere conto della donazione “ab incarnatione”, l’atto dovrebbe essere del genn. 1172.”. Il Russo postillava che l’atto di donazione in questione fu pubblicato nel testo di Alessandro Pratesi (….), Carte latine di Abbazie calabresi….

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, La Lucania del Barone Antonini, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998.

(2) Gaetani R., La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca, Roma, Tip. sociale Polizzi e Valentini, 1906 , ristampa anastatica a cura di Gaetani Rossella, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento. In particolare il Gaetani, ne parla, traendo dette notizie dal Di Luccia (…) che cita. Il Gaetani, a p. 154, alla nota 4 (nota 1), cita il documento “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96“ (..). Si veda pure dello stesso autore: L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani, Roma, tipografia Befani, 1882, estratto dal periodico ‘Gli Studi in Italia’, An. V, fasc. III, vol. I, pp. 366-385. ; Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21.

(3) Cappelli B., Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani, con introduzione di E. Pontieri, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, p. 323. Il Cappelli, nelle sue note a p. 345, dice: nota 20: Di Luccia P.P., op. cit., pp. 8; 3 (5.  Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Riguardo il Monastero di S. Elia, citato dal Robinson, abbiamo visto che viene citato in un testo di Rodotà, P.P., Dell’origine progresso, e stato presente del rito greco in Italia, Roma, 1755, p. 190. Rodotà, scrive: S. Elia, nella Diocesi d’Anglona. Ha sortita ancora la denominazione del Carbone della prossima Terra di simil nome, sulla quale l’Abbate commendatario esercita giurisdizione si del dominio temporale, come nel regolamento spirituale delle anime. Ruberto il Guiscardo, Boemondo suo figliolo, il Re Ruggeri, Riccardo Siniscalco, Albenda sua consorte, ed altri Principi profusero i loro tesori ad arricchirlo di feudi, e a provederlo di privilegi. Federico II, l’anno 1232. lo ricevette sotto la sua cura, e protezione. ecc…”. Del Monastero di Carbone, poi ne parla anche il Santonio P.E., “Il monastero di Carbone”, Napoli, ed. Pellizzone, 1859 (…). Il Monastero di Carbone è stato uno dei più famosi Monasteri basiliani in Italia. In sostanza, secondo il Cappelli (…), il collegamento con il documento Normanno (…), è S. Nilo che abitò in questo Monastero basiliano del Carbone del Bosco e poi passò a vivere nell’Abbazia basiliana di S. Giovanni a Piro – a cui è collegato il documento (…), pubblicato dal Trinchera (…). Il Cappelli, nella la nota 21 dice: Trinchera F. (…), p. 80; poi alla nota (22), il Cappelli, scrive: “Laudisio N.M. (9), p. 73.”. Il Cappelli, nella sua nota (21) a p. 345, dice: “La famiglia Marchese (v. G. Robinson, History and Cartulary of the greek monastery of St. Elias and Anastastatius of Carbone, in “Orientalia cristiana”, (1929), XV-2, p. 195), fu una delle benefattrici del monastero del Carbone”. Sul Monastero di Centola si veda p. 398.

(4) Natella P. Peduto P., ‘Pyxous – Policastro’, estratto dalla rivista ‘L’Universo’, ed. I.G.M., ed. I.G.M., Anno LIII, N. 3, Maggio-Giugno 1973, p. 512 e s.; Si veda pure: Gay J. (o Giulio), L’Italia meridionale e l’Impero bizantino, Firenze, 1917, p. 253 e vedi pure Pontieri E., op. cit., 54.

(5) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383.

Luca-Mannelli,-La-Lucania-sconosciuta,-BNN,-Ms.XVIII.24-001

(Fig. 8) Capitolo XI del manoscritto inedito di Luca Mannelli, conservato alla BNN (11).

(6) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (6) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (2), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21. Il Gaetani, op. cit., trae le notizie dal Manoscritto del Mannelli che aveva ricopiato e visto da un manoscritto tenuto da Scipione Volpicella, oggi alla Biblioteca Nazionale di Napoli.

(7) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, pp. 592, 592 e vedi p. 375; riguardo Roccagloriosa, si veda pp. 414-415-416; riguardo Policastro si veda pp. 430 e s. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II. Riguardo Roccagloriosa, si veda Ebner P., Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s.; Si veda pure di Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in ‘Saggi in onore di Leopoldo Cassese‘, ed. Libreria Scientifica, Napoli, 1971, p. 18, o pp. 3-32. Il saggio di Ebner si trova anche in ‘Studi sul Cilento’, Istituto Italiano per gli studi filosofici, Centro studi “Pietro Ebner”, Ristampa dei saggi pubblicati tra il 1949 e il 1988 a cura del ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 1988, Acciaroli, vol. II, pp. 91-92, dove l’Ebner, pubblica integralmente la trascrizione del testo latino dell’antico documento conservato all’ADP, ed in cui dice che l’originale non si trova. Per la Bolla di Alfano I, si veda dello stesso autore: Economia e Società nel Cilento medievale, Tomo I, p. 536. Si veda pure dello stesso autore: Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1973, pp. 89 e s. Pietro Ebner, nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(8) Cappelletti G., Le Chiese d’Italia, Venezia, ed. Antonelli, 1866, XX, pp. 367-377. Si parla della Chiesa Paleocastrense e vi sono accenni a Pietro da Salerno. Egli cita l’Ughelli, op. cit. (18), che pubblicava lettere e titoli dell’epoca in cui si parla di Pietro da Salerno o Pietro Pappacarbone e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”.

(9) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos his-torico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata  trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.

(9 bis) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.  Per la sua copia conservata all’ADP, si veda la nota (35) del testo del Visconti, p…. (testo in latino) e p. 74 (la traduzione del Visconti del testo in latino), p. 74.

(10) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69. Il Ronsini (10), a p. 29, scrive in proposito: “Queste notizie del Feudalismo ho raccolte per la maggior parte da varii istrumenti, che sono nell’Archivio Comunale, ed è in specie dell’Istrumento del 1728 per N. Mansione. I registri repertorii e quinternioni furono verificati verso il 1690 dal Barone D. Paolo figlio e successore immediato di D. Placido Tosone in occasione della lite col vescovo di Policastro, e trascritti nel ‘Libro di memoria’.”.

(11) Ughelli F., Italia sacra, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum), p. 542 e da p. 758 a p. 800 – parla della Diocesi ‘Paleocastren’ e riporta la notizia dell’elevazione a Contea di Policastro. Il Cappelletti (54), cita l’Ughelli e dice che egli nella sua ‘Italia Sacra’, tomo VII, da p. 544 a p. 553, pubblicò : “una lunga leggenda che si conserva manoscritta nell’Archivio di Cava, e che fu pubblicata dall’Ughelli; ed è intitolata: ‘Incipit vita sancti Petri Episcopi Policastrensis et hujus sacri coenobi Abbatis tertii’. E’ susseguita da un poemetto di 507 versi, che similmente la descrive, e che similmente fu pubblicato dall’Ughelli, da p. 553 a 560, che ha per titolo: ‘S. Pietro tertio Abbate et Episcopo Policastrensis’”Riguardo il vescovo Arnaldo, successore di Pietro, ne parla a p. 789 e s. e per tutti i suoi successori.

(12) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.

(13) Santorio P.E., Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601,  foll. 29-30. L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’.

(14) Richard e Giraud, Dizionario universale delle Scienze Ecclesiastiche, opera compilata dai padri…, Napoli, 1848, ed. Stab. Tip. Batelli: su Policastro: p. 679.

(15) Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, 1852, vol. LIV, pp. 26-29. Si veda pure: Ghisleri Arcangelo, Atlante di Geografia storica, Bergamo, 1952.

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(16) Agatangelo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986

(17) Di Meo A., Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1803, Tomo VIII, p. 179 e s.; riguardo le notizie intorno al Vescovo Arnaldo, si veda: Di Meo Alessandro, che nel Tomo IX, p. 164 e s., dove, parlando dell‘”anno di Cristo 1110, IND. III. B.”, ci parla di dell’Ughelli (18) e dell’antico documento Normanno dove è citato il vescovo Paleocastrense Arnaldo.

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(18) De Micco Consigliere della Corte di Cassazione di Napoli – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895.

(19) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (2), a p. 154, alla nota (4) (nota 1), scrive in proposito al documento: “Platea di beni e Rendite della Badia di S.Giovanni a Piro: 1695-96, redatta dal Notaio Domenico Magliano, 1695-96 (…) che, trae le dette notizie e questo documento dal Canonico Giuseppe Menta. Il Gaetani, op. cit. (2), p. 154, nota (4) (nota 1), dice in proposito: “La Platea della badia di S. Giovanni a Piro scritta scritta dal Notaio Domenico Magliano, donde ho trascritto questo tratto, tralasciando l’inventario delle rendite, di circa dieci pagine, la debbo all’amicizia del ricercatore di vecchie carte, il Canonico Giuseppe Menta, autore dell’erudita e recente pubblicazione “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. L’indagine bibliografica sul documento notarile di cui ci parla il Gaetani (2), ci riporta alla sua citazione del canonico Giuseppe Menta – che redasse “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano. In Santa Maria Maggiore se ne vedono di libri delle rendite.”. Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (2), ma il Laudisio (9), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (….), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”.

(20) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(21) D’Amico V., I Bulgari trasmigranti in Italia nei secoli VI e VII dell’era Volgare, Campobasso, 1933, p. 44.

(22) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 114.

(23) Acocella N., Salerno medievale ed altri saggi, p. 485; Si veda pure Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.

(24) Ventimiglia, Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.

(25) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(26) Guzzo A., Da Velia a Sapri – itinerario costiero tra mito e storia, ed. arti Grafiche Palumbo, Cava de’ Tirreni, 1978.

(27) De Giorgi C., Da Salerno al Cilento, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, p. 94.

(28) Caruso G.B., Memorie istoriche di quanto è accaduto in Sicilia, Stamperia Gramignani, Palermo, I, 1787, parte II, vol. I, p. 122.

(29) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa anastatica della I edizione, ed. Ripostes, Atripalda (AV), 1998, Cap. X, e vedi p. 117.

(30) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri.

(31) Barrio G., De antiquitate et Situ Calabriae, Roma, 1571, libro II, part. I, p. 136 e s.

(31) Alfano G. M., Istorica descrizione del Regno delle due Sicilie, Napoli, 1823, p. 135.

(32) Matthew D., I Normanni in Italia, ed. Laterza, Bari, 1992.

(33) Urso C., Adelaide del Vasto, stà in Con animo virile, donne e potere nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XV), a cura di Patrizia Mainoni, ed. Viella, Roma, 2010, p. 58 e s.

(34) Fazello T., Storia di Sicilia, II, 7, 1-3, pp. 52,55,56, si veda anche Alessandro di Telese, Storia di Ruggero II, I, 2.

(35) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, 1776, p. 113, si veda per l’Università di Rofrano.

(36) Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, dove si trova il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio).

(37) Erich Caspar, Roger II. (1101-1154) und die Grundung der normannisch-sicilischen Monarchie, Innsbruck, 1904

(38) Ferdinand Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicilie, I-II, Paris, 1904

(39) Paul Fridolin Kehr, Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp…..; (nota della Follieri): come informa F. Schneider, Neue Dokumente vornehmlich aus Sud-italien, stà in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 16 (1914), p. 1-54, precisamente p. 6;  Paul Fridolin Kehr, Italia pontificia, sive Repertorium privilegiorum et litterarum a Romanis pontificibus ante annum MCLXXXXVIII Italiae ecclesiis, monasteriis, civitatibus singulisque personis concessorum Regesta Pontificum Romanorum , ristampa, ed. Weidman, 1962

(40) Schneider Fedor, (nota della Follieri), come informa F. Schneider, Neue Dokumente vornehmlich aus Sud-italien, stà in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 16 (1914), p. 1-54, precisamente p. 6.

(41) Collura Paolo, Appendice al Regesto dei diploi del Re Ruggero compilato da Erich Caspar, in Atti del Congresso Internazionale di Studi Ruggeriani, Palermo, 1955, pp. 545-625, sotto il num. 36 (pp. 572-574)(da usare con cautela per le molte imprecisioni, postillava la Follieri).

(42) Horst Enzensberger (citato dalla Follieri),

(43) Carlrichard Bruhl (citato dalla Follieri),

(44) Minisci Teodoro, Ieromonaco, Santa Maria di Grottaferrata. La Chiesa e il monasero, Badia Greca di Grottaferrata, 1955

(45) Giovannelli G., Grottaferrata, 1955; si veda pure: Giovannelli, vita di S. Nilo,

(46) Borsari S., Il monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia meridionale prenormanna, ed. Nella Sede dell’Istituto, 1963

(47) Codice Crypt. Z. δ. XII. E’ la Follieri (6), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa di questo antico codice. Il Codice Criptense del Cardinale Bessarione è un codice bombicino (in seta) e manoscritto in cui si trova il cosiddetto “Regestum Bessarionis”. Una specie di Platea o inventario fatto redigere dal Cardinale Bessarione, commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), in cui venivano inventariati i beni usurpati all’Abbazia: “Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (2)..  Nella sua nota (2), la Follieri ci parla di padre Rocchi (11), che lo pubblicò. Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il Rocchi (11), che pubblicò il ‘Regestum Bessarionis’, contenuto nel  codice Crypt. Z.δ.XII, nel suo scritto a p. 513 è scritto: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.”. Stiamo cercando la sua versione digitale e on-line sul sito della Biblioteca Apostolica Vaticana, dove esso probabilmente è conservato. La Follieri, ci informa che di questo codice ce ne parla Concetta Bianca (21), op. cit., in un suo pregevole studio sull’Abbazia di Grottaferrata. Purtroppo, la Follieri, ci informa che sia il documento autentico che quello di cui parlava il Ronsini che diceva conservato al Comune di Rofrano, non si trovano. La Follieri, scrive che: Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…). Il testo del crisobollo fu pubblicato per la prima volta nella monografia che un benemerito erudito locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, dedicò alla storia di Rofrano (5). Il canonico Ronsini (5), utilizzò, come egli stesso dichiara (…), una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula. L’opuscolo del Ronsini, uscito nel 1873 a Salerno, ebbe limitata diffusione: lo conobbe e lo utilizzò il P. Antonio Rocchi nel 1893 (11), ma lo ignorarono sia Erich Caspar (…) sia Ferdinand Chalandon (…). Il documento fu riscoperto da Paul Fridolin Kehr (…),  fu ripubblicato, sulla base del codice Criptense, da Fedor Schneider nel 1914 (15). Esso è registrato nell’appendice al Caspar redatto da Paolo Collura (16), ed è stato uilizzato sia da Horst Enzensberger nel suo lavoro sulla cancelleria e i documenti normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia (17) sia da Carlrichard Bruhl, nella sua monografia sui documenti del Re Ruggero II (18). Recentemente lo ha ripubblicato, nelle sue preziose opere sulla storia economica ed ecclesiastica del Cilento, Pietro Ebner (3).. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523. Entrambi questi manoscritti vennero poi utilizzati da Pietro Menniti per la redazione del ‘Bullarium Basilium‘ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3). La seconda e più numerosa famiglia è rappresentata invece dai documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, rintracciati grazie allo schedario Garampi (4). Si tratta di più di 30 originali tramandati nelle varie serie dei ‘Registri’, cui ne vanno aggiunti altri tre compresi nei volumi dei ‘Diversa Cameralia’ e una copia isolata in un formulario del XV secolo (Arm. LIII): in tutto 38 documenti, soltanto 2 dei quali compaiono anche nei testimoni del ‘Bullarium Cryptense’ (5). Vengono elencati in ordine cronologico i documenti pontifici riguardanti il monastero di Grottaferrata emanati dall’epoca della sua fondazione ad opera di S. Nilo di Rossano (1004) fino alla concessione in commenda da parte di papa Pio II al cardinale Bessarione (1462)(6). Dunque vediamo cosa dice il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6): la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’; nella  nota (3), scrive: Segnatura: Congregazioni religiose maschili. Basiliani di S. Basilio, busta 297, 2. Per uno sguardo d’insieme su questa prima famiglia dei documenti pontifici per Grottaferrata, cfr, infra, Tabella 1; nella nota (4), scrive: Cfr. infra, Tabella 2; nella nota (5), scrive: si tratta infatti dei nostri nn. 34 e 48 (rispettivamente Urbano IV, 1262 marzo 17: Reg. Vat. 26, f. 15v = Z-δ. XII, n. 19, f. 87v = ms. 523, n. 16, f. 23 = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 46-48, e Clemente VI, 1347, agosto 23: Reg. Vat. 180, f. 244v =  Z. δ. XII, n. 11, ff. 79v-81r = ms. 523, n. 8, ff. 11v-14r = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 64-69) per i quali cfr. infra a suo luogo; nella sua nota (6), scrive: Il regesto quì presentato è stato compilato essenzialmente sulla base dei vari testimoni della citata raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio vaticano, 1989.

(48) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifii per il monastero di Grottaferrata, ed. Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch – e-book, estratto a stampa da RM; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105; si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228, oppure Nuova Serie, vol. XLV, 1991, Luglio-Dicembre (Archivio Storico Attanasio).

(49) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

(50) (Fig. 6) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli nel 1975 – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci.

(51) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, Stamperia di Vincenzo Manfredi, 1776, si veda da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano.

da p. 113 a p. 120.

(52) Mabillon Jean, Annales Ordinis S. Benedicti, Parigi, 1703,

(53) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947.

(54) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo il ‘Centaurino’, si veda il Capo VI, da p. 302 e s.

(55) Borrelli C., Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653.

(56) Guillaume P., l’ordine clunicense in Italia, ossia vita di S. Pietro salernitano, primo Vescovo di Policastro, Cava dei Tirreni, 1876. Si veda pure di Guillaume, Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa (19), autore del manoscritto latino omonimo composto verso il 1140 e tradotto in italiano dall’Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, sul finire del ‘500. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (19), venne pubblicato dal Guillaume (4). Si veda pure: Shipa M., Storia del Principato longobardo di Salerno, sta in ‘Archivio storico per le Provincie Napoletane, 12, 1887. Si veda pure: Natella P., Peduto P., ‘Pyoxus – Policastro’, stà in “L’Universo”, ed. I.G.M., Firenze, 1973, Anno LIII, p. 512. Riguardo questo periodo e a Policastro, gli studiosi Natella e Peduto (4), sulla scorta del Keher (39) (vedi nota (70) che pubblicava alcune lettere del Papa che ordinava arcivescovo di Salerno Alfano I). Pietro Ebner, op. cit. (…), nel suo Chiesa Baroni ecc…, dedica un’intero capitolo “I benedettini di Cava nel territorio dell’odierno Cilento”, vol. I, p. 375 e s.

(57) “Restaurazione della Diocesi di Policastro, centri che la costituiscono, confini, beni.”, o la nota lettera episcopale detta “Bolla di Alfano I”, datata anno 1079 – lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I. L’esemplare conservato all’Archivio Diocesano di Policastro, così di seguito collocata: “Sezione Documenti antichi, Cartella I, dalle origini al 1400” (secondo quanto ci ha riferito l’attuale Bibliotecario D. Pietro). L’Ebner (11), colloca l’esemplare (forse quello conservato all’Archivio Diocesano di Salerno): “bolla a. 166 /67”. L’antico documento, è citato in Keher P.F., Regesta Pontificum Romanorum; Italia Pontificia Campania, VIII, Berlin, Weidmann, 1961 (rist.), pp. 371-372. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno ‘Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss., V, col. 219 e seq. “Alphanus Archieps An. 1080.”. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano, dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno Alphanus Archieps An. 1080.“. Per la sua copia conservata all’ADP, si veda anche Laudisio N.M., op. cit. (4), nota (35) del testo del Visconti, p. 13 (testo in latino) e pp. 70-71 (la traduzione del Visconti del testo in latino). Il Laudisio, riporta integralmente il testo manoscritto in latino della copia conservata all’Archivio Diocesano di Policastro. Si veda pure Porfirio P., ‘Policastro’, stà in D’Avino V., Cenni storici sulle chiese arcivescovili e prelatizie (nullius) del Regno delle due Sicilie, Napoli, Panucci, 1848, pp. 537-539. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s.; Archivio dell’Abbazia della Ss. Trinità di Cava, XX 97 (1119); Acta Sanctorum martii, I, Venetiis 1668, pp. 328-335; Vitae Quatuor Priorum abbatum Cavensium Alferii, Leonis, Petri et Constabilis, auctore Hugoni abbate Venusino, in RIS2, VI, 5, a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941, pp. 16-28; Codex Diplomaticus Cavensis, a cura di S. Leone – G. Vitolo, Badia di Cava 1984, IX, n. 28, 46, 47, 88, 90, 106, 109, 119, 129, X, n. 1, 104 s.; Annales cavenses, a cura di F. delle Donne, Roma 2011, pp. 36-45, sub ann. 1097, 1106, 1110, 1118, 1123. P. Guillame, L’ordine cluniacense in Italia, ossia, Vita di S. Pietro Salernitano, primo vescovo di Policastro, fondatore del corpo di Cava e istitutore della Congregazione Cavense, Badia della SS. Trinità 1876; Id., Essai historique sur l’abbaye de Cava, Cava dei Tirreni 1877, pp. 44-81; Acta Sanctae Sedis, XXVI, Roma 1893-94, pp. 369-371; P. Ebner, Pietro da Salerno e il monachesimo italo-greco nel Cilento, in Scritti in memoria di Leopoldo Cassese, Napoli 1971, pp. 3-32; Id., Economia e società nel Cilento medievale, II, Roma 1979, pp. 243 s.; G. Vitolo, Cava e Cluny, in L’Italia nel quadro della espansione europea del monachesimo cluniacense. Atti del Convegno internazionale di storia medioevale (Pescia… 1981), Cesena 1985, pp. 199-220, stampato anche in G. Vitolo – S. Leone, Minima Cavensia. Studi in margine al IX volume del Codex diplomaticus Cavensis, Salerno 1983, pp. 35-44; H. Houben, L’autore delle Vitae quatuorum priorum abbatum cavensium, in Studi medievali, s. 3, XXVI (1985), pp. 871-879 poi ristampato in Medioevo monastico meridionale, Napoli 1987, pp. 167-175; G. Vitolo, La badia di Cava e gli arcivescovi di Salerno tra XI e XII secolo, in Rassegna storica salernitana, VIII (1987), dicembre, pp. 9-16; M. Galante, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; J.M. Sansterre, Figures abbatiales et distribution des rôles dans les Vitae quatuorum priorum abbatum Cavensium (milieu du XII siècle), in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age, CXI (1999), 1, pp. 61-104; V. Loré, Monasteri principi e aristocrazie. La Trinità di Cava nei secoli XI e XII, Spoleto 2008, pp. XXIV, 29-35, 141-151.  Il Cataldo (36), scriveva: “Questo documento storico (di cui esistono copie manoscritte nella Curia Vescovile di Policastro, una delle quali fu autenticata dal Vescovo Andrea De Robertis, con bollo a secco e firmata da lui e dal Can. Matteo Lombardo, Cancelliere, in Lauria il 20 gennaio 1745) proviene da un’antica pergamena della Curia Arcivescovile di Salerno, donde fu tratta copia nel 1737. In calce alla copia, vistata dal De Robertis, si legge: “Ab Archivio Mensae Episcopalis Salernitanae, et signanter a quodam antiquo Regestro in carta Pergamena scripto, inibi sistente, exhacta est praesens copia & meliori & et ad fide ego Clericus MATTHAEUS Episcopus Pastor Salernitanus, Apostolica Auctoritate pubblico Notarius in Archivio Romano descriptus , et CURIA ARCHIEPISCOPALIS SALERNITANAE Ordinarius ACTORUM MAGISTER, requisitis signavi & Salerni, 14 Octobris 1737. (Adest signum Notarii praedicti).”. Recentemente B. Moliterni, Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (29), sostiene che la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621)(28) e, risale già al XVIII secolo (Fig. 8). Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621 (28). Dell’antico documento, il canonico Giuseppe Cataldo, lo pubblicava a pp. 129 e 130, in un suo pregevole studio rimasto inedito.

(58) Muratori A. L., Antiquitate Italiae Medii Aevi, Tomo I, Diss. V, col. 219 e s. Tratta da un Codice manoscritto della Chiesa di Salerno “Chronici Amalphitani nunquam antea editi Fragmenta ab Anno Chr. CCCXXXIX, usque ad Annum MCCXCIV’, pubblicate da Ludovico Antonio Muratori, in ‘Antiquitate Italiae..’. Il Muratori, sulla scorta dell’Ughelli (13), pubblica i Fragmenta del Codice Amalfitano (antico Codex della Chiesa Salernitana), dove vengono elencati alcuni Privilegi concessi dai Normanni ad Alfano I Arcivescovo di Salerno “Alphanus Archieps An. 1080.”. Si veda sempre dello stesso autore ‘Antiquitate Italiae medii aevi’, Milano, 1741, Tomo IV, diss. XIX, col. 219 et seq., ‘Alphanus Archieps An. 1080′. E’ da approfondire la notizia che ci dà il Racioppi, secondo cui è il Muratori che parla della Bolla di Papa Gegorio VII in “Antiquitate Italiae medii aevi”, Milano, 1741, vol. V, diss. 65, pag. 479. Il Muratori, ha pubblicato il documento: “Gregorii VII. Papa Bulla, qua Monasterio Cavensi Sanctae Trinitas donat & confirmat quedam Monasteria, circiter Annum 1076.”.

(59) Ugone Abate di Venosa, Vitae quatur priorum abbatun Cavensium: Alferium, Leonis, Petris et Constabilis, manoscritto sulla vita di Pietro, verso il 1140, scritto in latino e tradotto in italiano dal Ridolfi sul finire del ‘500 (20). Si veda pure Guillame P., Un monaco ed un principe del secolo decimo primo ossia San Leone da Lucca, secondo abate cavense e Gisulfo II, Cava dei Tirreni, Napoli, 1876. Guillaume, trascrisse e pubblicò il manoscritto sulla vita di Pietro, scritto in latino da Ugone, abate di Venosa.

(60) Don Alessandro Ridolfi o Rodulfi, Abate dell’Abbazia di Cava dei Tirreni. Il manoscritto inedito del Ridolfi che riportava il manoscritto di Ugone di Venosa (59), venne pubblicato dal Guillaume (56).

(61) (Fig. 1) Il codice manoscritto di Federico Patetta (Ms. Patetta 1621), “Chartularium ecclesiae Salernitanae”, XII secolo, Bolla di Alfano I, stà in Fondo Patetta, Biblioteca apostolica Vaticana, Città del Vaticano, Roma, pp. 30r – 30v – 31r., in cui si può leggere chiaramente: ‘Turracca’ (Torraca) e ‘Portu’ (Sapri ?). Biagio Moliterni, op. cit. (29), sostiene che: “la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., ed è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621) e, risale già al XVIII secolo.”. Si vedano: Fonti e Bibl.: Città del Vaticano, Biblioteca apostolica Vaticana, Fondo Patetta, ms. 1621, cc. 30r s., che si può consultare e scaricare gratuitamente collegandosi al sito della Biblioteca Apostolica Vaticana: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Patetta.1621. Il codice Patetta, manoscritto, Fondo Patetta, ms. 1621, “Chartularium ecclesiae Salernitanae”; citazioni bibliografiche: Galante, Maria, Esperienze grafiche a Cava nel XII secolo, in Archivio storico per le province napoletane 1982; si veda pure: Galante Maria, La documentazione vescovile salernitana: aspetti e problemi, in Scrittura e produzione documentaria nel mezzogiorno longobardo. Atti del convegno internazionale di studio (Badia di Cava… 1990), a cura di G. Vitolo – F. Mottola, Badia di Cava 1991, pp. 223-253; Galante Maria, Esperienze grafiche a Cava nel XII secolo, In Archivio storico per le province napoletane 1982; Zimmermann, Harald, 1926- Papsturkunden 896-1046. Erster Band: 896-996, In Denkschriften der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, philosophisch-historische Klasse 1984; Zimmermann, Harald, 1926- Papsturkunden 896-1046. Zweiter Band: 996-1046, In Denkschriften der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, philosophisch-historische Klasse 1985; Girgensohn, Dieter Miscellanea Italiae pontificiae. Untersuchungen und Urkunden zur mittelalterlichen Kirchengeschichte Italiens, vornehmlich Kalabriens, Siziliens, und Sardiniens, In Nachrichten der Akademie der Wissenschaften in Göttingen. Philologisch-historische Klasse 1974.

(62) Moliterni B., Alfano, Pietro e la diocesi di Policastro, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, LXXXIX (2013), pp. 5-36 (Archivio Attanasio). Recentemente il Moliterni, sostiene che la copia più antica dell’originale della Lettera Pastorale di Alfano I è del XII sec., è conservata nel Manoscritto Vaticano Patetta (coll.: Ms. vat. Patetta 1621)(61).

(63) Pietro Pappacarbone, nacque da nobile famiglia longobarda di Salerno. Pietro, nipote del primo abate Alferio I, dopo una permanenza a Cluny e la rinuncia al vescovado di Policastro, era abate di S. Arcangelo nel Cilento nel periodo tra l’agosto 1067 e il gennaio 1072, quando si andava affermando la congregazione cavense che riceveva in dono dal principe Gisulfo II altri monasteri. Richiamato a Cava in un periodo antecedente al mese di gennaio del 1073, Pietro venne nominato prima decano e poi, nel novembre 1078, abate della Santissima Trinità di Cava. Resse le sorti del monastero per ben 45 anni, modellando la congregazione cavense su quella di Cluny, pur senza dipendere minimamente da essa. Nel 1092 papa Urbano II, di passaggio da Salerno, fece visita all’abate Pietro che aveva conosciuto a Cluny, e consacrò la basilica. Morì il 4 marzo 1123 ed il suo corpo fu seppellito nella grotta Arsicia alla destra di sant’Alferio. Dal 1911 le reliquie del santo furono deposte sotto l’altare maggiore della basilica della Badia di Cava de’ Tirreni. Nel 1874 una reliquia del Santo fu donata dalla Badia di Cava alla diocesi di Policastro. La reliquia, conservata attualmente nella Cattedrale di santa Maria Assunta a Policastro Bussentino fu ricevuta dal vescovo di allora Mons. Giuseppe M. Cione, che tanto si era interessato per ottenerla.

(64) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016

(65) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017.

(66) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S.Nilo”, 1947.

(67) Vassalluzzo M., Castelli, Torri e Borghi della costa Cilentana, ed. ……., Salerno, 1969

(68) Volpi G., Cronologia de’ vescovi Pestani ora detti di Capaccio, Napoli, ed. Giovanni Riccio, 1752.

(69) Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”

(70) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio)

(71) Schipa M., Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887, il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio)

(72) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(73) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p. 359, riguardo la Bolla di Amato, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

(77) Balducci A., L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Storico Attanasio)

(78) Il cronista Normanno Raoul di Caen o Jumiegès. Caen Rodolfo (Raoul de Caen), cronista dell’epoca Normanna, autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’ (ma nota fino ad ora come ‘Gesta Tancredi’). Per l’opera di Caen, si veda Guizot M., Collection des memoires relatifs a l’Historire de France – Notice sur Raoul de Caen et Robert Le Moine – Faits et gestes du Prince Tancrede, Paris., ed. Chez J. – L-J. Briere, 1825, p…..Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (13), lo chiamaMarchisio’. Caen è citato da alcuni studiosi tra cui il Musca (..); si veda The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges, Orderic Vitalis and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995. Si veda pure: ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562. Si veda pure: Histoire de Tancrede, par Raoul de Caen, stà in Collection des memoires, di M. Guizot, Paris, 1825.

(79) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio).

Dal 1151 al 1165, re Guglielmo I di Sicilia, i feudi, le baronie e la Contea di Policastro

Carta del Cilento

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Attanasio)

Dal 1151, re Guglielmo I di Sicilia detto il “Malo”, Simone suo fratellastro e la contea di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Davide Abulafia (….) scriveva di Guglielmo che: “«Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine».”. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo (Palermo o Monreale, 1120 – Palermo, 7 maggio 1166), discendente degli Altavilla, è stato un Re di Sicilia dal 1154 al 1166. Quarto figlio di Ruggero II e di Elvira di Castiglia, Guglielmo fu dal 1151 coreggente e quindi re di Sicilia alla morte del padre nel 1154. Successe direttamente al padre essendo morti i suoi fratelli maggiori. Cresciuto ed educato nella sfarzosa corte di Palermo, subì moltissimo l’influenza della cultura araba diffusa nell’isola e, una volta salito al trono, aggiunse alle sue titolature anche il laqab arabo di al-mustaʿizz bi-llāh («che invoca il potere a Dio»). Non rinunciò a dedicarsi alle delizie e agli agi di cui poteva disporre e trascurò così le cose del Regno, affidandone la gestione a persone di fiducia: tra queste Maione di Bari che egli nominò amiratus amiratorum (emiro degli emiri), una specie di Primo ministro plenipotenziario. Dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell’Impero germanico, portata dal Barbarossa, di quella dell’impero di Bisanzio portata da Manuele I Comneno e da quella del papato retto da Adriano IV. All’interno dovette anche affrontare le insidie dei baroni avversi all’assolutismo stabilito da Ruggero II. Probabilmente debilitato da una malattia (o forse, come sostengono i suoi detrattori, distratto dalle mollezze di corte), trascurò inizialmente i pericoli e le minacce portate al suo regno. Pietro Giannone, nel suo Istoria civile del Regno di Napoli (…), a p. 173, riferendosi a re Ruggero II (padre del futuro re Guglielmo I), in proposito scriveva che: Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto; ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”. Infatti, sempre da Wikipedia leggiamo che quando nel 1154 morì Ruggero II di Sicilia, il Regno di Sicilia passò a Guglielmo, quartogenito del re. Questo depose Simone sostenendo che Taranto era troppo importante per essere governata da un figlio illegittimo e diede il principato al figlio Guglielmo. E’ probabile che questo Simone, sia Simone Conte di Policastro, detto il ‘Connestabile’ e, vissuto al tempo di re Guglielmo I detto il Malo (anche questo figlio di re Ruggero II). Da ciò deduciamo che se Simone era figlio illegittimo di re Ruggero II, doveva essere anche fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, pure figlio (legittimo) di re Ruggero II. Pietro Giannone ci dice pure che il padre a questo Simone lasciò il Principato di Taranto” e, aggiunge pure che il Principato di Taranto  “ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”, ovvero che il suo fratellastro, Guglielmo I detto il Malo che successe al padre Ruggero II, tolse il Principato di Taranto a Simone donandogli la contea di Policastro. Secondo Wikipidia, un Principe di Taranto fu Enrico, fratellastro di Guglielmo I detto il Malo. (ca. 1130 – prima del 1145), principe di Taranto. Da Wikipidia alla voce “Principato di Taranto” leggiamo che: “1144 – Simone, figlio di Ruggero II, diventa Principe di Taranto quando suo fratello Guglielmo diventa Principe di Capua e duca di Puglia;”. Dunque, da Wikipidia leggiamo che questo Simone è “Simone di Taranto”. Da Wikipia leggiamo che Simone era un figlio naturale di Ruggero II di Sicilia. Nel 1148 ricevette dal padre il Principato di Taranto, che era in precedenza del fratello Guglielmo che ricevette il Principato di Capua in seguito alla morte di Alfonso (1144). Quando nel 1154 morì Ruggero II di Sicilia, il Regno di Sicilia passò a Guglielmo, quartogenito del re. Questo depose Simone sostenendo che Taranto era troppo importante per essere governata da un figlio illegittimo e diede il principato al figlio Guglielmo. E’ probabile che questo Simone, sia Simone Conte di Policastro, detto il ‘Connestabile’ e, vissuto al tempo di re Guglielmo I detto il Malo (anche questo figlio di re Ruggero II). Da ciò deduciamo che se Simone era figlio illegittimo di re Ruggero II, doveva essere anche fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, pure figlio (legittimo) di re Ruggero II. Su “Simone d'”, leggiamo dalla Treccani on-line che Simone d’Altavilla, era figlio naturale di Ruggero II, ottenne, alla morte del padre, il principato di Taranto. Ciò suscitò il. risentimento del fratellastro Guglielmo I, il quale, valendosi del suo potere sovrano, non eseguì la volontà del padre defunto, adducendo che Simone, come illegittimo, non poteva occupare un feudo così importante. L’arbitrio compiuto nei suoi riguardi eccitò in Simone un profondo odio contro Guglielmo I, ed egli non aspettò che la prima occasione per vendicarsi, tanto da entrare nella congiura organizzata da Matteo Bonello (1161), divenendone in breve uno dei capi. Il 29 marzo fu lui a condurre i congiurati alla presenza del re e a trarlo prigioniero. Egli aspirava a salire sul trono, e intorno a lui si formò un partito, capeggiato da Gualtiero Offamilio (Walter of Mill), che sostenne la sua candidatura. Ma questa, come le altre, cadde quando Guglielmo, liberato, riprese il potere ed iniziò la repressione. Simone si rifugiò a Caccamo con Matteo Bonello e alcuni congiurati e nelle trattative per la pace, che i ribelli avviarono con Guglielmo, Simone fu sacrificato e costretto all’esilio. Le Chronache del tempo, al tempo delle congiure contro re Guglielmo I detto il Malo, re del Regno di Sicilia, ci parlano del principe Simone, Conte di Policastro e Connestabile del Regno. Simone insieme a Matteo Bonello partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo del 1160: Maione di Bari, Emiratus Emiratorum del Regnum, fu assassinato. Il 9 marzo 1161 Simone, con il suo nipote Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo, tutta la famiglia reale, mentre diversi membri della corte vennero trucidati e fu avviata una caccia ai musulmani che, considerati usurpatori, vennero massacrati a decine. La congiura prevedeva la deposizione del re e la salita al trono del giovane Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Anche se la popolazione sostenne l’ascesa al trono di Simone, prima che potesse essere incoronato i cospiratori persero l’appoggio popolare e l’insurrezione finì. Quindi Simone, insieme agli altri insorti, fu costretto a liberare il re che gli concesse in cambio del suo perdono l’esilio volontario. Nel 1166 non rivendicò il trono del regno che così passò al nipote Guglielmo II di Sicilia, “il Buono“. Qualche storico l’ha identificato con quel figlio di Ruggero II, che, alla morte di Guglielmo I (1166), invitò senza risultato l’imperatore di Bisanzio ad aiutarlo a salire al trono; ma l’identificazione non è sicura. Fonti e Bibl.: P. Litta, Fam. cel. ital., Normanni re, tav. III; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie, II, Paris 1907, cfr. Indice; G.B. Siragusa, Il regno di Guglielmo I, Palermo 1929, pp. 183 ss. Su Simone, fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, prima Principe di Taranto e poi deposto dal fratellastro e divenuto nel 1154 Conte della Contea di Policastro ho scritto nel mio saggio “Dal 1154 al 1161, Simone, conte di Policastro”.

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(Fig….) Il regno di Guglielmo I detto il Malo, nel 1154, dopo la morte del padre Ruggero II

Dal 1111 al 1114, Adele di Fiandra (Adelaide o Adala), moglie di Ruggero Borsa e madre di Guglielmo II di Puglia, la sua reggenza e la contea di Policastro

Ruggero Borsa morì il 22 febbraio 1111 a Salerno e fu sepolto nella locale Cattedrale, in una tomba ancora non precisamente identificata. Alla sua morte il ducato fu ereditato dal figlio Guglielmo, il quale si rivelò un governante debole quanto e più di suo padre. Il dominio fu poi definitivamente ereditato da Ruggero II. Dopo la morte di Ruggero Borsa (Ruggero I di Puglia, figlio di Roberto il Guiscardo), si aprì la successione al Ducato di Puglia con il figlio Guglielmo II di Puglia che però era ancora minorenne e quindi prese la reggenza la madre Adala o Adelaide figlia di Frisone. Da Wikipidia leggiamo che Adelaide di Fiandra (1064 (circa) – aprile 1115) fu regina consorte di Danimarca. Adelaide restò alla corte del fratello Roberto II di Fiandra fino al 1092 quando andò in moglie a Ruggero Borsa, Duca di Puglia. Con lui ebbe: Guglielmo detto Guglielmo II di Puglia che ereditò il Ducato di Puglia e Calabria dopo la morte del padre Ruggero Borsa nel 1111. Da Wikipidia leggiamo che nel 1092 Ruggero Borsa sposò Adela di Fiandra, figlia di Roberto I conte di Fiandra e vedova di Canuto IV, re di Danimarca, dalla quale ebbe Guglielmo II di Puglia, da non confondere con Guglielmo II di Sicilia detto il “Buono”, figlio di Guglielmo I il Malo. Il duca Ruggero Borsa sposò Ada, figlia del conte delle Fiandre, Roberto il Frisone e nipote di un re di Francia, nei primi mesi del 1092. Adele (Ala, Alaina, Athela). Nella prima metà del 1092 sposò Ruggero Borsa, duca di Puglia e Calabria, e già nel maggio 1092 sottoscriveva una donazione del marito al monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Dei tre figli avuti da questo matrimonio sopravvisse il solo Guglielmo: Luigi morì poco dopo la nascita, nel 1094, e Guiscardo verso il 1108. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), a pp. 92-93, nella sua nota (36), postillava che: “(36)……e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ecc..”.Dunque, in questo breve passaggio l’Ebner ci parla della reggenza di “Adala”, così chima la madre di Guglielmo II di Puglia, moglie di Ruggero Borsa e figlia di Roberto di Fiandra detto il Frisone. “Adala” o “Adelasia”. In un documento pubblicato dall’Ughelli (…), del 1100, che vedremo innanzi, la moglie di Ruggero Borsa, e madre di Guglielmo II di Puglia, viene detta: Adalatia comitissa Siciliae & Calabria”, in cui compare il Vescovo Arnaldo (a. 1110).  Rimasta ancora vedova nel 1111, nominata reggente per il figlio Guglielmo, riuscì a mantenergli lo stato, malgrado l’inquietudine dei vari feudatari normanni; le ricche donazioni fatte all’abate Pietro di Cava, sostegno degli Altavilla nel Mezzogiorno, fanno però supporre che ne abbia cercato il potente appoggio. Aveva da poco lasciato la reggenza, quando morì nell’aprile 1114. Fonti e Bibl.: Regii Neapolitani Archivi Monumenta, V, Napoli 1857, n. 445 a pp. 137-139, n. 454 app. 140-143, n. 456a pp. 144-146, n. 460 a p. 155, n. 477 a p. 203; Romualdi Salernitani, Chronicon, in Rer. Italic. Script., 2 ediz., VII, 1, a cura di C. A. Garufi, pp. 200, 207; P. Guillaume, Essai historique sur l’abbaye de Cava,Cava dei Tirreni 1877, pp. XVI, XVIII; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, I, Paris 1907, pp. 298 s., 311, 313, 317. Su questa “Adala” ha scritto Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a p. 416 parlando di “Adelasia”, l’ultima moglie di Ruggero I, nella nota (8) postillava che: “(8)…..Ancora più banale è l’annotatore (Naldi) del ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae regis Libri quattuor’ di Alessandro di Telese, nell’edizione fattane dal De Re (‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi e inediti’, vol. I, cit., l. I, c. 3, p. 90, e p. 149, n. 2), là dove, per lumeggiare la persona di “Adelasia”, appena accennata dal cronista, scrisse che fu “figliola di Roberto Marchese delle Fiandre, detto il Frisio, e nipote di Filippo re di Francia e nipote di Bonifacio marchese di Monferrato”. Si dirà, per incidenza, che lo strano abbaglio è avvenuto per la confusione di Adelasia, moglie di Ruggero di Sicilia, con un’altra “Adala” (ricordata dal Malaterra, l. IV, 20, pp. 98-99, e 26, p. 104, con questo nome), la quale, figlia di Roberto il Frisone, fu invece moglie di Ruggero I, duca di Puglia, figlio e successore del Guiscardo.”. Dunque, proprio in questa nota, Pontieri postillava che “Adala” fu la moglie di Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo e suo successore.

Dal 1114 al 1127, re Guglielmo II di Puglia e la contea di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) detto pure Guglielmo II di Puglia, figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1111 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, citava tre volte Ruggero Borsa, ed a pp. 92-93, parlando dei Normanni nel Principato Salernitano, in proposito scriveva che: Forse è opportuno ricordare che la morte (a. 1127) senza eredi di Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa (36), aveva aperta la successione al ducato di Puglia a cui aspirava il cugino Ruggero, già terzo conte di Sicilia per la morte del fratello Simone (a. 1113), ambedue figliuoli di Ruggero, il “Gran Conte” signore della Sicilia (a. 1101) e della Calabria (a. 1120).”. Dunque, in questo passaggio l’Ebner ci parla di tre ‘Ruggero’ ma cita anche “Simone”, fratello del futuro re Ruggero II, ed entrambi figli di Ruggero I di Sicilia, quello che chiama il “Gran Conte”. Dunque, Ebner scrive che Simone, erede primogenito e fratello del futuro Ruggero II d’Altavilla, morì nell’anno 1113. Dunque, se dopo la morte di Roberto il Guiscardo (a. 1085) si aprì la successione fra Ruggero Borsa ed il fratellastro Boemondo, entrambi figli di Roberto il Guiscardo. Dall’altra, dopo la morte, nel 1113 senza eredi di “Guglielmo II di Puglia” (cosiddetto dagli storici moderni), erede e successore di Ruggero Borsa, suo padre e, si aprì la successione con i due fratelli del Regno di Sicilia, i figli di Ruggero I d’Altavilla: Simone ed il futuro Ruggero II d’Altavilla. Guglielmo II (1095 – 28 luglio 1127) figlio e successore di Ruggero Borsa e di Adela di Fiandra (ex regina di Danimarca, in quanto vedova di Canuto IV), fu Duca di Puglia e Calabria dal 1114 al 1127. Era anche fratellastro di Carlo I di Fiandra. Dunque, sia da Ebner che da Wikipidia apprendiamo che Guglielmo II di Puglia, visse dal 1095 al 1127. Infatti, l’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) riferendosi alla morte di Ruggero Borsa postillava che: “(36)…..e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Dunque, secondo Pietro Ebner, dopo la morte di Ruggero Borsa, il figlio minorenne Guglielmo detto “II di Puglia”, diventò “terzo duca” del Ducato di Puglia e di Calabria, con la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone. Ebner, a p. 93, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Telsino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis’, III, 2.”. Dunque, riguardo le notizie su “Simone di Sicilia” ed il cugino Guglielmo II di Puglia, Ebner cita il manoscritto o il chronicon di Alessandro Telesino. L’Ebner, a p. 92, nella sua nota (36) riferendosi alla morte di Ruggero Borsa postillava che: “(36) …..e alla sua morte il minorenne figliuolo Guglielmo, terzo duca, sotto la reggenza della madre Adala, figlia di Roberto il Frisone.”. Oltre al titolo ducale di Puglia e Calabria, Guglielmo ereditò dal padre anche lo stesso carattere debole e inetto: durante il suo regno, egli, infatti, dimostrò tutta la sua inabilità al governo, che mise in pericolo la stabilità dei domini peninsulari degli Altavilla. Ben presto venne in conflitto con il cugino Ruggero II di Sicilia, uno scontro risolto solo con l’intervento di papa Callisto II, che, nel 1121, riuscì a pacificare i due rivali. Guglielmo e Ruggero giunsero a un accordo, in base al quale il conte di Sicilia procurò al cugino uno squadrone di cavalieri con cui reprimere la rivolta di Giordano conte di Ariano. In cambio, Guglielmo abbandonò i propri possedimenti in Sicilia e Calabria. Nel 1125, ricevette dal papa Onorio II l’investitura del Ducato di Puglia e Calabria. Nel 1114, aveva sposato Guaidalgrima, una figlia del conte Roberto di Alife, ma i due non ebbero figli. Alla sua morte, nel 1127, Guglielmo non aveva eredi legittimi e l’intero Mezzogiorno normanno fu ereditato dal cugino, il Gran Conte Ruggero, futuro Re di Sicilia. Generalmente considerato una figura insignificante dagli storici moderni, Guglielmo fu molto rispettato dai propri contemporanei, fu popolare fra i suoi feudatari e lodato per la sua abilità militare. Nel 1125, appena trentenne si preoccupò di erigere il proprio mausoleo funebre nella cattedrale di Salerno: era un triste presagio, morì due anni dopo. Ebner, a p. 93, nella sua nota (37) postillava che: “(37) Telsino (Alessandro, abate di S. Salvatore presso Telese, “Telesino”), ‘de rebus gestis Rogeri Siciliae regis’, III, 2.”. Dunque, riguardo le notizie su “Simone di Sicilia” ed il cugino Guglielmo II di Puglia, Ebner cita il manoscritto o il chronicon di Alessandro Telesino. Mons. Nicola Maria Laudisio (….), nella sua “Sinopsi etc…”, a p. 74 (vedi versione a cura del Visconti) parlando della Diocesi e riferendosi a Castelruggero, in proposito scriveva che: “Il re Ruggero, fondatore di questo nostro Regno di Napoli, fece ricostruire nel 1152 con molta cura Policastro, la innalzò al rango di Contea e la donò (52) al suo figlio illegittimo Simone; ecc..”. Dunque, il Laudisio si riferiva al Simone che successe al padre re Ruggero II e non a Ruggero Borsa. Nell’anno 1152, entra in scena Ruggero I d’Altavilla, gran Conte di Sicilia e fratello di Roberto il Guiscardo. Infatti, Ruggero Borsa, non aveva figli di nome Simone. Il “figlio bastardo”, Simone, a cui fanno riferimento le cronache, era figlio di Ruggero I d’Altavilla (e fratello di Ruggero poi detto Ruggero II) e, figlio di Adelasia del Vasto che resse il regno di Sicilia ed altri possedimenti normanni fino al 1122. Il Cataldo (…), a p. 29, scriveva: “Il Duca Roberto Normanno la distrusse nel 1065; il Re Ruggiero poi la ricostruì splendidamente e, insignita del titolo di Contea, la donò al suo figlio bastardo”. Quì il Cataldo, scrive correttamente il “Re Ruggero”, riferendosi a Ruggero I, fratello di Roberto il Guiscardo. Si tratta del conte Simone, primogenito di Ruggero I (fratello del Guiscardo e non di Ruggero II). Il Conte Simone, figlio bastardo di Ruggero I d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo e gran-conte di Sicilia. Il Cataldo scrive pure che in quell’anno (a. 1152), Ruggero Borsa offrì al Vescovo il “Castello” “De Rogerio” (il borgo fortificato di Castelruggero). Infatti, in quegli anni, sotto Ruggero Borsa si costituì la baronia ecclesiastica di Torre Orsaia e Castelruggero. Il Cataldo, scriveva ancora su “Simone” (figlio bastardo di re Ruggero I d’Altavilla), che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”.”. La notizia del “Simone” che finì in carcere è veritiera ma ciò non accadde nel 1155. Questo “Simone” era figlio illegittimo di Ruggero I d’Altavilla ed era fratello di Ruggero II d’Altavilla che salirà al trono di Sicilia nel 1130. Il Cataldo, proseguendo ancora il suo racconto scriveva pure che: “L’anno di consegna a Simone fu il 1152, anno in cui Policastro divenne Contea e Ruggiero II offrì al vescovo con perpetua investitura baronale, il Castello, detto da lui “De Rogerio” ecc…” e poi pure che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primigenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis murationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, ecc…”. Dunque, il passaggio è molto contraddittorio. Le notizie del Cataldo su Policastro sono tratte dal Laudisio e dall’Ughelli. Il Cataldo (….) subito dopo aggiunge che: “Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, ecc..”.

Nel 1122, Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia

Da Wikipidia leggiamo che Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla. Era figlio secondogenito del gran Conte di Sicilia, il normanno Ruggero I d’Altavilla e di Adelasia di Monferrato (Adelaide o Adelasia del Vasto). Fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Appena ereditato il trono del padre Ruggero I, re Ruggero II confermò con il ‘Crisobollo’ (un privilegio di cui parleremo), dell’aprile 1131, le precedenti donazioni fatte dai suoi predecessori alla chiesa di Rofrano. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre Adelaide del Vasto, riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1122). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei. Nel 1105, morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Divenuto maggiorenne nel 1112, cessò la reggenza della madre Adelaide del Vasto, e si dimostrò subito in grado di governare con autorità e saggezza, continuando la linea di espansionismo del padre. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e suo cugino Guglielmo II, duca di Puglia (figlio e successore di Ruggero Borsa e Adela di Fiandra e nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria e da non confondere con il nipote di Ruggero II, Guglielmo II detto il Buono). Quando nel luglio del 1127, suo cugino Guglielmo II, morì senza figli ed eredi, Ruggero II reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Ma Ruggero, in seguito ottenne la corona: il 27 settembre 1130 una Bolla di Anacleto II, consegnata al duca di Puglia presso la città di Avellino, fece Ruggero Re di Sicilia. Ruggero II era così divenuto uno dei più potenti sovrani d’Europa. Nell’estate del 1140 ad Ariano Irpino promulgò le ‘Assise di Ariano’, il corpus giuridico che formava la nuova costituzione del Regno di Sicilia. A lui si deve anche l’istituzione del ‘Catalogus baronum’, l’elenco di tutti i feudatari del regno, stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi delle potenzialità del proprio esercito. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 469 a scrivere che: “E’ probabile che l’insediamento, per lo meno ufficiale, avvenisse nel 1112…..E’ questo l’ultimo atto pubblico in cui interviene Adelasia nella sua qualità di reggente. Ruggero II aveva ormai raggiunto il suo sedicesimo anni di età. Anche se non possiamo con esattezza stabilire quanto legalmente ebbe termine la reggenza, piace alla fantasia raffigurarsi, sulla scorta del surriferito documento, il giovinetto Ruggero, uscito di minorità, a lato di sua madre nell’atto in cui questa, nello sfondo regale etc…”. Il Pontieri, a pp. 468-469, in proposito scriveva pure che: “Senonchè questo curioso condominio, di cui Ruggero II otterrà nel 1122 l’annullamento da parte del debole cugino Guglielmo I in rivalsa degli aiuti allora da lui prestatigli (114), era stato inteso nel senso che al duca di Puglia fosse devoluta la metà dei tributi riscossi nei nuemerevoli territori, senza che ciò giustificasse una limitazione della giurisdizione del conte di Sicilia e di Calabria su di essi: nulla, pertanto, impediva che questi elevasse alla funzione permanente di capitale del suo stato Palermo etc…”. Pontieri, a p. 469, nella nota (114) postillava che: “(114) Falcone Beneventano, Chronicon de rebus aetate sua gests’, in Del Re, Cronisti, cit., vol. I, p. 186: “medietatem suam Palermitanae civitatis, et Messanae et totius Calabriae”, d’accordo Romualdi Salernitano, ed. Garufi, p. 213: “mediam civitatem Panormi que ei (‘scil.: Guglielmo I) iure hereditario pertinebat, illi (scil.: Rogerio II) vendidit”.”.

Nel 1136, Goffredo di Camerota, “domnum de Camarota” acquistò un fondaco al porto di Oliarola

Antonio Caputo (….), nel cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), cita una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Antonio Caputo (…), nella sua nota (23), postillava che: “(23) Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, vedi pure A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. Dunque, il Caputo scriveva che il “primo duca di Camerota”, Goffredo di Camerota, nell’anno 1136 acquistò un fondaco a “Oliarola” (Ogliastro Marina (come da documenti Cavensi – ABC, XXIII, 106, a. 1136), per l’attività che svolgeva, quella di commerciante trasportatore di carne secca in salamoia che veniva trasportata per conto dell’Abbazia di Cava dei Tirreni al porto di “Ogliarola” (Ogliastro Marina). Riguardo il villaggio di “Olearola”, Ebner, nel vol. II, a p. 214, in proposito scriveva che: “Villaggio sorto nei pressi dell’omonimo approdo, uno dei cinque “porti” del distretto di Cilento.”. Ma di questo documento Ebner non ne parla. Riguardo il dominus del Casale di Olearola, nel 1130, ha scritto Pietro Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, parlando del casale di “Olearola” (Oliarola ecc..), a p. 214, in proposito scriveva che: “Di Oliarola è notizia ancora in due diplomi, il primo del 1121, il secondo del 1130…..Con il diploma (4) del 1130, Nicola, figlio di Guglielmo, conte del Principato, concesse ai nipoti Costabile e Maddalena “totum feudum” che era stato di Milo, figlio del fu Magenolfo, sito “in pertinentiis de cilento”. Tra le terre concesse “un pezzum de terra, in loco ubi dicitur Ollarola” confinante con l’omonimo fiume, “qui dicitur de Ollarola”. Nel novembre del 1131, innanzi ai giudici Alferio e milite Giovanni, Leone “qui dicitur barbi cepulla”, figlio del fu Giovanni, Martino, figlio del fu Pietro detto Vasamonaca, e il sacerdote monaco Giovanni, detto amalfitano, attestarono (5) che quando Sergio, figlio del fu Dauferio, etc…”. Dunque, nel 1130, anno in cui ci risulta il documento cavense del 1136, in cui il primo duca di Camerota, un certo “Goffredo” acquistò un fondaco ad Oliarola, in quegli anni, il dominus del Cilento era “Nicola di Principato”, figlio di “Guglielmo di Principato, conte del Principato”.  Dunque, il Caputo (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava molto il ‘Catalogus Baronum’, ci parlava di un mercante chiamato “Goffredo di Camerota” che in una pergamena conservata all’Abbazia benedettina di Cava de Tirreni, del 1136 ( XXIII, 106, a. 1136), “mercante” e “domnum da Cammarota”, che per conto dell’Abbazia benedettina di Cava, nel 1136, commerciava la carne secca o in salamoia e doveva consegnare la merce nel porto dell’Ogliarola (Ogliastro Marina) e che a tale scopo acquistò un fondaco a Camerota. Sulle origini questo personaggio, forse normanna, scriveva pure Amedeo La Greca. Infatti, Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 81 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni.”. Però poi, proseguendo il La Greca fornisce notizie più dettagliate su questo personaggio e scriveva che: “Il primo lo troviamo documentato indirettamente nel ‘Catalogus Baronum’ (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di S. Pietro ‘a li Cusati’? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Sempre il La Greca (….), nello stesso testo, a p. 81, in proposito a Goffredo scriveva che: “Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca, come “ipotesi di lavoro” propendeva nel credere che che il primo “duca di Camerota” sia stato “Goffredo di Camarota”, “mercante” e “domnum di Camerota”, padre di Ruggiero di Camerota che figura nel “Catalogus Baronum” (nel 1144) Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136)”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota” era il figlio di Goffredo (Ruggiero). Goffredo, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, in questo breve passaggio il La Greca scriveva che “Ruggiero di Camerota”, che compare nel “Catalogus Baronum” era “figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’, nel 1136″. Dunque, il “domnum di Camerota”, Goffredo, era padre di Ruggiero di Camerota. Antonio Caputo scriveva che Goffredo di Camerota “primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Dunque, secondo il La Greca, il “primo duca di Camerota”, Goffredo dotò l’antica Abbazia di San Pietro di Licusati dei suoi beni (La Greca scriveva “primi possedimenti”) dell’Abbazia. Il La Greca scriveva pure che il duca di Camerota, che Ebner e Caputo individuavano come il mercante “Goffredo di Camerota”, possedeva i vasti territori che dal feudo di Camerota si estendevano fino ai casali di Lentiscosa e Licusati. Infatti, il La Greca individua tra queste assegnazioni all’antica abbazia benedettina di S. Pietro, la chiesa di S. Biagio a Camerota, la chiesa di S. Martino, la chiesa di S. Nicola, verso Licusati, la chiesa di S. Giovanni de lo Colazone nei pressi del torrente omonimo, la chiesa di S. Giuliano e la chiesa di S. Maria de li Piani a Lentiscosa, la chiesa di S. Maria Maddalena e la chiesa di S. Vito a Camerota, l’ospedale ad essa annessa, la chiesa di S. Antonio a Lentiscosa e la chiesa di S. Maria del porto a Palinuro. Tutti questi beni furono tutti donati e assegnati all’abbazia di S. Pietro di Licusati. Di dette assegnazioni il La Greca non fa menzione dell’antico monastero di S. Cono a Camerota. In queste note il La Greca (….), sulla scorta di Ebner chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: ecc…”. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti.  Sulla figura di questo feudatario vi sono notizie certe dateci da Pietro Ebner (….), che, nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, a pp. 736-737 parlando di “Corbella” in proposito scriveva che: “Prima notizia nel ‘Catalogus baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de principatuo’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio 1144 nella restituzione della parte di Cosma, etc….Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acuafredda, Orso, figlio di Martin, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169, Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo etc…”. Ebner, a p. 737, nella nota (6) postillava che: “(6) Catal. baronum, nn. 434, 437, 460, 461.”. Ebner, a p. 737, nella nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Ebner, a p. 737, nella nota (8) postillava che: “(8) I, ABC, XXXIV, 16, 16 marzo a. 1169.”. Su “Goffredo di Corbella” ha scritto Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva che:  “Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino, abitante ivi, acquistò (7) un terreno dal milite Pietro, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota.”. Dunque, in questo passaggio Ebner parlando di una vendita a Corbella chiarisce l’origine di Goffredo di Camerota. Ebner (….), nel vol. I, a p. 737, nella sua nota (7) postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol. I, a p. 737, in proposito scriveva pure che da Florio di Camerota dipendevano pure: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Dunque, Ebner, a p. 737 scriveva che da Florio di Camerota dipendeva anche: “Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Ecc…”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Riguardo questa notizia Pietro Ebner (….), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737  “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”) parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato tra Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”. Dunque, Ebner cita un atto stipulato da Orso, figlio di Landolo di Acquafredda con il milite Pietro, figlio di Martino. Il contratto fu stipulato previo assenso del feudatario di Corbella che doveva essere il feudatario che diede l’assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. Dunque, Ebner scrive che da questo atto di compravendita si evince che il signore di Corbella era “Goffredo di Camerota”. Ebner ci dice pure che di “Goffredo di Camerota”, si ha notizia nel “Catalogus Baronum”. Dunque, Ebner segnalava che questo personaggio “Goffredo di Ruggiero di Camerota” figurava nel “Catalogus Baronum”, iniziatosi a compilare intorno all’anno 1144.

L’ospedale annesso alla chiesa e cappella di S. Vito a Camerota

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi alle donazioni del “duca di Camerota”, forse un certo “Goffredo di Cammarota”, all’antica abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che tra queste vi erano le: le chiese di…..e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc…”.. Dunque, il La Greca scriveva che il “duca di Camerota”, che ipotizza essere “Goffredo di Camerota”, intorno all’anno 1136 dotò l’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati di alcuni beni nel territorio di Camerota. Il La Greca scriveva pure che tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche “assegnazione” della “chiesa” di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Dunque, il La Greca, sulla scorta del Di Mauro e del Gentile scriveva che fu il duca di Camerota a donare la chiesa di S. Vito di Camerota, che in origine era una chiesa rupestre e, che in seguito sarà dotata di ospedale, sarà donata all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Onofrio Pasanisi fu di diverso avviso. Egli scriveva che la “chiesa di S. Vito a Camerota e l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa, Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Il Pasanisi testimonia la presenza a Camerota dell’Ospedale che dipendeva dall’antico monastero di S. Pietro di Licusati. La presenza a Camerota di una istituzione Ospedaliera dipendente dal monastero (di S. Pietro di Licusati) attesta la presenza nell’area degli Ospedalieri Gerolosomitani. Rileggendo il testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a pp. 78-79 apprendiamo che “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), ecc..”. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca scriveva che la “chiesa” o la “cappella” di S. Vito a Camerota”, di cui ho parlato in un altro mio saggio, in origine era una chiesa rupestre, forse un eremo lauritico, ma in seguito questa cappella “sarà poi fornita anche di un ‘hospitale'”. La cappella di S. Vito a Camerota sarà dotata di un Ospedale. Infatti, il Pasanisi sebbene abbia scritto che sia l’Ospedale che la chiesa di S. Vito siano scomparse scrive pure che a Camerota esistevano “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima)”. Cosa significa tutto questo? Della chiesa o meglio ancora, della “cappella” di S. Vito di Camerota che, in origine era chiesa rupestre, ho parlato in un altro mio saggio perche si tratta di una grotta scavata nel banco tufaceo. Secondo Angelo Gentile, come vedremo innanzi scriveva che, la “cappella di S. Vito”, ai tempi del monastero dei cappuccini e poi convento di monache, doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. La notizia dell’Ospedale della chiesa di S. Vito di Camerota, notizia riportata dal La Greca (….) e prima ancora dal Cirelli e dal Pasanisi, riguardava l’assegnazione o la dipendenza di questo luogo dall’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. L’ospedale era posto nell’omonima Piazza del Monastero dei Cappuccini. La piazza omonima era ed è posta in un terrazzamento posto al di sopra della cappella di S. Vito a Camerota. L’ospedale annesso a questa antica cappella era probabilmente posto nel vicino monastero dei Cappuccini. Dunque, sul terrazzamento posto al di sopra della “Cappella di S. Vito” a Camerota sorse un monastero o “convento” di padri Cappuccini. Sappiamo che in passato questo Ospedale e la cappella di S. Vito dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, …..istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop.”. Sempre il Di Mauro, a p. 379, in proposito scriveva che: “San Vito o Santo Vito o SANTU VITU, ‘dommula’ (piccola casa) – Chiesa di – ‘O-Spitale Sandu Vitillu o Ospedale della Chiesa di -; in un deposito c’erano botti in cui si raccoglieva l’incenso della Pineta di Sant’Iconio (vedi);”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 362, in proposito scriveva che: “‘A PINETA RE SANT’ANTONIO o PINETA SANT’ICONIO o PINETA ‘NCENZO, a Camerota,……. gli asini trasportavano le cassette di 25 kg di incenso al deposito di San Vito; ecc..”.

Nel 1136, la “chiesa” o “cappella di S. Vito” fu donata dal “duca di Camerota”, forse Goffredo di Camerota all’Abbazia di S. Pietro di Licusati

Amedeo La Greca (….), nel suo “Il cenobio di San Pietro a Li Cusati ecc..”, in  ‘Temi per una Storia di Licusati’ (…), a p. 78 riferendosi al cenobio prima e poi abbazia benedettina di San Pietro di Licusati, a Licusati, in proposito scriveva che: “Ma non risulta grancia di Grottaferrata che aveva nell’omonimo monastero di Rofrano il suo alter ego nelle terre dei principi longobardi: infatti, non è inserito tra le dipendenze assegnate a Santa Maria di Rofrano nel diploma di re Ruggero II all’abate Leonzio nel 1131 (70). Tuttavia la sua “grecità” si rafforzò quando il duca di Camerota lo dotò dei suoi primi possedimenti: la chiesa di San Biagio (ricavata in una grotta) sita ad est di Camerota, quella di San Martino sulle colline ad ovest dell’attuale abitato nella località omonima e quella di San Nicola che sorgeva su una breve altura a nord-ovest della depressione orografica de ‘li Cusati’ le quali, con le loro pertinenze, rappresentarono il primitivo patrimonio di provenienza laica dell’espansione fondiaria della futura badia. Dopo le prime assegnazioni al cenobio di San Pietro, ne seguirono altre nei territori viciniori (71), e cioè: le chiese di San Giovanni de lo Colazone, ubicata nei pressi del torrente omonimo, di San Giuliano e di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa. Cui ben presto si aggiunsero quelle di: Santa Maria Maddalena e San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’), Sant’Antonio di Lentiscosa; Santa Maria nel porto di Palinuro.”.. In primo luogo, il La Greca riferisce di assegnazioni e donazioni del feudatario di Licusati, egli lo chiama “il duca di Camerota” che assegnava “lo dotò dei suoi primi possedimenti”. Dunque, secondo quanto scrive il La Greca, sulla scorta del Di Mauro (….), “il duca di Camerota dotò l’Abbazia benedettina di San Pietro di Licasati di alcuni possedimenti. Sempre il La Greca (….), a p. 81, in proposito scriveva che: “Non abbiamo testimonianze su chi fosse il duca di Camerota, da cui dipendeva il territorio dell’odierno Licusati, all’epoca delle suddette donazioni. Il primo lo troviamo documentato direttamente nel ‘Catalogus Baronum (72), che si iniziò a compilare nel 1144, nel quale compare Ruggero di Camerota, figlio di Goffredo (che abbiamo già incontrato come “mercante” e ‘domnum da Cammarota’ nel 1136) e dipendente da Florio suo fratello maggiore, signore di Corbella (73). Potrebbe essere questo Goffredo, padre di Florio e Ruggiero, già morto nel 1144, il duca che favorì il formarsi del primo nucleo dei possedimenti di San Pietro ‘a li Cusati’ ? Possiamo protendere, se non altro come semplice ipotesi di lavoro, per una risposta affermativa.”. Dunque, il La Greca crede che il “duca di Camerota” “Goffredo di Cammarota”, intorno all’anno 1136 avrebbe fatto delle donazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (72) postillava che: “(72) Compilato tra il 1144 e il 1148; è stato edito da E. JAMISON, Roma, 1972”. Il La Greca, a p. 81, nella sua nota (73) postillava che: “(73) Dipendevano da costui anche Edolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggiero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e Letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella etc….”. In queste note il La Greca chiarisce chi fosse a suo dire il “duca di Camerota”, che, sempre a suo dire avrebbe fatto delle “assegnazioni” all’Abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati. Dunque, l’autore del saggio, Amedeo La Greca (….), scriveva che intorno all’anno 1136, all’Abbazia (egli scrive “al cenobio”, ma non era più un cenobio basiliano, questo antico monastero era da tempo una ricca abbazia benedettina) di S. Pietro di Licusati furono assegnate, la “chiesa di San Giovanni di Colazone”, che era sita nei pressi del torrente omonimo, nel territorio di Camerota; la “chiesa di San Giuliano” e la “chiesa di Santa Maria de Li Piani a Lentiscosa”; a Camerota paese, la “chiesa di Santa Maria Maddalena”; la “chiesa di San Vito” che, “in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di ‘hospitale'”; la “chiesa di Sant’Antonio” di Lentiscosa; la “chiesa di Santa Maria”, nel porto di Palinuro, dal “duca di Camerota” che, lo studioso crede potersi trattare di “Goffredo”, padre di Florio e di Ruggero. Amedeo La Greca, a p. 78, nella sua nota (71) postillava che: “(71) Cfr. A. Di Mauro, I sette sentieri della Memoria, op. cit., p. 234; A. Gentile, Exursus storico, op. cit., p. 109.”. Infatti, Angelo Gentile (….), nel suo “Exsursu storico – Marina, Camerota, Lentiscosa, Licusati”, ed. Palladio, a p. 109 parlando di Licusati, in proposito scriveva che: i luoghi di preghiera sono asceteri sparpagliati sulle colline e nelle grotte come è il caso di S. Biagio a Camerota, anch’essa grancia del monastero di S. Pietro, così pure la chiesa di S. Giovanni de lo Calazone nel torrente, di S. Giuliano e S. Maria de li Piani a Lentiscosa. Questi monaci possedevano di fatto l’intero territorio, quasi del tutto disabitato, tanto che con lo scorrere del tempo e con l’attacco e le ruberie dei normanni ai possedimenti basiliani, dopo gli Angioini e gli aragonesi pur si trovano nelle loro mani estesi territori in tutto il Cilento come Bosco, S. Nazario, S. Mauro, Molpa, Palinuro, Centola, Celle, Roccagloriosa, Castelnuovo Cilento, Novi, oltre naturalmente Camerota e Lentiscosa. Complessivamente nel 1613 si potevano contare circa 1600 ettari di soli terreni con esclusione delle chiese, delle case, dei mulini, delle stalle, ecc…Comunque Licusati fu aggregata al feudo di Camerota, benchè fosse alle dipendenze dirette della Badia. Ecc..”. In questi passaggi, il Gentile ci parla dei beni elencati in una Platea del 1613. Dunque, il La Greca ci parla di assegnazioni fatte al cenobio e poi Abbazia di S. Pietro di Licusati. Tra queste assegnazioni all’Abbazia di S. Pietro di Licusati vi fu anche quella di “San Vito di Camerota (in origine chiesa rupestre, che sarà poi fornita anche di un ‘hospitale’)”. Onofrio Pasanisi (…), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s. parlando di Camerota e di Licusati, in proposito scriveva che: Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate, oltre alle chiese di S. Pietro e di S. Nicola in Licusati, quella di S. Maria Maddalena, S. Biagio vescovo, S. Martino e S. Vito in Camerota, S. Giuliano e S. Antonio in Lentiscosa, S. Maria in Palinuro, la parrocchia di S. Nicola di Bosco, nonchè l’ospedale ecc…“. Dunque, il Pasanisi ci scriveva che la “chiesa di S. Vito in Camerota….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, da tempo scomparsi” dipendevano dall’Abbazia di S. Pietro di Licusati. Dunque, tra le sue numerose dipendenze dell’antica Abbazia benedettina di S. Pietro di Licasati vi era anche “l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.“, ovvero l’ospedale annesso alla chiesa di S. Vito di Camerota. Rileggendo il Pasanisi (…), pubblicato nel 1935, nel suo ‘Camerota etc.’, a p. 74, che scriveva che: “Da detta badia dipendevano, perchè da essa fondate…….la chiesa di S. Vito in Camerota…….nonchè l’ospedale costruito a ridosso di detta chiesa di S. Vito a Camerota (nell’attuale piazza omonima), l’uno e l’altra, e da tempo scomparsi.”Angelo Gentile, in proposito scriveva che: “Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota.”. Dunque, secondo Angelo Gentile, la “cappella di S. Vito” doveva essere uno “scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso”. Anzi, il terrazzamento dove sorgeva il monastero dei Cappuccini era posto proprio al di sopra della cappella di S. Vito. La “cappella” è un vano di forma quadrata ricavato nel banco tufaceo posto al di sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Onofrio Pasanisi (….), nel suo ‘Camerota e i suoi casali sino ai nostri giorni’, a pp. 74 e s., in proposito scriveva che: Anche nell’ex-convento dei cappuccini, sito fuori l’abitato di Camerota, e sede attuale del comune, ecc…”. Come scrive Angello Gentile su un blog in rete, la “cappella” risultava scavata nel tufo e vi si accedeva, dopo breve salita, attraverso un’apertura senza alcuna porta, all’interno si notavano sei nicchie, due a dx, due a sx e due sulla parete di fondo.”. Come ho già scritto in un altro mio saggio sulle cappelle rupestri, S. Vito di Camerota era una grotta scavata nel banco tufaceo e probabilmente un’antica cappella funeraria dove venivano seppelliti i defunti già in epoca paleocristiana. Un sacello. Infatti, Angelo Gentile, in un blog da egli curato scriveva che “alla domanda di cosa poteva essere risposi immediatamente, memore di due esperienze pregresse, una da divulgatore storico e l’altra da storico. Ricordavo, infatti, di aver visto simile struttura a nicchie in occasione di un mio intervento quale guida, richiesta, pro amici di Modena in visita ad Ischia: li accompagnai tra l’altro al Castello aragonese e poi al Convento delle Clarisse ed alla sua chiesa dell’Immacolata, fondato nel 1575 dalla vedova d’Avalos per ospitare le figlie delle famiglie napoletane nobili, destinate a non sposarsi per non disperdere il patrimonio fondiario. Sotto la struttura cristiana potei far visitare agli amici (qualche signora rimase sconvolta) il famoso locale del “putridarium” ovvero scolatoio cioè un luogo appositamente previsto dove i cadaveri delle monache venivano posti, seduti, in nicchie. Al centro della seduta un foro che serviva per il deflusso dei liquidi, raccolti in appositi vasi di argilla, in napoletano “cantarelle”, dal greco “cantharus”. Successivamente le ossa erano raccolte, pulite, esposte al sole per renderle bianche e, finalmente, sepolte negli ossari. Quindi doppia sepoltura a salma ormai essiccata. Il luogo veniva quotidianamente visitato dalle monache per riflettere sulla caducità della vita secondo il detto della Genesi (3,19) “Polvere sei e in polvere tornerai”. Angelo Di Mauro (….), nel suo “I sette sentieri della Memoria”, a p. 282, in proposito scriveva che: “Chiesa di San Vito, o Cappella ossia Ospitale extra moenia, sita all’ingresso di Camerota, nel 1754 in C.O. Camerota fs 4410 pag. 418 possiede 41 territori, più quattro capitali in prestito; istituita dai basiliani di San Pietro, fu anche lazzaretto, ora è inesistente; al suo posto è stato fatto spazio all’omonima piazza, (4d), 285 slm; et agiotop. dal santo siciliano decapitato il 15 giugno del 304/5 sul fiume Sele (Ebner III, 19); altre leggende narrano dei miracoli ed esorcismi operati dal giovane santo (M. Mello, 19/24).”.

Nel 1136, il conte Silvestro di Marsico dona ai benedettibi di Cava il casale di Sant’Arsenio

Rosanna Alaggio (…), nel suo ‘Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano’, pubblicato recentemente, nel cap. 3.1 ‘Esiti della politica religiosa e assetto territoriale nella prima età normanna’, a p. 87 così si esprimeva: “…; mentre lo sviluppo dell’abitato di Sant’Arsenio, che sarebbe stato donato da Silvestro Conte di Marsico nel 1136 ai benedettini cavesi, è l’unico centro dello stesso versante menzionato come casale dalla documentazione prodotta negli stessi anni (34).”. L’Alaggio, a p. 87, nella nota (34) postillava che: “(34) A. Didier, Regesti delle pergamene di Teggiano, cit., ibidem, reg. 177. Sull’autenticità dell’atto di donazione di Silvestro di Marsico si nutrono forti dubbi, la dipendenza di Sant’Arsenio dalla Badia di Cava sarebbe tuttavia provata da una bolla di Eugenio III, anche se il testo della conferma papale non fa riferimento all’esistenza di un casale (P. Guillaume, L’Abbaye de Cava, op. cit., p. XXXIII).

Nel XII secolo, le Baronie cresciute con Guglielmo I detto il ‘Malo’

Felice Fusco (…), nel suo, ‘Quando la Storia tace: ‘Dalla ‘Sontia’ Lucana alla ‘Santia’, pubblicato nel 1992, a p. 205 parlando di Sanza, in proposito scriveva di Padula e diceva che: Eliminati i bizantini, Langobardi e Saraceni, l’Italia meridionale con la Sicilia divenne uno stato forte e unitario la cui amministrazione fu basata su ordinamenti feudali meticolosi e severi (164). Il Cilento con Guglielmo I d’Altavilla divenne la ‘Contea del Principato’, dalla quale nei primi decenni del XII secolo si staccarono le terre del Vallo di Diano che vennero aggregate alla ‘Contea di Marsico’. Nel Vallo i Normanni adottarono la politica della creazione di ‘clientele vassallatiche longobarde’, come dimostrano ampiamente i documenti della Badia di Cava: signori langobardi figurano a Padula (165), Sala (166), Diano (167), Atena (168).”. Il Fusco (…) a p. 205 nella sua nota (165) postillava che: “(165) C(odice) D(iplomatico) V(erginiano), a cura di P. Tropeano, I-IV, Montevergine, 1977-80, III, 341.”. Dunque, Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, successore di Ruggero II di Sicilia, ovvero dopo la sua morte. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo fu re di Sicilia dal 1154 al 1166. «Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine». Il Fusco dunque, per la storia del Vallo di Diano citava il Codice Verginiano dove sono pubblicati oltre 6000 documenti conservati all’Abbazia di Montevergine che come sappiamo aveva acquistato buona parte dei possedimenti e dei beni della chiesa del Vallo di Diano. Fra questi documenti, la gran parte riguardano documenti dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni che in queste terre ebbe un ruolo fondamentale e possedeva tantissimi monasteri e grangie. Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”. Esse erano quella del ‘vescovo-barone di Capaccio’ che comprendeva anche l’attuale territorio dei Comuni di Agropoli e Ogliastro; quella di ‘Torre Orsaia’, del vescovo-barone di Policastro; quella dell’igùmeno del cenobio greco di San Giovanni a Piro; e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà dei principi Longobardi di Salerno nel IX secolo e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Qui ancora si conserva una delle più antiche testimonianze artistiche medievali del Cilento: è una lastra di pietra, alta circa cm 90 con su scolpito a basso rilievo san Michele, in atto di trafiggere con la lancia il drago. Ecc…”. Secondo i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) pare che, Policastro fosse rimasta Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…), anche all’epoca di Federico II di Svevia. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Dunque, Pietro Ebner, scriveva che al tempo dei due re Guglielmi, Guglielmo I il Malo e re Guglielmo II il Buono, si formarono anche grazie ai due regnanti Normanni, delle vere e proprie Baronie ecclesiastiche, come quella molto potente dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, di Rofrano, di Policastro (di Torre Orsaja), ecc….Queste baronie, divennero via via molto potenti fino all’ascesa di Federico II di Svevia che le combattè cercando di riportarle nel loro giusto potere feudale. Nel 1189, dopo la morte di re Guglielmo II il Buono, sebbene la capitale del Regno di Sicilia fosse a Palermo, Salerno e le nostre terre, avevano ancora un ruolo particolare ed importante nel Regno. Lo dimostra la notizia che, nell’anno 1189, forse era già morto re Guglielmo II il Buono e ritroviamo Riccardo Florio di Camerota a fianco del suo collega Luca Guarna a derimere una controversia giudiziaria. Non abbiamo notizie certe in merito alla situazione nel Golfo di Policastro e delle altre Baronie sorte durante l’epoca dei due re Guglielmi. I principi e signori, oltre ad offrire feudi, beni e privilegi, donarono all’abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni o la proprietà o il diritto di patronato su chiese e monasteri. I vescovi ambivano di avere nelle loro diocesi i Cavensi per il bene che vi operavano. I papi, oltre la conferma delle donazioni, concessero il privilegio dell’esenzione. In questo modo l’abate di Cava dei Tirreni finì per avere una giurisdizione spirituale, dipendente solo dal Papa, sulle terre e sulle chiese di cui la Badia aveva la proprietà. Da parte sua Cava costituiva per i papi un caposaldo di cui potevano fidarsi pienamente, tanto da affidarle in custodia alcuni antipapi. Degli anni e della dominazione Normanna, Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento’, a p. 145, in proposito alla fine della dominazione Longobarda e agli albori della Baronia ecclesiastica dell’Abazia di Cava dei Tirreni, scriveva che: “Nel 1100, infine, per volontà di papa Urbano II, si stabilì, tramite uno strumento pubblico rogato nel castello di Agropoli, quali fossero i confini fra il territorio del vescovo pestano e quello della Badia di Cava che una ventina di anni dopo avrà il suo centro spirituale, economico e militare nel nuovo ‘castello dell’Abate’.”. Sempre il La Greca a p. 168, sciveva che: “Possesso della Badia di Cava erano gli approdi di ‘Santa Maria di Giulia’ (odierna San Marco), di ‘San primo di Cannicchio’ (a nord-ovest di Acciaroli), di Santa Maria di Pioppi (Pioppi), dello ‘Stagno’ (o ‘Marinelle’, a Tresino di Agropoli), del ‘Puzzillo’ (fra Santa Maria e San Marco di Castellabate) di Oliarola’ (Ogliastro marina) e San Matteo (alla foce dell’Alento), che rappresentarono il naturale sbocco di mercato dei prodotti agricoli in eccedenza dell’entroterra, gestito con oculatezza, soprattutto tramite costanti miglioramenti dei rapporti coi coloni che i benedettini seppero instaurare sulla scia della riforma agraria già operata a Sant’Arcangelo da Pietro da Salerno fin dal 1067.”.

Nel 1145 (?), il ‘Catologus Baronum’ redatto dai Camerari di re Guglielmo I detto il “Malo”

Il Giustiniani (…), scriveva che Dal ‘Catalogo de’ baroni’, che contribuirono sotto Guglielmo II nella spedizione in Terra Santa, si ha che a Policastro vi erano diversi Feudatari (24). Il Re Ruggeri dopo che l’ebbe rifatta, dicesi d’averla data con titolo di Contea a Simone suo figlio naturale. “. E’ proprio attraverso alcuni documenti simili a quello di cui parleremo oggi, proprio perchè in essi si parla di possedimenti e di confini di proprietà che possiamo trarre interessanti notizie storiche sulle nostre terre. Il ‘Catalogus Baronum’ (Catalogo dei Baroni) è l’elenco di tutti i vassalli e dei relativi possedimenti compilata dai Normanni all’indomani della conquista dell’Italia Meridionale. Fu esportata dai Normanni nel resto del Regno per affrontare e risolvere l’annoso problema posto dalla scarsa collaborazione offerta dai signorotti locali verso il governo centrale a causa dalla poca conoscenza che il governo aveva delle loro disponibilità. Questo nuovo ufficio, il cui personale era principalmente formato da Saraceni, aveva sede a Salerno, con giurisdizione su tutto il regno eccetto che sulla Calabria e sulla Sicilia (aree più stabili e sotto il diretto controllo regio), occupandosi anche di: gestire le terre regie e le proprietà demaniali, autorizzare la vendita delle terre, controllare l’operato dei baroni. Per ottemperare a questi compiti, nel ‘Catalogus Baronum’ furono raccolte informazioni dettagliate sui singoli signori riguardo alle loro disponibilità patrimoniali (castelli, fortezze, terreni) oltre all’entità delle forze in armi e di quelle mobilitabili. Il “Catalogo” quantifica, inoltre, anche quanto ciascuno dei feudatari doveva fornire al re in occasione della sua partecipazione alle crociate o per la difesa del regno dalla minaccia araba. La ‘Duana Baronum’ grazie al suo “Catalogo” riuscì effettivamente a controllare la periferia ed assicurare stabilità al Regno, perché dalla sua istituzione, e per molti anni, scomparvero le rivolte baronali. Si può quindi affermare che la creazione di quest’ufficio rappresentò una delle più importanti tappe per la centralizzazione del sistema amministrativo normanno. Oggi lo studio del ‘Catalogus Baronum’ risulta preziosissimo per accertare l’identità dei signori, l’estensione delle loro proprietà e, quindi, ricostruire la storia e la toponomastica dei luoghi citati. Il Catalogus Baronum è il nome collettivo (non originale, ma usato in età moderna) di tre testi presenti nei registri angioini (n. 242 da 1322, fol. 13-63) che contengono dati feudali sul ducato di Puglia e sul Principato di Capua. La maggior parte è costituita dal Quaternus magne expeditionis’ (nn. 1-1262), iniziato durante il regno di Ruggero II, negli anni 1150-52, e rivisto nel periodo 1167-68. Secondo Evelyn Jamison (…), fu preparato in vista della difesa militare (magna expeditio) dall’alleanza greco-tedesca. Gli inserimenti sono in ordine geografico e cominciano con la Terra di Bari indicando se il feudo è stato assegnato direttamente dal re oppure se era di un valvassore, il nome del feudatario, il nome del feudo, la valutazione in unità di soldati (milites) che può fornire e il rendimento totale ‘cum augmento’. Il ‘Catalogus Baronum’ è il nome collettivo (non originale, ma usato in età moderna) di tre testi presenti nei registri angioini (n. 242 da 1322, fol. 13-63) che contengono dati feudali sul ducato di Puglia e sul principato di Capua. Durante la revisione del 1167-68, che riguardò principalmente gli Abruzzi, ma anche in parte la Puglia, furono usati ‘quaterniones curie’. La seconda parte (nn. 1263-1372) è un altro registro normanno, stilato intorno al 1175, contenente i cavalieri di Arce, Sora ed Aquino. La terza parte è del periodo svevo (circa 1239-40) e contiene i feudatari secolari (Nr. 1373-1427) ed ecclesiastici (nn. 1428-1442) della Capitanata. Il testo presente nel registro angioino è tratto dalla copia sveva. La maggior parte è costituita dal Quaternus magne expeditionis’ (nn. 1-1262). Molto studiato e ripubblicato in passato come ad esempio da Bartolomeo Capasso (…) e dalla Jamison (…), questo antichissimo documento ci permette di conoscere alcune notizie storiche sulle nostre terre tra gli anni del  1154 e il 1169 (secondo il Capasso), in epoca Normanna. Il Catalogus Baronum (Catalogo dei Baroni) è l’elenco di tutti i vassalli e dei relativi possedimenti compilata dai Normanni all’indomani della conquista dell’Italia meridionale. Pietro Ebner (…), nel vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, a p. 236 riguardo il ‘Catalogus Baronum’, scriveva: “Come è noto, il ‘Catalogus baronum’compilato dai camerari della ‘dohana questorum et baronum’, per non si sa quale impresa militare, venne datato dal Capasso (…), tra il 1154 e il 1169 (…), dalla Jamison (…) (a. 1137) e dal De Petra il 1140 e il 1148 (84). Un inedito diploma (a. 1144) di Alfano di ‘Castrimaris’ (Velia), uno dei compilatori del ‘Catalogus, mi consentì di collocare detta redazione tra il 1144 e il 1148 (85). Ai nomi dei milites ivi elencati non sempre sono indicati i feudi relativi. Molti erano i feudi ‘unius militi’ con una rendita di 20 once d’oro, appena sufficiente al mantenimento di un cavaliere (87). Altri, soprattutto quelli associati nel ‘Catalogus’ alle voci di Capaccio, Laurino, ecc. erano obbligati a fornire milites non in quanto possessori di feudi, ma di ‘villanos’ a titolo feudale ecc…Il Catalogus, più che un elenco di feudi, è un registro militare (90). Esso elenca 3800 cavalieri con relativo seguito che le ‘terre’ feudali erano tenute a fornire al re, tranne l’Abbas sanctae Trinitatis Cave’ (a. 409) che ne era esentato per particolare privilegio (91). Ecc..”Ebner (…), nelle sua nota (85), scriveva in proposito: “I., ABC, G 43, a. 1144, VII, Castellammare della Bruca (Velia): Alfano de castello moris dona al ‘Monastero de Caveis sancte Trinitas (Abate Falcone), e pro anima ecc..”.  Ebner (…), nelle sua nota (87), scriveva in proposito: “Diversamente dalle città demaniali (Napoli, Salerno, ecc..), che pagavano un ‘tributum’ o ‘datum’, i feudi erano esenti da imposte.”. La Falcone (…), scriveva che: “..il ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185...” . Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scriveva: Ai tempi di Guglielmo il buono” (re Guglielmo II detto il Buono), fece compilare il ‘Catalogus Baronum’ per “..la seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187″. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. La studiosa Falcone (…), sulla scorta di Ebner (…), faceva notare che: “Con riferimento a questo e a numerosi altri casi di vescovi-abati-baroni, creati in particolare da Umfredo d’Altavilla e dal fratello Guglielmo nel corso della conquista normanna seguita alla presa di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo (1076), Pietro Ebner ha parlato di baronie ecclesiastiche (207).”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”Guglielmo II di Sicilia, detto ‘il Buono’ (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte; era figlio di Guglielmo I detto ‘il Malo’ e di Margherita di Navarra.

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Storia del ‘Catalogus Baronum’

Il ‘Catalogus Baronum’ (Catalogo dei Baroni) fu compilata dai Normanni all’indomani della conquista dell’Italia Meridionale. Fu redatto verso la metà del XII secolo dalla Duana Baronum’, l’ufficio regio preposto agli affari feudali, che lo mantenne aggiornato per gli anni a venire costituendo il suo principale strumento di lavoro. Secondo alcuni era redatto sul modello della dîwân al-majlis, introdotta in Sicilia dai precedenti governanti Fatimidi per il controllo del trasferimento di proprietà delle terre. In esso sono elencate le baronie (le terre), le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. La ‘duana baronum’ fu esportata dai Normanni nel resto del Regno per affrontare e risolvere l’annoso problema posto dalla scarsa collaborazione offerta dai signorotti locali verso il governo centrale a causa dalla poca conoscenza che il governo aveva delle loro disponibilità. Il Catalogo venne realizzato da re Ruggero II d’Altavilla, tra il 1150 e il 1152. La redazione del catalogo seguì di pochi anni la convocazione delle ‘Assise di Ariano‘, con le quali Ruggero II, stabilì una sorta di nuova costituzione del Regno e nuovi e maggiormente definiti rapporti con i feudatari. Nel corso della rivolta contro Guglielmo I del 1161, il ‘Catalogo’ venne gettato, insieme a quasi tutti gli altri documenti amministrativi del Regno, nel grande falò acceso nel cortile del palazzo reale, e andò distrutto. Dopo la soppressione della rivolta, il Catalogo venne ricostruito — largamente a memoria, un’impresa titanica — da Matteo d’Aiello (Matteo da Salerno, sull’opera di Matteo si veda Garufi C.A. (…)); l’opera venne completata nel 1166 sotto Guglielmo II. Rimase poi in uso fino al passaggio del Regno di Sicilia (fondato da Ruggero II) agli Hohenstaufen, nel 1194, per essere poi gradualmente assorbito dall’amministrazione imperiale. Durante la revisione del 1167-68, che riguardò principalmente gli Abruzzi, ma anche in parte la Puglia, furono usati ‘quaterniones curie’. La seconda parte (nn. 1263-1372) è un altro registro normanno, stilato intorno al 1175, contenente i cavalieri di Arce, Sora ed Aquino. La terza parte è del periodo svevo (circa 1239-40) e contiene i feudatari secolari (Nr. 1373-1427) ed ecclesiastici (nn. 1428-1442) della Capitanata. Il testo presente nel registro angioino è tratto dalla copia sveva. La maggior parte è costituita dal ‘Quaternus magne expeditionis’ (nn. 1-1262), iniziato durante il regno di Ruggero II, negli anni 1150-52, e rivisto nel periodo 1167-68. Secondo la studiosa Evelyn Jamison (…), fu preparato in vista della difesa militare (magna expeditio) dall’alleanza greco-tedesca. E’ attraverso questo antichissimo documento, oggi scomparso perchè appartenente all’Archivio Regio Angioini, andato perso nell’incendio di S. Paolo Belsito del Grande Archivio di Napoli, ma molto studiato e pubblicato nel 1653 dal Borrelli (…), nell’appendice al suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’. Guglielmo II di Sicilia, detto ‘il Buono’ (Palermo, dicembre 1153 – Palermo, 18 novembre 1189), discendente della famiglia degli Altavilla, fu Re di Sicilia dal 1166 alla morte; era figlio di Guglielmo I il Malo e di Margherita di Navarra. Nel 1130 o 1131, al tempo di Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono (che era salito, nel maggio 1166 al trono appena dodicenne alla morte del padre Guglielmo II di Sicilia, sotto la tutela della madre), vennero confermati all’Abate Leonzio (dell’Abazia di Grottaferrata da cui dipendeva quella di Rofrano), alcuni privilegi e concessioni fatti anni prima da suo nonno Ruggiero II di Sicilia. Purtroppo, questo antichissimo documento Normanno-Svevo, conservato nei Registri Angioini, non esiste in originale. Gli autori come il Minieri Riccio o il Filangieri o il Capasso (…), la Jamison (…), hanno pubblicato, solo la loro trascrizione integrale che è quella che ci resta, dopo la totale distruzione della   documentazione angioina, distrutta durante gli eventi bellici del 1943. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”. Recentemente abbiamo chiesto all’Archivio di Stato di Napoli, la collocazione del documento per la sua fotoriproduzione digitale ma purtroppo, la dott. ssa Orciuoli, così ci rispondeva: “purtroppo la documentazione angioina è stata distrutta durante gli eventi bellici del 1943. È in corso la ricostruzione dei registri e dei fascicoli: per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del patrimonio nella home page dell’Archivio di Stato di Napoli, digitando nel campo di ricerca la voce “Ricostruzione angioina”. L’unico manoscritto del testo (Napoli, Reg. Ang. 242, ff. 13r-63r). Di questo antichissimo documento, ci resta la sua trascrizione integrale redatta nel 1963 dalla studiosa Evelyn Jamison (…). Infatti, quando nel 1972, l’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo (…), di Roma, decise di ripubblicare la vecchia edizione del testo pubblicato dalla Evelyn Jamison (…), Raffaello Morghen, nelle ‘Avvertenze’ al nuovo testo, scriveva in proposito: “Negli anni fra il 1952 ed il 1960 corsero tra Evelyn Jamison e l’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo le prime trattative per la pubblicazione del Catalogus Baronum, una delle fonti di maggior rilievo per la conoscenza della storia del Regno di Sicilia tra il 1150 e il 1168 ecc…Il fatto che l’unico manoscritto del testo (Napoli, Reg. Ang. 242, ff. 13r-63r) sia andato perduto nel 1943, nella distruzione dei Registri Anioini conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, rende tanto più preziosa l’edizione della Jamison e giutifica ampiamente la decisione dell’Istituto. L’opera è andata in stampa a cominciare dal 1963 ecc..”.  Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione digitale del prezioso testo pubblicato dalla Jamison (…), di cui quì pubblichiamo degli estratti sulle nostre terre.

Nel 1145, il ‘Catalogus Baronum’ (Catalogo dei Baroni) 

Bartolomeo Capasso (…), “Sul Catalogo dei Feudi e dei Feudatari delle Provincie Napoletane sotto la dominazione Normanna”, che citava e diceva che l’antico documento conservato presso il Grande Archivio di Napoli, andato perso nel rogo del 1943, fu pubblicato integralmente per la prima volta da Carlo Borrelli. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono” e che in seguito, alcune saranno avocate al fisco di Federico II di Svevia per fellonia. Con il ‘Catalogus baronum’, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come ad esempio il centro di Camerota. Il ‘Catalogus Baronum’ o “Catalogo dei Baroni” fu pubblicato per la prima volta da Carlo Borrelli (9), in Appendice al suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653. Il Borrelli (…) a pp. 48 e sg., ci parla dei sottoposti che dipendevano da Lampo di Fasanella ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Il Borrelli (…) a p. 46, parla dei “Barones Regni de Principatv – De Comestabulia Lanpi de Fasanella” e,  nell’elencarli tutti. Il Capasso (…), a p. 21, dissertando sulle origini del documento conservato negli Archivi Angioini (poi andati persi), scriveva che: “Mancano poi interamente, nè per verità dovevano starci, le Calabrie,  le quali allora ed anche per parecchi anni dopo appartenevano amministrativamente parte della Sicilia, e non del Ducato di Puglia,  conseguenza della prima divisione fatta dopo la conquista Normanna da Roberto Guiscardo, ed il Gran Conte Ruggiero, indi nei pimi anni dagli Angioini distrutta.”. Da Bartolomeo Capasso (…), a p. 26 si apprende che: “Altrove all’articolo 456 registrasi Ebolo Camerario, pel feudo di un milite, che teneva in servizio da Florio di Camerota;”. Sempre dal Capasso (…), a p. 28 leggiamo che: “Ma posto tutto ciò quale fu lo scopo di questo Catalogo, quando esso fu compilato, quando nuovamente rifatto? Il P. Carlo Borrello, che fu il primo a pubblicarlo, opinò che fosse stato descritto sotto Guglielmo il Buono, per una spedizione intrapresa in Terra Santa. Egli non determina l’anno di questa spedizione, ma il Duca della Guardia con più precisione afferma che  “stabilita ad istanza di Papa Gregorio VII l’anno 1187 da tutt’i Principi della Cristianità l’impresa di recuperare Gerusalemme da mano d’infedeli, Re Guglielmo il Buono, principe di molta pietà, vi concorse, e chiese a questo fine ai Baroni del Regno duplicato il servizio dei loro feudi.”. A sostenere questa sua opinione altre prove lo stesso Borrello non adduce, se non chè nel ritrovarsi in esso Catalogo i nomi di Tancredi di Lecce, di Gilberto di Gravina, di Gionata di Consa, e di altri Baroni, che florivano certamente ai tempi dei Normanni, ed anche il nome dello stesso Re Guglielmo rammentato al foglio 19; tutte cose però che non danno alcun’indizio di un anno preciso qualunque, nè di una spedizione in Terra Santa. Il Fimiani poco si discostò dal Borrello, e dal Duca della Guardia. Egli crede che avendo Saladino nel 1181 nuovamente aggredito il regno di Gerusalemme, e non potendo Balduino, che allora nella sua minore età ivi regnava, resistere, Papa Alessandro III eccitasse i Principi Cristiani, tra i quali specialmente Guglielmo II Re di Sicilia, ad una forte e vigorosa spedizione contro i musulmani per conservare il Regno di Gerusalemme alla Cristianità. Nell’occasione dunque di questa grande spedizione in Terra Santa questo Catalogo, a suo giudizio, doveva esser compilato, onde si avesse la nota del servizio, al quale i Baroni del Regno di Puglia eran tenuti; e ciò secondo lui sarebbe manifesto dalle parole “pro auxilio magnae expeditionis”, che parecchie volte ricorrono. Tutti gli altri scrittori generalmente hanno adottato questo esercito, e non mai di una flotta (‘stolium’), in tutto il Catalogo non possono far pensare ad una Crociata, o ad una spedizione qualunque in Oriente ed in Africa, nelle quali le navi erano certamente necessarie, e d’altronde non si poteva temere dal regno, specialmente nella prima ipotesi, l’invasione di un nemico così lontano.”. Questo scriveva Bartolomeo Capasso (…) a p. 31. Dunque, il Capasso (…), citava Borrelli (…) e citava Carmine Fimiani (…) che pure scrisse sui Normanni e sul Catalogo dei Baroni al tempo di re Guglielmo II di Sicilia. Alessandro Di Meo (…), nel suo ‘Annali critico diplomatici del Regno di Napoli dalla mezzana età etc’, nel vol. XII, nell’Indice a p. 176, alla voce “Camerota”, scriveva: “Camerota, Camberota, o Camarota, in Principato Citra in Diocesi di Policastro, 1116.  n. 7. Sarolo di Cambarota ‘Ibid’ Florio di Camerota, Giustiziere, 1150. n i. Esiliato, va in Gerusalemme. V. 1165 n. 1. Ritornato, va per Ambasciata in Inghilterra, 1176, n. I”. Infatti il Di Meo (…), ci parla di Florio di Camerota e per l’anno 1116 al n. 7, ne parla a p….. Sempre il Di Meo, a pp. 287-288 ci parla di Florio di Camerota nell’anno 1165 e racconta l’episodio del Vescovo di Capua e dei sospetti del papa verso congiurati a re Guglielmo II. Sempre il Di Meo, a pp. 168 del vol. …, ci parla di Florio per l’anno 1150. Sempre il Di Meo, nel vol…., a pp. 372-373, ci parla di Florio di Camerota nell’anno 1176, all’epoca di re Guglielmo II e racconta l’episodio della commissione che si reca in Inghilterra da re Enrico II. Sempre il Di Meo (…), nel vol. XI, a pp. 428-429, per l’anno 1185, ci parla dell’accordo tra re Guglielmo II di Sicilia e l’Imperatore Federico Barbarossa e, in proposito scriveva che: “Scrive l’Anonimo Cassinese, che ‘Si fece una pace ferma tra l’Imperador Federico, e il Re Guglielmo. Esso Re mandò Costanza sua zia (amitam) in moglie all’illustre Re Arrigo figlio del detto Imperador Federico. Goffredo di Viterbo Prete Cappellano, e Notaio di Corrado III. Federico I e Arrigo VI. che ebbe nell’anno seguente diede a fine, e presentò al Papa Urbano la Cronaca sua, scrisse al seguente: ecc..ecc.., poi continua e scrive: L’Anonimo Cassinese notò ancora, che Guglielmo Re di Sicilia spedì un esercito copioso in Romania, e quivi prese la città di Durazzo ecc..ecc….Più precisamente Giovanni di Ceccano: ‘Il Re Guglielmo ordinò un massimo esercito di mare, e di terra: creò Capitano della flotta di mare il Conte Tancredi, e dell’esercito di terra fece Comandante il Conte ecc…’”. Sempre il Di Meo (…), nel vol. X, a pp. 14- 434-436- 438, parlando del ‘Catalogo dei Baroni’, ed in proposito scriveva che: “Il Borrelli con altri crede, che il fin del Catalogo, e questo l’unico, fu di raccorre soldati per la spedizione di Terra Santa. Ma avendo scorso tutto con attenzione lo stampato dal Borrelli suddetto, e buona parte eziando dell’original Ms. non ci trovo, se non che parecchi asserivano se, o i loro Militi ‘pro auxilio magna expeditionis’. Così, p. 29 & 30 in Ripa Candida ecc..ecc…”. Poi ancora scrive il Di Meo a p. 438: “Che se parliamo del tempo della spedizione, per cui faceasi gente; io stimo, che ne fosse costante, e abituale il progetto, come lo era il bisogno, e che per molti anni fossero i nostri Popoli ad essi incitati. Quella in Africa ebbe luogo tra il 1159 e il 1180. ovver 81. una terza nel 1187. Si può aggiungere quella in favor del Papa del 1167.”. Del ‘Catalogus Baronum’, ha scritto anche il Racioppi (…) che citava lo studio di Bartolomeo Capasso (…), “Sul Catalogo dei Feudi e dei Feudatari delle Provincie Napoletane sotto la dominazione Normanna”, che citava e diceva chel’antico documento conservato presso il Grande Archivio di Napoli, andato perso nel rogo del 1943, fu pubblicato integralmente per la prima volta da Carlo Borrelli. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II di Sicilia detto “il Buono” e che in seguito, alcune saranno avocate al fisco di Federico II di Svevia per fellonia. Con il ‘Catalogus baronum’, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come ad esempio il centro di Camerota. Il ‘Catalogus Baronum’ o “Catalogo dei Baroni” fu pubblicato per la prima volta da Carlo Borrelli (9), in Appendice al suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653. Il Borrelli (…) a pp. 48 e sg., ci parla dei sottoposti che dipendevano da Lampo di Fasanella ai tempi di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Il Borrelli (…) a p. 46, parla dei “Barones Regni de Principatv – De Comestabulia Lanpi de Fasanella” e,  nell’elencarli tutti. Il Capasso (…), a p. 21, dissertando sulle origini del documento conservato negli Archivi Angioini (poi andati persi), scriveva che: “Mancano poi interamente, nè per verità dovevano starci, le Calabrie,  le quali allora ed anche per parecchi anni dopo appartenevano amministrativamente parte della Sicilia, e non del Ducato di Puglia,  conseguenza della prima divisione fatta dopo la conquista Normanna da Roberto Guiscardo, ed il Gran Conte Ruggiero, indi nei pimi anni dagli Angioini distrutta..

Borrelli, p. 46

(Fig…) Carlo Borrelli (…), del ‘Vindex Neapolitani etc.’, p. 46

Camerota

(Fig….) ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamson (…), p…..

Per quanto riguarda il feudo di Camerota, nel ‘Catalogus Baronum’, di cui quì riportiamo i nn. 454-455-456-457, del ‘Catalogus’, pubblicato dalla Jamison (…), e di cui ci siamo occupati in un altro nostro saggio ivi pubblicato, ritroviamo “f. 30t 439. Florius de Cameroto (h)(3) tenet Corbellam (4) quod est sicut (c)” :

Florius de Camerota

Camerota

(Fig….) ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamson (…), p…..

Infatti, nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato da Evelin Jamison (…), a p….., troviamo un: “f…. 455. (Raul tenuit balium filii (b) Rogerii Camerote (3) quod feudam (c) duorum militum et cum augmento obtulit milites quattuor et pro alio / feudo unius militis quod dominus Rex ei redditit cum augmento milites duos (d). Una sunt inter feudam et augmentum milites sex)(e).”, ecc..ecc..”. Il La Greca (…), a p. 81, nella sua nota (72), postillava che il testo del ‘Catalogus Baronum’ era stato pubblicato dalla Evelin Jamison (…) e nella sua nota (73), postillava in proposito che: “(73) Dipendevano da costui anche Ebolo di Magliano, Roberto di Salvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Pelitto e Goffredo di Ruggero di Camerota: in P. Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, voll. 2, Ed. di Storia e letteratura, Roma, 1982, vol. I, p. 737. Dal momento che Florio a sua volta dipendeva da Lampo di Fasanella, contestabile (barone) di Principato, è individuabile in questa ragnatela di dipendenze la primitiva struttura verticistica pre-feudale.”. Per quanto riguarda il feudo di Camerota, nel ‘Catalogus Baronum’, di cui quì riportiamo i nn. 454-455-456-457, pubblicato dalla Jamison (…), Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, da p. 581 in poi, proprio sulla scorta della Jamison (…), scriveva in priposito: “Dal ‘Catalogus baronum’ (…) si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella….”. L’Ebner (…), ci parla di “…e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”.

Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “…..il casale di Morigerati ricadeva da tempo sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano. Nel ‘Catalogus baronum’, databile tra il 1144-48, vennero elencati i feudi esistenti nel territorio del Regno e il numero dei ‘militi’ e ‘servientes’ che ciascun di essi doveva fornire all’imperatore come tassa (“adoa”): più il feudo era abitato, più militi doveva fornire in ragione di uno ogni 12 fuochi. Nel caso di Morigerati, ricadente in parte sotto il feudo dell’abate di S. Maria di Rofrano, si legge: “tenet Casellam et sum eo quod tenet in Nechinarani est feudum trium militum et cum aumento abtulit milites et servientes quindecim” (2). Il termine Nechinarani è un nome inventato perchè lo scrivano curiale male intese l’originale che subì una nasalizzazione da ‘Mò’ a ‘Nè’, con perdita del radicale, slittò su una forma gutturale ‘ch’, ed egli scrisse ciò che aveva capito. Esistono testimonianze di errori del genere, del resto i Giustizieri giravano per il regno con al seguito gli scrivani, i quali registravano nomi di località ignorando spesso dove queste fossero localizzate, essendo il loro un ufficio legato esclusivamente ad una posizione fiscale delle singole terre. Morigerati ricadeva per buona parte sotto la giurisdizione dell’abate di Rofrano unitamente a Caselle, tutte regolarmente tassate; un’altra parte, ricadeva sotto uno dei 44 piccoli feudi autonomi della città di Policastro e di Roccagloriosa, ma che vennero menzionati, perchè gli aggregati feudali comprendevano più terre e solo il centro abitato maggiore veniva registrato, perchè era questo che rendeva conto alle imposizioni fiscali. Per cui sotto Policastro è inclusa una popolazione di 300 fuochi, ma nei piccoli feudi intorno ad essa. (3).”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al “Calento” (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia.

I FEUDI E LE BARONIE DELLE NOSTRE TERRE NEL ‘CATALOGUS BARONUM’

Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II il Buono, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Pietro Ebner (…), riguardo il ‘Catalogus Baronum’, scriveva: Altri, soprattutto quelli associati nel ‘Catalogus’ alle voci di Capaccio, Laurino, ecc. erano obbligati a fornire milites non in quanto possessori di feudi, ma di ‘villanos’ a titolo feudale ecc….Il Catalogus, più che un elenco di feudi, è un registro militare (90). Esso elenca 3800 cavalieri con relativo seguito che le ‘terre’ feudali erano tenute a fornire al re, tranne l’Abbas sanctae Trinitatis Cave’ (a. 409) che ne era esentato per particolare privilegio (91). Ecc..”L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum’, tra le notizie utili relative al Calento’ (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:..”. Chi era Guglielmo di Laviano?.  La Falcone (…), scriveva che l’Abate di Rofrano, nel ‘Catalogus Baronum’, redatto per la seconda Crociata di re Gulielmo II di Sicilia, nel 1185: “…appare al seguito di Guglielmo di Laviano.”. Sempre la Falcone, sulla scorta del ‘Catalogus’, scriveva che il barone o feudatario Abate di Rofrano, nel 1185: “Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim'” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…). Secondo la Alaggio (…), parlando di un documento normanno del 1192, che riguardava la donazione del monastero di S. Onofrio all’Abbazia di Montevergine, scriveva che: “L’autore di questa donazione sarebbe Guglielmo di Laviano il quale, dal ‘Catalogus Baronum’ risulta essere stato feudatario ‘in capite de dominio rege di Laviano (42).”. La Alaggio (…), nella sua nota (42), scrive che la notizia è tratta da Cuozzo (…). L’Ebner (…), nel suo Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento, vol. II, p. 334, parlando dell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, scriveva in proposito: “Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 che riguardano Policastro (…).” e, poi lo stesso autore scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da Re Carlo, come risulta dai Registri Angioini. Il Giustiniani (…), scriveva che Dal Catalogo de’ baroni, che contribuirono sotto Guglielmo II nella spedizione in Terra Santa, si ha che a Policastro vi erano diversi Feudatari (…). Nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), troviamo i seguenti centri delle nostre terre ed i relativi feudatari: Acquafredda n. 253, ; ‘Rofranus’ (Rofrano), n. 492; ‘Camerota’ n. 454; Bosco, sotto Giovanni Carafa, n…..; ‘Casella’ o Caselle in Pittari, nn. 492, ‘Rogerius de Casella‘, n. 602; ‘Cuccaro’ (Cuccaro Vetere), n. 453; ‘Mons Sano’ (Montesano sulla Marcellana), nn. 557-558-559; ‘Pertecara’ (Pertosa), n. 483; ‘Rocca de Gloriose’ (Roccagloriosa), nn. 560-561-562-563-564-565; ‘Turturella’ (Tortorella), n. 599, ecc.. Carta dell’Italia meridionale al tempo del ‘Catalogus Baronum’, tratta da Jamison (…).

Lampo di Fasanella, le nostre terre ed il suo ‘Comestabulia’ (distretto) al tempo del ‘Catalogus Baronum

L’antica famiglia longobarda dei Fasanella, perché questa si estinse con il connestabile Lampo di Fasanella. Costui era titolare, nel cosiddetto Catalogus Baronum, di un’ampia connestabilia che comprendeva tutto il territorio che aveva costituito il principato longobardo di Salerno al momento della conquista da parte di Roberto il Guiscardo nel 1076. Lampo, esponente della nobiltà longobarda, nell’ottobre del 1134 si diceva figlio del quondam Guaiferii comitis de Fasanella, e marito di Emma, figlia di Giovanni, figlio di Pandolfo, figlio del principe longobardo Guaimario di Salerno. Fedelissimo dei conti di Principato, partecipò nel 1155 con il suo senior, il conte Guglielmo III, alla ribellione contro re Guglielmo d’Altavilla, capeggiata dal cugino del re, il conte Roberto III di Loritello. Fu per questo motivo privato della sua carica di connestabile regio e dei suoi feudi di S. Angelo di Fasanella, Pantoliano, Castelcivita, Sicignano degli Alburni. È molto probabile che Lampo sia morto durante la ribellione, perché i suoi feudi entrarono in parte in possesso della Curia regia e in parte furono venduti a “Guillelmus de Palude”. Guglielmo de Palude e suo fratello Gisulfo erano milites di Silvestro, conte di Marsico Nuovo, già signore di Ragusa, e nipote del gran conte Ruggero d’Altavilla. Nel 1154 furono tra i sottoscrittori di un diploma del conte. Il loro cognomen toponomasticum derivava da Paludis, l’attuale Padula  in provincia di Salerno. Guglielmo era già morto nel 1184, quando Tancredi, suo figlio e successore, signore di Fasanella, donò la chiesa di S. Lorenzo di Fasanella al monastero della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Le vicende successive dei possessi di Tancredi de Palude sono così riassunte nel ‘Liber Inquisitionum Caroli I’: “Hec baronia [scil. de Fasanella], fuit antiquitus d. Guillelmi de Postilione [sic, corrige: Palude], qui habuit duos filios, Tancredum et Guillelmum; et dictus Tancredus habuit duas filias: Alexandram uxorem Pandulfi de Fasanella, et aliam, que fuit uxor d. Riccardi de Fasanella fratris dicti d. Pandulfi. Philippa, secundogenita [sic, corrige: filia secundogeniti Guillelmi] fuit maritata tempore Friderici Thomasio domino Saponarie, qui mortuus fuit, et ipsa fuit exul a Regno, et cepit in virum d. Gilbertum de Fasanella” (Capasso, 1874, p. 346).

Nel 1145, ROFRANO nel ‘Catalogus baronum’

Elenco

(Fig. 4) Pagina…., dell’Appendice al Vindex Neapolitanae nobilitatis, del Borrelli C., Catalogo dei Baroni, del 1653, in cui si elencavano i baroni: “Abbas Rofranus”, rimandando a p. 51

Abbas Rofranus

(Fig. 5) Pagina 51, del ‘Catologus Baronum’, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, del Borrelli C., del 1653, in cui si parla di: “Abbas Rofranus”, al p. 492

Catalogus baronum. n. 492

(Fig. 6) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di Rofrano, n. 492

Fimiani Carmine

(Fig. 7) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150.

Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Per quanto riguarda le nostre terre e baronie, già l’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Infatti, l’Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. L’Ebner prosegue, scrivendo che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim'” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. La studiosa Falcone (…), sulla scorta di Ebner (…), faceva notare che: “Con riferimento a questo e a numerosi altri casi di vescovi-abati-baroni, creati in particolare da Umfredo d’Altavilla e dal fratello Guglielmo nel corso della conquista normanna seguita alla presa di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo (1076), Pietro Ebner ha parlato di baronie ecclesiastiche (207).”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Anche il Breccia (…), riguardo al feudo di Rofrano, scriveva in proposito: “Per l’intero periodo normanno-svevo abbiamo soltanto due altre notizie sul monastero di Rofrano. Nel 1185, il suo abate appare nel ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta di Guglielmo II:”. Il Breccia (…), sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig. 4: “:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), et cum eo quod tenet in Nechinarani (Morigerati per la Jamison, vedi nota (6)), est feudum trium militum et cum  augmento obtulit milites sex et servientes  quindecim” (21).”. Il Breccia (…), continua scrivendo:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. La Falcone (…), scriveva che l’Abate di Rofrano, nel ‘Catalogus Baronum’, redatto per la seconda Crociata di re Gulielmo II di Sicilia, nel 1185: “…appare al seguito di Guglielmo di Laviano.”. Sempre la Falcone, sulla scorta del ‘Catalogus’, scriveva che il barone o feudatario Abate di Rofrano, nel 1185: “Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…).

Nel 1142, la ‘Badia di S. Michele’ o ‘l’Abbazia di S. Michele in Pittari’ a Caselle in Pittari, divenne abbazia benedettina alle dipendenze della SS. Trinità di Cava dei Tirreni (?)

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, a p. 646-647, del vol. I, parlando del casale che lui ipotizzava essere quello di “Caselle” e non di “Caselle in Pittari”, di cui parla nella pagina seguente, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola di Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit.,  p. 35 e n. C.”. Ma Pietro Ebner (…) scriveva che non riguardava il casale di Caselle in Pittari la notizia che nell’anno 1142 fosse passato al Vescovo di Capaccio. Infatti, Domenico Antonio Ventimiglia (…), a cui l’Ebner si riferiva, Domenico Ventimiglia, ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali etc…’, dove a p. 35 parlando del casale di ‘Acquavella’ scriveva che:

Ventimiglia, p. 35

(Fig….) Ventimiglia Domenico (…), op. cit., p. 35

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”…….e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo, …….unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava.”. Dunque, Amedeo La Greca, forse sulla scorta di quanto avesse scritto il Gatta, scrive che nel 1142, il cenobio ed il Santuario di Caselle passarono all’Abbazia di SS. Trinità di Cava dei Tirreni divenendo così abbazia benedettina dipendente da Cava. Anche Angelo Guzzo, scriveva che l’Abbazia o il monastero di Caselle in Pittari, esisteva ancora prima del 1142, allorquando sarebbe passata alle dipendenze della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Il Golfo di Policastro etc…’, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Il Guzzo, traeva l’interessante notizia dal Gatta (…), che nel 1732, a p. 308, del suo ‘Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania’, come scrive l’Ebner, a p….. del vol. I: “…..sul monte Pietrato”, dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”. Angelo Guzzo (…) quando scriveva che il Principe Longobardo Guaimario III° l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7)”, si riferiva alla citazione di Costantino Gatta (…) che a p. 69 scriveva che Guimario III°:  “….donollo à Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.”. Abbiamo visto che il Fusco ci ha fatto notare una diversa cronologia del figlio di Gatta, ma a mio parere sono dubite e da approfondire ulteriormente le due notizie secondo cui il casale e la chiesa di Caselle in Pittari fossero passate al Vescovo di Capaccio e poi  in seguito il passaggio alla SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Quanto asseriva Amedeo La Greca meriterebbe ulteriori approfondimenti, infatti, Pietro Ebner poneva dei dubbi sul passaggio alla chiesa ed al vescovo di Capaccio in quanto Ebner pensa che la notizia tratta da Domenico Ventimiglia si riferisca ad un altro casale chiamato “Caselle”. Sulla questione e le due notizie dateci dal La Greca, di una dipendenza di Caselle dagli Abati Cavensi dopo e prima dal vescovo di Capaccio, sebbene la notizia di un Guaimario III° che fondava ivi un cenobio induce a ritenere che fosse una donazione come di quelle consone alla politica longobarda della ‘tutio’ (difesa), il Fusco (…), a pp. 44, in proposito scriveva chiaramente che in seguito ai Longobardi: “Coi Normanni, che s’adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); Caselle ‘in Lucania’ fra ‘fragina et acquabella’, ricordata per l’anno 1137 (92); ‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93); un’altra ‘Casilla’ nell’agro di San Mango Cilento per l’anno 1187 (94); infine ‘Casolle’ nei pressi di Vatolla, di cui è ricordo in carte cavensi della fine del XII secolo (95)), nella prima metà del XII secolo era ancora possedimento dei Padri Basiliani proprio per la concessione normanna. Ecc..”. Interessante è pure la sua nota (93). Il Fusco, a p. 96, nella sua nota (93) postillava che: “(93) Il vescovo pestano Giovanni, ‘anno millesimo centesimo quadragesimo secundo, duedecimo regni roggerii regis siciliae et italiae, ….ob salutem animae….’ fece dono all’abate di Cava, Falcone, del monastero di Sant’Angelo ‘in territorio silve nigre ubi proprie casilla dicitur’. La donazione avvenne col consenso del proprietario, ‘willelmus de pestiglione’, che ecc… (ABC, G 36 e 37, a. 1142; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 352)(Traduzione delle citazioni latine: “Nel 1142, dodicesimo del regno di Ruggiero re di Sicilia e d’Italia, ….per la salvezza dell’anima….in territorio di Selva Negra dove propriamente il luogo chiamato Casilla…..Guglielmo di Postiglione nè aveva il patronato secondo la consuetudine del posto”). Erroneamente Gentile (A. Gentile, Un paese, una storia etc.., cit., p. 12, ritenne trattarsi di Caselle in Pittari. In realtà ‘Selva Negra’ era un casale di Postiglione. Cfr. E. Cuozzo, La Nobiltà dell’Italia meridionale e gli Hohenstaufen, Salerno, Gentile, 1955.”. Il Fusco, a p. 96, nella sua nota (94) postillava che: “(94) ‘Tenimentum sancti magni’ (San Mango Cilento)….’ascendit ad vallicellum de Casilla (contrada? abitato?): ABC, L 21, marzo a. 1187; P. Ebner, Chiesa, baroni etc., op. cit. II, p. 505, nota 27.”. Il Fusco, dunque poneva dei dubbi sulle due notizie dateci da Amedeo La Greca di una dipendenza di Caselle dagli abati cavensi ed ancor prima dal Vescovo di Capaccio, anzi riferendosi al Gentile (…), riteneva errata l’ipotesi che nel documento del 1142 del vescovo pestano Giovanni si trattasse del casael di Caselle in Pittari. Il Fusco a p. 44 dubitava che il documento normanno del 1142 “‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93);” si riferisse al casale di Caselle in Pittari, ma piuttosto si riferiva ad un altro Caselle. Stessa osservazione dice il Fusco per Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); ecc..”. Il Fusco, a p. 95, nella sua nota (92) postillava che: “(92) ‘Jordanus, dominus Corniti (Corleto Monforte), filius Joanni, fili Pandulfi’, fili Guaimarii (Guaimario IV ma III) principis, pro octo terris in Lucania ubi fragina et acquabella dicitur, etc…..(Giordano, signore di Corleto, figlio di Giovanni figlio di Pandolfo figlio del principe Guaimario III, per otto terre in Lucania nelle località etc…). In pratica si trattò d’una vendita alla Badia di Cava di ‘res stabiles’ (beni immobili) situate a …..non a Caselle..L’atto fu redatto nel mese di marzo del 1137; P. Ebner, Chiesa etc, op. cit., vol. I, p. 415 e nota 131.”. Forse erano questi documenti a cui si riferiva Amedeo La Greca nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, quando asseriva che: “….sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo ………e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…. Dunque secondo questi autori, non si trattava del cenobio e del casale di Caselle in Pittari.  Quando Felice Fusco, a p. 44 scriveva che in un documento del 1142 era ricordata la Terra di ‘Casella’ “Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); Caselle ‘in Lucania’ fra ‘fragina et acquabella’, ricordata per l’anno 1137 (92); ‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93); ecc…” e, nella sua nota (93), a p. 96 postillava che il documento del 1142 “(93) Il vescovo pestano Giovanni, ‘anno millesimo centesimo quadragesimo secundo, duedecimo regni roggerii regis siciliae et italiae, ….ob salutem animae….’ fece dono all’abate di Cava, Falcone, del monastero di Sant’Angelo ‘in territorio silve nigre ubi proprie casilla dicitur’. La donazione avvenne col consenso del proprietario, ‘willelmus de pestiglione’, che ecc… (ABC, G 36 e 37, a. 1142; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 352) (Traduzione delle citazioni latine: “Nel 1142, dodicesimo del regno di Ruggiero re di Sicilia e d’Italia, ….per la salvezza dell’anima….in territorio di Selva Negra dove propriamente il luogo chiamato Casilla…..”, aggiungeva alla nota che errava il Gentile (…) che credeva si trattasse del casale di Caselle in Pittari, “In realtà ‘Selva Negra’ era un casale di Postiglione.”, citando Enrico Cuozzo (…) “Cfr. E. Cuozzo, La Nobiltà dell’Italia meridionale e gli Hohenstaufen, Salerno, Gentile, 1955.” che, sulla scorta di Evelin Jamison (…) commentò il ‘Catalogus Baronum’ pubblicato dal Borrelli (…) senza conoscere bene i  nostri luoghi, non si è accorto che nell’antico privilegio del 1131 di re Ruggero II, detto dalla Follieri (…), ‘Crisobollo’, fra i diversi beni appartenuti alla chiesa di Rofrano e poi donati all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano veniva indicata e figurava una “Serra Nigella dicitur”. Io credo che la notizia di una donazione avvenuta nel 1142 che il vescovo pestano di Capaccio Giovanni fece dovrebbe essere ulteriormente indagata. La notizia fu tratta dall’Ebner dal Ventimiglia che la trasse dal Mai (…) e dal ……………….Infatti, sia l’Antonini (…) che il Ronsini (…), parlando dei beni elencati nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, dicono che in esso viene elencato “Fugenti”. Nel documento del 1131, vi è scritto: “qui dicitur Monacorum, illinc vengit ad campum Castagneti, qui dicitur de Pissotanis, inde recte pergit , et ferit timpam nuncupatam de Laurito, ascenditque per eamdem timpam, quae est prope ‘Fugentum’ per situm Fugenti ex parte, qua aqua descendit, et defluit per spinam usque ad ejusdem  Fugenti ‘Lavandaram’, et ascendit per candem  Lavandaram ad timpam, quae de ‘Serra Nigella’ digitur et de Serra Nigella pergit ad ‘Pentonem’, inde progreditur per pedes Rupis Sanctae Mariae, inde pergit recte usque ad decollam ‘Castaneolam’. Ecc..”. Io credo che la “Serra Nigella” doveva essere proprio la “Silva Negra” del documento del vescovo pestano. Si può notare pure che nell’antico documento Normanno è citato un torrente che viene detto ‘Xeropotamo’. Si tratta del torrente o fiume citato nella carta da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, illustrata in Fig. 1, in cui figura il fiume ‘Serrapotamo’. Si tratta del fiume Sciarapotamo, che scende da Montano Antilia “Montana” verso la valle del Mingardo. Forse il Mingardo. Il Mingardo, sorge dal Monte Pedulo e Centaurino e riceve le acque dei torrenti: Pruno, Tiglio e Urnia. Nella prima metà del suo corso (fino a Poderia) è detto Triverno. Si getta nel Tirreno, nei pressi del Castello di Molpa, vicino Palinuro, attraversando la Valle di Dragara. Il Monte Bulgheria, grande baluardo che si stende “a guisa di leon quando si posa” (….), lo separa dal mare. Il Bussento, sorge nei monti ad occidente di Caselle in Pittari; poi, presso questo paese, si precipita in una voragine da cui esce presso Morigerati (Nichirami per la Jamison), dopo circa 6 Km. di corso sotterraneo. Indi, riceve come affluente, il torrente Serapòtamo (ricordato anche da Boccaccio nel suo ‘Trattato sui fiumi’ (…)), ed apre la Vallata detta appunto del Bussento, che si estende fino al Golfo di Policastro. Io credo che la “Serra Nigella” o “Silva Negra” sia il “Centaurino” antichissimo possedimento della chiesa Rofranese, di cui ho parlato ivi in un altro mio saggio.

Centaurino

Nel 1144 Caselle e Morigerati, nel ‘Catalogus Baronum’, dipendenze della Baronia della chiesa e della badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano

L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al “Calento” (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia.

Elenco

(Fig….) Pagina…., dell’Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), Catalogo dei Baroni, del 1653, in cui si elencavano i baroni: “Abbas Rofranus”, rimandando a p. 51

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “….alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”…….e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà ecc..ecc... Dunque, Amedeo La Greca, voleva che la Terra di Caselle (riferendosi a Caselle in Pittari) dipendeva dalla “Baronia ecclesiastica” della Chiesa di Rofrano, in quanto, la “Terra” di Caselle risulta citata nel “Catalogus Baronum” che il Fusco dice essere un doumento del 1137. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Felice Fusco, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Coi Normanni, che si adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico ecc…”. Poi il Fusco continuando il suo racconto a p. 45 in proposito a Caselle in Pittari scriveva che: “Dal ‘Catalogus Barònum’, infatti, compilato intorno al 1137 (96), si apprende che l’abate di Rofrano era feudatario in ‘càèite de dòmino Rege (97) di ‘Casella’, nonchè della vicina Terra di ‘Nechinaràni’ (Morigerati)(98): le tre ‘Terre’ (Rofranum, Casella, Nechinaràni) lo obbligavano a fornire al re sei ‘milites’ e quindici ‘servientes’ per imprese militari (99).”. La studiosa Falcone (…), sulla scorta di Ebner (…), faceva notare che: Con riferimento a questo e a numerosi altri casi di vescovi-abati-baroni, creati in particolare da Umfredo d’Altavilla e dal fratello Guglielmo nel corso della conquista normanna seguita alla presa di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo (1076), Pietro Ebner ha parlato di baronie ecclesiastiche (207).”. Riguardo le antiche donazioni Longobarde alla chiesa locale (come quella di Rofrano), poi in seguito confermate da Ruggero II d’Altavilla con il ‘Crisobollo’ del 1131, la studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), alla sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in proposito scriveva che: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”  . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed i Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (….), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. L’Antonini (…), riferiva che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per quanto riguarda le nostre terre e baronie, già il barone Giuseppe Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”.

Antonini, p. 388.PNG

L’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “…A quella di Agropoli…, si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”.

Fimiani Carmine

(Fig….) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150.

Gustavo Breccia (…), sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig….: “..:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..” Il Breccia (…), continua scrivendo:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Pietro Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (…), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 207, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel 1137 Caselle, insieme con Morigerati, dipendeva dal Cenobio e dalla chiesa di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano, come si evince dal “Catalogus Baronum”, un elenco di feudatari (e dei relativi feudi) tenuti a servire il Re nelle grandi imprese militari con cavalieri armati e serventi in proporzione alle possibilità del feudo (10).”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (10), postillava che: “(10) B. Capasso, Sul Catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Napoli, 1870, pag. 46 e ssg.”. Riguardo le nostre terre e le baronie, già l’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, ecc..”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (…). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel Catalogus baronum per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. . Infatti, Pietro Ebner (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), in proposito scriveva che: “…A quella di Agropoli…,si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. Gastone Breccia (…), nel suo…………………………, in proposito scriveva che:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Il Breccia (…), però, sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig. 4: “….:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..”Infatti, l’Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. L’Ebner prosegue, scrivendo che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) e Gastone Breccia (…), op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (….), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (…), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) e Gastone Breccia (…), op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (…), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il vol. I, p. 239.

Nel 1144, Ruggiero di Camerota, figlio di Goffredo di Camerota, signore di Corbella

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, nel vol . I, a pp. 736-737, parlando del casale di ‘Corbella’, in proposito scriveva di Florio di Camerota:  “Prima notizia nel ‘Catalogus Baronum’ (1), la cui redazione è da porsi tra il 1144 e il 1148 (2). In esso si parla di Florio di Camerota che, in quanto signore di Corbella, dipendeva dalla ‘contestabulia de Principato’ di Lampo di Fasanella. Dallo stesso Florio, però, che vedremo giustiziere nel 1178 (3) e che “tenet corbellam” (4), dipendevano Ruggiero, pure di Camerota, forse fratello di Florio presente ad Agropoli nel gennaio del 1144 nella restituzione da parte di Cosma, igumeno nel monastero di Pattano, della chiesa e del monastero di S. Marina de lo Grasso (località sottostante a Vallo della Lucania) all’abate Falcone di Cava (5). Da Florio di Camerota dipendevano pure Ebolo di Magliano, Roberto Selvatico, Niel di Pisciotta, Ruggero Petitto e Goffredo di Ruggiero di Camerota (6). Nel 1150 ad Acquafredda, Orso, figlio di Martino di Corbella, previo assenso del signore del luogo, Ruggiero, figlio del fu Goffredo di Camerota. Nel 1169 Goffredo di Corbella, figlio del fu Ruggiero di Camerota, insieme alla madre Emma, vendettero (8) alla Badia per quattro once d’oro, un uomo (Pietro Contardo di S. Mauro Cilento), terre, selve, vigne “in pertinentiis casali Cornu” e in altri luoghi. Trattasi dello stesso Ruggiero che nel 1168 vendette Stabiano all’abate Marino e nove feudi, oliveti e selve siti nel distretto di Cilento (a. 1178) all’abate Benincasa per sedici once d’oro e 800 tarì salernitani (9). Giacomo di Morra, figlio di Errico, signore di parecchi feudi nel Cilento, ebbe poi anche la Baronia di Corbella. Avendo preso parte alla congiura di Capaccio venne poi ucciso con il suo primogenito Goffredo. Un terzo figlio Ruggiero, fu accecato, ma continuò a vivere. Re Manfredi, concesse poi i loro feudi a Filippo Tornello, ma poi Carlo d’Angiò li restituì ai fratelli Giacomo e Ruggiero di Morra.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Catalogus Baronum, ed. E. Jamison cit., Roma, 1972.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Ebner, Storia cit., p. 7, n. 41 ed Economia e società cit., I, p. 238, sg.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Ne dice Romualdo Guarna, ad a. 1178 a proposito della ribellione dei “rustici” di Faiano. Cfr. Ebner, Economia e società, ma vedi pure pp. 208 e 309.”. Pietro Ebner (…), a p. 736, nella sua nota (4), postillava che: “(4) Catalogus Baronum, p. 439, vedi pure il n. 454.”.  Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (5), postillava che: “(5) I. ABC, XXV, 56, gennaio a. 1144, VII, Agropoli.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Catalogus Baronum, nn. 434, 457, 460, 461.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (7), postillava che: “(7) I, ABC, XXVI, 71, febbraio a. 1150, XIII, Acquafredda.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (8), postillava che: “(8) I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”. Pietro Ebner (…), a p. 737, nella sua nota (9), postillava che: “(9) I, ABC, XXXIV, 22, aprile a. 1172, Cilento.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc’, a pp. 238-239, nella sua nota (92), postillando, parlava dei militi e dei feudatari elencati nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamison (…) e, parlando di essi, in proposito a Ruggiero di Camerota, figlio di un Goffredo di Camerota, scriveva che: “Il Ruggiero di Camerota del successivo n. 455, è senza dubbio ‘Roggerius dominus de Camerota’ presente ad Agropoli nel gennaio 1144 – ined., ABC, XXV 56, VII – come mallevadore nell’atto di restituzione da parte dell’igumeno di Pattano, Cosma, di S. Marina de Grasso all’abate di Cava Falcone; lo stesso Ruggiero che – ined. G 50 febbraio a. 1146, X, S. Matteo ‘ad duo flumina – tradidit all’abate Marino di Cava il figliuolo del suo milite Gentecore – ipsum Johannem filium ipsius Gentecore – con tutto ciò che apparteneva al medesimo Giovanni. Il figliuolo Goffredo vendette – a. 1168 – all’abate Marino, Stabiano eben nove feudi alla Marina del Cilento – a. 1172 – all’abate Benincasa. Cfr. pure i nn. 455 – ‘Raul tenuit balium filii Rogerii Camerote’ – , 456 Ebolo di Magliano ecc…”. Dunque, dalle note postillate da Ebner, si apprende che Ruggiero di Camerota era sposato con Emma, i quali avevano un figlio, “Goffredo di Corbella”, risulta da una vendita del 1169 alla Badia di Cava de Tirreni. Pare che questo Ruggiero di Camerota (padre di Goffredo di Corbella), nel 1168 vendette Stabiano all’Abate Marino di Cava. Poi l’Ebner continua il suo racconto su Giacomo Morra e su suo figlio Enrico Morra, che divennero signori di Corbella e che furono uccisi da Federico II di Svevia per aver partecipato alla “Congiura di Capaccio”. Pietro Ebner, nel vol. I, a p. 437, ci parla del vecchio casale di ‘Acquafredda’, un casale forse sulle rive dell’Alento ed oggi scomparso come quello di Corbella, e che l’Ebner dice da non confondere con il casale vicino Maratea in Provincia di Potenza. Ebner a p. 437, in proposito scrive che: “Nell’Archivio Cavense mi è riuscito di reperire finora solo altri quattro documenti, tutti del XII secolo, che riguardano Acquafredda, villaggio che dagli atti cavensi s’induce ubicato nei pressi di Corbella, tra Corno, Musurecle e Pentamina.”. Tutti casali oggi scomparsi dalle mappe. Non sono riuscito  a capire dove fossero. Ebner (…), a p. 437 del vol. I, in proposito al 5° documento recuperato negli archivi Cavensi (presumo che si riferisca al documento citato nella sua nota (…), di p. 737  “I, ABC, XXXIII, 16, 16 marzo a. 1169.”), parlando del casale di Acquafredda a p. 437, scriveva che: “Del villaggio è notizia più antica del 1150, a proposito dell’acquisto (1) di un terreno “in casali Acquafrigida”. Il contratto fu stipulato ta Orso, figlio di Landolo, di Acquafredda, e il milite Pietro, figlio di Martino, di Corbella, previo assenso “domini rogerii, filii quondam domini goffridi de cammarota”. La compra-vendita ci informa così che feudatario del luogo era Goffredo di Camerota, signore di Corbella, di cui è notizia anche nel ‘Catalogus Baronum’, e nel 1150 il figlio Ruggiero.”. L’Ebner (…), a p. 437, nella sua nota (1), postillava che: “(1) I, ABC, XXVII 71, febbraio a. 1150, XXII, Acquafredda.”. Dunque, il La Greca (…), anche sulla scorta di Pietro Ebner (…), che citava molto il ‘Catalogus Baronum’, ci parlavano di un feudatario di Camerota, chiamato Goffredo. Secondo il La Greca, sulla scorta di Ebner (…), questo mercante Goffredo, aveva un figlio ‘Ruggiero di Camerota’ che compare nel 1188 nel ‘Catalogus Baronum’ al tempo di Guglielmo II e della III Crociata. Nel 1984, Errico Cuozzo (…), dopo un certosino lavoro pubblicò il “Commetario” al ‘Catalogus Baronum’, pubblicato nel 1913 dalla Evelyn M. Jamison (…). Il Cuozzo (…), a p. 122, ci parla di Ruggiero di Camerota al n. 439 (articolo o numero di elenco del ‘Catalogus Baronum’ pubblicato dalla Jamison. Il Cuozzo, a p. 394, nell’Indice delle Località, dice che ‘Camerota 454, poi S. Maria di Rofrano 492, poi scrive “Florius de Camerota, feud. di Camerota (Salerno), giustiziere del Principato di Salerno, poi maestro giustiziere in Palermo 439, 454-459, 578, 725, 849, 866.”:

Cuozzo, p. 122, su Ruggiero di Camerota.PNG

Nel 1145, MORIGERATI (‘Nechinarani’) (Morigerati per la Jamison)

L’Ebner (…), scriveva:Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. Il Breccia (…), sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig. 4: “..:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), et cum eo quod tenet in Nechinarani (Morigerati per la Jamison, vedi nota (6)), est feudum trium militum et cum  augmento obtulit milites sex et servientes  quindecim” (21).”. Il Breccia (…), continua scrivendo:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. 

Nechirani

(Fig. 9) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Nechinarani”, n. 492, dove parla di Rofrano, Caselle (‘Casella’) e ‘Nechinarani’ per la Jamison Morigerati

Riguardo al toponimo “Nechinarani”, riportato e citato nella trascrizione pubblicata dalla Jamison (…), che ritiene fosse ‘Morigerati’, dobbiamo far presente che il testo pubblicato nel 16….dal Borrelli, scrive “Nechinan.” (con l’ultima n con l’accento), come si può ben leggere nella Fig. 4. Infatti, l’Ebner (…), scriveva (forse più correttamente: Nechirani”.

Nel 1145, CAMEROTA (‘Cameroto’ ) e Licusati nel ‘Catalogus Baronum’

Nel ‘Catalogus baronum’, sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Con il ‘Catalogus baronum’, arretriamo di qualche secolo le notizie che riguardano alcuni centri come ad esempio il centro di Camerota. Il Guzzo (…), nel suo ‘Il Golfo di Policastro ecc..’, sulla scorta dell’Ebner (…), parlando di Camerota, scriveva in proposito: “Nella seconda metà del XII secolo, si trova menzionato, come cittadino di Camerota, Riccardo Florio, “giustiziero’ di Guglielmo II il Buono, nipote di Ruggero I re di Sicilia. Egli era tenuto in così grande stima dal re, che questi, nell’anno 1176, lo mandò con Elia, vescovo di Troia, e con Arnulfo, vescovo di Capaccio, in Inghilterra, a chiedere in moglie, al re Enrico II, capostipite della famiglia dei Plantageneti, la figlia di questi Giovanna. Il Florio dovette possedere anche diversi feudi in quanto, al tempo della seconda Crociata, contribuì tangibilmente alla formazione dell’esercito per la Terra Santa, con l’offerta di 63 soldati scelti e 50 serventi ai pezzi di artiglieria (8). Il Guzzo (…), postillava che la notizia era tratta dall’Antonini (…), parte II, p. 412. L’Antonini (…), a proposito di Riccardo Florio al tempo di re Guglielmo II il Buono, scriveva in proposito che: “Ci conservò la memoria (I) di quest’uomo ‘Romualdo’ Arcivescovo di Salerno nella sua ‘Cronaca’ colle seguenti parole “, riferendosi alla ‘Chronaca’ di Romualdo Guarna Salernitano (…) e all’anno MCLXXVI (1176):

antonini-p-412.jpg

(Fig. 10) Antonini (…), Parte II, Discorso X, p. 412-413

L’Antonini (…), aggiunge che: “……

Antonini, p. 412, segue

L’Antonini (…), a proposito di Florio di Camerota, nella sua nota (I), postillava che: “Trovo in Falcando, e nell’Inveges, ecc..”. L’Antonini si riferiva alle cronache dei due cronisti dell’epoca Ugo Falcando (…), ‘Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni’, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli e ad Agostino Inveges (…).

Florius de Camerota

Camerota

Camerota1

Florius de Cameroto

(Fig. 11) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di ‘Camerota’, n. da 454 a 457.

Nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), troviamo “Robertus comes de Bono Herbergo, Bonialberghi, 806-807; v. etiam 344-349”. Sempre nel ‘Catalogus baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), troviamo un “‘Marchisius’, v. Guillelmus; Hugo; Johannes; Manfridus”. L’Alfano (…), parlando di Licusati, scriveva: “feudo dei marchesi dei Marchese di Camerota.”. Si tratta del personaggio Normanno l’‘Odonis Marchisii’, citato in una pergamena greca del 1126, pubblicata dal Trinchera (…), di cui abbiamo parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Nell’antico documento del 1126, viene citata ‘Sighelgaita Marchisia’, la Principessa Longobarda e poi Normanna, figlia del principe Longobardo Guaimario V, Principe di Salerno e, sorella di Gisulfo II che, fu la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antica pergamena viene chiamata ‘Marchisia’. La ‘Sighelgaita’ indicata, era la seconda moglie di Roberto il Guiscardo e, nell’antico documento del 1126, si confermava un privilegio ricevuto precedentemente dal Guiscardo. Forse, l’antico documento confermava privilegi del figlio di Sighelgaita e del Guiscardo, Ruggero Borsa che succederà al padre Guiscardo. Il nobile personaggio Normanno, Odo Marchese o Odo Marchisii, citato nell’antica pergamena, datata anno 1079, è il marito della figlia primogenita di Roberto il Guiscardo. Anche il monaco cronista normanno Raoul di Caen o Jumiegès (…), lo chiamaMarchisio’. Secondo alcuni, questo personaggio Oddone di Bonmarchis, era il marito di Emma, la primogenita di Roberto d’Altavilla, detto il ‘Guiscardo’, che durante la sua permanenza in Calabria Roberto, verso il 1051 sposò la prima delle sue due mogli, Alberada di Buonalbergo (figlia di Gerardo Buonalbergo), dalla quale nacquero: Emma (1052 circa – ?), che sposò Oddone di Bonmarchis. Emma e Oddobe di Bonmarchis, ebbero due figli: Tancredi, principe di Galilea (c.1072 – 1112) e Boemondo (c. 1055-1111), principe di Taranto (1085) e, principe di Antiochia nel 1098. Nel ‘Catalogus Baronum’, i baroni di Camerota, figura la famiglia ‘Marchese’. Infatti, un’altra interessante notizia, tratta dal ‘Catalogus Baronum’, la leggiamo dal Gatta (…) che, nelle sue ‘Memorie ecc..’, a p. 292, forse sulla scorta del manoscritto inedito del Mannelli (…), parlando di ‘Camerota’, così scriveva: “Questa Terra con titolo di Marchesato, si possiede dalla Famiglia Marchese, non men Nobile, ed Illustre, che antica, come quella che trae l’origine da’ Principi Normanni, (a), dalla qual generosa prosapia, ne son sorti uomini, non sol nella condotta delle armi, che per letteratura: fra’ militari fu celebre Tancredi, figlio di Giovanni Marchese, per le prodezze praticate nella Guerra Sacra, (b) nè fu minore nella vita militare Astone Marchese, che sconfisse nella Puglia una schiera di 4000 Saraceni; e nei tempi più bassi, sotto l’Austriaco dominio, han fiorito pure nelle armi Domizio, Ottavio, ed Orazio primo Marchese di Camerota.”.

Gatta sulla familgia MarcheseIl Gatta (…), a p. 292, fornisce delle notizie certe sull’origine dell ‘Odo Marchisii’ e, sulla presenza di questa importante Famiglia Normanna nel ‘basso Cilento’, nel primo decennio dell’anno mille. Il Gatta (…), sulla scorta di un altro cronista dell’epoca, Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme (…), scrive che Tancredi (Principe di Galilea), era figlio di Giovanni Marchese”. Il Gatta, (…), quindi, lo chiama Giovanni Marchese’ e non Odo Marchisi’. Lo storico De Blasiis (…), nel 1873, nel suo libro ‘L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI‘, ci parla di un Tancredi Marchisio e, dei suoi genitori: Emma e di Oddone Bon Marchisio. De Blasiis (…), parlando della prima Crociata in Terrasanta, scrive: “Fra i più nobili s’unirono a Boemondo suo fratello Guido, Tancredi (1) e Guglielmo suoi cugini figli di Oddone Bon Marchisio;”.

De Blasii, su Oddone Bon Marchisio

Bon Marchisio per De Blasii

(Fig. 12) De Blasii (…), 1873, vol. III, cap. II, p. 54.

Il De Blasiis (…),  nel suo ‘L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI’, a p. 54, nella nota (1), postillava: “De Meo crede Tancredi nipote di Boemondo, ed il Pirri con più grave errore lo dice figlio del Duca Roberto e di Ala. Chr. Reg. Sic. p. 13. Per testimonianza di Rodolfo Cadomense egli nacque da Oddone Bon Marchisio e da Emma, che Ord. Vit. dice sorella del Guiscardo. Dal titolo di Marchisio argomenta il Muratori che Tancredi fu di stirpe italiana R.I.T.V. p. 282, ed alcuni cronisti gli danno per fratello di Guglielmo. Anon. Gest. Franc. Bald. Hist. Jeros.“. Dunque, il De Blasii (…), riguardo la Famiglia dei ‘Marchese’ di Camerota, scrive che di Meo (…)(non De Meo), crede che “Tancredi Marchisio”, sia nipote di Boemondo, ed il Pirri (…), in ‘Chronaca Regione Sicula’, p. 13, sbaglia credendolo figlio del Duca Roberto il Guiscardo e di Ala, sua moglie. Il De Blasii (…), continua il suo racconto, affermando che su ‘Tancredi Marchisio’ se ne ha testimonianza nel cronista dell’epoca normanna, Rodolfo Cadomense o Raoul di Caen o Jumieges (…), autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’, nota fino ad ora come «Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana», riteneva che ‘Tancredi’, nacque da Oddone Bon Marchisio e da Emma, che Orderico Vitale (…), in ‘The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges’, Orderico Vitalis o Vitale, dice essere sorella del Guiscardo. Sempre dal De Blasii (…), apprendiamo che del titolo di Marchisio argomentava il Muratori (…), in R.I.T.V., p. 282, dove si dice che ‘Tancredi’ era di stirpe italiana, ed alcuni cronisti lo danno come fratello di Guglielmo (fratello del Guiscardo). L’Ebner (…), a proposito di Camerota, traendo notizie dal ‘Catalogus’, non cita affatto la notizia riferitaci dal Gatta (…) ma, parlando di Licusati nel vol. I (p. 120), scrive: “Vanno ricordati pure gli atti di violenza contro il feudatario Marchese verificatisi a Camerota (v.), il 23 Luglio 1647 e il 24, quando peggiorarono per il “romore, tumulto, risse, homicidi et precipue, la morte successe in persona di Giovanni Battista di Rutolo del casale di Licusati.”. Per quanto riguarda il feudo di Camerota, nel ‘Catalogus Baronum’, di cui quì riportiamo i nn. 454-455-456-457, del ‘Catalogus’, pubblicato dalla Jamison (…), Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento‘, da p. 581 in poi, proprio sulla scorta della Jamison (…), scriveva in priposito: “Dal ‘Catalogus baronum’ (7) si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella, era tenuto a fornire due militi e con l’aumento quattro militi per Corbella e due per un altro feudo.”. L’Ebner (…), ci parla di “e dodici per il demanium suum Florio di Camerota (n. 454), da cui eredi, l’abbate Cavense Marino acquistò Stabiano nel 1168 e l’abate Benincasa nel 1172 ben nove feudi.”, anni quelli indicati che riguardano la dominazione Normanna ma molto dopo la morte del Guiscardo e, prima della conquista Sveva. Dunque, i Florio erano gli eredi dei Marchisio?. L‘Ebner prosegue il suo racconto sui Florio. Scrive in proposito l’Ebner: “L’evento è ricordato da Romualdo Guarna in ‘Cronaca ad a.’. Ruggiero D’Honwrdea, negli ‘Annali d’Inghilterra’, ricorda Florio come conte e nella cronaca del Ceccano l’episodio è ricordato Anno MCLXXVII, Rex Gulielmus filis regis ecc…Ebner dice che ne parla anche l’Antonini, I, p. 411. Poi a p. 582, l’Ebner, scrive Florio è ricordato ancora da Falcando (LIII: “Floriu camerotensis iudiciarius”). Il Capecelatro ricorda Guglielmo di Camerota, giustiziere del Principato, ai tempi (a. 1177) di re Guglielmo il Buono, con Luca Guarna.. L’Ebner, nel suo, vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum‘, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (7), si rileva che Florio di Camerota, signore di Corbella, era tenuto a fornire due militi e con l’aumento quattro militi per Corbella e due per un altro feudo. Grande personaggio del Regno, Florio venne inviato in Inghilterra con i vescovi Elia di Troia e Arnolfo di Capaccio da re Guglielmo il Buono (II, 1166-1188) a re Enrico II per chiedergli la mano della figliuola Giovanna, sorella di Riccardo Cuor di Leone, che accompagnarono in Sicilia nel 1176 (8).”. “8- L’evento è ricordato da Romualdo Guarna (Conaca ad a.): Interea rex W (ilielmus) consilio Papae Alexandri (III, 1151-1189), Eliam Troianum electum, Arnulphum Caputaquense ecc…”. “Florio nella crociata del 1188 fornì 63 militi e 50 uomini d’arme. Nel 1186 Florio fu uno dei giudici che condannarono Riccardo de Mandra conte di Molise, imputato di congiura contro il gran Cancelliere del Regno.”Infatti, un’altra notizia degna di nota, che riguarda Florio di Camerota e re Guglielmo II è quella secondo cui, fallito il progetto di matrimonio di Guglielmo con la principessa bizantina, Maria, figlia dell’imperatore Manuele I Commeno, papa Alessandro III si oppose nel 1173 al matrimonio tra il re normanno e Sofia, figlia di Federico I Barbarossa. Nel 1176 fu inviato Alfano di Camerota, arcivescovo di Capua, a negoziare il matrimonio con la figlia di Enrico II d’Inghilterra, per instaurare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. La missione fu svolta con successo e la principessa fu condotta nella capitale. A Palermo il 13 febbraio 1177 Guglielmo sposò Giovanna Plantageneto (1165-1199), sorella di Riccardo Cuor di Leone. Alfano di Camerota (1158 circa – 1182 circa) fu arcivescovo di Capua dal 1158 fino alla sua morte. Amico intimo di papa Alessandro III, ricevette da costui nel 1163 una lettera che lo avvertiva di una congiura contro il re Guglielmo I di Sicilia. Tramite suo nipote Florio di Camerota, Gran Giustiziere del Principato di Salerno, Alfano avvertì il re. Come ambasciatore di re Guglielmo II il Buono, nell’autunno del 1176 si recò in Inghilterra per negoziare il matrimonio di Giovanna, figlia di Enrico II, con Guglielmo II, allo scopo di creare un’alleanza fra gli Altavilla e i Plantageneti. Durante il viaggio fu accompagnato da Richard Palmer, arcivescovo inglese di Messina, e il conte Roberto di Caserta. La trattativa ebbe successo e il matrimonio – con la susseguente proclamazione di Giovanna quale regina di Sicilia – ebbe luogo il 18 febbraio 1177 a Palermo. L’Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, da p. 581 in poi, parlando dei Florio nel ‘Catalogus Baronum’, pubblicato dalla Jamison (…), Pietro Ebner (…), , proprio sulla scorta della Jamison (…), parlando di Camerota e dei Florio, riportava un’altra interessante notizia su Tancredi (IV re di Sicilia): “Ricordo che Riccardo Cuor di Leone (I, 1188-1199), nel recarsi in Terrasanta con ottomila uomini per la Crociata, costrinse Tancredi, conte di Lecce, usurpatore del trono di Sicilia (IV re, 1190-1194) a liberare dalla prigionia la sorella Giovanna (a. di morte 1199), vedova di re Guglielmo, a pagargli la somma di 40 mila once d’oro (versate solo il terzo).. L’Ebner, si riferiva al Tancredi, conte di Lecce che diventò il IV re della Sicilia. Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia (il figlio maggiore di Ruggero II di Sicilia) e di Emma dei conti di Lecce (figlia di Accardo II), divenne conte di Lecce nel 1149. Nel 1155 cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I (suo zio e padre di Guglielmo II detto il Buono), il quale l’anno dopo sedò la rivolta con le armi e mandò in catene Tancredi e suo fratello Guglielmo. Tancredi rimase alcuni anni a Costantinopoli e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II detto il Buono (Guglielmo il Buono). Infatti, questi fatti risalgono al tempo della II Crociata del 1190 (dopo la morte di re Guglielmo il Buono). In quella occasione, Riccardo Cuor di Leone, re d’Inghilterra, in cui  Riccardo si fece restituire la sorella Giovanna, vedova da circa un anno del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, che era stata rinchiusa da Tancredi nel castello della Zisa. Nel Cap. II, a p. 42, del testo a stampa ‘Temi per una Storia di Licusati’, (…), vi è una interessante citazione sul primo duca di Camerota: “la carne secca o in salamoia, veniva commerciata spesso anche dai Benedettini di Cava che si servivano di mercanti di Camerota i quali consegnavano la merce nel porto di Oliarola (Ogliastro Marina). Ne abbiamo un esempio illustre nel primo duca di Camerota di cui si ha notizia, Goffredo (v. oltre), il quale a tale scopo nel 1136 vi acquistò un fondaco (23).”. La Greca ed altri (…), nella sua nota (23), postillava che: “Archivio della Badia di Cava, XXIII, 106, a. 1136, v. A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa nel medioevo. L’approdo e le terre, in F. La Greca e A. La Greca, Ogliastro Marina e Licosa, 2009, p. 110.”. L’autore del testo, a p. 48, del Cap. III, poi ci parla invece di Florio e scrive che: “Indubbiamente, i primi duci longobardi di Camerota rivolsero le loro attenzioni al nascente cenobio di S. Pietro a Licusati che anche sotto i Normanni non cessò di essere al centro di interessi, se andiamo ad interpretare un’ennesima leggenda che narra di come quì sostarono i crociati in partenza per la Terra santa nel 1188 (terza crociata).. Quì gli autori del saggio, sulla scorta di Ebner (…), riportano le notizie sulla ‘leggenda’, ovvero sulla partecipazione di Florio alla terza crociata e di ciò che raccontava Ebner (…), sull’argomento. A p. 42, gli autori ci parlano di un Barone di Camerota nel 1136 e, poi citano Florio che figura nel ‘Catalogus Baronum’ (…), compilato nel 1185, epoca della terza Crociata di re Guglielmo II. Secondo, il cronista Rodolfo Cadomense (Roul Caen)(…), il feudatario di Camerota e Licusati doveva chiamarsi ‘Marchisio’, da Bon Marchisii o ‘Bonmarchis’, già esisteva nel 1185, anno della compilazione del nuovo ‘Catalogus baronum’, compilato per la III Crociata di re Guglielmo, ove figurava un Florio di Cameroto. Quindi nel 1185 ma secondo la citazione dei due autori (…), nel 1136 (circa 50 anni prima), esisteva un feudatario di Camerota chiamato ‘Marchisio’.

Nel 1145, Silvestro Guarna, conte di Marsico e ministro di re Guglielmo I di Sicilia

La contea di Marsico fu una contea normanna nel Regno di Sicilia; aveva per capoluogo Marsico, oggi Marsico Nuovo, che si trova nella parte sud-occidentale della attuale Basilicata. Fu elevata a contea da Ruggero II, re di Sicilia nel 1150 in favore di Silvestro, figlio di Goffredo di Ragusa, figlio illegittimo di Ruggero I, Conte di Sicilia. Il Catalogus Baronum, pubblicato il 1168, registra la contea come comes Silvester de Marsico” che ha in feudo “in demanio Marsicum … Roccettam … et … et Dianum Salam …” in “de Marsico”. La contea fu poi concessa ai conti di Sanseverino, che discendevano da una figlia del conte Silvestro. Manfredi re di Sicilia nominò Conte di Marsico, Enrico di Spernaria e poi Riccardo Filangieri. Dopo la caduta del re Manfredi, la contea è stata restituita alla famiglia Sanseverino da Carlo I re di Sicilia. La contea fu poi concessa ai conti di Sanseverino, che discendevano da una figlia del conte Silvestro. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, a pp. 238-239, vol. I, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, ……Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula ecc…”. Dunque, Pietro Ebner scriveva che Silvetro conte di Marsico, era il “comandante delle forze” della sua Contea di Marsico che si trovava inserita nella “comestabulia” (distretto) del Principato. Riguardo questo feudatario Normanno, forse di origine Langobarda, ha scritto anche Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando del castrum di Tortorella a p. 20, riferendosi a ciò che è scritto e rilevabile dal ‘Catalogus Baronum’ in proposito scriveva che: “In esso si può leggere che Tortorella faceva parte della Contea di Marsico della quale era signore Silvestro Guarna, ministro del re Guglielmo I di Sicilia (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) e la cui figlia Isabella sposò il barone del Cilento Guglielmo Sanseverino, portando in dote la Contea; ecc..”. Dunque, il Montesano scriveva che il conte di Marsico e Signore di Diano, Silvestro Guarna era ministro di re Guglielmo I di Sicilia detto il “Malo” e, dice pure che era con lui imparentato. Il Montesano dice pure che Isabella Guarna, figlia del Conte Silvestro Guarna sposò Guglielmo Sanseverino, Barone del Cilento a cui portò la contea di Marsico. Sulla questione ne parlava l’Ebner. Ma la versione di Ebner differisce con quella, più aggiornata, del Montesano. Pietro Ebner, nel suo ‘Chiesa etc…’, a p. 636 del vol. I, scriveva che: “Da Silvestro Guarna poi, i feudi passarono al figlio Guglielmo (o Goffredo?), da cui a Silvestro (II, morto nel 1163). Da questo poi a Guglielmo (II, morto nel 1180), dal quale al figlio Filippo. Questo fu spogliato della contea e della signoria di Diano per ribellione. Passò così ai Sanseverino (ABC, M 17). Guglielmo (I) di Sanseverino, figlio di Enrico (I), per aver sposato Isabella Guarna (1167), figlia di Guglielmo (III) di Marsico, fratello di Filippo, tenne poi la contea e  lo “stato” di Diano (Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città “stato” di Diano. Beni tutti che vennero avocati al fisco da Federico II e poi restituiti (Sanseverino e baronia del Cilento) da papa Innocenzo IV all’unico superstite, il diciassettenne Ruggiero (II) che pare avesse sposato in prime nozze la nipote, figlia del conte Fieschi (23). Certo è che sposò Teodora d’Acquino, una sorella di S. Tommaso. Ecc..”. Dunque, Pietro Ebner (…), scriveva che Isabella Guarna non era figlia di Silvestro Guarna, come scriveva il Montesano ma, Isabella Guarna era figlia di Guglielmo (III) Guarna di Marsico, fratello di Filippo ed entrambi figli di Silvestro Guarna (II) che lui dice morto nel 1163. Dunque, secondo l’Ebner, dopo la morte del nonno nel 1163, Silvestro Gurna (II), la nipote Isabella Guarna, figlia di Guglielmo (III) Guarna di Marsico, nel 1167 sposò Guglielmo (I) di Sanseverino, figlio di Enrico (I), e gli portò in dote la contea di Marsico e tenne la contea e lo stato di Diano costituito dai casali di Sassano, S. Giacomo, S. Pietro al Tanagro, S. Rufo e S. Arsenio “maritali nomine”. Solo il figliolo Tommaso, divenne signore di Marsico (22) e della città “stato” di Diano. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando degli Statuti di S. Arsenio, un casale nel Vallo di Diano, a p. 418, vol. II. Ebner scive che a S. Arsenio, un casale del Vallo di Diano “L’arrivo dei monaci nel luogo va collocato nel IX secolo e l’abbandono del cenobio prima del novembre 1136, II, quando il feudatario conte Silvestro Guarna di Marsico (3) donò il casale …, limitatamente al alla giurisdizione civile all’abate cavense Simeone. (4).”. Nella sua nota (3) L’Ebner scriveva che: “(3)…..Gilberti (p. 20), Il Comune di S. Arsenio, Napoli, 1923, rileva da G. Galluppi, Nobiliario della città di Messina, Napoli, 1877, p. 33 e s., che i conti GUARNA discendevano da Goffredo d’Altavilla, quarto figliolo di Tancredi (v. Dizionario enciclopedico italiano, I, Roma, 1955, p. 318), il quale prese nome, secondo il costume del tempo, dal condottiero imperiale Warner (era stato chiamato da papa Leone IX contro i normanni) e perciò Guarna, da lui ucciso nella battaglia di Civitate in Conversano, dai cui discendenti Sibilla (+1103), che sposò Roberto di Normandia (v. Roberto di Normandia e il suo viaggio a Salerno, “Salerno”, n. 3-4, 1968). Per il Gilberti da Goffredo, conte di Capitanata (+ 1101), Silvestro, conte di Marsico e Signore di Diano. Da costui Guglielmo e Goffredo, Silvestro (+ 1163), Guglielmo (+1180) e poi Filippo.”. Di questo documento o pergamena greca del 1136, in cui il conte di Marsico e Signore di Diano Silvestro Guarna donò il casale di S. Arsenio all’Abate cavense Simeone dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. La politica dei Normanni e delle loro munifiche donazioni al monastero di Cava. Ora vediamo la notizia del Montesano secondo cui Silvestro Guarna era ministro del re Guglielmo I di Sicilia detto il ‘Malo’. Forse dopo questa rivolta fu nominato primo ministro Silvestro Guarna ?. E poi in che modo Silvestro Guarna (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) con Guglielmo I di Sicilia ?. Guglielmo I° di Sicilia, detto il ‘Malo’ e figlio di Ruggero II d’Altavilla, ebbe come Ministro Maione di Bari il quale si trovò invischiato nella ‘Rivolta del Bonello’. Guglielmo I morì a 46 anni il 7 maggio 1166 e la sua morte fu descritta da Romualdo II Guarna medico e vescovo di Salerno. Romualdo II Guarna fu chiamato alla corte di Palermo per curare il re, suo nipote. Ma nulla potè contro l’ineluttabile fato. Dunque, Guglielmo I° di Sicilia era nipote del medico e arcivescovo Salernitano Romualdo II Guarna che fu cronista dell’epoca e che scrisse ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178, poi pubblicato dal Pratilli (…). È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Romualdi II. Archiepiscopi Salernitani, in Giuseppe Del Re, Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80.Ma se l’Arcivescovo di Salerno Romualdo II Guarna era lo zio di re Guglielmo I di Sicilia, che grado di parentela aveva il conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna con i due personaggi ?.

Cuozzo, n. 586

Nel 1145, ‘Gisulfo de Padule’, vassallo di Silvestro Guarna, conte di Marsico, nel ‘Catalogus Baronum’

Secondo il ‘Catalogus Baronum’, vi è un legame fra il casale di Tortorella, Gisulfo II di Padula, vassallo del conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna. Da Silvestro dipendeva Gisulfo di Padula e da lui dipndevano Tortorella, Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari che però dipendeva anche dall’Abbate di Rofrano. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, a pp. 238-239, vol. I, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, ……Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Lauria’?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”Dunque, l’Ebner collocava questo feudatario Normanno di origine Longobarda, Gisulfo di Padula (“de Palude”) nella Comestabulia (distretto) di Lampo di Fasanella nella contea di Marsico di Silvestro Conte di Marsico. E’ interessante ciò che scriveva Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando di Casaletto a p. 20 in proposito scriveva che: “Altre traccie relative al castrum di Tortorella si trovano nel ‘Catalogus Baronum’ (26) databile, in maniera molto approssimata alla metà del secolo XII (27). In esso si può leggere che Tortorella faceva parte della Contea di Marsico della quale era signore Silvestro Guarna, ministro del re Guglielmo I di Sicilia (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) e la cui figlia Isabella sposò sposò il barone del Cilento Guglielmo Sanseverino, portando in dote la Contea; da tale registro risulta inoltre che titolare del castrum era ‘Gisulfo di Palude’ (titolare anche di quello di Padula), il quale dichiarava di avere a disposizione 8 militi (28), con l’aggiunta di altri 68 militi e 60 inservienti (29). In esso si legge anche che ‘Thaerius de Turturella’, della contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 15 villani con l’aggiunta di un milite (30), mentre ‘Amerinus de Turturella’, sempre della Contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 4 villani (31).”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Venne datato da Bartolomeo Capasso tra il 1154 e il 1169, mentre la Jamison lo data al 1137 e il De Petra tra il 1140 e il 1148. Quest’ultima datazione viene sostenuta anche da Pietro Ebner, che lo data tra il 1144 e il 1148.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Gisulfus de Palude tenet de eodem Comite Paludem, et Turturellam, quae sicut dixet, est feudum VIII militum, et cum augumento ibtulit milites XVIII et servientes LX”.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (30) postillava che: “(30) “Thaesarius de Turturella, sicut dixit, tenet villanos XV, & cum augumento obtulit militem I”.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (31) postillava che: “(31) “Amerinus de Turturella ten. Vill. IV”.”. Come si è visto precedentemente la notizia di questi militi e feudatari deriva dal ‘Catalogus Baronum’ ed in proposito l’Ebner a p. 236, vol. I scriveva che: “6. Come è noto, il ‘Catalogus baronum’, compilato dai camerari della ‘dohana questorum et bonorum’, per non si sa quale impresa militare, venne datato dal Capasso tra il 1154 e il 1169 (83), dalla Jamison al 1137 e dal De Petra il 1140 e il 1148 (84). Un inedito diploma (a. 1144) di Alfano di ‘Castrimaris’ (Velia), uno dei compilatori del ‘Catalogus’, mi consentì di collocare detta relazione tra il 1144 e il 1148 (85).”. Inoltre l’Ebner a p. 240, in proposito alla Curia della Comestabulia (distretto) di Lampo di Fasanella scriveva che: “…non ritengo attendibile la tesi della Jamison che colloca Corneto del ‘Catalogus’ a Vallo della Lucania (95). Lampo fu signore invece di mezza Fasanella e del vicino Corneto ecc..”. Felice Fusco scriveva che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula e suo fratello Guglielmo: (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, The Norman, cit., , p. 109, parr. 599 – 602.”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Felice Fusco (….), sulla scorta del ‘Catalogus Baronum’ e del ‘Commentario’ del Cuozzo, scriveva che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Felice Fusco ci parla della politica che adottarono i Normanni nelle nostre terre con Guglielmo I d’Altavilla, successore di Ruggero II di Sicilia, ovvero dopo la sua morte. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo fu re di Sicilia dal 1154 al 1166. «Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine”. Il Fusco scriveva sulla scorta dell’Ebner e del ‘Catalogus Baronum’ che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Pietro Ebner scriveva che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula e Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle. È molto probabile che Lampo sia morto durante la ribellione, perché i suoi feudi entrarono in parte in possesso della Curia regia e in parte furono venduti a Guillelmus de Palude. Guglielmo de Palude e suo fratello Gisulfo erano milites di Silvestro, conte di Marsico Nuovo, già signore di Ragusa, e nipote del gran conte Ruggero d’Altavilla. Nel 1154 furono tra i sottoscrittori di un diploma del conte. Il loro cognomen toponomasticum derivava da Paludis, l’attuale Padula  in provincia di Salerno. Guglielmo era già morto nel 1184, quando Tancredi, suo figlio e successore, signore di Fasanella, donò la chiesa di S. Lorenzo di Fasanella al monastero della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Gisulfo teneva padula e Tortorella e da lui dipendeva direttamente Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari. Caselle in Pittari però dipendeva non solo da milite Ruggiero ma anche dall’Abate della chiesa di Rofrano che a sua volta dipendeva da Gilberto da Laviano. Nel 1984, Errico Cuozzo (…), dopo un certosino lavoro pubblicò il “Commetario” al ‘Catalogus Baronum’, pubblicato nel 1913 dalla Evelyn M. Jamison (…). Il Cuozzo (…), riordinò gli appunti della Jamison conservati a……………e seguendo gli stessi articoli dell’insigne studiosa, commentò i diversi personaggi citati ed elencati nel ‘Catalogo dei Baroni’ per la prima volta pubblicato da Carlo Borrelli (…). Infatti, anche se oggi non si conosce l’esatta datazione del codice manoscritto scoperto dal Borrelli, e soprattutto se ne ipotizza l’uso, ovvero un registro dei feudatari del Regno che fornirono militi per una impresa militare che si pensa fosse la II o la III Crociata in Terra Santa al tempo di re Guglielmo II il Buono. Dunque intorno alla metà del secolo XII. In esso vengono elencati i feudatari del Regno e dunque il documento è importantissimo per la storia delle nostre terre. In esso compaiono feudatari di Camerota, di Rofrano, di Cuccaro, di Policastro, di Roccagloriosa, di Torraca. Il Cuozzo (…), a pp. 133-134, ci parla di Florio di Camerota. Il Cuozzo, a p. 394, nell’Indice delle Località, dice che ‘Camerota 454, poi S. Maria di Rofrano 492, poi scrive “Florius de Camerota, feud. di Camerota (Salerno), giustiziere del Principato di Salerno, poi maestro giustiziere in Palermo 439, 454-459, 578, 725, 849, 866.”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162 parlando del n. 599 su “GISULFUS DE PALUDE” del ‘Catalogus Baronum’ lo commenta così: “599 – Gisulfus de Palude, feud. di ‘Silvester de Marsico (597) di Padula, Tortorella. Per i suoi feudi ‘in servitio’ cf. 600-602.” e poi aggiunge che: “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello ‘Guillelmus’, un diploma del conte Silvestro di Marsico in favore del monastero della SS. Trinità della Cava (Cava, perg. H 13; Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. XV.”.

Cuozzo, p. 162 su Gisulfo di Padula e Gibel di Lauria

Il Cuozzo cita il documento conservato nellArchivio dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e cita Leone Mattei Cerasoli che lo pubblicò come documento n. XV. Il Cuozzo, traeva la notizia del documento n. XV (pubblicato) da Mattei Cerasoli (…), nel suo ‘Tramutola’, in ‘Archivio Storico per la Calabria e Lucania‘, 13 (1943-1944 e l’altro n. 14 del 1945. Il Cuozzo (…), a p. 142, riferisce che nel 1154 Guglielmo di Padula “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello Gisulfo, un diploma di Silvestro, conte di Marsico (infra n° 597) in favore del monastero di Cava (Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. n° XV).”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’ citava Leone Mattei-Cerasoli, archivista dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e (cme scrive a p. XXXVI) si riferiva al testo su ‘Tramutola’ in ‘Archivio Storico Calabria e Lucania’, 13 (1943-1944), pp. 32-46, 91-118, 201-213; 14 (1945), pp.37-62. Felice Fusco (….), nel suo ‘Caselle in Pittari, linee di una storie etc…’, a p. 46 scriveva che “Nel ‘Catàlogus Barònum’ ad ogni modo ‘Casella’ è registrata anche come possedimento di ‘Gisulfus de Padule’, particolare spiegabile solo se si ammette una gradualità cronologica di annotazioni nel registro normanno (105).”. Infatti il Fusco nella sua nota (105) a p. 98 postillava che: : “(105) Infatti nel ‘Catalogus’ l’annotazione relativa a ‘Gisulfus’ (par. 602) si trova molto più avanti di quella relativa al cenobio rofranese (par. 492). Cfr. ad ogno modo B. Capasso, sul Catalogo etc…, p. 21.”. Sempre riguardo a Gisulfo di Padula, il Fusco a p. 46 scriveva che: “All’inizio quindi della seconda metà del XII secolo il ‘genius Northmannorum’ (stirpe normanna) aveva già preso possesso di varie ‘Terre’ del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. ‘Gisulfus’, che col fratello ‘Guillelmus’ traeva il suo ‘cognomen toponomasticum’ da ‘Palùdis’ (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, ‘The Norman etc’, p. 109, parr. 599 – 602.”. Riguardo il feudatario Normanno Gisulfo di Padula, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), del 1653, in cui si parla anche del fratello Guglielmo de Padule (“Guillelmus de Padule”): “Abbas Rofranus”, al p. 492, ripubblicato in seguito dalla Evelin Jamison (…), è scritto: “Guillelmus de Padule emit terram, qua fuit Lampi de Fasanella, quam postea tenuit Ioczolinus Sancti Felis, quam debet inquirere Marinus Ruffus Camerarius, & significare Curiae. Electus Muri pro auxilio Magnae expeditionis obtulit milites III.”.”. In questo passo il testo del Borrelli che pubblicava un antico manoscritto del ‘Catalogus Baronum’ al tempo di re Guglielmo II detto il Buono, è scritto che il fratello di Gisulfo di Padula, Guglielmo di Padula entrambi feudatari di Padula e di Tortorella, dipendevano da Lampo di Fasanella.

Abbas Rofranus

(Fig….) Pagina 51, del ‘Catologus Baronum’, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, del Borrelli C., del 1653, in cui si parla di: “Abbas Rofranus”, al p. 492

Turturella, ecc..

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Turturellam, Gisulfo de Palude, Sanse, Loria, Rogerius de Casella, ecc..”, n. da 598 a 602.

Nel 1145, Guglielmo di Padula, fratello di Gisulfo I di Padula

Felice Fusco (….), nel suo ‘Caselle in Pittari, linee di una storie etc…’, a p. 46 scriveva che: “All’inizio quindi della seconda metà del XII secolo il ‘genius Northmannorum’ (stirpe normanna) aveva già preso possesso di varie ‘Terre’ del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. ‘Gisulfus’, che col fratello ‘Guillelmus’ traeva il suo ‘cognomen toponomasticum’ da ‘Palùdis’ (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, ‘The Norman etc’, p. 109, parr. 599 – 602.”. Il Fusco scriveva sulla scorta dell’Ebner e del ‘Catalogus Baronum’ che questo feudatario Normanno, Gisulfo di Padula insieme al fratello Guglielmo possedevano molte terre e beni nel Vallo di Diano, a Sanza, a Lauria e a Caselle in Pittari. Pietro Ebner scriveva che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula e Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle. È molto probabile che Lampo sia morto durante la ribellione, perché i suoi feudi entrarono in parte in possesso della Curia regia e in parte furono venduti a Guillelmus de Palude. Guglielmo de Palude e suo fratello Gisulfo erano milites di Silvestro, conte di Marsico Nuovo, già signore di Ragusa, e nipote del gran conte Ruggero d’Altavilla. Nel 1154 furono tra i sottoscrittori di un diploma del conte. Il loro cognomen toponomasticum derivava da Paludis, l’attuale Padula  in provincia di Salerno. Riguardo il feudatario Normanno Gisulfo di Padula, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), del 1653, in cui si parla anche del fratello Guglielmo de Padule (“Guillelmus de Padule”): “Abbas Rofranus”, al p. 492, ripubblicato in seguito dalla Evelin Jamison (…), è scritto: “Guillelmus de Padule emit terram, qua fuit Lampi de Fasanella, quam postea tenuit Iozzolinus Sancti Felis, quam debet inquirere Marinus Ruffus Camerarius, & significare Curiae. Electus Muri pro auxilio Magnae expeditionis obtulit milites III.”.”. In questo passo il testo del Borrelli che pubblicava un antico manoscritto del ‘Catalogus Baronum’ al tempo di re Guglielmo II detto il Buono, è scritto che il fratello di Gisulfo di Padula, Guglielmo di Padula entrambi feudatari di Padula e di Tortorella, dipendevano da Lampo di Fasanella.

Abbas Rofranus

(Fig….) Pagina 51, del ‘Catologus Baronum’, nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, del Borrelli C., del 1653, in cui si parla di: “Abbas Rofranus”, al p. 492 a p. 51

Nel ‘Catalogus Baronum’ pubblicato nel ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’ da Carlo Borrelli (…), nel …….., prima i citare il vescovo di Capaccio, cita il milite “Guillelmus de Palude” ed in proposito al n. 492 è scritto che: “Guillelmus de Palude emit terram, quae fuit Lampi de Fasanella, quam postea tenuit Ioczolinus Sancti Felis, quam debet inquirete Marinus Ruffus Camerarius, & significare Curiae. Electus Muri pro auxilio Magnae expeditionis obtulit milites III.”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162 parlando del n. 599 su “GISULFUS DE PALUDE” del ‘Catalogus Baronum’ lo commenta così: “599 – Gisulfus de Palude, feud. di ‘Silvester de Marsico (597) di Padula, Tortorella. Per i suoi feudi ‘in servitio’ cf. 600-602.” e poi aggiunge che: “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello ‘Guillelmus’, un diploma del conte Silvestro di Marsico in favore del monastero della SS. Trinità della Cava (Cava, perg. H 13; Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. XV.”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrivendo del n. 599, ovvero di Gisulfo de Palude (di Padula) postillava “Fratello di ‘Guillelmus de Palude’ (infra n° 489)”. Dunque il Cuozzo (…) a p. 162 scriveva che il milite Guglielmo di Padula, fratello di Gisulfo di Padula, nel ‘Catalogus Baronum‘ figurava al n. 489. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a pp. 142-143, scrivendo del n. 489, ovvero di Guglielmo de Palude (di Padula):

Cuozzo, p....

Cuozzo, p. 143

Il Cuozzo (…), a p. 142, riferisce che nel 1154 Guglielmo di Padula “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello Gisulfo, un diploma di Silvestro, conte di Marsico (infra n° 597) in favore del monastero di Cava (Mattei-Cerasoli, Tramutola, doc. n° XV).”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’ citava Leone Mattei-Cerasoli, archivista dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni e (cme scrive a p. XXXVI) si riferiva al testo su ‘Tramutola’ in ‘Archivio Storico Calabria e Lucania’, 13 (1943-1944), pp. 32-46, 91-118, 201-213; 14 (1945), pp.37-62. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’, al n. 489 a p. 142, sempre in proposito a Guglielmo di Padula scriveva che: “1184, febbraio: è morto. Suo figlio Tancredi, signore di Fasanella, ecc..”. Guglielmo era già morto nel 1184, quando Tancredi, suo figlio e successore, signore di Fasanella, donò la chiesa di S. Lorenzo di Fasanella al monastero della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. Gisulfo teneva padula e Tortorella e da lui dipendeva direttamente Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari. Le vicende successive dei possessi di Tancredi de Palude sono così riassunte nel ‘Liber Inquisitionum Caroli I’: “Hec baronia [scil. de Fasanella], fuit antiquitus d. Guillelmi de Postilione [sic, corrige: Palude], qui habuit duos filios, Tancredum et Guillelmum; et dictus Tancredus habuit duas filias: Alexandram uxorem Pandulfi de Fasanella, et aliam, que fuit uxor d. Riccardi de Fasanella fratris dicti d. Pandulfi. Philippa, secundogenita [sic, corrige: filia secundogeniti Guillelmi] fuit maritata tempore Friderici Thomasio domino Saponarie, qui mortuus fuit, et ipsa fuit exul a Regno, et cepit in virum d. Gilbertum de Fasanella” (Capasso, 1874, p. 346).

Nel 1145, ‘Thaerius’ e ‘Amerinus’ (‘Armelino’ per Ebner), militi di ‘Turturellam’ nel ‘Catalogus Baronum’

Sempre Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a p. 20 in proposito scriveva che: “Altre tracce relative al castrum di Tortorella si trovano nel ‘Catalogus Baronum’ (26) databile in maniera molto approssimata alla metà del secolo XII (27). In esso si può leggere che Tortorella faceva parte della Contea di Marsico della quale era signore Silvestro Guarna, ministro del re Guglielmo I di Sicilia (con il quale era anche, se in maniera illeggittima, imparentato) e la cui figlia Isabella sposò il barone del Cilento Guglielmo Sanseverino, portando in dote la Contea; da tale registro risulta inoltre che titolare del castrum era ‘Gisulfo di Palude’ (titolare anche di quello di Padula), il quale dichiarava di avere a disposizione 8 militi (28), con l’aggiunta di altri 68 militi e 60 inservienti (29). Ecc..”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (27) postillava che: “(27) Venne datato da Bartolomeo Capasso tra il 1154 e il 1169, mentre la Jamison lo data al 1137 e il De Petra tra il 1140 e il 1148. Quest’ultima datazione viene sostenuta anche da Pietro Ebner, che lo data tra il 1144 e il 1148.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Gisulfus de Palude tenet de eodem Comite Paludem, et Turturellam, quae sicut dixet, est feudum VIII militum, et cum augumento ibtulit milites XVIII et servientes LX”.”. Infatti,  la Evelin Jamison (…), nel suo ‘Additional Work on the Catalogus baronum’, al n. 599, a p. 109 troviamo scritto: “Gisulfus de Palude tenet de eodem Comite Paludem (5) et Turturellam (6) que sicut dixit est feudam octo militum et cum augmento obtulit milites decem et octo et servientes sexaginta (a). Et isti tenent de eo.”. La Jamison (…), nella sua nota (6) a p. 109 in proposito al feudo di ‘Turturellam’ postillava che: “(6) Tortorella Salerno”. Pietro Ebner e il Cuozzo lo conferma scrivevano che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula, oltre Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. Infatti, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus Baronum’ a p. 162, in proposito al feudo di Tortorella nel ‘Catalogus’ scriveva che: “599 GISULFUS DE PALUDE, feud. di ‘Silvester comes de Marsico (v. n. 598) di Padula, di Tortorella. Per i suoi feudi ‘in servizio’ cfr. 600-602” e poi aggiunge che: “1154, maggio: sottoscrive, con il fratello ‘Guillelmus’, un diploma del conte Silvestro di Marsico in favore del monastero della SS. Trinità di Cava (Cava, perg. H 13; Mattei-Cerasoli, ‘Tramutola’, doc. XV).”. Dunque, su Tortorella solo la notizia che il casale dipendeva dal feudatario Gisulfo di Padula (“Palude” = Padula), vassallo di Silvestro conte di Marsico. Andando però a vedere il ‘Catalogus Baronum’ che parla dei milites che dovevano essere forniti da Policastro troviamo ulteriori notizie su Tortorella “Turturellam”. L’Ebner, nel suo, Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 580 e s., parlando di ‘Camerota’ nel ‘Catalogus baronum‘, sulla scorta della Jamison (…), scriveva in proposito: “Dal Catalogus baronum (…), si rileva (Jamison cit., pp. 104-106, nn. 566-586 ‘De Policastro: Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani”. Ebner (…), a p. 580 del vol. II parlando di……………., sulla scorta della Evelin Jamison (….), nella sua nota (30) postillava che nel ‘Catalogus Baronum’ si desume che: “‘Catalogus baronum (Jamison cit., pp. 104-106, nn. 566-586 ‘De Policastro’: ……’et serviet Florio de Camerota de pheudo quod tenet de eo’; Teri di Tortorella 15 villani, un milite c.s.; ecc….Armelino di Tortorella, 4; ecc…”.

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(Fig….) Ebner (…), vol. II, pp. 580

Sempre Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a p. 20 in proposito scriveva che: “Altre tracce relative al castrum di Tortorella si trovano nel ‘Catalogus Baronum’ (26)……..In esso si legge anche che ‘Thaerius de Turturella’, della contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 15 villani con l’aggiunta di un milite (30), mentre ‘Amerinus de Turturella’, sempre della Contea di Policastro, dichiara di avere a disposizione 4 villani (31).”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (30) postillava che: “(30) “Thaesarius de Turturella, sicut dixit, tenet villanos XV, & cum augumento obtulit militem I”.”. Il Montesano (…) a p. 20, nella sua nota (31) postillava che: “(31) “Amerinus de Turturella ten. Vill. IV”.”. Come possiamo leggere nel ‘Catalogus baronum’, compilato per la seconda volta nel 1145, a quell’epoca (dominazione Normanna-Sveva), a Policastro vi erano dei signori come Baldoyno, Carsidonius, Selius filius Roberti, Hugo Johannis, Raynerius Montis Viridis, Ladoysius filius Landi, Alexander filius Balduyni, Gualterius Francisius, Johannes de Guillelmo. Infatti,  la Evelin Jamison (…), nel suo ‘Additional Work on the Catalogus baronum’, nella ‘Comestabulia’ (distretto) di Policastro, a pp. 105-106, tra i milites di Policastro troviamo i nn. 579 e 586. A p. 105 troviamo sotto Policastro, il n. 579: “579 Thaerius de Turturella sicut dixit tenet villanos quindecim et cum augmento obtulit militem unum”. Mentre a p. 106, sempre sotto policastro troviamo il n. 586 “Amelinus de Turturella tenet villanos iiij (or)” e poi a fianco è scritto “Bonasera villanos iiij (or)”.

Jamison, p. 105

Jamison, p. 106

(Fig…..) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “De Policastro”, p. 106 dove parla di militi di Policastro

Infatti, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commentario’ al ‘Catalogus Baronum’ pone il n. 586 “Amelinus de Turturella” al n. 601 di “Gibel de Loria” e il n. 586 di “Thaerius de Turturella” al n. 578 e scrive che: “Absolon” era feudatario di Florio di Camerota. Di Florio di Camerota il Cuozzo al n. 454: “Florius de Camerota” che era collega e si trovava nella “Comestabulia” (distretto) di Lampo di Fasanella. Dunque forse i due militi Thaerius e Amelinus dovevano dipendee da Florio di Camerota o da Gibel de Loria che dipendeva direttamente da Gisulfo di Padula. Infatti Pietro Ebner (…), a p. 580 del vol. II parlando di……………., sulla scorta della Evelin Jamison (….), nella sua nota (30) postillava che: “‘Catalogus baronum (Jamison cit., pp. 104-106, nn. 566-586 ‘De Policastro’: ……’et serviet Florio de Camerota de pheudo quod tenet de eo’; Teri di Tortorella 15 villani, un milite c.s.; ecc….Armelino di Tortorella, 4; ecc…”. Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. Ecc..”. Dunque il Cuozzo scriveva che Gibel de Loria teneva tre villani in Policastro e diceva di guardare al n. 586 che è il numero che nella Jamison è indicato “Amelinus de Turturella”. Anche il Cuozzo, nel suo ‘Commentario’ al Catalogus a p. 159 per il numero 586 rimanda al n. 601 di Gibel di Lauria. La Jamison (…), a p. 106, indica Gibel Loria al n. 586 e scrive nella sua nota (c) “Gibel Loire villanos tres.

Nel 1145 ‘Gibel di Loria’ (padre di Riccardo di Lauria e nonno dell’ammiraglio Ruggero di Lauria) vassallo di Gisulfo di Padula

Secondo il ‘Catalogus Baronum’, vi è un legame fra la contea di Lauria e Gisulfo di Padula, vassallo del conte di Marsico e signore di Diano Silvestro Guarna. Da Silvestro Guarna dipendeva Gisulfo di Padula e da lui dipendevano Tortorella, Gibel di Lauria e Ruggiero di Caselle in Pittari. Dunque, il personaggio di cui parlerò è Gibel di Lauria che figura nel ‘Catalogus Baronum’. Il ‘Gibel’ di cui parlano i due studiosi, che volevano fosse il nonno dell’ammiraglio Ruggero di Lauria, è lo stesso di cui parlava l’Antonini (…), il quale segnalava la citazione nel ‘Catalogus Baronum’ del Borrelli ?. Forse si trattava proprio dello stesso feudatario. (…)  Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento‘, parlando di Caselle in Pittari e del ‘Catalogus Baronum’ a p. 99, nella sua nota (108) postillava riguarda ‘Gibel’ di Lauria e scriveva che: “(108) Ivi, p. 109, par. 602 (Ruggiero di Caselle per conto di Gisulfo amministra – come disse – un feudo d’un solo cavaliere e col raddoppiamento potè fornire due). Anche i ‘feuda’ di ‘Sanza’ e di ‘Loria’ erano retti da suffeudatari: rispettivamente da ‘Domina Sanse’ e da ‘Gibel de Loria’ (ivi, par. 600 e 601).”. Felice Fusco (….), nel suo ‘Caselle in Pittari, linee di una storie etc…’, a p. 46 scriveva che: “All’inizio quindi della seconda metà del XII secolo il ‘genius Northmannorum’ (stirpe normanna) aveva già preso possesso di varie ‘Terre’ del Vallo di Diano e della Valle del Bussento. ‘Gisulfus’, che col fratello ‘Guillelmus’ traeva il suo ‘cognomen toponomasticum’ da ‘Palùdis’ (Padula) dove evidentemente erano concentrati i suoi più estesi possedimenti feudali, era ‘miles’ (106) di Silvestro conte di Marsico. Con Padula e Tortorella possedute come ‘feuda in servitium’ (in subconcessione dal Conte), egli intorno al 1154 era Signore anche delle ‘Terre’ di ‘Sanza’, Loria (Lauria) e ‘Casella’ (Caselle in Pittari) avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107).”. Il Fusco, a p. 99, nella sua nota (107) postillava che: “(107) E. Jamison, ‘The Norman etc’, p. 109, parr. 599 – 602.”. Dunque, Felice Fusco scriveva che Gisulfo I di Padula nel 1154 era Signore oltre che di Padula e di Tortorella era Signore delle Terre di Sanza, Lauria e Caselle in Pittari. Il Fusco, scriveva “1154” perchè è in quell’anno che i due fratelli Gisulfo di Padula e Guglielmo di Padula risultano citati in una pergamena di ‘Tramutola’ pubblicata da Leone Mattei Cerasoli (…), come vedremo. Il Fusco, inoltre postillava di Padula e di Tortorella possedute e  avute direttamente dal re (feuda in càpite de dòmino rege’)(107)”, dunque sulla scorta di Evelin Jamison (…) che pubblicò il ‘Catalogus Baronum’. Infatti, questi due militi e subfeudatari del Vallo di Diano e del Golfo di Policastro, dipendevano dal conte Silvestro di Marsico e vengono citati sul ‘Catalogus Baronum’. Dunque, secono quanto si rileva dal ‘Catalogus Baronum’, Gibel di Lauria era alle dipendenze di Gisulfo di Padula. Pietro Ebner, ne parla ancora a pp. 241-242 e scriveva che: “In nota 100 sono elencati i nominativi dei feudatari territorio inclusi nel ‘Catalogus’ che al tempo della progettata “magne expeditionis” vi risiedevano. Complessivamente i locali feudatari erano tenuti a fornire al re 170 ‘milites’, oltre quelli ecc..”, e nella nota 100 alla lettera d) scriveva che: ” d) De Policastro (Catalogus, nn. 566-586; Jamison pp. 104-106): Baldovino, 16 villani per cui, con l’aumento ecc…; Gibel Lorie (v. n. 601) 3 villani.”.

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(Fig….) Ebner (…), vol. II, pp. 580

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando delle ‘Contee e Baronie nel territorio’ e riferendosi al ‘Catalogus Baronum’, di cui ho già parlato, vol. I a pp. 238-239, in proposito nella sua nota (92) postillava che: “(92) Così nella ‘Comestabulia de Principatu’, …..Dalla contea di Marsico, e cioè dal conte (comandante delle forze nella propria contea) Silvestro (n. 597: oltre Marsico e Rocchetta, aveva Diano – 14 militi – e Sala Consilina – 9 militi – ; v. pure i nn. 461, 603 e 604) dipendevano: Gisulfo e Mannia ecc…, Gisulfo di Padula (“Palude”, n. 599: aveva Padula e Tortorella, 8 militi), da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Lauria’?, n. 601, due militi) e Ruggiero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. L’Ebner (…), cita due volte Gibel Lorie o Gibel de Loria, citato più volte nel ‘Catalogus baronum‘ pubblicato dalla Evelin Jamison (…) al n. 601. Infatti, nel ‘Catalogus Baronum’, al n. 601, figura “Gibel di Loria”. La notizia del personaggio di Gibel dovrebbe essere ulteriormente indagato sull’antico testo del ‘Catalogus Baronum’ pubblicato per esempio da Carlo Borrelli (…), come il ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, dove per es. a pp. 58-59, per “Policastro” leggiamo “Gibel Loriae villanos III” e, anche a p. 59 per “De Marsico”, sotto “Guglielmo II Rege” leggiamo che: “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulpho sicut dixit feudum II. militem. & cum augumento obtulit milites IV.”, che poi troveremo riportato anche nel testo della Evelin Jamison.

Borelli, p. 58

Borrelli, p. 59

(Fig…) Borrelli Carlo, ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, pp. 58-59

Infatti,  la Jamison (…), al n. 601, a p. 109 troviamo scritto:  “Gibel de Loria tenet de eodem Gisulfo sicut dixit feudum (c) (8).” e, nella nota (c) scriveva che: “(c) name of fief om.” e nella nota (8) scriveva: “(8) Loria ‘provides the tenant’s  toponymic, but this cannot here indicate the fief, because’ Lauria (Potenza) was in Val Sinni, the discrict of which Gibel was royal justiciar. He is stated  ante 586* to have held three villeins in Policastro. Cfr. Commento.”. Nella sua nota (8) la Jemison (…), a p. 109, in proposito scriveva che: Loria ‘fornisce il toponimo del suo feudatario, ma questo non può qui indicare il feudo, perché’ Lauria (Potenza) era in Val Sinni, il cui discreto Gibel era il giustiziere reale. Viene dichiarato ante 586* per aver tenuto tre villani a Policastro. Cfr. Commento.”. Sempre la Jamison (…), a p. 106, indica Gibel Loria al n. 586 e scrive nella sua nota (c) “Gibel Loire villanos tres”.

Turturella, ecc..

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Turturellam, Gisulfo de Palude, Sanse, Loria, Rogerius de Casella, ecc..”, n. da 598 a 602.

Pietro Ebner e il Cuozzo lo conferma scrivevano che dal feudatario normanno Gisulfo di Padula, oltre Tortorella, dipendevano anche i due militi Gibel di Lauria e Ruggero di Caselle.

Cuozzo, p. 162 su Gisulfo di Padula e Gibel di Lauria

(Fig….) Cuozzo E., op. cit., p. 162

Il Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = 1144. γιβλλος λωριας”,  sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII)”. Infatti, in due documenti del 1144 pubblicati dal Robinson (…) troviamo citato il Ghibellus de Lauria. La Gertrude Robinson (…), nel 1933 pubblicò una serie di documenti interessantissimi, antichissime pergamene greche, provenienti dal Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone in Provincia di Potenza. Si tratta di Gertrude Robinson (…)

Robinson Gertrude

Infatti, i due documenti, le due pergamene greche tradotte, trascritte e pubblicate dalla Robinson, il doc. XXXVII del 1144 e il doc. XXXVIII, entranbi del 1144, citano i due personaggi normanni Robbertus de Cles (“Cletzes”) e “Ghibellus of Lauria” e dice che entrambi erano i giustizieri regi del distretto di Val Sinni (forse della Contea di Marsico). Siccome entrambi i documenti sono datati all’anno 1144, coincide con il riferimento fornitoci dal Borrelli (…) che nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, scrive “SVB GUGLIEL. II REGE”, ovvero al tempo (“sub” = sotto) di re Guglielmo II° di Sicilia detto il Buono. Ma sappiamo pure che sotto il regno di re Guglielmo II° di Sicilia, detto il Buono non era possibile in quanto nel 1144 non regnava lui ma regnava l’altro Guglielmo, ovvero Guglielmo I° di Sicilia detto il Malo, figlio di Ruggero II d’Altavilla. Dunque il riferimento del Borrelli risulta errato. I documenti pubblicati dalla Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”. 

Robinson, p...., doc. XXXVII, 85

Robinson, pp. 34-35, doc. XXXVII,

Robinson, pp. 33-34,

Robinson, 36-37

Robinson, pp. 38-39

Robinson, pp. 40-41

Robinson, p. 41

(Fig…) Robinson Gertrude, op. cit., pp. 30 e s.

Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula, Gibel di Lauria, ci vengono incontro i due studiosi Musella e Augurio (…), nel loro ‘Ruggiero di Lauria Signore del Mediterraneo’, a pp. 23-24-25, in proposito alla famiglia e origini del celebre ammiraglio Ruggiero di Lauria, indicano delle notizie storiche di notevole interesse. Questi, fanno derivare le origini di Ruggero di Lauria al padre di suo padre Riccardo di Lauria, Giustiziere di Basilicata, ovvero a suo nonno Gibel. I due studiosi, a p. 24-25, continuando il loro racconto sulle origini di Ruggiero di Lauria, in poposito scrivono che: Siamo così giunti al padre dell’ammiraglio, Riccardo, e agli zii (23).”. I due studiosi Augurio e Musella (…), a p. 24, nella loro nota (23) postillavano su Gilbert: “(23) Dal ‘Catalogus baronum’ risulta il nome di Bulfanaria come madre di Roberto. Di ‘Gibel’, giustiziere in Lauria, vi è il nome, ma non il rapporto di parentela con Bulfanaria. Non vi è cenno a questo neppure in L. R. Menager, Inventaire des familles normandes et franques emigrés en Italia meridionale et en Sicile (XI-XII siecle) in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Bari, 1973.”. Essi a p. 23, in proposito scrivono che: “Ruggiero, conte dell’Oria ebbe due mogli. Dalla prima, di cui non ci è pervenuto il nome, ebbe Ugone, Stefano e Guglielmo; dalla seconda, Bulfanaria, Roberto e Gibel. Gibel, nonno del nostro Ammiraglio. Di Gibel vi è memoria nel ‘Catalogus Baronum (22), da cui risulta avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. S’ignora il nome della moglie, dalla quale ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo.”. I due studiosi nella loro nota (22) postillavano che: “(22) Cuozzo E., Catalogus Baronum. Commentario., op. cit., Roma, 1984, n. 101.”. Dunque, i due studiosi Augurio e Musella (…), affermano che “Gibel dell’Oria o di Lauria”, personaggio citato nel ‘Catalogus Baronum‘, secondo il Cuozzo (…), feudatario che figura al n° 101, ma è errato perchè figura al n° 601, fosse il padre di Riccardo di Lauria di cui parleremo in seguito e dunque nonno dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria. Secondo Musella e Augurio, dal ‘Catalogus Baronum’ risulta che Gibel di Lauria avesse feudi a Montefusco, Paduli e Policastro. Inoltre sempre secondo i due studiosi, Gibel era figlio della seconda moglie di Ruggiero, conte dell’Oria, Bulfanaria che ebbero appunto Roberto e Gibel. Sempre secondo i due studiosi, Gibel ebbe quattro figli: Giovanni, Giacomo il vecchio, Tommasa e Riccardo”. Riccardo il quartogenito fu conte di Lauria. Detto questo, devo aggiungere un’altra notizia riferita dal Mallamaci (…) che parlando di Torraca e di Totorella scriveva che l’ammiraglio Ruggero di Lauria aveva origini nella famiglia Sanseverino. Secondo la ricostruzione dei due studiosi, l’ammiraglio Ruggiero di Lauria, non ha origini nella famiglia Sanseverino con cui si imparentò essendosi la sorella Ilaria sposata con il figlio del conte di Marsico e dunque non trovo affatto esatto ciò che ha scritto il Mallamaci (…). Devo però aggiungere che ciò che scriveva il Mallamaci fa riflettere sulle origini dei feudatari della Contea di Lauria. Giovan Battista Pacichelli (…), parlando dell’epoca Sveva, con Federico II di Svevia, Caselle in Pittari insieme a Vibonati, Tortorella, Battaglia, doveva partecipare ai lavori di ristrutturazione e di rinforzo della fortezza di Policastro e dipendeva dalla Contea di Lauria che dipendeva da Riccardo di Lauria o Oria, il quale era figlio di Gibel e sarà il padre del noto Ammiraglio Ruggero di Lauria. Orazio Campagna (…), nel suo, ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, parlando di Ajeta, a p. 220 in proposito scriveva che: “Dopo gli Scullando, 1171 (101), i feudatari che governarono più a lungo la Terra di Aieta furono i Lauria o Loria (102), ai quali era passata da una de Giffone (103). Ne fu certamente signore Riccardo de Lauria (104). Alla sua morte fu ereditata dal figlio di nome Riccardo come il padre, e successivamente dal fratello Ruggero, il celebre ammiraglio (105).”. Il Campagna, a p. 220, nella sua nota (101) postillava che: “(101) Trinchera F., Syllabus graecarum membranorum, Neapoli, 1865.”, senza fornire i riferimenti corretti dell’antica pergamena pubblicata dal Trinchera (…). Il Campagna, senza dirlo esplicitamente scriveva che tra i feudatari che governarono il feudo di Aieta, dopo gli Scullando’, dopo cioè il 1171 (vedi nota 101 a p. 220), vi furono i “Lauria” o i “Loria”. Orazio Campagna, si riferiva a “Gibel di Loria”, il feudatario vassallo di Gisulfo di Padula e di Silvestro di Marsico, come è confermato nei due documenti pubblicati dalla Robinson (…) che ho citato.

Nel 1144, Roberto di Lagonegro, Genetes di Torraca, Roberto Scullando di Ajeta, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea,  in una carta greca del monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ), pubblicato da Getrude Robinson

Sugli Scullando, signori di Aieta, il Cappelli (…), a p. 220, parlando dei feudatari di Aieta e, riferendosi a Goffredo, feudatario di Aieta scriveva che: “A questi è del tutto presumibile succedesse quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando. Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). Sempre il Cappelli, sugli Scullando, a p. 224, nella sua nota (5) postillava che: “(5) G. Robinson, History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930, voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss. Un ‘Rogkerius Scelland (i) appare tra i presenti all’atto di donazione di alcuni beni, come dirò in seguito, alla chiesa di S. Maria della Mattina.”. Dunque a proposito del Roberto di Aieta, che il Cappelli dice forse avere assunto il Cognome di Scullando, il Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…). Cappelli citava alcune carte greche pubblicate da Gertrude Robinson (…), nel suo ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, pubblicato nel 1928. Il Cappelli, parlando degli Scullando, citava le carte greche  voll. XI-5; XV-2; XIX-1; XIX-1; pp. 30 ss” e, riguardo queste pergamene scriveva che questo Roberto Scullando, Signore di Aieta: Come possa desumersi dalla notizia di un ρωπερτοσ σχολλαντ (οσ) che insieme ad un ωτοσ σχοσλλανιηο appare in un documento greco del 1144 del monastero del Carbone insieme a vescovi e baroni del territorio al confine calabro-lucano tra cui vari feudatari di borghi vicini ad Aieta; quali Roberto di Lagonegro, Goffredo di Castrocucco, Guglielmo di Maratea (5)”, ovvero dal documento greco datato 1144, proveniente dal monastero di SS. Elia e Anastasio di Carbone (PZ), ovvero un documento greco pubblicato da Getrude Robinson (…). I documenti pubblicati da Gertrude Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”. Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Catalogus baronum. Commento’, a p. 162, scrive del n. 601 (non 101 come volevano i due studiosi Augurio e Musella) che: “GIBEL DE LORIA, feud. di ‘Gisulfus de Palude’ (v. n. 599) cfr. ediz. p. 109, n. (c) (8). Tiene tre villani in Policastro. Cfr 586. 1144. γιβλλος λωριας (Ghibellus de Loria = Lauria, Prov. Potenza, nel distretto di Val Sinni), è giustiziere di Val Sinni, insieme a ……………….(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII).”. Dunque, Enrico Cuozzo (…), nel suo ‘Commento’ al ‘Catalogus’, confermava la citazione dell’Ebner che scriveva sulla scorta della Jamison (…). Il Cuozzo, riguardo il n. 601 del ‘Catalogus Baronum’, ovvero (lui scrive): “GIBEL DE LORIA” (o “Ghibellus de Loria”) = 1144. γιβλλος λωριας”,  sulla scorta della Jamison (…), scriveva che egli era feudatario di Gisulfo di Padula (vedi n. 599) e “giustiziere” (la Jamison dice “reale”) del distretto di Val Sinni (o della Contea di Marsico ?), lui dice, insieme a Roberto de Cles (v. n. 507). La Jamison e il Cuozzo, dicono pure che egli aveva (teneva) tre villani a Policastro (vedi n° 586). Sulle origini di questo vassallo di Gisulfo di Padula (a sua volta vassallo di Silvestro Guarna (II) conte di Marsico) “Ghibellus de Loria”, il Cuozzo (…), nella sua nota al n° 601 del ‘Catalogus’, a p. 162, citava “(Robbertus de Cles, Cfr. infra n. 507), in due documenti di S. Elia e S. Anastasio di Carbone (Robinson, Carbone, II, 2, doc. XXXVII,  XXXVIII)”. Infatti, in due documenti del 1144 pubblicati dal Robinson (…) troviamo citato il Ghibellus de Lauria. La Gertrude Robinson (…), nel 1933 pubblicò una serie di documenti interessantissimi, antichissime pergamene greche, provenienti dal Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone in Provincia di Potenza. Si tratta di Gertrude Robinson (…). Infatti, i due documenti, le due pergamene greche e trascritte e tradotte dalla Robinson, il doc. XXXVII del 1144 e il doc. XXXVIII, entranbi del 1144, citano i due personaggi normanni Robbertus de Cles (“Cletzes”) e “Ghibellus of Lauria” e dice che entrambi erano i giustizieri regi del distretto di Val Sinni (forse della Contea di Marsico). Siccome entrambi i documenti sono datati all’anno 1144, coincide con il riferimento fornitoci dal Borrelli (…) che nel suo ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, nel “Barones Regni” pubblicato nel 1653, scrive “SVB GUGLIEL. II REGE”, ovvero al tempo (“sub” = sotto) di re Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Ma sappiamo pure che sotto il regno di re Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono non era possibile in quanto nel 1144 non regnava lui ma regnava l’altro Guglielmo, ovvero Guglielmo I di Sicilia detto il Malo, figlio di Ruggero II d’Altavilla. Dunque il riferimento del Borrelli risulta errato. I documenti pubblicati dalla Robinson (…) sono di estremo interesse per le nostre terre in quanto oltre a Gibel de Loria citano anche altri personaggi presenti testimoni alla sottoscrizione e stipula dell’atto: “I, ROBERT OF LAGO NEGRO bear witness and give my decision; I, GENETES of TURACA, bear witness and give my decision.; Robert Scullantes; ecc..”.

Robinson, p...., doc. XXXVII, 85

Robinson, pp. 34-35, doc. XXXVII,

Robinson, pp. 33-34,

Robinson, 36-37

Robinson, pp. 38-39

Robinson, pp. 40-41

Robinson, p. 41

(Fig…) Robinson G., op. cit., pp. 30 e s.

Dunque, in questo documento greco del 1144, proveniente da Carbone, insieme a Roberto di Lagonegro e Genete di Torraca, figurava anche Roberto Scullando. Ma chi era questo Roberto Scullando di Aieta che figura in un documento del 1144 ?. Il Cappelli, parlando dei feudatari di Aieta, riferendosi a Goffredo dice che: (riferendosi all’abitato di Aieta): “e di questo antico abitato era feudatario Goffredo di Aita e quindi Normanno ed Adelizia che compariscono nel documento redatto verso la fine del sec. XI o al principio del secolo seguente. A questi è del tutto presumibile successe quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque, il Cappelli scrive che da questa pergamena greca del 1144, in cui figurava anche “Gibel de Loria“, e “Roberto Scullando di Aieta” che il Cappelli dice “quel Roberto, figliastro di Normanno, e forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che in seconde nozze avrebbe sposato Normanno, il quale in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando”, dunque il Cappelli dice essere quel Roberto, figliastro di Normanno o forse figlio di Goffredo di Aita e di Adelizia che “in seguito per eredità o per la prima volta avrebbe assunto il cognome Scullando.”. Dunque Roberto Scullando come è scritto pure nel documento citato dal Cappelli. Ma chi era il personaggio, il Signore di Aieta, Matteo, figlio del “fu Riccardo e di Clementa” ?. Di Riccardo di Clementa e del figlio Matteo ne parla Biagio Cappelli, citando un altro documento, un altra pergamena sempre di Aieta, dove si parla dell’antico monastero di S. Nicola di Tremulo. Il documento che fu pubblicato da Leone Mattei-Cerasoli è datato al secolo XI-XII. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, nel 1963, dove parla nell’intero capitolo dal titolo: Cap. V. Una carta di Aieta del secolo XI”. Il Cappelli (…), a p. 219, in proposito scriveva che: “Nell’Archivio della Badia di Cava si custodisce la seguente carta, mancante dell’anno in cui fu redatta ma assegnabile per l’esame paleografico alla fine del sec. XI o ai primi del sec. XII (1).”. Il Cappelli (…), a p. 224, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Il documento che ha la segnatura Arca CXV, n. 86 è stato pubblicato da D. L. Mattei-Cerasoli, La Badia di Cava ed i monasteri greci della Calabria superiore, in ‘Archivio Storico per la Calabria e la Lucania’ (A.S.C.L.), a. VIII (1938), pp. 177-178.”.

Nel 1145, ROCCAGLORIOSA (‘De Rocca Gloriose’ ), nel ‘Catalogus Baronum’

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiese Baroni e popolo del Cilento’, nel vol. II, a p. 416, parlando di Tortorella scriveva che: “Notizie sicure sono invece nel ‘Catalogus baronum’ (12) che segnala almeno 11 cavalieri dal predicato di Roccagloriosa.”. Ebner, a p. 416, nella nota (12) postillava che: “(12) ‘Catalogus’ cit., (Jamison, p. 103) nn. 560-565: Pietro Biviano (7 villani e con l’aumento ‘obtulit militem’ I); Pietro di Guaimario…., Lando (8 villani e con l’aumento un milite); Roberto, fratello di Lando, (2 villani e con l’aumento pure un milite); Landolfo di Rocca (4 villani e con l’aumento un milite); Guglielmo di Rocca, a dire del questore Alfano di Castellammare della Bruca (Velia), aveva 13 villani; mentre Fimiano ne aveva 4; Guido Capodomine 3; Raul di Rocca 3; Guido e Alessandro 3; ‘Gualterius rusticus villanum unum’. Cfr. Ebner, Economia e società cit., p. 241.”. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Sui baroni e feudatari di Roccagloriosa, quelli citati nel “Catalogus Baronum” del Borrelli (….), ha scritto pure Lorenzo Giustiniani (….). Su Roccagloriosa ha scritto Lorenzo Giustiniani (….), nel suo “Dizionario istorico-geografico ragionato del Regno di Napoli”, nel suo vol. III, a pp. 31-32-33, alla voce “Roccagloriosa”, in proposito scriveva che: “Terra in Principato Citeriore….Nel catalogo de’ baroni pubblicato dal dotto ‘Borrelli (I) dopo l’opera del ‘Marchese’ intitolata ‘Vindex Neapolitanae Nobilitatis’ si legge nella rubrica di ‘Rocca Gloriosa’ si legge che: ….”. Il Giustiniani a p. 32, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Pag. 56”:

Giustiniani, p. 34, vol. VIII, Roccagloriosa

Il De Micco (…), parlando della donazione del conte Mansone, scrive che: “Contro la seconda difficoltà resiste la intera storia di otto secoli della proprietà del Seminario, perchè il testamento medesimo veniva dopo tre anni con pubblico istrumento del 7 aprile 1133 confermato da tutti gli eredi maschi del Conte Mansone; veniva nel giudizio solenne del 1434, …innanzi all’Abate di S. Giovanni a Piro, fra l’Abate del Monastero di Santamaria di Grottaferrata di Rofrano e l’Abbadessa del Monastero di S. Mercuri, pienamente confermato – prout in quodam privilegio testamenti seriosius continetur.”. Sempre dalla Relazione del De Micco (…), apprendiamo a p. 71 che: “…e, perchè trovasi confermato nel diploma del 7 aprile 1131 nel quale Landulfo fratello ed Guidone e Alessandro nipoti, e tutti eredi del Conte Mansone, confermarono e ratichificarono detto testamento. E del ripetuto testamento è pur cenno nella sentenza dell’Abate di S. Giovanni e Piro del 25 ottobre 1432 ‘ sive redditus cujussdam tenmenti quod vocatur Monasterium Cagnae Mariae exsistens prope tenimentum terrae Rofrani dictae provinciae prout in quodam privilegio testamenti seriosus continetur’……E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Dalla causa citata dal De Micco (…), apprendiamo che i personaggi della ratifica e conferma del  testamento del Conte Mansone, li troviamo citati e presenti nel ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, e pubblicato dalla Evelyn Jamison (…). Si tratta di Landulfo, fratello del Conte Mansone e figlio del Conte Normanno Leone (forse morto all’epoca) e pure si parla di Guidone, figlio di Alessandro (altro nipote di Leone e di Gaitellina sua moglie). Tutti militi di Rocca Gloriosa, come si può vedere nell’immagine tratta dal ‘Catalogus, pubblicato dalla Jamison. Il Laudisio (…), parlando di Roccagloriosa, scriveva in proposito che: “Inoltre, Ruggero il normanno, figlio di Roberto, per amore di suo fratello Boemondo che nel 1110 era partito per la conquista della Terra Santa, istituì la commenda di S. Giacomo e l’altra di S. Giovanni al Fonte e le donò all’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme” (i Cavalieri dell’Ordine di Malta). Ma il Laudisio, non dà alcun riferimento a riguardo. Dalla Relazione redatta dal Consigliere De Micco (…), in una causa di confini, apprendiamo da p. 71 che: E vuolsi aggiungere che nel documento presentato dal Comune di Rofrano, riferibile alla seconda spedizione in Terrasanta intorno al 1187 sono riportati i nomi de’ successori di Mansone, cioè del fratello Landulfo e del nipote Guido figlio dell’altro nipote Alessandro, tutti di Rocca, come que tempi era detta Roccagloriosa.”. Dalla causa citata dal De Micco (…), apprendiamo che i personaggi della ratifica e conferma del  testamento del Conte Mansone, li troviamo citati e presenti nel ‘Catalogus Baronum’, compilato nel 1185, e pubblicato dalla Evelyn Jamison (…). Si tratta di Landulfo, fratello del Conte Mansone e figlio del Conte Normanno Leone (forse morto all’epoca) e pure si parla di Guidone, figlio di Alessandro (altro nipote di Leone e di Gaitellina sua moglie). Tutti militi di Rocca Gloriosa, come si può vedere nell’immagine tratta dal ‘Catalogus, pubblicato dalla Jamison.

de Rocca Gloriosae

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di Roccagloriosa, n. da 560 a 565

Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Per quanto riguarda le nostre terre e baronie, già l’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, ecc..”. Secondo il Catalogo dei Baroni, pubblicato dal Borrelli (55), i feudatari e i signori del luogo che governarono in queste terre ed in particolare a Roccagloriosa, furono: “il conte Normanno Leone e il conte Normanno suo figlio Mansone, il conte Gisulfo, i conti Alessandro e Guido, la famiglia Morra, Ruggero, Ruggerone, Goffredo, Labella, Sanseverino ecc..ecc..”. Nel XIII secolo questo era uno dei castra exempia di Federico II di Svevia, e se ne riservava l’affidamento direttamente alla casta regnante. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al ‘Calento’ (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia. L’Ebner prosegue, scrivendo che:“Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. La studiosa Falcone (…), sulla scorta di Ebner (…), faceva notare che: “Con riferimento a questo e a numerosi altri casi di vescovi-abati-baroni, creati in particolare da Umfredo d’Altavilla e dal fratello Guglielmo nel corso della conquista normanna seguita alla presa di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo (1076), Pietro Ebner ha parlato di baronie ecclesiastiche (207).”. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”.

Nel 1145, POLICASTRO nel ‘Catalogus Baronum’

L’Ebner (…), a p. 334, parlando dell’Archivio Storico della Diocesi di Policastro, scriveva in proposito: “Nello stesso Archivio vi sono pure altri 4 documenti del ‘300 che riguardano Policastro (…).” e, poi lo stesso autore scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo II, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia e indi restituite ai rispettivi antichi possessori da Re Carlo, come risulta dai Registri Angioini. Sappiamo che nel 1167, durante il Regno di Guglielmo II il Magnifico (1166- 1189), il vescovo Giovanni fece edificare il Campanile della Cattedrale di Policastro. Pietro Ebner (…), parlando di Policastro, a p. 335 del vol. II, scriveva in proposito: “Il ‘Catalogus baronum’ ci informa dei cavalieri ed eredi che ai tempi di re Guglielmo possedevano villani a Policastro (30).”, e poi nella sua nota (30), postillava che:

Ebner, p. 335

(Fig. 14) Ebner (…), p. 334

Come possiamo leggere nel ‘Catalogus baronum’, compilato per la seconda volta nel 1185, a quell’epoca (dominazione Normanna-Sveva), a Policastro vi erano dei signori come Baldoyno, Carsidonius, Selius filius Roberti, Hugo Johannis, Raynerius Montis Viridis, Ladoysius filius Landi, Alexander filius Balduyni, Gualterius Francisius, Johannes de Guillelmo

de Policastro

(Fig. 15) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “De Policastro”, n. da 566 a 574.

CUCCARO VETERE (‘Cucculum’), nel ‘Catalogus Baronum’, del 1185

Cucculum

(Fig. 16) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Cucculum”, n. 453

Turturella, ecc..

(Fig. 17) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la pagina che parla di “Turturellam, , Gisulfo de Palude, Sanse, Loria, Rogerius de Casella, ecc..”, n. da 598 a 602.

Nel 1154, re Guglielmo I di Sicilia detto il “Malo”, Simone suo fratellastro e la contea di Policastro

Da Wikipedia leggiamo che Davide Abulafia (….) scriveva di Guglielmo che: “«Guglielmo I (detto il Malo), successore di Ruggero, trascorse la maggior parte del suo periodo di regno in Palermo, e la maggior parte delle sue giornate – come sussurravano le malelingue – nei giardini e negli harem del suo palazzo. La presenza fisica del sovrano in Sicilia consentì perciò l’evolversi di un sistema amministrativo alquanto diverso, impostato su fondamenta ad un tempo arabe e bizantine».”. Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo (Palermo o Monreale, 1120 – Palermo, 7 maggio 1166), discendente degli Altavilla, è stato un Re di Sicilia dal 1154 al 1166. Quarto figlio di Ruggero II e di Elvira di Castiglia, Guglielmo fu dal 1151 coreggente e quindi re di Sicilia alla morte del padre nel 1154. Successe direttamente al padre essendo morti i suoi fratelli maggiori. Cresciuto ed educato nella sfarzosa corte di Palermo, subì moltissimo l’influenza della cultura araba diffusa nell’isola e, una volta salito al trono, aggiunse alle sue titolature anche il laqab arabo di al-mustaʿizz bi-llāh («che invoca il potere a Dio»). Non rinunciò a dedicarsi alle delizie e agli agi di cui poteva disporre e trascurò così le cose del Regno, affidandone la gestione a persone di fiducia: tra queste Maione di Bari che egli nominò amiratus amiratorum (emiro degli emiri), una specie di Primo ministro plenipotenziario. Dovette però presto affrontare una difficile situazione politica a causa della minaccia dell’Impero germanico, portata dal Barbarossa, di quella dell’impero di Bisanzio portata da Manuele I Comneno e da quella del papato retto da Adriano IV. All’interno dovette anche affrontare le insidie dei baroni avversi all’assolutismo stabilito da Ruggero II. Probabilmente debilitato da una malattia (o forse, come sostengono i suoi detrattori, distratto dalle mollezze di corte), trascurò inizialmente i pericoli e le minacce portate al suo regno. Pietro Giannone, nel suo Istoria civile del Regno di Napoli (…), a p. 173, riferendosi a re Ruggero II (padre del futuro re Guglielmo I), in proposito scriveva che: Simone, al quale il padre lasciò in testamento il Principato di Taranto; ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”. Infatti, sempre da Wikipedia leggiamo che quando nel 1154 morì Ruggero II di Sicilia, il Regno di Sicilia passò a Guglielmo, quartogenito del re. Questo depose Simone sostenendo che Taranto era troppo importante per essere governata da un figlio illegittimo e diede il principato al figlio Guglielmo. E’ probabile che questo Simone, sia Simone Conte di Policastro, detto il ‘Connestabile’ e, vissuto al tempo di re Guglielmo I detto il Malo (anche questo figlio di re Ruggero II). Da ciò deduciamo che se Simone era figlio illegittimo di re Ruggero II, doveva essere anche fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, pure figlio (legittimo) di re Ruggero II. Pietro Giannone ci dice pure che il padre a questo Simone lasciò il Principato di Taranto” e, aggiunge pure che il Principato di Taranto  “ma il Re Guglielmo suo fratello glie lo tolse, e gli diede il Contado di Policastro.”, ovvero che il suo fratellastro, Guglielmo I detto il Malo che successe al padre Ruggero II, tolse il Principato di Taranto a Simone donandogli la contea di Policastro. Secondo Wikipidia, un Principe di Taranto fu Enrico, fratellastro di Guglielmo I detto il Malo. (ca. 1130 – prima del 1145), principe di Taranto. Da Wikipidia alla voce “Principato di Taranto” leggiamo che: “1144 – Simone, figlio di Ruggero II, diventa Principe di Taranto quando suo fratello Guglielmo diventa Principe di Capua e duca di Puglia;”. Dunque, da Wikipidia leggiamo che questo Simone è “Simone di Taranto”. Da Wikipia leggiamo che Simone era un figlio naturale di Ruggero II di Sicilia. Nel 1148 ricevette dal padre il Principato di Taranto, che era in precedenza del fratello Guglielmo che ricevette il Principato di Capua in seguito alla morte di Alfonso (1144). Quando nel 1154 morì Ruggero II di Sicilia, il Regno di Sicilia passò a Guglielmo, quartogenito del re. Questo depose Simone sostenendo che Taranto era troppo importante per essere governata da un figlio illegittimo e diede il principato al figlio Guglielmo. E’ probabile che questo Simone, sia Simone Conte di Policastro, detto il ‘Connestabile’ e, vissuto al tempo di re Guglielmo I detto il Malo (anche questo figlio di re Ruggero II). Da ciò deduciamo che se Simone era figlio illegittimo di re Ruggero II, doveva essere anche fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, pure figlio (legittimo) di re Ruggero II. Su “Simone d'”, leggiamo dalla Treccani on-line che Simone d’Altavilla, era figlio naturale di Ruggero II, ottenne, alla morte del padre, il principato di Taranto. Ciò suscitò il. risentimento del fratellastro Guglielmo I, il quale, valendosi del suo potere sovrano, non eseguì la volontà del padre defunto, adducendo che Simone, come illegittimo, non poteva occupare un feudo così importante. L’arbitrio compiuto nei suoi riguardi eccitò in Simone un profondo odio contro Guglielmo I, ed egli non aspettò che la prima occasione per vendicarsi, tanto da entrare nella congiura organizzata da Matteo Bonello (1161), divenendone in breve uno dei capi. Il 29 marzo fu lui a condurre i congiurati alla presenza del re e a trarlo prigioniero. Egli aspirava a salire sul trono, e intorno a lui si formò un partito, capeggiato da Gualtiero Offamilio (Walter of Mill), che sostenne la sua candidatura. Ma questa, come le altre, cadde quando Guglielmo, liberato, riprese il potere ed iniziò la repressione. Simone si rifugiò a Caccamo con Matteo Bonello e alcuni congiurati e nelle trattative per la pace, che i ribelli avviarono con Guglielmo, Simone fu sacrificato e costretto all’esilio. Le Chronache del tempo, al tempo delle congiure contro re Guglielmo I detto il Malo, re del Regno di Sicilia, ci parlano del principe Simone, Conte di Policastro e Connestabile del Regno. Simone insieme a Matteo Bonello partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo del 1160: Maione di Bari, Emiratus Emiratorum del Regnum, fu assassinato. Il 9 marzo 1161 Simone, con il suo nipote Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo, tutta la famiglia reale, mentre diversi membri della corte vennero trucidati e fu avviata una caccia ai musulmani che, considerati usurpatori, vennero massacrati a decine. La congiura prevedeva la deposizione del re e la salita al trono del giovane Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Anche se la popolazione sostenne l’ascesa al trono di Simone, prima che potesse essere incoronato i cospiratori persero l’appoggio popolare e l’insurrezione finì. Quindi Simone, insieme agli altri insorti, fu costretto a liberare il re che gli concesse in cambio del suo perdono l’esilio volontario. Nel 1166 non rivendicò il trono del regno che così passò al nipote Guglielmo II di Sicilia, “il Buono“. Qualche storico l’ha identificato con quel figlio di Ruggero II, che, alla morte di Guglielmo I (1166), invitò senza risultato l’imperatore di Bisanzio ad aiutarlo a salire al trono; ma l’identificazione non è sicura. Fonti e Bibl.: P. Litta, Fam. cel. ital., Normanni re, tav. III; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie, II, Paris 1907, cfr. Indice; G.B. Siragusa, Il regno di Guglielmo I, Palermo 1929, pp. 183 ss. Su Simone, fratellastro di re Guglielmo I detto il Malo, prima Principe di Taranto e poi deposto dal fratellastro e divenuto nel 1154 Conte della Contea di Policastro ho scritto nel mio saggio “Dal 1154 al 1161, Simone, conte di Policastro”.

Nel 1143, Guglielmo, figlio di Simone, conte di Policastro, e di Thomasia

In merito alle connessioni esistenti tra le vicende feudali di Policastro e la discendenza dei conti di Paternò, le cui origini risalivano a quelle lombarde di Enrico, alcune notizie ci provengono attraverso le vicende del giustiziere di Valle Crati Alessandro di Policastro, a cui possono essere riferite quelle di Guglielmo di Policastro, figlio di Simone conte di Paternò. Guglielmo, figlio eufemio (benedetto) del conte Simone e della contessa Thomasia sua moglie, compare nel menzionato atto dell’agosto 1143 quando, assieme a loro, effettuò alcune donazioni al monastero di Santa Maria di Licodia. Atto che fu sottoscritto anche da “Rogerius filius comitis” e da “Manfredus filius comitis”, in qualità di testi. Guglielmo di Policastro risulta menzionato ancora in un atto del 1166, quando sappiamo dell’esistenza di una sua casa (οἴϰου γουλιάλμου παλεουϰάστρου) nella “Galca” (γάλϰας) di Palermo, vicina a quella di altri importanti dignitari della corte. Alessandro di Policastro, figlio di Guglielmo, compare invece per la prima volta, in un atto del giugno 1199, dove troviamo: “domino Alexandro filio Guillelmi regiis justitiariis”. Il giustiziere Alessandro fu un personaggio importante in Calabria durante il dominio svevo e tra i suoi discendenti, ebbe i figli Enrico, Simone e Roberto che fu vescovo di Catanzaro. Oltre a loro, i documenti dei primi anni del Duecento, evidenziano la presenza anche di altri componenti di questa casata, come testimoniano alcuni atti relativi alle abbazie cistercensi di Santa Maria della Sambucina e di Sant’Angelo de Frigillo. Salvatore Tramontana (….), nel saggio “Ruggero I d’Altavilla, il Cavaliere, l’Uomo, il Politico”, in “Ruggero I e la provincia Melitana” a cura di Giuseppe Occhiato, a p. 18, in proposito scriveva che: “Ruggero I – che nel 1089 sposava in terze nozze Adelasia del Vasto, figlia del piemontese marchese Aleramico – riusciva a far sposare le figlie, alle quali elargiva consistenti doti, con esponenti delle famiglie principesche più potenti del tempo. Maximilla, per esempio, andava sposa a Coloman, re d’Ungheria, Costanza a Corrado, figlio di Enrico I, imperatore del Sacro Romano Impero, Matilde a Raimondo IV di Saint-Gilles, conte di Tolosa, Flandina al conte Aleramico, fratello di Adelasia, Emma promessa a Filippo I re di Francia, accettava poi di contrarre matrimonio con Guglielmo III, conte di Clermont.”. Da Wikipedia leggiamo che Oltre ad Adelaide, si trasferirono in Sicilia, anche due sorelle, che sposarono due figli illegittimi di Ruggero, Giordano e Goffredo, mentre il fratello Enrico sposò Flandina, figlia di Ruggero e Giuditta d’Evreux, e divenne conte di Paternò e Butera e capo degli Aleramici in Sicilia. Suo figlio Simone, conte di Butera e di Policastro, ebbe un figlio legittimo Manfredo e uno illegittimo, Ruggero, ma la linea maschile del ramo siciliano si estinse nel corso del XII secolo. Manfredo del Vasto, detto anche Manfredi del Vasto o Manfredi di Mazzarino (Sicilia, ante 1143 – Sicilia, 1193), fu barone di Mongiolino, conte di Butera, di Paternò e di Mazzarino. Figlio di Simone del Vasto e nipote di Enrico del Vasto e di Adelaide del Vasto, moglie del Gran Conte Ruggero, alla morte del padre, divenne il capo degli Aleramici di Sicilia e il conte dei Lombardi di Sicilia. Manfredo prese in moglie Beatrice, figlia di Oddone de Arcadio (o di Arcadio).[1] Secondo il Mugnos, Manfredo ebbe un figlio, Giovanni[2], che ne ereditò i feudi e per primo fu chiamato di cognome Mazzarino dal nome del possesso, considerabile così il capostipite dell’omonima famiglia.[3] Come riporta Vito Amico Giovanni si ribellò a re Giacomo II di Aragona che lo privò di tutti i suoi beni, e morì annegato nel 1286 insieme a Gualtieri di Caltagirone, mentre il possedimento di Mazzarino passò nel 1288 al messinese Vitale di Villanova.[1]

Simone del Vasto, sua moglie Tomasia e i loro figli Manfredi, Alessandro e Guglielmo di Policastro e suo figlio illegittimo Ruggiero Sclavo

Simone del Vasto, sposò la contessa Tomasia e a lui seguì suo figlio secondogenito Manfredi, di cui ci rimangono un atto dell’aprile 1154 ed un altro del dicembre 1158. Le cronache medievali riferiscono che Simone avrebbe avuto anche un figlio naturale detto “Rogerium Sclavum filium comitis Symonis spurium” (p. 63 del Liber di Falcando) che, dopo aver occupato i possedimenti paterni nel 1161 (…) ed aver tentato di resistere all’assedio postogli dal re Guglielmo, sarebbe successivamente esulato “ultra mare” con il consenso del sovrano (…). Secondo il La Lumia (…), uno dei capi della ‘Rivolta del Bonello’ ai tempi di re Guglielmo I, era Ruggero Sclavo, figlio illegittimo di Simone.

Falcando dal Del Re, parla di Ruggero Sclavo e di Simone.JPG

(Fig….) Ugo Falcando (…), su “Ruggiero Sclavo” ed il Principe Simone, suo padre, passo tratto dal Del Re (…), p. 326.

Ecco cosa scriveva il Di Meo (…), a p. 268, parlando di Simone e di Ruggero Sclavo suo figlio, nell’anno 1161, in occasione della ‘Rivolta del Bonello’:

Di Meo, sul Principe Simone, p..JPG

Dunque, per il Di Meo (…), Simone “che diceasi Principe”, era il fratellastro di Re Guglielmo I detto il Malo e Ruggero Sclavo, figlio del Principe Simone, Tancredi figlio del Duca ecc.. Di quale Simone? Del Simone che partecipò alla congiura contro il Re e che era lo zio di un altro congiurato, di Tancredi. Il La Lumia (…), che sulla scorta di Ugo Falcando (…), scrive che Simone del Vasto aveva un figlio naturale (illegittimo) chiamato Ruggiero Sclavo (uno dei capi della rivolta contro re Guglielmo I, suo zio), se ne deduce che Simone del Vasto aveva un figlio chiamato Ruggiero Sclavo (lo scrive il Fazello). Infatti, le cronache e Carlo Alberto Garufi (…), riferisce che Simone del Vasto, ebbe due figli, Manfredo che ereditò i titoli e i possedimenti paterni e Ruggero, figlio illegittimo nato fuori dal matrimonio, come riportato da Ugo Falcando (…), che fu uno dei capi della rivolta baronale del 1160 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Ruggero Sclavo apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di re Ruggero I gran conte di Sicilia. Pochi mesi dopo la ‘Rivolta del Bonello’, Ruggero Sclavo, alleatosi con Tancredi d’Altavilla, il futuro IV re di Sicilia, fomentò una seconda ondata antisaracena. Ruggero si scagliò, insieme ai lombardi, contro i musulmani dell’isola: saccheggiarono il territorio e fecero un massacro della popolazione di religione islamica, sia che vivesse in città insieme ai cristiani, sia che vivesse nei villaggi dei dintorni. Come scrive il cronista dell’epoca Romualdo Guarna (…), detto il “Salernitano”, nel Chronicon sive Annales: « cepit seditionem in Sicilia excitare, terram de demanio regis invadere et Sarracenos ubicumque invenire poterat trucidare ».  Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177. Riguardo il Simone del Vasto, lo scrittore Guido Di Stefano (…), nel suo, Monumenti della Sicilia Normanna, a p. 96, sulla scorta del Garufi (…), parlando di alcuni monumenti della Sicilia ed in particolare della chiesa di S. Maria la Cava (Tavv. 185-186) ad Aidone, scriveva in proposito: “…appare già entrata nell’uso per quel territorio la designazione di ‘longobardorum’; con espressione eguale a quella di Falcando, laddove (ed. cit. p. 70) racconta come nel 1061, Ruggero Sclavo “Buteriam, Platiam caeteraque Longobardorum oppida, quae pater eius (Simone di Butera, figlio di quel conte Enrico di Paternò che fu detto “conte dei paesi lombardi”) tenuerat occupavit”. E’ perciò probabile che la chiesa di S. Maria la Cava (o del Piano) risalga a quel tempo, anche se deve considerarsi errato il riferimento ad essa di un documento del 1134 che l’attribuirebbe alla contessa Adelicia (v. Pirro e White).”. Anche il De Stefano, postillava che il White (…), metteva in dubbio il documento del 1134, pubblicato dal Pirro (…)(vedi immagine). Il Di Stefano (…), a p. 95, sugli Aleramici, postillava che: “Sulla colonizzazione “lombarda” vedi: M. Amari, Storia Mus., cit. III, pp. 218-239 e C.A. Garufi (…), Gli Aleramici e i Normanni in Sicilia e nelle Puglie, in Centenario della nascita di Michele Amari, vol. I, p. 47 sgg. è però sempre utile lo spoglio degli indici del Salernitano e del Falcando ecc..”. Sempre a proposito di Simone, nello stesso testo del Di Stefano (…), troviamo nell’Appendice, a cura di F. Giunta, ‘Altre testimonianze documentarie sull’attività edilizia nella Sicilia normanna, sulla scorta di Cusa (…), p. 558, scriveva in proposito: “Il Conte Simone concede al monastero di S. Maria di Licodia facoltà di costruire un casale.”.

Nel 1161, Ruggero “Sclavo”, figlio naturale di Simone del Vasto o Simone di Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o Paternò- Butera

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Pontieri scriveva che Ruggero Sclavo era figlio naturale di Simone del Vasto o Simone Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o conte di Paternò-Butera. Dunque, Ruggero Sclavo era nipote di Enrico del Vasto. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 436, in proposito scriveva che: “…fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54). Ruggero privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’inonorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177.

Simone del Vasto, conte di Monte Sant’Angelo

Pierre Aubè, nel suo, Roger II de Sicilie (….), parlando di un certo Simone conte di Monte Sant’Angelo, scriveva in proposito che: “il conte Roberto, figlio di Riccardo, conte di Boiano, e infine Simone, conte di Monte Sant’Angelo, cugino del re, in quanto figlio del Conte Enrico, zio acquisito di Ruggero II, da cui ha ereditato le rare qualità di statista e condottiero.”. Aubè si riferiva dunque ad un Simone cugino di re Ruggero II e figlio dello zio acquisito di re Ruggero II, ovvero Simone del Vasto, figlio di Enrico del Vasto, fratello della della terza moglie di re Ruggero I, Adelaide del Vasto, la madre di re Ruggero II. Nel febbraio 1137, l’Imperatore tedesco Lotario III, in guerra contro re Ruggero II di Sicilia, cominciò a spostarsi verso il Sud e fu raggiunto da Rainulfo e dai ribelli. Aubè (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Falcone Beneventano (…), continua a p. 235, su Simone del Vasto, Conte di Policastro (che ereditò dal padre Enrico), e cita un episodio in cui l’Imperatore Lotario III: “L’8 maggio è a Monte Sant’Angelo, dove fa man bassa sul tesoro del conte Simone, cugino di Ruggero II.”. Quindi, Simone del Vasto, nel 1137, era un fedelissimo di re Ruggero II, oltre che suo cugino.

Nel 1154, Matteo di Salerno (Matteo d’Aiello), cancelliere del Regno

Matteo è documentato come notaio della cancelleria normanna (notarius domini regis) dal 1154 al 1160. In questo periodo era al seguito di Maione di Bari che reggeva le redini dello stato in vece del poco presente re Guglielmo I. Il suo legame con Maione, anch’egli di origini non nobili, diventò sempre più stretto e l’ammiraglio gli affidò incarichi sempre più importanti: nel 1156 Matteo partecipò alla redazione del trattato di Benevento insieme al vescovo di Salerno Romualdo II Guarna. Maione, inviso alla nobiltà normanna che lo accusava di usurpare il governo del regno, nel 1159 cadde vittima di una congiura capeggiata da Matteo Bonnel; Matteo da Salerno riuscì a sfuggire all’agguato mentre il re Guglielmo venne prima fatto prigioniero e poi reinsediato dal popolo. Il sovrano richiamò a corte Matteo e gli affidò l’incarico di ricompilare alcuni registri (tra cui il Catalogus baronum) che erano andati distrutti durante la sommossa. La stima del re per Matteo era tale che il funzionario nel 1166 compare come magister notarius ed in seguito gli fu affidato il governo dello stato insieme a Riccardo Palmer, al vescovo eletto di Siracusa ed al caid Pietro, un musulmano. Alla morte di Guglielmo (1166), secondo le ultime volontà di quest’ultimo, Matteo fece parte (con il gaito Pietro e con il vescovo di Siracusa Riccardo), del consiglio che affiancava la regina Margherita nella conduzione del regno, essendo il figlio Guglielmo non ancora maggiorenne. Tuttavia la regina, diffidando dei feudatari e del consiglio, preferì farsi circondare da alcuni suoi familiari: suo fratello, Enrico, giunse subito dalla Navarra ed ebbe il feudo di Montescaglioso; ma soprattutto suo cugino, Stefano di Perche, fu nominato cancelliere del regno, generando i risentimenti della corte ed in particolare di Matteo che aspirava a quel titolo. Alla fine i favoritismi verso i navarresi e i francesi finirono per infastidire anche la parte musulmana della corte che fino ad allora aveva goduto del favore del re grazie ai propri meriti e alle proprie capacità. Stefano di Perche, avvertendo i pericoli di una congiura, fece arrestare molti dei funzionari della corona tra cui anche Matteo; tuttavia quest’ultimo, dal carcere, riuscì comunque ad organizzare una sommossa che costrinse Stefano di Perche a lasciare la Sicilia nel 1168. Si formò quindi un nuovo gabinetto di dieci familiares regis, ovvero di consiglieri, tra cui figuravano, oltre a Matteo, il navarrese Enrico di Montescaglioso (fratello della regina), Riccardo Palmer, Romualdo Guarna e Gualtiero (a volte, erroneamente detto Offamilio) (precettore del giovane re) che fu eletto arcivescovo di Palermo. Dal dicembre 1169 Matteo compare nei documenti come vicecancelliere. Alla morte di Guglielmo II senza eredi il Regno precipitò nel caos a causa della guerra tra i pretendenti al trono: ovviamente Matteo, anche se già anziano e malato di gotta, si schierò con Tancredi di Lecce. In particolare la propaganda di Matteo contro Ruggero di Andria danneggiò quest’ultimo e assicurò a Tancredi la corona. Inoltre furono le esortazioni di Matteo che portarono il papa Clemente III a sostenere la causa del principe normanno contro l’imperatore Enrico VI. Per questi motivi Tancredi elesse Matteo a cancelliere, il primo dopo la cacciata di Stefano di Perche nel 1168. La salute di Matteo continuò a peggiorare e la morte lo colse nel 1193. Egli lasciò due figli, Riccardo e Niccolò, che ebbero una certa influenza nella vita del regno e continuarono la politica anti-sveva del padre.

Nel 1160-61, la Rivolta del Bonello

Da Wikipedia leggiamo che Il rapporto tra il re Guglielmo ed i nobili feudatari tornò presto a incrinarsi dopo che si sparse la voce che l’ultimo baluardo siciliano in Africa, la città di Mahdia, era stata conquistata dalla dinastia musulmana berbera degli Almohadi (gennaio 1160). La perdita dei territori d’Africa, che rendeva assai più problematici i traffici commerciali nel Mediterraneo, fu imputata all’admiratus del Regno, Maione di Bari, che avrebbe abbandonato la città senza colpo ferire, mentre questi spergiurava che l’ordine gli era stato imposto dal re. Guglielmo fu così costretto a contattare i nobili più scontenti che già minacciavano atteggiamenti di disobbedienza. La tradizione narra che Matteo Bonello fedele inizialmente alla corte di Palermo fu inviato in Calabria come ambasciatore del re Guglielmo, per cercare una soluzione diplomatica alle controversie con la nobiltà locale. Durante la missione avrebbe cambiato orientamento e voltando le spalle agli Altavilla si sarebbe messo a capo di una rivolta composta dalla nobiltà calabrese e pugliese. Di sicuro Bonello aveva particolarmente in odio l’ammiraglio del regno Maione, i vicari del re e gli emiri di origine araba che a loro volta godevano della piena fiducia del sovrano. Comunque poté godere in Sicilia dell’appoggio anche di diversi baroni, ma soprattutto della benevolenza popolare perché la corte era oramai considerata ostile ed invisa a larghe fasce della popolazione. Il 10 novembre del 1160 giunse sino a Palermo e nelle strade della capitale siciliana catturò e giustiziò in pubblico Maione di Bari fra il giubilo dei popolani. Una tradizione popolare vuole che Maione fosse stato ucciso davanti al palazzo arcivescovile, dove ancora oggi sul portone d’ingresso si troverebbe infissa l’elsa della spada del Bonello. Il re Guglielmo fu costretto, per placare la rivolta a dichiarare che non avrebbe arrestato Bonello. Ma la resa dei conti era solamente rimandata, poiché, uccidendo l’ammiraglio Maione, il Bonello si era inimicato una parte influente della corte siciliana. Successivamente Bonello si ritirò nel castello di Caccamo (PA) da dove nel marzo del 1161 organizzò una congiura contro lo stesso Guglielmo. Catturato ed imprigionato il sovrano, fu dichiarato decaduto e venne proclamato re il figlio Ruggero, peraltro ancora di minore età. La rivolta tuttavia divenne una sommossa incontrollata, vennero trucidati diversi membri della corte e fu avviata una caccia ai musulmani che, considerati usurpatori, vennero massacrati a decine. I palazzi reali vennero saccheggiati e dati alle fiamme con la distruzione di un cospicuo patrimonio economico ed artistico (fra tutti il planisfero realizzato dal geografo arabo Idrisi per Ruggero II). La congiura prevedeva infine la conquista di Palermo, ma Bonello per motivi oscuri non mosse le proprie truppe. Questo gli costò la perdita del controllo dell’insurrezione e, in seguito ad un tradimento, venne arrestato da re Guglielmo, nel frattempo ritornato sul trono, nel suo stesso castello a Caccamo. La tradizione popolare parla di atroci torture ai danni di Bonello: sarebbe stato sfigurato e rinchiuso sino alla morte nei sotterranei dello stesso castello. Fallita la rivolta popolare a Palermo, alcuni degli sconfitti si erano rifugiati nei territori aleramici dell’isola (Butera, Piazza Armerina); Ruggero Sclavo, appena nominato conte di Butera, alleatosi con Tancredi, conte di Lecce e futuro re di Sicilia, scagliò i suoi uomini contro i saraceni: saccheggiarono il territorio e fecero un massacro della popolazione araba. Il re rispose mettendo insieme un esercito di Saraceni e si diresse verso Piazza Armerina e Butera, che conquistò e rase al suolo; i rivoltosi si arresero (estate 1161). Guglielmo I lasciò salva la vita a Tancredi e a Ruggero, ma li confinò fuori dal Regno: Tancredi riparò a Bisanzio, Ruggero forse si recò in Terra santa. Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Matteo Mazziotti (….), nel suo “La Baronia del Cilento”, dopo aver parlato di Ruggero II d’Altavilla e di Sicilia, a p. 119, in proposito scriveva che: “Morto nel 1154 il re Ruggiero, gli successe il figliuolo Guglielmo che regnò fino all’anno 1166. Sotto di lui avvenne una fiera rivolta di alcuni baroni nelle Puglie e nel Principato alla quale prese parte Ruggiero conte di Avellino che aveva sposato Fenicia di Sanseverino. Costui nel 1162 riuscì a fuggire mentre la contessa Fenicia fu in Avellino presa prigioniera e condotta a Palermo, da dove riuscì a salvarsi dipoi con suo figlio Guglielmo Sanseverino avuto in prime nozze con Arrigo Sanseverino barone del Cilento (3). In tale epoca Guglielmo Sanseverino era già successo a suo padre Arrigo nella contea di Sanseverino e nella baronia del Cilento, feudi che perdette per la fuga dal reame e che vennero dati al cugino Roberto Sanseverino conte di Caserta. Etc…”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (1) postillava che: “(1) Giannone, vol. 3°, pag. 69”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (2) postillava che: “(2) Giannone, vol. 3°, pag. 70”. Il Mazziotti, a p. 119, nella nota (3) postillava che: “(3) De Meo, Anno X, pag. 275. Egli riporta questa notizia dal Falcando.”.

Nel 1155, Simone di Policastro ‘Contestabile del Regno’, durante una Congiura contro Asclettino, Ammiraglio di re Guglielmo I detto il Malo

E quì si inseriscono alcuni fatti di cronaca raccontati da alcuni cronisti dell’epoca come ‘Romualdi Salernitani’ (Romualdo Guarna Arcivescovo di Salerno (…)), che vedono protagonista il principe Simone, conte di Policastro e ‘Connestabile’ di re Guglielmo I detto il Malo. La sua personalità e i fatti a lui relativi sono noti attraverso gli scritti di Romualdo Guarna Salernitano (…) e Ugo Falcando (…), cronisti contemporanei che in quegli anni frequentarono la Corte di Palermo e quindi da considerarsi testimoni oculari e attendibili degli eventi narrati. Simone Conte di Policastro, ne parlano le cronache al tempo di re Guglielmo I detto il Malo, che dopo la morte di suo padre re Ruggero II d’Altavilla, dovette fronteggiare diverse situazioni. Le cronache del tempo, ricordano Simone, Conte di Policastro che ebbe un ruolo importante in due diverse ongiure di palazzo contro re Guglielmo I: la congiura contro Maione, primo ministro di Re Guglielmo e, la ‘rivolta del Bonello’. Nel 1155 Tancredi di Lecce, cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I (suo zio e padre di Guglielmo II detto il Buono), il quale l’anno dopo sedò la rivolta con le armi e mandò in catene Tancredi e suo fratello Guglielmo. Tancredi rimase alcuni anni a Costantinopoli e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II detto il Buono (Guglielmo il Buono). Il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana” ( come lo chiama anche l’Antonini), che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Il ‘Manoscritto del Marchese della Giaratana’ (…), fu citato più volte dall’Antonini (…), che così chiama questo manoscritto che fu è scritto da Settimo (Girolamo), Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi si il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Anche in questo caso, rileggendo la citazione che fa l’Antonini del ‘Marchese della Giarratana’, si fa riferimento a Simone il fratello primogenito di re Ruggero II, ambedue fratelli e figli del Conte di Sicilia Ruggero I. Nel 1155, mentre il Regno era minacciato dalla discesa in Italia di Federico Barbarossa e la Puglia veniva invasa dalle forze dell’imperatore bizantino Manuele Comneno alleato dei baroni ribelli al re Guglielmo I detto il Malo, il cancelliere Asclettino venne inviato dal re in Puglia con Simone di policastro per fronteggiare l’invasione. Testimonia il cronista del tempo Ugo Falcando (…), che la situazione era così incerta e ambigua che ovunque si diffondevano sospetti e timori e non si capiva chi parteggiava per il re e chi per i ribelli. Particolarmente ambigua fu il comportamento dell’ammiraglio Maione (primo ministro di re Guglielmo I) che, fingendo di appoggiare il re, tramava per prendere il dominio dei territori. Fu Maione che ordinò ad Asclettino di convocare a Capua il barone ribelle Roberto di Loritello, e di intimargli di deporre le armi e sciogliere l’esercito; ma il conte non abboccò al tranello tesogli e si rititrò in Molise continuando la guerra. Poco dopo avvennero delle intemperanze tra gli uomini di Asclettino e quelli di Simone; la cosa si trascinò al punto che il conflitto coinvolse anche i due comandanti che si rivolsero parole ingiuriose; Asclettino allora scrisse al re mettendololo in guardia da Simone, il quale – secondo la sua ricostruzione dei fatti – avrebbe tradito e fatto fallire il tentativo di catturare Roberto di Loritello; l’ammiraglio Maione, confermando questa tesi, rincarò la dose aggiungendo anche accuse di complotto contro il re e così determinò la caduta in disgrazia di Simone. Per sgombrare il campo da possibili concorrenti, Maione ordì anche contro Asclettino istigando questa volta Simone di Policastro ad accusare il cancelliere davanti a Guglielmo I di diversi crimini, tra i quali quello di aver complottato contro il re stesso. Nel 1156, Asclettino che rientrava a Palermo, si difese coraggiosamente, dicendosi pronto a rispondere ai singoli capi di imputazione, ma non gli sarebbe stato consentito di esibire le sue prove difensive. Venne dunque deposto ed incarcerato in una torre. Morì qualche tempo dopo nelle carceri di Palermo. Il Cataldo (…), sulla scorta del Falcando e del Fazello (…), scriveva che: Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere”. Infatti, Pino Rende, scrive che il Falcando (…),  ci informa che liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Tommaso Falzello (…), nella traduzione di Remigio Fiorentino, sostiene che: “..si incominciò a dire che il conte Simone era ingiustamente ritenuto in carcere; e si spargevan alcune voci per le quali si conosceva ch’egli era chiesto che fosse liberato. L’Ammiraglio,…..cavò di carcere il conte Simone per  comandamento del Re: dopo la cui liberazione parve, ch’ei si mutasse in maniera che…”. Poi il Fiorentino, postillava che: “un poco più sotto dice il Fazello che il conte Simone morì per buona fortuna in viaggio di morte naturale…..

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(Fig….) Tommaso Fazello (….), passo tratto da Remigio Fiorentino, Deca II, Libro VII, Cap. IV, p. 115 e s.

La Chronaca del Falcando (…), ci parla di “Symon Comes Policastrensis”, a proposito di Majone, odiato ministro di Re Guglielmo I detto il Malo, figlio di re Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando (…), racconta di una congiura ordita contro il grande Ammiraglio e Ministro del Regno Majone, a cui partecipò il fratellastro di re Guglielmo I, insieme ad ad altri personaggi eminenti del Regno. Con Guglielmo I, Maione, fu primo ministro e probabilmente la persona più potente del regno dopo il re stesso. Inviso alla nobiltà siciliana ed al clero, su Maione ricaddero le responsabilità delle rivolte del 1156 e di quelle del 1160 contro la corte normanna, di cui parleremo.  Di Simone, ne parlano le cronache come di un feudatario connestabile di Re Guglielmo I che fu imprigionato perchè si sospettasse avesse partecipato ad una congiura. Secondo Donald Matthew (…), nel suo ‘I Normanni in Italia’, a p. 74-76, parla di un Simone, Conte di Policastro, dettoconnestabile’, a p. 22 parla di Simone, figlio di Ruggero I, il Gran conte, e poi a p. 194, parla di Simone, figlio di Ruggero II.  Donald Matthew (…), nel suo ‘I Normanni in Italia’, a p. 74-76, parla di un Simone, Conte di Policastro, dettoconnestabile’, poi a pp. 22 parla di Simone, figlio di Ruggero I, il Gran conte, e poi a p. 194, parla di Simone, figlio di Ruggero II. Esaminiamo il caso di Simone ‘il connestabile’, Conte di Policastro. Sulla scorta di Ugo Falcando (…), sappiamo che in seguito, Simone,  liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Giuseppe Cataldo (…) nel suo ‘Notizie storiche su Policastro Bussentino’, un dattiloscritto inedito del 1973, a p. 29, parlando di Policastro, scriveva che: Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Il fratello di Simone, Ruggiero, nipote di Roberto il Guiscardo, divenne Conte di Sicilia e Calabria. Policastro, già rinnovata, era sotto la direzione del prode Guido, quando nel 1154, subiva la distruzione da parte del Barbarossa.. Il Matthew (…), ci parla di Simone di Policastro, in occasione delle lotte di Guglielmo I, per la conquista del Regno di Sicilia e dei possedimenti del padre Ruggero I d’Altavilla, il Gran conte, morto e dopo l’assedio di Benevento. Guglielmo I di Sicilia detto il Malo era l’ultimo figlio di re Ruggero II e, a cui si possono riferire gli avvenimenti in cui è implicato questo Simone il Bastardo. Il Matthew (…), forse sulla scorta di Romualdi Salernitani (Romualdo Guarna Arcivescovo di Salerno e cronista dell’epoca) (…) e di Ugo Falcando (…), parlando di Guglielmo I, dopo l’attacco a Tinnis nel delta del Nilo e dopo il saccheggio di Almohadi di Pozzuoli, scrive che: “L’esercito di Guglielmo era anche demoralizzato; uno dei due comandanti, il Conte Simone di Policastro, era stato accusato dall’altro, il cancelliere reale Aschettino, di essere in lega con i ribelli ed era stato mandato prigioniero a Palermo. Quando nel settembre 1155 Guglielmo cadde malato, i fermenti di malcontento esplosero in aperta ostilità in tutta Italia meridionale.”. Poi, il Matthew (…), parlando delle lotte tra Guglielmo e Ruggero II, sulla scorta del ‘Liber de Regno Siciliae’, della cronaca di Romualdi Salernitani (Romualdo Guarna, cronista dell’epoca) (…), scriveva che: “Si ritiene che il ministro Maione di Bari, promosso di recente, temesse che la propria egemonia fosse minacciata dal valore di personaggi eminenti quale il connestabile Simone di Policastro, Roberto di Loritello e il conte di Squillace ecc..”. Sempre sulla scorta del cronista Salernitano (…), il Matthew (…), parlando della rivolta contro re Guglielmo I, scriveva che: Il re fu stupefatto da queste accuse e marciò stupefatto su Butera portando con se il connestabile, conte Simone (conte di Policastro), liberato dal carcere.”.

Del Re, Romualdo Guarna racconta, p. 26.JPG

Salvatore Tramontana, nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’ (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), scrive a proposito del conte di Policastro Simone, che in occasione dei tumulti sorti contro il re Guglielmo I, alla morte del padre Ruggero II d’Altavilla: “La situazione era però destinata ad aggravarsi ulteriormente perchè molti feudatari – e specialmente Tancredi conte di Lecce e Simone, figlio bastardo di Ruggero II a cui Guglielmo I aveva negato il diritto sul Principato di Taranto – intendevano spingere l’opposizione fino alla sostituzione o addirittura alla eliminazione fisica del re.”. Dunque, secondo lo studioso Salvatore Tramontana, il Simone Conte di Policastro, era figlio bastardo di re Ruggero II d’Altavilla, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato il diritto sul Principato di Taranto.  Lo storico locale Giovan Battista Del Buono (…), dopo aver scritto che: “Il Re Ruggero, come è stato detto, fatta ricostruire la città di Policastro, la donò al figlio Simone, il quale era nipote della regina Adelaide ed era anche nipote del re Guglielmo.”. Il Del Buono, dunque, parlando di Simone e di Policastro, scrive che il re Ruggero (non dice quale), era nipote della regina Adelaide del Vasto che era la III moglie di re Ruggero I, e quindi il re Ruggero a cui si riferisce il Del Buono non può essere che re Ruggero II, ma il Del Buono si sbaglia perchè Simone, fu un figlio legittimo di re Ruggero I e di Adelaide del Vasto. Re Ruggero II, era un fratello di Simone. Re Ruggero II, non ebbe figli chiamati Simone. Inoltre, il Del Buono scrive anche che questo Simone a cui fu donata la Contea di Policastro, era un nipote di re Guglielmo I. Abbiamo già visto che non è così. Il del Buono, proseguendo il suo racconto, racconta un episodio citato anche da Ebner e che fu tratto dalla cronaca di Romualdo Guarna (…), egli scriveva che: “A questo punto è bene fare una breve annotazione: mentre Guglielmo era a Salerno (1105), gli fu fatta pervenire una lettera dal papa indirizzata al signore di Sicilia, non re, il quale la respinse ed indispettito ordinò ad Asclettino, cancelliere del regno, di muovere contro gli stati della Chiesa, e con lui anche Simone di Policastro. Poichè le cose andarono male furono costretti a ritirarsi per l’insurrezione dei feudatari, e siccome la ribellione non fu domata, Asclittino ne dette la colpa a Simone, che fu imprigionato a Salerno. Allorchè i baroni Siciliani e la popolazione Salernitana insorsero, il re Guglielmo fu costretto a liberare Simone, che a sua volta accusò Asclittino dell’insuccesso e Asclittino fu imprigionato.”. Come abbiamo visto, questo passo è simile a ciò che scriveva l’Ebner (…), che citava e traeva la notizia da Romualdo Guarna (che noi quì pubblichiamo traendola dal Del Re (…)). Ma Romualdo Guarna (…), non parla di Simone di Policastro. La cronaca di Romualdo (…), dice che re Guglielmo I, indispettito dalla lettera di Papa Adriano IV, spedì un esercito ad occupare Benevento (gli Stati della Chiesa).  Il 18 giugno 1156, si giunse all’accordo di Benevento, grazie al quale Guglielmo ottenne l’incoronazione ufficiale da parte del papa Adriano IV (novembre 1156). Scrive sempre il Del Buono che: “Nel 1127 il re Guglielmo morì senza eredi, e poichè il conte di Policastro Simone era morto nel 1113, e poichè il re Guglielmo non aveva lasciato eredi, Ruggero cugino di Simone e figlio di Ruggero il Gran Conte, aspirava alla successione, e fattosi nominare re della Sicilia e della Calabria, riunì il Mezzogiorno compreso la Sicilia in un solo regno che durò fino ai Borboni.”. Lo storico Gian Battista Caruso (…), parlando dei tumulti e della congiura scoppiata contro il re Guglielmo I detto il Malo, scriveva a pp. 145-146, che i Baroni (i feudatari che si ribellavano a Guglielmo I: “Ciò stabilmente parve a’ congiurati di confidarne il segreto al Conte Simone fratello bastardo del Re, ed a Tancredi suo nipote, figliuolo del duca Ruggieri, l’uno, e l’altro dè quali, essendo non senza motivo disgustati, e malsoddisfatti, facil cosa sarebbe di trarli nel loro sentimento, e di farli entrare nella stabilita congiura: disgussatissimo, era in vero il Conte Simone dal Re suo fratello; imperciocchè avendo il Re Ruggiero lasciato a lui in retaggio il Principato di Taranto gliene aveva impedito Guglielmo il possesso, essendo che non aveva assignarsi a bastardi in appannaggio un sì nobile Principato posseduto prima da Principi legittimi del Sangue Reale: non meno del Conte Simone era Tancredi suo Nipote ecc…”

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(Fig….), Caruso G.B. (…), vol. I, parte II, Libro IV, pp. 145-146

Le cronache dell’epoca ci parlano del Conte di Policastro a causa di un’episodio di ribellione di cui fu accusato il conte Simone. Ma cerchiamo di capirne di più sull’episodio di cui si racconta negli annali. Attraverso il Matthew (…), sulla scorta di alcuni cronisti dell’epoca come Falcone Beneventano e dal ‘Liber de Regno Siciliae’ di Romualdo Salernitano (Romualdo Guarna) (…), scriveva che esistesse un Simone, Conte di Policastro, connestabile, ai tempi dei dissidi tra Guglielmo I ed alcuni baroni. Il Matthew (…), scrive: “L’esercito di Guglielmo era anche demoralizzato; uno dei due comandanti, il Conte Simone di Policastro, era stato accusato dall’altro, il cancelliere reale Aschettino, di essere in lega con i ribelli, ed era stato mandato prigioniero a Palermo. Quando nel settembre 1155 Guglielmo cadde malato, ecc…”. Ancora il Matthew scrive: “Si ritiene che Maione temesse che la sua egemonia fosse minacciata dal valore di personaggi eminenti quale il connestabile Simone di Policastro, Roberto Loritello e il Conte di Squillace.“. Scrive sempre il Matthew che: “Il re fu stupefatto da queste accuse e marciò senza indugio su Butera portando con se il connestabile, conte Simone, liberato dal carcere.”. Il papa, investì formalmente del regno, comprendente Sicilia, Puglia e Capua. Il papa si lasciò anche Napoli, Salerno, Amalfi. Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando (…), ci informa che il nostro Simone di Policastro, liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”.

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(Fig….) Caruso G.B. (…), p. 123 tratta dal Caruso, dove si parla di Simone, Conte di Policastro ‘Contestabile del Regno’

Il Caruso (…), sulla scorta di Falcando (cronista dell’epoca) (…), ci parla del Conte di Policastro al  tempo di re Guglielmo I. Il Caruso scrive: “…ed unitisi tanti, e si potenti nemici contro Guiglielmo, non potè il Cancelliero Ascontino lasciato dal Re con Simone Conte di Policastro, e Contestabile del Regno alla difesa della Puglia, e della Campagna ecc..”. Il Di Niscia, a p. 154, scriveva in proposito: ” In tale cospirazione ebbe parte anche il conte Simone, figliolo bastardo del re Ruggero, il quale era tenuto prigioniero.”. Lo studioso Salvatore Tramontana, nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’ (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), scrive a proposito del conte di Policastro Simone, che in occasone dei tumulti sorti contro il re Guglielmo I, alla morte del padre Ruggero II d’Altavilla: “La situazione era però destinata ad aggravarsi ulteriormente perchè molti feudatari – e specialmente Tancredi conte di Lecce e Simone, figlio bastardo di Ruggero II a cui Guglielmo I aveva negato il diritto sul Principato di Taranto – intendevano spingere l’opposizione fino alla sostituzione o addirittura alla eliminazione fisica del re.”. I palazzi reali vennero saccheggiati e dati alle fiamme con la distruzione di un cospicuo patrimonio economico ed artistico (fra tutti il planisfero realizzato dal geografo arabo Idrisi per Ruggero II). Successivamente, Guglielmo si dedicò a punire le comunità di terraferma che si erano sollevate contro di lui. Ridotte all’obbedienza le città e i feudatari ribelli della Calabria e della Puglia, arrivò in Campania, ma rinunciò ad attaccare Salerno a causa di una forte tempesta, e da qui fece ritorno in Sicilia. Sempre sulla scorta della ‘chronaca’ di Ugo Falcando (…), sappiamo che in seguito, Simone,  liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”.

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(Fig…..) Tommaso Fazello, p. 77, dove si parla dei tumulti scoppiati contro il re Guglielmo

Ebner (…), nella sua nota (27), riguardo a Simone, postillava:“Su Simone, vedi Falcando, Liber VIII, ma anche II e VI e I: ‘Symon qui Policastri remanserat’, ne era conte, re Guglielmo alloggiò nel palazzo di Terracena, come dice il Falcando, con il ministro di Bari e il cancelliere Asclittino.”.

Di Niscia, p. 150

(Fig…) Di Niscia (…), p….

Sempre secondo questa cronaca, in tale frangente, dopo essere intervenuto assieme al cancelliere Ascotinus, alla testa delle milizie regie per reprimere le sedizioni dei baroni pugliesi e per respingere le minacce d’invasione del regno, sospettato di tramare il tradimento, Simone fu privato della sua carica di contestabile ed imprigionato in Palermo. Sempre sulla scorta della ‘chronaca’ di Ugo Falcando (…), sappiamo che in seguito, Simone,  liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Lo studioso Salvatore Tramontana, nel suo ‘La Monarchia Normanna e Sveva’ (…), sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando (…), scrive a proposito del conte di Policastro Simone, che in occasone dei tumulti sorti contro il re Guglielmo I, in seguito alla morte del padre Ruggero II d’Altavilla: “La situazione era però destinata ad aggravarsi ulteriormente perchè molti feudatari – e specialmente Tancredi conte di Lecce e Simone, figlio bastardo di Ruggero II a cui Guglielmo I aveva negato il diritto sul Principato di Taranto – intendevano spingere l’opposizione fino alla sostituzione o addirittura alla eliminazione fisica del re.”. Poi il Tramontana scrive che, dopo la liberazione dalla prigionia di re Guglielmo I: “I congiurati in cambio del perdono regio, si impegnavano a deporre le armi: al principe Simone, al conte Tancredi e a tanti altri toccava la via dell’esilio..”. Da questo punto di vista, ci viene incontro lo studioso Pietro Ebner che nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, a p. 434 e p. 435, parlando di Policastro, e sulla scorta del cronista dell’epoca Romualdo Guarna Salernitano (…), cita un episodio della nostra storia in cui era implicato Simone:

Ebner, p. 334 estratto.PNG

Ebner (…), rifrendosi al Simone di Policastro, al tempo di re Guglielmo, è tratto dal cronista dell’epoca Romualdo Guarna (…), come egli postillava nella sua nota (29), per l’anno 1156. Infatti, l’Ebner (…), si riferiva a re Guglielmo I detto il Malo che a quel tempo fu osteggiato da papa Adriano IV e da alcuni baroni del Regno. L’Ebner (…), a p. 434, proseguendo il suo racconto, scriveva l’episodio che il re Guglielmo si trovava a Salerno nel 1155 e postillava nella sua nota (27) che: “Re Guglielmo alloggiò nel palazzo di Terracena, come dice il Falcando, con il ministro di Bari e il cancelliere Asclittino.”. L’Ebner scriveva a p. 434 che: “Qui giunsero Ambasciatori di papa Adriano IV con lettere indirizzate a Guglielmo, signore di Sicilia, e perciò non re. Re Guglielmo le respinse ed ordinò ad Asclittino, cancelliere del Regno, di muovere contro ecc..ecc..” (prosegue a p. 335 ivi):

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Poi l’Ebner prosegue il suo racconto sulla scorta del cronista dell’epoca Ugo Falcando: “Qui giunsero ambasciatori di papa Adriano IV con lettere indirizzate a Guglielmo, signore di Sicilia, e perciò non re. Re Guglielmo le respinse e ordinò ad Asclittino, cancelliere del Regno, di muovere contro gli Stati della Chiesa, dandogli come compagno appunto Simone (28). Asclittino e il conte di Policastro erano appena giunti a Ferentino quando furono costretti a tornare per l’insurrezione di molti feudatari. La ribellione non venne domata e Asclettino ne attribuì la colpa a Simone che, inviato a Salerno, venne incarcerato come traditore. Contro il provvedimento insorsero i baroni siciliani e la stessa popolazione salernitana, per cui re Guglielmo, indottovi dal ministro Maione, fu costretto a liberarlo. Simone ritorse le accuse di insuccesso ad Asclittino che fu poi imprigionato. Il re pose l’assedio a Benevento, per cui il papa comprese che fosse necessario trovare un accordo, per cui il noto trattato di Benevento che regolò per secoli il papato e il regno di Sicilia. Ciò consentì a re Guglielmo di iniziare la punizione dei ribelli, indottovi soprattutto da Maione che tendeva a diminuire il potere feudale. Non sarebbe sfuggito alla condanna anche il conte di Policastro se, nel frattempo, non fosse morto (29).”. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29- Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”.

Romualdo Guarna dal Drl Re, p. 20.JPG

(Fig….) Romualdo Guarna, tratto dal Del Re (…), p. 20

Il del Buono, proseguendo il suo racconto, racconta un’episodio citato anche da Ebner e che fu tratto dalla cronaca di Romualdo Guarna (…), scriveva che: “A questo punto è bene fare una breve annotazione: mentre Guglielmo era a Salerno (1105), gli fu fatta pervenire una lettera dal papa indirizzata al signore di Sicilia, non re, il quale la respinse ed indispettito ordinò ad Asclettino, cancelliere del regno, di muovere contro gli stati della Chiesa, e con lui anche Simone di Policastro. Poichè le cose andarono male furono costretti a ritirarsi per l’insurrezione dei feudatari, e siccome la ribellione non fu domata, Asclittino ne dette la colpa a Simone, che fu imprigionato a Salerno. Allorchè i baroni Siciliani e la popolazione Salernitana insorsero, il re Guglielmo fu costretto a liberare Simone, che a sua volta accusò Asclittino dell’insuccesso e Asclittino fu imprigionato.”. Come abbiamo visto, questo passo è simile a ciò che scriveva l’Ebner (…), che citava e traeva la notizia da Romualdo Guarna (che noi quì pubblichiamo traendola dal Del Re (…)). La cronaca di Romualdo (…), dice che re Guglielmo I, indispettito dalla lettera di Papa Adriano IV, spedì un esercito ad occupare Benevento (gli Stati della Chiesa).  Il 18 giugno 1156, si giunse all’accordo di Benevento, grazie al quale Guglielmo ottenne l’incoronazione ufficiale da parte del papa Adriano IV (novembre 1156).

Nel 1160, Simone di Policastro, ‘Contestabile del Regno’ e la ‘rivolta del Bonello’ (1160-1161)

Guglielmo I lasciò salva la vita a Tancredi e a Ruggero, ma li confinò fuori dal Regno: Tancredi riparò a Bisanzio, Ruggero forse si recò in Terra Santa. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 83, nella sua nota (16) postillava che: “(16)…e poi Guglielmo (conte del Principato: diplomi 1107-1128 anche per il padre e il nonno) e perciò II. Questo Guglielmo indusse altri baroni del salernitano a prendere parte alla congiura contro Maione, l’odiato ministro di Guglielmo il Malo, perchè tenace assertore della supremazia regia sull’aristocrazia. Alla congiura partecipò, spintavi da Mario Borrello, la stessa città di Salerno, poi liberata dall’ira del re (l’aveva assediata) da un miracolo di S. Matteo, ricorda Romualdo Guarna, ad ann. 1160.”. Nel 1155 Tancredi di Lecce, cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I (suo zio e padre di Guglielmo II detto il Buono), il quale l’anno dopo sedò la rivolta con le armi e mandò in catene Tancredi e suo fratello Guglielmo. Il 10 novembre 1160 come vero e proprio “capro espiatorio” della crisi fu assassinato in pubblico da Matteo Bonello per le strade di Palermo. Il Falcando (…), scriveva che: “Il Conte Simone, della medesima congiura era partecipe; della qual cosa si vedevano ora assai chiari indizi.”:

Del Re, Falcando, p. 292, sull'arresto di Simone

Falcando dal Del Re, p. 298

(Fig…) Ugo Falcando (…), passo su Simone, tratto da Del Re (…), p. 298

Secondo Ugo Falcando (…), nel passo tratto da Del Re (…), a p. 298, scrive che: “Il Conte Simone che era rimasto a Policastro, viene ancora egli chiamato in Corte, perchè venuto, fosse subitamente preso: ma sul mettersi in cammino fu da avventurosa morte sopraggiunto.”. Il Falcando ci racconta che Re Guglielmo I, ordinò la scarcerazione del Conte Simone che in quel momento si trovava a Policastro, richiamandolo a Corte a Palermo per poi farlo arrestare. Ma Simone, nel corso di un avventuroso viaggio, morì. Secondo il Cataldo (…), era l’anno …….

Falcando, dal Del Re, p....

(Fig….) Ugo Falcando, passo tratto da Del Re (…), p. 298

Non è chiaro se Romualdo Guarna (autore di una chronaca del tempo)(…), prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei baroni. Nel 1161 Tancredi di Lecce, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato i diritti sul Principato di Taranto partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo: la congiura, fomentata da Matteo Bonello (che l’anno prima aveva assassinato Maione di Bari), prevedeva la deposizione del re Guglielmo I detto il Malo e la salita al trono del giovane suo figlio Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Il 9 marzo 1161 Tancredi, con suo zio Simone di Taranto, espugnò il palazzo reale di Palermo, imprigionando lo stesso re Guglielmo e tutta la famiglia reale. Simone insieme a Matteo Bonello e a Tancredi di Lecce partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo del 1160. Il 9 marzo 1161 Simone, con il suo nipote Tancredi di Lecce, figlio naturale di Ruggero III di Puglia, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo, tutta la famiglia reale, mentre diversi membri della corte vennero trucidati. Simone, insieme agli altri insorti, fu costretto a liberare il re che gli concesse in cambio del suo perdono l’esilio volontario. Nel 1166 non rivendicò il trono del regno che così passò al nipote Guglielmo II di Sicilia, “il Buono”. Ebner dice che dei Florio di Camerota al tempo delle rivolte di re Guglielmo I, ne parla anche l’Antonini, I, p. 411. Poi a p. 582, l’Ebner, scrive Florio è ricordato ancora da Falcando: (LIII: “Floriu camerotensis iudiciarius”).”. Pietro Ebner (…), riguardo Simone, scrive che: Era nipote della della regina Adelaide, della stirpe Aleramica, vedova di Ruggiero I, il Gran Conte, che nel 1113 sposò Baldovino I, re di Gerusalemme. Simone quindi era anche parente di re Guglielmo I.“. Il Cataldo (…), traeva alcune notizie su Policastro dal “Marchese di Giarratana” ( come lo chiama anche l’Antonini), che nel 1700, fu pubblicato dal Muratori (…). Il ‘Manoscritto del Marchese della Giaratana’ (…), fu citato più volte dall’Antonini (…), che così chiama questo manoscritto che fu è scritto da Settimo (Girolamo), Marchese della Giarratana che possedeva (forse a Palermo) una grande biblioteca e raccolta di antichissimi documenti. Pare che in questo antico manoscritto vi si il regesto di Pier delle Vigne, segretario di Federico II di Svevia. In questo manoscritto, si fa la coronaca del periodo Svevo in Sicilia e nell’Italia Meridionale. Anche in questo caso, rileggendo la citazione che fa l’Antonini del ‘Marchese della Giarratana’, si fa riferimento a Simone il fratello primogenito di re Ruggero II, ambedue fratelli e figli del Conte di Sicilia Ruggero I. Scriveva il Del Buono che: “Nel 1127 il re Guglielmo morì senza eredi, e poichè il conte di Policastro Simone era morto nel 1113, e poichè il re Guglielmo non aveva lasciato eredi, Ruggero cugino di Simone e figlio di Ruggero il Gran Conte, aspirava alla successione, e fattosi nominare re della Sicilia e della Calabria, riunì il Mezzogiorno compreso la Sicilia in un solo regno che durò fino ai Borboni.”. Nel 1161, Simone di Taranto, insieme a Tancredi di Lecce, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato i diritti sul Principato di Taranto partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo: la congiura, fomentata da Matteo Bonello (che l’anno prima aveva assassinato Maione di Bari), prevedeva la deposizione del re Guglielmo I detto il Malo e la salita al trono del giovane suo figlio Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Il 9 marzo 1161 Tancredi, con suo zio Simone di Taranto, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo e tutta la famiglia reale. Il palazzo reale fu saccheggiato, documenti distrutti, diversi membri della corte vennero trucidati mentre fu avviata una caccia agli eunuchi che, considerati usurpatori, vennero massacrati a decine. Ma i cospiratori persero l’appoggio popolare e l’insurrezione finì. Gli insorti furono costretti a liberare il re (11 marzo). Tancredi riparò nei territori aleramici di Butera e Piazza Armerina, da Ruggero Sclavo, facendo massacro della popolazione musulmana dei numerosi casali saraceni presenti nella zona, ma fu catturato dal Re e le due città lombarde furono distrutte nel 1161. Il Re concesse al nipote in cambio del suo perdono l’esilio volontario a Costantinopoli. Qui Tancredi rimase alcuni anni e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II (Guglielmo il Buono). La tradizione narra che Bonello, signore di Caccamo, fedele inizialmente alla corte normanna di Palermo, fu inviato in Calabria come ambasciatore del re Guglielmo I, per cercare una soluzione diplomatica alle controversie con la nobiltà  locale. Durante la missione avrebbe cambiato orientamento e, voltando le spalle agli Altavilla, si sarebbe messo a capo di una rivolta cui prese parte la nobiltà  calabrese e quella pugliese. Di sicuro Bonello aveva particolarmente in odio l’ammiraglio (Amirus Amirati) del regno Maione di Bari. Di Simone, ne parlano le cronache come di un feudatario connestabile di Re Guglielmo I che fu imprigionato perchè si sospettasse avesse partecipato ad una congiura. Nel 1161 Tancredi di Lecce, a cui re Guglielmo I detto il Malo, aveva negato i diritti sul Principato di Taranto partecipò alla sanguinosa rivolta di Palermo: la congiura, fomentata da Matteo Bonello (che l’anno prima aveva assassinato Maione di Bari), prevedeva la deposizione del re Guglielmo I detto il Malo e la salita al trono del giovane suo figlio Ruggero IV, il primo in successione dinastica. Il 9 marzo 1161 Tancredi, con suo zio Simone di Taranto, espugnò il palazzo reale, imprigionando lo stesso re Guglielmo e tutta la famiglia reale. Il Di Niscia (…), scriveva in proposito: “…e comparire sulla soglia i conti Simone e Tancredi, due principi spuri, fratello quel primo, quest’ultimo nipote a Guglielmo, entrambi rinchiusi e vigilati in palazzo.”.

La Lumia, su Simone e Tancredi

(Fig….) Di Niscia (…), p…..

Il Di Niscia (…), raccontando della ‘rivolta del Bonello‘, ci parla del conte Simone, un principe spurio (figlio illegittimo o ‘bastardo’) e fratello del Re Guglielmo I detto il Malo. Questo Simone, insieme a suo figlio Ruggero Sclavo e al nipote Tancredi (Tancredi di Lecce che diventò il IV re del Regno di Sicilia), partecipò alla rivolta detta del Bonello, ovvero una congiura ordita da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I di Sicilia detto il ‘Malo’. Nel 1161, il palazzo reale fu saccheggiato, documenti distrutti,come pure il famoso ‘Catalogo dei Baroni’ (…), fatto redigere da re Ruggero II d’Altavilla e il libro di re Ruggero del geografo al-Edrisi (…).  Gli insorti furono costretti a liberare il re (11 marzo); Tancredi riparò nei territori aleramici di Butera e Piazza Armerina, da Ruggero Sclavo, facendo massacro della popolazione musulmana dei numerosi casali saraceni presenti nella zona, ma fu catturato dal Re e le due città lombarde furono distrutte nel 1161. Il Re concesse al nipote in cambio del suo perdono l’esilio volontario a Costantinopoli. Qui Tancredi rimase alcuni anni e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II (Guglielmo il Buono).

Di Niscia, su Tancredi

(Fig….) Di Niscia (…), p…..

Di Meo, vol. X. p....JPG

Simone o “Simeone”, ai tempi di re Guglielmo II detto il Buono

Salvatore Tramontana (…), a p. 629, sulla scorta del La Lumia, Storie Siciliane (…), e del Chalandon (…), scrive che, dopo la morte di re Guglielmo I e l’incoronazione di suo figlio Guglielmo II (detto il Buono) , nel maggio 1166 a re di Sicilia: “E’ comunque da respingere, e del resto non sembra che trovi conferma in un’altra fonte, la notizia di un cronista bizantino relativa a un tentativo di Simeone – il figlio bastardo di Ruggero II a cui, come abbiamo visto, re Guglielmo I non aveva voluto riconoscere i diritti sul principato di Taranto  – di impossessarsi della corona della Sicilia con l’aiuto di Manuele Commeno (2).”. Il Tramontana, postillava nella sua nota (2) che la notizia era tratta da La Lumia, Storie Siciliane, a cura di F. Giunta, ed. La Religione Siciliana, Palermo, 1969, pp. 189 e 251 e F. Chalandon, Histoire, cit. II, p. 307.

Nel 1161, Ruggero “Sclavo”, figlio naturale di Simone del Vasto o Simone di Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o Paternò- Butera

Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, a pp. 435-436, in proposito scriveva che: “Legata alla Corona, la Casa aleramica di Sicilia conservò la sua potenza e prosperità finchè durò questa solidarietà. Tre generazioni dopo il conte Enrico, i buoni rapporti si alterarono: fu nella contea di Butera che le animosità fra lombardi e arabi esplosero, fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale, gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Sclavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54), Ruggero, privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’innamorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Pontieri, a p. 436, nella nota (54) postillava: “(54) Ruggero “Sclavo” era figlio naturale di Simone, conte di Policastro, figlio a sua volta di Enrico Paternò-Butera: Romualdi Salernitani ‘Chronicon’, ed. Garufi, Muratori, RR.II.SS.2, p. 248; i ribelli si asserragliarono a lungo nel castello di Butera: Romualdo Salernitano, pp. 238, 248′-49; Falcando, XXII-XXIII, p. 73-74; cfr. Siracusa, Il Regno di Guglielmo I in Sicilia, cit., pp. 72 ss., 159 ss.”. Pontieri scriveva che Ruggero Sclavo era figlio naturale di Simone del Vasto o Simone Paternò-Butera, figlio di Enrico del Vasto o conte di Paternò-Butera. Dunque, Ruggero Sclavo era nipote di Enrico del Vasto. Infatti, Ernesto Pontieri (….), nel suo “Tra i Normanni nell’Italia Meridionale”, nel capitolo “Adelasia del Vasto contessa di Sicilia”, nel saggio “2. Adelasia reggente” a p. 436, in proposito scriveva che: “…fomentando la cospirazione feudale contro Maione di Bari, ministro di Guglielmo I, nella quale gran parte ebbe Ruggero “lo Schiavo” (‘Slavus’), nipote di Enrico del Vasto (1160)(54). Ruggero privato dei beni per fellonia, fu cacciato in esilio dall’isola: era l’inonorato tracollo degli Aleramici di Sicilia.”. Da Wikipedia leggiamo che Ruggero Sclavo, (in latino Rogerius Sclavus), (XII secolo – post 1177), è stato un nobile del Regno di Sicilia nel XII secolo, uno dei capi della rivolta baronale del 1161 contro Guglielmo I di Sicilia. Ruggero Sclavo era il figlio illegittimo di Simone Del Vasto, conte di Butera, di Paternò, di Policastro e signore di Cerami. Simone era a sua volta figlio di Enrico del Vasto e di Adelaide. Ruggero Sclavo era figlio illegittimo di Simone del Vasto, conte di Policastro. Ruggero apparteneva quindi ai Del Vasto, ramo degli Aleramici, ed era fratellastro di Manfredo del Vasto, e nipote della normanna Flandina d’Altavilla, figlia di Ruggero gran conte di Sicilia. Nel marzo 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia, considerati usurpatori. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori aleramici dell’isola abitati da lombardi (Butera, Piazza Armerina), immigrati nell’isola al seguito dei del Vasto. Ruggero Sclavo, come Tancredi, rientrò in Sicilia dopo la morte del re 1166 ed era ancora documentato in vita nel gennaio 1177.

Nel 1166, Tancredi di Lecce all’incoronazione di re Guglielmo II detto il Buono

Tancredi di Lecce, rimase alcuni anni a Costantinopoli e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II detto il Buono (Guglielmo il Buono).

Nel 1171, Manso Salernitano e la moglie Guttualda, in un atto di vendita rogato a S. Marco Argentano

Riguardo Manso o Mansone ha scritto anche il sacerdote padre Francesco Russo (….), nel suo “Medici e veterinari Clabresi (sec. VI-XV) – Ricerche storico-bibliografiche”, pubblicato a Napoli, nel 1962 e, dove a p. 110, in proposito scriveva che: “Un ‘Pietro’ medico compare come teste in un documento rogato in S. Marco Argentano nel gennaio del 1171. Si tratta di un atto di vendita fatto da Manso Salernitano – abitante in Cassano – e dalla moglie Guttualda a Domenico, abate cistercense della Sambucina (55).”. Il Russo, a p. 110, nella sua nota (55) postillava che: “(55) Ivi (A. Pratesi, Carte latine di Abbazie calabresi, Città del Vaticano, 1958), p. 69-71. A voler tenere conto della donazione “ab incarnatione”, l’atto dovrebbe essere del genn. 1172.”

Note bibliografiche:

(Fig….) Attanasio Francesco, Sapri, incursioni nella notte dei tempi, stà nella rivista ”I Corsivi”, n. 12, Sapri, Dicembre 1987, pp. 9-10

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”,  Dicembre 1987, anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

(3) Borrelli C., Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653.

(4) Capasso B., Sul catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Atti dell’Accademia di Archeologia, Letteratura e Belle Arti, s. I, IV, 1868, pp. 293–371.

Jamison, Cataloggo dei baroni

(5) Jamison Evelyn M., Additional Work on the Catalogus baronum, Bollettino dell’Istituto Storico Italiano, LXXXIII, 1971, pp. 1–63, oppure (a cura di ), Catalogus Baronum (Fonti per la Storia d’Italia, 101), Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma, 1972,  n. 492 (Archivio Storico Attanasio)

(6) Jamison Evelyn M. – Ady C.M. – Vernon K.D. – Sanford C., Italy medieval and modern a histori, ed. Clarendon, Oxford, 1019, p…..(Archivio Storico Attanasio).

(7) Poma I., Sulla data della composizione originaria del Catalogus Baronum, Archivio Storico Siciliano XLVII, 1926/27, pp. 233–239.

(8) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150

(9) Enzensbergher H., Catalogus baronum, in ‘Lexikon des Mittelalters’ II, 1983, p. 1570 e segg.

(10) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda Discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio).

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(11) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo le notizie sul ‘Catalogus baronum‘, l’autore scrive nel Cap. IV, ‘Contee e baronie nel territorio’, da p. 208 e s., ed in particolare egli scrive sul ‘Catalogus’ a p. 227,236,238,239,241,249. Sulle notizie su Rofrano, si veda p. 496-497 e s., mentre riguardo la notizia citata da Falcone (…), che l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239.

(12) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

(13) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

(14) Schipa M., Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887, il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(15) Bertaux, L’art dans l’Italie meridionale – De la fin de l’Impire Romain a la conquete de Charles d’Anjou, Ecole de Francaise de Rome, Paris, ed. Fontemoing, 1904.

(16) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(17) Gli Archivi Angioini, conservati nel Grande Archivio di Napoli. Il 30 settembre del 1943 una squadra di guastatori dell’esercito tedesco in ritirata appiccava il fuoco al deposito antiaereo ubicato a San Paolo Belsito presso Nola e in quel rogo andò perduta tutta la documentazione più antica dell’Archivio di Stato di Napoli. Il fondo più importante e meglio noto del Diplomatico era quello della cancelleria angioina, dove era conservato ciò che era rimasto dell’antico Archivio della r. zecca, tradizionalmente articolato in tre serie distinte, i Registri, i Fascicoli e le Arche, a loro volta ripartite in Arche in pergamena e Arche in carta bambagina. Esso conteneva non solo gli atti amministrativi, ma anche quelli politici del regno dal 1265 al 1435, constava di una serie principale di 378 registri di cancelleria, più 4 volumi composti dai frammenti fatti rilegare da Capasso, i così detti «Registri angioini nuovi», per un totale di 382 unità, delle quali 379 in pergamena e 3 in carta, di 42 volumi cartacei nei quali erano stati rilegati i fascicoli superstiti (più alcuni frammenti conservati a parte in 12 buste) e 69 volumi di atti originali rilegati, 49 in pergamena e 20 in carta, che costituivano le due serie delle Arche. Si è calcolato che i documenti tràditi prima che andassero perduti nel rogo di San Paolo Belsito fossero più di cinquecentomila. Queste stesse serie fin dal secolo XVI erano state tra le più studiate tra quelle napoletane: Filangieri calcolò, sulla base dei registri della Sala di studio dell’Archivio, che nei primi quarant’anni del secolo XX ben trecentocinquanta studiosi avevano lavorato su questo materiale, una cifra enorme, se pensiamo al limitato numero di domande di studio di quegli anni. Furono questi dati a indurre il sovrintendente a concepire l’ardito disegno di una ricostruzione dell’archivio della cancelleria angioina. Dal 1944 è in corso un paziente lavoro di ricerca mirante a ricostruire il contenuto dei registri dell’archivio della Cancelleria angioina, attraverso le testimonianze, i regesti, le descrizioni e le riproduzioni fotografiche di quei documenti. Nel 1943 Jole Mazzoleni dirigeva la Sezione politico-diplomatica dell’Archivio, la più duramente colpita dalle offese belliche, praticamente privata di tutto il diplomatico, e perciò trasformata in un ufficio di ricostruzione. La ricerca sulla scorta della tradizione indiretta, manoscritta e bibliografica, di documenti tratti dall’Archivio della r. zecca fu coordinata e realizzata da lei in prima persona, insieme con i suoi più diretti collaboratori, funzionari di quella Sezione. Si costituì così il primo gruppo di studiosi che attese fin dal 1944 al lavoro sui repertori degli antichi archivari e poi sulle trascrizioni degli archivisti napoletani, le copie legali tratte dai registri perduti, la tradizione manoscritta indiretta antica (erudita, ecclesiastica, gentilizia e comunale), sparsa negli archivi e nelle biblioteche d’Europa, e quella più recente costituita dagli archivi personali di studiosi dei secoli XIX e XX, le pergamene originali spedite dall’antica cancelleria e conservate negli archivi dei destinatari di provvedimenti regi, l’immensa letteratura sul periodo, oltre, ovviamente, gli svariati codici diplomatici editi e, non da ultimo, l’ingente patrimonio di fotografie, microfilm e trascrizioni, raccolto a Napoli, grazie all’appello del Filangieri, rivolto agli studiosi, allora ancora in vita o morti da poco, che avevano lavorato sulle carte d’età angioina nei primi quarant’anni del secolo. Queste sono le principali direttive del lavoro del Filangieri e della Mazzoleni, che con ininterrotta continuità di metodo continua ancor oggi, e che ha consentito di acquisire un’immensa congerie di trascrizioni, fotografie o semplici notizie di atti perduti delle tre serie che costituivano un tempo l’archivio della cancelleria, e ora custodite sulla scorta delle segnature archivistiche originarie. Con il ritorno della Sezione politico-diplomatica dell’Archivio alle normali attività d’Istituto, già negli anni della Direzione Mazzoleni (1956-1973), l’Ufficio della ricostruzione della cancelleria angioina è diventato una struttura di ricerca comune all’Archivio di Stato di Napoli e all’Accademia pontaniana, coordinato dal responsabile della collana di «Testi e documenti di storia napoletana», Filangieri prima, al quale subentrò nel 1959 la stessa Mazzoleni e dal 1993 Stefano Palmieri, alla cui attività editoriale attendono principalmente gli allievi più meritevoli della Scuola di paleografia, diplomatica e archivistica dell’Archivio di Stato di Napoli. Le schede dei ricostruttori non sono messe in consultazione, dal momento che non costituiscono un fondo d’archivio, ma sono frutto dell’attività di ricerca di chi negli anni ha atteso all’intrapresa, tuttavia l’Ufficio fornisce informazioni bibliografiche e archivistiche sul materiale di studio accumulato a chiunque ne faccia richiesta. A riguardo, riportiamo la risposta del Dott. Fernando Salemme, funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli, che riguardo un’antica pergamena d’epoca Normanna così ci rispondeva: : “Gentile Professore, Il fondo Pergamene Greche, originali tratti effettivamente dagli archivi di Cava, Montecassino e Montevergine, un tempo sezioni del nostro Istituto, era composto da 326 volumi con documenti dall’anno 885 all’anno 1304: il documento in oggetto era conservato nel volume 8 ed era la numero LXIV ed è andata distrutta, con l’intero fondo, durante le drammatiche vicende della Seconda Guerra Mondiale. I documenti più antichi di questo fondo sono stati trascritti e pubblicati dal Trinchera, in accordo col progetto di pubblicare integralmente i documenti anteriori alla Monarchia Normanna: in questo modo la distruzione del fondo avvenuto durante la seconda Guerra Mondiale, per le notisime vicende dell’incendio della villa di San Paolo Belsito, ci ha lasciato almeno la conoscenza del testo ma pochissime immagini pubblicate in appendice all’opera stessa. Di questo importantissimo fondo per la storia medievale dell’Italia Meridionale restano nel nostro Museo alcuni repertori antichi: – Museo 99 C 49 – Regesti dei Voll. 3-7 delle pergamene anteriore alla monarchia.”.

(18) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria. In onore di Arnold Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A.; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228, oppure Nuova Serie, vol. XLV, 1991, Luglio-Dicembre (Archivio Storico Attanasio).

(19) Falcone G., Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, stà in Aromando G. e Falcone G., op. cit. (13), p. 147 e s. (Archivio Storico Attanasio).

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(20) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004, mensile di cultura, edito dal Centro Culturale Studi Storici, Eboli, 1996-2008, anno I-XIII, nn. 1-145.

(21) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69 (Archivio Storico Attanasio).

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(22) Giovanelli Germano (Ieromano), Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (…), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Vita di S. Nilo, e pure: Grottaferrata, stà in ‘Bollettino della Badia di Grottaferata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Giovanelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata, 1962 (Archivio Storico Attanasio).

(23) Barra G., Rofrano, Terra della civiltà Greco-Bizantina, ed. Il Saggio, Eboli, 2017 (Archivio Storico Attanasio).

(24) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda Gatta C., Memorie…, op. cit., p. 292-293.

(26) Giustiniani L., Dizionario Geografico ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1804, Tomo VII, p. 225 e s. su Policastro e su Torre Orsaja e Castelruggiero, si veda Tomo IX, p. 215 e s.

(27) Trinchera F., Syllabus Graecarum Membranarum Quae Partim Neapoli in Maiori Tabulario et primaria Bibliotheca partim in Casinensi Coenobio ac Cavensi et in ..a doctis frusta expetitae, Napoli, ed. Cataneo, 1865, pp. 80-81-82. Il Trinchera, riporta gli antichi documenti dei Cenobi Cassinesi e Cavensi e l’episcopale tabulario neritino. Il testo del 1865 del Trinchera, si può scaricare gratuitamente da Google libri. I due antichi documenti membranacei (pergamene) d’epoca Normanna, ci parlano di un ‘Odo Marchisius’ o ‘Odone Marchisio’. Il Trinchera, scrive che ‘Odo Marchisii’, è citato in un’altra pergamena, da lui pubblicata a p. 128:  “XCVIII – anno 1126 – Mese di Iudo – Indict. IV”. 

(28) De Blasiis G., L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI, Napoli,  ed. A. Dekten, 1873, vol. III, cap. II, p. 54.

(29) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004, PP. 66-67 (Archivio Storico Attanasio).

(30) Alfano N. M., Istorica descrizione del Regno di Napoli, Napoli, ed. Vincenzo Manfredi, 1795, p……

(31) Cuozzo E., Catalogus Baronum- Commentario (F.S.I. n. 1, t.II, Istituto di Storia Italiano per il Mezzogiorno E.), Roma, 1984, p. 138, par. 469.

(32) Garufi Carlo Alberto, Necrologio del “Liber Confratrum” di San Matteo di Salerno, (Fonti per la storia d’Italia, 56), Roma 1922, p. 100.

(33) Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda: Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, p. 292-293. Si veda pure: Camillo Minieri-Riccio, Studi storici sui fascicoli Angioini dell’Archivio della Regia Zecca di Napoli, Napoli, ed. Detken, 1863; si veda pure: Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme, Venezia, ed. Valgrisi, 1592 e, Alfano N.M., op. cit. (…).

(34) Il cronista Normanno Raoul di Caen o Jumiegès. Rodolfo Cadomense o Caen Rodolfo (Raoul de Caen), cronista dell’epoca Normanna, autore dell’opera: ‘Corpus Christianorum’, intitolata ‘Tancredus’, nota fino ad ora come «Gesta Tancredi in Expeditione Hierosolymitana» o come ‘Gesta Tancredi’). Per l’opera di Caen, si veda Guizot M., Collection des memoires relatifs a l’Historire de France – Notice sur Raoul de Caen et Robert Le Moine – Faits et gestes du Prince Tancrede, Paris., ed. Chez J. – L-J. Briere, 1825, p…..Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen, lo chiama ‘Marchisio‘. Caen è citato da alcuni studiosi tra cui il Musca (…). Si veda pure di Oderici Vitale o Oderico Vitalis o Oderico Vitale, ‘The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges’, Orderic Vitalis o Vitale and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995. Si veda pure: ‘Historia della guerra sacra di Gerusalemme dell’Arcivescovo di Tiro’, tradotta da Giuseppe Horologgi, Venezia, 1562. Prendendo l’avvio dalla partenza del contingente italo-normanno per la I Crociata (1096), Rodolfo Caen, racconta tutti gli eventi della spedizione con un occhio particolare al cavaliere italo-normanno, arrivando fino agli anni della reggenza del principato d’Antiochia (1106). Il Caen (13), lo chiamaMarchisio’. Dopo la morte di Tancredi nel 1112, Radulfo redige le sue ‘Gesta Tancredi’ per ricordare le imprese del valoroso nobile normanno, Tancredi d’Altavilla, nipote di Roberto il Guiscardo, cugino di Boemondo e uno degli eroi della Crociata (1095-1099). L’opera fu scritta prima del 1118 ma si ferma bruscamente nel 1105, il resto del documento essendo certamente andato perduto. Questa storia, tutta in lode di Tancredi, non è peraltro meno preziosa per la storia generale della prima spedizione dei crociati in Oriente. Se Radulfo non ha visto tutte le cose che narra, era però quanto meno ben a conoscenza di ciò che raccontava, meglio di ogni altra persona, relativa al periodo 1096-1107. Detta cronaca è stata redatta in capitolo, alcuni dei quali in prosa, altri in versi poetici. Radulfo, in quanto storico, deve essere esaminato con attenzione particolare per chiarire o correggere alcuni punti storici, dal momento che egli differisce nel suo racconto da quelli degli altri autori a lui contemporanei. L’opera ha avuto una vicenda particolarmente sfortunata, sia sotto il profilo della tradizione, che sotto quello della considerazione quale fonte storica. L’unico manoscritto (Bruxelles, KBR, 5373, saec. XII), forse almeno parzialmente autografo, è rimasto sconosciuto per tutto il Medioevo, riemergendo e salvandosi dall’incendio che bruciò l’abbazia di Gembleux nel sec. XVIII. Trattato maldestramente con reagenti chimici, è arrivato fino a noi in uno stato assai scadente. Il fatto che il testo racconti gli eventi dal 1096 al 1106, anni in cui l’autore non era in Terrasanta, lo ha fatto considerare come un esercizio di mera encomiastica (a causa anche della patina retorico-stilistica altissima che lo caratterizza). Una cronaca sulla I Crociata pertanto “inutile”, a fronte di testimonianze dirette come i famosi ‘Gesta Francorum’. Per il manoscritto del Caen, si veda: Radulphi Cadomensis, ‘Tancredus’, a cura di E. D’Angelo, 2011, stà in ‘Corpus Christianorum Continuatio Mediaevalis’.

(35) Oderici Vitalis o Oderico Vitale, Oderico Vitalis o Oderico Vitale, ‘The Gesta Normannorum Ducum of William of Jumièges’, Orderic Vitalis o Vitale and Robert of Torigni, edited and translated by Elisabeth M. C. Van Houts, Clarendon Press, Oxford, 1995.

(36) Balducci A., L’Archivio Diocesano di Salerno – Cenni sull’Archivio del Capitolo Metropolitano, Collana Storico Economica del Salernitano – Fonti IV, ed. a cura della Società Salernitana di Storia Patria, Parte I, Salerno, 1959, pp….. (Archivio Storico Attanasio).

(37) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, con introduzione a cura di Francesco Volpe, Quaderni di Storia del Mezzogiorno, ristampa ed. E.S.I., Ercolano, 2003 (Archivio Storico Attanasio). Purtroppo, questo manoscritto inedito, pubblicato da Francesco Volpe, risulta per molte parti spurio. Nel Libro quinto, il Cap. I, è dedicata alla “Successione dei Baroni in ciascuna Terra della fellonia del Principe di Salerno fin oggi“, ma è pubblicata solo la prima delle sue pagine manoscritte che parla della Baronia di Rocca. Del Ventimiglia, si veda pure: Delle memorie del Principato di Salerno. Parte prima dall’anno 840 fino al 1127, ed. Raimondi, Napoli, 1788; si veda pure: Prodromo alle Memorie del Principato di Salerno, nel quale ricostruiva la storia di Salerno dalle origini fino al 840.

(38) Acocella N., Salerno medievale ed altri saggi, p. 485; Si veda pure Acocella N., Il Cilento dai Longobardi ai Normanni, struttura amministrativa e agricola, Parte II, Salerno, 1963, p. 86 e s.

(39) Pontieri E., si veda ‘Cilento‘, stà in Enciclopedia Italiana, X, 240 e si veda pure Gatta, op. cit. (10), pp. 148 sgg. 275 e s.

(40) Riguardo l’origine della famiglia Marchese, si veda: Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, p. 292-293. Si veda pure: Camillo Minieri-Riccio, Studi storici sui fascicoli Angioini dell’Archivio della Regia Zecca di Napoli, Napoli, ed. Detken, 1863; si veda pure: Guglielmo Arcivescovo di Tiro, Historia della Guerra Sacra di Gerusalemme, Venezia, ed. Valgrisi, 1592. Il De Blasiis G., L’insurrezione pugliese e la conquista Normanna nel secolo XI, Napoli,  ed. A. Dekten, 1873, (3), vol. III, cap. II, p. 54. Poi, nella nota (1), spiega: “De Meo crede Tancredi nipote di Boemondo, ed il Pirri con più grave errore lo dice figlio del Duca Roberto e di Ala. Chr. Reg. Sic. p. 13. Per testimonianza di Rodolfo Cadomense egli nacque da Oddone Bon Marchisio e da Emma, che Ord. Vit. dice sorella del Guiscardo. Dal titolo di Marchisio argomenta il Muratori che Tancredi fu di stirpe italiana R.I.T.V. p. 282, ed alcuni cronisti gli danno per fratello di Guglielmo. Anon. Gest. Franc. Bald. Hist. Jeros.“.

(41) Santoro P.E., Il monastero di Carbone, Napoli, ed. Pellizzone, 1859, che parla del Monastero del Carbone.

(42) Il Trinchera (…), citava una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. (42) Il Trinchera (…), scriveva che l’antico privilegio del 1097, provenisse dall’Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Di ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il ‘Vargas-Macciuccea’, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (85), pubblicata dal Trinchera (84). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Nel 2003, Francesco Volpe, nel pubblicare un manoscritto inedito di Francesco Antonio Ventimiglia, un antico manoscritto apocrifo dell’erudito di Vatolla. Il manoscritto, “Cilento illustrato”, è uno dei documenti posseduti dallo stesso Volpe, in quanto lui stesso scrive, consegnato alla sua moglie dai due eredi dei Ventimiglia di Vatolla, e che per questo si salvò dalla scomparsa prima della morte dei due eredi di famiglia Ventimiglia. Il Volpe (…), scrive che a Vatolla, la famiglia Ventimiglia, aveva allestito una ricca ed opulenta biblioteca ed in particolare un copioso archivio di antichissime pergamene e privilegi. La ricca biblioteca privata dei Ventimiglia di Vatolla, fu studiata ed esaminata anche Matteo Mazziotti e  da Pietro Ebner che spesso la frequentava. Il Volpe, a proposito dei Vargas-Macciuccea, scriveva in proposito: “La biblioteca di famiglia, che si era già costituita con un primo nucleo proveniente dal vicino convento francescano e che poi, proprio con Francesco Antonio, acquisì il vastissimo fondo dei Vargas Macciucca, che allora tenevano il feudo di Vatolla col munifico marchese Francesco. Questi testi figurano oggi nella biblioteca Ventimiglia della nostra Università e su taluni si può ancora rilevare qualche chiosa annotata da Francesco Antonio.”. Dunque, sui Vargas-Macciucca, il Volpe, dice che i Ventimiglia di Vatolla nel 1700, acquisirono il vasto fondo di carte e che oggi questo fondo di carte, si trova all’Università di Salerno. Infatti, il Volpe, scrive che: “Dopo la morte di Francesco Antonio, i suoi discendenti conservarono in ogni generazione la sua passione bibliofila, continuando ad ampliare la raccolta con testi pregiati, fino a portarla a consistenza dei settemila volumi donati all’Università di Salerno nel 1973.”Il duca TOMMASO Vargas Macciucca, marchese di Vatolla, Cavaliere Gerosolimitano, Grande di Spagna, Regio Consigliere, Giudice della Gran Corte della Vicaria, nel 1777 divenne confratello dell’ Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce, prima arciconfraternita laicale sorta a Napoli nel 1290 con il silenzioso auspicio del Pontefice Nicolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini (1216 † 1280), ricordato anche da Dante (Inferno, XIX, 70-72).

(43) Vargas-Macciucca, Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765.

(44) Aubè Pierre, Roger II de Sicilie, Ruggero II, Re di Sicilia, Calabria e Puglia. Un Normanno nel Medioevo, Paris, 2001, traduzione di Daniele Ballarini, ed per Il Giornale – Biblioteca Storica (Archivio Storico Attanasio).

(45) Tancredi, conte di Lecce (che diventò il IV re della Sicilia). Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia (il figlio maggiore di Ruggero II di Sicilia) e di Emma dei conti di Lecce (figlia di Accardo II), divenne conte di Lecce nel 1149. Nel 1155 Tancredi di Lecce, cospirò con altri nobili contro il re Guglielmo I (suo zio e padre di Guglielmo II detto il Buono), il quale l’anno dopo sedò la rivolta con le armi e mandò in catene Tancredi e suo fratello Guglielmo. Tancredi rimase alcuni anni a Costantinopoli e ritornò in Sicilia solo nel 1166 dopo l’assunzione del trono da parte di Guglielmo II detto il Buono (Guglielmo il Buono).

(46) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli ‘Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in ‘Monumenta Germaniae Historica’, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei ‘familiares regis’ ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29- Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, R’omualdi Salernitani Chronicon’ : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli, vol. I, da p. 1 e sgg. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: “Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”.

Ugo Falcando

(49) Ugo Falcando, Historia Vgonis Falcandi Siculi de Rebus gestis in Siciliae Regni, manoscritto, che racconta la storia dei Normanni in Sicilia e nel futuro Regno di Napoli. Il manoscritto è stato poi in seguito stampato nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri. Ugo Falcando è il nome, presumibilmente fittizio, attribuito a un letterato medievale. Il manoscritto è stato poi in seguito pubblicato a stampa nel 1550 e si può scaricare gratuitamente da google libri (Archivio Storico Attanasio). Falcando fu autore di una cronaca latina del Regno di Sicilia della seconda metà del secolo XII, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1550 insieme una ‘Epistola ad Petrum Panormitanae Ecclesiae thesaurarium de calamitate Siciliae’, probabilmente dello stesso autore. Citato anche dall’Antonini (…), la chronaca di Ugo Falcando, ‘Storia Sicula’, a differenza della chronaca del contemporaneo Alessandro Telesino (…), che arriva fino all’anno 1137, si oppone invece a Ruggero II d’Altavilla. Il Falcando, ci parla di un altro Simone, riferendoci che esso muore nell’anno 1155, presumo che la sua chronistoria dei fatti Siciliani, copra il periodo della reggenza di re Guglielmo I detto il Malo. Secondo lo studioso Pino Rende, il Falcando ci informa che il nostro Simone di Policastro, “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”, ed a cui proditoriamente era stato ordinato di fare ritorno alla corte in Palermo, “in ipso procinctu itineris felici morte preventus est.”. Quindi, il Falcando, è il cronista che ci racconta di questo Simone di Policastro al tempo di re Guglielmo I, come ci raccontava anche il Cataldo (…), che scriveva che: “Simone visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere, come nota il Marchese di Giarratana in Muratori (Tomo V, 603): “Post hunc Rogerium, Simon, filiorum primogenitus, regnum eccepit. Qui post paucos vivens annos, graves ab Apulis mutationes sustulit”. Quindi, questo Simone di Policastro, secondo il Cataldo (…), “visse pochi anni e nel 1155 finì in carcere” e invece secondo Pino Rende, il Falcando ci informava che “liberato per intervento del sovrano, morì nel 1156, quando il “Comes Symon, qui Policastri remanserat”. Infatti, l’Ebner (…), è la cronistoria di Ugo Falcando (…), che ci racconta della presenza del re Guglielmo I a Salerno nell’anno 1155 (un anno dopo la distruzione di Policastro da parte del Barbarossa). Per la cronaca di Ugo Falcando, si veda Del Re G., Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol I, si veda da p…..

Inveges Agostino

(50) Inveges Agostino, “Ugone Gircea Vicegerente di Sicilia”, parte ….degli Annali di D. Agostino Inveges, 1651; si veda suo Lib. 3, Hist. Pal.

(51) La ‘chronaca’ di Giovanni Ceccano, citata dall’Antonini a proposito di Florio di Camerota nell’anno MCLXXVII (1177), la troviamo in ‘Cronisti sincroni napoletani’, p. 412, di Giuseppe Del Re (…), nella versione del Volpicella (…) (Archivio Storico Attanasio).

(52) AA.VV., ‘Temi per una Storia di Licusati’, p. 42

Robinson Gertrude

(…) Robinson Gertrude, ‘History and Cartulary of the Greek Monastery of St. Elias and St. Anastasius of Carbone’, in “Orientalia Christiana”, Roma, 1928-1930 (Archivio digitale Attanasio)

Nel 1045, un privilegio di Guaimario V al Monastero di Rofrano

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri e le nostre terre. Lo studio, iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli, fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse.

Carta del Cilento(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Storico Attanasio)

Origini dei cenobi e monasteri basiliani ed italo-greci nel basso Cilento e parte della Lucania

Silvano Borsari (…), nel suo ‘Il Monachesimo Bizantino nella Sicilia e nell’Italia Meridionale Prenormanne’, pur non citando affatto il monastero grancia dei monaci Basiliani di San Pietro al Tamusso, dipendente dall’Abbazia italo-greca di Rofrano, in proposito scriveva del ‘Mercurion’ a p. 45 scriveva che: “Posta ai confini tra la Basilicata e la Calabria, e, nel X secolo, tra i temi di Calabria e di Longobardia (104), questa regione, il cui nome molto probabilmente si ricollega al culto che tra i Longobardi, specie nel Principato di Benevento ebbe S. Mercurio, martire di Cappadocia (105), fu tra il X e l’XI secolo un centro interessantissimo di vita monastica. Qui si stabilirono, o almeno si fermarono per un certo tempo, tutti i più importanti esponenti della vita monastica dell’Italia bizantina, ed entro i suoi brevi confini (106) sorsero tanti monasteri, laure ed eremitaggi, che esso, secondo un termine ormai divenuto luogo comune, fu una “nuova Tebaide”. Il Mercurion ecc…”. Il Borsari a p. 47, nella sua nota (106) postillava che: “(106) In una nota obituaria contenuta nel cod. Crypt. B.a.4, è ricordata la morte di Luca, igumeno del monastero del S. Padre Zaccaria, al Mercurion: LAKE, Dated Greek Minuscule Manuscripts, cit., X, n. 383, p. 14 e tavv. 720-72 ecc..”. Forse il Codice greco B.a.4 possiamo trovarlo nel testo di Antonio Rocchi (…), op. cit. Inoltre il Borsari (…) disquisisce sulla localizzazione geo-storica del Mercurion e cita il Saletta (…) la cui ipotesi disconosce accettando invece la definizione di Germano Giovannelli (…), nel suo ‘L’eparchia monastica del Mercurion’. Il Borsari citava il testo di Kirsopp Lake e Silva Lake (….), ‘Dated Greek Minuscule Manuscripts to the Year 1200′, pubblicato da….,I-X, Boston (Massachusetts), the American Accademy of Arts and Sciences, 1934-1939.

Nel 981, il giovane patrizio calabrese Basilio di Rossano, poi “S. Bartolomeo il giovane” o di Rossano o di Grottaferrata

Da Wikipedia leggiamo che gli Acta Sanctorum (in italiano Atti dei santi) costituiscono una raccolta di documenti relativi ai santi della Chiesa avviata, nel suo nucleo primigenio, dall’erudito belga Jean Bolland (1596-1665) S.J. e poi proseguita da altri padri gesuiti, che ne composero l’originaria struttura (per la loro opera sono stati chiamati bollandisti). La raccolta rappresenta una vasta collezione di fonti sui santi articolate in base al calendario liturgico. Da Wikipedia leggiamo che morì nel 1004 durante il pellegrinaggio a Roma nei pressi di Tusculum. Di san Nilo si occupò il suo discepolo prediletto San Bartolomeo abate, che ebbe di lui grande stima. Bartolomeo il Giovane (detto anche o Bartolomeo di Rossano o Bartolomeo di Grottaferrata; Rossano, 981 – Grottaferrata, 1055) è stato un monaco cristiano italiano. Manifestò fin da piccolo grande interesse per la vita monastica tanto che i nobili genitori decisero di affidarlo, all’età di sette anni, ai monaci bizantini del monastero di San Giovanni Calibyta in Caloveto. Recatosi a dodici anni al monastero di Montecassino, ove viveva San Nilo il Giovane, rimase attratto dalla sua personalità e si fermò lì, seguendolo poi (994) a Serperi, ove visse di preghiera e digiuni per sei anni. Nell’anno 1000 accompagnò Nilo a Roma per implorare pietà per il compaesano Giovanni Filagato, autoproclamatosi Papa con il nome di Giovanni XVI, presso l’imperatore Ottone III attraverso la mediazione di Papa Gregorio V. Durante il viaggio, presso l’attuale Grottaferrata, comparve ai due monaci la Madonna che chiese loro di erigere sul luogo un tempio ed un monastero. Nilo morì nel 1004 e Bartolomeo curò la realizzazione del monastero (del quale divenne abate) e della Chiesa che fu consacrata da Papa Giovanni XIX nel 1024. Nel monastero di Grottaferrata si dedicò alla scrittura di inni religiosi, che produsse in gran numero. Nel 1032 scrisse l’opera più importante della sua ricca creazione letteraria: la Biografia di San Nilo. Notevole importanza riveste poi il suo Typicon, codice liturgico e disciplinare del monastero. Tutti i suoi manoscritti sono ancor oggi conservati nell’Abbazia di Grottaferrata. San Bartolomeo fu inumato accanto a San Nilo nel monastero di Grottaferrata, ma delle loro spoglie si sono perse le tracce. Dalla Treccani on-line leggiamo che Bartolomeo nato a Rossano Calabro da nobile famiglia, seguì il concittadino S. Nilo nella solitudine di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. È il più illustre discepolo del fondatore della badia greca di Grottaferrata, alla cui morte (1004) per umiltà rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come confondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebb- ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’a. 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la vita di S. Nilo che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904.

S. Bartolomeo di Grottaferrata ed il principe Guaimario V

Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dal padre Ieromonaco Germano Giovanelli (…). Pietro Ebner (…), nella sua nota (87), postillava che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25”. L’Ebner (3), a p. 33, sulla scorta (vedi nota (87)) di padre Germano Giovanelli (…), parlando della del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui “S. Bartolomeo” (di Grottaferrata, discepolo e biografo di S. Nilo), che, nell’anno 1045, si recò a Salerno a far visita a Guaimario V. Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Padre Germano Giovanelli, Ieromonaco basiliano (…), in un suo pregevole studio del 1962 “Vita di S. Bartolomeo juniore, IV Egumeno e cofondatore di Grottaferrata” (…), a pp. 55 e 75, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo. Giovanelli (…), nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)( si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’), riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo nel XII secolo. Padre Giovanelli (…), scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa e, cita l’episodio di San Bartolomeo che si reca a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V e,  traeva questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. Il Giovanelli (…), però, pur citando l’interessante notizia storica sui fatti di Bartolomeo, recatosi a Salerno dal principe longobardo Guaimario V (episodio peraltro riportato da Schipa ed altri studiosi), cita solo le connessioni con la famiglia dei Duchi di Gaeta e S. Nilo, episodio risalente all’anno 995, ma non da nessun riferimento bibliografico relativo all’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. L’episodio di Bartolomeo, che si reca a Salerno, di cui parla lo stesso Giovanelli (…), è tratto dalla vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, scritta dal suo biografo, l’egumeno Luca o Lucà. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il principe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscritto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. La Treccani, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano”, si scrive che nel 1045 Bartolomeo, si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Bartolomeo morì verso la metà del secolo, probabilmente nel 1055. Secondo la Treccani, Bartolomeo di Grottaferrata, Santo, nacque a Rossano Calabro e come S. Nilo, da una nobile famiglia calabrese, che seguì, ritirandosi nella solitudine del Monastero di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo, insieme fondò la badia greca di Grottaferrata, ed alla morte di S. Nilo nell’anno 1004, si rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come co-fondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’anno 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la “Vita di S. Nilo” (bios), che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Il Rocco (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocco è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocco, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi). L’episodio di S. Bartolomeo che nell’anno 1045, farà visita al principe longobardo Guaimario V, sarà tratto dal ‘bios’, dalla biografia di S. Bartolomeo scritta dal suo biografo, il monaco o egumeno Luca, o Lucà.

Nel 955, nel monastero di Serperi, la visita a S. Nilo i longobardi duchi di Gaeta Giovanni III ed Emilia

Germano Giovanelli (….), qui più volte citato, nel suo “Il Baronato di Rofrano”, nel suo saggio “Il Monastero di S. Nazario e il baronato di Rofrano” (saggio che ritroviamo pubblicato nella ristampa del testo di Ronsini (….), del 1981 presso Arnaldo Forni Editore, a pp. 99-100 (del testo citato), in proposito scriveva che: Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo (i loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 955)(24) etc…”. Giovanelli, a p. 99, nella nota (24) postillava: “(24) Rocchi – Vita di S. Nilo, p. 121-122”.

Nel 1024, S. Bartolomeo di Grottaferrata detto anche Bartolomeo il Giovane o di Rossano

Da Silvio Giuseppe Mercati sulla Treccani on-line leggiamo che nato a Rossano Calabro da nobile famiglia, seguì il concittadino S. Nilo nella solitudine di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. È il più illustre discepolo del fondatore della badia greca di Grottaferrata, alla cui morte (1004) per umiltà rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come confondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’a. 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la vita di S. Nilo che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata presso Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455; Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504. Da Wikipedia leggiamo che Nilo morì nel 1004 e Bartolomeo curò la realizzazione del monastero (del quale divenne abate) e della Chiesa che fu consacrata da Papa Giovanni XIX nel 1024. Nel monastero di Grottaferrata si dedicò alla scrittura di inni religiosi, che produsse in gran numero. Nel 1032 scrisse l’opera più importante della sua ricca creazione letteraria: la Biografia di San Nilo. Notevole importanza riveste poi il suo Typicon, codice liturgico e disciplinare del monastero. Tutti i suoi manoscritti sono ancor oggi conservati nell’Abbazia di Grottaferrata.

Nel 1024, una Fonte: S. Bartolomeo di Grottaferrata detto anche Bartolomeo il Giovane o di Rossano e Lucà il suo biografo

Da Silvio Giuseppe Mercati sulla Treccani on-line leggiamo che nato a Rossano Calabro da nobile famiglia, seguì il concittadino S. Nilo nella solitudine di Serperi presso Gaeta, mutando il nome di Basilio in quello monastico di Bartolomeo. È il più illustre discepolo del fondatore della badia greca di Grottaferrata, alla cui morte (1004) per umiltà rifiutò di assumerne la successione. Ma, morto il terzo abate (igumeno) Cirillo, accettò la direzione del monastero, che sotto di lui si mantenne un centro importante di cultura. Egli viene anzi considerato come confondatore del monastero, per il quale dettò il tipico (v.). Per suo consiglio il pontefice Benedetto IX avrebbe rinunciato alla tiara e si sarebbe ritirato a Grottaferrata, conducendovi vita penitente. Morì circa l’a. 1065. Abile calligrafo, trascrisse molti manoscritti greci. Compose inni liturgici, fra cui il canone in onore del santo fondatore. Gli si attribuisce, con molta probabilità, la vita di S. Nilo che si conserva anonima in un codice di Grottaferrata del sec. XII (B. β. II): prezioso documento per la storia ecclesiastica e civile dei secoli X-XI. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. Gli inni sono sparsi nei codici e libri liturgici della badia. La Vita di S. Nilo, edita per la prima volta, con la versione latina, da Matteo Cariofilo, Roma 1624, è ripetuta in Acta Sanctorum septembris, vII, 259-320 e in Migne, Patrol gr., CXX, 15-166. Traduzioni italiane di G. Minasi, S. Nilo di Calabria, Napoli 1892, pp. 129-257 e di A. Rocchi, Vita di S. Nilo Abate, Roma 1904. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata presso Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455; Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504. Da Wikipedia leggiamo che Nilo morì nel 1004 e Bartolomeo curò la realizzazione del monastero (del quale divenne abate) e della Chiesa che fu consacrata da Papa Giovanni XIX nel 1024. Nel monastero di Grottaferrata si dedicò alla scrittura di inni religiosi, che produsse in gran numero. Nel 1032 scrisse l’opera più importante della sua ricca creazione letteraria: la Biografia di San Nilo. Notevole importanza riveste poi il suo Typicon, codice liturgico e disciplinare del monastero. Tutti i suoi manoscritti sono ancor oggi conservati nell’Abbazia di Grottaferrata. La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Il Rocchi (…), tradusse e pubblicò un’antichissimo codice greco scritto da un monaco greco Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo (che fondò la celebre Badia di Grottaferrata), dove si citano gli episodi riferiti dall’Antonini (…). Il testo di Rocchi è una fedele versione in italiano fatta sul testo greco in originale. Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”. Nel 1864 venne edita la terza biografia di Bartolomeo, a cura del cardinale Angelo Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. Nella biografia di S. Bartolomeo, scritta dal monaco (egomeno) Lucà, si narra che Bartolomeo, dopo la morte di S. Nilo, intervenne anche ai Sinodi romani del 1036 e 1044; diede prova anche di ottime capacità diplomatiche, riuscendo a placare i dissidi nati tra il duca Adenolfo e il principe di Salerno. Fu molto amico dei pontifici Benedetto VIII e Benedetto IX, riuscendo a convincere ad abdicare quest’ultimo, che si ritirò poi nel monastero di Grottaferrata. Bartolomeo morì forse nel 1055, venne sepolto accanto a san Nilo nella cappella a loro intitolata nel monastero laziale. I fatti riportati dal Giovanelli (…), sono tratti dalla ‘Vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo (discepolo e biografo di S. Nilo, che scrisse il manoscritto ‘Vita di S. Nilo’,  pubblicato nel 1904 da Antonio Rocchi). Giovanna Falcone (….), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’ citava un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo. L’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata.    

cod.vat.gr.1989, f. 156 b.

(Fig. 5) F. 156 b., tratta dal codice greco ‘Vat. gr. 1989’, il ‘bios’ (la vita) di S. Bartolomeo di Grottaferrata (?, discepolo di S. Nilo), manoscritto dal suo biografo, il monaco Lucà, trascritto e pubblicato nel 1853 dal Mai (…) di cui, quì di seguito pubblichiamo le pagine da 530 e s. sulla lode a S. Bartolomeo.

Mai A., p. 530

(Fig…..) Encomio a S. Bartolomeo, pubblicato dal Mai (…), pp. 530-531-532-533

L’egumeno Lucà, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata (biografo di S. Nilo)

La studiosa Giovanna Falcone (…), cita un episodio raccontato nel ‘bios’, o biografia di Bartolomeo, discepolo e a sua volta biografo di S. Nilo, che fondò insieme al Santo, l’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, da cui dipese quella di Rofrano, e parte delle nostre terre nel secolo XII. La biografia di Bartolomeo Criptaferrarese, è scritta nel manoscritto greco ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, tratto dal Codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s. Probabilmente, questo codice greco, fu scritto proprio dall’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo. Chi era l’igumeno Luca che il Giovanelli (…), chiama ‘Luca Santo’. Chi era il biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata che si recò a Salerno dal principe Guaimario?. Nella nota (25), il Giovanelli (…), dice che detta notizia è tratta dal suo scritto su ‘S. Bartolomeo ecc..’. Esaminiamo ciò che scrive padre Giovanelli (…), sulla scorta del ‘bios’ o la ‘Vita di S. Bartolomeo’, tradotta dal greco, in cui “l’Egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios'”, ovvero l’egumeno Luca, biografo e narratore della vita (‘bios’) di S. Bartolomeo di Grottaferrata. I fatti riportati dal Giovanelli, sono tratti dalla ‘vita di S. Bartolomeo’, ovvero dal ‘bios’ di S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo. Tutta la produzione letteraria di Bartolomeo in manoscritti è tuttora raccolta a Grottaferrata; di San Bartolomeo rimane una biografia di modeste proporzioni, il cui autore probabilmente sembra essere un monaco suo discepolo. Questo testo tradotto in latino e in greco venne pubblicato nel 1684 dal Possin (…), o Poussin. Un’altra versione latina e greca venne pubblicata dal padri Maurini (…), nel 1729. Nel 1864 venne edita la terza biografia del santo a cura del cardinale Mai (…), nella quale è posta in evidenza l’opera benefica di Bartolomeo per la riforma della Chiesa, insieme ad altre future “colonne ecclesiastiche” dell’epoca tra cui: Lorenzo di Amalfi, Ugo di Farfa, Pietro di Silvacandida e Ildebrando di Soana, poi pontefice con il nome di Gregorio VII. L’episodio di S. Bartolomeo che nell’anno 1045, farà visita al principe longobardo Guaimario V, sarà tratto dal ‘bios’, dalla biografia di S. Bartolomeo scritta dal suo biografo, il monaco o egumeno Luca, o Lucà.  Infatti, Giovanelli (…), scriveva pure che: “Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’Egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’.”. Bartolomeo ebbe il suo biografo e innografo in Luca, settimo abate di Grottaferrata. La biografia della vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, fu scritta da Luca o Lucà di Grottaferrata. La biografia dell’egumeno Luca, fu  pubblicata da Petro Possino o Pierre Poussin, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455. La biografia dell’egumeno Luca, biografia di Bartolomeo da Rossano (?), monaco dell’Abazia di Grottaferrata, è stata pubblicata da Angelo Mai (…), in ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, e stà in ‘Nova Patrum bibliotheca’, VI, 2, Roma, 1853, pp. 514-530; che secondo la Treccani, non si tratta di S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma di un S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina, morto il 19 agosto 1030, l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533. Pubblicata anche dal Migne, ‘Patrologia greca’, CXXVII, 476-497. La biografia di S. Bartolomeo scritta da Luca di Grottaferrata è stata pubblicata da Pierre Poussin, o Possinus, Thesaurus asceticus, Parigi 1684, pp. 425-455. La biografia dell’egumeno Luca, biografia di Bartolomeo da Rossano (?), monaco dell’Abazia di Grottaferrata, è stata pubblicata anche dal cardinale Angelo Mai, Nova Patrum bibliotheca, VI, 2 (Roma 1853), pp. 514-530; Migne, Patrol gr., CXXVII, 476-497. Non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533; Migne, l. c., 500-512. Sulla vita di quest’ultimo in Acta Sanctorum septembris, VIII, pp. 810-826, v. A. Mancini, Per la critica del Biosdi Bartolomeo di Rossano, in Rend. dell’Accad. di Archeologia, Lettere e Belle Arti, n. s., XXI (Napoli 1907), pp. 489-504. Quì di seguito, pubblichiamo le pagine 530 e s. in cui è l’encomio alla fine della vita di S. Bartolomeo del Monastero del Patir in Calabria, pubblicate dal Mai (…), nel suo ‘Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis’, in cui a p. 530 è il titolo: ‘ΕΤΩΜΙΟΝ ΕΙΣ ΤΟΝ ΟΣΙΟΝ ΡΑΤΕΡΑ ΗΜΩΝ ΒΑΡΘΟΛΟΜΑΙΟΝ’, manoscritto greco tratto dal codice Vaticano 1989, f. 156 b. e s., in cui viene scritta la laude o encomio a S. Bartolomeo Cryptense. Sulla pagina digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (BAV), sotto la segnatura ‘Vat.gr. 1989′, vi sono alcuni codici greci, ed alle note bibliografiche si dice che detto codice è un manoscritto di Lucà, Santo di Rossano, il Patir e lo stile rossanese. Note per uno studio codicologico-paleografico e storico culturale, in Rivista di studi bizantini e neollenici, 1985, si veda pure: Lucà, Santo, Il Vaticano greco 1926 e altri codici della Biblioteca dell’Archimandriato di Messina, in Schede medievali, 1985 e si veda pure la Follieri, 1926-1999 Passione di Sant’Ippolito secondo il cod. “Lesb. S. Ioannis Theologi 7” (BHG 2178), In Analecta Bollandiana 1982.

cod.vat.gr.1989, f. 156 b.

(Fig. 3) F. 156 b., tratta dal codice greco ‘Vat.gr.1989’, il ‘bios’ (la vita) di S. Bartolomeo di Grottaferrata, manoscritto dal suo biografo, il monaco Lucà, trascritto e pubblicato nel 1853 dal Mai (…) di cui, quì di seguito pubblichiamo le pagine da 530 e s. sulla lode a S. Bartolomeo. La Treccani, in merito all’encomio o laude, pubblicato dal Mai a p. 530 a p. 530,  dice però che non riguarda S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina, morto il 19 agosto 1030.

Mai A., p. 530

(Fig. 4) Encomio a S. Bartolomeo, pubblicato dal Mai (…), pp. 530-531-532-533

Nel 1018, Pandolfo di Capaccio, figlio del principe Guaimario III e la sua Contea di Capaccio

Da Wikipedia leggiamo che Pandolfo o Paldolfo (… – giugno 1052) è stato un nobile longobardo, primo signore (dominus) di Capaccio nel Principato di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio (2). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX (3). Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita (4). Pandolfo era il figlio più giovane del principe Guaimario III di Salerno e della sua seconda moglie Gaitelgrima. Nacque negli anni 1010. Il padre, Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027 si era sposato due volte: con Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento e poi con Porpora di Tabellaria. La morte del suo fratellastro maggiore, il principe Giovanni (III), nel 1018 gli permise di ereditare la signoria di Capaccio. Un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio. Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento. Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100. Pandolfo fu assassinato insieme a suo fratello Guaimario IV nel giugno 1052 (la data esatta è riportata come 2, 3 o 4 giugno, a seconda della fonte). Furono vittime di una congiura della cavalleria salernitana, provocata dai conti di Teano, a favore di Pandolfo III. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. ci parla molto di Gregorio e Maria sua moglie. La Visentin, parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Roani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”

La politica della “tutio” sovrana dei Principi Longobardi di Salerno

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 31-32-33, in proposito scriveva che: “E’ un fatto: appunto in quel periodo gli archivi ecclesiastici si arricchirono di documenti membranacei, donazioni moltiplicatisi in seguito anche per le migliorate generali condizioni economiche (80). Ma, se degli uomini si accostarono alla Chiesa cercando d’ingraziare la divinità col pentirsi, restituire il mal tolto, abbondare in doni di beni mobili e immobili non più fonte di sguardi cupidi, non lo fecero per il terrore della propria fine ma forse per quella dell’umanità. In quel tempo la morte destava poca o nessuna paura, se ne manca ogni rappresentazione iconografica prima del XIV secolo. Si spiegherebbe meglio così il protrarsi delle donazioni ancora per qualche anno dopo quello che, per i più, rappresentò un semplice mutamento di cifra del calendario, come si deduce dai non pochi documenti di compra-vendita del periodo. Con la ripresa di ogni attività, oltre i bisogni materiali riaffiorarono i problemi politici e anche i politico-religiosi che erano stati forse accantonati. Solo quando gastaldi e conti (81), investiti di temporanee e limitate funzioni giurisdizionali, come Truppoaldo stolsaiz e conte (82), riferirono ai principi sull’infittirsi della rete di cenobi che monaci italo-greci continuavano a tessere in quel remoto angolo del Principato, si comprende l’urgenza di provvedere stabilendone il controllo. Con una sagace e lungimirante politica di concessioni e privilegi a questi monasteri, si cercò di neutralizzare la non lieve influenza esercitata su di essi dai santi autorevoli egùmeni di Calabria, specialmente della vicina eparchia monastica del Mercuriom, che gli “stratigoi” circuivano con privilegi e grandi manifestazioni di ossequio. Dopo aver posto chiese e conventi sotto la particolare ‘tutio’ sovrana, la cancelleria longobarda cercò subito di sanare le indebite occupazioni da parte di quei cenobi delle terre del “sacro palatio”, le terre demaniali, mediante diplomi analoghi a quelli rilasciati a funzionari fedeli. A costoro i principi attribuivano porzioni di demanio a titolo di concessione temporanea, valida cioè fintanto che i “fideles” continuavano a servire la loro causa. Per i conventi tali attribuzioni vennero fatte ai rispettivi preposti, rinnovabili vita natural durante (“diebus vitae”) a ogni nuovo abate. Diverse le donazioni a chiese e conventi di beni immobili patrimoniali. Pur abbondando in donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore. Etc…”.

Nel 1042, Teodora di Tuscolo, sposa di Pandolfo di Capaccio

Da Wikipedia leggiamo che un documento del 1092 dell’abbazia della Trinità della Cava, ricorda il principato di Guaimario III fu definitivamente diviso tra i suoi figli nel 1042: il primogenito Guaimario IV ottenne Salerno, il suo secondogenito Guido ottenne Sorrento e Pandolfo ottenne Capaccio (2). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX (3). Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita (4). C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Ascittino di Sicigiano (5) e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania (6) I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino (7). Nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Pandolfo possedeva anche il monastero di Santa Sofia a Salerno. Dopo la sua morte, fu riconvertito in una chiesa ed era in rovina quando fu acquistata dall’abbazia della Trinità della Cava nel 1100 (9). Nel 1054, data della sua ultima attestazione, Gregorio aveva tre figli e una figlia. Sua figlia, Teodora, sposò Pandolfo (o Landolfo), signore di Capaccio (1040-1052). I figli maggiori di Gregorio, Giovanni e Pietro (noto come Pietro de Columna, capostipite della famiglia Colonna), morirono giovani, e fu quindi il figlio minore, Gregorio III, a succedergli (1). Pandolfo sposò Teodora, figlia del conte Gregorio II di Tuscolo e quindi nipote di papa Benedetto IX. Ebbero cinque figli – Gregorio, Giovanni, Guaimario, Gisulfo e Guido – e almeno una figlia, Sichelgarda o Sichelgaita. C’è una certa discrepanza su quante volte, e con chi, quest’ultima è stata sposata. I mariti di cui abbiamo fonti certe sono i normanni Asclittino di Sicigiano e Ruggero di San Severino. Potrebbe aver avuto un precedente matrimonio con Goffredo di Medania. I discendenti di Pandolfo furono numerosi, tra questi i signori longobardi e normanni di Trentinara, Corneto, Fasanella, Novi e San Severino. Arturo Carucci (….), nel suo “Opulenta Salernum”, a p. 165, nella nota (12) postillava che: “(12) Guaimario V ebbe i seguenti figli: Gisulfo, Landolfo, Guido, Giovanni, Guaimario, Pandolfo, Sichelgaita, Sica e un’altra figlia, della quale è ignoto il nome (cfr. H. Hirsch-M. Schipa: op. cit., pag. 209).”. Dunque, uno dei figli di Guaimario V fu Pandolfo, detto di Capaccio. Piero Cantalupo, nel suo schema sulla “Signoria di Capaccio”, a p. 134 riporta che: “Pandolfo conte di Capaccio (1034 ? – 1052).”. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Pandolfo ebbe i seguenti figli: GUAIMARIO, GREGORIO, GUIDO, GIOVANNI, SICHELGAITA, GLORIOSO, SICA. Dunque, se “Glorioso” era figlio di Pandolfo di Capaccio, è plausibile che Mansone fosse un fratello di Pandolfo e fosse lo zio di Glorioso. Dunque, se si trattasse di Pandolfo di Capaccio, figlio di Guaimario III e fratello del principe Guaimario V, vorrebbe anche dire che questo conte Mansone sarebbe stato fratello di Pandolfo e di Guaimario V. Come si è già visto Pandolfo di Capaccio morì nella congiura del 1052 accorso a difendere il fratello Guaimario V. Mansone era fratello di Pandolfo di Capaccio e del Principe Guaimario IV, ovvero era un figlio di Guaimario III ?. Mansone era un figlio di Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento ? Il padre, Guaimario III (spesso indicato come Guaimario IV) (983 circa – 1027 circa) è stato un principe longobardo che ha governato Salerno dal 994 circa alla morte, avvenuta secondo alcuni intorno al 1030-31, ma più attendibilmente nel 1027 si era sposato due volte: con Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento e poi con Porpora di Tabellaria. Altre notizie su Teodora di Tuscolo vengono da Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “Umfredo avendo sposato la figliola di Guaimario era diventato affine di Gisulfo e dei figliuoli del conte di Capaccio. Fu facile pertanto ottenere da costoro il consenso alle nozze di una loro sorella con il Normanno più vicino a Umfredo, certamente il più fido del “comes Principatus” e cioè Guglielmo de Magnia che sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo.”. Dunque, Ebner scriveva che Guglielmo de Mannia sposò Berta, la seconda figlia di Pandolfo di Capaccio. Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 95-96, in proposito scriveva che: “….Sichelgaita di Teano che era andata sposa a Gregorio figlio di Pandolfo di Capaccio, il quale, come si è detto, era fratello del principe Guaimario V. Eventi che confermano le strette relazioni di parentela tra il primo Guglielmo de Mannia e i figli dell’anzidetto Pandolfo di Capaccio e Teodora di Tuscolo. Una parentela ben più stretta del semplice rapporto Sighelgaita-Pandolfo di Capaccio-Altruda.”. Barbara Visentin (…), nel suo “Fondazioni cavensi nell’Italia Meridionale” a pp. 130 e ssg. ci parla molto di Gregorio e Maria sua moglie. La Visentin, parlando del monastero di “San Nicola” a Capaccio-Trentinara, in proposito scriveva che: “(517) Il nucleo originario della signoria di Capaccio risale ad una serie di acquisti, concentrati negli ultimi anni del dominio longobardo a Salerno, cfr. Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 871-875.” e, a p. 130, nella nota (517) postillava che: “(517) La famiglia dei signori di Capaccio è formata dalla discendenza di Pandolfo, fratello del principe Guaimario IV e marito di Teodora, figlia di Gregorio console e duca dei Romani. Nel giro di pochi anni, intorno alla metà dell’XI secolo, Pandolfo si procurò a Capaccio, importante ‘castrum’ a ridosso del Cilento, un vasto patrimonio fondiario, rimpinguato da Teodora e dai figli con acquisizioni ulteriori. Cfr. J. H. Drell, Kinship and Conquest, cit., pp. 192-194; P. Delogu, Storia del sito, cit., pp. 23-32; Taviani-Carozzi, La principauté, pp. 869-871 e Loré, Monasteri, pp. 76-79.”Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”. Etc..”. Dunque, in questo passaggio Ebner ci dà notizia della donazione che Teodora di Tuscolo fece a S. Nilo quando donò “Criptaferrata”, nel Tuscolano che poi grazie a S. Nilo divenne l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, Teodora di Tuscolo era figlia del nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75no. 25″.

Nel 1042, Guaimario IV (V), principe longobardo di Salerno, Adenolfo d’Aquino, duca di Gaeta ed la guerra contro Pandolfo di Capua

La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che  la violenta controversia che opponeva Guimaro V di Salerno al duca di Gaeta, Adenolfo d’Aquino. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. Nel 1044 Guaimario e Braccio di Ferro iniziarono la conquista della Calabria e costruirono un’ampia fortezza a Squillace. Ma il dominio del principe di Salerno, pure in continua espansione, non era più facilmente gestibile: negli ultimi anni della sua vita Guaimario incontrò infatti numerose difficoltà nel conservare i suoi possedimenti contro le rivendicazioni dell’imperatore e degli stessi Normanni, fino a quel momento suoi fedeli vassalli. Rainulfo Drengot, che aveva continuato a tenere il dominio di Aversa concessogli originariamente dal duca di Napoli, morì nel 1045 e il suo feudo, contro le proteste di Guaimario, passò al nipote Asclettino. Verso la fine di quello stesso anno, Guaimario si oppose alla successione del cugino di Asclettino, Rainulfo II Trincanotte, ma ancora una volta la sua autorità fu calpestata. Queste contese spinsero Aversa, un tempo leale al principe salernitano, ad allearsi con Pandolfo, tornato dal suo esilio di Costantinopoli. Nel 1041 Guaimaro affidò il controllo diretto e il suo titolo di duca al conte di Aversa. La guerra contro Pandolfo riprese nel 1042 e durò cinque lunghi anni, durante i quali Guaimario rafforzò la propria posizione attraverso un rapido riconoscimento, nel 1046, del fratello del defunto Guglielmo, Drogone d’Altavilla, al quale concesse in sposa la sorella Gaitelgrima. L’obiettivo era chiaramente quello di mantenere i Normanni dalla sua parte e in posizione di vassallaggio. Da Wikipedia alla voce “Adenolfo d’Aquino duca di Gaeta” leggiamo che da tempi antichissimi i d’Aquino furono conti: infatti già dal 970 circa si hanno notizie di un Adenolfo, conte di Aquino e Pontecorvo, mentre un altro Adenolfo fu duca di Gaeta nel 1038. Guaimario IV di Salerno, il figlio di Guaimario III (morto 1027), chiese ai due Imperatori – d’Oriente e d’Occidente – di venire per risolvere le molte dispute che dilaniavano il Sud dell’Italia. Solo Corrado accettò e, arrivato a Troia nel 1038, ordinò a Pandolfo di restituire a Montecassino i possedimenti rubati. Pandolfo mandò la moglie ed il figlio a chiedere la pace in cambio di un grosso quantitativo d’oro (in due rate) oltre ad un figlio ed una figlia come ostaggi. L’imperatore accettò l’offerta ma i due ostaggi fuggirono e Pandolfo si rifugiò nel suo castello di confine di Sant’Agata de’ Goti. Corrado prese Capua e la diede a Guaimario insieme al titolo di Principe. Egli inoltre fece di Aversa una contea di Salerno. Pandolfo nel frattempo fuggì a Costantinopoli, cercando la protezione dei suoi vecchi alleati greci. Ma le dinamiche politiche erano cambiate e Pandolfo fu imprigionato. In seguito Guaimario entrò in conflitto con l’Imperatore Michele IV il Paflagone e, prima della morte di quest’ultimo, Pandolfo fu rilasciato dalla cattività. Egli tornò in Italia nel 1042 e, per i successivi cinque anni, con pochi seguaci, minacciò Guaimario. Nel 1047 anno cruciale nella storia del Mezzogiorno e dei Longobardi, l’imperatore Enrico III, figlio di Corrado, rese suoi vassalli i Drengot e gli Altavilla. A Capua restituì per l’ultima volta il potere a Pandolfo, che morì il 19 febbraio 1049 o 1050. Germano Giovanelli (….), qui più volte citato, nel suo “Il Baronato di Rofrano”, nel suo saggio “Il Monastero di S. Nazario e il baronato di Rofrano” (saggio che ritroviamo pubblicato nella ristampa del testo di Ronsini (….), del 1981 presso Arnaldo Forni Editore, a pp. 99-100 (del testo citato), in proposito scriveva che: Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’. Riferisce, dunque, che, essendo sorta aspra lotta fra il Principe di Salerno, Guaimario IV (1027-1052) e il Duca di Gaeta, Adenolfo di Aquino, questi ne ebbe la peggio, rimanendo prigioniero del suo avversario. Per quanti mezzi si mettessero in atto per liberarlo, per quante suppliche si facessero presso il Principe di Salerno, costui non disarmò, che anzi persisteva nel suo malanimo. Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo (i loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 955)(24) ricorse alla mediazione di S. Bartolomeo in quei dì tanto celebre e potente in opere e parole. Il nostro Santo accolse di buon animo la proposta, ed intraprese subito il faticoso viaggio sino a Salerno, ove il Principe, saputo dell’arrivo del Santo, gli si recò incontro con tutta la sua corte e lo accolse con onori regali. S. Bartolomeo riuscì pienamente nel suo intento. Il Duca di Gaeta “fu liberato non solo dalle catene e dalla prigionia, ma di più, per la mediazione del Santo, ebbe dal Principe di Salerno la sovranità su d’un altro dominio” (25).”. Giovanelli, a p. 100, nella nota (25) postillava: “(25) (Giovanelli G. – Altimari S.), San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco. Grottaferrata, 1942, p. 28-32”. Michelangelo Schipa (…), nel 1887, non cita esplicitamente l’episodio di S. Bartolomeo che si recò a Salerno dal principe Guaimario, ma parla di Atenolfo di Aquino, Duca di Gaeta, e del matimonio di Pandolfo con Teodora. Schipa (…), ne parla nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Pricipato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), e scriveva in proposito: “Un corpo d’esercito intanto, spedito da Guaimario contro Gaeta, assalito da Atenolfo e in prima sbaragliato, riuscì poi ad imprigionarlo e lo consegnò incatenato al Principe. Ma Rodolfo, unitosi con Pandolfo, occuparono insieme il castello di S. Pietro di Montecassino, facendo prigioniera una sorella del conte di Teano, d’una famiglia per cui l’affettuosa riconoscenza di Guaimario era pari all’odio mortale di Pandolfo. Avuta questi (Pandolfo), in suo potere la prigioniera, non si piegò a scambiarla, come ne fu richiesto da Guaimario, col conte d’Aquino, suo genero; il quale sapendosi posposto ad una femmina, ne arse di sdegno e giurò di vendicarsi. Chiesta pertanto la sua liberazione a Guaimario, offrendoglisi vassallo fedele e difensore della badia, accolta con gioia l’offerta e rilasciato, Atenolfo ebbe da Richerio solennemente affidata la difesa di monastero.; e, accozzato un esercito, assalì il suocero a Perticelle, costringendolo a sgombrare dai possessi dei monaci. Da Guaimario investito quindi del ducato di Gaeta, gli prestò il giuramento di vassallaggio.”, dunque, dopo diversi avvenimenti che videro il culmine della potenza di “Guaimario V, Principe di Salerno e di Capua, sovrano delle contee normanne di Aversa e di Puglia, dei ducati di Amalfi, Sorrento e Gaeta, riverito dai conti dei Marsi e di Sangro e non più osteggiato da Pandolfo, ridotto all’impotenza. Ed ora, distesi nel resto d’Italia i suoi rapporti di parentela e di amicizia, Teodora, figlia del console e duca di Roma Gregorio e nipote del pontefice Benedetto IX, era venuta sposa a Pandolfo, fratello del Principe; e Bonifazio, marchese di Toscana ecc..”.

Nel 1045, il conte Rodolfo o Laidolfo e Richerio abate di Montecassino

Sull’antefatto, ovvero alla prigionia a Montecassino di “Rodolfo”, in un blog leggiamo che il momento più difficile per il bellicoso abate Richerio si presentò quando alcuni Normanni si stanziarono nella Rocca di S. Andrea (in provincia di Frosinone), da loro stessi eretta, ponendo lì il nucleo di una più ampia e minacciosa presenza per Montecassino (213). Nella primavera del 1045, inoltre, il normanno Rodolfus (forse Rainulfo conte di Aversa) con un gruppo di armati si recò da Richerio, depose le armi ed entrò nella chiesa – probabilmente quella del S. Salvatore – per pregare : gli uomini del monastero, però, li assalirono e cominciarono poi a dare la caccia a tutti i Normanni presenti nella Terra S. Benedicti, riuscendo alla fine a riprendere il controllo sui domini cassinesi. La circostanza ebbe una vasta eco nella fonti, non solo cassinesi (214). La nota (214) postilla che: “(214) Amatus Casinensis, Historia, II, 42, p. 108-109 ; CMC, II, 71, p. 310-311 ; Annales Casinenses”. In questo frangente, però, Richerio trovò un alleato inaspettato in Atenolfo conte di Aquino e duca di Gaeta, succeduto a Landone e prigioniero di Guaimario, che si offrì di difendere i diritti cassinesi, sicché la questione si risolse con il ritiro di Pandolfo, nonostante poco dopo l’abate dovesse poi fronteggiare, ma con successo, le pretese del conte di Teano Laidolfo sulla Rocca di Evandro, che Richerio aveva affidata al nipote Ardemanno (219). La nota (219) postilla che: “(219) CMC, II, 74-76, p. 315-320 ; Bloch 1986, I, p. 192 ; RPD, III, n. 369, p. 1061-1062. Cf. Fabiani 1″. Bloch 1986 = H. Bloch, Monte Cassino in the Middle Ages, I-III, Roma, 1986. Bloch 1998 = H. Bloch, The Atina dossier of Peter the Deacon of Monte Cassino. A Hagiographical romance of the twelfth century, Città del Vaticano, 1998 (Studi e Testi, 346). CMC = Chronica Monasterii Casinensis, ed. H. Hoffmann, Die Chronik von Montecassino, Hannover, 1980 (M.G.H., Scriptores, 34). Dunque, l’Abbate di Montecassino, Richerio dovette fronteggiare le pretese del conte di Teano Laidolfo sulla Rocca di Evandro, che Richerio aveva affidata al nipote Ardemanno. Sulla Treccani on-line leggiamo su “Drogone” d’Altavilla che solo, però, dopo la morte di Guglielmo, egli emerse con particolare rilievo, quando, col consenso dei compagni d’arme, divenne duca di Puglia e, quindi, capo riconosciuto dei Normanni, grazie anche all’appoggio di Guaimaro IV di Salerno, che intendeva continuare in tal modo la sua politica favorevole ai fratelli Altavilla e ai Normanni. Ebbe perciò dal principe di Salerno la mano della figlia, il riconoscimento della preminenza su tutti i suoi compagni e l’aiuto politico necessario a conseguire l’accordo con Montecassino, mentre, da parte sua, interveniva a fare da intermediario tra Guaimaro e il conte d’Aversa, che venne rimesso in libertà. Lo Schipa (….), a pp. 196-197, in proposito scriveva che: Quivi l’Abbate ricevuti in dono da questi cavalieri mille tarì, trasse dal carcere Rodolfo, a preghiera del Principe, etc…”. Dunque, secondo la notizia dataci dallo Schipa, la folta delegazione di cavalieri inviati da Guaimario V a Montecassino con Drogone, riuscì a convincere l’Abbate di Montecassino, Richerio e a far liberare “Rodolfo, conte di Teano”. Ma chi era “Rodolfo” ?. Dunque, lo Schipa, quando scriveva che trasse dal carcere Rodolfo” si riferiva a Rodolfo, conte d’Aversa. Drogone si recò a Montecassino per far liberare “Rodolfo, conte di Teano”. Chi “Rodolfo, conte di Teano”, imprigionato dall’abbate, credo Richerio, a Montecassino ?. Lo Schipa (….), a pp. 196-197, in proposito scriveva che: “In mezzo a questi eventi, tornava di Germania l’Abbate Richerio; e condotte di là non poche genti d’arme, s’accingeva a spazzare dalle terre cassinesi quanti erano usurpatori, tra’ quali il più temuto appariva un Conte Rodolfo normanno, genero di Rainulfo…”. Chi era questo “Rodolfo” genero del conte Rainulfo ? Sulla Treccani on-line leggiamo che “In quei mesi un susseguirsi di torbidi locali provocati dal perenne tramare del conte di Aquino, Atenolfo (IV), e di Rodolfo, genero del defunto conte Rainulfo, insieme con il principe di Capua, Pandolfo (IV), ritornato quest’ultimo dall’esilio di Costantinopoli, avviò un processo di destabilizzazione del potere di Guaimario che vide, inoltre, espellere da Aversa quel Rodolfo Cappello da lui posto al controllo della Contea. Rainulfo Drengot era infatti riuscito a fuggire dalla prigione salernitana, a far esiliare Rodolfo e, grazie alla corruzione e ad appoggi politici locali, a farsi eleggere conte di Aversa.”. Da Wikipedia leggiamo che Rainulfo II di Aversa detto Trincanotte (… – 1048) fu il quarto conte di Aversa (1045-1048). Dopo la morte prematura, senza figli, del secondo conte d’Aversa, Asclettino II Drengot, il cugino Rainulfo Trincanotte era il candidato naturale, appoggiato dai Normanni; il principe Guaimario IV di Salerno tentò invece di imporre il suo candidato, Rodolfo Cappello, che riuscì in un primo momento a sconfiggere ed imprigionare Rainulfo; ma questi riuscì a liberarsi ed a scacciare il rivale Rodolfo, ottenendo anche il riconoscimento dello stesso Guaimario. Anche al fine di derimere la vertenza, l’imperatore Enrico III convocò per il 3 febbraio 1047 la Conferenza di Capua, con Guaimario V di Salerno. L’imperatore legittimò i possessi acquisiti di fatto da parte delle famiglie normanne e confermò i titoli feudali di Drogone d’Altavilla e di Rainulfo, terzo conte di Aversa e Duca di Sorrento, i quali divennero suoi vassalli; distaccò da Salerno il Principato di Capua e lo restituì al legittimo Pandolfo IV, anche se questo territorio costituiva l’obiettivo della famiglia Drengot.

Nel 1045, la visita di S. Bartolomeo di Grottaferrata al principe longobardo di Salerno Guaimario IV (V)

Germano Giovanelli (….), qui più volte citato, nel suo “Il Baronato di Rofrano”, nel suo saggio “Il Monastero di S. Nazario e il baronato di Rofrano” (saggio che ritroviamo pubblicato nella ristampa del testo di Ronsini (….), del 1981 presso Arnaldo Forni Editore, a pp. 99-100 (del testo citato), in proposito scriveva che: “Il titolo col relativo feudo baronale saranno stati dati all’Abate di Grottaferrata per doppio motivo: cioè, e per dotare il monastero di S. Nazario dei mezzi necessari per la sua piena consistenza, ed a memoria di quel tirannello feudale, che nel bios (23) è detto conte ( κωμης ), che aveva la signoria in quella regione, di cui Rofrano costituiva il centro più importante, del quale nel ‘bios’ si ricorda la tragica morte predetta dal Santo e castigo delle sue malefatte. Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’. Riferisce, dunque, che, essendo sorta aspra lotta fra il Principe di Salerno, Guaimario IV (1027-1052) e il Duca di Gaeta, Adenolfo di Aquino, questi ne ebbe la peggio, rimanendo prigioniero del suo avversario. Per quanti mezzi si mettessero in atto per liberarlo, per quante suppliche si facessero presso il Principe di Salerno, costui non disarmò, che anzi persisteva nel suo malanimo. Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo (i loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 955)(24) ricorse alla mediazione di S. Bartolomeo in quei dì tanto celebre e potente in opere e parole. Il nostro Santo accolse di buon animo la proposta, ed intraprese subito il faticoso viaggio sino a Salerno, ove il Principe, saputo dell’arrivo del Santo, gli si recò incontro con tutta la sua corte e lo accolse con onori regali. S. Bartolomeo riuscì pienamente nel suo intento. Il Duca di Gaeta “fu liberato non solo dalle catene e dalla prigionia, ma di più, per la mediazione del Santo, ebbe dal Principe di Salerno la sovranità su d’un altro dominio” (25).”. Giovanelli, a p. 100, nella nota (25) postillava: “(25) (Giovanelli G. – Altimari S.), San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco. Grottaferrata, 1942, p. 28-32”. Giovanelli prosegendo il suo racconto si chiedeva: “Di fronte alla narrazione di questo fatto sorge spontanea una domanda: perchè ricorrere all’aiuto di un Santo, che viveva così lontano (specie per quei tempi!) dai luoghi, ove si erano svolti gli avvenimenti ? Si è perchè la Badia di Grottaferrata aveva allora con quel Principato Longobardo vincoli di amicizia e di sudditanza, in seguito all’esistenza in esso del monastero di S. Nazario e dei beni con questo annessi e connessi, dipendenti da quei Principi. E da chi sa che il feudo di Rofrano, col relativo titolo baronale, non siano stati connessi a S. Bartolomeo proprio in quella circostanza, venendo confermati in seguito e stabiliti giuridicamente dai successori Principi Normanni ? Infatti, appena pochi anni dopo la morte del Santo, essi fanno la loro apparizione giuridica.”.

Nel 1045, il principe longobardo Guaimario IV (V) concede a S. Bartolomeo abate dell’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo  l’annessione di S. Maria di Rofrano

La Treccani on-line, alla voce “S. Bartolomeo di Rossano” scrive che, nel 1045, Bartolomeo si recò a Salerno per intercedere presso Guaimario V in favore di Adenolfo, duca di Gaeta, che era stato fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Salerno. Da Wikipedia leggiamo che  Bartolomeo si dedicò anche alla composizione di liti fra potenti, fra le quali la violenta controversia che opponeva Guimaro V di Salerno al duca di Gaeta, Adenolfo d’Aquino. Per la mediazione di Bartolomeo, Adenolfo avrebbe ottenuto il dominio di un altro territorio. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner scriveva che il principe longobardo Guaimario V sollecitato dallo zio Pandolfo di Capaccio e da sua moglie Teodora di Tuscolo, che proveniva proprio da quella famiglia presso cui il principe era stato allevato da piccolo, concesse “all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Etc…”. Ebner scriveva che la visita di S. Bartolomeo (il monaco Bernardo coofondatore di S. Maria di Grottaferrata insieme a S. Nilo) al principe Longobardo Guaimario V nel 1145 fa risalire l’annessione di Rofrano all’Abbazia Tuscolana di S. Maria di Grottaferrata. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a pp. 32-33, in proposito scriveva che: “…Concessioni che crebbero, e non per esclusivi fini politici, con Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”. Inoltre, l’Ebner, a p. 33 riferendosi al principe longobardo Guaimario V, in proposito aggiungeva che: “…e, che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87). Etc…”. L’Ebner (…), a p. 32, nella nota (85), postillava che: “(85) Fedele, cit., e nella ‘Vita di S. Nilo’, cit., p. 131 sgg.”. Sempre Ebner, a p. 32, nella nota (86) postillava che: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Infatti, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 33, sulla scorta del padre Germano Giovanelli (….) riportava la notizia interessantissima che riguarda Rofrano e, riferendosi alla visita di S. Bartolomeo al principe longobardo Guaimario V, in proposito scriveva che: E’ proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Etc…”Dal punto di vista strettamente bibliografico, le notizie citate da Ebner, provengono dallo Ieromonaco Giovanelli (…), il quale scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa. Giovanelli (…), cita l’episodio di S. Bartolomeo a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V, e trae questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il prinicipe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscitto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata. Dunque, Ebner, sulla scorta di padre Giovanelli (….) che a sua volta scriveva sulla scorta di P. Fedele (….), riportava la notizia che l’antichissima e preesistente Abazia di S. Maria di Rofrano, cenobio italo-greco dove secondo il Bios si era fatto tonsurare monaco Nicola da Rossano (S. Nilo), era stata concessa all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, l’Abbazia fondata da S. Nilo e poi nel 1045 retta da S. Bartolomeo il Giovane, suo discepolo e suo biografo. Riguardo l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano (….), fondata intorno all’anno mille da S. Nilo, Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”.”. Infatti, dal Bios di S. Nilo si evince che il Santo prima di morire fondò l’Abbazia italo-greca di S. Maria a Gottaferrata grazie alle donazioni e concessioni del padre di Teodora di Tuscolo, Gregorio I detto “il Conte dei Romani”, nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner, a p. 33 scriveva che: “….Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI etc…”. Ebner, secondo cui: “…che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87)”. Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Susanna Passigli (contributo al testo di Ruggeri) Adriano Ruggeri (…), nella sua “Parte III – Topografia e tavole – Appendice topografica”, troviamo “Il Regno di Napoli”, a p. 376 riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano ed al Ronsini, che citava il ‘Crisobollo’ di re Ruggero II,  parlando dell’Abbazia di Rofrano aggiungeva che: ” (25) Regno di Napoli. Il feudo di Rofrano, ecc….Secondo lo storico locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, l’abitato ebbe origini antiche e le sue vicende medievali vanno considerate come strettamente connesse con la storia del cenobio basiliano che vi si insediò, probabilmente molti decenni prima dell’arrivo di San Nilo (4).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (4) postillava che: “(4)  Ronsini 1873, p. 16. Lo studioso fa risalire l’insediamento monastico ai tempi di San Benedetto. Più recentemente, Ebner 1979.”. Sempre la Passigli (contributo al testo di Ruggeri) a p. 376, riferendosi alle precedenti donazioni alla terra ed alla terra di Rofrano, citate anche nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II aggiungeva che: Infatti la concessione costituiva solo la conferma di una precedente donazione con la quale il cugino Ruggero Borsa duca di Puglia, morto nel 1111 e suo figlio il duca Guglielmo, morto nel 1127, avevano conferito all’abate Nicola II il feudo e la chiesa cui venne dato il nome di Badia di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano (5).”. Susanna Passigli a p. 380 nella sua nota (5) postillava che: (5) Follieri 1988, p. 52.”. Susanna Passigli (…), nella sua nota (5) si riferisce all’opera di Enrica Follieri (…) al suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, n.s. , 42 (1988), pp. 49 e s., ristampato in ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997 (Storia e letteratura, 195), che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, ho scritto ivi un mio saggio dal titolo: “Nel 1045, un privilegio di Guaimario V al Monastero di Rofrano” (Giugno 2018). Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. La Falcone (10), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. La studiosa Giovanna Falcone (…), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi Aromaudo), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Dunque, la Falcone scriveva che: “….alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe  (197).”. La Falcone (…) nella sua nota (197) citava il testo di Filippo Bulgarella (…), che scrisse pure il saggio ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, da p. 13 a p. 43 che è stato pubblicato nel del testo a cura di Nicola Cilento (…) AA.VV., ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, 1982. Il Bulgarella (…) cita anche Venturino Panebianco (…), e il suo saggio: ‘Osservazioni sull’eparchia monastica del Mercurion e il thema bizantino di Lucania’ che, scriveva il Bulgarella “avanza la poco convincente ipotesi che capitale del tema lucano fosse Rossano”. La Falcone (…), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in sostanza, si cita un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre. L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Padre Germano Giovanelli, Ieromonaco basiliano (…), in un suo pregevole studio del 1962 “Vita di S. Bartolomeo juniore, IV Egumeno e cofondatore di Grottaferrata” (…), a pp. 55 e 75, riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo e biografo di S. Nilo nel XII secolo. Giovanelli (…), nel suo saggio ‘Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano’, che troviamo anche nella ristampa del libro del Ronsini (…), per i tipi di Forni, oppure nell’altro suo saggio ‘San Bartolomeo abbate di Grottaferrata’, che scrisse nel 1942, sulla scorta del Padre Antonio Rocchi (…)( si vedano le due note (23-24, dove si indica da p. 17-19 e da p. 121-122, della ‘Vita di S. Nilo’), riportava alcune notizie sulla storia di Rofrano e delle donazioni fatte a quella chiesa in epoca Longobarda e in seguito Normanna, traendo alcune interessanti notizie dal ‘bios’ o la ‘Vita di S. Nilo’, scritta da S. Bartolomeo, discepolo di S. Nilo nel XII secolo. Padre Giovanelli (…), scrisse su Rofrano e sui privilegi concessi a quella chiesa e, cita l’episodio di San Bartolomeo che si reca a Salerno in visita al principe longobardo Guaimario V e,  traeva questa notizia da un antichissimo codice greco che racconta la vita o la biografia di S. Bartolomeo che fu discepolo e biografo di S. Nilo. Il Giovanelli (…), però, pur citando l’interessante notizia storica sui fatti di Bartolomeo, recatosi a Salerno dal principe longobardo Guaimario V (episodio peraltro riportato da Schipa ed altri studiosi), cita solo le connessioni con la famiglia dei Duchi di Gaeta e S. Nilo, episodio risalente all’anno 995, ma non dava nessun riferimento bibliografico relativo all’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. L’episodio di Bartolomeo, che si reca a Salerno, di cui parla lo stesso Giovanelli (…), è tratto dalla vita o ‘bios’ di S. Bartolomeo, scritta dal suo biografo, l’egumeno Luca o Lucà. La notizia della donazione di Guaimario V, dunque, proviene proprio dal ‘bios’ di S. Bernardo. Gustavo Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. La Falcone (10) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Gustavo Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Francesco Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.” e, poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (3), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 33, che cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…) scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Sull’episodio del 1045 che Bartolomeo andava in visita a Salerno a pregare Guaimario V non mi soffermerò ma cercherò di porre l’attenzione alla notizia “ipotesi” di alcuni studiosi come suggeriva la Falcone. L’Ebner (3), a p. 33, sulla scorta (vedi nota (87)) di padre Germano Giovanelli (…), parlando del principe Longobardo Guaimario V citava l’episodio secondo cui “S. Bartolomeo” (di Grottaferrata, discepolo e biografo di S. Nilo), che, nell’anno 1045, si recò a Salerno a far visita a Guaimario V. Lo Ieromonaco di Grottaferrata, Germano Giovanelli (…), nel 1949, scrisse alcuni saggi sull’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano e le sue dipendenze da quella di Tuscolo (attuale Frascati) a cui lui stesso dipendeva. Anche se al momento non conosciamo il documento con cui il principe longobardo di Salerno Guaimario V, concede alla chiesa alcuni privilegi e proprietà, possiamo dire che detta donazione è citata nell’antico codice manoscritto greco, redatto dall’egumeno Lucà, biografo di S. Bernardo di Grottaferrata.

Nel 1045, Teodora di Tuscolo, moglie di Pandolfo di Capaccio e le concessioni del principe longobardo Guaimario V, alla chiesa di Rofrano

Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 32, in proposito scriveva che: Concessioni che crebbero, e non per esclusivi fini politici, con Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo.”. L’Ebner (…), a p. 32, nella nota (85), postillava che: “(85) Fedele, cit., e nella ‘Vita di S. Nilo’, cit., p. 131 sgg.”. Sempre Ebner, a p. 32, nella nota (86) postillava che: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 32-33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “…e, che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87). E’ proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e dalla moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Etc…”. Ebner, a p. 32, nella nota (87) postillava che: “(87) G. Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc…”, a p. 83, in proposito scriveva che: “…Teodora di Tuscolo. Quest’ultima era figliuola del console dei Romani che aveva donato a S. Nilo la famosa “Criptaferrata”. Si spega meglio così la presenza di Roberto, figliuolo di Gregorio di Capaccio e nipote di Berta, a Trentinara, il cui castello domina parte della pianura pestana e specialmente la vitale via che per Magliano e Monteforte porta da Novi a Velia.”. Dunque, in questo passaggio Ebner ci dà notizia della donazione che Teodora di Tuscolo fece a S. Nilo quando donò “Criptaferrata”, nel Tuscolano che poi grazie a S. Nilo divenne l’Abbazia italo-greca di S. Maria di Grottaferrata di cui ho parlato in un altro mio saggio. Dunque, Teodora di Tuscolo era figlia del nipote di papa Giovanni XI. Il padre di Teodora, Gregorio I, era il nipote di papa Giovanni XI. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. La studiosa Giovanna Falcone (10), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”La Falcone (….) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. Francesco Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, a p. 33, parlando della visita di S. Bartolomeo a Guaimario IV, in proposito scriveva che: “E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e della moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregoro I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI all’Abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastro italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze. Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma in greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (aprile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia. Un interessante documento redatto in “Palatio nostro Palermitano”, con il quale re Ruggiero confermava all'”onoratio religioso dominio Leontio abati Dei Genitrici Criptae Ferrata” i beni dipendenti da quella chiesa, compreso il feudo del Centaurino che per l’enorme sua estensione (tra Torre Orsaia, Roccagloriosa, Alfano e Sanza) dava poi luogo a interminabili controversie (89). La tuscolana abbazia italo-greca di Grottaferrata era troppo importante  perchè i sovrani normanni non ne potessero tollerare nei loro stati una grancia, sia pure economicamente forte come quella di Rofrano. Con essi i cenobi italo-greci che erano nel territorio dell’odierno Cilento furono costretti, come vedremo, a decisioni supreme: immettersi nel solco benedettino o sparire. Solo quattro riuscirono a sopravvivere. La particolare ‘tutio’ dei sovrani longobardi era finita. Etc…”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (88), postillava che: “(88) Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. Ebner (…), a p. 33, nella sua nota (89), postillava che: “(89) Vedi D. Ronsini, Cenni storici sul Comune di Rofrano, Salerno, 1873, pp. 19 e 33 sgg. Nell’ASS è la Platea del 1710 (una copia anche nell’ADV) dei beni di proprietà della Badia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano siti in Montesano, Sanza, Sassano, S. Rufo, S. Giacomo, Casalnuovo e Diano.”. Pietro Ebner, sulla scorta del Ronsini (…), che aveva pubblicato il ‘Crisobollo’, così detto di re Ruggero II d’Altavilla (vedi immagine che lo illustra), voleva che il documento del 1131, avesse confermato altre precedenti concessioni fatte alla chiesa di Rofrano (chiesa e monastero di S. Maria di Grottaferrata a Rofrano, poi in seguito donate da Ruggero II a quella di Tuscolo), “con le sue enormi dipendenze”. Ebner, sostiene che con il ‘Crisobollo’ di re Ruggiero II d’Altavilla, si confermavano le donazioni o concessioni alla chiesa di Rofrano, fatte precedentemente dal Principe Longobardo di Salerno, Guaimario IV, dopo la visita di S. Bartolomeo (di cui abbiamo accennato), concessione questa che in seguito sarà confermata anche dal Duca Normanno, figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa e poi confermate anche da Alfano, vescovo di Capaccio  Alfano “est unctus” duca di Puglia”. In seguito, le stesse concessioni e donazioni alla chiesa Tuscolana, fatta nel ‘Crisobollo’, per Ebner (…), sulla scorta del Ronsini (…), saranno confermata in un altro Diploma, simile al ‘Crisobollo’, dal re Guglielmo d’Altavilla, figlio dello stesso Ruggero Borsa. Su questi Diplomi o concessioni o donazioni o Atti, promulgati verso la chiesa di Rofrano, da Guaimario III, Guaimario IV, al tempo della visita di S. Bartolomeo, e delle concessioni fatte da Ruggero Borsa e da suo figlio re Guglielmo d’Altavilla, si è discusso molto ma non vi sono documenti che provano tutto questo. Sulla donazione di cui parla Ebner (…), a p. 33, del suo ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno etc’, ovvero della donazione fatta dal Principe di Salerno, il Longobardo Guaimario IV, a seguito della visita di S. Bartolomeo, mi occupo in questo mio scritto. La studiosa Giovanna Falcone (10), in un suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II (‘Crisobollo di Re Ruggero’), scriveva che: “Poichè il crisobollo del 1131, richiama espressamente una precedente donazione del duca Ruggero Borsa, di cui è conferma, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la subordinazione di Rofrano a Grottaferrata risalisse in realtà più indietro nel tempo, addirittura ai principi longobardi di Salerno, probabilmente a Guaimario V che nel 1045 accolse con grandi onori Bartolomeo, cofondatore di Grottaferrata che veniva a pregarlo, a nome dei conti di Aquino, di liberare il loro congiunto Atenolfo di Gaeta, prigioniero del principe (197).”La Falcone (10) a p. 151, nella sua nota (197) postillava che: “(197) P. Ebner, Storia di un feudo nel mezzogiorno. La baronia di Novi, 1973. G. Breccia, Il monastero di S. Maria di Rofrano grangia criptense , in “Bollettino della Badia greca di Grottaferrata”, n.s., (1991), pp. 213-228. Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”. La Falcone (…), cita un episodio, precedentemente citato da Giovanelli e poi da Ebner. La Falcone (10), nella sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove i due studiosi, citano un episodio accaduto nel XI secolo a Salerno e, si parla di privilegi e concessioni fatte dal principe Longobardo Guaimario V, alle chiese delle nostre terre.  Lo studioso locale Giuseppe Barra (…), nella sua nota (27), trae la notizia da Ebner (…), a p. 33, cita l’antico documento e, l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno. Barra (…), scriveva che: “Ebner, non cita la fonte di questo atto del 1045 e che mai è stato trovato alcun atto che ne fa riferimento.”. Si tratta dell’atto che citava la Falcone (10). L’Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi, a p. 33, parlando del principe Longobardo Guaimario V, citava l’episodio secondo cui Bartolomeo di Grottaferrata, biografo di S. Nilo, nell’anno 1045, si recò a Salerno a fare visita a Guaimario V e, scrive nella sua nota (87) che la notizia è tratta dal “Giovannelli G., S. Bartolomeo juniore, Grottaferrata 1962, pp. 55 e 75 no. 25″. La notizia della concessione del principe Guaimario V, è citata da Pietro Ebner (…), che scriveva che: “Fa risalire l’annessione di Rofrano a Grottaferrata al 1045 e con esattezza alla benevolenza del principe longobardo Guaimario, che in quell’anno accolse “con onori più che regali (San) Bartolomeo da Rossano (27) recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Acquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta. E proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo signore di Capaccio e Corneto (Corleto Monforte) e della moglie Teodora di Tuscolo, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”. Ebner (…), in sostanza, scrive che nell’anno 1045, il principe longobardo di Salerno, Guaimario V, sollecitato dal fratello Pandolfo e da sua moglie Teodora di Tuscolo, in occasione della visita di Bartolomeo di Grottaferrata (discepolo e biografo di S. Nilo), fece delle concessioni “…all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le sue enormi dipendenze”Il Barra (…), sulla scorta del Breccia, affermava che la citazione dell’Ebner, non veniva avvalorata da alcun documento. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria.”, e poi aggiunge:  “Purtroppo, bisogna ripeterlo, non vi è alcuna prova decisiva.”. Il Breccia (…), nel suo studio ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, parlando del Crisobollo di re Ruggero II, scriveva in proposito che: “Purtroppo questa ipotesi non è fondata su alcun riscontro documentario: se davvero è mai esistita una carta del principe salernitano, se ne è persa la traccia e memoria. Il motivo principale per cui ritengo che non vada del tutto accantonata è di nuovo nel Crisobollo di Ruggero: il re normanno dice infatti di essere stato visitato a Palermo da Leonzio, ‘praepositus’ di Grottaferrata, e di avere accolto le sue preghiere. Leonzio ha dunque intrapreso un lungo viaggio per chiedere qualcosa di preciso al nuovo sovrano: è un particolare che rende più probabile pensare a diritti già esistenti, da confermare ed eventualmente ampliare, piuttosto che la richiesta di una donazione completamente nuova.”. Ma è così ? Non esiste alcun documento degli anni intorno al 1045, in cui il principe longobardo di Salerno, Guaimario IV, comunemente detto Guaimario V, facesse delle concessioni a S. Benedetto ed alla chiesa delle nostre terre.

Crisobollo 1

(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata (Archivio Attanasio)

Nel 1054, Teodora di Tuscolo, fattasi monaca, la bolla di Amato, vescovo di Capaccio e, la chiesa ed il monastero di “S. Matteo in duo flumina”, a Casalicchio

In Wikipedia, alla voce “Pandolfo di Capaccio” leggiamo che Pandolfo, il marito di Teodora di Tuscolo, e non Teodora, prima di essere assassinato, nel luglio del 1047, il vescovo Amato di Pesto esonerò dall’autorità episcopale una chiesa di Capaccio di proprietà di Pandolfo, ne riconobbe il diritto di celebrare i battesimi e confermò il diritto di Pandolfo di scegliere se il clero della chiesa dovesse essere secolare o monastico. In cambio di questi diritti nella sua chiesa, Pandolfo pagò al vescovo sei libbre d’argento (8). Wikipedia nella nota (8) postillava che: “(8) Graham Loud, The Age of Robert Guiscard: Southern Italy and the Northern Conquest, Routledge, 2000, p. 48”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) postillava che: “(73) A ricordare l’arrivo a Capaccio delle sacre spoglie, come si fece pure a Rutino (miracolo della fonte) perchè il vescovo Giovanni vi aveva pernottato, la vedova di Pandolfo di Capaccio (era stato ucciso per difendere il fratello principe Guaimario V: a. 1052), fattasi monaca (“Theodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.). La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sub arce), in località duo flumina (P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Dunque, Ebner, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta del  (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.)” postillava che a ricordare l’arrivo a Capaccio, delle sacre spoglie dell’apostolo rinvenute dal monaco Atanasio, fu Teodora di Tuscolo, dopo la morte di suo marito Pandolfo di Capaccio, ucciso per difendere il principe Guaimario V, ella “fattasi monaca (“Theodora veste sancte dei genitricis, et virginis Marie induta”), elevava una chiesa dedicata all’apostolo dal vescovo pestano Amato (“in rebus suis propriis in finibus Lucanie, ubi proprie Subarce dicitur, a novo fundamine ecclesiam construxit in onore sancti apostoli, et evangeliste Matthei, quam ego dedicavi”), dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale etc…”. Giuseppe Talamo-Atenolfi (….), nel suo “I Testi Medioevali degli Atti di Matteo Evangelista”, a p. 50 in proposito scriveva pure che: “Ancora alla Diocesi pestana apparteneva la chiesa un secolo dopo, nel 1054, quando il vescovo Amato rinunziò per cinque libbre d’argento ai diritti della curia, in favore di Teodora di Tuscolo figlia di Gregorio “console e duce dei Romani” e nipote di papa Benedetto IX°. Questa, vedova di Pandolfo di Salerno, conte di Capaccio e signore di quei luoghi, aveva ricostruita la chiesa stessa “a nuovo fundamine” nel centenario del ritrovamento, in espiazione forse della morte del marito, massacrato insieme al fratello Guaimario V° principe salernitano, durante la rivolta suscitata in Salerno dagli amalfitani nel 1052 (218).. L’Atenolfi, a p. 50, nella nota (218) postillava: “(218) v. Ventimiglia, op. cit., App. VI.”. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73), sulla scorta di “(P. Fedele, Di alcune relazioni fra i conti di Tuscolo e i principi di Salerno, “Archivio R. Soc. rom. storia patria”, v. XXVIII, p. 5) seguito da altri (Mattei Cerasoli, op. cit., p. 22, no 20), come si fece osservare in RSS, 1967, p. 132, no.” postillava pure che: “(73)….La mancanza di notizie più precise dell’immobile ne determinava l’erronea ubicazione a Velia (sb arce), in località duo flumina. Infatti, nel documento ABC, XVII 52, X, Capaccio a. 1102, la chiesa anzidetta risulta ubicata “subtus hoc castellum vetus Caput Aquis ubi proprie Subarci dicitur”. La notizia è stata recentemente ripresa da P. Natella e P. Peduto, Il castello di Capaccio in provincia di Salerno, “Rivista di studi salernitani”, fasc. 6, 1970, p. 33.”. Infatti, la notizia proviene da Domenico Ventimiglia (….), che nel suo ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg., pubblicava il documento ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054. Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a pp. 27- 28 parlando dell’arrivo delle spoglie di S. Matteo a Salerno, in proposito scriveva che: “Nell’unica chiesa nota e forse dallo stesso Atanasio custodita, quella dedicata alla Vergine Hodigitria di cui è unica notizia nel prezioso diploma del principe Gisulfo I del 950. Venuto a conoscenza del rinvenimento e del prodigio, Giovanni (72), “qui in illo tempore sedis pestane presulatum tenebat”, fattesi consegnare da Atanasio le reliquie le trasportò solennemente nella sua chiesa (73): da qui per desiderio di Gisulfo e con fastose cerimonie, vennero poi traslate a Salerno. Etc…”. Dunque, Ebner racconta che le sacre spoglie di S. Matteo furono consegnate dal monaco Atanasio a Giovanni, vescovo della diocesi pestana, la cui sede si trovava a Capaccio. Giovanni trasportò le sacre spoglie dell’apostolo nella sua chesa (73).  Pietro Ebner (….), che nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi”, a p. 28, nella nota (73) riferendosi a Teodora di Tuscolo e citando la “Bolla di Amato”, vescovo Pestano, postillava che: “(73) …..dal quale la predetta Teodora acquistava per “quinque libras argenti” l’esenzione giurisdizionale (ABC, A 35 = CDC, VII a. 1054 = D. Ventimiglia, Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc., Napoli, 1827, p. VI sgg.).”. Della figura di Teodora di Capaccio e della “Bolla di Amato” ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV.  Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Ferdinand Hirsch (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum) parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Infatti, Alessandro Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto. Alessandro Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” . Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell’‘Annalista Salernitano’ (…), a p. 359, tomo VII parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo, in proposito scriveva che: “10. Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una Bolla di ‘Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodora’ figlia del q. Gregorio Console, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III’. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e ‘l Monistero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni, asperger l’acqua benedetta, avervi cereo, fonte battesimale, battezzare, seppellirvi morti ec. e si prese cinque libbre di argento. Fu presente Giovanni giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII, Pr. D. n. Gisulfi gl. pr. mense Februario, VII indict. Fu poi questo Monistero dato a’ Cavesi. Vi si ha ancora (Arca 86, n. 83) un affitto, che fa Alferio, Abbate di S. Massimo di una casa in ‘Plaja Montis’ di Salerno, vicino la Chiesa di S. Massimo, a ‘Landenolfo* Blasi ha, Landolfo* figlio del q. Godeno, e a Pietro figlio del qu. Costantino: ‘Anno XIII. Pr. D. n. Gisulfi, mense Majo, VII Indict.’ Chierico, Siconolfo Prete, Pandolfo figlio di Pandone, Roffredo figlio di Atenolfo, Pietro figlio di Donneperto, Desigio figlio di Everardo, tutti parenti, unitamente edificarono la Chiesa di S. Severino in Pinnello fuor di Posterola (o sia della porta piccola di S. Benedetto) dicendo, essere stato ciò ordinato loro in una visione. Fu scritto da ‘Sicone’ Prete, e Notaro.”.

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig….) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…), p. 359, a. 1054, ind. VII

Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Theodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Al di la della questione relativa all’esatta ubicazione della chiesa di Pandolfo, che il Loud (….), scriveva che Pandolfo ne acquistò alcuni diritti versando sei libre d’oro al vescovo Amato di Pesto, come risulta anche dal documento A 35 conservato nell’Archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni, pubblicato pure nel Codice Diplomatico Cavense, vol. VII, per l’anno 1054 ed in Domenicantonio Ventimiglia (….), nel suo  ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate ecc.’, Napoli, 1827, p. VI sgg., vi è anche la questione relativa alla notizia riportata da Ebner il quale scriveva che Teodora di Tuscolo, dopo la morte del marito (a. 1052), Pandolfo di Capaccio, presumibilmente intorno al 1054 si fece monaca e fece costruire una chiesa dedicata all’apostolo Matteo.

Guaimario IV (comunemente detto Guaimario V), principe del Principato Longobardo di Salerno

Guaimario IV, spesso indicato come Guaimario V, fu principe di Salerno dal 1027 e di Capua (1038-1047), duca di Amalfi (dal 1039), Gaeta (1040-1041) e Sorrento dal 1040 e duca di Puglia e Calabria dal 1043 al 1047. Fu una figura di primo piano dei Longobardi, nella fase storica a cavallo fra la fine del dominio bizantino nel Mezzogiorno e l’ascesa della potenza normanna. Guaimario di Salerno era il maggiore dei figli di Guaimario III di Salerno e di Gaitelgrima, figlia di Pandolfo II di Benevento. Amato di Montecassino, scrisse di lui: « …più coraggioso di suo padre, più generoso e più cortese; in effetti egli possedeva tutte le qualità che un laico dovrebbe avere – eccetto un’eccessiva passione per le donne». Il fratellastro maggiore di Guaimario, Giovanni (III), figlio di Porpora di Tabellaria, fu co-reggente insieme al padre dal 1015 al 1018, anno della sua morte. A questo punto la co-reggenza fu affidata a Guaimario, che nel marzo del 1027, all’età di quattordici anni, successe al padre sul trono di Salerno, probabilmente sotto la reggenza della madre. Fin dall’inizio del suo regno si impegnò nel tentativo di estendere il proprio controllo su tutto il meridione d’Italia, perseguendo un obiettivo che era già dei suoi predecessori. Guaimario di Salerno fu ben presto in stretti legami con la famiglia normanna degli Altavilla che si stava affermando nell’Italia meridionale al fianco dei connazionali Drengot Quarrel. Guaimario di Salerno nel settembre 1042 a Melfi approvò l’elezione a conte di Puglia di Guglielmo d’Altavilla, detto Braccio di Ferro, ed ottenne in cambio l’acclamazione a Duca di Puglia e Calabria (all’inizio del 1043), in aperta opposizione alle rivendicazioni bizantine. L’unificazione delle due famiglie normanne, Altavilla e Drengot, fu motivo di forza, perché esse si basavano concretamente sui possedimenti di Aversa e di Melfi. Guaimario offrì il riconoscimento ufficiale delle conquiste: alla fine dell’anno con lo stesso Rainulfo e con Guglielmo, si recarono a Melfi e riunirono un’assemblea dei baroni Longobardi e Normanni, che terminò al principio dell’anno successivo (1043). Michele Schipa (…), nel 1887, non cita esplicitamente l’episodio di S. Bartolomeo che si recò a Salerno dal principe Guaimario, ma parla di Atenolfo di Aquino, Duca di Gaeta, e del matimonio di Pandolfo con Teodora. Schipa (…), ne parla nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Pricipato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), e scriveva in proposito: “Un corpo d’esercito intanto, spedito da Guaimario contro Gaeta, assalito da Atenolfo e in prima sbaragliato, riuscì poi ad imprigionarlo e lo consegnò incatenato al Principe. Ma Rodolfo, unitosi con Pandolfo, occuparono insieme il castello di S. Pietro di Montecassino, facendo prigioniera una sorella del conte di Teano, d’una famiglia per cui l’affettuosa riconoscenza di Guaimario era pari all’odio mortale di Pandolfo. Avuta questi (Pandolfo), in suo potere la prigioniera, non si piegò a scambiarla, come ne fu richiesto da Guaimario, col conte d’Aquino, suo genero; il quale sapendosi posposto ad una femmina, ne arse di sdegno e giurò di vendicarsi. Chiesta pertanto la sua liberazione a Guaimario, offrendoglisi vassallo fedele e difensore della badia, accolta con gioia l’offerta e rilasciato, Atenolfo ebbe da Richerio solennemente affidata la difesa di monastero.; e, accozzato un esercito, assalì il suocero a Perticelle, costringendolo a sgombrare dai possessi dei monaci. Da Guaimario investito quindi del ducato di Gaeta, gli prestò il giuramento di vassallaggio.”, dunque, dopo diversi avvenimenti che videro il culmine della potenza di “Guaimario V, Principe di Salerno e di Capua, sovrano delle contee normanne di Aversa e di Puglia, dei ducati di Amalfi, Sorrento e Gaeta, riverito dai conti dei Marsi e di Sangro e non più osteggiato da Pandolfo, ridotto all’impotenza. Ed ora, distesi nel resto d’Italia i suoi rapporti di parentela e di amicizia, Teodora, figlia del console e duca di Roma Gregorio e nipote del pontefice Benedetto IX, era venuta sposa a Pandolfo, fratello del Principe; e Bonifazio, marchese di Toscana ecc..”. Padre Germano Giovanelli (…), scriveva che: “Il titolo col relativo feudo baronale saranno dati all’Abate di Grottaferrata per doppio motivo: cioè, e per dotare il monastero di S. Nazario dei mezzi necessari per la sua piena consistenza, ed a memoria di quel tirannello feudale, che nel ‘bios’ (23) è detto (χωμηδ), che aveva la signoria di quella regione, di cui Rofrano costituiva il centro più importante, del quale nel ‘bios’ si ricorda la tragica morte predetta dal Santo a castigo delle sue malefatte.”. Il Breccia (…), sulla scorta di Ebner e di Acocella (…), a proposito del principe longobardo Guaimario IV, scriveva che: “Con i primi decenni del nuovo millennio si può intravvedere qualcosa di più preciso della vita delle fondazioni monastiche greche nel Cilento, che vengono favorite dal principe salernitano Guaimario V: in particolare S. Maria di Pattano, “cuore della spiritualità bizantina nella regione”, ma anche centri minori, e tra questi forse Rofrano – che proprio in quell’epoca, secondo l’Ebner, verrebbe sottoposto a Grottaferrata. E’ un periodo di ostilità continue tra i principati longobardi e il catepanato bizantino: ostilità che potrebbero aver fornito a Guaimario V anche un motivo pratico per la donazione del Monastero di Rofrano a Grottaferrata, vale a dire attrarre il primo nell’area della latinità, sciogliendone gli eventuali legami con la zona controllata da Costantinopoli  (verso cui poteva spingerlo anche la sua collocazione geografica, al confine meridionale del principato di Salerno), e portandolo invece a gravitare anche economicamente verso settentrione.”.  Padre Germano Giovanelli (…), scriveva che: “Questa nostra ipotesi è avvalorata anche da un altro avvenimento, che l’Egumeno Luca, biografo di S. Bartolomeo di Grottaferrata, narra nel suo ‘bios’. Riferisce dunque, che, essendo sorta aspra lotta fra il Principe di Salerno, Guaimario IV (1027-1052) e il Duca di Gaeta, Atenolfo di Aquino, questi, ne ebbe la peggio, rimanendo prigioniero del suo avversario. Per quanti mezzi si mettessero in atto per liberarlo, per quante suppliche che si facessero presso il Principe di Salerno, costui non disarmò, che anzi persisteva nel suo malanimo. Per ultima ratio la Casa Ducale di Gaeta, ove ancora si conservava viva memoria del Santo Padre Nilo ( il loro avi i duchi Giovanni III ed Emilia avevano fatto visita al Santo durante la sua dimora decennale nel Monastero di Serperi nel 995)(24) ricorse alla mediazione di S. Bartolomeo in quel di tanto celebre e potente in opere e parole. Il nostro Santo accolse di buon animo la proposta, ed intraprese subito il faticoso viaggio sino a Salerno, ove saputo dell’arrivo del Santo, gli si recò incontro con tutta la sua corte e lo accolse con onori regali. S. Bartolomeo riuscì pienamente nel suo intento. Il Duca di Gaeta “fu liberato non solo dalle catene e dalla prigionia, ma di più, per la mediazione del Santo, ebbe dal Principe di Salerno, ebbe la sovranità su d’un altro dominio.” (25). Pietro Ebner (…), in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 33 , scriveva in proposito: “Pur abbondando di donazioni e privilegi, i principi tennero a rendersi conto di persona del dilagare del fenomeno in quel delicato settore…quasi a creare un contrappeso locale con la vicina tebaide del Mercurion, il cuore della spiritualità bizantina nel Cilento, il monastero di S. Maria di Pattano, come si è detto il più venerato tra i cenobi di quel territorio che certamente doveva aver visitato. Con questo si favorirono i vicini monasteri con esso congregati, esaltando la figura del traumaturgo S. Filadelfo le cui spoglie richiamavano a Pattano sempre più grandi turbe di fedeli. Concessioni che crebbero, e non per esclusivi fini politici, con Guaimario V, il quale da giovanetto, quando viveva con i conti di Tuscolo, alle cui cure era stato affidato (85), aveva avuto dimestichezza con i religiosi di Grottaferrata dove aveva conosciuto, e venerava, S. Bartolomeo il biografo di S. Nilo. Nessuna meraviglia, perciò, che “Raidulfus comes” accogliesse (a. 1034) innanzi al suo tribunale come ‘Kreites’, arbitro più che giudice, in una contesa poderale sorta tra due monasteri italo-greci “in finibus lucanie”, appunto l’egùmeno di S. Maria di Pattano (86),”. L’Ebner (…), nella sua nota (85), postillava: ………………………………..e, nella sua nota (86), postillava: “CDC, VI, p. 17 sgg. Sul ‘Mundenderbundium’ dell’antico tedesco e cioè la protezione regia concessa agli stranieri (nell’antica concezione, nemici), v. Tamassia N., L’alta tutela dell’antico re Germanico, in Arch. giurid., 1925“. Ebner (…), continua il suo racconto e scrive: “che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87). E’ proprio a questa visita, forse, è da ascrivere la concessione fatta da Guaimario, sollecitato dal fratello Pandolfo di Capaccio e Corneto e dalla moglie Teodora di Tuscolo, figliuola del nipote (Gregorio I “Romanorum ducis et consul”) di papa Giovanni XI, all’abbazia di Grottaferrata della chiesa e del monastero italo-greco di S. Maria di Rofrano, perciò detta di Grottaferrata, con le enormi sue dipendenze.”. Della figura di Guaimario V e delle sue relazioni con i conti di Tuscolo, ha scritto il Fedele (…), in un suo pregevole studio “Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i principi di Salerno”. Il Fedele (…), scriveva in proposito che: “Il ‘Codex diplomaticus Cavensis’ ci ha serbato notizia di una Teodora, figliuola di Gregorio, console e duca dei Romani, la quale andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, principe di Salerno. E già ancor prima che il ‘Codex Cavensis’ fosse pubblicato, il Di Meo (…), nei suoi Annali critico-diplomatici, Napoli, 1802, VII, pp. 359, 385, aveva fatto ricordo di Teodora.”. Dunque, il Fedele, ci dice che questa Teodora che andò sposa a Pandolfo, figlio di Guaimario IV, se ne parla nel Di Meo (…), nei suoi ‘Annali critico-diplomatici‘, Napoli, 1802, VII, pp. 359, sulla scorta dell’‘Archivio della Cava’ e dell”’Annalista Salernitano’ (…), parlava di Teodora, e della ‘Bolla di Amato’, citandola nell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

Bolla di Amato, vescovo di Pesto

(Fig. 5) La ‘Bolla di Amato’, tratta da Di Meo (…).

Il Di Meo (…), nel suo Tomo VII, p. 384 (e non p. 385), parlando dell”anno di Cristo 1054,IND. VII. B.” e, sulla scorta dell”Archivio della Cava’ e dell”Annalista Salernitano (…), parlava ancora di Teodora, questa volta vedova di Pandolfo:

Di Meo, vol. VII, p. 384

Come possiamo leggere nell’immagine tratta dal Di Meo (…), l’episodio citato da Ebner (…), ne parla anche Schipa (…), nell’opera ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, nella ristampa curata da Nicola Acocella (…), che, a p. 202, nella nota (33), cita la Bolla di Amato, vescovo di Pesto, che ivi pubblichiamo tratta da Alessandro Di Meo (…) che, in ‘Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli’, a p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”. Hirsch (…), sulla scorta di Schipa, scriveva in proposito: “Guaimario s’era volto ad estendere nelle altre parti della penisola le aderenze di sua famiglia e le radici di sua potenza, con parentadi ed alleanze. E con tal fine aveva data in consorte a suo fratello Pandolfo, Teodora, figlia di Gregorio, console e duca dei Romani; e stretta lega con Bonifazio, Marchese di Toscana, che, ecc…(33).”. Il Di Meo (…), nel 1802, citando la Bolla del vescovo di Pesto (Paestum), parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”, che corrisponde all’anno 1054, cita la Bolla a cui si riferiva l’Ebner (…), quando scriveva: “Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.”. Ebner (…), parlava della Bolla di Alfano, vescovo di Capaccio, riferendosi alle precedenti donazioni fatte da Ruggero Borsa e Guglielmo, precedenti a quella del 1131, di re Ruggero II, mentre il Di Meo (…), riporta e cita la ‘Bolla di Amato’, Vescovo di Pesto e, scriveva: “Nell’archivio della ‘Cava’ si ha una ‘Bolla di Amato’ Vescovo di Pesto (finora non conosciuto, e pure lo vedemmo fin dal 1047. e lo vedremo fino al 1058.) in cui dice, che ‘Teodorafiglia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III. già vestita Monaca in S. Maria, avea dalle fondamenta edificata la Chiesa, e il Monastero di S. Matteo (detto a due fiumi di ‘Casalicchio’) in ‘Subarce’ nè confini di Lucania (cioè Pesto) ed ora la consagra, e rende esente da ogni giurisdizione Vescovile, dando la facoltà all’Abbate, o Custode, che vi sarà posto, e suoi successori, di ordinarvi Preti, e Monaci, far processioni ecc…, e si prese cinque libre di argento. Fu presente Giovanni Giudice, e si firma il Clero: ‘Anno XII. Pr.D. n. Gisulfi gl. Pr. mense Februaio, VII. Indicti. Fu poi questo monastero dato ai Cavesi. Ecc..”. Rileggendo il Di Meo (…), e portandoci all’anno 1045, non abbiamo però trovato la notizia citata da Ebner, secondo cui: “…che lo stesso principe ricevesse poi (a. 1045), con onori più regali, S. Bartolomeo recatosi a Salerno, dietro preghiera dei conti d’Aquino, per invocare la liberazione del loro congiunto Atenolfo di Gaeta (87)”. Dunque, il Di Meo (…), ci parla della ‘Bolla di Amato, Vescovo di ‘Pesto’, in cui si cita “‘Teodora’ figlia del Gregorio Consolo, e Duca dè Romani, vedova di Pandolfo figlio del q. Principe ‘Guaimario III”. Ritornando al Fedele (…), che, parlando di Teodora, aveva citato il Di Meo (…), continuando il suo racconto scriveva che: “…era fatto ricordo di Teodora, il cui nome fu poi compreso negli alberi genealogici che furono disegnati della famiglia dei conti di Tuscolo (2). Ma tranne il nome di Teodora, nulla sappiamo di preciso intorno alle relazioni fra i principi longobardi di Salerno e la potente famiglia che per tanto tempo ebbe dominio nelle cose ecclesiastiche e temporali di Roma, né in quali circostanze quelle relazioni s’improntassero di così calda amicizia da tramutarsi in parentela. Pandolfo, quegli che sposò Teodora, era figlio del principe di Salerno Guaimario IV e fratello di Guaimario V (1 – Schipa).”.

Le donazioni dei principi longobardi,  confermate in seguito dai Duchi Normanni

Pietro Ebner (…), riguardo la notizia del privilegio di Guaimario V, concesso a S. Bartolomeo, aggiunge nel suo racconto che:Concessione confermata dal figlio di Roberto il Guiscardo, Ruggero Borsa, e dal figliuolo di re Guglielmo, come si apprende dal diploma greco (88) di re Ruggiero, datato poco dopo (arile 6639 = 1131) che dal vescovo di Capaccio Alfano “est unctus” duca di Puglia.e poi alla sua nota (88), scrive: “Codice Z d 12 di Grottaferrata, f. 88 sgg. A ff 56 e 58 elenco minuzioso di tutti i vasti possedimenti che l’abbazia aveva a Rofrano ai tempi del cardinale Bessarione.”. La studiosa Falcone (10), nel suo pregevole studio “Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476″, che si trova nel testo (vedi nota 11), parlando di un antico documento successivo al privilegio di re Ruggero II, successivo al ‘Crisobollo’, parlando delle precedenti donazioni dei signori Normanni e di Ruggero Borsa, che ereditò dal padre Roberto il Guiscardo parte del Principato Longobardo di Gisulfo II, la Falcone (10), scriveva: “Di Ruggero Borsa gli storici sottolineano da una parte le scarse capacità politiche e dall’altra l’indole rivolta alla religiosità ed alla protezione di monaci e monasteri che giustificherebbe l’importante donazione a favore del monastero di Grottaferrata. Tuttavia, essendo morto nel 1111, ci aspetteremmo di ritrovare i beni legati a Rofrano nel privilegio con il quale Pasquale II, nel 1116, conferma a Grottaferrata tutti i suoi possedimenti elencandoli singolarmente (199). Invece in questo documento è confermato il possesso di altre chiese site ‘in Calabria’ e mai più annoverate in documenti successivi (200). Per la nota (200), della Falcone (10), si veda nota (43). Nella sua nota (200), la Falcone, scrive:Si tratta dei monasteri di S. Adriano e S. Angelo con le loro dipendenze site nei territori di Bisignano e Rossano Calabro: S. Angelo in Collegiana, S. Maria, S. Zaccaria, S. Giovanni in ‘villa sancti Mauri’, S. Pietro presso la Rocca Nikefori (lettura tratta dalla copia integra inserita nel privilegio di Callisto III del 19 maggio 1455 in ASV, Reg. lat. 498, c. 195r), conservato negli Archivio Segreto Vaticano ed è stato pubblicato da Breccia (16) e dalla Caciorgna (…). Felice Fusco (…) a p. 158, nella sua nota (7) parlando del casale di Buonabitacolo postillava che: “Il casale di ‘Bonihabitaculum’ appartenne ai Sanseverino fin dalla nascita: nel 1333 Guglielmo Sanseverino (figlio di Tommaso e della seconda moglie Sveva d’Avezzano) permise a tre cittadini di ‘Casalnuovo’ (Casalbuono) di fondarlo ‘in territorio et pertinentiis Terrae Padulae’ (A. Sacco, La Certosa di Padula’, Roma, Unione Editrice, 1914-30, III, p. 49, poi ristampato a cura di V. e A. Bracco, Salerno, Boccia, 1982). Al contrario il ‘castrum Ruferani’ non appartenne mai ai Sanseverino. Al cenobio italo-greco di “Santa Maria di Grottaferrata” sorto intorno al X-XI secolo i re Normanni concessero il castello di Rofrano, il casale di ‘Casella’ (Caselle in Pittari) e undici ‘grance’ sparse nel Cilento meridionale  nel Vallo. Il potere temporale della potente badia si protrasse fino a quasi tutto il XV secolo, quando Rofrano con Alfano e ‘Sansa’ passò (1490) ai Carafa, conti di Policastro (cfr. P. Ebner, Chiesa Baroni etc., cit., II, p. 432; F. Fusco, Quando la storia etc.,  cit., p. 203 sg.).”

Una fonte: il codice greco di Salvatore Oreste, patriarca gerosolimitano parla di Lagonegro: codice Vat. gr. 2072 (Basil. 111) ‘Codex Monasterii Carbonensis’ conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana

Filippo Bulgarella (…) nel suo saggio ‘Aspetti della cultura greca nell’Italia meridionale’ parlando di San Saba (…) da Collesano, o Saba il giovane, in proposito scriveva che la maggior parte delle notizie sulla sua vita pervengono dal testo scritto da Oreste, patriarca Gerosolimitano. Chi era questo Oreste ?. Il Bulgarella (…), a p. 33, in proposito scriveva che: “Soltanto i Santi Saba il Giovane, Macario e Cristoforo, originari di Collesano, ebbero invece un agiografo estraneo agli ambienti greci della Sicilia e dell’Italia meridionale, giacchè le loro Vite furono scritte sul finire del secolo X dal palestinese Oreste, patriarca di Gerusalemme, il quale forse aveva avuto modo di conoscere i suoi personaggi – o almeno il loro corifeo, San Saba – in qualche località della Calabria o delle altre regioni meridionali se non nella stessa Roma (35).”. Il Bulgarella a p. 33 nella sua nota (35) postillava di Oreste e scriveva che: “(35) E’ probabile che Oreste abbia soggiornato in Calabria e vi abbia conosciuto i suoi personaggi (G. Da Cosa Louillet, ‘Sains de Sicile…’, cit., pp. 132 s.).”. Sempre il Bulgarella scrive pure nella sua nota (35) a p. 34, che: “(35)….Oreste era cognato del califfo fatimida, ebbe incarichi diplomatici, morì a Costantinopoli e in Occidente fu considerato martire forse perchè confuso col suo predecessore Giovanni o con suo fratello Arsenio, patriarca d’Alessandria d’Egitto. Non è da escludere che Oreste abbia potuto incontrare, o seguire, Saba, in altri luoghi frequentati dall’asceta…..Su Oreste, o Geremia: “Acta Sanctorum”, Mai, tomo III, Parisiis et Romae 1866, p. XLIII ecc..”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 35, parlando di Andrè Guillou (…) nella sua nota (101) postillava che: “(101) Sulla scorta di Orestes, De historia et laudibus SS. Sabae et Macarii, Roma, 1983, c. 7, p. 14 – ove si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania – ecc..”. Dunque, il Bulgarella (…), nella sua nota (101) a p. 35, op. cit., cita l’antico testo di Oreste che fu pubblicato da Cozza – Luzi Giuseppe (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il Bios di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. La fama del monaco come fondatore di monasteri è testimoniata inoltre da un suo ritratto nella chiesa di S. Maria della Sperlonga a Sicignano degli Alburni, in provincia di Salerno (Falla Castelfranchi, 2002, p. 152).

Cozza-Luzi

Il Bulgarella scrive che nel testo di Cozza-Luzi (…), nel cap. VII a p. 14 si localizza il Merkurion tra Calabria e Lucania”. Carlo Pesce (…), nel suo, ‘Storia della Città di Lagonegro’, pubblicato nel 1913, a pp. 88-89, parlando di Lagonegro e di S. Macario, in proposito scriveva che: In un opuscolo contenente ‘Cenni biografici di S. Macario Abate, tradotti da un codice della Biblioteca Vaticana’, ho desunto che quel Santo, figlio di S. Cristoforo e fratello di S. Saba, ecc…(1)…..Se queste notizie, desunte da un Codice della Biblioteca Vaticana, sono esatte – nè a me è stato possibile meglio accertarle ecc…”. Sebbene il Pesce (…) a p. 89, nella sua nota (1) postillasse che: “(1) Pier Francesco Ciccone da Teora, ‘Cenni biografici del protettore di Oliveto Citra S. Macario Abate, Roma,”, si riferiva al codice Vaticano Greco 2072, pubblicato dal Cozza-Luzi (…) che nel loro ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, pubblicavano il testo di Salvatore Oreste (…), “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario”, dei primi del ‘500. Le principali fonti sulla vita del santo sono due testi agiografici, il Βίος καὶ πολιτεία τοῦ ὁσίου πατρὸς ὑμῶν Σάβα τοῦ Νέου (su Saba stesso) e il Βίος καὶ πολιτεία τον ὁσίων πατέρων ὑμῶν Χριστοφόρου καὶ Μακαρίου (su Cristoforo e Macario). Essi furono composti poco prima del Mille da Oreste, patriarca di Gerusalemme (morto nel 1005), che aveva conosciuto il monaco personalmente durante un suo viaggio in Italia meridionale, come rivelato dalla Vita di Saba. Il ‘Bios’ di Saba è tramandato in due manoscritti, il Vat. gr. 826, della fine del X secolo, e il Vat. gr. 2072, del XII secolo, entrambi della Biblioteca apostolica Vaticana. Quest’ultimo codice, utilizzato da Ioseph Cozza-Luzi per la sua edizione delle vite dei santi di Collesano, contiene anche i bioi di Cristoforo e Macario e una serie di inni liturgici sui tre, composti anch’essi da Oreste. Il volume proviene dal monastero di S. Elia di Carbone (in provincia di Potenza), fondato da Luca, discepolo dello stesso Saba. Infatti, il volume fu pubblicato anche da Paolo Emilio Santorio (…), nel 1601, nel suo Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii’, citato pure dall’Antonini (…) che a p. …., , parlando di S. Nilo, nella sua nota (1) postillava: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a p. 289, ci parla del “Codice Vaticano greco 2072 dei secoli XI-XII che contiene le rare Vite dei SS. Saba, Cristoforo e Macario” e, aggiunge che detto codice, provenga dalla libreria del Monastero del Carbone (47). Il Cappelli, nella sua nota (47), postillava che: “(47) G. Mercati, Per la storia dei manoscritti greci etc (Studi e Testi, 68), Città del Vaticano, MDCCCCXXXV, p. 208.”. Giovanni Mercati (…), nel suo ‘Per la storia dei manoscritti greci di Genova di varie Badie basiliane d’Italia e di Patmo’, a p. 208, ci parla del Codice Vaticano greco (Vat. gr.) 2072, e scriveva in proposito che: “Il Vat. gr. 2072 (Basil. 111), “Codex Monasterii Carbonensis”, (5), con le rarissime vite di S. Saba iuniore, dei Ss. Cristoforo e Macario, ecc.., (6), vi appare semplicemente al n° “57. Vita et fatti de Saba sacerdote padre nostro antiquo” (7). Ad ogni modo, una cosa non pare dubbia, ed è che tutti i mms. segnati da Marcello sono d’una medesima provenienza, e poichè uno di essi viene indubbiamente da Carbone, ecc…”. Il Codice greco citato da Cappelli (…), e da Giovanni Mercati, il codice Vaticano Greco 2072, è il codice pubblicato dal Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano‘, di cui parlerò. Riguardo il testo della ‘Historia et laudes’ la Flakenhausen, a p. 61, nella sua nota (4), postillava che: “Si tratta in ordine cronologico delle ‘Vitae’ di S. Luca di Demenna (Acta Sanctorum, Oct. III, pp. 337-341), SS. Saba, Cristoforo e Macario di Collesano (Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia autctore Oreste patriarca Hierosolymitano, ed. Cozza-Luzi, Romae, 1893;”. Il Cappelli (…), sulla scorta della ‘Vita dei due Santi’, riteneva che, il monastero di ‘San Pietro de Marcaneto’, fosse proprio il monastero denominato ‘dei Marcani’. Proprio su questo antichissimo codice greco, ha scritto pure Carlo Pesce (…), forse sulla scorta del manoscritto di Alessandro Falcone (…). Questo codice Vaticano Greco fu citato anche da Cassiodore (…), nel suo “Magni Aurelii Cassiodori Senatoris etc..”, opera omnia dove è scritto: “ ínquir Paulus fflmilius Santorius in historia Monasterii Carbonensis pag. x4 “. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’. Fonti e Bibl.: Vita S. Lucae Abbatis, in Acta Sanctorum, Oct. VI, Abbatia Tongerloensis 1794, coll. 337-341; Historia et laudes SS. Sabae et Macarii iuniorum e Sicilia auctore Oreste Patriarcha Hierosolymitano, a cura di I. Cozza-Luzi, Romae 1893. J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin, Paris 1904, pp. 262-268, 326-331, 378-380; G. Da Costa-Louillet, Saints de Sicile et d’Italie méridionale aux VIIIe. IXe et Xe siècles, in Byzantion, XXIX-XXX (1959-1960), pp. 130-142; V. von Falkenhausen, Untersuchungen uber die byzantinische Herrschaft in Suditalien von 9. bis ins 11. Jahrhundert, Weisbaden 1967, trad. it. Bari 1978, pp. 53, 188; S. Caruso, Sulla tradizione manoscritta della vita di S. Saba il giovane di Oreste di Gerusalemme, in Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, XXVIII (1974), pp. 103-107; G. Mongelli, Saba da Collesano, in Bibliotheca Sanctorum, XI, Roma 1990, p. 531 (da usare con cautela); S. Caruso, Sicilia e Calabria nell’agiografia storica italogreca, in Calabria Cristiana: società, religione e cultura nel territorio della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, I, a cura di S. Leanza, Soveria Mannelli 1999, pp. 563-604; L. Canetti, Giovanni XVI, antipapa, in Dizionario biografico degli Italiani, LV, Roma 2000, pp. 590-595; M. Falla Castelfranchi, I ritratti dei monaci italo-greci nella pittura bizantina dell’Italia meridionale, in Rivista di studi bizantini e neoellenici, 2002, vol. 39, pp. 145-155; E. Tounta, Saints, rulers and communities in Southern Italy: the Vitae of the italo-greek saints (Tenth to Eleventh centuries) and their audiences, in Journal of medieval history, XLII (2016), 4, pp. 429-455.”. Filippo Bulgarella (…), nel suo ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 40, nella sua nota (119) postilla di: “(119) P. Lamma, Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X, in ID, Oriente e Occidente, cit., pp. 332-4.”. Il Bulgarella (…) cita Paolo Lamma (…) ed il suo saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, che stà nel suo ‘Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà’, ed. Antenore, Padova, 1966, a pp. 332-334. Il Bulgarella, in un’altra nota riguardo l’opera di Lamma (…) si riferiva alla rivista “Oriente e Occidente” del 1968. Di Paolo Lamma (…) ho il testo  ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Paolo Lamma (…), infatti a p. 248 , in proposito scriveva che: “In un altro documento agiografico si parla di Ottone II. E’ la vita di s. Saba scritta da Oreste, divenuto poi patriarca di Gerusalemme (282). In questo testo non c’è l’eco dello spavento e della fuga come nella vita di Luca Armentò, ma si parla di ……”. Il Lamma (…), a p. 248, nella sua nota (282) postillava che: “(282) Per l’edizione si veda sopra a n. 212.”. Dunque nella nota sopra il n. 212 si postilla che: “per la fame e le fughe si veda, ‘Historiae et Laudes SS. Sabae et Macarii, op. cit., ed. Cozza-Luzzi, Roma, 1893, III, 13, ecc.., oltre a numerosi passi del ‘bios’ di s. Nilo. In generale, sull’agiografia italo-greca si veda M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale, Roma, Roma, 1947.”.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

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(2) Ebner Pietro, Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496-497 e s., mentre riguardo la notizia citata da Falcone (…), che l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Riguardo l’episodio di S. Bartolomeo che si reca a Salerno da Guaimario V., si veda Ebner P., Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, p. 32

(3) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69 (Archivio Storico Attanasio).

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(4) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in Follieri E., ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

(5) Codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII). Il codice Crypt. Z.d. XII, è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. E’ la studiosa Enrica Follieri (…), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa di questo antico codice. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…): “Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…). Il testo del crisobollo fu pubblicato per la prima volta nella monografia che un benemerito erudito locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, dedicò alla storia di Rofrano (5). Il canonico Ronsini (5), utilizzò, come egli stesso dichiara (…), una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula. L’opuscolo del Ronsini, uscito nel 1873 a Salerno, ebbe limitata diffusione: lo conobbe e lo utilizzò il P. Antonio Rocchi nel 1893 (11), ma lo ignorarono sia Erich Caspar (…) sia Ferdinand Chalandon (…). Il documento fu riscoperto da Paul Fridolin Kehr (…),  fu ripubblicato, sulla base del codice Criptense, da Fedor Schneider nel 1914 (15). Esso è registrato nell’appendice al Caspar redatto da Paolo Collura (16), ed è stato uilizzato sia da Horst Enzensberger nel suo lavoro sulla cancelleria e i documenti normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia (17) sia da Carlrichard Bruhl, nella sua monografia sui documenti del Re Ruggero II (18). Recentemente lo ha ripubblicato, nelle sue preziose opere sulla storia economica ed ecclesiastica del Cilento, Pietro Ebner (3).”. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1” (Figg. 23), che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (11), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che: “Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (11), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” . Scrive la studiosa Giovanna Falcone il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (dei privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Il Codice Cryptense del Cardinale Bessarione è un codice bombicino (in seta) e manoscritto in cui si trova il cosiddetto “Regestum Bessarionis”. Una specie di Platea o inventario fatto redigere dal Cardinale Bessarione, commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), in cui venivano inventariati i beni usurpati all’Abbazia: “Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (2).. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523.”. Il testo di questo codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, fu redatto dal Perotti, di cui recentemente abbiamo ottenuto, su nostra richiesta la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini di Figg. 2-3-4, ecc..

Rocchi A., vita di S. Nilo

(6) Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio). Rocchi, scriveva: “Tre versioni latine sono fin qui conosciute della vita di S. Nilo: la prima fatta dal Metius ep. Thermul. di cui si serve il Baronio negli Annali, laddove parla del santo; l’altra del card. Sirleto, edita dal Marthène (Veter. scriptorum, etc. Tom. VI, Paris, 1729) la terza del Caryophilus archiep. Iconien. da luì stesso pubblicata col testo greco in colonna (Romae, 1624). In italiano la volse o piuttosto la rimpastò Niccolò Barducci (Roma, 1628). Ma una vera traduzione ne fece il eh. Can. G. Minasi (Napoli, 1892) che si compiacque donarne un esemplare anche a noi. La corredò di un prospetto storico sul secolo ecc..”.

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(7) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(8) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria. In onore di Arnold Esch‘ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A.; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228, oppure Nuova Serie, vol. XLV, 1991, Luglio-Dicembre (Archivio Storico Attanasio).

(9) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

(10) Falcone Giovanna, Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, stà in Aromando G. e Falcone G. (…), Inventari a cura di, ‘Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica’, da p. 147 e s. (Archivio Attanasio)

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(11) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, ‘Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica’, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004, mensile di cultura, edito dal Centro Culturale Studi Storici, Eboli, 1996-2008, anno I-XIII, nn. 1-145.

(12) Minisci Teodoro, Ieromonaco, Santa Maria di Grottaferrata. La Chiesa e il monasero, Badia Greca di Grottaferrata, 1955 (Archivio Storico Attanasio).

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(13) Giovanelli Germano (Ieromano), Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferrata’, Grottaferrata, vol. III (1949), pp. 67-75, che si trova anche nella ristampa del Ronsini (5), op. cit. ed. Forni, p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Vita di S. Nilo, e pure: Grottaferrata, stà in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955); si veda pure dello stesso autore: Giovanelli G. – Altimari S., San Bartolomeo abbate di Grottaferrata, trad. dal greco, Grottaferrata, 1942, pp. 28-32; Padre Germano Giovanelli G., Vita di S. Bartolomeo juniore, IV egumeno e cofondatore di Grottaferrata, ed. Badia Greca di Grottaferrata, Scuola Tip. Italo-Orientale ‘S. Nilo’, Grottaferrata, 1962, no. 25 (Archivio Storico Attanasio), pp. 55 e 75.

(14) Bianca Concetta, L’Abbazia di Grottaferrata e il cardinale Bessarione, stà in Bollettino della Baia di Grottaferata, n.s. 41 (1987), pp. 135-152 (Archivio Storico Attanasio).

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(15) Barra G., Rofrano, Terra della civiltà Greco-Bizantina, ed. Il Saggio, Eboli, 2017 (Archivio Storico Attanasio).

(16) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, 1947.

(17) Barone N., La badia di Grottaferrata sotto la protezione dei re angioini di Napoli, in ‘Archivio della Società Romana di Storia Patria, XXVII (1905), pp. 217-222.

(18) Pagliara N., ‘Grottaferrata e Giuliano della Rovere’, stà in ‘Quaderni dell’Istituto di Storia dell’Architettura’, 13 (1989), pp. 19-42.

(19) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, ed. Laveglia, Salerno, 2004 (Archivio Storico Attanasio).

(20) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

(21) Schipa M., Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887, il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(22) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(23) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VII, p. 359, riguardo la ‘Bolla di Amato’, la cita parlando dell‘”anno di Cristo 1054, IND. VII. B.”.

 Bertaux

(24) Bertaux, L’art dans l’Italie meridionale – De la fin de l’Impire Romain a la conquete de Charles d’Anjou, Ecole de Francaise de Rome, Paris, ed. Fontemoing, 1904.

(25) Cappelli, B., “Attraverso sottoscrizioni e note di alcuni manoscritti italo-greci”, ‘Bollettino Badia di Grottaferrata’, n. 8, vol. XI, 1957, p…. e,  stà in Cappelli Biagio, Il monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani, con introduzione di E. Pontieri, Deputazione di storia patria per la Calabria, ed. Fiorentino, Napoli, 1963, Cap. IX, pp. 295 e s.; il Cappelli, parla del Codice greco Laurenziano XI, 9, a p. 298 e p. 306 e, nelle sue note a p. 310 e 312, nota (43); sul Monastero di Centola si veda p. 398.  Il Tancredi, cita poi l’Ughelli (…) e poi nella sua nota (8), parlando dell’etimo di “A Pyro”, cita di nuovo il  Cappelli che per parlare dell’etimo, trae la notizia dal Codice greco Latino del 1482, Liber taxarum Sanctae Romanae Eclesiae, Cod. Vaticano Latino 9239. Si tratta del codice manoscritto latino, di cui ha parlato Salvatore Gemelli, op. cit. (33).

(26) Rocco A., La vita di S. Nilo Abate, fondatore della Badia di Grottaferrata, scritta da S. Bartolomeo suo discepolo, ed. Desclee Lefebre, Roma, 1904, p….

(27) Mai Angelo, Bartolomei Iunioris Cryptoferratensis, stà in ‘Nova Patrum bibliotheca’, VI, 2, Roma, 1853, pp. 514-530; che secondo la Treccani, non si tratta di S. Bartolomeo di Grottaferrata, ma di un S. Bartolomeo, fondatore del monastero del Patire di Rossano e del monastero di S. Salvatore di Messina (morto il 19 agosto 1030), l’encomio pubblicato alla fine di detta vita dal Mai, op. cit., pp. 530-533.

(28) Fedele P., Di alcune relazioni fra i conti del Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXVII, 1905, pp. 5-21 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda pure: Fedele P., Ancora delle relazioni fra i conti di Tuscolo ed i Principi di Salerno, stà in ‘Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria’, XXIX, 1906, pp. 240-246.

(29) Batiffol P., L’Abbaye de Rossano. Contribution a l’histoire de la Vaticane, “L’Abbazia di Rossano, contributo alla storia della Vaticana, Paris, 1891; la notizia sul codice ‘Laurenziano XI, 9’, stà in “Inventario dei manoscritti dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata”, p. 143 e s., riporta l’inventario o Platea dei beni per il Cardinale Bessarione, estratto dal codice ‘Cryptensis Z, D, XII’ (…), pubblicato dal padre Antonio Rocchi (…).

Santoro P.E.,

(30) Santorio P.E., Historia Carbone Monasterii ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601,  foll. 29-30. L’Antonini dice nelle sua nota (1) che dal Santorio: “Ad Sancti Mercurii Caenobium consugit (S. Nilus) e ibi cellulam in rupe praecelsa delegit”. Pare che il testo del 1601, del Santorio, sia tratto dal manoscritto anonimo che l’Antonini chiama: ‘Anonimo Greco della vita di S. Nilo’.

(31) Il Trinchera (…), citava una causa intentata dallo Studio Legale dei Vargas-Macciuccea. (42) Il Trinchera (…), scriveva che l’antico privilegio del 1097, provenisse dall’Esame delle carte e diplomi di S. Stefano al Bosco”, scriveva: “…atque in Rogerii diplomate anni 1098 a Vargas-Macciucea edito (3) inter testes ipse Odo se subscrit, ideo nos hanc membranarum anno 1097, in cuius mense septembri indictio VI decurrebant, et Odonem in vivis egisse ex memorata subs-criptiones regii diplomatis constant, signandam coniecimus.”. Di ‘Vargas-Macciuccea’, ne parla il testo ‘Biografia universale antica e moderna’, Venezia, 1827, vol. XXXIV, che a p. 219, scrive: “L’avvocato Duca de Vargas Machuca, Marchese … X. 1708, Avvocato fiscale dell’Udienza della Calabria Ultra con Privilegio dato a…che, nel 1749, passò alla carica di Presidente della Regia Camera della Sommaria e, che nel Luglio del 1752, fu promosso a quello dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, dove in una causa, fu costretto a confutare alcune carte, che i Certosini di S. Stefano del Bosco in loro favore vantavano.” che, pubblicò “Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco”, Napoli, stamperia Simoniana, 1765. Infatti, nella Causa fiscale in questione, il ‘Vargas-Macciuccea’, esaminò e relazionò sul grande patrimonio di alcuni Monasteri poi in seguito soppressi (vedi nota sui Vargas-Macciuccea). Tra questi antichissimi privilegi, vi era anche l’antica pergamena (85), pubblicata dal Trinchera (84). L’antica pergamena del 1079, si trovava in una Certosa in Calabria, la Certosa di S. Stefano del Bosco in Calabria. La certosa di Serra San Bruno (anche Certosa dei Santi Stefano e Bruno) è un monastero certosino situato vicino all’omonima cittadina inprovincia di Vibo Valenzia. Nel 2003, Francesco Volpe, nel pubblicare un manoscritto inedito di Francesco Antonio Ventimiglia, un antico manoscritto apocrifo dell’erudito di Vatolla. Il manoscritto, “Cilento illustrato”, è uno dei documenti posseduti dallo stesso Volpe, in quanto lui stesso scrive, consegnato alla sua moglie dai due eredi dei Ventimiglia di Vatolla, e che per questo si salvò dalla scomparsa prima della morte dei due eredi di famiglia Ventimiglia. Il Volpe (…), scrive che a Vatolla, la famiglia Ventimiglia, aveva allestito una ricca ed opulenta biblioteca ed in particolare un copioso archivio di antichissime pergamene e privilegi. La ricca biblioteca privata dei Ventimiglia di Vatolla, fu studiata ed esaminata anche Matteo Mazziotti e  da Pietro Ebner che spesso la frequentava. Il Volpe, a proposito dei Vargas-Macciuccea, scriveva in proposito: “La biblioteca di famiglia, che si era già costituita con un primo nucleo proveniente dal vicino convento francescano e che poi, proprio con Francesco Antonio, acquisì il vastissimo fondo dei Vargas Macciucca, che allora tenevano il feudo di Vatolla col munifico marchese Francesco. Questi testi figurano oggi nella biblioteca Ventimiglia della nostra Università e su taluni si può ancora rilevare qualche chiosa annotata da Francesco Antonio.”. Dunque, sui Vargas-Macciucca, il Volpe, dice che i Ventimiglia di Vatolla nel 1700, acquisirono il vasto fondo di carte e che oggi questo fondo di carte, si trova all’Università di Salerno. Infatti, il Volpe, scrive che: “Dopo la morte di Francesco Antonio, i suoi discendenti conservarono in ogni generazione la sua passione bibliofila, continuando ad ampliare la raccolta con testi pregiati, fino a portarla a consistenza dei settemila volumi donati all’Università di Salerno nel 1973.”Il duca Tommaso Vargas Macciucca, marchese di Vatolla, Cavaliere Gerosolimitano, Grande di Spagna, Regio Consigliere, Giudice della Gran Corte della Vicaria, nel 1777 divenne confratello dell’ Augustissima Compagnia della Disciplina della Santa Croce, prima arciconfraternita laicale sorta a Napoli nel 1290 con il silenzioso auspicio del Pontefice Nicolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini (1216 † 1280), ricordato anche da Dante (Inferno, XIX, 70-72).

(32) Vargas-Macciucca, Esame delle vantate carte, e diplomi de’ rr.pp. della certosa di S. Stefano del Bosco, Napoli, stamperia Simoniana, 1765.

(33) Romualdi Salernitani o Romualdo Guarna, Arcivescovo di Salerno, scrisse la chronaca ‘Liber De Regni Siciliae’. È ricordato come storico per il suo ‘Chronicon sive Annales’, una storia universale che va dalla creazione del mondo fino al 1178. L’opera si può dividere in due parti: prima e dopo l’839. Gli avvenimenti fino all’839 sono trattati in termini generali e non sono rilevanti da un punto di vista storico. La trattazione degli avvenimenti successivi all’839, invece, assume la forma di una cronistoria ampiamente dettagliata molto simile allo stile degli annali. Questa parte è estremamente interessante dal punto di vista storico, anche se spesso Romualdo assume toni autocelebrativi quando tratta le vicende che lo vedono protagonista. Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli ‘Annales Beneventani’ (nella loro seconda o terza edizione), del ‘Chronicon Cavensis’ e del ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Dei Normanni del Principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte Sant’Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. L’opera di Romualdo Guarna Salernitano è stata pubblicata da Giuseppe Del Re (…), ‘Romualdi II Archiepiscopi Salernitani’, in , Cronisti e scrittori sincroni napoletani, vol. I, Napoli 1845, pp. 3–80. L’opera di Romualdo Guarna è stata pubblicata anche dal Muratori in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, tomus XIX, Romoaldi Annales, anni 1143 – 1148, Pag 845. Romualdo Guarna (Salerno, fra il 1110 e il 1120 – 1° aprile 1181 o 1182) è stato un arcivescovo cattolico, storico, politico e medico longobardo, una delle figure più importanti del Regno di Sicilia nella sua epoca. È stato arcivescovo di Salerno dal 1153 alla morte, avvenuta nel 1181. Nacque a Salerno dalla famiglia Guarna. Da giovane frequentò la prestigiosa Scuola medica Salernitana, dove studiò non solo medicina ma anche storia, giurisprudenza e teologia. Fu molto critico del comportamento di Maione di Bari nel non appoggiare l’ultimo caposaldo cristiano normanno in Tunisia nel 1160: praticamente lo accusò di avere condannato allo sterminio la residua comunità cattolica di Mahdia. Non è chiaro se prese parte alla cospirazione dei Baroni contro Maione di Bari, ma di certo rimase sempre nelle grazie di re Guglielmo I d’Altavilla. Nel 1160-1161 difese Salerno dalla furia di Guglielmo I, che intendeva distruggerla dopo la rivolta dei Baroni. Con l’aiuto di altri salernitani a corte (tra cui Matteo d’Ajello) riuscì a intercedere per far risparmiare la città. Alcune fonti tuttavia narrano che la flotta inviata dal re per punire la città fu respinta da una violenta tempesta. Ebbe incarichi diplomatici da parte dei re normanni Guglielmo I e Guglielmo II: negoziò il Trattato di Benevento del 1156; partecipò alla Pace di Venezia nel 1177. Alla morte di Guglielmo I, fece parte dei familiares regis ovvero del consiglio che doveva coadiuvare la regina Margherita nel governo del regno, fino alla maturità dell’erede al trono Guglielmo II di Sicilia detto il Buono. Nel 1167 fu lui, come più alto prelato del regno, a incoronare re Guglielmo II, nella Cattedrale di Palermo. Nel 1179 partecipò attivamente al terzo Concilio Lateranense. Ebner (…), alla sua nota (28), postillava su Simone conte di Policastro al tempo di re Guglielmo I (detto il Malo): “Ebbe due figli, Manfredi e Ruggiero e una figlia”. Alla sua nota (29), scrive che: “29- Romualdo Guarna, ad. a. 1156.”. Guarna Romualdo, Romualdi Salernitani Chronicon : A.m. 130- A.C. 1178 / a cura di C. A. Garufi, Città di Castello : S. Lapi, 1914, 1935, XLII, 441 p., [4] c. di tav. : facsimili ; 32 cm. – Vol. composto dai fasc. 127, 166, 221, 283/284 -Il fasc. 166 è una ristampa anast. eseguita da: Torino : Bottega d’Erasmo, 1973. Di Romualdo Guarna o Warna e del suo “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, si veda il Del Re, Cronica di Romualdo Guarna, Arcivescovo Salernitano (Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani), Napoli. Scrive il Del Re nel suo ‘Proemio’ al “Chronicon Romualdi II Archiepiscopi Salernitani”, di Romualdo Guarna: “Scrisse adunque il nostro Arcivescovo, oltre ad alcune opere ecclesiastiche, la storia delle nostre regioni, e prese origine dalla creazione del mondo. Il primo a dare in luce alcuni brani di questa Chronica fu il Baronio, il quale fu imitato da Felice Contilori, che ne pubblicò un altro piccolo brano: dal 1173 al 1178. Venne terzo il Caruso, e quella parte ne tolse che più aveva relazione con la Sicilia: dal 1159 al 1178. Ultimo fu il Muratori, il quale avrebbe pubblicato tutto quel tratto che discorre dal 926 al 1178, se il dotto uomo Giuseppe Antonio Sassi, bibliotecario dell’Ambrosiana ecc…”.

(34) Annalista Salernitani. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri[1]), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia Minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il principe di Capua e di Benevento con Pandolfo ‘Testa di ferro’ si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il principe di Salerno Gisulfo. Il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. La narrazione della congiura contro Gisulfo è particolarmente viva e dettagliata e fa ritenere che il cronista fosse contemporaneo a questo episodio. In generale, l’autore appare ben informato sugli avvenimenti della sua epoca e su quelli che riguardano in particolare la città con i suoi personaggi. Si ritiene pertanto che debba essersi trattato di un cittadino salernitano, nato all’incirca nel secondo quarto del X secolo. Il cronista mostra inoltre una serie di conoscenze che fanno pensare a lui come alla figura di un religioso. Non ci sono neppure dediche, ma solo un cenno a un antenato dell’autore, un certo Radoaldo, che fu tra coloro che lasciarono il principato di Benevento per dissapori con il principe Sicardo (832-839).
Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del monastero benedettino di Salerno. Il Chronicon Salernitanum, a differenza delle altre cronache dell’epoca, è caratterizzato da un certo gusto per la narrazione e da una ricchezza di dettagli e notizie, quasi sempre controllate, da cui è stato possibile trarre molte preziose informazioni sulla vita quotidiana e la mentalità del suo tempo. Queste caratteristiche hanno conferito all’opera una lunga fortuna, nonostante una certa indulgenza del suo estensore che lo porta a indugiare su tratti prodigiosi e novellistici, e nonostante il perseguimento, a volte dichiarato, di fini edificatori. L’opera ha potuto beneficiare, così, della tradizione amanuense: una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. In tempi recenti da essa hanno largamente attinto storici della Longobardia meridionale come Wilhelm von Giesebrecht, Ferdinand Hirsch, Michelangelo Schipa.

(34) Bulgarella Filippo, ‘Tardo antico e alto medioevo bizantino e longobardo’, a p. 151, nella sua nota (197), a proposito del privilegio di Guaimario V alla chiesa di Rofrano, stà in ‘Storia del Vallo di Diano’, vol. II, a cura di Nicola Cilento ed. Pietro Laveglia, Salerno, 1982, da p. 13 e s. (Archivio Attanasio); dello stesso autore si veda pure (la Falcone (…), a p. 151 nella sua nota (197) postillava che:  “Sulla storia bizantina dell’Italia meridionale e della Calabria in particolare si veda F. Bulgarella, La Calabria bizantina (VI-XI secolo), in ‘San Nilo di Rossano e l’Abbazia greca di Grottaferrata. Storia e immagini, a cura di F. Bulgarella, 2009, pp. 19-38, e la sua vasta bibliografia.”.

(…) Lamma Paolo, Oriente e Occidente nell’Alto Medioevo, Studi storici sulle due civiltà, ed. Antenore, Padova, 1966, si veda il saggio ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secolii IX e X’, pp. 332-4 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Lamma Paolo ‘Il problema dei due Imperi e dell’Italia meridionale nel giudizio delle fonti letterarie dei secoli IX e X’, estratto da: ‘Atti del 3° Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo – Benevento – Montevergine – Salerno- Amalfi, 14-18 ottobre 1956, pubblicato in Spoleto presso la sede del ‘Centro Studi’, 1959. Filippo Bulgarella scriveva che questo testo è in “Oriente e occidente”, del 1968.

Fugenti (Laurito) e Nechinarani (Morigerati)

Gli studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini e la storia di Sapri e le nostre terre. Lo studio iniziato a Salerno e poi proseguito a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archi-vistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma, la ricerca di nuove fonti meritava ulteriori approfondimenti ed indagini. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio fa luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Nello studio redatto per il Comune di Sapri, per la redazione del nuovo P.R.G. di Sapri – oggi conservato negli Archivi del Comune – scrivevo e riportavo alcune notizie e documenti che dal punto di vista strettamente bibliografico e storiografico, restano di estremo interesse.

Carta del Cilento

(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Storico Attanasio).

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(Fig. 1) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…). In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio Attanasio)

ENOTRI

Carlo Battisti (…) diceva, tra l’altro: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi.”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: “Ed è significati appunto che quello era il paese del vino o delle viti. Ed è verisimile che quando i coloni greci vennero nella nostra penisola, vi abbiano trovato il popolo degli Enotri e che quindi siano riusciti ad assoggettarlo nelle regioni costiere ove sorse la Magna Grecia. Erano gli Enotri, non v’è dubbio della stirpe che noi chiamiamo italica, e quindi parenti degli Ausoni e degli Opici (1); e non sappiamo se la tradizione latina che li metteva in relazione con i Sabini, i quali nel loro nume progenitore Sabus vedevano il coltivatore di viti o il vendemmiatore, non riflettesse una originaria affinità con quella gente da cui, come si è visto, si facevano derivare i Sanniti. Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Cfr. Ed. Meyer ‘Gsch. d. Alt. II p. 494”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Mario Napoli (…), Archeologo e Soprintendente alle Antichità della Campania. Si tratta del testo di Mario Napoli (…) ‘Civiltà della Magna Grecia’, ed. Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1969 e poi ristampato nel 1978. Mario Napoli che aveva rinfocolato alcune scoperte di Amedeo Maiuri a Velia, a p. 89, nel suo capitolo dedicato a “Popolazioni italiche all’arrivo dei Greci”, in proposito scriveva che: “E’ proprio degli Enotri che si può, forse, cominciare a tracciare un tentativo di ricostruzione storica, con l’ausilio delle recenti indagini archeologiche. Un’ampia regione, che ha come confini orientali il Bradano e settentrionali l’Ofanto, e che si estende sino al mare Jonio e al Tirreno, all’incirca coincidente con i confini normalmente assegnati all’Enotria, presenta, a partire dalla fine del nono o i principi dell’ottevo secolo avanti Cristo, un aspetto culturale molto omogeneo, caratterizzato da una ceramica geometrica tutta particolare, aspetto culturale che, da un particolare motivo decorativo della ceramica, chiamiamo ‘decorazione a tenda’. Vedremo meglio quest’area quando discorreremo delle regioni interne della Magna Grecia; segnaliamo per ora che i rinvenimenti di Cancellara, Melfi, Pietragalla, Serra di Vaglio, nel potentino, di Sala Consilina, nel Vallo di Diano, di Palinuro, sul Tirreno, documentano l’unità e l’estensione del territorio enotrio.”Angelo Gentile (…), nel suo “Morigerati”, ed. Palladio, a p. 22, in proposito così si esprimeva: “Alcuni storici (14) asseriscono che col termine “lucani s’intendevano più tribù di origine sannitica, inviati come coloni nell’Italia Meridionale per controllare questa regione e/o, anche, per contrapporsi, come poi fu, alla colonizzazione greca, atteso che sin dal II millennio a.C. c’erano frequentazioni micenee in questa zona per scambi commerciali”. Plinio (15) scrive che l’Italia meridionale era tenuta dai Pelasgi, dagli Enotri, dagli Itali, dai Morgeti, dai Siculi e in seguito dai Lucani nati dai Sanniti, comandati da Lucio da cui il nome. Già con questo autore latino i confini della Lucania sono più certi: dal Sele in giù con l’oppidum di Paestum, Velia, Buxentum (già Pyxous), Lao. Strabone asserisce lo stesso (16). Quest’ultimo si riferisce a Timeo, a Posidonio e ad Eratostene, il grande geografo-bibliotecario di Alessandria del secolo III a.C. Ecc…“. Il Gentile, in questo passaggio, parlando dei popoli pre-Italici o italioti, fa un richiamo ai Morgeti ed ai Siculi. Giacomo Racioppi, nel suo “Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata”, vol. I, a pp. 281 e ss., in proposito scriveva che: “Già gli Elleni avevano sparso di loro fattorie e colonie il lembo estremo d’Italia sulla spiaggia Jonia; e già gli Enotri, di loro più antichi, e forse a loro non ancora sottomessi se non in piccola parte, abitavano la regione, che è tra il golfo di Taranto e il golfo Posidoniate che ora è golfo di Salerno, quando comparvero per la regione stessa le tribù osco-sabelliche, che si dissero lucane. Il costoro avvento siamo stati di avviso avvenisse nel secolo VI a.C., per migrazioni men spontanee, che forzate, in seguito alla occupazione violenta che della loro patria, posta tra il basso Liri e il Volturno, fecero gli Etruschi. Plinio, in età ben lontana dai tempi delle origini, nomina undici popoli che componevano la nazione dei Lucani; e sono, per ordie alfabetico: “gli Atinati, i Bantini, gli Eburini, i Grumentini, i Potentini, i Sirini, i Sontini, i Tergiani, i Vulcentini, gli Ursentini e, a loro congiunti, i Numestrani”. Questi io considero come i popoli, ovvero i cantoni originarii e più antichi della gente; ed intorno ad essi si vennero poi agguppando, come contado o popoli minori, genti o nuove arrivate etc….Quel ramo della catena appenninica, che si snoda dal monte Sirino al monte Pollino, costituisce grande parte della Lucania. Dai fianchi del Sirino prende origini il corso del fiue Siri, oggi Sinni; e lungo il primo tronco montanino di esso si postarono i popoli ricordati da Plinio col nome di “Sirini”. Non è finora noto nè il nme, nè il posto della città, capo del contado che essi abitarono; nè se ne trova menzione anche in Plinio; vissero, probabilmente, sparsi per vichi o città di poca importanza, per questi luoghi che degradano dai giochi del Sirino che il fiume Siri (oggi Sinno) irriga e devasta. Coi popoli Sirini si completa la numerazione degli undici popoli o capi-stipiti ricordati da Plinio. Ed è segno di nota che di siffatti antichissimi e primitivi stanziamenti loro non se ne incontra  per la valle di quell’altroe notevole influente del Silaro che è il Calore. Anche qui si sparse, in seguito, la gente lucana; ma dei popoli di essa primitivi, se l’enumerazione di Plinio è completa, non è traccia. E può spiegarsi il fatto da ciò, che la regione intermedia tra il golfo di Posidoniate e la catena di quei gioghi onde scorrono le fiumane che formavano la valle del Calore o dell’Alento, è di breve intervallo; e già occupata o dominata da genti elleniche, queste non permisero vi allignassero stanziamenti di altre genti. I nuovi arrivati non trovarono terra vergine la regione che vennero occupando. Intopparono dapprima in genti di raza celto-iberica, che ci parvero di quelli che gli antichi dissero Siculi. Ma incontrarono soprattutto gli Enotri. Tutte le tradizioni, che ci pervennero dagli antichi scrittori, riferiscono costoro come gli abitatori della regione innanzi che vi arrivassero i Lucani. Si estendevano dalle spiagge del mare Jonio alle sponde tirrene del golfo Posidoniate; in questo golfo erano quegli isolotti da loro o per loro denominati Enotridi; e quando Velia fu fondata dal secolo VI, lì intorno era gente enotria (1). Sugli stanziamenti di costoro ebbero a metter piede i primi coloni ellenici sull’uno e sull’altro mare; sulle loro terre accamparsi e fondare ivi città allo sbocco de’ fiumi nel mare. La Sibari del secolo VIII e VII, poichè si estese potente e florida su quelli che dissero quattro popoli e venticinque città, non è dubbio che buona parte di codesto suo dominio fu tagliato su terra e popoli Enotri, al di qua e al di là del gruppo del pollino. Gli Elleni restarono sulle parti pianeggianti prossime al mare, più fertili della regione. Gli Enotri, indipendenti, su pei clivi e le alte valli dell’Appennino.”. Giulio Giannelli (….), nel suo “Culti e miti della Magna Grecia”, dove a p. 274 e ssg., nel cap. “I popoli che i greci trovarono nell’Italia meridioale”, in proposito scriveva che: “I. Nella religione e nella mitologia dei coloni greci non si riscontrano che tracce assai tenui della civiltà dei popoli che li precedettero nelle religioni costiere dell’Italia Meridionale; e di codeste vestigia ci siamo via via occupati di proposito nel corso del nostro lavoro. Qui possiamo che riassumere e coordinare il già detto. Il popolo Illirico che, col nome comprensivo di Iapigio, occupava, intorno al 700 a.C., tutta la regione ad oriente del Bradano ecc…3. Ma ecco che, a sud di Crotone le cose cambiano nuovamente aspetto e si ripete uno stato di fatto quasi identico a quello da noi osservato sulle coste apule e salentine. Dopo la fondazione di Crotone, sembra che i coloni greci non vogliano spingersi più a sud, nel Bruzio. Ecc…Chi era dunque codesti barbari, fieri avversari dei Greci, dai quali del resto profondamente differivano per costumi e per istituzioni ? Le poche fonti che ricordano gli abitanti di quell’estremo lembo della penisola, li chiamano Siculi (Thuc. VI, 2, 4; Polyb., XII 5, 10; Polyaen., XII 6) o Itali, ed ascrivono loro origine enotrica (Ant. apd. Dionys. Halic. I 12); e i moderni studiosi non credono si debba negare  del tutto fede a queste notizie, e ammettono in generale che la gente enotrica (di stirpe della Lucania e del Bruzio (Mayer, II 494; Pais, p. 34 sgg.; De Sanctis, I 98. 108) che, oltrepassato lo stretto di Messina, avevano dato anche alla Sicilia la sua popolazione italica (Pais, p. 49. 390; Busolt, I(2) 405; Orsi, Saggi Beloch (Roma 1910), p. 155 sgg.: alquanto diversamente Mayer, Apulien, p. 329 sgg.)(1). Noi per altro, studiando le vestigia che questa gente ha lasciato della sua civiltà fra i coloni greci venuti ad abitare nel Bruzio meridionale, vi abbiamo sorpreso elementi che contrastano notevolmente con quanto conosciamo della cultura degli ario-italici ecc…Di fronte a ciò, non resta che ammettere che le popolazioni enotriche, venute a stabilirsi nell’estremità sud-occidentale dell’Italia, abbiano ivi appreso a praticare istituzioni e costumanze proprie delle genti pre-arie che abitavano quella regione (2). Sulla stirpe di questo popolo pre-italico del Bruzio meridionale è inutile per noi indagare; giacchè la notizia di Filisto (apd. Dionys. Halic. I 22; cfr. Sil. Ital., XIV 37), secondo la quale i Siculi cacciati dall’Italia erano affini ai Liguri, non riceve dalle odierne ricerche altro appoggio all’infuori di quello, certamente non decisivo, di alcuni riscontri toponomastici (letteratura del Pais, p. 56, n. 4; cfr. p. 73. 492 sgg.; cfr. De Sanctis, I 61 sgg 66). E poichè la difficoltà dei Greci a stabilirsi e a mantenersi in questa regione, fa fede dell’indole bellicosa degli abitanti di essa, siamo tentati a domandarci se i primi Italici che l’abitarono, non sieno stati proprio quei fieri Bruzi che, parecchi secoli più tardi, sopraffatti e “italicizzati” dai lucani, a loro volta sommersero definitivamente col loro impeto le città greche a mezzogiorno del Silaro, non ancora cadute in mano di quelli (1).”. Il Giannelli, a p. 278, nella nota (1) postillava che: “(1) Debbo richiamarmi per una seconda volta (cfr. nota I alla pag. 133) all’epigrafe di Olimpia pubblicata dal Kunze nel VII  ‘Bricht ùber die Ausgrabungen in Olympia (pp. 207-210, tav. 86, 2). Come si è detto nel luogo citato, questa epigrafe conserva il testo di un trattato di amicizia stipulato verso il 540 a.C. dai Sibariti col popolo- a noi finora ignoto – dei ‘Serdaioi’. La identificazione di questo popolo presenta grandi difficoltà: ciò che spiega la molteplicità delle ipotesi avanzate dagli studiosi e riferite nel citato articolo di P. Zancani-Montuoro. Ammetto senz’altro che la soluzione dell’enigma proposta dalla Zancani Montuoro e confortata dagli argomenti addotti da G. Pugliese Carratelli (riferiti nell’articolo stesso) resta per ora la più convincente: i Serdei dell’epigrafe sarebbero da identificare coi Sardi. E’ il caso però di non trascurare ciò che questo nome ha suggerito al Kunze, il primo editore dell’epigrafe. Il Kunze ha creduto che nei Serdei si debba ravvisare (riferisco con le parole della Zancani- Montuoro) “un popolo barbarico dell’Italia meridionale, affatto sconosciuto, la cui sede sarebbe da ricercarsi nell’area compresa fra i territori di Sibari e di Posidonia”, cioè “una di quelle popolazioni del mezzogiorno, che formavano l’impero di Sibari, rimanendo a lei subordinate politicamente”. In tal caso, non potrebbero essere i Serdei una stirpe attardatasi nel settentrione, di quel popolo pre-italico del Bruzio, di cui si è parlato nel testo.”.

Giuseppe Gatta (….), figlio di Costantino, nel 17… pubblicò postuma l’opera del padre “Memorie topografiche-storiche di Lucania etc…”, che a p. 3 e ssg. nel cap. I: “Degli antichi Abitatori della Lucania etc…”, in proposito scriveva che: “Questa contrada d’Italia, che per avviso di Pomponio Mela (b), e di Strabone (c), estendevano il loro Imperio dal Promontorio di Minerva fino a Metaponto alle sponde del mar Ionio, fu felicemente negli antichi Secoli dagli Enotrj dominata, Popoli che traevano l’origine dall’Arcadia: Vennero costoro sotto la condotta di Enotro ultimo figlio di Licaone Re di quel Regno, il quale non per desio di gloria, ma per ambizione di signoria, su ben corredate navi qui si condusse, come per testimonio di Pausania (a), ed occupando alla prima questa Regione estese in appresso il suo dominio in molti luoghi d’Italia, che dall’Imperio di tal principe nominossi Enotria, discacciandone gli antichi abitatori detti Sicoli, ed Aborigeni, gente d’incognita origine, senza legge, ed all’intutto selvaggia, come avvisarono Alicarnasseo (b), Sallustio (c), e Cajo Sempronio (d). Ma la felicità degli Enotrj, che cinquecento-cinquanta anni prima delle Trojane sventure avean quivi per più Secoli tranquillamente regnato, venne disturbata da’ Sanniti, Gente feroce, e guerriera, che condotti sotto le bandiere di Lucio lor Capitano, …..che ora avanti Lucani chiameremo etc…”. Il Gatta, a p. 3, nella nota (a) postillava: “(a) Paus. “Natt minimus Aenotrus, pecunia, et viris a fratre Nyctimo acceptis in Italiam transmigravit, a quo fuit Terra de Regis nomine Aenotria vocitata, atque haec prima a Graecis Colonia deducta.”.”. Il Gatta, a p. 3, nella nota (b) postillava: “(b) Halicarnas. Primi omnium meoriae mandatum Barbari quidem fuerunt, Gens indigna, Siculi dicti, multa quoque Italiae loca obtinentes, quorum non pauca, nec obscura monumenta usque ad haec tempora permanserunt.”. Il Gatta, a p. 3, nella nota (c) postillava: “(c) Salust. in Catilin. Genus hominum agreste, fine legibus, fine imperio, liberum atque solotum.”. Il Gatta, a p. 3, nella nota (d) postillava: “(d) Cajo Sempronio nella descrizione d’Italia, parlando di questa Regione espresse: Primieramente la tennero gli Ausoni, indi gli Aborigeni Greci, dopo Enotro Arcade, da quali chiamavasi Magna Grecia, e ‘l medesimo; da Velia a Silare fiume abitavano i Lucani da Lucio de’ Sanniti Principe nominati.”. Il Gatta, a p. 4, nella nota (a) postillava: “(a) Strab. al lib. 6 facendo parola della giurisdizione degli Enotri esprime: Chones, et Aenotri loca ipsa colebant, cum autem res Sannitica eo magnitudinis venisset, ut et Chonos, et Aenotrios ejecissent, Lucanos eam in partem Samnites Colonos deduxerunt. Qual conquista è facile avvenisse prima della Olimpiade XLVIII. imperocchè presso Laerzio vi è memoria che insegnando Pitagora in Metaponto, i Lucani frequentavano la di lui scuola: Adibant illum disciplina, studiorumque caussa Lucani.”. Da Wikipedia leggiamo che l’Arcadia (in greco antico: Ἀρκαδία?, Arkadía) è una regione storica dell’antica Grecia, corrispondente al Peloponneso centrale e avente come capitale Tripoli. Prende il nome da Arcade, personaggio mitologico. Dunque, secondo il Gatta, gli Enotri, ed il re Enotrio proveniva dal Peloponneso. Il Gatta scriveva che gli Enotri furono conquistati dai Sanniti (che chiama anche Lucani). I Lucani sopraffassero le città magno-greche della costa Tirrenica e Ionica. Secondo il Gatta, gli Enotri provenienti dalla Grecia conquistarono le popolazioni dei Siculi. Essi vennero in Italia, ivi condotto da Enotro, ultimo figlio del re Licaone. Da Wikipedia leggiamo che Licaone (in greco antico: Λυκάων?, Lykáōn) è un personaggio della mitologia greca. Fu sovrano dell’Arcadia e fu ritenuto in quasi tutte le versioni del mito come un uomo empio. Licaone fu padre ditantissimi figli tra cui l’ultimo Enotro. Enotro (in greco antico: Οἴνωτρος?, Oínotros) è un personaggio della mitologia greca. Si trasferi nel sud dell’Italia e divenne eponimo dell’Enotria (1). Fu il più giovane dei figli di Licaone ed insoddisfatto a causa della divisione del Peloponneso tra i suoi cinquanta fratelli, chiese al fratello Nittimo uomini e denaro e si trasferì nel sud dell’Italia assieme al fratello Peucezio. Secondo le tradizioni greca e romana, questa fu la prima spedizione dalla Grecia per fondare una colonia ed avvenne molto prima della guerra di Troia ed il successivo viaggio di Enea. È considerato l’eponimo di Oenotria (in greco: Οἰνωτρία), dando il suo nome alle zone meridionali della penisola italiana ed agli Enotri. La nota (1) postilla di  (EN) Pausania il Periegeta, Periegesi della Grecia, VIII, 3.5. e, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 9.11 (LacusCurtius). Pietro Ebner (….), nel suo “Storia di un feudo del Mezzogiorno – etc..”, a p. 9, nella nota (2), in proposito scriveva che: “(2) Informa Dionisio (I, 12, I) che Enotro, occupate le coste occidentali d’Italia, avesse elevato centri piccoli e fortificati sempre tra i monti.”. Alfonso Mele (…), invece cita lo scrittore Antioco di Siracusa. Dionigi di Alicarnasso basandosi sullo scritto di Antioco. Figlio di Senofane, è stato il primo storico della Sicilia greca, e secondo diversi storici fu anche il primo storico dell’Occidente greco. Scrisse in dialetto ionico. Gli si attribuiscono le prime opere che raccontano le vicende fondative e leggendarie della Sicilia e dell’Italia, a noi note unicamente in quanto citate da autori posteriori. È opinione diffusa e accettata il considerare che lo storico ateniese Tucidide, nello scrivere le più antiche notizie relative alle fondazioni della Sicilia nella sua Guerra del Peloponneso, abbia attinto alle opere di Antioco. Alfonso Mele (….), nel suo “Le popolazioni dell’Arcaia Itaìa”, a p. 167, in proposito scriveva: “Archaia Italìa era stata secondo Antioco (1) e Strabone (2), l’Oinotrìa, a partire dal Sele e fino al Bradano: Enotri, dunque, gli abitanti. L’insieme di queste popolazioni è stato già da noi preso in considerazione nei due volumi Il mondo enotrio tra VI e V secolo a.C. (3) Tornare sul tema oggi obbliga a tener conto di quanto la ricerca archeologica è venuta ancora a precisare e del dibattito che ne è seguito sul valore da attribuire alle varie fonti e all’insieme  della documentazione oggi disponibile.”. Il Mele, a p. 167, nella nota (1) postillava: “Antioc., FGrHist 555, frr. 2, 6, 9”. Il Mele, a p. 169, in proposito scriveva: “Gli Enotri, nella documentazione che ne è rimasta, rappresentano quella parte del mondo italico connessa col racconto della nascita e della storia delle colonie elleniche della Magna Grecia, tramontata quest’ultima tra la fine del VI e la prima metà del V sec. a.C., con l’emergere delle popolazioni osche, Campani, Sanniti, Lucani, Brettii (11). Sul loro conto il conforto delle fonti archeologiche, epigrafiche e numismatiche, letterarie non manca del tutto e rende comunque conto della percezione di tali realtà che le varie città greche, a contatto con quei contesti, dovevano per forza possedere. L’Oinotrìa, secondo Antioco, comprendeva tutto un insieme di popolazioni, distribuite nello spazio che andava dal fiume Sele e da Poseidonia fino a Metaponto e al golfo di Taranto (12); esse erano, dunque, quelle incontrate, al momento del loro insediamento in Italia meridionale, dagli Achei così come dai Locresi e dai Calcidesi di Reggio. La loro presenza in quest’area è confermata nella Lucania, per Elea, nella Calabria tirrenica e nel Reggino, sulla costa ionica, per tutto lo spazio dalla Locride e dalla Crotoniatide fino alla Sibaritide, alla Siritide e al Metapontino. L’area è quella dell’antica Italìa, intesa come terra di Oinotroi e, quindi, corrispondente all’Oinotrìa (13). Al suo interno appaiono, nello stesso Antioco, articolazioni, come Ausoni, Siculi, Morgeti e Choni: è chiaro, dunque, che Oinotrìa è una definizione comprensiva di diverse realtà locali, le quali tutte confluivano nell’unica definizione di Enotri (14). Su questa stessa linea si muove anche Aristotele che nello spazio dell’Oinotrìa-Italìa colloca, da un lato, Ausoni/Opici, dall’altro, Choni (15). Indizio primo di questa articolazione è l’archeologia dell’Italia così come queste stesse fonti, Antioco e Aristotele, la ricostruiscono. L’Oinotrìa resa Italìa da Italo, si limitò dapprima alla Brettia meridionale, la punta dello stivale, fino all’altezza dell’istmo tra i due golfi Napetino/Lametino e Scilletico (16); a questo primo nucleo se ne aggiunse un secondo, la Chone o Chonia (17), costituito dalla paralia a N del golfo Scilletico e fino a Metaponto. Questa seconda Italìa, pure opera di Italo, una volta che, secondo Antioco, le sia stata sottratta Taranto (18), in quanto comprendente il più delle colonie greche d’Italia, coincideva con la cd. Megale Hellas (19) ed era perciò nel suo insieme il prevalente e vero oggetto dell’interesse dello storico siracusano (20). Un’ulteriore espansione si era poi verificata ad opera del successore di Italo, Morgete, presso cui da Roma era venuto anche Sikelos: il confine dell’Italìa si era allora esteso dal Sele al Bradano, lungo l’istmo, dal golfo di Poseidonia a quello di Taranto (21). Quest’Oinotrìa-Italìa, stratificata, dunque, già nella sua versione originaria, si disarticola ulteriormente se rapportata alle altre, coeve o posteriori, notizie delle altre fonti. Un primo problema è quello posto dagli Ausoni. Antioco ignora il problema, distinguendo all’interno del blocco enotrio, accanto a Italietes, la creatura originata da Italo, solo Morgeti, Siculi e Choni (22). Ma a S di Laos e, dunque, all’interno della seconda Italìa enotria (23), Temesa restava enotria per gli scoliasti odissaici, mentre per gli Achei era fondazione degli Ausoni (24). Etc…”. Carlo Battisti (…) diceva, tra l’altro: “Consideriamo toponimo pre-italiano anche Sapri, che ha certamente una storia preromana…Se Sapri è un nome antico, è chiaro che non vi può corrispondere l’antica Skidros di Erodoto, a meno che ‘Scidros’ non sia una traduzione del nome in lucano o risalga ad un periodo pregreco e prelucano. In latino non esiste questo nome anche se scrittori locali ci dicono che ‘Scidrus’ passò nel 273 alla Lega di Roma. Molto più alla mano è però la derivazione dallo aggettivo greco ‘Sapros’ (putrido, marcio), con riferimento alla presenza di paludi.”. Il Cesarino (…), faceva notare come “alcune sopravvivenze toponomastiche sembrerebbero confortare l’ipotesi sibarita di Sapri. Alcuni toponimi greci nella zona presentano la stessa radice sci-Ski di Scidro: Scifo, (località nei pressi del Canale di Mezzanotte) e Scialandro (isolotto sottocosta non molto distante dallo Scifo.)”.

Felice Fusco (….), nel suo “Caselle in Pittari – Linee di  una storia dalle origini al settecento”, nel primo cap.: “La Valle del Bussento in epoca arcaica”, a p. 27 e sgg., in proposito scriveva che: “Fu la studiosa transalpina Juliette de la Geniere che per prima, oltre trent’anni or sono, effettuò una prima ricognizione di tutta la zona alla ricerca di antichi abitati indigeni databili dal VI al V secolo a.C. (3). Lungo l’antico percorso carovaniero che in epoca arcaica unica il sudovest del Vallo di Diano col Tirreno meridionale la ricercatrice francese riconobbe il sito di tre probabili abitati indigeni di notevole funzione strategica: di Sontia nell’alta Valle del Bussento, del monte San Michele (a sud di Caselle) nel medio corso, di Roccagloriosa nell’ultimo tratto. La groppa di Sanza apparve alla studiosa come “il luogo più favorevole”(4) per un insediamento a guardia del trivio carovaniero (a sudovest dell’abitato, infatti, la carovaniera proveniente dal Vallo meridionale attraverso la piana del Lago subiva un’importante diramazione: èpiegava a sud per Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum, ad ovest per Molpa e Palinuro attraverso Rofrano Vetere e lungo il corso del Faraone/Mingardo)(5); del secondo abitato dopo quello di Sontia, che, secondo la de La Geniere, doveva sorgere sul monte San Michele “dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri”, furono rinvenuti molti frammenti di tegole d’epoca ellenistica (6); del terzo, infine, precisato sulla cresta rocciosa, lunga due chilometri da nord a sud, tra gli attuali paesi di Castel Ruggero e Roccagloriosa” (7), la studiosa raccolse pezzi di tegole antiche e frammenti di vasi a vernice nera risalenti alla fine del VI o al principio del V sec. a.C., ed altri ancora d’epoca ellenistica. Se questa è la situazione, in epoca arcaica il centro indigeno del San Michele costituì allorail primo nucleo abitato della zona, anteriore sia al centro lucano di ‘Laurelli’ sia, ovviamente, a quello medioevale dell’attuale Caselle in Pittari. Probabile testimonianza dell’abitato arcaico sono alcuni nuraghi in miniatura – sfuggiti all’indagine della studiosa transalpina – che – sorgono sulla sommità del San Michele: tumuli di pietre grezze riproducenti ambienti angusti in cui, forse, si seppelivano i defunti in posizione rannicchiata. Bel tre villaggi, dunque, tutti in posizione strategica, a difesa d’un perscorso carovaniero non lungo ma certo vitale per la sopravvivenza delle popolazioni dell’entroterra bussentino e del Vallo di Diano. Da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum le carovane risalivano il corso del Bussento attuando la prima tappa a Roccagloriosa (il centro che, secondo Mario Napoli, era il più accreditato non solo per difendere l’ingresso della Valle del Mingardo e del Bussento ma anche per essere centro di raccolta e di scambio delle merci )(8), dove trovavano un’importante  diramazione: procedevano verso nord lungo il corso del Faraone in direzione di Rofrano Vetere e della Croce di Pruno (passaggio obbligato per immettersi nella Valle del Calore)(9), piegava ad est verso la confluenza dello Sciarapotamo (ξηροποταμòσ, xeropotamòs, fiume secco) e di Vallone Grande nel Bussento risorto sotto Morigerati. Questo secondo percorso nel primo tratto doveva essere controllato e difeso dall’abitato del San Michele. E’ probabile ad ogni modo chea sudovest dell’attuale Caselle, più o meno all’altezza della contrada Laurelli, il tratturo subisse un’altra diramazione: piegasse ad est per salire sul San Michele, proseguisse vero nord in direzione della contrada Caporra e del passo della Decollata per immettersi facilmente nell’agro di Sontia (10). All’ultimo abitato situato a monte della Valle del Bussento si arrivva anche risalendo il corso del fiume: a norovest del San Michele, infatti, il tratturo scendeva alle falde della groppa sopra la quale sorge Caselle (versante orientale) e attraverso le contrade Mènnola, San Nicola (o Taverna), Campi e Forche, Cicirieddo, Santo Caselle, Iomàra, Sant’Aliéno, Terreno Jòdice saliva verso quella denominata Tonniello, donde entrava nell’agro di Sontia attraversando in successione quelle di Farnetàni, Ponte Nuovo, Tempe d’Agro, Petràro, senza seguire il tracciato attuale della Statale 517 (11). La carovaniera che da Πυξουοσ (Pyxùs)/Buxentum si snodava lungo il corso del Bussento verso il Vallo, antica via del sale, difesa dai centri indigeni menzionati, dovette essere attiva sin dalla fine dell’VIII sec. a.C., quando la città di Sibari sullo Ionio cominciò a monopolizzare il commercio dei centri indigeni della costa tirrenica.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (3) postillava: “(3) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati antichi in Lucania, in “Atti e Memorie della Società Magna Grecia”, V (1964), pp. 129-140″. Il Fusco, a p. 78, nella nota (4) postillava: “(4) Ivi, p. 136”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (5) postillava: “(5) F. Fusco, Quando la storia tace etc…, op. cit., p. 182 seg.; Capitulationes et Pacta etc.., cit., p. 163”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (6) postillava: “(6) J. de La Genière, Alla ricerca di abitati etc., op. cit., p. 136. Così la studiosa anotò la ricognizione: “il monte S. Michele, dominante i sentieri che scendono verso Policastro e Sapri, mi parve il più adatto per un abitato: ed infatti nel salirne il pendio ho visto quasi ovunque frammenti di tegole antiche, nessuna però anteriore all’età ellenistica. La parte superiore è un pianoro spoglio dove affiora la roccia calcarea profondamente erosa. Negl’interstizi dei massi crescono solo ciuffi di lentischi e di piante spinose; in qualche punto tuttavia un pò di terra è rimasta nel cavo della roccia ed è là che ho raccolto alcuni minuscoli frammenti di vasi ellenistici a vernice nera. Esplorando il resto della montagna verso S-O, ho trovato a più riprese pezzi di tegole antiche, tutte ellenistiche o romane. Sul sentiero, che conduce alla collina della Serra, a sud della precedente, ho trovato un piccolo frammento di vaso d’impasto, di una tecnica usata nel VII sec. a.C.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (7) postillava: “(7) Ivi.”. Il Fusco, a p. 78, nella nota (8) postillava: “(8) M. Napoli, Le Genti non greche della Magna Grecia, in “Atti dell’XI Convegno di Studi sulla Magna Grecia”, Taranto, 1971, p. 402: “A Rocca Gloriosa doveva affluire il materiale della costa (Pixus) e dallinterno, e qui operarsi lo scambi, la permuta, la vendita.”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (9) postillava: “(9)F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc.., vit., p. 163”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (10) postillava: “(10) Idem, Quando la storia etc.., cit., p. 186”. Il Fusco, a p. 79, nella nota (11) postillava: “(11) Ivi, p. 185. Sempre alle falde orientali del colle sopra il quale sorge l’abitato di Caselle forse s’apriva un secondo tratturo che, superato il Bussento, si inoltrava verso oriente nella Valle della Bacùta in direzione del Fortino di Casaletto Spartano e della Valle del Noce.”.

MORGETI

Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania”, nel Discorso X, parte II, ci parla di Morigerati. Antonini, a pp. 414-415, in proposito scriveva che: “Più sopra verso le colline, circa cinque miglia dal mar lontano, trovansi due altri luoghi chiamati Sicilì, e Morigerati, sede un tempo dè Morgeti (I), e dè Sicoli, che conservano nel nome la gloria dè loro antenati (2), siccome nella prima parte di quest’opera da noi fu detto. ‘Samuel Bochart’ nel ‘Chanaam’ al cap. 39. nega quello, che dice Tucidite di esser ancor Sicoli in Italia a suo tempo, e vien così a negare quanto scrive ‘Alicarnasseo’, cioè che duravano finalmente a’ suoi giorni molte vestigia dè medesimi. Che se fosse Bochart avesse saputo trovarsi tuttavia questo monumento di cotal gente, l’avvrebbe approvato, non come conghiettura dipendente da qualche Ebraica, o Fenicia parola, ma come incontrastabil verità. Altra parte di essi era già passata nell’Isola (poi da medesimi detta Sicilia), ed occupato i terreni abbandonati dà Sicani per lo fuoco dell’Etna, lunga guerra vi fecero, sinonchè furono dalle due nazioni stabiliti i confini, siccome dal lib. 5 di Diodoro si vede……Tre miglia sotto alli Morigerati nel luogo detto li Zirzi, e sei lontano da Policastro, sbocca il fiume che ingrottasi vicino Casella, ecc…ecc..”. Dunque, riguardo il popolo dei Morgeti, l’Antonini cita Diodoro Siculo. Dunque, l’Antonini scriveva a proposito di Sicilì e di Morigerati che ha detto dei popoli Siculi e Morgeti nella prima parte della sua ‘Lucania’. L’Antonini, a p. 414, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Sino a pochi anni addietro, questo paese era di rito Greco, e ‘l suo protettore è S. Demetrio della Chiesa Greca. Nell’Archivio della Cattedrale di Policastro viddi diversi registri di dimissioni fatte da quel Vescovo à Preti de’ Morgerati di rito Greco, specialmente due nel 1592, ed una del 1608.”. L’Antonini a p. 414, nella sua nota (2) postillava che: “(2) I moltissimi, e ragguardevoli avanzi di fabbriche laterizie, che veggonsi oggi giorno all’incontro Morgerati di là dal fiume, che cala da Tortorella nel luogo detto Romanù, e che sono di rimotissimi secoli, fanno più vera, e stabiliscono la nostra sentenza: eppure a questa evidenza non si arrende l’Abbate Troilo, che anzi meco ragionando, pretende allogare i Morgeti vicino Matera, ecc…”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a pp. 41-42-43, in proposito scriveva di Scidro che: Ma questa popolazione degli Enotri, che dagli scrittori greci era ricordata la più vetusta d’Italia accanto a quella degli Ausoni, onde l’una e l’altra nella loro estensione geografica finivano con l’essere confuse, e che veniva menzionata come abitatrice di tante città, era già scomparsa al tempo dello storico Antioco, il quale parlava dei Siculi, dei Morgeti e degli Itali come di popoli derivati dagli Enotri (2). Nè traccia alcuna restava in quel tempo del popolo dei Morgeti, così detti dal loro re eponimo, e che già da un re più antico, Italo, si sarebbero chiamati Itali, ed ancor prima Enotri (3). Narravasi allora che Morgete aveva accolto presso di sè Siculo, fuggito da Roma o dal Lazio, cedendogli parte del suo regno, sicchè da quel momento il popolo sarebbe constato di Siculi e di Morgeti; ed aggiungevasi che gli uni e gli altri eran stati cacciati dagli Enotri, i quali abitavano il territorio di Reggio che qui venne popolato dai coloni calcidici, ed eran quindi passati in Sicilia, ove fu la città di Morganzio (4). Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Antioch. apd Dyonis. H I 12 = fr. 3”. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Antioch. l.c = fr. 3 “. Il Ciaceri, a p. 42, nella sua nota (4) postillava che: “(4) Antioch. apd Dionys. H. I 73 = FR. 7; sTRAB vi 257, 270.”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “v. Etym. Magn., s. v. Σìρις “. Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4)…..Nell’Etym. Magn. s . v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v . s . p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου 10 credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito . Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s . v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Da Wikipedia, alla voce “Morgete” leggiamo che Morgete fu successore di Re Italo/Italos, il quale governò l’antica Italia (1), sino a quando il suo regno non fu invaso dai Bruzi (2). La prima menzione di Morgete/Morgetes si trova nei frammenti di Antioco di Siracusa. In seguito ne parla Tucidide descrivendolo come figlio di re Italo (3). Dopo la morte del padre, Morgete ne ereditò dunque il potere. E così come Italo aveva chiamato il suo regno “Italia”, a sua volta Morgete chiamò il proprio “Morgetia”. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo (4), con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che ne sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma (dalla quale venne esiliato) e giunto nella Morgetia, terra degli Enotri.[5] In Calabria, si sarebbe stanziato nell’entroterra, le opere di Proclo, Plinio, Strabone, narrano dell’antico popolo dei Morgeti, e di re Morgete, che secondo le leggende locali avrebbe fondato il castello di San Giorgio Morgeto (edificato nel IX – X secolo), e Altanum. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. I Morgeti (in greco antico: Μόργητες, in latino: Morgētes) furono un antico popolo, che faceva parte del gruppo delle cosiddette genti “italiche” che occuparono le aree estreme meridionali della penisola italiana e parte della Sicilia. I Morgeti facevano parte del gruppo delle cosiddette genti “italiche”, che occuparono le aree della Calabria ionica e tirrenica. Secondo alcuni storici si tratterebbe di uno dei tre rami in cui si distinsero gli Enotri (Itali, Morgeti, Siculi). Per altri, invece, furono popoli italici che furono scacciati dalle loro terre dagli Enotri, rifugiandosi poi in Sicilia. Altri ancora, li identificano tra coloro che, tra gli Itali, alla morte del re Italo/Italos accettarono suo figlio Morgete/Morgetes quale suo successore, prendendone il nome. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo, con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma. Queste informazioni sono state dedotte analizzando le fonte antiche, in particolare quanto riferito da Antioco di Siracusa. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. Dalla Treccani on-line leggiamo che i Morgeti era un’antica popolazione italica, scomparsa in età storica, ma ricordata dallo storico siciliano Antioco (in Strabone, VI, 257, 270, e in Dionigi d’Alicarnasso, I, 12) Come abitante un tempo, insieme coi Siculi, quella regione del Bruzio nella quale più tardi sorse Reggio: Siculi e Morgeti sarebbero poi stati cacciati dal Bruzio per mano degli Enotrî e sarebbero passati ad abitare in Sicilia, dove la città di Morganzia ricordava ancora il loro nome. La prima menzione di Morgete/Morgetes si trova nei frammenti di Antioco di Siracusa. In seguito ne parla Tucidide descrivendolo come figlio di re Italo. Dalla Treccani apprendiamo che la nozione geografica di Italia, nella più antica tradizione classica, è sottoposta a oscillazioni. Per Ecateo di Mileto, alla fine del VI sec. a.C., era la regione nella quale i Greci avevano fondato molte colonie costiere, sullo Ionio e sul Tirreno (frr. 89-94 Nenci), ma in cui erano incluse anche Capua e l’isola di Capri (frr. 70-71 Nenci). Per i Greci di Occidente della seconda metà del V sec. a.C. e, in particolare per lo storico Antioco di Siracusa (in Strab., VI, 1, 4), l’Italia era una regione originariamente compresa fra lo Stretto e l’istmo calabro, ma i re che vi si sarebbero succeduti, tutti appartenenti a un orizzonte cronologico precedente la guerra di Troia, avrebbero ampliato tali confini, a cominciare dall’eponimo Italo, di stirpe enotria, cui venivano attribuite funzioni civilizzatrici (Arist., Pol., VII, 10, 5 = 1329 b), il quale avrebbe esteso il territorio fino alla foce del Lao e a Metaponto. Con i re successivi, Morgete e Siculo, l’Italia si sarebbe ampliata fino al golfo di Posidonia sul Tirreno e a Taranto sullo Ionio (FGrHist, 555 F 5), ma le popolazioni derivate da essi, Morgeti e Siculi, sarebbero state poi cacciate in Sicilia dagli Enotri (Strab., VI, 1, 6), ethnos originario degli Itali, e dagli Opici, abitanti della Campania (Thuc., VI, 4, 2). Dionigi di Alicarnasso. Lo stesso Antioco, probabilmente, riferiva anche che codesti Morgeti, durante la  loro permanenza nell’Italia meridionale, avevano, sotto il loro re (eponimo) Morgete, esteso il loro territorio sino alla regione dove poi fu fondata Taranto. Secondo Antioco di Siracusa, Morgete succedette ad Italo nel governo della Calabria (allora detta Italia) sino a quando essa fu invasa dai Bruzi, un popolo dalle ignote origini che si stabili nella parte centro-settentrionale della regione ed elesse come capitale Cosenza. Dopo la morte del padre, Morgete ne ereditò dunque il potere. E così come Italo aveva chiamato il suo regno “Italia”, a sua volta Morgete chiamò il proprio “Morgetia”. Un’ulteriore partizione avrebbe originato i Siculi, che si sarebbero spostati in Sicilia sotto la guida del re omonimo, con Siculo/Sikelòs indicato sia come parente di Italo (che ne sarebbe stato fratello o padre), sia come proveniente da Roma (dalla quale venne esiliato) e giunto nella Morgetia, terra degli Enotri. In Calabria, si sarebbe stanziato nell’entroterra, le opere di Proclo, Plinio, Strabone, narrano dell’antico popolo dei Morgeti, e di re Morgete, che secondo le leggende locali avrebbe fondato il castello di San Giorgio Morgeto (edificato nel IX – X secolo). In Sicilia, si sarebbe stanziato nell’entroterra, allontanando i Sicani, fondando nel X secolo a.C. – tra le altre– la città di Morgantina (Morganthion). Difficile è ormai determinare quanto di attendibile vi sia nella tradizione raccolta da Antioco: il nome dei Morgeti sembra però affiorare più volte nella toponomastica, anche moderna, così della regione apula (Morgia, le Murgie) come della Sicilia orientale; sì da far pensare che questi nomi rappresentino il ricordo del popolo dei Morgeti, che Antioco considera come una stirpe enotrica e che si potrebbero pertanto identificare con gli stessi Enotrî (v.), e, in Sicilia, coi Protosiculi della regione orientale dell’isola (M. Mayer). Bibl.: G. De Sanctis, Storia dei Romani, I, Torino 1907, p. 108 segg.; E. Pais, Italia antica, II, Bologna 1922, p. 24; M. Mayer, Die Morgeten, in Klio, XXI (1927), pp. 288-312. Dionigi di Alicarnasso basandosi sullo scritto di Antioco, afferma l’esistenza di una terza Roma antecedente alla fondazione del discentente di Enea, Romolo, e anche alla presenza di Evandro sul Palatino. Una terza Roma — che per antichità sarebbe quindi la prima — dalla quale discenderebbe l’eroe Sikelo. In Calabria, si sarebbero stanziati nell’entroterra. Nel 1595 Abramo Ortelio pubblicò una carta storica del regno dei Morgeti, inserendo Altanum, Medema e Emporum Medeme. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, nell’edizione riveduta del 1963, ed. Sansoni, Firenze, nell’Indice generale, a p. 297, in proposito scriveva che: “Sirio, moglie di Metabos – Metapontos, 83”. Infatti, la leggenda di Siri e di Morgete si connette con la storia di Metaponto che conquistò l’altra colonia magno-greca di Siris.

Esichio di Alesandra ed il suo Etymologicum Magnum

Sulla Treccani on-line si legge che una redazione del lessico di Apollonio più completa di quella, assai abbreviata, che ci è pervenuta, fu utilizzata dai lessicografi bizantini (p. es. da Esichio, dall’autore dell’Etymologicum magnum, ecc.), che così possono talvolta esser adoperati per l’integrazione del testo di Apollonio stesso. Infatti, in Wikipedia leggiamo che Esichio di Alessandria (in greco antico: Ἡσύχιος ὁ Ἀλεξανδρεύς?, Hēsýchios ho Alexandréus; Alessandria d’Egitto, … – …; fl. V secolo) è stato un grammatico greco antico. L’opera di Esichio, un glossario intitolato “Συναγωγὴ Πασῶν Λέξεων κατὰ Στοιχεῖον” (Synagōgē Pasōn Lexeōn kata Stoicheion, Collezione alfabetica di tutte le parole), sopravvive in un manoscritto assai corrotto del XV secolo, che è conservato nella Biblioteca Marciana a Venezia. La prima edizione a stampa fu curata da Marco Musuro, sulla base dell’unico manoscritto su citato, presso la tipografia di Aldo Manuzio a Venezia nel 1514 (ristampata nel 1520 e 1521 con leggere revisioni). Una prima edizione moderna fu curata da Moritz Schmidt, in 5 volumi pubblicati tra il 1858 ed il 1868. L’edizione critica fu iniziata nel 1913 da Kurt Latte che, sotto il patrocinio dell’Accademia danese di Copenaghen, pubblicò il primo volume (Α–Δ) nel 1953; il secondo (Ε–Ο) fu pubblicato postumo nel 1966 e da allora il progetto è stato proseguito da Peter Allan Hansen, che pubblicò i restanti volumi nel 2005 (Π–Σ) e nel 2009 (Τ–Ω). In una lettera prefatoria, Esichio afferma che il suo glossario è basato su quello di Diogeniano, a sua volta estratto da un’opera precedente di Panfilo di Alessandria, ma ha usato anche analoghe opere di Aristarco, Apione, Eliodoro, Ameria e altri. Il Lessico contiene approssimativamente 51.000 voci, ordinate alfabeticamente. Si tratta di una copiosa lista di parole, forme ed espressioni strane, con una spiegazione del loro significato e spesso con un riferimento all’autore che le ha usate o alla regione della Grecia dove erano più comuni. L’opera è di grande importanza per gli studiosi; nella ricostruzione del testo degli autori classici in generale, e particolarmente di scrittori come Eschilo e Teocrito, che usavano molte parole rare. Per questo, la sua importanza può difficilmente venire sopravvalutata. Esichio è fonte importante non solo per la lingua greca, ma anche per il tracio e l’antico macedone e per ricostruire il proto-indoeuropeo. Inoltre, le spiegazioni di Esichio di molti epiteti ed espressioni rivelano anche molti fatti importanti riguardo alla religione e alla società degli antichi. Il Ciaceri, cita Ettore Pais (…) ed il suo “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, p. 225, n. 4. Il Ciaceri postillava: “(2) Se nell’Etym. Magn.”, intendeva l’antico testo di cui leggiamo in Wikipedia l’Etymologicum Magnum (in greco antico: Ἐτυμολογικὸν Μέγα; talvolta abbreviato in EM) è il titolo di un lessico compilato a Costantinopoli da uno sconosciuto lessicografo intorno al 1150. L’EM si basa in gran parte su lessicografie, su opere di grammatica e di retorica: in particolare l’Etymologicum Genuinum e l’Etymologicum Gudianum. Tra le altre fonti vi sono: l’Etnica di Stefano di Bisanzio, l’Epitome di Diogeniano, il cosiddetto Lexicon Αἱμωδεῖν, l’Ἀπορίαι καὶ λύσεις di Eulogio, gli Epimerismi in Psalmos di Giorgio Cherobosco, l’Etymologicon di Orione di Tebe e una collezione di scoli. Il compilatore dell’Etymologicum Magnum non assume le caratteristiche di un mero copista, piuttosto di un sapiente “riorganizzatore”, in grado di modificare anche le proprie fonti, così da creare un lavoro nuovo e personale. L’editio princeps fu pubblicata da Zaccaria Calliergi e da Nikolaos Vlastos sotto la direzione di Anna Notaras a Venezia nel 1499. La più recente edizione dell’Etymologicum Magnum risale al 1848 ed è stata curata dal grecista Thomas Gaisford. In fase di preparazione vi è una nuova edizione a cura di F. Lasserre e N. Livadaras, chiamata Etymologicum Magnum Auctum.

La leggenda di SCIDRO, eroe eponimo della colonia magno-greca, che fondò l’omonima città e che sposò Siri, figlia del re Morgete

Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. IX – Da Clampezia a Lao e da Velia a Posidonia”, nel 1940, a p. 274, in proposito scriveva di Scidro che: “Ora la supposizione che Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari, troverebbe conferma nella leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro, – ove si potesse dare come sicura l’interpretazione dell’antico racconto (5).”. Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (5) postillava che: “(5) v. s. a p. 134 n. 2.”. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II – le popolazioni d’Italia”, nel 1940, a p. 43 parlando del popolo degli Enotri, in proposito scriveva di Scidro che: Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “(1) v. Etym. Magn. s.v. Σιρις. “, dove è scritto che “Σιρις”, il suo significato è: “Siri”. La figlia del re Morgete si chiamava Siri e secondo la tradizione Siri aveva sposato Scidro. Il Ciaceri scriveva che l’alleanza (“Lega Achea”) tra le due colonie greche di Siris, sullo Ionio e l’altra di Pixunte sul Tirreno, troverebbe conferma nella leggenda “secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”. Il Ciaceri scriveva pure che la lega Achea, l’alleanza che avrebbero stretto Siris e Pixunte avrebbe avuto anche influenza sulla vicina colonia greca di Scidro, nonostante questa fosse una colonia della città greca di Sibari sullo Ionio. Dunque, secondo il Ciaceri vi era la leggenda di Siri, figlia del re Morgete (il re dei Morgeti, popolazione italiota) che avrebbe sposato Scidro. “Siri”, figlia del re Morgete, avrebbe sposato “Scidro” che lui chiama “eroe eponimo”. Cos’è un eroe eponimo ?. Da Wikipedia leggiamo che L’eponimo (dal greco ἐπώνυμος, composto di ἐπί, «sopra», e ὄνομα, «nome») è un personaggio, sia esso reale o fittizio, che dà il suo nome a una città, un luogo geografico, una dinastia, un periodo storico, un movimento artistico, un oggetto o altro. Il termine viene spesso utilizzato per indicare il personaggio, in genere mitico, a cui si attribuiva la fondazione di una città o di una stirpe. Poteva altresì indicare la divinità protettrice: per esempio Atena protettrice della città greca di Atene. Dunque, il Ciaceri intendeva dire che “Scidro” sarebbe stato l’eroe eponimo in quanto egli sarebbe stato un personaggio (in questo caso, secondo la eggenda, sarebbe stato il marito di Siri, figlia del re Morgete) che diede il suo nome a una città, un luogo geografico, ovvero diede il suo nome alla sua città omonima di “Scidro”. In questo caso, l’eroe eponimo del Golfo di Policastro, sarebbe Scidro, il quale, secondo la leggenda sarebbe stato sposato con Siri, figli del re Morgete e, dunque, col suo eponimo si è chiamata la piccola colonia sibarita e magno-greca di Scidro sul Tirreno. Il Ciacieri “supponeva” che la “leggenda secondo cui la figlia del re Morgete, Siri, sarebbe stata moglie di Scidro, l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”, o l’antico racconto, confermerebbe la “supposizione” che, la colonia magno-greca di: “Siri, alleata di Pixunte, da quando s’era formata la lega achea esercitasse anche la sua influenza su Scidro, nonostante questa fosse colonia di Sibari”. Dunque, il Ciacieri accenna alla leggenda, o antico racconto dell’unione di Siri, figli di Morgete, re dei Morgeti e di Scidro “ l’eroe eponimo della città del golfo di Policastro”, dunque, Scidro il fondatore della colonia sibaritica di Scidro. Il Ciaceri a p. 274, nella sua nota (5) postillava che: “(5) v. s. a p. 134 n. 2.”. Nella ristampa anastatica dello stesso testo del Ciaceri del 1924 (forse la I edizione), la stessa notizia ci è data nello stesso Cap. IX, a p. 285, ma la nota cambia perchè ivi è la nota (2)(non la nota 5). Nella sua nota (2), il Ciaceri postillava che: “(2) v. s. a p. 139 n. 2.”. Dunque, è la stessa nota e ci dice che egli ne parla a pag. 139 del vol. I. E’ qui che il Ciaceri chiarisce meglio il suo pensiero scrivendo che nel racconto Etymologicum Magnum, che poi vedremo meglio, si legge Scindo e, non “Scidro”. Infatti, il Ciaceri parlando degli scambi commerciali che avvenivano tra le due potenti città Ioniche di Siris (alleatasi con Pixunte) e di Sibari, con la sua colonia sul Tirreno di Scidro, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Se nell’Etym. Magn. s. v. Σìρις, ove è ricordata Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo, invece di  Σχìνδου si dovesse leggere Σχìδρου (v. Pais, Stor. d. Sic. e d. M. Grec., p. 225 n. 4), si potrebbe pensare che tale forma di leggenda fosse sorta intorno a quel tempo, in cui si sarebbe cercato di creare la giustificazione di buoni rapporti fra le città di Siri e Scidro, colonia di Sibari. E ciò indipendentemente da quanto scrive il Mayer Apulien p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. In questa nota, il Ciaceri cita Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4) Che Siris fosse fondata da Colofoni, dicevano Timeo ed Aristotele apd Athen. XII, p. 523 d. I coloni, da Strabone, l. c. sono semplicemente detti Ioni; v. Licofrone v. 989; (Aristot.) ‘de mirab. ausc.’ 106, p. 840 Bkk., ove il testo è assai corrotto sicchè ove si legge  Πλειον va letto Πολιειον, e dove si dice che i Troiani vi avevano fondato una città detta Σιγειον va letto Σιριν, cfr. Steph. Byz. s.v. Πολίειον πόλις Ιταλίας ή πρότερον Σίρις καλουμένη . τὸ ἐθνικὸν Πολιειεύς ὡς τοῦ Σίγειον τὸ Σιγειεύς (cfr. s.v. Σιρις; v. anche Etym. Magn. s.v. ἀπὸ Πόλιθος ἐμπόρου ἢ ὅτι ᾿Αθηνᾶς πολιάδος ἱερὸν ἐν αὐτῇ ἐστι. Di questo simulacro di Atene parlano Strabone, l. c.; Iustin. XX, 2, 4, cfr. ‘Sch. Vet.  ad Lycophr.’, v. 984. Aristotile e Timeo asserivano che prima dei Colofoni a Siris erano giunti Troiani, ma è chiaro che questa leggenda ha un’origine perfettamente uguale a quella dell’origine lida dei Tirreni. In altri termini i Colofoni Ioni identificarono gli indigeni Còni con i Troiani. Il mito di Calcante localizzato a Siris , v. Lycophr.  v. 978 sqq ., come ha giustamente veduto il Geffcken, Timaios Geographie des Westens ( Berlin 1892 ) p. 14 si spiega con la colonizzazione dei Colofoni . Il mito infatti in origine è colofonio . Nell’Etym. Magn. s . v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s . p. 5 , n. 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito. Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s . v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Dunque, il Ciaceri scrive che in questo testo alla parola Σìρις , è ricordata “Siri come figlia del re Morgete e moglie di Scindo”. Ciaceri scrive che nel testo medievale dell’Etym., il termine di Scindo si dovrebbe leggere diversamente.  Il Ciaceri cita Ettore Pais (…) ed il suo “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, p. 225, n. 4. Infatti, il Pais, a p. 225, nella sua nota (4) postillava dell’origine di Siris e scriveva che: “(4) Nell’Etym. Magn. s. v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s . p. 5 , n. 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito. Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s. v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Il Pais, a pp. 5-6, nella nota (1) postillava: “(1) …nell’Etimologico Magno”. Ettore Pais (…. e la sua “Storia della Sicilia e della Magna Grecia”, la nota n. 4 di p. 225, dove postillava che: “(4)…..Nell’Etym. Magn. s. v. Σιρις (Siri) si legge che il nome derivò alla città ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σκίνδου . Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s . p. 5, n. 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito. Che se Siris è detta figlia di Metaponto, v. Schol. in Dionys. Per. v. 461 , o è confusa con Metaponto istessa v. STEPH. BYz . s. v. Mɛtañóvτtov , la ragione va cercata, come vedremo , nella conquista della città fatta dai Metapontini.”. Dunque, il Pais, a pp. 5-6 parla dei Morgeti e di Scidro. Il Pais postillava che: “Sul nome Σικελία ed i Morgeti v. s. p. 5 , n . 1 in luogo di Σκίνδου io credo si debba leggere Σχιδρου e le ragioni le dirò in seguito”. Infatti, il Pais, nella nota n. 1 di pp. 5-6 postillava che: “(1) Per lo stesso motivo dallo Scoliasta di Teocrito IV, 32, è detto che Crotone figlio di Aiace ἐν Σικελίᾳ ἔκτισε Κρότωνα e nel l’Etimologico Magno ad. v. Σιρις 714, 3 è detto che la città italiana di Sirio si chiamava ἀπὸ Σίριδος θυγατρός Μόργητος τοῦ Σικελίας βασιλέως , γυναικός τε Σχ Σχιχου, ove non si allude, secondo me, ai Morgeti di Sicilia ma a quelli d’Italia. Ora, come diremo a suo luogo, Sicania, e Sicelia non sono che due forme dello stesso nome (v. cap. sg. ) . La persistenza della forma Sicania e del nome dei Sicani nel golfo Tarantino è attestata nella antichissima tessera di bronzo scoperta a Policastro sopra Crotone lo scorso secolo, ove si legge che una persona chiamata Σαωτις vende una casa ad un’altra persona chiamata ivi Σιχαινια, v. Inscr. Graec. Antiquiss. del RöнL n. 544.”. Il Ciaceri ed il Pais spesso citano l’archeologo tedesco Maximilian Mayer, italianizzato in Massimiliano Mayer (Prenzlau, 30 agosto 1856 – Lipsia, 1939) che scrisse l’opera Apulien vor und während der Hellenisierung, Lipsia, 1914 , dove, a “p. 330 n. 3, il quale, leggendo egualmente nel testo in questione, non vedo perchè, pone il nome di Scidro in relazione con quello del fiume Chidro nella campagna di Lecce che ha visto ricordato dal De Giorgi, Prov. di Lecce, I, p. 13, II, p. 511.”. Un’altra riprova del legame che aveva questa area con la città di Siri ed i miti che ivi si svilupparono è il racconto su “Siris” che ci fa il Giannelli. Giulio Giannelli (…), “Culti e miti della Magna Grecia – Contributo alla storia più antica delle colonie greche in Occidente”, ed. Sansoni, Bemporad, Firenze, 1963 (ristampa), a p. 83 e ssg., in proposito scriveva che: “A Metaponto era poi localizzato il culto di Arne, o meglio la saga della nascita di Eolo e Beoto: abbiamo veduto infatti che, in una prima redazione della leggenda, madre de’ due fanciulli è fatta Melanippe, che diviene poi sposa di Metaponto; in una seconda redazione, la madre è invece Arne: mentre padre resta sempre Posidone, padre adottivo Metaponto. Di Metaponto conosciamo così due mogli, Teano (nella prima redazione) e Autolite (nella seconda), uccisa dai figli adottivi dell’eroe: un terzo nome di moglie sarebbe quello di Melanippe, che Metaponto avrebbe sposata dopo la morte di Teano; e se ne potrebbe aggiungere ancora un quarto: Siris (6). Ma si capisce che la ragione di quest’ultima parentela è da ricercarsi nella vicinanza delle due città, e nel dominio che Metaponto esercitò su Siri, dopo la vittoria riportata su di essa dalla prima confederazione degli Achei italioti (7).”. Dunque, in questo passaggio, il Giannelli parlando di Metaponto e dei sui miti ci dice che secondo una tradizione, Siris fu la quarta moglie di Metaponto o “Metabo”, il quale, secondo la tradizione ebbe per mogli “Teano” (prima redazione), “Autolide” (seconda redazione), “Melanippe”, terzo nome di moglie e “Siris”, quarto nome di moglie. Il Giannelli, a p. 83, nella nota (6) postillava: “(6) Oltre al citato scolio a Dionisio Perieg., vedi Athen., XII, p. 523 d = Eurip., ‘fragm.’ 496, MAUCK: “ωνομασθη δη Σιρις ως μεν Τιμαιος φησι χαι Ευριπιδης εν Δησμωτιδι (η) Μεναλιππη απο γυναιχος τινος Σιριδος.”; Cfr. Steph. Byz., s. v. Μεταποντιον”.  Il cui significato è: “(6) Menalippe si chiamava Siride, poiché Timeo era la moglie di Euripide in Desmotide, dalla moglie di Siride.. Il Giannelli, a p. 81, in proposito scriveva che: “Un’antica leggenda raccontava che Melanippe aveva partorito Beoto in casa di Metabo, l’eroe eponimo di Metaponto, la quale si chiamava prima Metabo. Questa saga la conosciamo solo indirettamente da Strabone, il quale ricorda come Antioco ne facesse menzione per combatterla, citando a sostegno della sua tesi un verso del poeta Asio. Un’informazione diretta la troviamo però in Euripide, la cui tragedia ‘Melanippe he desmotis’ svolgeva appunto la stessa leggenda, con qualche liee variante, com’è possibile ricostruirla dai frammenti che ce ne restano. Etc…”. Giannelli, a p. 83, nella nota (7) postillava che: “(7) Cfr. Pais, Ricerche stor., p. 109, n. I. Altri pensa che la leggenda che faceva di Siris la moglie di Metaponto – della quale si valse Euripide nella sua tragedia – sia nata per il fatto di essere stata Siri fondata da Metaponto (Beloch, I(2), 2, 240; cfr. Willamowitz, Heracles, I(2), p. 10, n. 22; vedi però Meyer, IV, § 397 nota).”. Dunque, il Giannelli, sulla scorta del Pais, riporta la notizia di “Siris” moglie di Metaponto tratta dalla tragedia di Euripide “Melanippe he desmotis”. Il Giannelli scrive che nella tragedia di Euripide: “Ivi si narrava come Teano, moglie di Metaponto, avesse salvato Eolo e Beoto, figli di Melanippe e Posidone, che erano stati esposti. Sorta più tardi gelosia fra i due gemelli e i figli di Teano, questi vengono trucidati e la madre, per dolore, si uccide. Quindi Melanippe sposa Metaponto, il quale adotta Eolo e Beoto, da cui prenderanno poi nome le due regioni dell’Eolide e della Beozia (1).”. Il Giannelli, a p. 81 proseguendo il suo ragionamento dice che: “La tradizione che faceva nascere Beoto e Metaponto, prese sempre maggior vigore, ma prevalse nella forma in cui ci è conservata da Diodoro Siculo, dove Melanippe è fatta invece moglie di Hippotes e madre di Arne: questa, rimasta incinta per opera di Posidone, fu affidata dal padre a Metaponto, allora suo ospite (2), il quale la portò nell’anonima città italica, ov’essa dava alla luce Eolo e Beoto. Questi, adottati da Metaponto e fatti adulti, s’impadronirono del governo della città e uccisero Autolide, la moglie di Metaponto, gelosa di Arne. In seguito a tali fatti, Eolo e Beoto con Arne e molti amici abbandonarono Metaponto: Eolo si recò a Lipari, Beoto invece in Beozia insieme alla madre. Etc..”. Giannelli, a p. 83, nella nota (7) postillava che: “(7) Cfr. Pais, Ricerche stor., p. 109, n. I. Altri pensa che la leggenda che faceva di Siris la moglie di Metaponto – della quale si valse Euripide nella sua tragedia – sia nata per il fatto di essere stata Siri fondata da Metaponto (Beloch, I(2), 2, 240; cfr. Willamowitz, Heracles, I(2), p. 10, n. 22; vedi però Meyer, IV, § 397 nota).”. Su questo mito ho ragionato in un altro mio saggio, quello che ci parla delleroe eponimo di Scidro, il quale aveva sposato “Siri” altra figlia di Morgete. Emanuele Ciaceri, però parlandoci degli antichi popoli Italici degli Enotri e dei Morgeti riporta un’altra tradizione. Emanuele Ciaceri (….), nel suo “Storia della Magna Grecia”, vol. I, nel capitolo “Cap. II”, nel 1940, a p. 43 parlando del popolo degli Enotri, in proposito scriveva di Scidro che: Codeste tradizioni, che probabilmente risalivano tutte a scrittori siracusani, in quanto avevano in sè, come è chiaro, la tendenza politica di dimostrare la parentela dei Siculi con gli abitanti del Bruzzio, non erano certo prive di contenuto storico; e valevano ad indicare genericamente la sede di questo popolo scomparso dei Morgeti, del quale dovette perdurare a lungo il ricordo se appresso narravasi che la città di Siris aveva avuto nome dalla omonima figlia del re Morgete (1).”. Il Ciaceri, a p. 43, nella sua nota (1) postillava che: “(1) v. Etym. Magn. s.v. Σιρις. “, dove è scritto che “Σιρις”, il suo significato è: “Siri”.

I CONI

Carlo Pesce (….), nel suo “Storia della città di Lagonegro”, a p. 180 riferendosi a Lagonegro in Provincia di Potenza, in proposito scriveva che: “Il nostro Falcone riferisce che “tuttochè siano trascorsi più di due mila anni, a questi abitatori di Nerulo è rimasta fissa la tradizione continuata e non interrotta, che i fondatori di questa patria furono alcuni fuggitivi o banditi” – che egli suppone provenienti dalla distrutta Velia, ovvero dai Coni, i quali erano pure quivi accasati assieme con gli Enotri. Noi non possiamo andare tanto oltre, poichè, fuori della sufferita ragione filologica, nessuna altra guida abbiamo nel tenebroso cammino circa la fondazione e la denominazione dell’antico Nerulo.”. Felice Crippa (….), nel suo “Sapri – appunti di Storia e Geologia”, ed. Galzerano, a p. 22 parlando degli Enotri, in proposito diceva: “Alle considerazioni di Antonini bisogna aggiungere che, a quei tempo, nel Cilento si stanziarono i Coni, che erano coloni greci di origine achea sbarcati in Puglia dopo la guerra di Troia e penetrati all’interno dell’Italia meridionale. Ancora oggi moltissimi abitanti di Sicilì e di Morigerati portano il nome di Cono e, per quanto più recente dominazione bizantina abbia introdotto nel nostro territorio altri nuovi nomi di origine greca, è indiscutibile che il nome Cono costituisce l’estrema vestigia di quelle ben più lontane presenze umane.”. Il Pesce riferisce dei Coni, e fa riferimento alla colonia magno-greca di Velia. Pietro Ebner (….), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 718, in proposito scriveva che: “…che, gli scavi odierni hanno confermato, di un abitato preesistente all’arrivo degli esuli Ioni di Focea…..Tutto lascia credere che sulle rive di quelle insenature già in età tardo-micenea fossero approdati spericolati navigli egei giunti in Italia “a cercar metalli”(15) e minerali preziosi, come l’allume.”. Il Magaldi, a p. 719, nella nota (15) postillava: “(15) P. Ebner, Il mercato dei metalli, cit., p. 111 sgg.”. Da Wikipedia legiamo che i Choni (o Coni o Caoni o Kanes) sono un’antica popolazione italica considerata una variante etnica degli Enotri, la popolazione che i coloni greci incontrano nell’Italia meridionale durante la seconda colonizzazione greca avvenuta nel VIII sec. a.C. Antioco indica che nell’ambito della popolazione enotrica, i Choni hanno un’identità ed un ordinamento proprio, non derivante dalla disarticolazione del mondo italo-enotrio verificatasi una volta avvenuta la successione di Morgete a Italo, come avvenuto con i Morgeti ed i Siculi (1). Questa specificità dell’ethnos emerge anche dalle altre testimonianze su di essi. Le fonti achee facevano risalire all’acheo-ftiota Filottete, reduce da Troia, la nascita dell’ethnos. Nella Siritide si parlava per loro di origini o commistioni con i Troiani. Necessita, dunque, anche in questo caso, distinguere dagli Oinotroi propriamente detti, una popolazione semplicemente enotria e con una sua autonoma storia (1). I Choni occuparono un’ampia area della Calabria ionica settentrionale, da Metaponto fino a Crotone (2), e si caratterizzarono per una cultura funeraria che vede inumare i propri cari non distesi supini con le gambe leggermente flesse, ma rannicchiati su di un fianco, secondo l’uso dei loro vicini della Puglia, gli Iapigi, oltre che della presenza di enchytrismoi anche in area di abitato (3). L’origine dei Choni viene riconosciuta dalle tradizioni storico-letterarie nell’orizzonte leggendario dei contatti con il mondo egeo-miceneo che rinviare le narrazioni mitiche dei « ritorni » di eroi greci dalla spedizione contro Troia, che avrebbero fondato nelle regioni chonio-enotrie diverse città, come Nestore a Metaponto o Epeo a Lagarìa o Filottete a Chone, Krimisa, Petelia, Makalla (4). In seguito alla fondazione e sviluppo delle colonie magno-greche dall’VIII sec. a.C. i Choni perdono progressivamente la propria identità «indigena», condizionata progressivamente dal processo di acculturazione e di ricezione dei modelli culturali di matrice ellenica. Dalla prima metà del V secolo a.C., l’adozione di modelli e pratiche religiose elleniche, attestata archeologicamente, con evidenti ricadute in ambito sociopolitico, conclude il processo di integrazione culturale avviato diversi secoli prima (5).

NECHINARANI

Da Wikipedia leggiamo che Morigerati (Murgiràti in dialetto cilentano)(4) è un comune italiano di 610 abitanti della provincia di Salerno in Campania. Il comune di Morigerati e la sua frazione Sicilì, sono situati in una zona collinare nel Cilento, ad una decina di km dalle coste del Golfo di Policastro. Il comune è noto per le oasi del WWF, ove si trova la risorgenza del fiume Bussento presso le grotte dell’oasi; è presente inoltre la meravigliosa area del fiume Bussento, nella frazione di Sicilì, ove è possibile sostare immersi nella natura e nella tranquillità dell’ambiente fluviale. Il nome Morigerati deriverebbe o dalla parola greca muriké (ginestra) o da murgia, toponimo indicante un’altura o una sporgenza (6). Secondo la leggenda, Morigerati fu fondata dal popolo italico dei Morgeti; l’abitato sarebbe situato nello stesso luogo in cui si trovava il villaggio fortificato dai Morgeti. In seguito fu colonizzato dai Romani, come testimoniano i ruderi che si trovano in località Rumanuru. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 58, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Per la questione di Nechinerani vedi l’ottimo lavoro di Pasquale Natella, Toponimi duecenteschi irpini e non: una precisazione e un’aggiunta in ‘Civiltà Altirpina, II (1991), 2, pp. 11-15.”. Pietro Ebner (….), parlando del precedente privilegio concesso da re Guglielmo “ducis Guglielmi privilegio continetur”, poi in seguito, nel 1131, confermato dal suo successore Ruggero II d’Altavilla citava la Evelin Jamison (…) e scriveva: Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati)”, e che: “l’abate di S. Maria era iscritto nel Catalogus baronum per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. Dove fosse il centro abitato chiamato dalla Jamison (…), “Nechiranani”, citato nel precedente privilegio concesso da Guglielmo e poi confermato dal privilegio del 1131 detto ‘Crisobollo di re Ruggero II’?.

Fulgentio ed i versi di Virgilio

Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, cit. p. 193 e s.. Infatti, Biagio Cappelli (…), a p. 197, a sostegno della sua tesi sui luoghi di frequentazione di S. Nicodemo raccontati nella sua ‘Vita’ in proposito aggiungeva che: “Quanto si è detto sembra influire anche in un altro senso sull’agiografo di S. Nicodemo: allorchè narra dei fantasmi inviati in folla dagli spiriti infernali a torturare l’eremita con forme le più varie, mostruose ed allettanti (44). Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Fulgenzio: e cioè che il personaggio di Palinuro corrisponde alle allucinazioni (45). Reminescenza di lettura forse non improbabile, ecc…”. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Fulgentii, ‘De continentia Vergiliana: vedi il passo che ci interessa in D. Comparetti, ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze, (s.d.), I, p. 136 n. 3.”. Riguardo il testo citato si tratta di Fabio Planciade Fulgenzio (Fulgentii), e del suo ‘De continentia Vergiliana’, ed il passo di D. Comparetti (…) ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze. La Virgiliana continentia di Fabio Fulgenzio Planciade, scrittore africano vissuto forse all’epoca della dominazione vandala (V-V1 sec.), è il più antico commento allegorico dell’Eneide. Il poema virgiliano è qui interpretato come un’allegoria della vita umana. Secondo uno schema già applicato nella cultura classica al commento dei poemi omerici, la mappa delle peripezie di Enea si tramuta in un itinerario esistenziale, che si snoda attraverso le varie fasi della vita: nascita, infanzia, fanciullezza, adolescenza e maturità. Fondate in gran parte sull’etimologia le stravaganti interpretazioni di Fulgenzio – che persegue consapevolmente l’enormitas, con una deliberata sfida all’intelligenza – fecero autorità per secoli in campo allegorico: il suo commento fu letto, copiato, chiosato, imitato per tutto il medioevo. Esso garantì al poema virgiliano una leggibilìtà in chiave morale che lo rese utilizzabile da parte del pensiero cristiano: senza di esso nemmeno il pellegrino della Commedia dantesca sarebbe divenuto quella sorta di Enea cristiano che tutti conoscono. Ma Fulgenzio sapeva che se – come sosteneva Massimo di Tiro – la penombra della poesia rende più bella la verità che vi è nascosta, è anche vero che questa penombra genera altra penombra. Congedandosi dal suo lettore, lo invita allora a mettere alla prova il suo acume e a sciogliere il “cruciverba” che gli sta davanti riempiendolo dei suoi contenuti segreti o volutamente inespressi: “Addio, mio signore. Leggi con molta attenzione il ginepraio del mio pensiero”.

Nel 410 (V sec. d.C.), Alarico, re dei Visigoti

Da Wikipedia leggiamo che Alarico I, o Alarico dei Balti, noto anche come Flavio Alarico, Flavius Alaricus in latino (370 circa – fiume Bussento, 410), è stato re dei Visigoti dal 395 alla morte. Fu l’autore del celebre saccheggio di Roma del 410, dopo il quale morì improvvisamente mentre si dirigeva forse verso l’Africa. Fu inoltre magister militum dell’Illyricum, nominato nel 398 dall’imperatore Arcadio. Fu il primo vero re dei Visigoti, il ramo occidentale dei Goti, opposto agli Ostrogoti, che, dopo circa vent’anni di guerra ininterrotta, compresero la necessità della figura di un re che amministrasse il potere supremo e non fosse solo un consigliere o un condottiero. Appartenente alla dinastia dei Balti, non se ne conoscono gli ascendenti. Nel 410, i Visigoti lasciarono Roma carichi di bottino dopo tre giorni di saccheggio e Alarico, passando da Capua e da Nola in Campania, che fu devastata, si diresse a Reggio, nel Bruzio. La sua intenzione era invadere con una flotta dapprima la Sicilia e poi l’Africa, il granaio dell’Impero. Secondo il pagano Olimpiodoro, tuttavia, una statua pagana eretta nei pressi dello stretto di Messina con la funzione di impedire il passaggio ai Barbari, lo avrebbe indotto a rinunciare all’invasione e a ritirarsi più a Nord. Secondo il cristiano Orosio, invece, una provvidenziale tempesta disperse e affondò le navi quando erano già in parte cariche e pronte a partire, inducendo il re goto a rinunciare ai suoi piani. Allora Alarico lasciò la città diretto a nord; ma quando era ancora in Calabria, nei pressi di Cosenza (dicono alcuni ed altri vogliono nel letto deviato del fiume Bussento presso Policastro), si ammalò improvvisamente e morì. Secondo la leggenda, tramandata da Giordane, venne seppellito con i suoi tesori nel letto del fiume Busento a Cosenza (dicono alcuni mentre altri intendono le parole di Giordane si riferissero al letto del fiume Bussento presso Policastro). Gli schiavi, che avevano lavorato alla temporanea deviazione del corso del fiume, furono uccisi perché fosse mantenuto il segreto sul luogo della sepoltura. Ad Alarico succedette il cognato Ataulfo, che successivamente avrebbe sposato la sorella di Onorio, Galla Placidia. Gabriele De Rosa (…), nel suo “Le dominazioni barbariche – Appunti dalle lezioni del prof. G. De Rosa”, ed. Libreria Ferraro del 1970, a p. 32-33, in proposito scriveva che: Scomparso Stilicone, nulla più ormai poteva fermare Alarico. Scese in Italia, senza incontrare ostacoli. Onorio non mosse un dito ma privo di un autentico generale, Onorio non aveva nessuna possibilità di ostacolare la marcia di Alarico. Il 24 agosto del 410 Alarico entrava in Roma e la metteva a ferro e a fuoco. Fu in questo clima che Agostino concepì la sua poderosa opera, ‘La Città di Dio’, destinata ad avere un’influenza grandissima lungo tutto il Medio evo sino all’età moderna, nella storia dei rapporti tra Chiesa e Stato (1). Alarico continuò la sua marcia verso il Sud con l’intento di passare in Africa. Ma la morte lo colse alla fine del 410 cicino a Cosenza. Fu seppellito dai suoi soldati nel letto del fiume Bussento, le cui acque furono deviate. Il suo successore Ataulfo, si ritirò nelle Gallie, dove tentò di mettere su uno stato con il consenso di Onorio, di cui aveva sposato la sorella Galla Placidia, che egli stesso teneva già presso di sè come ostaggio. Ataulfo però ben presto scomparve e la povera Galla Placidia tornava a Ravenna per sposare Costanzo, successo a Stilicone come comandante dell’esercito. Da questo matrimonio nacque Valentiniano III, che successe nel 425 ad Onorio.”. Piero Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le invasioni barbariche”, a pp. 49 e ssg, in proposito scriveva che: “Mentre l’Impero Romano d’Occidente si avviava al suo tramonto, le orde devastatrici dei barbari si aprivano col ferro e con fuoco la loro strada di sangue fino al cuore del mondo ed alle pianure dell’Italia meridionale; la Lucania, Paestum ed il suo territorio, si trovarono fatalmente sul loro cammino. Nel 410 i Visigoti di Alarico, dopo aver tentato inutilmente di prendere Salerno, saccheggiarono ‘l’ager Picentinus’, cioè i territori limitrofi dell’attuale Pontecagnano, devastarono le campagne e la città di Eboli, risalirono il corso del Sele e poi quello del fiume Tanagro per riversarsi infine nel Vallo di Diano (1). Sempre seguendo la via ‘Annia’, la strada militare romana che da Capua metteva a Reggio (2). La devastazione ed i saccheggi subìti allora dalle popolazioni della Lucania e del Bruzio furono così rilevanti da indurre l’imperatore Onorio (395-423) ad emanare un decreto con cui le sgravava d’una notevole parte dei carichi fiscali: “Ex omni etc…” (3). Sembra che Paestum, protetta da mura ancora saldissime non sia stata allora investita dai barbari; probabilmente furono solo le sue campagne settentrionali, già per larghi tratti squallide e desolate come lo saranno poi interamente per secoli, che subirono la loro furia, rendendo però palesi le molte difficoltà di una eventuale marcia lungo le aree costiere della Lucania tirrenica.”. Il Cantalupo a p. 49, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Probabilmente allora furono distrutte le antiche città di Diano (od. Teggiano) e Consilino (v. n. 2, p. 53); in tutto il Vallo però si erano andati ulteriormente aggravando i fenomeni dello spopolamento e dell’abbandono, che, stando alla testimonianza di PLINIO IL VECCHIO (N.H., III, 5, 70), erano già preoccupanti nel I sec. d.C.”. Il Cantalupo, a p. 49, nella sua nota (2) postillava che: “(2) V. n. 1, p. 41; la stessa strada ripercorse Ataulfo nel ricondurre i Visigoti verso la Gallia, dopo la morte di Alarico a Cosenza.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Nell’anno 410 i Visigoti di Alarico, dopo immani saccheggi perpretati nella Campania, giunsero sulle rive del Sele. Qui probabilmente si arrestarono, scoraggiati dalle mura di Paestum e dalle difficoltà oggettive di proseguire la marcia lungo la costa che appariva impervia e non florida. Perciò, dopo aver saccheggiato gli insediamenti delle campagne e delle colline circostanti verso settentrione, risalendo il corso del Sele, del Calore e del Tanagro, si riversarono nel Vallo di Diano, dove attraverso il passo di Buonabitacolo e Sanza, raggiungero il corso alto del Bussento, con l’intento di ridiscenderlo fino a Policastro e saccheggiare gli abitati costieri; quindi imbarcarsi per veleggiare alla volta dell’Africa con la sua flotta che aveva seguito la spedizione. Ma nel tragitto Alarico morì e venne seppellito, ecc….

Nel 410 d.C. (V sec. d.C.), Alarico, re dei Visigoti saccheggiò alcuni luoghi del basso Cilento tra cui Policastro (Buxentum), Roccagloriosa e Fulgenti (Laurino) e Molpa forse presidio Goto

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La città della “Molpa”, oggi scomparsa ma in un tempo era solida città fortificata sull’onima collina della Molpa, vicino il promontorio capo Palinuro o capo Spartivento. Essa era stata conquistata ed occupata in precedenza dai Goti Buti che in seguito furono sconfitti dal generale Belisario. Il geologo Cosimo De Giorgi (….), nel suo “Viaggio nel Cilento – gli uomini, le donne, la terra etc…” con prefazione di Giuseppe Galzerano (….), a pp. 169-170 parlando poi di Laurito e del casale scomparso di “Fulgenti”, in proposito scriveva che: Alcuni posero la loro stabile dimora in un bosco di lauri che stava a ridosso del Monte Fulgenti, e avrebbero creato il paese dandogli il nome di Laurito. Il certo è che per lungo tempo il paese restò diviso in due borgate: quella superiore si vuole surta sulle rovine di ‘Fulgentium’, antica città distrutta dai Goti comandati da Alarico. Etc…”. Dunque, Cosimo De Giorgi voleva che l’antica città di “Fulgentium”, oggi scomparsa era stata distrutta dai Goti di Alarico. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: “Nell’anno 410 i Visigoti di Alarico, dopo immani saccheggi perpretati nella Campania, giunsero sulle rive del Sele. Qui probabilmente si arrestarono, scoraggiati dalle mura di Paestum e dalle difficoltà oggettive di proseguire la marcia lungo la costa che appariva impervia e non florida. Perciò, dopo aver saccheggiato gli insediamenti delle campagne e delle colline circostanti verso settentrione, risalendo il corso del Sele, del Calore e del Tanagro, si riversarono nel Vallo di Diano, dove attraverso il passo di Buonabitacolo e Sanza, raggiungero il corso alto del Bussento, con l’intento di ridiscenderlo fino a Policastro e saccheggiare gli abitati costieri; quindi imbarcarsi per veleggiare alla volta dell’Africa con la sua flotta che aveva seguito la spedizione. Ma nel tragitto Alarico morì e venne seppellito, ecc…. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “…..al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario etc…”.

Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari, a p. 120 e ssg., in proposito scriveva che: “Dopo questa Regione sofferto infiniti mali a causa de’ Goti (I) e da altre barbare nazioni, cominiciò ne’ tempi di Teodorico, dopo vinto Odoacre nel CDXCIII.”. Giuseppe Antonini, nella sua “Lucania”, a p. 122 (vedi prima edizione Gessari) in proposito scriveva che: “Ebbero i Goti nella nostra Regione, non pochi luoghi, e quelli tutti fortificati, specialmente l’Acerenza, Pietrapertosa, Satriano, l’Abriola, Stigliano, Magliano, e la Molpa; ed a questa perciò toccò la disgrazia di essere ruinata da Bellisario, siccome a suo luogo più ampiamente diremo.”. Or essendo i Lucani, o parte di essi sotto a’ Goti, dovettero secondo le leggi de’ medesimi (qualunque elle fossero) governarsi e vivere. Di queste leggi non occorre far parola, trovandosi, disperse nelle ‘Varie di Cassiodoro’; e qualche una ancora sostenuta da’ Langobardi etc…La quiete, che in Italia sotto gli ultimi Re Goti godevasi, cessò colla venuta da Langobardi chiamati da’ Narsete, disgustato dall’Imperatore Giustiniano II., circa gli anni di Cristo DLXVIII.”. Antonini, a p. 120, nella nota (I) postillava: “(I) Lucania…I maggiori, ma più brevi danni furono a questa regione fatti da Baduela, e Alarico, il quale nel CDX secondo la più comune opinione, dopo aver saccheggiato Roma, andando in Sicilia altamente afflisse la Lucania. Ricavasi ciò da Paolo Diacono, o qualunque siasi l’Autor della storia Miscella nel lib. 13, ‘Deinde per Campaniam, Lucaniam, Brutiamque simili strage Gothi bacchantes, &c. Morto Alarico ne’ Bruzi, ritornarono i Goti in Roma, e per istrada ‘si quid residuum suit, more locustarum eradunt. Giornande de reb. Get. ce lo conferma, da’ quali peravventura ‘Peuntingero de inclin. Imp. Rom. trasse le seguenti parole: ‘Campaniam, Lucaniam Brutiam devastando, Consentiae demum (Alaricus Sc.) in fata concessit’. Liberata da questo mostro d’Italia, cadde fra gli artigli di uno assai peggiore, che fu Totila, il quale la Lucania, e la Bruzia opprimendo, tutto rapiva, e desolava. Eccone le parole latine di Procopio nel lib. 3 del de Bello Goth. Brutios namque, & Lucanos subegit, publica tributa frequenter exigere & ominium rerum proventus rapiendo, & fraudando sibi habere’: E siege a narrare i danni, che a vicenda ivi facevano i soldati di Giustiniano e di Totila; etc…”. Antonini, a p. 122, in proposito scriveva: “Molti anni passarono, prima che i Langobardi non s’insignorissero della Lucania. Vi facevano ben delle scorrerie (I) , e de mali grandissimi, che in qualche modo erano riparati da’ Goti, che vi erano, e da’ Greci, che a nome dell’Imperadore una gran parte ne governavano, specialmente sullo Jonio: ma alla fine fu anch’ella la nostra Regione oppressa (4) ed occupata; siccome ancora toccò alla maggior parte d’Italia.”.  Antonini a p. 121 postillava che: “(I)……Allora la Molpa, in cui era un presidio di Goti, fu quasi spianata. Tollerò questa nostra regione gli altri eccessivi danni fattile da Butilino, che ci sono stati lasciati da ‘Agazia’ del lib. 2 in poi e miserie mossero il pontefice Corona a ricorrere all’Imperatore Giustiniano II, ecc…“. L’Antonini, a p. 317 dice che Magliano era tenuto dai Goti come luogo fortissimo. Dunque, secondo l’Antonini , il Monaco di S. Mercurio, nel suo chronicon medioevale aveva scritto che ai tempi del generale bizantino Belisario, i “Gothi” occupavano da tempo la fortezza della Molpa. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva che: La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) e, dalla Cronaca medioevale l’Antonini cita e riporta il seguente brano: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”, il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. Carlo Troya (…), nella sua “Storia d’Italia del Medio-Evo” a p. 262 del vol. I, parte IV parlava di “XX. Ostrogoti e Visigoti. I Bulti. Anni 244”. Egli scriveva che: “Giornande sul gran numero dè Goti a giorni del re Ostrogota, figliuolo d’Isarna degli Amali (3)”. Il Troya a p. 262, nella sua nota (3) postillava: “(3) Iorn., Cap. XVI. Nam gens ista (Gothorum) ecc..”. Dunque anche il Troya cita un passo di Jornande o Giornande (…), un cronista dell’epoca. Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a pp. 52 e ssg. continuando il suo racconto sugli Ostrogoti di Teodorico scriveva che: In Lucania vi furono certamente piccoli presìdi temporanei a Salerno, a Marcelliana (2) e, forse, a Velia; solo in un secondo tempo  e per la necessità della guerra contro i Bizantini furono fortificate e presidiate Magliano e Molpe (3). Etc…”. Il Cantalupo, a p. 53, nella sua nota (3) postillava che: “(3) Su Magliano e Molpe, vedi nn. 1 e 2, p. 57”. Infatti, riguardo le notizie su Molpa, Pietro Cantalupo (…), nel suo “Acropolis”, nel vol. I, nel suo “Medioevo – I Le ivasioni barbariche”, a p. 57, nella sua nota (2) postillava che: “(2) Molpe, da identificarsi con le rovine di un centro abitato, non molto esteso, sito tra i fiumi Lambro (antico ‘Melpie’) e Mingardo, …….Fortificata dai Goti e distrutta da Belisario (cfr. Antonin, cit., pp. 372-373), ecc…”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che ai tempi degli Ostrogoti di Teodorico: Per quanto riguarda il nostro territorio, i Goti fortificarono ‘Manlianus’ (oggi Magliano Nuovo), punto nevralgico per il passaggio dalla Valle dell’Alento a quella del Calore: il ‘castellum’ inglobò anche l’unico stretto passaggio naturale obbligatorio che si apriva fra due grandi rocce dette ancora ‘Préta Perciàta’, che continuerà poi ad essere luogo di dogana per tutto il medioevo. Lungo la costa fortificarono Molpa per il controllo dell’imbocco della principale via di penetrazione verso l’interno, lungo il corso del fiume Lambro e del Mingardo.”. Dunque, Amedeo La Greca scriveva che per quanto riguardava il nostro territorio i Goti fortificarono il casale di “Maglianus” (oggi Magliano Nuovo), dove esiste un passaggio molto stretto, una specie di valico scavato nella roccia non molto dissimile ad un altro passaggio che oggi si può vedere percorrendo la SS. 18 nei pressi del Canale di Mezzanotte a Sapri. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che ai tempi degli Ostrogoti di Teodorico: Lungo la costa fortificarono Molpa per il controllo dell’imbocco della principale via di penetrazione verso l’interno, lungo il corso del fiume Lambro e del Mingardo.”. Amedeo La Greca (….), nel suo “Storia del Cilento”, nel cap. VIII – I Barbari, a p. 122 e ssg, in proposito scriveva che: Lo storico Procopio di Cesarea, amico e ufficiale di Belisario, raccontò……Belisario con un nuovo esercito sbarcava a Reggio e risaliva la penisola calabra; fu fortificato Bussento e riconquistato il castello di Molpa. Etc…”, segno, dunque che a Molpa vi era un presidio Goto, con un fortificato castello già preesistente alla venuta di Belisario. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla,………..la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”. Dunque, Angelo Di Mauro scriveva che la Molpa fu distrutta da Belisario nell’anno 547 circa. Alcune notizie sui generali Bizantini Belisario e Narsete riguardano la città scomparsa della “Molpa” nei pressi della foce del Mingardo. Il monaco Agostiniano Luca Mannelli (…) nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ecc…”. Dunque, il monaco Mannelli citava Scipione Mazzella Napolitano che scrisse di Belisario e della Molpa. Il Mannelli (…), si riferiva al testo di Scipione Mazzella Napolitano (…) ed il suo “Descrittione del Regno di Napoli”. Ma nel testo ho trovato la citazione di Belisario riguardo accenni alla storia di Agropoli. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 370 scrivendo sulla Molpa citava l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “Errico Brecmanno c.4 e 5. de Rep. Amalphi poco, o nulla s’è scostato da quanto scrisse l’Ughellio sulla fede della stessa ‘Cronaca’, ma perchè mettono ambidue l’edificazione d’Amalfi circa al DC di Cristo, ho per un bel ritrovato quello, che i Romani passassero per Ragusa, andando a stabilirsi a Costantinopoli, già ducentosettant’anni prima rifatto. Vuò meglio credere (mi si dirà che sia un nostro capriccio) o che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della “Amalfi vecchia” (forse la città di Molpa) fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. La citazione di “Errico Bacmanno”, si tratta di Errico Bacco Alemanno (….) ed il suo “Nuova, e perfettissima descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici Province”. Dunque, già l’Antonini ipotizzava che la Molpa e la fondazione della Amalfi vecchia fosse dovuta che gli stessi Romani fuggendo dalle frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto”. Dunque, l’Antonini in questo passo a p. 370 ci parla delle “frequentissime incursioni dei Goti”. L’ex governatore di Centola, Lucido Di Stefano (….), che scrisse un manoscritto: “Della Valle di Fasanella nella Lucania. Discorsi del Dott.r Lucido Di Stefano della Terra di Acquaro”, nel Libro I, a p. 180, dove parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Detto sig. Antonini ha per favoloso un tal racconto, e più verosimilmente incorsioni de’ Goti, e di altri nuovi Barbari, e le desolazioni, che verso Toscana e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi nella Molpa, luogo allora meno a’ pericoli esposto, e che di là nuvamente cacciati, per trovare un sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Malfi, Ravello e Scala”; giacché Errico Breemanno Cap. 4 e 5 ‘de Republ. Amalph.’, e l’Ughellio vogliono Amalfi edificata nel DC di Cristo. Crede verosimile ancora il citato Antonini, che l’origine di detta Città fusse avvenuta, perche avendo Belisario rovinata la Molpa, parte dei Molpitani fuggiti dalla desolazione della lor Patria.”.  Lucido Di Stefano (….), a p. 180, aggiunge che: “Ma io piuttosto dico,  che distrutto Bussento da Belisario circa il 541 perchè da’ Goti occupato, probabilmente i Bussentini edificarono Pisciotta, il che oscuramente ricavo dalle sopra descritte parole della “Cronaca di San Mercurio: “Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe Pueris, et feminis. Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem Patriae”, credendo, che quel et pauci, fussero stati coloro, che edificarono Pisciotta. Etc…”La frase pubblicata dall’Antonini e tratta dalla Cronaca del Monaco di S. Mercurio tradotta ha il seguente significato: Allo stesso modo fu portato via un gran numero di cittadini, bambini e donne che piangevano da lontano. E alcuni di loro tornarono a casa a causa della distruzione del loro paese”. Sempre il Di Stefano (….) dissertando sulla città di Amalphi la vecchia e della molpa aggiungeva che: “Non essendo probabile la seconda opinione dello stesso Sig. Antonini, di essersi portati detti Melfitani ad edificar Amalfi in tempo della distruzzione della lor Patria fatta da Belisario, perchè in quel tempo, Bussento per l’addotta ragione, non aveva cambiato il primiero suo nome. Questa mia ipotesi la credo più verosimile di ogn’altra, altrimenti la storia dell’edificazione di Amalfi fatta da Melfitani, si rende sospetta, e contradicente.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – I Discorsi”, a p. 372, in proposito scriveva che: “L’opportunità del sito di questa Città ha fatto la sua infelicità, e la sua ruina, potendosi di essa dire ciò che ‘Lucano’ fa dà suoi cittadini dire alla Città di Rimini posta in simile pericoloso sito, esposto à passaggi; poichè non una volta ha sofferto saccheggi e travagli. La costantissima fama ch’in què luoghi corre d’averla per la prima volta ruinata Belisario, ci ha fatto con particolar cura indagare quando questo potè esser accaduto; e da quello che dice ‘Jornande de Regn. success.’ e da ciò che scrisse ‘Procopio’ al lib. I. e 8. ‘de bell. Goth.’ par che si ricavi esser accaduto nel secondo viaggio, che questo Capitano da Sicilia in Italia fece. Le parole del primo appena il viaggio c’accennano, onde alcuna conghiettura del di più si forma, ‘Procopio’ poi poco più di lume ce ne dà, dicendo così tradotto: “Rhegio exercitus terrestri itinere per Brutiorum, & Lucanorum oras processit, procedente classe non procul a continente”. La Cronaca però di S. Mercurio (il di cui frammento ci hà, come si disse, imprestato il Signor Agostino Carbone) chiarisce bastantemente questo fatto. Ecco come il Monaco scrive: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a (I) Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. Mancandoci le notizie dei susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro di ciò, ch’abbia potuto patir di male questa città fino all’anno MCXIII ecc…”, il cui significato dovrebbe essere che: “Belisario duca di Roma, udendo le crudeltà che facevano Totila e Badiula per tutta l’Italia, in Sicilia, dove allora fu concepito, venne con un grande esercito, fanteria e fanteria, con molte navi che portavano vettovaglie. Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto. Belisario, a conoscenza di tali cose, venne dalla terra e dal mare preparandosi ad assediarla, e cominciò ad assediarla, dopo aver ucciso molti Goti e schiavizzato altri. lontano, ragazzi e donne, a causa della distruzione del nostro paese”. Dunque, l’Antonini, sulla scorta del cronicon del monaco di S. Mercurio scriveva che: Allora Melpa era già stata presa (1) dai Goti, e tenuta in custodia, come predetto”. L’Antonini a p. 372 della sua “Lucania”, nella sua nota (I) postillava che: “(I) E forse era Bultino quello che la teneva, il quale secondo quanto scrive ‘Agazia’ nel lib. 2, dell’Istor., saccheggiò tutto questo littorale “Bultinus namque cum majori copiarum parte per Tyrrenum littus tendebat et quam multa Campaniae loca depraedabatur. Nam et Lucanos transgressus est, et ad Bratios usque divertit.”, il cui significato dovrebbe essere che: “Poiché Bultino, con la maggior parte delle sue forze, andava lungo la riva del mar Tirreno e saccheggiava molte parti della Campania: perché attraversava i Lucani e deviava fino ai Brati. Angelo Guzzo (….), nel suo “Da Velia a Sapri – Itinerario costiero tra mito e storia”, a p. 69, in proposito scriveva che: “Nei tempi successivi, a causa del malsicuro sito, pericolosamente esposto ai passaggi di barbari e di pirati, Molpa dovette subire più volte saccheggi, devastazioni e tormenti. Nei primi anni della terribile guerra Gotica (535-553 d.C.), il bizantino Belisario, generale dell’Imperatore Giustiniano, dopo aver distrutto il Regno dei Vandali in Africa, sbarcò in Sicilia e si impadronì facilmente dell’isola e di tutta l’Italia meridionale. Diretto a Roma, alla testa dun numerosissimo esercito, Belisario attraversò, con la stessa furia di un fiume in piena, le nostre contrade, lasciando dietro di sè, saccheggi, distruzione e rovina. Da questo suo impeto selvaggio fu distrutta, per la prima volta nella sua storia, Molpa, intorno all’anno 537 d.C., quando essa era dominio del principe ostrogoto Bultino, che qui aveva stabilito un munitissimo presidio. Etc..”. Il Guzzo, afferma che la Molpa, per la prima volta nella sua storia fu distrutta da Belisario nel 537 d.C., ovvero quando egli inziò la sua campagna d’Italia contro i Goti del principe Bultino (che altrove abbiamo visto chiamarsi Totila) ce teneva il presidio munitissmo e fortificato di Molpa. Il Guzzo, a pp. 69-70 continuando il suo racconto sulla Molpa, per giustificare la notizia della prima distruzione di Molpa cita: “Lo storico greco Procopio di Cesarea, morto a Bisanzio nel 565, avendo seguito Belisario in Italia, fu diretto spettatore delle vicende e degli orrori della terribile Guerra Gotica. Egli, nella sua opera “De Bello Gothico”, ci offre una chiara visione della devastazione e della rovina patite dalla Molpa.”. Ma, il Guzzo, proseguendo il suo racconto sulla Molpa, cita la frase tratta dal Cronicon del Monaco di S. Mercurio (e non di Procopio come egli scrive) pubblicata dall’Antonini. Il Guzzo, riferendosi a Procopio scriveva: “Ecco il suo racconto: “Belisarius Dux Romeorum auditis in Sicilia, ubi tunc reperiebatur, crudelitatibus, quas Totila, & Badiula per universam Italiam faciebant, venit cum magno exercitu peditatim, & cum multis navibus, quae portabant alimenta. Tunc Melpa jam capta erat a Gothis, & tenebatur actissimè custodita, ut praelibatum est. De talibus conscius Belisarius venit ex terra, & de procintu maris ad obsidendam illam, & coepit eam, occisis multis Gothis, & aliis mancipatis, Item fuit magnus numerus Civium abductus, flentibus a longe pueris, & foeminis,: Et pauci ex illis reversi sunt in domum suam ob destructionem patriae”. “. Il Guzzo, a p. 70, nella nota (12) postillava: “(12) Procopio – De Bello Gothico – Libro I – cap. VIII.”. Dunque, il Guzzo postilla che il passo è tratto dal “De Bello Gothico” di Procopio di Cesarea, Libro I, cap. VIII, ma come si è detto il passo è lo stesso che cita l’Antonini a p. 370, ovvero il passo tratto dalla cronaca di S. Mercurio. 

A Sicilì (Morigerati) è venerato il corpo di S. Teodoro

Pietro Ebner (…), nel suo vol. II del “Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento” a p. 611 e s. in proposito scriveva che: “Anche Sicilì non è compreso tra i villaggi inclusi nella ricostruita diocesi di Policastro dall’arcivescovo Alfano di Salerno. Il Laudisio (2) ricorda Sicili solo perchè la sua chiesa conservava il corpo di S. Teodoro.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (1) postillava che: “(1) Antonini, op. cit., I, p. 59 sgg.”. L’Ebner a p. 611, nella sua nota (2) postillava che: “(2)  Laudisio cit., p. 45: “Turturellae S. Felicis, Siculis S. Theodori, Turris Ursaya S. Donati Martyrum, ex catacumbis in ecclesiis respective parochialibus pie venerantur.””. Infatti il vescovo di Policastro Nicola Maria Laudisio (…), nella sua Sinossi della Diocesi di Policastro”, (si veda edizione curata da GG. Visconti), a pp. 98-99, in proposito scriveva che: Ma anche altre località della diocesi si gloriano di possedere sacre reliquie. Infatti nella chiesa di S. Maria del Poggio di Rivello è venerato il corpo di S. Mansueto, e nelle chiese parrocchiali di Tortorella, di Sicilì e di Torre Orsaia sono rispettivamente venerati i corpi, presi dalle catacombe, dei martiri S. Flelice, S. Teodoro e S. Donato.”. Il Visconti nella versione curata della Sinossi del Laudisio, nell’Indice dei nomi, a pp. 138-139, in proposito scriveva: “Regione, località del basso Cilento, 71: reliquie:….di S. Teodoro nella chiesa di Sicilì, 99; di S. Donato nella chiesa di Torre Orsaia, 99; di S. Filippo nella chiesa di S. Giacomo a Lauria, 100.”. Il barone Giuseppe Antonini (….), nella sua “La Lucania – Discorsi”, a p. 59, del Discorso V, in proposito scriveva che: “Considerando alcune circostanze di fatto, ci è paruto meglio seguitar la sentenza di Antioco, che l’altra di Ellanico; e la più rimarchevole si è quella che due miglia, vicino al paese de’ Morgeti, e dove oggi l’accennata terricciuola, detta Morgerati, conserva ancora l’antichissima memoria de’ suoi Avoli, evvi un’altra terra chiamata Sicilì, la quale saldamente conferma la nostra opinione etc…”. Dunque, nella chiesa di Sicilì sono conservate alcune reliquie del corpo di S. Teodoro. Secondo il Laudisio, le reliquie dei corpi di alcuni Santi, come ad esempio quello di Teodoro furono traslate dai sacelli che si trovavano nelle catacombe. Essi, tra cui Teodoro erano dei martiri. Da Wikipedia leggiamo che San Teodoro di Amasea, Martire m. Amasea (Turchia) tra il 306 e il 311. Leggendaria e controversa la storia della sua vita, anche se vi sono prove attendibili dell’esistenza di un martire di nome Teodoro, ucciso ad Amasea. É considerato il terzo “soldato santo” dell’Oriente dopo san Giorgio e san Demetrio. Si arruola nell’esercito romano. Sotto l’imperatore Galerio Massimiano, viene trasferito con la sua legione nei quartieri invernali ad Amasea.Viene imposto a tutti i soldati di fare sacrifici agli dèi pagani. Teodoro, essendo cristiano, si rifiuta nonostante che i suoi commilitoni cerchino con insistenza di convincerlo a cedere. Gli vengono concessi dei giorni per ripensarci: non solo non torna indietro nel suo proposito, ma ne approfitta per incendiare il tempio della madre degli dèi, Cibele, che si trova al centro di Amasea, vicino al fiume Iris. Viene sottoposto alla tortura del cavalletto e poi messo in carcere a morire di fame: è confortato da visioni celesti. Alla fine viene arso vivo. Fino al XI secolo è patrono di Venezia, poi sostituito con san Marco. Secondo la tradizione il suo corpo è venerato nella cattedrale di Brindisi. Tuttavia devo precisare che le reliquie del santo si trovano in una chiesa a Morigerati, la Chiesa della SS. Annunziata costruita agli inizi del XVI sec. nel quale si conservano le reliquie di San Teodoro e di San Biagio Martiri.

FUGENTI (Laurito), villaggio scomparso ed uno dei tanti possedimenti del monastero di S. Maria di Rofrano ma già sede di un antico monastero basiliano

Giuseppe Antonini (…), nella sua “La Lucania – Discorsi”, Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388 parlando delle origini di Rofrano Nuovo (egli la distingue da Rofrano Vetere), in proposito scriveva che: “Vi si ridusse ancora quella gente, che abitava fra certe balze fra Laurito, e Rofrano, chiamate Fugento, onde la terra accresciuta di abitatori venuti a stabilirvisi da i due testè nominati luoghi, motivi ebbero i Padri d’esserne contenti.”.

Antonini, p. 388

Il barone Antonini è scritto: “Dall’altra banda si trova un luogo chiamato ‘Fulgente’, ove ancora un ruinato Castello, ed alcune grotte sono; indizio, che nè rimoti torbidi secoli la gente vi si era ridotta ad abitare.”. Dunque, l’Antonini scriveva che il nuovo Rofrano, quello dell’abbazia di S. Maria, era cresciuto di popolazione grazie a due siti abbandonati ma esistenti in origine: “Rofrano Vetere” dove si stanziarono genti provenienti dalle vicine “balze fra Laurito e Rofrano”, ovvero dal vicino “Fugenti”. Riguardo “Fugenti”, è interessante ciò che scriveva Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 106 parlando del casale di Laurito, in proposito scriveva che: “Il Giustiniani (30)…..Nel luogo detto Fulgente, il Giustiniani afferma che vi fossero ruderi di un castello e grotte dove pare si fossero rifugiate delle famiglie per sottrarsi alle incursioni nemiche.”. Ebner, a p. 106, nella nota (30) postillava che: “(30) Giustiniani, cit., V. Napoli, 1802, p. 293”. Lorenzo Giustiniani (…), nel suo ‘Dizionario Historico-ragionato del Regno‘, nel vol. VIII, pp. 61-62, scriveva su Rofrano che: “Si avvisa l’Antonini (2), p. 388, che l’avessero fatta edificare i PP. Basiliani, i quali vi avevano un Romitorio, richiamandovi ad abitare anche taluni che erano in certe balze fra ‘Laurito’, e Rofrano detto ‘Fugento’. Etc…. Nel luogo detto “Fulgente” il Giustiniani (…), sulla scorta dell’Antonini (…), afferma che vi fossero ruderi di un castello e grotte dove pare si fossero rifugiate delle famiglie per sottrarsi alle incursioni nemiche. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 432 parlando di Rofrano (nuovo), in proposito scriveva che: “Alle famiglie che lo costituirono si unirono quelle di Rofrano e quelle dello scomparso Fugento, un abitato esistente tra Rofrano e Laurino e di cui è cenno nell’anzidetto diploma di re Ruggiero.”. Domenicantonio Ronsini (…..), nel 1873, nel suo “Cenni storici del Comune di Rofrano” parlando di Rofrano Vetere, a p. 13 scriveva che: “..,e vi si formarono una mediocre agglomerazione con altre avveniticci di un paese, sito su di una balza tra Rofrano, e Laurino che vien chiamato ‘Fugento’ in ‘Diploma di Ruggiero (Antonini, Lucania).”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 33 parlando di Forìa, in proposito scriveva che: “L’Antonini (2), dopo aver accennato al luogo detto Fulgente (parte opposta dell’Antilia) con le rovine di un castello e alcune grotte “indizio che nè rimoti torbidi secoli la gente vi si era ridotta ad abitare”, dice di Forìa etc…”. Ebner, a p. 33, nella nota (2) postillava che: “(2) Antonini, cit., I, p. 347”.  Infatti, l’Antonini, a p. 347, in proposito scriveva che: “Sorge fra Laurito, e Montana una ben alta montagna, chiamata Antilia: ove alcune abitazioni furono un tempo: oggi di essa appena picciolissime vestigia si vedono, e dal citato Berardino Rota, vien così ricordata: “Teque etiam Antilie passis, te moesta capillis, Quam Pan erudiit, susceptam Molphide Nynpha”. Dall’altra banda si trova un altro luogo chiamato Fulgente; ove ancora un ruinato Castello, ed alcune grotte sono; indizio, che ne’ rimoti torbidi secoli la gente vi si era ridotta ad abitare. Da Laurito, ritornando a Mezzogiorno, sulle colline a manca del Rubicante, o sia Melphi, e camminando quattro miglia trovasi la Foria, etc…”. Il Ronsini (…), sulla scorta dell’Antonini (…), cita un vecchio centro chiamato ‘Fugenti’. Nella descrizione dei luoghi, il Ronsini, scrive che il Monte Rotondo – posto a Nord-ovest di Rofrano nuovo è quel monte che segue il monte Pedale (che è la base dell’alto e nevoso Monte Cervato), e che “presenta un lato a cilindro brullo di vegetazione, e di roccia ove bianca, ove rossastra. Il Rotondo si abbassa in una gola detta ‘Vesoli’ (Vae soli!) per cui s’immette il ponente maestro da noi chiamato Salernitano.”. Amedeo ed Emilio La Greca con Antonio Di Rienzo (…..), nel loro “Viaggio nel Cilento etc…”, a p. 197, in proposito scrivevano che: “Laurito. Nella zona oggi detta Fulgente e sulle pendici del Monte Centaurino (m. 1432) si scorgono ancora molte grotte che oggi fungono da riparo notturno ai piccoli greggi. Queste furono le “laure” dei monaci greci che tra il IX e il X secolo risalirono il corso del Mingardo in cerca di luoghi appartati, per pregare. Il loro centro era l’icòna di S. Filippo. Più tardi in epoca longobarda vi fu costruito un castello, del quale la prima notizia risale al 947 (1). Esso segnò l’inizio di un centro abitato che venne indicato col nome di “Castellum Lauretum”. Questo toponimo racchiude le due caratteristiche del luogo, cioè di un gruppo di “laure” e di centro fortificato. In seguito a calamità naturali, i pochi abitanti del Castello si rifugiarono poco più a Levante, dove ricostruirono le case. Quivi sorse anche la chiesa di San Filippo nella quale ancora si possono ammirare affreschi del XIV secolo. I Lauretani ancora oggi sono molto devoti a questo Santo e legati all’antica cappella.”. L’anticihissimo centro detto ‘Fugento’, oggi scomparso fu espressamente citato nell’antico documento Normanno detto ‘Crisobollo di re Ruggero II’. Sia l’Antonini (…) che il Ronsini (…), dicono che Fugenti è citato nel ‘Crisobollo di re Ruggero II’ (documento A, pubblicato dal Ronsini). Il documento del 1131, vi è scritto: “qui dicitur Monacorum, illinc vengit ad campum Castagneti, qui dicitur de Pissotanis, inde recte pergit , et ferit timpam nuncupatam de Laurito, ascenditque per eamdem timpam, quae est prope ‘Fugentum’ per situm Fugenti ex parte, qua aqua descendit, et defluit per spinam usque ad ejusdem  Fugenti ‘Lavandaram’, et ascendit per candem  Lavandaram ad timpam, quae de ‘Serra Nigella’ digitur et de Serra Nigella pergit ad ‘Pentonem’, inde progreditur per pedes Rupis Sanctae Mariae, inde pergit recte usque ad decollam ‘Castaneolam’. Ecc..”, che tradotto dal latino in italiano significa: “Ha detto Monaco vengo sul campo del ‘Castagneto’ campo, che ha chiamato il Pissotanis, da lì proseguire dritto, e colpisce il timpa chiamato dal Laurita, saliva per la stessa timp, che è vicino al ‘fatto la loro dalla posizione di Fugen, in parte, con la quale l’acqua scendeva, e scorre verso il basso attraverso la spina dorsale, per quanto riguarda, per migliorare la sua Fugen ‘Lavandaram‘, e salì sul ~ cantare la Lavandaram al timpa, che è di cifre del ‘Serra Nigella’, e fuori di essa erano al Serra NigellaPenton‘, da cui procede attraverso un Rupis piedi della Beata Vergine Maria, ha poi avanzato dritto fino a Decollescastaneola‘..

Intestazione Crisobollo del Minniti

(Fig….) Crisobollo di re Ruggero – intestazione – copia del Menniti

Giuseppe Barra (…), nel suo “Rofrano – Terra della Civiltà Greco-Bizantina”, a p. 8 parlando di Rofrano, in proposito scriveva che: “La zona montuosa si può descrivere con queste righe, del 1881, di Cosimo De Giorgi: “Ad oriente sorge il Monte Fulgenti, che ha preso il nome da un paese distrutto. Dietro questo monte si apre la Valle del Faraone che più a valle si denomina “del Mingardo”, ed in fondo il Monte Centaurino chiude il panorama colle sue pendici etc…”. Sempre il Barra, a p. 15, in proposito scriveva che: “Proprio in quel periodo, intorno a quel cenobio, fedeli, lavoratori e pastori, provenienti da Rofrano Vetere e da Fugento, un paese posto tra Laurino e Rofrano Vetere, iniziarono ad aggregarsi.”. Il geologo Cosimo De Giorgi (….), nel 1881, nel suo “Viaggio nel Cilento – gli uomini, le donne, la terra etc…” con prefazione di Giuseppe Galzerano (….), a pp. 167 e ssg., a proposito della Valle del Mingardo, scriveva: “Una bella escursione volli fare da Montano al Monte Antilia ch’è a ridosso del paese…….Un picco bizzarro, a mò di piramide, è denominato il ‘Campanaro delle Giungole’, e rizza il suo bianco pinnacolo a circa 40 m. di altezza su questo altipiano Ad oriente sorge invece il Monte Fulgenti, che ha preso il nome da un paese oggi distrutto. Dietro questo monte si apre la Valle del Faraone tributaria di quella del Mingardo, ed in fondo il Monte Centaurino chiude il panorama colle sue pendici grige e azzurrognole. Il Monte Bulgheria di quassù domina tutto, dalla ‘gola della Dragara’ fino alla ‘marina di Scari’ ed allo sbcco del Bussento. Riguardo alle origini di Montano si vuole dagli eruditi che sia surto dopo la distruzione di Velia; origine che vien pretesa da quasi tutti i paesi di questo circondario. Bernardino Rota nel primo libro delle sue Metamorfosi così cantava di Montano “Deflevit longum calamis Montana paternis”. Da Montano, la via piega verso Laurito, …..attraversai questi luoghi il 19 maggio 1881 tra Montano e Laurito non vi era che una via mulattiera, e correva su frane molto pericolose. Fra le altre ricordo quella della ‘contrada Cammarana’ che mi fece venire i brividi”. Questa contrada è citata nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II. Il De Giorgi (….), a pp. 169-170 parlando poi di Laurito, scriveva: “Il monte Fulgenti, lo ripara dalla tramontana. Il paese resta 260 m. più basso di Montano. La tradizione vorrebbe che gli abitanti di Velia, abbandonando la città distrutta, si fossero sparsi nelle valli del fiume Lambro e del Mingardo. Alcuni posero la loro stabile dimora in un bosco di lauri che stava a ridosso del Monte Fulgenti, e avrebbero creato il paese dandogli il nome di Laurito. Il certo è che per lungo tempo il paese restò diviso in due borgate: quella superiore si vuole surta sulle rovine di ‘Fulgentium’, antica città distrutta dai Goti comandati da Alarico. Questi due paesi nei tempi di mezzo conservarono giurisdizione diversa: quella superiore ebbe una chiesa propria e di rito latino; e l’inferiore la sua di rito greco. Della prima non si ha più traccia; la seconda si conserva ancora sebbene in gran parte distrutta e rinnovata. Riguardo la feudalità, dopo la Congiura dei Baroni, alla quale i Lauritani presero parte, e dopo che furono giustiziati, ….fu concessa ai Monforte. In questo paese fu adottata la prima casa della dottrina cristiana nel 1618 da Filippo Romanelli e Tommaso Monforte. L’edificio resta in un luogo amenissimo, fuori Laurito, lungo la via di Rofrano, alla salita del Carmine. Dopo la soppressione del 1867, i PP. Dottrinari furno espulsi dal Convento.”

L’indagine glottologica, conferma la presenza di monasteri italo-greci nell’area

Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Lo sviluppo storico-culturale del Cilento coincide in effetti largamente con quello del territorio confinante a sud. Entrambi furono nell’antichità sede di colonie greche. Nel 552 il Cilento è annesso al regno bizantino. Come la Lucania e la Calabria, dipende dal governo greco fino a quando, verso la metà del VII secolo, cade sotto il dominio dei Longobardi. In verità l’Impero d’Oriente ha in seguito tentato più volte di riacquistare il Cilento. Ma non c’è più stato un dominio effettivo abbastanza lungo, per cui il governo dei Bizantini nel Cilento durò appena cento anni. Nei secoli seguenti nel Cilento, come in Calabria e Lucania meridionale (Basilicata), si fondarono molti centri monastici greci. Il nome della località S. Giovanni a Piro con il suo ex monastero basiliano ‘Abbatia S. Ioannis ab Epiro (…………………………….) mostra ancora oggi nel suo secondo nome chiare tracce di questo influsso del monachesimo greco (13). Anche nel toponimo ‘Metuoju’ (presso Roccagloriosa), che risale al bizantino ……………. “cortile del monastero”, c’è una reminescenza del monachesimo greco. Ancora nell’XI e XII sec. i documenti di questo monastero sono redatti prevalentemente in lingua greca (14). Va ricordato inoltre che il rito greco in alcuni centri del Cilento (tra cui Castellabate, Pisciotta e Roccagloriosa) ha resistito molto a lungo alla chiesa romana (15). Il rito greco è attestato molto a lungo a Cuccaro (fino al 1493), Camerota (1551 circa) e Morigerati (a. 1608) (16). Anche il toponimo ‘Papajanni’ (presso Roccagloriosa) e il cognome ‘Papaleo’ (per es. a Camerota) sono legati ai riti greci. I due nomi rimandano chiaramente al periodo in cui in queste località il religioso (bizantino ………..) aveva cura della vita spirituale della comunità.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(13) In Laudisius, ecc.. a p. 34 si legge “…””. Il Rohlfs, riporta e cita la stessa notizia che abbiamo segnalato del Laudisio. Il Rohlfs (…), nella sua nota (14), postillava che: “(14) Antonini, p. 337”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (15), postillava che: “(15) Antonini, tomo I, pp. 251-414; Racioppi, Storia dei popoli della Lucania, 1889, II, p. 98.”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (13), postillava che: “(16) Tracce del rito greco sembrano essersi conservate ancor più a lungo, cfr. in Laudisius, op. cit. p. 47: “Graeci tamen ecc…”. Il Rohlfs, proseguendo il suo racconto scriveva che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che lacune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102, ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia,  “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e “nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano diversi Registri di dimissione rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 ed una del 1608″ (Volpe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132).”. Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (dopo l’anno 915), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Il Volpi, scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Il Volpi (…), ci parla della notizia citata dal Racioppi, quando a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Gaetano Porfirio (…), che nel suo saggio sulla ‘Diocesi di ‘Policastro’, a p. 538, sulla scorta dell’Ughelli (…) e, forse del coevo Laudisio (…),  nel 1848, parlando della ‘Diocesi di ‘Policastro’, scriveva che: “…tori Leone Isaurico e Costantino Capronimo, acerrimi distruttori di immagini, non poche furono le violenze che quivi si perpetrarono, delle quali non ultima al certo fu quella con cui Anastasio patriarca greco, all’ombra degli imperiali favori, moltissime Chiese della Lucania alla sua cattedra aggregò con invereconda prepotenza e detestabile ambizione. Con tutto ciò, e non ostante fondazione di due abbazie, addimandata una S. Cono di Camerota, e l’altra di S. Giovanni a Piro (‘ab Epyro’), levatevi dà Calogeri orientali, quivi dalla persecuzione cacciati, pure dalla Chiesa busentina, lungi dal piegarsi al greco rito, si tenne mai sempre ferma nella sua sede di Roma (3). Ma non ebbero qui termine i duri travagli in chè traboccò l’infelice regione Lucana. Leone detto il sapiente (a. 887) confermò l’atto di violenza, nel secolo anteriore dal patriarca Anastasio consumato, e fece che le chiese strappate alla devozione di Roma alla costantinopolitana sede fosse in perpetua soggette.”. Il Porfirio (…), a p. 538, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Anast. Bibl. in papa Paulo, apud Bern. hist.haer. tom. 2. seculo 8, pag. 399.”. Il Porfirio (…), nella sua nota (3), si riferiva al testo di Anastasii Bibliotecarii che si trova in Domenico Bernino (…), nel suo ‘Historia di tutte l’Eresie, descritta da Domenico Bernino’, del  1709. Il Porfirio, scrive nel tomo II, secolo VIII, p. 399. Si veda Papa Paolo I, vol. II, secolo VIII, p. 188 e s. (si veda p. 191).

Nel 1065, le migrazioni di famiglie provenienti dalla Calabria Bizantina che vennero a ripopolare Morigerati, Battaglia, Vibonati e Sicilì

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: Quasi in questo momento Enrico III viene sostituito al posto del defunto padre Enrico, e Alessio succede a Nicheforo, imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo, sconfitto in una grande battaglia, espulse completamente i Greci dalla Calabria, lasciando solo sacerdoti greci, che fino ai nostri tempi conservano la lingua e i costumi”. Dunque, il Platina (….), scriveva che ai tempi dell’Imperatore Niceforo Foca e della cacciata dei Bizantini dalla Calabria da parte di Roberto il Guiscardo “espulse completamente i Greci dalla Calabria, lasciando solo sacerdoti greci, che fino ai nostri tempi conservano la lingua e i costumi”. Dunque, il Platina, nel 1540 scriveva che dopo la grande battaglia in cui Roberto il Guiscardo sconfisse i Bizantini e riconquistò la Calabria e la Puglia, molte famiglie greche furono espulse dalla Calabria e dalla Puglia. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), Vescovo della Diocesi di Policastro, nel 1831, nella sua  ‘Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis)’, a p. 73 (vedi versione curata dal Visconti, traduzione di p. 16) riferendosi agli anni della conquista Normanna dell’ex Principato Longobardo di Salerno (XI secolo) scriveva che: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; ecc…. Dunque, il Laudisio scriveva che in seguito alla caduta della Calabria Bizantina, vinta dal normanno Roberto il Guiscardo, molti monaci italo-greci che vennero a rifugiarsi nei nostri monasteri, si distinguevano: “fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati”. Il Laudisio scriveva che quei monaci italo-greci si distinguevano fra quelle famiglie di origine bizantina probabilmente provenienti dalla Calabria bizantina che vennero nelle nostre terre e ivi fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati. Dunque, il Laudisio sosteneva che i villaggi di Battaglia e Morigerati furono fondati secoli prima da comunità greche. Secondo il Laudisio, i due villaggi di Battaglia e di Morigerati furono fondati da comunità greche. Dunque, il Laudisio ci dice due notizie. La prima riguarda la cacciata di monaci dalla Calabria e dalla Puglia da parte di Roberto il Guiscardo, dunque epoca Normanna dunque si tratta dell’XI secolo. L’altra notizia riguarda le comunità greche, incluso i monaci delle due Abbazie di S. Giovanni a Piro e di S. Cono. Il Laudisio scrive che queste comunità greche (famiglie e monaci provenienti dall’Oriente che fondarono i villaggi di Morigerati, Battaglia e Sicilì. Dunque, il punto che mi preme sottilineare è quello dell’origine di questa migrazione di comunità greche o Orientali nel basso Cilento. Quando arrivarono ?. Sull’origine greca di alcune comunità e villaggi del basso Cilento, Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il Monachesimo basiliano ai confini Calabro-Lucani’, nel 1963, a p. 23, parlando dell’afflusso ascetico nel Mezzogiorno d’Italia, scriveva in proposito che: “Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla coltura delle terre del monastero; mentre da un altro documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria di Torricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti ed abitanti di origine bizantina (41).”. Il Cappelli, poi a p. 33, nella sua nota (40), postillava che: “(40) Paleocastren Dioceseos etc., op. cit., pp. 34 s.” e, nella sua nota (41), postillava che: “(41) Codex Diplomat. Cavensis., IV, p. 122; VI, p. 18. Per S. Maria di Pattano, vedi il saggio: ‘I basiliani ai confini calabro-lucani-campani nel sec. XV, in questo volume.”. Dunque, il Cappelli scriveva chiaramente che: “Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali, Morigerati, Vibonati, Battaglia (40), e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, etc…”, ovvero che, nei borghi di Morigerati, Battaglia, Vibonati e Sicilì, furono costituiti da popolazioni e famiglie calabresi chiamate ed accolte dai monaci italo-greci o basiliani che si erano stabiliti già da tempo nei piccoli monasteri sorti in questi luoghi. Dunque, Biagio Cappelli confermava l’ipotesi della colonizzazione dei monaci Basiliani o italo-greci che, ai tempi dell’Impero Bizantino e dei primi Longobardi si spostarono verso le nostre contrade. Dunque, il Cappelli scriveva che i piccoli borghi del basso Cilento come Morigerati, Vibonati, Battaglia e Sicilì furono in origine costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani, ecc..”. Dunque, l’origine di alcuni piccoli centri del basso Cilento fu dovuta in parte ad interi nuclei familiari Calabresi che da lì emigrarono nelle nostre terre chiamati ed accolti da igumeni e monaci dei monasteri italo-greci o basiliani che già da tempo ivi esistevano. Questi villaggi furono ripopolati da comunità di famiglie Calabresi chiamate dai monaci italo-greci o basiliani ovvero monaci aderenti alla regola di S. Basilio. I monaci o egumeni dei piccoli e tanti monasteri basilani o italo-greci erano arrivati nelle nostre terre (il Cappelli chiama questa regione “Lucania occidentale”) desolate da carestie e pestilenze facendo una vera e propria “opera di colonizzazione”. Dunque, furono i monaci basiliani che, arrivati e stanziatisi nelle nostre terre, nei secoli VIII (epoca Longobarda) fondarono ed incrementarono le già esistenti piccoli comunità di alcuni piccoli centri della Lucania occidentale. Anche il sacerdote Gaetano Porfirio (…) che, nella sua ‘Diocesi di Policastro’ (…), a p. 538, io credo, riferendosi al periodo storico che precedette la nomina di Pietro Pappacarbone primo vescovo della restaurata sede Paleocastrense, affermava che: “In questo frattempo una gran moltitudine di famiglie greche, cacciate dal duca Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia, immigrarono nella nostra diocesi, un asilo cercando nella badia di S. Giovanni a Piro, ed in quella di S. Cono di Camerota. Da qui l’origine di quei paesi addimandati oggi di Battaglia e di Morigerati, altre ricoverando a Bonati, l’antica Vibona, sede una volta anch’essa vescovile, e non oscura, trovandosene menzione appo S. Gregorio magno (2), la quale poi, in grazia della etimologia, Vibonati si appella: Camerota e Rivello anco si ebbero alcune di queste sbrancate famiglie. Non è per tanto da passare sotto silenzio come quivi a questi tempi esstessero due badie, dette minori, dell’ordine basiliano, una di S. Pietro e l’altra di Sangiovanbattista, etc…”.

Porfirio-p.-538.png

(…) Gaetano Porfirio (…), p. 538, col. sn e dx

Dunque, il Porfirio, forse sulla scorta del Laudisio scriveva che in quel periodo storico molte famiglie greche e calabre e pugliesi cacciate da Roberto il Guiscardo emigrarono nelle nostre terre originando alcuni piccoli borghi come Morigerati, Battaglia e Vibonati. Sempre il Porfirio scriveva, forse sulla scorta del Laudisio che queste famiglie Calabresi emigrarono anche a Camerota e a Rivello. Su quel periodo storico e gli avvenimenti succedutisi ha scritto pure Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  “…..la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio a p. 18 cita le frequenti incursioni dei Saraceni  ed in proposito scriveva che: Quei monaci provenivano via mare dai Balcani o dall’Oriente (Asia Minore, Siria, Egitto) per sfuggire alla furia iconoclasta (a. 726) e all’invasione araba o risalendo la Penisola verso la Calabria per sfuggire alla occupazione araba della Sicilia (IX secolo) con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari. Da qui, il succedersi delle scorrerie saracene sospingeva dette colonie ancora più su, oltre gli indefinibili confini con il Principato di Salerno, e propriamente tra i monti dell’antica ‘chora’ di Velia (40).”. Ebner (…), a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Ebner (…), dunque citava il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92, ci parlava dei monasteri del basso Cilento e del Mercurion. Dunque, in questo passaggio l’Ebner scriveva che i monaci provenienti dai Balcani o dall’Oriente e che in precedenza si erano stabiliti in Sicilia o in Calabria furono costretti a spostarsi di nuovo nell’IX secolo a causa dell’invasione Araba della Sicilia. Ebner scriveva che i monaci vennero qui “con intere colonie monastiche, accompagnate o seguite dai familiari.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102 ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…”. Il Racioppi cita il testo di Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132). Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove scriveva che: “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il Volpi (…), a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a pp. 17-18, in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate…………..Sulla immigrazione nelle regioni dell’odierno Cilento di monaci e famiglie di Calabria si potrebbe scorgere qualche segno forse nei tre locali toponimi: ‘Massa’ (odierna frazione di Vallo della Lucania), ‘Massicelle (………) ecc…”. Gerhard Rohlfs (…), nel suo Mundarten und Griechentum des Cilento (Dialetti e grecità nel Cilento), a p. 115, della sua ristampa anastatica a cura dell’Università di Basilicata (…), scriveva in proposito che: “Bisogna anche sollevare il problema se durante il periodo del dominio bizantino-longobardo si siano insediati nel Cilento dei coloni emigrati dalla Grecia. Non abbiamo in proposito alcun elemento certo, a parte le notizie su monaci che, espulsi, si sono stabiliti qui e provenivano in parte direttamente dalla Grecia, in parte dalla Calabria e dalla Puglia (v. sopra p. 74, nota 13). Inoltre è poco probabile che gli emigrati greci abbiano scelto quale loro meta il Cilento, trovandosi questa zona in una posizione per loro molto meno favorevole rispetto a altre province italiane. Tuttavia non va dimenticato che la scoscesa e la sinistra montagna tra Camerota e Roccagloriosa si chiama ancora oggi ‘Monte Bulgheria’. Tutti gli scrittori locali che si sono occupati del problema ritengono che questo nome sia la prova di un’immigrazione di Bulgari in questa zona. Si ricorda che i Bulgari, insieme a Gepidi, Sarmati e Pannoni, erano nelle schiere longobarde che invasero l’Italia al seguito di Alboino. Si è anche cercato di stabilire una relazione con quegli Slavi che il duca longobardo Grimoaldo I insediò nel VII secolo nella zona di Isernia e Boiano (provincia di Campobasso)(18). Questa zona però si trova a circa 200 km. a nord del Monte Bulgheria e anche i dialetti attuali del Cilento non presentano alcun tratto che possa riferirsi alla presenza, nel passato, di elementi slavi nella popolazione. Potrebbe piuttosto convincere l’opinione di Racioppi, che vorrebbe vedere in questi ‘Bulgari’ dei monaci di origine bulgara (19). A questo va anche ricordato che nel medioevo con ‘Bulgari’ spesso si intendeva semplicemente “eretici” senza alcun riferimento a una determinata provenienza etnica (20). In origine si adoperava questa espressione in riferimento ai Catari provenienti dalla Bulgaria ecc…..Se non si vuol credere che i seguaci del rito greco fossero marciati dai crisitani romano-cattolici come ‘Bulgari’ (il nome ‘Bulgaria’ compare già in un documento del 1086), tuttavia molto probabilmente è possibile che alcune comunità religiose eretiche ancora non ben individuate abbiano avuto un certo ruolo nella nostra zona (21).”. Il Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, parlando di Casaletto a pp. 19-20 in proposito scriveva che: “Come abbiamo visto ‘Casalecti’ nel medioevo era, insieme alla vicina ‘Bactalearum’ (23) (quest’ultima fondata, secondo il vescovo Laudisio, da “venerabili monaci orientali” che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità fra quelle comunità greche (24) che, come abbiamo visto, si insediarono nel territorio del sud Italia a partire dal VI secolo d.c. a seguito dell’occupazione bizantina) un casale della Terra di Tortorella.”. Nicola Montesano scriveva che nel medioevo “Casalecti” (Casaletto Spartano) e,  “Bactalearum” (Battaglia) erano due casali di Tortorella. Siccome nel medioevo il casale di Battaglia era un casale come Casaletto che dipendeva da Tortorella (scrive il Montesano), egli lega la notizia a quella dell’origine di ‘Battaglia’ citata al Laudisio (….), ovvero un’origine remota dovuta alle persecuzioni di monaci provenienti dall’Oriente sin dal VI sec. d. C. e che, nel X-XI secolo, con i Normanni si ingrandirono grazie alle popolazioni calabresi chiamate dai monaci dei monasteri italo-greci ivi esistenti già da secoli. Su Morigerati ha scritto Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 41 in proposito scriveva che: “Secondo il Laudisio (11) saranno proprio i monaci  greci a permettere la nascita di Morigerati e Battaglia. Certamente ai basiliani si deve la fondazione del paese stretto intorno alla chiesa di S. Demetrio, in magnifica posizione dominante, circondata com’è per tre lati da pareti a picco sui fiumi Bussentino e Bussento e con un solo lato, quello Nord, di più agevole ingresso, ma protetto dalla disposizione ad ali delle abitazioni, con al centro il nucleo del castello e la porta principale. Esiste giusto di fronte a Morigerati, sull’altra sponda del Bussentino e affacciantesi sull’intera vallata che porta al monte Bulgheria, il luogo chiamato ‘Romanù’, oggi ‘Romanuro’, che potrebbe indicare un primo agglomerato stretto intorno ad una cappella dei monaci basiliani (vedi capitolo “Introduzione”). In questo periodo la Chiesa romana non può contrastare l’immigrazione dei Greci e il fiorire dei centri intorno ai cenobi o alle cappelle. Anzi nel Golfo la sede vescovile era vaccante e lo sarà fino al 1067……………..Le terre dove sorge Morigerati vennero, per la prima volta, occupate da Umfredo e date da questi al fratello Guglielmo (20) e lo stesso Guiscardo distrusse la città fortificata di Policastro nel 1065 (gli abitanti si rifugiarono nei centri vicini) per dimostrare che il padrone era sempre lui, dato che il principe longobardo di Salerno, Gisulfo II, suo cognato ecc…”. Il Gentile a p. 49, nella sua nota (20) postillava che: “(20) Carucci, op. cit., pag. 278 sub nota 1.”. Sul territorio, diciamo così, dell’attuale Diocesi di Policastro, all’epoca degli ultimi Longobardi e dei primi Normanni, Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata ad un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”.

San Demetrio venerato a Morigerati

Giuseppe Volpi (….), (Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Antonio Tortorella (….), nel suo “Padula – Un insediamento medievale nella Lucania Bizantina”, pubblicazione del 1983, a cura del Comune di Padula, con presentazione di Vittorio Bracco e Prefazione di André Guillou, uno studio per la Tesi di Laurea dell’autore, parlando del Vallo di Diano nel Medioevo, a p. 123, in proposito scriveva che: “La figura di sinistra è forse San Demetrio, il quale può essere identificato, dal momento che l’iscrizione che accompagna l’immagine è pressocché illegibile, dai capelli accorciati nel modo che gli è particolare, corti e raccolti a casco intorno al capo (352), dalla χλαμυς (khlamnihjis: il ‘mantello militare’), la quale sembra potersi riconoscere nel dipinto e che lo distingue come Santo guerriero – e tra i santi guerrieri S. Demetrio gode di “una fama considerevole che ha l’uguale solo in quella di S. Nicola di Mira (353) in tutto il mondo di cultura bizantina e in modo singolare nell’Italia meridionale, particolarmente nelle nostre contrade dov’è tuttora avvertita la devozione che s’irradia dal Santuario di Morigerati, nel Cilento meridionale -, dagli stivaletti che gli calzano il piede. L’anello che il personaggio stringe nella sinistra probabilmente è da mettere in relazione con uno degli attributi taumaturgici del Martire di Tessalònica: “anche l’anello del santo produceva dei miracoli”(354); ma pure potrebbe essere una traccia di croce egizia, uno dei primi simboli del martirio. Ai lati di ‘San Demetrio’ sono due figure più piccole, dedicanti o devoti, un uomo e una donna. Etc..”. Tortorella, a p. 131, nella nota (352) postillava: “(352) Per l’iconografia di San Demetrio, cfr. Maria Chiara Celletti, in ‘Bibliotheca Sanctorum’, IV, coll. 564-565.”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 41 in proposito scriveva che: “Certamente ai basiliani si deve la fondazione del paese stretto intorno alla chiesa di S. Demetrio, in magnifica posizione dominante, circondata com’è per tre lati da pareti a picco sui fiumi Bussentino e Bussento e con un solo lato, quello Nord, di più agevole ingresso, ma protetto dalla disposizione ad ali delle abitazioni, con al centro il nucleo del castello e la porta principale.”.

Nel 1065, le migrazioni nella nostra terra di monaci italo-greci provenienti dalla Calabria Bizantina

Monsignor Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 (v. Visconti, p. 16 (…)), leggiamo che: “Turba graecorum plurima advenit ea tempestate in dioecesim, expulsa a duce Guiscardo ex Calabria et Apulia (47), ad abbatiam S. Johannis ab Epyro et ad alteram S. Coni Camerotae se confugiens, opera Calogerorum ecc…” che tradotto è secondo il Visconti: “Proprio in quegli anni moltissimi monaci orientali, cacciati da Roberto il Guiscardo dalla Calabria e dalla Puglia (47), giunsero nella nostra Diocesi e si rifugiarono nell’Abbazia di S. Giovanni a Piro e in quella di S. Cono di Camerota, costruite da quei venerabili monaci orientali che allora si distinguevano per la loro ardente religiosità  fra quelle comunità greche che fondarono i villaggi di Battaglia e di Morigerati; donde, in seguito, alcune comunità si trasferirono anche a Bonati (Bonatos), una città sorta, come pensa qualche studioso (48), sulle rovine dell’antica Vibona (Vibonam), un volta sede vescovile, tant’è vero che Gregorio Magno (49) scrisse una lettera a Rufino e un’altra a Venanzio, vescovi di questa città, che sulla base dell’etimo deve essere oggi identificata con Vibonati. Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio (…), nella versione del Visconti, a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, nella sua nota (48), postillava che: “(48) Bar., Ant. Luc., part. 1, pag. 139.”, nella nota (49), postillava che: “(49) Lib. 8, ep. 49; lib. 11, ep. 18.”. Il Laudisio (…), a differenza di quanto scrive il Cappelli (…), non parla di famiglie calabresi ma parla di “moltissimi monaci orientali”, cacciati da Roberto il Guiscardo. Il Visconti (…), nella versione del Laudisio (…), a pp. 16-17, nella sua nota (47), postillava che: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”, ovvero postillava che la notizia della cacciata di molti monaci italo-greci dalla Calabria e dalla Puglia da parte del normanno Roberto il Guiscardo, era stata tratta da: “(47) Platin., In vita Steph. papae IX.”. Bartolomeo Platina (…), nel suo capitolo: ‘In vitae Stephano papa IX’, che stà in ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, del 1593, a p. 170 parla della vita di papa Stefano IX e, sciveva che:

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(Fig…) Bartolomeo Platina (…) ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, 1593, p. 170

Bartolomeo Platina (…), nel 1540, nella sua opera ‘Historia Platinae de vitis Pontificum’, a p. 170, scriveva che durante il pontificato di papa Stefano IX:  “Hoc ferè tempore & Henricus tertius in locum Henrici patris demortui sufficitur: & Alexius Nicheforo imperatori Costantinopolitanum succedit. Et Robertus Guiscardi Graecos magno praelio superatos, è Calabria omnino expulit, relictis tantum modo Graecis sacerdotibus, qui usque ad nostram aetatem linguam seruant cum moribus.”, che tradotto è (più o meno), che durante il pontificato di Stefano IX: Quasi in questo momento Enrico III viene sostituito al posto del defunto padre Enrico, e Alessio succede a Nicheforo, imperatore di Costantinopoli. E Roberto il Guiscardo, sconfitto in una grande battaglia, espulse completamente i Greci dalla Calabria, lasciando solo sacerdoti greci, che fino ai nostri tempi conservano la lingua e i costumi”. Dunque, il Platina (….), scriveva che ai tempi dell’Imperatore Niceforo Foca e della cacciata dei Bizantini dalla Calabria da parte di Roberto il Guiscardo che lasciò in Calabria solo i monaci dei monasteri italo-greci. Il Platina ci parla dell’epoca di papa Stefano IX  o X secondo una diversa numerazione, nato Frederico Gozzelon de Lorraine (in tedesco Friedrich von Lothringen) o Federico Gozzelon dei duchi di Lorena ed è stato il 154º papa dal 3 agosto 1057 alla sua morte avvenuta nel 1058. Il Platina (…), ci parla della conquista delle Calabrie da parte di Roberto il Guiscardo che sconfisse i greci (i bizantini) in una violenta battaglia contro l’Imperatore Niceforo Foca e, scrive pure che il Guiscardo lasciò: “….solo i sacerdoti greci, che erano in fondo alla nostra lingua preservano il suo carattere. accettare di essere diminuita.”. Nelle note del Visconti (…), vediamo che il Laudisio (…), traeva la notizia dal Platina (…), dove però si legge solo che Roberto il Guiscardo, aveva conquistato la Calabria ai greci (i bizantini) e che aveva lasciato di bizantino in Calabria solo i monaci ed i monasteri italo-greci che avrebbero preservato la lingua e le scritture greche. Mons. Nicola Maria Laudisio (…), vescovo di Policastro, ‘Paleocastren Dioeceseos historico-cronologica synopsis’, pubblicato nel 1831 e, ristampato e commentato dal Visconti (…), a p. 73 parlando dei monaci e delle famiglie calabresi trasferitisi in alcuni paesi nostri ai tempi del Guiscardo, in proposito scriveva pure che: Alcune comunità di monaci greci si associarono invece alle comunità greche di Camerota e di Rivello (50).”. Il Laudisio, a p. 17 (vedi versione a cura del Visconti), nella sua nota (50) postillava che: “(50) Ughel.,  cit., loc., tomo 7, de episcopo Polyc. (Ughelli, op. cit., tomus VII, p. 542: “Dioecesis Polycastrensis (….) quatuor et viginti oppidis continetur, quorum primaria duo, Lauria sc. habens collegiatam (…), alterum est Rivellum duas habens parochiales, quarum in una Latinus archiepresbyter Latino, in altera Graecus Graeco populo suis cum clericis sacra, suae gentis more, administrat (per le liti tra il clero greco e quello latino di Rivello si veda G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli, 1971, pp. 172-174)).”, la cui traduzione dovrebbe essere: “La Diocesi di Polycastr (…) è composta da ventiquattro comuni, di cui due primari, Lauria sc. uno che ha collegiale ecc…”. Pietro Ebner (…),  nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, p. 332, scriveva che: “In età bizantina il patriarca Anastasio, per le vive sollecitazioni di Niceforo Foca (a. 968), cercò di estendere l’uso del rito greco in quel territorio. Vennero così costituiti i calogerati di S. Cono di Camerota (Badia di S. Pietro) e di S. Giovanni a Piro (badia di S. Giovanni Battista). A Poderia, a Roccagloriosa, a Torraca, nel periodo, vi erano chiese dedicate a S. Sofia officiate con rito greco (16). Villaggi tutti che subirono ripetute incursioni saraceniche. Ne aveva già scritto Erchemperto (17) (ad a. 879), ricorda quella del 915 il marchese di S. Giovanni nel suo ‘ms’ (18), della sua distruzione da parte di Roberto il Guiscardo nel 1059-1060 (ne trasportò gli abitanti a Nicotera), scrive il Gay (19).”. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, dopo aver parlato dell’occupazione longobarda del territorio ci parla dei cenobi italo-greci. Ebner a p. 17 in proposito scriveva che: “Tale tendenza si accentuò dopo l’arrivo dei monaci greci che innalzarono chiese un pò ovunque, attorno alle quali si andavano formando altri nuclei in aggiunta alle famiglie già ivi immigrate. Si ampliarono gli antichi ‘vici’ e ne sorsero di nuovi con nomi presida santi introdotti appunto da quei religiosi. 4. Le fonti sono concordemente mute sull’esistenza di un patrimonio locale della Santa Sede. Le terre possedute dalla Chiesa in Lucania non uguagliavano di certo il grande complesso noto come “Patrimonium Bruttium Sancti Petri”, per il cui potenziamento non si escludeva, a dire di Gregorio Magno (35), la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. L’Ebner, a p. 17, nella sua nota (36) postillava che: “(36) Ernesto Pontieri, Tra i Normanni nell’Italia Meridionale, Napoli, 1948, p. 34. etc…”. Nell’interessante passaggio l’Ebner ci parla di papa S. Gregorio Magno (…) che non “escludeva…..la possibilità di acquisire schiavi da utilizzare come coloni nelle tre (silana, tropeana e nicoterana) “massae” di Calabria (36).”. Le “massae” di Calabria. Guglielmo Colombero, recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), ed in proposito scriveva che: “Al seguito dei Normanni era giunta nel Sud dell’Italia una moltitudine di monaci e abati che soppiantarono le istituzioni greche, lasciando che queste intraprendessero un irrimediabile processo di decadimento e precipitassero nel più completo abbandono. I monasteri mercuriensi finirono sotto la giurisdizione delle neo-istituzioni benedettine, le quali fecero subito man bassa dei loro possedimenti terrieri e si spartirono i codici miniati che sino ad allora avevano rappresentato il tratto distintivo e il motivo di vanto delle biblioteche monasteriali greche..

Infatti, a riprova di questa ipotesi, il Cappelli a p. 323, scriveva pure che: “In base a quanto ho esposto potrei concludere che questo S. Fantino era probabilmente nativo della Calabria superiore Jonica dalla quale, nulla vieta supporre, fosse passato nei territori intorno al monte Mula prima di arrivare nella finitima regione del Mercurion e quindi nel prossimo Cilento meridionale.”. Infatti, S. Fantino, insieme ad altri monaci Calabresi si trasferirono dalla loro Calabria nei monasteri dei nostri piccoli centri. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Dunque, in questo passaggio, il Campagna scriveva che  I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria.”. Il Campagna scriveva che i monaci del basso Cilento mantennero sempre contatti con le altre Eparchie della Calabria del Nord, quella che confinava con la Lucania Occidentale. Sul fenomeno migratorio di famiglie e di monaci dalla Calabria al basso Cilento, il Campagna, a proposito citava anche la ‘Cronaca del Ceccano’.  Il Campagna, citava anche il testo di Francesco Russo (…) Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota”. Il Russo (…), a p. 264, scriveva che vi era da molto tempo una continua relazione e scambi tra i monaci dei monasteri del basso Cilento e quelli della Calabria, scrivendo che da alcuni documenti vaticani si evince che Igumeni da Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., I., n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota.”, e parlando di Camerota Orazio Campagna (…) a p. 264, scriveva che: “Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.“. Infatti, lo storico calabrese Francesco Russo (….), nel suo ‘Regesto Vaticano per la Calabria’, pubblicato a Roma nel 1974-75, vol. I-II, ha citato alcuni documenti conservati nell’Archivio segreto della Biblioteca Vaticana, che citavano l’antico monastero basiliano di S. Pietro di Camerota (dice il Russo), ma sarebbe di Licusati, da cui dipendeva il casale di Camerota. I documenti citati dal Russo (…), sono: il n. 7272, 7299, 7431 nel vol. I e, nel vol. II, troviamo il n. 12562. Ho cercato questi documenti e il testo di Francesco Russo (…) e, li ho avuti in concessione dalla sig.ra Anna Stabile, presso la Biblioteca della Fondazione Adele Caterini di Laino Borgo (CS), una ricca Biblioteca che possiede circa ventimila volumi. Dunque, Orazio Campagna (…), sulla scorta del Regesto Vaticano di Francesco Russo (…) citava alcuni documenti vaticani dove si citava il monastero di S. Pietro di Licusati e scriveva che monaci (igumeni basiliani) del monastero di Camerota (S. Cono di Camerota e monaci di S. Pietro di Licusati), venivano trasferiti in alcuni monasteri della Calabria e viceversa. In particolare, in alcuni documenti del Regesto Vaticano di papa Innocenzo VI del 1300, si scrive che questi monaci, per diversi motivi, venivano trasferiti nel monastero di S. Adriano in Calabria, nella Diocesi di Rossano Calabro. Nei documenti citati dal Campagna (…), a p. 264, e citati dal Russo (…), troviamo citati i monasteri di S. Cono di Camerota e S. Pietro di Licusati. Nel Regesto Vaticano etc di Francesco Russo (…), nel vol. I, nel regesto di Innocenzo VI (1352-1362) troviamo il documento n. 7272 del 9 gennaio 1353 a p. 463 e, il documento n. 7299, del 3 aprile 1353 lo troviamo a p. 465; il documento n. 7431, a p. 478; nel vol. II, troviamo il documento n. 12562 a p. 463, nel regesto di Sisto IV (1471-1484). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata. Julius Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”.

Nel X secolo, la diffusione del monachesimo basiliano o italo-greco nella Lucania occidentale o basso Cilento

Il monachesimo greco d’Italia, che si era sviluppato a Roma durante l’alto Medioevo, si diffuse ampiamente oltre i confini dell’Italia ellenizzata e dell’Italia bizantina alla fine del X secolo, e precisamente, dagli anni 960-980. A prestare attenzione al piuttosto massiccio movimento migratorio di popolazioni di lingua greca – tra cui monaci – che, a partire dalla Sicilia e Calabria meridionale, si sono diffuse al nord della penisola e si stabilirono intorno anni 960-980 e in concomitanza a Roma, Napoli, Salerno, Taranto, secondo fonti notarili e agiografiche. In Calabria e nel Salento, il monachesimo bizantino raggiunse il suo apice nel cosiddetto periodo “normanno” e allo stesso tempo riacquistò il suo punto d’appoggio nella Sicilia di Hauteville. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Nel 1078, con la definitiva scomparsa del Principato longobardo di Salerno, vinto ed incorporato dai Normanni di Roberto il Guiscardo (principe Normanno), il Cilento trovò la sua unità che durò fino al 1080, anno in cui il feudo passo a Ruggero Sanseverino. Con l’arrivo dei Normanni e la graduale fine della dominazione bizantina, i papi procedettero alla riorganizzazione ecclesiastica di questi territori. La presenza Normanna sulle nostre terre, intorno ai primi del secolo XI, prima e dopo la caduta dell’ultimo Principe Longobardo, Gisulfo II, è attestata da una serie di documenti dell’epoca. L’opera del normanno Guiscardo, si inserisce anche in un contesto in cui parte dei nostri territori, soprattutto nella diffusione dei cenobi e dei Monasteri italo-greci o basiliani, risentivano dell’influenza della regola bizantina e della nascente regola monastica benedettina. In Calabria, l’invasione dei Longobardi ne spezzò l’unità, strappandole il Cosentino, annesso al ducato di Benevento e poi al principato di Salerno (847). La riunificazione sotto i Bizantini (con l’erezione a tema: inizio X sec.) aprì una fase di radicale ellenizzazione, appoggiata dalla diffusione del monachesimo basiliano; ma per l’inerzia e il fiscalismo del governo decadde l’agricoltura, rinacque il latifondo, sparì quasi ogni energia locale. Il Guiscardo, dunque, dopo aver distrutto, forse per la seconda volta la città di Policastro, pensò bene di tradurre molti dei superstiti e trasferirli in alcuni paesi della Calabria a lui già soggetti da tempo. Già nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d’assedio. L’imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i bizantini e già nel maggio di quell’anno la regione fu sottomessa. Importante ma non unico luogo di rifugio per il patrimonio bizantino nell’Italia meridionale, il monachesimo italo-greco resistette alla separazione politica alla fine dell’XI secolo dall’impero bizantino e durò fino il Concilio di Trento come oggetto di attenzione dal sovrano come il papauté punto di beneficiare di scrivere una regola fatta a metà del XV secolo, dalla mano di Bessarione, basato sugli scritti asceti di San Basilio il Grande, nella prospettiva della creazione di un “Ordine di San Basilio”. Questi monaci e questi stabilimenti, la cui esistenza tende a minare i fondamenti di una rigida dicotomia tra Oriente e Occidente, troppo spesso avanzati per il Medioevo, divennero scrittori e curatori di archivi, i cui qualitative. Così, è in gran parte grazie alla presenza monastica greca nell’Italia medievale che la documentazione notarile italo-greca costituisce, dopo gli archivi di Athos, il secondo fondo medievale più grande in lingua greca – e anche la prima per il Medioevo centrale. Sull’abbazia e sul casale di Licusati, non vi sono molte notizie, sia perché l’Antonini (…), che pur aveva scritto del territorio nel ‘700, che il Volpi (…), che scrisse della diocesi di Capaccio e dei suoi vescovi, nulla avevano detto della badia e del villaggio che le era sorto a poche centinaia di metri.

Un documento del 1080, citato nella Lucania dell’Antonini (…) dice che esisteva nell’Archivio Diocesano di Policastro e, poi citato anche dal Racioppi (…), sulla scorta del Pellegrino (…), di Ammirato (…) e, di Porfirogenneta (…), l’Antonini scriveva che si parla di alcune concessioni (privilegi concessi) del MLXXX da Roberto il Guiscardo fatte”, “Utiliter de illorum famulatu in finibus Apuliae, et Salerni usi fumus”, “parole che dimostrano che a quel tempo non eran pochi”.

Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. II , pp. 333, parlando della Diocesi di Policastro, restaurata dal vescovo Alfano I, scriveva che: “Come si è ampiamente mostrato altrove (21) il territorio compreso tra l’Alento e il Bussento era stato sempre tenuto dal “sacro palatio”, dal governo salernitano, alle sue dirette dipendenze (”in finibus salernitanis’ dei documenti). I pericoli derivanti dalle continue infiltrazioni di gente calabra nel territorio aveva sollecitato la costituzione di quella contea di confine affidata a un esperto soldato qual’era Guido, fratello del principe Gisulfo, il quale certamente sollecitò, per il prestigio che ne sarebbe derivato alla sua contea, la ricostituzione della diocesi. Ma la permanenza a Policastro del presule scelto da Alfano, il monaco cavense Pietro di Salerno ecc…”. Il passaggio dell’Ebner è particolarmente interessante in quanto cita la notizia che nel basso Cilento vi furono turbe di monaci e familiari al seguito immigrati dalla vicina Calabria verso alcuni piccoli borghi del basso Cilento dove esistevano dei piccoli monasteri. Ebner però non fornisce alcun riferimento bibliografico e dice solo che vi sono alcuni toponimi presenti nel basso Cilento la cui matrice è Calabrese. Pietro Ebner (…), nel suo, ‘Storia di un Feudo del Mezzogiorno – La Baronia di Novi’, edito nel 1973, nel suo cap. I: “Novi dalle origini all’età Longobarda”, a p. 19, nella sua nota (40) postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure G. Cozza-Luzi, ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92.”. Proseguendo il suo racconto Ebner parla dell’anno 915 e delle frequenti scorrerie di Saraceni e cita il testo di Cozza-Luzi (….), ‘Historia et Laud. SS. Saba et Macarii….(Roma 1893), 92, quando nella sua nota (40) a p. 19 postillava che: “(40) Nei monasteri del Cilento, e cioè ‘en tois meresi ton prinkipion’ (Cod. criptense β II 430, f. 179), “nelle regioni dei principi” e cioè nel territorio salernitano, certamente trovarono conforto e rifugio i religiosi scampati alle massicce devastazioni operate in Calabria dai Saraceni nel 915/2, vedi pure Cozza-Luzi ecc..”. Infatti, Giuseppe Cozza-Luzi (…), nel suo ‘Historia et Laudes SS. Sabae et Macarii juniorum e Sicilia, auctore Oreste patriarca Hierosolymitano’, a p. 92 scriveva che: “………………………………”. Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, nel 1982, a p. 264, in proposito scriveva che: “Il monachesimo basiliano ebbe origini antichissime a Camerota (124). Il Campagna, a p. 264, nella sua nota (124), postillava che: “(124) Difatti, i Basiliani si erano insediati fra componenti greche in un angolo sicuro e stupendo (De Giorgi, Guida d’Italia, La Campania, TCI, Milano, 1963), dalla flora rigogliosa, con possibilità i sviluppo artigianale, soprattutto nell’attività fittile, sotto la protezione del braccio secolare longobardo. I monaci del basso Cilento si mantennero sempre in relazione con le eparchie dell’alta Calabria. S. Nilo dimorò a S. Nazario, e in quel monastero si vestì nell’Ordine dell’abito di S. Basilio, dal Bios cit., Igumeni di Camerota venivano trasferiti in Calabria, e viceversa, in F. Russo, Regesto Vaticano, etc., cit., I, n. 7272, 7299, 7431; II, n. 12562, regesto in cui viene menzionato il monastero basiliano di S. Pietro di Camerota. Ancora nella cittadina si praticano gli antichissimi culti di S. Daniele profeta e di S. Nicola Magno.”. Guglielmo Colombero (….), recentemente, ha recensito il testo di Giovanni Russo ‘Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche del XI secolo’ (…), e scrive: “Al seguito dei Normanni era giunta nel Sud dell’Italia una moltitudine di monaci e abati che soppiantarono le istituzioni greche, lasciando che queste intraprendessero un irrimediabile processo di decadimento e precipitassero nel più completo abbandono. I monasteri mercuriensi finirono sotto la giurisdizione delle neo-istituzioni benedettine, le quali fecero subito man bassa dei loro possedimenti terrieri e si spartirono i codici miniati che sino ad allora avevano rappresentato il tratto distintivo e il motivo di vanto delle biblioteche monasteriali greche.. Il Colombaro (…), sulla scorta di Francesco Russo (…), parlando di quegli anni (i primi decenni dell’anno mille), scrive che:  “Il monastero di San Nicola di Donnoso, annota Russo, «registrò un progressivo incremento dei propri beni fondiari, al punto da non risentire degli effetti delle depredazioni normanne, né della grande carestia del 1058. È questo un aspetto di non secondaria importanza che rafforza maggiormente la convinzione della potenza, anche economica, del monastero di San Nicola di Donnoso e della brama di venirne in possesso da parte dei Normanni e delle organizzazioni religiose latine. Basti pensare che la carestia del 1058, causata da una terribile siccità, produsse una serie infinita di conseguenze negative sul tessuto sociale calabrese; gli eserciti saccheggiarono e incendiarono i campi, fu perseguita una strategia del terrore, fu reinserita la vendita delle persone, principalmente dei bambini, ai ricchi, e la popolazione in preda alla disperazione si rivoltò in molti luoghi, come accadde a Scalea, insorta contro Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo. Con tutta probabilità è questo il motivo per cui, intorno al 1065, S. Nicola di Donnoso venne concesso dai principi normanni all’abbazia benedettina di Santa Maria della Matina». Impressionante, a questo proposito, la testimonianza del cronista normanno Goffredo Malaterra relativa proprio alla carestia del 1058, che Russo riporta in nota a pagina 23: «Un triplice flagello colpì allora la Calabria, in marzo, aprile, maggio: il primo era la spada dei normanni che non risparmiava quasi nessuno; il secondo era la fame, che dopo aver esaurito le forze, divora i corpi illanguiditi; il terzo era l’assalto della morte, che dovunque si estendeva orribilmente, non lasciando quasi alcuno fuggire indenne, quasi infuriare d’incendio in un campo di steli disseccati». La notizia di famiglie calabresi che ripopolarono o costituirono l’origine di alcuni paesi delle nostre terre coma Vibonati, Morigerati e Battaglia (e forse anche Sicilì), può trovare un riscontro anche nella tradizione popolare secondo la quale Tortorella fu fondata da esuli di Tortora che, come scrissero il Di Rienzo e La Greca (…), a p. 250: “Secondo la tradizione fu fondata dagli esuli di Tortora (Cosenza) intorno al 950, quivi rifugiatisi per difendersi dalle incursioni dei pirati. La prima notizia dei documenti di un borgo detto “Turturella” risale al 1166 (1).“.  Nella nota (1), si postillava “(1) Ebner, Chiesa, ecc.., p. 591.”. Andrebbe ulteriormente indagata una notizia citata da Ebner (…), tratta dal Tancredi (…). Pietro Ebner, a p. 591, non parla di Tortorella ma parla di Sapri e di Torraca, quali centri elencati nella Bolla di Alfano I del 1079 (Ebner fa risalire il documento all’anno 1066-67). Pietro Ebner (…), a p. 678, dove parla ancora di Tortorella, apprendiamo che: “Il Tancredi (20) scrive dell’origine dell’abitato, che attribuisce a famiglie di Tortora (Cosenza) trasferitesi nel luogo per sfuggire alle incursioni saraceniche, di Casaletto Spartano (21) e Battaglia suoi Casali, dei baroni Carrafa della Stadera che lasciarono “tristi ricordi di tirannia e di soprusi” (sono ancora visibili i resti del Palazzo marchesale), del palazzo del barone Gallotti, ecc…”. Ebner (…), nella sua nota (20), postillava che: “(20) Tancredi L., Il Golfo, cit.,  p. 72 sgg.”, mentre nella sua nota (21), postillava che: “(21) Casaletto Spartano ecc..ecc..”. La notizia citata da Ebner (…), nella sua nota (20), di p. 678, vol. II, era tratta da un testo del sacerdote Luigi Tancredi (…), che nel 1978, scrisse ‘Le città sepolte nel Golfo di Policastro’. Il Tancredi (…), come vedremo, non parla di Tortorella ne di Casaletto Spartano ma, a p. 72, nel suo capitolo “Il Porto di Vibona”, parlando di Vibona e del suo porto (Sapri), sulla scorta della Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, nel 1975 e di cui trassi copia nel 1981 (…, v. Fig…..), credeva che l’antica città scomparsa di Vibona, di cui parlava Livio (…), fosse stata costruita sulle colline di Sapri e, scriveva che: “Vibona subì una prima distruzione nei primi decenni del sec. X, ad opera dei Saraceni di Agropoli e Camerota (6). A quel tempo risalgono le prime costruzioni di Vibonati, luogo di rifugio dei Vibonesi.”. Il Tancredi (…), a p. 72, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli F., op. cit., p. 36.”. Il Tancredi, nella sua nota (6), si riferiva al testo di Filippo Cirelli (…), che nel 1853, scrisse ‘Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato 1853-1860: Calabria’. Riguardo la carta in questione (…), citata da Ebner (…), sulla scorta del Tancredi (…), possiamo aggiungere che il sacerdote Luigi Tancredi (…), a p. 63, nalla sua nota (13), postillava sulla bibliografia di questa carta e scriveva che: “(13) Archivio di Stato, Napoli, Sez. Piante Topografiche, carta 32a, n. 2 (Bibo ad Siccam odie ruin), anno 1600.”. Sebbene il Tancredi (…), abbia citato la nostra carta corografica (…) (Fig….) ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, egli, riporta i suoi riferimenti bibliografici totalmente errati. Inoltre, riguardo le notizie tratte da Filippo Cirelli (…), riguardo all’incursione dei Saraceni nei primi decenni del secolo X, ma possiamo dire che di questo evento ci siamo occupati in un altro nostro saggio ivi pubblicato, e ne ha parlato il Volpe (…), sulla scorta del Malaterra (…) e, del manoscritto di Luca Mannelli (…). Della feroce incursione dei Saraceni sulle nostre terre, ne parlò anche il Vassalluzzo (…) e l’Ebner (…), sulla scorta di una cronaca del Gatta (…), che parlando di Camerota, si rifaceva al manoscritto del Mannelli (…), le cui pagine originali, sono ivi pubblicate in una altro nostro saggio. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri’, a p. 205, scrivendo di Vibonati, diceva che: “Nel IX secolo Vibonati divenne rifugio delle disgraziate popolazioni costiere del Golfo, costrette, dalle frequenti scorrerie dei pirati Saraceni, a cercare asilo e scampo nelle zone più impervie e meno facilmente accessibili. Verso la metà del secolo XI, i Normanni fecero del territorio di Vibonati un loro possesso. Gisulfo II, ultimo principe longobardo di Salerno, aveva affidato Vibonati, insieme Policastro ed altri castelli della zona, al fratello Guido, prode e bellissimo cavaliere.”. Il Guzzo, prosegue il suo racconto e dice che quando il Guiscardo pretese da suo cognato il principe Gisulfo II tutti i castelli del Cilento, aggiunge anche quello di Vibonati, e lo fa sulla scorta di Michele Schipa (…), che invece a pp. 211-240, nel suo ‘Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla Monarchia’, non cita Vibonati, ma parla dei castelli della Valle di S. Severino, donati da Gisulfo II, al fratello Guido, insieme alla vasta contea di Policastro, che doveva comprendere anche le terre di Vibonati. Tuttavia, la notizia dell’origine di alcuni nostri paesi che, come sosteneva il Porfirio, furono: costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani”, dovrebbe connettersi, attestandosi al periodo del primo Guiscardo, alla restaurazione della sede episcopale bussentina, con la nomina a Pietro Pappacarbone, primo vescovo della restaurata sede episcopale suffraganea di Policastro. Il Porfirio (…), faceva riferimento al periodo in cui venne restaurata la sede episcopale Bussentina, diventata da quel momento Paleocastrense, con la nomina di Pietro Pappacarbone a primo vescovo della restaurata sede. I fatti narrati dal Laudisio (…) e poi dal Porfirio (…), ricorrono al tempo di Roberto il Guiscardo prima o dopo il Concilio di Melfi. A questo proposito, il barone Giuseppe Antonini (…), nel Discorso VII, a p. 367, della sua ‘Lucania’, dove, parlando dell’antica città scomparsa della Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercadanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (2), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi dello stesso Guiscardo.”. L’Antonini, scrivendo di Molpa, diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (mercadanti), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa Scalea. Si tratta del Libro I, del Cap. XXVI, il Malaterra scriveva (v. Lo Curto, p. 71) che: Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto.”. L’Antonini, credeva che la ‘Melfi’, citata dal Malaterra, fosse la Molpa di Camerota e Palinuro. Il racconto del Malaterra, riferisce un episodio del 1057. Erano proprio gli anni in cui il normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, insieme ai suoi fratelli, iniziava ad impossessarsi di diversi territori della Calabria. Nell’anno 1058, il Guiscardo, sposerà la sorella di Gisulfo II, prinicipe longobardo di Salerno e, nel 1065, distruggerà per la seconda volta Policastro. Il Cataldo (…), riguardo il periodo storico trattato dal Laudisio (…), ovvero riguardo gli anni del pontificato di papa Stefano IX, scriveva che: “Nel 1058 la sede bussentina fu aggiunta, essendo antica, alla dipendenza di Alfano, Metropolita di Salerno, con bolla di Stefano IX (Federico di Lorena). L’Arcivescovo Alfano infatti, consacrato da Stefano IX nel marzo del 1058, aveva ottenuto la facoltà di nominare e di eleggere 10 Vescovi suffraganei, tra cui quello di Policastro. Essendo stato richiesto dal popolo policastrese un nuovo Vescovo a Gisulfo II, Principe di Salerno, papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nominò nel 1067 Pietro Pappacarbone, Vescovo di Policastro. Questi fu consacrato nel 1079 e fu il primo nostro Vescovo, dopo la restaurazione della sede.”. Poi il Cataldo (…), aggiunge: “Papa Alessandro II lo aveva nominato Vescovo nel 1067 e Ildebrando di Soana, con altri prelati, ne firmava la bolla. Nel 1079, sotto papa S. Gregorio VII riceveva la consacrazione episcopale.”. Nel 1982, Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 188, parlando di Bonifati, cita Vibonati e scriveva che: “Toponimi, documentazione e resti suffragano quanto andiamo asserendo…soprattutto “Valle Carbone”, emblema di quella rinascita basiliana di mediazione carbonense, che, in tarda epoca normanna, si diffuse nel vasto territorio dell’ex Principato Longobardo di Salerno (280). S. Maria del Piano trova riscontro in culti omonimi presso comunità coeve della costa: Majerà, Verbicaro, Vibonati. L’assistenza medico-ospedaliera e di ricovero, attività propria dei Basiliani, veniva praticata nello “Spedale”, posto nel cuore della cittadella monastica (281). Il Campagna, nella sua nota (280), postillava che: “(280) A Bonifati i Carbonesi furono estromessi dai Domenicani. Sul monastero dei SS. Elia e Anastasio di Carbone, G. Robinson ecc…”, mentre nella sua nota (281), postillava che: “(281) Vengono ricordati “spedali” a Scalea, a Majerà (F.A. Vanni, ms. cit.), a Mottafollone (D. Cerbelli, Monografia, etc., cit.). Sempre il Campagna (…), a p. 253, parlando dei nostri paesi, scriveva che: “Il culto di S. Vito Martire (46) e, presso il Bussento, quello di S. Lorenzo, il monastero di S. Nicola, tra Sapri e Torraca, lasciano presupporre presenze basiliane sulla costa, prima e dopo la latinizzazione del rito greco (47).”. Pietro Ebner (…), nel 1982, nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popolo del Cilento’, vol. I , a p. 376, riguardo il Conte Guido, scriveva che: “Non è da escludere che il Conte Guido avesse confermata la lenta, ma persistente infiltrazione nel trritorio di religiosi greci di Calabria seguiti da famiglie che continuavano a risalire il Principato trovando nei locali insediamenti conforto e assistenza, sicurezza e immediato lavoro. Come è da ritenere più che probabile che il conte Guido avesse insistito, o proposto addirittura la ricostruzione della diocesi di Policastro che certamente avrebbe conferito più alto prestigio alla sua contea.”.

Nel 968, L’Imperatore bizantino Niceforo Foca, servendosi del Patriarca greco Anastasio, si sforzò di sostituire in tutto il ‘basso Cilento’ al rito latino quello greco (…), con la costituzione dei Calogerati di S. Cono e di Camerota e di S. Giovanni a Piro e, le sue Badie Basiliane di S. Pietro e S. Giovanni Battista a Policastro. Queste terre rivestono un’importanza fondamentale per lo studio dell’anacoretismo dell’Italia meridionale tanto da indurre alcuni studiosi, a credere che quì doveva trovarsi il Cenobio di S. Nazario fondato da S. Nilo (37) e più precisamente nei pressi del Monte Bulgheria (29). La prima notizia certa del Cenobio basiliano o Badia di S. Giovanni a Piro, risale 1020 allorchè il monaco Luca copiava il Codice Innocenziano XI, 9; vi era anche il Monastero di S. Maria sul luogo dell’odierno cimitero di Centola (…). Già nel X sec. d.C., a S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente facendone risalire la fondazione al ‘990 dai monaci di San Basilio Magno. Nella Diocesi di Policastro, molte erano le chiese dedicate al culto bizantino di S. Sofia. Infatti, come giustamente credevano il Natella ed il Peduto, ”il rito greco doveva essere presente nella chiesa madre policastrense” (…). Tuttavia, il vescovado bussentino è stato un enclave cattolico in una zona bizantina, e come riteneva il Porfirio la chiesa bussentina lungi dal piegarsi al rito greco” (…). I due studiosi Natella e Peduto, in un loro pregevole studio (…), scrivevano in proposito: “Il IX secolo trascorre muto, ma è da quest’epoca che nella zona del Golfo di Policastro incominciarono a sussistere i primi elementi di rito greco. Nel IX secolo, come ricorda il Cappelletti (…), già in Rivello la chiesa greca dimostrò forza, mentre nel X secolo a Policastro, e più precisamente nella poco lontana S. Giovanni a Piro, l’organizzazione episcopale greca era fiorente (…).”. Nel IX e X secolo, la Calabria fu terra di confine tra i Bizantini e gli Arabi insediatisi in Sicilia, che si contesero a lungo la penisola, soggetta a razzie e schermaglie, spopolata e demoralizzata, ma con gli importanti monasteri bizantini, vere e proprie roccaforti della cultura del tempo, e patria di numerosissimi santi monaci (San Nilo da Rossano, San Gregorio da Cerchiara ecc). E’ al periodo iconoclasta che si deve fare attribuire le cittadelle ascetiche, appartate e silenziose del ‘Mercurion’ e del Monte Bulgheria (…). In questo territorio la bizantinizzazione si manifesta chiaramente, ancora oggi a distanza di molti secoli, nel dialetto o nei grecismi presenti nei toponimi di origine greca; nei titoli di molte chiese (…), nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda (…), sulle forme architettoniche di alcune delle chiese, nelle grotte e nei cenobi (…). Le carte riportano chiese di rito greco a Policastro, Roccagloriosa, Cuccaro, Morigerati (…), mentre il Racioppi (…), annovera Maratea e Sapri. Culturalmente i monaci guardavano alle tradizioni greco-siriane-palestinesi e di Alessandria della patristica orientale come San Giovanni Crisostomo, San Basilio Magno, e San Gregorio Nazienzeno. Se disponevano di un’équipe di amanuensi, come nella vicina San Giovanni a Piro, disponevano anche di loro libri scritti nella lingua greca (koinè) del medioevo. Il codice monumentale da San Giovanni a Piro dal 1020 è adesso nella Biblioteca Laurenziana di Firenze; le ‘scriptoria’ monastici del Cilento erano di alto livello artistico e in sintonia con l’arte contemporanea tanto bizantina quanto beneventana e araba. La moderna storiografia professionale ha archiviato l’opinione diffusa 50 anni fa che c’era una politica aggressiva di latinizzazione dei monasteri italo-greci nel Mezzogiorno nell’XI e XII secolo. L’importante era solo che le chiese secolari episcopali riconoscevano la giurisdizione canonica di Roma invece di Costantinopoli. Il vescovo di Policastro poteva ordinare preti latini sia greci. I candidati potevano essere sposati, come previsto dalla disciplina bizantina, ma essenziale era che il candidato sapesse leggere e scrivere. (vedi la Bolla dell’arcivescovo Alfano datato 1079 che ricostituiva la diocesi). Il sacerdote Carmine Troccoli (…), nel suo ‘Montesacro antichissimo santuario basiliano’, nel 1986, parlando dei monasteri sorti nell’area del Monte Bulgheria, in proposito scriveva a p. 49: “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini” (10). Possiamo affermare che l’insediamento di Monte Bulgheria venne quasi a costituire un luogo di incontro e fusione tra il mondo occidentale e quello orientale. I monasteri più famosi oltre quelli già elencati sono: il monastero di S. Giovanni a Piro, il cenobio di S. Cono di Camerota, il monastero di S. Maria Odeghitria a Policastro, il cenobio di S. Maria di Centola e di S. Nicola presso Cuccaro Vetere.”. Il Troccoli (…), nella sua nota (10), a p. 49, postillava che: “(10) G. Giovannelli, Vita di S. Nilo di Rossano, Roma.”. Germano Giovannelli (…), Ieromonaco dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata a Tuscolo, nel 1966, scrisse ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’ (già pubblicato nel 1955, sul Bollettino della Badia), che pubblicò l’opera agiografica sulla vita di S. Nilo. Ebner (…), traendo spunto dal Giovannelli (…) e dalla ‘Vita di S. Nilo’, scriveva che:  “Parlando del viaggio di S. Nilo nel Cilento il suo biografo così lo descrive: “Egli penetrò in una Regione tutta longobarda, ma pure ricchissima di ermi e di cenobi bizantini”. Con queste parole, Ebner, voleva intendere che S. Nilo, penetrò in una regione Longobarda, e con questo voleva intendere che a differenza della Calabria, il basso Cilento era molto Longobardo e per niente controllato da Bisanzio, ma aggiungeva pure che nonostante l’Influnza bizantina non vi fosse, erano notevoli  e diffusi su tutto il nostro territorio, eremi e cenobi basiliani italo-greci con rito greco. Tuttavia, l’opera agiografica del biografo di S. Nilo, non ci dice nulla sui monasteri presenti nel basso Cilento e, quando Ebner, scriveva che fra i monasteri più famosi nel basso Cilento, vi era anche quello di S. Cono di Camerota.  Giovannelli (…), a pp. 137-138, parlando del viaggio di S. Nilo, nel basso Cilento, nella sua nota (25), postillava che: “L’itinerario, che tenne in questo viaggio fu, grosso modo, probabilmente, il seguente: Partito dal Mercurio, seguendo il corso del fiume “Mercure-Lao e passando per Papasidero, sboccò alla spiaggia di Scalea. Di qui costeggiando il mare, risalì per Maratea e Sapri fino a Camerota. E lasciato il mare sulla sua sinistra, s’internò per la via di Celle di Bulgheria-Rocca Gloriosa, raggiungendo S. Mauro-La Bruca, ed infine il monastero di S. Nazario, (Gay, op. cit., p. 270).”. Il Giovannelli (…), nella sua nota (25), postillava che la notizia era tratta anche da Julius Gay (…), nel capitolo “Les moines grecs en Calabre et la colonisation byzantine” (‘I monaci greci in Calabria ecc..’, v. Cap. V, in “S. Nilo di Rossano. La vita monastica alla metà del X secolo”, del suo ‘L’Italie Méridionale et l’Empire byzantin depuis l’avènement de Basile Ier iusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071)’, del 1917 (si veda edizione ristampata a cura di Ventura, p. 199 e s.), a p. 270, ci parlava di S. Nilo e della nostra terra in epoca Longobarda-Normanna. Il Gay (…), a p. 270, parlando dei monasteri italo-greci della nostra regione e, sulla scorta di Francois Lenormant (…), nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, vol. I, pp. 200, parlando del viaggio di S. Nilo e del monastero di S. Nazario, scriveva che: “Il monastero di S. Nazzaro doveva esser posto, come si è già notato, fuori del tema di Calabria (59). Ora sappiamo che la regione del Mercurion era precisamente all’estremità settentrionale del tema, sui confini della “Longobardia”. La costa deserta che il viaggiatore segue è molto probabilmente quella del golfo di Policastro: forse bisogna ricercare il monastero di S. Nazzaro sin nel tratto meridionale del Cilento, nei dintorni di Monte Bulgheria, dove parecchi nomi di luoghi ci rivelano le tracce di antichi monasteri basiliani.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (57), postillava che: “(57) Lenormant, Grande Grecia, I, p. 346.”. Il Gay (…), citava Francois Lenormant (…) che, nel suo ‘La Grande-Grèce, paysages et historie par la Francois Lenormant’, ha scritto sui monasteri italo-greci sorti sulle nostre terre. Il Lenormant (…), anche sulla scorta del Racioppi (…), a p. 346, vol. I, scriveva che: “……………………”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (59), postillava che: “(59) Racioppi, op. cit., II, pp. 99-102.”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia dei Popoli della Lucania e della Basilicata’, nel suo vol. II, a pp. 99-102, ha parlato dei monasteri basiliani nel basso Cilento. Anche Gerald Rohlfs (…), nella sua nota (19), postillava che: “(19) Racioppi, op. cit., vol. II, p. 100”. Giacomo Racioppi (…), nel suo ‘Storia de Popoli della Lucania e della Basilicata’, a pp. 99-100, del vol. II, parlando dei grecismi nella nostra terra, scriveva che: “Sono indubbiamente d’origine greca medievale i nomi dei paesi: Laurino, Laurana, la Catona, Policastro, Controne, Futani, Rodio, Poderia, Cammarota, Pollica, Ascea, e quei due di Sicilì e Morigerati, ecc..”. Sempre il Racioppi, per Policastro postillava nella sua nota (2) a p. 99 che: “Policastro è…………….. – Poderia, da …………… quasi Piedimonte. – Cammarota, di ……………., avente la forma a volta, cioè le “antiche camere” o “magazzini del luogo” – Sicilì, vale ficheto, da ……….., fico, e ………., selva, ovvero……………………, selvoso. – Morigerati (Muricerato) dal tema ………., che è una specie di ginestra; e vale “terreno pieno di ginestre”, (Conf. le due forme italiche “alberato e albereto, vignato e vigneto, olivato e oliveto, ecc…qui non voglio omettere, che nella ‘Paleocastren Dioceseos Historico-Chronologica Synopsis, etc., Napoli, 1833 (a p. 111) si legge che “una turba di Greci pervenne nella diocesi di Policastro, espulsa che fu dal Duca Guiscardo (?), dalla Calabria e dall’Apulia….Erano di quelle greche famiglie, che fondarono i villaggi di Battaglia,  “e Morigerati: altre emigrarono a Li-Bonati: altre a Cammarota e a Rivello.” L”espulsione del Guiscardo e l’epoca è per me dubbia: ma la testimonianza in genere è pregevole. Il rito greco durò a lungo tempo nella chiesa di questi luoghi, e “nell’Archivio della cattedrale di Policastro si conservano diversi Registri di dimissione rilasciate dal vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco, e specialmente due del 1592 ed una del 1608″ (Volpe, Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, pag. 132).”. Giuseppe Volpi (…) in proposito dice che “…nell’Archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi registri di Dimissione rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati di rito greco e specialmente due del 1592 e del 1608.”Il testo che citava il Racioppi (…), era quello di Giuseppe Volpi (…), ‘Notizie storiche delle antiche città e dè principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, dove a p. 117 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Policastro, in proposito scriveva che: “mentre Niceforo Foca, 53 anni appresso (dopo l’anno 915), per consolidare in questa disgraziata provincia la sua signoria, fece gli stremi sforzi per sostituire al latino il greco rito (21).”. Qui il Volpi, scrive sulla scorta del quasi coevo Laudisio (…). Il Volpi (…), nella sua nota (21), postillava che: “(21) Card. de Luca, Adnot. ad Concil. Trident., disc. VIII, n. 25, e disc. XIV, n. 21.”, che poi del resto corrisponde alla nota (…) del Laudisio. Il Volpi (…), ci parla della notizia citata dal Racioppi, quando a p. 132 (vedi ristampa di Ripostes), parlando di Morigerati, nella sua nota (16), postillava che: “(16) Questo luogo, sede un tempo dè ‘Morgeti’, sin a pochi anni addietro, era di rito greco, ed il suo protettore n’era San Demetrio, della chiesa greca. Nell’archivio della Cattedrale di Policastro si conservano diversi ‘Registri di dimissorie’ rilasciate dal Vescovo ai sacerdoti di Morigerati, di rito greco, specialmente due del 1592 ed una del 1608.”. Il Gay (…), a p. 212, nella sua nota (61), postillava che: “(61) Vita, op. cit., 30, 31, 34.”. Si tratta dell’opera agiografica del biografo di S. Nilo che racconta la ‘Vita di S. Nilo’, pubblicata da vari autori tra cui Germano Giovannelli (…), nel………., nel suo ‘Vita di S. Nilo, fondatore e patrono di Grottaferrata’ o, ‘S. Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata’, Grottaferrata, ed. Badia di Grottaferrata, 1966, Tip. Italo-Orientale “S. Nilo”, Roma (Archivio Storico Attanasio); ‘Vita di S. Nilo’, e pure: ‘Grottaferrata’, stà anche in ‘Bollettino della Badia di Grottaferrata’, Grottaferrata, n.s. n… (1955). Un altro autore che parlava dei monasteri basiliani nella nostra zona, è Apollinare Agresta (…), che in seguito è stato interamente trascritto da Rodotà (…). Apollinare Agresta (…), nel suo ‘Vita del Protopatriarca S. Basilio Magno’, del 1681, il monastero di S. Cono a Camerota, già non doveva esserci, perchè non viene citato. Agresta, da p. 401 e ss. nel capitolo ‘Monasteri di S. Basilio nel Regno di Napoli’ e, nella sua ripubblicazione del Rodotà (…), a p. 190, nel ‘Principato Citeriore’, cita solo il monastero di S. Maria Mater Domini a Nocera e poi passa alla Basilicata.

Nel 1067, MORIGERATI  e SICILI’ non figuravano elencati nella ‘Bolla di Alfano’

La ricostituzione della sede episcopale Bussentina, la Diocesi di Bussento (Buxentum), nel XI secolo (vacante) che, proprio in quel periodo muta il suo nome in ‘Paleocastrenses’, e l’antico documento (…), la nota lettera pastorale, ‘Bolla‘, datata all’Ottobre 1079, l’Arcivescovo di Salerno Benedetto Alfano I, in cui si elencavano le trenta parrocchie, della restaurata sede Episcopale Bussentina “quae modo Paleocastrensis dicitur Ecclesiae, per apostolicam institutionem nostro Arciepiscopatui subiectae”. Il documento (…) che quì abbiamo esaminato, risale al secolo XI ed è interessantissimo per la toponomastica dei nostri luoghi, in quanto, esso è uno dei più antichi documenti in nostro possesso. In esso vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. L’antica pergamena, oltre ad essere una testimonianza dell’esistenza dei centri che vi si elencano, è anche un’interessante fonte per la toponomastica dei luoghi. Tra le località ed i toponimi (nomi dei luoghi) elencate nell’antichissima pergamena (…), si citavano quelli di: Fujenti (Mingardo o Rofrano in origine), Castrum (Roccagloriosa), Laeta (Aieta), Castellum de Mandelmo (Castello di Licusati), Languenum (Laino borgo), Porto o Portu (Sapri), Turraca o Turracca (Torraca), Ulia (Lauria), Vimanellum (Viggianello), Abbatemarcu (Abbatemarco fiume) Mercuri (fiume affl. Lao), Triclina (Trecchina), Revelia (Rivello), Lacumnigrum (Lagonegro), ecc…

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(Fig….) Le trenta parrocchie che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…).

Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “La bolla dell’Arcivescovo Alfano I, dell’ottobre del 1067 che nominava vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, non ha nell’elenco dei paesi il nome di Morigerati, come quello degli altri abitati che sicuramente pur esistevano.”. E sin quì concordo con ciò che scriveva il Gentile. Il Gentile però continuando il suo racconto su Morigerati, sempre in riferimento all’asenza del toponimo di Morigerati sulla bolla di ALfano I° aggiungeva che: “La mancanza è una prova ulteriore che il casale di Morigerati ricadeva da tempo sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano.”. In sostanza il Gentile sosteneva che siccome il toponimo di Morigerati non figura nelle trenta parrocchie che figurano nella bolla di Alfano I° questa assenza avvalora l’ipotesi ed è una prova che il casale di Morigerati dipendeva da tempo dall’Abbazia di S. Maria di Rofrano, prima antichissimo cenobio basiliano che nel X secolo era diventata una “baronia” che l’Ebner chiamò “ecclesiastica”. Io dico che ciò non è corretto in quanto, se così fosse, non si capisce perchè nella cosiddetta bolla di Alfano I° risalente agli anni 1067 (come vuole l’Ebner) e datata 1079, figurasse il centro o il toponimo di “Casella” che invece è stata una delle dipendenze dell’abazia Rofranese. Caselle in Pittari, sotto il toponimo di “Casella” figura sulla bolla di Alfano I° ed è stata sempre una delle dipendenze o grangia dell’Abazia di S. Maria di Rofrano. Infatti, l’assenza di alcuni centri o borghi nella lettera pastorale dell’Arcivescovo primate di Salerno Alfano I° trascritta dal vescovo Laudisio nella sua già citata ‘Sinossi’ risulta dubbia e strana. Forse uno o l’unico esemplare del documento che io pubblicai ivi per la prima volta, vengono elencati trenta centri con i relativi interessanti toponimi o nomi dei luoghi dell’epoca. In esso risulta il nome di Tortorella, di Torraca, di Caselle in Pittari ma non risultano i nomi di altri centri come Sicilì, Morigerati, Battaglia, ecc…

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(Fig….) Pag. n. 1 della lettera pastorale dell’Arcivescovo di Salerno Alfano I (Bolla di Alfano I), datata anno 1079 (…), copia originale conservata all’Archivio Storico della Diocesi di Policastro Bussentino, su gentile concessione di Don Pietro Scapolatempo Bibliotecario (Archivio Storico e digitale Attanasio)

Anche Biagio Cappelli (…), si chiedeva come mai ma arrivò a dubitare sull’autenticità dell’antica pergamena. Il Cappelli (…), riguardo la copia della Pastorale di Alfano I (…), parlando della ‘Fortezza del Mercurio’ in un atto di donazione di Ugo d’Avena alla Badia di Cava dei Tirreni (…), così scriveva in proposito: mentre invece essa non comparisce tra i luoghi elencati in una scorretta e forse carta del 1079, riguardande la giurisdizione della Diocesi di Policastro; carta che pure menziona, oltre vari abitati del Cilento, della Basilicata e della Calabria attuali, tutti quelli che, a quanto possiamo giudicare dai documenti della fine del secolo decimoterzo, sorgono nel medioevo lungo la valle del Lao, dalle sorgenti alla foce. Questa omissione, che si aggiunge agli altri motivi che fanno fortemente dubitare dell’autenticità del documento, mi pare basti a provarlo senz’altro falso ed attribuirlo ad un’epoca posteriore a quella in cui l’abitato di Mercurio ecc..”. Il Cappelli arrivava a questa conclusione dubitando della sua autenticità sulla scorta del Racioppi (…) di cui ho già parlato ivi in un altro mio scritto. L’autenticità dell’antica pergamena è stata riscattata recentemente da Biagio Moliterno (…) ma sui centri mancanti o assenti (che non vi figurano) bisognerebbe indagare ulteriormente. Io credo che il motivo di questa assenza sia dovuta ad un’altra diocesi suffraganea (dipendente) dalla nuova Arcidiocesi di Salerno in quegli anni e cioè alla Diocesi di Marsico e forse di Cassano Jonico. Infatti, come io credo, alcuni centri delle nostre terre come Sicilì e Morigerati, che pure esistevano in quel periodo, non furono elencati tra le trenta parrocchie che dovevano costituire la nuova restaurata diocesi Paleocastrense perchè ricadevano in altre diocesi come si può vedere nell’immagine tratta dal Tancredi (…).

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(Fig….) I toponimi che costituivano la Diocesi di Policastro nell’anno 1079, citati nella Bolla di Alfano I, conservata all’Archivio Diocesano di Policastro Bussentino (…). L’immagine è tratta dal Tancredi (…)

Io credo che alcuni centri come Morigerati, Battaglia e Sicilì ricadessero nella diocesi di Marsico (Marsico Nuovo), l’antica diocesi di Cassano Jonico di cui ha scritto lo stesso Laudisio (…). Del resto sappiamo dell’esistenza documentata e certa di alcuni centri come Sicilì in quel periodo come è attestato in un documento oggi introvabile di una donazione di Ugone di Chiaromonte dell’anno 1077, dove figura un “Alphenus de Sicilisio”.

I confini della restaurata diocesi paleocastrense, secondo quanto stabilito nella lettera del primate salernitano, andavano su una piccola parte del Golfo di Policastro ed il suo entroterra e arrivavano fino ad Abatemarco in Calabria. A nord invece arrivavano a lambire una parte della Lucania occidentale fino ad alcuni borghi ma non comprendevano i borghi a ridosso del Vallo di Diano. Nella traduzione del Laudisio (…) fatta dal Visconti a p. 71 si legge che: “Inoltre abbiamo delimitato in questo modo i confini di questa diocesi. Essa comprende tutte le località che si trovano a sud della foce del fiume Fuienti; sale lungo il corso dello stesso fiume sino alla località dove sorse il villaggio che ora è chiamato Petrocelle; di lì, poi, sino al castello che fu costruito sul monte Tufolo; si sviluppa poi verso oriente sino al fiume Chimesi, ed oltre lo stesso fiume Chimesi sempre verso oriente, comprende, oltre Bussento, che ora è chiamato Policastro, come tutte queste località: Il castello cosiddetto di Mandelmo, Camerota, Arriuso, Caselle in Pitari, Tortorella, Torraca, Sapri, Lagonegro, Rivello, Trecchina, Lauria, Seluci, Latronico, Agromonte, S. Attanasio, Viggianello, Rotonda, Laino Borgo, Trosolino, Avena, Regione, Abatemarco, Mercurio, Orsomarso, Scalea, Castrocucco, Tortora, Aieta, Maratea, con tutte le loro pertinenze ecc..”. Oltre a questi centri ivi elencati e tratti dalla ‘Synopsi etc…’ del Laudisio, il Laudisio aggiunge anche: “eccettuate quelle chiese, le loro pertinenze e gli altri beni, che, pur trovandosi entro i suddetti confini della diocesi di Policastro, siano stati riconosciuti dal nostro confratello e vescovo Pietro e dai suoi successori come proprietà, per diritto ereditario, della chiesa di Paestum……confratello Maraldo, vescovo della chiesa di Paestum, e dei suoi successori.”. Dunque, secondo quanto scrive il Laudisio, alcuni centri pur essendo dentro i confini della rinata diocesi di Policastro dipendevano dalla diocesi di Paestum (di Capaccio). Il Laudisio (…), a p. 72 aggiunge ancora un’altro particolare interessante: “Perciò si perde davvero nella notte dei tempi il motivo per il quale le ultime quindici località indicate nella pastorale sono oggi, di fatto, di pertinenza della Diocesi di Cassano Jonico.”. Dunque anche il Laudisio, vescovo di Policastro, si chiedeva quali fossero gli esatti confini in atichità della rinata diocesi Paleocastrense e afferma che le località, quasi tutte calabresi, che nel 1888, erano 15 e non facevano più parte della diocesi di Policastro ma di quella di Cassano Jonico. Il Laudisio scrive che il reale motivo per cui nel 1067 quindici località facessero parte della diocesi di Policastrosi perdeva nella notte dei tempi. Sempre il Laudisio a tal proposito aggiungeva che: “Vi è un’antica tradizione nel paese di Scalea non molto distante dall’Isola di Dida e una volta chiamato Talao, ecc…..Dunque, questa antica tradizione, ancora viva a Scalea, narra che la città di Talao (37) fu eretta nei tempi antichi a sede vescovile, e che furono assegnate alla sua diocesi proprio quelle quindici località; ma poichè il primo vescovo fu ucciso, la sede vescovile fu subito soppressa e le quindici località non vennero più restituite al vescovo di Policastro, ma vennero assegnate al vescovo di Cassano Ionico, quasi per un’antica libera collazione del pontefice al vescovo di Cassano Ionico che dipende immediatamente dalla Santa Sede Apostolica. E’ questa soltanto una congettura, ma è molto diffusa.”. Dunque, il Laudisio, sulla scorta di un’antica leggenda che si narrava a Scalea, voleva che le ultime quindici località passarono alle dipendenze della Diocesi di Cassano Ionico. Il Laudisio a p. 17 nella sua nota (37) a proposito della città di Talao (Scalea) postillava che: “(37) Apud Gab. Bar., lib. 2, Calab. antiq. (Gabriello Barrio, Calabria antiqua, lib. 2, cap. 2: …..”. Ma qui il Laudisio sulla scorta del Barrio ci parla dell’origine sibaritica di Scalea.

Nel 1131, la grangia di Morigerati era una delle tanti dipendenze dell’Abbazia di Rofrano, poi diventata dipendenza dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano

Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “La bolla dell’Arcivescovo Alfano I, dell’ottobre del 1067 che nominava vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, non ha nell’elenco dei paesi il nome di Morigerati, come quello degli altri abitati che sicuramente pur esistevano. La mancanza è una prova ulteriore che il casale di Morigerati ricadeva da tempo sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano. Grazie alle concessioni di Ruggero II, dal 1131 in poi, questa badia era diventata un grande feudo, con il diritto di amministrare anche la giustizia. Il riconoscimento ufficiale non è l’atto di nascita del cenobio, ma è un attestato pubblico di autorità da parte dei Normanni. Quella dell’abbate di Rofrano arrivava all’incirca alle soglie di Policastro, dove possedeva una grancia detta di S. Matteo, comprendeva una parte del territorio che oggi ricade in comune di Morigerati e la grotta, famosa, di S. Michele dove alcuni storici sostengono che sia vissuto il grande S. Nilo di Rossano, un’altra parte del territorio comunale ricadeva invece sotto la giurisdizione di Policastro. Ecc..”. Le grancie di Caselle in Pittari e di Morigerati, appartenente al monastero e badia certosina di S. Lorenzo di Padula, faceva parte dei beni e dei possedimenti riconosciuti all’abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano dai principi Longobardi prima (forse da Guaimario V, detto Guaimario IV), di cui ho parlato e, poi in seguito, da Ruggero Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo Normanno e cugino del futuro re di Sicilia, Ruggero II d’Altavilla che, nel 1131, con il  famoso atto di donazione detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, confermate dal cugino re di Sicilia Ruggero II d’Altavilla, riconosciute all’abbazia di Tuscolo, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero II, Guglielmo I d’Altavilla, con l’atto di donazione del 1181. Tutti i beni della chiesa di Rofrano, Laurito, Caselle e Morigerati, insieme anche ad altri monasteri dell’area appartenenti ai beni dell’Abbazia tuscolana, nel periodo della sua decadenza, furono unite come grangie ed andarono a costituire la “Platea dei beni e delle rendite”, della badia italo-greca di San Pietro al Tomusso di Montesano.  Felice Fusco (….) a p. 45, in proposito scriveva che: “La dipendenza  della Terra’ di ‘Casella‘ dall’………………..(egùmenos, abate) del cenobio e della Chiesa di Santa Maria ‘Odhijitria’ (che guida il cammino; poi di Grottaferrata) di ‘Rofranum’ doveva durare ormai da vari decenni se si pensa che col ‘Diploma (100 = del 1131 Ruggero II (primo re Normanno del ‘Regnum Siciliae’) confermava possedimenti (ben undici ‘grance (101) sparse nel vallo di Diano e nel Cilento meridionale) e privilegi (libertà di pascolo, esenzione della giustizia) ià assicurati precedentemente dal cugino (102) e dal figlio di questi, Guglielmo (103). Non solo. Forse la dipendenza dal cenobio rofranese era la conseguenza d’un legame antico: un vincolo non precisabile che un tempo aveva unitto i monaci italo-greci fondatori, nell’Alto Medioevo, del cenobio di Rofrano Vetere (104) e gli anacoreti del complesso criptologico del San Michele“. Dunque, secondo il Fusco, la ‘Terra di ‘Casella’ doveva dipendere dalla Baronia Ecclesiastica della Chiesa di Rofrano e dal suo Abate già da molto tempo anzi, il Fusco aggiunge che forse era ancora più antica. Secondo il Fusco, la dipendenza della terra di Casella alla chiesa di Rofrano, risaliva ai tempi delle unioni di monasteri italogreci ai tempi di San Saba e San Nilo. Felice Fusco, a p…., nella sua nota (101) postillava che: “(101) In questa nota, il Fusco elenca tutti i possedimenti elencati nel privilegio di re Ruggero II del 1131”.

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(Fig….)  Il ‘Crisobollo di Re Ruggero II’, dell’aprile del 1131, copia del Menniti, pag. 89v del “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata (Archivio Storico Attanasio)

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “….alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”…….e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà ecc..ecc... Dunque, anche Amedeo La Greca, voleva che la Terra di Caselle (riferendosi a Caselle in Pittari) dipendeva dalla “Baronia ecclesiastica” della Chiesa di Rofrano, in quanto, la “Terra” di Caselle risulta citata nel “Catalogus Baronum” che il Fusco dice essere un doumento del 1137. Ma come possiamo vedere dal documento stesso da me pubblicato per la prima volta, il possedimento o la grangia di Casella non figura. Lo dice anche Gastone Breccia (….). Il Breccia (…), nel suo …………………………………….in proposito scriveva che:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Il Breccia (…), però, sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig. 4: “….:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..”Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia. Per quanto riguarda le nostre terre e baronie, già l’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. La terra di Casella figura solo molto più tardi nel ‘Catalogus Baronum’, e dunque, non si può affermare che una grangia o la stessa Terra di ‘Casella’ dipendesse dalla Baronia ecclesiastica di Rofrano. Felice Fusco, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Coi Normanni, ce si adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico ecc…”. Poi il Fusco continuando il suo racconto a p. 45 in proposito a Caselle in Pittari scriveva che: “Dal ‘Catalogus Barònum’, infatti, compilato intorno al 1137 (96), si apprende che l’abate di Rofrano era feudatario in ‘càèite de dòmino Rege (97) di ‘Casella’, nonchè dela vicina Terra di ‘Nechinaàni’ (Morigerati)(98): le tre ‘Terre’ (Rofranum, Casella, Nechinaràni) lo obbligavano a fornire al re sei ‘milites’ e quindici ‘servientes’ per imprese militari (99).”. Pertanto è del tutto da indagare l’ipotesi che la ‘Terra’ di ‘Casella’ dipendesse dalla chiesa di Rofrano e che questa ipotesi fosse legata alla donazione o fondazione di un monastero da parte di un Guaimario III° o da successive donazioni fatte alla chiesa Rofranese da Guaimario IV o V o da Ruggero Borsa, di cui ho parlato in precedenza. Nel 1131, con l’atto di donazione o diploma detto “Crisobollo”, confermò all’abate Leonzio dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano, tutti i beni concessi alla chiesa di Rofrano da Ruggero Borsa. In seguito, le donazioni di Ruggero Borsa, confermate dal cugino re di Sicilia Ruggero II d’Altavilla, riconosciute all’abbazia di Tuscolo, vennero pure confermate dal figlio di Ruggero II, Guglielmo I d’Altavilla, con l’atto di donazione del 1181. Costantino Gatta (…), nel suo “La Lucania illustrata”, che pubblicò nel 1723 per i tipi di Abrì e, dove riportò moltissime notizie tratte da un ‘Chronicon’ inedito scritto da frate Luca Mannelli (…), a cui ho ivi dedicato un mio saggio e pubblicato le pagine originali ed inedite. Il Gatta, ne scrive nelle pagine pp. 68-69-70: “Al presente però non vi si scorge altra memoria di detto Monistero, che le proprie rovine, e la Chiesa per pur dura in piedi, chiamandosi l’Abbadia di Pittari, che si conferisce dalla Sede Apostolica per segnatura di grazia, tenendo di rendite annuali da seicento scudi circa.”. Anche Pietro Ebner (…), a p. 648 del vol. I, scriveva la stessa cosa: “Il Gatta (3) colloca “Casella” colloca………..ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”. Dunque, anche Ebner (…), sulla scorta del Gatta, scriveva che l’antico Cenobio di Caselle, fatto costruire dal principe longobardo, era alle dipendenze della Sede Apostolica. Cos’è la Sede Apostolica e cosa voleva dire Ebner ?. Il Fusco, nella sua nota (70), segnalava che stessa cosa aveva scritto il Beltrano (…). Infatti, Ottavio Beltrano (…), nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Napoli, per Novello de Bonis’, pubblicato nel 1671, dunque prima del Gatta e dell’Alfani (…), a p. 135, in proposito alla Terra di Caselle, scriveva che, nella: “….Terra di Casella…vi è ‘Ius Patronato’ istituito dal Principe di Salerno Guaimario nel 1406 (1106 nella seconda edizione), sotto il titolo di Santo Angelo di Pitraro, e per tradizione si dice vi fosse anco Apparso l’Arcangelo Michele, come nel monte Gargano; la Chiesa, e monasterio, stà sopra un’altissimo monte (!), qual Ius Patronato si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Dunque, Ottavio Beltrano, nel 1671, scriveva che la “Terra di Caselle”, vi era stato istituito lo “Ius Patronato” dal principe longobardo Guaimario III e che esso (lo ‘Ius Patronato‘) si dà per nomina del Barone, rendendo da cinquecento ducati l’anno”. Quando scriveva Beltrano, nel 1671, la “Terra” di Caselle (come pure quella di Morigerati), appartenevano alla Baronia di Rofrano che a sua volta era alle dipendenze della Baronia dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, dipendente a sua volta dall’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata di Tuscolo, dipendente a sua volta dalla Santa Sede Apostolica. Riguardo la Sede Apostolica da cui dipendeva il monastero benedettino o l’Abazia benedetina di Sant’Angelo a Caselle, cito ciò che scriveva nel 1882, il noto geologo Cosimo De Giorgi (…), nel suo ‘Da Salerno al Cilento’, a p. 173, parlando della chiesa di Rofrano, sulla scorta del Ronsini (…), in proposito scriveva che: “Il paese nuovo prese il nome dell’antico e si raggruppò intorno ad un cenobio di Basiliani situato presso la chiesa di Grottaferrata là dove ora torreggia il palazzo Baronale. E quivi accorsero pure gli abitanti di Fugento. Ruggero, primo Re di Sicilia, concesse la badia e il feudo di Rofrano a Leonzio abate basiliano nel 1131; ma il cenobio esisteva fin dalla seconda metà dell’XI secolo. Ma come ben dice il Ronzini, l’orma del sandalo basiliano impressa sul suolo di Rofrano fu cancellata dal tempo: ed oggi un mistero avvolge come la generazione così tutte le origini. La badia fu poi data in commenda al cardinal Gio. Colonna; ma ciò produsse la rovina dei commendati. Il feudo di Rofrano passò nel XV secolo ad Arcamone conte di Fondi, e poi a Gio. Carafa conte di Policasto, il quale spulse gli ultimi basiliani e fè costruire il Palazzo Baronale ecc..ecc…”. Dunque, il De Giorgi (…), sulla scorta del Ronsini (…), parlando di Rofrano, ci dice delle donazioni Normanne alla chiesa di Rofrano. Infatti, l’Abbazia benedettina di Sant’Angelo a Caselle, era alle dipendenze dell’Abbazia benedettina di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano.

Reg.bess.4

(Fig…) “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII, conservato all’Abbazia di Grottaferrata. I possedimenti dell’Abbazia in “In castro Rofarani”.

Loredana Pera (…), nel suo, ‘Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae’, a pp. 156-157 e s. in proposito trascriveva alcune pagine del Codice Z.d.XII, riportava il documento pagina “c. 60r” che: “In tenimento Montissani. Monasterium predictum habet infrascripta bona videlicet monasterium sive grangiam quod vocatur Sanctus Petrus de Thimusso, ordinis Sancti Basilii, cum omnibus iuribus et pertinentiis suis. Anno Domini Mccccxliii de mense octobris, vii indictioe, Petrus abbas locavit dictam grangiam domino Petro Revellense cum eiusdem conditionibus cum quibus supra apparet locatam esse grangiam in terra Laurini.”.

                                                                                      IN TENIMENTO MONTISSANI

in tenimento Montisani

(Fig….) “Regestum Bessarionis” o codice Crypt. Z.d.XII (pagina c. 60r) conservato all’Abbazia di Grottaferrata. I possedimenti dell’Abbazia di Grottaferrata in “In tenimento Montissani”

Nel 1142, la ‘Badia di S. Michele’ o ‘l’Abbazia di S. Michele in Pittari’ a Caselle in Pittari, divenne abbazia benedettina alle dipendenze della SS. Trinità di Cava dei Tirreni (?)

Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli nel Cilento’, a p. 646-647, del vol. I, parlando del casale che lui ipotizzava essere quello di “Caselle” e non di “Caselle in Pittari”, di cui parla nella pagina seguente, in proposito scriveva che: “Prima notizia nel 1142, il vescovo pestano, in un suo documento ricorda il monastero di S. Angelo “quod constructum in diecesi nostro episcopo pertinente in territorio silva nigre, ubi proprio casella dicitur”. E’ notizia che la chiesa di S. Maria delle Caselle era soggetta alla chiesa di S. Nicola di Capaccio (1), per cui si potrebbe supporre l’esistenza di un altro omonimo abitato nel distretto di Capaccio.”. Ebner, a p. 646, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Ventimiglia, op. cit.,  p. 35 e n. C.”. Ma Pietro Ebner (…) scriveva che non riguardava il casale di Caselle in Pittari la notizia che nell’anno 1142 fosse passato al Vescovo di Capaccio. Infatti, Domenico Antonio Ventimiglia (…), a cui l’Ebner si riferiva, Domenico Ventimiglia, ‘Notizie storiche del castello dell’Abbate e dè suoi casali etc…’, dove a p. 35 parlando del casale di ‘Acquavella’ scriveva che:

Ventimiglia, p. 35

(Fig….) Ventimiglia Domenico (…), op. cit., p. 35

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “A fianco a queste, la chiesa, avallando il prestigio e il potere politico acquisito da vescovi e abati, favorì il sorgere di alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”…….e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo, …….unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava.”. Dunque, Amedeo La Greca, forse sulla scorta di quanto avesse scritto il Gatta, scrive che nel 1142, il cenobio ed il Santuario di Caselle passarono all’Abbazia di SS. Trinità di Cava dei Tirreni divenendo così abbazia benedettina dipendente da Cava. Anche Angelo Guzzo, scriveva che l’Abbazia o il monastero di Caselle in Pittari, esisteva ancora prima del 1142, allorquando sarebbe passata alle dipendenze della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Il Golfo di Policastro etc…’, a p. 206, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7). Gli ultimi avanzi delle sue mura dirute sono tuttora visibili nella contrada che oggi porta il nome di “Bbadìa” (8)”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (7), postillava che: “(7) C. Gatta, Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania, Napoli, 1732, pag. 308.”. Il Guzzo (…), a p. 207, nella sua nota (8), postillava che: “(8) F. Fusco: Caselle in Pittari, op. cit., p. 41”. Il Guzzo, traeva l’interessante notizia dal Gatta (…), che nel 1732, a p. 308, del suo ‘Memorie topografico-storico della Provincia di Lucania’, come scrive l’Ebner, a p….. del vol. I: “…..sul monte Pietrato”, dove il principe di Salerno avrebbe costruito un cenobio, ai suoi tempi dipendente dalla sede apostolica “cui frutta annui ducati seicento in circa”.”. Angelo Guzzo (…) quando scriveva che il Principe Longobardo Guaimario III° l’Abbazia di Sant’Angelo, con annessa chiesa, donandola ai monaci di San Benedetto con ingenti rendite (7)“, si riferiva alla citazione di Costantino Gatta (…) che a p. 69 scriveva che Guimario III°:  “….donollo à Padri di S. Benedetto con lautissime rendite, da potervi vivere buon numero di Religiosi.”. Abbiamo visto che il Fusco ci ha fatto notare una diversa cronologia del figlio di Gatta, ma a mio parere sono dubite e da approfondire ulteriormente le due notizie secondo cui il casale e la chiesa di Caselle in Pittari fossero passate al Vescovo di Capaccio e poi  in seguito il passaggio alla SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Quanto asseriva Amedeo La Greca meriterebbe ulteriori approfondimenti, infatti, Pietro Ebner poneva dei dubbi sul passaggio alla chiesa ed al vescovo di Capaccio in quanto Ebner pensa che la notizia tratta da Domenico Ventimiglia si riferisca ad un altro casale chiamato “Caselle”. Sulla questione e le due notizie dateci dal La Greca, di una dipendenza di Caselle dagli Abati Cavensi dopo e prima dal vescovo di Capaccio, sebbene la notizia di un Guaimario III° che fondava ivi un cenobio induce a ritenere che fosse una donazione come di quelle consone alla politica longobarda della ‘tutio’ (difesa), il Fusco (…), a pp. 44, in proposito scriveva chiaramente che in seguito ai Longobardi: “Coi Normanni, che s’adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); Caselle ‘in Lucania’ fra ‘fragina et acquabella’, ricordata per l’anno 1137 (92); ‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93); un’altra ‘Casilla’ nell’agro di San Mango Cilento per l’anno 1187 (94); infine ‘Casolle’ nei pressi di Vatolla, di cui è ricordo in carte cavensi della fine del XII secolo (95)), nella prima metà del XII secolo era ancora possedimento dei Padri Basiliani proprio per la concessione normanna. Ecc..”. Interessante è pure la sua nota (93). Il Fusco, a p. 96, nella sua nota (93) postillava che: “(93) Il vescovo pestano Giovanni, ‘anno millesimo centesimo quadragesimo secundo, duedecimo regni roggerii regis siciliae et italiae, ….ob salutem animae….’ fece dono all’abate di Cava, Falcone, del monastero di Sant’Angelo ‘in territorio silve nigre ubi proprie casilla dicitur’. La donazione avvenne col consenso del proprietario, ‘willelmus de pestiglione’, che ecc… (ABC, G 36 e 37, a. 1142; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 352)(Traduzione delle citazioni latine: “Nel 1142, dodicesimo del regno di Ruggiero re di Sicilia e d’Italia, ….per la salvezza dell’anima….in territorio di Selva Negra dove propriamente il luogo chiamato Casilla…..Guglielmo di Postiglione nè aveva il patronato secondo la consuetudine del posto”). Erroneamente Gentile (A. Gentile, Un paese, una storia etc.., cit., p. 12, ritenne trattarsi di Caselle in Pittari. In realtà ‘Selva Negra’ era un casale di Postiglione. Cfr. E. Cuozzo, La Nobiltà dell’Italia meridionale e gli Hohenstaufen, Salerno, Gentile, 1955.”. Il Fusco, a p. 96, nella sua nota (94) postillava che: “(94) ‘Tenimentum sancti magni’ (San Mango Cilento)….’ascendit ad vallicellum de Casilla (contrada? abitato?): ABC, L 21, marzo a. 1187; P. Ebner, Chiesa, baroni etc., op. cit. II, p. 505, nota 27.”. Il Fusco, dunque poneva dei dubbi sulle due notizie dateci da Amedeo La Greca di una dipendenza di Caselle dagli abati cavensi ed ancor prima dal Vescovo di Capaccio, anzi riferendosi al Gentile (…), riteneva errata l’ipotesi che nel documento del 1142 del vescovo pestano Giovanni si trattasse del casael di Caselle in Pittari. Il Fusco a p. 44 dubitava che il documento normanno del 1142 “‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93);” si riferisse al casale di Caselle in Pittari, ma piuttosto si riferiva ad un altro Caselle. Stessa osservazione dice il Fusco per Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); ecc..”. Il Fusco, a p. 95, nella sua nota (92) postillava che: “(92) ‘Jordanus, dominus Corniti (Corleto Monforte), filius Joanni, fili Pandulfi’, fili Guaimarii (Guaimario IV ma III) principis, pro octo terris in Lucania ubi fragina et acquabella dicitur, etc…..(Giordano, signore di Corleto, figlio di Giovanni figlio di Pandolfo figlio del principe Guaimario III, per otto terre in Lucania nelle località etc…). In pratica si trattò d’una vendita alla Badia di Cava di ‘res stabiles’ (beni immobili) situate a …..non a Caselle..L’atto fu redatto nel mese di marzo del 1137; P. Ebner, Chiesa etc, op. cit., vol. I, p. 415 e nota 131.”. Forse erano questi documenti a cui si riferiva Amedeo La Greca nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, quando asseriva che: “….sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo ………e poi ceduto in possesso al vescovo di Capaccio unitamente all’annesso cenobio che nel 1142 divenne monastero benedettino dopo che era passato all’abate di Cava. Ecc…. Dunque secondo questi autori, non si trattava del cenobio e del casale di Caselle in Pittari.  Quando Felice Fusco, a p. 44 scriveva che in un documento del 1142 era ricordata la Terra di ‘Casella’ “Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico (‘Santa Maria di Caselle’ nel territorio di Capaccio, di cui è menzione per l’anno 1092 (91); Caselle ‘in Lucania’ fra ‘fragina et acquabella’, ricordata per l’anno 1137 (92); ‘Casilla’, in territorio silve nigre’, per l’anno 1142 (93); ecc…” e, nella sua nota (93), a p. 96 postillava che il documento del 1142 “(93) Il vescovo pestano Giovanni, ‘anno millesimo centesimo quadragesimo secundo, duedecimo regni roggerii regis siciliae et italiae, ….ob salutem animae….’ fece dono all’abate di Cava, Falcone, del monastero di Sant’Angelo ‘in territorio silve nigre ubi proprie casilla dicitur’. La donazione avvenne col consenso del proprietario, ‘willelmus de pestiglione’, che ecc… (ABC, G 36 e 37, a. 1142; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 352) (Traduzione delle citazioni latine: “Nel 1142, dodicesimo del regno di Ruggiero re di Sicilia e d’Italia, ….per la salvezza dell’anima….in territorio di Selva Negra dove propriamente il luogo chiamato Casilla…..”, aggiungeva alla nota che errava il Gentile (…) che credeva si trattasse del casale di Caselle in Pittari, “In realtà ‘Selva Negra’ era un casale di Postiglione.”, citando Enrico Cuozzo (…) “Cfr. E. Cuozzo, La Nobiltà dell’Italia meridionale e gli Hohenstaufen, Salerno, Gentile, 1955.” che, sulla scorta di Evelin Jamison (…) commentò il ‘Catalogus Baronum’ pubblicato dal Borrelli (…) senza conoscere bene i  nostri luoghi, non si è accorto che nell’antico privilegio del 1131 di re Ruggero II, detto dalla Follieri (…), ‘Crisobollo’, fra i diversi beni appartenuti alla chiesa di Rofrano e poi donati all’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata nel Tuscolano veniva indicata e figurava una “Serra Nigella dicitur”. Io credo che la notizia di una donazione avvenuta nel 1142 che il vescovo pestano di Capaccio Giovanni fece dovrebbe essere ulteriormente indagata. La notizia fu tratta dall’Ebner dal Ventimiglia che la trasse dal Mai (…) e dal ……………….Infatti, sia l’Antonini (…) che il Ronsini (…), parlando dei beni elencati nel ‘Crisobollo’ di re Ruggero II, dicono che in esso viene elencato “Fugenti”. Nel documento del 1131, vi è scritto: “qui dicitur Monacorum, illinc vengit ad campum Castagneti, qui dicitur de Pissotanis, inde recte pergit , et ferit timpam nuncupatam de Laurito, ascenditque per eamdem timpam, quae est prope ‘Fugentum’ per situm Fugenti ex parte, qua aqua descendit, et defluit per spinam usque ad ejusdem  Fugenti ‘Lavandaram’, et ascendit per candem  Lavandaram ad timpam, quae de ‘Serra Nigella’ digitur et de Serra Nigella pergit ad ‘Pentonem’, inde progreditur per pedes Rupis Sanctae Mariae, inde pergit recte usque ad decollam ‘Castaneolam’. Ecc..”. Io credo che la “Serra Nigella” doveva essere proprio la “Silva Negra” del documento del vescovo pestano. Si può notare pure che nell’antico documento Normanno è citato un torrente che viene detto ‘Xeropotamo’. Si tratta del torrente o fiume citato nella carta da noi scoperta all’Archivio di Stato di Napoli, illustrata in Fig. 1, in cui figura il fiume ‘Serrapotamo’. Si tratta del fiume Sciarapotamo, che scende da Montano Antilia “Montana” verso la valle del Mingardo. Forse il Mingardo. Il Mingardo, sorge dal Monte Pedulo e Centaurino e riceve le acque dei torrenti: Pruno, Tiglio e Urnia. Nella prima metà del suo corso (fino a Poderia) è detto Triverno. Si getta nel Tirreno, nei pressi del Castello di Molpa, vicino Palinuro, attraversando la Valle di Dragara. Il Monte Bulgheria, grande baluardo che si stende “a guisa di leon quando si posa” (….), lo separa dal mare. Il Bussento, sorge nei monti ad occidente di Caselle in Pittari; poi, presso questo paese, si precipita in una voragine da cui esce presso Morigerati (Nichirami per la Jamison), dopo circa 6 Km. di corso sotterraneo. Indi, riceve come affluente, il torrente Serapòtamo (ricordato anche da Boccaccio nel suo ‘Trattato sui fiumi’ (…)), ed apre la Vallata detta appunto del Bussento, che si estende fino al Golfo di Policastro. Io credo che la “Serra Nigella” o “Silva Negra” sia il “Centaurino” antichissimo possedimento della chiesa Rofranese, di cui ho parlato ivi in un altro mio saggio.

NEL 1144, MORIGERATI NEL ‘CATALOGUS BARONUM’

Nel 1144, Nechinarani (Morigerati per la Jamison) nel ‘Catalogus Baronum’

L’Ebner (…), scriveva:Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. Il Breccia (…), sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig…..: “..:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), et cum eo quod tenet in Nechinarani (Morigerati per la Jamison, vedi nota (6)), est feudum trium militum et cum  augmento obtulit milites sex et servientes  quindecim” (21).”. Il Breccia (…), continua scrivendo:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. 

Nechirani

(Fig….) ‘Catalogus Baronum‘, tratto da Jamison (…), la nota (6) che parla di “Nechinarani”, n. 492, dove parla di Rofrano, Caselle (‘Casella’) e ‘Nechinarani’ per la Jamison Morigerati.

Riguardo al toponimo “Nechinarani”, riportato e citato nella trascrizione pubblicata dalla Jamison (…), che ritiene fosse ‘Morigerati’, dobbiamo far presente che il testo pubblicato nel 16….dal Borrelli, scrive “Nechinan.” (con l’ultima n con l’accento), come si può ben leggere nella Fig. 4. Infatti, l’Ebner (…), scriveva (forse più correttamente: Nechirani”. Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 51 in proposito scriveva che: “La bolla dell’Arcivescovo Alfano I, dell’ottobre del 1067 che nominava vescovo di Policastro Pietro Pappacarbone, non ha nell’elenco dei paesi il nome di Morigerati, come quello degli altri abitati che sicuramente pur esistevano. La mancanza è una prova ulteriore che il casale di Morigerati ricadeva da tempo sotto la giurisdizione spirituale dei monaci basiliani di rito greco, (1) e precisamente della badia di S. Maria di Rofrano. Nel ‘Catalogus baronum’, databile tra il 1144-48, vennero elencati i feudi esistenti nel territorio del Regno e il numero dei ‘militi’ e ‘servientes’ che ciascun di essi doveva fornire all’imperatore come tassa (“adoa”): più il feudo era abitato, più militi doveva fornire in ragione di uno ogni 12 fuochi. Nel caso di Morigerati, ricadente in parte sotto il feudo dell’abate di S. Maria di Rofrano, si legge: “tenet Casellam et sum eo quod tenet in Nechinarani est feudum trium militum et cum aumento abtulit milites et servientes quindecim” (2). Il termine Nechinarani è un nome inventato perchè lo scrivano curiale male intese l’originale che subì una nasalizzazione da ‘Mò’ a ‘Nè’, con perdita del radicale, slittò su una forma gutturale ‘ch’, ed egli scrisse ciò che aveva capito. Esistono testimonianze di errori del genere, del resto i Giustizieri giravano per il regno con al seguito gli scrivani, i quali registravano nomi di località ignorando spesso dove queste fossero localizzate, essendo il loro un ufficio legato esclusivamente ad una posizione fiscale delle singole terre. Morigerati ricadeva per buona parte sotto la giurisdizione dell’abate di Rofrano untamente a Caselle, tutte regolarmente tassate; un’altra parte, ricadeva sotto uno dei 44 piccoli feudi autonomi della città di Policastro e di Roccagloriosa, ma che venero menzionati, perchè gli aggregati feudali comprendevano più terre e solo il centro abitato maggiore veniva registrato, perchè era questo che rendeva conto alle imposizioni fiscali. Per cui sotto Policastro è inclusa una popolazione di 300 fuochi, ma nei piccoli feudi intorno ad essa. (3).”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al “Calento” (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia. Nel ‘Catalogus baronum’ sono elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui alcune poi avocate al fisco di Federico II per fellonia.

Elenco

(Fig….) Pagina…., dell’Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, di Carlo Borrelli (…), Catalogo dei Baroni, del 1653, in cui si elencavano i baroni: “Abbas Rofranus”, rimandando a p. 51

Amedeo La Greca (…), nel suo ‘Appunti di Storia del Cilento‘, a p. 167, sulla scorta di Ebner (…), in proposito scriveva che: “….alcune baronie, che possiamo definire “ecclesiastiche”…….e quella dell’abate del cenobio di Santa Maria di Rofrano’ che aveva ben dodici dipendenze, tra le quali ‘Caselle’ (oggi Caselle in Pittari) nel cui territorio, sul Monte Pittari, vi era il noto Santuario di San Michele Arcangelo eretto per volontà ecc..ecc... Dunque, Amedeo La Greca, voleva che la Terra di Caselle (riferendosi a Caselle in Pittari) dipendeva dalla “Baronia ecclesiastica” della Chiesa di Rofrano, in quanto, la “Terra” di Caselle risulta citata nel “Catalogus Baronum” che il Fusco dice essere un doumento del 1137. Infatti, l’Ebner, sulla scorta di Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”L’Ebner, alla sua nota (55) della p. 227, riguardo Policastro, dice: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Felice Fusco, a pp. 44-45, in proposito scriveva che: “Coi Normanni, che si adoperarono per eliminare il rito greco e indussero gli ‘igumeni’ (abati) italogreci a chiedere protezione agli abati cavesi, ebbe termine la politica della ‘tutio’ (difesa) e cominciò quella dell’esosità fiscale. Caselle, da non confondere ormai con altri abitati omonimi del Cilento antico ecc…”. Poi il Fusco continuando il suo racconto a p. 45 in proposito a Caselle in Pittari scriveva che: “Dal ‘Catalogus Barònum’, infatti, compilato intorno al 1137 (96), si apprende che l’abate di Rofrano era feudatario in ‘càèite de dòmino Rege (97) di ‘Casella’, nonchè della vicina Terra di ‘Nechinaràni’ (Morigerati)(98): le tre ‘Terre’ (Rofranum, Casella, Nechinaràni) lo obbligavano a fornire al re sei ‘milites’ e quindici ‘servientes’ per imprese militari (99).”. La studiosa Falcone (…), sulla scorta di Ebner (…), faceva notare che: Con riferimento a questo e a numerosi altri casi di vescovi-abati-baroni, creati in particolare da Umfredo d’Altavilla e dal fratello Guglielmo nel corso della conquista normanna seguita alla presa di Salerno da parte di Roberto il Guiscardo (1076), Pietro Ebner ha parlato di baronie ecclesiastiche (207).”. Riguardo le antiche donazioni Longobarde alla chiesa locale (come quella di Rofrano), poi in seguito confermate da Ruggero II d’Altavilla con il ‘Crisobollo’ del 1131, la studiosa Giovanna Falcone (…), nel suo ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476′, sulla scorta della Follieri (…), alla sua nota (197), fa riferimento al Ebner (…) in ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’ e a Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’ (…), dove in proposito scriveva che: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205). E’ pervenuta anche “una lettera di papa Alesandro IV datata 23 gennaio 1255 nella quale si conferma all’abate di Rofrano e ai suoi vassalli l’esenzione dei dazi riscossi nella città di Policastro (206).”  . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed i Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (….), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il vol. I, p. 239. L’Antonini (…), riferiva che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per quanto riguarda le nostre terre e baronie, già il barone Giuseppe Antonini (…), nel suo Libro II, Discorso VIII, pp. 387-388, della sua ‘Lucania’, parlando della storia di Rofrano, è il primo a parlare, di un antichissimo documento Normanno. L’Antonini, scriveva: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”.

Antonini, p. 388.PNG

L’Ebner, sulla scorta di Michelangelo Schipa (…), scriveva in proposito a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…): “…A quella di Agropoli…, si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. Pietro Ebner a p. 227, vol. I, nella sua nota (55) posillava che: “…………………..”. Qui riporto ciò che scriveva Carmine Fimiani (….), nel suo ‘In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani’, pubblicato a Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150, dove parla del ‘Catalogus Baronum’ ed in particolare per i feudi o le Baronie del basso Cilento:

Fimiani Carmine

(Fig….) Fimiani Carmine, In Reg. Neapol. Archigymnasio…Catalogus Baronum Regni Neapolitani, Napoli, Tipografia Simoniana, 1787, p. 150.

Gustavo Breccia (…), sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig….: “..:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..” Il Breccia (…), continua scrivendo:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Pietro Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (3) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (3), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) ed il Breccia G., op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (…), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Angelo Guzzo (…), nel suo  ‘Da Velia a Sapri- Itinerario costiero tra mito e Storia’, pubblicato nel 1978, a p. 207, parlando di Caselle in Pittari, in proposito scriveva che: “Nel 1137 Caselle, insieme con Morigerati, dipendeva dal Cenobio e dalla chiesa di Santa Maria di Grottaferrata di Rofrano, come si evince dal “Catalogus Baronum”, un elenco di feudatari (e dei relativi feudi) tenuti a servire il Re nelle grandi imprese militari con cavalieri armati e serventi in proporzione alle possibilità del feudo (10).”. Il Guzzo, a p. 207, nella sua nota (10), postillava che: “(10) B. Capasso, Sul Catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Napoli, 1870, pag. 46 e ssg.”. Riguardo le nostre terre e le baronie, già l’Antonini (2), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, ecc..”. L’Ebner (…), scriveva in proposito: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (…). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel Catalogus baronum per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), scriveva che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. . Infatti, Pietro Ebner (…), sulla scorta di Michelangelo Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), in proposito scriveva che: “…A quella di Agropoli…,si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. Gastone Breccia (…), nel suo…………………………, in proposito scriveva che:Le località cui si fa riferimento (Caselle in Pittari e, con tutta probabilità Morigerati) si trovano una dozzina di chilometri a sud-est di Rofrano; questi feudi, non menzionati nel Crisobollo di re Ruggero II, si aggiungono quindi ai già vasti possessi del monastero nel periodo compreso tra il 1131 e il 1185, testimonianza forse del perdurare del favore regio e, più in generale, del benessere economico del monastero stesso.”. Il Breccia (…), però, sulla scorta del Borrelli (…), scrive quello che possiamo vedere e leggere nell’immagine di Fig. 4: “….:Abbas Rofranus dixit quod tenet Casellam (Caselle in Pittari per la Jamison, vedi nota (5)), ecc..”Infatti, l’Ebner (…), scriveva: “Contrariamente alla politica instaurata dai Normanni avverso i monasteri italo-greci, Ruggiero non poteva negare alla potente abbazia tuscolana il riconoscimento delle undici sue dipendenze (3). Anzi si fa di più, riconosce all’abate di sedere in tribunale ” et cum justitia iudicari”, ma non sappiamo se si trattava solo di conferma, cioè se tutto ciò anche nel precedente “ducis Guglielmi privilegio continetur”. Il primo feudatario di Rofrano, Caselle e Nechinarani (per la Jamison, Morigerati), l’abate di S. Maria era iscritto nel ‘Catalogus baronum’ per “trium militum et cum augmento/obtulit milites sex et servientes Quindecim”, n. 492.”. L’Ebner (…), a p. 239 del vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’, parlando del ‘Calogus Baronum‘, tra le notizie utili relative al Calento (Cilento), di cui Guglielmo Sanseverino possedeva sei parti e una settima Alfano di Velia, scriveva in proposito : “Da Guglielmo di Laviano:…e l’Abate di Rofrano (n. 492: Caselle in Pittari ‘et cum eo quod tenet in Nechirani, che la Jamson (…), p. 93 – no. 6 – colloca a Morigerati, era tenuto a tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim).”. L’Ebner prosegue, scrivendo che: “Gisulfo di Padula (aveva Padula e Tortorella, 8 militi) da cui dipendevano Gibel de Loria (‘Lauri’ o ‘Loria’ ?, n. 601, due militi) e Ruggero di Casella (n. 602: un milite; Caselle era tenuta anche dall’abate di Rofrano, v. n. 492).”. La Falcone (…), scriveva: “Che all’abate di Rofrano, e quindi di Grottaferrata, spettasse il titolo di barone risulta dal ‘Catalogus baronum’ redatto per la spedizione in Terrasanta del re di Sicilia Guglielmo II  del 1185: l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari “et cum eo quod tenet in Nechirani”, beni non previsti nel privilegio di Ruggero II. Era poi tenuto a fornire tre militi ‘et cum augmento obtulit milites sex et servientes quindecim’” (205).” . Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) e Gastone Breccia (…), op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (….), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239. Il Ronsini (…), riprende la notizia dell’Antonini e scrive: Ai tempi di Guglielmo il buono, l’Abate di Rofrano, offrì nella seconda spedizione di Terrasanta, cioè nel 1187, sei soldati e quindici servienti.”. L’Antonini (…), riferiva in proposito che: “(1) Al tempo di Guglielmo il buono (Guglielmo II di Sicilia detto il Buono), l’Abate di Rofrano era anche padrone di Caselle in Pittari, vedendosi dal Registro pubblicato del P. Borrelli, che per essa e per Rofrano, offrì nella seconda spedizione in Terrasanta sei soldati, e quindici servienti.”. Per le note (205 e 206) si veda sempre l’Ebner (…) e Gastone Breccia (…), op. cit. e per questa notizia si veda Ebner (…), Economia e società nel Cilento medievale, per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il vol. I, p. 239.

MORIGERATI IN EPOCA SVEVA

Nel 1230-1231, Federico II di Svevia, nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato, come quello di Policastro e tra questi abitanti di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Camerota

Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati, pubblicato nel 2001, parlando di Morigerati, di cui oggi Sicilì è frazione, a p. 53 in proposito scriveva che: “Fra i documenti normanni del 1150 e quelli angioini del 1278, è presente un’altra registrazione con un nome diverso, ma similare: l’Imperatore Federico II nel moninare i provsor’ dei castelli del Principato, indicò i paesi che dovevano contribuire alle spese di riparazione o di armamento. Per quello di Policastro tra gli altri paesi, impose i pagamenti anche a “Muchrone”. Ciò risulta dal Codice diplomatico Salernitano sotto l’anno 1230-31 (6).”. Il Gentile a p…., nella sua nota (6) postillava che: “(6) Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano, vol. I, pag. 156, 7, 8. Gli altri paesi che dovevano concorrere alle spese erano Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Camerota. I provisores erano due: Agneo de Matuscio e Sanctoni de Montefuscoli.”. I nomi dei casali di Tortorella (“Terra Turturellae et eius casales seu castella, videlicet: Bactorum, Casalecti et Bactalearum’”, sono ricordati in un documento della ‘Cancelleria’ Federiciana pubblicato da Winkelmann (…) e poi dal Carucci (…), citato da Nicola Montesano (…). Parlando del Castello e della fortezza di Policastro, Pietro Ebner, a p. 336, dopo aver citato l’episodio della ‘Congiura dei baroni’ contro Federico II di Svevia, in cui venne coinvolto ed imputato il Conte Simone di Policastro, riferendosi all’Imperatore Federico II di Svevia, scriveva che: “Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del castello di Policastro (32).”. Ebner, a p. 336, nella sua nota (32), postillava che: “(32) Fidericus (…) Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscoli provisoribus castrorum, li costituisce provisores dei castrorum nostrum di Principato, Terra di Lavoro e Terra Beneventana (…) Castrum Policastri, ecc…”, e faceva riferimento al Carucci, vol. I, p. 89. Devo precisare però che il documento pubblicato a p. 89 del vol. I dal Carucci, riguarda la facenda del medico di Federico II e non dice nulla sui ‘provisores’ nominati per il “Castrum Policastri”. L’Ebner (…), scriveva che: Nel 1230-1231 nel nominare i ‘provisores’ dei castelli imperiali del Principato, Federico II elencò i villaggi e le baronie tenuti alla manutenzione del Castello di Policastro.”. (Carucci, vol. I, p. 156, come mostra l’immagine). Nicola Montesano (….) nel suo ‘Casaletto, Terra in Provincia di Principato Citra – appunti di storia Casalettana’, dove parlando di Casaletto a p. 21 in proposito scriveva che: “Durante il periodo di dominazione normanno-sveva un ordine impartito da Federico II obbligava gli abitanti di Tortorella nel ‘iusticiaratu Principatus et Terre Beneventane’ a partecipare ai lavori di restauro del castrum di Policastro: “In primis castrum Pulicastri debet reparari per homines Turturelle et per homines Conse, per homines Turracae, per homines Rustrani, item per homines Brigetti et Tuclani, qui sunt de iusticiaratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per homines Muclarone et per homines tocius baronie Camerate, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est fomiglia ordinata” (32).”. Il Montesano, a p. 21, nella sua nota (32) postillava che: “(32) Acta Imperii Inedita – Eduard Winkelmann – Innsbruck – 1880, pag. 775.”. Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, parlando dell’Imperatore Svevo Federico II e, soprattutto al periodo successivo alla ‘Congiura di Capaccio’ ed alla crudele repressione che ne seguì, in proposito scriveva che: Cercò poi di estromettere i feudatari dai castelli costruiti dopo il 1189, per cui non potevano avere avuto alcuna concessione e ne dispose l’obbligo di manutenzione, a cui dovevano partecipare i villaggi vicini e lontani che per qualsiasi titolo avevano relazione con essi. Tra alcuni dei principali castelli che ruotavano attorno alla proprietà regia vi era quello di Camerota e quello di Policastro, che ricadeva nelle pertinenze del feudo di Camerota, vi era anche quello di Roccagloriosa (distrutto dai Francesi nel 1806), alla cui manutenzione dovevano collaborare anche tutti gli uomini liberi del feudo di Castellammare della Bruca (Velia).”. Il Winkelmann (…), a p. 775, in proposito a questo documento di cui non riporta data ma lo mette in “STATUTA OFFICIORUM” dove a p. 768 scriveva docum. n. 1005 del 1241-1246, a p. 775 in proposito scriveva che: “Nomina castrorum et domorum imperialis ducatus Amalfie, Principatus et Terre Beneventane et nomina terrarum iusticairatus eiusdem, que sunt deputate ad reparacionem castrorum et domorum imperialum eorundem”:

Winkelmann, Acta Imperii Inedita, p. 775

(Fig…..) Winkelmann (…), Acta Imperii Inedita, op. cit., p. 775, documento di Federico II

Ciò risulta dal Codice Diplomatico Salernitano sotto l’anno 1230-31 (…). Si tratta di un documento tratto dalla Cancelleria Angioina ma riguarda un documento dell’epoca Federiciana, ovvero il documento in Carucci (…) a p. 156, vol. I, LXXVIII, dove il Carucci scrive 1230-31 ?”, Federico II nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato ecc..“. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e società nel Cilento Medievale’, a p. 537, parlando di Policastro riportava la stessa notizia e in proposito scriveva che: Un documento di Federico II informa che alle opere dimanutenzione del castello erano tenute dalle famiglie di Camerota, Morigerati, Policastro,Rivello, Rofrano, Sanza, Torraca (di cui faceva parte sicuramente il piccolo centro di Sapri), Tortorella e Trecchina (10).“. Ebner (…), a p. 537, vol. I, nella sua nota (10) postillava che: “(10) Carucci, Codice diplomatico salernitano, cit., p. 89.”.Ma Ebner si sbagliava perchè il Carucci a p. 89 del vol. I, parla della questione della nomina del vescovo a Policastro nel 1211.

Carucci, p. 89

(Fig…..) Carucci, op. cit., vol. I, p. 89

Stesso errore fanno i due studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) nel loro, ‘Pixous – Policastro’, a p. 514, in proposito a Policastro, scrivevano che: “Passata nelle mani di Giovanni Ruffo nel 1229 (75), Policastro fu ulteriormente rafforzata per tutto il corso del XIII secolo. La città era ambita da personalità del mondo politico ecclesiastico, più a causa della sua importanza castrense, strategica (da far valere ogni volta che nelle corti si preannunciasse un pericolo di rivolta o di guerra), che per dichiarare risorse economiche. Nel 1211, ad esempio, per vescovo di Policastro era designato il medico del Re di Sicilia, Giacomo, poi eletto (76); nel 1230-31 la città e il Castello dovevano essere riparati da uomini di Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Policastro, Morigerati, Camerota, cioè da mezzo Cilento e da uomini della Lucania interna (77).”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (75), postillavano che: “(75) M. Di Luccia, L’Abbadia di S. Giovanni a Piro, cit., p. 8”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (76), postillavano che: “(76) C. Carucci, Codice diplomatico salernitano del sec. XIII, Roma, Fonti per la Storia, ecc.., 1931, vol. I, p. 89.”. I due studiosi (…), a p. 514, nella loro nota (77), postillavano che: “(77) Carucci, op. cit., I., s.a.”. Lo studioso locale Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati‘, pubblicato nel 2001, a p. 52, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, dissertando sui diversi toponimi che Morigerati ha sulla documentazione d’epoca Angioina scriveva che: Per quello di Policastro tra gli altri paesi, impose i pagamenti anche a “Muchrone”. Ciò risulta dal Codice Diplomatico Salernitano sotto l’anno 1230-31 (6).”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (6) postillava che: “(6) Carucci C., Codice Diplomatico Salernitano del secolo XIII, vol. I, pag. 156, 157, 158. Gli altri paesi che dovevano concorrere alle spese erano: Tortorella, Sanza, Torraca, Rofrano, Rivello, Trecchina, Camerota. I provisores erano due: Agneo de Mastuscio e Sanctoni de Montefuscoli.”. Il documento citato dal Gentile (…), nella sua nota (6), a p. 58, riguarda Federico II di Svevia ed è trascritto nel vol. I del Carucci Carlo (…), op. cit.,  a pp. 156-157-158 e come scrive lo stesso Carucci è tratto dalla Cancelleria Sveva trascritto dal Wilkelmann (…) “Acta Imperii”, n. 758. Il Gentile scriveva in proposito a tale documento pubblicato e tratto dal Carucci (…): “Fra i documenti normanni del 1150 e quelli angioini del 1278, è presente un’altra registrazione con un nome diverso ma similare: ecc..ecc…Per quello di Policastro tra gli altri paesi, impose i pagamenti anche a “Muchrone“. Carlo Carucci (…), nel suo ‘Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, ovvero il vol. I: “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, egli scriveva dell’Imperatore Federico II. La notizia è tratta dal Carucci (…), nel suo Codice diplomatico salernitano del XIII secolo’, edito nel 1946, vol. I, ovvero il “1201-1281 Salerno durante la dominazione Sveva e quella del primo angioino/a cura di Carucci Carlo”, dove a pp. 156-157, pubblicava il documento del 1230-1231 (?), che fu pubblicato da Winkelmann (…) , in ‘Acta imperiali’, n. 764. Il Winkelmann (…), secondo il Carucci (…), in ‘Acta Imperii ecc..’, al n. 775 e, tratti da Sthamer Eduard (…), in ‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914, pubblicò il documento del 1230-1231, tratto dai Registri della Cancelleria Svevo-Angioina, dove si elencavano i “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione Sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi.”. Secondo il Carucci, questo elenco di castelli e fortezze imperiali appartenenti alla casa regnante dell’Imperatore Federico II di Svevia, nella Provincia di Salerno, all’epoca Angionina di Carlo I e Carlo II, non subì modifiche, ma restò inalterato. Come possiamo leggere dal documento del 1230-1231, pubblicato anche dal Carucci a p. 156-157 del vol. I, nel “Castrum Policastri”, ed al suo castello, vi era addetto il seguente personale: “LXXVIII. – 1230-1231 ?. Federico II nomina i ‘provisores’ dei castelli del Principato, di Terra di Lavoro e della Tera beneventana e dà loro istruzioni circa il numero dei servienti di ciascun castello, circa le paghe da corrispondersi loro, le riparazioni eventuali da farsi, la coltivazione delle terre annesse ecc… Per ogni castello ordina si faccia un inventario di quanto possiede di armi, vettovaglie, animali ecc.., redatto in triplice copia, di cui una resti al castellano, l’altro presso i detti ‘provisores’, e il terzo si mandi alla regia curia.” Il Carucci (…), nella sua nota a tergo del documento postillava che: “Dal Winkelmann. ‘Acta imp.’, n. 764”, ma a p. 764 non pubblica questo documento. Il documento in questione pubblicato dal Winkelmann è a p. 775. Nel documento è scritto: “Fridericus etc. Agneo de Matuscio et Sanctoni de Montefuscolo, provisoribus etc…”.

Carucci, p. 156, vol. I

(Fig….) Carucci Carlo (…), op. cit., vol. I, p. 156 e s.

Il Carucci (…) a p. 157, aggiunge che: “Nomi dei castelli e dei palazzi della Corona imperiale esistenti nella provincia di Salerno durante la dominazione Sveva, col personale di custodia e coi nomi dei paesi obbligati alle spese di riparazione di essi. (Dal Winkelmann, ‘Acta Imperii’, pag. 775, e da Sthamer Eduard (…), in‘Die Verwaltung der Kastelle im Konigreig Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Kar I von Anjou’, vol. I, II,III, Leipzig, 1914). Durante i regni di Carlo I e Carlo II d’Angiò lo statuto di essi non subì cambiamenti notevoli e i castelli del Principato insieme con quelli di terra di Lavoro, furono alla dipendenza dello stesso ‘provisor castrorum’.”. Nella parte del documento pubblicata a p. 157 del vol. I dal Carucci, si legge: “Castrum Policastri’ debet reparari per homines Turturelle et per homines Sanse, per homines Turrace, per homines Roffrani; item per homines Brigelli (Rivello ?) et Triclani (Trecchina), qui sunt de iustitieratu Basilicate; item potest reparari per homines Policastri, per omines Muclarone (Morigerati; nel 1294 Moregeranum) et per homines totius baronie Camerote, que omnes terre sunt vicine Policastro, in quo nulla est familia ordinata.”.

Carucci, p. 255

(Fig…) 1230-1231, in ‘Acta Imperii’ n. 775 di Winkelmann (…) e, in Carucci (..), vol. I, p. 157

Carucci, p. 160

Carucci, p. 160, nota (1)

(Fig….) Documento Federiciano, tratto dal Carucci (…), vol. I, pp. 156-157

Lo studioso Orazio Campagna (…), nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, edito nel 1982, parlando di Policastro, a p. 259, in proposito scriveva che: “La contea di Policastro fu sempre considerata un caposaldo difensivo e per le comunità del Cilento e per Salerno, infatti, anche sotto Federico II il “castrum” subì rifacimenti, finanche col contributo della baronia di Camerota (79). Ecc…”. Il Campagna (…), a p. 259, nella sua nota (79), postillava che: “(79) Nel Codice Diplomatico Salernitano, I.“. Sempre il Campagna (…), sulla scorta del ‘Codice Diplomatico Salernitano’, del Carucci (…), a p. 266, scriveva che: “Al ripristino di antichi castelli, ordinato da Federico II, la baronia di Camerota fu costretta a contribuire per il rifacimento delle fortezze di Policastro.”Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e popoli nel Cilento’, vol. II, p. 334, scriveva che nel ‘Catalogus baronum’ sono anche elencate le baronie esistenti nel territorio ai tempi di Re Guglielmo, di cui poi alcune avocate al fisco da Federico II per fellonia. Dopo la congiura di Capaccio nel 1242, episodio in cui alcuni Baroni del Regno, primi tra questi, al solito, i Sanseverino, decidono di ribellarsi all’Imperatore Federico II di Svevia, che era stato scomunicato dal papa, e dopo il suo epilogo che avvenne a Capaccio in cui tutti i congiurati vennero sterminati, compreso Tommaso e Guglielmo Sanseverino.  I guasti del conflitto non rimesero circoscritti alla sola zona di Capaccio, ma incisero fortemente sulle condizioni di vita dell’intero Cilento.

Nel 1278, MORIGERATI e SICILI’ ALL’EPOCA ANGIOINA

Lo studioso locale Angelo Gentile (…), nel suo ‘Morigerati‘, pubblicato nel 2001, a p. 52, in proposito a Morigerati all’epoca Angioina, dissertando sui diversi toponimi che Morigerati ha sulla documentazione d’epoca Angioina scriveva che: “A conferma di quanto detto si richiamano i Registri della Cancelleria Angioina ricostruiti dal Filangieri, sotto l’anno 1278 riporta “Mugeralio” come feudo di Policastro: “Provisio contra à Robertum de Loysio de Mugeralio tenetem occupatum casalem Mugeralii situm prope Policastrum” (4). Si vede che l’abbazia di Rofrano è in decadenza, per i cambiamenti politici e la sua autorità non è più la stessa, ciò succederà ovunque nel Cilento, in riferimento ai basiliani che vedono diminuire, a poco a poco, le terre che prima erano di loro pertinenza: i signori dei feudi vicini si impossessano delle loro tere anche perchè viene a mancare la protezione del re. Si legge in un altro registro della Cancelleria: “Mentio euiusdam controversie pro nonnulis bonis feudalibus inter procuratores R. Fisci et….Robertum de Morigeralibus”. (5), è passato solo un anno e il nome viene riportato diversamente. Questo Roberto de Loisio aveva proditoriamente occupato il ‘casalem Mugeralii’ comportandosi come un feudatario, un fatto accaduto anche in altri centri quali Sacco e Monforte, sempre secondo la stessa fonte e che costringe il potere centrale ad intervenire. Fra i documenti normanni del 1150 e quelli angioini del 1278, è presente un’altra registrazione con un nome diverso ma similare: ecc..ecc…E’ il nome di Morigerati che appare nei documenti ufficiali che testimoniano come questa zona, già abitata per il passato, abbia ripreso vita e quindi deve partecipare alle difese del castello di sua pertinenza e di suo utilizzo in caso di bisogna. Sempre dai preziosi Registri angioini apprendiamo che nel 1279-80 erano state pagate le particolari sovvenzioni di un anno per le paghe delle milizie, tra gli altri è citato il nome di Morigerano (7). Altro nome nel 1284 quando vennero elencati i nomi di tutte le terre del Principato Ultra e Citra, sotto il re Carlo II d’Angiò, l’atto poi venne stilato nell’agosto del 1299 e per Morigerati si legge “Moregeranum” (sic Morigeranum)” (8). Nel 1294 altro nome, “Morigerarium”. Per i diversi nomi vale la spiegazione di cui sopra.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (4) postillava che: “(4) I Registri della Cancelleria Angioina a cura di R. Filangieri, n. XXI, pag. 255.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (5) postillava che: “(5) I Registri della Cancelleria Angioina a cura di R. Filangieri, n. XXII, pag. 126.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (7) postillava che: “(7) I Registri della Cancelleria Angioina, cit., sub anno 1279-80.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (8) postillava che: “(8) Carucci C., op. cit.,  1946, vol. III, pagg. 406-411.”. Il Gentile (…), a p. 58, nella sua nota (9) postillava che: “(9) Figlio di Ruggiero e Teodora D’Aquino, sorella di S. Tommaso d’Aquino, è il più potente signore feudale del suo tempo. Dove c’è pericolo il re Carlo lo invia per porre rimedio. è signore di molte tere nel Cilento, tra le altre la città fortificata di Policastro e il territorio circostante.”.

Nel 1400, Caselle, Morigerati e Sicilì all’epoca Aragonese (Americo Sanseverino e poi il figlio Guglielmo (III) Sanseverino)

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: “‘Capitànei’ (governatori) della Terra di Casella negli anni della Signoria di Americo Sanseverino e del figlio Guglielmo (145) furono vari esponenti della famiglia De Senis: Buzio de Senis, il figlio Salvatore confermato nella carica direttamente da Alfonso d’Aragona nel 1444, Bindo, Alfonso, Porzia Tolomea andata in sposa a Cono Guevara conte di Potenza (146). I Signori Sanseverino risiedevano a Capaccio, sede della Contea, e le varie ‘Terre’ erano governate in loro nome e per conto o da ‘Capitànei’ o da ‘Vicecòmiti’ Francesco Comite (147) in rappresentanza di Guglielmo Sanseverino (figlio di Americo) e della madre Margherita, conti di Capaccio. Ecc…”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (147) postillava che: “(147) I Comite erano un’antica e nobile famiglia amalfitana trasferitasi a Salerno. Nel XV sec. oltre a Tortorella essi possedevano anche Morigerati, di cui era utile Signore Matteo Comite col fratello Giovanni (negli anni 1466 – 78 Matteo svolse pratiche feneratizie nei confronti dei cittadini di Morigerati e di Sicilì e Giovanni  attuò investimenti in ovini e caprini: cfr. A. Leone, Una ricerca etc…, pp. 232 e 226); ancora all’inizio del XVII sec. possedevano Sanza nella persona di Marco Còmite che costrinse l’Università ad indebitarsi per 500 ducati per far fronte alle liti giudiziarie in cui il barone l’aveva trascinata: SN, Collaterale, Provisionum, f. 50, p. 80; F. Fusco, Universale Capitulum Terrae Santiae, ovvero gli ‘Statuti municipali di Sanza, in “Euresis”, VII (1991), p. 151 e nota 31.”.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tece etc., cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra’ cfr. P. Del Mercato, La feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63.”.

Nel 1483, la peste (“ayro pestifero”) che colpì le Valli del Mingardo e del Bussento

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 51-52, in proposito scriveva che: “Dopo gli anni difficili della Guerra del Vespro e i devastanti eventi naturali verificatisi intorno alla metà del XIV secolo (la carestia del 1343, la peste del 1348 con rigurgiti nel 1383, il terremoto del 1349)(140), la ‘Terra’ di ‘Casella’ aveva conosciuto non solo un incremento demografico ma anche un certo miglioramento economico, che erano poi continuati per buona parte del Quattrocento. Infatti prima della peste (ayro pestifero) degli ultimi decenni del XV secolo, che dovette colpire con particolare virulenza le Valli del Mingardo e del Bussento (141), i fuochi, che nel 1445 erano – lo si è detto – 107, nel 1461 erano saliti a 140 (142). Non solo: una certa ecc…”. Il Fusco, a p. 103, nella nota (141) postillava che: “(141) Infatti dalla ‘rilevazione dei fuochi’ del 1483 risultò che per causa de male ayro pestifero’ ben venti nuclei familiari erano scomparsi a Laurito ed otto ad Alfano. Pur mancando dati per ‘Casella’, il morbo ad ogni modo dovette farsi sentire anche nella contigua Valle del Bussento (ASN, Sommaria Partium, vol. 21, c. 182; A. Silvestri, La popolazione del Cilento nel 1489, ecc…”. Il Fusco, a p. 103, nella nota (142) postillava che: “(142) S. Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Napoli, G.B. Cappello, 1601, p. 85 ……L. Giustiniani, Dizionario Geografico-ragionato del Regno di Napoli, Napoli, V, Manfredi, 1797, III, p. 235.”. Sono entrambi scaricabili e consultabili su lsito di Gooogle libri.

Nel 1496, Caselle e Tortorella dopo la Congiura dei Baroni

Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: La Congiura dei Baroni del 1485 sovertì questo stato di cose nei vari feudi Guglielmo (che ormai aveva ereditato tutti i beni paterni) in quanto nei confronti dei ribelli gli Aragonesi non furono meno duri degli Svevi in séguito alla Congiura di Capaccio di quasi due secoli e mezzo prima. Teatro dello scontro ecc….Guglielmo, per aver partecipato alla congiura, perse tutti i suoi feudi. Alfonso II d’Aragona nel 1494 nominò il ‘milite Valerio de Gizzis’ di Chieti governatore (‘capitàneus) di tutti i feudi (fra cui Casella) appartenuti al Conte di Capaccio (149). Nel 1496 Guglielmo fu reintegrato in tutti i suoi beni per volere di Ferdinando II (150) e verosimilmente la ‘Terra’ di ‘Casella’ continuò ad essere dei Sanseverino anche nei primi decenni del XVI secolo. Ebner ha scritto (151) che ‘Casella’ nel 1496 passò a Giovanni Carafa della Spina, il quale sullo scorcio del XV secolo acquistò la contea di Policastro (152) costituita da alcune ‘Terre’ delle Valli del Mingardo (Bosco, Torre Orsaia, Alfano, Rofrano (153)) e del Bussento (Sanza)(154). Forse un’errata trascrizione e interpretazione del ‘Diploma’ (155) di Ferdinando II del 1496 indusse lo storico cilentano ad affermare che con Policastro il Sovrano aragonese avesse concesso anhe ‘Casella’ al nobile patrizio napoletano. In verità nell’importante, così come è trascritto, ‘Casella’ al pari di Rocca Gloriosa è menzionata soltanto per i suoi territori confinanti con quelli bussentini……’civitatem Policastri sitam in Provincia Principatu Ultra (sic) iuxta territoria Rocche Gloriose ac Casellae’…..(156).”. Riguardo questa fonte, il Fusco, a p. 103, nella nota (139) postillava che: “(139) Fonti Aragonesi, a cura degli Archivisti Napoletani, Napoli, presso l’Accademia Pontaniana, 1970, VII (il volume VII è curato da Bianca Mazzoleni).”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (145) postillava che: “(145) Cfr. nota 131.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (146) postillava che: “(146) Fonti Aragonesi, cit., III, p. 50, nota 116. I ‘de Senis’ governarono anche le Terre di Casalnuovo (Casalbuono) e di Campora.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (151) postillava che: “(151) P. Ebner, Chiesa, Baroni e Popolo nel Cilento, vol. II, p. 492”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (152) postillava che: “(152) ASN, Repertorio dei Quinternioni (d’ora in poi ‘Rep. Quint.), 1, f. 43”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (153) postillava che: “(153) F. Fusco, Capitulationes et Pacta etc., cit., p. 171.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (154) postillava che: “(154) ASN., Rep. Quint., vol. 14/III, c. 92 v.”. Il Fusco, a p. 105, nella nota (155) postillava che: “(155) BSR (= Bibblioteca del Senato della Repubblica), ms. n. 96; P. Ebner, Economia etc., I, pp. 540-553”.

Nel 1487, Ferdinando I d’Aragona confermò gli Statuti alle Università

Matteo Mazziotti (…), nl suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 158 in proposito alla ‘Congiura dei Baroni’ scriveva che: “VI. Ferdinando I d’Aragona confermò nel 1487 gli statuti ed i capitoli della baronia del Cilento già decretati dai suoi predecessori. Da questi capitoli, su cui hanno scritto G.C. Del Mercato e F.A. Ventimiglia, si traggono notizie importanti su l’ordinamento della baronia in quel tempo.”. Anche Felice Fusco (….), nel suo “Caselle etc.”, riguardo gli Statuti concessi alle Università in quel periodo, a p. 104, nella nota (148) postillava che: “(148) F. Fusco, Quando la storia tece etc., cit., p. 209. Per un esame delle motivazioni e delle conseguenze della congiura in ‘Principato Citra’ cfr. P. Del Mercato, La feudalità del Principato Citra alla discesa di Carlo VIII’, in “Bollettino storico di Salerno e Principato Citra”, 1 (1984), pp. 47-63.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (149) postillava che: “(149) I. Mazzoleni, Regesto della Cancelleria Aragonese di Napoli, Napoli, 1951, p. 124 reg. 798 e p. 126 reg. 812.”. Dalla Treccani on-line leggiamo che Ferdinando I d’Aragona rese il suo Regno  un momento importante per le libertà comunali. Il re stesso concesse statuti alle città demaniali e sanzionò con il suo placet quelli concessi dai baroni. In ciò si scorge non solo una tendenza verso una maggiore uniformità nel governo municipale, ma anche la crescita di una aristocrazia urbana favorita dal re come contrappeso alla nobiltà feudale. Lecce offre a questo proposito un esempio molto istruttivo: gli statuti del 1479 stabilivano la parità in Consiglio fra gli artigiani e gli esponenti più alti della società, anche se relegavano i primi nelle cariche municipali minori. La predilezione per la condizione demaniale era talmente consolidata da far affermare all’ambasciatore fiorentino nel novembre 1485 che molte città “desiderano piutosto essere in domanio che sotto Signori per i tristi tractamenti che hanno da loro”. All’interno di queste Comunità urbane gli ebrei in particolare avevano motivo di apprezzare la protezione loro accordata sull’esempio di Alfonso, protezione che li metteva in grado di svolgere una notevole attività come artigiani e piccoli commercianti in Puglia e Calabria.

Nel 27 aprile e nel 7 maggio 1506, ROBERTO II SANSEVERINO, PRINCIPE DI SALERNO ebbe reintegrati i suoi beni da Ferdinando il Cattolico

Matteo Mazziotti (…), nel suo “La Baronia del Cilento”, nel cap. 6, a p. 163 in proposito al Periodo Aragonese e riferendosi a Roberto II di Sanseverino scriveva che: In virtù di questo patto Roberto II Sanseverino venne reintegrato in tutti i suoi beni del padre con diploma del 27 aprile 1506 (1). Ed a cementare la devozione di Roberto il nuovo re gli diede in moglie Maria d’Aragona figlia di Alfonso duca di Villermosa suo fratello naturale.”. Il Mazziotti a p. 163 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Gatta scrive nell’opera citata pag. 459 che tale privilegio è riportato nei quinternioni della R. Camera, ‘Privilegi III’, fol. 229, quatr 13, fol. 123.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. II, pp. 340-341, parlando di Policastro e di Giovanni Carrafa della Spina, in proposito scriveva che: “Ai primi del 1507 nacque a Roberto (II) Sanseverino l’erede che, in omaggio allo zio re di Spagna, venne chiamato Ferrante. Il 28 febbraio il re concesse a Roberto, tra l’altro, anche il diritto di tutte le tratte da Salerno a Policastro e la gabella della seta dal Sele a Policastro, di cui Roberto nominò esattore Petrino de Magnia della Baronia del Cilento.”. Pietro Ebner (…), riguardo il Carafa cita il Campanile (p. 50). Filiberto Campanile (…), nel suo ‘Dell’armi overo insegne dei Nobili, Napoli, stamparia di Antonio Gramignani, terza edizione, MDCLXXX, a p. 195 (e non p. 50 come scrive Ebner) parlando della nobile famiglia dei Carafa, cita Giovanni  Carrafa e Carlo V nel 1523. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Economia e Società etc..‘, vol. II, a p. 210, riferendosi ad Antonello Sanseverino, in proposito scriveva che: “Gli successe il fratello Guglielmo che prese parte alla congiura dei baroni. Ribelle nel 1487 gli fu tolta la contea, ma venne reintegrato nei suoi beni con privilegio di Ferrante II del 15 agosto 1496. La reintegra venne poi confermata da Federico d’Aragona (30 ottobre) e da Ferdinando il Cattolico (27 aprile e 7 maggio 1506). Ribelle ancora gli furono confiscati i beni da Ferdinando il Cattolico.”. Pietro Ebner (…), nel vol. II a p. 82, nella sua nota (29) postillava che: “(29) Reg. Ang. 374, f. 81, Napoli, 29 marzo 1417.”. Ebner, a p. 82, nella sua nota (31) postillava a riguardo che: “(31) Gatta, ………  Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a p. 104, nella nota (150) postillava che: “(150) La reintegra dei beni fu riconfermata ai Sanseverino anche da Ferdinando il Cattolico nel 1506 quando, morto Guglielmo senza eredi, rilevò la Contea di Capaccio e le altre ‘Terre’ Roberto II, figlio di Antonello (un dei maggiori artefici della Congiura de Baroni). Col figlio di Roberto II (morto nel 1510), Ferrante, calò il sipario sui potenti Sanseverino (1568).”Pietro Ebner (…), nel suo vol. II di ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 677, parlando di Tortorella, in proposito scriveva che: “Come è noto, a seguito dell’armistizio di Lione (31 gennaio 1504) alla Spagna venne assegnato il Regno di Napoli. Roberto Sanseverino, che aveva saputo destreggiarsi tra Francia e Spagna, ebbe per la morte senza eredi di Guglielmo Sanseverino, conte di Capaccio, il consenso all’acquisto e alla divisione dei suoi beni con Bernardino Sanseverino di Bisignano, ad evitare una loro dispersione con la vendita pubblica. A Roberto toccarono, con Capaccio, Casalnuovo, Gazanello (?), la Palude (Padula), Lagonegro, Laurino, Magliano, Montesano, Ravello (Rivello), Sassano, Sasso, Tito, Tortorella, Trentinara e Verbicaro (12).”. Ebner, a p. 677, vol. II, nella nota (12) postillava che: “(12) J. Mazzoleni, Regesto delle pergamene di Castelcapuano, cit., p. 79”Felice Fusco (…), di questa notizia dataci dall’Ebner (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle all’epoca Aragonese, a pp. 52-53, in proposito scriveva che: Nel 1496 Guglielmo fu reintegrato in tutti i suoi beni per volere di Ferdinando II (150) e verosimilmente la ‘Terra’ di ‘Casella’ continuò ad essere dei Sanseverino anche nei primi decenni del XVI secolo.”. Il Fusco, a p. 104, nella nota (150) postillava che: “(150) La reintegra dei beni fu riconfermata ai Sanseverino anche da Ferdinando il Cattolico nel 1506 quando, morto Guglielmo senza eredi, rilevò la Contea di Capaccio e le altre ‘Terre’ Roberto II, figlio di Antonello (un dei maggiori artefici della Congiura de Baroni). Col figlio di Roberto II (morto nel 1510), Ferrante, calò il sipario sui potenti Sanseverino (1568).”.

Nel 1799, i Sanfedisti borbonici ed i moti carbonari del basso Cilento

Felice Fusco (…), nel suo ‘Caselle in Pittari – Linee di una storia dalle origini al settecento’, continuando il suo racconto su Caselle nel ‘700, a pp. 73-74, in proposito scriveva che: “Le ricerche del Cassese (279) della fine degli anni Quaranta hanno escluso infatti coinvolgimenti diretti di cittadini dell’Università casellese, mentre tutt’intorno nelle ‘Terre’ contigue divampava l’insurrezione, spesso affrettata e spietata. A Sanza infatti i galntuomini aizzarono il popolo contro i ‘democratizzatori’ padulesi Ettore Netti e Francesco Notaroberto; a Casaletto operò un nutrito gruppo di cospiratori contro il governo borbonico (la famiglia Petrosino: don Felice, Notar Vincenzo, Pascale; Notar Gianuario La Falce; Angelo Loviso; Saverio Scafuri; Don Pasquale Polito) e fu piantato ‘l’albero della Libertà’; a Morigerati furono attivi Don Bernardino Mega, Diego Cioffi e Don Gaetano Granato originario di Lentiscosa; a Vibonati Domenico Furiati e il fratello Notar Biagio (280). Neppure la quasi immediata reazione realista e sanfedista, che coinvolse in prima persona il vescovo di Policastro Monsignor Ludovico Ludovici (281) incaricato dal cardinale Fabrizio Ruffo di organizzare la controrivoluzione nella Valle del Bussento (282), pare avesse coinvolto la ‘Terra di Tortora.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (278) postillava che: “(278) Con l’entrata dei Francesi in Napoli del 1799 il generale Championnet occupò la capitale del regno borbonico costringendo il re Ferdinando IV a fuggire in Sicilia) tutto il Cilento ebbe un fremito di riscossa: gli spiriti più nobili della borghesia progressista, impevuti delle idee liberali propugnate dalla Rivoluzione Francese, si batterono per creare Municipalità democratiche in ogni paese, dove piantarono l’albero della libertà.”.  Il Fusco, a p. 106, nella nota (279) postillava che: (279) Leopoldo Cassese, Giacobini e realisti nel Vallo di Diano, in “Rassegna Storica Salernitana”, X (1949), pp. 134 ss., ora in ‘Scritti di Storia Meridionale, Salerno, Laveglia, 1970, pp. 63-149.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (280) postillava che: (280) Ivi, passim; ASN, Casa Reale, vol. 177, Libro nel quale son descritti…..tutti gli individui….che son notati per materie di Stato, passim.”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (281) postillava che: (281) Frate ebolitano dei Minori Osservanti, fu trasferito dalla diocesi di Crotone a quella di Policastro nel 1797 (N.M. Laudisio, Sinossi etc., cit. p. 36).”. Il Fusco, a p. 106, nella nota (282) postillava che: “(282) L. Cassese, Scritti di storia etc., cit., p. 106 ss.; P. Ebner, Chiesa, Baroni etc., I, p. 268.”.

Nel 3 settembre 1860, la colonna d’insorti andò pure a Morigerati, che occupò

Antonio Alfieri d’Evandro (….), nel suo, “Della insurrezione nazionale del salernitano nel 1860 – Pensieri e documenti per Alfieri d’Evandro”, 1861, nel capitolo “Cenni generali”, a p. XVIII, in proposito scriveva che: “In quella Stefano Passero avea proclamata l’insurrezione in Vallo di Diano, Teodosio de Dominicis in Ascea ed i fratelli Magnone in Torchiara. Lasciando a ciascun capo di dilungarsi sulle proprie operazioni son dolente che tra i documenti non si rattrovi la relazione dell’egregio de Dominicis. L’amico nostro, impedito dal redigerla per fisica indisposizione, era stato soccorso dagl’operosi cittadini Gennaro Pagano e Luigi Giordano ed avea diviso le sue colonne in tre battaglioni che marciando per Policastro si ricongiunsero a Sapri con gl’insorti di Magnoni ed ingrossarono le nostre file nel Vallo di Diano. Così le masse di tutte le forze della rivoluzione riconcentrandosi in quella strategica vallea e Fabrizii fece occupare solidamente le gole di Campestrino e del Fortino stabilendo il quartier generale allo Scorzo. I regispaventati fuggirono a Salerno, quei di Calabria tagliati fuori deposero le armi e Garibaldi lasciato in marcia l’esercito, volò a ricongiungersi a noi e dopo pochi giorni entrava a Napoli….Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Dunque, il d’Evandro scriveva che: Il movimento fu unanime, popolare, non funestato da un solo eccesso. Duolmi il dirlo, ma stigmatizzerò il tristo perchè fu solo, un tale soltanto si permise e maltrattare e rubare il Sindaco di Morigerati di orologio, schioppo e cappello, il Sindaco avea anche sofferto per causa di libertà e quel tale accompagnava le colonne. Il ripeto fu solo.”. Questa notizia dovrà essere maggiormente indagata.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio Francesco, “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, 1987, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato da Felice Cesarino, ‘La Lucania del Barone Antonini’, stà in ” I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.-Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) Antonini G., La Lucania – discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1797, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda Discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio).

(3) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II, riguardo Rofrano, p. 496 e s., mentre riguardo la notizia citata da Falcone che l’abate di Rofrano appare al seguito di Guglielmo di Laviano per il feudo di Caselle in Pittari, si veda il Vol. I, p. 239.

(4) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 e, si veda pure: Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro, a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976, p. 74 (Archivio Storico Attanasio).

(5) Ronsini D.A., Cenni storici sul Comune di Rofrano, Stab. Tip. Nazionale, Salerno, 1873, ristampa anastatica, ed. Arnaldo Forni, Sala Bolognese, 1981, p. 19 e s.; il Ronsini, pubblica l’antico documento di donazione del 1131 nel ‘Documento A’, p. 69 (Archivio Storico Attanasio).

(6) Follieri Enrica., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in ‘Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata’, 1988, pp. 49 e s.; si veda pure: Follieri E., ‘Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia per la Badia di Grottaferrata – Aprile 1131′, stà in Follieri E., ‘Byzantina et Italograeca – Studi di Filologia e di Paleografia’, a cura di Longo, Perria e Luzzi, ed. Storia e Letteratura, Roma, 1997, che ci parla del crisobollo, cap. XVII, da p. 433-461 (Archivio Storico Attanasio).

Reg.bessarionis, ultima pagina

(7) (Figg. 12) Codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII). Il codice Crypt. Z.d. XII, è del XV secolo, ed è un codice bombicino (in seta) e manoscritto. Il codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, è un volume d’Archivio, conservato nell’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati) (AMNG), collocato in “Platee 1”, viene generalmente detto “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Questo volume d’Archivio, contiene sostanzialmente due inventari. Il primo è  il“Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae” e il “Bullarium Cryptense”. E’ la studiosa Enrica Follieri (…), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa di questo antico codice. Il primo è sostanzialmente un Inventario o Platea dei beni monastici appartenuti all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, inventario che fece redigere il Cardinale Bessarione, come scrive la studiosa Enrica Follieri (…):Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco concesso dal re normanno Ruggero II all’abate ‘Sanctae Dei Cryptaeferratae Domino Leontio’ nell’aprile dell”annus mundi 6639, indizione IX (= aprile 1131). Detto transunto fu eseguito in Roma il 16 novembre 1465 dal notaio ‘Henricus de Goch clericus Coloniensis dioecesis, a richiesta di Domenico de Dominicis vescovo di Brescia, referendario e vicario pontificio per Roma e circondario, per incarico del cardinale Bessarione. L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica eseguita il 13 ottobre 1595 a cura del protonotario apostolico Camillo Borghese, su incarico di papa Clemente VIII e a richiesta di P. Giovanni Ceci, di Tuscolo, procuratore dell’Ordine Basiliano (…). A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…). Il testo del crisobollo fu pubblicato per la prima volta nella monografia che un benemerito erudito locale, il canonico Domenicantonio Ronsini, dedicò alla storia di Rofrano (5). Il canonico Ronsini (5), utilizzò, come egli stesso dichiara (…), una copia conservata nell’Archivio Comunale di Rofrano, esemplata sul documento del monastero di Montesano per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula. L’opuscolo del Ronsini, uscito nel 1873 a Salerno, ebbe limitata diffusione: lo conobbe e lo utilizzò il P. Antonio Rocchi nel 1893 (11), ma lo ignorarono sia Erich Caspar (…) sia Ferdinand Chalandon (…). Il documento fu riscoperto da Paul Fridolin Kehr (…),  fu ripubblicato, sulla base del codice Criptense, da Fedor Schneider nel 1914 (15). Esso è registrato nell’appendice al Caspar redatto da Paolo Collura (16), ed è stato uilizzato sia da Horst Enzensberger nel suo lavoro sulla cancelleria e i documenti normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia (17) sia da Carlrichard Bruhl, nella sua monografia sui documenti del Re Ruggero II (18). Recentemente lo ha ripubblicato, nelle sue preziose opere sulla storia economica ed ecclesiastica del Cilento, Pietro Ebner (3).”. Nella sua nota (2), la Follieri ci  informa che il codice Cryptense Z. d. XII, fu pubblicato da padre Rocchi (…). Nella sua nota (2), a p. 33, la Follieri (6), scrive: “(2) Descrizione del Codice presso A. Rocchi (11), ‘Codices ecc..’, pp. 513-514. Sul Regestum Bessarionis, di mano di Nicolò Perrotti, si veda il recente ottimo studio di Concetta Bianca (…),…” (26). Il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, o la Platea o Inventario (Registro o elenco) “La Platea dei beni monastici”, dei beni dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, redatta nel 1462  dall’Arcivescovo Nicolò Perotti, vicario generale del Cardinale Commendatario Bessarione e, conservato nella Biblioteca dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, sotto “Platee 1” (Figg. 23), che in seguito, fu pubblicato dal padre Rocchi (…). Il Rocchi (11), riguardo il Codice Cryptense, redatto dal Perotti, ci informava che: “Don Nicola Perrotti Arcivescovo Sipontini e nell’Abbazia di Grottaferrata (Cryptaferratae) aiutante del Cardinale Bessarionis, Abate commendatari immortale. Ho cominciato a scrivere il libro d. 28 o agosto. 1457, come si legge nel prologo. Appacta l’inizio del libro è l’immagine di una carta. Bessarionis consiglio di amministrazione della Biblioteca antica del segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide del Vaticano o cura di Stefano Borgia, an. 1757, coniate in aria. La strada sul pad ha diritto ad alcun e ovunque Regestum Bessarionis Abbatiæ Cryptoferratensis buona esistente. Fol. 62. I diplomatici vengono a mettere tutti che sono un vescovo di un re.”Il Rocchi (11), riguardo il “Regestum Bessarionis”, contenuto nel volume di Archivio detto codice Crypt. Z.δ.XII, a p. 513, scrive: “CODEX DECIMUS SECUNDUS Z. δ. XII. Cod. ms. bombycin. saec. XV, costans foliis 98, quorum duo priora sunt membran. longitud. metri fere 0, 27, latitud. 0, 21, exaratus bono et nitido charactere, jussu D. Nicolai Perrotti ep. Sipontini, in Monasterio Cryptaferratae Vicarii Cardinalis Bessarionis, abatis Commendatarii perpetui. Scribi autem liber coeptus est d. XXVIII mensis Augusti an. MCDLXII, uti legitur in proemio. Initio autem libri appacta est imago ipsius Card. Bessarionis, quae ex antiqua tabula Biblioth. Vatic. curante Stephano Borgia a secretis Sacrae Congr. de Propaganda Fide an. MDCCLVII, aere cusa est. Porro Platea codex inscribitur vel etiam Regestum Bessarionis quorumcumque et ubique existentium Abbatiae Cryptoferratensis bonorum. Fol. 62. Veniunt pone Diplomata quae omnia sunt ‘pontificia’, praeter unum regium.” . Scrive la studiosa Giovanna Falcone il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (dei privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Il Codice Cryptense del Cardinale Bessarione è un codice bombicino (in seta) e manoscritto in cui si trova il cosiddetto “Regestum Bessarionis”. Una specie di Platea o inventario fatto redigere dal Cardinale Bessarione, commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo (Frascati), in cui venivano inventariati i beni usurpati all’Abbazia: “Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (2).. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523.”. Il testo di questo codice Cryptense Crypt. Z. d. XII, fu redatto dal Perotti, di cui recentemente abbiamo ottenuto, su nostra richiesta la sua riproduzione digitale all’Archivio della Biblioteca del Monumento Nazionale dell’Abbazia di Grottaferrata a Tuscolo, dove esso è conservato nell’ASMN, ‘Platee 1′, e che ivi pubblichiamo  per la prima volta è illustrato nelle immagini di Figg. 2-3-4, ecc..

(8) Rocchi A., De coenobio Crypto ferratensi eiusque bibliotheca et codicibus praesertim Graecis commentarii, Tuscoli, 1893, p. 25; si veda pure: Rocchi A., Codices Cryptenses seu Abatiae Cryptae Ferratae in Tusculano, Tusculani, 1883; il Rocchi ci parla del Codice manoscritto bombicino (in seta) del Cardinale Bessarione, Crypt. Z. d. XII, che contiene il ‘Regestum Bessarionis’, p. 513; si veda pure Rocchi A., La Badia di S. Maria di Grottaferrata, Roma, ed. Tip. della Pace di F. Guggiani, 1884 (Archivio Storico Attanasio).

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(9) Pera L., Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae, stà in Caciorgna M.T., Santa Maria di Grottaferrata e il Cardinale Bessarione – Fonti e studi sulla prima Commenda, a cura di.., ed. Istituto Nazionale di Studi Romani, La Regione Romana, vol. III, 2005, si veda p. 147 e s. e si veda p. 379 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(10) Falcone G., Il Crisobollo di Ruggero II di Sicilia e il castello di Rofrano dal 1131 al 1476, stà in Aromando G. e Falcone G., op. cit. (13), p. 147 e s. (Archivio Attanasio)

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(11) Aromando G. – Falcone G., Inventari a cura di, Montesano sulla Marcellana e la sua memoria storica, Soprintendenza Archivistica e bibliografica per la Campania, ed. Zaccara, Lagonegro, 2017 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Aromando G., Bagliori d’Oriente in Occidente (1004-2004 Mille anni di Unità), stà in “Il Saggio”, n. 96, anno IX, marzo 2004; si veda pure: Aromando G.,  L’Abbazia di Grottaferrata e sue dipendenze nel Vallo di Diano – La presenza e gli effetti del monachesimo italo greco, stà in “Il Saggio”, n. 97, n. 99, n. 100, anno IX, aprile, giugno, luglio, agosto, 2004.

(12) Minisci Teodoro, Ieromonaco, Santa Maria di Grottaferrata. La Chiesa e il monasero, Badia Greca di Grottaferrata, 1955 (Archivio Storico Attanasio).

(13) Giovannelli Germano (Ieromano), Il Monastero di S. Nazario e il Baronato di Rofrano, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n.s. n. 3 (1949), pp. 67-75; si veda pure dello stesso autore: vita di S. Nilo, e pure: Grottaferrata, stà in Bollettino della Baia di Grottaferata, Grottaferrata, n.s. n… (1955); si veda pure il Ronsini (5), op. cit. ed. Forni, e si tratta del Vol. III (1949), si veda da p. 94 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(14) Bianca Concetta, L’Abbazia di Grottaferrata e il cardinale Bessarione, stà in Bollettino della Baia di Grottaferata, n.s. 41 (1987), pp. 135-152 (Archivio Storico Attanasio).

(15) Barra G., Rofrano, Terra della civiltà Greco-Bizantina, ed. Il Saggio, Eboli, 2017 (Archivio Storico Attanasio).

(16) Breccia Gastone, Bullarium Cryptense I documenti pontifici per il monastero di Grottaferrata, in ‘Le storie e la memoria in onore di Carlo Esch’ – e-book, a cura di Delle Donne R. e Zorzi A.; si veda pure: Breccia G., Archivium basiliarum. Pietro Menniti e il destino degli Archivi monastici italo-greci, in ‘Quellen und Forchungen aus Italienischen Archivien und Bibliotheken’, 71 (1991), pp. 14-105 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore Breccia G., ‘Il Monastero di S. Maria di Rofrano grangia cryptense’, stà in ‘Bollettino della Badia greca di Grottaferata’, Grottaferrata, n. 45 (1991), pp. 213-228.

(17) Muratori A.L., Annali d’Italia dal principio dell’era volgare sino all’anno MDCCXLIX, Prato, Tipografia Giachetti, 1868.

(18) Giuseppe Menta “Difesa tecnico legale pel Seminario di Policastro contro il Comune di Rofrano.”, redatto per la Curia vescovile della Diocesi di Policastro. Il documento viene citato dal Gaetani R., op. cit. (..), a p. 154, alla nota 4 (nota 1). Il Gaetani dice di aver tratto alcuni passi della “Platea dei Beni ecc..”, proprio da questo documento del canonico Giuseppe Menta. Si trattava di una Relazione che il Menta redasse per il Seminario Vescovile di Policastro, in una vertenza giuridica sorta con il Comune di Rofrano. Non sappiamo se trattasi della stessa persona di cui parla il Gaetani (…), ma il Laudisio (…), a p. 137, cita un certo “Menta Domenico, vicario dell’abbazia benedettina di S. Pietro di Licusati, 93.“. Il Menta Giuseppe, viene citato a p. 88 per un Processo contro un Abate, nel testo: Ragioni della sede apostolica nelle presenti controversie colla corte di Torino – Informazione istorica Divisa in quattro parti, Roma, Tomo I, parte I°, 1750, che si può scaricare  gratuitamente da Google libri. Il Laudisio (…), scrive in proposito a p. 93 (…): “Il 26 luglio 1819 nella chiesa madre di Lagonegro, la teca fu aperta alla presenza del popolo dal reverendissimo canonico teologo della cattedrale don Domenico Menta, allora provicario generale ed ora dignissimo vicario dell’Abbazia nullius * di S. Pietro di Licusati.”.

(19) Borsari S., Il monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia meridionale prenormanna, ed. Nella Sede dell’Istituto, 1963

(20) Cervellino L., Direzione ovvero guida delle Università di tutto il Regno di Napoli per la sua retta Amministrazione, Napoli, Stamperia di Vincenzo Manfredi, 1776, si veda da p. 113 a p. 121, nel Cap. XII, ‘Della Bonatenenza‘, ci parla del titolo di Rofrano (Archivio Storico Attanasio).

(21) Falkenhausen Vera von, Aspetti economici dei monasteri bizantini in Calabria (sec. X-XI), stà in ‘Calabria bizantina’, aspetti sociali ed economici, ed. Parallelo 38, Grafica Meridionale, Vibo Valenzia, 1977, p. 32 (Archivio Storico Attanasio).

(22) Guillaume P., Essai historique sur l’Abbaye de Cava, Cava dei Tirreni, 1877, Appendice, pp. XXX-XXXII; descrizione del sigillo ivi, pp. 105-106 (Archivio Storico Attanasio).

(23) Agatangelo Romaniello, Roccagloriosa nella tradizione e nella storia, ed. Grafica Jannone, Salerno, 1986 (Archivio Storico Attanasio).

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(24) De Micco Consigliere – Relazione nella Causa vertente tra Seminario Diocesano di Policastro resistente contro il Comune di Rofrano ricorrente, nonchè i Comuni di Roccagloriosa, TorreOrsaia e Castelruggiero, anche resistenti, Nella Corte di Cassazione di Napoli, Napoli, ed. Tipografia di Gennaro M. Priore, 1895 (Archivio Storico Attanasio).

(25) (Fig. 1) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli‘, da me scoperta nel 1975 e da me pubblicata per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2, di cui si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio Storico Attanasio).

(26) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743. Riguardo il ‘Centaurino’, si veda il Capo VI, da p. 302 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(27) Fittipaldi W., La presenza bizantina nella Lucania e nel Meridione d’Italia, ed. Zaccara, Lagonegro, 2016

(28) Gassisi Sofronio, Ieromonaco, I manoscritti di S. Nilo Juniore, Roma, 1905, Bollettino della Badia greca di Grottaferrata, Scuola Tipografica Italo-Orientale “S. Nilo”, 1947.

(29) Borrelli C., Catalogo dei Baroni, in Appendice al ‘Vindex Neapolitanae nobilitatis’, Napoli, 1653.

(30) Capasso B., Sul catalogo dei feudi e dei feudatari delle provincie napoletane sotto la dominazione normanna, Atti dell’Accademia di Archeologia, Letteratura e Belle Arti, s. I, IV, 1868, pp. 293–371.

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(31) Jamison E.M., Italy medieval and modern a histori, ed. Clarendon, Oxford, 1019, p…..(Archivio Storico Attanasio); si veda pure  Evelyn Jamison, Additional Work on the Catalogus baronum, Bullettino dell’Istituto Storico Italiano, LXXXIII, 1971, pp. 1–63.

(32) Il ‘Bullarium Cryptense’, il ‘Bullarium Basilium’ del Menniti.  Il codice Cryptense Crypt. Z.d. XII, oltre alla ‘platea dei beni..’, e oltre al “Regestum Bessarionis”, contiene il “Bullarium Cryptense”, un inventario di copie di antichi documenti manoscritti, trascritti da Pietro Menniti (…), su incarico di………….che raccolse ed inventariò diversi documenti manoscritti di privilegi o donazioni fatte nei secoli passati all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Fra questi documenti, contenuti nel ‘Bullarium Cryptense’, vi è anche una copia di un antico documento Normanno detto ‘Crisobollo di re Ruggero II’. L’antico documento Normanno detto “Crisobollo di re Ruggero II”, che, come ci informa la Follieri (6), è : “…e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’.. La Follieri (6), op. cit., a p. 49, ci dice che ci informa del codice Cryptense (Crypt. Z. δ. XII) (10), insieme ai ‘Nonnula’ e al ‘Bullarium’ degli antichi privilegi Normanni concessi all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata come ad esempio la copia del Menniti (8), del ‘Crisobollo di re Ruggero II’, si trova legato e insieme anche il “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”. Del ‘Crisobollo di re Ruggero II’,  abbiamo già parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. Scrive la studiosa Giovanna Falcone il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (i privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (30) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (30), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in due grandi famiglie. Prima di tutto vi sono infatti quelli di cui si curò inizialmente la copia presso il monastero stesso: il vero e proprio ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523. Entrambi questi manoscritti vennero poi utilizzati da Pietro Menniti per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3). La seconda e più numerosa famiglia è rappresentata invece dai documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, rintracciati grazie allo schedario Garampi (4). Si tratta di più di 30 originali tramandati nelle varie serie dei ‘Registri’, cui ne vanno aggiunti altri tre compresi nei volumi dei ‘Diversa Cameralia’ e una copia isolata in un formulario del XV secolo (Arm. LIII): in tutto 38 documenti, soltanto 2 dei quali compaiono anche nei testimoni del ‘Bullarium Cryptense’ (5). Vengono elencati in ordine cronologico i documenti pontifici riguardanti il monastero di Grottaferrata emanati dall’epoca della sua fondazione ad opera di S. Nilo di Rossano (1004) fino alla concessione in commenda da parte di papa Pio II al cardinale Bessarione (1462)(6). Dunque vediamo cosa dice il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6): la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’; nella  nota (3), scrive: Segnatura: Congregazioni religiose maschili. Basiliani di S. Basilio, busta 297, 2. Per uno sguardo d’insieme su questa prima famiglia dei documenti pontifici per Grottaferrata, cfr, infra, Tabella 1; nella nota (4), scrive: Cfr. infra, Tabella 2; nella nota (5), scrive: si tratta infatti dei nostri nn. 34 e 48 (rispettivamente Urbano IV, 1262 marzo 17: Reg. Vat. 26, f. 15v = Z-δ. XII, n. 19, f. 87v = ms. 523, n. 16, f. 23 = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 46-48, e Clemente VI, 1347, agosto 23: Reg. Vat. 180, f. 244v =  Z. δ. XII, n. 11, ff. 79v-81r = ms. 523, n. 8, ff. 11v-14r = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 64-69) per i quali cfr. infra a suo luogo; nella sua nota (6), scrive: “Il regesto quì presentato è stato compilato essenzialmente sulla base dei vari testimoni della citata raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio Vaticano, 1989.

Pietro Minniti e le sue copie e trascrizioni dei sigilli di ‘Nonnula iura et monimenta’

La studiosa Enrica Follieri (…), in un suo pregevole studio su un antico documento Normanno di notevole importanza per le nostre terre, op. cit., a p. 49, scriveva in proposito che: “Il Cardinale Bessarione, non appena Papa Pio II gli ebbe affidata in commenda il monastero di S. Maria di Grottaferrata (28 Agosto 1462), si preoccupò di difendere e richiamare “i diritti della Badia sui possessi conculcati o usurpati” (1). Egli fece redigere perciò immediatamente un accurato inventario che è giunto fino a noi nei ff. 1-66 dell’attuale codice Crypt. Z.δ.XII, e che viene generalmente designato ‘Regestum Bessarionis’ (11). Lo stesso Bessarione dispose che si eseguisse una traduzione latina sia del testo greco sia delle iscrizioni dei sigilli di ‘nonnula iura et monimenta’: ci è così pervenuto il ‘transsumptum in pubblicam fornam redactum’, in versione latina, di un crisobollo greco ecc…”. Sempre la Follieri (…), riferendosi agli antichi documenti e donazioni all’Abazia di Grottaferrata, continua dicendo che: Detto transunto….L’atto del 1465 non è stato tramandato però in originale , ma attraverso la copia autentica….A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…).”. Scrive la studiosa Giovanna Falcone (…) il volume d’Archivio, codice Z. d. XII, ovvero il volume d’Archivio detto: “Regestum Bessarionis Cardinalis Abatis Cryptaeferratae”, in cui sono legati insieme la Platea dei beni dell’Abbazia di S. Maria Abatis Cryptaferratae”, in cui, sono legati e contiene insieme la ‘Platea dei beni’ dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, del Cardinale Bessarione ed il ‘Bullarium’ (i privilegi concessi dai re Normanni, dove si trova anche il “Crisobollo di Re Ruggero II”), redatto nella stessa epoca e, conservato all’Archivio del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Maria di Grottaferrata a Frascati. Infatti, degli antichissimi documenti o privilegi (anche d’epoca Normanna) di donazioni fatte all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo, ne ha parlato anche il Breccia (…), che scrivendo riguardo il codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII)(…), e del “Regestum Bessarionis”, in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che l’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (…), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. Siccome la studiosa Enrica Follieri, circa la copia del ‘Crisobollo’, eseguita dal Minniti (…), ci informava che: “A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, …..informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…).”. Infatti, è lo stesso Ronsini (…), il primo a pubblicare la trascrizione della copia del ‘Crisobollo’, eseguita al Minniti, scriveva in proposito: “Fu tradotta dal Greco in Roma ed inserita in nuova pubblica scrittura, ed autenticata nel 1465 Indizione XIII a’ 16 Novembre giorno di Sabato, nell’An. II. del Pontificato di Paolo II. La copia conservata nell’Archivio Comunale per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula exemplata est ob originali Instrumento Concessionis factae Venerabili Monasterio Cryptae Ferratae, injuncto, et ligato in principio Platae Venerabilis Monasterii de Montesano.”. Quindi, apprendiamo dal Ronsini (…), che la copia del ‘Crisobollo’, eseguita da Pietro MinnitiFu tradotta dal Greco in Roma ed inserita in nuova pubblica scrittura, ed autenticata nel 1465 Indizione XIII a’ 16 Novembre giorno di Sabato, nell’An. II. del Pontificato di Paolo II.”. Il Ronsini (…), ci informa pure, notizia poi in seguito confermataci dalla Follieri (…), che la copia del ‘Crisobollo’, eseguita dal Minniti nel 1710 (utilizzando la copia autentica del 1595), “La copia conservata nell’Archivio Comunale per Notar Ottone Francesco Martelli di Padula exemplata est ob originali Instrumento Concessionis factae Venerabili Monasterio Cryptae Ferratae, injuncto, et ligato in principio Platae Venerabilis Monasterii de Montesano.”. Sappiamo che la copia del ‘Crisobollo’, eseguita dal Minniti (…), fu data ed utilizzata dai Certosini, nell’atto di acquisto del Monastero di Montesano “fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…).”. Come scriveva il Ronsini (…), l’Atto di acquisto del Monastero di Montesano sulla Marcellana in Provincia di Salerno (centro nel Vallo di Diano), era: “Instrumento Concessionis factae Venerabili Monasterio Cryptae Ferratae, injuncto, et ligato in principio Platae Venerabilis Monasterii de Montesano.”. Inoltre, apprendiamo dal Ronsini (…), notizia poi confermata dall’esame della Follieri (…), che la copia del ‘Crisobollo’, eseguita dal Minniti (…), nel 1710, fu utilizzata dal Notaio Ottone Francesco Martelli di Padula per esemplare (copiare e confermare) il suo Atto di acquisto che eseguì per i Certosini che nel 1728, acquistarono il Monastero di Montesano e, conservata nell’Archivio del Comune. Non capiamo bene se il Ronsini (…), si riferisse all’Archivio del Comune di Rofrano o di Montesano. La Follieri (…), nel suo pregevole studio sul ‘Crisobollo‘, scriveva: “Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…).” e, nella sua nota (4): “Il privilegio di cui questa è una copia è stato dato alli PP. Certosini che han comprato Montesano. hoggi 26 ottobre 1728′. Si tratta di Certosini del grande Monastero di S. Lorenzo di Padula.”.  E noi aggiungiamo che si trattava dell’Atto di acquisto (Istrumento) che i certosini della Certosa di Padula, il 26 ottobre 1728, fecero redigere dal Notaio Ottone Francesco Martelli di Padula per l’acquisto della Grangia di S. Pietro al Tamusso a Montesano sulla Marcellana. La Follieri (…), che nel suo pregevole studio sul ‘Crisobollo‘, scriveva che non era riuscito a tovare il documento, citato dal Ronsini (…), sebbene alcuni di Rofrano si fossero attivati. Infatti, la studiosa Falcone (…), scriveva in proposito alla copia del ‘Crisobollo’ del Minniti: “La copia del Crisobollo è stata fisicamente aggiunta alla fine del ‘Bullarium’ del notaio Tegliazio a completare la serie. Delle due copie che l’hanno preceduta si è conservata notizia soltanto della seconda, risalente al 1595. Una nota posta nell’angolo inferiore dell’ultima pagina trascritta dal Minniti, ma di mano diversa, informa che “il privilegio di cui questa è una copia è stato dato alli P (adri) Certosini che han comprato Montesano hoggi 26 ottobre 1728”. Poi quest’ultimo documento riguardante l’amministrazione della grangia di S. Pietro al Tomusso in Montesano, datato 27 ottobre 1728 (Atti e carteggio dei procuratori, doc. n. 660), il procuratore della Certosa di S. Maria degli Angeli di Roma dichiara ricevere dal procuratore del Monastero di Grottaferrata, per consegnarli al priore della Certosa di S. Lorenzo, diversi documenti relativi ai beni di Montesano compresa “la copia antica dell’investitura del conte Ruggiero”. Di tale copia presumiamo si sia servito il Canonico Domenicantonio Ronsini nel suo libro ‘Cenni storici sul comune di Rofrano del 1873 in cui il documento è pubblicato per la prima volta, ma essa non era più reperibile al tempo dello studio della professoressa Follieri.”

 Crisobollo 6

(Fig. 13) Note a tergo del Minniti nella sua copia del ‘Crisobollo’.

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(Fig. 14) Note a tergo di altra mano nella copia del ‘Crisobollo’ del Minniti.

La Falcone, ci informa quindi che la copia del ‘Crisobollo’, redatta dal Minniti, fu consegnata, insieme a diversi altri documenti relativi ai beni di Montesano, al Priore dei certosini della Certosa di S. Lorenzo a Padula per l’acquisto della Grangia di S. Pietro al Tomusso o Tumusso in Montesano sulla Marcellana, appartenente fino a quel momento all’Abazia di S. Maria di Grottaferrata a Tuscolo. Infatti, questa Grangia, faceva parte degli antichi possedimenti dell’Abbazia Tuscolana e la si trova citata nella platea dei beni che va sotto il nome “Regesto Bessarionis”, di cui abbiamo parlato in un nostro saggio ivi pubblicato. La studiosa Falcone (…), riguardo questi documenti, scriveva che: “La documentazione prodotta a Montesano dall’amministrazione dei procuratori e pervenuta in possesso dell’Abbazia di Grottaferrata subito dopo la vendita dei beni nel 1728, ha richiesto un minuzioso lavoro di riordinamento basato sulla comprensione dei singoli documenti, ognuno dei quali ecc…La prima serie è denominata “Atti e carteggio dei procuratori” e comprende il ricco materiale di carte sciolte formato da atti notarili e giudiziari, scritture contabili e amministrative, lettere, documenti scritti o ricevuti dai procuratori che si sono succeduti ininterrottamente in quella funzione a cominciare da fratel Nilo nominato nel lontano 1462 dall’abate Pietro Vitali. Al fondo sono stati assegnati inoltre documenti conservati ‘ab origine’ presso il monastero di Grottaferrata che, a seguito del roirdinamento, hanno integrato e completato, a volte solo virtualmente nella ricomposizione operata nell’inventario, i documenti giunti da Montesano per fornire l’Archivio oggi denominato ‘ Grangia di S. Pietro di Tumusso in Montesano’. Si tratta di documenti fondamentali che formano la serie denominata ‘Privilegio, platee e inventario dei beni’ comprendente il privilegio di Ruggero II – di cui, come abbiamo già detto, si possiede un’unica copia in lingua latina del 1710 legata ad un volume del sec. XV contenente la Platea ed il Bullarium del cardinale Bessarione – e le platee, cioè i catasti dei beni, redatte, due per disposizione dei cardinali commendatari Alessandro Farnese nel 1576 e Francesco Barberini nel 1628, ed una terza nel 1704 ad opera del procuratore Paolo Manfrone pervenuta in forma di miniatura. L’ultima platea è stata realizzata nel 1710 dal procuratore Nilo Mangi. L’originale è conservato presso l’Archivio storico diocesano di Vallo della Lucania ed una copia fonostatica è stata donata dal direttore, mons. Carmine Troccoli, all’archimandita di Grottaferrata Emiliano Fabbricatore in visita a Rofrano nel 2004 in occasione del Millenario dell’Abbazia.”.

(33) Menniti Pietro, Abate Generale della Congregazione dei monaci basiliani d’Italia. La studiosa Enrica Follieri (6), scriveva in proposito alla copia pervenutaci del  ‘Crisobollo di Re Ruggero II’ che: “A sua volta la copia autentica del 1595 ci è giunta nella trascrizione che ne seguì il 20 maggio 1710, Pietro Menniti, abate generale dei Basiliani, e che si legge oggi negli ultimi fogli (ff. 88-90) dello stesso codice Crypt. Z.δ.XII che contiene il ‘Regestum Bessarionis’. Una nota di altra mano, nell’angolo inferiore destro di f. 90, informa che il documento che servì di modello al Menniti (ossia la copia autentica del 1595) fu data nel 1728 ai Certosini che acquistarono il Monastero di Montesano, una delle Grange nominate nel documento (…).”. Del codice Criptense (Crypt. Z. δ. XII), e del “Regestum Bessarionis”, ne ha parlato anche il Breccia (…) in un suo pregevole studio in onore di Arnold Esch, scriveva che all’inizio del XVIII secolo Pietro Menniti, allora padre generale dell’ordine basiliano, aveva tentato di raccogliere la documentazione superstite dei monasteri affidati alle sue cure (…), e che tale indagine lo indusse ad esaminare le pergamene originali e le copie conservate tuttora presso la Badia di Grottaferrata. “I documenti pontifici per Grottaferrata, si possono suddividere in.. ‘Bullarium Cryptense’, rappresentato da un capostipite della metà del secolo XV – il cosiddetto ‘Regestum Bessarionis’, attuale codice  Crypt. Z. δ. XII, ff. 68-89 – e dal suo apografo, posteriore di circa 200 anni, oggi conservato nell’archivio della Badia con la segnatura 523. Entrambi questi manoscritti vennero poi utilizzati da Pietro Menniti per la redazione del ‘Bullarium Basilium’ all’inizio del XVIII secolo (2), come pure per le copie sciolte oggi all’Archivio di Stato di Roma (3)”. Dunque vediamo cosa dice il Breccia nelle sue singole note dalla (2) alla nota (6): la nota (2): Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Fondo Basiliani, vol. 32. Che il Menniti si sia servito sia dello Z. D. XII che del ms. 523 è provato dalle note apposte in margine al suo ‘Bullarium Cryptense’; nella  nota (3), scrive: “Segnatura: Congregazioni religiose maschili. Basiliani di S. Basilio, busta 297, 2. Per uno sguardo d’insieme su questa prima famiglia dei documenti pontifici per Grottaferrata, cfr, infra, Tabella 1; nella nota (4), scrive: Cfr. infra, Tabella 2; nella nota (5), scrive: si tratta infatti dei nostri nn. 34 e 48 (rispettivamente Urbano IV, 1262 marzo 17: Reg. Vat. 26, f. 15v = Z-δ. XII, n. 19, f. 87v = ms. 523, n. 16, f. 23 = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 46-48, e Clemente VI, 1347, agosto 23: Reg. Vat. 180, f. 244v =  Z. δ. XII, n. 11, ff. 79v-81r = ms. 523, n. 8, ff. 11v-14r = Fondo Basiliani, vol. 32, pp. 64-69) per i quali cfr. infra a suo luogo; nella sua nota (6), scrive: Il regesto quì presentato è stato compilato essenzialmente sulla base dei vari testimoni della citata raccolta criptense e su quanto è stato possibile rinvenire nell’Archivio Segreto Vaticano grazie soprattutto allo ‘Schedario ‘Garampi’, ecc..ecc..”. Per la consultazione dei documenti all’Archivio Segreto Vaticano, si veda: Sussidi per la consultazione dell’Archivio vaticano: lo schedario Garampi, i Registri vaticani, i Registri lateranensi, le “Rationes camerae”, l’Archivio concistoriale, Nuova ed. riveduta e ampliata / a cura di Germano Gualdo Città del Vaticano : Archivio Vaticano, 1989″.

(34) Barone N., La badia di Grottaferrata sotto la protezione dei re angioini di Napoli, in ‘Archivio della Società Romana di Storia Patria, XXVII (1905), pp. 217-222.

(35) Pagliara N., ‘Grottaferrata e Giuliano della Rovere’, stà in ‘Quaderni dell’Istituto di Storia dell’Architettura’, 13 (1989), pp. 19-42.

(36) Abbondanza R., Arcamone, Aniello,  in Dizionario biografico degli Italiani, 3, 1961, pp. 738-739.

(37) Giustiniani L., Dizionario geografico Istorico-ragionato del Regno di Napoli, Manfredi, p. 183.

(37) De Giorgi Cosimo, Da Salerno al Cilento, ed. M. Cellini, Firenze, 1882, ristampa ed. Galzerano, dal titolo “Viaggi nel Cilento”; si veda la Valle del Mingardo Cap. X e la Valle del Bussento, Cap. XI, p. 169.

(38) Dante Alighieri, Purgatorio, Canto VI, v. 66

(39) Boccaccio, Trattato sui fiumi,

(40) Alaggio Rosanna,  La documentazione sulla diffusione del monachesimo italo-greco nel territorio del Principato di Salerno, in AAVV 1, 2001, pp. 18-23, si veda pure Alaggio R., Monachesimo e territorio nel Vallo di Diano, Edizione Laveglia, Salerno, 2004.

(44) Pennacchini L.E., Pergamene salernitane (1008-1784), R. Archivio di Stato, Sezione di Salerno, ed. Spadafora, Salerno, 1941 (Archivio Storico Attanasio).

(45) Schipa M., Storia del Principato Longobardo di Salerno, stà in ‘Archivio Storico per le Provincie Napoletane’, vol. XII, 1887,il volume originale molto raro, si può consultare presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, collocato: R.G.Storia.IV.15928; il testo (senza le note) è stato ristampato da Ripostes, con il titolo ‘Il Mezzogiorno d’Italia- Ducato di Napoli e Principato di Salerno’, a cura di Marcello Napoli, ed. Ripostes, Salerno, 2002 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure dello stesso autore: Schipa M., Il Principato Longobardo di Salerno, si veda p. 202 e s.; stà in Hirsch F.- Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(46) Hirsch F., Il Ducato di Benevento, stà in Hirsch F. – Schipa M., ‘La Longobardia Meridionale (570-1077) – Il Ducato di Benevento e il Principato di Salerno’, ristampa con introduzione e bibliografia a cura di Nicola Acocella, Roma, 1968, Edizioni di Storia e Letteratura (Archivio Storico Attanasio).

(47) Di Meo Alessandro, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, Napoli, stamperia Orsiniana, 1802, Tomo VIII, p. 359, riguardo la Bolla di Amato, la cita parlando dell‘”anno di Cristo1054, IND. VII. B.”.

(48) Racioppi Giacomo, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, vol. II, pp. 99-100

(….) Gentile Angelo, Morigerati, ed. Palladio, Salerno, 2001 (Archivio Attanasio)

(…) Natella Pasquale, ‘Toponimi duecenteschi irpini e non’: una precisazione e un’aggiunta in ‘Civiltà Altirpina, II (1991), 2, pp. 11-15